Come ripensare il made in Italy ai tempi del Covid -19

La moda prova a ripartire, in testa Gucci, Ma si va in ordine sparso. E senza gli acquisti cinesi in loco il settore si gioca due terzi del fatturato. E in un orizzonte in cui si compra locale il settore deve ripensare la sua strategia.

La moda riparte. Anzi, ripartono per lo più le singole aziende, dopo aver raggiunto accordi con i rappresentanti sindacali interni o, nel caso delle piccolissime aziende, con i propri dipendenti: nessuno ha interesse nel mettere in pericolo i propri dipendenti, pare ovvio a chiunque fuorché al governo, e gente che in queste settimane ha prodotto milioni di mascherine, camici, disinfettanti per ospedali, operatori sanitari e comunità dovrebbe essere in grado di proteggere la salute dei propri cari, famiglia o dipendenti che siano.

Nessuno ha interesse nel mettere in pericolo i propri dipendenti, pare ovvio a chiunque fuorché al governo

DI STEFANO CHIEDE CONSIGLI PER UNA CAMPAGNA PER L’EXPORT

L’alternativa, drammatica soprattutto per le piccole aziende come hanno fatto presente i presidenti delle associazioni alle riunioni che si sono tenute al Mise nei giorni scorsi, Confindustria Moda e Cna in testa che ne raggruppa a migliaia, è di mancare le consegne di luglio ai propri clienti all’estero, pare molto pressanti nelle richieste di certezze in queste ultime settimane, perdendo forse per sempre commesse e introiti (incredibile, si racconta nel settore, la richiesta del viceministro Manlio Di Stefano, fedelissimo di Luigi di Maio, «per il consiglio di una struttura di comunicazione a cui affidare una campagna per l’export». Nessuno ha trovato la forza di dirgli che il ministero ha una mega-struttura in casa, anche piuttosto famosa e numericamente pesante. No, non gli diciamo come si chiami e dove si trovi la sua sede principale).

IL FALLIMENTO È DIETRO L’ANGOLO

Tutti mordono il freno, al ministero della Salute e all’Iss (istituto superiore di sanità) sono allarmatissimi. Non c’è ripresa senza salute, «durerebbe un battito di ciglia», dicono. Può darsi; il fallimento è invece dietro l’angolo, ed è una certezza. Se col virus bisogna convivere o imparare a sfuggirgli, meglio apprendere a farlo al meglio, mettendo in atto tutte le precauzioni, le app di tracciabilità e i test che – dopo tanto procrastinare e «cercare di capire», locuzione insopportabile quando si tramuta in indecisione, come quasi sempre accade – si spera ci saranno concessi in tempi brevi. Noi in Lombardia, che ogni trent’anni assistiamo a un nuovo scandalo originato dal Pio Albergo Trivulzio ad opera di amministratori lontani anni luce dalla nobiltà generosa e intelligente del fondatore, e che ora scopriamo il silenzio mantenuto dalla Regione sull’emergenza in arrivo per oltre un mese, iniziamo a guardare con interesse all’operato del governatore Luca Zaia in Veneto e con vero timore a quello di Attilio Fontana, ai suoi continui cambi di registro, alla lunga e colpevole sottovalutazione dei rischi.

Due turiste cinesi in posa davanti al negozio Gucci in via Condotti a Roma
(ANSA)

GUCCI RIAPRE, AZIENDE COME LE REGIONI IN ORDINE SPARSO

L’altro giorno, commentando in radio l’andamento dei propri affari, che sono molti e comprendono la catena OVS, chiusa da quasi due mesi, il finanziere Gianni Tamburi ripeteva quello che, qui all’ombra della Madonnina, nei nostri studi da cui cerchiamo di amministrare vita, affari, benessere, insomma qualunque cosa ormai da quaranta giorni secchi, ci diciamo tutti: copiate Zaia. Nello sfascio di un sistema centrale chiaramente inadeguato e, proprio per questo, in preda a timori per la propria permanenza al governo una volta che l’emergenza sarà finita, le Regioni si muovono in ordine sparso. Pericoloso, ma comprensibile. Lo stesso fanno le aziende: Gucci ha annunciato la riapertura del laboratorio di prototipia pelletteria e calzature «nella massima sicurezza per i dipendenti, a partire da domani». «La riapertura», ci scrivono, «avviene sulla base delle disposizioni governative dello scorso 10 aprile e a seguito di un accordo appena raggiunto con i sindacati per rafforzare ulteriormente il Protocollo di Sicurezza dello scorso 15 marzo, grazie anche alla consulenza del virologo Prof. Roberto Burioni dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano». Ma se Gucci può permettersi la garanzia della star mediatico-sanitaria del momento, tante altre concordano comunque un piano con i propri referenti e riavviano le attività.

IL MONDO HA DI NUOVO BISOGNO DEL NOSTRO MADE IN ITALY?

La società di consulenza per il lavoro Jobis (ex-Articolo1), ha ricevuto le prime richieste di assunzione di artigiani specializzati, dopo mesi di sole ricerche di personale sanitario. Il mondo ha di nuovo bisogno del nostro made in Italy? Si spera di sì, e bisogna verificarlo il prima possibile, perché l’orizzonte è fosco. Nonostante il boom di shopping degli scorsi giorni in Cina, che gli osservatori più superficiali hanno subito titolato come il «revenge shopping», il «ritorno alla smania di consumo», che sembrano tutte belle promesse, le cose sono molto più complicate di quanto emerge dai 2,7 milioni di acquisti effettuati sabato scorso da Hermès (di cui, peraltro, la gran parte realizzata con un modello speciale di Birkin al prezzo base di centomila dollari, che ovviamente era già stata segnalata, prenotata ed era pronta da ritirare, con festeggiamenti annessi). Ancorché la Cina conti ormai per il 90 per cento della crescita degli acquisti di lusso (dati 2019), non bisogna dimenticare che ne effettua i due terzi all’estero.

SENZA I CINESI DA RECUPERARE DUE TERZI DI FATTURATO

La famosa shopping experience, con tutto il suo bel corollario di storia del fondatore, di dimostrazione della quality (i nostri studenti cinesi non parlano di altro: inner quality guarantee) di aperitivi in boutique, di prove e carinerie varie, è pensata dall’Occidente per loro. Noi sentiamo ripetere queste storie ad nauseam da decenni, e quando acquistiamo beni di lusso cerchiamo perlopiù un altro genere di associazione simbolica o reale (arte, mostre, iniziative a favore del pianeta, difesa della sicurezza sul lavoro, salari etici eccetera). Dunque, noi con le nostre belle shopping experiences non verremo visitati dai cinesi ancora per un anno, minimo, e saranno due terzi di fatturato da recuperare.

NON PUÒ TORNARE TUTTO COME PRIMA

Tutto il business duty free è fermo. E sono ferme in tutto il mondo, Cina esclusa ma Stati Uniti purtroppo compresi, anche le attività wholesale: Neiman Marcus, per fare un esempio, sta cercando di cedere Mytheresa.com e ha difficoltà nel pagamento degli affitti. Non si conosce il futuro di Saks. Dunque, riprendiamo a produrre, ma non aspettiamoci che, con l’intera stagione primaverile saltata e molti buyer in crisi di liquidità, che tutto torni come prima o che l’e-commerce potrà sopperire alla mancanza di una relazione fisica, reale, fra chi offre lusso e chi acquista. Sicuramente Amazon potrà avvantaggiarsi del momento ed entrare finalmente nel settore della moda a cui aspira da tempo, con mezzi e modi che immaginiamo adeguati, ma il gap non si colmerà per lungo tempo o, se mai dovesse succedere, che lo farà secondo le modalità di un tempo. A dispetto di quanto vede il viceministro Di Stefano, è facile prevedere che, dopo lo choc sanitario, con la chiusura dei confini e con una recessione interna per molti Paesi, si assisterà piuttosto a una forte ondata di localismo. Ci sembra un comportamento naturale, quasi ovvio. Anche di questo punto bisognerà tenere conto, nelle nuove strategie di marketing: un made in Italy “temperato”, modellato da collaborazioni locali, potrebbe avere maggiore successo di un prodotto unicamente importato.

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Mise, Fortuna pronto a prendere il posto di Cozzoli

Cozzoli lascerà il ministero dello Sviluppo dopo la nomina a presidente di Sport e Salute. Al suo posto in arrivo il suo vice.

Giro di nomine al Mise. Il posto del capo di gabinetto Vito Cozzoli – che lascerà l’incarico per assumere la presidenza di Sport e Salute, società creata dalla riforma Giorgetti, – a quanto apprende Lettera43.it sarà occupato dal suo attuale vice Francesco Fortuna.

AL MISE DALLA GESTIONE DI MAIO

Avvocato esperto di diritto commerciale e societario, Fortuna è entrato al ministero dello Sviluppo economico nel luglio 2018, quando l’allora ministro e vicepremier Luigi Di Maio lo nominò coordinatore dell’ufficio di Segreteria tecnica del capo di gabinetto. Con il governo giallorosso, Fortuna è rimasto al Mise anche con il ministro Stefano Patuanelli in qualità di vice capo di gabinetto.

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