Gianna si tuffa nel passato e fa davvero La differenza

Nell'ultimo disco della Nannini si sente, in tutto e per tutto, la tensione della sfida, un rispetto autentico per la musica, la voglia di ribadirsi senza troppi calcoli, senza fronzoli ma con estrema cura per i dettagli. C'è un ritorno marcato a una asciuttezza che fa risaltare l'unicità dell'artista.

Gianna Nannini è di quelli che possono piacere e non piacere, con il suo modo da scavezzacolla di buona famiglia, di Gian Burrasca col culo parato, la ricca borghesia senese che ti permette di fare quello che vuoi, vizi capricci pretese, tanto se caschi, caschi in piedi.

Lei voleva fare la rockstar, e l’ha fatto. Anzi ha cominciato proprio da dura, per poi via via normalizzarsi, come succede a chi ha un successo esagerato. Ma la gavetta l’ha avuta, le sue porte da sfondare le ha avute: e le ha sfondate.

S’è anche persa, come è doveroso per una rockstar, dandosi al caos, allo sbando, all’ossessione da coca («Ne ero dipendente, non restavo mai senza», ha detto qualche tempo fa a Vanity Fair).

CON LA DIFFERENZA GIANNA RITORNA AL PASSATO

Allo stesso tempo, quelle pose zompettanti che nascondevano Rossini, «questo amore è una camera a gas», potevano irritare i puristi, potevano indurre a dire: chi vuoi prendere in giro, Giannina? Noi non ce la beviamo. Ma lei tirava dritto per la sua strada, faceva come sempre il comodo suo, giocava con la sua libertà viziata ma imprescindibile, si permetteva una figlia fuori tempo massimo, facendo incazzare i moralisti, faceva dischi magari non sempre a fuoco, e teneva botta: una sua raccolta, qualche anno fa, arrivò a vendere la per questi tempi astronomica cifra di cento e passa mila copie. Anche se il rock, vero o presunto, era sempre più lontano. Anche se altri generi, altre facce premevano. Lei avanti, dritta a modo suo.

A 63 anni arriva un album come questo, e capisci che chiamarlo La differenza non è altro che la verità, tutta la verità

È che i conti si fanno alla fine, ci vuole una vita per capire chi si è e soprattutto per dimostrarlo. Poi, a 63 anni, arriva un album come questo, e capisci che chiamarlo La differenza non è altro che la verità, tutta la verità. Non nel senso che Gianna sia snaturata o rinnegata, tutt’altro: c’è se mai una diversità che fa la differenza, c’è un ritorno marcato a una asciuttezza che fa risaltare l’unicità: io sono altro da voi, e posso esserlo perché me lo sono guadagnato e non ho bisogno di rincorrere le mode. Faccio corsa su di me e, per quanto possa coinvolgere qualche ragazzino, sia chiaro che sono io a condurre il gioco.

Ed è andata a Londra, dove vive per lo più attualmente, in cerca di aspirazioni e ispirazioni, e poi è finita a Nashville, perché serviva incontrare certi sogni, certe radici magari immaginifiche ma non meno forti. Ed è arrivato questo punto e a capo, dove si sente, in tutto e per tutto, la tensione della sfida, un rispetto autentico per la musica, la voglia di ribadirsi senza troppi calcoli, senza fronzoli ma con estrema cura per i dettagli.

DAL REGGAE AL ROCK DURO, LA NANNINI NON SI TRADISCE MAI

L’album si presenta col primo singolo, l’eponimo La differenza che ha accenti vocali alla Brunori Sas (o non sarà il contrario?): è subito un colpo dritto al centro, una ballata che non vuole travolgere ma avvolgere, dove tutto è calibrato, dalla strofa al ritornello che si apre, ma senza esagerare, con l’intensità controllata che ci vuole. Romantico e bestiale è un reggae sporco, fatto con Dave Stewart, e dà modo a Gianna di liberare la parte più istintiva, se si vuole istrionica, ma qui ancora misurata, su bordoni d’organo. Motivo torna alla ballata e potrebbe sapere di risaputo, appesantita dalla pochezza interpretativa e compositiva di Coez; ma in questo album breve, 36 minuti e andare, di elaborata essenzialità, niente va sprecato e anche questo pezzo, in sé piuttosto ruffiano e tra i più deboli della raccolta, si salva nell’economia complessiva del lavoro.

Si ascoltano echi di Nashville, dove il disco è stato rifinito, opportunamente, dopo la gravidanza inglese

Molto meglio Gloucester Road, arpeggiata in pizzico di dita, inglese ma in fondo italiana, perfino napoletana, il sapore è quello del vecchio compagno di «notti magiche» Edoardo Bennato. L’aria sta finendo sfodera il rock venato di country, si ascoltano echi di Nashville, dove il disco è stato rifinito, opportunamente, dopo la gravidanza inglese; discretamente mainstream, senza dubbio, e qua e là affiorano certe tentazioni liriche a gola spiegata; ma trovala, una che dopo tanta strada ancora non si fa scrupolo nel tirare fuori questa carica, più matura, forse anche più sincera di prima nel ritornare ad una certa idea de “l’America”.

NEL DISCO NON MANCANO LA VENA CANTAUTORIALE E LE MELODIE ITALIANE

Più canonica, subito dopo, Canzoni buttate, per dire più cantautorale, la classica canzone destinata ad essere adorata, adottata dagli hardcore fan. Per oggi non si muore continua il gioco, solo asciugandolo un poco: rinchiudendosi in un microcosmo emotivo e fisico, qui Gianna canta per tutti ma soprattutto per se stessa, come sotto la doccia o dentro un bicchiere di whisky; ed è una melodia italiana quella che dipana sotto flussi morbidi di chitarre elettriche. Simpaticamente celentanesca Assenza, giusta giusta per cavarne fuori un secondo singolo, e vedrete se non sarà così.

La cantautrice e musicista italiana Gianna Nannini posa per i fotografi durante il photocall per la presentazione del suo ultimo album ‘La differenza’.

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A chi non ha risposte, e siamo già in vista della fine, è piuttosto di routine ma serve a ricordare che qui c’è una interprete inconfondibile, tuttora in grado di alternare il registro roco, aggressivo con quello alto, quasi adolescenziale, sempre con quella intensità tra folk e il melodramma; e la coda col controcanto di una corista soul è un modo interessante di uscirne. L’esito di Liberiamo va sul sicuro, è Every breath you take dei Police, che poi è Stand by me di Ben E. King: in questi casi non conta il giro armonico standard, conta la capacità di rileggerlo con intensità adeguata: la Nannini non è una blueswoman, ma ha abbastanza esperienza e talento per cavarsela.

UN ALBUM IMPORTANTE DI UNA ARTISTA DI TALENTO

E così Gianna reimpacchetta il passato e lo riporta a casa. Fa un giro lungo, dall’Inghilterra all’America, mette nel sacco quello che conta, che serve, poi lo sparpaglia per confezionare un album importante, ambizioso, coraggioso nella sua scaltra onestà. C’è una purezza, una bellezza di suono che rende il disco godibilissimo specialmente in cuffia. C’è la sfida, sfrontata, evidente, di consegnarsi a una sensibilità poetica personale, dunque fuori tempo – niente ammiccamenti qui, niente costruzioni buone per Spotify, solo la riaffermazione di un talento consapevole della sua storia ma che allo stesso tempo non rinuncia a rinfrescarsi, solo alle sue condizioni. Ci sono i limiti, ma c’è anche tanta vitalità, tanta forza, l’orgoglio e l’entusiasmo che alla fine ti fa dire: però, mica male questa Nannini. E chi se l’aspettava, così cazzuta ancora.

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Chiesa di San Benedetto: ritorno alla Musica

Presentata ieri mattina la rassegna firmata dall’Associazione “Alessandro Scarlatti” di Napoli, che prevede sei prestigiosi appuntamenti per il pubblico salernitano dal 16 novembre al 15 maggio

Di OLGA CHIEFFI

Ritorno alla musica per uno dei gioielli medievali del centro storico di Salerno, la chiesa di San Benedetto, che è sempre stata sede di importanti rassegne concertistiche, su tutte quella firmata da Vittorio Ambrosio, a cavaliere tra gli anni ottanta e i primi anni novanta, che salutò le performance della London Chamber Orchestra, di Gail Gilmore, di Joachin Achucarro e tante stelle del gotha internazionale. La sfida si rinnova, stavolta con la collaborazione dell’associazione Scarlatti di Napoli, nell’anno celebrativo del suo centenario. Può far sensazione in una Salerno, interamente protesa verso il teatro lirico, la scelta di proporre sei appuntamenti cameristici, che vedranno giovani talenti quali Giuseppe Gibboni e Filippo Gorini, dialogare nello stesso progetto con gli endorser Yamaha, sponsor della rassegna, Costantino Catena e Roberto Prosseda, ai quali vanno ad aggiungersi Suyoen Kim e l’Amatis Piano Trio. La minore evidenza gestuale, la riserbatezza dei mezzi e, in genere, la comparativamente maggiore difficoltà di linguaggio, fanno sovente, di un ciclo di concerti da camera, una vera e propria battaglia contro la pigrizia di una parte del potenziale pubblico, nell’interesse dello stesso uditorio, che speriamo possa incominciare a vibrare “per simpatia”, facendo “risuonare” sempre più l’interesse verso il repertorio cameristico, che sa unire alla suprema densità di scrittura non meno straordinaria amabilità e accattivante eloquenza. Il cartellone è stato illustrato ieri mattina dall’Assessore alla cultura Antonia Willburger, che ha voluto far riaprire alla musica la chiesa, che sarà oggetto di visite guidate prima di ogni concerto, per far conoscere le nostre ricchezze, anche in vista dei tanti turisti previsti arrivare in città per la manifestazione Luci d’Artista. La parola è quindi passata al presidente dell’Associazione Scarlatti, Oreste de Divitiis, che ha ripercorso a volo d’uccello la storia del centenario sodalizio artistico, che ha visto varie incursioni nel corso degli anni qui a Salerno, in particolare nelle sale del casinò sociale, rinnovando, così una tradizione della Salerno d’inizi Novecento, di una città a misura d’uomo, che vedeva di passaggio, in città nomi quali Carlo Vidusso, Alberto Poltronieri o un giovanissimo Aldo Ciccolini, una Salerno, allora, consapevole di essere una piccola città di provincia, che ospitò il concerto del grande Nathan Milstein, tenne uno dei suoi primi rècital fuori “cortina”, proprio qui a Salerno, in una piccola strambata durante la serata al San Carlo. Ed erano proprio quelli i tempi del critico musicale Edoardo Guglielmi, catalizzatore della cultura musicale in città, al quale verrà dedicato l’appuntamento del 6 dicembre con il violino solo di Suyoen Kim, impegnata nell’esecuzione dell’ integrale delle Sonate e delle Partite di Johann Sebastian Bach, capolavoro musicale indiscusso, exemplum didattico pressoché perfetto per generazioni di solisti, ma soprattutto, opera di un genio che definisce irreversibilmente identità e orizzonti formali dello strumento a corda, al termine della sua evoluzione storica, scaturenti dalla tensione verso i confini del possibile strumentale. Il direttore artistico Tommaso Rossi, flautista, ha, quindi, illustrato l’intero programma, in cui è il pianoforte a farla da padrone, a cominciare dal concerto inaugurale, previsto per sabato 16, alle ore 19,30, affidato al ventiquattrenne Filippo Gorini con un programma che spazierà da György Kurtág, per giungere alla monumentale Sonata op, 111 di Ludwig van Beethoven, a far da preludio all’anno celebrativo della nascita del genio di Bonn che si svolgerà nel 2020.Fra questi due brani Filippo Gorini eseguirà le otto fantasie che compongono  Kreisleriana di Robert Schumann. Il nuovo anno verrà aperto da Costantino Catena, il 10 gennaio, regalandoci uno dei bluemoon più famosi della storia della musica, la Sonata quasi una fantasia op.27 n°2, “Al chiaro di luna”, rimanendo, poi, in ambito romantico con il Robert Schumann di Faschingsschwank aus Wien, dei Fantasiebilder Op.26, e delle Gesänge der frühe Op. 133 e chiudendo con il suo Franz. Liszt delle Réminiscences de Norma, S.394. La primavera è nel violino del giovanissimo  Giuseppe Gibboni, il quale in duo con il pianista Fabio Silvestro, dedicherà al suo pubblico il 13 marzo, proprio la Sonata n. 5 in fa maggiore, op. 24 di Ludwig van Beethoven, per quindi passare al suo autore d’elezione, Niccolò Paganini col Rondò La Campanella dal Concerto in si minore n. 2 per violino e orchestra, un florilegio dei 24 Capricci e sigillando questa serata di virtuosismo assoluto con le Variations di Henryk Wieniawski on an original theme op. 15. A chiudere il cartellone, il 17 aprile tocco internazionale con l’ Amatis Piano Trio, che schiera Lea Hausmann al violino, Samuel Shepherd al cello e Mengjie Han pianoforte, per un programma che  omaggerà ancora Ludwig van Beethoven con il Trio in si bemolle maggiore op. 11, il  Dmitrij Šostakovic del Trio con pianoforte n. 1 e il Franz Schubert del Trio in mi bemolle maggiore op. 100 D. 929. Gran finale il 15 maggio con un altro degli endorser Yamaha, il pianista Roberto Prosseda, il quale proporrà due sonate di Mozart, passando per il Felix Mendelssohn dei sei Lieder Ohne Worte;  del Rondo Capriccioso op. 14, della Barcarola Veneziana op. 30 n. 6 e della splendida Fantasia op. 28.

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Il “Recitar cantando” dei fratelli Servillo

Grande successo di pubblico e critica per “La parola canta” ospite del cartellone  del teatro Verdi di Salerno. Intensa performance di Toni e Peppe protagonisti in una performance empatica impreziosita dal Solis Quartet

Di OLGA CHIEFFI

Una lunga e variegata serie di opere attesta la rilevanza dei rapporti intercorsi fra letteratura, parola e musica. E’ da sempre che esiste questo binomio, tra querelle estetiche, e musicali, opere, strumenti e palcoscenici, ma Toni e Peppe Servillo nel loro spettacolo “La parola canta” che accorpa “Toni Servillo legge Napoli” e “Presentimento”, gemma del cartellone di prosa del teatro Verdi di Salerno, non riflettono intorno all’utilizzo della parola nella musica, viceversa, e limitatamente, forse alla tradizione napoletana, cercano di verificare come la musica possa entrare nel progetto di una scrittura; se (e come) la la letteratura possa fare musica, misurandosi con la musicalità del linguaggio, a partire da quel sottofondo della scrittura che è il ritmo. Ecco allora che Toni ha praticamente cartografato un repertorio che spazia dal composto iconico “paroliere” a una forma di nostrano e sincopato Sprechgesang, che si trasforma in una particolare “Napolitanìa”, per dirla con il titolo di un interessante progetto del nostro contrabbassista Aldo Vigorito  E’ qui che ci è tornata alla mente una pagina di Heschel, in cui afferma che la musica non è un prodotto dell’Uomo, non è creazione nel senso consueto del termine, ma che essa sta nell’uomo, è la sua stessa vita, è il ritmo interiore ed esteriore che regola il suo comportamento, è la legge liberamente assunta che modula dall’interno ogni sua ora, è il tempo che prende forma e che non viene lasciato, così, fluire senza argini, come acqua su pietra. La melodia rappresenta l’estremo tentativo umano di catturare l’uniformità del tempo nel suo scorrere ineluttabile e disperante, di piegarlo alla sua volontà creatrice, costringendolo in ritmi che esprimano le scansioni interiori  della vita. E’ questo che ci accingiamo a definire il sentire musicale di Toni e Peppe Servillo in questa “La Parola canta”, musica recitata e recita musicale, fedele specchio di un crogiuolo di culture e di storie, precarie, instabili, eterne. E’ la musica della parola detta che va da Napucalisse di Mimmo Borrelli, che ha aperto la serata, un monologo che scava nelle viscere di un’umanità dolente e arrabbiata, quella di Napoli, destinata a esplodere come il suo Vesuvio, un’invettiva con l’anima di una preghiera, un’invocazione del fuoco per bruciare di pietà e di speranza, come le litanie che si recitano dinanzi al Presepe, al Vincenzo De Pretore di Eduardo, con il suo “Mi spiego è giusto?” che, pian piano, passa da Vincenzo a tutti gli altri i personaggi, anche al Padreterno, che parlano come lui per frasi fatte: sogno quale segno di una vita tutta fatta di illusioni, senza un reale rapporto con gli altri, una vita sognata, piena di sé e di poco rispetto per gli altri e ancora la lingua di Raffaele Viviani  che vive in  “L’ommo sbagliato”, “Fravecature”,  o di Michele Sovente, in “Cos’è sta lengua sperduta“, tentativo riuscito del trilinguismo che risiede, appunto nella “vitalità” delle tre opzioni dell’anima: il dialetto, lingua dell’infanzia e della madre, il latino, lingua degli avi, l’italiano, lingua del presente; lingue che si integrano, si compensano, si scavalcano e si rincorrono, ma sono tutte piegate alla stessa tensione interiore, in una soluzione metrica affidata a una cantilena spigolosa, raffinatamente sincopata che parla con gli spettri, con le ombre della memoria. Ombre interpretate da tutti i protagonisti annullanti in nere silhouette, per dar luce e spazio solo alla lingua, alla parola. Una lingua che si fa teatrale e musicale con Peppe Servillo, il quale attraverso classici quali Canzone Appassiunata, ‘O guappo ‘nnammurato, Maruzzella”, “Guapparia”, “Dove sta Zazà”, o “Te voglio bene assaje”, riafferma che malgrado sia stata contaminata, nel tempo, da sonorità appartenenti ad altre culture e ad altri generi musicali, la melodia napoletana è riuscita a conservare un suo codice di riconoscimento, un proprio DNA, quel “profumo” , che la rende inconfondibile, come una lingua perduta, della quale abbiamo forse dimenticato il senso e serbato soltanto l’armonia, una reminiscenza, la lingua di prima e forse anche la lingua di dopo. Lingua in musica che ha splendidamente dialogato con il Solis String Quartet formato da Vincenzo Di Donna e Luigi De Maio al violino, Gerardo Morrone alla e Antonio Di Francia al violoncello, i quali oltre agli originali bridge che hanno legato l’intera scaletta e gli arrangiamenti, spesso ispirati al tango, hanno offerto due chicche, il movimento incalzante e trascinante di Tarantella dal quartetto di Fabio Vacchi e un autentico pezzo di bravura che vede gli strumentisti rincorrersi l’un l’altro con pizzicati semplici o multipli, simultanei o arpeggiati, a strappo o ribattuti, sulla tastiera o sul ponticello, e sempre sotto l’inesorabile pungolo di sincopati, di contrattempi, di strette imitazioni, ovvero l’Allegretto pizzicato del Quartetto n°4 di Bèla Bartòk.

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La luce che smuove le coscienze

Al via la terza edizione del Festival Berniero, che si svolgerà presso il convento dei frati cappuccini di San Pietro alli Marmi nei giorni 19 e 20 Novembre 2019.

Di GAETANO DEL GAISO

E’ stato illustrato nella mattinata di ieri, nelle aule del suggestivo plesso monumentale di San Pietro alli Marmi, il cartellone della III edizione del festival Berniero, il cui tema, per quest’anno, è Lumina – dal latino lumen, nis, lume, luce – e il cui intento è quello di cogliere gli aspetti positivi della vita seguendo l’esempio di coloro i quali hanno operato nel bene nella lotta contro il male. Non è un caso, infatti, che il festival porti con se il nome proprio di Berniero, il ‘Santo operaio’ che da Burgo de Osma, spogliatosi dei suoi titoli e dei suoi averi, si recò in pellegrinaggio alla scoperta dei luoghi dell’apostolo Pietro, fermandosi quindi a Eboli dove venne accolto dai frati benedettini che gli concessero di dormire in uno speco sottostante il sagrato della badia di San Pietro, dov’egli condusse una vita di preghiera e di penitenza, aiutando gli abitanti dell’antica Evoli a far fronte ai rigori autunnali, che proprio in quell’anno risultarono essere particolarmente violenti e distruttivi. Il festival Berniero è un festival che non vuole ragionare sul peso ponderale delle parole itineranza, accoglienza e integrazione, ma che anzi vuole ‘portarne alla luce’ i reali potenziali applicativi in un contesto sociale, culturale, politico ed economico – quale quello ebolitano – affetto da una gravissima forma di narcolessia di intenti e sul quale il suo ideatore, Giovanni Sparano, presidente dell’Associazione Berniero, vuole ‘far luce’ perché questo non tramonti in un nuovo medioevo delle coscienze, attraverso la riscoperta della spiritualità e della sacralità delle terre che oggi gli appartengono, dei suoi colli, dei suoi oliveti, dei suoi monumenti, della sua storia, del suo retaggio. “La luce, simbolo di speranza nel difficile periodo in cui viviamo dal punto di vista sociale”, illumina la vacua tenebra della scellerata indifferenza che è il cupo e obnubilante leitmotiv di questa nostra esistenza, ripiegata più volte su sé stessa come un tappeto lacerato destinato a decorare quel polveroso e oscuro anfratto che è il nostro spirito; aprirsi al prossimo, alla vita, alla verità che risiede nella luce è l’unico modo per estinguere il male del mondo, suggerisce padre Angelo Di Vita, frate guardiano del convento di Eboli, che appeso a un fil di voce ci invita a seguire le orme di Berniero, a operare nel bene per generare altro bene e quindi porre la parola fine agli orrori che oggi dilaniano il volto del mondo. E perché questo bene possa essere infuso in quante più coscienze possibile, c’è bisogno di dialogo, Ecco perché Benedetto Giacobbe, esponente dell’Associazione Berniero, dialogherà coi partecipanti a questa due giorni di grande spiritualità, musica, dialogo e letture, che è stata fortemente voluta dal sindaco della città di Eboli, Massimo Cariello, dall’Associazione Berniero e dall’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, e che vanterà ospiti del calibro di Erri De Luca, Franco Arminio e Radiodervish che ne animeranno i vari momenti. “È la terza edizione di un evento – ha affermato il sindaco – in cui abbiamo creduto fortemente. L’idea proposta da Giovanni Sparano di diffondere la conoscenza di San Berniero, recuperarne il culto nella comunità ebolitana, anche attraverso momenti di approfondimento culturale, è una formula vincente. Giovanni è ritornato a Eboli, nel suo territorio, dopo diversi anni contribuendo alla crescita sociale e culturale della nostra città. Unire la sacralità dei luoghi in cui si svolge il festival, la sacralità religiosa quindi, a quella della terra e dell’approfondimento culturale è stata una intuizione a cui abbiamo voluto dare tutto il nostro supporto. Credo sia il modo migliore per portare alla luce una sempre maggiore conoscenza del nostro Santo compatrono”. Torna, inoltre, il “Premio Berniero. Custode degli ulivi”. Alla sua seconda edizione, il riconoscimento è conferito a coloro che si sono distinti per la cura e la particolare attenzione nel preservare gli uliveti e i paesaggi che disegnano. Quest’anno il premio sarà assegnato al Comune di Morigerati con il loro progetto “Paese Ambiente”. Nel cuore del Parco Nazionale del Cilento, Morigerati, infatti, è stato il primo territorio a offrire ospitalità diffusa in armonia con le tradizioni e la cultura locali oltre che con i ritmi della natura.

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I percussionisti del Martucci stregano Fiesole

La nostra scuola di percussioni non si smentisce e piazza al primo e secondo posto nelle audizioni Alessandro Calicchio e Marco Apicella, pupilli del magistero di Mariagrazia Pescetelli.

Di LUCA GAETA

A seguito delle ultime audizioni, per la formazione del nuovo organico che costituirà l’Orchestra Giovanile Italiana di Fiesole, si sono affermati due giovani percussionisti provenienti dal Conservatorio “G. Martucci” di Salerno, aggiudicandosi rispettivamente il primo e il secondo posto su tre disponibili, una doppietta che è segno tangibile del dipartimento di strumenti a percussione è uno delle gemme più rilucenti della massima istituzione salernitana. Marco Apicella e Alessandro Calicchio, alunni di Mariagrazia Pescetelli, si alterneranno nelle diverse produzioni Sinfoniche ed Operistiche che costituiranno la nuova Stagione Concertistica della OGI, che debutterà, con il primo concerto della nuova Stagione, presso il Festival dei due Mondi di Spoleto. L’Orchestra Giovanile Italiana nata da una felice intuizione di Piero Farulli, compirà nel 2020 quarant’anni. Farulli ha tracciato le linee guida su cui si è sviluppato il più coerente progetto di formazione per musicisti d’orchestra degli ultimi trenta anni, chiamando a raccolta gli amici musicisti più competenti, dal Trio di Trieste a Roberto Michelucci, da Vinko Globokar al leggendario Franco Ferrara e alle storiche prime parti delle più importanti orchestre sinfoniche italiane, come Giuseppe Prencipe, Mario Ardito, Carlo Pozzi e Giacinto Caramia. A Piero Bellugi, che per primo nel 1981 guidò alla Scala gli allievi del corso, si sono affiancate poi le più eminenti personalità del mondo musicale internazionale. Fra queste Riccardo Muti ha avuto un ruolo privilegiato, dirigendo la prima edizione dell’Orchestra Giovanile Italiana in un memorabile concerto per gli Amici della Musica di Perugia il 20 aprile 1985. Muti offrì gratuitamente la sua grande lezione musicale, e così ha continuato a fare per molti anni: ancora oggi invita regolarmente l’OGI ad unirsi all’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini presso il Ravenna Festival per le produzioni con grande organico. Carlo Maria Giulini ha unito fin dal 1992 il suo nome a quello dell’Orchestra Giovanile, dirigendo gratuitamente più e più volte i giovani musicisti in indimenticabili edizioni dell’Incompiuta di Schubert, della Prima di Brahms, della Pastorale di Beethoven. Anche Giuseppe Sinopoli è stato un grande amico dell’Orchestra, che ha guidato in programmi affascinanti e complessi come i Cinque pezzi per orchestra di Schönberg o l’Orfeo e il Tasso di Liszt. Daniele Gatti, in un passaggio ideale del testimone, ha compiuto con l’OGI splendide tournée, mentre Gianandrea Noseda ha saputo far scaturire dai giovani artisti quanto di più vibrante e profondo ciascuno di loro aveva in sé. Infine, il nome di Gabriele Ferro è saldamente legato alla storia dell’Orchestra, che ha guidato in splendide esecuzioni, dalla Scala a Berlino, da Buenos Aires a Santiago del Cile, con programmi di straordinaria raffinatezza ed intensità. Abbiamo incontrato la Docente Mariagrazia Pescetelli per complimentarci dell’ottimo risultato, che aumenta il lustro alla storica istituzione musicale salernitana, e chiederle quali sono le sue sensazioni. M.P. Sono fiera del risultato raggiunto da questi due ragazzi, cresciuti musicalmente all’interno del Conservatorio “G. Martucci” di Salerno. La classe di percussioni, ma l’intera Istituzione salernitana si è affermata più volte a livello nazionale ed internazionale, vincendo fra l’altro il Premio Nazionale delle Arti, audizioni e concorsi in diverse formazioni fra Orchestre e Bande Militari. L’esperienza che si apprestano a vivere rappresenta e rappresenterà nella loro carriera un bagaglio ricco di emozioni, di incontri con direttori e docenti di altissimo livello. Anche i repertori che avranno modo di affrontare costituiranno un banco di prova ed un’importante palestra per la carriera che intendono percorrere. L.G. Qual è l’augurio che si sente di rivolgere ai suoi due alunni? M.P. Sicuramente di far tesoro di questa meravigliosa esperienza, dall’incontro con i direttori, con i docenti, ma dagli stessi compagni di corso e d’orchestra. Le realtà giovanili sono alla base per formazione dello strumentista, ovviamente mi riferisco a quelle Istituzioni storiche, dall’altissimo valore artistico, tenute da maestri di chiara fama. Avranno anche la possibilità di esibirsi in importanti Festival e altrettanti Teatri, anche questo rappresenta un’opportunità notevole ed un motivo di crescita. Nel fare i complimenti per l’ottimo lavoro svolto e l’altrettanto risultato ottenuto alla Docente la Maestra  Mariagrazia Pescetelli e da Marco Apicella e Alessandro Calicchio, ci riserviamo l’opportunità di poter incontrare i due giovani percussionisti vincitori dell’audizione per una serie di interviste che ci porteranno nel vivo della realtà fiesolana, facendoci conoscere dall’interno questa storica e importantissima realtà italiana. 

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Le emozioni di un incontro: le trame dell’anima

Continuano gli incontri degli ex-ospiti dell’Orfanotrofio Umberto I di Salerno e la ricostruzione fatta di ricordi, emozioni, studio e fiumi di musica. Reunion al laghetto dell’euro a Roma conta promessa che la prossima sarà organizzata a Salerno, nel periodo delle “Luci d’Artista”, con la presentazione del calendario dedicato a quella istituzione

Di OLGA CHIEFFI

Continuano sempre più frequenti gli incontri tra gli Ex-Allievi dell’Orfanotrofio Umberto I di Salerno. Tanti sono stati gli ospiti di quell’istituto, noto in primo luogo per la sua celebrata Scuola di musica, quindi Liceo musicale “G.Martucci”, sezione staccata del Conservatorio San Pietro a Majella, oggi Conservatorio Statale di Musica che si appresta a celebrare il 14 marzo del 2020 i suoi primi quaranta anni. E’ una intensa emozione quella di ritrovarsi ad anni  di distanza, quando le avventure sui banchi di scuola appartengono ormai al mondo dei ricordi. Riassidersi insieme a tavola permette di riapprezzare le gioie e le fatiche di quegli anni durissimi, quando si sono gettate le basi  per la vita non solo professionale, svelare episodi e relativi retroscena prima mai detti, rimanere sbalorditi dei cambiamenti che ci sono stati e che rendono nuovamente agli occhi degli ex-compagni di classe quelli che erano i volti degli amici di tutti i giorni, specie se da un po’ di anni non ci si vedeva. La soddisfazione di tutti i partecipanti rafforza l’idea dell’utilità di questi momenti e rincuora quanti con passione cercano di intessere contatti in tutt’Italia e anche all’estero per continuare a proporre questi raduni e cercare di ricucire quelle trame dell’anima con quanti hanno trascorso in quella scuola anni importanti della propria vita. Anima della reunion romana, è stato il salernitano Camillo Vicinanza, sassofono delle bande centrali dell’Esercito e della Finanza, unitamente a Vincenzo Sica, il quale unitamente a Michele Sirico è il fondatore del gruppo Il Serraglio sul social Facebook, sul quale sin dal 2012 quanti hanno condiviso quella esperienza, pubblicano immagini, nomi ricordi, relativi a quella istituzione nata nel 1813, quale deposito di mendicità, negli ambienti conventuali di S. Nicola della Palma e S. Lorenzo, poi trasformatasi in orfanotrofio con scuola musicale nei primi mesi del 1819, alla quale negli anni si aggiunsero le scuole di calzoleria, meccanica, tipografia, ceramica, falegnameria, scomparsa nel 1977. Tanti gli amarcord di quei tempi, ma diverse e numerose le iniziative volte a ricordare quella istituzione che ha costruito vite e carriere a tanti ragazzi, affrontavano una vita dura, pagando per studiare in una delle migliori scuole musicali d’Italia. Uno di questi presente a Roma è stato sicuramente Vittorio Malvone I tromba della banda dell’Aeronautica Militare, quindi vice-maestro, una delle trombe di Ennio Morricone, Alberto Moscariello docente e clarinetto della banda dell’esercito, unitamente ad Antonio Florio, docente e al tempo sax tenore e capobanda della formazione dell’esercito, Franco Palladino I Tromba della banda della Guardia di Finanza,  Antonio Imparato Tromba della Banda della Polizia nonché direttore della formazione, Mario De Simone timpanista dell’orchestra della Rai, Pasquale Sabatelli fagotto del Teatro dell’opera di Roma, Gaetano Schiavone Flauto del Teatro dell’ Opera di Roma, Rocco Camera, bassotuba, Francesco Dutti, Antonio Mennella oboe, Antonio Caldarone, tromba nelle Fiamme Gialle, Francesco Panariello, clarinetto, quindi sax soprano della Guardia di Finanza, Giuseppe Trapella Tromba, Antonio Farina, corno della banda dell’Esercito, Martino Carleo, Flauto, Vincenzo Amodio Tromba, Luciano Di Pietro, tromba, Antonio Fiorillo sassofono, e Giuseppe La Rocca, fagotto della Guardia di Finanza. Un incontro questo, che ha passato il testimone ai salernitani, che, sempre capitanati da Camillo Vicinanza, organizzeranno l’accoglienza all’ombra del monastero di San Nicola in gennaio. In questa occasione verrà presentato anche il calendario realizzato da Gaetano Sica, con immagini del passato, del presente, caricature, nonché tutti gli ex-allievi potranno rivisitare i luoghi che li hanno salutati bambini e ragazzi, magari suggellando la serata in musica, in modo da non spegnere mai la fiamma di un ricordo riconoscente, verso quell’istituzione che li ha formati. Brindisi e taglio della torta affidato al più anziano e brillante dei musicisti Gaetano Schiavone. Arrivederci a Salerno.

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La parola che canta Napoli

Da domani sera, alle 21, sino a domenica, Toni e Peppe Servillo saranno ospiti del cartellone di prosa del Teatro Verdi di Salerno, sostenuti dall’eleganza dei Solis Quartet Vincenzo Di Donna e Luigi De Maio al violino, Gerardo Morrone alla e Antonio Di Francia al violoncello

Di OLGA CHIEFFI

Ritornano al teatro Verdi Toni e Peppe Servillo che, dopo il successo di Sconcerto, incontreremo da solo, in un récital in cui ci donerà la ricchezza infinita della parola partenopea. Da domani alle ore 21, sino alla pomeridiana di domenica, alle ore 18,30, la lingua napoletana e, con essa, la città stessa, racconteranno loro stesse, attraverso diversi ingegni, tappe di un percorso in cui incontreremo Vincenzo De Pretore” ed Eduardo De Filippo, poema in chiave drammaturgica,  per passare all’evoluzione della lingua, con “A’ Sciaveca” di Mimmo Borrelli e   “Litoranea” di Enzo Moscato, che passa da una pittoresca sfilata di imprecazioni ad   una passerella frenetica di sensazioni e volti, in cui intravvederemo una Napoli futurista;  babele di parole in lotta per emergere l’una sull’altra, “L’ommo sbagliato” di Raffaele Viviani. Voci e suoni  che saranno resi ancora più vivi dalle infinite tonalità e sfumature  della voce di  Servillo: novello Socrate, capace di incantare e ammantare di fascino la platea suscitandone al momento  sorriso e commozione. Uno spettacolo in cui la protagonista sarà la lingua, letteraria, dialettale che sia, ricca di musicalità, armonia, che passa dalla freschezza espressiva del dire di Salvatore Di Giacomo fortemente intriso di elementi letterari, cercati a tavolino, al dialetto di Eduardo, esempio di chiarezza espressiva e di organicità, dal tono dimesso e colloquiale, forte e pertinente proprio per il suo significato didascalico, sino a “Fravecature” di Viviani, che è tutt’altra cosa, popolare nel senso che usa termini ed espressioni legate alla tradizione del vicolo, del popolo, ( le “voci” sono proprio uno dei tanti esempi).  Toni e Peppe – vicendevolmente l’uno spettatore dell’altro – si alternano recitando e cantando testi e canzoni della cultura partenopea. Il repertorio di Toni spazia da Mimmo Borrelli a Eduardo De Filippo, da Enzo Moscato a Raffaele Viviani fino a Michele Sovente. Toni Servillo riempie la scena con la sua voce di volta in volta sibillina, suadente, volgare, roca, nitida. Non a caso recita anche al buio o con luci soffuse, e proprio attraverso queste luci accennate, il fondale bianco sul quale proietta la sua figura, Servillo recita anche col corpo, con le mani creando immagini sfuggenti ma indelebili: “La musica aggiunge senso e la parola precisa col riso e col pianto, le orchestrazioni inscenano un improvviso teatrale come se la vicenda nascesse ora col canto e annunciasse il paradiso tra sonno e veglia. Insistiamo nel ricongiungere tessere alla nostra stanza napoletana che a volte gode di una vista bellissima scrive Peppe Servillo. Peppe si presenterà in palcoscenico cantando Canzone appassiunata, Dove sta Zazà, Maruzzella, Sogno Biondo, Te voglio bene assaje, facendo sua ogni canzone, interpretandole quasi recitandole col suo volto-maschera, che trasmette di volta in volta dolore, gioia, nostalgia, passione, sostenuti, dai Solis String Quartet, composto da Vincenzo Di Donna e Luigi De Maio al violino, Gerardo Morrone alla e Antonio Di Francia al violoncello, i quali come bridge puramente strumentale con l’Allegretto Pizzicato del Quartetto n.4 di Bela Bartok e Minuano di Pat Metheny. Rumori, onomatopee, linguaggio allusivo, gergo della camorra, dei teatranti, pescatori, della strada, caratteristiche di una lingua che come nessuna risponde ad un criterio ritmico, che non va mai sottovalutato, al ritmo che sottende la parola, in un’altalenante prevalenza del parlato sulla musica e viceversa. Entrambe si infrangono nella successiva sequenza, aspra e feroce, di Napule, crudo ritratto della città scritto da Mimmo Borrelli. Risulterà, quindi, non facile fissare la specifica identità della lingua di Napoli, come d’altra parte la sua canzone, perché essa è come un mare che ha ricevuto acqua da tanti fiumi. La parola, il teatro, la poesia, come quasi tutti i canti di antica tradizione, hanno espresso, come è universalmente riconosciuto i sentimenti, la storia e i costumi di un popolo. Il fatto singolare è che la lingua, “porosa” come la città – per dirla con la definizione che Benjamin coniò per Napoli -, ha assorbito tutto, riuscendo a rimanere in fondo se stessa. Malgrado sia stata contaminata, nel tempo, da parole e sonorità appartenenti ad altre culture la lingua napoletana, che non è solo semplicemente termine, parola, ma sa farsi danza, teatro, canto, urlo, è riuscita a conservare un suo codice di riconoscimento, un proprio DNA, quel “profumo” , che la rende inconfondibile, come una lingua perduta, come l’unica uscita di sicurezza da quell’infernale paradiso chiamato Napoli.

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Fra sogno e realtà: l’Azucena di Violeta Urmana

di Luca Gaeta

In occasione de Il Trovatore, penultimo titolo per la Stagione Lirica 2019, presso il Teatro Municipale Giuseppe Verdi di Salerno, abbiamo incontrato il mezzosoprano lituano Violeta Urmana, interprete del personaggio di Azucena.

L.G. Quando ha debuttato il personaggio di Azucena?

V.U. Ho debuttato il ruolo di Azucena al Deutsche Oper di Berlino nel 1996.  

L.G. Quali sono i tratti che caratterizzano la “sua” Azucena?

V.U. Canto Azucena da diversi anni e sostanzialmente quello che pensavo di questo personaggio all’inizio è rimasto tale. Lei è una vittima della storia, della vicenda. Non si può collocare questo personaggio nella demarcazione rigida di buono o cattivo. Da bambina assiste all’esecuzione della madre che la esorta, prima di morire, alla vendetta. Una vendetta che la logora, la confonde, suscitandole visioni, alternate da stati di coscienza. Lei è consapevole del fatto che Manrico, il Trovatore, non è suo figlio, ma in realtà il bambino che avrebbe dovuto gettare nel fuoco per vendicare sua madre. Nonostante ciò la sua morte le provoca un tale disorientamento, fra il desiderio di esaudire la madre e l’amore che nutriva per questo figlio adottivo, portandola in fine alla pazzia.

L.G. Ha cantato nel 2000, anno verdiano, Il Trovatore alla Scala di Milano, in occasione dell’inaugurazione della Stagione. Ci parla di questa esperienza? 

V.U. Per ogni cantante d’opera la prima alla Scala rappresenta da sempre un’esperienza carica di emozioni, legate alla storia ed alla tradizione di questo evento. Cantavo uno fra i più celebri e complessi personaggi scritti da Verdi per mezzosoprano, nell’anno verdiano e dopo un lungo periodo di assenza di questo titolo alla Scala, quindi è intuibile l’emozione e la totale gioia che provavo. Quell’edizione destò diversi pareri da parte del pubblico, per via di alcune scelte del Maestro Riccardo Muti. Scelte che avevano l’intento di riportare la partitura verdiana alla sua origine, depurandola da tutta una serie di consuetudini accumulatesi nel corso del tempo.

L.G. Il suo repertorio è costituito anche da ruoli sopranili. Come gestisce questo tipo di vocalità?

V.U. Nella prima parte della mia carriera ho cantato ruoli dalla vocalità fra soprano e mezzosoprano. In seguito ho deciso di dedicarmi esclusivamente ai ruoli da soprano, cantando Verdi, Puccini, Mascagni ma soprattutto Wagner. Attualmente ho ripreso esclusivamente il repertorio da mezzo, inserendo ruoli che prevedono una tessitura più bassa, come Ulrica da Un Ballo in maschera o Clitennestra dall’Elektra di Strauss. Cantare Azucena per me adesso è ottimale e la mia voce risponde in modo del tutto naturale.     

L.G. Da quando è cominciato il sodalizio artistico con il Maestro Daniel Oren? 

V.U. Con il Maestro Oren ho debuttato a Firenze nel 2007 con Amelia di Un Ballo in maschera. Quello che apprezzo particolarmente in lui è la grandissima competenza e l’energia che mette in ogni singola nota. Un’energia capace di farti entrare pianamente nel personaggio, aiutando il cantate ad esprimersi appieno, rendendo la musica estremamente aderente al palcoscenico.    

L.G. Da spettatrice frequenta l’Opera?

V.U. Si, lo faccio con piacere. E lo farei molto più spesso se son fosse per i tanti impegni di studio e lavoro, nonché il timore di espormi all’aria condizionata o ai diversi sbalzi di temperatura dei teatri.

L.G. Cosa consiglierebbe ad un giovane cantante?

V.U. Il nostro mestiere abbisogna di una condizione essenziale legata alla voce. Ad un giovane che voglia intraprendere questo tipo di carriera, consiglierei sicuramente lo studio vocale e della musica, in primis, ma di non trascurare mai una formazione artistica ad ampio raggio, di essere soprattutto un artista.  

L.G. Quali saranno i suoi prossimi impegni?

V.U. Prossimamente ho un concerto a Valencia, poi nuovamente Trovatore a Genova. Un’ opera di Prokof’ev “Matrimonio al convento”, a Berlino, per tornare alla Scala, ancora con Il Trovatore. Poi due importanti debutti: ad Amburgo con  Clitennestra nell’Elektra di Strauss e Urlica de’ “Un Ballo in maschera” di Verdi alla Scala.

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Il “cavaliere” Gustavo Porta è Manrico

Il tenore italo-argentino è oramai un habitué del teatro Verdi di Salerno, che ritroviamo per questo particolare Trovatore al fianco di Violeta Urmana e Irina Moreva

Di Luca Gaeta

Abbiamo incontrato il tenore italo-argentino alla vigilia della prima de’ Il Trovatore che va a chiudere la trilogia verdiana

L.G. Come si è avvicinato alla musica ed al canto?

G.P. La mia storia è abbastanza particolare: come lei saprà sono italoargentino. Sono nato a Corriobo, vicino Cordoba, ma vivo in Italia da ventun anni. All’opera lirica mi sono avvicinato tramite la scuola che ho frequentato nel mio paese da tecnico meccanico tornitore e infatti fino a ventidue anni ho lavorato in questo settore, oltre che in campagna con i miei genitori e proprio in quella scuola in occasione della festa delle collettività italiane mi fecero ascoltare alcune registrazioni di Luciano Pavarotti e da lì fu proprio amore a primo ascolto, un totale innamoramento verso questo genere musicale. Poi iniziai a studiare canto presso la scuola del Teatro Colón di Buenos Aires e a ventitré anni lì ho debuttato con L’Elisir d’amore di Donizetti. 

L.G. Il suo sodalizio artistico con il Maestro Daniel Oren, quando è iniziato e quali sono state le produzioni a cui si sente particolarmente legato? 

G.P. La prima esperienza con il Maestro Oren è stato a Trieste nel 2007 in una produzione di Manon Lescaut di Puccini. Poi ci siamo ritrovati nel 2014 in una Carmen di Bizet in Cina, in tournée con il Teatro Verdi di Salerno e da lì lui incominciò a volermi nelle sue produzioni all’Opera di Israele, in Cina, al San Carlo di Napoli con Adriana Lecouvreur di Cilea, poi qui a Salerno. Con lui ho imparato tanto e lo considero un “numero uno” nella lirica. È stato ed è per me un grande riferimento!

L.G. La sua vocalità è mutata notevolmente rispetto al suo debutto. Oggi quali titoli rappresentano in suo repertorio? 

G.P. Si! Attualmente sto cantando il repertorio da tenore lirico spinto: Trovatore, Manon Lescaut, Tosca, Ballo in maschera, Norma, ho debuttato l’Otello di Verdi. In Argentina nei primi anni ho cantato anche il repertorio di bel canto: Rigoletto, Flauto magico, Lucia di Lammermoor. Adesso, a cinquantun anni, con ventisei anni di canto, la mia voce è maturata verso questo tipo di repertorio da lirico spinto, anche se nel pensiero cerco sempre di cantare da lirico, che a mio parere rappresenta l’unico modo di cantare correttamente, conservando la voce in salute, come diceva Beniamino Gigli. 

L.G. Nel suo percorso di formazione si è lasciato ispirare da interpreti del passato? Ed oggi ci sono tenori che destano il suo interesse? 

G.P. Mi sono sempre lasciato ispirare dai grandi cantanti del passato. A mio avviso uno dei più grandi tenori, completo sotto diversi punti di vista, è stato Aureliano Pertile. Per la musicalità, la vocalità, la tecnica vocale. Oggi ci sono tenori bravi, ad esempio Piotr Beczała, che ammiro tantissimo per la sua grandissima musicalità  e tecnica. 

L.G. Quali sono i tratti caratteristici del “suo” Manrico?

G.P. Totalmente aderente alla penna dell’autore: giovane, spavaldo, caparbio nel voler affermare i suoi ideali. Cerco di conferire questi caratteri all’interno della scrittura verdiana, molto complessa per questo personaggio, dalla vocalità ardua, che necessita di tutte le sfumature di colore, scritta sempre sul passaggio. 

L.G. Maestro quali saranno i suoi prossimi impegni?

G.P. Prossimamente canterò tre concerti nel mantovano, poi Mefistofele di Boito ad Hannover e Baden-Baden. Poi a Marsiglia per Aida, poi Otello di Verdi con la Filarmonica d’Israele. 

 

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Alla ricerca di Manrico, il Trovatore

Trionfo di Violeta Urmana alla prima del capolavoro verdiamo, seguita dalla talentuosa Irina Morena e da Massimo Cavalletti. Pollice verso per Gustavo Porta e Carlo Striuli. Statica la regia di Renzo Giacchieri, che non ha alimentato quel fuoco in cui ardono e si dissolvono tutti i personaggi. Orchestra molto trattenuta nella prima “prova” con Daniel Oren

Di OLGA CHIEFFI

Il Trovatore continua ad essere perseguitato dal celebre detto di Enrico Caruso, secondo il quale l’unica cosa di cui ha bisogno questa opera, che deve far parte della cerchia incantata di quei titoli che i teatri non possono non permettersi di rappresentare, sono i quattro cantanti più grandi del mondo. Daniel Oren, reduce da un intervento alle anche, non ha, eroicamente, inteso abbandonare ad altri il podio per la prima del capolavoro verdiano, pur presentandosi claudicante, sostenendo un’opera lunga e complessa, per la quale quasi non si è concesso pause. E’ stata per Daniel Oren una “prima” assoluta anche nella lettura, poiché il maestro non ha diretto neanche la generale, ma l’intesa si è sentita, con qualche momento di incomprensione con il palcoscenico nell’ attacco di “Tacea la Notte placida”, nel caricamento eccessivo degli accenti nel duetto della II scena della parte quarta e con il coro in scena, incertezze che sono state sicuramente eliminate nelle due repliche successive, ma dobbiamo anche plaudire stavolta gli ottoni per “Squilli, echeggi la tromba”, eseguita con stentorea decisione anche dal coro, preparato da Tiziana Carlini. La lettura verdiana, cui ci ha abituato Oren, non è esplosa in toto, forse anche per coerenza con una regia statica, quale si è rivelata quella di Renzo Giacchieri, con coro schierato e  cantanti, di numero in numero in proscenio, come la scena e i fondali di luce ideati da Alfredo Troisi, con la monumentalità di un allestimento buono per molti titoli di ambientazione tardo-medievale. Non è facile cantare Verdi e Daniel Oren con la Urmana è andato sul sicuro. Il soprano lituano ha ottenuto inizialmente fama mondiale proprio come mezzo-soprano, prima di diventare un soprano lirico drammatico e il ruolo di Azucena è certamente il suo, capace al primo apparire di soggiogare il pubblico, sia dall’evocazione di “Stride la vampa” con quel segreto del Si che ritorna come un’idea fissa, un’ossessione che penetra, s’insinua e intride. Poca fuliggine per la vampa, ma la perfezione si tocca in “Condotta nell’era in ceppi”, eseguita con una miriade di sfumature sul lamento del suono dell’oboe (quello sopra le righe di Domenico Sarcina) e del violino, sul brivido degli archi, un’opera di cui resterà nella mente  il peso carnale del canto della Urmana, la sua bruciatura dell’anima. Si sa che Daniel Oren è uno straordinario talent scout e, dopo aver lanciato la Maria Agresta nel ruolo di Leonora, ecco il talento di Irina Moreva debuttare lo stesso personaggio. Voce ricca di armonici la sua, con acuti accarezzati da bellissimi filati, buona attrice, in qualche momento con timbro vistosamente più profondo – scelta interpretativa? necessità tecnica? -, prima che nell’ultima parte la voce si lasciasse andare a più adeguate trasparenze, ovviamente conquistando la sala. Punto debole dell’intero è risultato il tenore Gustavo Porta, il Trovatore, Manrico, non nuovo purtroppo a queste cronache.  La sua voce, ci ha convinto solo nei fuoriscena, quando dalla prigione saluta la sua Leonora, quindi nel registro centrale. Gli acuti, invece, peccano di intonazione, “avvicinati”,“presi”, ma non “cantati”, per di più con una pronunzia interamente aperta e larga di tutte le vocali, che portano a rallentare, in particolare in duetti e assiemi, timbro qualunque, il legato poco curato, l’emissione non solidissima, il talento interpretativo poco spiccato. la voce non manca di squillo ma sicuramente di nitidezza, la scansione possiede l’aura dell’imperiosità. Spara qualche Do decente nella pira, ma poco altro: purtroppo Manrico si è rivelato a sprazzi. Terza “luce” del cast è risultato Massimo Cavalletti, nel ruolo del Conte di Luna, affrontato con timbro pieno e, forse, troppo brillante, con dizione chiara e  potenza di voce. Ne’ “Il balen del suo sorriso”, una delle pagine più belle del repertorio per baritono è sempre puntuale e conclude una performance, prediligendo la figura del Conte gentiluomo, più che del cattivo di turno, senza sbavature. Nota dolente, il ruolo di Ferrando affidato a Carlo Striuli, che possiede, oramai solo il registro centrale ma assolutamente senza velluto e rotondità, mentre a completare il cast Miriam Artiaco, sottotono nei panni di Ines, un Ruiz di lusso quale Francesco Pittari, Mario Bove che ha dato voce al vecchio zingaro e il messo di Achille Del Giudice. Soddisfacente la prova del coro, nonostante la rottura di un martello nel coro delle incudini della prima serata. Applausi per tutti e teatro tutto per Violeta Urmana. Ultima replica questa sera alle ore 18.

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La fiamma del Trovatore per il ponte d’Ognissanti

Il capolavoro di Verdi torna al massimo cittadino, questa sera alle ore 21, per una prima, che saluterà nei panni della Zingara Violeta Urmana

 Di OLGA CHIEFFI

Si andrà a chiudere, da questa sera, alle ore 21, sino al 3 novembre, con Il Trovatore, capolavoro giovanile e romantico, la trilogia popolare, ideale, che è spesso ospite con gli altri due titoli del teatro Verdi di Salerno. E’ un periodo particolare questo d’Ognissanti in cui il velo che separa il mondo dei vivi da quello del soprannaturale si fa molto sottile, tanto da poter facilmente trapassarlo e, così, le anime dei morti più facilmente riescono a raggiungere e far visita ai loro cari ancora in vita, seguendo la luce di torce e fiaccole, segnalanti il cammino, in modo da agevolare loro il ritorno. L’incontro con Azucena, la reminiscenza delirante dei racconti e il fuoco di Verdi, la sua musica, impreziosirà questi giorni di riflessione e festa per il momento in cui la natura inizia il suo riposo, per preparare la sua rinascita. Con “Il Trovatore”, Verdi raggiunge il pieno dominio dell’architettura drammaturgica e musicale cresciuta in Italia negli anni del belcantismo rossiniano, belliniano e donizettiano, ma insieme con ciò rivela tratti inconfondibili della propria personalità, lo slancio irruente e febbrile; la malinconia dolente che si accompagna a tutti i ruoli e, allo stesso sfondo atmosferico dell’opera, che è notturno e cavalleresco, e il rilievo dei personaggi che, allo stesso tempo, sono archetipi delle passioni: l’amore, la gelosia, l’eroismo, l’affetto materno e filiale. Il Trovatore compendia l’intero il melodramma ottocentesco e dispiega torve vicende: l’infanticidio, i due fratelli rivali in amore e in guerra, che non sanno di essere legati dal vincolo del sangue, la donna contesa, una figlia che vuole vendicare una madre e che, al contempo, vuole essere madre difendendo a tutti i costi un figlio che, però, non è suo. E quel fuoco sempre presente in scena, come fiamma che riscalda i soldati di guardia, che brucia nell’accampamento degli zingari e che, nel ricordo delirante di Azucena, arde sotto il rogo, sembra proprio rimandare all’altro fuoco, intangibile ma egualmente cocente: quello che infiamma gli animi dei protagonisti tormentati dalle passioni. Raramente Verdi ha eguagliato l’enfasi corrusca e, insieme, l’elegia luminosissima di tante pagine del Trovatore: “Mal reggendo”, “Ivi povera vivea”, “Ah! Si ben mio”, l’intero quarto atto, una collana di gemme musicali che è un tracciato di inarrestabile corsa verso l’Assoluto. Non possiamo sorvolare sulla perfetta concatenazione fra recitativo, declamato e aria che il racconto della Zingara offre, mutandosi in “scena drammatica”, e, ancora, di episodi in cui quell’urgenza di accadimenti, della quale non si conosce la sorte, si registra in splendidi pezzi d’assieme, tutti avvampanti di fuoco: il terzetto Leonora-Manrico-Conte di Luna del primo atto, la scena del chiostro, il duetto Leonora-Conte di Luna del quarto atto, il duetto Azucena-Manrico, con successiva entrata di Leonora, precedente il finale. Capolavoro in sé, l’intera ultima scena, introdotta da accordi in Re bemolle che comunicano il senso di un misterioso e immoto destino che rende compiuto il dramma di queste quattro solitudini, simboli di quel sentimento romantico verdiano verso quel mondo ossianico, illuminato da una vampa narrante, accesa nell’oscurità della coscienza.

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Un cast da ribalta internazionale

Grande attesa per il Trovatore che tirerà il rush al gran finale della stagione lirica. Francesco Rosa ha diretto prove e generali. Stasera sarà Daniel Oren a salire sul podio per la prima delle tre serate in cartellone

 Di OLGA CHIEFFI

Conferenza di presentazione familiare e spumeggiante per il Trovatore che andrà in scena questa sera. Lodi per tutto e tutti da parte dell’assistente di Daniel Oren, Francesco Rosa che ricordiamo direttore ufficiale nel 2002 del primo Trovatore post terremoto del nostro massimo, che stasera dovrà cedere la bacchetta a Daniel Oren, che dirigerà l’Orchestra Filarmonica Salernitana, che avrà quale Konzertmeister ancora una donna, dopo Daniela Cammarano e Miriam Dal Don, l’albanese Mirela Liço, e il coro, preparato da Tiziana Carlini, direttamente la prima, con un piccolo briefing per rivedere tempi e attacchi, intorno alle 19. “Meraviglioso e da teatro internazionale il cast che ho concertato in prova, a partire dal soprano russo Irina Moreva, una scoperta di Daniel Oren, che farà coppia con Gustavo Porta, Manrico, il quale sta facendo benissimo nelle prove. Il conte di Luna ha la voce del nostro Barbiere di Siviglia, Massimo Cavalletti (presente in conferenza già in abiti di scena), mentre la figura della zingara avrà il timbro di voce di Violeta Urmana, già Azucena nell’apertura del teatro alla Scala del 2000. A completare il cast saranno Carlo Striuli nei panni di Ferrando, Miriam Artiaco in quelli di Ines, Francesco Pittari darà voce a Ruiz, Maurizio Bove ad un vecchio zingaro mentre il messo sarà Achille Del Giudice, già applaudito Conte Danilo ne’ “La vedova Allegra” dei giovani”. “La superstizione, il demoniaco dominano quest’opera, elementi già ben sottolineati dalla musica stessa – afferma Renzo Giacchieri, il quale ritorna a rileggere questo titolo a Salerno, dopo nove anni –ma il mio personaggio preferito è Leonora che pronuncia la frase più romantica dell’intera opera “Sei tu dal ciel disceso, o in ciel son io con te?”. Particolare sarà anche la scena del duello, che ho realizzato con diversi piani di figuranti”. Non solo musica ma anche solidarietà per il teatro Verdi di Salerno, che pone al servizio dei volontari la grande musica “Siamo felici di dedicare una serata della nostra stagione lirica – dichiara il Sindaco di Salerno Vincenzo Napoli – all’associazione Medici Senza Frontiere della quale apprezziamo l’impegno umanitario. Riteniamo che l’arte debba contribuire a migliorare la vita delle persone e delle comunità divulgando valori universali di solidarietà e fratellanza. Tali valori ispirano l’impegno della nostra amministrazione”. Così stasera, ascolteremo prima dello spettacolo l’invito ad aiutare i Medici organizzazione umanitaria internazionale indipendente che fornisce soccorso medico in più di 70 Paesi a popolazioni la cui sopravvivenza è minacciata da conflitti armati, violenze, epidemie, disastri naturali o esclusione dall’assistenza sanitaria, da parte di Gabriele Eminente, Direttore Generale di MSF del maestro Daniel Oren direttore artistico del Verdi e di Vincenzo Napoli Sindaco di Salerno. In sala anche gli studenti del Liceo Artistico “Sabatini Menna” che hanno contribuito attivamente alla realizzazione delle scene insieme ad Alfredo Troisi, un istituto questo che funziona bene, grazie anche al suo direttore Ester Andreola. A chiudere il giro d’interventi Antonio Marzullo e l’assessore alla cultura Antonia Willburger, un debutto all’opera il suo, naturalmente in questo ruolo, che ha annunciato la ripresa delle visite guidate del teatro, così caro ai Salernitani.

 

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Lucio Dalla, un miracolo senza tempo (anche rimasterizzato)

A 40 anni di distanza esce la Legacy Edition del disco del 1979. E riaffiora la poetica stralunata ma accessibile del cantautore bolognese. Un lavoro con tre "inediti" che è un documento della coscienza che non abbiamo più.

«Milano vicino all’Europa, Milano che banche, che cambi» ed era il 1979 e un decennio si chiudeva di passioni e di fumo, di spari e di piombo, di musica e di utilitarie nuove, di una dimensione metropolitana caotica e seducente.

IL DISCO DELLA SVOLTA

Crescevamo e Lucio Dalla era lì, col suo disco della svolta, un anno e mezzo in classifica, un milione e passa di copie vendute, canzoni più commerciali di prima, ma in modo intelligente, ma indimenticabili. La sinfonia di Notte, il sogno d’amore tenero e squallido di Anna e Marco, gl’incubi un po’ sinistri di Tango, la luce molto sinistra visionaria de La Settima Luna, il congedo da un’epoca di L’Anno Che Verrà. E l’elegia suprema per Milano.

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E noi ci si camminava dentro, sulle nostre scarpe da tennis fino a scuola o nei meandri della città, si camminava su quegli accordi ritmati di piano, sul climax che arrivava ma non lo capivamo, era solo una bella canzone da portarsi dentro, dentro la città che avvolgeva e stordiva e eccitava, dentro di noi che come alberi si cresceva inesorabili.

Il cantautore bolognese Lucio Dalla nel 2011.

DALLA RIMASTERIZZATO COME BATTISTI

Quarant’anni dopo è ancora tutto qui con Lucio Dalla – Legacy Edition (Sony). C’è ultimamente questa moda, perché il mercato deve pur rigenerare se stesso, in continuazione, questa moda di rimasterizzare i dischi a 24 bit/192KHZ, sigle di cui l’ascoltatore medio sa niente ma rappresentano, «la migliore definizione attualmente possibile», si dice. E in effetti è così, ascoltare roba antica che è stata scomposta, ripulita e ricombinata con nitore cristallino e profondità inusitata, te la fa riscoprire, ti sembra d’esser lì, in studio, quando veniva incisa. Quando veniva partorita. È già successo con Lucio Battisti, adesso tocca all’altro immenso Lucio.

DALL’ERA ROVERSI ALLA POETICA STRALUNATA

Punto di svolta della sua carriera, il disco omonimo con lui di faccia, la cuffietta di lana, Dio quella cuffia, portata estate e inverno, cosa ci fosse sotto meglio non sapere. Finiva un’altra decade cruciale e Dalla era pronto, archiviato il periodo col poeta Roversi che aveva intuizioni meravigliose, «Nuvolari ha 50 chili d’ossa, Nuvolari ha un fisico eccezionale», è piccolo, deforme come un ulivo contorto, ma indistruttibile inarrivabile italiano, «gli uccelli dell’aria perdono le ali quando passa Nuvolari».

Lucio Dalla e Tazio Nuvolari a cui dedicò una canzone.

Stille di poesia, ma il pubblico non era preparato, non capiva e poi quel Roversi in studio si vedeva poco, lui cercava la ribalta di piazza, l’impegno politico ma Lucio aveva già capito, la fine delle passioni ideologiche era lì, i cantautori classici avevano un po’ rotto i coglioni, meglio starsene defilato, giocar di sponda e spingere su una poetica ironica, stralunata ma accessibile. Con musicisti di prima scelta, parte session men della Rca, parte degli Stadio in fieri, come il chitarrista Ricky Portera.

UN VERO PERIODO DI GRAZIA

Lucio Dalla è disco di soluzioni sonore sofisticate ma accattivanti e sta qui il suo miracolo: difficile, criptico, ma a suo modo immediato, consumabile, le atmosfere cambiano di continuo e sono tutte belle. È sempre Dalla ma un altro Dalla, è per il pubblico ma poco gli concede. Poi verrà il seguito, ancora omonimo, Dalla, altri occhi in copertina, altre canzoni indimenticabili, tutte, Balla balla ballerino, Futura, La sera dei miracoli, era un periodo di grazia quello.

LA DIFFERENZA TRA VECCHIO E CLASSICO

Lucio Dalla non è un album vecchio, è un album classico. Nasce già fuori dal tempo, come le cose immortali. Non ti stancherai mai di sentirlo e ancor più dopo questo lifting sonico.

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Dentro, ci stanno tre inediti che inediti non sono, due sono versioni in studio di motivi consolidati, Angeli, prestata all’inizio a un altro piccoletto fenomenale, Bruno Lauzi (che bella che resta, però) e Ma come fanno i marinai, con De Gregori, che non ha bisogno di chiose. L’ultimo bonus è Stella di Mare in inglese, e va bè, che ce ne facciamo mai.

Due pezzi che meritavano di stare nell’album originale, ma allora andava così, c’erano limiti per un lp, poi si pensava che oltre quei 35, 38 minuti il pubblico si stancasse. Ma come stancarsi di canzoni come queste?

Dalla e De Gregori durante la tournée Banana Republic.

UN’OPERA FINALMENTE COMPLETA

In ogni modo, finalmente i due orfanelli perduti rifluiscono in quest’opera omnia e non ne escono più. Il loro posto era lì, dall’inizio, e ascoltare questo disco nella sua completezza è qualcosa di struggente come l’ingenuità sfiorita che ti faceva ragazzo, che inseguirai sempre più invecchiando. Col cuore appresso a una donna, una «donna senza cuore, chissà se ci pensano ancora, chissà».

Lucio Dalla.

GIÙ LE MANI DA L’ANNO CHE VERRÀ

C’è un libretto con varie testimonianze, Dente, Di Martino, Colapesce, insomma gli emuli, che mai arriveranno alla statura di Dalla, e i produttori Colombini e Biancani della Fonoprint, e ci sono le illustrazioni di Alessio Baronciani, i dischi storici diventano cimeli, oggetti da conservare, si può capire. Ma è il loro contenuto, volatile ed eterno, a contare davvero. Perché poi finisce nell’anima e non finisce d’intossicarla stupendamente. «La settima luna, era quella del luna park, lo scimmione s’aggirava». È roba che ci appartiene, alla quale apparteniamo. È roba suonata davvero e quelle sonorità com’erano intelligenti, e azzeccate, e squisite.

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Così si facevano i dischi, così non si fanno più oggi che L’anno che verrà è ridotto a una maledetta colonna sonora del Capodanno Rai con tutti quei disperati che stappano e ballano e fanno il trenino e invece è una poesia di cristallo bagnato di lacrime. Ma che avete da smandrappare, non le sentite quelle parole, i «sacchi di sabbia vicino alla finestra», la paura da respirare, e la speranza impossibile, «ogni Cristo scenderà dalla croce», e la resa definitiva al dolore, «vedi vedi vedi caro amico, cosa si deve inventare, per poter riderci sopra, per continuare a sperare». Non lo capite che dovete lasciarla stare la storia di un anno in meno che rimane? Dovrebbero vietarla, L’anno che verrà come sigla. Dopo 40 anni, un disco così è un documento della coscienza che non abbiamo più.

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Chi è Coez, ospite speciale del primo live di X Factor 2019

Il cantautore romano ha iniziato con l'hip hop nei Circolo Vizioso e nei Brokenspears. Ma è diventato famoso abbracciando il pop. I suoi grandi successi? "La musica non c'è", "È sempre bello" e "Domenica".

Una carriera iniziata dall’hip hop e continuata, con enorme successo, nel pop melodico. Coez, ospite speciale del primo live di X Factor 2019, è una delle voci più conosciute d’Italia, con brani come La musica non c’è, Domenica, Faccio un casino ed È sempre bello. Coez, che ha raggiunto la certificazione di disco di platino con ben 8 singoli (La musica non c’è è 8 volte platino), è in tour fino al 22 dicembre 2019.

Coez, all’anagrafe Silvano Albanese, è nato l’11 luglio 1983 a Nocera Inferiore (Salerno) ma ha sempre vissuto a Roma. All’inizio scelse di frequentare una scuola di cinema, ma dopo appena un anno, insieme a due compagni di corso, fonda il Circolo Vizioso, un collettivo hip hop underground. Nel 2007 Coez conosce Bruno “Snais” Cannavicci, membro del gruppo degli Unabombers, e insieme ai membri del Circolo Vizioso dà vita al collettivo Brokenspeakers. Il gruppo inizia a farsi conoscere nell’ambiente rap/hip hop, arrivando ad aprire i concerti di artisti come i Club Dogo.

Il ruolo da comprimario inizia però a stare stretto a Coez, che inizia a scrivere anche canzoni da solista. Nel 2009 Nella casa, appartenente all’album d’esordio Figlio di nessuno, è il suo primo vero successo, ancora limitato agli appassionati rap. Dopo altri due album (Non erano fiori nel 2013 e Niente che non va nel 2015), la celebrità a livello nazionale arriva con Faccio un casino, titolo del singolo e della sua quarta opera, pubblicati nel 2017. La musica non c’è, il brano più ascoltato dell’album, è stato premiato con sei dischi di platino.

Da Faccio un casino in avanti Coez ha scelto sonorità vicine al mondo indie, distaccandosi dalle sue origini rap e diventando tra i cantanti più famosi a livello nazionale. Nell’estate 2019, per celebrare i cinque anni di carriera, l’artista ha pubblicato il suo quinto album È sempre bello (certificato oro), anticipato dall’omonimo singolo (quattro volte disco di platino) e da Domenica.

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Una tre giorni alla scoperta dell’Arpa

Ritorna la prestigiosa Arpissima a Salerno, ospite di Palazzo Fruscione dal 25 al 27 ottobre con protagoniste Valentina Milite e Sonja Tavormina

Di OLGA CHIEFFI

Ritorna “Arpissima” in città, con una tre giorni dal 25 al 27 ottobre nel segno di uno strumento che è racchiuso nell’aura del mito, l’arpa, uno tra i più antichi che ha accompagnato il cammino dell’Uomo. Sarà un viaggio alla scoperta (o riscoperta) di uno strumento, dal grande fascino e dalle grandi potenzialità tecniche ed espressive, purtroppo, spesso dimenticato dalle programmazioni concertistiche, almeno in Italia. Grande merito, dunque, ad “Arpissima”, rassegna itinerante aperta a tutti gli studenti di arpa classica e celtica provenienti da conservatori e scuole a indirizzo musicale promossa dall’azienda leader nella produzione di arpe “Salvi Harps”, per la divulgazionedi questo complesso strumento. Docente ospite in Palazzo Fruscione sarà Valentina Milite, insegnante del liceo musicale Alfano I guidato da Elisabetta Barone, mentre la star internazionale ha il nome e il talento eclettico di Sonja Tavormina, arpista belga che spazia dal classico, al rock, al jazz, una delle personalità più ricche di sfaccettature del panorama arpistico. Concerto d’apertura il 25 ottobre, alle ore 18, con un concerto di benvenuto, che vedrà Valentina Milite esibirsi con alcune ex allieve del Liceo Alfano I, che vanno a formare le Erin Harps & il Mag Quartet. Il programma della serata è veramente eterogeneo e principierà con una dolce e nostalgica Siciliana di autore ignoto, dalla bellissima melodia, cui si è ispirato Ottorino Respighi, tratta dalle sue Antiche Danze ed Arie. A seguire, il Largo dall’Inverno di Antonio Vivaldi, uno dei più pregnanti del Prete Rosso, la cui musica assume i tratti di magnetici affreschi sonori o ambisce, grazie alla forza del suo potere evocativo e della sua logica formale, a conquistare una proprietà narrativa e una pregnanza illusionistica di tale intensità da trasfigurare l’astratto gioco dei suoni nella vividezza visiva e gestuale, quasi di un evento teatrale. Balzo in Argentina con il “Tango Triste” di Alfredo Rolando Ortiz, che attiverà quel melò rioplatense, quel romanzo ardente e frusciante che è fuga dal fantastico, espressione artistica originalissima, letteraria, estetizzante, individualista, esotica e trasgressiva, prima di un passaggio tra le colonne sonore con “Comptine d’un autre été” di Yann Tiersen, una delle delicate e minimaliste sound track del film “Il favoloso mondo di Amélie”. Quindi, Valentina Milite incrocerà le corde della sua arpa con quelle di Clorinda Crescenzo, Antonietta Lamberti e Martina Landi, per eseguire l’ironica “Humoresque” di Jozsef Molnar. Finale con emozionanti melodie quali “J will always love you” di Dolly Parton, “Million reasons” di Lady Gaga e “Stand By Me” di Ben E.King, che vedrà l’esibizione di Michela Baselice Arpa e voce, Marco Matrone Pianoforte e Gaetano Vergati Sassofono, insieme a Valentina Milite. Il giorno successivo, sempre alle ore 18, l’atteso Recital di Sonja Tavormina. Il concerto sarà aperto da “Strong”, una canzone del trio inglese London Grammar, datata 2013. Seguirà “The lab” della stessa Sonja Tavormina e “If Einaudi had a harp and Loops” da una cellula musicale di Ludovico Einaudi, sviluppata e arrangiata dall’ arpista, ancora “Radioactive” degli Imagine Dragons, fino al “Grazie” in musica di Sonja Tavormina, che concluderà la seconda giornata di Arpissima. Domenica 27 ottobre, gran finale nell’incantevole cornice di Palazzo Fruscione, dalle ore 9 esposizione di strumenti ed accessori Salvi e grande maratona musicale, impreziosita da incontri con Sonja Tavormina, per quindi passare il testimone di Arpissima a Firenze, che saluterà nell’ultimo week-end di novembre, quali padrone di casa Susanna Bertuccioli e Cristina Bianchi.

Consiglia

Sanremo 2020 si fa il lifting, ma le novità non convincono

Il Festival dell'Ariston compie 70 anni e Amadeus prova a rilanciarlo. Ma i punti deboli rimangono sempre i soliti: lottizzazione, dipendenza dai talent e latitanza di artisti veri.

La farfallina a Sanremo in compagnia del nasone? Il pericolo c’è, perché con l’arruolamento di Amadeus per i 70 anni del Festival rientra prepotentemente in gioco l’impresario Lucio Presta, l’amico di Matteo Renzi, il che pone problemi di equilibri politici: per un Presta che entra c’è un Salzano che ovviamente non vuole uscire e così bisognerà trovare una quadra, come spiega anche Dagospia. Conduttori, cantanti, ospiti, tutto da spartire, tutto da distribuire. Perché Sanremo è Sanremo, e non esiste Festival senza lottizzazione.

È Rai, è governo, è corridoi, è lottizzazione, da sempre e per sempre. Per dire, già si starebbero vagliando, secondo indiscrezioni dalle segrete stanze, le credenziali per gli innumerevoli numeri di varia umanità: nessuno tocchi l’alleanza Pd–M5s, tanto per la satira le amenità dei vari Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e compagnia bella, bastano e avanzano. Ma circola pure una certa apprensione per il futuro immediato: tiene o non tiene, il governo?

De Santis su Sanremo ha investito la sua credibilità, e l’anno scorso con la gestione Baglioni-Salzano 2 è riuscita a impattarla quanto ad ascolti, ma non senza fatica

Perché dovesse cascare prima della fine dell’anno, potrebbero tornare in discussione parecchie poltrone, già quella della direttrice di RaiUno, Teresa de Santis, oscilla da un pezzo con lei che dice: «Non farò l’agnello sacrificale». E De Santis su Sanremo ha investito la sua credibilità, e l’anno scorso con la gestione Baglioni-Salzano 2 è riuscita a impattarla quanto ad ascolti, ma non senza fatica: il Festival ha tenuto, ma ha pure lasciato parecchio amaro in bocca, non ha brillato, si è segnalato per generose oasi di noia.

IL PROBLEMA DI SANREMO: GLI ARTISTI BRAVI LO DISERTANO

Anche sui cantanti, i giochi sono aperti. Amadeus rivendica il ruolo di guida della commissione selezionatrice, forte dei trascorsi radiofonici, ma le pressioni sono immense e anche qui una certa brezza politica si avverte e non potrebbe essere altrimenti, essendo Sanremo anche megafono di valori spiccioli, che tuttavia forniscono il necessario orientamento morale, se non ideologico, ad una manifestazione che resta comunque la più seguita, la più d’impatto di tutta la televisione italiana, in particolare del cosiddetto servizio pubblico.

Mahmood, vincitore della 69esima edizione di Sanremo.

Alcuni nomi circolano già, alcuni sarebbero certi fin dall’estate, ma ci sarà tempo per anticiparli. Il problema, come al solito, sta nell’effettivo valore degli artisti e delle rispettive creazioni: quelli bravi a Sanremo continuano a non andarci, anche perché se si azzardano a proporsi, di norma vengono segati. Bisogna avere dietro strutture, manager o malefatte pesanti; saper cantare, saper comporre ormai conta poco o niente. E allora si continuerà a far nozze coi fichi secchi, spacciandoli per primizie: che poi è il compito della altrimenti inutile commissione selezionatrice.

PER I GIOVANI TORNANO LE SELEZIONI A CASCATA

Frattanto, torna la gara a parte per gli aspiranti. Lo scorso anno tante e avvelenate furono le polemiche contro la decisione baglion-salzanese di far confluire i primi due tra i campioni, con tanti saluti a tutti gli altri; ci si è resi conto che non pagava, e questa volta tornano le selezioni a cascata, in modo da accontentare tutti o quasi: quelli di Area Sanremo, gli altri di Sanremo Young, i reduci dei talent, le trasmissioni ad hoc per lanciarli. In 850 si sono presentati alle selezioni, perché l’Italia è popolo di artisti, spesso trasgressivi, ma con mamme al seguito; già scremati dal buon Amadeus e colleghi della commissione (Claudio Fasulo, sempre di RaiUno, Gianmarco Mazzi, Massimo Martelli, Leonardo de Amicis) fino a 65, ne resteranno 20, da limare a 10 in quattro puntate ( 16, 23, 30 novembre e 7 dicembre) del programma Italia Sì; i cinque prescelti vanno alla gara insieme ai due vincitori di Area Sanremo, al vincitore scorso di Sanremo Young, e così si arriva al parterre delle nuove proposte del Festival di febbraio 2020.

X Factor, Amici di Maria, The Voice, a Sanremo c’è posto per tutti, c’è una quota per tutti

E questi giovani a volte lo sono solo di anagrafe. Come prima, più di prima arrivano a frotte dai talent, che sono il vero e pressoché unico serbatoio del vivaio musicale sanremese (i risultati, purtroppo, si sentono): X Factor, Amici di Maria, The Voice, c’è posto per tutti, c’è una quota per tutti. Tra i nomi, Leo Gassman, nipote d’arte, arrivato in alto, ma non abbastanza, alla scorsa edizione di XF, la immancabile, perché raccomandatissima a oltranza, Federica Abbate, già responsabile di plurime efferatezze smielose per troppi artisti, sempre in procinto di avviare una carriera personale, altre habitué di Sanremo Giovani quali Giulia Mutti (ritenta, ritenta, ritenta ancora, prima o poi sarai più fortunata), e, attenzione, tale Filo Vals, che ha il nome d’arte di un agente segreto oppure di un personaggio di Topolino, ma il nome vero è pesante, si chiama Valsecchi, come il produttore, e infatti è il figlio del produttore. Che dite, si troverà un posticino per Filo Vals? Sai com’è, Sanremo è Sanremo.

TANTI EVENTI DI CONTORNO PER IL SETTANTESIMO ANNIVERSARIO

Infine, siccome a questo giro il Festival compie 70 anni, la missione è di non dimostrarli. Si punterà molto al glamour, agli effetti speciali, a offrire un’atmosfera il più possibile elettrizzante, a sgessare una manifestazione che ha finito per confinarsi sempre più in una prevedibile, rassicurante mediocrità. La parola d’ordine è agitare, coinvolgere, stupire, se non all’Ariston, dove la Rai ha precisi margini di manovra (dovendo mantenere la caratura di evento generalista per un pubblico ampio ma fondamentalmente domestico), quanto meno negli eventi a contorno. Feste, concertini, occasioni, gossip dovrebbero venire così concentrati a Casa Sanremo, che finirebbe, per esempio, per assorbire l’animazione di locali quali il mitico Santa Tecla, dalla capienza limitata. Carne al fuoco tanta, poi per la cottura è un’altra storia e qui, per ora, la mano sul fuoco non ce la mette nessuno.

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Musica – Sixlei nuovo album: I’m Flying And I’m Free (JsfhjahfjahfHuscjajsgc)

JsfhjahfjahfHuscjajsgc scrive nella categoria Musica che: Sixlei nuovo album: I\'m Flying And I\'m Free\r\n\r\nSixlei il DJ Producer italiano, con fama mondiale all\'estero, oggi alle 19:00 ha annunciato l\'uscita del duo nuovo album gia atteso da un po\'
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Musica – Donatello Ciullo, in arte Dona chiude la sua stagione di concerti a Roletto(To) (DonatelloCiullo)

Dal sito odisseaquotidiana.blogspot.it, DonatelloCiullo scrive nella categoria Musica che: Oggi intervistiamo Donatello Ciullo in arte Dona, cantautore pugliese più precisamente di Foggia, ma da alcuni anni adottato da Torino.\r\nM:Dona, allora vuoi raccontarci come è andata la tua stagion
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1 Voti Donatello Ciullo, in arte Dona chiude la sua stagione di concerti a Roletto(To)

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Donatello Ciullo, in arte Dona chiude la sua stagione di concerti a Roletto(To)

Musica – Marcello Romeo “rispolvera” via Zamboni 33 (DonatelloCiullo)

Dal sito https:/ fantaera.com, DonatelloCiullo scrive nella categoria Musica che: Marcello Romeo\\r\\n\\r\\nCantautore, musicista, attore e regista bolognese, è direttore artistico del Voxyl Voice Festival (2015), del format le Canzoni Sussurrate (2015), e del format Musica in Tea
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1 Voti Marcello Romeo "rispolvera" via Zamboni 33

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Marcello Romeo "rispolvera" via Zamboni 33