La nuova Russia di Putin e il rischio di un golpe costituzionale

Il presidente accelera sulla modifica alla Costituzione. Molti osservatori temono un'ulteriore stretta autoritaria e isolazionista. Che permetterebbe allo zar di mantenere il potere anche alla fine del mandato, scaricando le responsabilità di eventuali fallimenti su fedelissimi. L'analisi.

Vladimir Putin ha sempre avuto un debole per gli ispettori delle tasse.

Quando faceva il vicesindaco nella Banditskiy Piterburg, la San Pietroburgo banditesca degli Anni 90, utilizzava le informazioni del capo della locale agenzia delle Entrate per tenere in pugno gli affaristi senza scrupoli della città, come hanno raccontato Fiona Hill e Clifford Gaddy in Mr. Putin: operative in the Kremlin (Brookings, 2013).

Quello schema elaborato negli anni più selvaggi della storia russa recente gli sarebbe poi servito da paradigma per trattare con gli oligarchi dal Cremlino. Il capo dell’agenzia delle Entrate di San Pietroburgo fece carriera: nel 2008 Viktor Zubkov fu nominato primo ministro da Putin, per lasciare il posto a Putin otto mesi dopo. Era l’operazione tandem con cui di lo zar aggirò i limiti costituzionali del mandato presidenziale per mantenere il potere.  

premier russia Mikhail Mishustin
Il nuovo premier russ Mikhail Mishustin.

PERCHÉ MISHUSTIN È IL PREMIER IDEALE

La scelta di Mikhail Mishustin, fino a ieri capo del Fisco di tutte le Russie, come premier che dovrà assicurare la fluidità della transizione verso il nuovo ordine istituzionale, seppure inattesa non sorprende. «Era il candidato ideale: l’agenzia delle tasse ha intimi legami con i servizi di sicurezza, e il suo aiuto è stato utilizzato per risolvere ogni sorta di questioni, conflitti d’affari compresi», nota Andrei Kalesnikov, il “putinologo” di punta del think thank Carnegie di Mosca. «Grazie a Mishustin Putin costruirà una nazione a somiglianza dell’agenzia fiscale, con verbali, ispezioni, forze dell’ordine e – dove necessario – digitalizzazione su tutto il territorio».

UNA FIGURA DI CERNIERA TRA DUE MONDI

Le tecnologie digitali introdotte da Mishustin hanno fatto del Fisco l’amministrazione statale più efficiente del Paese. Le ricevute di ogni transazione da San Pietroburgo a Vladivostok arrivano alle autorità entro 90 secondi. Il servizio online nalog.ru è facile da usare e popolarissimo tra i contribuenti. Gli sportelli al pubblico sono moderni e tirati a lucido tanto da sembrare boutique. Risultato: entrate fiscali raddoppiate. Per l’efficacia manageriale dimostrata e la particolarità dell’amministrazione che ha diretto, «Mishustin appartiene contemporaneamente a due mondi: quello del potere dei siloviki (capi di servizi di sicurezza e affini, ndr) e quello dell’economia», scrive sul sito di Carnegie il politologo Alexander Baunov. «La Russia è governata da una coalizione di uomini delle forze di sicurezza, che sono responsabili della sovranità, e di rappresentanti dell’economia, responsabili della crescita. La dualità del nuovo premier fa appello alle due componenti di questa coalizione».

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Nel processo innescato da Putin per perpetuare il putinismo alla scadenza del suo mandato, Mishustin potrebbe non essere solo una parabola, uno “scalda sedia” come fu nel 2008 il suo ex collega Zubkov. Che poi non è finito così male: oggi è presidente del colosso energetico Gazprom, la più grande azienda russa. 

MEDVEDEV ANCORA PARAFULMINE DELLO ZAR

«Immaginate questo quadro: Putin a capo del Consiglio di Stato e padre della nazione, Medvedev come presidente, e un tecnocrate – Mishustin – come primo ministro», suggerisce Kalesnikov. Nel progetto di revisione costituzionale di Putin, il Consiglio di Stato vedrà rafforzato il suo ruolo e la presidenza redistribuirà parte del potere esecutivo al parlamento e al premier. I russi da qualche giorno scherzano con gusto sulla ”Medvexit”, ma il fedelissimo appena sacrificato potrebbe tornare alla ribalta. Continuando a fare quel che sa far meglio: il parafulmini di Putin.

Vladimir Putin e Dmitri Medvedev in una foto del 2017 (Getty Images).

L’insoddisfazione per le condizione socio-economiche è in aumento. Secondo l’analisi di Kalesnikov, le riforme previste permettono a Putin di «incanalare il malcontento verso il futuro presidente della Russia, il primo ministro e il presidente della Camera dei deputati, che saranno responsabili in solido delle nomine dei ministri e dei loro eventuali fallimenti». Difficilmente lo zar troverebbe una figura con un curriculum di lealtà e accettazione della gerarchia comparabile a quello di Dimitri Medvedev, per il posto di presidente depotenziato che sta prefigurando. Intanto gli ha creato la posizione di suo vice nel Consiglio di Sicurezza. Un trampolino? «Potrebbe esserci un gentlemen agreement: Putin responsabile di tutto quel che va bene, Medvedev di quel che va male», scherza ma non troppo Kalesnikov. È solo un’ipotesi. Quel che è certo, spiega l’analista, «è che le riforme proposte dimostrano che ogni residua illusione che Putin possa suggerire per la posizione di presidente qualcuno con idee liberali, come Alexei Kudrin (ministro delle Finanze prima dell’involuzione autoritaria del 2012, ndr), è ora fermamente relegata nel regno dell’utopia». 

LE PROPOSTE PER LA NUOVA RUSSIA

Intanto, Putin preme sull’acceleratore. Ha istituito e subito riunito un gruppo di lavoro per preparare le proposte di modifica della Costituzione. Difficile che il progetto dello zar possa trovare intralci, visto il carattere autoritario del regime. Che secondo la maggior parte degli osservatori diventerà ancora più autoritario. La norma prevista per impedire la candidatura alla presidenza a chi ha vissuto per dei periodi all’estero la dice lunga in questo senso: mette automaticamente fuori gioco personalità dell’opposizione come Alexey Navalny, che ha studiato a Yale, e Mikhail Khodorkovsky, in esilio al Londra.

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Ma le maggiori ripercussioni potrebbero arrivare dalla normativa che dovrebbe porre la Costituzione al di sopra del diritto internazionale. Significa, tra l’altro, che le vittime dei frequenti soprusi del sistema giudiziario russo non potranno più esser ricorrere alla Corte europea dei diritti dell’uomo. La Russia è sulla strada di un sempre maggior isolamento dall’Occidente. La Carta fondamentale in vigore dal 1993 era ispirata a criteri liberali, anche se da tempo alcune sue parti, come gli articoli sulla libertà di riunione, vengono disapplicate o travisate. Negli emendamenti allo studio «c’è un distacco netto dal modo di pensare occidentale, si va verso qualcos’altro – verso idee orientali, o dell’antica Roma», commenta Alexander Baunov. E in molti, a Mosca, parlano già di «golpe costituzionale».

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La campagna libica di Putin vista dalla Russia

Il summit di Mosca non è stato un flop. Anzi. Il Cremlino continua ad accreditarsi come mediatore nel conflitto. Visti anche gli interessi petroliferi nel Paese. Ma l'obiettivo principale è rafforzare la partnership con Ankara in Medio Oriente. L'analisi.

Al Cremlino la mancata firma dell’accordo sul cessate il fuoco in Libia da parte di Khalifa Haftar non era stata vissuta come uno smacco.

Si ritiene che la mediazione russo-turca per il processo di pace potesse ancora aver successo, e che il generale libico dopo aver lasciato la conferenza di Mosca sbattendo la porta avrebbe preso presto la strada di Canossa. Come sta avvenendo.

Una strada che, secondo osservatori vicini all’amministrazione di Vladimir Putin, non passa da Berlino. E a finire di percorrerla potrebbe non essere Haftar.  

A MOSCA UN INCONTRO ASIMMETRICO

«Nessuno si aspettava davvero che dalla riunione moscovita arrivasse subito a un risultato», ha detto in un’intervista al canale televisivo governativo Rossiya-24 Fyodor Lukyanov, responsabile della rivista diplomatica pro-Cremlino Russia in Global Affairs. Gli organizzatori sapevano che non sarebbe stato possibile risolvere la crisi al primo colpo. Il compito che si erano dati era più modesto: fermare i combattimenti, garantire l’arrivo di aiuti umanitari alla popolazione, fare comunque dei primi passi. L’intransigenza di Haftar – si sottolinea a Mosca – è stata una conseguenza delle sue vittorie nelle battaglie di Sirte e delle periferie di Tripoli, costate troppo per poter fare concessioni immediate e palesi agli avversari.

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Si nota inoltre che nel consesso moscovita non erano rappresentati i Paesi che sostengono l’uomo forte di Bengasi e che recentemente hanno intensificato i rifornimenti di armi e aumentato l’efficacia della propaganda a suo favore: mancava l’Egitto, mancavano gli Emirati Arabi. L’incontro era asimmetrico. Gli interessi del generale e dei suoi alleati non potevano essere garantiti. Ma tutto questo era scontato e considerato spendibile, da parte del Cremlino. In vista di risultati nel prossimo futuro, ritenuti a portata di mano grazie a una rafforzata partnership con Ankara sull’intero scacchiere mediorientale e nordafricano.  

SUMMIT DI BERLINO A RISCHIO FLOP

«L’atteggiamento di Haftar è influenzato dalle pressioni dei suoi sostenitori e dall’andamento del conflitto, che era sembrato preludere a una soluzione militare per lui vittoriosa. Solo la discesa in campo della Turchia ha cambiato la situazione», spiega Lukyanov. Che reputa probabile una temporanea ripresa delle ostilità. «Ma Haftar non riuscirà a risolvere la situazione militarmente: ci saranno presto nuovi incontri diplomatici». E a guidare il gioco saranno ancora Russia e Turchia. Perché dal summit di Berlino c’è da aspettarsi poco: «Non mi pare che la conferenza abbia senso, ad appena quattro giorni di distanza da quella moscovita. Comunque, l’Europa in questo conflitto è periferica. Germania e Francia non hanno alcun effetto leva da far valere in Libia. Per non parlar dell’Italia, nonostante i suoi legami storici con Tripoli. Si è visto il fiasco dell’iniziativa di qualche giorno fa a Roma. E anche Berlino sarà un fiasco. I tedeschi farebbero bene a risparmiarselo».

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Mosca ritiene che la conferenza del 19 gennaio abbia il solo scopo di «risolvere un problema interno all’Ue: quello della rivalità creatasi tra Francia e Italia come conseguenza del conflitto in Libia», nota Grigory Lukyanov (stesso cognome, altro politologo), titolare del corso di Conflitti internazionali e peacemaking all’Alta scuola di economia – la Bocconi russa. 

GLI INTERESSI DELLA RUSSIA IN LIBIA

La Russia rivendica un ruolo da mediatore indipendente e vero pacificatore nel conflitto. Ha sempre sostenuto di non aver particolari interessi in Libia, e di voler mantenere contatti con tutte le parti in causa al solo fine di promuovere la pace. In realtà è interessata eccome. Ha forti motivi economici per voler consolidare le sue posizioni. La Libia ha le maggiori riserve provate di greggio del continente africano. Nel 2017, il gigante degli idrocarburi Rosneft, controllato dal Cremlino, ha firmato un accordo di esplorazione e produzione con la società petrolifera nazionale libica (Noc). Nel dicembre 2019, un’altra compagnia russa, la Tatneft ha ripreso le sue attività di esplorazione nel Paese, interrotte nel 2011 alla caduta del regime di Muammar Gheddafi. Mosca vorrebbe ripristinare almeno una parte dei contratti multimiliardari a suo tempo siglati con la Libia del colonnello. E poi ci sono i motivi geopolitici. I porti sul Mediterraneo sono logisticamente preziosi per le rinnovate ambizioni africane del Cremlino, esplicitate nella conferenza Russia-Africa di Sochi dell’ottobre scorso. Senza contare il peso che avrebbe nei rapporti con i Paesi Ue una stabile influenza sulle coste da cui, oltre che gas e petrolio, partono i flussi migratoriUn aspetto che la nostra diplomazia dovrà considerare con cura. 

I MERCENARI DELLA WAGNER E L’AMBIGUITÀ DEL CREMLINO

Riserve petrolifere e zone costiere sono per la maggior parte nel territori controllati da Haftar. I mercenari della compagnia militare privata russa Wagner stanno combattendo a fianco delle milizie del generale. Lo hanno raccontato i media internazionali, lo ha affermato il presidente turco Erdogan, e lo ha implicitamente ammesso lo stesso Vladimir Putin che sostiene di non averli mandati lui. Potrebbe anche essere vero. Le attività degli “imprenditori politici” che si muovono all’ombra del Cremlino a volte prendono uno slancio proprio. Ma certo la verticale del potere di Mosca, dove la politica estera la fa il capo, implica in questo caso il via libera del presidente. Fatto sta che i mercenari della Wagner cominciarono a essere avvistati in Libia alla fine del 2018, poco dopo un incontro di Haftar col ministro della Difesa russo Sergey Shoigu alla presenza di Evgeny Prigozhin, l’imprenditore amico di Putin considerato finanziatore e organizzatore della Wagner.

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In quel periodo il supporto della Russia al comandante dell’Esercito nazionale libico (Lna) era sembrato totale. Ma il rapporto ha sempre avuto una dose di ambiguità. Solo Haftar e i media di Prigozhin lo hanno pubblicizzato come un appoggio incondizionato, il Cremlino è stato più cauto. E dopo l’arenarsi dell’offensiva dell’Lna su Tripoli, la scorsa estate, ha cercato di bilanciare narrativa e iniziative diplomatiche per evitare un’identificazione troppo diretta con le posizioni del generale. Arrivando a invitare il suo nemico Fayez al-Sarraj, capo del Governo di accordo nazionale (Gna) di Tripoli al summit di Sochi, in dicembre. 

LA PARTNERSHIP CON LA TURCHIA

Non che Mosca abbia mai “mollato” Haftar, ma certo sta cercando di differenziare i suoi investimenti nel caos libico. L’impressione è che del generale la Russia potrebbe benissimo fare a meno, se lasciasse il campo a politici meno divisivi e quindi più adatti a raggiungere un compromesso. L’investimento maggiore, per il quale si vuol massimizzare il ritorno, è quello sulla partnership con la Turchia. Per cercare di replicare in Libia il modello sviluppato con Ankara per la Siria: divisione in zone di influenza e processo di pace, nel rispetto dei reciproci interessi. Un successo permetterebbe di agevolare anche l’impegno russo sul fronte siriano. La cooperazione con la Turchia su singoli interessi coincidenti era da oltre tre anni un Leitmotif della politica mediorientale del Cremlino. Ora, il raggiungimento di un accordo in Nordafrica potrebbe farne l’architrave. A creare quest’opportunità per Mosca e Ankara ha fortemente contribuito l’Europa, che sulla Libia ha avuto una politica divisa e divisiva, concentrata solo sul problema dell’immigrazione, senza alcuna strategia per pacificare e stabilizzare il Paese. Senza immaginazione. 

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Perché nella transizione voluta da Putin non c’è posto per Medvedev

Le dimissioni del premier, ormai inviso all'élite e al popolo, sono il primo atto del percorso verso il nuovo ordine post-zar. E servono ad aumentare il consenso per i prossimi rivolgimenti istituzionali. Mentre il presidente lavora per crearsi un ruolo forte alla fine del mandato nel 2024.

Le dimissioni del premier Dmitri Medvedev, arrivate tre ore dopo il discorso in cui Vladimir Putin aveva delineato una serie di riforme costituzionali che modificheranno l’equilibrio tra i poteri dello Stato, sanciscono l’inizio della transizione verso il nuovo ordine della Russia post-putiniana.

MEDVEDEV ERA ORMAI UNA «FIGURA TOSSICA»

In una sequenza di eventi orchestrata e rapida, il presidente ha fatto la prima mossa della partita per la sua successione spostando una pedina che, per dove si trovava, avrebbe potuto esser d’intralcio.

Medvedev, da troppi anni sul palcoscenico del potere prima come delfino e poi come parafulmine dello zar, è ormai «una figura tossica», nota Tatiana Stanovaya, fondatrice dell’istituto di analisi politica R.Politik. 

Il premier russo Medvedev il 15 gennaio ha rassegnato le sue dimissioni (Getty Images).

Come primo ministro era inviso tanto alla élite – all’interno della quale il capo del Cremlino dovrà scegliere il suo erede – quanto, dicono i sondaggi, all’Ivan Ivanovich di Kazan – equivalente russo del signor Rossi. A cui, solo per volontà del presidente perché la maggioranza bulgara di cui gode alla Duma sarebbe bastata, sarà chiesto con un referendum l’assenso ai cambiamenti del quadro istituzionale preannunciati.

PROMOZIONE O PENSIONAMENTO?

Resta però da capire se Medvedev sia stato mandato in pensione oppure promosso. Il Consiglio di sicurezza di cui diventerà il numero due formalmente è un organo consultivo. È presieduto da Putin, e composto dai vertici delle più importanti amministrazioni federali e regionali. Servizi segreti compresi. Nel disegno che si sta tracciando per la Russia del prossimo futuro potrebbe vedersi riconosciuto il potere decisionale che di fatto spesso esercita, diventando «una riedizione del Politburo sovietico», secondo il direttore di Echo Moskvy Alexy Venediktov

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Vladimir Putin.

PUTIN SI TIENE APERTE DIVERSE OPZIONI PER IL FUTURO

È presto per capire esattamente quali forme prenderà il processo avviato, ma si possono individuare alcune linee guida. I poteri attualmente accentrati nelle mani del presidente saranno in parte distribuiti al parlamento e ad altre istituzioni. Putin, alla scadenza del suo mandato nel 2024, lascerà la presidenza ma manterrà un ruolo forte. A fronte di un presidente più debole.

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«Vorrà continuare a gestire le questioni più importanti della politica estera, e rimanere il garante della stabilità dello Stato a fronte di eventuali dispute tra i suoi vertici», sottolinea Stanovaya. Per farlo, si tiene aperte diverse opzioni. Potrebbe restare alla guida del Consiglio di Stato, di cui ha preannunciato la trasformazione in un’agenzia governativa a rilevanza costituzionale. Una sorta di esecutivo per gli affari strategici? O potrebbe essere primo ministro. Nominato dal parlamento e non più diretto dipendente della presidenza, prevedono gli emendamenti in cantiere.

Vladimir Putin e Dmitri Medvedev in una foto del 2017 (Getty Images).

Il fatto che al posto di Medvedev abbia nominato il “tecnico” Mikhail Mishustin gli garantisce spazio per una manovra in questa direzione. E poi, certo, c’è l’inquietante ipotesi del “Consiglio di sicurezza Politburo”. «La linea di fondo è quella delle molteplici alternative e della flessibilità», commenta l’analista di Crisis Group Anna Arutunyan: «Nel preparare la transizione, Putin non ha ancora scelto le forme necessarie ad assicurarne l’esito. Vuole avere diverse possibilità. Sta creandosi delle opzioni e valuterà quale può funzionar meglio». 

COMINCIA LA CAMPAGNA ELETTORALE PER LE LEGISLATIVE 2021

Un elemento di valutazione sarà il gradimento popolare. Non si sa quando le riforme della Costituzione saranno pronte e sottoposte a referendum. Di certo, nel 2021 ci saranno le elezioni legislative. Che alla luce del prospettato rafforzamento dei poteri del parlamento assumono una valenza inedita, e forse sono il vero motivo dell’accelerazione degli eventi impressa da Putin.

Putin e Medvedev lasciano l’incontro con i membri del governo russo, il 15 gennaio 2020 (Getty Images).

«C’è la sensazione che siamo all’inizio della campagna elettorale per la Duma (la camera dei deputati, ndr)», spiega a Lettera43.it Mark Galeotti, tra i maggiori esperti di Russia a livello internazionale. La scelta dell’economista Mishustin può essere letta come una risposta alla diffusa insoddisfazione per la stagnazione che ha segnato gli anni di Medvedev, nell’ottica della creazione di consenso per i rivolgimenti istituzionali che si preparano.

PIÙ POTERI AL PARLAMENTO E CIOÈ A RUSSIA UNITA

I propagandisti di Putin parlano già di democrazia parlamentare: «Il potere in Russia si sta spostando verso il ramo legislativo», ha scritto la direttrice del canale televisivo Rt Margarita Simonyan. In realtà, le caratteristiche di un sistema di governo sono determinate dalla reale distribuzione del potere nella società e dal livello di concorrenza nel sistema politico. I candidati per la Duma, nella “democrazia controllata” russa, di fatto li sceglie il governo.

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«In un sistema non competitivo in cui non vi è libero accesso alle elezioni per partiti e candidati», fa notare sul suo blog il politologo Kirill Rogov. «[…] Il trasferimento di alcuni poteri al parlamento significa solo trasferirli alla direzione del partito che domina il parlamento». Ovvero a Russia Unita, il partito di Vladimir Putin. 

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