Tribute To Ennio Morricone

Nella notte di domenica è scomparso uno dei compositori italiani più eclettici e amati in tutto il mondo. Mondo della musica e del cinema in lutto. Il legame con Salerno e con l’orfanotrofio Umberto I, che lo portò al Verdi di Salerno il 6 gennaio 2001

Di Olga Chieffi

 Domenica sera eravamo tra le antiche pietre di Paestum: sul podio Riccardo Muti alla testa della sua orchestra di giovani strumentisti “L.Cherubini”, attacca la terza sinfonia di Ludwig Van Beethoven, l’Eroica. Il secondo movimento, la “Marcia Funebre” è stato il picco interpretativo della serata, interpretazione d’elezione di un Maestro che si è affidato con fiducia alle luci e alle ombre della partitura beethoveniana, senza forzare toni, per essere “beethovenianamente” drammatico o patetico, presagio e omaggio alla scomparsa di Ennio Morricone, che è avvenuta nella notte. Tutti avranno ascoltato nella propria vita un “Tribute to Ennio Morricone”: dietro quelle colonne sonore sonore che tutti conosciamo, fischiamo, canticchiamo, e vengono eseguite da qualsivoglia formazione, ragazzini, bande, orchestre giovanili, concerti da camera, grandi arene, c’è l’uso elegante di tecniche modernissime, come il serialimo e la musica concreta, combinate con elementi di popular music, influssi folk, canti celtici, canto gregoriano, trombe mariachi e un complesso di esecutori della taglia di un’orchestra sinfonica. In “Il buono, il brutto, il cattivo”, Morricone usa una melodia convenzionale, suonata da una chitarra elettrica, un’ocarina, e un’armonica, accanto a strumentazioni di tipo ancora meno convenzionale che includono il fischio, jodel, grugniti, vocalizzazioni talvolta irriconoscibili come umane, schiocchi di frusta e fucilate. Morricone ha voltato le spalle alle convenzioni hollywoodiane per il western e alla loro enfatizzazione dei profili melodici e dei caratteri armonici propri delle canzoni tradizionali e dell’inedia, e, così, ha definito un nuovo modello di riferimento per la colonna sonora di questo genere. Ma Ennio Morricone è tanto altro. In primo luogo è stato un trombettista, e il suo strumento è protagonista di tanta sua musica, a cominciare dal concerto Ut per tromba, percussioni e archi.  Allievo di  Goffredo Petrassi,  si divise sin dall’inizio tra una libera adesione al serialismo (Musica per 11 violini, 1958) e la musica leggera. Sul versante colto, oltre all’adesione nel ’65 al gruppo Nuova Consonanza e all’alea, si segnala dagli anni ’70 una crescente produzione da concerto, caratterizzata da un’ eclettica commistione di stili e da una vena lirico-sarcastica: Secondo Concerto per flauto, violoncello e orchestra (1985), Riflessi per violoncello (1990), Ut per tromba, percussione e orchestra d’archi (1991). Ut è proprio il concerto che lo lega a Salerno, poichè il 6 gennaio 2001 fu proprio Ennio Morricone a dirigerlo al teatro Verdi di Salerno, ospite di Gaetano De Simone al tempo glorioso Presidente dell’Associazione Ex-allievi dell’orfanotrofio Umberto I e di Giovanni Paracuollo che gli tributò il premio Luigi Francavilla. Una parte iniziale molto dinamica che dura solo un minuto e mezzo “per non mettere in difficoltà” il solista. Poi, virtuosismi e stasi sino al finale dove si adagia su di un’immobilità costruita con pochi suoni che via via vanno spegnendosi, in un ultimo salto d’ottava superiore della tromba che gradualmente muore anch’essa. Il legame con gli strumentisti e in particolare con gli ottoni formatisi alla Scuola di Musica dell’ Orfanotrofio Umberto I è sempre stato di grande stima e continuativo, a cominciare dalla collaborazione con il trombettista Luigi Francavilla e con il cornista Giuseppe Sebastiano, Vincenzo Calabrese, Antonio Imparato. Da loro ci sono giunte delle testimonianze sulla figura del Maestro Morricone. Giuseppe Calabrese figlio d’arte del padre Vincenzo ha dichiarato “Quello che ricordo durante la sue tournée è la grandezza di un musicista nella fragilità di un uomo che si faceva forte della sua musica e di sua moglie Maria, sua inseparabile compagna che lo aspettava sotto al palco alla fine di ogni concerto per tornare insieme in hotel. Un uomo severo verso la Musica e verso il lavoro, non ammetteva il minimo errore o distrazione, non risparmiando commenti anche durante i concerti, ma tolti i panni di musicista diventava un vecchietto  ironico e simpatico, specialmente verso la sua ultima compagna di viaggio che ce lo ha portato via per sempre”. Continua Domenico Sebastiano cornista “Occorreva un corno ottimo strumentista ad Ennio Morricone e venni chiamato io. Così ci siamo conosciuti e stimati da subito, ho collaborato per oltre venti anni con lui, incidendo 15 colonne sonore che sono nel sentire di tutti. Un grande maestro Ennio, di altissima e umiltà e carisma”. Ennio Morricone aveva tra i suoi colleghi musicisti anche il direttore della Banda della Polizia Antonio Imparato, che ha voluto offrirci il suo ricordo “ Ho conosciuto Ennio Morricone intorno agli anni ’70 poco dopo il famoso solo di tromba di Michele Lacerenza “Per un pugno di dollari” datato 1964. La storia di quel solo è nota, nel momento in cui Morricone stava preparando la musica per il primo film della trilogia di Sergio Leone, avendo bisogno di un trombettista per uno dei due temi principali, pensò subito all’amico, scontrandosi con il regista che invece avrebbe preferito Nini Rosso che in quel periodo aveva riscosso molto successo con alcuni 45 giri come Il silenzio o La ballata della tromba. Morricone si impose e Lacerenza suonò tra le lacrime creando quell’irripetibile capolavoro esecutivo. In seguito ho diretto il figlio Andrea violinista, il quale si è dato alla direzione e alla composizione anche lui, in un concerto in Auditorium a Roma per banda e violino solista, e nel 2018 abbiamo festeggiato insieme i suoi novanta anni e quelli della banda della Polizia fondata nello stesso anno. Tanti gli insegnamenti ricevuti da Ennio: due su tutti:  “La musica è esclusiva passione” e “se nella partitura vedi una vigna non è bene”, soleva ripetere, sottolineando che la musica deve essere semplice e deve respirare, lasciando trasparire ogni nota”.

Olga Chieffi

 

 

 

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Roberto Marino: La fine di un’epoca

Il mondo della musica è a lutto e in particolare quello per la musica per il cinema, e non riesco nemmeno a pensare.., sento solo una profonda tristezza come quando è toccato ad altri grandissimi come WIlliams, Goldsmith, o lo sarò per Shore sarà la fine di un epoca e forse proprio del cinema, rimarremo in mano ai soliti “arpeggiatori da strapazzo” che non sanno nemmeno come funziona una telecamera e avremo una musica “figlia” di macchinette e “precotto”. E’ un’ epoca che se ne va è la qualità che sparisce. Non sono per le celebrazioni, su di lui è stato detto già tutto, è come se alla razza umana, avendo prosciugato ogni risorsa naturale per produrre cibo vero, rimanesse da mangiare solo Mc Donald.

Roberto Marino compositore

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Francesca Taviani: Con lo stupore e l’ammirazione di sempre

Con lo stupore e l’ammirazione di sempre

 La musica di Ennio Morricone, che ha  lavorato con mio padre Vittorio e mio zio Paolo per i film Allonsanfan e Il Prato, è stata la colonna sonora della mia infanzia. Il suo “saltarello “, composto per il film Allonsanfan, è stata la musica gioiosa della nostra famiglia. Poi, diventata violoncellista, ho potuto lavorare nelle colonne dei suoi film, incidendo musica stupefacente, da Mission alla Piovra a C’era una volta in America, ogni volta rinnovando lo stupore e l’ammirazione per l’arte del Maestro. Oggi è un giorno triste per tutti noi.

Francesca Taviani violoncellista

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Antonio Marzullo: una stima che viene da lontano

“Nel 2017 “Un’Estate da re”, nella reggia di Caserta, ospitò ben due serate della Roma Sinfonietta diretta da Ennio Morricone, con il coro del Teatro Verdi di Salerno – racconta il direttore artistico dell’evento Antonio Marzullo – non fu facile organizzare poichè il management fu molto intransigente, ma il si lo volle pronunciare proprio il Maestro Ennio Morricone. La stima con i musicisti salernitani, viene da lontano, dal dopoguerra addirittura, quando gli strumentisti usciti dalla Scuola di Musica dell’orfanotrofio Umberto I erano tutti inseriti nelle bande militari e nelle orchestre  e venivano puntualmente ingaggiati da Ennio Morricone, che da trombettista, ha sempre riconosciuto il magistero di finissima grana dei fiati salernitani. Anche io da ragazzo ho sostenuto qualche turno in sala d’incisione e ci siamo ritrovati a Caserta, due serate magiche, in cui anche il nostro coro si fece  valere e lo volle anche nel gran concerto all’arena di Verona. Cosa dire di lui, un uomo riservato e asservito unicamente alla musica che ha ricambiato in pieno la sua completa dedizione, come il suo pubblico.

Antonio Marzullo Segretario artistico del Teatro Verdi di Salerno

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Riccardo Muti, il Decadentismo e Beethoven

Il Maestro ha scelto una linea riflessiva e posata per l’esecuzione della Terza Sinfonia del genio tedesco, mentre l’Urklang di pace è venuto dal canto di Aynur Dogan

Di OLGA CHIEFFI

Riccardo Muti, archiviata la luna di Salvatore Di Giacomo nella prova generale, si è affidato al cielo piangente del X agosto di Giovanni Pascoli, scegliendo nella due giorni di grande musica, una linea decadente, che ha non poco influito sull’ esecuzione della Terza Sinfonia in Mi bemolle Maggiore op.55 di Ludwig Van Beethoven l’Eroica. Evento d’eccezione quello vissuto domenica sera nel Parco Archeologico di Paestum, grazie alla sinergia del governatore della Campania, Vincenzo De Luca, del Presidente Andrea Prete della Camera di Commercio di Salerno, del direttore del Parco Archeologico di Paestum, Gabriel Zuchtriegel, che ha potuto godere del “suo” Beethoven, della Scabec e del Ravenna Festival, un binomio quest’ultimo che ha portato anche lo “Czar” Valery Gergiev il 28 luglio al Ravello Festival. A rendere omaggio alla dignità e al coraggio e alla memoria dell’attivista civile Hevrin Khalaf e dell’ archeologo Khalaf e al-Asaad, che ha difeso con il suo corpo e la sua vita le bellezze e la storia di Palmira, anche la musicista Aynur Doğan e l’artista Zehra Doğan; entrambe di origine curda, entrambe impegnate per la questione femminile, entrambe oggetto di attacchi e censure. Nella società curda, un posto privilegiato è riservato alla musica, poiché è il mezzo con il quale si trasmettono storia, poesia e sentimento politico e Aynur ha affidato la sua denuncia, la sua richiesta altissima di pace, il suo romantico “urklang” ad uno Dengbej, un “canto parlato” melodicamente modulato, senza cadenze ritmiche, sostenuta da un virtuoso del tenbur, un liuto a sei corde con un manico di circa un metro e la cassa di risonanza somigliante a quella di un mandolino, sottolineando l’espressione dei sentimenti umani fondamentali, con un inciso melico caratteristico, che ha reso in pieno il sentimento di un intero popolo che soffre da sempre. Tra le colonne del tempio di Poseidone, novella vestale, vestita di bianco e latrice di un drappo, simbolo silente e urlante di pace, danzava, sotto la luna, Zehra Doğan. La ribalta, poi, è stata ceduta, a Riccardo Muti e alla sua orchestra Luigi Cherubini, che per l’occasione ha ospitato alcuni strumentisti rifugiati della Syrian National Symphony Orchestra, per l’esecuzione dell’Eroica di Ludwig Van Beethoven. Palco impegnativo quello di Paestum, per un’orchestra giovanile, distanziata e amplificata, su tavole enormi e, naturalmente, all’aperto. La forza drammatica del primo movimento è risultata molto diluita, con un Muti che ha conferito ampio respiro al fraseggio e ai disegni melodici, tentando, così di far emergere piccoli particolari della partitura, legati agli interventi dei legni, purtroppo sacrificati dall’amplificazione e dalla posizione. Al di là delle scelte molto personali riguardanti l’agogica, è restata la sensazione che sia stato l’uso delle dinamiche, in alcuni casi, a comprimere eccessivamente la potenza espressiva così caratteristica di quest’opera straordinaria, con fortissimi che sono rimasti un po’ ovattati. Eccellente la qualità tecnica di tutti gli strumentisti, in particolare dei legni che hanno avuto il loro punto culminante, nel secondo tempo, la Marcia Funebre: il fatale incedere dei ritmi, il colore ben scolpito dei timpani, i contrabbassi, sfondo polveroso della mesta melodia dell’oboe. Poi, lo Scherzo inserito perfettamente nella cornice classica con uno staccato ben evidenziato, e il finale una vera e propria carica di speranza e di gioia che ci costringe ad avere ancora grande fiducia nelle sorti del mondo e a non desistere mai dal pensiero di poterlo cambiare poiché la musica afferra il presente, lo ripartisce e ci costruisce un ponte che conduce verso il tempo della vita. Colui che ascolta e colui che canta vi ci trova un amalgama perduto di passato, presente e futuro. Su questo ponte, finchè la musica persiste, si andrà avanti e indietro, fino alla fine dei tempi.

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Assassinio nella cattedrale

Questa sera, alle ore 21, il quadriportico del Duomo di Salerno, ospiterà la “prima” di “Ho ucciso i Beatles” scritto da Stefano Valanzuolo, per il primo degli appuntamenti a Salerno del Napoli Festival

Di OLGA CHIEFFI

Ripercorrere la storia dei Beatles attraverso la voce allo stesso tempo potente e suadente di Sarah Jane Morris, ma secondo il punto di vista dell’assassino di John Lennon, è l’idea di fondo dell’atto unico di Stefano Valanzuolo: “Se qualcuno avesse chiesto a Mark David Chapman chi erano i Beatles, lui avrebbe certamente potuto parlarne per ore e ore, e forse avrebbe finito con il paragonare John al giovane Holden, il protagonista del suo romanzo di culto. Quando fu arrestato, la notte dell’8 dicembre 1980 a New York, davanti al Dakota Building, Chapman aveva ancora tra le mani il libro di Salinger. Poco distante da lui, a terra, il corpo di John Lennon. Con cinque colpi di pistola, l’ex bamboccione venuto da Honolulu aveva spezzato per sempre la vita di John, il sogno dei Beatles e, insieme a esso, quello di milioni di persone in tutto il mondo”. Stasera nel quadriportico, della cattedrale di Salerno, alle ore 21,  il Napoli Teatro Festival in trasferta, proporrà “Ho ucciso i Beatles”, un atto unico per cantante, attore e quartetto d’archi su testo di Stefano Valanzuolo, mentre Pierluigi Iorio ne firma la regia e il progetto scenico con Sarah Jane Morris e Solis String Quartet, mentre la voce recitante sarà quella di Paolo Cresta con colonna sonora le musiche dei Beatles trascritte e arrangiate da Antonio Di Franci. Consegnare i Beatles alla storia o forse, piuttosto, conferire gloria a se stesso per sentirsi importante, il motivo che ha armato la sua mano quell’otto dicembre 1980 fuori al Dakota Building di New York. Ex guardia giurata di Honolulu, per ciò che ha commesso ora è rinchiuso in carcere, le manette strette ai polsi e accanto una piccola radio gracchiante che trasmette brandelli di musica. L’infanzia di Mark non è stata felice: odio verso il padre, violenza, tanto dolore e rabbia accumulata sono i sentimenti che ne hanno accompagnato la crescita, forgiato i pensieri, la visione del mondo circostante. Solo la musica dei Fab Four, ieri come oggi, è riuscita a tenergli compagnia; a colmare quel baratro di solitudine sul cui precipizio si trovava e si trova ancora, come la sua mente labile, la sua anima angosciata. Eppure, neanche la musica è stata capace di salvarlo; neanche quelle canzoni tante volte ascoltate lo hanno riappacificato con se stesso e con gli altri. Probabilmente, anzi, sono state proprio loro a determinare l’inizio della fine. Cinque colpi di pistola, un rumore sordo, ed ecco che la vita del giovane Chapman e quella dei Beatles tutti è cambiata per sempre. Che l’appellativo “assassino” gli si è cucito addosso, così come le accuse e il disprezzo dei fan e del mondo intero privati, d’un tratto, del loro mito. Dei loro miti. Ma quanto in realtà – si domanda il venticinquenne omicida – egli è diverso dallo stesso Lennon, anche lui colpevole di aver “ammazzato” i Beatles molto prima di lui? E per quanto tempo ancora il perdono dovrà essere a lui negato, così come non è stato fatto, invece, per John, leader del gruppo rock inglese più noto al mondo, quando decise di abbandonare la band? Costretto nella sua piccola cella, domande senza risposta si affolleranno fino alla fine. Compito di Paolo Cresta sarà di  rendere con efficacia la schizofrenia del suo personaggio e le sue contraddizioni, mentre le note, quelle delle melodie beatlesiane, appunto, sono state affidate al Solis String Quartet, con Vincenzo Di Donna e Luigi De Maio al violino, Gerardo Morrone alla viola e Antonio Di Franci al cello, capolavori come Ticket to ride, Eleanor Rigby, Yesterday e ancora The Fool on the Hill («Un pezzo del ‘67 di Paul McCartney – spiega Valanzuolo – che, incredibile a dirsi, sembra profetizzare la follia di Chapman. Leggi il testo e guardi negli occhi quest’uomo che ucciderà l’altra metà dei Beatles, ponendo fine al sogno di una generazione»), Come togheter e molte altri esplodono, con tutta la loro forza, nell’universalità e versatilità che contraddistingue loro, grazie ai virtuosismi dei Solis. 

L’immagine della prova generale dello spettacolo è di Francesco Truono

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Riccardo Muti: la pietra racconta

 

Questa sera alle ore 21,30 tra i templi di Paestum risuoneranno le note della terza sinfonia di Ludwig Van Beethoven, un triplo omaggio  a Hevrin Khalaf,  Khaled Al-Asaad, e al genio tedesco, nell’anno del 250° anniversario della nascita

Di OLGA CHIEFFI

“La Musica è il destriero cavalcato dall’Anima per viaggiare nel Tempo”, scrive Antonio Scotto. Questa frase racchiude quattro parole che scolpiscono l’essenza e i luoghi del concerto “Le vie dell’Amicizia” che Riccardo Muti e l’Orchestra “L.Cherubini” terranno questa sera alle ore 21,30  nel Parco Archeologico di Paestum. Sarà un concerto eroico quello di stasera: eroico, poichè si viene fuori da un periodo oscuro, fatto d’ombre e d’attesa, in cui la Musica, tutta ci ha unito, il destriero è icona inarrivabile di fierezza e sicurezza, di fiducia e coraggio, di cuore da gettare oltre ogni ostacolo,  l’anima ci lega alla malinconia del ricordo di Hevrin Khalaf, giovane donna curda siriana, giornalista coraggiosa e libera, vittima di un barbaro agguato e dell’archeologo Khaled Al-Asaad, per decenni direttore dello straordinario sito di Palmira, vittima dell’Isis, a cui si era opposto a difesa della storia e dell’arte custodite in quel luogo, ora mutilato, e il tempo, rappresentato dalle pietre millenarie di Paestum e Palmira, che hanno resistito contro tutto e tutti e stasera saranno severe e serene protagoniste del racconto. Ieri sera, prove aperte, per poter offrire, anche a quanti non hanno potuto strappare un biglietto per il concerto di stasera, di godere del sogno che si dipana dalla Terza sinfonia in Mi Bemolle maggiore, op.55 di Ludwig Van Beethoven: eguaglianza, libertà, fraternità. Composta pensando alla figura di Napoleone Bonaparte, che per Beethoven, come per Hegel, incarnava lo spirito del tempo (uno spirito rivoluzionario, democratico), questa sinfonia è una celebrazione della storia come epos del presente. La narrazione avviene in modo non lineare, per flashback e fughe in avanti, e sembra concepita come un commento ad immagini invisibili, ma certo vivide nella mente degli ascoltatori. E infatti questa è forse la più “visuale” delle sinfonie di Beethoven: funziona quasi come una colonna sonora. È così dal primo movimento, quasi una sigla costruita intorno al motivo semplicissimo dell’attesa di qualcosa di grandioso, anche se, nello sviluppo, fa capolino – fuori dalla coppia di temi principali – un “tema” dolce, che sembra esprimere ciò che tutti in fondo ci si augura da una rivoluzione: quanto sarà felice, dopo, la vita, fino all’ultimo tempo, in cui al posto della forma-sonata  viene adottata la forma delle variazioni: una successione in alternanza di quadri molto diversi, che fa di questo movimento un tentativo di conciliare, anziché una coppia, una pluralità di opposti – le tensioni e le contraddizioni di un’intera stagione storica. Nella Marcia funebre è da segnalare l’impiego di materiali elementari tratti da musiche pubbliche (marce, inni) concepite in Francia nel periodo rivoluzionario; tali elementi sono assorbiti in un contesto “alto”, messi in relazione con stilemi della musica d’arte fra i quali l’esoterica tecnica del fugato, mobilitata non però al fine d’un’astrazione rarefatta, bensì per drammatizzare il discorso musicale e condurre alla climax emotiva del movimento nel successivo straziante episodio a terzine. Una mancata elaborazione del lutto trova infine voce nell’impressionante congedo, dove il tema della marcia funebre è letteralmente frantumato, ad esprimere una prostrazione annichilita, senza ricomposizione. I richiami a Virgilio e a Omero non sono casuali perché l’Eroica fu definita dal Rolland “l’Iliade dell’Impero”, con tutte le implicazioni al mito napoleonico colto al vertice dell’ascesa e nella decomposizione dell’epicedio funebre. Nel Finale (Allegro molto), edificato attraverso la variazione di un tema innocuo preso dal balletto Le creature di Prometeo, trova spazio anche un sublime intermezzo (Andante); poi, prima della ricapitolazione (Presto), torna la rimembranza della marcia funebre. “L’eroe costa molte lacrime – ricordava Berlioz – dopo questi ultimi rimpianti offerti alla sua memoria, il poeta lascia l’elegia per intonare con trasporto l’inno della gloria”.  

 

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Addio a Little Richard, uno dei padri del rock and roll

Ne dà notizia Rolling Stone citando il figlio del musicista diventato celebre per hit come Tutti Frutti e Long Tall Sally. Aveva 87 anni.

Little Richard, uno dei padri fondatori del rock and roll, è morto all’età di 87 anni. Lo riferisce Rolling Stone, citando un comunicato del figlio del musicista di Tutti frutti, Danny Penniman. La causa della morte non è stata specificata. Little Richard – vero nome Richard Danny Penniman – divenne celebre grazie al suo stile travolgente al piano e al suo look trasgressivo nell’America conservatrice degli Anni 50. Tra le sue storiche hit, Long Tall Sally, Lucille e Good Golly Miss Molly.

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Gli Stones, animali in estinzione che neanche il lockdown può fermare

Prima una performance memorabile all'One World: Together At Home. Poi un nuovo singolo inedito, Living in a Ghost Town, tanto attuale ma quasi già un classico. Questi figli della guerra, degli Anni 40, signori del disastro, sono ancora come nessun altro.

Ci voleva l’isolamento per stanarli. Ma come, Bob Dylan sì e noi no? E così, in quattro e quattr’otto, ecco qui un nuovo brano dei Rolling Stones. Figlio del lockdown, della voglia di esserci, di dire la loro. Living in a Ghost Town è uscitoil 23 aprile, naturalmente in Rete, annunciato da Mick Jagger, poi anche dagli altri alle 5 pomeridiane. Un’ora dopo, veniva reso disponibile. Un’ora e quattro minuti dopo, il web frizzava per questi quattro vecchiacci che non conoscono tregua, né cali di tensione. Alle 20, il video, immagini claustrofobiche da uno spioncino di città derelitte, inframmezzate a loro che, in studio, cantano, incidono. Fin troppo facile. Subito virale. Fin troppo facile.

«La vita era meravigliosa, poi tutti siamo stati rinchiusi». Genesi ambigua, ma, dalle comuni dichiarazioni, sembra di cogliere un brano più o meno pronto da un anno, ricombinato per l’occasione: «Ci abbiamo lavorato in isolamento», dice Jagger. Il che significa una navicella spaziale di videochiamate, un testo almeno parzialmente riscritto, tanto per essere sul pezzo. «Puoi cercarmi, ma non mi trovi. Devo stare fuori vista, devo stare nascosto… Troppo tempo da perdere, inchiodato al mio telefono». È puro Jagger e, in verità, è qualcosa di morboso: all’inizio non pare granché ma è viscido, ti si appiccica addosso. Niente numeri, assoli o riff memorabili, è tutto Mick che canta con la solita spettacolare convinzione. Ascoltandolo viene in mente Goat’s head soup, l’album del 1973, rock decadente, rilassato. Viene in mente anche un po’ di Jamaica, quello spruzzo di dub, brevissimo, nel break.

Ma viene in mente, fortemente, anche Sweet Neocon, già sull’ultimo album, A Bigger Bang, del 2005, di cui Living in a Ghost Town rappresenta una versione aggiornata e corretta. Puro groove, solo quello. «Mi sono divertito molto a suonarla», dice Charlie Watts.

Non è, par di capire, l’anticipo di un album, è un singolo buttato nel vortice della pandemia, e tale resterà. «Avevamo pensato di tenere questo per un nuovo album, poi è scoppiato il casino e insieme a Mick abbiamo deciso che questa canzone andava lavorata adesso ed eccola» bofonchia Keith Richards seduto su una soglia, avvolto da un mantello.

QUELLA PERFORMANCE COSÌ LONTANI E COSÌ VICINI

La vita è una cosa buffa: a 20 anni non ti separi mai e scrivi la storia del rock, a 45 ti fai la guerra, a 50 componi per conto tuo perchè non ti sopporti ma devi farlo per i soldi e poi qualcuno mette tutto insieme; a quasi 80 devi stare isolato insieme, fai i brani a distanza, in videochat, li spari in Rete. Ci suoni anche, a distanza. Come è successo appena una settimana fa all’One World: Together At Home, quando i Rolling Stones hanno fatto qualcosa di inconcepibile per loro, band da palco come nessuna. Hanno provato a esibirsi distaccati, tutti e quattro, da migliaia di chilometri. Ma qui bisogna fare un passo indietro.

Un concerto dei Rolling Stones del 2016.

Bisogna tornare alla notte di sabato 18 aprile, quando il mondo musicale che conta sfila sui social in diretta senza muoversi dalle rispettive magioni. Eccoli in ordine sparso. Billie Eilish, la ragazzina problematica. Macca, maturo barbagianni travolto dalla frana del tempo. Elton John, sempre più simile a un vecchio pastore abruzzese. E via via tutto il mondo, Bocelli che ormai lo vediamo dappetutto e ci esce dalle orecchie. Stevie Wonder che a ritrovarlo uno pensa, ah, ma è ancora vivo, meno male. Céline Dion che ormai è una figurazione picassiana, tipo la Donna che piange. Lady Gaga che, complice Tony Bennet, si è riverginata diventando una cantante vera. Zucchero scuffiato che anonimizza la fantastica Everybody’s got to learn sometime. Eddie Vedder che era presuntuoso a 20 anni e adesso è semplicemente insopportabile almeno quanto noioso. Eccetera, eccetera, eccetera. Poi arrivano loro. Arrivano i vecchiacci su quattro riquadri: Mick cam, Keith Cam, Ronnie cam, Charlie cam. Si accendono una dopo l’altra. E, dannazione, tutto cambia.

Non importa se lo streaming slitta di qualche frazione di secondo, rendendo il tutto raffazzonato, per andarci piano. Basta e avanza la presenza scenica

Non importa se veleggiano verso la quarta età. Non importa se Keith, con un misterioso bicchiere pieno di chissà che pozione, suona per modo di dire e comunque non si sente un beato c…. Non importa se lo streaming slitta di qualche frazione di secondo, rendendo il tutto raffazzonato, per andarci piano. Basta e avanza la presenza scenica. Anche segmentata. Anche a distanza. Bastano e avanzano quelle facce lì. Quei sorrisacci lì. Quell’entusiasmo, ancora e ancora, in tutto e per tutto. Sono lì: suonano, o fingono, ma con l’ardore di sempre e un carisma che non cede. Questi figli della guerra, degli Anni 40, signori del disastro, sono ancora come nessun altro. Si concedono la libertà di chi non ha più niente da perdere né da vincere: ma insiste, ed ogni occasione è buona. Lo fanno a modo loro, con l’eleganza stracciona che li ha resi unici, la loro performance la potresti vedere indifferentemente in uno stadio colmo o sotto la metropolitana: cambia poco e niente, la passione e il distacco, la convinzione e il controllo sono sempre lì. Intatti. Inossidati.

ANIMALI IN VIA DI ESTINZIONE

You can’t always get what you want, per la miliardesima volta e la sinfonia rock and roll, composta nel 1968, a 24 anni, incisa e pubblicata l’anno dopo, è più che mai gioiello; suggello inarrivabile, commovente, avvicente, che non si cura di Spotify, delle visualizzazioni, della polverizzazione della musica: nessuno, oggi, può scrivere qualcosa di lontanamente simile. Nessuno può suonarla così. Con Mick che la canta come fosse la sua prima e ultima volta. Con Ronnie che riempie lo spazio infinito di lick, di passaggi, di trovate, di invenzioni. Con Keith che chissà che accidenti sta facendo, seduto sul divano con una acustica coreografica. E con Charlie. Ah, Charlie! Il re di questa performance e di tutta la notte. Non si è neppure scomodato a procurarsi una batteria giocattolo, sta seduto davanti a delle scatole, dei bauletti, con un paio di bacchette e finge di percuoterli, mima il suo mestiere, agita le braccia e suona l’aria. Ogni tanto sghignazza, più simula partecipazione e più se la ride. Ma che gli vuoi dire a uno che nel ’64 rullava di charleston e di grancassa mentre Brian Jones cantava Popeye the sailor man mentre le ragazzine infoiate urlavano a tal punto che, tanto, non si capiva niente?

Il mondo li guarda con la riverenza stupita delle specie che evaporano

Sono gente così e, dopo 56 anni, si divertono ancora così. Anche così. Sono animali in estinzione e il mondo li guarda con la riverenza stupita delle specie che evaporano e loro lo sanno. E ridono. Charlie è diventato il protagonista di questa nottata planetaria risplendendo in ciò che avrebbe reso chiunque altro uno sfigato: il suo cazzeggiare da adolescente 79enne che fa finta di suonare beato mentre agita le bacchette per aria, non poteva non diventare virale e adesso tutti, specie i ragazzini, in tutto il pianeta fingono di suonare con due scatole di cartone davanti. Se non è punk questo!

C’è un sottile snobismo, tutto britannico, in un gesto così. Uno come Watts potrebbe semplicemente alzare il telefono e gli porterebbero seduta stante una batteria tutta d’oro nel tinello: se non ha voluto, se non si è dato pena, è segno che proprio non gliene fregava niente, di suonare, dell’One World, della beneficenza, della pandemia, della colleganza, di fare la figura da scemo, di diventare virale e di tutto il resto. “Stone face” lo chiamavano, faccia di pietra. Come a dire: basta questa faccia amici miei, basta la nostra presenza, ragazzini che ve la tirate esibendo le vostre patologie. Quei vittimismi. Quelle lucrose fragilità. Fragili e vittime gli Stones non lo sono stati mai e adesso, all’alba degli 80 anni, si preparano a lasciarsi alle spalle la pandemia, ad affrontare un altro tour, a licenziare un altro disco (Dio, fa’ che si decidano, loro saranno anche eterni ma noi no).

La mattina dopo, a poche ore dalla loro performance, è comparsa in rete una foto di loro quattro ghignanti, e, sotto, la scritta: “Scusate se la batteria era troppo alta”.

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La quarantena secondo Stefano Bollani: «La musica non deve fermarsi»

Molti artisti hanno deciso di rimandare l'uscita dei loro album. Non il compositore e pianista che dalla sua casa di Roma in cui sta condividendo la reclusione forzata con la moglie spiega: «Spero che sia di buon auspicio. Inizia ad uscire lui, poi magari toccherà a noi». L'intervista.

«Come sta andando la sua quarantena? Dove si trova?», mi chiede a bruciapelo il compositore, pianista e cantante Stefano Bollani a inizio intervista.

«Sono a Milano. Da solo, ma con una lunga lista di videocall e cose da fare. E lei?». A lui va sicuramente meglio. Con la sua voce entusiasta mi spiega infatti che è nella sua casa di Roma e sta trascorrendo questa reclusione per coronavirus con la moglie Valentina e il loro cagnolino. «Di questi tempi lui è preziosissimo», dice, mentre nella mia mente compaiono i meme che girano sul web con persone che pur di mettere il naso fuori casa porterebbero a passeggio anche un peluche. «Usciamo tre volte al giorno (onde evitare polemiche chiariamo che quando esce col cane Stefano non c’è anche la moglie e viceversa, ndr)».

HA DECISO DI FAR USCIRE IL SUO DISCO, NONOSTANTE LA QUARANTENA

Che poi a uscire non è solo lui col cane, ma anche il suo nuovo disco. Piano Variations on Jesus Christ Superstar era previsto per il 3 aprile e così è rimasto. Una decisione abbastanza controcorrente visto che la maggior parte degli artisti sta rimandando la pubblicazione o distribuzione delle loro opere. Glielo faccio notare, ma per Bollani il problema non si pone: «Intanto spero che sia di buon auspicio. Inizia a uscire lui, poi magari toccherà a noi». Poi per il compositore questo album è come un figlio: «Sarebbe stato un peccato tenerlo rinchiuso».

FAN DI JESUS CHRIST SUPERSTAR FIN DALL’ADOLESCENZA

Come suggerisce il titolo, il disco è la personale rilettura solo al pianoforte delle musiche del film Jesus Christ Superstar. «Avevo 14 anni quando l’ho visto la prima e sono rimasto folgorato sia dalla pellicola che dalla colonna sonora. C’era Gesù che cantava musica rock!». L’idea del progetto però gli è balenata nella testa solo nel 2019 mentre era steso su un’amaca. «Ho pensato: perché non fare una versione intima? Che è un po’ il contrario dell’originale». Per farlo ha ricevuto il permesso di Andrew LIoyd Webber che ha composto le musiche originali. Gli chiedo se si sono sentiti in qualche modo e se ha ricevuto un feedback: «Non ancora, mi ha dato il permesso a scatola chiusa. Sono davvero curioso di sapere cosa ne pensa».

DOMANDA. Visto che parliamo di musica ai tempi del coronavirus non posso non chiederle se le è piaciuta l’iniziativa dei balconi canterini.
RISPOSTA.
Li hanno fatti anche qui. È l’ennesima dimostrazione di quanto la musica sia è importante per tutti. Che poi questo lo sapevamo già, più o meno inconsciamente tutti.

Ci ha fatto sentire più uniti?
Assolutamente sì. La musica è condivisione fin dagli albori dell’umanità. Pensi a quella che si faceva intorno a un fuoco, a un tempio, o in ocassione di una nascita o di una morte. Per chi ci crede, ci permette di comunicare con spiriti più alti.

Anche se in questo momento la possiamo condividere solo a distanza.
In questi giorni sarei dovuto essere in giro a suonare. Il concerto live è una cosa importante per un musicista. Proprio perché ti permette di entrare in comunicazione con il tuo pubblico. Per fortuna ci sono le dirette Instagram.

Lei e tanti altri artisti state intrattenendo il pubblico in questo modo. Un regalo a tutti i fan?
In realtà abbiamo un grosso tornaconto. Ci guadagniamo entrambi: trasmettiamo calore e ne riceviamo indietro altrettanto.

E un po’ tutti evadiamo dalla tempesta di notizie da cui siamo bombardati.
Posso dire una cosa a riguardo?

stefano bollani quarantena
Il compositore Stefano Bollani.

Certo, la ascolto.
Ho letto su alcuni testi di linguistica che l’informazione è quella cosa che porta una novità. Se non c’è novità è solo comunicazione. Quando accendiamo la tivù non riceviamo solo novità. Quindi quando non è così spengo. Io ho bisogno di materiale su cui riflettere, altrimenti faccio altro.

Di cosa sono fatte le sue giornate quindi?
Leggo, suono, medito, faccio ginnastica.

E cosa le manca fare oltre ai concerti?
Guardi mi tengo talmente impegnato che non ho ancora pensato alle cose a cui sto rinunciando. In realtà era come se fossi già in una specie di quarantena. Io e Valentina venivamo già da due mesi di vacanza a casa.

E poi immagino che lei, per il lavoro che fa, abbia un buon rapporto con la solitudine. Sbaglio?
Ho un ottimo rapporto con la solitudine! Anche perché spesso viaggio da solo.

E appena saremo tutti liberi, quale è la prima cosa che farà?
Non ci ho ancora pensato. Anzi sì. Io e Valentina andremo al mare. Bisognerà scegliere bene il posto perché sarà pieno ovunque.

Un bel modo per ricominciare. Proverò a farlo anche io. Qual è il sentimento che sta vincendo in questo periodo di emergenza sanitaria mondiale?
Mi sento in attesa, come tutti.

In attesa di cosa?
Credo che ci aspetti una sorta di dopo guerra. La storia ci insegna che, di solito, durante il dopo guerra c’è un rifiorire delle arti. Perché chiusi in casa abbiamo avuto tempo per pensare, per fare un salto evolutivo in avanti. Tutti parleremo di grandi temi.

Ci saluti consigliandoci un disco da recuperare durante la quarantena.
Più che un disco vi suggerisco una canzone che mi mette allegria e mi tira sempre su.

È utile. Ci dica!
Cheek to cheek nella versione di Ella Fitzgerald e Louis Armstrong.

Grazie! Allora buona quarantena.
Anche a lei. Si diverta.

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La quarantena secondo Ornella Vanoni: «Godiamoci la pigrizia»

La cantante è rimasta a Milano per stare vicino ai suoi famigliari che però vede solo attraverso lo schermo del telefonino. In una quotidianità peggiore rispetto a quella della guerra. E sulle canne prima di dormire: «Sono il mio sonnifero, altrimenti non prendo sonno». L'intervista.

Se sei un #bimbodiOrnellaVanoni da anni, l’idea di intervistarla ti mette un po’ di ansia. Vorresti farle migliaia di domande sulla sua vita, sulla sua musica, la sua quotidianità e un po’ ti rammarichi perché non sarà possibile.

Quando ci siamo sentiti la prima volta per organizzare la nostra chiacchierata, Ornella Vanoni non aveva ancora pubblicato sulle sue pagine social il video, che è poi diventato virale, in cui commossa invitava gli italiani a rimanere a casa e seguire scrupolosamente le indicazioni del governo per limitare la diffusione del coronavirus.

Quasi due settimane dopo ecco che squilla il telefono. È lei. Ho l’impressione di non essere il primo, e nemmeno l’ultimo, che vuole parlare con lei della quarantena: «Volete parlare tutti della stessa cosa», mi dice. «Facciamo in fretta», la rassicuro io.

Ho pensato : vi canto una canzone o vi dico quello che penso ? #iorestoacasa #restiamoacasa #ornellaornellavanoni @ornellavanoniofficialpage

Posted by Ornella Vanoni on Wednesday, March 18, 2020

Le faccio notare che nel video appello che ha fatto il 18 marzo sembrava impaurita. «Non è la sensazione che ho dato», mi interrompe subito. «Sembravo vera. Non c’è più nessuno che lo è. Che ha il coraggio di fare vedere i sentimenti. Ero preoccupata e addolorata». Per questa emergenza sanitaria mondiale e le sue conseguenze. Quella che mi sembra le pesi di più è l’impossibilità di vedere la sua famiglia. «Sono rimasta a Milano così almeno sono vicina ai miei», raccontava con le lacrime agli occhi nella clip. Ma i suoi non li può incontrare, non li può toccare. «Vedo le loro facce solo attraverso il telefonino».

«IMPARIAMO A GODERCI LA PIGRIZIA»

Eppure la solitudine a Ornella piace. «Certo questa è una solitudine imposta, non scelta. Ma anche in questa condizione si può trovare pace». E la ricetta per farlo è «godersi la pigrizia». In questo modo aiutiamo noi stessi, ma anche i medici che sono «come i soldati in prima linea durante la guerra».

DOMANDA. Un’esperienza che lei ha vissuto.
RISPOSTA.
All’epoca potevo uscire il pomeriggio, andavo a trovare i miei cugini, giocavamo. Era la sera il problema. Si dormiva al freddo, vestiti, con le scarpe e il cappotto sulla seggiola per essere pronti a scappare quando suonava la sirena.

Da come ne parla sembra che la quotidianità ai tempi del coronavirus sia addirittura peggio di quella della Seconda guerra mondiale. Sbaglio?
Non sbaglia (risponde dopo averci pensato per qualche istante, ndr). Certo non c’era il lusso che c’è oggi, ma potevamo uscire. Dopo il primo bombardamento su Milano, ci siamo spostati a vivere in un appartamento a Varese. Stavamo in questo piccolo salottino dove c’era la stufa a legna perché le altre stanze erano troppo fredde. Mi ricordo che preparavo le sigarette a mia mamma con una macchinetta.

Altri ricordi di quel periodo?
Quello che non dimenticherò mai è il profumo di sapone, di pulito che hanno portato i soldati americani con i loro capelli rasati a zero e le loro t-shirt bianche. Lo sento ancora.

La preoccupazione in tempo di guerra era sicuramente maggiore. Me lo conferma?
Era diversa. Perché sapevamo chi era il nemico. Oggi il nemico è il coronavirus. Ma non sappiamo chi sia.

Quando vedo i politici che in tivù litigano sul coronavirus, spengo tutto guardo un film

Eppure molti italiani inizialmente non hanno rispettato le linee guida del governo e il decreto #IoRestoACasa. Soprattutto gli anziani. Secondo Natalia Aspesi gli anziani non hanno paura.
Io non ho paura, ma nemmeno mio nipote che ne ha 24 anni. Basta stare attenti. La paura non serve a niente. Bisogna seguire le regole.

Lei ha mai avuto paura nella sua vita?
Durante la guerra sentivo quella che provavano i miei. Ed era molto forte. Oggi mi sembra che la paura sia globale. E anche i vecchi penso ce l’abbiano. Certo abbiamo vissuto tutta una vita e possiamo anche andarcene.

I media fomentano questa paura globale?
No. Ma confondono le idee. Tutti ne parlano. Adesso cominciano anche a litigare sul tema. Soprattutto i politici, madonna santa (e ricrea qualche esempio di dibattito in tivù, ndr).

Fanno campagna elettorale anche sul coronavirus?
Sì, allora sa cosa faccio? Spengo tutto e vado a vedermi un filmino. C’è gente che invece sta attaccata tutto al giorno alla televisione per sapere cosa succede. Diventa una malattia poi.

Non le piacciono le litigate politiche in tivù, ma un’idea sull’operato del governo Conte se l’è fatta?
Onestamente a me sembra che il premier si sia dato da fare per quello che poteva fare. Non ritengo che sia un nullafacente. Non sarà il genio della lampada, ma è un momento estremamente difficoltoso. Non abbiamo un centesimo, ricordiamocelo. Dove sono questi soldi?

Spero di poter finire il disco a cui sto lavorando prima che io deceda

Nel video che ha pubblicato sui social a metà marzo dice che fa le scale fino al quinto piano per tenersi in movimento senza uscire. Di cos’altro è fatta la quotidianità di Ornella Vanoni ai tempi della quarantena?
Leggo, scrivo, esco col cane, parlo con la mia famiglia e con gli amici.

Anche alcuni colleghi?
Sì, certo. Giuliano Sangiorgi, Renato Zero, Paola Turci. Vabbé Gino Paoli. Siamo amici.

Com’era la sua vita prima della pandemia?
Avevo delle giornate molto concitate. Dalle cose più banali: il trucco, il parrucchiere, gli amici. E poi stavo lavorando a un disco da mesi con alcuni autori.

E adesso è tutto congelato.
Fino a che non potrò entrare in studio sì. Speriamo di farlo prima che io deceda (lo dice ridendo, ndr).

Non dica così! A proposito di musica. Le è piaciuta l’iniziativa dei balconi musicali?
È stato bello. Ci faceva sentire uniti. Come dovremmo essere in questo momento. La musica metteva allegria e ci faceva sentire comunità.

Una comunità che però si dimentica delle tante donne per cui convivenza forzata vuole dire violenza domestica come ha fatto notare sul suo profilo Facebook.
In questo momento nessuno se ne occupa per davvero. Il Telefono Rosa suona poco. E a me fa pensare al peggio.

Nonostante gli annunci fatti da molte cantanti e colleghe per sostenere le donne che in questo momento sono costrette a…

Posted by Ornella Vanoni on Thursday, March 26, 2020

È stata lanciata la campagna Libera Puoi per sensibilizzare sul tema. L’ha vista?
Sì, non mi piace. Se non sono libere come fanno a potere?

Invece la natura può tornare meravigliosa se l’uomo si ferma. Ce l’ha ricordato lei la mattina del 30 marzo postando un video di una Venezia rinata.
Certo non possiamo tornare all’aratro, ma per esempio Venezia non può essere trattata come Roma. È una città delicata. Anzi non è nemmeno una città, è un luogo di meraviglia. Accessi limitati e monitorati, come se fosse un interno. Niente navi.

Magari tutta questa brutta situazione ci insegna qualcosa. Lei che ne pensa?
Io me lo auguro. Dovremmo imparare un po’ di moderazione. Meno velocità.

Prima di salutarci mi toglie una curiosità?
Se posso sì.

Ha dichiarato che da 55 anni si fuma una canna prima di dormire. Se ne è tanto parlato. Quest’abitudine è ancora in voga anche in quarantena?
È il mio sonnifero! Ne ho provati tanti, ma funziona solo quello. Se non me la faccio non dormo! Che poi, scusate, in America adesso è libera.

È vero. E non solo lì.
Tra l’altro c’è anche un olio a base di marijuana che fa passare i dolori al corpo. L’ho provato e funziona.

LE PUNTATE PRECEDENTI

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La quarantena di Michele Alessandrino: «Re dei flashmob solo per hobby»

Grazie alle sue imitazioni (direttamente dal balcone di casa) di Morgan, Achille Lauro, Elettra Lamborghini e Loredana Bertè ha conquistato più di 60 mila follower su Instagram. Ma il 20enne di Caserta non vuole trasformare questo successo in un lavoro. E ha già rifiutato la richiesta di molti manager.

In pochi giorni ha superato i 60 mila follower su Instagram e si è guadagnato il titolo di ‘re di flashmob‘. Un successo del tutto inaspettato e totalmente homemade, quello di Michele Alessandrino. 20 anni, originario di Caserta, è diventato virale grazie alle sue esibizioni sul balcone di casa. In un’Italia che, in piena emergenza coronavirus, alle ore 18 si è riscoperta canterina non è facile farsi notare. Eppure lui ce l’ha fatta. Merito dell’idea di imitare nel look i cantanti che omaggia.

«CHE SUCCEDE? DOV’È BUGO?»

Tutto è iniziato con Sincero di Morgan e Bugo, nella controversa versione rivisitata dall’ex Bluvertigo sul palco dell’Ariston. Michele esce sul balcone in occhiali da sole e abito nero: «Le brutte intenzioni, la maleducazione, la tua brutta figura di ieri sera…». Dopo l’ultima nota si guarda in giro e saluta il pubblico del suo quartiere (affacciato alle finestre e sulle terrazze) con l’ormai iconico: «Che succede? Dov’è Bugo?». Ed era solo il quinto giorno di quarantena.

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Quinto giorno di quarantena, i risultati.

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NON VUOLE LAVORARE NEL MONDO DELLO SPETTACOLO

Mi chiede di chiamarlo dopo le 18. Immagino che sia perché debba registrare un nuovo video. La realtà è ben diversa: «Avevo lezione online e poi c’è un tempaccio. Non si può nemmeno uscire sul balcone», mi spiega. Perché, a dispetto di quello che possono aver pensato in tanti, Michele non ha intenzione di trasformare queste esibizioni in un lavoro. Da grande vuole lavorare nella sicurezza. Studia infatti a Narni Scienze per l’investigazione e la sicurezza. Quando l’università ha chiuso, però, è tornato in famiglia a Caserta. Ed è da quella terrazza che è partito tutto.

DOMANDA. Come le è venuta l’idea di fare queste imitazioni?
RISPOSTA.
Per caso. Vedevo flashmob ovunque in tivù e sui social.

Un po’ se lo aspettava questo successo?
Assolutamente no. Volevo solo intrattenere il mio vicinato.

Ed è finito ad intrattenere l’Italia dei social. Come ci è riuscito?
Credo sia merito di una mia amica che ha segnalato la mia story a molte pagine.

Quanto tempo le richiede la preparazione?
A livello canoro, come potete sentire, davvero poco. Mi impegno un po’ di più per la ricerca dei look negli armadi di casa. Anche perché non si può uscire.

Si fa aiutare?
Mia mamma mi dà una mano con i costumi, papà nel montaggio delle casse, mentre mio fratello mi riprende.

Dopo Morgan sono arrivati Achille Lauro, Elettra Lambroghini e Loredana Bertè. Chi le è piaciuto di più interpretare?
Forse mi sono divertito di più a (s)vestirmi da Achille Lauro (l’esibizione, che omaggia la partecipazione del cantante a Sanremo 2020, inizia con Michele che indossa una coperta o un lenzuolo a mo di mantello che poi si toglie per rimanere in slip e canottiera, ndr). Che forse è quello che ha avuto più visualizzazioni.

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CI SON CASCATO DI NUOVO. @achilleidol

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Si è fatto sentire qualcuno dei quattro artisti che ha portato sul balcone?
No. Solo Elettra Lamborghini mi ha ripostato nelle sue stories.

Come sceglie chi interpretare?
Devono essere particolari sia dal punto di vista vocale sia dell’immagine.

Quindi non fanno per forza parte dei suoi ascolti quotidiani?
No però i brani di Morgan e di Loredana Bertè mi piacciono molto. Quelli di Lauro ed Elettra non sono il mio genere, ma li ascolto volentieri.

Che cosa ascolta volentieri?
Il rap e la trap americana. Però sono abbastanza onnivoro musicalmente parlando. Il mio cantante preferito è David Bowie che non c’entra nulla con il rap e la trap.

Anche Bowie amava i look appariscenti. Vedremo anche lui?
Ho una rosa di nomi, ma non ho ancora deciso chi fare e quando.

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E il resto? @elettramiuralamborghini

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Insomma effetto sorpresa. Che rapporto aveva prima con i social network?
Pubblicavo pochi contenuti. Usavo Instagram per vedere i profili che mi interessano. Quelli dedicati al calcio e ai meme soprattutto.

È appassionato di calcio quindi. Per quale squadra tifa?
Per il Milan. Pensi che una volta che i video hanno iniziato a girare sono stato contattato direttamente dal capitano Alessio Romagnoli che voleva farmi i complimenti.

Da tifoso deve essere una bella soddisfazione. Altri personaggi famosi che le hanno scritto?
Leonardo Pieraccioni mi ha inviato un audio in cui mi spronava a continuare. Poi Tommaso Paradiso ha ripostato una delle mie esibizioni.

Questa esposizione mediatica (è stato anche in tivù, ndr) le sta cambiando la vita?
Io rimango sempre quello. Certo la gente mi scrive, mi chiede altri video. Molti si aspettano delle cose da me.

Ormai è il re dei flashmob. Mi sorprenderebbe il contrario.
Questo titolo mi diverte molto.

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Chiedo umilmente scusa a @loredanaberteofficial

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Eppure, mi pare di capire, che non ha intenzione di cavalcare questo successo.
Mi hanno contattato alcuni manager, ma ho rifiutato.

Perché? C’è chi farebbe carte false al posto suo.
Io non ho talento, è solo divertimento. Posso pure inventarmi qualcos’altro, ma non andrei molto lontano. Ironicamente ho scritto su Instagram che sono un artista da balcone. Nulla di più.

Cosa le hanno proposto i manager che l’hanno cercata?
Collaborazioni con aziende.

Poteva diventare un passatempo remunerato, non ci ha pensato?
Sì, però avrei dovuto iniziare a fare anche i miei video in un certo modo. Sarebbe diventato più impegnativo. E, visto che la mia priorità rimane l’università, devo essere libero di farli come e quando voglio. Non sotto pressione. Poi, farne uno al giorno diventerebbe pesante per me e per gli altri. Uno o due a settimana sono più che sufficienti. Per lo meno fino a che continuerò a divertimenti e ad avere tempo.

Non è fatto per la vita da influencer. Come sta vivendo, invece, questo clima di apprensione generale per il coronavirus?
Con apprensione appunto. Sa, soffro di asma e mia mamma non mi permette di uscire da più di due settimane.

Sarebbe bello non dover cambiare autocertificazione ogni giorno perché tra un po’ dovremo uscire anche per comprare il toner della stampante

E, oltre a studiare, come occupa le sue giornate?
Mi tengo in forma in giardino, guardo video calcistici e serie tv.

Una che le è piaciuta particolarmente?
Sabrina.

Cosa le manca di più?
Vedere e stare con i miei amici. Le videochiamate non sono la stessa cosa. Poi da un anno non vivo a Caserta. Mi fa un po’ strano stare a casa dei miei genitori. Non che non mi trovi bene. Ma è strano appunto.

Quindi la prima cosa che farà quando ne usciremo sarà una rimpatriata dal vivo con gli amici?
Credo proprio di sì. Anche se penso ci sarà ancora molta paura e cautela per lo meno per qualche mese.

È molto giovane, ma, immagino, stia seguendo quello che succede in Italia anche a livello politico.
Tutto. Mi sembra che il governo stia facendo un grande lavoro vista la situazione d’emergenza. Chiaramente va fatto altro per le partite iva e le piccole aziende. Però dobbiamo lasciarli lavorare. Conte si sta impegnando al massimo.

Non mi dica che anche lei è un bimbo di Giuseppe Conte!
Assolutamente sì. Ecco, però, sarebbe bello non dover cambiare autocertificazione ogni giorno perché tra un po’ dovremo uscire anche per comprare il toner della stampante (ride, ndr).

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Caro Dylan, cosa vuoi dirci con Murder Most Foul?

Dopo otto anni, il cantautore americano torna con una nuova canzone. Sono 17 minuti che non finiscono mai e, al tempo stesso, in un soffio finiscono. Un viaggio nel Novecento, che parte dall'omicidio Kennedy per arrivare ai giorni nostri. Ma qual è il significato? Possiamo scervellarci ma sappiamo già che non ci arriveremo.

Che cosa vuole dirci Bob Dylan con Murder Most Foul, il suo primo pezzo inedito in otto anni, una canzone sola, circolare, ossessiva, non recente, nata chissà quando, ma tempestiva, ma nuovissima, lunga, una canzone sola, ma in realtà un ep, 17 minuti che non finiscono mai e in un soffio finiscono?

Cosa vuole dirci questo Caronte del 1963, anno del delitto più sordido, come da titolo, quello su Kennedy, un volo oscuro che attraversa la modernità del Novecento e arriva fino a noi, alla nostra psicosi da pandemia, e «state riguardati, state attenti, e che Dio vi benedica»?

Cosa vuole dirci Bob, forse che i tempi stanno cambiando, ma per non cambiare mai davvero? Che c’è sempre un trauma nella coscienza collettiva?

Che il Novecento è stato la somma di tutte le evocazioni, le citazioni, le allusioni di questa chilometrica canzone, la più infinita per Dylan. Mille e quattrocento parole, piano, violino e sospiri per dire che il Novecento è stato il secolo breve del furore, del motore, del rumore e della poesia. E gli anni Sessanta, i suoi anni, sono stati quelli della musica, e della poesia, e tuttora ribollono dei Beatles in arrivo, dell’Acquarius con le sue allettanti promesse epocali, delle orge da palco, Woodstock, poi Altamont e gli Stones, i Kennedy fatti fuori uno dopo l’altro, come rockstar cascano, e Tommy e i deliri acidi, e Marilyn, Keaton, Houdini. E poi il blues, Etta James, John Lee Hoker, il blues che è la culla di tutto così come l’Africa è la culla dell’umanità, Thelonious e Charlie Parker, Nat King Cole, ma poi Don Henley, Glenn Frey, Stevie Nicks, su e giù nel tempo, il suo tempo, il nostro tempo.

LA VOCE DEL NOVECENTO

E quel violino che tira le note, e quella voce che salmodia ed è la voce del Novecento: un ringhio, un ronzio, un motore. Suona Don’t Let Me Be misanderstood, suona per la First Lady, non sta tanto bene, suona Another One Bites The Dust. Suona il Novecento, Sam, suonalo ancora, che siamo figli suoi e non ce ne liberiamo, e proprio come le macchine di domani andranno a silenzio, a elettricità, e ci finiremo sotto nel silenzio spettrale che oggi ci ammazza, ci mancherà però la nostra colonna sonora del motore.

LA STORIA È UNA CATENA DI TRAUMI

E Dylan quel motore, quel rumore, è tutti noi e lo sa e ricorda. Ricorda l’omicidio di Kennedy e un viaggio supersonico per l’epopea di quelli come lui che hanno segnato il secolo e adesso, sulla soglia degli 80 anni, vengono a dirci che la storia è una catena di traumi, nessun anello mancante, formidabili traumi, guerre dichiarate, guerre fredde, guerre perse, pandemie. E silenzi che ti scavano, ti infettano, ti uccidono, silenzi perfetti e allora Bob Dylan apre il cassetto, tira fuori questa suite che non finisce mai e ti lascia intontito, ti riempie un pomeriggio desolato, tu e la tua mente deserta mentre cerchi di decifrare cosa cazzo vuol dirti Bob.

CARO DYLAN, SEI SEMPRE TU: INVADENTE E INAFFERABILE

Ma è già finita quest’inferno di canzone e allora la rimetti da capo, altri 17 minuti, le stesse parole che però dicono altro. Ah, Dylan: sei sempre tu, invadente e inafferrabile, «certo, certo che lo sappiamo, lo sappiamo chi sei», sei il nostro rompicoglioni prediletto, la nostra coscienza pulita e sordida e te ne freghi del Nobel. E, a 80 anni, pubblichi in digitale un brano solo sapendo che fa girare il mondo, oggi come sessant’anni fa. Dico 60, non ti sbagliare, credici pure, perché è la verità: «i Beatles stanno arrivando, ti terranno la mano», un bel giorno per vivere e morire, macellato come un agnello sacrificale, e domani è ancora Pasqua. Ma quale Pasqua, di non resurrezione, di clausura, di alienazione. E fuori i fiori rosa, fiori di pesco spuntano ma non per noi, pesci dentro i vetri delle nostre case.

CI RIMANI SOLO TU, BOB

E suonala ancora Bob, che oggi ci rimani solo tu. Ma oggi chi ce la tiene la mano, oggi che sbandiamo in una guerra che non conosciamo, tempo di mutaforma che fottono le genti, fottono i governi, mattoni e cemento, mattoni e cemento. Ecco il Novecento: canzoni in formato digitale, canzoni pubblicate e in un lampo globali, Cry Me A River, che crimine infame, però, suona Jerry Roll Morton, suona Lucille. Suona il Novecento che tanto non ne usciamo, suona questa ridda di spettri, questa libertà vigilata, sorvegliata dai droni e dagli spioni, dalle delazioni, da cartoni al posto di mascherine, da suoni di silenzio che accoltellano il cuore, «è quello che è, ed è il crimine più lurido».

POSSIAMO SCERVELLARCI SU COSA CI VUOI DIRE MA SAPPIAMO CHE NON CI ARRIVEREMO

Forse questo vuoi dirci, caro Bob, che la vita è quella che è, ed è tutta un crimine squallido, e qui nessuno cercava la tua voce di cornacchia, nessuno l’aspettava ma adesso che è tornata è una benedizione. Possiamo scervellarci su cosa ci vuoi dire e sappiamo già che non ci arriveremo. A niente arriveremo. È quello che è. Tu sei quello che sei. Ma è ancora bello farsi trasportare indietro, la tua poesia petulante vaneggiante piena di incognite, il piano e il violino e scie di piatti, non serve altro per volare via da questa epidemia. Chiudi gli occhi, metti la cuffia, spegni tutto e suonala ancora, Bob, che 17 minuti finiscono in un amen. «Fate attenzione, cercate di star bene, e che Dio vi accompagni».

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Gigaton, il ritorno al passato dei Pearl Jam

Dopo sette anni, la band sforna un disco che al primo ascolto sembra sperimentale e introspettivo. Ma che in realtà ripropone il loro modo di fare musica animato dalla smania di cambiare il mondo.

Da quanto tempo i Pearl Jam non sono più loro? Mai visto un gruppo rinnegarsi tanto in tutta la storia del grunge, quel fantastico esordio alla fine del 1991, Ten, era un miraggio, un disco di non canzoni, divagazioni allucinate, malate che partivano in tutte le direzioni.

Poi, una inesorabile normalizzazione, dapprima impercettibile quindi sempre più marcata, lo spartiacque fu, un lustro più tardi anni, No Code, disco sperimentale per eccellenza.

Anche il nuovo Gigaton è in fregola di esperimenti, ma attenzione: non è tutto nuovo quello che luccica. Sette anni che mancavano i Pearl Jam, quasi a dire da Bush Jr a Trump. Come se il lungo regno di Obama li avesse evirati dell’ispirazione, che nel loro caso fa rima con indignazione.

Piovono, oggi, nel pieno di una pandemia e hanno buon gioco nei loro messaggi sull’urgenza di cambiare mondo, vita, sui cambiamenti climatici, sul consumismo, tutte quelle faccende, a volte di buon senso a volte esagerate o lunari, che si ripetono sempre. Disco di allarmi, Gigaton, fin dal titolo: è la misura della quantità del distacco di ghiaccio ai poli. Lungo disco di inviti a regolarsi per non perire, quindi, al fondo, di speranza. Ma per cosa?

LA NOVITÀ STA NELLE VIBRAZIONI, NON NELLE CANZONI

Dodici tracce a coprire un’ora di suoni secchi e puliti, nitidi, opera del nuovo produttore Josh Evans, uno che nel mito di Ten ci è cresciuto, un 40enne; quanto a loro, i cinque di Seattle davvero non hanno più niente dei ragazzi emaciati e drogati di allora, sono maturi professionisti imbiancati, con gli occhiali, che dopo il delirio planetario hanno saputo risorgere da un brusco calo di attenzione proprio con questo lavoro, annunciato in largo anticipo e con una campagna pubblicitaria potente, nel segno di quel falso basso profilo che da sempre contraddistingue il gruppo. No, non è tutto oro questo sperimentare: lo potreste definire coraggio.

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E Gigaton, coraggioso, ambizioso lo è senz’altro, ma lo potreste definire anche disperato e a tratti confuso conato per non sparire. Le novità stanno nelle vibrazioni, nei suoni. Non nelle canzoni, che, idealmente sfrondate, restano classiche dei Pearl Jam, sì, ma quasi sempre della fase matura. Comprese le invettive politiche, tutto l’album è uno scontato lungo invito al disprezzo del parruccone pel di carota, certamente condiviso dall’intera band ma, di fatto, trainato dal cantante, Eddie Vedder, uno che si vede immancabilmente iscritto alla sacra armée benpensante degli altri parrucconi, i Bono Vox, gli Sting, i Boss. A suon di rock maturo o, come piace definirlo, “consapevole“.

L’ETERNA QUESTIONE SULL’ETÀ DEL ROCK

Il ritorno dall’oblio si annuncia con Who Ever Said, sostenuta, non particolarmente d’impatto, ascrivibile alla fase Binaural: ci sono tante chitarre, questo sì, perché Evans ne è un fan e ha inteso irrorarne l’intero album, per un Vedder salmodiante come non mai che invita a «imparare dagli errori»: e già si capisce cosa ci aspetta, moniti travestiti da rabbia; Superblood Wolfmoon che segue, rimanda sia nel nonsense delle liriche che nel tiro a certi echi di Vitalogy, è più dinamica, ricamata da un assolo inebriante, forse un po’ troppo scolastico per esaltare fino in fondo. Ma i Pearl Jam ormai sono dei vecchi lupi, dei mestieranti impeccabili e non potrebbero suonare in altro modo.

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Poi la famigerata Dance of Clairvoyants che sa di elettropop, di Talkin’ heads, e che Evans difende come testimonianza della assoluta libertà creativa dei musicisti, ma che, come primo singolo, ha scandalizzato parecchi tifosi; Quick Escape è un convulso viaggetto on the road, destinazione Nord Africa e Medio Oriente, alla ricerca di «un posto che Trump non abbia distrutto», sostenuto dalla chitarra ritmica e contrappuntato da tocchi di tastiera e stridori vari: non a caso cita Kerouac e anche qui abbiamo un lungo assolo, più anarchico, in stile Ten, come a voler ricordare a tutti un come eravamo che in realtà non è più, lasciando irrisolta l’eterna questione se il rock debba restare pericoloso, dunque adolescenziale almeno nello spirito, oppure se a un certo punto sia chiamato a crescere, a invecchiare anch’esso. Vero è che il tempo non aspetta nessuno e allora conviene confonderlo, riscrivendosi fin che si può.

Eddie Vedder (Getty Images).

LA TROPPA INTROSPEZIONE PUÒ SCIVOLARE NELLA NARCOSI

Alright è un canto quasi indiano, canto di ribellione, ballata d’atmosfera che insegue antiche suggestioni: parte sommessa, bradicardica, per ascoltare meglio il battito della solitudine, e poi…poi si estenua, senza evoluzione, lasciando qualche amaro in bocca; ne prende il posto Seven O’ Clock, che, col pretesto di citare i leggendari capi delle tribù dei nativi, si concede un gioco di parole sul “Sittin’ Bullshit“, che idiomaticamente viene a dire “stronzone seduto” e non c’è bisogno di scervellarsi per capire quale sia il destinatario (sta a Washington…): innervata di tastiere, suona come la tipica canzone militante di Vedder e trattiene ancora i palpiti (quanto è prolissa, però!). Finalmente Never Destination smuove le acque ed era ora, perché la troppa introspezione rischia di sprofondare nella narcosi: bello l’intreccio delle chitarre, a sfociare in un vero e proprio duello, di Stone Gossard e Mike McReady, anche se l’ispirazione forse cede alla maniera; Take The Long Way l’ha scritta il batterista Matt Cameron e vira sul (post) punk o sul grunge vintage, se preferite: è comunque uno dei momenti migliori, teso, senza troppi fronzoli e con un assolo di schegge di vetro.

COMES THEN GOES, OMAGGIO A CHRIS CORNELL

Buckle Up è invece un arpeggio alticcio di Stone Gossard e qui si coglie una delle specifiche del disco, le sue atmosfere che cangiano di continuo: un punto a favore, perché la musica può avere tutti i difetti del mondo ma se non conserva carisma è niente e Gigaton a suo modo, orgoglioso lo è, non ha paura di osare, sia pure in quel suo modo a volte furbo, oppure arzigogolato, che ai fan oltranzisti farà urlare di esaltazione mentre i tiepidi, gli scettici non ne saranno del tutto convinti. Tante idee appaiono accuratamente sfocate, e poi troppo forte resta il rimpianto per quell’esordio impossibile, così spaventosamente libero, di 30 anni orsono; Comes Then Goes, tutta acustica, dovrebbe essere l’omaggio per Chris Cornell: solo che un pezzo completamente acustico o è un capolavoro o è una palla e Vedder non è esattamente Nick Drake o Gram Parson, e neppure Springsteen, così come i Pearl Jam non sono i Rolling Stones di Beggar’s Banquet. Questione di tempi, di radici e anche di talento, questo sembra più un demo con una sola frase musicale, circolare, interminabile e tanto più noiosa.

SONO COME UN DON CHISCIOTTE SPOCCHIOSO E APPASSIONATO

Siamo entrati nell’ultima parte di questo prolisso album, tre ballate di fila a chiuderlo, nessuna delle quali memorabile: Retrograde – com’è impietoso il tempo anche per lei! – è carica di aspettative ma, più sermoneggiante che mai, evapora in una lunga dilatazione che si trasfonde nell’epilogo di River Cross, organo a pompa e infiorescenze di Genesis per l’ennesimo contropelo al «governo che prospera sul malcontento»: la messa è finita, andate in pace. Più parrocchia che rock, i Pearl Jam del 2020 sono ancora un don Chisciotte, spocchioso e appassionato, retorico e partecipe, ora irritante ora trascinante, che sale sul destriero e parte in tutte le direzioni, anche se non è ben chiara la meta: forse non c’è e questo è un viaggio che non finisce mai. Non deve. A chi ascolta la scelta: seguirli, a rischio di perdersi, o scendere qui. Ma Gigaton rimane comunque un bel disco. Non un capolavoro, ma il meglio possibile oggi per loro. E poi cosa sarebbe il mondo senza smania di cambiarlo, cosa sarebbe la vita senza la sua foresta di miraggi?

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La quarantena secondo Cristina D’Avena: «La musica come antidoto per l’ansia»

La cantante è a Milano con la sua famiglia. Ha paura, ma evade da questo senso di frustrazione tenendosi impegnata con i fan sui social, in cucina e guardando serie tivù. «Vorrei riuscire a trovare le parole giuste per confortare i miei amici medici e infermieri». L'intervista.

Cristina D’Avena non si vergogna ad ammettere che il coronavirus le fa paura. «Sono in ansia. Vivo reclusa con la famiglia e seguiamo le notizie ogni giorno», mi dice.

Eppure la sua voce non perde quel non so che di rassicurante e vivace a cui le sigle che canta ci hanno abituati. «Sono a Milano con la mia famiglia, rispettiamo le regole in modo da ridurre il rischio di contagio, ma la situazione è paradossale», spiega.

La sensazione della cantante è quella di chi dalla sera alla mattina si ritrova in un tunnel buio: «Cerco di barcamenarmi sperando di vedere in fondo la luce. Perché sono certa che ci sia. Bisogna solo trovarla». A darle speranza sono i dati sui contagi e i decessi degli ultimi giorni, ma non è facile.

TRA SERIE TIVÙ E FORNELLI

Il suo antidoto per evadere da questo senso di frustrazione è tenersi occupata: «Avrò sistemato l’armadio quattro o cinque volte», racconta ridendo mentre fa la lista di tutte le altre cose che le riempiono la giornata. «Scrivo. Leggo. Penso a nuovi progetti. Faccio tante videochiamate». E poi, da quando ha scoperto di avere una collezione di libri di ricette, cucina. Le chiedo se si sente pronta per Masterchef o qualche altro cooking show, ma non mi sembra convinta. Però la televisione la guarda. Le piacciono molto le serie tivù, meglio se thriller. «Adesso sto guardando The Outsider: è un po’ lenta, ma mi appassiona. Poi mi sto portando in pari con The good doctor e La casa di carta».

NON SOLO SIGLE DI CARTONI ANIMATI

E la musica? Da quello che mi dice non manca mai. Nella sua playlist ci sono artisti italiani come Tiziano Ferro, Antonello Venditti, Renato Zero, ma anche nomi più inaspettati come Enya. O ancora dj del calibro di David Guetta e Bob Sinclair: «Sinclair mi fa impazzire, lo metto sempre quando ho voglia di ballare».

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La cantante Cristina D’Avena.

DOMANDA. Se Cristina D’Avena non va alla discoteca è la discoteca che va da Cristina D’Avena. E i vicini non si lamentano?
Ormai sono abituati. Pensi che una di queste sere ho cantato col microfono «Ciurma, andiamo tutti all’arrembaggio, forza!» (intona la sigla All’arrembaggio, ndr) alle 23.30.

Col microfono?
Stavo facendo una diretta con i miei fan. Credo sia giusto fare loro compagnia in questi giorni di isolamento. Loro la fanno a me. Almeno alterniamo l’informazione alla spensieratezza. Poi sa, mi dispiace per tutti quei ragazzi che avevano preso i biglietti per i miei concerti, che avevano chiesto le ferie, programmato voli e spostamenti magari facendo sacrifici. E da un momento all’altro si sono visti cancellare tutte la date previste.

Non solo i concerti annullati, ma anche la quarantena.
Infatti, magari anche da soli. Per questo provo a regalare a loro qualche momento di leggerezza. Cantiamo tutti insieme. Ognuno da casa propria. O per lo meno questa è l’impressione che io ho durante questi incontri virtuali. Perché la musica arriva ovunque. Anche in questa situazione.

Lo testimonia anche l’iniziativa dei balconi canterini. Lei partecipa?
Dove mi trovo io ci sono davvero poche abitazioni. Ci sono soprattutto uffici. È una zona molto silenziosa. Però quest’abitudine mi piace tanto. Penso sia utile. A volte davvero non sappiamo nemmeno il nome di chi vive nel nostro palazzo e in questo modo abbiamo la possibilità di conoscerci. Sa, i social sono tanto utili (come stiamo vedendo in questi giorni), ma alla fine spesso ci allontanano.

Non l’allontano però dai suoi fan dicevamo. Di che cosa parla con loro?
Di tutto. Anche di come stanno vivendo la quarantena. Per molti è davvero difficile.

Vorrei trovare le parole per confortare i miei amici medici e infermieri

Cosa le dicono?
Molti vivono in case molto piccole, senza magari determinati comfort. Certo l’emergenza c’è. E dobbiamo aiutare chi ci aiuta.

Medici e infermieri?
Ne conosco diversi e quando mi raccontano quello che vivono quotidianamente non riesco a non piangere. Mi sento a disagio perché vorrei confortarli, ma non riesco a trovare le parole giuste. Mi sembra tutto riduttivo. Quindi finisce che li faccio sfogare e li ascolto piangendo.

Forse è spaventata anche per quello che le dicono loro. Non esce nemmeno per fare la spesa?
Andiamo a turno, ma il meno possibile. Peccato che ormai non si trovi mai tutto ciò che ci serve e che gli acquisti online abbiano delle tempistiche di consegna molto dilatate.

È riuscita a trovare le mascherine?
Fortunatamente le ho prese un po’ di tempo fa. E, siccome sono ormai introvabili, le teniamo disinfettate.

Come giudica l’azione del governo in questa situazione d’emergenza?
Non vorrei essere al loro posto. Non è facile. Io non me la sento di esprimere un’opinione in merito. Non credo di avere le competenze per farlo.

Stiamo riscoprendo il valore degli affetti e del contatto fisico che forse davamo per scontati

Ci cambierà quest’esperienza?
Credo di sì. Forse lo sta già facendo.

Come?
Stiamo riscoprendo certe cose che davamo per scontate. La famiglia, la casa, gli affetti, il senso di comunità. E il contatto fisico. Pensi agli abbracci, i baci, la stretta di mano. A me mancano tantissimo gli abbracci dei fan.

Diventeremo anche più patriottici?
Io credo di sì e magari al posto di andare all’estero (io lo faccio poco perché ho paura dell’aereo) visiteremo i luoghi del nostro Paese. Dobbiamo iniziare a valorizzarci ed essere uniti tra di noi.

Cosa farà appena finirà la quarantena?
Chiamerò tutte le persone a cui voglio bene e cercherò di vederle tutte. E poi io amo molto camminare all’aria aperta.

Per salutarci ci consigli uno dei cartoni di cui ha cantato le sigle che dovremmo recuperare durante questo periodo di reclusione.
Pollyanna perché è un personaggio sempre positivo e ottimista. Ritrova sempre il sorriso.

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Mina, 80 anni di un mito atemporale

Nel panorama creativo c'è la meteora, la cicala che canta una sola estate. C'è chi vivacchia sull'onda di un successo, e dopo tira a campare. E poi i bravi, che si difendono, si amministrano quanto possono, poi s'arrendono. Salendo nella massima serie ci sono i campioni, le campionesse buoni, ottimi per tutte le stagioni. Poi c'è lei.

È sempre il tempo di Mina. Ottant’anni senza età, e pare incredibile: lei ha smesso d’invecchiare da giovane, quando scomparve dopo l’ultimo concerto del 1978 alla Bussola. Una sola frase: «Mai più». Mina e non più Mina.

Da allora, s’amministra. Vive nel tempo senza tempo, cavalca epoche, rilascia ologrammi di sè. Mina è un eterno Techetechetè che conferma la fatale percezione: di Mina mai più un’altra, quella che c’è sarà per sempre. La migliore di tutti, la migliore in tutti i sensi e a dispetto delle epoche vederla, ascoltarla è esperienza che travolge gli oceani d’inchiostro, i deserti di parole versati su di lei.

Difficile aggiungere qualcosa, eppure proviamoci, partendo dalle intriganti percezioni che confessò Luca Goldoni: quella silhouette sinuosa ed elastica, un anno filiforme al limite dell’allarme, quello dopo rotondetta abbastanza da indurre turbamento, poi di nuovo eterea, tutta acconciatura su nei, e così via per la carriera intera; sulle doti, a che pro infierire quando Louis Armstrong la definiva «la più grande cantante bianca del mondo» (e Renzo Arbore chiosava: «Nera, no; bianca, sì»)?

UN GRANDE SUCCESSO MA SENZA PRENDERSI MAI TROPPO SUL SERIO

Quel che appare dai nostri personalissimi Techetechetè suggerisce tuttavia pensieri laterali: una modernità della ragazza che è atemporalità, la perfetta padronanza di sé, del mezzo e della circostanza, per esempio a tu per tu con un malizioso Sandro Ciotti: «“Ma che cattivo che sei». Si dirà: ma erano tempi sfacciati, anche le altre non scherzavano, prendi una Patty Pravo. Sì, ma Patty, come chiunque altro, voleva esserci, voleva piacere, imporsi, Mina non pareva preoccuparsene affatto, come chi si dà per scontato (il genio, diceva Goethe, presuppone la coscienza di esserlo).

Mina nel 1961 (foto LaPresse).

Con Ciotti, Mina non gioca alla femme fatale, gioca di rimessa, un catenaccio insidioso che sfocia in contropiede: già aveva sfidato, e vinto, i benpensanti, la morale chiesastica, coi suoi legami discussi, il primo figlio che prescindeva da calcoli di bottega. Salvo presentarsi così, a buriana chetata: «Io domando a voi: vi sono mancata?». Certo, Mina sa come manipolare i media: ma sia chiaro che, quando li manipola, vuole dimostrarlo; ci mette un sovraccarico d’ironia. Il suo livello più sottile, invece, qui la sua atemporalità, cova in quell’apparente sottrazione, quello schermirsi sull’argine dello schernirsi, del non prendersi sul serio, ma per finta. Totalmente a suo agio, completamente brava, brava, brava anche quando non canta.

CI SONO I CANTANTI DI SUCCESSO, I CAMPIONI: POI C’È MINA

Altra spia d’eternità: si ripete sempre, per lei come per ogni prodigio artistico, che non patisce i calendari, cioè la sua arte rimane. Un momento. Nel panorama creativo, specialmente della musica convenzionalmente definita “leggera”, ci sono vari gradi di epifania. C’è la meteora, la cicala che canta una sola estate. C’è chi vivacchia sull’onda di un successo, e dopo tira a campare. E poi i bravi, che si difendono, si amministrano quanto possono, poi s’arrendono. Salendo nella massima serie ci sono i campioni, le campionesse buoni, ottimi per tutte le stagioni. Poi c’è Mina. Che, come Lucio Battisti, è buona per ogni stagione. Mina non è mai quella di prima; allo stesso modo, ha il dono d’incarnare (come Lucio, e in Italia come nessun altro) le mutazioni fisiche di una società gattopardesca alla rovescia, che forsennatamente cambia nell’apparente stagnazione.

Tra un soffiar di mille bolle blu e un musicarello ci accompagna nell’onda lunga del boom, poi dello sboom

Se uno vuol capire cos’era il boom della fine dei ’50, deve ascoltare Mina ragazzina, quelle prodigiose accelerazioni vocali, sintomo d’una gran fretta solare, di un passaggio storico irripetibile; già nella decade successiva lei matura, cambia l’approccio, la sua voce è quella, esplosiva ma più sorvegliata, di una consapevolezza ora gioiosa, ora già più problematica, perfino dolente; tra un soffiar di mille bolle blu e un musicarello ci accompagna nell’onda lunga del boom, poi dello sboom, dal Carosello di geniali pubblicità di pupazzetti affettuosi ai primi stridori contestatari che introducono una crisi che si autoadempie; nei conseguenti Settanta, la divina mimesi di Mina assume sfumature di benessere acquisito e un po’ stanco, claustrofobico, sa di ficus in appartamento, di città vuota non per amore ma per fantozziana sincope, di domenica alienante, mentre i fantasmi degli amori danzano lugubri, irridenti quasi (coi tempi, cambiano le “problematiche” e, soprattutto, gli autori).

Mina nel 1967 (foto La Presse).

A quel punto la diva è già leggenda, tra pop, bossanova e jazz riveste ogni autore, non si nega una sfida, pronta all’apologia che sorge dal gran rifiuto dopo l’ultimo concerto alla Bussola (c’è sempre una Bussola nel destino di Mina: per cominciare, per finire…). Il suo decennio rampante, “da bere”, annuncia un nuovo livello di sofisticatezza, un altro modo di cantare, inarrivabile e sfuggente e ancora, nella sua latitanza, una platea di ascoltatori può rispecchiarsi nella voce. Lei si protende nel futuro senza più corpo, incombente assenza, peso impalpabile della Storia. Così sempre più nel domani – indietro lei non torna.

UN’ARTISTA VISTUALE PRIMA DELL’AVVENTO DI INTERNET

Mina diventa virtuale prima della virtualità della Rete, c’è ma non c’è, manca ma insiste di più, riaffiora opinionista sul filo di inevitabili qualunquismi, mentre i dischi scorrono, non lasciano le tracce di prima; eppure non la logorano le incursioni nella nuova musica d’autore, non sempre capita, non sempre resa al meglio, non la penalizzano le insopportabili leggerezze pubblicitarie, non la minano quegli eterni ritorni con Celentano. Mina celebra i sessant’anni di carriera, gli ottanta di vita fuori categoria: da sempre, da subito fa corsa su se stessa e alla fine smette di correre; come Mariolino Corso, interviene se ne ha voglia, quando ne ha voglia, basta un gesto per mettere in circolo una foglia morta così come muore un dolore. E questa non è una biografia in pillole, per l’amor di Dio, ma solo la testimonianza di uno stupor mundi che non passa ogni volta che Mina riaffiora. Fin da un disperso 1958, quando alla Bussola salì per gioco e non la facevano più scendere, lei nata per cantare, per quelle accelerazioni da Ferrari, e poi subito gli “Happy Boys”, e poi Baby Gate, e poi e poi e poi… e poi.

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La paura per il coronavirus raccontata con le canzoni

Si aprono davanti a noi scenari apocalittici, da guerra. E in questo inverno circolare in cui ci ha fatto piombare l'epidemia, anche i versi scritti per tutt'altro prendono un significato diverso e inevitabile.

There’s a blood red circle/On the cold dark ground/And the rain is falling down/The church door’s thrown open/I can hear the organ’s song/ But the congregation’s gone (c’è un cerchio rosso sangue/sulla nuda terra fredda/viene giù pioggia/la porta della chiesa è aperta/si sente un organo suonare/ma i fedeli non ci sono) (My city of Ruins, Bruce Springsteen, 2000).

Tutte quelle canzoni, scritte per tutt’altro, scritte per l’amore che finisce, per la fortuna che finisce, adesso prendono un significato diverso e inevitabile.

Il senso di una paura indefinibile, qualcosa che non basta stare a casa, non respirarsi addosso. Qualcosa che non avevamo conosciuto ma a chi ci ha messo al mondo ricorda scenari apocalittici, di sirene che suonano, e stormi di uccelli di ferro che cacano bombe, e rifugi, e coprifuoco.

UNA PAURA CHE È EPIDEMIA NELL’EPIDEMIA

Tutto avevamo visto, immaginato, aspettato, non questa paura dal nome assurdo, coniato appena ieri e già logoro, epidemia nell’epidemia che passa di bocca in bocca. Il coronavirus evoca misteri ancestrali, voli di pipistrelli, pasti di pipistrelli, mutazioni genetiche e poi il deserto. Non c’è anima che passa da qui/Nelle strade c’è silenzio/Non si vede luce/Tutto ciò che resta immobile/Fragile/Anche l’orizzonte vita non ha/Non c’è scorrere del tempo/Tra le porte chiuse/Sembra di sentire un gemito (La Città Fantasma, Decibel, 2018).

LA PRIMAVERA SI È TRASFORMATA IN UN INVERNO CIRCOLARE

Che primavera è mai questa? Con il chiarore che filtra sempre più presto e gli alberi che quasi fremono nell’attesa del risveglio e gli uccellini che cantano come da un milione di primavere fa. Ma questa volta, questa volta tutto è congelato in un inverno circolare, non aspettiamo niente, non ci accorgiamo di niente.

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Troppo presi a preoccuparci, giustamente. Troppo storditi da notizie sempre nuove e sempre peggiori. È persa questa primavera e una primavera sprecata non torna, è un’occasione di gioia in meno che rimane. La vedremo passare davanti alla finestra, malata anche lei, gravida di vibrazioni morte, pronte a ghermirci. Divisi fra noi, separati fra noi. Alienati e sconfitti.

IL MORBO LASCERÀ UNO SFINIMENTO CONDIVISO

Pericolo di contagio/Che nessuno esca dalla città/Guai a chi s’azzarda/A guardare laggiù/Oltre quel muro/Oltre il futuro/L’epidemia che si spande/L’isolamento è un dovere oramai/Dare la mano è vietato, se mai/Soltanto un dito e l’errore punito sarà… (Contagio, Renato Zero, 1982).


A fare paura non è solo il morbo: è di più la stanchezza, la sconfitta che porta con lui. Questo non è un Paese felice. Zavorrato da mille malattie, incertezze, impedito da se stesso. È una trave a pieno carico dove si posa l’irrilevante peso di un virus e la schianta. Quando tutto sarà finito, perché presto o tardi tutto finirà, non saranno solo le conseguenze economiche, già immani da sole. Sarà molto di peggio, un senso di sfinimento condiviso, una depressione sociale che durerà tanto di più, che penetra nei geni come e peggio del coronavirus e lì di antidoti non ce n’è, bisogna ripartire, come dopo una guerra, ma allora c’era un sogno di libertà che rideva in cuore dopo 20 anni di dittatura. Domani ci saranno solo macerie delle nostre paure, dei nostri comportamenti sconsiderati, dell’avventurismo di chi doveva decidere. Macerie di noi, su di noi.

Bisogna ripartire, come dopo una guerra. Ma allora c’era un sogno di libertà che rideva in cuore dopo 20 anni di dittatura. Domani ci saranno solo macerie delle nostre paure

Anche il resto vorrei sapere/Questa scatola per ricordare/Perché non parla più con me/Perché aggiustarla non so/Chissà se altre ne troverò/Capisco quelle voci per metà/Ma doveva essere grande una città/Quel tempo di tanto tempo fa. (Prima Della Guerra, Eugenio Finardi, 1981).

CHI SI CREDE PIÙ FURBO DELLA REALTÀ

Dove vanno tutti? Dove sciamano, gregge scemo e sbandato, che assalta le stazioni, i treni verso il Sud, che evade da se stesso e diventa focolaio? Dove credono di fuggire credendosi più furbi della realtà? Ma non vedete che tutto si sfalda, ospedali, carceri, sale del potere, discoteche e palestre, e tutto resta in attesa di umanità che invece fugge, che s’inchioda all’incertezza? Non vedete che così spopolate le vostre vite?

TUTTO È VUOTO, COME LE NOSTRE CITTÀ

Le luci bianche nella notte/Sembrano accese per me/E’ tutta mia la città/Tutta mia la città/Un deserto che conosco… (Tutta mia la città, Equipe 84, 1969).
Che anno è? Che primavera è, che Festa della Donna è mai questa, disertata, negata occasione di sorrisi, di luoghi comuni, di tenerezze, di amicizia, di polemica, di tutto ma almeno festa che introduce la primavera? E invece tutto è vuoto. Vuoto come la primavera che arriva. Vuoto come dentro di noi. Vuoto come le nostre città.

Ma so che la città/Vuota mi sembrerà/Se non torni tu. (Città Vuota, Mina, 1965).

UN INCUBO CHE SA DI MILLENARISMO MAGICO

E nelle notti senza voci è un attimo guardare in alto, a quel disco latteo e mormorare: perché? Dimmelo perché. E anche il latrato di un cane adesso mette paura, una paura diversa. Una paura sconosciuta che sa di punizioni divine, di millenarismo magico, di cose che non si capiscono, di incubi che ti svegli e non passano, diventano l’unica realtà. Tu che stai lassù nel buio, e splendi beffarda, dimmelo perché. La quinta luna/Fece paura a tutti/Era la testa di un signore/Che con la morte vicino giocava a biliardino/Era velato ed elegante/Né giovane né vecchio/Forse malato/Sicuramente era malato/Perché perdeva sangue da un orecchio. (La Settima Luna, Lucio Dalla, 1978).

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Ricordiamoci dei musicisti, anche dopo l’emergenza Covid-19

I flash mob sono una delle poche distrazioni in questi giorni di isolamento forzato. Un modo per sentirci uniti e ringraziare medici e infermieri in prima linea contro il coronavirus. Eppure il settore, uno dei più colpiti dalla crisi, da sempre è bistrattato. Ecco perché il governo dovrebbe tutelare gli artisti. Ora e quando tutto questo sarà finito.

In questo periodo di tragedia nazionale, nell’isolamento a cui gli italiani sono costretti dal Covid-19, una delle poche distrazioni sono i flash mob alla finestra.

Si canta l’inno d’Italia, per ringraziare i medici e gli infermieri in prima linea nella lotta al virus, si improvvisano concerti sul terrazzo o Djset sul balcone. Gli italiani insomma trovano nella musica un forte senso di comunità, da Sud a Nord.

CACHET DA FAME E PAGAMENTI IN NERO: LA VITA DEL MUSICISTA

Questi flash mob sono animati spesso da veri e propri musicisti che dai terrazzi si sono mobilitati esprimendo la loro solidarietà all’insegna di #Iosuonodacasa. Ma questi momenti dovrebbero fare riflettere anche su quanti di loro non riescano a fare della propria arte una professione a tutti gli effetti. E questo perché, va ricordato, i cachet sono da fame e i pagamenti quasi sempre in nero. Chissà, forse da questa esperienza di isolamento forzato gli italiani inizieranno a capire che la musica dal vivo è un fattore sociale importante perché unisce le persone e alleggerisce gli stress e la pesantezza della vita.

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Il settore, non è una novità, è maltrattato. «Che lavoro fai? Il musicista», è la domanda che chi suona nei locali si sente rivolgere di frequente. A cui segue quasi sempre un: «Sì, ma poi veramente? Che lavoro fai?». E se la risposta è: «Faccio solo il musicista», l’interlocutore ti guarda in modo interrogativo. A metà tra “sei un morto di fame”, un hippy, o semplicemente uno sfigato. E non è un mistero nemmeno che i gestori dei locali frequentemente paghino le band rapportando il compenso al numero di persone che si riescono a portare al concerto. E se il locale, che normalmente non fa alcuna pubblicità, non si riempie, allora capita che non venga pagata nemmeno la cifra pattuita.

LA PETIZIONE DI FRESU PER TUTELARE LA CATEGORIA

In questi giorni, però, chiunque pagherebbe per avere un vicino di balcone musicista. Il Paese oggi, e fino alla fine delle misure restrittive imposte dal governo, riuscirà a tenere dal punto di vista psicologico anche grazie all’aiuto della musica. Questo importante contributo verrà riconosciuto in qualche modo? Lo Stato si renderà conto che l’atteggiamento verso gli artisti deve cambiare radicalmente? Non va dimenticato poi che la chiusura dei locali ha causato un danno economico enorme anche ai musicisti. Lo ha ricordato Paolo Fresu che ha lanciato la petizione #velesuoniamo con Ada Montellanico presidente dell’associazione il jazz va a scuola e Simone Graziano, presidente dell’associazione musicisti italiani di jazz per chiedere al governo di proteggere anche questa categoria e tutelarla maggiormente in futuro.

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Finita questa emergenza drammatica, l’Italia potrebbe prendere esempio dalla Francia dove esiste il sistema intermittente du spectacle che garantisce un sussidio di disoccupazione per i lavoratori del mondo dello spettacolo che dichiarino (con ricevuta) almeno 43 prestazioni svolte nell’anno solare. Una sorta di reddito di cittadinanza per artisti, insomma. Pensiamoci al prossimo flash mob sul terrazzo. E si spera presto al prossimo concerto.

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Dell’odio dell’innocenza, gli abissi di Paolo Benvegnù

Un disco che è un ritorno alle origini. Ma con più maturità e meno illusioni. Un lavoro duro senza ammiccamenti di sorta. La recensione.

L’artista forse sente le cose arrivare; sicuramente le sente, se no non poterebbe un disco così in un momento così.

Dell’odio dell’innocenza arriva in piena apocalisse, tutti isolati in noi stessi, impotentemente arroccati contro il morbo, e ci parla come mai prima di insofferenza, di rassegnazioni, di amore che sopravvive ma senza pretesa di antidoto.

Parla di pietre al posto di umani, di vestirsi di pietre, è disco di musica marziale e disturbata e disturbante, ove l’eterna lotta tra fuga e ritorno, catarsi e palingenesi soccombe, per la prima volta, alla constatazione: non è più sciamano Paolo Benvegnù, è un profeta arreso, di realismo raggelante come questi suoni, sibili, vibrazioni dentro un cosmo inutile. Ha congedato il gruppo storico, ha tenuto solo il bassista, il “Roccia”, Luca Baldini, come volesse riscoprirsi, come a ripiegarsi, enorme feto, dentro di sé. Anche l’etichetta è nuova, Black Candy Records, che punta molto, a ragione, su questo principe della musica d’autore che, senza smentirsi, marca la differenza con tutto il resto in circolazione.

UN LAVORO CHE CONTIENE TUTTI I BENVEGNÙ FIN DAGLI SCISMA

Ma è un lavoro, questo nuovo, che non sai come prendere. Non riesci a maneggiarlo, ti sfugge da ogni parte, dalla mente alle dita. Perché non mente, non ci prova affatto. Ma un poeta che non mente, che cos’è? Così, hai la sensazione di un già sentito e ci metti un po’ a capire che è la somma di tutto quello che hai già sentito da Benvegnù, a volte proprio ti sembra che voglia ricantarsi in modo più definito, più suo e solo suo.

Ci sono tutti i Benvegnù dentro, fin dagli Scisma, però più ossuti, asciugati; in apparenza, ma solo in apparenza, più essenziale, di sicuro più diretto. È un disco cercato, non più figlio dell’urgenza ma del tempo: «Tutto quello che mi servirà, lo prenderò», ci diceva quando le canzoni erano ancora da scrivere, da immaginare.

UNA LIBERTÀ PAGATA A CARO PREZZO

È uscito un album scontroso, denso di poesia, questo è inevitabile, ma per niente consolante. E se il singolo, Pietre, è irresistibile nel suo respiro serrato, come una lapidazione alle illusioni, Infinito, Pt. 2 sfida Tenco sul suo stesso terreno e Non torniamo più si spinge addirittura al cielo dell’immenso Umberto Bindi. Mentre le soluzioni soniche non rinunciano mai agli amati Radiohead, quelli meno astrusi, quelli ancora empatici. È un disco suonato benissimo, tutto in sottrazione, ma dove ogni palpito è meditato, è sorprendente. Tutto però è dichiaratamente, ostinatamente dentro il marchio di fabbrica di Benvegnù il quale rifugge da qualsiasi soluzione compiacente. Nessun richiamo a ritmi rapper o trapper, nessuna melodia inutilmente saltellante, neanche l’ombra di un ammiccare, casomai sfuriate implacabili s’alternano a dilatazioni affilate: il suo concetto di musica è da padre nobile, oggi più di sempre, alla luce di una libertà conquistata pagandone tutti i prezzi, tutti i costi sanguinosi, e dunque non transigibile.

UN RITORNO ALLA LIBERTÀ CON PIÙ MATURITÀ E MENO ILLUSIONI

Per questo è difficile un disco come Dell’odio dell’innocenza. Fin dal titolo, fin dagli intenti: non concede nulla neppure al più adorante dei fan. È un ritornare all’origine, con più maturità e meno ancora illusioni. Oggi Paolo Benvegnù non potrebbe più comporre un verso come «io lascio che le cose passino e mi sfiorino»; lo canta, sicuro, perché è suo, è la sua anima quello stupore che lo salva; ma quel trasalimento è superato, ormai piovono pietre sui nostri voli che precipitano a vite dentro a «ripugnanti evoluzioni», «ripugnanti rivoluzioni». Ormai neppure le cose ci parlano, ci salvano, forse la natura stessa è proiezione cieca e niente esiste, tranne la presunzione di esistere; niente sopravvive, meno che l’oscena voglia di ammirarsi. Lo stesso sentimento muore di frustrazione, un verso, in chiusura, come «perché è la prima volta che non voglio morire», è raggelante perché piove in un universo di stelle inutili, cadute come voglie.

Paolo Benvegnù (foto da Facebook).

Ti aspetto, dice Benvegnù, padre di famiglia, padre nobile della musica con 30 anni di carriera, e non ci si crede. Ti aspetto, ma alle mie condizioni: qui non c’è più posto per l’epica, quale epica, qui rimane la condivisione metallica di un altoparlante che t’invita a essere prudente, a misurare i tuoi passi tra quelli di altri viaggiatori in partenza, in arrivo, ma per dove? Da dove? Qui risposte non ce n’è: prenditi quello che rimane, questo straccio di poesia. Accontentati. O vai via. Fai attenzione alla copertina: non sorride, guarda fisso, ricorda in qualche modo un Iggy Pop dalla consapevolezza segnata. «Perché non c’è più niente da desiderare». E io, io sono ancora qui che faccio musica, che presento i disastri, e dopo le mie desolazioni diventano le tue, diventano quelle di tutti voi: ma mica lo faccio apposta, ma non sono io a chiamarla quella morte che respiriamo credendo di esistere. E il silenzio, che potrebbe salvarci, non ci salva, perché lo abbiamo ripudiato. E adesso che ci inghiotte, anche tu ti senti come me, ma io non sono come te e resto qui. A cantarti gli abissi che non vuoi vedere, che non puoi non vedere. Io resto qui, ma fino a quando ancora?

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È morto il mito del jazz McCoy Tyner

Il pianista si è spento a Filadelfia a 81 anni. Era l'ultimo membro vivente del John Coltrane Quartet.

È morto nella sua Filadelfia, in cui era nato 81 anni fa, il pianista americano Alfred McCoy Tyner, una delle leggende del jazz, celebre per il suo stile innovativo e per aver fatto parte del John Coltrane Quartet. L’annuncio è stato dato dalla famiglia. Tyner è stato un pianista tra i più influenti nella storia del suo genere musicale – è stato sempre incluso nel ristretto novero di giganti come Herbie Hancock, Chick Corea e Bill Evans – e veniva considerato uno dei padri del piano jazz contemporaneo.

UN TALENTO PRECOCE

Nato l’11 dicembre del 1938 a Filadelfia, Alfred McCoy Tyner fu un talento decisamente precoce. Iniziò a prendere lezione di piano all’età di 13 anni grazie alla spinta della madre, e a poco più di venti er già nel Jazztet di Benny Golson e Art Farmer. L’apice della carriera all’inizio degli Anni 60, quando sostituì Steve Kuhn unendosi al quartetto di John Coltrane, suonando su album classici come A love supreme e My favorite things. Era l’ultimo membro ancora in vita del Quartet – che includeva Jim Garrisson al contrabbasso ed Elvin Jones alla batteria, oltre a lui e Coltrane.

L’ADDIO A COLTRANE

Dopo aver litigato con Coltrane per divergenze artistiche, lasciò il quartetto e intraprese una carriera da solista, fondando un trio di cui sarebbe diventato leader. In quegli anni avviò una forte sperimentazione, partendo dal jazz degli anni con Coltrane e aggiungendoci elementi di musica africana e asiatica. Una perfetta sintesi della sua storia musicale è rappresentata dal suo ultimo album, Solo, un live registrato nel 2007 e pubblicato nel 2009.

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Dalla e Battisti, così lontani così vicini

Tra il 4 e il 5 marzo del 1943 nascevano in due miracoli ravvicinati due irripetibili della musica. Inconfondibili e inconciliabili, come due binari paralleli hanno portato la canzone italiana, ma non solo, a toccare vette mai più raggiunte.

Doveva esserci qualcosa di strano nell’aria. Odore e fumi di guerra, di resistenza, di fine incombente di una dittatura, il bozzolo ancora di una primavera di libertà.

Dovevano esserci coincidenze esoteriche nell’universo in quella manciata di ore fra il 4 e il 5 marzo del 1943: nascevano in due miracoli ravvicinati due campioni, due irripetibili della musica, italiana ma, volendo, senza confini: s’ode a Bologna uno strillo neonato, da Poggio Bustone uno strillo risponde: nascono Dalla e Battisti, che verranno chiamati, ancora un segno del destino, entrambi Lucio e attenzione alla circostanza: la ritroveremo tra poche righe.

Entrambi non ci sono più, e tutti e due ci sono sempre e non possono che esserci sempre. Così diversi, così geniali. Capaci di armonie spiazzanti, ora semplici davvero, ora apparentemente facili, ora orgogliosamente complesse; esperti in melodie che non passano, che verranno riscoperte sempre, da ogni generazione, come succede con la musica assoluta. Dalla legato alla sua città – impossibile pensarlo fuori dai portici, dall’ombra delle Torri; Battisti più metropolitano e difatti si sposta presto a Milano, largo Rio de Janeiro, zona viale Romagna e della città canta le nevrosi e le routine.

SPERIMENTALI E INCONFONDIBILI

Sperimentali tutti e due, ma in modo diversissimo, ciascuno secondo sua sensibilità e preparazione, inconfondibili e inconciliabili. Metodico, regolare, perfino prevedibile Battisti nel privato quanto Dalla è alienato, irrequieto: capace di vivere per ore accucciato dentro un ascensore, alla Rca, con un’arancia in testa: lascia esterrefatti i viaggiatori dei piani, ma neppure se ne accorge. Stanno inseguendo la loro musica, che coincide totalmente con quelli che sono, che saranno.

Battisti fin da subito si lascia cantare da Mogol, diventa pietra di paragone: tutti gli altri, quando esce un suo disco, corrono a studiarlo per capire, perché lui è la locomotiva della musica.

Dalla si affida prima a Paola Pallottino per i testi, quindi a Roberto Roversi: momenti irripetibili, ma non li capiscono, né chi ascolta, né chi critica. «Gli uccelli dell’aria perdono le ali quando passa Nuvolari». «Roversi faceva il paroliere come secondo o terzo lavoro», racconterà Lucio a Giorgio Bocca in una memorabile intervista sull’Espresso. Poi decide di cantarsi da solo e esplode. Battisti fin da subito si lascia cantare da Mogol, diventa pietra di paragone: tutti gli altri, quando esce un suo disco, corrono a studiarlo per capire, perché lui è la locomotiva della musica. Ma quando fa uscire un album è già altrove, proiettato più in là.

Lucio Battisti negli Anni 70 (foto LaPresse).

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Quando rompe con Mogol, si avventura in proposte elettroniche ancora troppo avantia: ma, sotto il vestito dei ritmi sintetici, c’è sempre la sua polluzione melodica, una composizione racchiude dieci potenziali canzoni; ha abbandonato ogni cautela, ogni residua diplomazia artistica, suona solo per sé. Dalla invece spiega un giorno alla cantautrice Mariella Nava, che fa sempre cose complicate: «Vedi Mariella, ogni tanto bisogna anche saper servire un cappuccino». Hanno in comune la passione per l’isolamento, per il mare, Lucio il bolognese gira su una barca che ha chiamato “Catarro”: ci ha messo dentro uno studio di registrazione.

DALLA SEMPRE APERTO VERSO GLI ALTRI, BATTISTI IDIOSINCRATICO

Lucio il romano di Milano, invece, si è ritirato temporibus illis nella «Brianza velenosa» dove può starsene fuori dalle palle. Vivono per la musica, ma da opposti: tanto Dalla è disinvolto, onnipresente, incline a duetti e collaborazioni (recupera un Gianni Morandi da tempo in crisi, spopola col Principe, Francesco De Gregori), altrettanto Battisti è idiosincratico, allergico a ogni fama ed epifania: scrive per molti, li lancia, li produce, ma alle sue condizioni, unica parziale eccezione: Mina, l’immensa, e con lei fa l’ultima ospitata in tivù a Teatro 10 il 23 aprile del 1972. Resta un frammento incancellabile, due immensità che si attraversano, poi il nulla. Nel 1979 l’ultima intervista, ad una emittente tedesca, poi addio.

Lucio Dalla nel 2003 (foto LaPresse).

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Dalla va ovunque, si concede show personali – La Bella e la Bestia con Sabrina Ferilli, Battisti rifiuta assegni in bianco per apparire sul video: «Non è una questione di soldi, io ce posso pure venì, ma così: io passo, di schiena, nun me riconosce nessuno, ed esco». Beffardo, perfino sprezzante, ma in modo capovolto rispetto a Lucio il bolognese: sanno chi sono, cosa valgono, sanno che sono unici.

QUELLA COLLABORAZIONE NAUFRAGATA SUL NASCERE

Paralleli come i binari, dirottano la musica italiana in altre direzioni. Nutrono sensibilità diversissime, ma lo scambio li incrocia in un concetto: nessuna limitazione per comporre, nessun confine, totale libertà nell’esprimersi, siano suite o “cappuccini”. Vivono in modo opposto, muoiono in modo opposto: lentamente, di malattia Battisti; di colpo, dopo un concerto Dalla. Eppure ci fu un momento in cui rischiarono di fondersi: una volta, Dalla proposte a Battisti una trovata delle sue, vale a dire bizzarra, stralunata, improbabile: una tournée nominata “I due Lucio“. Cosa che fece inorridire Battisti, il quale rifiutò con la sua solita formula, che tutti sapevano e che non prevedeva appello: «Non si può fare». Ebbe ragione, due universi collidono e le conseguenze possono essere apocalittiche. Due universi, lo stesso nome, la stessa età. Chi lo sa, cosa diavolo successe in quelle poche ore del 1943, quando, anche in piazza Grande, i giardini di marzo si rivestivano di nuovi colori.

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Ordinary man, lo straziante congedo di Ozzy Osbourne

Nell'ultimo disco del vampiro del rock c'è tutto il suo mondo: dai cori gotici al respiro affannoso di chi decapitava uccelli, fino al metallo incandescente. Un auto-epitaffio che nessuno avrebbe voluto ma che tutti aspettavano e ameranno. La recensione.

Ozzy Osbourne sta morendo. Inutile girarci attorno, il Madman, il pazzo se ne sta andando. Lo sa anche lui, e lo canta. Tra malanni maledetti, stentate convalescenze, concerti annunciati ma tour rinunciati, ammissioni di Parkinson, appelli ai fan.

Vecchio vampiro che ancora si alimenta del sangue del loro entusiasmo, Ozzy va a morire e lo sa e lo canta nell’unico modo che sa fare. Con la solita follia, con orgoglio smisurato e una classe che non va via.

Non manca niente in quest’ultimo, davvero ultimo Ordinary Man consegnato oggi al mondo: 50 minuti per riassumere una vita scellerata, per tirar su la rete di un destino senza senso e in troppe direzioni. Così è la vita della rockstar e così è la sua morte, che arriva prima, che lascia un morto scalciante e un disco postumo in vita.

TUTTO IL MONDO DI OZZY IN 50 MINUTI

Patetico, tenero, orribile Ozzy in copertina, con le unghie laccate e il solito ghigno. E chissà quanto ci è voluto a prendere quello scatto a un malato di Parkinson. Ma dentro, dentro c’è il mondo di Ozzy.

Ozzy Osbourne con Slash (Getty Images).

C’è quel suo heavy metal che pesante lo è di certo, ma mai proprio metal, sempre sul bilico dell’hard rock. C’è la classicità che è solo sua, ma anche le sonorità disturbanti e frastuonose di oggi, magistralmente adoperate per far paura.

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C’è Elton John, con cui costruire uno struggimento, e c’è Slash per ricamare di filo spinato, e c’è Chad Smith e c’è Duff McKagan perché gli Anni 80 furono la Mecca di Ozzy, e c’è Post Malone perché se proprio bisogna andarsene, meglio farlo da vivi, non da reduci. E proprio il rapper è complice di un paio di tracce sorprendenti, in particolare It’s a Raid, un gran bordello di puro Ozzy concentrato, una baraonda infernale, spastica di tempi, di ritmi spezzettati che fai fatica ad arrivare in fondo a quei 4 minuti. 

Ozzy Osbourne sul palco (Getty Images).

PEZZI ACCHIAPPA TEENAGER E PEZZI CHE EVOCANO INCUBI

Ci sono momenti fatti apposta per acchiappare adolescenti incasinati, esattamente come 40 anni fa, momenti di demoniaco ruffianismo. Ci sono passaggi costruiti, come la manierata Holy For Tonight, tra Queen e Electric Light Orchestra, e la fin troppo ozzyana Under The Graveyard, e incubi inconfondibili e realmente spaventosi quali Eat Me e Scary Little Green Men, vagamente Alice In Chains. C’è un sacco di roba e c’è tutto, dai cori gotici, di messa funebre, al respiro affannoso di chi decapitava uccelli, al metallo incandescente di Goodbye

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Tutti titoli così, che sottolineano il congedo, riassumono esistenze e una volta tanto è tutto vero, non un gioco macabro per tenere in piedi il personaggio. Ozzy muore e lo sa. Ma muore a modo suo, alle sue condizioni, muore da pazzo.

E la convinzione è tale da superare il patetismo: Ordinary Man è l’autoepitaffio che nessuno avrebbe voluto ma che tutti aspettavano e ameranno. Inciso tra indicibili fatiche – l’inferno in terra, quasi una espiazione – è riuscito insospettabilmente vibrante, ispirato, pazzo, commovente, antico e post moderno. Post tutto. Con dentro una ballata assolata di sangue, lucida di lacrime quale All My Life, così, a voce spiegata per cantare, per gridare l’orgoglio di una vita tutta sbagliata, tutta sballata, ma che adesso, tirando su la rete, trova il senso di una ragione. Trova il suo ordine. Trova la via d’uscita in quella camera di contenimento, le pareti imbottite, nessuna maniglia da dentro, che è stata la vita di Ozzy. Così è la vita di una rockstar, che si riscatta quando finisce nell’ultimo battito d’ali. E che battito è Ordinary Man! È un chiedere scusa senza pentirsi, è l’ammissione di non poter essere altro, l’addio di chi addosso ha un mantello di tempo e non può rinnegarlo. 

Ozzy Osbourne negli Anni 80 (Getty Images).

OZZY LASCIA UNO STILE, UN’EREDITÀ E UN VUOTO

Ozzy è stato il Madman, il fuori di testa, a volte imbarazzante, grottesco, caricaturale. Il decapitatore di pipistrelli e la macchietta da sitcom, il principe delle tenebre che perde i pezzi. Compatito dalle rockstar dell’Olimpo: ma lascia uno stile, una eredità, un vuoto. Lascia questo disco, straziante e bellissimo, ultimo hurrah di un pugile che vince l’ultimo incontro ma scende sul ring tremante, ammalato. Eppure non rinuncia a proclamare: «Io sono Ozzy, sono quello che sono sempre stato, e me ne vado così. A modo mio, alle mie regole: non saprei come altro fare, e tu goditi quel che resta di me, mentre mi preparo a sparire».

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Così è la morte di una rockstar: passi la vita a irriderla, a scamparla, ma poi quella arriva un attimo prima, ti lascia vivo per un po’, gioca con te così come tu hai giocato con lei e si riprende tutto. Ma ti rispetta. Rispetta il coraggio di sfidarla e ti lascia ancora il tempo per un ultimo agghiacciante meraviglioso commiato. E la canzone che battezza l’album, quella con Elton John, sarà pure quanto di più paraculo, ma non puoi non sentirti qualcosa in pancia mentre la senti: è Ozzy che se ne va, capisci? Lo capisci? E svanisce in un vento d’archi desolati. Ma sì, che tanto non cambia niente. Ma sì, che quelli come noi sono dannati, non gli basta una preghiera in articulo mortis per salvarsi. 

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Morgan, Bugo e il grande bluff dell’Indie italiano

Citazionismi, snobismo e una critica generosa. La scena indipendente tra gli Anni 90 e i 2000 dava segni di effervescenza. Poi quasi tutti i suoi protagonisti si sono ritrovati o in un talent o a Sanremo.

Pare che al devastato, decrepito Morgan non sia ancora passata: «Un Bugo me l’ha messo in ****». Come a dire: mi sono inventato tutta quella sceneggiata per attirare l’attenzione e invece chiamano lui, un nessuno, uno miracolato da me.

Questo pensa e dice Morgan, alfiere di certa presunta alternativa Anni 90, dell’amico Bugo, esponente della presunta alternativa Anni 2000.

Lavorare con Morgan dev’essere deprimente, ma questo Bugo chi l’aveva mai sentito prima? E che dimostrazione di talento in un Sanremo per il quale è ricordato, verrà ricordato unicamente per la sua uscita di scena? In questo stanno i limiti dell’ineffabile indie italiano, una scena che c’era e non c’era, alla quale ogni esponente mostrava o fingeva di dissociarsi e chi scrive lo sostiene da fonti dirette: «L’indie? Non so che sia e comunque non ne faccio parte». Tutti così. Una scena che non c’era perché non ha mai fatto gruppo, perché opportunamente imprecisata, poteva entrarci di tutto, il reduce con smanie terroristiche, il sentimentale, l’emulo battistiano. Ed è una scena Fenice che non è durata, che era nata per non durare, per rifluire.

I Baustelle (Ansa).

BUGO, IL NUOVO BECK, E GLI ALTRI

Bugo all’inizio degli Anni Duemila passò, complice una critica musicale incredibile, per la “nuova grande cosa” dell’indie nazionale: il nuovo Beck, il nuovo genietto incomprensibile; era solo un ragazzo che cercava di spacciare le scarse risorse artistiche col pretesto della bassa fedeltà, dell’approccio stralunato. Altri si segnalavano per la critica sociopolitica, come tali Offlaga Disco Pag che oggi nessuno più ricorda, a cavallo tra Cccp e Stato Sociale.

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Poi i Baustelle, con sofisticati giochi citazionisti, ecco una costante della scena che non c’era, il citazionismo, sicuramente anglosassone ma di preferenza teutonico, il risalire snobisticamente fino all’immancabile estetica berlinese di Bowie o addirittura al Krautrock. I Tre Allegri Ragazzi Morti, a metà tra musica e arte figurativa, i primi a usare l’espediente delle maschere: ma cosa hanno lasciato di saldo, di sfruttabile ai fini di una continuazione artistica?

L’EFFERVESCENZA DEI PRIMI 2000

Sì, nei primi Duemila si respirò una brezza di libertà con l’effervescenza dei gruppuscoli, degli artistoidi, delle etichette minimali. Ma erano i presupposti a mancare: appena usciti dalla nicchia, tutti si lasciano sedurre dalle sirene delle major, del sistema, e, vuoi o non vuoi, si normalizzano, si adeguano. Hai voglia a dire «noi restiamo gli stessi», non c’è margine, non c’è scelta. Le possibilità della Rete, i myspace, i canali diversificati servono per nascere, ma nessuno vuole vegetare sul web, la visibilità è quello che cercano tutti e ci mancherebbe, un artista vuole farsi conoscere, ascoltare e, perché non dovrebbe, avere successo, una carriera. Anche Bugo firmava per una etichetta importante ed era il bacio della morte: nella scena che non c’era, la generazione dei Millennial anche musicale non era dura abbastanza, non era pronta a reggere certi pesi, certe pressioni, era incline, come dice Breat Easton Ellis nel recente Bianco, «all’estetica dell’autovittimismo». Tutto dovuto!, ma alle condizioni del “martire”: e se il dovuto non arrivava, ci si ripiegava ancora di più in un vittimismo fetale.

ALLA FINE CORRONO TUTTI A SANREMO

Bugo dopo 20 anni va a Sanremo, ma non in modo trionfale e il suo nuovo disco, del quale nessuno parla anche se lo invitano in tutte le trasmissioni, suona come il pop più innocuo, suona come Ermal Meta. Tra Beck e Celentano, questo Bugatti? Ma su, non scherziamo. Uno che allo sbarco con una major si perde, uno che cita quale modello Vasco Rossi. Ma Vasco Rossi rischia sulla sua pelle e a Sanremo davvero se ne frega di tutto sì: per lo meno, sa come cavalcare la tigre. Bugo, distrutto dalla pressione di un Morgan completamente andato, non regge, fugge. Dieci milioni di visualizzazioni! Ma per farci cosa? Vittorie di Pirro, incomprensibili come lo era l’indie: quale controcultura se è tutto mischiato, tutto compromesso? Anche la scena rap e trap si riveste di indipendenza, ma dopo un po’: Sanremo, corrono tutti a Sanremo. In cosa sarebbero diversi, alternativi, indipendenti gli Ex Otago; In cosa Levante, una che in due anni ha attraversato X Factor e Festival? 

INDIE TRA PRESUNZIONE E CITAZIONISMO

Indie come presunzione. Citazioni di citazioni, evocazioni di Majakovskji, rumore e oscurità di stampo americano: va bene, ma qual è il confine tra arte e presunzione, quale tra complessità e pesantezza? Non saranno solo canzonette, ma hanno per forza da essere macigni? E l’indie rifluisce, cerca il baraccone.

Dente a teatro nel 2013 (Ansa).

Cerca anche il passato, inesorabilmente. Un altro che si faceva largo in quegli anni, vicini, così lontani, era Dente: subito consacrato come “il nuovo Battisti“. Ma ce l’avete un minimo di decenza? E il nuovo Battisti è già imbozzolato, crisalide di ritorno, e da quella dimensione non esce più. Alla fine, quello che sarebbe risultato latitante era proprio il carisma, la capacità di durare: ci sono ottime enciclopedie della musica italiana, dove però lo avverti lo sforzo di allungare il brodo, di dire qualcosa quando si arriva agli Anni Duemila, gli anni dell’indie che c’era e non c’era. E quella ambiguità fu la sua effimera fortuna e insieme la sua condanna precoce.

LA CRISI DEGLI ANNI 10

Intanto, arriva un’altra crisi, quella degli Anni 10, e tutto si rimescola per confondersi ulteriormente. L’indie si rinserra in uno sperimentalismo sempre più derivativo e a volte spiraliforme. Sono appena usciti, come a inaugurare un nuovo decennio, alcuni dischi da artisti post indie, anche se datano da due decenni e oltre. Come i Jennifer Gentle o Julie’s Haircut che, in modi diversi, avanzano proposte sempre più interlocutorie, dove i generi si attraversano e si affastellano, con risultati non sempre comprensibili. Vanno molto di moda i Calibro 35, il cui elemento forse più riconoscibile, il 44enne Enrico Gabrielli, è però di stanza a Sanremo in varie forme, da direttore d’orchestra ad arrangiatore a compositore. E i celebrati Calibro 35, oggi in cerca di evoluzione, sono usciti rincorrendo l’immaginario cinematografico tra i 60 e i 70, operazione celebrata come squisita riscoperta culturale laddove i maestri del genere, i fratelli Guido e Maurizio de Angelis, restano in fama di colonnari sonori d’evasione. Ma perché se i Calibro 35 riprendono Trovajoli sono filologi mentre se lo fa il vecchio Renato Zero (in origine davvero indipendente, controculturale, fino a precoce normalizzazione), sarebbe patetico?

PIÙ CHE INDIE, MAINSTREAM

La scena indie è talmente vaga da non finire mai, è un mutaforma un po’ paragnosta, che trasmette geneticamente quel non so che approssimativo e snobbetto. Oggi i nomi di domani si chiamano Lucio Corsi, Fulminacci. Ma Lucio Corsi è uno che ha scoperto il glam, uno che, se gli chiedi a chi si ispira, risponde dritto: Renato Zero. E Fulminacci è il prototipo ideale da celebrare al premio Tenco, dove tutti gli anni premiano Capossela, quanto di più mainstream. E lo chiamano indie. 

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Red Ronnie: «Bugo avrebbe dovuto abbracciare Morgan»

La lite tra i due cantanti? «L'unico momento vero all'Ariston». Sanremo? «È arrogante». Achille Lauro? «Un cosplayer». A tu per tu con il critico per parlare del Festival, dello stato di salute della musica italiana e del futuro della radio: «È un bene in espansione ma in troppe sono allergiche alle novità».

Quarantacinque anni fa si poteva anche nascere da una radio: erano in tanti, c’era pure Gabriele Ansaloni, da Bologna, poi diventato Red Ronnie. E lui ne ha vista di radio scorrere sotto i ponti, ha visto i Sanremo cambiare e gonfiarsi, ha visto ragazzotti diventare rockstar e altri che si sarebbero fermati sulla soglia dei sogni, ha visto i tempi pazzi e le normalizzazioni, ha visto le trasgressioni vere, finte, plastificate, e quelli come lui la plastica la fiutano subito.

C’è una curiosa miscela di disincanto e di entusiasmo in Red Ronnie: o un criceto nella ruota o uno che ricomincia sempre da capo, che trasforma l’anidride carbonica di Sanremo in ossigeno per nuove scommesse.

Oggi, oltre al suo Barone Rosso, ai progetti multimediali, a quel perenne agitato frizzare di quelli nati da una radio, scrive per OM Optimagazine, magazine dedicato al mondo dello spettacolo, dalla musica al cinema, dalle serie tv alla tecnologia, pubblicazione che fa capo a Optima Italia, smart utility attiva nel mercato dell’energia e delle telecomunicazioni. Sempre con l’agitazione curiosa di uno nato da una radio, quando la radio era libera, ma libera veramente.

Red Ronnie, pseudonimo di Gabriele Ansaloni è un conduttore televisivo e critico musicale.

DOMANDA. Allora, tanto per distinguerci vogliamo parlare del melodramma tra Morgan e quell’altro, lì, Bugo? Tu hai raccolto molte confidenze di Morgan, a caldo…
RISPOSTA. Ecco: già l’hai tutto tu: “quell’altro”. Bugo è bravo, io al mio ‘Barone Rosso’ l’ho chiamato, ma…

Ma?
Non è molto conosciuto. Rispetto a Morgan, poi…

Me lo ricordo quando il Mucchio lo pompava: poi vanno a Sanremo, questi indie, e uno si fa delle domande…
Sì ma facciamola, una premessa, doverosa…

E facciamola.
Sanremo è arrogante.

Tronfio, sì.
Arrogante in quel fare quel che vuole lui e solo lui, infischiandosene di qualsiasi altra voce o esigenza o obiezione.

Sto pensando quello che pensi tu?
Junior Cally: mezza Italia, e ci vado cauto, non lo voleva, non lo capiva.

Non solo lui…
Per ovviare alla partecipazione di questo qui, che aveva fatto il pezzullo sullo stupro e il femminicidio, hanno farcito il Festival con un casino di interventi di denuncia del femminicidio.

Ah, i monologhi…
Il monologo della Jeabral è stato fatto dalla Lucarelli. E l’hanno cambiato, rattoppato all’ultimo momento.

Si vedeva, anzi si sentiva…
Poi lo spottone al megaconcerto femminile. Tutto per riparare.

Da sinistra, Morgan e Bugo sul palco dell’Ariston.

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Sì, poi prodotto, hai letto Dagospia, da Salzano che ha un’accusa per prepotenza su una donna…
Questo va premesso, se no non si inquadra lo scazzo Morgan-Bugo nella luce giusta.

Ecco, torniamo al nostro piccolo “Mozart” – oggi si è definito “come Gesù”, siamo al limite…
Morgan ha ribaltato il testo. Mi aveva mandato già messaggi in cui si definiva boicottato. Io posso dirti che di Sanremo non gliene fregava un cazzo, lui voleva solo ben figurare su Canzone per Te di Endrigo. Voleva dirigere l’orchestra.

Che, a quanto so, non l’ha presa proprio bene: ma chi si credeva di essere, tra gli altri, Morgan? Frank Zappa?
L’orchestra era irritata per una faccenda di partiture, lui aveva presentato all’ultimo queste partiture complicatissime, sbagliate secondo gli orchestrali…

Beh, ma una partitura non si improvvisa così.
Su questo non entro, non è di mia competenza, io le ho ricevute da Morgan, le ho girate ad Alessandro Quarta e lui, da violinista, da musicista classico, le ha trovate molto complicate, molto elaborate; sta di fatto che il duetto è andato malissimo, Bugo si è preso tutta la scena: li ho capito…

Che Morgan gliel’avrebbe fatta pagare?
Guarda, a me non interessa stabilire torti e ragioni: quello che mi premeva era documentare la performance nel suo accadere: l’ho intuita per tempo, l’ho trasmessa via Facebook, ha avuto 7 milioni di contatti, trovo che sia stato l’unico momento di verità di un Festival morto, dove tutti i copioni erano scritti.

Sì ma ho anche visto il comportamento di Morgan prima di salire: ma come si fa a gestire uno così?
No, io ci lavoro con Morgan, non è difficile. Al Barone Rosso lui si è sempre dimostrato ricettivo, curioso, musicalmente apertissimo. Sai cosa doveva fare Bugo lì?

Sfasciarlo nel divenire della performance?
Al contrario: abbracciarlo. Sarebbe stato un gesto immenso e risolutivo.

Ma non credo che il ragazzo abbia il carisma.
Lui viveva una pressione pazzesca, questo è certo.

Sono d’accordo sull’unico momento di vita reale, vuoi o non vuoi, in un Sanremo improbabile.
Avevano una paura fottuta di fallire e allora l’hanno imbottito di numeri circensi. In tutto questo, la musica, le canzoni si disperdevano, perdevano di senso.

Quanto a dire una deriva che va avanti da anni, no?
Sì ma quest’anno era proprio incontrollabile: ma come fai, poi, a fare delle dirette di quattro, cinque ore, a chiudere alle tre…

Quello che mi chiedo, e ti chiedo, è se sia in qualche modo ancora recuperabile oppure…
No, è irreversibile.

Ma allora non salviamo niente?
Qualche canzone. Diodato, bravissimo. Rita Pavone.

Davvero ti è piaciuta?
La trasgressione è lei col figlio, che porta una canzone del figlio. Buona, tra l’altro. E la sua esibizione, quella sì è buona. Molto avanti rispetto a Pelù.

Vero. Ma è questione di anima, questa il rock l’ha importato, a modo suo, ma è tra quelli che hanno squadernato un’epoca.
Altroché, vuoi scherzare. A 74 anni, è stata ancora esplosiva.

Da sinistra, Achille Lauro e Boss Doms a Sanremo 2020.

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Ecco, a proposito di trasgressioni: Achille, che facciamo? Lo tiriamo fuori o lo lasciamo chiuso nello sgabuzzino dei costumi?
Ma, senti: intanto, le idee erano di Gucci, è tutta una operazione di marketing quella.

Idee fresche, originali, di appena 46 anni fa.
Il fatto è che, poi, quando gli si chiede di commentare san Francesco che rinuncia alla ricchezza, non risponde. Perché non sa cosa dire! Perché non è roba sua, gliel’hanno messa addosso!

Vaglielo a dire a certi biografi da Instagram…
Si atteggia a Bowie e tutti, lui per primo, confondono Ziggy con Life on Mars.

Però succhia la chitarra…
Ma succhia tutto, ma in modo raffazzonato, approssimativo. Inconsapevole, altro che coscienza artistica.

Ma perché nessuno si è accorto che la canzone era la stessa dell’anno scorso, solo con due paroline diverse, oddio, ullallà…?
La canzone non esiste. Per me lui è un Cosplay, no?

Guarda che poi ti dicono che non capisci la trasgressione.
La capisco, invece. Capisco che una volta era vissuta sulla pelle, pensa a Vasco che quando andò a Sanremo era davvero lui, ed era al limite: oggi è recitata. E griffata.

Ma no, che i rapper, i trapper, sono dei duri, vengono dalla strada. Magari col padre chiururgo o giudice, ma insomma a 20 anni si fanno le biografie.
La trasgressione è Lennon che, in tempi di terrorismi, di Brigate Rosse, bacia Yoko in copertina: non certo una roba che inneggia allo stupro e al femminicidio. Guarda, io rivendico di avere contribuito a smascherare Junior Cally, dico letteralmente smascherarlo: si è sgonfiato subito. Come tagliare i capelli a Sansone.

Dalla faccia, in effetti, forse era meglio tener su la maschera: non proprio un duro, un maledetto.
Questi non rischiano mai. Prendono i memo: soldi – droga – griffe – troia, e ci fanno pezzi in serie. Ci mettono su un po’ di autotune, ed è fatta.

Junior Cally al Festival.

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E cosa rimane, tra le pagine chiare e le pagine scure?
Non rimane nulla. I critici nella loro antica spocchia sono arrivati ad esaltare la reunion dei Ricchi e Poveri: si sono accorti che erano, al tempo, i nostri Mamas and Papas.

L’ultimo Amore, deliziosa!
L’ultimo Amore era bellissima, è bellissima. E loro, li hai visti.

Dici che i rapper non durano 50 anni?
Si sconterà la dura realtà del live.

Perché lì bisogna davvero suonare, non fare la sagra della consolle?
Se c’è una cosa positiva, dico una, nella tragedia infame di Corinaldo, è di avere segnalato i testi di questi qua: infatti i genitori, che fino a quel momento non ne avevano idea, giudicandoli fenomeni per ragazzini, adesso i loro figli non ce li portano più.

Soldi risparmiati…
Ma prendi anche questo superpompato Ghali: sgonfio, insipido…

«Tutta una cazzo di posa», avrebbe bofonchiato Keith Richards.
Proprio così (ride)!

Parliamo della radio? Il 13 è la Giornata Mondiale della Radio. Ricorrenza legata al 1946, la Radio delle Nazioni Unite e va tutto bene, ma trattarla come un bene in estinzione?…
No, la radio non è un bene in estinzione ma in espansione. Il Podcast è radio, no? Le sue mutazioni la difendono, la ribadiscono. Roxy Bar era radio, con le telecamere. Lo capiva per primo Claudio Cecchetto e la mandava su Radio Capital…

Nulla si crea e nulla si distrugge, anche nell’etere?
Ci sono nato, con la radio. 1975, Bologna. Oggi non sono più libere. Non possono più raccontare le cose.

Eppure vomitano fiumi di parole, parole, parole…
Hendrix, non è che lo sparavi così, da un giorno all’altro. Lo presentavi, lo illustravi. Preparavi il campo. E poi lo mandavi. Oggi non c’è più questa educazione, c’è una marmellata di suoni, di voci…

Lo stramaledetto flusso, vuoi dire?
Ma scusa, ma una radio che non serve ai dischi nuovi ma solo a quelli già conclamati, già arrivati? Ma lo vedi che slogan hanno: «Solo grandi successi». Vuol dire che la radio ha perso il suo ruolo quanto a musica, varietà, speaker. «Ah, non è nella playlist!».

Così fan tutti, caro Red.
Ecco: altro problema: i grandi network. Hanno le loro logiche, lo sappiamo. Ma le piccole li imitano. Vogliono essere tutti la stessa cosa. Dov’è il coraggio? Dov’è l’alternativa?

Dove?
Spotify, a modo suo, ha fatto l’alternativa. Ha caricato nomi, artisti, proposte sconosciute. Ecco il boom. L’appello è alle piccole radio: tornate alle origini, alla libertà.

Red Ronnie.

Non è una cosa vecchia, questa libertà?
Capisco la provocazione, la raccolgo così: la libertà non ha tempo. Ti piace? Ho fatto esperimenti a Rtl. Recuperavo la cultura del vinile. Anche lì: boom. Basta farlo ascoltare. Col Barone Rosso ho vinto la malattia di questa era: l’allergia alla novità.

La novità fa paura, in effetti.
C’è questa strategia, mutuata dai network televisivi: stai dentro, fuori ci sono i lupi, non sai cosa ti aspetta. Anzi lo sai. Stai dentro, tappato, il mondo te lo porto io. Eh, no: il mondo è quello che succede. Alla Zanzara non sai che succede: anche puttanate, anche volgarità, ma qualcosa succede e non lo sai prima.

Il teatro della crudeltà, il senso del pericolo per lo spettacolo.
Il contrario di: playlist, karaoke… Alla fine la gente non ascolta più niente, neanche gli spot. Puro sottofondo. Il conosciuto è nuovo e il nuovo è da scoprire. Se ho fidelizzato un pubblico, la mia missione è compiuta.

Non sarei così nichilista, caro Red: il nuovo c’è, avanza, romba, si chiama Elettra Miura. Come mai secondo te questa stava a Sanremo?
Perché fa parlare. A meno che non siano intervenute altre logiche, di management, di pubbliche relazioni. Non lo so.

Dici che non era per la sua freschezza artistica?
Amadeus ha fatto il cast e diceva: ah, Junior Cally è bravo. Ma non conosceva Strega, che è l’exploit di questo, e l’ha ammesso serenamente. Allora? Di che parliamo?

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Portare la Sla a Sanremo ha aiutato l’audience, non Paolo Palumbo

La sua storia è stata strumentalizzata al mero scopo di alzare l'indice di ascolti. Che cosa ci è rimasto della sua testimonianza? L'idea del ragazzo disabile sfortunato e piegato dalla malattia, esattamente il contrario di ciò che lui ci ha comunicato con la sua canzone.

Della settantesima edizione del Festival di Sanremo è stata data forte risonanza per l’attenzione dedicata ad alcune tematiche di interesse sociale. Lo abbiamo visto sia negli aspetti organizzativi della manifestazione, sia nella scelta degli e delle ospiti e delle conduttrici che spalleggiavano Amadeus, il padrone di casa, e dei monologhi che queste persone ci hanno offerto.

Effettivamente quest’anno la kermesse si sta svolgendo all’insegna dell’accessibilità e fruibilità dello spettacolo da parte di tutti e tutte: sottotitoli e servizio di audiodescrizione – novità assoluta disponibile sul digitale terreste – per gli spettatori con disabilità visiva e performers Lis, ovvero non semplici traduttori in lingua dei segni bensì professionisti che trasformano le parole e la musica delle canzoni in un’esibizione dal forte impatto artistico oltre che permettere la comprensione dei testi anche da parte di chi non può sentire. Nulla da ridire sul fronte del rispetto del diritto di accesso alla cultura e all’informazione, difeso peraltro dalla Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità.

Che Sanremo possa essere di esempio a che si occupa dei palinsesti televisivi per migliorare la fruibilità dei programmi. E il resto? Una patina social e politically correct che ha ricoperto finora tutte le serate e che mi lascia abbastanza perplessa a iniziare dalla scelta di mantenere un unico conduttore fisso, uomo naturalmente, affiancato da 10 donne (e a tratti da Fiorello). Eh già, forse chi ha preso questa decisione temeva che affidare la conduzione della trasmissione interamente a una donna non sarebbe stata una strategia efficace nel sottolineare l’importanza dell’emancipazione femminile. Che invece che abbiamo osservato benissimo in questa dinamica da “gallo nel pollaio”.

UN FESTIVAL CHE HA MESSO IN PRIMO PIANO GLI IMPATTI EMOTIVI

A parte questo, nel corso delle serate sono state tante le testimonianze e i temi a sfondo sociale buttati lì, gettati in pasto alle emozioni viscerali del pubblico pagante (perché tutti contribuiamo a mantenere in vita il Festival pagando il canone Rai!). Il monologo di Rula Jebreal contro la violenza sulle donne, di Emma D’Aquino sulla libertà di stampa, di Diletta Leotta sulla bellezza e il tempo che passa , di Laura Chimenti, donna e madre lavoratrice, dedicato alle figlie, di Alketa Vejsiu che ringrazia l’Italia di aver accolto i suoi connazionali in fuga dall’Albania decine di anni fa.

Paolo Palumbo a Sanremo Giovani con Amadeus.

I contenuti espressi in questi e altri interventi sono senz’altro importanti e meriterebbero un’attenzione, una presa di consapevolezza, un’assunzione di corresponsabilità nel farsi portavoce dei messaggi trasmessi che vanno e dovrebbero andare molto ben al di là dell‘impatto emotivo che certamente hanno generato in modo forte e chiaro. Sì, perché le emozioni suscitate da questi racconti, privi peraltro di un’adeguata contestualizzazione, sono state senza dubbio molto intense ma a manifestazione conclusa, dopo che anche la nostra ultima lacrima si sarà asciugata, cosa ci resterà?

LA SPETTACOLARIZZAZIONE DEL DOLORE NON SERVE A NESSUNO

È in questo contesto di emozioni facili e spettacolarizzate che, durante la seconda serata, abbiamo assistito all’esibizione di Paolo Palumbo accompagnato da Christian Pintus e dal cantautore Andrea Cutri che ha diretto l’orchestra. Ventidue anni, da quattro affetto da sclerosi laterale amiotrofica (Sla), Paolo non è riuscito a superare le selezioni di Sanremo Giovani ma è stato ugualmente invitato a cantare sul palco dell’Ariston da Amadeus. È proprio vero che a volte sono i piccoli gesti a fare una grossa differenza tra offrire a tutti pari opportunità e discriminare alcune persone e non altre. A Paolo, come moltissimi altri giovani aspiranti cantanti, è stata offerta l’opportunità di mettere alla prova le sue abilità e, al pari di tanti altri, non è stato ritenuto idoneo a proseguire la gara.

L’importante era mostrare al pubblico che Sanremo è attento alle sofferenze umane e mettere in subbuglio le pance, stimolare le ghiandole lacrimali

Perché una persona le cui competenze canore sono state ritenute inadatte alla gara è stata comunque fatta esibire? Sanremo, nonostante e al di là della supposta intenzione di sensibilizzare il suo pubblico a tematiche di forte impatto sociale, resta pur sempre una competizione canora. Il fatto che il giovane abbia di fatto partecipato alle selezioni mi sembra già un’ottima dimostrazione di come il Festival garantisca a tutti pari opportunità, perché spingersi oltre?

Paolo Palumbo con Cristian Pintus durante l’esibizione a Sanremo.

Possiamo capirlo analizzando quanto è successo dopo la sua perfomance. Terminato di cantare ha parlato della sua condizione di giovane affetto da sclerosi ed il suo intervento – brano musicale prima e discorso poi – è stato accolto dalla standing ovation di un pubblico commosso e dalle accorate parole di un conduttore visibilmente emozionato dalla sua presenza. Che Paolo fosse stato valutato non idoneo a gareggiare sulla base delle sue doti canore è stato assolutamente irrilevante. L’importante, in questo caso come in quelli citati prima, era mostrare al pubblico che Sanremo è attento alle sofferenze umane e mettere in subbuglio le pance, stimolare le ghiandole lacrimali. Forse hanno trovato una connessione tra l’attivazione del sistema limbico e l’aumento dello share.

SANREMO HA PERSO UN’OCCASIONE PER PARLARE SERIAMENTE DI DISABILITÀ

La mia non è una critica a Paolo che non ha chiesto né preteso di salire sul palco ma è stato invitato a farlo da altri e aveva tutto il diritto di accettare la proposta. Quello che mi fa imbestialire invece è la strumentalizzazione che della sua storia (e delle altre) è stata fatta al mero scopo di alzare l’indice di ascolti. Che cosa ci è rimasto della sua testimonianza? L’idea del ragazzo disabile sfortunato e piegato dalla malattia, esattamente il contrario di ciò che Paolo ci ha comunicato con le sue parole.

La disabilità non è una “sfiga” personale bensì il risultato di determinate caratteristiche individuali ritenute fuori dalla “norma”

Il mondo dello spettacolo ha una forte responsabilità nei confronti di tutti noi perché contribuisce a generare e diffondere idee e teorie sulla realtà che poi diventano patrimonio del senso comune, cioé della collettività. Sanremo avrebbe avuto l’occasione di veicolare un messaggio diverso da quello a cui siamo abituati e cioé che la disabilità non è una “sfiga” personale bensì il risultato di determinate caratteristiche individuali ritenute fuori dalla “norma” e il contesto sociale non adatto ad accoglierle. Ma questa prospettiva non fa audience mentre sbattere in faccia del pubblico le umane tragedie individuali, sì. Quindi non l’ha colta. Peccato.

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Paolo Benvegnù su Sanremo, musica italiana e ricerca artistica

In studio a ritoccare i suo prossimo disco "Dell'odio e dell'innocenza", l'ex Scisma dice la sua sulla reale dimensione artistica del Festival: «Ci si arriva per tanti motivi, alcuni hanno a che fare col talento, altri meno». E sull carrozzone dell'Ariston: «Fa di questo Paese quello che è. Un agglomerato di figuranti antropomorfi».

Quello che a Sanremo no. Ma anche quello che l’indie no. Quello che sta altrove, perennemente in un suo altrimenti dello spazio e dell’anima.

Mentre dalla Riviera festivaliera si allargano a centri concentrici dilatazioni sul nulla musicale, Paolo Benvegnù sta chiuso in studio di registrazione a ritoccare Dell’odio e dell’innocenza, il nuovo disco in uscita per l’etichetta Black Candy Records ai primi di marzo «ma non so ancora il giorno perché è tutto un delirio».

E di Sanremo, giura, non ne sa niente: «Neanche chi c’è, giuro. Ma, senti, non per altro, ma perché non so proprio niente io, niente di tutto; neanche di questo disco so niente, non ho niente di ponderato. Ho aspettato tanto, poi i pezzi sono arrivati in 10 giorni, a ottobre, dopo tanto suonare in giro; evidentemente, avevo bisogno di disperdermi nell’attesa. Da lì la solita corsa convulsa per suonare, incidere, dare una forma, realizzare tutto. Adesso a marzo riparto con un gruppo nuovo, una esperienza nuova: è ancora tutto da sapere, tutto da scoprire».

Paolo Benvegnù (foto da Facebook).

DOMANDA. E qual è lo stato d’animo?
RISPOSTA. Posso solo dirti che sono contento: contento di questa incertezza che mi si spalanca davanti. Contento perché mi sono divertito a farlo questo disco. Perché ci sono i pezzi miei, dunque nessuno stravolgimento, ma ci trovo cose interessanti. Sono pfreso nella mia ricerca.

E Sanremo, niente…
Non ho visto niente. Non me ne frega niente.

Addirittura?
Ma figurati.

Sì ma non possiamo liquidarla così ‘sta tragedia nazionale. L’indie, per esempio. Gli indie, tu non eri indie?
Io? (ride)

Va beh: non sei mainstream, non sei alternativo, che sei?
Ma no, ma cosa c’è di indipendente? Voglio dire, è una dimensione esistenziale, no?

Certo, e anche musicale: ah, la scena indie…
Vai a Sanremo? Non è sbagliato. Non è neanche giusto, non c’è un giudizio di valore: entri nel mercato dell’intrattenimento, tutto qui. Solo non parliamo di ricerca, per favore.

Sabrina Salerno e Amadeus.

Perché, al Festival non si può fare ricerca? Non si può portare un pezzo ricercato?
Cinquant’anni fa, senz’altro. Prima dell’esplosione del mercato del disco. Ma oggi non è che porti i Van Der Graaf Generator alla Festa dell’Uva; non è che ce li trovi i King Crimson – dico i primi, quelli che sperimentavano – alla Sagra della Salsiccia di Ceprano. Sono contesti diversi.

E Sanremo quindi è una sagra e chi ha qualcosa da dire non ci va?
Vuoi dargli un nome? Scena indipendente, no: chiamala coccodrillo. Chiamala come vuoi. Ma che c’entra l’indipendenza? Non è una questione di etichette, ma di filtri: la musica la intendo come non mediata, non condizionata e in certi contesti non è possibile. Semplice. Detto questo, sono felice per chi ci va e non mi sognerei mai di additare nessuno.

Musica incondizionata ricorda molto un concetto totalizzante, la musica totale…
Quello che penso è che mi ritrovo in una dimensione di ricerca dentro quattro muri che si spalancano sull’universo. Verso il sacro. Il magico. L’ignoto. Ma non è solo la musica, quello è un aspetto: parte da più lontano, ed è più impegnativo. Le persone sono maschere, e di persone tante, di esseri umani pochi. A Sanremo ci sono tante brave persone, ma io preferisco gli umani alle maschere.

Non giudichi, non ti interessa, ma lo hai sfiorato, il Festival.
Due volte. Non mi presero, vivo ancora quei tentativi come errori. Allora ci tenevo, non lo nego. Poi ho cambiato percorso e mi è solo successo, non merito nessuna apologia, nessuna autoesaltazione e nessuna flagellazione. Se non critico nessuno è perché ho già il mio daffare a criticare me stesso.

Fare la corsa su di sé, vuoi dire? Sui propri limiti?
Questo è quello che io chiamo ricerca. Uno scavo inesausto, che finisce sempre nella consapevolezza del limite.

Ma insomma, che avrebbe di perverso il Festivalone dove, dice Pelù, che ci sta, «tutti ci vogliamo bene e la musica regna»?
Sanremo, con tanti malcostumi italiani piccoli e meno piccoli, fa di questo Paese quello che è. Un agglomerato di figuranti antropomorfi.

Piero Pelù sul palco dell’Ariston.

Questa era un po’ difficile…
Il papa è sacro senza sacralità. Il calcio. Sanremo. I buoni sono quelli dal volto pulito. Meglio ancora, i tatuati…

Io ce li ho i tatuaggi!
Sei un coglione allora! (ride)

Sanremo senza sacralità?
È un concetto di normalità, un simbolo di una normalità in cui non mi ritrovo.

Vaglielo a dire alla tua amica Levante, a Pelù…
Ma no, che devo dire io? Levante? Piero? Va benissimo, sono le nuove Iva Zanicchi, Shel Shapiro… Nel senso buono!

Meno male che è il senso buono…
Ma io che devo dire?

Che Sanremo è Sanremo?
Allora c’era quello. Dico i tempi della Zanicchi. Adesso esistono alternative, altri percorsi, altre volontà. A Sanremo ci si arriva per tanti motivi, alcuni hanno a che fare col talento, altri meno. Levante è intonata. Piero è intonato. Magari hanno due pezzi fantastici.

Ma, detto alla Marzullo, ci vuole più coraggio ad andarci o a non andarci, se poi sei uno di una “scena” diversa, chiamiamola così?
No, coraggio: è lavoro. Solo che per me l’attività, intendo di ricerca, sulla musica, è passività: la subisci, te ne lasci permeare. Dominare.

Guarda che questo è lo stesso che va dicendo il tuo amico Morgan, in gara con Bugo. L’altra notte al dopofestival delirava al modo di quelli che la pigliano male: «Siamo ultimi in classifica? Lo pretendiamo, perché ci vuole talento, noi siamo pop non canzone italiana…». E giù coi soliti pipponi, del tipo anche i Beatles sono pop, Mozart arrivava ultimo…
E io dico: sì! (ride).

Ridi, perché sei un paraculo!
Marco ha un gran talento. Sui motivi che lo spingono a Sanremo, dovresti chiedere a lui. A me non resta che essere severo con me stesso.

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Cristicchi su Sanremo 2020; artisti bravi, poche canzoni da brivido

C’era un ragazzo che disegnava chiuso in camera sua per spaventare i fantasmi. Poi capì che poteva farlo anche con..

C’era un ragazzo che disegnava chiuso in camera sua per spaventare i fantasmi. Poi capì che poteva farlo anche con una chitarra; voleva uscir fuori, diventare come Biagio Antonacci. Poi è andato oltre. È finito in manicomio, a sbattere contro gli occhi di scarto, quelli che l’umanità tiene legati, seppelliti: ne è uscito con una canzone, l’ha portata a Sanremo e l’ha vinto.

Ha avuto successo; non gli bastava, ha sterzato per altri sentieri, di montagna, verso un eremo, di miniera, verso chi ci lavorava, e cantava la sua fatica.

Ha fatto giri immensi, attraversando teatri di memoria. Tredici anni dopo ha riportato quella rosa rossa di follia sul palco dell’Ariston: è salito su una sedia e tutti sono ammutoliti.

Simone Cristicchi (foto LaPresse – Andrea Panegrossi).

DOMANDA. A volte basta niente per volare, Simone Cristicchi
RISPOSTA. Una seggiola, sì. È un gesto teatrale. Ma è anche nello spartito, quel volo lì.

Un volo che condensa le tue vite di artista: la canzone dentro il teatro, o se preferisci viceversa…
Sì, non c’è più separazione. È andata così. La cosa importante è avere riscoperto quel momento, quel gesto dopo 13 anni. E lo ricordavano, io l’ho sentito l’applauso a metà brano, magari da casa non si coglieva ma noi la botta l’abbiamo avuta.

È parso molto, molto coinvolto anche Nigiotti, sembrava quasi smarrito.
Enrico è stato bravo, ci ha messo tutta l’anima. E ha avuto coraggio, Ti regalerò una rosa era il più recente di tutti e 24 i duetti.

Lo ha scelto lui?
Sì, lo ha scelto lui e mi ha chiamato e non è un pezzo facile da rendere questo.

Ma ci si trova meglio in gara o come ospite, senza complicazioni, senza rischi?
Non lo so… (ride).

Non lo sai?
Ma io anche l’anno scorso, che ero in gara, stavo molto rilassato. Anzi quello è stato il Festival migliore per me, perché ero più maturo e anche più libero, senza obiettivi particolari, volevo solo che il brano [Abbi cura di me, ndI] arrivasse.

Simone Cristicchi (di spalle) ed Enrico Nigiotti.

Più di così, non ha più smesso di girare…
In un certo modo, c’è un filo conduttore tra Ti regalerò una rosa e Abbi cura di me.

Il filo, direi, è chi la canta: ai due estremi, il ragazzo outsider e l’autore affermato, che torna con la sicurezza dell’uomo. E Sanremo è cambiato anche lui.
Non mi aspettavo questa audience; per il Festival va bene, al di là dei riscontri immediati, che sono affare della Rai, sta a significare l’affezione, un legame che si proietta, una prospettiva.

Sì, ma con quale materia prima?
In generale, per quello che ho sentito, non l’ho trovata la canzone da brivido, quella che ti blocca, ti fa capire che è successo qualcosa. Forse solo Tosca.

Lei ha fatto scelte simili alle tue, si è concentrata sul teatro e l’intepretazione se ne giova, no? Così puoi fare un rap ante litteram senza bisogno di sbraitare sempre, di contorcerti…
In effetti… (ride). Ma non lo definerei un rap questo: è un recitativo, poi dipende dalle intenzioni. Oggi lo faccio in modo diverso, perché sono diverso. Lasci perdere i generi, ti concentri su quello che vuoi trasmettere. Conta questo e solo questo.

Ma c’è sempre bisogno di stare, o fingersi, così incazzati?
No, come non c’è bisogno di volgarità gratuite. Ma è anche un fatto di età, non nasci maturo, risolto, hai le tue fasi. Io sono distante da quel genere lì, ma non metto tutto nel calderone: Anastasio è bravo.

E di Achille, che vogliamo dire? Ne parliamo o lo teniamo chiuso nello sgabuzzino dei costumi?
Achille Lauro a me diverte, dico nel senso artistico. Crea aspettativa, e un artista è uno che porta la sorpresa. Lui è un uomo di spettacolo, uno showman.

Dì la verità, che un po’ di nostalgia per il Festival…
Ma io ci tornerò. Quando avrò il pezzo giusto, ci tornerò.

Da sinistra, Simone Cristicchi ed Enrico Nigiotti.

Stai scrivendo canzoni, al di là del teatro che tanto ti assorbe?
Piano piano sto mettendo cose da parte. Senza fretta, come ho imparato a fare. Certo, ogni volta che salgo sul palco dell’Ariston quella voglia mi torna: per capirmi, per capire dove sono adesso, come musicista, come creatore di canzoni. Ma nessuna pressione, nessuna premura. Perché poi è quella che ti frega, e io ho visto tanti artisti, bravi, sensibili, perdersi per quella smania.

È il teatro che ti ha insegnato la pazienza? Oppure la vita, che tira dove vuole lei? O le scelte di percorso che hai fatto? Per me è strano incontrarti in un oratorio, a parlare ai ragazzi, e poi vederti all’Ariston, in volo su una seggiola, nel giro di poche ore.
Non curo molto il contesto: mi emoziono se torno all’Ariston, ma relativizzando la situazione, come è giusto: scendo dalla seggiola, riparto con gli spettacoli in teatro. È bello ripartire. Con molta tranquillità, non mi faccio più travolgere dalle urgenze del successo. Mi capitano sorprese diverse. Gli incontri. Certe scoperte al limite del paradossale.

Per esempio?
Sai il libro che mi hai visto presentare a San Benedetto? E’ un po’ frutto della canzone di Sanremo, l’ho chiamato allo stesso modo, Abbi cura di me. A proposito dell’arrivare con un tuo brano. Me lo chiede Piemme e penso: ma che mi metto a fare, a raccontare la mia vita? A 40 anni? Poi ho capito: se parlo anche dei fallimenti, dello sconforto, delle sconfitte, allora è un’altra cosa. E adesso scopro che è primo nelle librerie religiose!

Come, primo? Prima anche di papa Bergoglio?
Che Dio mi perdoni!

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La vox populi su Sanremo è meglio del Festival di Amadeus

Che brava «Lula, Rula Gebrial, Gerberal, Brigeal», che forti «i Vibratori», che simpatici «Morgàn e Buco». A volte nessuno può arrivare alla comicità involontaria degli spettatori della kermesse dell'Ariston.

La fortuna del cronista è nel caso ma il caso va stanato, va provocato dove non ti aspetti di trovarlo – se no che caso è? L’importante è uscire, evadere dallo schermo dove scrivi e disperderti nella cosiddetta gente; per esempio sotto la volta di un mercatino coperto di un paese qualunque, fuori il migrante che ha altro da pensare, dentro la cosiddetta gente che invece beve Sanremo e il giorno di poi lo metabolizza a modo suo. O nel classico bar, o in una fila qualsiasi, tanto in questa settimana non si parla d’altro.

E allora è da sentire, da rendersi conto di come i qualunque, gli spettatori più o meno attenti, più o meno convinti, percepiscono uno spettacolo in fondo imposto, che possono solo subire; allora il cronista prova la misura dell’abisso tra la vanagloria della Rai, della sua grancassa che si dopa con gli ascolti, e ciò che rimane davvero, sedimentato nei sogni e nei risvegli di chi ha seguito 270 minuti di faticoso show.

Sì, c’è come un filtro, di comprensione, di comunicazione tra ciò che passa il convento e quello che arriva in realtà ed è in quell’incredibile ma vero modo di cogliere i protagonisti, nella routine della vita di sopravvivenza, pane quotidiano, pesce fresco, numerino allo sportello, che il cronista si disperde e un poco si spaura, come davanti a un infinito equivoco.

LE VIBRAZIONI DIVENTANO I VIBRATORI

Il bravo presentatore Amadeus, per dire, diventa nella vulgata popolare «Amedeus» o «Amadeo» e fin qui passi, ci può stare; ma che dire della bionda e rifatta conduttrice di una sera, che l’anagrafe popolare rilegge in «Diletta Dilotta»? Sulla collega di origine palestinese il cronista ne sente di ogni, «Lula, Rula Gebrial, Gerberal, Brigeal», praticamente un medicinale, mentre il superospite di tutte le sere diventa d’incanto «Tiziano Fierro», forse lo considerano nipote d’arte del grande Aurelio. Elodie finisce per ritrovarsi «Melodì», ed «è tanto brava».

Le Vibrazioni.

Invece una madama un poco sciatta proclama che non le sono piaciuti per niente «quelli, i Vibratori: urlano troppo forte». Le Vibrazioni, trasformate in oggetti di piacere, sentitamente ringraziano. Junior Cally ha un nome difficile da ricordare e, nella approssimativa percezione comune, diventa «quello che vuole stuprare le donne in maschera», con eccesso di specificazione.

QUALCUNO SI LAMENTA PERCHÉ RANIERI È STATO ELIMINATO

L’emulo di David Bowie, e non solo, è «Achille Di Lauro», mentre il povero Rancore viene talora confuso con Neri Marcorè, l’attore, oppure identificato in «quello sempre incazzato». Di Riki addirittura qualcuno ipotizza una parentela con «i Ricchi e Poveri», Francesco Gabbani subisce una nobile metamorfosi, «Gabbiani», Morgan resta Morgan (a volte chissà perché con l’accento sulla a, come “Tarzàn”), ma in accoppiata inevitabile con «Buco».

Massimo Ranieri.

Diodato viene confuso con Deodato, mitico musicista brasiliano, o moltiplicato in Diodati; una attempata fan, infine, tradisce tutta la sua indignazione «perché Massimo Ranieri, che è il più bravo, l’hanno eliminato la prima sera». Quanto a Jannacci Junior, per qualcuno è «Enzo Paolo Jannacci», omonimo del ballerino Enzo Paolo Turchi. Ma il meglio arriva con l’ereditiera: «Elettra Miura, quella delle auto elettriche». Sì, e in duetto con Elon Musk. D’altra parte, si sa che Sanremo è un affare di potenti e di raccomandati: il conduttore dell’altro Festival, per esempio, è «Nicola Salvini, e figurati se non ce lo mettevano lì a presentare». Proprio vero, l’Italia gattoparda non cambia mai. Dai marciapiedi, che qualcuno chiama l’università della vita, è tutto, a voi la linea.

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Le pagelle della seconda serata di Sanremo 2020

Dove starebbero le mille sorprese promesse da Amadeus? Solo le vecchie glorie come i Ricchi & poveri e Massimo Ranieri dimostrano di avere qualcosa da dire. Sul palco, in mezzo a canzoni e cantanti in gara mediocri, si salvano Levante e Tosca. Ma il filo comune è la noia. I voti di Max del Papa.

Sanremo inclusivo, è la parola d’ordine quest’anno. Inclusivo, solfeggia l’amministratore delegato della Rai, Fabrizio Salini. Inclusivo, amplificano i media. Inclusivo ma anche occlusivo, eventualmente. È il Festival degli squisiti paradossi: perché, per dire, il suo toccante monologo Rula Jebreal non l’ha dedicato al cantante ex mascherato Junior Cally, uno che canta di come stuprare e far fuori le donne? No, l’ha dedicato ai maschi come tali e anche questo vezzo di reagire a ogni critica scomodando il maschio bianco in quanto prevaricatore (come minimo), non pare molto inclusivo.

Magari, ecco, non siamo ontologicamente tutti così e neppure inclusivi al modo della vecchia fiamma Roger Waters, uno che ai concerti fa volare un maiale con la stella di David: ragion per cui qualcuno deve aver pensato che un videomessaggio non valeva una devastante crisi diplomatica (e qualche rogna alla convinta giornalista). Ma tutto è già macinato, la seconda sera tocca ad altre presenze “in rosa”, sempre tesi al rinnovamento qui al Festival, drogatissimi dal 52% di ascolti anche se secondo qualcuno sarebbe una media aggiustata sui picchi della sola seconda parte.

Sia come sia 10 milioni e passa sono inclusivi, racchiudono la pancia del Paese, come si dice. Ma se fossero solo automatismi televisivi, se non fosse Sanremo lo specchio della nazione ma il contrario, l’Italia specchio di un Festival che non la rappresenta affatto, che prende quello che vuol prendere e il resto lo scarta, lo ignora? C’è molta pomposità in questo senile Sanremo dei 70 anni ma anche tanta piattezza, il che viene a dire poco dinamismo, poco coraggio: poco entusiasmo. Ci sono giovani che ammiccano, sembrano usciti dalle pubblicità delle merendine – e i giovani, no, non sono così. C’è l’ostinato predominio di senatori che rianimano una remota proiezione di sè. C’è una morale rassicurante, sconosciuta alla società che si agita. C’è la finta trasgressione che non punge nessuno.

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TANTE SORPRESE ANNUNCIATE, POCHE NOVITÀ REALI

Ci sono personaggi incomprensibili, che uno a vederli si spaura: Elettra Miura Lamborghini sarebbe Paese reale, Paese vero? No, questo è il pianeta della tivù, è il reality che è il contrario della realtà e non è un caso che Fiorello si travesta da Maria de Filippi la quale appare in voce, come il Dio che giudica e manda: al telefono. È tutta una bolla, inclusivi tra loro, esclusivi per i terrestri, gli afflitti dalla gravità che li schiaccia mentre applaudono. Sì, certo, lo spettacolo deve essere atipico, eccessivo, se no che spettacolo è? Ma questo è spettacolo? Noi diremmo che è se mai una pantomima, qualcosa che punta ad essere show senza volerlo essere davvero, quindi ripetendosi.

Sanremo rispecchia l’Italia nel suo conformismo piccolo borghese

Dove starebbero le mille sorprese promesse da Amadeus? Dove la novità, l’imprevedibilità? Poi si potrà dire che Sanremo funziona come è, che il suo corpaccione televisivo è fatto per soddisfare il cannibalismo di quanti più televedenti: benissimo, basta saperlo, basta non millantarlo. Lasciateci però all’autunno del nostro scontento, lasciateci dire che non vediamo in cosa, secondo il cliché che non regge più, Sanremo rispecchierebbe l’Italia se non nella sua stanchezza attuale, nella sua rassegnazione, in una fame di cose risapute e un po’ stantie, nell’orrore di ogni azzardo. Anche in certo conformismo borghese, piccolo borghese, che nasconde i vizi privati e sbandiera pubbliche virtù tutte da verificare, senza nessuna voglia di andarle a verificare davvero.

Da sinistra, Amadeus e Fiorello nei panni di Maria De Filippi.

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Prendiamo proprio i giovani, dalla cui propulsione si capisce davvero lo spirito di un Paese: perché a Sanremo deve starci un Leo Gassman, senza grandi numeri a parte la faccia giusta, e non una Sherol Dos Santos che nello stesso X Factor brillò infinitamente di più? Dite che Leo non deve scontare il suo nome? Non scherziamo, in Italia il nome è garanzia, chi ce l’ha va in sorpasso e infatti Leo eccolo; Sherol lotta per non sparire e a una piccola etichetta, Instant Crush Records, sono appese le speranze di vederla emergere. A Sanremo l’hanno scartata, incredibilmente o sintomaticamente, alle audizioni. Siamo sempre all’epica, logora, del Davide contro i Golia ma i Golia vanno avanti, al Festival come dappertutto nel mondo inclusivo ma non sempre, non per tutti.

CONDUTTORI, SPICCANO CHIMENTI, D’AQUINO E SABRINA SALERNO

FIORELLO: 5. Fateci caso, in campo lungo sembra sempre più Claudio Baglioni. Ridendo e scherzando, anche lui veleggia per i 60: e, accidenti, si vede.

AMADEUS: 5. Aziendalista. È di una generazione di mediocri, non sbagliano niente perché non rischiano niente e alla Rai vanno bene così.

Da sinistra, Amadeus, Laura Chimenti e Emma D’Aquino.

LAURA CHIMENTI E EMMA D’AQUINO: 6. Carine, ingessate ma non è il loro posto: sono giornaliste vere, loro. Fa parte del gioco al quale si prestano, garbatamente.

SABRINA SALERNO: 6+. Amadeus fa coming out: aveva il suo poster in camera 35 anni fa. Non era l’unico, e nessuno è diventato cieco: volendo, il poster andrebbe benissimo pure adesso. Il punto è che se la cava, magari vuole strafare, ma chi se ne frega: io me la sarei giocata per tutto il Festival.

TRA I GIOVANI SOLO SENTIERI E FAUSTINI DANNO QUALCHE FLEBILE SPERANZA

GABRIELLA MARTINELLI E LULA (Il Gigante d’Acciaio): 5 –. Il gigante sarebbe l’Ilva con tragedie annesse. E che fanno? La solita rabbia fasulla all’affogato di melassa melodica. Eh, ma vuoi mettere l’impegno. Sì, l’impegno è fico, solo che la canzone è un impugno.

FASMA (Per Sentirmi Vivo): 5. Ma a me ‘sta solfa in autotune senza un domani m’ha ammazzato. L’intro è copiato, ma non ricordo da cosa. Il resto pure, ma di più non saprei dire. Fa asma, un po’, ma passa. Dio ci scampi e liberi dall’ennesimo rappere probblematico co’ i traumi d’a a bborgata.

Marco Sentieri.

MARCO SENTIERI (Billy Blu): 5/6. Nomi grossi, per un esordiente: Giampiero Artegiani scrive, Danilo Ricciardi (Renato Zero e altri) dirige, e si sente. Anche lui post rapper di Napoli, come Anastasio ma meno viscerale e più orchestrale. Regge? Mah, a volte affiora Gigi d’Alessio. Comunque la spunta.

MATTEO FAUSTINI (Nel Bene e Nel Male): 5/6. Già vincitore di un Premio Lunezia per nuove proposte sanremesi. Insegue la canzone d’autore ma è un po’ datato, intenso ma stonato, coraggioso ma esitante. Tra bene e male.

TRA I BIG SOLO LEVANTE E TOSCA SI ELEVANO DALLA MEDIOCRITÁ

PIERO PELÙ (Gigante): 3. Ma io chi ho ammazzato nell’altra vita per ritrovarmi a 55 anni a commentare Pelù che fa la sigla della tivù dei ragazzi? E, soprattutto, che avrà fatto ‘sto povero nipotino per meritarsi un nonnetto come Piero Pelouche?

ELETTRA LAMBORGHINI (Musica (e il resto scompare)): S.V. Ma la classe di questa artista? La finezza vocale? L’eleganza del gesto? L’intensità dell’espressione? Il magnetismo innato? Porta una canzone di contenuti forti, «innamorato di un’altra cabron». Difficile trovarle chi le sta a petto; a me ricorda Ma Rainey, Bessie Smith. Il valore aggiunto di un Festival a caccia di talenti.

ENRICO NIGIOTTI (Baciamo adesso): 1. È lui il vero nipotino di Piero Pelouche, fateci un po’ caso. Ora, qui sorge un problema: capire se è peggio lui, l’interpretazione o la canzone; atroce dilemma, e non solo quello.

LEVANTE (Tikibombom): 6+. Magra in una maniera preoccupante, allampanata, scomposta, ma la sua interpretazione, con tutti i limiti, vocali, lirici, anche armonici, si distingue. Non è una fuoriclasse artista, e non ha una gran canzone: ma in un Festival di mediocri, la sua grinta spacca e spicca.

Levante.

PINGUINI TATTICI NUCLEARI (Ringo Starr): 4. Ma che Ringo Starr, casomai Ringo boys. Rinco, meglio. No, non lo dirò che sono Lo Stato Sociale di quest’anno, arrivo tardi. Dico solo che da queste cose, anzi questi cosi, si capisce la tragedia del cosiddetto indie italiano.

TOSCA (Ho Amato Tutto): 6-. Siamo in quota “signora della canzone”. Chi la ricorda? Un successo precoce vent’anni fa, una virata verso il teatro, senza abbandonare il pentagramma. Cerca un rilancio musicale con una di quelle proposte che fanno sdilinquire i critici ma dopo un po’ fanno pure due palle così.

FRANCESCO GABBANI (Viceversa): 4. Cerca di scrollarsi di dosso lo scimmione, ma il suo occidentale karma lo riacchiappa. Con una robina sanremese così, è finora primo: roba che rivince.

PAOLO JANNACCI (Voglio Parlarti Adesso): 5. Ha cominciato col padre, come Cristiano de André. Uguale sputato al padre, come Cristiano de André. Meno che nel talento, come Cristiano de André.

RANCORE (Eden): 4. Non si è capito molto di quello che ha cantato (?), ma un rapper e(r)metico conta per quanto si agita s’incazza ramazza stramazza. Poi arriva a Sanremo e si calma, tranquilli. La musicuzza del solito Dardust è tutta arpeggi pseudodrammatici, non proprio il massimo. Ma è tra i cocchi della critica di quest’anno, che lo trova molto originale, molto incazzato.

Junior Cally.

JUNIOR CALLY (No Grazie): 3. ‘Azz’, n’altro rapper della periferia romana, ma che è, un’epidemia? Ah, ma questo è quello che voleva stuprare e far fuori le fanciulle. Ma che s’è messo, una divisa nazi? Eh, ma ce l’ha con Matteo Salvini. Allora va bene, tutto è perdonato. Era meglio però se teneva su la maschera. Boh, a me sto riffaccione glam sugli archi invece della chitarra pare tanto una paraculata.

GIORDANA ANGI (Come Mia Madre): 2. Altro prodotto di Amici, e si capisce appena apre bocca, però pupilla di Tiziano Ferro, infatti lo copia la piccola Angi. Angina. Tremenda uguale.

MICHELE ZARRILLO (Nell’Estasi o nel Fango): 4. Una boccata d’aria fresca, sarà 30 anni che sta qua: 13 ne ha fatti, mica uno. Di estasi pochissima, senti a me.

OSPITI: SI SALVANO I VETERANI RICCHI & POVERI, RANIERI E ZUCCHERO

MASSIMO RANIERI (6+) e TIZIANO FERRO (5-). Un altro po’ e “Ama” casca stecchito per l’orgasmo di presentarli: al dunque, un duettino roboante ma un po’ alla Dio t’accompagni. Erede, Ferro? No, Tiziano è già spompo e melenso, Massimo classe di ferro (interessante l’inedito, cocciantiano, classico, bel testo).

RICCHI & POVERI: 6+. Con la &, come si scriveva 50 anni fa. E certo, nella prima puntata c’era la Power family, il Carrisi clan, oggi loro. Che però sono meglio, perché i loro intrecci vocali tra Elo e Beach Boys all’italiana ci riportano a un come eravamo che esorcizziamo ridendone. E invece, maledizione, racconta di tivù in bianco e nero, Raimondo e Sandra (Coriandoli su di noi), e un sabato italiano sempre più lontano. E di canzonette come Che sarà e L’ultimo Amore, che averle oggi, a Sanremo…

Zucchero Fornaciari.

ZUCCHERO: 6. Ma non c’era anche l’anno scorso? Ha cambiato solo il cappello, ha dei cappelli deliranti Zucchero, questo sembra un tegame. Aspetta che vado a prendere la pagella dell’anno scorso. Anzi no, lo promuovo d’emblée, ma solo perché ha riesumato la sana e consapevole libidine.

GIGI D’ALESSIO: 5. Già è difficile da reggere di giorno, a mezzanotte e mezzo, dopo quattro ore di Festival,«quel seno che non è cresciuto più» diventa nu guaio. Vedi te se uno per una trombata in spiaggia deve menarsela per i prossimi 20 anni, e che, ce l’aveva come Gwyneth Paltrow?

PAOLO FEATSRING CHRISTIAN PINTUS (Io Sono Paolo): S.V. Chi scrive ha conosciuto questa bestia crudele, l’ha tenuta in mano nel corpo di tanti. Fa spavento tanto è ingiusta. Fa paura quando ti guarda. E non vuoi guardarla, vuoi scappare via per paura che prenda anche te. Ma se sei un uomo, la guardi negli occhi di chi con gli occhi parla. Chiama. Urla. Serve portarla a Sanremo avvolta in un costume damascato che strozza il cuore? Io non lo so, ma so che anche solo un’oncia di coraggio è importante, per bugiardo che sia. Solo questo imparai. Solo questo sconcerto oggi vi affido.

LO SHOW: 4. Interminabili siparietti da casa di riposo tra “Ama” e “Fiore”, i due ragazzi irresistibili, che uno incanutisce a seguirli: e su, e non si può cominciare la gara dei cosiddetti big alle 10 passate, dopo 90 minuti di retrospettacolo, e diluirla a un concorrente ogni mezz’ora, ma è disumano, è da nazisti, dai. Troppo, troppo, troppo di niente, inclusi i monologhi davvero strazianti.

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