Il fondo francese Sofinnova: cattivi affari (anche) con i soldi nostri

Il fallimento della società americana Sienna Biopharmaceuticals svela le debolezze del venture capital d’Oltralpe. Particolarmente attivo nell'intercettare i fondi pubblici italiani. La storia.

Galeotta fu la quotazione al Nasdaq, nel luglio 2017. È stato il faro acceso sulla società Sienna Biopharmaceuticals in occasione della sua offerta sul listino tecnologico Usa a far venir alla luce un dettaglio che ha un significato particolare per l’Italia. Lo stesso tornato di attualità il mese scorso, quando quella che sembrava una delle società più promettenti del settore è entrata mestamente in chapter 11, la procedura fallimentare americana, chiudendo il cerchio di una storia che lascia l’amaro in bocca al mondo del venture capital del nostro Paese.

IL FONDO SOFINNOVA E I FINANZIAMENTI PUBBLICI

Pochi mesi prima di quotarsi, infatti, la società appena entrata in concordato preventivo aveva acquistato per 150 milioni di dollari una brillante start up, con il quartier generale in Gran Bretagna ma le attività di ricerca basate in Italia, specializzata in prodotti per curare la pelle. A vendergliela era stato uno dei principali fondi di venture capital europei, il francese Sofinnova, che da anni si muove brillantemente in Italia, riuscendo a intercettare finanziamenti pubblici meglio dei concorrenti nostrani, perennemente a corto di risorse. Ultimo caso, 40 milioni sui 200 messi in campo fra il 2016 e il 2018 da Cassa depositi e prestiti e dal Fondo europeo degli investimenti con la piattaforma Itatech, strumento di sostegno finanziario a processi di trasferimento tecnologico il cui obiettivo era donare un po’ di sprint a un settore che vede l’Italia nettamente indietro rispetto agli altri grandi Paesi europei.

LA RISPOSTA DEI FONDI ITALIANI

La cosa non era piaciuta ai manager dei fondi italiani. «Se questo è lo scopo», si chiedevano e si chiedono ancora alcuni di loro, «perché dare soldi ai francesi anziché direttamente agli italiani?». A un certo punto, nelle settimane precedenti l’assegnazione dei finanziamenti, si era mossa anche Assobiotec, l’associazione per lo sviluppo delle biotecnologie di Federchimica (Confindustria), scrivendo ai vertici di Cassa depositi e prestiti per perorare la causa dei fondi italiani. La spiegazione di chi eroga i finanziamenti è sempre stata che Sofinnova, in quanto dotata di maggior forza e maggiore esperienza, sarebbe stata più efficace nel “fertilizzare” il terreno italiano alle imprese più rischiose e innovative.

UN ACQUISTO POCO VANTAGGIOSO

Ma è proprio su questo piano che i dati forniti dalla testata americana Endpoints News, una delle più conosciute a livello mondiale nel biotech, sollevano dubbi, raccontando come l’americana Sienna Biopharmaceutical aveva sì concordato con Sofinnova un prezzo di 150 milioni di dollari per l’acquisto della loro start up (la Creabilis Therapeutics), ma ne ha sborsati in denaro liquido appena 200 mila: il resto era suddiviso fra cessione di azioni privilegiate e pagamenti legati ai risultati futuri. Cosa che testimoniava l’abilità dell’azienda acquirente, la Sienna Biopharmaceuticals (come veniva giustamente enfatizzato in fase di quotazione) ma modifica alquanto il senso dell’operazione per il venditore, la Sofinnova, le cui probabilità di ottenere il prezzo pattuito sembrano oggi, dopo il concordato della Sienna, a dir poco scarse. Fa una certa impressione rileggere oggi il comunicato con cui il fondo francese annunciava a dicembre 2016 la vendita della sua start up per la bella cifra di 150 milioni. Quell’annuncio spiegava che il prezzo era composto, oltre che dal pagamento immediato, anche da pagamenti aggiuntivi legati ai risultati futuri. Ma chi poteva immaginare che la parte cash fosse appena di 200 mila dollari? Ora che è venuto fuori, c’è da giurare che i fondi italiani rimasti prenderanno buona nota, preparandosi a smontare le presunte eccellenze altrui la prossima volta.

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