La voce umana: la viola

Questa sera, alle ore 20.30, il violista Simonide Braconi si esibirà in duo col fratello Monaldo al pianoforte presso la Sala San Tommaso in cattedrale, ospiti dell’Associazione Culturale Arechi

Di OLGA CHIEFFI

Sarà una delle prime viole del Teatro alla Scala di Milano, Simonide Braconi, in duo con il fratello Monaldo, pianista, ad inaugurare il 2020 dell’Associazione Culturale Arechi, presieduta dal violista Sergio Caggiano. L’appuntamento di questa sera, nella Sala San Tommaso del Duomo di Salerno, alle ore 20,30, prevede l’esecuzione delle più belle gemme della letteratura violistica. Il programma si aprirà con la Sonata in la minore D 821 detta “Arpeggione” di Schubert, composta nel 1824.  L’arpeggione, chiamato con maggiore precisione chitarra d’amore, era uno strumento derivato dalla viola da gamba fornito di sei corde nelle tonalità di mi, la, re, sol, si, mi e di una tastiera intagliata, che fu inventato a Vienna da Johann Georg Stauffer ed ebbe una certa diffusione per merito del violoncellista Vincenz Schuster. In fondo l’arpeggione, a metà strada tra la viola pomposa di derivazione barocca e il barytone, scomparve nell’Ottocento con la diffusione del violoncello.Tale Sonata ubbidisce allo schema classico in tre movimenti, improntati ad una linea schiettamente melodica e di estrema eleganza. Il primo tempo (Allegro moderato) ha un andamento piacevole e leggermente malinconico; il tema annunciato dal pianoforte ritorna più volte e viene variato con spunti virtuosistici dalla viola, il cui suono si dispiega in una serie di modulazioni carezzevoli tra il maggiore e il minore. L’Adagio nella tonalità di mi maggiore è intriso di un lirismo dolce e morbido, molto contenuto nella sua cantabilità. L’Allegretto finale è un ritmo di danza viennese in tempo di rondò; il divertissement è imbevuto delle caratteristiche armonie schubertiane ed ha il sapore fragrante di una musica «casalinga» e suonata per pochi intimi, all’insegna della più schietta e cordiale amicizia.Questa composizione oscilla tra cantabilità e virtuosismo, che con un’apparente scorrevolezza spensierata riecheggia di malinconia di fondo.La serata proseguirà con Elegia e Capriccio composti dallo stesso Braconi. Qui saranno evidenziate coerenza stilistica interna e compitezza d’intenti, di chi oltre all’esecuzione strumentale si è appropriato del tessuto musicale Seguirà l’Elegia op. 30 di Henri Vieuxtemps, prima composizione che il celebre violinista dedica alla viola: catturando all’istante il canto languido che s’alza sopra gli accordi del registro pianistico centrale, mentre le ripetizioni del tema spingono l’arco agli estremi della tessitura mentre proliferano le fioriture di accompagnamento. Concluderà il concerto la Sonata op. 147 di Dmitri Shostakovich. La pagina sfrutta tutte le risorse tecniche e dinamiche della viola e ha una notevole carica spirituale. L’Andante iniziale, in cui si intravede una forma-sonata non rigorosa, si apre con una figurazione di pizzicati della viola. Il secondo movimento è caratterizzato dal contrasto fra le figurazioni puntate e i passi legati, in tonalità prevalente di si bemolle maggiore. Si alternano momenti brillanti e virtuosistici con passi cantabili e parte del materiale proviene direttamente dall’incompleta opera I giocatori. L’ultimo movimento porta una carica emozionale significativa, permeata dalle tematiche del trascorrere del tempo e della morte. Con alcuni elementi come gli arpeggi del pianoforte, il movimento richiama, con uno stile citazionale comune nella tarda produzione dell’autore, i motivi ritmici della Sonata op. 27 n. 2 di Beethoven, sovrapposti al materiale tematico già sentito nei movimenti precedenti, un chiaro omaggio al genio tedesco, da parte di Sostakovich e del duo, nell’anno celebrativo della nascita.

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Gran Varietà al delle Arti con il duo Lopez-Solenghi

Dopo l’intenso Pirandello di Leo Gullotta, il cartellone firmato da Claudio Tortora presenta nel week-end lo spettacolo del duo di showmen coadiuvato dalla Big-Band Jazz Company diretta da Gabriele Comeglio

Di Olga Chieffi

Il vero comico è colui che ti sa far vedere le proprie storture senza farti sentire giudicato né tantomeno condannato e loro questo pregio ce l’hanno. In un’ottica di varietà ed ecletticità, grande energia, sabato alle ore 21 e domenica alle ore 18,30, saranno ospiti del teatro delle Arti, Massimo Lopez e Tullio Solenghi, per una serata spensierata, dopo l’intenso Pirandello regalato da Leo Gullotta. Massimo Lopez e Tullio Solenghi tornano insieme sul palco dopo 15 anni come due vecchi amici che si ritrovano, in uno Show di cui sono interpreti ed autori, coadiuvati dalla Jazz Company del maestro Gabriele Comeglio, che vanta grandi solisti, per dirne uno la tromba sopra le righe di Emilio Soana. Ne scaturirà una scoppiettante carrellata di voci, imitazioni, sketch, performance musicali, improvvisazioni ed interazioni col pubblico. Tra i vari cammei, l’incontro tra papa Bergoglio (Massimo) e papa Ratzinger (Tullio) in un esilarante siparietto di vita domestica, e poi i duetti musicali di Gino Paoli e Ornella Vanoni, e quello recente di Dean Martin e Frank Sinatra, che ha sbancato la puntata natalizia di “Tale e Quale Show”. In quasi due ore di spettacolo, Tullio e Massimo, da “vecchie volpi del palcoscenico”, si offriranno alla platea con l’empatia spassosa ed emozionale del loro inconfondibile “marchio di fabbrica”. Così, il pubblico sarà al centro di un coinvolgimento emotivo che toccherà il suo apice nel ricordo di Anna, due minuti di commozione pura, anche se i suoi due ex compagni di giochi Tullio e Massimo la sua presenza in scena la avvertono per tutte le due ore di spettacolo. Ardimentoso e sempre complesso è proporre canzoni in uno show teatrale. Il più delle volte, si rischia di spezzare il ritmo in scena in una sorta di micro unità e mettere a dura prova l’attenzione degli spettatori. A Lopez e Solenghi va il merito di creare una linea temporale, coesa e fluidamente strutturata fra performance canore e brani di prosa: nello sketch su Sanremo l’omaggio coatto e insistente di Modugno (Lopez) interrotto da occasionali intermezzi spazientiti di Baudo (Solenghi). Ancora più emblematica è la sfida fra “classico e moderno”, in apertura di spettacolo: polemicamente proposta dai due amici: meglio Michael Bublé o un caro e vecchio Amleto di repertorio con tanto di toupet di scena mantello e teschio? Al pubblico l’ardua sentenza.

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Chi è Jader Bignamini, nuovo direttore dell’orchestra di Detroit

Originario di Crema, 43 anni, è stato scelto da una delle più antiche orchestre sinfoniche d'America. Prenderà il posto del decano Leonard Slatkin.

Da Crema a una delle più antiche orchestre sinfoniche d’America: l’italiano Jader Bignamini è stato nominato nuovo direttore della Detroit Symphony Orchestra. Bignamini, 43 anni, è attualmente anche direttore residente dell’Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi. A Detroit prenderà il posto del decano Leonard Slatkin, costretto a ritirarsi per un’operazione al cuore nel 2018. Il suo contratto durerà sei anni.

«Scegliere un direttore d’orchestra noto soprattutto per l’opera e non molto conosciuto negli States», scrive il New York Times dando la notizia della nomina, «è abbastanza un rischio per questa orchestra. La Detroit Symphony ha iniziato l’ultimo decennio con un doloroso sciopero e da allora ha lavorato per risollevarsi, così come la città che la ospita. Ma negli ultimi tempi la stella di Bignamini sta crescendo».

Nato a Crema nel 1976, Bignamini ha iniziato la sua formazione musicale studiando clarinetto al Conservatorio di Piacenza. Negli ultimi anni la sua carriera ha fatto un salto con una serie di lavori alll’estero, a partire dalla Metropolitan Opera fino alla Vienna State Opera e alla Dutch National Opera. Amante del jazz, ha fatto sapere di volerne esplorare la scena nei locali della città nel Nord degli Usa. «C’è stato amore a prima vista con l’orchestra», ha commentato il maestro in un dichiarazione per la stampa. Stephen Molina, un bassista membro del comitato di selezione per il nuovo direttore, ha confermato che «la connessione immediata con i musicisti è stata unica».

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Perché la 70esima edizione di Sanremo rischia di essere un flop

Un Festival che scoppiato ancora prima di cominciare. Dove tutti girano a vuoto e di artisti veri se ne scorgono meno ancora del solito. Anche le polemiche hanno già stancato. Mentre sullo sfondo le faide Rai continuano a regnare sovrane.

Ma che strano questo Sanremo incombente, doveva essere la festa scintillante di settant’anni del costume, di storia canzonettistica nazionale e invece si tradisce ogni giorno di più nella cronaca di una morte annunciata. Nasce storto, stentato: di tutto si parla fuorché delle canzoni, di tutto e di più si litiga e la sensazione è che questa volta non siano polemiche cercate ma orrendamente subìte.

Perché Sanremo è Sanremo, ma – quante volte l’abbiamo già scritto – Sanremo è anzitutto politica, ergo Sanremo è Rai, e quindi si rifluisce alla politica, quindi Sanremo è televisione, idem come sopra, di poi Sanremo è spettacolo, in fondo, ma solo in fondo, Sanremo è musica, è canzoni, è artisti: la ragione sociale s’è ridotta, come non mai, all’olio che lubrifica il motore. Ma il motore grippa, gira a vuoto e l’olio pare già da cambiare ancor prima di partire.

Ma che brutto questo Sanremo in cui, scusate il francesismo, nessuno sembra capire un ca**o sul da farsi; perché Sanremo, sembra assurdo, è la camera di compensazione della politica e a questo giro deve scontare il riciclo del potere in Rai, con l’ad Fabrizio Salini, ormai sfiduciato dal consiglio d’amministrazione, che fa il due di coppe a briscola quando comanda bastoni, lui voleva Alessandro Cattelan ma gli hanno imposto il nasone Amadeus; con il presidente Marcello Foa che conta ancor meno di una scartina e gira a vuoto e s’incazza a vuoto sui rapper misogini; con il nuovo direttore di Rai 1, Stefano Coletta, appena arrivato in rimozione della Teresa de Santis in quota leghista ma troppo vergine per poter dire la sua.

SANREMO SCHIAVO DELLE FAIDE POLITICHE DELLA RAI

Nel vuoto dei poteri i vuoti hanno potere, comandano, e si mormora, ma è un mormorio di cascata, non di bosco, che il potere vero ce l’abbia il manager Lucio Presta, renziano di ferro (o magari è Matteo Renzi ad essere prestiano di ferro), al suo gran ritorno al potere sanremese dopo le stagioni del rivale Beppe Caschetto prima, e del superimpresario Ferdinando Salzano poi. E il mormorio maligno vuole Amadeus, della scuderia di Presta, poco più di una marionetta nelle mani del manager; pettegolezzi a livello foyer dell’Ariston, sicuro, ma è un fatto che finora il povero conduttore non ne ha imbroccata mezza e lasciamo pur stare le frasi, più o meno infelici, sulle belle donne che stanno un passo indietro, quelle volendo lasciano bava di polemiche che evapora al sole degli spot.

La Lega che chiede la pelle di Salini, questi la vende cara, uno squallore

Fatto è che Amadeus annuncia Madonna, e quella manco risponde; annuncia Monica Bellucci, e quella declina; annuncia Giorgina, di professione fidanzata di CR7, e quelli fanno sapere che per la mancia di 50 mila euro manco s’alzano dal letto; annuncia Salmo, e quello fa valere chissà quali scrupoli di coscienza; annuncia Ultimo, e adesso pure quello sta lì lì per ripensarci. Alla fine, tocca contentarsi di Antonella Clerici, tanto per restare in famiglia. Perché la Rai è una grande famiglia, se non lo sapete.

Il Teatro Ariston.

E intanto, sulla pelle della farfalla Junior Cally, uno che ieri voleva squartare Gioia, l’amica «troia che beve e ingoia», ma già domani, vedrete, sarà normalizzato a livello parrocchia, perché, se non lo sapete, funziona così, si nasce violenti e si muore sagrestani dell’Ariston (citofonare Piero Pelù); sulla pelle di questo bambascione che Mogol, lucidissimo, ha trovato modo di paragonare a Jimi Hendrix, senza badare a quel che Hendrix e gli altri grandi misogini del rock hanno costruito prima e dopo e dentro le loro liriche crudeli; sulla pelle di questa mascherina caduta, si giocano le solite faide in Rai, la Lega che chiede la pelle di Salini, questi che la vende cara, uno squallore. Un casino. Altro che l’amica Gioia che beve e poi ingoia.

IL FESTIVAL DOVEVA DAR PROVA DI VITALITÀ E RIPARTE DA RITA PACONE

Ma che cupo questo Sanremo senza senso apparente, che doveva dar prova di vitalità musicale e alla fine siamo sempre lì, la vitalità riparte da Rita Pavone, che con rispetto parlando è in pista da 60 anni e, d’accordo, la devi pur lasciar vivere anche lei, ma come nuova proposta è un po’ curiosa; dai soliti soprammobili dell’Ariston, i Masini, gli Zarrillo, volendo pure le Vibrazioni, che potranno pure scrivere in bella calligrafia, ma ormai usano il calamaio; dagli indie addomesticati, la Levante, i Pinguini Tattici Nucleari, che all’attivo hanno un nome cretinetto e poco più; dalla solita manciata di miracolandi scartati dai talent, tipo Enrico Nigiotti, e da chi il talent l’ha vinto, come Anastasio, sul quale pesa il macigno di un lancio definitivo da un palco che potrebbe anche baciarlo a morte.

Le gaffe di Amadeus paiono figlie dello sbando in Rai e inducono tristi presagi

Infine, da quelli che, con un paio di successi infantili, sono già in odor di stantio, come Francesco Gabbani o Achille Lauro; della solita quota De Filippi, immancabile; del reducismo degli Elodie o i Morgan con Bugo, sai che libidine. E allora non può stupire che, forse per carità di festival, che di canzoni non parli nessuno e tutto si concentri sulle allucinanti, grottesche, noiose diatribe della politica sciacallesca e paranoica. O sulle gaffe di Amadeus, che paiono proprio figlie dello sbando in Rai e comunque inducono tristi presagi fin dall’agghiacciante spot ufficiale, il piccolo Amedeo che cresce con Sanremo nel cuore finché non lo raggiunge. Ma per favore.

QUESTO SANREMO SEMBRA GIÀ SCOPPIATO PRIMA DI COMINCIARE

Ma che assurdo Festival questo dei settant’anni, arteriosclerotico anzi che no, dove di artisti veri se ne scorgono meno ancora del solito aggrappato al nasone di Amadeus che tutti aspettano al varco e al fondoschiena turbo dell’ereditiera Elettra Miura Lamborghini, profetessa della riccanza, la “queen twerking”, che sarebbe muovere oscenamente le chiappe, immortale voce di Pem Pem e questo è tutto il suo ragguardevole curriculum.

E l’ereditiera in Innamorata di un altro cabron porta una perla d’autore che dice: «Mi piace la musica fino al mattino faccio un casino lo stesso ma non bevo vino ridi cretino la vita e’ corta per l’aperitivo». «Una canzone molto importante per me, mi rappresenta in pieno», ha spiegato Miura. Sì, ci crediamo. Però che triste Sanremo, questo dei 70 anni, che capitano una volta sola ed è già sprecato, già abortito sul nascere, in un certo senso, con tutti che girano a vuoto e nessuno che sembra in grado di rimettere insieme i cocci di una deflagrazione prematura.

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Mascagni, Puccini, Donizetti e Verdi per il 2020 del massimo cittadino

E’ già tototitoli per la nuova stagione lirica, dopo le ultime produzioni che hanno punteggiato l’anno appena archiviato. La Cavalleria Rusticana verrà accoppiata con il Gianni Schicchi di Giacomo Puccini, dittico verdiano con Nabucco e Aida e gran drink per bere l’Elisir  di Dulcamara. Il conservatorio Martucci ha in progetto la Nona Sinfonia di Ludwig Van Beethoven

Di OLGA CHIEFFI

Anno celebrativo il 2020 per la musica, con il 250° anniversario della nascita di Ludwig Van Beethoven, a cui si associano diverse altre date importanti, da Bruno Maderna a Tchaikovsky e Paganini, Arturo Benedetti Michelangeli, Max Bruch, Alexander Arutjunjan, e ancora, Mahler, Bach, Offenbach, anno difficile per  le infinite idee che fioriscono nelle menti di direttori artistici e assistenti, le braccia che s’incrociano, tra tanto da studiare, suonare, ascoltare, realizzare, ma anche quest’anno non possiamo non lanciarci in quel “tototitoli” sulla stagione lirica del teatro Verdi, che tanto ci diverte e da sempre incuriosisce i nostri lettori. Anno di scadenze per il nostro “Immenso Fhtà” Daniel Oren, che crediamo non abbandonerà Salerno e firmerà ancora un cartellone prestigioso, che lo vedrà protagonista, insieme al suo braccio destro Antonio Marzullo e a quello sinistro, Rosalba Lo Iudice. Sbirri (sempre tre) sguinzagliati e, pare, che la novità dell’ annata sia la Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni, nell’accoppiata certamente inedita, ma per il nostro massimo con il Gianni Schicchi di Giacomo Puccini, un tassello del trittico, che da tanto tempo è in animo della direzione artistica tentare di produrre, ma è sempre sfumato, binomio questo che ricordiamo al Teatro di San Carlo con la regia di Roberto De Simone. Due opere diverse ma a forte connotazione geografica che le rende inseparabili dai luoghi in cui si svolgono: la Sicilia morbosa, omertosa e ombrosa, e la Toscana arguta, irriverente e dissacratoria i cui luoghi vengono continuamente evocati, nel Gianni Schicchi. Tornano Nabucco e Aida. La rappresentazione del Nabucco è naturalmente un po’ telefonata, visto che il teatro Verdi ne possiede scenografie e costumi firmati da Quirino Conti realizzate per l’esecuzione del 2009. Nabucco è l’opera del “Va’, pensiero, sull’ ali dorate; va’, ti posa sui clivi, sui colli, ove olezzano tepide e molli l’aure dolci del suolo natal!”, il più famoso coro del melodramma italiano, col suo salto musicale di ottava su “ali”, come a spiccare idealmente il volo verso una libertà agognata, un diritto umano (“chi è libero di pensiero è già libero nello spirito” diceva un noto rivoluzionario). E’ il lessico del melodramma più celebre tra quelli del giovane Verdi, avvalora senza dubbio l’asserzione che la sua musica sembra di una tal gagliarda forza illustrativa e comiziale da assumere una specie di ruolo di guida della coscienza civile dell’Italia da fondare, o, se si preferisce, di documento che testimonia di un’area sociale, culturale e linguistica, su cui tuttora ci si esercita come su un libro di storia patria. Si pensa anche all’Aida che  un’opera di tutto riposo, non è mai la cui valutazione si sia ormai cristallizzata in un giudizio definitivo. Nonostante la sua enorme popolarità, Aida è un’opera che si interroga ancora, e ad ogni ripresa ci si va con l’animo aperto alla possibilità di modificare le proprie opinioni, con l’intenzione di verificare impressioni di cui non si è sicurissimi. Di qui la speranza che si ripone sempre nel fattore esecutivo, che magari riesca talvolta ad arrestare lo sgretolamento di questo idolo di un’opera che insieme al Nabucco sono terreno fertilissimo per la bacchetta di Daniel Oren. Per l’opera buffa si continuerà con Gaetano Donizetti, del quale berremo “l’odontalgico mirabile liquore” del dottor Dulcamara. Qualche anno fa il desiderio di Lina Wertmuller di dirigere un’opera buffa, chissà se verrà accontentata, come pure l’Elisir d’amore è un’ opera in cui potrebbe cimentarsi comodamente il nostro conservatorio, che pare, però, abbia deciso di affrontare l’oneroso cimento di eseguire la nona sinfonia di Ludwig van Beethoven, omaggiando così il genio tedesco nel suo anno celebrativo. Ma le sorprese potrebbero non finire qui, poiché alla Cavalleria Rusticana con il primo tassello del trittico pucciniano, potrebbe (e speriamo) aggiungersi l’opera Pagliacci di Ruggero Leoncavallo accoppiata con Suor Angelica. Il solo Tabarro resterebbe fuori dalla proposta lirica del massimo cittadino, ma come qualcuno sa, noi non lo faremo mancare tra gli stucchi e i velluti del teatro Verdi.

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Vi spiego perché Junior Cally non si merita Sanremo

Il Festival è vecchio, televisivo, spompato ma è ancora un privilegio che dovrebbe essere guadagnato. Non bastano quattro volgarità spacciate per libertà d'espressione e la mera appartenenza alla "scena rap" per salire su un palco dove, male che ti vada, ti vedono in 10 milioni.

Non c’è Festival senza polemiche, le canzoni ormai non interessano più a nessuno e senza diatribe l’azienda-Sanremo va in perdita. Per cui ci hanno provato prima spingendo la controversa Rula Jebreal, il cui sponsor è Lucio Presta, lo stesso di Amadeus, di Roberto Benigni e di molti altri (tra cui Matteo Renzi): ma la faccenda si è sgonfiata in fretta. Poi hanno riesumato la Rita Pavone sovranista, ma anche qui la cosa sapeva di giurassico ed è finita alla svelta.

Allora ecco un altro piccolo caso, un casino, provvidenziale come manna dal cielo. È il rapper smascherato Junior Cally, uno che fino a ieri stava nella nicchia adolescenziale e oggi è sulla bocca di tutti per alcuni versi, chiamiamoli così, dal crudo approccio sessista, qualcosa che, volendo nobilitare, ricorda il vis grata puellis di latina memoria (ci arriviamo tra un attimo). «Ma li ha scritti tanto tanto tempo fa, quando era ancora giovane e ingenuo», dicono gli zelanti difensori della specie rappettara. Tanto tempo fa, quando? Tre anni fa. Prosit.

Ma ci siamo: ecco il senso della polemica, sta tutto in un contorcimento all’italiana ovvero le vestali del politicamente corretto, tutte Daspo ai pensieri e parole, che per una volta difendono la libertà d’espressione nel nome dell’arte; mentre gli apostoli altrettanto fastidiosi della scorrettezza consacrata, del parlar chiaro e sboccato comunque e sempre, anche in tram, una tantum si scandalizzano e dicono no, questo qui al Festival, roba per famiglie, di perbenismo griffato servizio pubblico (che ci sia ciascun lo dice, cosa sia ormai nessun lo sa), non ci può stare. In mezzo sta lui, lo Junior, che, colta la palla al balzo, fa il prezioso: ah, potrei anche non andare, io vorrei, non vorrei, ma se vuoi ci vado… Insomma deve capire, lui o chi per lui, se si noterà di più mancando o andandoci ma da vittima, secondo sarcasmo morettiano.

PARAGONARE JUNIOR CALLY A VASCO ROSSI? UN’ERESIA

È così importante? Certamente no, nel senso generale dell’universo; assolutamente sì nell’economia globale del Festival, che si nutre di bombe di cartone e comunque finisce, fatalmente, per rispecchiare un tipico carattere nazionale che è quello, a 360 gradi, della disinvoltura morale, dell’essere coerenti nell’incoerenza, nel sacrificare un rigore logico, etico, alla faziosità comunque sia. C’è chi fa il bacchettone e c’è chi si indigna per l’indignazione: ma come, per due parole un po’ sopra le righe vogliamo privare il Festival degli incartapecoriti dell’aria fresca, dello spiffero rapper, dell’irriverenza creativa? Ma cosa c’entrino qui le sacre ragioni del rap, è arduo capire.

Non è una provocazione, è la cazzata di un ragazzotto cinico per impressionare ragazzini infoiati

Così come, in effetti, è faticoso arguire come possa un Festival che si vanta di sposare ogni anno valori e cause sociali le più disparate, corrette, urgenti e opportune, accogliere come un prodigio uno che finora è conosciuto squisitamente per le seguenti perle: «lei si chiama Gioia, ma beve poi ingoia / balla mezza nuda, dopo te la dà» (…) «me la chiavo di brutto mentre legge Nietzsche / lo prende con filosofia». Signori, siamo seri: robetta del genere è puerile e non fa nessuna paura, non turba nessuno, siamo d’accordo, non facciamo un gigante di una pulce. Ma non si può neanche esaltarlo in quanto tali siccome «il rap è una forma d’arte estrema»: e con ciò? Sarebbe questo il modo di svecchiare un Festival, conveniamone pure, incartapecorito? E, per favore, non riesumiamo sempre il solito Vasco Rossi «che arrivò ultimo e poi sappiamo tutti come è andata».

Da sinistra, Laura Chimenti, Antonella Clerici, Amadeus e Diletta Leotta.

Siamo seri, per pietà, non può sempre valere tutto, non può ogni volta passare in cavalleria il più sconclusionato dei paragoni. È perfino imbarazzante doverlo precisare: ma come fanno a stare sullo stesso pianeta (e sullo stesso palco) versi che parlano della dispersione esistenziale di chi si troverà al Roxy Bar, ognuno col suo viaggio, ognuno diverso, ognuno in fondo perso per i fatti suoi, o di tutte le volte che, con la testa fra le mani, rimandiamo tutto a domani, perché oggi è troppo, oggi non ce la facciamo più, con uno che «si chiava di brutto una che beve poi ingoia»? Non è una provocazione, è la cazzata di un ragazzotto cinico per impressionare ragazzini infoiati. È talmente evidente!

SANREMO È UN PALCO CHE DEVE ESSERE MERITATO

E svecchiamolo pure, ‘sto Festival (ma ci riusciranno mai davvero?), ma per favore senza portare come giustificativo le facce segnate o triturate degli Zarrillo e delle Pavone: anche loro hanno diritto di esistere, e se bene o male sono in pista da decenni una ragione ci sarà pure; vedremo se Junior Cally avrà vita altrettanto lunga con le sue amiche che «lo prendono con filosofia». Disturbante? Nuova onda? Sovversivo? Ma che si deve sentire!

La mera appartenenza alla mitizzata “scena rap”, forse non basta per salire su un palco dove, male che ti vada, ti vedono in 10 milioni

No, dai, lasciamo da parte il politicamente corretto e scorretto, concentriamoci sul senso ultimo di qualcosa, usiamo per una volta il rasoio di Occam: se il curriculum è questo, di quattro volgarità da scuola media e la mera appartenenza alla mitizzata “scena rap“, forse non basta per salire su un palco dove, male che ti vada, ti vedono in 10 milioni, ti danno 50 mila euro solo per esserci e ti fanno poi razzolare concerti e serate. Sanremo è vecchio, televisivo, spompato ma è ancora un privilegio; bisognerebbe meritarselo un minimo, altro che “gioia troia che beve e poi ingoia”.

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50 anni di glam rock, tra moda e leggerezza musicale

Da Marc Bolan a David Bowie, passando per i Roxy Music e Gary Glitter. Ecco come negli Anni 70 è cambiato il panorama musicale.

Una delle tante rivoluzioni della musica ha preso via all’alba degli Anni 70. Accantonata per un momento le canzoni impegnate del decennio precedente, il mondo della musica aveva bisogno di leggerezza. È nato da questo il glam rock, abbreviazione di glamour e di una tipologia musicale ben definita. Da allora sono passati 50 anni, ma quel periodo ha segnato intere generazioni Senza ombra di dubbio il capostipite di questo genere è Marc Bolan, leader dei T-Rex. A renderlo immortale, però, ci hanno pensato personaggi come David Bowie piuttosto che i componenti dei Roxy Music. Tanto che a 50 anni di distanza, alcune delle loro canzoni, sono sopravvissute insieme allo stile decadente tipico di quel periodo musicale.

COME È NATO IL GLAM ROCK

Ma partiamo con ordine, e con l’inizio del movimento che di fatto coincide con l’apparizione – tra la fine degli Anni 60 e i primi deli Anni 70 – sulle scene musicali di Marc Bolan. Riccioli, glitter, satin e occhi bistrati, voce melodica e chitarra elettrica. Questo artista portava un misto di sensualità e androginia che colpì le ragazzine dell’epoca. Dopo un inizio in sordina Bolan e i T-Rex pubblicano il disco Hot Love scalando le classifiche. Poi la loro partecipazione allo show musicale della Bbc Top of the Pops. Ma se Bolan è considerato il capostipite, il musicista simbolo del ‘glam rock’ è senza dubbio David Bowie nelle vesti del suo alter ego Ziggy Stardust. Il suo look ha fatto epoca. Bowie nei concerti dal vivo raccontava spesso uno dei momenti clou della sua vita, proprio l’incontro con Marc Bolan e il segreto del loro look: «La sera facevamo shopping nei bidoni della spazzatura a Carnaby Street, era un periodo d’oro».

GLI ALTRI ARTISTI DEL GLAM

Nelle fila del glam rock però si trovano tanti altri artisti. Tra questi è giusto citare Mott the Hoople, Faces, Slade, Gary Glitter e soprattutto i Roxy Music. Questi ultimi sono nati nel 1970, sono i principi decadenti del ‘glam’, il lato intellettuale del fenomeno. Con il singolo Virginia Plain arrivano nella Top 10 britannica, poi Eno esce dal gruppo e indugiano più sul lato estetico che su quello sperimentale. Anche Elton John, Rod Stewart e Freddie Mercury hanno adottato stili glam agli albori della loro carriera seguendo poi strade diverse. Il fenomeno, inoltre, molto più marcato in Gran Bretagna, suggestiona anche alcuni musicisti americani come Alice Cooper, i New York Dolls, Lou Reed e Iggy Pop. In Italia, invece, Renato Zero.

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Radetzky marcia ancora

Lo sbandierato nuovo arrangiamento a cura dei Wiener Philharmoniker lascia a bocca aperta. Ma non per i suoi elementi innovativi o diversi: per la sostanziale sovrapponibilità con il vituperato precedente. Per la "denazificazione", passare un'altra volta.

Tanto tuonò che non piovve. Per la Marcia di Radetzky “denazificata”, passare un’altra volta. Fuori dagli inutili tecnicismi e dai dettagli più o meno sottili, lo sbandierato nuovo arrangiamento “a cura dei Wiener Philharmoniker” lascia a bocca aperta. Ma non per i suoi elementi nuovi o diversi: per la sostanziale sovrapponibilità con il vituperato precedente, firmato negli Anni 30 dall’oscuro galoppino nazista Leopold Weninger. Per dirla con le parole della conduttrice della diretta su Radiotre, che quasi è sbottata mentre esplodeva l’ovazione conclusiva, la Marcia in questa nuova revisione è risultata «Tutto sommato appena appena alleggerita nelle percussioni».

IMPROBABILE CHE MUTI FACCIA QUALCHE PASSO IN PIÙ

Lo sconcerto maggiore, si può immaginare, nel mondo della destra sovranista e populista, i cui mezzi di informazione avevano gridato allo scandalo e all’abominio per lo “scippo” della Marcia “nazi style”: prova provata che il tramonto dell’Occidente è in atto, secondo qualche filosofo di complemento. Semmai, dimostrazione del fatto che mai come oggi Oswald Spengler avrebbe bisogno di essere difeso dai suoi sostenitori. A questo punto, comunque, sembra difficile che ci siano cambi nel prossimo futuro. Molto improbabile, ad esempio, che Riccardo Muti, per l’ennesima volta incaricato della direzione l’anno prossimo, faccia qualche passo nella direzione di una più sostanziale “revisione”. Scomparso il nome di Leopold Weninger come arrangiatore, la Marcia continuerà a suonare alle orecchie del pubblico come una volta.

UNA FRUIZIONE ORMAI CRISTALLIZZATA

D’altra parte, è parso chiaro a tutti gli spettatori della differita tv pomeridiana (ma anche della diretta radiofonica) che la modalità della fruizione della Marcia di Radetzky nella “Sala d’oro” del Musikverein di Vienna è ormai non più modificabile. Chi fra le migliaia di richiedenti vince il sorteggio online per i biglietti (così avviene la distribuzione, ad ogni febbraio: tariffe fino a 1.200 euro) vuole battere le mani a tempo e non sente ragione. Si è piegato anche Andris Nelsons, che ha fatto quello che quasi tutti i suoi colleghi in passato hanno fatto: ha “diretto” il pubblico. Anche se nelle settimane prima non era mancato chi aveva annotato che questa modalità di fruizione si riallaccia a consuetudini in voga durante il periodo nazista. Questa volta il battito delle mani era così rumoroso e irrefrenabile da rischiare con il suo frastuono di oscurare i Wiener a pienissimo organico.

SOLO BARENBOIM HA OSATO ZITTIRE IL PUBBLICO

Chi aveva preso le distanze, sia pure a modo suo, era stato Daniel Barenboim nel 2014: se riguardate il video a corredo dell’articolo sulla Marcia pubblicato prima di Natale su Lettera43, vedrete che durante l’esecuzione con battimani, Barenboim fa tutt’altro: gira tra le file dell’orchestra, saluta quasi ogni singolo strumentista, si disinteressa della musica e della sua esecuzione, salvo zittire il pubblico quando esagera.

GLI ERRORI DI COMUNICAZIONE DEI WEINER PHILARMONIKER

Alla fine, di questa curiosa storia a cavallo del passaggio di decennio, resta la sorpresa per come i Wiener hanno prima creato e poi gestito la vicenda, dimostrando che nell’ambito della comunicazione sono lontani dall’eccellenza del loro far musica. Sono stati loro ad accendere i riflettori sulla Marcia di Radetzky, all’insegna di un molto discutibile politically correct, che nelle cose artistiche dovrebbe sempre essere maneggiato con grandissima cautela. Loro hanno annunciato che «finalmente» la Marcia sarebbe stata denazificata, ma mentre la curiosità cresceva insieme alle polemiche, loro hanno vigorosamente tirato i freni, a questo punto nel massimo riserbo. Che dire? Per quel che ci riguarda, molto meglio così. Ma c’era bisogno di tanti inutili proclami?

UNA VERSIONE PIÙ AUTENTICA DELLA MARCIA È DATATA 1848

Che poi, a voler sottilizzare, una versione molto vicina all’idea di Strauss padre esiste ed è a portata di mano: è la primissima edizione per orchestra della Marcia, pubblicata nell’autunno del 1848 e scovata nel 1999 dallo studioso Norbert Rubey alla Biblioteca di Vienna. La versione che vi si ritrova è effettivamente più leggera nella strumentazione e più articolata melodicamente nella sezione centrale. L’unico che la diresse al Concerto di Capodanno fu Nikolaus Harnoncourt, nel 2001. La mise in apertura di concerto, anzi, riservando la chiusura alla versione “tradizionale”. Ne esistono almeno due edizioni discografiche, quella ufficiale di quel Primo dell’anno al Musikverein e quella realizzata con il Concentus Musicus Wien, in cui la Marcia viene proposta in quella che viene definita “urfassung”’. Le differenze, all’ascolto comparato, non sono certo eclatanti. Comunque, più significative rispetto a quanto si è sentito oggi. Se l’adottassero, i Wiener potrebbero a ragione proclamare che l’operazione di “denazificazione” è compiuta. Invece, da quel 2001, la versione originale è svanita dagli orizzonti dell’orchestra Filarmonica di Vienna. Curioso anche questo.

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I migliori dischi del 2019 di cui nessuno vi ha parlato

Una classifica atipica. Di nomi (quasi) mai citati. Dai Cheap Wine e Il Terzo Istante in Italia ai Th' Losin Streaks e New Model Army nel resto nel mondo. Viaggio in un anno da riascoltare.

C’è qualcosa che non va con le classifiche di fine anno: tutti hanno la loro, ma alla fine si assomigliano tutte ed è forte il sospetto di interferenze fin troppo ispiratrici. Allora proviamo noi a stilarne una atipica, di dischi (quasi) mai citati in questi giorni eppure assolutamente significativi del 2019 che già sbadisce; tutti in rigoroso ordine sparso, perché non è questione di preferenze ma di menzioni.

GIORGIA DEL MESE E GLI ALTRI SPLENDIDI OUTSIDER

Tra gli italiani, andiamo a scegliere non i soliti nomi alla moda, ma gli autentici outsider: Giorgia Del Mese, si è appena ripresentata con Moderate Tempeste, lavoro di appena cinque brani ma terribilmente belli, in pratica una sola piccola suite squarciata come la coscienza in cui si parla in faccia al dolore: che risponde, eco dall’anima, figlio della vita. Prodotto mirabilmente da Andrea Franchi. Grande lavoro anche per i sempre autoprodotti Cheap Wine di Pesaro, che con Faces superano ancora loro stessi, aggiungendo profumi e suggestioni alla loro miscela di Americana stravolta in modo unico e risolta da musicisti di squisita caratura. Notevole pure il ritorno di Umberto Maria Giardini, che in Forma Mentis riscopre il grunge e l’hard rock degli inizi con risultati poetici decisamente intensi. Altra proposta sorprendente, davvero sorprendente, quella de Il Terzo Istante, formazione torinese prodotta ancora da Andrea Franchi, capace nei nove pezzi di Estraneo di sviluppare un nuovo concetto di rock d’autore, spiazzante, obliquo, grondante creatività, impreziosito da una apparizione di Paolo Benvegnù (in dirittura d’arrivo col nuovo disco, in uscita tra febbraio e marzo).

E come dimenticare l’autentico capolavoro di Francesco Di Bella, O Diavolo (uscito in effetti alla fine del 2018), nove canzoni inafferrabili tra dub, autore, pop, rock; inafferrabili ma ti afferrano, una dopo l’altra, protese fra Napoli e l’universo, una più splendida dell’altra, in un trionfo di ispirazione quale raramente si incontra in Italia? Siamo anni luce distanti da Sanremo, e non può essere un caso: tutto ciò che passa dall’Ariston, a dispetto delle troppe giurie selezionatrici, è di imbarazzante mediocrità, mentre i vari premi alternativi sono ormai lottizzati allo stesso modo; per non dire di X Factor con relative imitazioni, che sono davvero la tomba della creatività. Quando qualche meraviglioso incosciente oserà ancora mettere in piedi un contro-festival davvero libero, assolutamente impermeabile a suggestioni e sollecitazioni di sorta, con questi ed altri nomi, capaci di ricordarci che la musica italiana esiste ancora, pulsa, chiama: è lì, in attesa che qualcuno se ne accorga?

TRE NOMI GIGANTESCHI (MA NON SOLO)

Nel resto del mondo, si impongono senz’altro tre nomi giganteschi, capaci di sfornare dischi all’altezza della fama: Bruce Springsteen in Western Star torna ad agitare i prediletti fantasmi dei perdenti, i disperati, i corrosi, ma lo fa in una sorprendente veste bacarachiana, e il risultato è spettacolare; quanto a Nick Cave, il suo Ghosteen è senz’altro difficile, lungo, ostico se si vuole, ma importa, e vale, per quello che rappresenta, per l’elegia della sofferenza in punta di sibili, di rimandi, di echi; ed è imprescindibile seppure pesante. Il terzo nome ingombrante che non si può evitare è quello di Iggy Pop, che torna sui passi di un ritiro annunciato per uno dei suoi dischi che rimarranno, lo sperimentale, morboso, jazzistico, autoriale Free, dove Iggy si mette in scia del perduto amico David Bowie e riesce a tenere il confronto.

Un altro album che vale la pena di scoprire o riscoprire è quello di Cass McCombs, cantautore americano 42enne che con Tip of the Sphere tira fuori un lavoro prolisso ma sempre ispirato

Viceversa, un nome che solo qualche nostalgico ricorderà è quello dei Th’ Losin Streaks che dopo 14 anni dall’ultimo disco, e nove dallo scioglimento, si ricoagulano per l’autoironico, almeno nel titolo, This band will self destruct in t-minus. Ma lo scherzo finisce qui. Perché il disco è un furibondo concentrato di garage, avant-punk e rock and roll come non si usa più (a tratti le sonorità sembrano ricordare perfino i Cheater Slicks); da Sacramento con ardore, spettinando Kinks, Troggs e i pensieri di chi ascolterà questo mirabile fiotto di lucida incoscienza. Altra perla misconosciuta, ma da recuperare, quella dei New Model Army, redivivi pure loro, e in che modo!

Con questa esplosione di rock come sempre antagonista, From Here, dalla doppia durata (un’ora, suppergiù) ma mai meno che intenso, urticante, allarmante. Il rock come agitazione, come inquietudine che inquieta, e che, dagli anni Ottanta, non ha perso un solo battito del suo cuore convulso. Cambiando bruscamente genere, un altro album che vale la pena di scoprire o riscoprire è quello di Cass McCombs, cantautore americano 42enne che con Tip of the Sphere tira fuori un lavoro prolisso ma sempre ispirato, con episodi che si dilatano, cullandosi in melodie essenziali e avvolgenti dalle più o meno lunghe digressioni psichedeliche, qualcosa che a tratti richiama l’approccio di un Jonathan Wilson – il quale tornerà a dare notizie di sè con un nuovo album entro la prossima primavera.

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X Factor 2019, le pagelle della finale

La puntata migliore. Perché è stata l'ultima. E così è finito questo talent che ha perso appeal e spettatori. O si fa un lifting o si chiude. Inadeguati i giudici, bene solo Davide e Sofia. Ma la vincitrice dovrà crescere.

Ma quella lì sarebbe la piccola Luna? Dio mio come si è trasformata in appena un anno, sembra una influencer, sembra già rifatta a 17. Questo sarebbe il magico mondo dello spettacolo oggi? Qualcosa che ti cancella l’anima più che rubartela? Persa ogni freschezza, nell’AnteFactor invita il pubblico a fare «un grande casino» per la finale che sta per partire. E la finale è la puntata migliore. Perché bene o male sforna un vincitore (cui verrà rimossa l’anima), ed è la vincitrice annunciata, almeno da noi, se un vanto è concesso, ed è, in fondo, la più meritevole. E così, in extremis, capisci che X Factor no, non è Canzonissima, non è La Corrida. È Miss Italia, che dopo 12 mesi non la riconosci più, la ragazzina di tremule ambizioni non esiste più e c’è una donna, donna, donna dimmi: cosa vuol dir, sei una popstar ormai? C’è da tremare pensando a cosa diventerà la tenera, ingenua Sofia, che già ci cambia sotto gli occhi.

L’IMMARCESCIBILE CATTELAN CI SARÀ SEMPRE

E l’ultimo taglio è più più profondo: tutto si dissolve nel presente già passato ed è già tempo di spingere sull’acceleratore del successo. Mentre tutto si sbaracca a Milano, il Forum di Assago si svuota e il pubblico lento sfila via, i giudici spariscono sulle loro auto nere e difficilmente verranno confermati in una 14esima edizione già annunciata dall’immarcescibile Alessandro Cattelan che ci sarà sempre, stagionerà qui a Xf, ormai è parte del processo, ha legato il suo nome a questo talent, chissà se a gioco lungo gli converrà. Ma forse ha ragione lui, forse la sua dimensione è questa.

TALENTI CHE NON SARANNO MAI TALI

Si smorzano i clamori di X Factor, che quest’anno ha rotolato respirando male come non mai, ha perso appeal e spettatori, formula vecchia: fare un lifting o chiudere proprio? Formula risaputa e cervellotica, estenuante, puntate che non finivano mai, inzuppate nella noia, eliminazioni con ballottaggi difficili da capire, da seguire, e su tutto quell’aria di posticcio, di talenti che non saranno mai tali, che balleranno, forse, un anno solamente.

QUANTE CRISALIDI MAI SBOCCIATE IN FARFALLE

Magari non tutti, magari Sofia o Davide ce la faranno, ma la strada di X Factor è costellata di crisalidi mai sbocciate in farfalle. Che rimane di questi tre mesi? Poco, una gran fatica, un profondo senso di stanchezza, la sensazione di una impotenza insormontabile. L’ultima puntata è stata la migliore. Perché è stata l’ultima, perché è finita.

ALESSANDRO CATTELAN 6

Ammazza, ma suona pure il piano. Molto andante. Era meglio il vecchio Pippo. Anche in questo. Arrivederci all’anno prossimo, tu sei l’unico che non ha bisogno di bootcamp, sei l’inesorabilità del talent.

MARA MAIONCHI 4

Quest’anno li ha persi tutti, i suoi, e fa numero, fa tappezzeria. Che mestizia. Sarò cattivo, sarò pazzo, ma a me ha ricordato Peo Pericoli, il personaggio di Teocoli. Triste, solitaria y final.

MALIKA AYANE 4

Da questa esperienza esce conclamata nell’antipatia, nell’affettazione sciocca, una della quale ci si chiede: sì, ma questa che ha mai fatto, dopotutto, in carriera? E la risposta, amici, soffia nel vento.

SFERA EBBASTA 4

Alzi la mano chi l’ha trovato preparato, o carismatico, o adeguato. Va bene, ha vinto anche lui con Sofia, ma in realtà Sofia ha vinto da sola. Una faccia da schiaffi, ma lo sapevano, e tutto il resto… non c’è. Svegliatevi ragazzi, vi stanno prendendo per il coso.

SAMUEL 4

Il nostro “Umarell” torinese, con ragionieristico piglio, ne porta due in finalissima, scandalosamente, ma è la legge del menga: chi più vende (si spera), il pubblico se lo tenga. Come giudice, come personaggio, latitante. Lo truccano, lo pitturano, ma finisce per somigliare curiosamente a Gilberto Govi. Morale: una band finita, i Subsonica, genera una band che mai comincerà, i Booda. Corsi e ricorsi sonici…

BOODA 4

(Heart Beat, Nneka; 212, Azealia Banks; Hey Mama, David Guetta ft Nicky Minaj). La scandalosa finalissima di questa cosa strampalata fin dal nome induce domande esistenziali: che sono questi? Che vogliono? Che fanno? Una band no, giovani no, il pestone ai tamburi ha 40 anni, la cantante pare Cristina d’Avena che canta la canzone dell’Orangutang, quella degli scout. Sembrano più tre tipi che un giorno si dicono: dài, proviamoci; e se poi ci va dritta? Per chi scrive restano una Boodanada, ma forse proprio per questo restano l’ideale di Xf.

SIERRA 4

(Le acciughe fanno il pallone, Fabrizio de Andrè; 7 Rings, Ariana Feande; Dark House, Katy Perry). Terzi, arrivano. Terzi. Su decine e decine di aspiranti. Questi di strada ne faranno, perché il piccolo provinciale music business all’amatriciana ha un bisogno disperato di sempre nuovi coatti da lanciare: una rapperia tappetara, che prima o poi finirà, ma non domani. Auguri.

DAVIDE ROSSI 7

(How Long Has This Time Going On, George Gershwin). Vergogna su di voi, chiunque voi siate: il più talentuoso in assoluto, lo segano in finale; e umilia anche il bolso Robbie Williams. L’ex bambino grasso della Clerici resta l’incognita più grande, un talento che non sapranno assolutamente come gestire. Sarebbe da dirgli: fallo da solo, fatti da solo, ma come si fa? Non sono più i tempi, oggi a 20 anni Satisfaction non la scrive più nessuno e anche col talento di un Davide non esci; non c’è nessuno che te lo riconosce. Auguri, con una stretta al cuore, perché meriti il meglio.

SOFIA TORNAMBENE 7

(Fix You, Coldplay; Papaoutai, Stromae; C’est la Vie, Achille Lauro). Adesso che ha vinto, possiamo pure farle un po’ di pulci. Brava, sì, in tutto: ma dovrà perdere quel non so che di caramelloso, dolciastro, trasognato di provincia. Insomma dovrà crescere, in fretta. Il punto è come: non lo sappiamo, c’è da rabbrividire, creta in ciniche mani, sorde mani che non rispettano la musica, che corrono dietro al soldo facile… La aspettiamo tra un anno, senza illusioni.

ROBBIE WILLIAMS 4

(The Christmas Present: Time for change/Let it snow). Ammazza quant’è scoppiato, pare il fratello anziano di Eros Ramazzotti. In apertura riesce a cantare peggio di tutti, perfino di Cattelan. Uno dei tanti bluff di questi tempi buffi.

ULTIMO 5-

(Tutto questo sei tu). Un po’ Tiziano, un po’ Antonello, un po’ di questo, un po’ di quello. Dicono che è un genietto, un fuoriclasse; lo dicono, e intanto il nuovo singolo, Tutto questo sei tu, clona Gente di mare di Tozzi/Raf (1988). E se invece fosse la costruzione di un atomo?

LOUS AND THE YAKUZA 5

(Gore: Dilemme) Si leggono meraviglie di costei, principalmente per «la sua storia difficile», ci crediamo per carità, solo che questa lagna super patinata e facile facile non va oltre la milionesima variazione, poco variata, sul solito tema world…

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Le canzoni più famose di Ultimo

Da Pianeti a Rondini al guinzaglio, passando per Il ballo delle incertezze e I tuoi particolari. Ecco i brani più conosciuti del cantante romano.

Nato a Roma il 27 gennaio 1996, Ultimo (al secolo Niccolò Morconi) è tra gli ospiti più attesi della finale di X Factor 2019. Il cantante, già vincitore a Sanremo 2018 nella categoria Nuove Proposte con il brano Il ballo delle incertezze, è pronto a salire sul palco del talent show di Sky Uno dove si esibirà con un medley delle sue canzoni più celebri. Ma quali hanno fatto più successo? Eccone 10.

PIANETI

Quando parliamo di Pianeti bisogna ricordarci che si tratta dell title track del debut album di Ultimo. Il singolo è stato pubblicato a ottobre 2017 per poi tornare fortemente in auge nel 2019 dopo la partecipazione del cantante al Festival di Sanremo.

OVUNQUE TU SIA

Il secondo singolo, sempre estratto dall’album d’esordio Pianeti, è Ovunque tu sia. Il brano ha anche vinto il disco d’oro.

SOGNI APPESI

E se Ovunque tu sia ha vinto il disco d’oro, con Sogni appesi ultimo ha guadagnato nel 2019 il disco di platino grazie agli altissimi ascolti in streaming su piattaforme certificate e agli altrettanti download digitali.

IL BALLO DELLE INCERTEZZE

Senza ombra di dubbio Il ballo delle incertezze è il brano più conosciuto di Ultimo. Questa è la canzone che ha dato la svolta alla carriera del cantante. Presentato nella categoria Nuove Proposte di Sanremo 2018, arrivando al primo posto nella categoria, questo singolo è il primo estratto del secondo album in studio Peter Pan.

POESIA SENZA VELI

Arriva sempre dall’album Peter Pan anche Poesia senza veli. In questo brano Ultimo parla di innocenza e amicizia. E di quello sguardo trasognato ma puro che si aveva da bambini. Poesia senza veli è una delle canzoni di Ultimo più ascoltate su Spotify con oltre 36 milioni di streaming.

CASCARE NEI TUOI OCCHI

E se Poesia senza veli ha collezionato 36 milioni di streaming, di gran lunga superiori sono quelli di Cascare nei tuoi occhi. A oggi su Spotify sono 42 milioni gli ascolti di un brano molto romantico e che parla dell’infatuazione per una ragazza e del desiderio di entrare a far parte del suo mondo da parte di un ragazzo. Il singolo ha vinto il doppio disco di platino.

LA STELLA PIÙ FRAGILE DELL’UNIVERSO

Disco di platino anche per La stella più fragile dell’universo. Curiosamente il brano, che è contenuto nel brano Peter Pan, non è stato lanciato come singolo. Questo non ha impedito di essere diventato uno dei pezzi preferiti dei fan di Ultimo.

TI DEDICO IL SILENZIO

Era il 14 dicembre 2018 quando il cantante romano pubblicava il suo ultimo singolo estratto da Peter Pan. Si trattava di Ti dedico il mio silenzio, vincitore anche lui di un disco di platino. Piccola curiosità: il videoclip del brano è stato realizzato durante un concerto di Ultimo.

I TUOI PARTICOLARI

I tuoi particolari è stato il tormentone del 2019. Lanciato a febbraio come singolo del terzo album in studio di Ultimo – Colpa delle favole – il brano era stato presentato in anteprima in occasione del Festival di Sanremo 2019 arrivando al secondo posto nella categoria big subito dietro a Soldi di Mahmood. In pochi mesi questo singolo si è guadagnato il doppio disco di platino.

RONDINI AL GUINZAGLIO

Si arriva infine a Rondini al guinzaglio, ovvero il terzo singolo estratto da Colpa delle favole. La canzone, come ha spiegato lo stesso Ultimo, è un inno alla libertà individuale. In appena un mese, era stato lanciato ad aprile 2019, il singolo è stato certificato disco d’oro.

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Le canzoni più belle di Robbie Williams

Da Angels sino a Bodies. Ecco i 10 brani più famosi di sempre del cantante britannico tra gli ospiti illustri a X Factor.

Tempo di finale in casa X Factor 2019. Il talent in onda su Sky Uno dalle 21.15 è infatti arrivato alla sua fase conclusiva. E come ogni anno, anche per la 13esima edizione sono tanti gli ospiti attesti sul palco per esibirsi con i concorrenti. Su tutti Robbie Williams che a pochi giorni dall’uscita di The Christmas Present, il suo primo album di Natale, arriva in Italia per la gioia di tutti i fan. Che sicuramente non possono non conoscere alcune delle sue canzoni più belle.

ANGELS

Life thru a Lens è il primo album da solista di Robbie Williams. Formato da 11 tracce per una durata di oltre 54 minuti di musica, contiene anche il brano Angels. La canzone è stata scritta, oltre che dal cantante britannico, con la collaborazione di Guy Chambers. Il singolo Angels ha venduto 1.210.000 copie diventando il 48esimo brano di maggior successo del Regno Unito.

MILLENNIUM

Uno dei brani più famosi di Robbie Williams è senza dubbio Millennium. Datata 1999, questa canzone è presente nel celebre album, nonché suo secondo dopo l’addio ai Take That, The Ego Has Landed. La canzone prende in prestito l’arrangiamento del brano You Only Live Twice di Nancy Sinatra.

SUPREME

Uscita nel 2000, Supreme è all’interno dell’album Sing when you’re winning. La canzone utilizza la base musicale di I Will Survive del popolare brano di Gloria Gaynor. Al contrario la parte strumentale del brano è tratta dalla colonna sonora del film Ultimo domicilio conosciuto e scritta dal compositore francese François de Roubaix.

ROCK DJ

Sempre da Sing when you’re winning arriva il brano Rock Dj. Si tratta di una canzone quasi interamente basata su un campionamento del brano del 1977 It’s Ecstasy When You Lay Down Next To Me di Barry White. Il video, diretto da Vaughan Arnell, vede Williams ballare su un cubo e per attirare una bella dj arriva persino a strapparsi la pelle di dosso.

ETERNITY

Si passa al 2001 con Eternity, brano presente nell’album Somethin’ Stupid. Al brano, presente anche in una raccolta dei migliori successi del cantante britannico, ha partecipato il chitarrista Brian May dei Queen. Con lui Williams ha collaborato per realizzare la cover di We Are the Champions.

FEEL

Nel 2002 esce Escapology, album che contiene una delle canzoni più famose di sempre di Robbie Williams: Feel. Il videoclip è stato diretto da Vaughan Arnell e mostra il cantante nei panni di un cowboy. Nel filmato c’è anche l’attrice Daryl Hannah.

RADIO

Nel 2004 esce Radio. Si tratta di un singolo che è stato utilizzato per lanciare il Greatest Hits di Robbie Williams uscito nello stesso anno. Si tratta di uno delle sue canzoni più famose.

TRIPPING

Anno 2005, con l’album Intensive Care esce anche il brano Tripping. In diverse interviste Robbie Williams ha parlato di questa canzone definendola «una specie di mini opera gangster» piuttosto che «una sorta di cabaret-reggae». Nonostante Tripping sia stata molto apprezzata nel Regno Unito, non ha avuto lo stesso successo in altri paesi, su tutti gli Usa.

RUDEBOX

Con un balzo in avanti di un anno si arriva al 2006 e a Rudebox, brano che dà il nome anche all’omonimo album. Questa canzone era stata bocciata dalla critica britannica che l’aveva classificata come un flop. A oltre 10 anni di distanza da quella data Rudebox è considerata una delle hit di maggior successo del cantante.

BODIES

Il 12 ottobre 2009 esce Bodies. Il brano fa parte dell’album Reality Killed the Video Star. Nel Regno Unito ha venduto più di 200 mila copie, mentre in Italia più di 30 mila. Bodies è stata scritta da Robbie Williams, Brandon Christy e Craig Russo. La canzone è stata usata anche da Vodafone per una sua campagna pubblicitaria.

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Gianni Morandi, l’eterno e coerente divo di casa

Gesticolare inconfondibile, manone, un po' di furba umiltà. Fa 75 anni il cantante che ha sempre saputo essere, o apparire, il più normale possibile. Di sinistra ma non spocchioso, orgoglioso della sua quinta elementare. Ritratto di un italiano vero con quell'entusiasmo che regge al tempo.

Finiamola con questa storia di Gianni Morandi l’eterno ragazzo, che ci ha fatto incanutire. Morandi è eterno, punto e basta. L’11 dicembre 2019 ha fatto 75 anni, cavalcando stagioni, epoche, mutamenti ma in fondo è sempre lui, senza fronzoli, senza addobbi, la solita giacca e pantaloni, il gesticolare inconfondibile e quell’entusiasmo a prova di tempo.

COSÌ VITALE CHE SEMBRA PIÙ GIOVANE DI NOI

Chi scrive lo vedeva a Sanremo, a mezzanotte ospite sul palco dell’Ariston e alla nove della mattina se lo ritrovava sul tir di un network fresco e pimpante che mitragliava interviste e rideva e cantava e si sbracciava con le manone, completino giacca pantaloni e camicia candida che uno pensava: ma come fa, Dio lo benedica? E a vederlo così libero e bello ti sentivi suo nonno.

NON DOVEVA FARE L’ANTIDIVO PER ESSERE UN DIVO

Morandi, quando un nome diventa un modo di rispecchiare. Come un’autobiografia della nazione nei suoi aspetti più fragranti; un italiano, un italiano vero. Ne ha vista scorrere di acqua sotto i ponti, ha conosciuto il divismo ancora imberbe, quando “andava a cento all’ora“, e di sicuro divo lo è stato, nel bene e nel male (gli dedica passaggi non proprio benevoli, per esempio, Adriano Aragozzini in un suo libro autobiografico), ma ha sempre saputo essere, o apparire, il più normale possibile: un divo che non aveva bisogno di fare l’antidivo per essere un divo.

gianni morandi
Una foto di Gianni Morandi in occasione della presentazione del nuovo album “D’amore d’autore”, diffusa il 16 novembre 2017. (Ansa)

SIMBOLO DELLE MIGLIORI STAGIONI DELL’ITALIA

E non ha, è chiaro, conosciuto solo le rose e i fiori del successo, uno con 60 anni di carriera sfoglia i giorni buoni e quelli tetri e poi quelli buoni ancora. Ma è come se nel suo sorrisone aperto, nel suo gesticolare di manone generose, qualcosa riportasse sempre a stagioni che ricordiamo come le migliori della nostra vita, le più genuine, anche se erano adulterate anche quelle.

RIPORTA A UN PO’ DI INGENUITÀ RESIDUA

Sì, c’è qualcosa nel Gianni nazionale (l’altro è Rivera, e potrebbero valere grossomodo le stesse considerazioni) che riporta sempre all’ingenuità residua, a quando la dimensione del divismo era più irraggiungibile e insieme più a portata di mano. La stagione dei Natali d’oro, delle estati sudate, dei sabati sera delle Canzonissime e dei kolossal di una televisione spettacolosa, delle masse che erano ancora popolo, degli italiani che non si erano ancora montati la testa, salvo alcuni, nati patrizi, stronzi di default. E che la facciamo a fare la storia della carriera di Gianni Morandi, oggi che tutti la stanno spolverando?

QUANDO IL PAESE MASCHILISTA SI FINGEVA ROMANTICO

No, parliamo di lui, di quello che rappresenta, di come gli italiani lo vedono, lo sentono, lo ascoltano. Lui che in questi giorni è tornato, come per un vezzo, come per un incantesimo contro il tempo, nel teatro che lo vide esplodere, a Bologna, il Duse: Stasera gioco in casa si chiama il suo spettacolo che non è retrospettivo, è eterno e la gente non ne ha abbastanza, 21 serate sono poche, lui ne ha dovute aggiungere altre quattro. E giù con La Fisarmonica, In ginocchio da te, Non son degno di te, l’Italia maschilista che si fingeva romantica e forse, dopotutto, un po’ lo era davvero.

gianni morandi giovane
Un giovane Gianni Morandi. (Ansa)

UGUALE MA NON PER GATTOPARDISMO: È COERENZA

Morandi che ci ricorda come eravamo, perché pur cambiando non è mai cambiato e per una volta non è gattopardismo, è coerenza: io sono questo, sono così e anche se divento una star di Facebook lo faccio a modo mio, lo resto a modo mio. Quando, passato il decennio d’oro, nella seconda metà degli Anni 70 la sua stella s’è offuscata, e lo è rimasta a lungo, Morandi non ha fatto come altri, che ringhiavano, «il pubblico non mi capisce», e magari si tingevano di straziante giovanilismo; s’è infilato al Conservatorio, s’è messo a studiare la musica in modo colto, lui campione del canzonettismo popolare (ma che canzoni, però!), e poi, grazie a Mogol, ma soprattutto a Lucio Dalla, è riemerso.

NON SI È PERSO COME IL PRESUNTO GURU CELENTANO

Da allora ha saputo amministrarsi, piazzando qualche bel gancio, anche stupidino, Banane e lampone, e qualche inno sempreverde, Uno su mille ce la fa. E quell’uno su mille era lui. Cavalcando il tempo, ma senza cambiare troppo. Ci sono coetanei della sua epoca che si son persi, come Adriano Celentano che ha preteso di farsi feticcio, guru onnisciente senza averne i minimi fondamenti culturali. Gianni no: con la sua quinta elementare orgogliosa si è costruito senza mai dimenticare le radici.

DI SINISTRA, PERÒ NON QUELLA FANATICA O INTEGRALISTA

Uomo di sinistra, ma una sinistra vivaddio non spocchiosa, non arrogante, non fanatica o integralista. Il pubblico lo segue, diremmo, perché si riconosce in lui, ci si specchia e gli piace quello che vede: un’Italia che non c’è più, ma che il Gianni tiene ancora presente con le sue Fisarmoniche e il suo look senza fronzoli e senza tempo.

gianni morandi mutande
Un’immagine che mostra Gianni Morandi nel 2002 durante il monologo televisivo in mutande. (Ansa)

TALENTO E ANCHE UNA FURBA UMILTÀ

Il talento, la capacità di essere Morandi, la presenza scenica non si discutono; ma sono presupposti, non è tutto qui. C’è una furba umiltà, c’è l’orgoglio di chi si sa essere, senza pulpiti, senza strafare: ma chi è che non vuol bene al Gianni, chi è che riesce a dirne male? «Ma sarà così davvero o finge, fa il furbo?». Tutti fingono, specie a quel livello di fama.

UNO DI CASA, ANCHE AL RISTORANTE

Ma, se accettate una testimonianza diretta, io l’ho visto tempo fa in un ristorante a Bologna, è entrato e s’è infilato in cucina e giù pacche sulle spalle, sorrisi e saluti, e tutti erano contenti, tutti lo trattavano come uno di famiglia. Certo, sarà stato uno dei suoi locali abituali, ma c’era qualcosa in quell’apparire, qualcosa che non si può recitare. Qualcosa di bolognese, anche, diobò. Qualcosa che non poteva essere che così. Essere Gianni Morandi. Dopo è andato a sedersi, con qualcuno, e la gente diceva: hai visto, c’è Morandi, c’è il Gianni, ma così, come si fa con un divo di casa. Da 60 anni o giù di lì. Cento di questi giorni, Gianni Morandi, per te e per tutti noi.

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Cosa si nasconde sotto il mondo scintillante del K-pop

Suicidi, abusi, violenze. Lo showbiz sudcoreano è malato. E racconta molto di una società ipercompetitiva e piena di contraddizioni.

Cosa sta accadendo nel mondo luccicante e apparentemente leggero del Korean-pop o K-pop come lo conoscono e lo seguono, elettrizzati ed entusiasti, tantissimi adolescenti anche in Italia?

Sembra qualcosa di terribile a giudicare dall’inquietante record di suicidi che si riscontra in Corea del Sud tra le star del genere: quattro morti in due anni. L’ultimo a togliersi la vita, martedì, è stato Cha In Ha, membro del gruppo Surprise U, che è stato trovato senza vita nella sua abitazione di Seul.

Al momento sono ancora in corso le indagini per comprendere quali siano state esattamente le cause della morte. Nel frattempo la sua casa di produzione ha diffuso un comunicato nel quale ha confermato il decesso: «Siamo devastati», hanno scritto. Cha aveva solo 27 anni.

LA DRAMMATICA SCIA DI SUICIDI NEL K-POP

Il suo suicidio segue di poco quello della cantante Goo Hara, 28 anni, trovata morta nella sua casa di Seul solo sei mesi dopo essere sopravvissuta a un precedente tentativo di suicidio. E a sua volta la morte di Goo è arrivata sei settimane dopo che Sulli, un’altra star del K-pop e amica intima di Goo, si era tolta la vita a ottobre a 25 anni, dopo una lunga battaglia contro il bullismo online.

UN GENERE DIVENTATO FENOMENO GLOBALE

Ormai divenuto un fenomeno musicale globale, il K-pop, con l’aura di tragedia che sembra accompagnarlo, rischia di mettere a nudo i problemi ben più ampi di cui soffrono la gioventù e l’intera società sudcoreana. Il genere è diventato famoso a partire dal 1996 grazie alle boyband. Dopo una fase di recessione, nel 2003 è stato rilanciato a livello internazionale dai successi di gruppi come i TVXQ e i BoA. Negli ultimi due anni, soprattutto grazie ai social media, il K-Pop è riuscito a sfondare anche nelle classifiche degli Stati Uniti con i BTS, la prima band sudcorerana a vincere un Billboard Music Award.

Il funerale della star del K-Pop Goo Hara (Getty).

LE GIOVANI STAR SONO SOTTOPOSTE A UNA INCREDIBILE PRESSIONE

L’ondata di suicidi del K-pop è iniziata quasi due anni fa quando Kim Jong-hyun, meglio noto come Jonghyun della band Shinee, si uccise nel dicembre del 2017, anche lui a soli 27 anni. Naturalmente i suicidi nel mondo della musica non sono una novità: il frontman dei Nirvana, Kurt Cobain, si suicidò nel 1994, e recentemente si sono tolte la vita due icone pop molto conosciute, con schiere di fan al loro seguito, Keith Flint dei Prodigy e Chester Bennington dei Linkin Park.

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Ma ben quattro celebrità dello stesso settore, nello stesso Paese, che si tolgono la vita, giovanissime, in meno di due anni, indicano che probabilmente qualcosa è andato tragicamente storto nel K-pop. La pressione che il sistema esercita sulle sue stelle – in particolare le donne – è fortissima. Inizia nel momento in cui entrano nelle scuole di formazione da adolescenti: i telefoni cellulari vengono confiscati, sono tagliati fuori dalla famiglia e dagli amici ed è loro vietato di intrattenere normali relazioni giovanili. Le scuole proiettano un’immagine bizzarra e conflittuale, eternamente in bilico tra innocenza e disponibilità sessuale.

Il pubblico del K-pop World Festival a Changwon (Getty).

IL CYBERBULLISMO CONTRO SULLI E GOO

Sulli e Goo, per esempio, si sono dovute sottoporre a un esame continuo e impietoso delle loro vite private ed entrambe hanno dovuto affrontare dure critiche, attacchi e offese online: Sulli è stata messa alla gogna sui social, poco prima della sua morte, per aver postato su Instagram foto di un festino alcolico a casa sua, mentre Goo era stata coinvolta in una brutta storia di revenge-porn: un suo ex aveva postato online un filmato in cui facevano sesso.

LE ACCUSE DI ABUSI E VIOLENZE

I doppi standard che si applicano in Corea del Sud, ma non solo, alle stelle del K-pop, a seconda se siano maschi o femmine, sono evidenti. Mentre Sulli e Goo venivano prese di mira dal bullismo online, chiamate senza mezzi termini «troie» ed esortate a «vergognarsi» per i loro comportamenti, gli stessi fan in un evidente eccesso di misoginia non facevano una piega, invece, di fronte ad atteggiamenti a dir poco terrificanti di altre star maschili come Jung Joon-young e Choi Jong-hoon. I due ragazzi si sentivano così intoccabili e al di sopra della legge da arrivare a gestire una chat room dove condividevano filmati in cui facevano sesso con donne che sembravano in stato di incoscienza, molto probabilmente drogate. Con commenti del tipo: «Aspetta. È svenuta. Voglio vederla viva». «L’hai violentata, bravo», accompagnato da una faccina che ride.

Il gruppo di K-Pop BTS (Getty).

LE INCHIESTE DELLA MAGISTRATURA

Il primo tentativo di suicidio di Goo, a maggio, avrebbe dovuto rappresentare un serio campanello d’allarme per le case discografiche di K-pop. Invece nessuno nel settore sembra essersi reso conto della tragedia che si stava consumando.

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Le autorità di Seul, invece, sembrano aver preso sul serio questa crisi nel K-pop: i pubblici ministeri hanno incriminato Jung con l’accusa di violenza sessuale che potrebbe portarlo in carcere per un minimo di sette anni, mentre la “Legge di Sulli” contro il cyberbullismo verrà presentata il mese prossimo all’Assemblea nazionale.

Lee Seung-hyun in tribunale (Getty).

L’UNICA PRIORITÀ È FARE SOLDI

Forse non sapremo mai quale sostegno è stato offerto a Goo dopo il suo primo tentativo di suicidio a maggio, se qualcuno ha cercato di aiutarla. Di certo l’unica notizia che, negli ultimi sei mesi, i fan di K-pop nel mondo hanno avuto della giovanissima star è stata quella diffusa due settimane fa, quando il suo manager ha tentato di rilanciarne la carriera attraverso un mini-tour che comprendeva una sola data in Giappone. Nemmeno una parola sulle difficoltà e il disagio che stava attraversando la giovane stellina; il che suggerisce con ogni evidenza che la massima priorità era quella di riportarla sul palco e fare soldi, non certo risolvere i problemi che l’avevano spinta una prima volta a provare di togliersi la vita. Tentativo alla fine riuscito.

UNO SHOWBIZ MALATO

Considerando le voci che circolano da tempo sugli abusi sessuali subiti dalle giovani star dello showbiz locale, è sorprendente che il bilancio delle vittime non sia addirittura più alto. Nel 2009 l’attrice 29enne Jang Ja-yeon si è tolta la vita lasciando un biglietto in cui affermava di essere stata costretta a fare sesso con più di 30 uomini famosi. E nel 2013, il Ceo di Open World Entertainment, Jang Seok-woo, è stato processato e incarcerato per aver violentato 11 studentesse.

LE CONTRADDIZIONI DELLA SOCIETÀ SUDCOREANA

Si potrebbe anche sostenere che molti fan di K-pop hanno una parte di responsabilità in questa ondata di suicidi. Attraverso l’odio e gli attacchi rivolti ai loro beniamini sui social, infatti, hanno finito per minare il fragile equilibrio di questi protagonisti-bambini cresciuti troppo in fretta. Ma le tragiche morti di ragazzi e ragazze troppo giovani, troppo famosi e alla fine troppo insicuri e soli, fanno emergere tutte le contraddizioni di una società ipercompetitiva, dove un diploma universitario è considerato un prerequisito anche per trovare un lavoro comune. Una società che rischia di pagare un prezzo devastante non solo nel mondo luccicante dello spettacolo, ma in ogni settore per la mancanza delle politiche sociali necessarie a combattere il fenomeno dilagante della depressione, in un Paese che ha il più alto tasso di suicidi tra le nazioni ricche del Pianeta.

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E fino a quando l’industria del K-pop, in una Corea del Sud per molti versi ancora patriarcale e misogina, non smetterà di trattare le sue giovani star come oggetti di consumo per guadagnare denaro, continuerà ad avere le mani sporche del loro sangue.

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Quelle canzoni di successo svilite dalla pubblicità

Alcune nascono fuori dal tempo, destinate all'eternità. Anche troppo, perché un bel giorno ti ritrovi a odiarle, t'ingenerano nausea e quasi disprezzo.

Ci sono canzoni che nascono fuori dal tempo, destinate all’eternità. Magari non lo sanno, o non lo sanno i loro autori o forse sì, le hanno fatte proprio con quell’obiettivo lì, sta di fatto che diventano modi di dire, di essere, di sentire, patrimonio dell’umanità. Anche troppo patrimonio, perché un bel giorno ti ritrovi a odiarle, t’ingenerano nausea e quasi disprezzo: sono diventate tormentoni pubblicitari, jingle, sigle di trasmissioni becere, sonerie, musichette maledette di attesa infinita al call center. Canzoni spot che vivranno per sempre da rinnegate. Nessuno si salva, né vivi né trapassati: è il post capitalismo, bellezza, ovvero è sempre una faccenda di soldi (il resto è conversazione, parola di Gordon Gekko). E, siccome è una faccenda di soldi, qualcuno che dà il permesso, dietro pingue compenso, ci sarà pure: di solito gli inconsolabili eredi, così pronti, anche a mezzo fondazione, a preservare la purezza antimercantile del caro estinto, in tanti sensi.

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I SUCCESSI CANNIBALIZZATI

Abbiamo visto imbastardire così Sergio Endrigo (Io che amo solo te), Rino Gaetano (Il cielo è sempre più blu), gente intransigente, che in vita mai si sarebbe sognata (forse) di finire a reclamizzare istituti di credito, merendine, cibo per cani, carte igieniche. Abbiamo visto, e vediamo, ribelli organici come Vasco Rossi, che, «eh, oh, capito», molla le sue creazioni alle compagnie dei cellulari, «eeeh già». Abbiamo visto inni anticapitalisti degli Anni 60 finire come colonne sonore di auto di lusso, gioielli, abiti griffati, i feticci del capitalismo hard. Abbiamo visto, sentito momenti epocali come She’s a rainbow dei Rolling Stones usata come sigla di una compagnia telefonica, per fortuna non di una marca di assorbenti, visto che di quello poi parla (e speriamo che a qualche genio, leggendoci, non s’accenda la lampadina). Abbiamo trovato una ammiccante, allusiva Guarda come dondolo di Edoardo Vianello relegata a réclame dei reggiseni

DIRITTI ASTRONOMICI A CUI È DIFFICILE RESISTERE

Eh, già, le compagnie della comunicazione: sono cannibalesche, macinano hit con voracità da squali, a decine, a centinaia: come resistere a sirene così spietate? Edoardo Bennato è tra quelli che resistono meno, anzi per niente, dei suoi brani un tempo sarcastici, intransigenti, finiti negli spot dei telefoni si è perso il conto. Anche Sting, l’ambientalista dell’Amazzonia, concede praticamente di tutto, è stato calcolato che coi soli diritti pubblicitari guadagna cifre astronomiche, la sola Every breath you take gli fa cascare in bocca all’incirca un milioncino d’euro l’anno, nella solenne incazzatura degli ex compagni, cui il principe dei solidali egualitari e perequativi non scuce un ghello. Ma si concede anche con Puff Daddy, insomma c’è da sospettare che da un bel pezzo lui le canzoni le faccia per tutt’altri motivi. 

IL CEDIMENTO DI BOB DYLAN

E Bob Dylan, il bardo, che nel 2009 autorizzò la epocale Blowin’ in the wind per una multicorporation britannica (la Co-operative Group) che, tra le altre cose, provvedeva, pensate un po’, ai servizi funebri? Praticamente l’inno della cremazione. Nel 2015 lo scontroso menestrello si è ripetuto prestando la faccia a uno spot della Ibm. E, per rimanere nel settore, ancora i Rolling Stones diedero, per un compenso clamoroso, la loro Start Me Up a Bill Gates in occasione del lancio del sistema operativo Windows 95 (che s’impallò proprio alla solenne presentazione, rimasta memorabile).

David Bowie, imprendibile in esistenza come in spirito, ha sponsorizzato di tutto, automobili, profumi, acque minerali. La sola Heroes ha rivestito il carisma di così tanti prodotti, oltre a trasmissioni di tutto il mondo e alle Olimpiadi di Londra 2012, da disperdere completamente il senso del significato originario.

DAL CAROSELLO ALLE HIT

Segno dei tempi che stanno cambiando, aveva ragione Bob, cambiano, cambiano sempre, non aspettano nessuno (come diceva Mick) e chi non si adegua è fuori. Ma si adeguano. Le aziende hanno capito che non sanno più concepire i motivetti di Carosello, che s’inchiodavano al cervello, preferiscono risparmiarsi la fatica e pescare nel mare magno dei successi.

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Così «il gusto pieno della vita» di un celebre amaro lascia il posto agli Aerosmith di I don’t wanna miss a thing. Altro che perdersi qualcosa, qui c’è tutto da guadagnarci. Tranne la faccia, qualche volte.

CANZONI CONSUMATE DA PROGRAMMI SCONFORTANTI

Ci sono programmi sconfortanti che consumano canzoni, L’Anno che verrà di Lucio Dalla è snaturato in un eterno Capodanno, I migliori anni della nostra vita di Renato Zero servono a condire qualsiasi scempiaggine televisiva, Ti amo di Umberto Tozzi ci esce dalle orecchie, e così Zucchero, Ligabue, De Gregori («La storia siamo noi, bella ciao» è finita a reclamizzare il Monte dei Paschi di Siena).

Enrico Ruggeri ha fatto di meglio, ha ricantato la sigla dei salumi Negroni, «le stelle sono tante, milioni di milioni…». Ma perfino Il pescatore, scelta per presentare il recente, e deludente, ritratto di De Andrè, è stata svilita a una assurda sigletta da tivù dei ragazzi. Perché in Rai debbono sempre sputtanare tutto così? Qualche volta, l’effetto vira sul grottesco. C’è un programma insulso, uno dei tanti, della mattina. A un certo punto scatta l’aria di «Buona Domenica, con quegli idioti che ti guardano e che continuano a giocare». E gli «idioti», senza il minimo imbarazzo, zompettano, ammiccano, fanno le facce, insomma: giocano.


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Tiziano Ferro, un miracolo riuscito (a metà)

Con il nuovo cd, il cantautore cerca svecchiarsi. Anche grazie al tocco internazionale di Timbaland. Dimostrando, in questi 50 minuti di autoanalisi, il coraggio di riscriversi. Il risultato è un disco riuscito anche se con qualche caduta nel sentimentalismo prima maniera. Ma lo sforzo va comunque apprezzato.

Tiziano Ferro ha un problema, si chiama Mengoni. Marco Mengoni. Uno che, per molti motivi, gli si può sovrapporre e nei fatti lo fa e lui rischia di uscirne sbiadito.

È sempre un po’ lo specchio di Biancaneve, anche nella musica: «Chi è la popstar più bella del reame?», e lo specchio: «Qualcuna c’è che è più bella di te».

Anche così si spiega, a 40 anni o giù di lì, la scelta di voltare pagina, per non lasciarsi imbrigliare, per non ridursi a clone di se stesso, a inseguitore dell’altrui successo. Oltre all’umanissimo artistico bisogno di mettersi alla frusta, di verificarsi e verificare un pubblico assuefatto.

E allora: via il produttore storico, quel Michele Canova che ha instaurato una sorta di dittatura del gusto sul pop mainstream, dentro il sogno di una vita, il guru sonico che dai 90 detta legge nell’hiphop e nel R&B commerciale americano, dunque mondiale.

IL TOCCO INTERNAZIONALE DI TIMBALAND

L’intento è chiaro: svecchiare il respiro, renderlo internazionale. Timbaland produce così nove pezzi, più i due di Davide Tagliapietra (chi è? L’ex di Mietta, chitarrista, turnista, uomo da palco), più uno a cura dello stesso Ferro; più lo spirito fratino di Jovanotti, altro sogno raggiunto per Tiziano; più la serenità esistenziale che ai quattro venti dichiara d’aver raggiunto; più la tempestiva polemicuzza con Fedez; più la copertina in sfumature di grigio meditabondo. Insomma non ci si fa mancar niente, signore e signori: voilà Accetto Miracoli. Per vendere. Per rimanere se stesso. Per cambiare. Per dire: sono un uomo adulto, un artista adulto, col coraggio di reimpacchettare il successo e giocarmelo. C’è riuscito, Tiziano?

CINQUANTA MINUTI DI AUTOANALISI

Ferro non è Leonard Cohen (che esce anche lui oggi, postumo, con lo struggente Thanks for the dance, assemblato sul figlio che ha cucito suoni e musiche sulle parti vocali lasciate in eredità). Il lavoro comunque si apre con un beat lento, profondo, e un cantato che già chiarisce il senso del gioco: Vai ad amarti, forse vaghissimamente dalle influenze Massive Attack, è l’incipit di questi 50 minuti di autoanalisi dove, in effetti, la mano americana di Timbaland si sente eccome. In modo accorto, senza stravolgere la matrice dell’artista, cui anzi viene lasciato ogni spazio – il tappeto sonoro è fatto più di richiami, echi, sospensioni, battiti, ma resta sempre la voce cantante in prima linea.

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Amici per errore si sposta verso il Beck più folk, ed è un altro pezzo riuscito, sorretto da chitarre acustiche piene e pulite, contrappuntate da singole gocce di piano: rischia la melensaggine, e invece la sua semplicità cattura.

IN BALLA CON ME SI FA PALESE LA SFIDA A MENGONI

Balla con me, giustamente, aumenta le pulsazioni e qui sì che la sfida, discreta ma chiara, a Mengoni, è gettata: spunta un Jovanotti e il gioco è fatto: orecchiabilità a eccedere, risolta con un gioco scaltro di trasporti e modulazioni. Se sfida è, la è sullo stile, sull’esperienza di una semplicità ruffiana che, per usare le parole del pezzo, «ci sta». In mezzo a questo inverno è l’unica prodotta direttamente dall’artista e si sente: recupera calligrafie autoriali fin dalla intro di piano, che, di solito, annuncia qualcosa di zuccherino e però di sciapo. «C’eri tu c’eri tu c’eri tu in mezzo a questo inverno» fa tanto Pausini, ovvero il Tiziano “vecchio”, che, per paradosso, era più vecchio a 20, 30 anni di questo nuovo che ne ha 40. Insomma, il branuccio fila via senza sussulti particolari: la promessa di smielaggine è mantenuta. Come farebbe un uomo è ancora classic Ferro, ma risolta in modo più moderno e conferma che la scelta di Timbaland è stata felice davvero.

Tiziano Ferro ha preso a metà il coraggio di riscriversi. Ma quella metà c’è, e va apprezzata. Da domani, da oggi la corsa sarà sempre più su se stesso

CON SECONDA PELLE TORNA IL SENTIMENTALISMO FACILE

Quanto a Seconda pelle, insiste nel romanticismo, o se si preferisce sentimentalismo anche facile – «una fotografia della fotografia» -, ma in un disco come questo è proprio il sentimento la chiave che fa entrare nel vissuto, il viatico per i conti con se stesso; se poi sia scelta autentica o solo astuta, è questione che pertiene a Ferro, basti qui dire che è un altro brano che non lascia particolari impressioni. Ma in un disco lungo, prolisso, è chiaro che non tutte le canzoni riescono col buco. Il destino di chi visse per amare è ancora e sempre autobiografia del cuore, virata al passato: la perdita è la carta d’identità, siamo fatti di assenze, di quel che abbiamo lasciato o ci ha lasciato lungo la strada. C’è un raccontarsi qui, tra nostalgie, fischi e successi, che deve anche più di qualcosa al Renato Zero della maturità. Le 3 parole sono 2 gioca sugli equilibri precari, sul ricomporre le scissioni: Tiziano l’italiano, il melodico, che si apre, a volte timidamente, a suggestioni diverse, meno nazionali, meno annunciate. È un brano emblematico dell’album, col suo oscillare tra il già sentito e sprazzi di inaspettato: Ferro avrebbe potuto osare di più, ha tenuto la briglia corta alla tanto annunciata smania di cambiamento, eppure il disco funziona.

PER RINNOVARSI È QUASI SEMPRE NECESSARIO TORNARE AI MAESTRI

Perché un disco, alla fine, vive di un suo carisma, di quella impalpabile atmosfera complessiva, e questa o c’è o non c’è. In questo senso, si può dire che l’obiettivo sia raggiunto. Casa a Natale, ad esempio, al di là di certe ingenuità testuali («di deserto sono esperto») sfodera perfino impensabili acutezze vocali alla Fabio Concato. A conferma che, per rinnovarsi, quasi sempre bisogna ritornare ai maestri.

Accetto Miracoli. Per vendere. Per rimanere se stesso. Per cambiare. Per dire: sono un uomo adulto, un artista adulto, col coraggio di reimpacchettare il successo e giocarmelo

Un uomo pop è tra i momenti più interessanti: di eleganza patinata, si ascolterebbe bene (anche) a una sfilata di moda, ma la costruzione è intrigante, il vestito sonico perfettamente bilanciato nelle sue sincopi e sospensioni, e il testo sembra quasi esaltarsi. È uno dei momenti in cui la cifra adulta di Tiziano risalta, amara, piccata, ironica ma finalmente diretta, scevra da ulteriori implicazioni. Buona (cattiva) sorte è un ballabile pseudolatino, di quelli che francamente hanno stuccato: sembra un riempitivo, o forse un acchiapparadio. Nelle pieghe dei beat si nasconde lo spettro del Battisti di metà Anni 70, ma, probabilmente, è un oltraggio non voluto.

FERRO HA TROVATO IL CORAGGIO DI RISCRIVERSI E VA APPREZZATO

Della chiusura (salvi i due remix in appendice) s’incarica il brano eponimo, Accetto miracoli con le sue ambizioni classicheggianti: tutto è sorretto dal piano, sopra discreti battiti sintetici e una brezza d’archi; è il momento del bilancio definitivo, almeno per ora. Il miracolo, musicalmente parlando, non c’è, c’è una canzone che sconta tutti i limiti di una generazione artistica e che tenta orgogliosamente di sciogliersi da quei limiti. Tiziano Ferro ha preso a metà il coraggio di riscriversi. Ma quella metà c’è, e va apprezzata. Da domani, da oggi la corsa sarà sempre più su se stesso, e meno sugli eredi possibili.


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The Supreme, anche i bimbiminkia nel loro piccolo spaccano

Un linguaggio incomprensibile in un tappeto sonoro su misura. Il disco d'esordio del giovane rapper romano in 24 ore ha stracciato ogni record. Un album che è come una caramella, stordente, gommosa, acre, coloratissima, allusiva. E ci dice molto dei tempi in cui viviamo.

È difficile per chi abbia più di 16 anni capire, raccontare il successo folgorante di Tha Supreme, questo hip hopper, questo rapper classe 2001 che con un primo disco uscito da una settimana ha sbancato, anzi ha «spuaccuato», come direbbe Sfera Ebbasta.

Difficile non compiacere per il rischio di tradirsi e risultare “out of time”, obsoleto, superato: meglio fare quello mentalmente aperto, che mente a se stesso e a chi lo legge, tessere – per pararsi il culo, come stanno facendo tutti – l’elogio di un anonimo ragazzino romano, Davide Mattei, che però come pseudonimo, Tha Supreme, è già un mito e vogliono farlo passare per epocale. E qui serve un passettino indietro, piccolo perché la storia è esigua.

L’imberbe Davide si rivela, sedicenne, con un pezzo per Salmo, Perdonami, ripetuto da altri brani singoli, tutti fortunati, che via via vanno a costruire l’ossatura dell’album d’esordio, 23 6451, venti episodi, alcuni con le stelline nostrane del rap/trap/hiphop, Salmo, Mahmood, Marracash, Lazza, Nitro, Dani Faiv, Gemitaiz e Madman.

23 6451, UN DISCO D’ESORDIO DA RECORD

Il disco esce, targato Epic/Sony, e in poche ore razzola record a manetta: tutti e 20 i brani nella top 50 Italia, sette nella Top 200 global di Spotify, 13 milioni di streaming nel giro di 24 ore. Fine della storia, per ora. Ma anche inizio. Perché tutto parte da qui, e tutto da qui sarà possibile. Di fronte a questi numeri, il recensore medio si spertica nelle lodi automatiche: scampa alla tempesta di rabbia social degli adolescenti, passa nel novero di quelli che hanno capito l’incomprensibile, perché capaci di sintonizzarsi sui linguaggi delle giovani generazioni, bla, bla, bla.

È tutto un bla bla bla sapientemente decostruito, un pidgin hip hop fatto apposta per non essere capito

Ecco, il linguaggio: ingrediente primario di Tha Supreme. Perché non c’è. È tutto un bla bla bla sapientemente decostruito, un pidgin hip hop fatto apposta per non essere capito, e quindi a maggior ragione seducente: «Ciascuno ci trova quello che vuole», spiegano i recensori che hanno capito, come a dire la scomparsa del senso compiuto, universalmente accettato per comunicare. Tutto e il contrario di tutto, che è anche un bell’esercizio, volendo, di viltà: lo stesso dei politici, che si smentiscono mentre affermano.

Tranne quando Tha Supreme vuol farsi capire: allora i concetti li scandisce chiari, mitragliati, ripetuti, ma chiari e, vedi caso, sono regolarmente termini-sirene, che seducono i fanciulli: le canne, il fumo, la scuola no, «una puttana quindi figlio di puttana», il profluvio strategico di turpiloquio da scuola dell’obbligo, anzi del non obbligo, perché c’è l’espresso, irriverente invito a segarla. «MilevolacintatumifaiunbelBIP». Per fomentare, è chiaro, la ribellione alla panna che tanto funziona oggi: «coglionerottilcazzo», non manca neppure l’afflato sul qualunquista-grillesco, «politicidimmerda».

TESTI INCOMPRENSIBILI SU UN TAPPETO SONORO PERFETTAMENTE CALIBRATO

La trovata del pidgin non è nuova, molti artisti, quando compongono, lo fanno in un inglese stralunato, masticato lì per lì: poi ci metton sopra le parole dei testi. La genialata di Supreme è quella di lasciare, debitamente rifinito, la masticatura per quella che è, velocissima, trapanante. Ne esce una totale apparente mancanza di senso, una licenza dal senso che fa il paio con il suono: morbido, fruibile, perfettamente calibrato – il lavoro figura composto e prodotto dallo stesso Mattei, in realtà si deve alla Salmo Crew che sviluppa un flusso ossessivo e raffinato, bilanciando influenze americane, senza strafare, con istanze squisitamente locali.

I temi? Per quel che è dato intuire, sono i soliti: la ribellione del ghetto, le droghe, la Ferrari, monili e diademi vistosi, vita bella e sfrontata

È una inoffensività apparentemente aggressiva (7rapper ma1 è una fiondata particolarmente riuscita), di sicuro molto ben costruita: funziona bene da cellulare come da impianto stereo (e questo è aspetto da non sottovalutare assolutamente), come sottofondo come da ispirazione diretta. I temi? Per quel che è dato intuire, sono i soliti: la ribellione del ghetto, figlia dell’incomprensione, che sfocia nella passione per i piaceri facili, edonistici come le droghe, la Ferrari, monili e diademi vistosi, vita bella e sfrontata.

Musicalmente l’album è ridondante, prolisso, venti momenti, quasi tutti brevi o brevissimi, ma non c’è solo la tachicardia ritmica, ogni tanto affiorano conati melodici (Gua10; Blun7 A Swishland, che dovrebbe raccontare del desiderio di cambiare fumo), e sono i momenti in cui la capacità compositiva, sfrondata un po’ dell’ottundimento sintetico-ritmico mostra drammaticamente la corda. Altri sprazzi sono un po’ così: Parano1a K1d schiera Fabri Fibra, ma paga pesante tributo a J-Ax; M12ano, con Mara Sattei, chiarisce il gusto minorenne ai tempi di X Factor: qualcosa di troppo lontano, anche per chi sia appena uscito dalla fase puberale, per essere davvero compreso. Ma c’è perfino, nel pezzo con Salmo, Sw1n60, una sorta di strampalato swing, tanto per non farsi mancare niente: «Dellascenarapneholepallepiene, guardachegrandestocazzochemene, pensocolcazzoperchémiconviene».

UN ALBUM PIENO DI IDEE RICICLATE MA CHE RIESCE AD ANDARE OLTRE

A un disco come questo, ci si può solo girare intorno: è una caramella, stordente, gommosa, acre, coloratissima, allusiva (la copertina, che cita Dalì, è a sua volta tripudio citazionista, ovviamente adeguato ai tempi: il coniglio Bunny, carte da gioco, astronavi, finta originalità, trita e ritrita). Con gli ospiti che fanno gli ospiti, Mahmood recita Mahmood e così via. Un mondo di idee riciclate ma insospettate da chi non ha abbastanza tempo addosso da scoprire qualcosa di remoto, dunque di nuovo.

Tutto calcolato per un disco di record perfetti per un tempo quando «non fidarti di quella troia, mi toglie il follower» passa per lirica leopardiana

Cinica truffa, ma fatta come si deve. Tredici milioni di streaming in 24 ore. I beat giusti nei cervelli giusti. Spirali di fumo ovunque, come giustificazione all’apatia, all’impossibilità, perfino al vittimismo da «politici ci avete tolto i sogni ci avete rubato il futuro e noi allora ci sballiamo ci sbattiamo di canne sempre ogni traccia ogni momento come se non ci fosse un domani come se non ci fosse un’altra dieta».

Eppure in questa monotonia rap, in questa polluzione del già sentito, c’è come un punto e a capo. Come uno spingersi oltre. Come se la totale, assoluta vacanza concettuale avesse raggiunto nuove misure, travolto vecchi limiti. Come se la cura formale diventasse funzionale come mai prima. C’è un avatar di Tha Supreme, lo trovate, mastodontico pupazzo, nelle stazioni dei treni di Milano e di Roma. Tutto calcolato per un disco di record, effimeri magari, ma perfetti per un tempo quando «non fidarti di quella troia, mi toglie il follower» passa per lirica leopardiana, e per questa volta la dittatura del politicamente corretto che si fotta, anzi chesifotta, yo yo yo, raga raga raga.

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Le accuse di Tiziano Ferro a Fedez su bullismo e omofobia

Il cantante di Latina apre la polemica per una canzone del 2011: «Non si scherza sulla sessualità, serve una legge contro l'odio». La replica del marito della Ferragni: «Strano tempismo, ma se si è offeso mi spiace. Facciamo qualcosa insieme contro le discriminazioni».

Una polemica su bullismo, odio e (presunta) omofobia scoppiata con quasi 10 anni di ritardo. Lo scontro è avvenuto fra due big della canzone italiana, per successi ottenuti e seguito sui social: Tiziano Ferro e Fedez. Il primo ha acceso la miccia a Milano parlando durante la conferenza di presentazione del suo nuovo album Accetto miracoli: «Mi si tira in ballo e io sono ironico, finché si scherza va bene, mi spiace solo quando queste cose sono legate al sentimento e alla sessualità, perché anche una battuta può mettere un adolescente a disagio, e che un idolo dei ragazzini mi prenda in giro su questo è un atto di bullismo molto forte, non solo verso di me».

«IL BULLISMO VIENE ANCHE DA CHI SCRIVE CANZONI»

L’idolo dei ragazzini in questo caso è “mister Ferragni“, visto che Tiziano ha fatto riferimento alle offese ricevute spiegando che «il bullismo non è finito a 13 anni» e che viene anche da chi scrive canzoni. A chi gli ha chiesto se si riferisse a Fedez, ha risposto che lui è «”uno dei”, dai…».

QUELLE BATTUTE SU OUTING E WÜRSTEL

Il testo della canzone “incriminata”, Tutto il contrario, uscita nel 2011, fa così: «Mi interessa che Tiziano Ferro abbia fatto outing; Ora so che ha mangiato più würstel che crauti; Si era presentato in modo strano con Cristicchi; “Ciao sono Tiziano, non è che me lo ficchi?”».

Serve una legge contro l’odio, perché le parole sono importanti. Bisogna imparare a dire le cose, esistono forme e tempi


Tiziano Ferro

Ferro ha poi sottolineato la necessità di «una legge contro l’odio, perché le parole sono importanti. Bisogna imparare a dire le cose, esistono forme e tempi». Insomma «anche questo è bullismo, non ci si deve scherzare».

FEDEZ: «A 19-20 ANNI MI ESPRIMEVO IN MANIERA DIVERSA»

La risposta di Fedez non si è fatta attendere ed è arrivata su Instagram, tramite le story: «Mi stupisce il tempismo di questa dichiarazione, all’epoca avevo 19-20 anni, ero una persona diversa che si esprimeva in modo diverso. Però nella canzone io già dal titolo volevo far capire che la sessualità dell’artista è accessoria al giudizio che do dell’artista. Poi l’ho condita con il linguaggio dissacrante che avevo».

Penso negli anni di aver dimostrato che io e l’omofobia viaggiamo in parallelo e non ci incontriamo mai

Fedez

E ancora: «Penso negli anni di aver dimostrato che io e l’omofobia viaggiamo in parallelo e non ci incontriamo mai, con Mika a X-Factor abbiamo fatto un sacco di cose contro bullismo e omofobia».

«RENDIAMO COSTRUTTIVA QUESTA BRUTTA PARENTESI»

Infine le scuse e un appello: «Non pensavo che la canzone potesse aver offeso Tiziano, ora che lo so mi sento dire che non era quella l’intenzione e mi dispiace. Cerchiamo di rendere costruttiva questa brutta parentesi, io e Tiziano possiamo fare tante cose assieme per la lotta a omofobia e bullismo».

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Quando Rossini incontra il jazz

Il trio composto da Paolo Fresu, Uri Caine e Daniele Di Bonaventura ha riletto a Pesaro la Petite messe solennelle. Una "provocazione" riuscita che conferma la straordinaria originalità di quello che il maestro marchigiano definiva il suo «ultimo peccato di vecchiaia».

La città di Gioachino Rossini, sotto le insegne del Rof, lo storico festival a lui dedicato. E il grande capolavoro sacro, quella Messa piccola e solenne che oltre la civetteria dell’autore, che la definì il suo «ultimo peccato di vecchiaia», afferma ancora oggi un’originalità così prepotente da risultare quasi sconcertante. Aveva tutto, la Petite (jazz) messe solennelle realizzata in prima assoluta il 16 novembre a Pesaro per costituire l’evento dell’anno nell’ambito sfuggente e complesso, eppure sempre più frequentato, in cui il jazz incrocia la musica cosiddetta colta.

UNA “PROVOCAZIONE” PORTATA NEL SANTUARIO ROSSINIANO

C’era la singolarità un po’ provocatoria dell’iniziativa, portata nel “santuario” del compositore, quel teatrino ottocentesco eponimo che dai lontani Anni 80 è il cuore del rossinismo internazionale. Ma soprattutto c’era l’originalità del progetto: una sfida temibile, mai osata prima, che metteva in campo da un lato un monumento della vocalità sacra del XIX secolo, solistica e corale, sostenuto peraltro da una scrittura pianistica di originalissima quanto singolare cifra stilistica e dall’altro tre musicisti di punta della scena jazz internazionale. E se la connotazione pianistica dell’approccio era doverosamente quanto inevitabilmente salvata (e anzi, come vedremo, per molti aspetti esaltata) grazie alla presenza di Uri Caine, la rimanente combinazione strumentale sembrava fatta apposta per disegnare traiettorie solo apparentemente comode e naturali, costituita com’era dal flicorno (a volte sostituito dalla tromba) di Paolo Fresu e dal bandoneón di Daniele Di Bonaventura.

Il trio Fresu-Caine -Di Bonaventura al Teatro Rossini di Pesaro (foto Studio Amati Bacciardi).

UNA CARTOGRAFIA MUSICALE FEDELE E INSIEME INNOVATIVA

La sfida si deve a proprio a Di Bonaventura, marchigiano di Fermo, forse non a caso l’unico dei tre a essere conterraneo di Rossini. Sua l’idea di affrontare una buona volta il periplo della partitura rossiniana – suddividendosi poi il lavoro specialmente con Uri Caine – per trarne una cartografia musicale che riuscisse a essere nello stesso tempo fedele e innovativa. Riesecuzione e riscrittura come postilla Fresu. Sua la convinzione che la tanto sbandierata “modernità” della scrittura pianistica rossiniana nella Petite messe potesse diventare il terreno di confronto (e magari anche scontro) per una rivisitazione arricchita dalla dialettica fra gli strumenti a fiato e il bandoneón, vedi caso strumento nato proprio in ambito religioso, prima di conoscere e assumere la dimensione etnica e tanguera che è oggi la sua più conosciuta.

UN WORK IN PROGRESS DA NON ABBANDONARE

L’ascolto ha dato l’impressione che questa navigazione musicale abbia appena spiegato le vele, nello stesso tempo fornendo suggestioni tali da far sperare che il work in progress non sia abbandonato, che l’elaborazione continui e si prenda il tempo necessario per crescere nel confronto con la monumentale partitura rossiniana e nella rilettura dei suoi mille dettagli. Forse, il punto principale riguarda proprio la natura della “riscrittura”, assodato che l’approccio della “riesecuzione” è risultato sostanzialmente fedele al modello, eliminando solo (si fa per dire) tre numeri del Gloria: i primi due e la conclusiva doppia Fuga, Cum Sancto Spiritu.

Il trio jazz ha eseguito la Petite messe solennelle del maestro marchigiano (foto Studio Amati Bacciardi).

IMPROVVISAZIONI A CORRENTE ALTERNATA

Il versante improvvisatorio ed elaborativo in senso profondo è sembrato infatti procedere un po’ a corrente alternata. Fluiva libero e suggestivamente provocatorio nella tastiera di Uri Caine, un musicista integrale che conosce bene quanto sia complesso ma quanti succosi frutti possa dare il confronto con la scrittura degli autori “classici” (dai lui lungamente e ampiamente frequentati non solo nell’ambito pianistico). Lo si coglieva subito – e l’attacco era affascinante – nello spostamento degli accenti dentro l’introduzione pianistica del Kyrie, lo si notava nella fremente libertà di spaziare da un capo all’altro della tastiera, un po’ meno nelle pur accattivanti ma forse un po’ manierate accensioni swing, anche perché il problema della drammaticità possibile dentro lo swing resta aperto. Ma non si poteva non apprezzare la colta consapevolezza stilistica rossiniana del pianista americano, che per esempio lo ha portato, nella pagina per solo pianoforte (così è l’originale) del Preludio religioso, a inserire il suo apporto improvvisatorio laddove nel belcanto di Rossini sono previste le variazioni, cioè nelle ripetizioni o nei “da capo”.

FRESU, SUGGESTIVO MA STANDARD

Questo meccanismo è parso evidente anche nell’apporto di Fresu, che si è confermato strumentista di gran vaglia e di sensibilità musicale decisamente inclusiva e comunicativa, all’interno tuttavia di una prova più manierata e prevedibile. Non era facile: toccavano a lui le trasposizioni più dirette e immediate (quelle di cui ogni rossiniano tradizionale, in questi casi, resta in attesa) delle melodie vocali, e se è innegabile che siano state in genere risolte con eleganza, ci è parso però che il loro trattamento fosse un po’ quello riservato a certi “standard” usurati: magari suggestivo, ma solo a tratti in grado di lasciar leggere una riscrittura davvero alternativa che andasse a costruire una dimensione nuova oltre quella naturalmente costituita dal rifacimento in chiave più o meno “calligrafica”. A bilanciare gli elementi di questo difficile equilibrio è stato Di Bonaventura con il suo bandoneón: il suo apporto al trio e soprattutto i suoi dialoghi con il flicorno o la tromba di Fresu hanno costruito spesso una dimensione sonora inedita e poetica, capace di disegnare un pensiero originale dentro alla voluta fedeltà al punto di partenza, regalando sottigliezze timbriche e sottili trine armoniche e melodiche che molto hanno giovato anche alla dimensione solistica di Fresu, arricchendole di una dimensione dialettica intrigante.

Daniele Di Bonaventura sul palco (foto Studio Amati Bacciardi).

APPLAUSI E DUPLICE BIS

Teatro Rossini al gran completo, esecuzione contrappuntata da numerosi applausi e salutata alla fine da vivo entusiasmo, che ha spinto il trio a un duplice bis. Come doveva essere, la rilettura del Domine Deus e del Quoniam dal Gloria si è svolta con l’apporto di ulteriori improvvisazioni e non senza una musicale boutade da parte di Uri Caine, il quale a un certo punto ha fatto risuonare alla tastiera anche la celeberrima “galoppata” che chiude la Sinfonia del Guillaume Tell. Una firma e un omaggio allo stesso tempo.

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Gianna si tuffa nel passato e fa davvero La differenza

Nell'ultimo disco della Nannini si sente, in tutto e per tutto, la tensione della sfida, un rispetto autentico per la musica, la voglia di ribadirsi senza troppi calcoli, senza fronzoli ma con estrema cura per i dettagli. C'è un ritorno marcato a una asciuttezza che fa risaltare l'unicità dell'artista.

Gianna Nannini è di quelli che possono piacere e non piacere, con il suo modo da scavezzacolla di buona famiglia, di Gian Burrasca col culo parato, la ricca borghesia senese che ti permette di fare quello che vuoi, vizi capricci pretese, tanto se caschi, caschi in piedi.

Lei voleva fare la rockstar, e l’ha fatto. Anzi ha cominciato proprio da dura, per poi via via normalizzarsi, come succede a chi ha un successo esagerato. Ma la gavetta l’ha avuta, le sue porte da sfondare le ha avute: e le ha sfondate.

S’è anche persa, come è doveroso per una rockstar, dandosi al caos, allo sbando, all’ossessione da coca («Ne ero dipendente, non restavo mai senza», ha detto qualche tempo fa a Vanity Fair).

CON LA DIFFERENZA GIANNA RITORNA AL PASSATO

Allo stesso tempo, quelle pose zompettanti che nascondevano Rossini, «questo amore è una camera a gas», potevano irritare i puristi, potevano indurre a dire: chi vuoi prendere in giro, Giannina? Noi non ce la beviamo. Ma lei tirava dritto per la sua strada, faceva come sempre il comodo suo, giocava con la sua libertà viziata ma imprescindibile, si permetteva una figlia fuori tempo massimo, facendo incazzare i moralisti, faceva dischi magari non sempre a fuoco, e teneva botta: una sua raccolta, qualche anno fa, arrivò a vendere la per questi tempi astronomica cifra di cento e passa mila copie. Anche se il rock, vero o presunto, era sempre più lontano. Anche se altri generi, altre facce premevano. Lei avanti, dritta a modo suo.

A 63 anni arriva un album come questo, e capisci che chiamarlo La differenza non è altro che la verità, tutta la verità

È che i conti si fanno alla fine, ci vuole una vita per capire chi si è e soprattutto per dimostrarlo. Poi, a 63 anni, arriva un album come questo, e capisci che chiamarlo La differenza non è altro che la verità, tutta la verità. Non nel senso che Gianna sia snaturata o rinnegata, tutt’altro: c’è se mai una diversità che fa la differenza, c’è un ritorno marcato a una asciuttezza che fa risaltare l’unicità: io sono altro da voi, e posso esserlo perché me lo sono guadagnato e non ho bisogno di rincorrere le mode. Faccio corsa su di me e, per quanto possa coinvolgere qualche ragazzino, sia chiaro che sono io a condurre il gioco.

Ed è andata a Londra, dove vive per lo più attualmente, in cerca di aspirazioni e ispirazioni, e poi è finita a Nashville, perché serviva incontrare certi sogni, certe radici magari immaginifiche ma non meno forti. Ed è arrivato questo punto e a capo, dove si sente, in tutto e per tutto, la tensione della sfida, un rispetto autentico per la musica, la voglia di ribadirsi senza troppi calcoli, senza fronzoli ma con estrema cura per i dettagli.

DAL REGGAE AL ROCK DURO, LA NANNINI NON SI TRADISCE MAI

L’album si presenta col primo singolo, l’eponimo La differenza che ha accenti vocali alla Brunori Sas (o non sarà il contrario?): è subito un colpo dritto al centro, una ballata che non vuole travolgere ma avvolgere, dove tutto è calibrato, dalla strofa al ritornello che si apre, ma senza esagerare, con l’intensità controllata che ci vuole. Romantico e bestiale è un reggae sporco, fatto con Dave Stewart, e dà modo a Gianna di liberare la parte più istintiva, se si vuole istrionica, ma qui ancora misurata, su bordoni d’organo. Motivo torna alla ballata e potrebbe sapere di risaputo, appesantita dalla pochezza interpretativa e compositiva di Coez; ma in questo album breve, 36 minuti e andare, di elaborata essenzialità, niente va sprecato e anche questo pezzo, in sé piuttosto ruffiano e tra i più deboli della raccolta, si salva nell’economia complessiva del lavoro.

Si ascoltano echi di Nashville, dove il disco è stato rifinito, opportunamente, dopo la gravidanza inglese

Molto meglio Gloucester Road, arpeggiata in pizzico di dita, inglese ma in fondo italiana, perfino napoletana, il sapore è quello del vecchio compagno di «notti magiche» Edoardo Bennato. L’aria sta finendo sfodera il rock venato di country, si ascoltano echi di Nashville, dove il disco è stato rifinito, opportunamente, dopo la gravidanza inglese; discretamente mainstream, senza dubbio, e qua e là affiorano certe tentazioni liriche a gola spiegata; ma trovala, una che dopo tanta strada ancora non si fa scrupolo nel tirare fuori questa carica, più matura, forse anche più sincera di prima nel ritornare ad una certa idea de “l’America”.

NEL DISCO NON MANCANO LA VENA CANTAUTORIALE E LE MELODIE ITALIANE

Più canonica, subito dopo, Canzoni buttate, per dire più cantautorale, la classica canzone destinata ad essere adorata, adottata dagli hardcore fan. Per oggi non si muore continua il gioco, solo asciugandolo un poco: rinchiudendosi in un microcosmo emotivo e fisico, qui Gianna canta per tutti ma soprattutto per se stessa, come sotto la doccia o dentro un bicchiere di whisky; ed è una melodia italiana quella che dipana sotto flussi morbidi di chitarre elettriche. Simpaticamente celentanesca Assenza, giusta giusta per cavarne fuori un secondo singolo, e vedrete se non sarà così.

La cantautrice e musicista italiana Gianna Nannini posa per i fotografi durante il photocall per la presentazione del suo ultimo album ‘La differenza’.

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A chi non ha risposte, e siamo già in vista della fine, è piuttosto di routine ma serve a ricordare che qui c’è una interprete inconfondibile, tuttora in grado di alternare il registro roco, aggressivo con quello alto, quasi adolescenziale, sempre con quella intensità tra folk e il melodramma; e la coda col controcanto di una corista soul è un modo interessante di uscirne. L’esito di Liberiamo va sul sicuro, è Every breath you take dei Police, che poi è Stand by me di Ben E. King: in questi casi non conta il giro armonico standard, conta la capacità di rileggerlo con intensità adeguata: la Nannini non è una blueswoman, ma ha abbastanza esperienza e talento per cavarsela.

UN ALBUM IMPORTANTE DI UNA ARTISTA DI TALENTO

E così Gianna reimpacchetta il passato e lo riporta a casa. Fa un giro lungo, dall’Inghilterra all’America, mette nel sacco quello che conta, che serve, poi lo sparpaglia per confezionare un album importante, ambizioso, coraggioso nella sua scaltra onestà. C’è una purezza, una bellezza di suono che rende il disco godibilissimo specialmente in cuffia. C’è la sfida, sfrontata, evidente, di consegnarsi a una sensibilità poetica personale, dunque fuori tempo – niente ammiccamenti qui, niente costruzioni buone per Spotify, solo la riaffermazione di un talento consapevole della sua storia ma che allo stesso tempo non rinuncia a rinfrescarsi, solo alle sue condizioni. Ci sono i limiti, ma c’è anche tanta vitalità, tanta forza, l’orgoglio e l’entusiasmo che alla fine ti fa dire: però, mica male questa Nannini. E chi se l’aspettava, così cazzuta ancora.

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Lucio Dalla, un miracolo senza tempo (anche rimasterizzato)

A 40 anni di distanza esce la Legacy Edition del disco del 1979. E riaffiora la poetica stralunata ma accessibile del cantautore bolognese. Un lavoro con tre "inediti" che è un documento della coscienza che non abbiamo più.

«Milano vicino all’Europa, Milano che banche, che cambi» ed era il 1979 e un decennio si chiudeva di passioni e di fumo, di spari e di piombo, di musica e di utilitarie nuove, di una dimensione metropolitana caotica e seducente.

IL DISCO DELLA SVOLTA

Crescevamo e Lucio Dalla era lì, col suo disco della svolta, un anno e mezzo in classifica, un milione e passa di copie vendute, canzoni più commerciali di prima, ma in modo intelligente, ma indimenticabili. La sinfonia di Notte, il sogno d’amore tenero e squallido di Anna e Marco, gl’incubi un po’ sinistri di Tango, la luce molto sinistra visionaria de La Settima Luna, il congedo da un’epoca di L’Anno Che Verrà. E l’elegia suprema per Milano.

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E noi ci si camminava dentro, sulle nostre scarpe da tennis fino a scuola o nei meandri della città, si camminava su quegli accordi ritmati di piano, sul climax che arrivava ma non lo capivamo, era solo una bella canzone da portarsi dentro, dentro la città che avvolgeva e stordiva e eccitava, dentro di noi che come alberi si cresceva inesorabili.

Il cantautore bolognese Lucio Dalla nel 2011.

DALLA RIMASTERIZZATO COME BATTISTI

Quarant’anni dopo è ancora tutto qui con Lucio Dalla – Legacy Edition (Sony). C’è ultimamente questa moda, perché il mercato deve pur rigenerare se stesso, in continuazione, questa moda di rimasterizzare i dischi a 24 bit/192KHZ, sigle di cui l’ascoltatore medio sa niente ma rappresentano, «la migliore definizione attualmente possibile», si dice. E in effetti è così, ascoltare roba antica che è stata scomposta, ripulita e ricombinata con nitore cristallino e profondità inusitata, te la fa riscoprire, ti sembra d’esser lì, in studio, quando veniva incisa. Quando veniva partorita. È già successo con Lucio Battisti, adesso tocca all’altro immenso Lucio.

DALL’ERA ROVERSI ALLA POETICA STRALUNATA

Punto di svolta della sua carriera, il disco omonimo con lui di faccia, la cuffietta di lana, Dio quella cuffia, portata estate e inverno, cosa ci fosse sotto meglio non sapere. Finiva un’altra decade cruciale e Dalla era pronto, archiviato il periodo col poeta Roversi che aveva intuizioni meravigliose, «Nuvolari ha 50 chili d’ossa, Nuvolari ha un fisico eccezionale», è piccolo, deforme come un ulivo contorto, ma indistruttibile inarrivabile italiano, «gli uccelli dell’aria perdono le ali quando passa Nuvolari».

Lucio Dalla e Tazio Nuvolari a cui dedicò una canzone.

Stille di poesia, ma il pubblico non era preparato, non capiva e poi quel Roversi in studio si vedeva poco, lui cercava la ribalta di piazza, l’impegno politico ma Lucio aveva già capito, la fine delle passioni ideologiche era lì, i cantautori classici avevano un po’ rotto i coglioni, meglio starsene defilato, giocar di sponda e spingere su una poetica ironica, stralunata ma accessibile. Con musicisti di prima scelta, parte session men della Rca, parte degli Stadio in fieri, come il chitarrista Ricky Portera.

UN VERO PERIODO DI GRAZIA

Lucio Dalla è disco di soluzioni sonore sofisticate ma accattivanti e sta qui il suo miracolo: difficile, criptico, ma a suo modo immediato, consumabile, le atmosfere cambiano di continuo e sono tutte belle. È sempre Dalla ma un altro Dalla, è per il pubblico ma poco gli concede. Poi verrà il seguito, ancora omonimo, Dalla, altri occhi in copertina, altre canzoni indimenticabili, tutte, Balla balla ballerino, Futura, La sera dei miracoli, era un periodo di grazia quello.

LA DIFFERENZA TRA VECCHIO E CLASSICO

Lucio Dalla non è un album vecchio, è un album classico. Nasce già fuori dal tempo, come le cose immortali. Non ti stancherai mai di sentirlo e ancor più dopo questo lifting sonico.

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Dentro, ci stanno tre inediti che inediti non sono, due sono versioni in studio di motivi consolidati, Angeli, prestata all’inizio a un altro piccoletto fenomenale, Bruno Lauzi (che bella che resta, però) e Ma come fanno i marinai, con De Gregori, che non ha bisogno di chiose. L’ultimo bonus è Stella di Mare in inglese, e va bè, che ce ne facciamo mai.

Due pezzi che meritavano di stare nell’album originale, ma allora andava così, c’erano limiti per un lp, poi si pensava che oltre quei 35, 38 minuti il pubblico si stancasse. Ma come stancarsi di canzoni come queste?

Dalla e De Gregori durante la tournée Banana Republic.

UN’OPERA FINALMENTE COMPLETA

In ogni modo, finalmente i due orfanelli perduti rifluiscono in quest’opera omnia e non ne escono più. Il loro posto era lì, dall’inizio, e ascoltare questo disco nella sua completezza è qualcosa di struggente come l’ingenuità sfiorita che ti faceva ragazzo, che inseguirai sempre più invecchiando. Col cuore appresso a una donna, una «donna senza cuore, chissà se ci pensano ancora, chissà».

Lucio Dalla.

GIÙ LE MANI DA L’ANNO CHE VERRÀ

C’è un libretto con varie testimonianze, Dente, Di Martino, Colapesce, insomma gli emuli, che mai arriveranno alla statura di Dalla, e i produttori Colombini e Biancani della Fonoprint, e ci sono le illustrazioni di Alessio Baronciani, i dischi storici diventano cimeli, oggetti da conservare, si può capire. Ma è il loro contenuto, volatile ed eterno, a contare davvero. Perché poi finisce nell’anima e non finisce d’intossicarla stupendamente. «La settima luna, era quella del luna park, lo scimmione s’aggirava». È roba che ci appartiene, alla quale apparteniamo. È roba suonata davvero e quelle sonorità com’erano intelligenti, e azzeccate, e squisite.

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Così si facevano i dischi, così non si fanno più oggi che L’anno che verrà è ridotto a una maledetta colonna sonora del Capodanno Rai con tutti quei disperati che stappano e ballano e fanno il trenino e invece è una poesia di cristallo bagnato di lacrime. Ma che avete da smandrappare, non le sentite quelle parole, i «sacchi di sabbia vicino alla finestra», la paura da respirare, e la speranza impossibile, «ogni Cristo scenderà dalla croce», e la resa definitiva al dolore, «vedi vedi vedi caro amico, cosa si deve inventare, per poter riderci sopra, per continuare a sperare». Non lo capite che dovete lasciarla stare la storia di un anno in meno che rimane? Dovrebbero vietarla, L’anno che verrà come sigla. Dopo 40 anni, un disco così è un documento della coscienza che non abbiamo più.

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Chi è Coez, ospite speciale del primo live di X Factor 2019

Il cantautore romano ha iniziato con l'hip hop nei Circolo Vizioso e nei Brokenspears. Ma è diventato famoso abbracciando il pop. I suoi grandi successi? "La musica non c'è", "È sempre bello" e "Domenica".

Una carriera iniziata dall’hip hop e continuata, con enorme successo, nel pop melodico. Coez, ospite speciale del primo live di X Factor 2019, è una delle voci più conosciute d’Italia, con brani come La musica non c’è, Domenica, Faccio un casino ed È sempre bello. Coez, che ha raggiunto la certificazione di disco di platino con ben 8 singoli (La musica non c’è è 8 volte platino), è in tour fino al 22 dicembre 2019.

Coez, all’anagrafe Silvano Albanese, è nato l’11 luglio 1983 a Nocera Inferiore (Salerno) ma ha sempre vissuto a Roma. All’inizio scelse di frequentare una scuola di cinema, ma dopo appena un anno, insieme a due compagni di corso, fonda il Circolo Vizioso, un collettivo hip hop underground. Nel 2007 Coez conosce Bruno “Snais” Cannavicci, membro del gruppo degli Unabombers, e insieme ai membri del Circolo Vizioso dà vita al collettivo Brokenspeakers. Il gruppo inizia a farsi conoscere nell’ambiente rap/hip hop, arrivando ad aprire i concerti di artisti come i Club Dogo.

Il ruolo da comprimario inizia però a stare stretto a Coez, che inizia a scrivere anche canzoni da solista. Nel 2009 Nella casa, appartenente all’album d’esordio Figlio di nessuno, è il suo primo vero successo, ancora limitato agli appassionati rap. Dopo altri due album (Non erano fiori nel 2013 e Niente che non va nel 2015), la celebrità a livello nazionale arriva con Faccio un casino, titolo del singolo e della sua quarta opera, pubblicati nel 2017. La musica non c’è, il brano più ascoltato dell’album, è stato premiato con sei dischi di platino.

Da Faccio un casino in avanti Coez ha scelto sonorità vicine al mondo indie, distaccandosi dalle sue origini rap e diventando tra i cantanti più famosi a livello nazionale. Nell’estate 2019, per celebrare i cinque anni di carriera, l’artista ha pubblicato il suo quinto album È sempre bello (certificato oro), anticipato dall’omonimo singolo (quattro volte disco di platino) e da Domenica.

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Sanremo 2020 si fa il lifting, ma le novità non convincono

Il Festival dell'Ariston compie 70 anni e Amadeus prova a rilanciarlo. Ma i punti deboli rimangono sempre i soliti: lottizzazione, dipendenza dai talent e latitanza di artisti veri.

La farfallina a Sanremo in compagnia del nasone? Il pericolo c’è, perché con l’arruolamento di Amadeus per i 70 anni del Festival rientra prepotentemente in gioco l’impresario Lucio Presta, l’amico di Matteo Renzi, il che pone problemi di equilibri politici: per un Presta che entra c’è un Salzano che ovviamente non vuole uscire e così bisognerà trovare una quadra, come spiega anche Dagospia. Conduttori, cantanti, ospiti, tutto da spartire, tutto da distribuire. Perché Sanremo è Sanremo, e non esiste Festival senza lottizzazione.

È Rai, è governo, è corridoi, è lottizzazione, da sempre e per sempre. Per dire, già si starebbero vagliando, secondo indiscrezioni dalle segrete stanze, le credenziali per gli innumerevoli numeri di varia umanità: nessuno tocchi l’alleanza Pd–M5s, tanto per la satira le amenità dei vari Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e compagnia bella, bastano e avanzano. Ma circola pure una certa apprensione per il futuro immediato: tiene o non tiene, il governo?

De Santis su Sanremo ha investito la sua credibilità, e l’anno scorso con la gestione Baglioni-Salzano 2 è riuscita a impattarla quanto ad ascolti, ma non senza fatica

Perché dovesse cascare prima della fine dell’anno, potrebbero tornare in discussione parecchie poltrone, già quella della direttrice di RaiUno, Teresa de Santis, oscilla da un pezzo con lei che dice: «Non farò l’agnello sacrificale». E De Santis su Sanremo ha investito la sua credibilità, e l’anno scorso con la gestione Baglioni-Salzano 2 è riuscita a impattarla quanto ad ascolti, ma non senza fatica: il Festival ha tenuto, ma ha pure lasciato parecchio amaro in bocca, non ha brillato, si è segnalato per generose oasi di noia.

IL PROBLEMA DI SANREMO: GLI ARTISTI BRAVI LO DISERTANO

Anche sui cantanti, i giochi sono aperti. Amadeus rivendica il ruolo di guida della commissione selezionatrice, forte dei trascorsi radiofonici, ma le pressioni sono immense e anche qui una certa brezza politica si avverte e non potrebbe essere altrimenti, essendo Sanremo anche megafono di valori spiccioli, che tuttavia forniscono il necessario orientamento morale, se non ideologico, ad una manifestazione che resta comunque la più seguita, la più d’impatto di tutta la televisione italiana, in particolare del cosiddetto servizio pubblico.

Mahmood, vincitore della 69esima edizione di Sanremo.

Alcuni nomi circolano già, alcuni sarebbero certi fin dall’estate, ma ci sarà tempo per anticiparli. Il problema, come al solito, sta nell’effettivo valore degli artisti e delle rispettive creazioni: quelli bravi a Sanremo continuano a non andarci, anche perché se si azzardano a proporsi, di norma vengono segati. Bisogna avere dietro strutture, manager o malefatte pesanti; saper cantare, saper comporre ormai conta poco o niente. E allora si continuerà a far nozze coi fichi secchi, spacciandoli per primizie: che poi è il compito della altrimenti inutile commissione selezionatrice.

PER I GIOVANI TORNANO LE SELEZIONI A CASCATA

Frattanto, torna la gara a parte per gli aspiranti. Lo scorso anno tante e avvelenate furono le polemiche contro la decisione baglion-salzanese di far confluire i primi due tra i campioni, con tanti saluti a tutti gli altri; ci si è resi conto che non pagava, e questa volta tornano le selezioni a cascata, in modo da accontentare tutti o quasi: quelli di Area Sanremo, gli altri di Sanremo Young, i reduci dei talent, le trasmissioni ad hoc per lanciarli. In 850 si sono presentati alle selezioni, perché l’Italia è popolo di artisti, spesso trasgressivi, ma con mamme al seguito; già scremati dal buon Amadeus e colleghi della commissione (Claudio Fasulo, sempre di RaiUno, Gianmarco Mazzi, Massimo Martelli, Leonardo de Amicis) fino a 65, ne resteranno 20, da limare a 10 in quattro puntate ( 16, 23, 30 novembre e 7 dicembre) del programma Italia Sì; i cinque prescelti vanno alla gara insieme ai due vincitori di Area Sanremo, al vincitore scorso di Sanremo Young, e così si arriva al parterre delle nuove proposte del Festival di febbraio 2020.

X Factor, Amici di Maria, The Voice, a Sanremo c’è posto per tutti, c’è una quota per tutti

E questi giovani a volte lo sono solo di anagrafe. Come prima, più di prima arrivano a frotte dai talent, che sono il vero e pressoché unico serbatoio del vivaio musicale sanremese (i risultati, purtroppo, si sentono): X Factor, Amici di Maria, The Voice, c’è posto per tutti, c’è una quota per tutti. Tra i nomi, Leo Gassman, nipote d’arte, arrivato in alto, ma non abbastanza, alla scorsa edizione di XF, la immancabile, perché raccomandatissima a oltranza, Federica Abbate, già responsabile di plurime efferatezze smielose per troppi artisti, sempre in procinto di avviare una carriera personale, altre habitué di Sanremo Giovani quali Giulia Mutti (ritenta, ritenta, ritenta ancora, prima o poi sarai più fortunata), e, attenzione, tale Filo Vals, che ha il nome d’arte di un agente segreto oppure di un personaggio di Topolino, ma il nome vero è pesante, si chiama Valsecchi, come il produttore, e infatti è il figlio del produttore. Che dite, si troverà un posticino per Filo Vals? Sai com’è, Sanremo è Sanremo.

TANTI EVENTI DI CONTORNO PER IL SETTANTESIMO ANNIVERSARIO

Infine, siccome a questo giro il Festival compie 70 anni, la missione è di non dimostrarli. Si punterà molto al glamour, agli effetti speciali, a offrire un’atmosfera il più possibile elettrizzante, a sgessare una manifestazione che ha finito per confinarsi sempre più in una prevedibile, rassicurante mediocrità. La parola d’ordine è agitare, coinvolgere, stupire, se non all’Ariston, dove la Rai ha precisi margini di manovra (dovendo mantenere la caratura di evento generalista per un pubblico ampio ma fondamentalmente domestico), quanto meno negli eventi a contorno. Feste, concertini, occasioni, gossip dovrebbero venire così concentrati a Casa Sanremo, che finirebbe, per esempio, per assorbire l’animazione di locali quali il mitico Santa Tecla, dalla capienza limitata. Carne al fuoco tanta, poi per la cottura è un’altra storia e qui, per ora, la mano sul fuoco non ce la mette nessuno.

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Musica – Sixlei nuovo album: I’m Flying And I’m Free (JsfhjahfjahfHuscjajsgc)

JsfhjahfjahfHuscjajsgc scrive nella categoria Musica che: Sixlei nuovo album: I\'m Flying And I\'m Free\r\n\r\nSixlei il DJ Producer italiano, con fama mondiale all\'estero, oggi alle 19:00 ha annunciato l\'uscita del duo nuovo album gia atteso da un po\'
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Musica – Donatello Ciullo, in arte Dona chiude la sua stagione di concerti a Roletto(To) (DonatelloCiullo)

Dal sito odisseaquotidiana.blogspot.it, DonatelloCiullo scrive nella categoria Musica che: Oggi intervistiamo Donatello Ciullo in arte Dona, cantautore pugliese più precisamente di Foggia, ma da alcuni anni adottato da Torino.\r\nM:Dona, allora vuoi raccontarci come è andata la tua stagion
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1 Voti Donatello Ciullo, in arte Dona chiude la sua stagione di concerti a Roletto(To)

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Musica – Marcello Romeo “rispolvera” via Zamboni 33 (DonatelloCiullo)

Dal sito https:/ fantaera.com, DonatelloCiullo scrive nella categoria Musica che: Marcello Romeo\\r\\n\\r\\nCantautore, musicista, attore e regista bolognese, è direttore artistico del Voxyl Voice Festival (2015), del format le Canzoni Sussurrate (2015), e del format Musica in Tea
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1 Voti Marcello Romeo "rispolvera" via Zamboni 33

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