Salerno, il maestro Prinzo e quel ‘seme’ della memoria

di Alessandro Mazzetti*

L’esistenza dell’uomo nel suo lungo ed inesorabile incedere è caratterizzata da una serie imprevedibile d’incontri. Solo alcuni di questi hanno il pregio di incidere considerevolmente nella crescita e nella formazione del fanciullo nel suo divenire uomo. Uno di questi è stato indubbiamente quando da imberbe studente liceale ebbi l’enorme piacere di conoscere il maestro Cosimo Prinzo. Il ricordo mi riporta con spregiudicata immediatezza a tempi così lontani di foscoliana memoria. Il luogo dell’incontro non fu né un teatro né un salone di marmo levigato durante una soirée di musica classica, bensì il salone della sua abitazione. Un ambiente, quindi, casalingo, familiare, rilassato. Io molto amico dei due suoi figlioli, Antonio e Angelo, ero in attesa che il primogenito fosse pronto per uscire con il nostro amico di sempre Christian Autuori. In quella circostanza il babbo m’intrattenne in una gradevolissima conversazione in quel bel salone dove era possibile respirare un’area di musica e cultura. Ben presto la gradevolissima chiacchierata affrontò l’importante tema del ruolo della musica nella storia dell’uomo e dell’umanità. Il maestro con tono amabile e afflato paterno mi fece notare come la musica sin dalla genesi dell’umanità ha sempre accompagnato l’uomo in tutto ciò che era ed è veramente importante. Nascite, fidanzamenti, matrimoni sono culturalmente accompagnati dalle note musicali e persino nell’ultimo saluto la musica ha un ruolo importantissimo, poiché anche in questa circostanza se accompagnato dal suono della musica quest’ultimo viaggio certo “non può dirsi solitario”. A distanza di circa trent’anni mi ricordo ancora con nitida chiarezza ciò che mi disse: “Vedi, Alessandro, ci sono cose nella vita come alcuni sentimenti, emozioni, ma anche semplici aspirazioni che difficilmente le parole riescono a spiegare nella loro interezza e complessità. La musica ci aiuta a comprendere meglio quell’intimità che la lingua tradizionale non riesce ad esternare”. Il discorso s’interruppe poiché Antonio fu finalmente pronto, e così, raggiunto Christian, scendemmo. È innegabile che quelle parole hanno avuto un peso enorme nella mia formazione di uomo, di padre e di studioso. Non è certo un caso che a trent’anni da quell’incontro nel mio lavoro storico-geopolitico sull’Italia del primo dopoguerra esordisco con Verdi e la sua meravigliosa Aida realizzata per festeggiare degnamente l’apertura del Canale di Suez, ossia, a tutt’oggi, una delle opere più maestose dell’ingegno umano. Certo ci furono tanti altri incontri e tante altre chiacchierate di assoluto interesse, ma quella mi colpì profondamente, condizionandomi in modo determinante. Una carica umana e una profondità di pensiero di certo rara che facevano del maestro Prinzo non solo un professore di musica, ma ancor più un vero e proprio mentore. Per cui spero con tutto il cuore che sia accolta la proposta di don Antonio Toriello e gli venga intitolata l’aula di oboe del Martucci, poiché è un dovere cittadino, storico, morale, pedagogico non perdere nelle pieghe del tempo il ricordo degli esempi migliori. Secondo Tucidide per comprendere il presente e proiettarsi verso il futuro è necessario conoscere la storia. Ebbene sono fortemente convinto che non perdere quel patrimonio morale e umano del maestro Prinzo non solo possa essere indispensabile per formare musicisti migliori, ma anche persone migliori.

*storico geopolitico

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Su di un ponte di note con Salerno Classica

Presentato ieri mattina il cartellone della I edizione di Salerno Classica composta di otto concerti che si svolgeranno nel periodo che va dal 23 ottobre al 18 dicembre 2021, descrivendo un ideale percorso tra i grandi monumenti delle due grandi rettorie di San Benedetto e San Giorgio per concludersi in Cattedrale, grazie alla benevola disponibilità della Curia Arcivescovile. Salerno Classica, ideata dalle Associazioni Gestione Musica e PianoSolo, fa parte di un progetto più vasto che ha visto l’associazione concorrere e ottenere il finanziamento dal Fondo unico per lo Spettacolo nella sezione Nuove Istanze 2021, con il progetto “Celebrazione, Tradizione, Innovazione”, 15 concerti che coinvolgono oltre il comune di Salerno, che ha sostenuto la kermesse, anche le città di Benevento, Amalfi e Brienza. A presentare l’eterogeneo cartellone, che include tra gli altri appuntamenti, la XIII edizione del PianoSolo Festival e il Festival Dicembre Sacro, il Presidente e il Direttore Artistico dell’ Associazione Gestione Musica nelle persone di Luigi Lamberti e Francesco D’Arcangelo e il Direttore Artistico del PianoSolo Festival Paolo Francese. Un cartellone, questo, che vive del confronto tra le strade maestre del classicismo viennese e il contemporaneo, poiché vi sarà una prima esecuzione assoluta, del confronto tra i giovani strumentisti della Scarlatti e musicisti già affermati a livello internazionale, tra la musica vocale e quella strumentale, tra sacro e profano, tra tutti noi che ri-debuttiamo, organizzatori, musicisti, e soprattutto pubblico, che torna ad affollare le sale e a ritrovarsi, dopo due anni di silenzio. Il concerto inaugurale di Salerno Classica è stato affidato all’ Orchestra Young Scarlatti, fondata e diretta da Gaetano Russo. Sabato 23 ottobre, alle ore 20.30 nella chiesa di San Benedetto a Salerno, la serata, dal titolo “Divertissement”, verrà inaugurata dalle prime parti della formazione con Quartetto per clarinetto e archi in mi bemolle, una trascrizione della Sonata per violino e pianoforte K 380/374f di Wolfgang Amadeus Mozart e il Divertimento n. 1 per quintetto di fiati in si bemolle maggiore di Franz Joseph Haydn, per poi unirsi agli altri strumentisti ed eseguire musica di D’Indy, Rossini, Brahms e Strauss jr. Si continua sabato 30 ottobre, in San Giorgio, con le Sonate da Camera, in cui si ri propone il tema del confronto con due maniere nuove e rivoluzionarie di concepire la forma della “sonata”, attraverso il dialogo familiare di Giuseppe Carotenuto e Alessia Avagliano al violino, Francesco D’Arcangelo al cello e Luigi Lamberti al contrabbasso, da una parte l’arte e l’ingegno di Rossini con le sonate a quattro e un ensemble del tutto originale con due violini, violoncello e contrabbasso e Ravel con la famosa e affascinante sonata per violino e violoncello, ricca di colori e linguaggi innovativi. Il mese di novembre vedrà i tre appuntamenti della XIII edizione del PianoSolo Festival, ideato e diretto da Paolo Francese, svolgersi tutti nella chiesa di San Benedetto. S’inizierà il 6 novembre con la serata “Incontri di stili” che saluterà il confronto del Johann Sebastian Bach del Concerto per pianoforte e orchestra in Re minore, BVW 1052, che sarà eseguito da Moira Michelini e dall’Ensemble lirico italiano e del Ludwig van Beethoven del concerto n°4 per pianoforte e orchestra op. 58, nella trascrizione di V. Lachner con Anna D’Errico al pianoforte e il Quintetto dell’Ensemble Lirico Italiano. Il 13 novembre la serata avrà quale titolo “Prime assolute”, poiché verrà aperta proprio dalla prima mondiale di “All’ombra del terebinto” per violino, viola, cello e pianoforte, di Gianvincenzo Cresta. Il senso della musica di Cresta sta nelle corrispondenze con i colori, nella sinestesia dell’esperienza sonora con quella visiva: dobbiamo apprestarci a un ascolto colorato. A seguire, Paolo Francese si cimenterà col Concerto per pianoforte e orchestra n. 3 op. 37 nella trascrizione di V. Lachner, sostenuto dal Quintetto dell’Ensemble Lirico Italiano. Sabato, 20 novembre gran finale del PianoSolo Festival, con l’eterno confronto tra Mozart e Beethoven, ne’ “L’una e l’altra Vienna”. Inizio con il Concerto in la maggiore KV 414, in tre tempi dei quali, per ognuno di essi Mozart scrisse la cadenza, improntata ad uno stile di misurato virtuosismo, nell’esecuzione di Yuri Bogdanov al pianoforte e il Quintetto dell’ Ensemble Lirico Italiano e quel “Meraviglioso quadro sonoro… originale, frappant, anche se spesso percorso da tratti bizzarri e barocchi che solo la profonda, eccentrica personalità del geniale Beethoven poteva produrre”, che è il Concerto per pianoforte e orchestra n. 5 op. 73, “Imperatore”, nell’esecuzione di Maria Letizia Michielon al pianoforte col Quintetto dell’Ensemble Lirico Italiano. Il mese di dicembre sarà dedicato al “sacro”, con taglio del nastro sabato 4 dicembre, nella chiesa di San Giorgio, per il concerto dedicato a Dante, in occasione delle celebrazioni dei settecento anni dalla morte dell’ Alighieri, una serata intitolata “Sonata Dantis”, un concerto-racconto che saluterà protagonisti l’attore Alfonso Liguori il tenore Daniele Zanfardino e il baritono Raffaele Pisani e lo stesso Ensemble lirico Italiano, i quali spazieranno tra le grandi opere dei compositori italiani che si sono confrontati con il “metter in musica” i versi più rappresentativi di Dante Alighieri. Il sabato successivo, l’11 sempre in San Giorgio sarà la serata Vox, con il controtenore Maurizio Di Maio e l’Apulia Cello Ensemble in un programma che spazierà da Albinoni ad Haendel, passando per Vivaldi e Umberto Giordano, fino ad Ennio Morricone. Salerno Classica si chiuderà in Cattedrale il 18 dicembre con l’Oratorio de Noel di Camille Saint-Saens per un concerto natalizio di raro ascolto che è appunto l’ oratorio pro nocte nativitatis Christi, destinato a un quintetto di cantanti solisti, coro di quattro voci miste, orchestra d’archi, arpa e organo. I tagliandi d’ingresso per i concerti, che hanno costo ridotto per studenti e anziani, nonché gratis per i ragazzi fino a 14 anni, con una variazione da 7 a 8,50 euro, sono disponibili su Go2, mentre il concerto finale del 18 dicembre in cattedrale è gratuito. In conferenza sono intervenuti anche Don Roberto Piemonte, sottolineando l’importanza del percorso musicale che sposa quello storico e artistico attraverso le tre chiese salernitane, nonché quello religioso, che ci avvicina all’Avvento attraverso la Musica, e il Dr.Nicolino d’Alessandro, da sempre nel campo musicale con un forte appello alla partecipazione e divulgazione di questo Festival, ideato e creato da musicisti.

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Nuovi artisti emergenti nel salernitano

Terminata la fase di produzione del progetto Social Recording Studio, l’ Associazione Di Promozione Sociale Musikattiva inizia la pubblicazione dei lavori degli artisti emergenti del territorio salernitano. Il Social Recording Studio, nato nel 2019, è un pionieristico progetto di produzione e formazione nell’ambito del mondo musicale, patrocinato dal settore Politiche Sociali del Comune di Salerno a titolarità dell’APS Musikattiva. L’iniziativa, attraverso la pratica dello studio di registrazione e con il supporto di esperti del settore ( musicisti, fonici, produttori e arrangiatori ), punta a formare giovani fra i 16 e i 35 anni del territorio Salernitano attraverso due laboratori: – Tecnologie Musicali: laboratori di pratica delle attrezzature e dei sofwere musicali, corsi di sound engineer basici ed avanzati. – Produzione Artisti Emergenti: produzione, arrangiamento, registrazioni, pubblicazioni e videoclip dei brani di artisti emergenti. Il percorso è totalmente gratuito per gli utenti ed è possibile iscriversi al servizio attraverso un bando pubblicato tra gennaio e Febbraio. Online un nuovo singolodi ROBERTA GUIDO: DARLIN’ Venerdì 22 Ottobre sarà online in tutte le piattaforme Digital Store il singolo della cantautrice Roberta Guido la giovanissima artista classe 2002 si presenta così :“ Foscolo diceva che l’unico modo per dare un senso alla nostra esistenza è racchiuderla nella poesia, nell’arte, nella bellezza in modo tale da essere ricordati, ed è quello a cui aspiro. Sì, è ambizioso, lo so ,ma è il mio sogno. Canto da sempre. A 4 anni già cantavo per la mia famiglia, facevo la solista nelle recite e crescendo ho sempre avuto la voglia e l’abilità di creare piccoli spettacoli con canto e recitazione da mostrare ai miei parenti. La mia prima esperienza è stata come componente del coro della scuola elementare, poi sono arrivate le scuole medie, anni difficili ma ricchi di musica, ho partecipato a molti concorsi come pianista componente dell’orchestra della mia scuola ,raggiungendo anche il 2° posto 90/100 al Concorso Europeo di esecuzione musicale “Jacopo Napoli” 2016. Crescendo ho iniziato a scrivere canzoni dopo non essere riuscita ad entrare al Liceo Musicale, nonostante tutto ho partecipato al mio primo concorso canoro: “Festival Del Mare” 1 edizione, nella quale sono arrivata 3° classificata all’età di 15 anni, ho partecipato molte volte, con i miei inediti al concorso indetto dal liceo che ho frequentato, Liceo Alfano 1,I Talenti di Alphanus, arrivando prima in finale e poi al terzo posto.(2018/2019). Nel 2018 ho partecipato con il mio inedito “Wakin’up” al Concorso Internazionale di Esecuzione Musicale città di Airola, nel quale ho raggiunto il 2 posto 92/100. Un’altra bella ed importante esperienza è stata quando ho partecipato ai casting di X-Factor a Roma(Aprile 2019) e quando ho partecipato con il mio inedito “L’archè” al Concorso Nazionale “Apulia Voice” a Castellaneta Marina(TA),dove la giuria era composta da Fausto Donati,Rory Di Benedetto e Maria Grazia Fontana. Anche qui, sono arrivata, felicemente, tra i primi 5 nella categoria inediti.(Luglio 2019) Il 27 Ottobre 2019 ho finalmente vinto il Primo Premio del Concorso Canoro “Destinazione Sanremo”, categoria inediti, con “L’arché” e nell’ Agosto 2020 ho raggiunto ,con il medesimo brano, il 2 posto alla prima edizione del concorso per cantautori “Palco D’Autore”,svoltasi all’Arena Del Mare di Salerno. Tra il 2020 e il 2021 ho partecipato ad alcuni casting televisivi ed infine ad inizio 2021 ho partecipato al progetto “Social Recording Studio” dell’APS Musikattiva di Salerno , grazie al quale il mio inedito “Darlin'” (scritto e composto nel 2018 a Londra) è stato realizzato e pubblicato alla fine dell’Ottobre 2021. Questo è solo l’inizio e mi auguro con tutto il cuore che sosterrete questa piccola cantautrice di 19 anni con un sogno, ambizioso, sì, ma bellissimo!. IL VIDEO CLIP La fase finale della produzione del progetto Social Recording Studio si conclude con le riprese di un video clip, girato da Federico Fasulo , e sarà Online Venerdì 22 Ottobre dalle ore 14.00 sulla piattaforma Web YOUTUBE. PROSSIME PUBBLICAZIONI Altri ragazzi sono in fase di pubblicazione nel progetto S.R.S. 2021, MUSIKATTIVA SOCIAL RECORDS ,l’etichetta di produzione musicale con fini sociali nata nel 2019 con sede in Viale G. Verdi 2 “Centro Polifunzionale Arbostella” ne anticipa qualcuno: Laura Fortino, Carmelo D’amato e Daniela Carignani giovani talenti di un territorio che troppo spesso dimentica gli artisti emergenti; il fine del progetto è far si che questa esperienza possa essere un trampolino di lancio nel mondo della musica per i giovani coinvolti.

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Cosimo Prinzo, maestro di musica. E di buona vita

di Matteo Gallo

Era il diciannove ottobre del 1995. Il maestro Cosimo Prinzo, oboista docente e già vicedirettore del Conservatorio di Salerno, aveva quarantuno anni e una vita ‘nel mezzo del cammin’. Un attacco di cuore fulminante non gli diede altra possibilità di incedere nell’esistenza terrena. Si fermò lì, la sua opera su questo mondo. Improvvisamente e con dolore immenso di chi nutriva per lui un profondo amore: la sua famiglia, i suoi amici, i suoi allievi. Mai, però, ne terminò il ricordo. Una fiaccola sempre accesa che nessuna lacrima, versata in quel tempo e da quel tempo in poi quando la memoria mostrava il suo volto più tenero, ha potuto spegnere. “Di mio marito mi manca tutto” sottolinea Elisa Pelizzari, moglie e madre dei suoi due figli, Antonio e Angelo, emtrambi strumentisti (violista il primo, violoncellista il secondo) e insegnanti di musica. “In modo particolare mi manca il suo amore verso la famiglia e gli amici. Il suo profondersi per gli altri, soprattutto i più fragili, al di fuori del suo contesto famigliare e delle sue conoscenze. Il fine era sempre il miglioramento di tutte le attività che coinvolgessero l’operosità didattica, i giovani, la loro formazione e il loro futuro”. Signora Pelizzari, lei è stata responsabile amministrativo del Conservatorio di Salerno. Il rapporto con suo marito è stato segnato, fin dal principio, dal reciproco amore per la musica. “La musica ci ha dato l’opportunità di vivere intensamente la nostra unione. Di amare sempre di più l’arte con tutte le sue espressioni. Non solo quella musicale. Di arricchire le nostre conoscenze grazie all’incontro con molte persone di spessore artistico, culturale ed umano. Il ricordo più bello della vostra vita insieme? “La nascita dei nostri due figli: Antonio e Angelo. Sul piano professionale, il giorno in cui il Conservatorio ha ricevuto gli studenti del Conservatorio di Poznan in Polonia, nell’ambito dello scambio culturale che mio marito, fortissimamente volle, insieme al direttore di all’ora, lo stimabilissimo maestro Argenzio Jorio e il maestro, padre Lupo Ciaglia. Gli studenti furono anche ricevuti da Karol Wojtyla a Roma dopo aver fatto visita al Cimitero Militare Polacco di Cassino”. La ferita, invece, mai rimarginata? “La sua prematura e fulminea scomparsa sul piano terreno. I miei figli, uno appena maggiorenne e l’altro diciassettenne furono privati della loro affezionatissima e importante figura paterna. Ma c’è anche un’altra ferita. Diversa ma a suo modo dolorosa. Riguarda i tentativi, falliti, di screditare la figura di mio marito alla fine degli anni Ottanta e all’inizio degli anni Novanta. Cosimo non volle sostenere lo spostamento dell’istituzione educativa musicale nel centro storico in un rinomato palazzo in disuso e da ristrutturare. Secondo il suo parere, così come quello di altri colleghi e dell’allora direttore artistico Argenzio Jorio, era inadeguato. Appagata, sarà l’anima di mio marito, che il Conservatorio sia rimasto nella sede del fu Umberto I”. Quasi quindici anni in orfanotrofio: suo marito non ha certamente avuto una infanzia facile. “Cosimo è entrato orfanotrofio nel 1960 circa, ne è uscito nel 1973. Aveva sei anni. In quegli anni poteva far visita alla madre a Natale, a Pasqua e durante i due mesi delle vacanze estive, ossia luglio e agosto. I segni di quegli anni difficili sono certa che Cosimo li ha conservati nel suo cuore che da adulto poi non ha retto. Così come l’abbandono paterno che subì alla nascita. E’ stato sicuramente un tempo difficile per lui. Parliamo di un bambino che lascia la sua mamma, la sua piccola casa e il suo paesino. Siamo nel 1960 circa, per iniziare il suo ciclo scolastico in primaria, in una nuova città che non conosce e vedrà poco, perché la maggior parte del tempo la trascorrerà nell’Orfanotrofio Umberto I, con circa mille tra bambini e ragazzi seguiti da istitutori e dal presidente Luigi Menna. Questi fanciulli affrontavano il freddo con grande dignità, così come la mancanza dei propri affetti e tutto quello di cui un bambino dovrebbe essere nutrito a quell’età. Questo loro grande sacrificio era superato grazie all’amore che avevano per la musica, ed essa sapevano, avrebbe dato loro l’opportunità di avere un domani una vita propria più dignitosa e felice sia per loro che per le loro famiglie”. Così sarà per il maestro Prinzo. Merito del sudore sulla fronte e del cuore oltre gli ostacoli della vita. “La sua biografia può essere un esempio per le nuove generazioni che abbiano la capacità di cogliere il valore dell’impegno, del sacrificio, del giusto valore della competitività che non è il primeggiare ad ogni costo ma tentare di superare se stessi, condividere e trasmettere le proprie conoscenze. Cosimo non dimenticò mai chi fosse stato. Spesso portava doni ai ragazzi dell’Istituto e alcuni fine settimana ospitavamo qualche ragazzo a casa. Prima di morire si prodigò per portare la sua musica in contesti di comunità per le tossicodipendenze. Furono esperienze per lui molto toccanti e dense di significat, cui seguirono riflessioni profonde, studi e ricerche esistenziali. Fu consapevole che faticosa è la felicità propria sapendo al mondo altri infelici”. Quale l’insegnamento più prezioso che suo marito (le) ha lasciato in eredità? “L’educazione musicale come strumento imprescindibile per un sano sviluppo dell’individuo nel suo spirito, nella sua anima e nel suo corpo. Avere interesse e cura per l’altro come guida sicura per la propria crescita e per un miglioramento della vita sociale”.

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Pino Marino e Carmelo Pipitone al “Cinquanta spirito italiano”

Domani e sabato 2 grandi appuntamenti con la musica live al “Cin-quanta – Spirito Italiano”, in via Trento a Pagani. Con il supporto di BUH Concerti e BTL Prod e la mediapartnership di Booonzo.it, domani salirà sul palco del cocktail bar all’italiana il cantautore Pino Ma-rino, mentre sabato sarà il turno di Carmelo Pipitone, chitarrista e fon-datore dei “Marta sui Tubi”. Per il suo ventennale discografico, Pino Marino porterà in scena al “Cinquanta” il suo “Tilt”. Un album che vede collaborazione con prestigiosi ospiti: Tosca canta “Roma bella”, canzone per lei scritta in questa occasione; Ginevra Di Marco duetta con Pino in “Maddalena”; Vinicio Marchioni, l’attore conosciuto per l’interpretazione del “Freddo” in Romanzo Criminale – La Serie, a suo modo ricuce e interpreta tutti i Tilt apparsi in queste canzoni, nella traccia di chiusura che porta il nome dell’album. Pino Marino è in attività professionale dalla metà degli anni ’90. È del 1996 la sua prima apparizione sanremese come autore in collaborazione con il compositore Maurizio Fabrizio, che in carriera aveva già scritto canzoni come “Almeno tu nell’universo” per Mia Martini, e l’editore Giancarlo Lucariello. Pino Marino, già co-fondatore dell’Associazione Apollo 11 e de L’Orchestra di Piazza Vittorio, è consi-derato fra i più attivi protagonisti della scena culturale romana e nazionale, che per anni ha avuto modo di studiare, sperimentare, accogliere ed esportare decine e de-cine di produzioni musicali e teatrali, partendo dallo Spazio per le Arti libere Angelo Mai di Roma, di cui è co-fondatore. Autore negli anni per vari colleghi fra i quali Niccolò Fabi e Nicki Nicolai & Stefano Di Battista Jazz Quartet, collabora in varie produzioni di spettacoli ed eventi culturali con Daniele Silvestri, Manuel Agnelli e tanti altri colleghi della scena nazionale. Già autore e regista di spettacoli musicali e teatrali come “E l’inizio arrivò in coda”, portato in scena con il già citato Daniele Silvestri nel 2012 in una lunga tournee na-zionale, oggi lavora in connubio con l’attore e regista Vinicio Marchioni. Dal loro so-dalizio nascono “Uno Zio Vanja”, ricontestualizzazione dell’opera di Cechov, in tour-nee dal 2017 al 2019, il film “Il terremoto di Vanja” e “I soliti Ignoti”, la prima realizzazione teatrale dell’omonimo film di Mario Monicelli in tournee 2020/2021. Sabato invece, grande attesa per Carmelo Pipitone, chitarrista e cofon-datore del gruppo Marta sui Tubi e membro delle band O.R.K. e Dunk. Musicista dalla creatività instancabile e dalla grande originalità compositiva, Pipitone ha fatto della potenza del suono e di un linguaggio ossimorico e viscerale i suoi marchi di fabbrica. Pipitone nasce a Marsala nel 1978. Proprio in Sicilia inizia a partecipare a diversi progetti musicali, uno su tutti i R.Y.M. Si sposta a Bologna e con Giovanni Gulino forma i Marta Sui Tubi, progetto che lo vedrà impegnato per 15 anni, tra dischi e un’intensa attività live collezionando affollatissime date in Italia e all’estero. Con i Marta sui Tubi ha pubblicato 6 album in studio e ha collezionato preziose collaborazioni con artisti del calibro di Dalla, Battiato, Ruggeri e tappe importanti come il Primo Maggio a Roma, Italia Wave prima dei Placebo, le apparizioni legata alla fiction “Romanzo Criminale” e partecipazioni alla trasmissione “Che Tempo Che Fa”. Nel 2009 Carmelo Pipitone riceve il Premio Insound come migliore chitarrista acu-stico. Partecipano al Festival di Sanremo 2013 nella categoria “Big” con due brani “Dispari” e “Vorrei”, duettando, nella serata dedicata ai brani storici, con Antonella Ruggiero. Nel 2014 contribuisce alla formazione della superband O.R.K. con Lorenzo Esposito Fornasari (Hypersomniac, Bersèk) voci e tastiere, Carmelo Pipitone alle chi-tarre, Colin Edwin (Porcupine Tree) al basso e Pat Mastelotto (King Crimson) alla batteria. Band tutt’ora attiva.

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E cento trappole prima di cedere farò giocar

di Olga Chieffi

Tutti noi abbiamo qualche volta provato a canticchiare la cavatina di Rosina, protagonista del Barbiere rossiniano, la povera vittima degli usi e delle consuetudini, ma non così vittima, perché la docilità è femmina, quindi già preparata dalla nascita a graffiare gli avversari. Rosina è il personaggio cui è stato affidato il penultimo appuntamento de’ “I mercoledì della lirica” promossi dal Conservatorio “G.Martucci” di Salerno, ospiti della Chiesa di Santa Maria de’ Lama. Alle ore 20, riflettori puntati su Camilla Farias che dedicherà “Una voce poco fa” ad un pubblico che ama da sempre questo personaggio, con un consenso che non accenna a diminuire, perché ha trovato qui il Rossini migliore, affidato ad un soggetto ineguagliabile. Ritorna la Valeria Feola camerista con il Mozart di “An Chloe”, K. 524, su testo di J.G. Jacobi, una lirica d’amore nella forma di piccolo rondò, mosso e sbarazzino, leggiadramente all’italiana. Adriana Caprio vestirà i panni di Adina dell’Elisir d’amore di Gaetano Donizetti per “Benedette queste carte” con quelle ombreggiature minori che non mancano nella cavatina in Mi maggiore “Della crudele Isotta”, dove tutto è parodia, in primo luogo la scelta di uno scanzonato ritmo di valzer. Ed ecco Christian d’Aquino per “Je crois entendre encore” da Les Pecheurs des perles un’opera dove il genio di Georges Bizet emerge nella cura dei particolari e nella messa a punto della tinta esotica che attraversa l’intero lavoro. La romanza di Nadir è una raffinatissima barcarola in 6/8 condotta nel segno della più estenuante malinconia e del desiderio erotico, che offre passaggio un esito drammaturgico-musicale indimenticabile proprio nel si acuto in pianissimo del tenore. Dopo aver rifiutato una Maria Antonietta propostagli da Illica, e una Carlotta Corday da Targioni-Tozzetti e Menasci, Mascagni aveva però continuato a pensare a un’opera ambientata nel clima della Rivoluzione Francese, ma non gradiva la presenza di nessun grande personaggio storico. Ed ecco la perla della serata che offrirà Giulia Moscato interpretando la Mariella de’ “Il Piccolo Marat”. Due le arie che regalerà il soprano, “Ah! Maledetto!” e “La mamma ritrovò”. Mascagni stesso, il quale con quest’opera datata 1921, chiude il suo percorso operistico, spiega le novità del suo lavoro: “Il Piccolo Marat è forte, ha muscoli d’acciaio. La sua forza è nella sua voce: non parla, non canta; urla! urla! urla! Ho scritto l’opera coi pugni tesi, come l’anima mia! Non si cerchi melodia, non si cerchi cultura: nel Marat non c’è che sangue! È l’inno della mia coscienza”. Un passo indietro con l’aria di Donna Elvira, dal secondo atto del Don Giovanni di Mozart, che sarà eseguita da Sara Zito. Donna Elvira è un personaggio più moderno, o almeno del carattere delineato con una vivacità tale da renderlo il più vicino ai personaggi del melodramma romantico che inizierà pochi decenni più tardi. Personaggio sempre attivo e mutevole a seconda delle circostanze, maggiormente reattivo in risposta ad ogni evento della vicenda, in quest’ aria “In quali eccessi … Mi tradì quell’alma ingrata”, si compongono le due componenti caratteriali che l’hanno fin qui dominata, amore e vendetta, si sublimano nell’espressione della più nobile pietà, o meglio compassione. Ritorniamo alla grande liederestica con Sommerabend di Johannes Brahms, il primo dei Sechs Lieder dell’op. 85, scritti tra il 1877 e il 1879, in cui l’autore è ispirato dal melos popolare di altri paesi, per far ritorno sempre, salvo che per la ritmica, ai suoi personalissimi modi d’espressione. Ritorna la Rosina di Camilla Farias per “Contro un cor che accende amore”, un rondò dall’elaborata e piacevole coloratura. Il conte d’Almaviva, sempre fingendo di essere il nuovo insegnante di musica di Rosina, inizia la sua lezione di canto con lei; si trovano nella sala di musica, e il dottor Bartolo è li presente e li sorveglia. Rosina sceglie di cantare l’aria de’ “L’inutile precauzione”, il brano adatto ad esprimere i sentimenti dei due giovani innamorati attesta che il vero amore avrà sempre la meglio sulla tirannica sorveglianza. Daniel Romero de la Rocha sarà il Duca di Mantova per la sua entrata del secondo atto, “Ella mi fu rapita”, dove dovrà mantenere purezza di linea tale da apportare una nuova profondità al ruolo, ovvero uno schiavo del sesso occasionale, che aspira ora, invece alla fedeltà. Lucie Monjanel darà voce alla Charlotte del Werther di Jules Massenet per “Werther! Qui m’aurait dit la place”, l’aria dal terzo atto, l’aria delle lettere: costei nell’opera ama consciamente Werther, ed è lacerata tra il desiderio di lui e i suoi doveri di sposa, che rivela in questa scena e aria di rara costruzione musicale. Ritorna Adina, con Adriana Caprio, per l’aria “Prendi, per me sei libero”, un’aria di baule di Maria Malibran nell’opera di Gaetano Donizetti. Le “arie di baule” o “di sostituzione” sono state, per molto tempo, una sorta di biglietto da visita dei virtuosi di canto dei secoli passati, composte ad hoc dai musicisti più in voga. Molto più curioso il fatto che una grande interprete sia anche autrice della musica, lo testimonia un manoscritto originale conservato presso la Biblioteca Musicale Gaetano Donizetti. L’inizio del brano suona malinconico e patetico, ma il canto di Adina diventa sempre più civettuolo. Adina non vuol dichiararsi per prima per mantenere il punto e lo rivelano le colorature che riempiono la linea melodica, per ammaliare Nemorino. Finale rossiniano con Rosita Rendina che impersonerà Rosina e Maurizio Bove, il barbiere più famoso di Siviglia, sensale di matrimonio, alla ricerca di un biglietto già scritto, nel duetto “Dunque, io son”.

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Emma Dante: una Bohème onirica

di Rosanna Di Giuseppe

Una Bohème “per aria” quella di Emma Dante andata in scena il 12 ottobre scorso al Teatro San Carlo di Napoli (abbiamo assistito alla replica del 14 ottobre), più vicina alla fantasia e ai sogni. I personaggi si muovono sui tetti anziché nella consueta soffitta, vicino al cielo, con ingressi costituiti da grandi finestre della mansarda che sanciscono il passaggio dal dentro al fuori dell’intimità, dall’interiorità alla sua esternazione, tra i murales dipinti dal pittore Marcello raffiguranti figure provocatorie di Toulouse Lautrec. Una curiosità: la citazione della cometa di Banksy in una delle feritoie dei muri screpolati tra le terrazze, in qualche modo simbolo di pace da conferire al Natale di Bohème. Sui tetti di una sorta di condominio si affaccia attraverso altre finestre una varia umanità che fa da contorno al mondo poetico e misero dei bohémiens: suore che cuciono abiti da sposa, un trans che si trucca, una prostituta che se la intende con Marcello…, mentre il loro contraltare e doppio della scena è la coppia di ballerini, controfigure dei personaggi principali, che evoca nel corso dello spettacolo la visionarietà dell’amore. Quest’ultimo è una favola, un sogno vissuto con lo stesso spirito dei quadri di Chagall dove le spose volano mentre sono tenute per mano dal loro innamorato, citando la sua Promenade. È per questo che i movimenti di danza leggeri dei ballerini traducono e raddoppiano quintessenze ed emozioni dei momenti più lirici della musica e del canto pucciniano, come nel celebre duetto del primo atto, o come nel momento del commiato conclusivo prima che la morte tragica di Mimì, su un materasso anch’esso affiancato ai comignoli, giunga a concludere la favola. Veli trasparenti o neri si abbinano a queste danze, accompagnando la vicenda amorosa di Mimì e Rodolfo nelle eleganti coreografie di Sandro Maria Campagna. I costumi di Vanessa Sannino ora a guisa di “stracci” ora di tipologie ricercate e fantastiche, variopinti ma con toni antichi, sono bellissimi e contribuiscono fortemente all’atmosfera da fiaba dello spettacolo, richiamando per altri versi alla mente un’umanità sfaccettata alla Dickens. In armonia le scene di Carmine Maringola e l’appropriato e suggestivo uso delle luci di Cristian Zucaro. Il mondo esterno può essere una festa o un luogo freddo e incantato come quello del terzo atto che fa da sfondo alla decisione della separazione dei due. L’esplosione della festa è nella scena del Quartiere Latino, vero tripudio di colori e di musica preannunciato a sipario chiuso nell’intervallo tra primo e secondo quadro da figure giocose da circo che intrattengono il pubblico nell’ insolito entr’acte: un buffo scimmione, acrobati, pagliacci..che continuano i loro numeri circensi ad apertura di sipario tra gli interventi del colorato Parpignol di Daniele Lettieri, accompagnato da un “precipitato” di giocattoli, e dell’ottimo coro di voci bianche diretto bravamente da Stefania Rinaldi. Su tutti discendono a mezz’aria abeti natalizi che addobbano allegramente la scena. Musicalmente l’orchestra sancarliana ha dato il meglio di sé sotto la raffinata direzione di Juraj Valčuha attenta alle sfumature impressioniste e ai coloriti timbrici della partitura, mentre voci di pregio hanno dato vita ai personaggi. In primis: la Mimì di Selene Zanetti ha affascinato per la sua voce estesa e morbidamente accogliente, degnamente affiancata dal tenore Stephen Costello nei panni di un Rodolfo sognatore, perfettamente incarnato dal lirismo di una voce che ha un che di interiore ed intimo. Vocalmente e scenicamente nel ruolo gli altri bohémiens:Andrzej Filończyk, un dsinvolto Marcello, Pietro Di Bianco (Shaunard), voce baritonale dai contorni rotondi, Alessandro Spina (Colline), abilmente lanciato nelle sue massime filosofiche. Di spicco la frizzante Musetta di Benedetta Torre, voce pulita ed espressivamente caratterizzata. A completare il cast: Matteo Peirone (Benoit/Alcindoro), Mario Thomas (Venditore ambulante), Sergio Valentino (Sergente dei doganieri), Giacomo Mercaldo (Doganiere). Una nota di merito va al Coro diretto da José Luis Basso, sia nella resa sonora che scenica. Applausi calorosi di gradimento da parte di un pubblico emozionato ed entusiasta anche per il suo rientro a teatro, per la prima volta al completo della capienza dopo le tristi chiusure della pandemia, per cui niente di più adatto poteva capitare di uno spettacolo così ricco di fantasia e quantomai conforme alla magia del teatro.

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Torna “Salerno classica”

E’ fissata per mercoledì 20 ottobre, alle ore 10, nel Salone del Gonfalone del Comune di Salerno, la presentazione della I edizione di Salerno Classica, otto concerti che si svolgeranno, descrivendo un ideale percorso tra i grandi monumenti delle due grandi rettorie di San Benedetto e San Giorgio per poi concludersi in Cattedrale, grazie alla benevola disponibilità della Curia Arcivescovile. Salerno Classica, ideata dalle Associazioni Gestione Musica e PianoSolo, fa parte di un progetto più vasto che ha visto l’associazione concorrere e ottenere il finanziamento dal Fondo unico per lo Spettacolo nella sezione Nuove Istanze 2021, con il progetto “Celebrazione, Tradizione, Innovazione”, 15 concerti che coinvolgono oltre il comune di Salerno, che ha sostenuto la kermesse, anche le città di Benevento, Amalfi e Brienza. A presentare l’eterogeneo cartellone, che includerà tra gli altri appuntamenti, la XIII edizione del PianoSolo Festival e il Festival Dicembre Sacro, il Presidente e il Direttore Artistico dell’ Associazione Gestione Musica nelle persone di Luigi Lamberti e Francesco D’Arcangelo e il Direttore Artistico del PianoSolo Festival Paolo Francese, ospiti del Sindaco Enzo Napoli e del suo consigliere Antonia Willburger. Il concerto pubblico, il recital può essere un momento particolare della vita culturale, e può essere momento qualitativamente non riducibile ad alcun altro; lo è quando il suono di un ensemble, di un pianoforte, delle voci, diventa non solo portatore, ma rivelatore di tutte le ricerche fenomenologiche, storiche, critiche. Salerno Classica apre la stagione dei grandi concerti d’autunno, invitando a calarsi di nuovo sia i solisti che il pubblico, in quella profonda e vitale sensazione di ebbrezza, che si prova trovandosi ad sul palcoscenico, la sensazione di essere trasportato dal sostegno dell’uditorio e sfidato dal suo commento, essere ispirato e creare al tempo istesso, una massa di suono d’infinita varietà, sensazioni inebrianti da vero conquistatore.

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La musica pianistica di Olivier Messiaen al Festival Aperto

L’esecuzione integrale della musica pianistica del compositore francese Olivier Messiaen da parte di Ciro Longobardi (prima volta in italia) prosegue il 16 ottobre alle 20.30 al Teatro Valli di Reggio Emilia nell’ambito del Festival Aperto. Longobardi, pianista tra i più sensibili nel repertorio novecentesco, docente al Conservatorio Martucci di Salerno e membro fondatore del collettivo Dissonanzen di Napoli, torna nuovamente sul palcoscenico reggiano dopo l’esecuzione dell’intero Catalogue d’Oiseaux di Messiaen, in un ciclo di tre concerti, nella scorsa stagione. I progetti dei concerti dedicati a Messiaen e quello parallelo discografico con la Brilliant da parte di Ciro Longobardi, iniziati con la musica ornitologica, si concluderanno nel 2022, a 30 anni esatti dalla scomparsa del compositore, pianista, organista e ornitologo: vero e proprio monumento della musica del XX secolo. Il programma del 16 ottobre al Valli raccoglie le opere non ornitologiche concentrate nei primi vent’anni di carriera del compositore: la prima opera importante, i Preludi, e alcune prove giovanili, fra cui la versione pianistica del pezzo sinfonico Les Offrandes oublie’es, oltre a rarità come gli esperimenti ritmici di Messiaen che trovano espressione molto significativa in Cante’yodjaya (dedicata ai ritmi indu’) e negli Studi di ritmo.

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Sarà Norina la “madrina” del terzo appuntamento de’ “I mercoledì della Lirica”

di Olga Chieffi

Terzo appuntamento stasera, alle ore 20, per il cartellone del Conservatorio “G.Martucci” di Salerno “I mercoledì della Lirica”, ospite della storica cornice di Santa Maria de’ Lama, concerti vetrina d’elezione per l’alto magistero di canto, che da sempre ha prodotto grandi protagonisti dei palcoscenici nazionali e internazionali. La serata, che vedrà in duo coi ragazzi i pianisti Carmine Rosolia e Ida Visconti, verrà inaugurata da Valeria Feola che sarà Lucia di Lammermoor, nella sua aria di sortita “Regnava nel silenzio”. La musica di Donizetti fonde il contesto lirico e melodico con una frammentazione quasi da recitativo, insinuandovi poi una coloratura, che suggerisce un allontanamento dalla realtà oggettiva, tipica di situazioni quali sogni amorosi, legami con la divinità, alienazioni mentali. La strofa conclusiva, infine, è un susseguirsi di arpeggi, trilli, cambi di registro che disarticolano il discorso melodico, fino ad inglobarlo. Entrerà in scena, poi Pamina, che avrà la voce di Laura Fortino, ottimo paggio Oscar mercoledì scorso, con l’aria “Ach Ich fuhl’s” dal Die Zauberflote, uno dei brani più tragici e toccanti che Mozart abbia mai composto. Non a caso è scritta in sol minore, la tonalità che il genio salisburghese riservava proprio alle partiture con cui voleva trasmettere un profondo senso di lamento e di tragedia. Gaetano Amore passerà dal timido Nemorino, ascoltato la scorsa settimana, all’aria di sortita del Duca di Mantova “Questa o quella per me pari son”, in tono con la musica della festa, una ballata cantabile, con cui spavaldamente il Duca dichiara a Borsa la propria indifferenza verso l’identità delle donne con cui si accompagna, mosso soltanto da un desiderio continuo e inestinguibile, impossibile da soddisfare appieno perché da relazioni “usa e getta”. Giulia Moscato sarà la Nedda dei Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, piena di tetra inquietudine per l’attacco di “Qual fiamma avea nel guardo”, prima di cedere il proscenio a Camilla Sessa per il sensuale valzer lento tripartito “Quando men vo soletta”: Musetta intona una vera canzone per sedurre Marcello, davvero impossibile resistere più a lungo a tanta grazia, nel secondo quadro di Bohème. Oggi, la fama di Stefano Donaudy si basa esclusivamente sulla sua raccolta 36 arie di stile antico, pubblicata per la prima volta da Casa Ricordi nel 1918, Stefania Botta proporrà “O del mio amato ben” dalle sottili atmosfere e delicati tocchi di colore per vagheggiare situazioni legate a epoche lontane. La madrina della serata sarà Zhang Zhan che interpreterà la cavatina di Norina “Quel guardo il cavaliere”, in cui si prende gioco del sentimento amoroso e dell’uomo in genere, una vipera molto più scaltra e finta della Rosina rossiniana. Valeria Feola canterà, poi, Die Forelle di Franz Schubert, che vive della contrapposizione tra il clima sonoro delle prime due strofe, incorniciate dal ritornello, e quello della terza strofa, per la quale l’Einstein ha parlato «d’una scena teatrale con recitativo in tempo». “O ridatemi la speme, o lasciatemi morir”, canta Elvira ne’ “I Puritani” di Vincenzo Bellini e, con questa aria sofferente e di non semplice tessitura, si presenterà al pubblico Francesca Siani, per poi passare il testimone a Giulia Moscato, la Liù del I atto di Turandot devozione e sacrificio in quest’aria dal lirismo ‘vecchia maniera’, che esprime con eleganza e sensibilità i palpiti di un cuore sofferente. Riappare il Duca di Mantova (Gaetano Amore) per esporre il suo credo libertino racchiuso ne’ la “La donna è mobile”, mentre Valeria Feola intonerà il primo Lied in senso moderno composto da Mozart, “Das Veilchen”, una poesia tratta dal primo Singspiel di Goethe Erwin und Elmire, in cui, passo per passo, ogni sfumatura del testo trova nella musica la sua espressione trasfiguratrice. Diletta Di Rauso esordirà con l’aria di sortita di Giulietta “Eccomi in lieta vesta” da I Capuleti e I Montecchi di Vincenzo Bellini. Lo stridente contrasto tra i lieti preparativi per le nozze e la tristezza, nel sapersi vittima sacrificale di un’unione detestata si sostanzia in un recitativo suddiviso in tre sezioni e sorretto da un cangiante ordito strumentale. Giulia Moscato sarà ancora Liù per “Tu che di gel sei cinta”: per pochi istanti Liù sovrasta Turandot, perché ha una coscienza e una conoscenza superiore che le viene proprio dall’Amore, quella cosa che ancora Turandot non conosce, e non vuole conoscere. Stefania Botta eseguirà la ballata di Mignon “Connais-tu le pays”, dal capolavoro di Ambroise Thomas, la cui melodia, che procede da intervalli piccoli a intervalli sempre più ampi è punteggiata da silenzi tipico esempio del linguaggio dell’opéra-lyrique. Valeria Feola torna in scena con un terzo lied “Als Luise die Briefe ihres ungetreuen Liebhabers verbrannte”, scritto da Mozar, una piccola scena in cui si racconta dell’ira di una donna che brucia le lettere del fidanzato quasi un recitativo accompagnato tendente all’Arioso. Sarà, indi, la volta di Assunta Minerva che sarà il Cherubino delle Nozze mozartiane per “Voi che sapete”, tra gelo e foco. Gaetano Amore indosserà ancora il frac di Camillo de Rosillon per “come di rose un cespo”, prima del gran finale, con Alessandra De Feo e Rosaria Fariello per la sognante “Barcarolle”, “Belle nuit, o nuit d’amour”, da “Les contes d’Hoffman” di Jacques Offenbach, ove il soave e il patetico sono costantemente pedinati da ironia e senso del grottesco.

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Anita Galdieri, 21 anni e un grande amore per il jazz

di Vincenzo Leone

Anita Galdieri, è una giovane cantante salernitana. La sua voce è calda ed espressiva. Ascoltandola, si capisce che ha tanto da raccontare. Il jazz è la sua grammatica. “Mi chiamo Anita, ho 21 anni e sono salernitana. Sono nata in una famiglia di musicisti. Mia madre, Mariapia Del Giorno, è una cantante professionista che canta da sempre e mio padre, Maurizio Galdieri, un polistrumentista. La musica è sempre stata nelle mie corde, l’ho sempre vissuta e respirata. I miei genitori non mi hanno mai pressato, anzi, il mio avvicinamento alla musica è stato molto graduale e soprattutto accompagnato da una costante e forte ricerca a livello personale. Quando avevo 6 anni, ho intrapreso un viaggio nel coro della scuola e successivamente a 14 anni, è iniziato il mio percorso nel coro delle voci bianche del teatro verdi di Salerno. Questo periodo rappresenta i miei primi passi nel mondo del lavoro artistico vero e proprio. Ho partecipato a diverse opere liriche in cartellone e provare all’interno del teatro alla presenza di direttori illustri, è stata un’emozione unica. Ricordo la Carmen, diretta da Gigi Proietti. Una volta finite le medie, mi sono interessata maggiormente al jazz, ed essendo entrambi i miei genitori jazzisti, ho iniziato ad ascoltare e ad approfondire il genere ampliando il mio linguaggio. Avendo praticato pianoforte antecedentemente, ho deciso di frequentare il liceo musicale Alfano 1 di Salerno, studiando canto per cinque anni e facendo parte del jazz ensemble, avendo così la possibilità di maturare esperienza sul palcoscenico e nel live, girando per l’Italia e non solo. Questa è stata una grande opportunità che mi ha dato la possibilità di avvicinarmi al canto lirico e classico, ma il mio cuore, appartiene al jazz. Negli anni passati ho partecipato a diversi eventi e questi stimoli continui mi hanno spinto ad iscrivermi al conservatorio, continuando a partecipare a diversi concorsi e manifestazioni, arrivando in finale, il primo maggio, al premio Bettinardi. A luglio mi sono laureata, terminando la triennale di canto jazz con 110, e al momento attendo di iniziare il biennio. Ho un gruppo, i Golden Zebra, che ha lanciato il primo singolo, Aria. Questo è stato possibile grazie alla collaborazione con l’associazione Musica Attiva. Partecipando al social recording studio nel 2021, abbiamo avuto la possibilità di poter registrare il brano ed il video. In un futuro c’è l’idea di pubblicare un disco e di continuare a scrivere assieme. Attualmente sono insegnante di canto al B Side Music, Di Antes Aliberti. L’insegnamento è un’altra mia grande passione, tramandata da mia mamma” Cosa ne pensi della situazione artistica salernitana? “Partendo dai lati positivi, la prima cosa da dire è che a Salerno, abbiamo una grande fortuna, Quella di avere tantissimi musicisti e artisti di qualsiasi genere. Facendo parte dell’ambiente jazzistico, posso confermare che il nostro territorio pullula di talenti e possiamo esserne orgogliosi. Nel contempo, credo che si debbano ricercare più connessioni e reti tra gli artisti salernitani. Una caratteristica ricorrente negli artisti, è quella della competizione, data anche dalle grandi difficoltà del momento. Essere artista e renderlo un lavoro è dura, ma creando delle connessioni si potrebbe trovare un modo per far muovere finalmente qualcosa, perché esiste un numero importante di ragazzi salernitani che potrebbe dare un enorme contributo artistico alla città. Io mi auguro, adesso e sempre, di non dimenticare mai il valore profondo della musica e dell’arte, che è quello di rendere migliore l’essere umano e di conseguenza il mondo. Questo concetto viene spesso perso di vista e mi auguro di non farlo mai.”

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Francesco Di Bella ospite al Cinquanta

di Monica De Santis

Domani a Pagani, torna la musica live al “Cinquanta – Spirito Italiano”, ospite il cantautore Francesco Di Bella ed il chitarrista Alfonso Bruno. Un appuntamento che si inserisce in un ricco programma che proseguirà per tutto il mese di ottobre e si prepara ad un autunno intenso e pieno di musica live. Infatti nel programma si prevede il 16 ottobre l’appuntamento con il duo Calmo + Luca Notaro, ed ancora giovedì 21 ottobre toccherà a Pino Marino mentre sabato 23 ottobre sarà il momento di Carmelo Pipitone, storico chitarrista dei “Marta sui Tubi”. Giovedì 28 ottobre molto attesa la performance dei The Rivati, venerdì 30 ottobre toccherà al rapper Aserto mentre per la notte di Halloween grande spazio al djset della napoletana Irene Fer-rara. Una programmazione potente ed esaltante per un cocktail bar poliedrico, dove poter trascorrere tutte le fasi della giornata, dalla colazione al dopo cena con un servizio professionale in un ambiente casual, informale. Ma soprattutto è un progetto giovane pensato da giovani. L’obiettivo è quello di rendere innovativo e moderno il concetto del “bar all’italiana”, uno degli stili più esaltati al mondo. Filosofia del progetto è dare spazio, fiducia e soprattutto un futuro in questo territorio a tanti ragazzi che si sono formati lontano dalle proprie radici. Sono diversi, infatti, i cervelli di ritorno protagonisti. Scoprire “Cinquanta Spirito Italiano”, quindi, è stringere la mano a un nuovo amico, nel tuo quartiere dei ricordi. Può portarti lontano raccontando le sue storie ma rimane legato alle tra-dizioni della sua terra. Ma tornando alla serata di domani, come detto protagonista Francesco Di Bella che inizia la sua carriera artistica dando vita nei primi anni ’90 ai 24 Grana, band antesignana dell’alternative rock italiano, di cui è frontman e principale autore, che nel 1996 con l’album “Loop” sorprende positivamente la critica musicale nazionale per la freschezza con cui è in grado di fondere nuovi stili di musica, come il dub e il trip hop, a testi poetici e dalla forte carica sociale. I 24 Grana sono spesso invitati presso emittenti radiofoniche e televisive, la loro po-polarità cresce in tutta la penisola e si trovano a condividere il palco con band del calibro di Afterhours, Verdena e Marlene Kuntz. Le performance di Francesco sono coinvolgenti ed energiche, il gruppo spopola ovunque, arrivando a suonare in Francia, Spagna, Slovenia, Inghilterra e Giappone. Francesco Di Bella insieme ai 24 Grana scrive ed incide 8 album, di cui due ripresi dal vivo. Contemporaneamente coltiva collaborazioni con i principali artisti della sua città come Bisca, 99 Posse, Almamegretta, ed altri italiani come Marina Rei e Riccardo Sinigallia. La sua ricerca artistica “alternativa” si traduce, nel 2014, nel primo album da solista “Ballads Café”, un compendio di brani dei suoi anni trascorsi nella band, riletti in una chiave più intimistica e cantautorale, di cui è il testo a farla da protagonista. Nel 2016 l’album “Nuova Gianturco”, prodotto da Daniele Sinigallia, lo inserisce a pieno titolo nel novero dei cantautori italiani: le 10 canzoni del disco raccontano la sua città tenendo metaforicamente “le spalle al mare”, in un viaggio sonoro dal sapore post-industriale; un album pop, ma dalle persistenti sfumature underground, il cui singolo “Tre Nummerielle” si aggiudica il Premio Lunezia. Dal 2016 Francesco promuove laboratori di songwriting rivolti a giovani autori.

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Francesco Di Bella ospite al Cinquanta

di Monica De Santis

Domani a Pagani, torna la musica live al “Cinquanta – Spirito Italiano”, ospite il cantautore Francesco Di Bella ed il chitarrista Alfonso Bruno. Un appuntamento che si inserisce in un ricco programma che proseguirà per tutto il mese di ottobre e si prepara ad un autunno intenso e pieno di musica live. Infatti nel programma si prevede il 16 ottobre l’appuntamento con il duo Calmo + Luca Notaro, ed ancora giovedì 21 ottobre toccherà a Pino Marino mentre sabato 23 ottobre sarà il momento di Carmelo Pipitone, storico chitarrista dei “Marta sui Tubi”. Giovedì 28 ottobre molto attesa la performance dei The Rivati, venerdì 30 ottobre toccherà al rapper Aserto mentre per la notte di Halloween grande spazio al djset della napoletana Irene Fer-rara. Una programmazione potente ed esaltante per un cocktail bar poliedrico, dove poter trascorrere tutte le fasi della giornata, dalla colazione al dopo cena con un servizio professionale in un ambiente casual, informale. Ma soprattutto è un progetto giovane pensato da giovani. L’obiettivo è quello di rendere innovativo e moderno il concetto del “bar all’italiana”, uno degli stili più esaltati al mondo. Filosofia del progetto è dare spazio, fiducia e soprattutto un futuro in questo territorio a tanti ragazzi che si sono formati lontano dalle proprie radici. Sono diversi, infatti, i cervelli di ritorno protagonisti. Scoprire “Cinquanta Spirito Italiano”, quindi, è stringere la mano a un nuovo amico, nel tuo quartiere dei ricordi. Può portarti lontano raccontando le sue storie ma rimane legato alle tra-dizioni della sua terra. Ma tornando alla serata di domani, come detto protagonista Francesco Di Bella che inizia la sua carriera artistica dando vita nei primi anni ’90 ai 24 Grana, band antesignana dell’alternative rock italiano, di cui è frontman e principale autore, che nel 1996 con l’album “Loop” sorprende positivamente la critica musicale nazionale per la freschezza con cui è in grado di fondere nuovi stili di musica, come il dub e il trip hop, a testi poetici e dalla forte carica sociale. I 24 Grana sono spesso invitati presso emittenti radiofoniche e televisive, la loro po-polarità cresce in tutta la penisola e si trovano a condividere il palco con band del calibro di Afterhours, Verdena e Marlene Kuntz. Le performance di Francesco sono coinvolgenti ed energiche, il gruppo spopola ovunque, arrivando a suonare in Francia, Spagna, Slovenia, Inghilterra e Giappone. Francesco Di Bella insieme ai 24 Grana scrive ed incide 8 album, di cui due ripresi dal vivo. Contemporaneamente coltiva collaborazioni con i principali artisti della sua città come Bisca, 99 Posse, Almamegretta, ed altri italiani come Marina Rei e Riccardo Sinigallia. La sua ricerca artistica “alternativa” si traduce, nel 2014, nel primo album da solista “Ballads Café”, un compendio di brani dei suoi anni trascorsi nella band, riletti in una chiave più intimistica e cantautorale, di cui è il testo a farla da protagonista. Nel 2016 l’album “Nuova Gianturco”, prodotto da Daniele Sinigallia, lo inserisce a pieno titolo nel novero dei cantautori italiani: le 10 canzoni del disco raccontano la sua città tenendo metaforicamente “le spalle al mare”, in un viaggio sonoro dal sapore post-industriale; un album pop, ma dalle persistenti sfumature underground, il cui singolo “Tre Nummerielle” si aggiudica il Premio Lunezia. Dal 2016 Francesco promuove laboratori di songwriting rivolti a giovani autori.

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Elio Pandolfi:  l’ultimo Njegus

Il ricordo di Daniel Oren e del regista Riccardo Canessa sull’onda del ricordo della celebre Vedova Allegra al Teatro San Carlo del 1985. Con lui va via uno dei rappresentanti di un teatro e di una produzione televisiva di altissimo livello che non esiste più, oltre che un grande amico del teatro d’opera.

 

Di Olga Chieffi

Con Elio Pandolfi scompare anche la compagna vera di tutta la sua carriera, ovvero, la voce, che parla, interpreta e soprattutto canta, perchè, come ripeteva lui stesso: “Chi canta spera sempre, anche se non sa in che cosa e anche a 90 anni, quando la testa funziona ma è il corpo che perde qualche colpo”. Per molti Elio Pandolfi è, infatti, soprattutto una voce, una incredibile voce, estremamente versatile, eppure riconoscibilissima, chiara, incisiva e suadente, amata e ascoltata in tante letture alla radio sin dagli anni ’50, quando rimodernò da attore il ruolo del fine dicitore, o quale straordinario doppiatore di innumerevoli star, come cantante passato dalla grande rivista all’operetta  sino alla lirica, con “I racconti di Hoffmann” di Offenbach, con direttori quali Peter Maag o alla Vedova Allegra con  Daniel Oren (Della sua interpretazione di Njegus, Francesco Colombo scrisse sul Corriere della Sera: “Bastano pochi gesti, un’inflessione dell’accento di Pandolfi a far capire cosa sia l’operetta: gentilezza, astutissima innocenza, assoluto rigore” (n.d.r.), oltre a impegnativi autori classici contemporanei quali Satie, Poulenc o Pennisi. La infausta notizia della scomparsa di Elio Pandolfi ha raggiunto anche Daniel Oren, a Monaco  per Tosca con Anja Harteros, Najmiddin Mavlayanov e Luca Salsi, per la regia di Luc Bondy. “Elio Pandolfi – ha ricordato il Maestro – è stato un attore eccezionale ma, nel ruolo del Njegus è stato il più grande. Con classe, eleganza e il senso dello humor che lo contraddistingueva schizzava ogni sera un Njegus diverso, ad ogni recita addirittura. Ad ogni replica lui cambiava o aggiungeva qualcosa, riuscendo, così a creare non solo la grande aspettativa nel pubblico, ma anche in palcoscenico, in orchestra e in me, che ero sul podio, nella Vedova famosa del San Carlo, nel 1985, con Raina Kabaivanska e la rgia di Mauro Bolognini. Abbiamo fatto tantissime recite, non solo a Napoli. E la richiesta del pubblico saliva sempre. Mi pare che a Napoli ne fossero state fissate dodici, ma fuori del teatro c’era la rivoluzione e si cercava di aumentare sempre più per accontentare il pubblico. Fu così in ogni luogo ove si è andati in scena con Elio Pandolfi. Mi divertivo da morire con lui, poiché prima di iniziare, già pensavo a cos’altro avrebbe mai potuto inventarsi ancora, questo genio. Una grandissima perdita come artista e come uomo. Non sempre collimano l’eccellenza artistica con la bellezza e la generosità d’animo dell’uomo. La logica lo vorrebbe, ma è veramente difficile da trovare che eccelle sia in palcoscenico che fuori. Elio era perfetto, sorrideva ed era l’amico magico di tutti, poiché credo, sapeva che il suo talento fosse un dono assoluto, da porre a servizio di tutti. Mi ha voluto molto bene come io ho ricambiato il suo affetto e son questi i personaggi che vivranno per sempre nelle nostre parole, nel nostro ricordo, nelle nostre azioni. So che sto forse dicendo un’assurdità, l’emozione è forte, ma mi sento di dire che difficilmente nascerà un altro Njegus come lui, ci vorrà tanto tempo e un altro grande dono fatto di verve, comicità e infinita cultura e classe”. “Elio Pandolfi oltre ad essere un affermato attore, di scuola, un grandissimo imitatore e pari intrattenitore – ci rivela il regista Riccardo Canessa – era un collezionista di registrazioni d’opera rare e ricordo ne fece dono di alcune a mia madre Italia Carloni, con tanto di presentazione dell’opera con la sua voce inconfondibile e simpaticissima. Lui fu il Njegus in quella indimenticabile Vedova allegra del teatro San Carlo del 1985, con la regia di Mauro Bolognini e Daniel Oren sul podio, con un cast di assoluto livello in cui lui sguazzava assolutamente a suo agio, poiché non solo era l’attore che tutti conosciamo, ma si trovava in un mondo che lui amava, quello della lirica. Ricordo durante le prove un’ imitazione  perfetta di Anna Magnani nei panni della fioraia del Pincio, in “Com’è bello fa l’amore quando è sera”. Elio Pandolfi è un attore che ha fatto anche tanta televisione, lo rivedo in coppia con Antonella Steni. Con lui va via uno dei rappresentanti di un teatro e di una produzione televisiva di altissimo livello che non esiste più, oltre che un grande amico del teatro d’opera”.

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Elio Pandolfi:  l’ultimo Njegus

Il ricordo di Daniel Oren e del regista Riccardo Canessa sull’onda del ricordo della celebre Vedova Allegra al Teatro San Carlo del 1985. Con lui va via uno dei rappresentanti di un teatro e di una produzione televisiva di altissimo livello che non esiste più, oltre che un grande amico del teatro d’opera.

 

Di Olga Chieffi

Con Elio Pandolfi scompare anche la compagna vera di tutta la sua carriera, ovvero, la voce, che parla, interpreta e soprattutto canta, perchè, come ripeteva lui stesso: “Chi canta spera sempre, anche se non sa in che cosa e anche a 90 anni, quando la testa funziona ma è il corpo che perde qualche colpo”. Per molti Elio Pandolfi è, infatti, soprattutto una voce, una incredibile voce, estremamente versatile, eppure riconoscibilissima, chiara, incisiva e suadente, amata e ascoltata in tante letture alla radio sin dagli anni ’50, quando rimodernò da attore il ruolo del fine dicitore, o quale straordinario doppiatore di innumerevoli star, come cantante passato dalla grande rivista all’operetta  sino alla lirica, con “I racconti di Hoffmann” di Offenbach, con direttori quali Peter Maag o alla Vedova Allegra con  Daniel Oren (Della sua interpretazione di Njegus, Francesco Colombo scrisse sul Corriere della Sera: “Bastano pochi gesti, un’inflessione dell’accento di Pandolfi a far capire cosa sia l’operetta: gentilezza, astutissima innocenza, assoluto rigore” (n.d.r.), oltre a impegnativi autori classici contemporanei quali Satie, Poulenc o Pennisi. La infausta notizia della scomparsa di Elio Pandolfi ha raggiunto anche Daniel Oren, a Monaco  per Tosca con Anja Harteros, Najmiddin Mavlayanov e Luca Salsi, per la regia di Luc Bondy. “Elio Pandolfi – ha ricordato il Maestro – è stato un attore eccezionale ma, nel ruolo del Njegus è stato il più grande. Con classe, eleganza e il senso dello humor che lo contraddistingueva schizzava ogni sera un Njegus diverso, ad ogni recita addirittura. Ad ogni replica lui cambiava o aggiungeva qualcosa, riuscendo, così a creare non solo la grande aspettativa nel pubblico, ma anche in palcoscenico, in orchestra e in me, che ero sul podio, nella Vedova famosa del San Carlo, nel 1985, con Raina Kabaivanska e la rgia di Mauro Bolognini. Abbiamo fatto tantissime recite, non solo a Napoli. E la richiesta del pubblico saliva sempre. Mi pare che a Napoli ne fossero state fissate dodici, ma fuori del teatro c’era la rivoluzione e si cercava di aumentare sempre più per accontentare il pubblico. Fu così in ogni luogo ove si è andati in scena con Elio Pandolfi. Mi divertivo da morire con lui, poiché prima di iniziare, già pensavo a cos’altro avrebbe mai potuto inventarsi ancora, questo genio. Una grandissima perdita come artista e come uomo. Non sempre collimano l’eccellenza artistica con la bellezza e la generosità d’animo dell’uomo. La logica lo vorrebbe, ma è veramente difficile da trovare che eccelle sia in palcoscenico che fuori. Elio era perfetto, sorrideva ed era l’amico magico di tutti, poiché credo, sapeva che il suo talento fosse un dono assoluto, da porre a servizio di tutti. Mi ha voluto molto bene come io ho ricambiato il suo affetto e son questi i personaggi che vivranno per sempre nelle nostre parole, nel nostro ricordo, nelle nostre azioni. So che sto forse dicendo un’assurdità, l’emozione è forte, ma mi sento di dire che difficilmente nascerà un altro Njegus come lui, ci vorrà tanto tempo e un altro grande dono fatto di verve, comicità e infinita cultura e classe”. “Elio Pandolfi oltre ad essere un affermato attore, di scuola, un grandissimo imitatore e pari intrattenitore – ci rivela il regista Riccardo Canessa – era un collezionista di registrazioni d’opera rare e ricordo ne fece dono di alcune a mia madre Italia Carloni, con tanto di presentazione dell’opera con la sua voce inconfondibile e simpaticissima. Lui fu il Njegus in quella indimenticabile Vedova allegra del teatro San Carlo del 1985, con la regia di Mauro Bolognini e Daniel Oren sul podio, con un cast di assoluto livello in cui lui sguazzava assolutamente a suo agio, poiché non solo era l’attore che tutti conosciamo, ma si trovava in un mondo che lui amava, quello della lirica. Ricordo durante le prove un’ imitazione  perfetta di Anna Magnani nei panni della fioraia del Pincio, in “Com’è bello fa l’amore quando è sera”. Elio Pandolfi è un attore che ha fatto anche tanta televisione, lo rivedo in coppia con Antonella Steni. Con lui va via uno dei rappresentanti di un teatro e di una produzione televisiva di altissimo livello che non esiste più, oltre che un grande amico del teatro d’opera”.

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Il 16 aprile Salmo in concerto al PalaSele ad Eboli

Si riaccenderanno a marzo 2022 le luci del palco del PalaSele di Eboli. Sarà la prossima primavera, dunque, a segnare il ritorno della grande musica live nella venue a cura di Anni 60 produzioni: un’attesissima stagione di concerti, all’insegna dei grandi live in tour, che si arricchisce di giorno in giorno. Proprio ieri, infatti, Salmo annuncia oggi il “Flop Tour”, la tournée organizzata e prodotta da Vivo Concerti e prevista per i mesi di marzo e aprile 2022, che lo vedrà portare sui palchi dei principali palazzetti italiani tutta la carica esplosiva dell’omonimo album, uscito venerdì 1 ottobre. Ad Eboli l’artista sarà il 16 aprile, al PalaSele. I biglietti per il “Flop Tour” di Salmo saranno disponibili a partire dalle ore 12.00 di lunedì 11 ottobre 2021 su vivoconcerti.com e dalle ore 12.00 di sabato 16 ottobre 2021 in tutte le rivendite autorizzate. C&S

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Si è spento il sorriso di Romano Landolfi

di Olga Chieffi

Ha dedicato la sua vita alla musica il chitarrista Romano Landolfi, deliziando generazioni di appassionati, con la sua elegante presenza e con la sua incredibile capacità di musicista, in tutto il mondo, dalla Germania, agli Stati Uniti. Il ricordo unanime dei musicisti salernitani e di quanto lo abbiano conosciuto è quello di un uomo generoso, di grande comunicativa e cultura, capace di parlare in diverse lingue con una cordialità di altri tempi. La notizia della sua scomparsa, all’alba della giornata di ieri ha scosso l’ambiente musicale salernitano e i social hanno immediatamente ribattuto la infausta notizia. Romano Landolfi ha impreziosito la scena musicale sin dagli anni ‘50, quale chitarrista elettrico capace di spaziare in tutti i generi, dai ballabili del tempo, al rock, alla lirica come dimostrava con le sue esibizioni con i The Royal Rockers , i Frenetici di Carmine De Rosa, i Diapason, che a metà anni sessanta hanno calcato per almeno un paio di stagioni le scene dei club tedeschi di Berlino , Astoria di Friburgo , Wurzburg e in tante altre formazioni, che lo hanno portato in America, Medio Oriente, Germania: dal 1984 al 2011, è stato al “Walt Disney World” in Florida”. Lì Landolfi, oltre a suonare e cantare in varie lingue, ha diretto una grande orchestra, composta da circa sessanta musicisti, che proponeva la musica che caratterizza la nostra nazione, la lirica e naturalmente la grande tradizione partenopea, chiudendo in Florida la sua lunga carriera. Diverse le collaborazioni da Peppino Gagliardi a Mario Merola, da Gloriana, a Pino Mauro con il quale insieme a Mirna Doris ha fatto parte della produzione “Grazie, Marì” e ancora Mario Abate e con un giovanissimo Bruno Venturini, in gruppo con il Bebè Carotenuto e tanti altri artisti. Ritornato dal tour tedesco unì la sua chitarra ai Brummels di Salvatore Cinque e negli anni ’70 ai Salerno 5. “Il suo cavallo di battaglia era Malaguena, – ricorda il collega chitarrista Massimo Galdi – sulla cui parola un re tenuto lunghissimo, inventava con la sua chitarra virtuosa. Cantava benissimo Romano e in America lo hanno fatto studiare da tenore, per rievocare anche i successi del nostro Enrico Caruso”.

Intenso il ricordo del giovane percussionista Cristian Rago “Romano è stato per me tanto! Ed io , se posso osare, il suo “nipote” maschio mancato, che con la musica spero di avergli regalato qualche bel sorriso. Romano è stato il primissimo ad allietare le nostre feste in famiglia, con la sua chitarra, ed io insieme alle nipoti mie coetanee ci divertivamo a ballare, avendo credo poco più di un anno! Lo raccontano le tante video cassette registrate da mio nonno, grandi amici di sempre con la mia famiglia. Nell’ultimo periodo, purtroppo, o, grazie al il mio lavoro sono sempre fuori, e mi l’amarezza di non avergli potuto raccontare gli ultimi miei progetti o idee, mi logora! Restano tanti bellissimi ricordi. La strana sensazione che quando una persona viene a mancare, senti risuonare la sua voce, accorgendoti di pronunciare le sue parole più spesso o qualche sua espressione. Ripercorro la mia infanzia e mi accorgo di quanto sia stato prezioso conoscere, per quello che sono oggi, Romano. Quanti pomeriggi ho trascorso nella sua taverna praticando il “gioco” di provare tutte le sue chitarre, di cui era gelosissimo, ma mi lasciava fare, fiero ed orgoglioso, o quando mi metteva le cuffie e mi diceva ascolta. Da lì a qualche secondo sarebbe partito un disco da Elvis Presley a “A Meglia guapparia” di Pino Mauro, da Miles Davis a Totò Savio e gli Squallor, sentendo l’odore fine di un whisky e coca, ascoltando qualche aneddoto dalla Florida o facendo un giro in jeep, che oggi per me vuol dire tanto. Sognavo un giorno di avere la jeep come Romano. Tanti momenti mi passano per la preziosa mente, quando in una qualche località in ferie urlavamo scherzando “Munneeeezzz” vicino a qualche personaggio. Lui mi ha iniziato alla musica. Avevo poco più di 6 o 7 anni, e più tempo trascorrevo con lui, più quella passione diventava per me un lavoro, più era fiero di me e della mia “mazzata” che gli infersi quando comunicai che avrei scelto di studiare le percussioni. Mi regalò, così un basso elettrico che conservo gelosamente. Romano mi ha inculcato che fare l’artista è una cosa seria, fare la musica è il lavoro più bello del mondo! Quei pomeriggi da solo nella penombra di quella taverna tra i dischi blues, la polvere e le chitarre, lo porterò sempre con me, da tempo volevo raccontargli dei miei piccoli successi fin ora raggiunti, ma avevo sempre una qualche paura di disturbare, so che sarebbe stato fiero di me, così come una delle ultime volte che ci siamo visti mi ha strattonato forte il viso come era tuo solito fare come quella volta da piccolo che avevo un dente penzolante e fu capace di farmelo cadere. Buon viaggio caro Romano sappi che sei stato per me e per tanti una guida impossibile da dimenticare, ricorderò per sempre la tua camminata, i tuoi grandi occhiali e la tua inconfondibile parlata”. Stamane alle 9,30 l’ultimo saluto a Romano Landolfi lo si darà nella Chiesetta del Gesù Crocifisso in Giffoni Valle Piana, dove abitava.

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International Percussion Competition

Dopo il seminario “Le nuove frontiere della comunicazione del marketing e della comunicazione digitale”, il Maiori Festival propone per il prossimo fine settimana la prima edizione dell’”International Percussion Competition” rivolta a giovani percussionisti del panorama musicale italiano e internazionale. La gara si terrà oggi e domani, negli spazi del Palazzo Mezzacapo di Maiori e sarà un’opportunità per tanti musicisti che potranno esibirsi al cospetto di una giuria di maestri di fama internazionale. All’ospite internazionale, Jean Baptiste Leclère, percussionista dell’ Opéra national di Parigi, si affiancheranno percussionisti altrettanto validi come Igor Caiazza, percussionista Yamaha Music Europe, Zildjian Cymbals Company Artist, che ha suonato al Teatro della Scala, con la Mahler Chamber Orchestra, il Maggio Musicale Fiorentino; Paolo Cimmino, docente di percussioni del Conservatorio Martucci di Salerno; Rosario Barbarulo, percussionista del Teatro “Giuseppe Verdi” di Salerno e docente del Liceo “Alfano I” di Salerno. La competizione, divisa per due categorie in base all’età dei partecipanti, è dedicata esclusivamente ad alcuni strumenti a percussione quali tamburello basco, triangolo e castagnette. Sono previste due fasi, una di semifinale e l’altra di finale, con diverse prove per gli strumenti a concorso (studi e passi orchestrali). Tantissimi sono i premi in palio messi a disposizione dai maggiori produttori di strumenti a percussione: Black Swamp Percussion, Bergerault, Angelini mallets, Mg Mallets, Vic Firth, Music Beat, ApInstrument, Mar Vimallets, Casa Musicale Quinto Fabio. Il 9 ottobre, alle ore 10, si terrà la premiazione finale con una online class per tutti i partecipanti a cura di Leclère. Jean Baptiste Leclère ricopre la posizione di Prima percussione solista nell’orchestra dell’Opera di Parigi dal 2013. Ha studiato percussioni con Daniel Sauvage, poi Michel Gastaud prima di entrare a far parte del Conservatorio Nazionale Superieur de Musique e de Dance di Parigi. La sua determinazione a riunire personalità eclettiche della percussione francese lo ha portato a fondare il Paris Percussion Group nel 2014. E’ il direttore artistico con Vassilina Serafimova e lavora con compositori come Yan Maresz, Philippe Schoeller, Alexandros Markeas e Yann Robin. Il suo vivo interesse per le percussioni orchestrali lo porta a organizzare masterclass e clinic in Francia e all’estero. Partecipa a vari concerti come solista in orchestra e musica da camera. Tra l’altro ha registrato Rauche Pinselspitze II di Klaus Huber con il violoncellista Alexis Descharmes. Inoltre Leclère insegna al CRR di Saint-Maur-des-Fossés, al Conservatorio di Parigi e all’Accademia Eurocuivres. E’ un artista Zildjian, Black Swamp Percussion, Innovative e Bergerault. Dal 2016 è anche membro del comitato sinfonico della Percussive Art Society. L’evento è promosso dal Maiori Festival con il patrocinio del Comune di Maiori. Sul sito ufficiale www.maiorifestival.it, tutte le info. C&S

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E fu quel bacio, fu la passione

di Olga Chieffi

Sarà Doretta il personaggio che farà da nume tutelare al secondo appuntamento con la rassegna che proporrà in questo ottobre, nell’incantevole cornice della Chiesa di Santa Maria de’ Lama, alle ore 20, le più belle voci della scuola di canto del nostro conservatorio. La serata vedrà entrare subito in scena la reginetta del caffè Momus, Musetta, interpretata da Azzurra Terranno, tutta spigoli, vivacità e sex appeal, con il suo equivoco valzer. A Giulia Moscato è stata affidata l’aria la cui fama ha superato di gran lunga quella dell’intera opera che è la Rondine di Giacomo Puccini, da cui è tratto il tema di questo récital “E fu quel bacio, fu la passione”. L’unico momento nel quale riconosciamo una reale ricercatezza e profondità musicale de’ La Rondine, è proprio “Chi il bel sogno di Doretta” che viene cantata prima dal poeta Prunier poi da Magda: il testo tratta proprio di come niente al mondo abbia importanza come l’amore (“che importa la ricchezza se al fine è rifiorita la felicità”). Si è da poco conclusa la stagione estiva del teatro Verdi di Salerno con l’Elisir d’amore di Gaetano Donizetti ed ecco ritornare Adina, con la sua aria di sortita “Benedette queste carte”, interpretata da Valeria Feola, in cui esprime le ragioni dell’opera che è una rilettura comica e campagnola del Tristano e Isotta, sapendo leggere e far di conto, aumentando, così la sua aria maliziosa. Un deciso passo indietro con la Merope di Geminiano Giacomelli e l’aria di Epitide, “Sposa, non mi conosci”, dal III atto, che verrà elevata dal controtenore Giuseppe Manzo. La musica in genere si sovrappone al testo col preciso intento di cogliere aspetti più intimi del personaggio, più che ambientare situazioni. Ritorna il Donizetti dell’Elisir con l’entrata di Nemorino, che avrà la voce di Gaetano Amore, tutto sospiri e ingenuità, in perenne contemplazione di Adina in “Quanto è bella, quanto è cara”. Il programma prosegue con Bellini e la scena e l’aria finale tratte dalla Sonnambula, in cui ritorna in palcoscenico la Valeria Feola, nel ruolo di Amina per cimentarsi nell’aria “Ah, non credea mirarti…, culmine espressivo del commovente monologo della protagonista che esemplifica al meglio le qualità liriche della vocalità belliniana e, a seguire, nell’aria finale del secondo atto “Ah! non giunge uman pensiero” in un immediato passaggio da un terreno di eterea espressività, ariosi ad acrobazie vocali poi convoglianti nella conclusione “Ah! non giunge uman pensiero”, che suggella l’armonia ritrovata e la festa per le nozze di nuovo in ballo. Il contralto Camilla Farias sarà l’impavida Isabella rossiniana dell’Italiana in Algeri, che canterà “Amici in ogni evento….pensa alla Patria”, una pagina imprevista, questa, quasi un comizio pre-risorgimentale, specchio di un realismo pratico dove si riflettono le stramberie maschili. Ritorna la Bohème, stavolta con la Mimì del III quadro, quello della Barriera d’Enfer, che prelude alla sua morte. Lasciati soli, Mimì e Rodolfo virano verso il genere sentimentale puro, intriso dell’amarezza del ricordo. L’aria “Donde lieta uscì” è un’autentica gemma, un’oasi di tenerezza e dignità per il soprano, che sarà Giulia Moscato. Maurizio Bove sarà Escamillo il torero della Carmen di George Bizet personaggio che drammaturgicamente accende la gelosia fa precipitare gli eventi macho, ma infinitamente troppo vacuo e fatuo; per il suo ruolo Bizet prescrive che si canti avec fatuité per nonapparire convenzionale: sua la lunga e impegnativa aria “Votre toast”. Seguirà un prezioso portrait dell’ ultimo Wolfgang Amadeus Mozart con il lied Abendempfindung K523, con la sera, quale medium d’elezione per riflettere sulla vanitas della vita e su di un mondo di Luce come quello di Sarastro, eseguito da Valeria Feola e la seconda aria, “Der Holle Rache Kocht in meinem Herzen”, della Regina della Notte, madre potente e sconfitta il cui canto, di estremo virtuosismo vocale echeggia tra gli spazi siderali, che avrà la voce di Giada Campione. Gaetano Amore e Valeria Feola ci catapultano nuovamente nell’Elisir d’amore: il primo per la “Piagnucolata”, come definì Romani la Furtiva lagrima, che trasforma Nemorino da sempliciotto contadino in sognatore romantico, la seconda canterà “Prendi per me sei libero” che si intona perfettamente all’atmosfera della romanza. Martina Sinagra sarà regina di Zarzuela con “Me llaman la primorosa” da El barbero de Sevilla di Jeronimo Gimenez. Ritorna Bizet stavolta con il duetto da Les Pecheurs de Perles, il duetto del I atto tra Zurga e Nadir, “Au fond du temple saint”, purtroppo più volte rimaneggiato (non sempre con esiti felici) dopo la morte dell’autore, che per certi aspetti anticipa soluzioni utilizzate poi in Carmen, affidate alle voci di Maurizio Bove e Christian D’Aquino. Finale verdiano con Valeria Feola e Gaetano Amore i quali s’incontreranno sulle note di “Parigi, o cara”, in cui Alfredo, finalmente dimostra un po’ di spirito cavalleresco e attacca il cantabile del duetto con Violetta nel suo metro di 3/8 Andante mosso, quel tempo quasi di valzer che aveva caratterizzato, il “brindisi” e l’aria della protagonista del I atto.

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A soli 8 anni Francesco Gorga vince il premio internazionale della fisarmonica

di Monica De Santis

Ancora un trionfo per i musicisti salernitani. Ancora una volta i colori della nostra terra salgono sul gradino più alto del padio. E questa volta il merito è tutto di un giovanissimo musicista. A soli 8 anni, infatti, ha sbaragliato i concorrenti più grandi, salendo sul gradino più alto del podio del PIF Premio Internazionale della Fisarmonica di Castelfidardo (Ancona). Si chiama Francesco Gorga, è di Policastro, ed è un piccolo prodigio della fisarmonica. Francesco, che già all’età di 4 anni frequentava la scuola di musica del professore Manuel Scarpitta e studia ancora oggi con il professore Alessandro Gaudio entrambi di Policastro, si è aggiudicato la vittoria nella categoria Word Music del più importante concorso internazionale per fisarmonicisti. Il ragazzino è stato premiato da Edoardo Bennato, dopo il concerto di apertura del festival, sul palcoscenico del Parco delle Rimembranze della città marchigiana simbolo dell’artigianato artistico musicale. Francesco è il più giovane tra i partecipanti al concorso che nell’edizione di quest’anno, la 46esima, conta più di 200 musicisti da 20 nazioni. Il Pif proseguirà fino a sabato 2 ottobre. Il premio principale avrà un vincitore assoluto, selezionato da una giuria internazionale presieduta dal fisarmonicista e compositore Corrado Rojac. Previsti premi speciali, tra cui quello per la miglior interprete donna (Premio Femme Up), ideato per sostenere la carriera delle musiciste. Non è la prima volta che Francesco conquista il primo posto, più volte è stato vincitore di gare amatoriali e a dispetto dell’età ha un curriculum già lungo. Ha anche una sua pagina personale sul canale YouTube e un profilo su Facebook dove spesso si diverte con delle dirette dove delizia i suoi fan con brevi concerti. Quella dell’altro giorno non sarà sicuramente l’ultima vittoria di Francesco, che nonostante i suoi soli otto anni di età ha dimostrato di essere un vero e proprio talento. Una forza della natura che sicuramente continuerà a far parlare di se.

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Addio a Little Richard, uno dei padri del rock and roll

Ne dà notizia Rolling Stone citando il figlio del musicista diventato celebre per hit come Tutti Frutti e Long Tall Sally. Aveva 87 anni.

Little Richard, uno dei padri fondatori del rock and roll, è morto all’età di 87 anni. Lo riferisce Rolling Stone, citando un comunicato del figlio del musicista di Tutti frutti, Danny Penniman. La causa della morte non è stata specificata. Little Richard – vero nome Richard Danny Penniman – divenne celebre grazie al suo stile travolgente al piano e al suo look trasgressivo nell’America conservatrice degli Anni 50. Tra le sue storiche hit, Long Tall Sally, Lucille e Good Golly Miss Molly.

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Gli Stones, animali in estinzione che neanche il lockdown può fermare

Prima una performance memorabile all'One World: Together At Home. Poi un nuovo singolo inedito, Living in a Ghost Town, tanto attuale ma quasi già un classico. Questi figli della guerra, degli Anni 40, signori del disastro, sono ancora come nessun altro.

Ci voleva l’isolamento per stanarli. Ma come, Bob Dylan sì e noi no? E così, in quattro e quattr’otto, ecco qui un nuovo brano dei Rolling Stones. Figlio del lockdown, della voglia di esserci, di dire la loro. Living in a Ghost Town è uscitoil 23 aprile, naturalmente in Rete, annunciato da Mick Jagger, poi anche dagli altri alle 5 pomeridiane. Un’ora dopo, veniva reso disponibile. Un’ora e quattro minuti dopo, il web frizzava per questi quattro vecchiacci che non conoscono tregua, né cali di tensione. Alle 20, il video, immagini claustrofobiche da uno spioncino di città derelitte, inframmezzate a loro che, in studio, cantano, incidono. Fin troppo facile. Subito virale. Fin troppo facile.

«La vita era meravigliosa, poi tutti siamo stati rinchiusi». Genesi ambigua, ma, dalle comuni dichiarazioni, sembra di cogliere un brano più o meno pronto da un anno, ricombinato per l’occasione: «Ci abbiamo lavorato in isolamento», dice Jagger. Il che significa una navicella spaziale di videochiamate, un testo almeno parzialmente riscritto, tanto per essere sul pezzo. «Puoi cercarmi, ma non mi trovi. Devo stare fuori vista, devo stare nascosto… Troppo tempo da perdere, inchiodato al mio telefono». È puro Jagger e, in verità, è qualcosa di morboso: all’inizio non pare granché ma è viscido, ti si appiccica addosso. Niente numeri, assoli o riff memorabili, è tutto Mick che canta con la solita spettacolare convinzione. Ascoltandolo viene in mente Goat’s head soup, l’album del 1973, rock decadente, rilassato. Viene in mente anche un po’ di Jamaica, quello spruzzo di dub, brevissimo, nel break.

Ma viene in mente, fortemente, anche Sweet Neocon, già sull’ultimo album, A Bigger Bang, del 2005, di cui Living in a Ghost Town rappresenta una versione aggiornata e corretta. Puro groove, solo quello. «Mi sono divertito molto a suonarla», dice Charlie Watts.

Non è, par di capire, l’anticipo di un album, è un singolo buttato nel vortice della pandemia, e tale resterà. «Avevamo pensato di tenere questo per un nuovo album, poi è scoppiato il casino e insieme a Mick abbiamo deciso che questa canzone andava lavorata adesso ed eccola» bofonchia Keith Richards seduto su una soglia, avvolto da un mantello.

QUELLA PERFORMANCE COSÌ LONTANI E COSÌ VICINI

La vita è una cosa buffa: a 20 anni non ti separi mai e scrivi la storia del rock, a 45 ti fai la guerra, a 50 componi per conto tuo perchè non ti sopporti ma devi farlo per i soldi e poi qualcuno mette tutto insieme; a quasi 80 devi stare isolato insieme, fai i brani a distanza, in videochat, li spari in Rete. Ci suoni anche, a distanza. Come è successo appena una settimana fa all’One World: Together At Home, quando i Rolling Stones hanno fatto qualcosa di inconcepibile per loro, band da palco come nessuna. Hanno provato a esibirsi distaccati, tutti e quattro, da migliaia di chilometri. Ma qui bisogna fare un passo indietro.

Un concerto dei Rolling Stones del 2016.

Bisogna tornare alla notte di sabato 18 aprile, quando il mondo musicale che conta sfila sui social in diretta senza muoversi dalle rispettive magioni. Eccoli in ordine sparso. Billie Eilish, la ragazzina problematica. Macca, maturo barbagianni travolto dalla frana del tempo. Elton John, sempre più simile a un vecchio pastore abruzzese. E via via tutto il mondo, Bocelli che ormai lo vediamo dappetutto e ci esce dalle orecchie. Stevie Wonder che a ritrovarlo uno pensa, ah, ma è ancora vivo, meno male. Céline Dion che ormai è una figurazione picassiana, tipo la Donna che piange. Lady Gaga che, complice Tony Bennet, si è riverginata diventando una cantante vera. Zucchero scuffiato che anonimizza la fantastica Everybody’s got to learn sometime. Eddie Vedder che era presuntuoso a 20 anni e adesso è semplicemente insopportabile almeno quanto noioso. Eccetera, eccetera, eccetera. Poi arrivano loro. Arrivano i vecchiacci su quattro riquadri: Mick cam, Keith Cam, Ronnie cam, Charlie cam. Si accendono una dopo l’altra. E, dannazione, tutto cambia.

Non importa se lo streaming slitta di qualche frazione di secondo, rendendo il tutto raffazzonato, per andarci piano. Basta e avanza la presenza scenica

Non importa se veleggiano verso la quarta età. Non importa se Keith, con un misterioso bicchiere pieno di chissà che pozione, suona per modo di dire e comunque non si sente un beato c…. Non importa se lo streaming slitta di qualche frazione di secondo, rendendo il tutto raffazzonato, per andarci piano. Basta e avanza la presenza scenica. Anche segmentata. Anche a distanza. Bastano e avanzano quelle facce lì. Quei sorrisacci lì. Quell’entusiasmo, ancora e ancora, in tutto e per tutto. Sono lì: suonano, o fingono, ma con l’ardore di sempre e un carisma che non cede. Questi figli della guerra, degli Anni 40, signori del disastro, sono ancora come nessun altro. Si concedono la libertà di chi non ha più niente da perdere né da vincere: ma insiste, ed ogni occasione è buona. Lo fanno a modo loro, con l’eleganza stracciona che li ha resi unici, la loro performance la potresti vedere indifferentemente in uno stadio colmo o sotto la metropolitana: cambia poco e niente, la passione e il distacco, la convinzione e il controllo sono sempre lì. Intatti. Inossidati.

ANIMALI IN VIA DI ESTINZIONE

You can’t always get what you want, per la miliardesima volta e la sinfonia rock and roll, composta nel 1968, a 24 anni, incisa e pubblicata l’anno dopo, è più che mai gioiello; suggello inarrivabile, commovente, avvicente, che non si cura di Spotify, delle visualizzazioni, della polverizzazione della musica: nessuno, oggi, può scrivere qualcosa di lontanamente simile. Nessuno può suonarla così. Con Mick che la canta come fosse la sua prima e ultima volta. Con Ronnie che riempie lo spazio infinito di lick, di passaggi, di trovate, di invenzioni. Con Keith che chissà che accidenti sta facendo, seduto sul divano con una acustica coreografica. E con Charlie. Ah, Charlie! Il re di questa performance e di tutta la notte. Non si è neppure scomodato a procurarsi una batteria giocattolo, sta seduto davanti a delle scatole, dei bauletti, con un paio di bacchette e finge di percuoterli, mima il suo mestiere, agita le braccia e suona l’aria. Ogni tanto sghignazza, più simula partecipazione e più se la ride. Ma che gli vuoi dire a uno che nel ’64 rullava di charleston e di grancassa mentre Brian Jones cantava Popeye the sailor man mentre le ragazzine infoiate urlavano a tal punto che, tanto, non si capiva niente?

Il mondo li guarda con la riverenza stupita delle specie che evaporano

Sono gente così e, dopo 56 anni, si divertono ancora così. Anche così. Sono animali in estinzione e il mondo li guarda con la riverenza stupita delle specie che evaporano e loro lo sanno. E ridono. Charlie è diventato il protagonista di questa nottata planetaria risplendendo in ciò che avrebbe reso chiunque altro uno sfigato: il suo cazzeggiare da adolescente 79enne che fa finta di suonare beato mentre agita le bacchette per aria, non poteva non diventare virale e adesso tutti, specie i ragazzini, in tutto il pianeta fingono di suonare con due scatole di cartone davanti. Se non è punk questo!

C’è un sottile snobismo, tutto britannico, in un gesto così. Uno come Watts potrebbe semplicemente alzare il telefono e gli porterebbero seduta stante una batteria tutta d’oro nel tinello: se non ha voluto, se non si è dato pena, è segno che proprio non gliene fregava niente, di suonare, dell’One World, della beneficenza, della pandemia, della colleganza, di fare la figura da scemo, di diventare virale e di tutto il resto. “Stone face” lo chiamavano, faccia di pietra. Come a dire: basta questa faccia amici miei, basta la nostra presenza, ragazzini che ve la tirate esibendo le vostre patologie. Quei vittimismi. Quelle lucrose fragilità. Fragili e vittime gli Stones non lo sono stati mai e adesso, all’alba degli 80 anni, si preparano a lasciarsi alle spalle la pandemia, ad affrontare un altro tour, a licenziare un altro disco (Dio, fa’ che si decidano, loro saranno anche eterni ma noi no).

La mattina dopo, a poche ore dalla loro performance, è comparsa in rete una foto di loro quattro ghignanti, e, sotto, la scritta: “Scusate se la batteria era troppo alta”.

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La quarantena secondo Stefano Bollani: «La musica non deve fermarsi»

Molti artisti hanno deciso di rimandare l'uscita dei loro album. Non il compositore e pianista che dalla sua casa di Roma in cui sta condividendo la reclusione forzata con la moglie spiega: «Spero che sia di buon auspicio. Inizia ad uscire lui, poi magari toccherà a noi». L'intervista.

«Come sta andando la sua quarantena? Dove si trova?», mi chiede a bruciapelo il compositore, pianista e cantante Stefano Bollani a inizio intervista.

«Sono a Milano. Da solo, ma con una lunga lista di videocall e cose da fare. E lei?». A lui va sicuramente meglio. Con la sua voce entusiasta mi spiega infatti che è nella sua casa di Roma e sta trascorrendo questa reclusione per coronavirus con la moglie Valentina e il loro cagnolino. «Di questi tempi lui è preziosissimo», dice, mentre nella mia mente compaiono i meme che girano sul web con persone che pur di mettere il naso fuori casa porterebbero a passeggio anche un peluche. «Usciamo tre volte al giorno (onde evitare polemiche chiariamo che quando esce col cane Stefano non c’è anche la moglie e viceversa, ndr)».

HA DECISO DI FAR USCIRE IL SUO DISCO, NONOSTANTE LA QUARANTENA

Che poi a uscire non è solo lui col cane, ma anche il suo nuovo disco. Piano Variations on Jesus Christ Superstar era previsto per il 3 aprile e così è rimasto. Una decisione abbastanza controcorrente visto che la maggior parte degli artisti sta rimandando la pubblicazione o distribuzione delle loro opere. Glielo faccio notare, ma per Bollani il problema non si pone: «Intanto spero che sia di buon auspicio. Inizia a uscire lui, poi magari toccherà a noi». Poi per il compositore questo album è come un figlio: «Sarebbe stato un peccato tenerlo rinchiuso».

FAN DI JESUS CHRIST SUPERSTAR FIN DALL’ADOLESCENZA

Come suggerisce il titolo, il disco è la personale rilettura solo al pianoforte delle musiche del film Jesus Christ Superstar. «Avevo 14 anni quando l’ho visto la prima e sono rimasto folgorato sia dalla pellicola che dalla colonna sonora. C’era Gesù che cantava musica rock!». L’idea del progetto però gli è balenata nella testa solo nel 2019 mentre era steso su un’amaca. «Ho pensato: perché non fare una versione intima? Che è un po’ il contrario dell’originale». Per farlo ha ricevuto il permesso di Andrew LIoyd Webber che ha composto le musiche originali. Gli chiedo se si sono sentiti in qualche modo e se ha ricevuto un feedback: «Non ancora, mi ha dato il permesso a scatola chiusa. Sono davvero curioso di sapere cosa ne pensa».

DOMANDA. Visto che parliamo di musica ai tempi del coronavirus non posso non chiederle se le è piaciuta l’iniziativa dei balconi canterini.
RISPOSTA.
Li hanno fatti anche qui. È l’ennesima dimostrazione di quanto la musica sia è importante per tutti. Che poi questo lo sapevamo già, più o meno inconsciamente tutti.

Ci ha fatto sentire più uniti?
Assolutamente sì. La musica è condivisione fin dagli albori dell’umanità. Pensi a quella che si faceva intorno a un fuoco, a un tempio, o in ocassione di una nascita o di una morte. Per chi ci crede, ci permette di comunicare con spiriti più alti.

Anche se in questo momento la possiamo condividere solo a distanza.
In questi giorni sarei dovuto essere in giro a suonare. Il concerto live è una cosa importante per un musicista. Proprio perché ti permette di entrare in comunicazione con il tuo pubblico. Per fortuna ci sono le dirette Instagram.

Lei e tanti altri artisti state intrattenendo il pubblico in questo modo. Un regalo a tutti i fan?
In realtà abbiamo un grosso tornaconto. Ci guadagniamo entrambi: trasmettiamo calore e ne riceviamo indietro altrettanto.

E un po’ tutti evadiamo dalla tempesta di notizie da cui siamo bombardati.
Posso dire una cosa a riguardo?

stefano bollani quarantena
Il compositore Stefano Bollani.

Certo, la ascolto.
Ho letto su alcuni testi di linguistica che l’informazione è quella cosa che porta una novità. Se non c’è novità è solo comunicazione. Quando accendiamo la tivù non riceviamo solo novità. Quindi quando non è così spengo. Io ho bisogno di materiale su cui riflettere, altrimenti faccio altro.

Di cosa sono fatte le sue giornate quindi?
Leggo, suono, medito, faccio ginnastica.

E cosa le manca fare oltre ai concerti?
Guardi mi tengo talmente impegnato che non ho ancora pensato alle cose a cui sto rinunciando. In realtà era come se fossi già in una specie di quarantena. Io e Valentina venivamo già da due mesi di vacanza a casa.

E poi immagino che lei, per il lavoro che fa, abbia un buon rapporto con la solitudine. Sbaglio?
Ho un ottimo rapporto con la solitudine! Anche perché spesso viaggio da solo.

E appena saremo tutti liberi, quale è la prima cosa che farà?
Non ci ho ancora pensato. Anzi sì. Io e Valentina andremo al mare. Bisognerà scegliere bene il posto perché sarà pieno ovunque.

Un bel modo per ricominciare. Proverò a farlo anche io. Qual è il sentimento che sta vincendo in questo periodo di emergenza sanitaria mondiale?
Mi sento in attesa, come tutti.

In attesa di cosa?
Credo che ci aspetti una sorta di dopo guerra. La storia ci insegna che, di solito, durante il dopo guerra c’è un rifiorire delle arti. Perché chiusi in casa abbiamo avuto tempo per pensare, per fare un salto evolutivo in avanti. Tutti parleremo di grandi temi.

Ci saluti consigliandoci un disco da recuperare durante la quarantena.
Più che un disco vi suggerisco una canzone che mi mette allegria e mi tira sempre su.

È utile. Ci dica!
Cheek to cheek nella versione di Ella Fitzgerald e Louis Armstrong.

Grazie! Allora buona quarantena.
Anche a lei. Si diverta.

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La quarantena secondo Ornella Vanoni: «Godiamoci la pigrizia»

La cantante è rimasta a Milano per stare vicino ai suoi famigliari che però vede solo attraverso lo schermo del telefonino. In una quotidianità peggiore rispetto a quella della guerra. E sulle canne prima di dormire: «Sono il mio sonnifero, altrimenti non prendo sonno». L'intervista.

Se sei un #bimbodiOrnellaVanoni da anni, l’idea di intervistarla ti mette un po’ di ansia. Vorresti farle migliaia di domande sulla sua vita, sulla sua musica, la sua quotidianità e un po’ ti rammarichi perché non sarà possibile.

Quando ci siamo sentiti la prima volta per organizzare la nostra chiacchierata, Ornella Vanoni non aveva ancora pubblicato sulle sue pagine social il video, che è poi diventato virale, in cui commossa invitava gli italiani a rimanere a casa e seguire scrupolosamente le indicazioni del governo per limitare la diffusione del coronavirus.

Quasi due settimane dopo ecco che squilla il telefono. È lei. Ho l’impressione di non essere il primo, e nemmeno l’ultimo, che vuole parlare con lei della quarantena: «Volete parlare tutti della stessa cosa», mi dice. «Facciamo in fretta», la rassicuro io.

Ho pensato : vi canto una canzone o vi dico quello che penso ? #iorestoacasa #restiamoacasa #ornellaornellavanoni @ornellavanoniofficialpage

Posted by Ornella Vanoni on Wednesday, March 18, 2020

Le faccio notare che nel video appello che ha fatto il 18 marzo sembrava impaurita. «Non è la sensazione che ho dato», mi interrompe subito. «Sembravo vera. Non c’è più nessuno che lo è. Che ha il coraggio di fare vedere i sentimenti. Ero preoccupata e addolorata». Per questa emergenza sanitaria mondiale e le sue conseguenze. Quella che mi sembra le pesi di più è l’impossibilità di vedere la sua famiglia. «Sono rimasta a Milano così almeno sono vicina ai miei», raccontava con le lacrime agli occhi nella clip. Ma i suoi non li può incontrare, non li può toccare. «Vedo le loro facce solo attraverso il telefonino».

«IMPARIAMO A GODERCI LA PIGRIZIA»

Eppure la solitudine a Ornella piace. «Certo questa è una solitudine imposta, non scelta. Ma anche in questa condizione si può trovare pace». E la ricetta per farlo è «godersi la pigrizia». In questo modo aiutiamo noi stessi, ma anche i medici che sono «come i soldati in prima linea durante la guerra».

DOMANDA. Un’esperienza che lei ha vissuto.
RISPOSTA.
All’epoca potevo uscire il pomeriggio, andavo a trovare i miei cugini, giocavamo. Era la sera il problema. Si dormiva al freddo, vestiti, con le scarpe e il cappotto sulla seggiola per essere pronti a scappare quando suonava la sirena.

Da come ne parla sembra che la quotidianità ai tempi del coronavirus sia addirittura peggio di quella della Seconda guerra mondiale. Sbaglio?
Non sbaglia (risponde dopo averci pensato per qualche istante, ndr). Certo non c’era il lusso che c’è oggi, ma potevamo uscire. Dopo il primo bombardamento su Milano, ci siamo spostati a vivere in un appartamento a Varese. Stavamo in questo piccolo salottino dove c’era la stufa a legna perché le altre stanze erano troppo fredde. Mi ricordo che preparavo le sigarette a mia mamma con una macchinetta.

Altri ricordi di quel periodo?
Quello che non dimenticherò mai è il profumo di sapone, di pulito che hanno portato i soldati americani con i loro capelli rasati a zero e le loro t-shirt bianche. Lo sento ancora.

La preoccupazione in tempo di guerra era sicuramente maggiore. Me lo conferma?
Era diversa. Perché sapevamo chi era il nemico. Oggi il nemico è il coronavirus. Ma non sappiamo chi sia.

Quando vedo i politici che in tivù litigano sul coronavirus, spengo tutto guardo un film

Eppure molti italiani inizialmente non hanno rispettato le linee guida del governo e il decreto #IoRestoACasa. Soprattutto gli anziani. Secondo Natalia Aspesi gli anziani non hanno paura.
Io non ho paura, ma nemmeno mio nipote che ne ha 24 anni. Basta stare attenti. La paura non serve a niente. Bisogna seguire le regole.

Lei ha mai avuto paura nella sua vita?
Durante la guerra sentivo quella che provavano i miei. Ed era molto forte. Oggi mi sembra che la paura sia globale. E anche i vecchi penso ce l’abbiano. Certo abbiamo vissuto tutta una vita e possiamo anche andarcene.

I media fomentano questa paura globale?
No. Ma confondono le idee. Tutti ne parlano. Adesso cominciano anche a litigare sul tema. Soprattutto i politici, madonna santa (e ricrea qualche esempio di dibattito in tivù, ndr).

Fanno campagna elettorale anche sul coronavirus?
Sì, allora sa cosa faccio? Spengo tutto e vado a vedermi un filmino. C’è gente che invece sta attaccata tutto al giorno alla televisione per sapere cosa succede. Diventa una malattia poi.

Non le piacciono le litigate politiche in tivù, ma un’idea sull’operato del governo Conte se l’è fatta?
Onestamente a me sembra che il premier si sia dato da fare per quello che poteva fare. Non ritengo che sia un nullafacente. Non sarà il genio della lampada, ma è un momento estremamente difficoltoso. Non abbiamo un centesimo, ricordiamocelo. Dove sono questi soldi?

Spero di poter finire il disco a cui sto lavorando prima che io deceda

Nel video che ha pubblicato sui social a metà marzo dice che fa le scale fino al quinto piano per tenersi in movimento senza uscire. Di cos’altro è fatta la quotidianità di Ornella Vanoni ai tempi della quarantena?
Leggo, scrivo, esco col cane, parlo con la mia famiglia e con gli amici.

Anche alcuni colleghi?
Sì, certo. Giuliano Sangiorgi, Renato Zero, Paola Turci. Vabbé Gino Paoli. Siamo amici.

Com’era la sua vita prima della pandemia?
Avevo delle giornate molto concitate. Dalle cose più banali: il trucco, il parrucchiere, gli amici. E poi stavo lavorando a un disco da mesi con alcuni autori.

E adesso è tutto congelato.
Fino a che non potrò entrare in studio sì. Speriamo di farlo prima che io deceda (lo dice ridendo, ndr).

Non dica così! A proposito di musica. Le è piaciuta l’iniziativa dei balconi musicali?
È stato bello. Ci faceva sentire uniti. Come dovremmo essere in questo momento. La musica metteva allegria e ci faceva sentire comunità.

Una comunità che però si dimentica delle tante donne per cui convivenza forzata vuole dire violenza domestica come ha fatto notare sul suo profilo Facebook.
In questo momento nessuno se ne occupa per davvero. Il Telefono Rosa suona poco. E a me fa pensare al peggio.

Nonostante gli annunci fatti da molte cantanti e colleghe per sostenere le donne che in questo momento sono costrette a…

Posted by Ornella Vanoni on Thursday, March 26, 2020

È stata lanciata la campagna Libera Puoi per sensibilizzare sul tema. L’ha vista?
Sì, non mi piace. Se non sono libere come fanno a potere?

Invece la natura può tornare meravigliosa se l’uomo si ferma. Ce l’ha ricordato lei la mattina del 30 marzo postando un video di una Venezia rinata.
Certo non possiamo tornare all’aratro, ma per esempio Venezia non può essere trattata come Roma. È una città delicata. Anzi non è nemmeno una città, è un luogo di meraviglia. Accessi limitati e monitorati, come se fosse un interno. Niente navi.

Magari tutta questa brutta situazione ci insegna qualcosa. Lei che ne pensa?
Io me lo auguro. Dovremmo imparare un po’ di moderazione. Meno velocità.

Prima di salutarci mi toglie una curiosità?
Se posso sì.

Ha dichiarato che da 55 anni si fuma una canna prima di dormire. Se ne è tanto parlato. Quest’abitudine è ancora in voga anche in quarantena?
È il mio sonnifero! Ne ho provati tanti, ma funziona solo quello. Se non me la faccio non dormo! Che poi, scusate, in America adesso è libera.

È vero. E non solo lì.
Tra l’altro c’è anche un olio a base di marijuana che fa passare i dolori al corpo. L’ho provato e funziona.

LE PUNTATE PRECEDENTI

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La quarantena di Michele Alessandrino: «Re dei flashmob solo per hobby»

Grazie alle sue imitazioni (direttamente dal balcone di casa) di Morgan, Achille Lauro, Elettra Lamborghini e Loredana Bertè ha conquistato più di 60 mila follower su Instagram. Ma il 20enne di Caserta non vuole trasformare questo successo in un lavoro. E ha già rifiutato la richiesta di molti manager.

In pochi giorni ha superato i 60 mila follower su Instagram e si è guadagnato il titolo di ‘re di flashmob‘. Un successo del tutto inaspettato e totalmente homemade, quello di Michele Alessandrino. 20 anni, originario di Caserta, è diventato virale grazie alle sue esibizioni sul balcone di casa. In un’Italia che, in piena emergenza coronavirus, alle ore 18 si è riscoperta canterina non è facile farsi notare. Eppure lui ce l’ha fatta. Merito dell’idea di imitare nel look i cantanti che omaggia.

«CHE SUCCEDE? DOV’È BUGO?»

Tutto è iniziato con Sincero di Morgan e Bugo, nella controversa versione rivisitata dall’ex Bluvertigo sul palco dell’Ariston. Michele esce sul balcone in occhiali da sole e abito nero: «Le brutte intenzioni, la maleducazione, la tua brutta figura di ieri sera…». Dopo l’ultima nota si guarda in giro e saluta il pubblico del suo quartiere (affacciato alle finestre e sulle terrazze) con l’ormai iconico: «Che succede? Dov’è Bugo?». Ed era solo il quinto giorno di quarantena.

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Quinto giorno di quarantena, i risultati.

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NON VUOLE LAVORARE NEL MONDO DELLO SPETTACOLO

Mi chiede di chiamarlo dopo le 18. Immagino che sia perché debba registrare un nuovo video. La realtà è ben diversa: «Avevo lezione online e poi c’è un tempaccio. Non si può nemmeno uscire sul balcone», mi spiega. Perché, a dispetto di quello che possono aver pensato in tanti, Michele non ha intenzione di trasformare queste esibizioni in un lavoro. Da grande vuole lavorare nella sicurezza. Studia infatti a Narni Scienze per l’investigazione e la sicurezza. Quando l’università ha chiuso, però, è tornato in famiglia a Caserta. Ed è da quella terrazza che è partito tutto.

DOMANDA. Come le è venuta l’idea di fare queste imitazioni?
RISPOSTA.
Per caso. Vedevo flashmob ovunque in tivù e sui social.

Un po’ se lo aspettava questo successo?
Assolutamente no. Volevo solo intrattenere il mio vicinato.

Ed è finito ad intrattenere l’Italia dei social. Come ci è riuscito?
Credo sia merito di una mia amica che ha segnalato la mia story a molte pagine.

Quanto tempo le richiede la preparazione?
A livello canoro, come potete sentire, davvero poco. Mi impegno un po’ di più per la ricerca dei look negli armadi di casa. Anche perché non si può uscire.

Si fa aiutare?
Mia mamma mi dà una mano con i costumi, papà nel montaggio delle casse, mentre mio fratello mi riprende.

Dopo Morgan sono arrivati Achille Lauro, Elettra Lambroghini e Loredana Bertè. Chi le è piaciuto di più interpretare?
Forse mi sono divertito di più a (s)vestirmi da Achille Lauro (l’esibizione, che omaggia la partecipazione del cantante a Sanremo 2020, inizia con Michele che indossa una coperta o un lenzuolo a mo di mantello che poi si toglie per rimanere in slip e canottiera, ndr). Che forse è quello che ha avuto più visualizzazioni.

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CI SON CASCATO DI NUOVO. @achilleidol

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Si è fatto sentire qualcuno dei quattro artisti che ha portato sul balcone?
No. Solo Elettra Lamborghini mi ha ripostato nelle sue stories.

Come sceglie chi interpretare?
Devono essere particolari sia dal punto di vista vocale sia dell’immagine.

Quindi non fanno per forza parte dei suoi ascolti quotidiani?
No però i brani di Morgan e di Loredana Bertè mi piacciono molto. Quelli di Lauro ed Elettra non sono il mio genere, ma li ascolto volentieri.

Che cosa ascolta volentieri?
Il rap e la trap americana. Però sono abbastanza onnivoro musicalmente parlando. Il mio cantante preferito è David Bowie che non c’entra nulla con il rap e la trap.

Anche Bowie amava i look appariscenti. Vedremo anche lui?
Ho una rosa di nomi, ma non ho ancora deciso chi fare e quando.

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E il resto? @elettramiuralamborghini

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Insomma effetto sorpresa. Che rapporto aveva prima con i social network?
Pubblicavo pochi contenuti. Usavo Instagram per vedere i profili che mi interessano. Quelli dedicati al calcio e ai meme soprattutto.

È appassionato di calcio quindi. Per quale squadra tifa?
Per il Milan. Pensi che una volta che i video hanno iniziato a girare sono stato contattato direttamente dal capitano Alessio Romagnoli che voleva farmi i complimenti.

Da tifoso deve essere una bella soddisfazione. Altri personaggi famosi che le hanno scritto?
Leonardo Pieraccioni mi ha inviato un audio in cui mi spronava a continuare. Poi Tommaso Paradiso ha ripostato una delle mie esibizioni.

Questa esposizione mediatica (è stato anche in tivù, ndr) le sta cambiando la vita?
Io rimango sempre quello. Certo la gente mi scrive, mi chiede altri video. Molti si aspettano delle cose da me.

Ormai è il re dei flashmob. Mi sorprenderebbe il contrario.
Questo titolo mi diverte molto.

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Chiedo umilmente scusa a @loredanaberteofficial

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Eppure, mi pare di capire, che non ha intenzione di cavalcare questo successo.
Mi hanno contattato alcuni manager, ma ho rifiutato.

Perché? C’è chi farebbe carte false al posto suo.
Io non ho talento, è solo divertimento. Posso pure inventarmi qualcos’altro, ma non andrei molto lontano. Ironicamente ho scritto su Instagram che sono un artista da balcone. Nulla di più.

Cosa le hanno proposto i manager che l’hanno cercata?
Collaborazioni con aziende.

Poteva diventare un passatempo remunerato, non ci ha pensato?
Sì, però avrei dovuto iniziare a fare anche i miei video in un certo modo. Sarebbe diventato più impegnativo. E, visto che la mia priorità rimane l’università, devo essere libero di farli come e quando voglio. Non sotto pressione. Poi, farne uno al giorno diventerebbe pesante per me e per gli altri. Uno o due a settimana sono più che sufficienti. Per lo meno fino a che continuerò a divertimenti e ad avere tempo.

Non è fatto per la vita da influencer. Come sta vivendo, invece, questo clima di apprensione generale per il coronavirus?
Con apprensione appunto. Sa, soffro di asma e mia mamma non mi permette di uscire da più di due settimane.

Sarebbe bello non dover cambiare autocertificazione ogni giorno perché tra un po’ dovremo uscire anche per comprare il toner della stampante

E, oltre a studiare, come occupa le sue giornate?
Mi tengo in forma in giardino, guardo video calcistici e serie tv.

Una che le è piaciuta particolarmente?
Sabrina.

Cosa le manca di più?
Vedere e stare con i miei amici. Le videochiamate non sono la stessa cosa. Poi da un anno non vivo a Caserta. Mi fa un po’ strano stare a casa dei miei genitori. Non che non mi trovi bene. Ma è strano appunto.

Quindi la prima cosa che farà quando ne usciremo sarà una rimpatriata dal vivo con gli amici?
Credo proprio di sì. Anche se penso ci sarà ancora molta paura e cautela per lo meno per qualche mese.

È molto giovane, ma, immagino, stia seguendo quello che succede in Italia anche a livello politico.
Tutto. Mi sembra che il governo stia facendo un grande lavoro vista la situazione d’emergenza. Chiaramente va fatto altro per le partite iva e le piccole aziende. Però dobbiamo lasciarli lavorare. Conte si sta impegnando al massimo.

Non mi dica che anche lei è un bimbo di Giuseppe Conte!
Assolutamente sì. Ecco, però, sarebbe bello non dover cambiare autocertificazione ogni giorno perché tra un po’ dovremo uscire anche per comprare il toner della stampante (ride, ndr).

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Caro Dylan, cosa vuoi dirci con Murder Most Foul?

Dopo otto anni, il cantautore americano torna con una nuova canzone. Sono 17 minuti che non finiscono mai e, al tempo stesso, in un soffio finiscono. Un viaggio nel Novecento, che parte dall'omicidio Kennedy per arrivare ai giorni nostri. Ma qual è il significato? Possiamo scervellarci ma sappiamo già che non ci arriveremo.

Che cosa vuole dirci Bob Dylan con Murder Most Foul, il suo primo pezzo inedito in otto anni, una canzone sola, circolare, ossessiva, non recente, nata chissà quando, ma tempestiva, ma nuovissima, lunga, una canzone sola, ma in realtà un ep, 17 minuti che non finiscono mai e in un soffio finiscono?

Cosa vuole dirci questo Caronte del 1963, anno del delitto più sordido, come da titolo, quello su Kennedy, un volo oscuro che attraversa la modernità del Novecento e arriva fino a noi, alla nostra psicosi da pandemia, e «state riguardati, state attenti, e che Dio vi benedica»?

Cosa vuole dirci Bob, forse che i tempi stanno cambiando, ma per non cambiare mai davvero? Che c’è sempre un trauma nella coscienza collettiva?

Che il Novecento è stato la somma di tutte le evocazioni, le citazioni, le allusioni di questa chilometrica canzone, la più infinita per Dylan. Mille e quattrocento parole, piano, violino e sospiri per dire che il Novecento è stato il secolo breve del furore, del motore, del rumore e della poesia. E gli anni Sessanta, i suoi anni, sono stati quelli della musica, e della poesia, e tuttora ribollono dei Beatles in arrivo, dell’Acquarius con le sue allettanti promesse epocali, delle orge da palco, Woodstock, poi Altamont e gli Stones, i Kennedy fatti fuori uno dopo l’altro, come rockstar cascano, e Tommy e i deliri acidi, e Marilyn, Keaton, Houdini. E poi il blues, Etta James, John Lee Hoker, il blues che è la culla di tutto così come l’Africa è la culla dell’umanità, Thelonious e Charlie Parker, Nat King Cole, ma poi Don Henley, Glenn Frey, Stevie Nicks, su e giù nel tempo, il suo tempo, il nostro tempo.

LA VOCE DEL NOVECENTO

E quel violino che tira le note, e quella voce che salmodia ed è la voce del Novecento: un ringhio, un ronzio, un motore. Suona Don’t Let Me Be misanderstood, suona per la First Lady, non sta tanto bene, suona Another One Bites The Dust. Suona il Novecento, Sam, suonalo ancora, che siamo figli suoi e non ce ne liberiamo, e proprio come le macchine di domani andranno a silenzio, a elettricità, e ci finiremo sotto nel silenzio spettrale che oggi ci ammazza, ci mancherà però la nostra colonna sonora del motore.

LA STORIA È UNA CATENA DI TRAUMI

E Dylan quel motore, quel rumore, è tutti noi e lo sa e ricorda. Ricorda l’omicidio di Kennedy e un viaggio supersonico per l’epopea di quelli come lui che hanno segnato il secolo e adesso, sulla soglia degli 80 anni, vengono a dirci che la storia è una catena di traumi, nessun anello mancante, formidabili traumi, guerre dichiarate, guerre fredde, guerre perse, pandemie. E silenzi che ti scavano, ti infettano, ti uccidono, silenzi perfetti e allora Bob Dylan apre il cassetto, tira fuori questa suite che non finisce mai e ti lascia intontito, ti riempie un pomeriggio desolato, tu e la tua mente deserta mentre cerchi di decifrare cosa cazzo vuol dirti Bob.

CARO DYLAN, SEI SEMPRE TU: INVADENTE E INAFFERABILE

Ma è già finita quest’inferno di canzone e allora la rimetti da capo, altri 17 minuti, le stesse parole che però dicono altro. Ah, Dylan: sei sempre tu, invadente e inafferrabile, «certo, certo che lo sappiamo, lo sappiamo chi sei», sei il nostro rompicoglioni prediletto, la nostra coscienza pulita e sordida e te ne freghi del Nobel. E, a 80 anni, pubblichi in digitale un brano solo sapendo che fa girare il mondo, oggi come sessant’anni fa. Dico 60, non ti sbagliare, credici pure, perché è la verità: «i Beatles stanno arrivando, ti terranno la mano», un bel giorno per vivere e morire, macellato come un agnello sacrificale, e domani è ancora Pasqua. Ma quale Pasqua, di non resurrezione, di clausura, di alienazione. E fuori i fiori rosa, fiori di pesco spuntano ma non per noi, pesci dentro i vetri delle nostre case.

CI RIMANI SOLO TU, BOB

E suonala ancora Bob, che oggi ci rimani solo tu. Ma oggi chi ce la tiene la mano, oggi che sbandiamo in una guerra che non conosciamo, tempo di mutaforma che fottono le genti, fottono i governi, mattoni e cemento, mattoni e cemento. Ecco il Novecento: canzoni in formato digitale, canzoni pubblicate e in un lampo globali, Cry Me A River, che crimine infame, però, suona Jerry Roll Morton, suona Lucille. Suona il Novecento che tanto non ne usciamo, suona questa ridda di spettri, questa libertà vigilata, sorvegliata dai droni e dagli spioni, dalle delazioni, da cartoni al posto di mascherine, da suoni di silenzio che accoltellano il cuore, «è quello che è, ed è il crimine più lurido».

POSSIAMO SCERVELLARCI SU COSA CI VUOI DIRE MA SAPPIAMO CHE NON CI ARRIVEREMO

Forse questo vuoi dirci, caro Bob, che la vita è quella che è, ed è tutta un crimine squallido, e qui nessuno cercava la tua voce di cornacchia, nessuno l’aspettava ma adesso che è tornata è una benedizione. Possiamo scervellarci su cosa ci vuoi dire e sappiamo già che non ci arriveremo. A niente arriveremo. È quello che è. Tu sei quello che sei. Ma è ancora bello farsi trasportare indietro, la tua poesia petulante vaneggiante piena di incognite, il piano e il violino e scie di piatti, non serve altro per volare via da questa epidemia. Chiudi gli occhi, metti la cuffia, spegni tutto e suonala ancora, Bob, che 17 minuti finiscono in un amen. «Fate attenzione, cercate di star bene, e che Dio vi accompagni».

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Gigaton, il ritorno al passato dei Pearl Jam

Dopo sette anni, la band sforna un disco che al primo ascolto sembra sperimentale e introspettivo. Ma che in realtà ripropone il loro modo di fare musica animato dalla smania di cambiare il mondo.

Da quanto tempo i Pearl Jam non sono più loro? Mai visto un gruppo rinnegarsi tanto in tutta la storia del grunge, quel fantastico esordio alla fine del 1991, Ten, era un miraggio, un disco di non canzoni, divagazioni allucinate, malate che partivano in tutte le direzioni.

Poi, una inesorabile normalizzazione, dapprima impercettibile quindi sempre più marcata, lo spartiacque fu, un lustro più tardi anni, No Code, disco sperimentale per eccellenza.

Anche il nuovo Gigaton è in fregola di esperimenti, ma attenzione: non è tutto nuovo quello che luccica. Sette anni che mancavano i Pearl Jam, quasi a dire da Bush Jr a Trump. Come se il lungo regno di Obama li avesse evirati dell’ispirazione, che nel loro caso fa rima con indignazione.

Piovono, oggi, nel pieno di una pandemia e hanno buon gioco nei loro messaggi sull’urgenza di cambiare mondo, vita, sui cambiamenti climatici, sul consumismo, tutte quelle faccende, a volte di buon senso a volte esagerate o lunari, che si ripetono sempre. Disco di allarmi, Gigaton, fin dal titolo: è la misura della quantità del distacco di ghiaccio ai poli. Lungo disco di inviti a regolarsi per non perire, quindi, al fondo, di speranza. Ma per cosa?

LA NOVITÀ STA NELLE VIBRAZIONI, NON NELLE CANZONI

Dodici tracce a coprire un’ora di suoni secchi e puliti, nitidi, opera del nuovo produttore Josh Evans, uno che nel mito di Ten ci è cresciuto, un 40enne; quanto a loro, i cinque di Seattle davvero non hanno più niente dei ragazzi emaciati e drogati di allora, sono maturi professionisti imbiancati, con gli occhiali, che dopo il delirio planetario hanno saputo risorgere da un brusco calo di attenzione proprio con questo lavoro, annunciato in largo anticipo e con una campagna pubblicitaria potente, nel segno di quel falso basso profilo che da sempre contraddistingue il gruppo. No, non è tutto oro questo sperimentare: lo potreste definire coraggio.

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E Gigaton, coraggioso, ambizioso lo è senz’altro, ma lo potreste definire anche disperato e a tratti confuso conato per non sparire. Le novità stanno nelle vibrazioni, nei suoni. Non nelle canzoni, che, idealmente sfrondate, restano classiche dei Pearl Jam, sì, ma quasi sempre della fase matura. Comprese le invettive politiche, tutto l’album è uno scontato lungo invito al disprezzo del parruccone pel di carota, certamente condiviso dall’intera band ma, di fatto, trainato dal cantante, Eddie Vedder, uno che si vede immancabilmente iscritto alla sacra armée benpensante degli altri parrucconi, i Bono Vox, gli Sting, i Boss. A suon di rock maturo o, come piace definirlo, “consapevole“.

L’ETERNA QUESTIONE SULL’ETÀ DEL ROCK

Il ritorno dall’oblio si annuncia con Who Ever Said, sostenuta, non particolarmente d’impatto, ascrivibile alla fase Binaural: ci sono tante chitarre, questo sì, perché Evans ne è un fan e ha inteso irrorarne l’intero album, per un Vedder salmodiante come non mai che invita a «imparare dagli errori»: e già si capisce cosa ci aspetta, moniti travestiti da rabbia; Superblood Wolfmoon che segue, rimanda sia nel nonsense delle liriche che nel tiro a certi echi di Vitalogy, è più dinamica, ricamata da un assolo inebriante, forse un po’ troppo scolastico per esaltare fino in fondo. Ma i Pearl Jam ormai sono dei vecchi lupi, dei mestieranti impeccabili e non potrebbero suonare in altro modo.

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Poi la famigerata Dance of Clairvoyants che sa di elettropop, di Talkin’ heads, e che Evans difende come testimonianza della assoluta libertà creativa dei musicisti, ma che, come primo singolo, ha scandalizzato parecchi tifosi; Quick Escape è un convulso viaggetto on the road, destinazione Nord Africa e Medio Oriente, alla ricerca di «un posto che Trump non abbia distrutto», sostenuto dalla chitarra ritmica e contrappuntato da tocchi di tastiera e stridori vari: non a caso cita Kerouac e anche qui abbiamo un lungo assolo, più anarchico, in stile Ten, come a voler ricordare a tutti un come eravamo che in realtà non è più, lasciando irrisolta l’eterna questione se il rock debba restare pericoloso, dunque adolescenziale almeno nello spirito, oppure se a un certo punto sia chiamato a crescere, a invecchiare anch’esso. Vero è che il tempo non aspetta nessuno e allora conviene confonderlo, riscrivendosi fin che si può.

Eddie Vedder (Getty Images).

LA TROPPA INTROSPEZIONE PUÒ SCIVOLARE NELLA NARCOSI

Alright è un canto quasi indiano, canto di ribellione, ballata d’atmosfera che insegue antiche suggestioni: parte sommessa, bradicardica, per ascoltare meglio il battito della solitudine, e poi…poi si estenua, senza evoluzione, lasciando qualche amaro in bocca; ne prende il posto Seven O’ Clock, che, col pretesto di citare i leggendari capi delle tribù dei nativi, si concede un gioco di parole sul “Sittin’ Bullshit“, che idiomaticamente viene a dire “stronzone seduto” e non c’è bisogno di scervellarsi per capire quale sia il destinatario (sta a Washington…): innervata di tastiere, suona come la tipica canzone militante di Vedder e trattiene ancora i palpiti (quanto è prolissa, però!). Finalmente Never Destination smuove le acque ed era ora, perché la troppa introspezione rischia di sprofondare nella narcosi: bello l’intreccio delle chitarre, a sfociare in un vero e proprio duello, di Stone Gossard e Mike McReady, anche se l’ispirazione forse cede alla maniera; Take The Long Way l’ha scritta il batterista Matt Cameron e vira sul (post) punk o sul grunge vintage, se preferite: è comunque uno dei momenti migliori, teso, senza troppi fronzoli e con un assolo di schegge di vetro.

COMES THEN GOES, OMAGGIO A CHRIS CORNELL

Buckle Up è invece un arpeggio alticcio di Stone Gossard e qui si coglie una delle specifiche del disco, le sue atmosfere che cangiano di continuo: un punto a favore, perché la musica può avere tutti i difetti del mondo ma se non conserva carisma è niente e Gigaton a suo modo, orgoglioso lo è, non ha paura di osare, sia pure in quel suo modo a volte furbo, oppure arzigogolato, che ai fan oltranzisti farà urlare di esaltazione mentre i tiepidi, gli scettici non ne saranno del tutto convinti. Tante idee appaiono accuratamente sfocate, e poi troppo forte resta il rimpianto per quell’esordio impossibile, così spaventosamente libero, di 30 anni orsono; Comes Then Goes, tutta acustica, dovrebbe essere l’omaggio per Chris Cornell: solo che un pezzo completamente acustico o è un capolavoro o è una palla e Vedder non è esattamente Nick Drake o Gram Parson, e neppure Springsteen, così come i Pearl Jam non sono i Rolling Stones di Beggar’s Banquet. Questione di tempi, di radici e anche di talento, questo sembra più un demo con una sola frase musicale, circolare, interminabile e tanto più noiosa.

SONO COME UN DON CHISCIOTTE SPOCCHIOSO E APPASSIONATO

Siamo entrati nell’ultima parte di questo prolisso album, tre ballate di fila a chiuderlo, nessuna delle quali memorabile: Retrograde – com’è impietoso il tempo anche per lei! – è carica di aspettative ma, più sermoneggiante che mai, evapora in una lunga dilatazione che si trasfonde nell’epilogo di River Cross, organo a pompa e infiorescenze di Genesis per l’ennesimo contropelo al «governo che prospera sul malcontento»: la messa è finita, andate in pace. Più parrocchia che rock, i Pearl Jam del 2020 sono ancora un don Chisciotte, spocchioso e appassionato, retorico e partecipe, ora irritante ora trascinante, che sale sul destriero e parte in tutte le direzioni, anche se non è ben chiara la meta: forse non c’è e questo è un viaggio che non finisce mai. Non deve. A chi ascolta la scelta: seguirli, a rischio di perdersi, o scendere qui. Ma Gigaton rimane comunque un bel disco. Non un capolavoro, ma il meglio possibile oggi per loro. E poi cosa sarebbe il mondo senza smania di cambiarlo, cosa sarebbe la vita senza la sua foresta di miraggi?

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La quarantena secondo Cristina D’Avena: «La musica come antidoto per l’ansia»

La cantante è a Milano con la sua famiglia. Ha paura, ma evade da questo senso di frustrazione tenendosi impegnata con i fan sui social, in cucina e guardando serie tivù. «Vorrei riuscire a trovare le parole giuste per confortare i miei amici medici e infermieri». L'intervista.

Cristina D’Avena non si vergogna ad ammettere che il coronavirus le fa paura. «Sono in ansia. Vivo reclusa con la famiglia e seguiamo le notizie ogni giorno», mi dice.

Eppure la sua voce non perde quel non so che di rassicurante e vivace a cui le sigle che canta ci hanno abituati. «Sono a Milano con la mia famiglia, rispettiamo le regole in modo da ridurre il rischio di contagio, ma la situazione è paradossale», spiega.

La sensazione della cantante è quella di chi dalla sera alla mattina si ritrova in un tunnel buio: «Cerco di barcamenarmi sperando di vedere in fondo la luce. Perché sono certa che ci sia. Bisogna solo trovarla». A darle speranza sono i dati sui contagi e i decessi degli ultimi giorni, ma non è facile.

TRA SERIE TIVÙ E FORNELLI

Il suo antidoto per evadere da questo senso di frustrazione è tenersi occupata: «Avrò sistemato l’armadio quattro o cinque volte», racconta ridendo mentre fa la lista di tutte le altre cose che le riempiono la giornata. «Scrivo. Leggo. Penso a nuovi progetti. Faccio tante videochiamate». E poi, da quando ha scoperto di avere una collezione di libri di ricette, cucina. Le chiedo se si sente pronta per Masterchef o qualche altro cooking show, ma non mi sembra convinta. Però la televisione la guarda. Le piacciono molto le serie tivù, meglio se thriller. «Adesso sto guardando The Outsider: è un po’ lenta, ma mi appassiona. Poi mi sto portando in pari con The good doctor e La casa di carta».

NON SOLO SIGLE DI CARTONI ANIMATI

E la musica? Da quello che mi dice non manca mai. Nella sua playlist ci sono artisti italiani come Tiziano Ferro, Antonello Venditti, Renato Zero, ma anche nomi più inaspettati come Enya. O ancora dj del calibro di David Guetta e Bob Sinclair: «Sinclair mi fa impazzire, lo metto sempre quando ho voglia di ballare».

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La cantante Cristina D’Avena.

DOMANDA. Se Cristina D’Avena non va alla discoteca è la discoteca che va da Cristina D’Avena. E i vicini non si lamentano?
Ormai sono abituati. Pensi che una di queste sere ho cantato col microfono «Ciurma, andiamo tutti all’arrembaggio, forza!» (intona la sigla All’arrembaggio, ndr) alle 23.30.

Col microfono?
Stavo facendo una diretta con i miei fan. Credo sia giusto fare loro compagnia in questi giorni di isolamento. Loro la fanno a me. Almeno alterniamo l’informazione alla spensieratezza. Poi sa, mi dispiace per tutti quei ragazzi che avevano preso i biglietti per i miei concerti, che avevano chiesto le ferie, programmato voli e spostamenti magari facendo sacrifici. E da un momento all’altro si sono visti cancellare tutte la date previste.

Non solo i concerti annullati, ma anche la quarantena.
Infatti, magari anche da soli. Per questo provo a regalare a loro qualche momento di leggerezza. Cantiamo tutti insieme. Ognuno da casa propria. O per lo meno questa è l’impressione che io ho durante questi incontri virtuali. Perché la musica arriva ovunque. Anche in questa situazione.

Lo testimonia anche l’iniziativa dei balconi canterini. Lei partecipa?
Dove mi trovo io ci sono davvero poche abitazioni. Ci sono soprattutto uffici. È una zona molto silenziosa. Però quest’abitudine mi piace tanto. Penso sia utile. A volte davvero non sappiamo nemmeno il nome di chi vive nel nostro palazzo e in questo modo abbiamo la possibilità di conoscerci. Sa, i social sono tanto utili (come stiamo vedendo in questi giorni), ma alla fine spesso ci allontanano.

Non l’allontano però dai suoi fan dicevamo. Di che cosa parla con loro?
Di tutto. Anche di come stanno vivendo la quarantena. Per molti è davvero difficile.

Vorrei trovare le parole per confortare i miei amici medici e infermieri

Cosa le dicono?
Molti vivono in case molto piccole, senza magari determinati comfort. Certo l’emergenza c’è. E dobbiamo aiutare chi ci aiuta.

Medici e infermieri?
Ne conosco diversi e quando mi raccontano quello che vivono quotidianamente non riesco a non piangere. Mi sento a disagio perché vorrei confortarli, ma non riesco a trovare le parole giuste. Mi sembra tutto riduttivo. Quindi finisce che li faccio sfogare e li ascolto piangendo.

Forse è spaventata anche per quello che le dicono loro. Non esce nemmeno per fare la spesa?
Andiamo a turno, ma il meno possibile. Peccato che ormai non si trovi mai tutto ciò che ci serve e che gli acquisti online abbiano delle tempistiche di consegna molto dilatate.

È riuscita a trovare le mascherine?
Fortunatamente le ho prese un po’ di tempo fa. E, siccome sono ormai introvabili, le teniamo disinfettate.

Come giudica l’azione del governo in questa situazione d’emergenza?
Non vorrei essere al loro posto. Non è facile. Io non me la sento di esprimere un’opinione in merito. Non credo di avere le competenze per farlo.

Stiamo riscoprendo il valore degli affetti e del contatto fisico che forse davamo per scontati

Ci cambierà quest’esperienza?
Credo di sì. Forse lo sta già facendo.

Come?
Stiamo riscoprendo certe cose che davamo per scontate. La famiglia, la casa, gli affetti, il senso di comunità. E il contatto fisico. Pensi agli abbracci, i baci, la stretta di mano. A me mancano tantissimo gli abbracci dei fan.

Diventeremo anche più patriottici?
Io credo di sì e magari al posto di andare all’estero (io lo faccio poco perché ho paura dell’aereo) visiteremo i luoghi del nostro Paese. Dobbiamo iniziare a valorizzarci ed essere uniti tra di noi.

Cosa farà appena finirà la quarantena?
Chiamerò tutte le persone a cui voglio bene e cercherò di vederle tutte. E poi io amo molto camminare all’aria aperta.

Per salutarci ci consigli uno dei cartoni di cui ha cantato le sigle che dovremmo recuperare durante questo periodo di reclusione.
Pollyanna perché è un personaggio sempre positivo e ottimista. Ritrova sempre il sorriso.

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Mina, 80 anni di un mito atemporale

Nel panorama creativo c'è la meteora, la cicala che canta una sola estate. C'è chi vivacchia sull'onda di un successo, e dopo tira a campare. E poi i bravi, che si difendono, si amministrano quanto possono, poi s'arrendono. Salendo nella massima serie ci sono i campioni, le campionesse buoni, ottimi per tutte le stagioni. Poi c'è lei.

È sempre il tempo di Mina. Ottant’anni senza età, e pare incredibile: lei ha smesso d’invecchiare da giovane, quando scomparve dopo l’ultimo concerto del 1978 alla Bussola. Una sola frase: «Mai più». Mina e non più Mina.

Da allora, s’amministra. Vive nel tempo senza tempo, cavalca epoche, rilascia ologrammi di sè. Mina è un eterno Techetechetè che conferma la fatale percezione: di Mina mai più un’altra, quella che c’è sarà per sempre. La migliore di tutti, la migliore in tutti i sensi e a dispetto delle epoche vederla, ascoltarla è esperienza che travolge gli oceani d’inchiostro, i deserti di parole versati su di lei.

Difficile aggiungere qualcosa, eppure proviamoci, partendo dalle intriganti percezioni che confessò Luca Goldoni: quella silhouette sinuosa ed elastica, un anno filiforme al limite dell’allarme, quello dopo rotondetta abbastanza da indurre turbamento, poi di nuovo eterea, tutta acconciatura su nei, e così via per la carriera intera; sulle doti, a che pro infierire quando Louis Armstrong la definiva «la più grande cantante bianca del mondo» (e Renzo Arbore chiosava: «Nera, no; bianca, sì»)?

UN GRANDE SUCCESSO MA SENZA PRENDERSI MAI TROPPO SUL SERIO

Quel che appare dai nostri personalissimi Techetechetè suggerisce tuttavia pensieri laterali: una modernità della ragazza che è atemporalità, la perfetta padronanza di sé, del mezzo e della circostanza, per esempio a tu per tu con un malizioso Sandro Ciotti: «“Ma che cattivo che sei». Si dirà: ma erano tempi sfacciati, anche le altre non scherzavano, prendi una Patty Pravo. Sì, ma Patty, come chiunque altro, voleva esserci, voleva piacere, imporsi, Mina non pareva preoccuparsene affatto, come chi si dà per scontato (il genio, diceva Goethe, presuppone la coscienza di esserlo).

Mina nel 1961 (foto LaPresse).

Con Ciotti, Mina non gioca alla femme fatale, gioca di rimessa, un catenaccio insidioso che sfocia in contropiede: già aveva sfidato, e vinto, i benpensanti, la morale chiesastica, coi suoi legami discussi, il primo figlio che prescindeva da calcoli di bottega. Salvo presentarsi così, a buriana chetata: «Io domando a voi: vi sono mancata?». Certo, Mina sa come manipolare i media: ma sia chiaro che, quando li manipola, vuole dimostrarlo; ci mette un sovraccarico d’ironia. Il suo livello più sottile, invece, qui la sua atemporalità, cova in quell’apparente sottrazione, quello schermirsi sull’argine dello schernirsi, del non prendersi sul serio, ma per finta. Totalmente a suo agio, completamente brava, brava, brava anche quando non canta.

CI SONO I CANTANTI DI SUCCESSO, I CAMPIONI: POI C’È MINA

Altra spia d’eternità: si ripete sempre, per lei come per ogni prodigio artistico, che non patisce i calendari, cioè la sua arte rimane. Un momento. Nel panorama creativo, specialmente della musica convenzionalmente definita “leggera”, ci sono vari gradi di epifania. C’è la meteora, la cicala che canta una sola estate. C’è chi vivacchia sull’onda di un successo, e dopo tira a campare. E poi i bravi, che si difendono, si amministrano quanto possono, poi s’arrendono. Salendo nella massima serie ci sono i campioni, le campionesse buoni, ottimi per tutte le stagioni. Poi c’è Mina. Che, come Lucio Battisti, è buona per ogni stagione. Mina non è mai quella di prima; allo stesso modo, ha il dono d’incarnare (come Lucio, e in Italia come nessun altro) le mutazioni fisiche di una società gattopardesca alla rovescia, che forsennatamente cambia nell’apparente stagnazione.

Tra un soffiar di mille bolle blu e un musicarello ci accompagna nell’onda lunga del boom, poi dello sboom

Se uno vuol capire cos’era il boom della fine dei ’50, deve ascoltare Mina ragazzina, quelle prodigiose accelerazioni vocali, sintomo d’una gran fretta solare, di un passaggio storico irripetibile; già nella decade successiva lei matura, cambia l’approccio, la sua voce è quella, esplosiva ma più sorvegliata, di una consapevolezza ora gioiosa, ora già più problematica, perfino dolente; tra un soffiar di mille bolle blu e un musicarello ci accompagna nell’onda lunga del boom, poi dello sboom, dal Carosello di geniali pubblicità di pupazzetti affettuosi ai primi stridori contestatari che introducono una crisi che si autoadempie; nei conseguenti Settanta, la divina mimesi di Mina assume sfumature di benessere acquisito e un po’ stanco, claustrofobico, sa di ficus in appartamento, di città vuota non per amore ma per fantozziana sincope, di domenica alienante, mentre i fantasmi degli amori danzano lugubri, irridenti quasi (coi tempi, cambiano le “problematiche” e, soprattutto, gli autori).

Mina nel 1967 (foto La Presse).

A quel punto la diva è già leggenda, tra pop, bossanova e jazz riveste ogni autore, non si nega una sfida, pronta all’apologia che sorge dal gran rifiuto dopo l’ultimo concerto alla Bussola (c’è sempre una Bussola nel destino di Mina: per cominciare, per finire…). Il suo decennio rampante, “da bere”, annuncia un nuovo livello di sofisticatezza, un altro modo di cantare, inarrivabile e sfuggente e ancora, nella sua latitanza, una platea di ascoltatori può rispecchiarsi nella voce. Lei si protende nel futuro senza più corpo, incombente assenza, peso impalpabile della Storia. Così sempre più nel domani – indietro lei non torna.

UN’ARTISTA VISTUALE PRIMA DELL’AVVENTO DI INTERNET

Mina diventa virtuale prima della virtualità della Rete, c’è ma non c’è, manca ma insiste di più, riaffiora opinionista sul filo di inevitabili qualunquismi, mentre i dischi scorrono, non lasciano le tracce di prima; eppure non la logorano le incursioni nella nuova musica d’autore, non sempre capita, non sempre resa al meglio, non la penalizzano le insopportabili leggerezze pubblicitarie, non la minano quegli eterni ritorni con Celentano. Mina celebra i sessant’anni di carriera, gli ottanta di vita fuori categoria: da sempre, da subito fa corsa su se stessa e alla fine smette di correre; come Mariolino Corso, interviene se ne ha voglia, quando ne ha voglia, basta un gesto per mettere in circolo una foglia morta così come muore un dolore. E questa non è una biografia in pillole, per l’amor di Dio, ma solo la testimonianza di uno stupor mundi che non passa ogni volta che Mina riaffiora. Fin da un disperso 1958, quando alla Bussola salì per gioco e non la facevano più scendere, lei nata per cantare, per quelle accelerazioni da Ferrari, e poi subito gli “Happy Boys”, e poi Baby Gate, e poi e poi e poi… e poi.

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La paura per il coronavirus raccontata con le canzoni

Si aprono davanti a noi scenari apocalittici, da guerra. E in questo inverno circolare in cui ci ha fatto piombare l'epidemia, anche i versi scritti per tutt'altro prendono un significato diverso e inevitabile.

There’s a blood red circle/On the cold dark ground/And the rain is falling down/The church door’s thrown open/I can hear the organ’s song/ But the congregation’s gone (c’è un cerchio rosso sangue/sulla nuda terra fredda/viene giù pioggia/la porta della chiesa è aperta/si sente un organo suonare/ma i fedeli non ci sono) (My city of Ruins, Bruce Springsteen, 2000).

Tutte quelle canzoni, scritte per tutt’altro, scritte per l’amore che finisce, per la fortuna che finisce, adesso prendono un significato diverso e inevitabile.

Il senso di una paura indefinibile, qualcosa che non basta stare a casa, non respirarsi addosso. Qualcosa che non avevamo conosciuto ma a chi ci ha messo al mondo ricorda scenari apocalittici, di sirene che suonano, e stormi di uccelli di ferro che cacano bombe, e rifugi, e coprifuoco.

UNA PAURA CHE È EPIDEMIA NELL’EPIDEMIA

Tutto avevamo visto, immaginato, aspettato, non questa paura dal nome assurdo, coniato appena ieri e già logoro, epidemia nell’epidemia che passa di bocca in bocca. Il coronavirus evoca misteri ancestrali, voli di pipistrelli, pasti di pipistrelli, mutazioni genetiche e poi il deserto. Non c’è anima che passa da qui/Nelle strade c’è silenzio/Non si vede luce/Tutto ciò che resta immobile/Fragile/Anche l’orizzonte vita non ha/Non c’è scorrere del tempo/Tra le porte chiuse/Sembra di sentire un gemito (La Città Fantasma, Decibel, 2018).

LA PRIMAVERA SI È TRASFORMATA IN UN INVERNO CIRCOLARE

Che primavera è mai questa? Con il chiarore che filtra sempre più presto e gli alberi che quasi fremono nell’attesa del risveglio e gli uccellini che cantano come da un milione di primavere fa. Ma questa volta, questa volta tutto è congelato in un inverno circolare, non aspettiamo niente, non ci accorgiamo di niente.

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Troppo presi a preoccuparci, giustamente. Troppo storditi da notizie sempre nuove e sempre peggiori. È persa questa primavera e una primavera sprecata non torna, è un’occasione di gioia in meno che rimane. La vedremo passare davanti alla finestra, malata anche lei, gravida di vibrazioni morte, pronte a ghermirci. Divisi fra noi, separati fra noi. Alienati e sconfitti.

IL MORBO LASCERÀ UNO SFINIMENTO CONDIVISO

Pericolo di contagio/Che nessuno esca dalla città/Guai a chi s’azzarda/A guardare laggiù/Oltre quel muro/Oltre il futuro/L’epidemia che si spande/L’isolamento è un dovere oramai/Dare la mano è vietato, se mai/Soltanto un dito e l’errore punito sarà… (Contagio, Renato Zero, 1982).


A fare paura non è solo il morbo: è di più la stanchezza, la sconfitta che porta con lui. Questo non è un Paese felice. Zavorrato da mille malattie, incertezze, impedito da se stesso. È una trave a pieno carico dove si posa l’irrilevante peso di un virus e la schianta. Quando tutto sarà finito, perché presto o tardi tutto finirà, non saranno solo le conseguenze economiche, già immani da sole. Sarà molto di peggio, un senso di sfinimento condiviso, una depressione sociale che durerà tanto di più, che penetra nei geni come e peggio del coronavirus e lì di antidoti non ce n’è, bisogna ripartire, come dopo una guerra, ma allora c’era un sogno di libertà che rideva in cuore dopo 20 anni di dittatura. Domani ci saranno solo macerie delle nostre paure, dei nostri comportamenti sconsiderati, dell’avventurismo di chi doveva decidere. Macerie di noi, su di noi.

Bisogna ripartire, come dopo una guerra. Ma allora c’era un sogno di libertà che rideva in cuore dopo 20 anni di dittatura. Domani ci saranno solo macerie delle nostre paure

Anche il resto vorrei sapere/Questa scatola per ricordare/Perché non parla più con me/Perché aggiustarla non so/Chissà se altre ne troverò/Capisco quelle voci per metà/Ma doveva essere grande una città/Quel tempo di tanto tempo fa. (Prima Della Guerra, Eugenio Finardi, 1981).

CHI SI CREDE PIÙ FURBO DELLA REALTÀ

Dove vanno tutti? Dove sciamano, gregge scemo e sbandato, che assalta le stazioni, i treni verso il Sud, che evade da se stesso e diventa focolaio? Dove credono di fuggire credendosi più furbi della realtà? Ma non vedete che tutto si sfalda, ospedali, carceri, sale del potere, discoteche e palestre, e tutto resta in attesa di umanità che invece fugge, che s’inchioda all’incertezza? Non vedete che così spopolate le vostre vite?

TUTTO È VUOTO, COME LE NOSTRE CITTÀ

Le luci bianche nella notte/Sembrano accese per me/E’ tutta mia la città/Tutta mia la città/Un deserto che conosco… (Tutta mia la città, Equipe 84, 1969).
Che anno è? Che primavera è, che Festa della Donna è mai questa, disertata, negata occasione di sorrisi, di luoghi comuni, di tenerezze, di amicizia, di polemica, di tutto ma almeno festa che introduce la primavera? E invece tutto è vuoto. Vuoto come la primavera che arriva. Vuoto come dentro di noi. Vuoto come le nostre città.

Ma so che la città/Vuota mi sembrerà/Se non torni tu. (Città Vuota, Mina, 1965).

UN INCUBO CHE SA DI MILLENARISMO MAGICO

E nelle notti senza voci è un attimo guardare in alto, a quel disco latteo e mormorare: perché? Dimmelo perché. E anche il latrato di un cane adesso mette paura, una paura diversa. Una paura sconosciuta che sa di punizioni divine, di millenarismo magico, di cose che non si capiscono, di incubi che ti svegli e non passano, diventano l’unica realtà. Tu che stai lassù nel buio, e splendi beffarda, dimmelo perché. La quinta luna/Fece paura a tutti/Era la testa di un signore/Che con la morte vicino giocava a biliardino/Era velato ed elegante/Né giovane né vecchio/Forse malato/Sicuramente era malato/Perché perdeva sangue da un orecchio. (La Settima Luna, Lucio Dalla, 1978).

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