#lamentenonsiferma 

La Grecia della Prima Olimpiade (776 a.C.), emersa dai secoli bui del Medioevo Ellenico, recava con sé una tecnologia nuova di trasmissione del sapere: la scrittura. Questa nuova tecnologia si è affiancata alla tecnologia preesistente, l’oralità, e la convivenza è durata diversi secoli, non senza conflitti e discussioni, esattamente come oggi.

Di NICOLA BALZANO

Non c’è bisogno di dire – o di scrivere – quanto mi manchi l’atmosfera dell’aula di lezione, il clima che si crea a ogni cambio d’ora, il richiamo all’ordine e al silenzio, le prime schermaglie ironiche con qualche studente più vivace, l’accensione dell’attenzione e delle menti, lo sguardo di chi ha capito ed è padrone dell’argomento. Mancano a tutti, queste cose. E i mezzobusti che siamo diventati non restituiscono che una pallida imitazione di quanto accade giorno per giorno nel nostro lavoro. Che, ricordo, è fondato su relazioni umane, schiette, sincere, con quella che resta la parte migliore dell’umanità.                                                                                                                                                                                                                                                            Ma, insegnare, e, parallelamente, apprendere attraverso lezioni in video, che almeno conservano un margine di interattività, o attraverso la fruizione di video “a senso unico”, o ancora mediante la lettura autonoma di materiali inviati su piattaforme ad hoc o servendosi di tutti i mezzi informatici che stiamo adoperando, è realmente efficace? E se sì, quanto è efficace? Questo mi domando, tra un “End” e uno “Start meeting”, ovvero nel cambio dell’ora, per usare un linguaggio desueto.  Spiegare l’ablativo assoluto parlando a un personal computer, magari scrivendo gli esempi su carta e ponendoli in favore di webcam, ne garantisce la comprensione, ovvero mette gli studenti in grado di operare con i concetti esposti dal docente e magari riletti sul libro di testo? E andiamo più in là, visto che le prospettive sono chiaramente intuibili: un quadrimestre intero, magari quello d’inizio anno, svolto in questo modo, garantisce i livelli di apprendimento richiesti da quella classe di quel tale indirizzo di studio? Sono un ultracinquantenne formatosi sui libri, e mi appare quanto meno strano leggere su uno schermo più o meno luminoso e apprendere senza la “materialità” della parola e della pagina scritta; mi sembra di non leggere in modo approfondito e proficuo; mi sembra di non “imparare bene (perdiscere)” ciò che studio. Il che porta alla quaestio sempre vexata (e quindi non risolvibile qui e ora) sul rapporto tra la mente che apprende e il medium attraverso cui la mente apprende. Esperimenti e studi su quanto Internet ci renda stupidi non mancano, uno fra tutti il classico Mente e media della psicologa Patricia Greenfield. In essi viene dimostrato che la lettura su schermo diventa superficiale perché veloce, l’attenzione è distratta da banner, link, immagini, pubblicità et cetera, e di conseguenza la conoscenza che ne scaturisce è instabile, imprecisa, non profonda e soprattutto non consolidata, impedendo ipso facto paragoni, connessioni, parallelismi, rielaborazioni. Ottimista tecnologico è invece un altro saggista statunitense, Clay Shirky, per il quale è proprio Internet a recuperare modalità di scrittura e lettura basilari, oltre a favorire una circolazione di informazioni senza pari, nella Storia (per esempio, non citerò alcuno dei lavori di Shirky, visto che il lettore eventualmente interessato potrà tranquillamente recuperarne lista e schede proprio sulla Rete…). Anche se apparentemente il livello medio di conoscenza sembra calare, è proprio la diffusione, la pervasività e la condivisione di grandi masse di informazioni a stimolare la creatività, la sintesi, il confronto, e in definitiva, la democrazia. La questione, però, non è di questi tempi: la Grecia della Prima Olimpiade (776 a.C.), emersa dai secoli bui del Medioevo Ellenico, recava con sé una tecnologia nuova di trasmissione del sapere: la scrittura. Questa nuova tecnologia si è affiancata alla tecnologia preesistente, l’oralità, e la convivenza è durata diversi secoli, non senza conflitti e discussioni, esattamente come oggi. Se Pisistrato (VI secolo a.C.) fece tra(s)durre i poemi omerici dall’oralità alla scrittura, Platone (V-IV secolo a.C.) non annetteva al nuovo mezzo capacità di conoscenza profonda, perché essa avrà per effetto di produrre la dimenticanza nelle anime di coloro che la impareranno, perché fidandosi della scrittura si abitueranno a ricordare dal di fuori mediante segni estranei, e non dal di dentro e da sé medesimi (traduzione di Giovanni Reale dal Fedro). Proviamo a sostituire la parola “scrittura” con “Internet / nuove tecnologie / nuovi media” et cetera: torneremo alla domanda di partenza, che a questo punto può essere riformulata. Se la conoscenza, in questo difficile periodo, è veicolata da mezzi che sono diventati preponderanti, quanto a numero, e pervasivi, quanto a presenza, possiamo essere sicuri di raggiungere gli obiettivi di trasmissione, assimilazione e rielaborazione del sapere? Una “nuova tecnologia”, nuova almeno per quanto riguarda l’uso che ne viene fatto oggi, consente alla scuola, così come la intendiamo e l’abbiamo intesa, di raggiungere i suoi scopi? I media sono e restano media, cioè mezzi. Al di là del mezzo c’è sempre il fine, che in questo caso è l’apprendimento, la resa negli studi e il successo formativo. Ciò che non va limitata è la capacità di comunicazione, di assimilazione, rielaborazione e di creazione del sapere, della conoscenza e della sapienza, al di là di qualsiasi difficoltà oggettiva che riteniamo possa provenire dal medium che adoperiamo. Invece proviamo a considerarlo un’opportunità, una risorsa, un modo per decentrarci da punti di vista consolidati e talvolta abusati, e apprendere, continuare a imparare, anche noi docenti.  Se #lascuolanonsiferma, è perché la mente, anzi, le menti, non si fermano. 

 

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