Calvino e Tondelli: verso una lingua nuova

Penultimo appuntamento questa sera, a Cetara per Teatri in Blu che ospita il reading di Lodovico “Lodo” Guenzi e ad Alberto “Bebo” Guidetti

di Olga Chieffi

“Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone” (Le Città Invisibili, Italo Calvino). “Bando a isterismi, depressioni scoglionature e smaronamenti. Cercatevi il vostro odore eppoi ci saran fortune e buoni fulmini sulla strada” (Autobahn, Pier Vittorio Tondelli). Questa sera il penultimo appuntamento di Teatri in Blu è stato affidato da Vincenzo Albano a Lodovico “Lodo” Guenzi e ad Alberto “Bebo” Guidetti, voce e beatmaker dello Stato Sociale. Niente musica o canzoni o vecchie che ballano, ma stasera nella Piazzetta Grotta di Cetara, a partire dalle ore 21, si andrà alle radici dei cambiamenti della nostra lingua,  sulle tracce di Pier Vittorio Tondelli e Italo Calvino, con “Libertini invisibili”. Un reading in cui scopriremo o ricorderemo attraverso la voce di Bebo, il Calvino de’ “Le città invisibili”, il suo linguaggio complesso e visionario, di una contemporaneità disarmante, che verrà alternata con la lettura di piccoli esempi tratti dal quotidiano, da cui giungerà l’invito ideale a rileggere quel volume.  Le città calviniane possono essere intese come le parole, cioè i segni di una nuova lingua, elaborata per formare un discorso sul mondo, che in esso riacquista, appunto, visibilità. Per citare le parole usate in un diverso contesto da Barthes, “Le città invisibili” si chiude quindi con un “cercate la via di uscita”, e realizza a pieno, in questo modo, la propria funzione di segno, capace di rendere visibile la filigrana invisibile nascosta al di sotto delle cose, attraverso la quale l’uomo possa orientarsi nel labirinto del reale. Ribalta, quindi, per Lodo, il quale sarà assoluto protagonista della lettura di brani tratti dai racconti contenuti in “Altri libertini ”, uno degli autori di riferimento di una certa emilianità, un punto di riferimento di molti altri artisti, scrittori e musicisti. Tondelli parla del disagio della provincia, della voglia di scappare, ma anche di omosessualità, droga, bestemmie e lo fa con un linguaggio colorito e forte, inventando parole e descrivendo immagini. Tondelli resta scrittore-cardine di quella “letteratura emotiva” che ha segnato la generazione postmoderna. Gli scritti di Tondelli – da Altri libertini a Un weekend postmoderno. Cronache dagli anni ’80 – respirano allo stesso ritmo della musica rock e new wave degli anni ’70 e ’80, divenendo così uno status culturale e sociale della generazione figlia della “mutazione antropologica” di cui parlava Pasolini. Tondelli tiene il lettore in un continuo stato di choc derivante dall’amalgama di rime e assonanze, sincopi e flussi, gergo e tensione a “rubar matite a tutti” che mette sullo stesso piano autore, narratore e lettore, tutti coinvolti nello “scarabocchiare” e nel “mescolarsi nei mille rivoli di un parlato in creazione, costantemente relazionato con elementi colti, in un impasto che non perde mai la sua carica aggressiva, comica e ludica”, come il sentire de’ “Lo stato sociale”.

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Brad Mehldau: quella continua ricerca della sfida

Successo di pubblico per il gran finale della LXVIII edizione del Ravello Festival, sigillato dall’  “inumano” pianista statunitense protagonista di una eterogenea e colta performance

Di Olga Chieffi

Chiunque abbia familiarità con il pianista americano Brad Mehldau potrebbe contestarlo. Da quando è emerso all’inizio degli anni ’90, ha lavorato in dozzine di ambienti diversi: oltre ad album jazz esplorativi con il suo trio ortodosso, ci sono stati recital solisti, colonne sonore di film, duetti con cantanti d’opera, addirittura un album con un virtuoso del mandolino, progetti di fusion con l’ elettronica, interpretazioni del repertorio classico e collaborazioni con numerose leggende del jazz, spaziando in un repertorio che comprende di tutto, dai lieder di Schumann, all’amato Bach, alle canzoni di Sufjan Stevens e Radiohead. Tutto questo ha preso vita nel concerto che domenica sera ha sigillato la stellare LXVIII edizione del Festival di Ravello, che per uno strano paradosso, per quanto segnata dal lockdown, in particolare nella logistica, non lo è stata certo riguardo i protagonisti di un cartellone, che quest’anno, grazie ai buoni offici e alla fiducia nel direttore artistico Alessio Vlad, ha salutato tre illustri debutti, quali quello di Riccardo Muti, Cecilia Bartoli e, appunto, Brad Mehldau. Il pianista statunitense si è presentato in pubblico in abiti da cowboy, per inaugurare un originale viaggio, in cui ha espresso per intero il suo background musicale. Nella prima parte abbiamo riconosciuto brani tratti dai suoi ultimi lavori “Seymour Reads the Constitution” con il Brad Mehldau Trio, e  “Finding Gabriel”, un progetto in cui nel quale Mehldau fonde diversi stili in dieci brani ispirati al Vecchio Testamento, un percorso narrativo mirato, con una logica priva di contraddizioni, di una cerebrale complessità strutturale, anche se in qualche scelta abbiamo attraversato e letto l’universo minimalista attraverso quel dialogo furioso tra le due mani, attraverso le quali è passata l’intera storia di questo genere. Mehldau ha proposto al pubblico ravellese composizioni originali e rielaborate, in un linguaggio che non ci ha fatto ritrovare in certa atonalità, né in manifestazioni sconnesse di virtuosismo, riuscendo così, a combinare quadri di estrema modernità con il linguaggio della tradizione, ma realizzato in modo da slegarlo dal periodo storico in cui è stato messo a punto per collocarlo come linguaggio dei nostri tempi, coerente e relativamente innovativo. Mehldau è sicuramente uno dei pianisti più importanti del jazz contemporaneo, con una profonda conoscenza dell’idioma jazzistico e la capacità di includere nella sua musica anche elementi estranei al jazz ricavandone nuovi stimoli. Il suo limite sta nell’approccio eccessivamente intellettuale, troppo ragionato e controllato, che gli impedisce di lasciarsi andare con la musica, mancando di provocare un vero coinvolgimento a livello emotivo. Mehldau dà la sensazione di pesare e calcolare ogni nota che suona evitando di caricarla di contenuti emozionali. Una sensazione che, naturalmente, non è stato così fortemente avvertito nella seconda parte della serata dedicata ai Beatles, ai Radiohead e David Bowie, cui ha dato grande importanza all’elemento narrativo, un raccontare, senza punti di attrazione, mai certezze di sintassi narrative, ma una logica quella del tertium, al di qua e al di là di ogni opposizione, simbolo di una ricerca che lui svolge senza sosta, in ogni suo brano in ogni concerto, una storia che ha sempre un inizio e una fine, e resta sempre un viaggio verso un luogo sconosciuto che in fondo è la sfida del jazz.

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Ravello Festival, la splendida anomalia

Ultimo concerto classico per la kermesse con l’Orchestra del Teatro San Carlo, condotta da Marco Armiliato, senza sbavature, fresco e coinvolgente con un pubblico entusiasta che ha purtroppo è stato mandato a casa senza bis

Di Lucia D’Agostino

Sta per concludersi il Ravello Festival e uno degli ultimi appuntamenti è stato il concerto con protagonista l’Orchestra del Teatro di San Carlo di Napoli, per la seconda volta quest’anno, diretta da Marco Armiliato. Il maltempo improvviso ha costretto orchestrali e pubblico a “riparare” all’Auditorium Oscar Niemeyer con un cambio di programma e inizio con mezz’ora di ritardo, gestito egregiamente da tutta l’organizzazione, che non ha tolto nulla al risultato finale della serata in gran parte dovuto alla conduzione moderna e grintosa del direttore d’orchestra. Di origini genovese, cresciuto in una famiglia dove la musica è di casa (suo fratello Fabio è un tenore), a suo agio soprattutto nella direzione della lirica dove si è procurato una fama a livello internazionale (di casa al MET di New York, all’Opéra de Paris e alla Wiener Staatsoper) Armiliato è un sostenitore appassionato della divulgazione della musica classica ad un pubblico trasversale che coinvolga giovani e chi da quella fruizione in genere si tiene fuori. Una passione che traspare da una carica energetica, libero sul palco senza leggìo e spartiti, trascinante per i 44 musicisti impeccabili nell’esecuzione del programma incentrato su Franz Schubert con l’Ouverture in re maggiore “im italienischen Stile”, D.590 e l’Ouverture in do maggiore “im italienischen Stile”, op.170, D.591 e Johannes Brahms con la Serenata n.1 in re maggiore per orchestra, op.11di Brahms. Concerto senza sbavature, fresco e coinvolgente con un pubblico entusiasta che ha purtroppo fatto a meno di un bis. A chiusura di questa edizione particolare, che ha dovuto fare i conti con la riduzione dei posti e il rispetto del distanziamento fisico, ci piacerebbe fare una considerazione a margine di una intervista rilasciata qualche giorno fa dal direttore artistico del festival Alessio Vlad. Premesso che almeno quest’anno si è avuto il buonsenso di fare marcia indietro rispetto al 2019 dove l’idea di rivoluzionare la rassegna coinvolgendo solo orchestre italiane, all’insegna del Made in Italy, è stata fallimentare, vogliamo tornare sul tema dell’interdisciplinarietà che aveva caratterizzato il Ravello Festival soprattutto negli ultimi anni seguendo una crescita ed evoluzione naturale e senza forzature. Vlad sostiene di voler tornare alle origini, focalizzandosi solo sulla musica classica in nome del nume tutelare di Richard Wagner da cui tutto è partito, con ospiti anche internazionali. Il jazz, almeno come quest’anno, se tutto va bene relegato, ad una sezione collaterale, e la danza, ad esempio, fuori. Per Vlad il faro diventano Salisburgo e Lucerna, e chi cerca qualcosa di diverso può andare a Spoleto e a Ravenna. Va ricordato non solo che numeri alla mano, diversamente da quanto sostiene, gli introiti della biglietteria fino al 2016 sono stati consistenti (una voce non proprio irrisoria nel bilancio) e si sono dimezzati nei tre anni successivi con il cambio di natura, il che significa che l’afflusso di pubblico si è modificato. Ma che Ravello è un’anomalia, bellissima anomalia, non solo in Campania, ma in tutto il Sud dove fino a qualche anno fa stranieri e non solo prenotavano appositamente in uno dei luoghi più belli al mondo per non perdersi uno spettacolo, un concerto, anche jazz, anche pop, proprio qui sul Belvedere di Villa Rufolo che è uno spettacolo nello spettacolo. Ravello è sì la Città della Musica ma è anche qualcosa di più, è la magia di un concerto, di una performance creativa che dal contesto riceve un valore aggiunto, dove il paesaggio, l’atmosfera sono protagonisti a pari merito dell’arte. Si eviti l’errore di volerla ridurre, per modo di dire, a sola rassegna di musica classica. Il Festival di Ravello è molto di più, un di più che va valorizzato con le dovute competenze, non mortificato.

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Brad Mehldau e il caos controllato

Il pianista statunitense chiuderà stasera, alle ore 20,30 sul Belvedere di Villa Rufolo, la LXVIII edizione del Ravello Festival, incarnandone attraverso la sua tastiera, le due anime, quella classica e quella jazz

Di OLGA CHIEFFI

Tra i caposcuola del jazz contemporaneo, Brad Mehldau, come Winton Marsalis o Enrico Pieranunzi, è uno dei pochi che, a buon diritto, può essere inserito in una programmazione di musica “seria”, per usare un termine caro a Wiesengrund Adorno, soprattutto se in piano solo. Non solo perché Mehldau ha più volte affrontato composizioni di autori classici, ha solo due anni, infatti, il progetto “After Bach”, ma, in particolare, per il fatto che è l’artefice di un pianismo a tutto campo, che possiede cioè un’ampiezza di sensibilità, di tocco e di riferimenti culturali, teso a trascendere pienamente il tipico e limitato approccio del pianismo jazzistico mainstream, rappresentante di un sincretismo culturale, che coniuga un’improvvisazione d’indubbia matrice jazzistica con l’elegante pronuncia classica, oltre al severo comportamento scenico, tipico della più canonica sala da concerto. Stasera, alle ore 20,30, sarà Brad Mehldau a sigillare la programmazione del Ravello Festival, sul Belvedere di Villa Rufolo, incarnandone così le sue due anime. Nella sua performance, potremo rintracciare di volta in volta la rilettura di temi del repertorio pop e jazz o classico, evocazioni, fantasmi, che verranno rielaborati, intrecciati con brani originali e citazioni di altre melodie, sviluppando, così, una personale improvvisazione tematica, una parafrasi degli stessi spunti melodici e, ancor più, dei diversi generi, dei modelli formali presi a riferimento. Cellule musicali note al pubblico, che forniranno il pretesto per un incedere costante e circolare, per godere del suo senso narrativo d’impronta neo-minimalista, dalle ipnotiche evocazioni. Immaginiamo che il programma possa contenere anche delle ballad dal seducente impianto melodico che verrà ritorto insistentemente su se stesso, una fuga, incrociata con uno swing incalzante, fondali sonori di coinvolgente omogeneità o l’esuberanza ritmica e timbrica di certa avanguardia. Apprezzeremo un pianismo frutto della concentrata ricerca di un equilibrio formale, la sapiente modulazione di un tocco raffinatissimo e di complessità armoniche, generante un decantato abbandono, un andamento narrativo avvolgente, magari sui temi di “After Bach”, ove alterna brani del genio di Lipsia, ad altri nati dalla personalità musicale del pianista statunitense. Mehldau rappresenta una dicotomia: è prima di tutto un improvvisatore, grandemente capace di nutrire la sorpresa e la meraviglia che possono derivare dall’espressione diretta di un’idea musicale spontanea in tempo reale; ma subisce anche un profondo fascino per l’architettura formale della musica. Nel suo modo di suonare più ispirato, la struttura presente nel suo pensiero musicale funge da dispositivo espressivo; mentre suona, ascolta come le idee si svolgono e l’ordine in cui si rivelano. Ogni melodia ha un arco narrativo profondamente interiorizzato, sia che si esprima in un inizio, in una conclusione, o in qualcosa lasciato intenzionalmente aperto. I due lati della personalità di Mehldau – l’improvvisatore e il formalista – giocano alternandosi a vicenda: l’effetto è qualcosa di simile al caos controllato, attraverso un’ampia gamma di espressioni, richiamante la giustapposizione degli estremi.

Olga Chieffi

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Annalisa D’Agosto “Voce sola”

Il soprano in duo con il pianista Vincenzo Zoppi ha proposto, nell’arena del Teatro dei Barbuti, un percorso nella canzone napoletana, “schizzato” da Enrico Siniscalchi, sulla traccia delle “periodiche”, i ricevimenti spettacolo che si tenevano nei salotti partenopei

Di Olga Chieffi

E’ da sempre inteso come un salotto all’aperto lo spazio del Teatro dei Barbuti, creato dall’indimenticato Peppe Natella, e il ritrovarsi lì con vecchi amici artisti, musicisti, il pubblico che sempre onora questo spazio, fa parte, oramai dell’ ozio creativo estivo di quel contatto con il sublime, attraverso diverse arti, suoni, immagini, parole, della nostra città. Qui, qualche giorno fa, ci hanno accolto Enrico Siniscalchi, il quale assieme al soprano Annalisa D’Agosto e al pianista Vincenzo Zoppi, ci ha fatto rivivere l’atmosfera delle serate musicali, nei salotti aristocratici e della borghesia nascente della Napoli del periodo d’oro della tradizione musicale partenopea e della sua canzone, attraverso la necessaria avvolgente affabulazione, e quell’ immenso amore nel dire le cose, nel dire il silenzio presente nei suoni delle cose, nel riaccendere la meraviglia. Meraviglia che non è solo incanto o superamento estatico della ragione, ma è e continua ad essere riflessione: la riflessione del cogito che prova insieme l’angoscia del silenzio – ossia della morte – e la gioia della parola nel suono delle cose. La canzone colta dei Passatempi musicali di Guglielmo Cottreau, i legami con l’opera canzoni celeberrime, ma come mai si erano ascoltate, frutto di una recherche, che da parte di Enrico Siniscalchi, non poco deve anche al Master in Musica Napoletana del nostro Conservatorio, che vanta un luminare in questo campo quale è Pasquale Scialò da “Te voglio bene assaie”, a “Santa Lucia”, passando da “Fenesta ca lucive”, a “Fenesta vascia”, anche nella rilettura virtuosistica e retorica che Franza Liszt ha inserito in Venezia e Napoli, accennata da Vincenzo Zoppi. E ancora il Gaetano Donizetti, di “Canzona Marenara”, la melodia di Saverio Mercadante e del suo librettista Marco d’Arienzo, omaggiata nella sua “La rosa”. Per continuare con le canzoni della Piedrigotta, l’ironica “E tre chiuove” “‘A luna”. La formazione, ha dimostrato che quel suo particolare Dna ricompare in ogni piega, anche di pagine diverse, distanti centinaia d’anni poiché figlie della stessa madre, l’ostinata armonia della lingua napoletana. Mattatrice della serata è stata la voce del soprano Annalisa D’Agosto, ideatrice, grazie alla sua versatilità di un originale gioco tra spontaneità “popolare” ed educata modulazione “lirica”, evocando gemme musicali attraverso cui ha  fatto apprezzare al caloroso pubblico la sua musicalità naturale ma sempre controllata e docilità d’interpretazione sempre vitale, in cui raggiunge l’autonomia drammaturgica e un tipo di seduzione che arrotonda e scalda il fraseggio. Brani in cui il duo ha saputo sottolineare il piacere del divertimento, della battuta musicale, piegando la pagina al lieve piacere dell’ascolto. Applausi calorosi per tutti  e un bis richiesto e dedicato una intensa serenata che lo stesso Enrico Siniscalchi ha inteso accompagnare con la chitarra, ad uso dei migliori salotti musicali, dove una chitarra è sempre a disposizione ben accordata, per chi la sappia suonare, “Uocchie che arraggiunate”.

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Aspettando la Vedova Allegra…  Mario Cassi : l’eleganza del Conte Danilo

Il baritono aretino sarà il protagonista della Vedova Allegra che andrà in scena domani sera negli spazi antistanti il Teatro Ghirelli di Salerno
Di Luca Gaeta
Abbiamo avvicinato il baritono Mario Cassi nel corso della prova generale che lo vedrà indossare la marsina del Conte Danilo, nella ripresa della stagione lirica del teatro Verdi di Salerno.
Come si è avvicinato alla musica ed al canto in particolare e quali sono state le tappe e le figure significative del suo percorso di studi?
L’amore per il canto e per la lirica in particolare, nacque da giovanissimo, proprio vedendo al cinema il film di Rosi, la Carmen di Bizet, con Domingo fra gli interpreti e anche grazie agli ascolti che la professoressa di educazione musicale ci proponeva a scuola media. Poi nell’86 vidi in tv il Nabucco alla Scala, diretto da Riccardo Muti e da lì incominciò a farsi strada l’idea di voler studiare musica, dapprima privatamente con Slavska Taskova Paoletti, poi con Alessandra Rossi e Bruno de Simone. Fra le tappe più significative, legate al mio percorso di formazione, ci sono sicuramente le vittorie al Concorso Viotti di Vercelli e il “Toti Dal Monte” di Treviso (premio speciale Cesare Bardelli) nel 2002, in seguito al quale ho debuttato ne La Cenerentola di Gioacchino Rossini. Poi “Operalia” di Plácido Domingo nel 2003 (premio Zarzuela) e il concorso “Spiros Argiris” nel 2004.
Nella sua carriera ha avuto modo di incontrare diversi direttori d’orchestra. Che cosa le hanno trasmesso ed insegnato?
Nel corso della mia carriera ho avuto la fortuna di incontrare direttori d’orchestra straordinari, che mi hanno scelto, valorizzato e mi hanno fatto conoscere nei più grandi teatri del mondo, insegnandomi tanto. Tra questi il primo è stato il maestro Riccardo Muti, al quale devo non solo alcuni dei più grandi successi, ma soprattutto  gli devo un metodo di lavoro e un approccio al testo musicale. Quello che, in definitiva, è il vero lavoro dell’interprete. Non posso dimenticare il lavoro svolto con il maestro Zedda, quando nel 2011  mi scelse per portare in scena Il barbiere di Siviglia al Rossini Opera Festival nella sua ultima edizione critica. Poi Cristophe Rousset, al quale devo tante belle incisioni discografiche e altrettante riscoperte di musiche bellissime del Seicento e Settecento, da Cavalli a Salieri fino a Mozart. Con lui ho imparato l’importanza dei colori e del fraseggio, della parola scolpita del testo perché siamo, sì, cantanti ma anche attori che devono raccontare una storia con la voce, modulandola in modo tale da saper emozionare il pubblico. Poi Bruno Campanella, col quale non ho avuto tantissime occasioni, ma il Barbiere e il Don Pasquale con lui rimangono nella mia memoria come momenti bellissimi della mia vita musicale. Parlando del belcanto diceva che uno dei requisiti essenziali era il cantare senza sforzo e quindi di come l’orchestra dovesse sempre essere regolata in base al cantante non viceversa. Poi, l’incontro con il maestro Daniel Oren, con la sua immensa musicalità, la sua forza espressiva, la sua profonda conoscenza del repertorio, estremamente rispettoso del segno scritto. Ha un controllo totale dell’orchestra e un amore incredibile per la voce.
Il 9 settembre andrà in scena a Salerno La Vedova allegra di Franz Lehár, primo titolo in programma, dopo la pausa estiva, della stagione lirica 2020 presso il Teatro Municipale Giuseppe Verdi di Salerno. Ci parla del suo personaggio, il Conte Danilo e di questa produzione ripensata presso il teatro Ghirelli, dove potranno essere garantite tutte le norme anti Covid.
Dopo Falstaff con Bruson e La Bohème, ritorno a Salerno, per La Vedova allegra, riscoprendo sempre il piacere di potersi esibire in questa città ricca di cultura. L’elemento che il Maestro Oren ha individuato come centrale per la lettura di questa partitura è l’eleganza. Un’eleganza che è possibile percepire in ogni singola frase musicale, che rimanda appieno il clima e la dimensione in cui quest’operetta è stata concepita. Alcuni stereotipi legati al mio personaggio, dalla vocalità per nulla semplice, sono stati ripensati, proprio nel rispetto di quanto detto e del fatto che Danilo sia un Conte. In rispetto delle norme anti Covid lo spettacolo è stato ripensato per uno spazio all’esterno, il Teatro Ghirelli, ed inoltre le grandi scene d’assieme saranno ovviamente ridimensionate, ma il clima che abbisogna quest’operetta non sarà tradito, anzi porrà una centralità alla musica ed ovviamente al canto.
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Daniel Oren “il puro folle”

Un successo la Vedova Allegra del post lockdown, nonostante le infinite difficoltà di una location quale è lo spazio antistante il Teatro Ghirelli, il service, l’orchestra situata alle spalle dei cantanti, ma che il bel quartetto di voci protagoniste e lo spirito eclettico di Gennaro Cannavacciuolo hanno impreziosito.

Di Olga Chieffi

Coraggio, ci vuole coraggio, “La Vedova allegra” di mercoledì sera, voluta così fortemente in scena da Daniel Oren e dall’intero Teatro Verdi,  ci ha  invitato tutti  a porre in discussione la certezza, la verità, il luogo, per cercare di rimettersi sempre in gioco, per vivere nello spazio, senza misure, del mondo,  ad armarci e partire per la giusta causa, che, in questo caso, è stata quella di far ripartire comunque la stagione lirica del Teatro Verdi di Salerno, di tornare a “di-vertirci”. E’ termine particolare il divertirsi, proviene dal latino divertere, che sta per prendere altra direzione, volgere altrove, e mai come l’altra sera abbiamo toccato con mano il voler deviare da questo limbo, in cui ci ha trascinato la pandemia. E questa parola è risuonata anche sul palcoscenico di questa Vedova Allegra, racchiusa in una coppa di champagne dal fine e lascivio perlage, che sappiamo voleva essere assolutamente eliminato dal suo inventore il monaco benedettino Pierre Pèrignon, proprio perché foriero di depravazione del gusto e dei costumi. L’ha pronunciata il nostro  Njegus d’eccezione Gennaro Cannavacciuolo, il quale ha rivisto i dialoghi con il Barone Zeta Angelo Nardinocchi, dando sfoggio di estrema eleganza bloccando l’azione a suo piacimento per reinventarla in modo da riprogrammare gli eventi portandoli nel giusto verso, ed ecletticità trasformandosi anche in mirabile “puntacchiere”, nella sua aria “Stasera faccio il Parigin!”. Daniel Oren, al solito ha trovato perfetta identità di vedute con l’impostazione registica di Ermeneziano Lambiase, plasmando la sua direzione su tempi serratissimi e dinamiche guizzanti, ripulendo il suono da qualsiasi muffa languorosa e aprendo, tuttavia, ove necessario, a squarci lirici di grande suggestione, il tutto a rendere piena giustizia a quello che a tutti gli effetti è uno dei grandi capolavori del Novecento. L’Orchestra Filarmonica Salernitana smagliante nel suono, ha risposto con entusiasmo, nonostante qualche inevitabile inciampo, poichè Daniel Oren, posizionato dietro i cantanti ha diretto per il più delle volte di spalle all’orchestra per amalgamare le voci che, diverse volte non sono poche in palcoscenico. In altri casi, bisogna ammetterlo, l’elemento espressivo ha ceduto a un gusto più ingenuo e gioco, come nella Marcia moderato di Valencienne, col caratteristico colpo in contrattempo, un gioco che comunque corrisponde al personaggio della signora assolutamente per bene  e tuttavia appassionatamente dedita al f1irt. Un plauso ai protagonisti, che si sono mossi sulla balconata liberty creata da Alfredo Troisi, con Marily Santoro che canta e balla benissimo, e ha schizzato una Hanna Glawari a tutto tondo, ironica e appassionata, languida e volitiva, perfetto contraltare al Conte Danilo, il baritono Mario Cassi, ottimo cantante ma contenuto attore, mentre la Valancienne di Nina Solodovnikova, ha rubato l’occhio dell’intero pubblico presente, nella sua uscita finale in Baby Doll, cogliendo perfettamente anche il lato melanconico del personaggio e tenore sopra le righe certamente Giorgio Misseri, che ha dato vita ad un Camille de Rossillon dalla deliziosa ed assai educata voce. Eccessivo il divario tra i protagonisti e i comprimari, Antonio Palumbo, il visconte Cascada, Nazzareno Darzillo Raul di Saint Brioche, Maurizio Bove, Maria Teresa Petrosino, Sylviane, Christian d’Aquino, Kromov, Valeria Padovano, Olga, e Sara Vicinanza,  Praskovia, con Vittorio Di Pietro nel ruolo di Pritschitsch, validi certamente per la rappresentazione messa su dal nostro conservatorio, che pur abbiamo applaudito, ma non certo all’altezza di un cast di questo livello, così come anche il balletto offerto dal Liceo coreutico Alfano I, coreografo da Massimiliano Scardacchi, che ha presentato una fila di cancaneuse dall’altezza diseguale, su cui ha spiccato l’assoluto talento di Maurizio Paolantonio, che inanellando un buon numero di fouettes e salti mortali, ha impreziosito il gran finale dell’opera. Onori anche al coro che preparato da Tiziana Carlini, ha eseguito dignitosamente il suo compito grazie anche a due ghost-meister che nonostante ben mimetizzati in aigrette, abito lungo e frac, abbiamo intravisto tra gli scranni, Lucrezia Benevento e Maurizio Iaccarino. Service di palcoscenico in gravissima difficoltà nel II atto con il Conte Danilo che ha dovuto cantare e recitare praticamente senza microfono, forse un bando serio del comune di Salerno, in particolare in questi eventi importanti sarebbe necessario. Ma, nonostante tutto, il finale è stato veramente brillante e lunghissimo, con un coup de theatre, che ha salutato gli ottoni, guidati dalla tromba di Raffaele Alfano, da l’altra sera soprannominato “hot lips”, per la ripresa del Can Can di Offenbach, ripreso almeno sei volte, in palcoscenico e i ballerini tra il pubblico, in un ideale e prolungato, musicale, caloroso abbraccio. Dal palco ancora una volta l’invito a pervenire a quell’infinito eccesso che possa farci arridere all’impresa, per affermare ciò in cui crediamo, per opporsi alla distruzione di un sogno, un’illusione, risorgendo sempre, dopo ogni caduta.

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Cannavacciuolo riparte dalla vis comica del Njegus

Abbiamo incontrato l’attore napoletano dopo la “premier” della Vedova Allegra che segna la ripresa del cartellone lirico del teatro Verdi di Salerno

di Luca Gaeta

In questi giorni sta andando in scena, qui a Salerno, La Vedova allegra di Franz Lehár. Fra i protagonisti di questa produzione, lei darà voce al personaggio di Njegus, l’esilarante impiegato di cancelleria dell’armata pontevedrina, che grazie alle sue astuzie ed ad alla sua praticità riesce sempre a gestire gli eventi e prevenire gli “incidenti” diplomatici. Ci parla del suo personaggio e di questa messinscena?

Interpretare Njegus è estremamente stimolante. Questo personaggio, dall’apparente semplicità, legata alla sua verve, all’ironia, alla sua vitalità, abbisogna in realtà di un lavoro attento, capace di conferire i tratti di cui parlavamo in precedenza, ma di saperli miscelare in quel clima di eleganza che a mio parere contraddistingue questo titolo. Per ovvi motivi, legati all’emergenza che stiamo vivendo, lo spettacolo è stato ripensato per uno spazio all’aperto, il Teatro Ghirelli. Se da un lato proporre uno spettacolo di questo genere in uno spazio all’aperto pone delle difficoltà maggiori, per gli interpreti, per l’orchestra e le diverse maestranze, a discapito anche degli effetti sonori e scenici, che in teatro ritrovano la loro naturale collocazione, dall’altro lato rappresenta, in questo momento particolare, un segnale importante di ripartenza, di ritorno (se pur in modo parziale e con le giuste precauzioni) alla normalità. Proprio per questo ringrazio la direzione artistica del Teatro Municipale di Salerno, in particolar modo il Maestro Daniel Oren e il Maestro Antonio Marzullo. In questa produzione ritrovo con piacere anche diversi giovani interpreti che presero parte all’edizione del 2019, sempre al Teatro Verdi, de La Vedova allegra, in quell’occasione pensata per i talenti provenienti dal Conservatorio di Musica – Martucci di Salerno. 

Come ha vissuto la quarantena?   

Dopo la notizia della chiusura delle scuole, ho percepito subito la complessità e la gravità di quello stava succedendo e quasi in modo istintivo, con la mia famiglia, ho deciso immediatamente di spostarmi a Sabaudia, in una casa di famiglia. Qui ho trascorso tutti i mesi della quarantena, alternando interviste, a prove, realizzate grazie alla tecnologia con i diversi musicisti che collaborano ai miei spettacoli e poi  ho dato spazio alla creatività, pensando e cominciando a scrivere uno spettacolo, del quale non ne parlo ancora, legato alla biografia di un grande artista. Colgo l’occasione per ringraziare l’Istituto IMAIE, che nei mesi di chiusura ha garantito il sostegno per i suoi iscritti, oltre a tutelare i diritti degli artisti interpreti ed esecutori. 

Quali saranno i prossimi impegni?

La Vedova allegra qui a Salerno è il mio primo spettacolo post lockdown. Poi ci sarà la ripresa dello spettacolo Cyrano, il celebre musical di Riccardo Pazzaglia, con le musiche di Domenico Modugno, portato in scena dopo quarant’anni di assenza, che ha debuttato a Napoli, all’Augusteo l’anno scorso e poi la ripresa di alcuni mie spettacoli musicali. 

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Freschibuffi: la parola musicale e musicata

Questa sera, in piazzetta Grotta a Cetara, il secondo appuntamento del Festival Teatri In Blu, ideato da Vincenzo Albano, che ospiterà Ivan Talarico e Claudio Morici

 

Di Olga Chieffi

Uno scrive libri, ne ha già pubblicati cinque, è un narratore ed umorista e i suoi testi sono molto gettonati, l’altro è un cantautore in equilibrio tra giochi di parole e storie d’umore, specialista della chitarra onomatopeica, con cui riproduce i suoni più impensabili, oltre che un habitué del Premio Tenco. Saranno Ivan Talarico e Claudio Morici i protagonisti del secondo appuntamento del cartellone Teatri in Blu firmato da Vincenzo Albano, allestito apposta per Cetara, quest’anno con una decisa sterzata verso la parola musicale e musicata. La Piazzetta Grotta, ove tutto avrà inizio stasera, alle ore 21, è pronta ad essere conquistata dall’ironia dell’originale duo, come tanti altri palcoscenici di nicchia, fino, però ad arrivare alla sala Petrassi dell’Auditorium, possiamo già dire, “Ennio Morricone” di Roma, grazie all’ imprevedibilità delle canzoni e alla forza dei contenuti che entrano subito in contatto con il pubblico. In “Freschibuffi e altre trasmigrazioni dell’anima”, la coppia sulle tracce dei Maestri Giorgio Gaber, Remo Remotti, e del ridere amaro all’italiana, soprattutto nel modo di fare teatro sociale e nel modo di recitare poesie, legate all’attualità, racconta la sua storia incrociata, spaziando dalle prime collaborazioni sporadiche in una Roma caotica e spaesante, fino agli spettacoli comici a due, volti a sconfiggere apatie pubbliche e depressioni private. Esilaranti koan in forma di canzoni e brevissimi monologhi che narrano di amori, lavori e figli maschi attraverso pezzi come “Dio è uno stalker”, “Timo e timore”, racconti di stili di vita antibiotici e di abbracci che durano trentacinque minuti. L’umorismo che scaturisce è più che tagliente, a volte caricaturale, tra freddure e spietatezza. I temi affrontati sono svariati: dalla salute si passa all’illusione della felicità; dai meccanismi complicati delle coppie, giocando sull’ascolto di entrambi, si toccano poi anche i luoghi comuni. Entrano in gioco la violenza, il traffico cittadino e l’impresa di guidare per uscirne vivi, il cibo, i social, i quartieri di Roma, e così via, tirando fuori dal cassetto delle tesi assurde, il cui significato bisogna captare tra le righe. Un calderone di giochi di parole sotto forma di metafore che inebria il pubblico mediante melodie andanti e cadenzate, testi figurati, e tanto divertimento. Un percorso ironico e dissacrante per un unico scopo: mostrare come risate, riflessioni e sopravvivenza parlino la stessa strana lingua e quanto sia impossibile tenere l’anima ferma in un unico punto.

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Vadim Repin il siberiano dagli occhi di ghiaccio

Il violinista ha stregato ancora una volta il pubblico salernitano con il terzo concerto di Wolfgang Amadeus Mozart, in perfetta empatia con la bacchetta di Daniel Oren alla testa della Orchestra Filarmonica Salernitana

Di Olga Chieffi

Può sembrare un paradosso, ma la ripresa degli spettacoli post-lockdown, sta portando in Campania e a Salerno, diversi rappresentanti del gotha musicale internazionale. Una delle stelle più rilucenti è stato il violinista Vadim Repin, che ha elevato il suono del suo preziosissimo violino “Bonjour” del 1743 Guarneri del Gesù, nel duomo di Salerno, per il concerto in Sol maggiore, K. 216 di Wolfgang Amadeus Mozart, sostenuto dall’ Orchestra Filarmonica Salernitana “G.Verdi”, con alla testa Daniel Oren. “Ma come Repin viene per suonare solo il terzo di Mozart , peccato! – ha sottolineato qualcuno”. Il commento è comprensibile solo perché nell’immaginario comune Vadim Repin impersona il genio romantico, l’esecutore mitico, diabolico, che resa materia la musica scritta, la piega alla propria dimensione, appropriandosene, con il suo stile esecutivo che diviene sinonimo di perfezione violinistica, per la tecnica prodigiosa, la potenza e l’incisività del suono, la trasparenza cristallina dell’intonazione e quel colore scuro, a tratti sontuosamente ambrato che ci fa ricordare Ojstrach. Invece, applausi per un Mozart che ha vissuto dell’ integrazione e della varietà del vibrato, il rigore ritmico, a volte troppo spinto nei confronti della pulsazione naturale, specchio di una concezione virile dell’interprete, di estrema sobrietà, estranea all’esibizione virtuosistica fine a se stessa e ai suoi cascami a volte sentimentali, in cui qualche volta forse è caduta l’orchestra, non controllando un vibrato che è andato di qualche decennio oltre. Generosissimo Vadim Repin, che ha concesso ben due bis alla platea, intonando il canto d’amore per Olga di Lenskij “Kuda, kuda udalilis”, prima del duello con Onegin in cui troverà la morte, quindi, afrore di zolfo con le variazioni dal Carnevale di Venezia op. 10 di Niccolò Paganini. Applausi a scena aperta da parte di un pubblico letteralmente stregato da questo violinista dalla sonorità, dovuta non poco al violino e tecnica stupefacenti. Ma la serata ha preso il via con una sorpresa, due numeri dal Sogno di una Notte di mezz’estate di Felix Mendelssohn- Bartholdy, la famosa marcia nuziale, con trombe in piedi guidate da Raffaele Alfano e la danza dei contadini, in cui abbiamo apprezzato il lavoro sull’aspetto sonoriale, sulle sfumature e sulle rifrazioni di timbro, come grande attenzione è stata rivolta alla condotta della ritmica e dell’agogica, priva di qualsiasi rigidità e tuttavia coerente, se non addirittura rigorosa nella naturale flessibilità. L’omaggio mozartiano si è concluso con l’esecuzione della sinfonia n. 40 K. 550 in sol minore, in cui Daniel Oren ha staccato tempi agili e “giusti”, differenziando gli allegri, con fraseggi e dinamiche misurate frase per frase, sfuggendo alla genericità e all’imbellettamento della routine mozartiana.

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Riccardo Muti: da Cimarosa a Schubert sorprendenti anticonvenzionalità

Il “Maestro” fa lezione a pubblico e orchestra sulla grandezza incontrastata della scuola napoletana, da Cimarosa a Mercadante, affidando un mirabile Bellini alla voce di Rosa Feola e al corno di Paolo Reda, per poi eseguire una pensosa Incompiuta di Franz Schubert

 

di Olga Chieffi

Non poteva che essere un’evocazione dei quattro grandi collegi musicali operanti in Napoli e risalenti al ’500 , Santa Maria di Loreto, la Pietà dei Turchini, i Poveri di Gesù Cristo e Sant’Onofrio a Capuana, che nel 1808 confluiscono nel Conservatorio di San Pietro a Majella, dove operavano insegnanti come Durante e Porpora, in un fiorire di musicisti del calibro di Cimarosa, Paisiello, Traetta, Pergolesi, Piccinni e tanti altri fino a Mercadante, la “lezione” offerta da Riccardo Muti, ai suoi giovani strumentisti e alla platea, a corollario del suo debutto al Ravello Festival, con la formazione da lui stesso fondata, l’Orchestra “L. Cherubini”, un complesso che all’Auditorium Niemeyer, dalla non semplice acustica, a differenza del gran concerto di Paestum, si è presentata in ranghi ridotti, adatto al programma, e con qualche rincalzo. L’ago estetico di Riccardo Muti, si è spostato verso, il pensoso, ma la sottolineatura dell’architettura della pagina, con mirabile evidenza, se ha ottimamente funzionato per le tre grandi arie affidate alla voce di Rosa Feola, certo ha tradito la leggerezza dell’ouverture del “Matrimonio segreto” di Domenico Cimarosa, la cui arte, per dirla con Barilli, “porta così leggermente il segno della personalità e del genio sembra creata per abitare a lungo senza peso nell’anima tra profumo di baci….”. Poi l’intervento della Rosa Feola per l’ aria di Donna Anna, “Crudele!….Non mi dir, bell’idol mio” dal Don Giovanni mozartiano, ha rivelato una voce e un canto fra i più puri, semplici e limpidi, poiché rispettosissima dello spartito. Il gioiello è stato “Eccomi in lieta veste. Oh, quante volte!”, da “I Capuleti e i Montecchi” di Vincenzo Bellini, un eccellente manifesto della linea romantica, con il corno evocativo rotondo e morbido che è stato quello di Paolo Reda, arpeggi da poeta che intona sulla mandola, a Ravello sostituita dall’arpa, la linea del canto, che è scorsa indisturbata sulla leggerezza dell’emissione, in omaggio al più soave e pensieroso Vincenzo Bellini.  La Feola ha quindi vestito l’abito di Desdemona per l’ultima preghiera, che ha elevato con una voce e un’interpretazione, al servizio di un’affranta e immacolata tenerezza. La sinfonia n. 8, in si minore, D. 759 “Incompiuta” di Franz Schubert, penultimo brano in programma, ha colpito per la nettezza, talora tagliente dell’articolazione dei fiati, ai quali non hanno fatto perfettamente eco gli archi, lasciando spazio a morbidi aloni e ripensamenti tardoromantici, in tale prospettiva, il risultato espressivo, soprattutto per ciò che ha riguardato il fraseggio e gli impasti dei legni hanno sorpreso un po’ il pubblico in sala. Il fil rouge che lega Schubert alla scuola italiana, è stato l’apprendistato del giovane genio viennese alla scuola di Antonio Salieri, quindi disponibilità affettive di coinvolgente carica emozionale, senza tuttavia quella giuliva ingenuità associata alla più corriva immagine schubertiana, ha caratterizzato la lettura di Riccardo Muti. Finale con l’ Ouverture tratta da “I due Figaro” di Saverio Mercadante, in cui il “Maestro”, dopo aver lanciato il suo ulteriore, giustissimo, proclama agli amministratori dello Stato italiano, per far ritornare la musica italiana sugli scudi, come ai tempi dell’epoca d’oro della Napoli del ‘700, e la sua orchestra, si sono “sciolti” sui fascinosi ritmi di danze caratteristiche su cui è costruita la pagina, fandango, bolero, tirana, cachucha, mandando tutti a casa, dopo tre chiamate al proscenio, senza bis.

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Muti: il futuro e la memoria

Questa sera, Riccardo Muti debutta alla testa della sua orchestra “L.Cherubini” al Ravello Festival, con un programma che spazia da Cimarosa a Schubert. Ospite del “Maestro” il soprano Rosa Feola, per un cameo lirico

Di Olga Chieffi

Sarà un programma che omaggerà la grande tradizione musicale italiana con un finale schubertiano, quello dell’atteso debutto di Riccardo Muti al Ravello Festival. Mancava la bacchetta del maestro pugliese al palmares di uno dei Festival più antichi d’Italia e stasera alle ore 20, 30 nell’Auditorium Niemeyer questa mancanza verrà finalmente colmata. Adatto ai giovani strumentisti, dell’ Orchestra Luigi Cherubini, il programma scelto, a cominciare dall’Ouverture de “Il Matrimonio Segreto” di Domenico Cimarosa, che presenta una compagine tipica dell’opera italiana di fine Settecento, con un uso assai parco degli strumenti a fiato che non vengono tanto valorizzati per le loro specificità e, dunque, per il loro colore, ma impiegati in quanto “gruppo”, finalizzato a produrre massa orchestrale. La sinfonia è introdotta da un Largo che occupa non più di tre misure: lo spazio sufficiente per marcare con tre lunghi accordi in battere l’accordo di tonica di cui vengono messe in rilievo le tre note fondamentali. La versione finale dell’Allegro è in forma di sonata con esposizione, sviluppo e ripresa. Quindi, la ribalta sarà per intero del soprano casertano Rosa Feola, la quale ha scelto di esordire con la grande aria di Donna Anna “Crudele!….Non mi dir, bell’idol mio” dal Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart, una pagina di dolce lirismo nella quale la nobildonna cerca di riconquistare Don Ottavio. Come i personaggi metastasiani, Donna Anna non interagisce con gli altri personaggi, rimanendo sempre chiusa nel suo isolamento, quasi parlando a sé. Don Ottavio che la segue come un’ombra, ne è quasi infatti una controfigura, lamentosa e a tratti sospirosa, alla quale manca la pressione nervosa, ma non certo il coraggio. In questa grande aria conclusiva, tuttavia, ciò che conta è la scelta formale del compositore: si tratta infatti del Rondò, una forma di aria in due tempi (Adagio-Allegro), che nell’opera seria di fine ‘700 era sempre assegnato ai personaggi principali, sempre di alta levatura sociale, e sempre per le prime donne delle compagnie. Una splendida introduzione orchestrale, all’interno della quale emerge la voce del corno che intona una melodia tipicamente belliniana piena di pathos, condurrà poi, il pubblico negli appartamenti di Giulietta che, nel raffinato recitativo (Eccomi in lieta veste) caratterizzato da eterei interventi dell’arpa, mostra tutto il suo tormento per un matrimonio che le è imposto. Introdotta dal suono soave dell’arpa e dei legni, la sua cavatina “Oh! quante volte oh quante volte” nella quale Giulietta esprime in un tono elegiaco tutto il suo amore per Romeo, che pur traendo il materiale melodico dalla giovanile cavatina di Nelly (Dopo l’oscuro nembo) dell’Adelson e Salvini, resta una delle pagine più struggenti della partitura che sembra anticipare Ah non credea mirarti della Sonnambula. L’intervento di Rosa Feola sarà sigillato dalla “Ave Maria” dall’Otello di Giuseppe Verdi. Rimasta sola, Desdemona si avvicina all’inginocchiatoio che ha dinanzi una effige della Madonna e prega la sua accorata supplica: sarà l’ultima. Dal punto di vista propriamente musicale, il brano è un vero gioiellino: c’è tutta un’orchestra ad accompagnare le ultime disperate parole di Desdemona, che lo fa con una delicatissima tenerezza. I marcati accordi pianissimo, con rapidi colpi di grancassa, presagiscono la triste fine. I lenti e numerosi cromatismi aumentano il clima arcano; l’intonazione grave del canto tende ad esporre in suoni scuri il senso della preghiera, l’Amen finale, che sigilla il tutto riportando i cromatismi suddetti alla rigorosità di una tonalità ben precisa, chiude il canto e, con esso, l’esistenza terrena di un amore sventurato. Finale del set dedicato all’opera italiana con l’ouverture de’ “I due Figaro” opera perduta di Saverio Mercadante, della quale l’unica parte conosciuta ed eseguita è proprio la sinfonia che venne ridotta per pianoforte da Ricordi che la pubblicò con il titolo “Sinfonia Caratteristica Spagnola nell’opera buffa I due Figaro del Sig. Maestro Saverio Mercadante”, praticamente un sequel delle Nozze di Figaro, il cui titolo nasce da un momento all’interno dell’opera nel quale il Conte cerca di scoprire la verità su Cherubino, e lui si schermisce dicendo di essere Figaro. L’ultima parte della serata sarà interamente dedicata all’esecuzione della sinfonia n. 8, in si minore, D. 759 “Incompiuta” di Franz Schubert. Alla morte del genio viennese, risultavano completati solo i primi due movimenti, Allegro moderato e Andante con moto, mentre di un terzo movimento resta l’ abbozzo dello Scherzo e delle prime battute del Trio. Molti hanno teorizzato che Schubert potrebbe aver abbozzato un finale che invece è diventato il grande entr’acte in si minore dalle sue musiche di scena per Rosamunde, ma ciò è tutto da dimostrare. “Chi potrà fare qualcosa di più, dopo Beethoven?” annota Schubert in uno dei suoi carteggi, ma l’“Incompiuta” è un’opera del tutto originale, una gemma rimasta nascosta fino alla prima esecuzione solo nel 1865. La Sinfonia in si minore è un tentativo – assolutamente riuscito nonostante la sua incompiutezza – di dare una risposta a tale domanda. Mentre in Beethoven ogni elemento concorre a costruire una possente architettura e soltanto in quella assume il suo pieno valore, Schubert esalta il valore autonomo del potere ammaliante della melodia, degli espressivi coloriti dell’armonia e del fascino suggestivo del timbro, come incantato in una mesta meditazione senza via d’uscita.

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Into Parker’s Mood al Ravello Festival

Oggi ricorre il centenario della nascita di Charlie Parker: i riflettori della ribalta di Villa Rufolo si accenderanno sull’ alto sassofonista Stefano Di Battista, il trombettista Flavio Boltro, il pianista Julian Oliver Mazzariello, il contrabbassista Dario Deidda e il batterista Roberto Gatto, e l’orchestra Filarmonica Salernitana diretta da John Axelrod.

Di Olga Chieffi

“Bird era un tipo estremamente ricettivo. Trasformava in musica tutti i suoni che lo circondavano, un’auto sull’autostrada, il rumore del vento tra le foglie…..Tutto per lui aveva un messaggio musicale. Se sentiva abbaiare un cane, sosteneva che gli stesse dicendo qualcosa. Qualche volta, mentre suonava, le donne si mettevano a ballare solo per lui. I loro gesti, i loro visi provocavano in lui una scossa emotiva che subito esprimeva nei suoi assolo”. Il Ravello Festival quest’oggi festeggia il centenario della nascita di Charlie Parker con un progetto speciale dedicato ad uno dei maestri assoluti del sax alto. Stasera alle 21.30 sul Belvedere di Villa Rufolo saliranno Stefano Di Battista, Flavio Boltro, Julian Oliver Mazzariello, Dario Deidda e Roberto Gatto, per evocare lo stellare quintetto di Parker, che vedeva protagonisti accanto al leader, Dizzy Gillespie, Bud Powell, Charles Mingus e Max Roach. Il concerto sarà incentrato sul lavoro discografico “Charlie Parker with Strings” e su alcuni dei brani della registrazione del leggendario concerto del 15 maggio del 1953, alla Massey Hall di Toronto, che vedrà i solisti sostenuti dall’Orchestra Filarmonica Salernitana Giuseppe Verdi diretta da John Axelrod. Una scommessa difficile, quella di Stefano Di Battista e compagni, navigare su alcune delle melodie dell’immenso talento naturale di Parker, nell’improvvisazione senza regole, a volte torrenziale, a volte immobile, un sound che brucia la pelle, una sfida affascinante, rischiosa, ma la grandezza di Stefano Di Battista è l’umiltà, il suo suono eclettico e cangiante, con cui calerà tutti nel Parker’s Mood, avendoci già più volte provato e con grande successo di critica. L’arte di Charlie Parker ha brillato di una luce che non può essere completamente spiegata e solo l’abusato epiteto di “genio” è davvero adeguato a descrivere le sue doti. E’ riuscito a compiere veri e propri salti di qualità nella comprensione, nell’ideazione e nell’esecuzione musicale: per lui non sembrava ci fosse un confine tra l’ideazione e la realizzazione. Il concerto di stasera sarà incentrato sul lavoro discografico “Charlie Parker with Strings” e su alcuni dei brani della registrazione del leggendario concerto del 15 maggio del 1953, alla Massey Hall di Toronto, che vedrà i solisti sostenuti dall’Orchestra Filarmonica Salernitana Giuseppe Verdi diretta da John Axelrod. In scaletta un mix tra pagine con l’orchestra e brani con il solo quintetto, con un finale in cui saranno eseguiti dei classici del percorso parkeriano, in cui l’organico orchestrale si amplia alle sezioni di trombe, tromboni e saxofoni. Dalle splendide ballades, tra cui “Summertime”, “Laura” e ancora, “They Can’t Take That Away from Me” di George Gershwin a “Easy to Love”, di Porter, pezzo quest’ultimo che avrebbe dovuto essere ripreso in un progetto incompiuto e che avrebbe visto Parker rileggere il song-book del grande compositore, passando per “Just Friends”, sicuramente la cosa migliore di “Charlie Parker with Strings”, capolavoro di improvvisazione collettiva, che inaugurerà il tributo ravellese. Anche se Parker voleva mostrare una certa modestia riguardo al suo talento, le soluzioni musicali suggerivano una sorta di incoscienza o distacco mentale durante l’atto creativo. Raccontava il violinista Anton Chaiferz che faceva parte appunto del gruppo d’archi con cui Parker andò dopo l’incisione in tour negli anni Cinquanta: “Mi ricordo che ero seduto ad ascoltarlo suonare “Laura” e nel bel mezzo del pezzo sento frammenti dell’”Uccello di fuoco” di Stravinsky. Dopo che ebbe finito gli dissi:” Charlie, ma lo sai quello che hai fatto?”. E lui non aveva…. non se ne era neppure reso conto. Era una cosa venuta fuori in maniera estemporanea”. Il secondo set, del tributo ravellese, avrà quale protagonista il quintetto, al quale si aggiungeranno gli ottoni, vedrà l’esecuzione di “Perdido”, di “Salt Peanuts! Salt Peanuts!” da cui derivò il verbo Be-Bop, e ancora “Cherokee”, “A Night in Tunisia”, “Temptation”, “Autumn in New York”. Parker ha sviluppato un nuovo linguaggio di improvvisazione complesso, articolato, virtuosistico e armonicamente ricco di soluzioni e sostituzioni, una assoluta rivoluzione rispetto al passato, anche strumentale, il sassofono nato circa settant’anni prima di lui, con la sua inarrivabile tecnica, che è ancora oggi sorprendente, prese il volo. Le caratteristiche del suo nuovo modo di intendere il jazz furono una tendenza ai tempi veloci “fast tempo”, temi ritmicamente molto complessi, quindi una musica non più ballabile, ma da ascolto, mentre nei brani lenti, Parker divenne drammatico e struggente. Fu l’emergere di una nuova sensibilità più moderna, complessa e nevrotica, quel cambio di rotta del jazz moderno, il suono nuovo, per il cambiamento della società americana. Quando scomparve, a soli 35 anni, era davanti al televisore nella suite dell’Hotel Stanhope sulla 5ª Avenue a New York, appartamento della baronessa Nica Rothschild de Koenigswarter che lo aveva ospitato negli ultimi mesi. La baronessa scrisse: “Al momento della sua partenza, ci fu un tremendo tuono. Non ci ho riflettuto in quel momento, ma da allora ci penso spesso. Un musicista ha ipotizzato che Parker si sia disintegrato in “suono puro”.

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Teatri in Blu: Omaggio a Piero Ciampi

Oggi alle ore 21, al via in piazzetta Grotta la quarta edizione della rassegna di teatro e musica ideata da Vincenzo Albano per il borgo marinaro di Cetara, con “E bastava un’inutile carezza a capovolgere il mondo” di Atir Teatro Ringhiera

Di OLGA CHIEFFI

Stasera alle ore 21, al via in piazzetta Grotta la quarta edizione di Teatri in Blu, rassegna di teatro e musica ideata da Vincenzo Albano per il borgo marinaro di Cetara. Ad inaugurare il cartellone, sarà “E bastava un’inutile carezza a capovolgere il mondo” di Atir Teatro Ringhiera vede in scena Arianna Scommegna, attrice premio Ubu 2014, e alla fisarmonica Giulia Bertasi, che firma anche arrangiamento e drammaturgia della pièce. Lo spettacolo diretto da Massimo Luconi, in prima in Campania, è un viaggio nell’universo poetico di Piero Ciampi, artista incompreso che reinventerà la nostra musica d’autore. E’ questo uno spettacolo che il lockdown totale ha fatto saltare dalla stagione Mutaverso di Erre Teatro, un cartellone che prevedeva ben 22 appuntamenti tra cui questo previsto al Teatro Ghirelli di Salerno il 20 maggio. Vincenzo Albano ha pensato bene di offrire la possibilità al Teatro di Ringhiera di esibirsi e recuperare l’applauso del pubblico al duo femminile. A Piero Ciampi la musica italiana non ha fatto in tempo a regalare lo stesso riscatto da vivo: il cantautore livornese è morto il 19 gennaio del 1980, quarant’anni fa, appena 46enne. Ancora dimenticato, ancora in guerra col Paese, ancora orgogliosamente per conto proprio. Solo poi – come da copione, insomma – sarebbe arrivata la fatidica riscoperta. E il parallelo con Hank (o coi poeti maledetti dell’Ottocento, volendo) non è assurdo: anche lui era un maudit, un alcolizzato che sputava su ogni possibilità di successo; poeta e cantante (nel senso: era entrambe le cose insieme), vagabondo con una sensibilità fuori dal comune, reietto tanto della società quanto dello spettacolo. E anche lui, dopo una carriera da cane sciolto, fatta di mitologia da live ubriachi finiti a scazzottate e litigate, è stato rivalutato ai limiti dell’idolatria, nell’ottica di come l’eccesso ne abbia segnato l’arte, così intima e inimitabile. Oggi, per dire, c’è un premio a lui dedicato (il Ciampi, appunto), e anche a Cetara verrà ricordato con questo spettacolo, a 40 anni dalla scomparsa, con le sue canzoni che puzzano di whisky continuano a essere adorate, citate, spiegate, reinterpretate. Roba impensabile rispetto a ciò che ha rappresentato da vivo: un poeta di strada, incazzato e malinconico, avulso dagli applausi e dai salotti, il randagio della bohème intravista nella Parigi di fine anni ‘50 (dove lo chiamano Piero “Litaliano”) e vissuta dal porto di Livorno che l’ha cresciuto alla Milano delle case discografiche. Fra i pionieri del nostro cantautorato all’inizio dei ’60, Ciampi è stato il più ‘francese’ della schiera, e su canzoni sgangherate versava testi a mo’ di spoken e recital, collimanti con le poesie che leggeva in giro, piene – come i pezzi che scriveva, e come la sua vita – di donne impossibili, romanticismo, emarginazione, periferie, il vino, fame. Cronache sincere di un’esistenza di eccessi, con tutte le conseguenze negative che poteva comportare. Non c’è trucco, non c’è inganno: era davvero la scheggia impazzita della scena, l’osceno, e i suoi pezzi ne rappresentavano lo specchio perfetto. Testi tipo il vaffanculo di Adius o la grottesca dichiarazione d’intenti di Te lo faccio vedere chi sono io restano, sì, oasi popolate da goliardia, arroganza e scorze di malinconia e romanticismo, ma prendono quota soprattutto in relazione ai suoi stessi trascorsi. Un po’ come le altre opere di Ciampi, del resto, in cui i difetti (le cadute di stile, gli arrangiamenti mai davvero curati, i testi non sempre ispirati) e i pregi compongono un unico pacchetto, sensibile e violento. Spigoloso, certo, ma comunque originalissimo. Insomma, Ciampi non è – e forse non è mai voluto essere – al livello dei giganti del cantautorato italiano, ma è forse l’artista più sincero e selvaggio che abbiamo avuto.

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Daniel Oren – Vadim Repin Mozart’ Tribute

Domani sera, alle ore 21, i riflettori del Duomo di Salerno si accenderanno sul violinista russo che incrocerà la bacchetta del nostro direttore per il concerto Concerto per violino in Sol maggiore,  K216

Di Olga Chieffi

Ritorna a Salerno il violinista Vadim Repin, dopo quello splendido concerto cameristico, che lo vide protagonista insieme al pianista Itamar Golan al Teatro Verdi, tredici anni fa. Il violinista russo sarà questa volta ospite dell’Orchestra Filarmonica “G.Verdi”, e del suo direttore Daniel Oren, per l’omaggio mozartiano, nel 250° anniversario del suo viaggio in Italia e del suo passaggio a Napoli, capitale europea della musica. Domani, alle ore 21, nel quadriportico della cattedrale, serata monografica, che verrà inaugurata dal Concerto per violino in Sol maggiore,  K216. Negli anni attorno al 1775, prima del viaggio a Mannheim e Parigi, Mozart è tutto preso dalla voglia di scrivere permil teatro musicale; non avendone l’occasione, nella Salisburgo senza teatri dell’Arcivescovo Colloredo, si adegua alle richieste della sua carica di “Konzertmeister” producendo molta musica da camera e da chiesa; appartengono a questo periodo, intorno ai 19 anni di età, i cinque Concerti per violino e orchestra, il terzo dei quali, quello che ascolteremo da Vadim Repin, reca sul manoscritto come data di completamento il 12 settembre 1775.Nei vari viaggi in Italia, ebbe modo di ascoltare o di leggere opere dei maestri del violinismo italiano, Corelli, Vivaldi, Geminiani, Locatelli, Tartini e Boccherini; Mozart non dà l’impressione di voler far meglio di loro, gli basta la gioia di padroneggiare la materia, dialogando magari con umoristiche allusioni con quei modelli che nella prima metà del Settecento avevano insegnato il “violino italiano” a tutta Europa; salvo naturalmente superarli con improvvisi colpi d’ala, quando il gusto galante dominante in queste opere si ritrae di fronte a una immaginazione e a uno stile superiori. Nell’Allegro d’apertura orchestra e solista si alternano secondo la struttura “a ritornello”: alle ardite entrate del violino l’orchestra risponde con un tono sornione, da opera teatrale (circola un tema che riprende l’aria di Aminta “Aer tranquillo e dì sereni” dal Re pastore); nella sezione centrale c’è un episodio in minore, nulla di tragico o drammatico, ma certo un tocco di severità, quella severità che non manca mai in Mozart. Il ruolo del solista, a differenza di quanto avverrà col pianoforte, qualche anno dopo, è di integrazione e di dialogo, non di antagonismo; qui un’ampia cadenza del violino solo conclude il movimento, e una più breve cadenza solistica si troverà anche alle fine del secondo movimento. L’Adagio centrale, senza oboi, vede gli archi attutiti dalla sordina e il solista affrontare lo slancio di un’aria sul pizzicato dei bassi; un suggerimento del flauto viene subito ripreso dal violino e integrato nella calma del suo canto. Il Concerto si conclude con un Rondeau (Allegro), aperto dall’orchestra su un arguto panorama che attira a sé il solo, leggero e snodato in rapide sequenze; nelle giravolte della forma rondeau, con i temi che si presentano per allontanarsi e poi ricomparire, attrae sopra tutti un episodio in minore, pieno di mistero per l’accompagnamento in pizzicato, alla serenata. Il programma sarà chiuso dalla Sinfonia n°40 K550 in Sol Minore, scritta nel 1788. E’ questa una pagina inafferrabile, una delle più celebri e studiate dalla critica. Impostata nella tonalità di Sol minore (tonalità dell’affanno, della disperazione, della passione, la K550 supera i confini dell’indistinta rivolta emotiva contro il sentimentalismo galante. Se nella giovanile sinfonia K183 (ritenuta il microcosmo annunciatore della K550, il messaggio cupo e inquieto era affermato con univoca determinazione, nel caso della n°40, la potenza immaginativa viene arginata da un’ineccepibile perfezione compositiva, che sottrae la creazione a ogni intemperanza espressiva. Senza turbare la forma, senza forzare le strutture, senza ricorrere a incisive novità di scrittura, questa sinfonia affronta l’intero panorama dello spirito, la lotta, la coscienza, la rassegnazione. Il primo tempo in forma sonata è caratterizzato dalla melodia ampia e cantabile del primo tema presto elaborato in un gioco di contrasti drammatici pieni d’inquietitudine e di tensione. Seguono un Andante su ritmo di siciliana (definito una “pura fantasticheria wagneriana”), un Minuetto rude e severo, ma illuminato dalla serenità del Trio in Sol maggiore e un Finale, denso anch’esso di contrasti, di deformazioni, di ardite modulazioni.

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Ravello Festival: The Ellington Day

Questa sera alle ore 21,30  in piazzetta, il pianista Enrico Pieranunzi e il sassofonista Rosario Giuliani, presenteranno il loro progetto dedicato al genio del novecento, Duke’s Dream

Di OLGA CHIEFFI

Duke  Ellington ha inciso con diversi dei suoi solisti, in piccolo gruppo e in duo, a cominciare dal suo contrabbassista Jimmy Blanton, con la sua star Johnny  Hodges in Back to Back e Side By Side, con gli ospiti, Louis Armstrong,  Coleman Hawkins e John Coltrane. Questa sera alle ore 21,30, il Ravello Festival, in piazza, presenterà un duo d’eccezione, capace di realizzare il sogno del Duca, il pianista Enrico Pieranunzi e l’alto sassofonista Rosario Giuliani. E’ un omaggio quello di Enrico Pieranunzi e Rosario Giuliani, a colui il quale, andando a cercare i suoi archetipi, nella forza inventiva della musica colta di matrice europea, dalla quale ha ricavato ed elaborato quei frammenti della creatività e dell’immaginazione, ha offerto alla musica jazz un punto di riferimento capace di riscattare la primordialità creativa dell’Africa Nera, avviandola verso complesse e profonde possibilità di sviluppo: Duke Ellington. Sin dall’iniziale, sinuosa “Isfahan”, Pieranunzi e Giuliani dialogheranno , passando per “Satin Doll”, inizialmente frammentato, acquista una nuova, spiccata identità grazie al sapiente contrasto tra le voci dei due strumenti, che si alternano tra dimensioni di totale improvvisazione e spunti legati alla tradizione. E’ questo uno dei brani simbolo dell’ orchestra di Ellington, una compagine in cui s’intrecciano molteplici elementi psichici e musicali. E’ musica di Ellington, certo, ma al tempo stesso è la musica di ogni singolo membro dell’orchestra. E’ giusto questo il segreto del celebrato “Effetto Ellington”. Sulla front line dell’orchestra, gli insuperati sax ducali, regnava incontrastato il sax contralto di Johnny Hodges, detto The Rabbit, il coniglio, le cui improvvisazioni erano il pezzo forte dello spettacolo. Ritroveremo le sue morbide acciaccature, il suo sound incantevolmente terso, il fraseggio asciutto, nervoso e agilissimo, mantenuto entro arpeggi distanziati, i suoi glissandi da delirio, in “I got it Bad”, “Day Dream” e le diverse ballad affidate a Rosario Giuliani. Il tema, – diceva Johnny – l’ha scritto per me. Del resto, quasi tutti i suoi temi li ha scritti per me, ma quei passaggi li ho inventati io. Anzi no li ho brevettati”. Una possibile identificazione delle ragioni della scelta ellingtoniana va ricondotta al modello di Debussy e di Ravel in modo particolare. Il senso di libertà espressiva che la musica francese riesce a sprigionare da un contesto sonoro al cui interno le coloriture e i riflessi cangianti, operano in modo determinante. Del resto Duke in giovinezza avrebbe voluto fare il pittore, questo il suo sogno: scegliendo di essere musicista non vi ha rinunciato e ha dipinto con l’orchestra, e in scaletta ritroveremo anche brani principi delle suite, quali “Come Sunday”, dalla “Black, Brown & Beige”, una delle opere principe del secolo breve o “Sonnet for Caesar”, da “Such Sweet Thunder”, il progetto shakespeariano di Ellington. In programma, poi, troveranno posto anche brani originali, “Duke’s Dream”, una mini-suite di quasi dieci minuti che si sviluppa per quadri; “Duke’s Atmosphere” e “Trains”, una sorta di scherzo eseguito a tempo veloce con i due strumenti che si inseguono senza tregua. Immaginiamo non possa mancare uno dei brani più famosi del Duca, che si deve anche al genio di Billy Strayorn, l’arrangiatore e pianista, ombra di Ellington il quale, prendendo spunto da un modo di dire del band-Leader, per cui la stazione metropolitana di linea “A” sulla 155 esima strada era solo a 15 minuti di distanza dalla parte centrale di Manhattan, compose Take the “A” Train , un pezzo in tempo medio-veloce, divenuto la sigla dell’orchestra, attraverso cui Enrico Pieranunzi e Rosario Giuliani, ci condurranno naturalmente nella loro personale “Ellingtonia”, sulle tracce del Duca, nella coscienza della sua specificità.

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Daniel Oren meets Kian Soltani

Nel quadriportico del duomo di Salerno, questa sera, alle ore 21, l’orchestra filarmonica Giuseppe Verdi eseguirà con il solista iraniano il Concerto n° 1 in Do Maggiore di Joseph Haydn

Di OLGA CHIEFFI

Daniel Oren direttore d’orchestra, ma anche violoncellista e baritono, si ritroverà stasera, sotto le stelle, alle ore 21, nel quadriportico del Duomo di Salerno, alla testa dell’Orchestra Filarmonica “G.Verdi”, ad ospitare il violoncellista iraniano Kian Soltani. Oren e Soltani, si incontreranno sulle note del Concerto n.1 Hob. VIIb, in Do maggiore per violoncello e orchestra di Joseph Haydn. I concerti solistici di Franz Joseph Haydn vengono in genere considerati lavori minori, vuoi per il carattere disimpegnato, vuoi per le strutture meccanicistiche che, legate ancora alla logica del concerto barocco, condizionano il rapporto tra solista e «tutti». Nondimeno, pur non toccando i livelli vertiginosi raggiunti da Mozart, anche in questo campo Haydn realizza pagine di indubbia qualità e degne di attenzione. È il caso di questo concerto del quale non si conosce la data precisa di composizione, collocabile comunque tra il 1761 e il 1765, nei primi anni in cui il musicista è al servizio degli Esterházy. Scritto per Joseph Weigl, il concerto si contraddistingue per l’abilità della scrittura riservata al violoncello. Il virtuosismo è acceso, non ostentato; i contrasti drammatici tra solista e orchestra sono equilibrati. Per quanto non manchino momenti di tensione, prevalgono le sonorità brillanti e l’atmosfera è nell’insieme serena. Nel primo tempo, Moderato, l’orchestra presenta senza introduzioni un tema principale che, con il suo andamento maestoso su ritmi puntati, sembra quasi una fanfara di vittoria. A questo si contrappone un motivo più pacato che conferisce al brano dinamica emozionale. L’Adagio successivo costituisce una parentesi di intimo lirismo e pacatezza che, malgrado qualche lieve increspatura drammatica, non arriva a intaccare la dimensione serena e ottimistica complessiva del concerto. Il solista, accompagnato dai soli archi, ha modo di esibire tutte le sue doti di cantabilità ed espressività. L’Allegro molto finale è un movimento di grande brillantezza e vitalità che fa pensare a una specie di moto perpetuo di note veloci e staccate, e vede il violoncello cimentarsi in passaggi di agilità molto impegnativi. L’arguzia e l’inventiva più tipiche di Haydn emergono a tutto tondo, conferendo al discorso musicale un carattere estroverso e privo di ombre. Fra le sinfonie composte anch’esse per editori e società francesi nel 1787/89, sicuramente la Sinfonia n°88 in Sol Maggiore che andrà a concludere questo concerto monografico dedicato al genio di Rohrau, vede succedersi nel corso dei diversi movimenti le varie tappe di un’organica vicenda espressiva, che lascia intuire che siamo ormai nell’ambito di quello stupendo equilibrio orchestrale tipico delle «londinesi» e della piena maturità artistica ed espressiva di Haydn. Ecco perché è stato giustamente detto che Haydn arriva qui a toccare il culmine della sua creazione sinfonica in una sorta di esuberante gioia di vivere; un’opera scritta di getto con l’ardore dell’ispirazione — come lo stesso musicista annotò nella partitura autografa. L’opera esordisce con brio all’insegna della gioia, per confermare questa pienezza di sentimento in un Largo di toccante lirismo consolatorio; ma tale positiva crescita dell’animo viene all’improvviso smentita dal clima sardonico e straniante del Minuetto, lacerato da insolite modulazioni e ardite dissonanze che solo nel Trio si arrestano di fronte ad una splendida evocazione del mondo popolare, intrisa di futura mahleriana poesia. La crisi aperta da questa pagina ottiene una risposta dall’ultimo tempo, attraverso il gioco lucido, vivo ed essenziale di una danza burattinesca la cui effervescente ironia corre sui binari di un’abile sapienza compositiva.

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Il “cavalier” Placido Domingo: il baritono eroe

Trionfo indiscusso del cantante madrileno alla reggia di Caserta, che ha spaziato tra l’opera italiana, la Zarzuela e le immancabili canzoni napoletane, in duo con il brillante soprano Saioa Hernandez

Di OLGA CHIEFFI

“Il timbro del baritono è quello più difficile da trovare ed educare – soleva ripetere mia nonna Olga, nel corso delle riunioni serali in salotto, durante le quali si suonava, si poetava, si organizzavano stagioni musicali, mostre, cercando di arricchire la vita culturale di quella piccola città fatta a misura d’uomo, la Salerno dei primi anni del secolo scorso -, la voce di baritono ha un fascino tutto particolare poiché si pone tra il registro del tenore, all’ eterna ricerca dell’acuto e quello scuro e profondo del basso”. La nonna aveva avuto la fortuna di ascoltare i grandissimi Gino Bechi, Ettore Bastianini, Tito Gobbi, Titta Ruffo, Giuseppe Taddei, non aveva che l’imbarazzo della scelta, come non rimanere affascinati dal carisma  di Taddei, così versatile da essere un punto di riferimento sia nei ruoli comici che in quelli più marcatamente drammatici, o l’istrionismo di Paolo Montarsolo e di Enzo Dara, o l’arte finissima di Sesto Bruscantini e di Renato Capecchi fino al maestro Renato Bruson o il basso-baritono Ruggero Raimondi. Cosa avrebbe detto del Placido Domingo che sabato sera ha incendiato la Reggia di Caserta? Che Placido Domingo nonostante azzardi la corda da baritono, resta tenore nell’animo, l’eroe, il “cavaliere”. Domingo affiancato dalla voce splendida di Saioa Hernandez, tecnicamente impeccabile, ha esordito nei panni di Macbeth, uno dei ruoli verdiani più ardui interpretativamente, lambendo soltanto la fragilità dubbiosa e feroce, le cupe screziature in fa minore («Fatal mia donna, un murmure»), e quella disperazione senza pentimento: nell’accorato re bemolle maggiore dell’aria “Pietà, rispetto, amore”. Quindi, dopo il “Vissi d’arte” della Hernandez, il Gérard, di “Nemico della Patria”. Gèrard è mosso dalla gelosia, non dall’ideale politico, deve restare un servo, e anche qui è mancata l’idea della sentina, del tramare nell’ombra, quel fabbricare, pur provando ribrezzo di se stesso, le accuse ad un innocente per trasformarlo in traditore, straniero, “poeta”, nemico della patria. Quindi “La mamma morta” applaudita prova vocale, grazie alla voce duttile, omogenea in tutti i registri e ben timbrata anche nelle parti più gravi. Chiusura della prima parte del concerto, con il duetto del Trovatore “ Udiste? Mira d’acerbe lagrime”, tra il Conte di Luna, che deve macerarsi tra le incertezze che lo condannano ad una solitudine predestinata e la sincera Leonora, che non attende spiegazioni per sacrificarsi nella sublimazione di un affetto reso dalla vocalità della Hernandez, in ogni fibra.  Confessiamolo: siamo tutti andati a Caserta per omaggiare Placido Domingo, ma abbiamo incontrato uno splendido soprano e un pari direttore, Jordi Bernacer, alla testa della Filarmonica Salernitana Giuseppe Verdi, il quale è riuscito a coniugare partiture michelangiolesche come Macbeth e Trovatore, non abbandonando mai i cantanti, alla ricerca di un suono cangiante, che ha spaziato dall’ouverture de’ “La Forza del Destino”, con il clarinettista casertano Luigi Pettrone, che, finalmente, ha “giocato” in casa all’ombra della Reggia, con suono rotondo e omogeneo di straordinaria trasparenza e colore, al Notturno di Martucci, in cui si è respirato fascinazione da cima a fondo, alla luce di un nitore di segno fonte della modernità del tempo, sino all’Intermedio de’ La Boda di Luis Alonso, che ha introdotto una piccola antologia di Zarzuelas. L’ ‘excursus’ di Domingo e della Hernandez, attraverso quella che è la musica della loro tradizione popolare, è scorso fluido. La voce di Domingo ferma, il timbro morbido e teatrale che ne ha contraddistinto la carriera, la parola nella sua lingua, scolpita ed una ‘verve’ inossidabile che, quando occorre, cedeva il passo ad una straziante malinconia, ha confermato ciò che già ben sapevamo, ovvero, che, a prescindere dalle sue discutibili scelte di repertorio a cominciare da quel Rigoletto in Rai, che Placido Domingo resta una stella incontrastata del panorama musicale, poiché è vero musicista. Domingo resta un eroe, anche nell’indossare il frac senza “variazioni”, all’età di circa ottant’ anni, con cambi d’abito, il braccio che non è mai mancato a Saioa Hernandez, il tutto in una notte caldissima, conclusasi con ciò che attendeva certo pubblico, le canzoni napoletane, in ricordo dei tre tenori, sicuramente l’episodio più commerciale di una indimenticabile carriera. “Dicitencello vuje” e “Core ‘ngrato”, che ha salutato l’intenso solo della “spalla” Daniela Cammarano, chiudendo in duetto con la Hernandez “ ‘O sole mio”. Applausi per tutti e per il direttore artistico Antonio Marzullo che ha seguito emozionato, il concerto al fianco della direttrice della reggia, Tiziana Maffei.

Nell’ immagine di Nicola Cerzosimo, Placido Domingo

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Addio a Little Richard, uno dei padri del rock and roll

Ne dà notizia Rolling Stone citando il figlio del musicista diventato celebre per hit come Tutti Frutti e Long Tall Sally. Aveva 87 anni.

Little Richard, uno dei padri fondatori del rock and roll, è morto all’età di 87 anni. Lo riferisce Rolling Stone, citando un comunicato del figlio del musicista di Tutti frutti, Danny Penniman. La causa della morte non è stata specificata. Little Richard – vero nome Richard Danny Penniman – divenne celebre grazie al suo stile travolgente al piano e al suo look trasgressivo nell’America conservatrice degli Anni 50. Tra le sue storiche hit, Long Tall Sally, Lucille e Good Golly Miss Molly.

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Gli Stones, animali in estinzione che neanche il lockdown può fermare

Prima una performance memorabile all'One World: Together At Home. Poi un nuovo singolo inedito, Living in a Ghost Town, tanto attuale ma quasi già un classico. Questi figli della guerra, degli Anni 40, signori del disastro, sono ancora come nessun altro.

Ci voleva l’isolamento per stanarli. Ma come, Bob Dylan sì e noi no? E così, in quattro e quattr’otto, ecco qui un nuovo brano dei Rolling Stones. Figlio del lockdown, della voglia di esserci, di dire la loro. Living in a Ghost Town è uscitoil 23 aprile, naturalmente in Rete, annunciato da Mick Jagger, poi anche dagli altri alle 5 pomeridiane. Un’ora dopo, veniva reso disponibile. Un’ora e quattro minuti dopo, il web frizzava per questi quattro vecchiacci che non conoscono tregua, né cali di tensione. Alle 20, il video, immagini claustrofobiche da uno spioncino di città derelitte, inframmezzate a loro che, in studio, cantano, incidono. Fin troppo facile. Subito virale. Fin troppo facile.

«La vita era meravigliosa, poi tutti siamo stati rinchiusi». Genesi ambigua, ma, dalle comuni dichiarazioni, sembra di cogliere un brano più o meno pronto da un anno, ricombinato per l’occasione: «Ci abbiamo lavorato in isolamento», dice Jagger. Il che significa una navicella spaziale di videochiamate, un testo almeno parzialmente riscritto, tanto per essere sul pezzo. «Puoi cercarmi, ma non mi trovi. Devo stare fuori vista, devo stare nascosto… Troppo tempo da perdere, inchiodato al mio telefono». È puro Jagger e, in verità, è qualcosa di morboso: all’inizio non pare granché ma è viscido, ti si appiccica addosso. Niente numeri, assoli o riff memorabili, è tutto Mick che canta con la solita spettacolare convinzione. Ascoltandolo viene in mente Goat’s head soup, l’album del 1973, rock decadente, rilassato. Viene in mente anche un po’ di Jamaica, quello spruzzo di dub, brevissimo, nel break.

Ma viene in mente, fortemente, anche Sweet Neocon, già sull’ultimo album, A Bigger Bang, del 2005, di cui Living in a Ghost Town rappresenta una versione aggiornata e corretta. Puro groove, solo quello. «Mi sono divertito molto a suonarla», dice Charlie Watts.

Non è, par di capire, l’anticipo di un album, è un singolo buttato nel vortice della pandemia, e tale resterà. «Avevamo pensato di tenere questo per un nuovo album, poi è scoppiato il casino e insieme a Mick abbiamo deciso che questa canzone andava lavorata adesso ed eccola» bofonchia Keith Richards seduto su una soglia, avvolto da un mantello.

QUELLA PERFORMANCE COSÌ LONTANI E COSÌ VICINI

La vita è una cosa buffa: a 20 anni non ti separi mai e scrivi la storia del rock, a 45 ti fai la guerra, a 50 componi per conto tuo perchè non ti sopporti ma devi farlo per i soldi e poi qualcuno mette tutto insieme; a quasi 80 devi stare isolato insieme, fai i brani a distanza, in videochat, li spari in Rete. Ci suoni anche, a distanza. Come è successo appena una settimana fa all’One World: Together At Home, quando i Rolling Stones hanno fatto qualcosa di inconcepibile per loro, band da palco come nessuna. Hanno provato a esibirsi distaccati, tutti e quattro, da migliaia di chilometri. Ma qui bisogna fare un passo indietro.

Un concerto dei Rolling Stones del 2016.

Bisogna tornare alla notte di sabato 18 aprile, quando il mondo musicale che conta sfila sui social in diretta senza muoversi dalle rispettive magioni. Eccoli in ordine sparso. Billie Eilish, la ragazzina problematica. Macca, maturo barbagianni travolto dalla frana del tempo. Elton John, sempre più simile a un vecchio pastore abruzzese. E via via tutto il mondo, Bocelli che ormai lo vediamo dappetutto e ci esce dalle orecchie. Stevie Wonder che a ritrovarlo uno pensa, ah, ma è ancora vivo, meno male. Céline Dion che ormai è una figurazione picassiana, tipo la Donna che piange. Lady Gaga che, complice Tony Bennet, si è riverginata diventando una cantante vera. Zucchero scuffiato che anonimizza la fantastica Everybody’s got to learn sometime. Eddie Vedder che era presuntuoso a 20 anni e adesso è semplicemente insopportabile almeno quanto noioso. Eccetera, eccetera, eccetera. Poi arrivano loro. Arrivano i vecchiacci su quattro riquadri: Mick cam, Keith Cam, Ronnie cam, Charlie cam. Si accendono una dopo l’altra. E, dannazione, tutto cambia.

Non importa se lo streaming slitta di qualche frazione di secondo, rendendo il tutto raffazzonato, per andarci piano. Basta e avanza la presenza scenica

Non importa se veleggiano verso la quarta età. Non importa se Keith, con un misterioso bicchiere pieno di chissà che pozione, suona per modo di dire e comunque non si sente un beato c…. Non importa se lo streaming slitta di qualche frazione di secondo, rendendo il tutto raffazzonato, per andarci piano. Basta e avanza la presenza scenica. Anche segmentata. Anche a distanza. Bastano e avanzano quelle facce lì. Quei sorrisacci lì. Quell’entusiasmo, ancora e ancora, in tutto e per tutto. Sono lì: suonano, o fingono, ma con l’ardore di sempre e un carisma che non cede. Questi figli della guerra, degli Anni 40, signori del disastro, sono ancora come nessun altro. Si concedono la libertà di chi non ha più niente da perdere né da vincere: ma insiste, ed ogni occasione è buona. Lo fanno a modo loro, con l’eleganza stracciona che li ha resi unici, la loro performance la potresti vedere indifferentemente in uno stadio colmo o sotto la metropolitana: cambia poco e niente, la passione e il distacco, la convinzione e il controllo sono sempre lì. Intatti. Inossidati.

ANIMALI IN VIA DI ESTINZIONE

You can’t always get what you want, per la miliardesima volta e la sinfonia rock and roll, composta nel 1968, a 24 anni, incisa e pubblicata l’anno dopo, è più che mai gioiello; suggello inarrivabile, commovente, avvicente, che non si cura di Spotify, delle visualizzazioni, della polverizzazione della musica: nessuno, oggi, può scrivere qualcosa di lontanamente simile. Nessuno può suonarla così. Con Mick che la canta come fosse la sua prima e ultima volta. Con Ronnie che riempie lo spazio infinito di lick, di passaggi, di trovate, di invenzioni. Con Keith che chissà che accidenti sta facendo, seduto sul divano con una acustica coreografica. E con Charlie. Ah, Charlie! Il re di questa performance e di tutta la notte. Non si è neppure scomodato a procurarsi una batteria giocattolo, sta seduto davanti a delle scatole, dei bauletti, con un paio di bacchette e finge di percuoterli, mima il suo mestiere, agita le braccia e suona l’aria. Ogni tanto sghignazza, più simula partecipazione e più se la ride. Ma che gli vuoi dire a uno che nel ’64 rullava di charleston e di grancassa mentre Brian Jones cantava Popeye the sailor man mentre le ragazzine infoiate urlavano a tal punto che, tanto, non si capiva niente?

Il mondo li guarda con la riverenza stupita delle specie che evaporano

Sono gente così e, dopo 56 anni, si divertono ancora così. Anche così. Sono animali in estinzione e il mondo li guarda con la riverenza stupita delle specie che evaporano e loro lo sanno. E ridono. Charlie è diventato il protagonista di questa nottata planetaria risplendendo in ciò che avrebbe reso chiunque altro uno sfigato: il suo cazzeggiare da adolescente 79enne che fa finta di suonare beato mentre agita le bacchette per aria, non poteva non diventare virale e adesso tutti, specie i ragazzini, in tutto il pianeta fingono di suonare con due scatole di cartone davanti. Se non è punk questo!

C’è un sottile snobismo, tutto britannico, in un gesto così. Uno come Watts potrebbe semplicemente alzare il telefono e gli porterebbero seduta stante una batteria tutta d’oro nel tinello: se non ha voluto, se non si è dato pena, è segno che proprio non gliene fregava niente, di suonare, dell’One World, della beneficenza, della pandemia, della colleganza, di fare la figura da scemo, di diventare virale e di tutto il resto. “Stone face” lo chiamavano, faccia di pietra. Come a dire: basta questa faccia amici miei, basta la nostra presenza, ragazzini che ve la tirate esibendo le vostre patologie. Quei vittimismi. Quelle lucrose fragilità. Fragili e vittime gli Stones non lo sono stati mai e adesso, all’alba degli 80 anni, si preparano a lasciarsi alle spalle la pandemia, ad affrontare un altro tour, a licenziare un altro disco (Dio, fa’ che si decidano, loro saranno anche eterni ma noi no).

La mattina dopo, a poche ore dalla loro performance, è comparsa in rete una foto di loro quattro ghignanti, e, sotto, la scritta: “Scusate se la batteria era troppo alta”.

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La quarantena secondo Stefano Bollani: «La musica non deve fermarsi»

Molti artisti hanno deciso di rimandare l'uscita dei loro album. Non il compositore e pianista che dalla sua casa di Roma in cui sta condividendo la reclusione forzata con la moglie spiega: «Spero che sia di buon auspicio. Inizia ad uscire lui, poi magari toccherà a noi». L'intervista.

«Come sta andando la sua quarantena? Dove si trova?», mi chiede a bruciapelo il compositore, pianista e cantante Stefano Bollani a inizio intervista.

«Sono a Milano. Da solo, ma con una lunga lista di videocall e cose da fare. E lei?». A lui va sicuramente meglio. Con la sua voce entusiasta mi spiega infatti che è nella sua casa di Roma e sta trascorrendo questa reclusione per coronavirus con la moglie Valentina e il loro cagnolino. «Di questi tempi lui è preziosissimo», dice, mentre nella mia mente compaiono i meme che girano sul web con persone che pur di mettere il naso fuori casa porterebbero a passeggio anche un peluche. «Usciamo tre volte al giorno (onde evitare polemiche chiariamo che quando esce col cane Stefano non c’è anche la moglie e viceversa, ndr)».

HA DECISO DI FAR USCIRE IL SUO DISCO, NONOSTANTE LA QUARANTENA

Che poi a uscire non è solo lui col cane, ma anche il suo nuovo disco. Piano Variations on Jesus Christ Superstar era previsto per il 3 aprile e così è rimasto. Una decisione abbastanza controcorrente visto che la maggior parte degli artisti sta rimandando la pubblicazione o distribuzione delle loro opere. Glielo faccio notare, ma per Bollani il problema non si pone: «Intanto spero che sia di buon auspicio. Inizia a uscire lui, poi magari toccherà a noi». Poi per il compositore questo album è come un figlio: «Sarebbe stato un peccato tenerlo rinchiuso».

FAN DI JESUS CHRIST SUPERSTAR FIN DALL’ADOLESCENZA

Come suggerisce il titolo, il disco è la personale rilettura solo al pianoforte delle musiche del film Jesus Christ Superstar. «Avevo 14 anni quando l’ho visto la prima e sono rimasto folgorato sia dalla pellicola che dalla colonna sonora. C’era Gesù che cantava musica rock!». L’idea del progetto però gli è balenata nella testa solo nel 2019 mentre era steso su un’amaca. «Ho pensato: perché non fare una versione intima? Che è un po’ il contrario dell’originale». Per farlo ha ricevuto il permesso di Andrew LIoyd Webber che ha composto le musiche originali. Gli chiedo se si sono sentiti in qualche modo e se ha ricevuto un feedback: «Non ancora, mi ha dato il permesso a scatola chiusa. Sono davvero curioso di sapere cosa ne pensa».

DOMANDA. Visto che parliamo di musica ai tempi del coronavirus non posso non chiederle se le è piaciuta l’iniziativa dei balconi canterini.
RISPOSTA.
Li hanno fatti anche qui. È l’ennesima dimostrazione di quanto la musica sia è importante per tutti. Che poi questo lo sapevamo già, più o meno inconsciamente tutti.

Ci ha fatto sentire più uniti?
Assolutamente sì. La musica è condivisione fin dagli albori dell’umanità. Pensi a quella che si faceva intorno a un fuoco, a un tempio, o in ocassione di una nascita o di una morte. Per chi ci crede, ci permette di comunicare con spiriti più alti.

Anche se in questo momento la possiamo condividere solo a distanza.
In questi giorni sarei dovuto essere in giro a suonare. Il concerto live è una cosa importante per un musicista. Proprio perché ti permette di entrare in comunicazione con il tuo pubblico. Per fortuna ci sono le dirette Instagram.

Lei e tanti altri artisti state intrattenendo il pubblico in questo modo. Un regalo a tutti i fan?
In realtà abbiamo un grosso tornaconto. Ci guadagniamo entrambi: trasmettiamo calore e ne riceviamo indietro altrettanto.

E un po’ tutti evadiamo dalla tempesta di notizie da cui siamo bombardati.
Posso dire una cosa a riguardo?

stefano bollani quarantena
Il compositore Stefano Bollani.

Certo, la ascolto.
Ho letto su alcuni testi di linguistica che l’informazione è quella cosa che porta una novità. Se non c’è novità è solo comunicazione. Quando accendiamo la tivù non riceviamo solo novità. Quindi quando non è così spengo. Io ho bisogno di materiale su cui riflettere, altrimenti faccio altro.

Di cosa sono fatte le sue giornate quindi?
Leggo, suono, medito, faccio ginnastica.

E cosa le manca fare oltre ai concerti?
Guardi mi tengo talmente impegnato che non ho ancora pensato alle cose a cui sto rinunciando. In realtà era come se fossi già in una specie di quarantena. Io e Valentina venivamo già da due mesi di vacanza a casa.

E poi immagino che lei, per il lavoro che fa, abbia un buon rapporto con la solitudine. Sbaglio?
Ho un ottimo rapporto con la solitudine! Anche perché spesso viaggio da solo.

E appena saremo tutti liberi, quale è la prima cosa che farà?
Non ci ho ancora pensato. Anzi sì. Io e Valentina andremo al mare. Bisognerà scegliere bene il posto perché sarà pieno ovunque.

Un bel modo per ricominciare. Proverò a farlo anche io. Qual è il sentimento che sta vincendo in questo periodo di emergenza sanitaria mondiale?
Mi sento in attesa, come tutti.

In attesa di cosa?
Credo che ci aspetti una sorta di dopo guerra. La storia ci insegna che, di solito, durante il dopo guerra c’è un rifiorire delle arti. Perché chiusi in casa abbiamo avuto tempo per pensare, per fare un salto evolutivo in avanti. Tutti parleremo di grandi temi.

Ci saluti consigliandoci un disco da recuperare durante la quarantena.
Più che un disco vi suggerisco una canzone che mi mette allegria e mi tira sempre su.

È utile. Ci dica!
Cheek to cheek nella versione di Ella Fitzgerald e Louis Armstrong.

Grazie! Allora buona quarantena.
Anche a lei. Si diverta.

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La quarantena secondo Ornella Vanoni: «Godiamoci la pigrizia»

La cantante è rimasta a Milano per stare vicino ai suoi famigliari che però vede solo attraverso lo schermo del telefonino. In una quotidianità peggiore rispetto a quella della guerra. E sulle canne prima di dormire: «Sono il mio sonnifero, altrimenti non prendo sonno». L'intervista.

Se sei un #bimbodiOrnellaVanoni da anni, l’idea di intervistarla ti mette un po’ di ansia. Vorresti farle migliaia di domande sulla sua vita, sulla sua musica, la sua quotidianità e un po’ ti rammarichi perché non sarà possibile.

Quando ci siamo sentiti la prima volta per organizzare la nostra chiacchierata, Ornella Vanoni non aveva ancora pubblicato sulle sue pagine social il video, che è poi diventato virale, in cui commossa invitava gli italiani a rimanere a casa e seguire scrupolosamente le indicazioni del governo per limitare la diffusione del coronavirus.

Quasi due settimane dopo ecco che squilla il telefono. È lei. Ho l’impressione di non essere il primo, e nemmeno l’ultimo, che vuole parlare con lei della quarantena: «Volete parlare tutti della stessa cosa», mi dice. «Facciamo in fretta», la rassicuro io.

Ho pensato : vi canto una canzone o vi dico quello che penso ? #iorestoacasa #restiamoacasa #ornellaornellavanoni @ornellavanoniofficialpage

Posted by Ornella Vanoni on Wednesday, March 18, 2020

Le faccio notare che nel video appello che ha fatto il 18 marzo sembrava impaurita. «Non è la sensazione che ho dato», mi interrompe subito. «Sembravo vera. Non c’è più nessuno che lo è. Che ha il coraggio di fare vedere i sentimenti. Ero preoccupata e addolorata». Per questa emergenza sanitaria mondiale e le sue conseguenze. Quella che mi sembra le pesi di più è l’impossibilità di vedere la sua famiglia. «Sono rimasta a Milano così almeno sono vicina ai miei», raccontava con le lacrime agli occhi nella clip. Ma i suoi non li può incontrare, non li può toccare. «Vedo le loro facce solo attraverso il telefonino».

«IMPARIAMO A GODERCI LA PIGRIZIA»

Eppure la solitudine a Ornella piace. «Certo questa è una solitudine imposta, non scelta. Ma anche in questa condizione si può trovare pace». E la ricetta per farlo è «godersi la pigrizia». In questo modo aiutiamo noi stessi, ma anche i medici che sono «come i soldati in prima linea durante la guerra».

DOMANDA. Un’esperienza che lei ha vissuto.
RISPOSTA.
All’epoca potevo uscire il pomeriggio, andavo a trovare i miei cugini, giocavamo. Era la sera il problema. Si dormiva al freddo, vestiti, con le scarpe e il cappotto sulla seggiola per essere pronti a scappare quando suonava la sirena.

Da come ne parla sembra che la quotidianità ai tempi del coronavirus sia addirittura peggio di quella della Seconda guerra mondiale. Sbaglio?
Non sbaglia (risponde dopo averci pensato per qualche istante, ndr). Certo non c’era il lusso che c’è oggi, ma potevamo uscire. Dopo il primo bombardamento su Milano, ci siamo spostati a vivere in un appartamento a Varese. Stavamo in questo piccolo salottino dove c’era la stufa a legna perché le altre stanze erano troppo fredde. Mi ricordo che preparavo le sigarette a mia mamma con una macchinetta.

Altri ricordi di quel periodo?
Quello che non dimenticherò mai è il profumo di sapone, di pulito che hanno portato i soldati americani con i loro capelli rasati a zero e le loro t-shirt bianche. Lo sento ancora.

La preoccupazione in tempo di guerra era sicuramente maggiore. Me lo conferma?
Era diversa. Perché sapevamo chi era il nemico. Oggi il nemico è il coronavirus. Ma non sappiamo chi sia.

Quando vedo i politici che in tivù litigano sul coronavirus, spengo tutto guardo un film

Eppure molti italiani inizialmente non hanno rispettato le linee guida del governo e il decreto #IoRestoACasa. Soprattutto gli anziani. Secondo Natalia Aspesi gli anziani non hanno paura.
Io non ho paura, ma nemmeno mio nipote che ne ha 24 anni. Basta stare attenti. La paura non serve a niente. Bisogna seguire le regole.

Lei ha mai avuto paura nella sua vita?
Durante la guerra sentivo quella che provavano i miei. Ed era molto forte. Oggi mi sembra che la paura sia globale. E anche i vecchi penso ce l’abbiano. Certo abbiamo vissuto tutta una vita e possiamo anche andarcene.

I media fomentano questa paura globale?
No. Ma confondono le idee. Tutti ne parlano. Adesso cominciano anche a litigare sul tema. Soprattutto i politici, madonna santa (e ricrea qualche esempio di dibattito in tivù, ndr).

Fanno campagna elettorale anche sul coronavirus?
Sì, allora sa cosa faccio? Spengo tutto e vado a vedermi un filmino. C’è gente che invece sta attaccata tutto al giorno alla televisione per sapere cosa succede. Diventa una malattia poi.

Non le piacciono le litigate politiche in tivù, ma un’idea sull’operato del governo Conte se l’è fatta?
Onestamente a me sembra che il premier si sia dato da fare per quello che poteva fare. Non ritengo che sia un nullafacente. Non sarà il genio della lampada, ma è un momento estremamente difficoltoso. Non abbiamo un centesimo, ricordiamocelo. Dove sono questi soldi?

Spero di poter finire il disco a cui sto lavorando prima che io deceda

Nel video che ha pubblicato sui social a metà marzo dice che fa le scale fino al quinto piano per tenersi in movimento senza uscire. Di cos’altro è fatta la quotidianità di Ornella Vanoni ai tempi della quarantena?
Leggo, scrivo, esco col cane, parlo con la mia famiglia e con gli amici.

Anche alcuni colleghi?
Sì, certo. Giuliano Sangiorgi, Renato Zero, Paola Turci. Vabbé Gino Paoli. Siamo amici.

Com’era la sua vita prima della pandemia?
Avevo delle giornate molto concitate. Dalle cose più banali: il trucco, il parrucchiere, gli amici. E poi stavo lavorando a un disco da mesi con alcuni autori.

E adesso è tutto congelato.
Fino a che non potrò entrare in studio sì. Speriamo di farlo prima che io deceda (lo dice ridendo, ndr).

Non dica così! A proposito di musica. Le è piaciuta l’iniziativa dei balconi musicali?
È stato bello. Ci faceva sentire uniti. Come dovremmo essere in questo momento. La musica metteva allegria e ci faceva sentire comunità.

Una comunità che però si dimentica delle tante donne per cui convivenza forzata vuole dire violenza domestica come ha fatto notare sul suo profilo Facebook.
In questo momento nessuno se ne occupa per davvero. Il Telefono Rosa suona poco. E a me fa pensare al peggio.

Nonostante gli annunci fatti da molte cantanti e colleghe per sostenere le donne che in questo momento sono costrette a…

Posted by Ornella Vanoni on Thursday, March 26, 2020

È stata lanciata la campagna Libera Puoi per sensibilizzare sul tema. L’ha vista?
Sì, non mi piace. Se non sono libere come fanno a potere?

Invece la natura può tornare meravigliosa se l’uomo si ferma. Ce l’ha ricordato lei la mattina del 30 marzo postando un video di una Venezia rinata.
Certo non possiamo tornare all’aratro, ma per esempio Venezia non può essere trattata come Roma. È una città delicata. Anzi non è nemmeno una città, è un luogo di meraviglia. Accessi limitati e monitorati, come se fosse un interno. Niente navi.

Magari tutta questa brutta situazione ci insegna qualcosa. Lei che ne pensa?
Io me lo auguro. Dovremmo imparare un po’ di moderazione. Meno velocità.

Prima di salutarci mi toglie una curiosità?
Se posso sì.

Ha dichiarato che da 55 anni si fuma una canna prima di dormire. Se ne è tanto parlato. Quest’abitudine è ancora in voga anche in quarantena?
È il mio sonnifero! Ne ho provati tanti, ma funziona solo quello. Se non me la faccio non dormo! Che poi, scusate, in America adesso è libera.

È vero. E non solo lì.
Tra l’altro c’è anche un olio a base di marijuana che fa passare i dolori al corpo. L’ho provato e funziona.

LE PUNTATE PRECEDENTI

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La quarantena di Michele Alessandrino: «Re dei flashmob solo per hobby»

Grazie alle sue imitazioni (direttamente dal balcone di casa) di Morgan, Achille Lauro, Elettra Lamborghini e Loredana Bertè ha conquistato più di 60 mila follower su Instagram. Ma il 20enne di Caserta non vuole trasformare questo successo in un lavoro. E ha già rifiutato la richiesta di molti manager.

In pochi giorni ha superato i 60 mila follower su Instagram e si è guadagnato il titolo di ‘re di flashmob‘. Un successo del tutto inaspettato e totalmente homemade, quello di Michele Alessandrino. 20 anni, originario di Caserta, è diventato virale grazie alle sue esibizioni sul balcone di casa. In un’Italia che, in piena emergenza coronavirus, alle ore 18 si è riscoperta canterina non è facile farsi notare. Eppure lui ce l’ha fatta. Merito dell’idea di imitare nel look i cantanti che omaggia.

«CHE SUCCEDE? DOV’È BUGO?»

Tutto è iniziato con Sincero di Morgan e Bugo, nella controversa versione rivisitata dall’ex Bluvertigo sul palco dell’Ariston. Michele esce sul balcone in occhiali da sole e abito nero: «Le brutte intenzioni, la maleducazione, la tua brutta figura di ieri sera…». Dopo l’ultima nota si guarda in giro e saluta il pubblico del suo quartiere (affacciato alle finestre e sulle terrazze) con l’ormai iconico: «Che succede? Dov’è Bugo?». Ed era solo il quinto giorno di quarantena.

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Quinto giorno di quarantena, i risultati.

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NON VUOLE LAVORARE NEL MONDO DELLO SPETTACOLO

Mi chiede di chiamarlo dopo le 18. Immagino che sia perché debba registrare un nuovo video. La realtà è ben diversa: «Avevo lezione online e poi c’è un tempaccio. Non si può nemmeno uscire sul balcone», mi spiega. Perché, a dispetto di quello che possono aver pensato in tanti, Michele non ha intenzione di trasformare queste esibizioni in un lavoro. Da grande vuole lavorare nella sicurezza. Studia infatti a Narni Scienze per l’investigazione e la sicurezza. Quando l’università ha chiuso, però, è tornato in famiglia a Caserta. Ed è da quella terrazza che è partito tutto.

DOMANDA. Come le è venuta l’idea di fare queste imitazioni?
RISPOSTA.
Per caso. Vedevo flashmob ovunque in tivù e sui social.

Un po’ se lo aspettava questo successo?
Assolutamente no. Volevo solo intrattenere il mio vicinato.

Ed è finito ad intrattenere l’Italia dei social. Come ci è riuscito?
Credo sia merito di una mia amica che ha segnalato la mia story a molte pagine.

Quanto tempo le richiede la preparazione?
A livello canoro, come potete sentire, davvero poco. Mi impegno un po’ di più per la ricerca dei look negli armadi di casa. Anche perché non si può uscire.

Si fa aiutare?
Mia mamma mi dà una mano con i costumi, papà nel montaggio delle casse, mentre mio fratello mi riprende.

Dopo Morgan sono arrivati Achille Lauro, Elettra Lambroghini e Loredana Bertè. Chi le è piaciuto di più interpretare?
Forse mi sono divertito di più a (s)vestirmi da Achille Lauro (l’esibizione, che omaggia la partecipazione del cantante a Sanremo 2020, inizia con Michele che indossa una coperta o un lenzuolo a mo di mantello che poi si toglie per rimanere in slip e canottiera, ndr). Che forse è quello che ha avuto più visualizzazioni.

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CI SON CASCATO DI NUOVO. @achilleidol

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Si è fatto sentire qualcuno dei quattro artisti che ha portato sul balcone?
No. Solo Elettra Lamborghini mi ha ripostato nelle sue stories.

Come sceglie chi interpretare?
Devono essere particolari sia dal punto di vista vocale sia dell’immagine.

Quindi non fanno per forza parte dei suoi ascolti quotidiani?
No però i brani di Morgan e di Loredana Bertè mi piacciono molto. Quelli di Lauro ed Elettra non sono il mio genere, ma li ascolto volentieri.

Che cosa ascolta volentieri?
Il rap e la trap americana. Però sono abbastanza onnivoro musicalmente parlando. Il mio cantante preferito è David Bowie che non c’entra nulla con il rap e la trap.

Anche Bowie amava i look appariscenti. Vedremo anche lui?
Ho una rosa di nomi, ma non ho ancora deciso chi fare e quando.

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E il resto? @elettramiuralamborghini

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Insomma effetto sorpresa. Che rapporto aveva prima con i social network?
Pubblicavo pochi contenuti. Usavo Instagram per vedere i profili che mi interessano. Quelli dedicati al calcio e ai meme soprattutto.

È appassionato di calcio quindi. Per quale squadra tifa?
Per il Milan. Pensi che una volta che i video hanno iniziato a girare sono stato contattato direttamente dal capitano Alessio Romagnoli che voleva farmi i complimenti.

Da tifoso deve essere una bella soddisfazione. Altri personaggi famosi che le hanno scritto?
Leonardo Pieraccioni mi ha inviato un audio in cui mi spronava a continuare. Poi Tommaso Paradiso ha ripostato una delle mie esibizioni.

Questa esposizione mediatica (è stato anche in tivù, ndr) le sta cambiando la vita?
Io rimango sempre quello. Certo la gente mi scrive, mi chiede altri video. Molti si aspettano delle cose da me.

Ormai è il re dei flashmob. Mi sorprenderebbe il contrario.
Questo titolo mi diverte molto.

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Chiedo umilmente scusa a @loredanaberteofficial

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Eppure, mi pare di capire, che non ha intenzione di cavalcare questo successo.
Mi hanno contattato alcuni manager, ma ho rifiutato.

Perché? C’è chi farebbe carte false al posto suo.
Io non ho talento, è solo divertimento. Posso pure inventarmi qualcos’altro, ma non andrei molto lontano. Ironicamente ho scritto su Instagram che sono un artista da balcone. Nulla di più.

Cosa le hanno proposto i manager che l’hanno cercata?
Collaborazioni con aziende.

Poteva diventare un passatempo remunerato, non ci ha pensato?
Sì, però avrei dovuto iniziare a fare anche i miei video in un certo modo. Sarebbe diventato più impegnativo. E, visto che la mia priorità rimane l’università, devo essere libero di farli come e quando voglio. Non sotto pressione. Poi, farne uno al giorno diventerebbe pesante per me e per gli altri. Uno o due a settimana sono più che sufficienti. Per lo meno fino a che continuerò a divertimenti e ad avere tempo.

Non è fatto per la vita da influencer. Come sta vivendo, invece, questo clima di apprensione generale per il coronavirus?
Con apprensione appunto. Sa, soffro di asma e mia mamma non mi permette di uscire da più di due settimane.

Sarebbe bello non dover cambiare autocertificazione ogni giorno perché tra un po’ dovremo uscire anche per comprare il toner della stampante

E, oltre a studiare, come occupa le sue giornate?
Mi tengo in forma in giardino, guardo video calcistici e serie tv.

Una che le è piaciuta particolarmente?
Sabrina.

Cosa le manca di più?
Vedere e stare con i miei amici. Le videochiamate non sono la stessa cosa. Poi da un anno non vivo a Caserta. Mi fa un po’ strano stare a casa dei miei genitori. Non che non mi trovi bene. Ma è strano appunto.

Quindi la prima cosa che farà quando ne usciremo sarà una rimpatriata dal vivo con gli amici?
Credo proprio di sì. Anche se penso ci sarà ancora molta paura e cautela per lo meno per qualche mese.

È molto giovane, ma, immagino, stia seguendo quello che succede in Italia anche a livello politico.
Tutto. Mi sembra che il governo stia facendo un grande lavoro vista la situazione d’emergenza. Chiaramente va fatto altro per le partite iva e le piccole aziende. Però dobbiamo lasciarli lavorare. Conte si sta impegnando al massimo.

Non mi dica che anche lei è un bimbo di Giuseppe Conte!
Assolutamente sì. Ecco, però, sarebbe bello non dover cambiare autocertificazione ogni giorno perché tra un po’ dovremo uscire anche per comprare il toner della stampante (ride, ndr).

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Caro Dylan, cosa vuoi dirci con Murder Most Foul?

Dopo otto anni, il cantautore americano torna con una nuova canzone. Sono 17 minuti che non finiscono mai e, al tempo stesso, in un soffio finiscono. Un viaggio nel Novecento, che parte dall'omicidio Kennedy per arrivare ai giorni nostri. Ma qual è il significato? Possiamo scervellarci ma sappiamo già che non ci arriveremo.

Che cosa vuole dirci Bob Dylan con Murder Most Foul, il suo primo pezzo inedito in otto anni, una canzone sola, circolare, ossessiva, non recente, nata chissà quando, ma tempestiva, ma nuovissima, lunga, una canzone sola, ma in realtà un ep, 17 minuti che non finiscono mai e in un soffio finiscono?

Cosa vuole dirci questo Caronte del 1963, anno del delitto più sordido, come da titolo, quello su Kennedy, un volo oscuro che attraversa la modernità del Novecento e arriva fino a noi, alla nostra psicosi da pandemia, e «state riguardati, state attenti, e che Dio vi benedica»?

Cosa vuole dirci Bob, forse che i tempi stanno cambiando, ma per non cambiare mai davvero? Che c’è sempre un trauma nella coscienza collettiva?

Che il Novecento è stato la somma di tutte le evocazioni, le citazioni, le allusioni di questa chilometrica canzone, la più infinita per Dylan. Mille e quattrocento parole, piano, violino e sospiri per dire che il Novecento è stato il secolo breve del furore, del motore, del rumore e della poesia. E gli anni Sessanta, i suoi anni, sono stati quelli della musica, e della poesia, e tuttora ribollono dei Beatles in arrivo, dell’Acquarius con le sue allettanti promesse epocali, delle orge da palco, Woodstock, poi Altamont e gli Stones, i Kennedy fatti fuori uno dopo l’altro, come rockstar cascano, e Tommy e i deliri acidi, e Marilyn, Keaton, Houdini. E poi il blues, Etta James, John Lee Hoker, il blues che è la culla di tutto così come l’Africa è la culla dell’umanità, Thelonious e Charlie Parker, Nat King Cole, ma poi Don Henley, Glenn Frey, Stevie Nicks, su e giù nel tempo, il suo tempo, il nostro tempo.

LA VOCE DEL NOVECENTO

E quel violino che tira le note, e quella voce che salmodia ed è la voce del Novecento: un ringhio, un ronzio, un motore. Suona Don’t Let Me Be misanderstood, suona per la First Lady, non sta tanto bene, suona Another One Bites The Dust. Suona il Novecento, Sam, suonalo ancora, che siamo figli suoi e non ce ne liberiamo, e proprio come le macchine di domani andranno a silenzio, a elettricità, e ci finiremo sotto nel silenzio spettrale che oggi ci ammazza, ci mancherà però la nostra colonna sonora del motore.

LA STORIA È UNA CATENA DI TRAUMI

E Dylan quel motore, quel rumore, è tutti noi e lo sa e ricorda. Ricorda l’omicidio di Kennedy e un viaggio supersonico per l’epopea di quelli come lui che hanno segnato il secolo e adesso, sulla soglia degli 80 anni, vengono a dirci che la storia è una catena di traumi, nessun anello mancante, formidabili traumi, guerre dichiarate, guerre fredde, guerre perse, pandemie. E silenzi che ti scavano, ti infettano, ti uccidono, silenzi perfetti e allora Bob Dylan apre il cassetto, tira fuori questa suite che non finisce mai e ti lascia intontito, ti riempie un pomeriggio desolato, tu e la tua mente deserta mentre cerchi di decifrare cosa cazzo vuol dirti Bob.

CARO DYLAN, SEI SEMPRE TU: INVADENTE E INAFFERABILE

Ma è già finita quest’inferno di canzone e allora la rimetti da capo, altri 17 minuti, le stesse parole che però dicono altro. Ah, Dylan: sei sempre tu, invadente e inafferrabile, «certo, certo che lo sappiamo, lo sappiamo chi sei», sei il nostro rompicoglioni prediletto, la nostra coscienza pulita e sordida e te ne freghi del Nobel. E, a 80 anni, pubblichi in digitale un brano solo sapendo che fa girare il mondo, oggi come sessant’anni fa. Dico 60, non ti sbagliare, credici pure, perché è la verità: «i Beatles stanno arrivando, ti terranno la mano», un bel giorno per vivere e morire, macellato come un agnello sacrificale, e domani è ancora Pasqua. Ma quale Pasqua, di non resurrezione, di clausura, di alienazione. E fuori i fiori rosa, fiori di pesco spuntano ma non per noi, pesci dentro i vetri delle nostre case.

CI RIMANI SOLO TU, BOB

E suonala ancora Bob, che oggi ci rimani solo tu. Ma oggi chi ce la tiene la mano, oggi che sbandiamo in una guerra che non conosciamo, tempo di mutaforma che fottono le genti, fottono i governi, mattoni e cemento, mattoni e cemento. Ecco il Novecento: canzoni in formato digitale, canzoni pubblicate e in un lampo globali, Cry Me A River, che crimine infame, però, suona Jerry Roll Morton, suona Lucille. Suona il Novecento che tanto non ne usciamo, suona questa ridda di spettri, questa libertà vigilata, sorvegliata dai droni e dagli spioni, dalle delazioni, da cartoni al posto di mascherine, da suoni di silenzio che accoltellano il cuore, «è quello che è, ed è il crimine più lurido».

POSSIAMO SCERVELLARCI SU COSA CI VUOI DIRE MA SAPPIAMO CHE NON CI ARRIVEREMO

Forse questo vuoi dirci, caro Bob, che la vita è quella che è, ed è tutta un crimine squallido, e qui nessuno cercava la tua voce di cornacchia, nessuno l’aspettava ma adesso che è tornata è una benedizione. Possiamo scervellarci su cosa ci vuoi dire e sappiamo già che non ci arriveremo. A niente arriveremo. È quello che è. Tu sei quello che sei. Ma è ancora bello farsi trasportare indietro, la tua poesia petulante vaneggiante piena di incognite, il piano e il violino e scie di piatti, non serve altro per volare via da questa epidemia. Chiudi gli occhi, metti la cuffia, spegni tutto e suonala ancora, Bob, che 17 minuti finiscono in un amen. «Fate attenzione, cercate di star bene, e che Dio vi accompagni».

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Gigaton, il ritorno al passato dei Pearl Jam

Dopo sette anni, la band sforna un disco che al primo ascolto sembra sperimentale e introspettivo. Ma che in realtà ripropone il loro modo di fare musica animato dalla smania di cambiare il mondo.

Da quanto tempo i Pearl Jam non sono più loro? Mai visto un gruppo rinnegarsi tanto in tutta la storia del grunge, quel fantastico esordio alla fine del 1991, Ten, era un miraggio, un disco di non canzoni, divagazioni allucinate, malate che partivano in tutte le direzioni.

Poi, una inesorabile normalizzazione, dapprima impercettibile quindi sempre più marcata, lo spartiacque fu, un lustro più tardi anni, No Code, disco sperimentale per eccellenza.

Anche il nuovo Gigaton è in fregola di esperimenti, ma attenzione: non è tutto nuovo quello che luccica. Sette anni che mancavano i Pearl Jam, quasi a dire da Bush Jr a Trump. Come se il lungo regno di Obama li avesse evirati dell’ispirazione, che nel loro caso fa rima con indignazione.

Piovono, oggi, nel pieno di una pandemia e hanno buon gioco nei loro messaggi sull’urgenza di cambiare mondo, vita, sui cambiamenti climatici, sul consumismo, tutte quelle faccende, a volte di buon senso a volte esagerate o lunari, che si ripetono sempre. Disco di allarmi, Gigaton, fin dal titolo: è la misura della quantità del distacco di ghiaccio ai poli. Lungo disco di inviti a regolarsi per non perire, quindi, al fondo, di speranza. Ma per cosa?

LA NOVITÀ STA NELLE VIBRAZIONI, NON NELLE CANZONI

Dodici tracce a coprire un’ora di suoni secchi e puliti, nitidi, opera del nuovo produttore Josh Evans, uno che nel mito di Ten ci è cresciuto, un 40enne; quanto a loro, i cinque di Seattle davvero non hanno più niente dei ragazzi emaciati e drogati di allora, sono maturi professionisti imbiancati, con gli occhiali, che dopo il delirio planetario hanno saputo risorgere da un brusco calo di attenzione proprio con questo lavoro, annunciato in largo anticipo e con una campagna pubblicitaria potente, nel segno di quel falso basso profilo che da sempre contraddistingue il gruppo. No, non è tutto oro questo sperimentare: lo potreste definire coraggio.

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E Gigaton, coraggioso, ambizioso lo è senz’altro, ma lo potreste definire anche disperato e a tratti confuso conato per non sparire. Le novità stanno nelle vibrazioni, nei suoni. Non nelle canzoni, che, idealmente sfrondate, restano classiche dei Pearl Jam, sì, ma quasi sempre della fase matura. Comprese le invettive politiche, tutto l’album è uno scontato lungo invito al disprezzo del parruccone pel di carota, certamente condiviso dall’intera band ma, di fatto, trainato dal cantante, Eddie Vedder, uno che si vede immancabilmente iscritto alla sacra armée benpensante degli altri parrucconi, i Bono Vox, gli Sting, i Boss. A suon di rock maturo o, come piace definirlo, “consapevole“.

L’ETERNA QUESTIONE SULL’ETÀ DEL ROCK

Il ritorno dall’oblio si annuncia con Who Ever Said, sostenuta, non particolarmente d’impatto, ascrivibile alla fase Binaural: ci sono tante chitarre, questo sì, perché Evans ne è un fan e ha inteso irrorarne l’intero album, per un Vedder salmodiante come non mai che invita a «imparare dagli errori»: e già si capisce cosa ci aspetta, moniti travestiti da rabbia; Superblood Wolfmoon che segue, rimanda sia nel nonsense delle liriche che nel tiro a certi echi di Vitalogy, è più dinamica, ricamata da un assolo inebriante, forse un po’ troppo scolastico per esaltare fino in fondo. Ma i Pearl Jam ormai sono dei vecchi lupi, dei mestieranti impeccabili e non potrebbero suonare in altro modo.

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Poi la famigerata Dance of Clairvoyants che sa di elettropop, di Talkin’ heads, e che Evans difende come testimonianza della assoluta libertà creativa dei musicisti, ma che, come primo singolo, ha scandalizzato parecchi tifosi; Quick Escape è un convulso viaggetto on the road, destinazione Nord Africa e Medio Oriente, alla ricerca di «un posto che Trump non abbia distrutto», sostenuto dalla chitarra ritmica e contrappuntato da tocchi di tastiera e stridori vari: non a caso cita Kerouac e anche qui abbiamo un lungo assolo, più anarchico, in stile Ten, come a voler ricordare a tutti un come eravamo che in realtà non è più, lasciando irrisolta l’eterna questione se il rock debba restare pericoloso, dunque adolescenziale almeno nello spirito, oppure se a un certo punto sia chiamato a crescere, a invecchiare anch’esso. Vero è che il tempo non aspetta nessuno e allora conviene confonderlo, riscrivendosi fin che si può.

Eddie Vedder (Getty Images).

LA TROPPA INTROSPEZIONE PUÒ SCIVOLARE NELLA NARCOSI

Alright è un canto quasi indiano, canto di ribellione, ballata d’atmosfera che insegue antiche suggestioni: parte sommessa, bradicardica, per ascoltare meglio il battito della solitudine, e poi…poi si estenua, senza evoluzione, lasciando qualche amaro in bocca; ne prende il posto Seven O’ Clock, che, col pretesto di citare i leggendari capi delle tribù dei nativi, si concede un gioco di parole sul “Sittin’ Bullshit“, che idiomaticamente viene a dire “stronzone seduto” e non c’è bisogno di scervellarsi per capire quale sia il destinatario (sta a Washington…): innervata di tastiere, suona come la tipica canzone militante di Vedder e trattiene ancora i palpiti (quanto è prolissa, però!). Finalmente Never Destination smuove le acque ed era ora, perché la troppa introspezione rischia di sprofondare nella narcosi: bello l’intreccio delle chitarre, a sfociare in un vero e proprio duello, di Stone Gossard e Mike McReady, anche se l’ispirazione forse cede alla maniera; Take The Long Way l’ha scritta il batterista Matt Cameron e vira sul (post) punk o sul grunge vintage, se preferite: è comunque uno dei momenti migliori, teso, senza troppi fronzoli e con un assolo di schegge di vetro.

COMES THEN GOES, OMAGGIO A CHRIS CORNELL

Buckle Up è invece un arpeggio alticcio di Stone Gossard e qui si coglie una delle specifiche del disco, le sue atmosfere che cangiano di continuo: un punto a favore, perché la musica può avere tutti i difetti del mondo ma se non conserva carisma è niente e Gigaton a suo modo, orgoglioso lo è, non ha paura di osare, sia pure in quel suo modo a volte furbo, oppure arzigogolato, che ai fan oltranzisti farà urlare di esaltazione mentre i tiepidi, gli scettici non ne saranno del tutto convinti. Tante idee appaiono accuratamente sfocate, e poi troppo forte resta il rimpianto per quell’esordio impossibile, così spaventosamente libero, di 30 anni orsono; Comes Then Goes, tutta acustica, dovrebbe essere l’omaggio per Chris Cornell: solo che un pezzo completamente acustico o è un capolavoro o è una palla e Vedder non è esattamente Nick Drake o Gram Parson, e neppure Springsteen, così come i Pearl Jam non sono i Rolling Stones di Beggar’s Banquet. Questione di tempi, di radici e anche di talento, questo sembra più un demo con una sola frase musicale, circolare, interminabile e tanto più noiosa.

SONO COME UN DON CHISCIOTTE SPOCCHIOSO E APPASSIONATO

Siamo entrati nell’ultima parte di questo prolisso album, tre ballate di fila a chiuderlo, nessuna delle quali memorabile: Retrograde – com’è impietoso il tempo anche per lei! – è carica di aspettative ma, più sermoneggiante che mai, evapora in una lunga dilatazione che si trasfonde nell’epilogo di River Cross, organo a pompa e infiorescenze di Genesis per l’ennesimo contropelo al «governo che prospera sul malcontento»: la messa è finita, andate in pace. Più parrocchia che rock, i Pearl Jam del 2020 sono ancora un don Chisciotte, spocchioso e appassionato, retorico e partecipe, ora irritante ora trascinante, che sale sul destriero e parte in tutte le direzioni, anche se non è ben chiara la meta: forse non c’è e questo è un viaggio che non finisce mai. Non deve. A chi ascolta la scelta: seguirli, a rischio di perdersi, o scendere qui. Ma Gigaton rimane comunque un bel disco. Non un capolavoro, ma il meglio possibile oggi per loro. E poi cosa sarebbe il mondo senza smania di cambiarlo, cosa sarebbe la vita senza la sua foresta di miraggi?

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La quarantena secondo Cristina D’Avena: «La musica come antidoto per l’ansia»

La cantante è a Milano con la sua famiglia. Ha paura, ma evade da questo senso di frustrazione tenendosi impegnata con i fan sui social, in cucina e guardando serie tivù. «Vorrei riuscire a trovare le parole giuste per confortare i miei amici medici e infermieri». L'intervista.

Cristina D’Avena non si vergogna ad ammettere che il coronavirus le fa paura. «Sono in ansia. Vivo reclusa con la famiglia e seguiamo le notizie ogni giorno», mi dice.

Eppure la sua voce non perde quel non so che di rassicurante e vivace a cui le sigle che canta ci hanno abituati. «Sono a Milano con la mia famiglia, rispettiamo le regole in modo da ridurre il rischio di contagio, ma la situazione è paradossale», spiega.

La sensazione della cantante è quella di chi dalla sera alla mattina si ritrova in un tunnel buio: «Cerco di barcamenarmi sperando di vedere in fondo la luce. Perché sono certa che ci sia. Bisogna solo trovarla». A darle speranza sono i dati sui contagi e i decessi degli ultimi giorni, ma non è facile.

TRA SERIE TIVÙ E FORNELLI

Il suo antidoto per evadere da questo senso di frustrazione è tenersi occupata: «Avrò sistemato l’armadio quattro o cinque volte», racconta ridendo mentre fa la lista di tutte le altre cose che le riempiono la giornata. «Scrivo. Leggo. Penso a nuovi progetti. Faccio tante videochiamate». E poi, da quando ha scoperto di avere una collezione di libri di ricette, cucina. Le chiedo se si sente pronta per Masterchef o qualche altro cooking show, ma non mi sembra convinta. Però la televisione la guarda. Le piacciono molto le serie tivù, meglio se thriller. «Adesso sto guardando The Outsider: è un po’ lenta, ma mi appassiona. Poi mi sto portando in pari con The good doctor e La casa di carta».

NON SOLO SIGLE DI CARTONI ANIMATI

E la musica? Da quello che mi dice non manca mai. Nella sua playlist ci sono artisti italiani come Tiziano Ferro, Antonello Venditti, Renato Zero, ma anche nomi più inaspettati come Enya. O ancora dj del calibro di David Guetta e Bob Sinclair: «Sinclair mi fa impazzire, lo metto sempre quando ho voglia di ballare».

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La cantante Cristina D’Avena.

DOMANDA. Se Cristina D’Avena non va alla discoteca è la discoteca che va da Cristina D’Avena. E i vicini non si lamentano?
Ormai sono abituati. Pensi che una di queste sere ho cantato col microfono «Ciurma, andiamo tutti all’arrembaggio, forza!» (intona la sigla All’arrembaggio, ndr) alle 23.30.

Col microfono?
Stavo facendo una diretta con i miei fan. Credo sia giusto fare loro compagnia in questi giorni di isolamento. Loro la fanno a me. Almeno alterniamo l’informazione alla spensieratezza. Poi sa, mi dispiace per tutti quei ragazzi che avevano preso i biglietti per i miei concerti, che avevano chiesto le ferie, programmato voli e spostamenti magari facendo sacrifici. E da un momento all’altro si sono visti cancellare tutte la date previste.

Non solo i concerti annullati, ma anche la quarantena.
Infatti, magari anche da soli. Per questo provo a regalare a loro qualche momento di leggerezza. Cantiamo tutti insieme. Ognuno da casa propria. O per lo meno questa è l’impressione che io ho durante questi incontri virtuali. Perché la musica arriva ovunque. Anche in questa situazione.

Lo testimonia anche l’iniziativa dei balconi canterini. Lei partecipa?
Dove mi trovo io ci sono davvero poche abitazioni. Ci sono soprattutto uffici. È una zona molto silenziosa. Però quest’abitudine mi piace tanto. Penso sia utile. A volte davvero non sappiamo nemmeno il nome di chi vive nel nostro palazzo e in questo modo abbiamo la possibilità di conoscerci. Sa, i social sono tanto utili (come stiamo vedendo in questi giorni), ma alla fine spesso ci allontanano.

Non l’allontano però dai suoi fan dicevamo. Di che cosa parla con loro?
Di tutto. Anche di come stanno vivendo la quarantena. Per molti è davvero difficile.

Vorrei trovare le parole per confortare i miei amici medici e infermieri

Cosa le dicono?
Molti vivono in case molto piccole, senza magari determinati comfort. Certo l’emergenza c’è. E dobbiamo aiutare chi ci aiuta.

Medici e infermieri?
Ne conosco diversi e quando mi raccontano quello che vivono quotidianamente non riesco a non piangere. Mi sento a disagio perché vorrei confortarli, ma non riesco a trovare le parole giuste. Mi sembra tutto riduttivo. Quindi finisce che li faccio sfogare e li ascolto piangendo.

Forse è spaventata anche per quello che le dicono loro. Non esce nemmeno per fare la spesa?
Andiamo a turno, ma il meno possibile. Peccato che ormai non si trovi mai tutto ciò che ci serve e che gli acquisti online abbiano delle tempistiche di consegna molto dilatate.

È riuscita a trovare le mascherine?
Fortunatamente le ho prese un po’ di tempo fa. E, siccome sono ormai introvabili, le teniamo disinfettate.

Come giudica l’azione del governo in questa situazione d’emergenza?
Non vorrei essere al loro posto. Non è facile. Io non me la sento di esprimere un’opinione in merito. Non credo di avere le competenze per farlo.

Stiamo riscoprendo il valore degli affetti e del contatto fisico che forse davamo per scontati

Ci cambierà quest’esperienza?
Credo di sì. Forse lo sta già facendo.

Come?
Stiamo riscoprendo certe cose che davamo per scontate. La famiglia, la casa, gli affetti, il senso di comunità. E il contatto fisico. Pensi agli abbracci, i baci, la stretta di mano. A me mancano tantissimo gli abbracci dei fan.

Diventeremo anche più patriottici?
Io credo di sì e magari al posto di andare all’estero (io lo faccio poco perché ho paura dell’aereo) visiteremo i luoghi del nostro Paese. Dobbiamo iniziare a valorizzarci ed essere uniti tra di noi.

Cosa farà appena finirà la quarantena?
Chiamerò tutte le persone a cui voglio bene e cercherò di vederle tutte. E poi io amo molto camminare all’aria aperta.

Per salutarci ci consigli uno dei cartoni di cui ha cantato le sigle che dovremmo recuperare durante questo periodo di reclusione.
Pollyanna perché è un personaggio sempre positivo e ottimista. Ritrova sempre il sorriso.

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Mina, 80 anni di un mito atemporale

Nel panorama creativo c'è la meteora, la cicala che canta una sola estate. C'è chi vivacchia sull'onda di un successo, e dopo tira a campare. E poi i bravi, che si difendono, si amministrano quanto possono, poi s'arrendono. Salendo nella massima serie ci sono i campioni, le campionesse buoni, ottimi per tutte le stagioni. Poi c'è lei.

È sempre il tempo di Mina. Ottant’anni senza età, e pare incredibile: lei ha smesso d’invecchiare da giovane, quando scomparve dopo l’ultimo concerto del 1978 alla Bussola. Una sola frase: «Mai più». Mina e non più Mina.

Da allora, s’amministra. Vive nel tempo senza tempo, cavalca epoche, rilascia ologrammi di sè. Mina è un eterno Techetechetè che conferma la fatale percezione: di Mina mai più un’altra, quella che c’è sarà per sempre. La migliore di tutti, la migliore in tutti i sensi e a dispetto delle epoche vederla, ascoltarla è esperienza che travolge gli oceani d’inchiostro, i deserti di parole versati su di lei.

Difficile aggiungere qualcosa, eppure proviamoci, partendo dalle intriganti percezioni che confessò Luca Goldoni: quella silhouette sinuosa ed elastica, un anno filiforme al limite dell’allarme, quello dopo rotondetta abbastanza da indurre turbamento, poi di nuovo eterea, tutta acconciatura su nei, e così via per la carriera intera; sulle doti, a che pro infierire quando Louis Armstrong la definiva «la più grande cantante bianca del mondo» (e Renzo Arbore chiosava: «Nera, no; bianca, sì»)?

UN GRANDE SUCCESSO MA SENZA PRENDERSI MAI TROPPO SUL SERIO

Quel che appare dai nostri personalissimi Techetechetè suggerisce tuttavia pensieri laterali: una modernità della ragazza che è atemporalità, la perfetta padronanza di sé, del mezzo e della circostanza, per esempio a tu per tu con un malizioso Sandro Ciotti: «“Ma che cattivo che sei». Si dirà: ma erano tempi sfacciati, anche le altre non scherzavano, prendi una Patty Pravo. Sì, ma Patty, come chiunque altro, voleva esserci, voleva piacere, imporsi, Mina non pareva preoccuparsene affatto, come chi si dà per scontato (il genio, diceva Goethe, presuppone la coscienza di esserlo).

Mina nel 1961 (foto LaPresse).

Con Ciotti, Mina non gioca alla femme fatale, gioca di rimessa, un catenaccio insidioso che sfocia in contropiede: già aveva sfidato, e vinto, i benpensanti, la morale chiesastica, coi suoi legami discussi, il primo figlio che prescindeva da calcoli di bottega. Salvo presentarsi così, a buriana chetata: «Io domando a voi: vi sono mancata?». Certo, Mina sa come manipolare i media: ma sia chiaro che, quando li manipola, vuole dimostrarlo; ci mette un sovraccarico d’ironia. Il suo livello più sottile, invece, qui la sua atemporalità, cova in quell’apparente sottrazione, quello schermirsi sull’argine dello schernirsi, del non prendersi sul serio, ma per finta. Totalmente a suo agio, completamente brava, brava, brava anche quando non canta.

CI SONO I CANTANTI DI SUCCESSO, I CAMPIONI: POI C’È MINA

Altra spia d’eternità: si ripete sempre, per lei come per ogni prodigio artistico, che non patisce i calendari, cioè la sua arte rimane. Un momento. Nel panorama creativo, specialmente della musica convenzionalmente definita “leggera”, ci sono vari gradi di epifania. C’è la meteora, la cicala che canta una sola estate. C’è chi vivacchia sull’onda di un successo, e dopo tira a campare. E poi i bravi, che si difendono, si amministrano quanto possono, poi s’arrendono. Salendo nella massima serie ci sono i campioni, le campionesse buoni, ottimi per tutte le stagioni. Poi c’è Mina. Che, come Lucio Battisti, è buona per ogni stagione. Mina non è mai quella di prima; allo stesso modo, ha il dono d’incarnare (come Lucio, e in Italia come nessun altro) le mutazioni fisiche di una società gattopardesca alla rovescia, che forsennatamente cambia nell’apparente stagnazione.

Tra un soffiar di mille bolle blu e un musicarello ci accompagna nell’onda lunga del boom, poi dello sboom

Se uno vuol capire cos’era il boom della fine dei ’50, deve ascoltare Mina ragazzina, quelle prodigiose accelerazioni vocali, sintomo d’una gran fretta solare, di un passaggio storico irripetibile; già nella decade successiva lei matura, cambia l’approccio, la sua voce è quella, esplosiva ma più sorvegliata, di una consapevolezza ora gioiosa, ora già più problematica, perfino dolente; tra un soffiar di mille bolle blu e un musicarello ci accompagna nell’onda lunga del boom, poi dello sboom, dal Carosello di geniali pubblicità di pupazzetti affettuosi ai primi stridori contestatari che introducono una crisi che si autoadempie; nei conseguenti Settanta, la divina mimesi di Mina assume sfumature di benessere acquisito e un po’ stanco, claustrofobico, sa di ficus in appartamento, di città vuota non per amore ma per fantozziana sincope, di domenica alienante, mentre i fantasmi degli amori danzano lugubri, irridenti quasi (coi tempi, cambiano le “problematiche” e, soprattutto, gli autori).

Mina nel 1967 (foto La Presse).

A quel punto la diva è già leggenda, tra pop, bossanova e jazz riveste ogni autore, non si nega una sfida, pronta all’apologia che sorge dal gran rifiuto dopo l’ultimo concerto alla Bussola (c’è sempre una Bussola nel destino di Mina: per cominciare, per finire…). Il suo decennio rampante, “da bere”, annuncia un nuovo livello di sofisticatezza, un altro modo di cantare, inarrivabile e sfuggente e ancora, nella sua latitanza, una platea di ascoltatori può rispecchiarsi nella voce. Lei si protende nel futuro senza più corpo, incombente assenza, peso impalpabile della Storia. Così sempre più nel domani – indietro lei non torna.

UN’ARTISTA VISTUALE PRIMA DELL’AVVENTO DI INTERNET

Mina diventa virtuale prima della virtualità della Rete, c’è ma non c’è, manca ma insiste di più, riaffiora opinionista sul filo di inevitabili qualunquismi, mentre i dischi scorrono, non lasciano le tracce di prima; eppure non la logorano le incursioni nella nuova musica d’autore, non sempre capita, non sempre resa al meglio, non la penalizzano le insopportabili leggerezze pubblicitarie, non la minano quegli eterni ritorni con Celentano. Mina celebra i sessant’anni di carriera, gli ottanta di vita fuori categoria: da sempre, da subito fa corsa su se stessa e alla fine smette di correre; come Mariolino Corso, interviene se ne ha voglia, quando ne ha voglia, basta un gesto per mettere in circolo una foglia morta così come muore un dolore. E questa non è una biografia in pillole, per l’amor di Dio, ma solo la testimonianza di uno stupor mundi che non passa ogni volta che Mina riaffiora. Fin da un disperso 1958, quando alla Bussola salì per gioco e non la facevano più scendere, lei nata per cantare, per quelle accelerazioni da Ferrari, e poi subito gli “Happy Boys”, e poi Baby Gate, e poi e poi e poi… e poi.

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La paura per il coronavirus raccontata con le canzoni

Si aprono davanti a noi scenari apocalittici, da guerra. E in questo inverno circolare in cui ci ha fatto piombare l'epidemia, anche i versi scritti per tutt'altro prendono un significato diverso e inevitabile.

There’s a blood red circle/On the cold dark ground/And the rain is falling down/The church door’s thrown open/I can hear the organ’s song/ But the congregation’s gone (c’è un cerchio rosso sangue/sulla nuda terra fredda/viene giù pioggia/la porta della chiesa è aperta/si sente un organo suonare/ma i fedeli non ci sono) (My city of Ruins, Bruce Springsteen, 2000).

Tutte quelle canzoni, scritte per tutt’altro, scritte per l’amore che finisce, per la fortuna che finisce, adesso prendono un significato diverso e inevitabile.

Il senso di una paura indefinibile, qualcosa che non basta stare a casa, non respirarsi addosso. Qualcosa che non avevamo conosciuto ma a chi ci ha messo al mondo ricorda scenari apocalittici, di sirene che suonano, e stormi di uccelli di ferro che cacano bombe, e rifugi, e coprifuoco.

UNA PAURA CHE È EPIDEMIA NELL’EPIDEMIA

Tutto avevamo visto, immaginato, aspettato, non questa paura dal nome assurdo, coniato appena ieri e già logoro, epidemia nell’epidemia che passa di bocca in bocca. Il coronavirus evoca misteri ancestrali, voli di pipistrelli, pasti di pipistrelli, mutazioni genetiche e poi il deserto. Non c’è anima che passa da qui/Nelle strade c’è silenzio/Non si vede luce/Tutto ciò che resta immobile/Fragile/Anche l’orizzonte vita non ha/Non c’è scorrere del tempo/Tra le porte chiuse/Sembra di sentire un gemito (La Città Fantasma, Decibel, 2018).

LA PRIMAVERA SI È TRASFORMATA IN UN INVERNO CIRCOLARE

Che primavera è mai questa? Con il chiarore che filtra sempre più presto e gli alberi che quasi fremono nell’attesa del risveglio e gli uccellini che cantano come da un milione di primavere fa. Ma questa volta, questa volta tutto è congelato in un inverno circolare, non aspettiamo niente, non ci accorgiamo di niente.

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Troppo presi a preoccuparci, giustamente. Troppo storditi da notizie sempre nuove e sempre peggiori. È persa questa primavera e una primavera sprecata non torna, è un’occasione di gioia in meno che rimane. La vedremo passare davanti alla finestra, malata anche lei, gravida di vibrazioni morte, pronte a ghermirci. Divisi fra noi, separati fra noi. Alienati e sconfitti.

IL MORBO LASCERÀ UNO SFINIMENTO CONDIVISO

Pericolo di contagio/Che nessuno esca dalla città/Guai a chi s’azzarda/A guardare laggiù/Oltre quel muro/Oltre il futuro/L’epidemia che si spande/L’isolamento è un dovere oramai/Dare la mano è vietato, se mai/Soltanto un dito e l’errore punito sarà… (Contagio, Renato Zero, 1982).


A fare paura non è solo il morbo: è di più la stanchezza, la sconfitta che porta con lui. Questo non è un Paese felice. Zavorrato da mille malattie, incertezze, impedito da se stesso. È una trave a pieno carico dove si posa l’irrilevante peso di un virus e la schianta. Quando tutto sarà finito, perché presto o tardi tutto finirà, non saranno solo le conseguenze economiche, già immani da sole. Sarà molto di peggio, un senso di sfinimento condiviso, una depressione sociale che durerà tanto di più, che penetra nei geni come e peggio del coronavirus e lì di antidoti non ce n’è, bisogna ripartire, come dopo una guerra, ma allora c’era un sogno di libertà che rideva in cuore dopo 20 anni di dittatura. Domani ci saranno solo macerie delle nostre paure, dei nostri comportamenti sconsiderati, dell’avventurismo di chi doveva decidere. Macerie di noi, su di noi.

Bisogna ripartire, come dopo una guerra. Ma allora c’era un sogno di libertà che rideva in cuore dopo 20 anni di dittatura. Domani ci saranno solo macerie delle nostre paure

Anche il resto vorrei sapere/Questa scatola per ricordare/Perché non parla più con me/Perché aggiustarla non so/Chissà se altre ne troverò/Capisco quelle voci per metà/Ma doveva essere grande una città/Quel tempo di tanto tempo fa. (Prima Della Guerra, Eugenio Finardi, 1981).

CHI SI CREDE PIÙ FURBO DELLA REALTÀ

Dove vanno tutti? Dove sciamano, gregge scemo e sbandato, che assalta le stazioni, i treni verso il Sud, che evade da se stesso e diventa focolaio? Dove credono di fuggire credendosi più furbi della realtà? Ma non vedete che tutto si sfalda, ospedali, carceri, sale del potere, discoteche e palestre, e tutto resta in attesa di umanità che invece fugge, che s’inchioda all’incertezza? Non vedete che così spopolate le vostre vite?

TUTTO È VUOTO, COME LE NOSTRE CITTÀ

Le luci bianche nella notte/Sembrano accese per me/E’ tutta mia la città/Tutta mia la città/Un deserto che conosco… (Tutta mia la città, Equipe 84, 1969).
Che anno è? Che primavera è, che Festa della Donna è mai questa, disertata, negata occasione di sorrisi, di luoghi comuni, di tenerezze, di amicizia, di polemica, di tutto ma almeno festa che introduce la primavera? E invece tutto è vuoto. Vuoto come la primavera che arriva. Vuoto come dentro di noi. Vuoto come le nostre città.

Ma so che la città/Vuota mi sembrerà/Se non torni tu. (Città Vuota, Mina, 1965).

UN INCUBO CHE SA DI MILLENARISMO MAGICO

E nelle notti senza voci è un attimo guardare in alto, a quel disco latteo e mormorare: perché? Dimmelo perché. E anche il latrato di un cane adesso mette paura, una paura diversa. Una paura sconosciuta che sa di punizioni divine, di millenarismo magico, di cose che non si capiscono, di incubi che ti svegli e non passano, diventano l’unica realtà. Tu che stai lassù nel buio, e splendi beffarda, dimmelo perché. La quinta luna/Fece paura a tutti/Era la testa di un signore/Che con la morte vicino giocava a biliardino/Era velato ed elegante/Né giovane né vecchio/Forse malato/Sicuramente era malato/Perché perdeva sangue da un orecchio. (La Settima Luna, Lucio Dalla, 1978).

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Ricordiamoci dei musicisti, anche dopo l’emergenza Covid-19

I flash mob sono una delle poche distrazioni in questi giorni di isolamento forzato. Un modo per sentirci uniti e ringraziare medici e infermieri in prima linea contro il coronavirus. Eppure il settore, uno dei più colpiti dalla crisi, da sempre è bistrattato. Ecco perché il governo dovrebbe tutelare gli artisti. Ora e quando tutto questo sarà finito.

In questo periodo di tragedia nazionale, nell’isolamento a cui gli italiani sono costretti dal Covid-19, una delle poche distrazioni sono i flash mob alla finestra.

Si canta l’inno d’Italia, per ringraziare i medici e gli infermieri in prima linea nella lotta al virus, si improvvisano concerti sul terrazzo o Djset sul balcone. Gli italiani insomma trovano nella musica un forte senso di comunità, da Sud a Nord.

CACHET DA FAME E PAGAMENTI IN NERO: LA VITA DEL MUSICISTA

Questi flash mob sono animati spesso da veri e propri musicisti che dai terrazzi si sono mobilitati esprimendo la loro solidarietà all’insegna di #Iosuonodacasa. Ma questi momenti dovrebbero fare riflettere anche su quanti di loro non riescano a fare della propria arte una professione a tutti gli effetti. E questo perché, va ricordato, i cachet sono da fame e i pagamenti quasi sempre in nero. Chissà, forse da questa esperienza di isolamento forzato gli italiani inizieranno a capire che la musica dal vivo è un fattore sociale importante perché unisce le persone e alleggerisce gli stress e la pesantezza della vita.

LEGGI ANCHE: Come affrontare i problemi psicologici da quarantena per coronavirus

Il settore, non è una novità, è maltrattato. «Che lavoro fai? Il musicista», è la domanda che chi suona nei locali si sente rivolgere di frequente. A cui segue quasi sempre un: «Sì, ma poi veramente? Che lavoro fai?». E se la risposta è: «Faccio solo il musicista», l’interlocutore ti guarda in modo interrogativo. A metà tra “sei un morto di fame”, un hippy, o semplicemente uno sfigato. E non è un mistero nemmeno che i gestori dei locali frequentemente paghino le band rapportando il compenso al numero di persone che si riescono a portare al concerto. E se il locale, che normalmente non fa alcuna pubblicità, non si riempie, allora capita che non venga pagata nemmeno la cifra pattuita.

LA PETIZIONE DI FRESU PER TUTELARE LA CATEGORIA

In questi giorni, però, chiunque pagherebbe per avere un vicino di balcone musicista. Il Paese oggi, e fino alla fine delle misure restrittive imposte dal governo, riuscirà a tenere dal punto di vista psicologico anche grazie all’aiuto della musica. Questo importante contributo verrà riconosciuto in qualche modo? Lo Stato si renderà conto che l’atteggiamento verso gli artisti deve cambiare radicalmente? Non va dimenticato poi che la chiusura dei locali ha causato un danno economico enorme anche ai musicisti. Lo ha ricordato Paolo Fresu che ha lanciato la petizione #velesuoniamo con Ada Montellanico presidente dell’associazione il jazz va a scuola e Simone Graziano, presidente dell’associazione musicisti italiani di jazz per chiedere al governo di proteggere anche questa categoria e tutelarla maggiormente in futuro.

https://it-it.facebook.com/paolofresuofficial/videos/vb.105194332903641/620313725487916/?type=3&theater

Finita questa emergenza drammatica, l’Italia potrebbe prendere esempio dalla Francia dove esiste il sistema intermittente du spectacle che garantisce un sussidio di disoccupazione per i lavoratori del mondo dello spettacolo che dichiarino (con ricevuta) almeno 43 prestazioni svolte nell’anno solare. Una sorta di reddito di cittadinanza per artisti, insomma. Pensiamoci al prossimo flash mob sul terrazzo. E si spera presto al prossimo concerto.

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Dell’odio dell’innocenza, gli abissi di Paolo Benvegnù

Un disco che è un ritorno alle origini. Ma con più maturità e meno illusioni. Un lavoro duro senza ammiccamenti di sorta. La recensione.

L’artista forse sente le cose arrivare; sicuramente le sente, se no non poterebbe un disco così in un momento così.

Dell’odio dell’innocenza arriva in piena apocalisse, tutti isolati in noi stessi, impotentemente arroccati contro il morbo, e ci parla come mai prima di insofferenza, di rassegnazioni, di amore che sopravvive ma senza pretesa di antidoto.

Parla di pietre al posto di umani, di vestirsi di pietre, è disco di musica marziale e disturbata e disturbante, ove l’eterna lotta tra fuga e ritorno, catarsi e palingenesi soccombe, per la prima volta, alla constatazione: non è più sciamano Paolo Benvegnù, è un profeta arreso, di realismo raggelante come questi suoni, sibili, vibrazioni dentro un cosmo inutile. Ha congedato il gruppo storico, ha tenuto solo il bassista, il “Roccia”, Luca Baldini, come volesse riscoprirsi, come a ripiegarsi, enorme feto, dentro di sé. Anche l’etichetta è nuova, Black Candy Records, che punta molto, a ragione, su questo principe della musica d’autore che, senza smentirsi, marca la differenza con tutto il resto in circolazione.

UN LAVORO CHE CONTIENE TUTTI I BENVEGNÙ FIN DAGLI SCISMA

Ma è un lavoro, questo nuovo, che non sai come prendere. Non riesci a maneggiarlo, ti sfugge da ogni parte, dalla mente alle dita. Perché non mente, non ci prova affatto. Ma un poeta che non mente, che cos’è? Così, hai la sensazione di un già sentito e ci metti un po’ a capire che è la somma di tutto quello che hai già sentito da Benvegnù, a volte proprio ti sembra che voglia ricantarsi in modo più definito, più suo e solo suo.

Ci sono tutti i Benvegnù dentro, fin dagli Scisma, però più ossuti, asciugati; in apparenza, ma solo in apparenza, più essenziale, di sicuro più diretto. È un disco cercato, non più figlio dell’urgenza ma del tempo: «Tutto quello che mi servirà, lo prenderò», ci diceva quando le canzoni erano ancora da scrivere, da immaginare.

UNA LIBERTÀ PAGATA A CARO PREZZO

È uscito un album scontroso, denso di poesia, questo è inevitabile, ma per niente consolante. E se il singolo, Pietre, è irresistibile nel suo respiro serrato, come una lapidazione alle illusioni, Infinito, Pt. 2 sfida Tenco sul suo stesso terreno e Non torniamo più si spinge addirittura al cielo dell’immenso Umberto Bindi. Mentre le soluzioni soniche non rinunciano mai agli amati Radiohead, quelli meno astrusi, quelli ancora empatici. È un disco suonato benissimo, tutto in sottrazione, ma dove ogni palpito è meditato, è sorprendente. Tutto però è dichiaratamente, ostinatamente dentro il marchio di fabbrica di Benvegnù il quale rifugge da qualsiasi soluzione compiacente. Nessun richiamo a ritmi rapper o trapper, nessuna melodia inutilmente saltellante, neanche l’ombra di un ammiccare, casomai sfuriate implacabili s’alternano a dilatazioni affilate: il suo concetto di musica è da padre nobile, oggi più di sempre, alla luce di una libertà conquistata pagandone tutti i prezzi, tutti i costi sanguinosi, e dunque non transigibile.

UN RITORNO ALLA LIBERTÀ CON PIÙ MATURITÀ E MENO ILLUSIONI

Per questo è difficile un disco come Dell’odio dell’innocenza. Fin dal titolo, fin dagli intenti: non concede nulla neppure al più adorante dei fan. È un ritornare all’origine, con più maturità e meno ancora illusioni. Oggi Paolo Benvegnù non potrebbe più comporre un verso come «io lascio che le cose passino e mi sfiorino»; lo canta, sicuro, perché è suo, è la sua anima quello stupore che lo salva; ma quel trasalimento è superato, ormai piovono pietre sui nostri voli che precipitano a vite dentro a «ripugnanti evoluzioni», «ripugnanti rivoluzioni». Ormai neppure le cose ci parlano, ci salvano, forse la natura stessa è proiezione cieca e niente esiste, tranne la presunzione di esistere; niente sopravvive, meno che l’oscena voglia di ammirarsi. Lo stesso sentimento muore di frustrazione, un verso, in chiusura, come «perché è la prima volta che non voglio morire», è raggelante perché piove in un universo di stelle inutili, cadute come voglie.

Paolo Benvegnù (foto da Facebook).

Ti aspetto, dice Benvegnù, padre di famiglia, padre nobile della musica con 30 anni di carriera, e non ci si crede. Ti aspetto, ma alle mie condizioni: qui non c’è più posto per l’epica, quale epica, qui rimane la condivisione metallica di un altoparlante che t’invita a essere prudente, a misurare i tuoi passi tra quelli di altri viaggiatori in partenza, in arrivo, ma per dove? Da dove? Qui risposte non ce n’è: prenditi quello che rimane, questo straccio di poesia. Accontentati. O vai via. Fai attenzione alla copertina: non sorride, guarda fisso, ricorda in qualche modo un Iggy Pop dalla consapevolezza segnata. «Perché non c’è più niente da desiderare». E io, io sono ancora qui che faccio musica, che presento i disastri, e dopo le mie desolazioni diventano le tue, diventano quelle di tutti voi: ma mica lo faccio apposta, ma non sono io a chiamarla quella morte che respiriamo credendo di esistere. E il silenzio, che potrebbe salvarci, non ci salva, perché lo abbiamo ripudiato. E adesso che ci inghiotte, anche tu ti senti come me, ma io non sono come te e resto qui. A cantarti gli abissi che non vuoi vedere, che non puoi non vedere. Io resto qui, ma fino a quando ancora?

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