Per la guida di Mps spunta un altro candidato: Andrea Rovellini

Nelle ultime fasi del braccio di ferro tra Mef e partiti, M5s in testa, si era trovata una via d'uscita: il Tesoro rinunciava a sostenere Minali e Di Maio Selvetti. Così l'attuale Cfo del Monte Paschi avrebbe avuto la strada spianata. L'emergenza coronavirus ha però congelato ogni decisione. E ora non resta che aspettare.

Se alla fine non si fosse deciso di sospendere ogni trattativa e rimandare il deposito delle liste, così come il rinvio delle assemblee degli azionisti, oggi il Monte dei Paschi di Siena avrebbe in Andrea Rovellini il suo nuovo amministratore delegato.

Nelle ultime concitate fasi del braccio di ferro tra Tesoro e partiti, movimento 5 stelle in testa, si era infatti trovata una via d’uscita: il Mef rinunciava alla candidatura di Alberto Minali, manager di comprovate capacità nel mondo assicurativo (già direttore generale di Generali e ad di Cattolica), così come Luigi Di Maio e Riccardo Fraccaro avrebbero ritirato il loro candidato, l’ex Creval Mauro Selvetti. E Rovellini sarebbe stato il classico terzo che godeva tra i due litiganti. Ma poi la cosa ha preso un’altra piega, e per ora non ci sono né vinti né vincitori.

LA CARRIERA DI ROVELLINI DA BPM A MPS

Ma chi è Andrea Rovellini? Entrato in Mps nel gennaio 2013, a maggio 2019 è stato nominato vicedirettore generale vicario. Nel frattempo è stato responsabile della Direzione Chief Risk Officer e quindi Cfo. Laureato in Economia e Commercio a Parma, dopo alcune significative esperienze nel Gruppo Barilla in ambito controllo di gestione, amministrazione e internal auditing, dal 1990 è passato al settore bancario in Banca Popolare di Milano, dove ha rivestito ruoli di responsabilità crescente in ambito controllo di gestione e risk management sino a divenire responsabile della Direzione Pianificazione, Controllo e Risk Management. Dal 2009 al 2012 è stato condirettore generale di Profamily Spa, start-up di Bpm nel settore dei prestiti alle famiglie, con responsabilità della parte amministrativa, It, operation e risorse umane. E sempre in Bpm è stato anche membro dei Comitati di Gestione, Commerciale, Liquidità, Alm, Politiche Creditizie e Controllo Costi e del Consiglio di amministrazione di Anima Sgr.

ATTESA PER L’EMERGENZA CORONAVIRUS

Ora sia a Rovellini che a Selvetti e Minali – gli altri nomi circolati, da Fabio Innocenzi a Gianni Franco Papa passando per Marina Natale non sono mai stati davvero in gara – non resta che attendere che la curva dell’emergenza coronavirus cominci a scendere e si tornino a prendere decisioni.

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Anche Mps nel giro delle nomine: Morelli verso l’uscita

Il dossier Monte dei Paschi spicca sul tavolo di Gualtieri. L'orientamento che sarebbe maturato al Mef e tra le forze della maggioranza è quello di un radicale cambiamento. A cominciare dall'ad voluto da Renzi. Con lui è destinata a lasciare pure la presidente Stefania Baratti.

C’è anche Monte dei Paschi di Siena (Mps) nel giro delle prossime nomine.

Tra Eni, Enel, Leonardo, Poste e tanto altro, finora della banca senese non si è ancora parlato come una delle scadenze che entro la metà di aprile porteranno decine e decine di candidati a essere scelti per i consigli di amministrazione e i collegi sindacali delle società che a vario titolo sono considerabili pubbliche o semi-pubbliche.

Eppure al Tesoro, sui tavoli del ministro Roberto Gualtieri e del direttore generale Alessandro Rivera, spicca il dossier Monte dei Paschi.

I PIANI DEL TESORO E DELLA MAGGIORANZA

L’orientamento che sarebbe maturato a via XX Settembre, ma anche tra le forze politiche di maggioranza, è quello di un radicale cambiamento. A cominciare da Marco Morelli, l’amministratore delegato che fu voluto da Matteo Renzi (con Pier Carlo Padoan ministro), il cui piano industriale era stato giudicato troppo ambizioso, financo velleitario. Tanto che l’esecutivo sarebbe intenzionato a mettervi mano. Insomma, l’istituto è ancora nelle secche: deve cedere una grande quantità di crediti in sofferenza, e a fronte dei costi limati (poco) non c’è stato un aumento dei ricavi.

ALLA RICERCA DEL SUCCESSORE DI MORELLI

Ma con Morelli è destinata a lasciare anche la presidente Stefania Bariatti, mentre l’approdo in Cdp di Antonino Turicchi libererà anche il posto di vicepresidente. Così come, tra i consiglieri, lascerà Nicola Maione, che già deve tentare di mantenere la presidenza dell’Enav, in scadenza. Ma anche Maria Elena Cappello, Salvatore Fernando Piazzolla, Roberto Lancellotti, Roberta Casali, Angelo Riccaboni, Michele Santoro e Fiorella Kostoris hanno poche chance di essere rinominati. Quanto al successore di Morelli, girano diversi nomi di banchieri, ma nessuno è dato in pole position. La ricerca è aperta.


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I flop dello Stato investitore e quella nostalgia per l’Iri

Da Monte dei Paschi ad Alitalia, passando per l'interventismo di Cassa depositi e prestiti: usare le casse pubbliche per salvare l'economia nazionale in Italia si è rivelato un pessimo affare.

«In un momento in cui dobbiamo proteggere la nostra produzione industriale e le imprese, se serve torneremo all’Iri», ha detto il ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli il 26 novembre.

Evocando l’Istituto per la ricostruzione industriale creato dal governo Mussolini nel 1933 per far fronte alla crisi bancaria e industriale seguita al crac del 1929, che poi nel Dopoguerra diventò il pivot della ricostruzione post bellica e l’artefice del miracolo economico.

Di miracoli, però, lo Stato ne ha fatti pochi quando ha messo il cappello dell’investitore in testa al ministero del Tesoro.

IL MONTE DEI PASCHI, PESSIMO AFFARE PER LO STATO

L’esempio più lampante è il Monte dei Paschi di Siena, dove il Mef è ancora azionista con quasi il 70%. Entro dicembre dovrà spiegare alle autorità europee come intende uscire dal capitale da qui al 2021, scadenza fissata dagli accordi presi in cambio del via libera alla ricapitalizzazione precauzionale nel 2017. Il problema è che ai corsi attuali lo Stato perde oltre 4,5 miliardi sui 5,39 versati due anni fa per salvare Rocca Salimbeni.

SIENA 25-01-2013 Piazza Salmbeni sede centrale di Mps (foto Riccardo Sanesi/LaPresse).

L’obiettivo era quello di scendere dal Mps in fretta e senza farsi troppo male ma di cavalieri all’orizzonte ancora non se ne vedono e anche la soluzione studiata al momento dai tecnici di via XX settembre sembra complicare la exit strategy perché contempla l’ipotesi di scindere i crediti deteriorati di Mps girandoli ad Amco, la ex Sga al 100% del Tesoro, a un prezzo però più vicino al 47% dei conti di Mps che a prezzi di mercato.  

IL BUCO NERO DI ALITALIA

Alle perdite del Monte di Stato, si aggiungono poi i 900 milioni concessi dal governo Gentiloni all’Alitalia che è in rosso per circa 600 milioni. Anche in questo caso una soluzione di mercato non si vede all’orizzonte e nel triangolo tra il M5s, il Mise e i commissari qualcuno avrebbe suggerito un intervento di Fs – che sono appunto dello Stato – per accollarsi la compagnia, come per l’Anas.

Una nazionalizzazione di Alitalia costerebbe almeno 600 milioni all’anno

Altra ipotesi sarebbe una pubblicizzazione strisciante, con il prolungamento del commissariamento e ulteriori finanziamenti pubblici. Il decreto fiscale ha stanziato 400 milioni, ma la Ue ha fatto sapere che questi soldi possono essere erogati solo se si fa la Newco che comprerebbe Alitalia. La Newco però non c’è, perché non c’è l’offerta di Fs & C. Una nazionalizzazione di Alitalia costerebbe almeno 600 milioni all’anno.

GLI INTERVENTI DI CASSA DEPOSITI E PRESTITI

Lo Stato deve poi fare i conti con gli investimenti della controllata Cassa depositi e prestiti che ad aprile 2018 è entrata nel capitale di Tim, di cui oggi ha il 9,9%. Il raddoppio della quota ha consentito di ridurre i valori di carico in bilancio rispetto al 5% che era stato acquistato nel 2018 a prezzi di gran lunga superiori a quelli che il titolo sconta oggi in Borsa. La partecipazione è iscritta a bilancio a 722 milioni (0,48 euro per azione con il titolo Tim che oggi viaggia attorno a 0,56 euro) ma la Cassa resta comunque fuori dalla gestione, in attesa di risolvere il conflitto d’ interessi che ha con Open Fiber.

Giuseppe Conte parla durante il 170esimo anniversario di Cassa depositi e Prestiti (foto Valerio Portelli/LaPresse).

Dall’ultimo bilancio di Cdp saltano inoltre all’occhio i minori profitti delle partecipate (-13,4% a 587 milioni). Al 30 giugno il valore delle partecipazioni è sceso a 20,29 miliardi (20,39 miliardi a fine 2018) dopo aumenti di capitale (72 milioni), rivalutazioni (620 milioni soprattutto legati a Eni e Poste) e svalutazioni (37 milioni, tra cui Trevi e Open Fiber), con 644 milioni di dividendi distribuiti.  

ENTRATI PIÙ DI 3 MILIARDI IN CEDOLE NELLE CASSE PUBBLICHE

Il Tesoro si consola, infatti, con le cedole. Grazie a quelle staccate dalle principali controllate, lo Stato italiano nel 2018 ha incassato più di tre miliardi di euro. Tra le quotate, in particolare, Enel ha versato 568 milioni di euro, Eni ha dato 126 milioni di euro al Mef e 747 milioni a Cdp. Enav ha staccato cedole per 53 milioni e Leonardo per 24,44, mentre Poste italiane ha dato 160 milioni al Tesoro e 192 a Cdp. Tra le aziende non quotate, invece, la più ‘pesante’ è sempre Cassa depositi e prestiti che ha corrisposto un dividendo di 1,1 miliardi di euro, mentre Ferrovie dello Stato ha staccato una cedola di 150 milioni di euro. Tra le altre, 2,2 milioni di euro fanno capo a Consip e 20 milioni a Sogei.

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Gualtieri, come buttare il ministero dell’Economia in Vacca

Il titolare di via XX Settembre è in ambasce a causa del suo staff. Il principale "imputato" è il capo segreteria che la fa da padrone. Seguono il capo di gabinetto Luigi Carbone, rimasto su pressione di Tria e del Nazareno, e il portavoce ombra Roberto Basso che coordina il consiglio di comunicazione.

«A volte è meglio tacere e sembrare stupidi che aprir bocca e togliere ogni dubbio». La formula attribuita a Oscar Wilde sembra una seconda pelle per lo staff di Roberto Gualtieri. Il ministro dell’Economia è un po’ in ambasce. E non soltanto perché – come ama dire – «ho recuperato in 23 giorni i 23 miliardi di aumento dell’Iva». Ma anche perché si sta rendendo conto che alcune scelte di staff stanno mostrando la corda. Il principale indagato è Ignazio Vacca, il suo capo della segreteria, figlio del filosofo comunista Giuseppe Vacca, che in via XX Settembre la fa da padrone, tanto da essere considerato una sorta di ministro ombra. Forse perché abituato all’ufficio del personale delle Poste dove ha lavorato, una delle prime mosse che ha fatto è stata quella di sostituire le segretarie. E pensare che sedevano al loro posto da una ventina d’anni, indifferentemente dal colore politico del ministro. 

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I NODI DI CARBONE E BASSO

Al secondo posto, pari merito, ci sono il suo capo di gabinetto, Luigi Carbone, e il suo portavoce “ombra” Roberto Basso. Il primo, Gualtieri lo voleva sostituire con il dalemiano Roberto Garofoli, ma non c’è riuscito: un po’ per le pressioni ricevute anche dal Nazareno (Carbone è arrivato pure lì, senza usare il monopattino), un po’ per le pressanti richieste di Giovanni Tria per confermarlo. Più articolata la situazione per il portavoce. Formalmente, il Mef non ha un portavoce. Ha un consigliere per la comunicazione. Si racconta che con questa formula Basso sia riuscito a confermare le consulenze che ha accumulato come professionista, anche nel pianeta del ministero dell’Economia. Per salvare capra e cavoli (incarico istituzionale e contratti privatistici), Vacca si è inventato una specie di consiglio della comunicazione, coordinato da Basso e animato dal capo ufficio stampa, Michele Baccinelli, e da altri due giovani professionisti piovuti dal Nazareno piddino.

I CONSULENTI DEM BLOCCATI DA DAL VERME

In realtà, proprio dal Pd erano attesi una trentina di consulenti di vario genere per supportare il ministro nelle scelte strategiche. In realtà non se n’è visto nessuno. A stopparli, si racconta, sarebbe stato l’atteggiamento disincentivante di Alessandra Dal Verme. La ruvida dirigente della Ragioneria generale dello Stato sembra abbia operato una resistenza passiva all’ingresso di questi esperti dem. Tale da indurre il ministro, da una parte, e i potenziali candidati dall’altra, tutti presi per stanchezza, a soprassedere all’operazione. D’altra parte, Dal Verme è molto ascoltata al Nazareno: è pur sempre la cognata dell’ex premier Paolo Gentiloni, e nessuno ha il coraggio di mandarla a quel paese. Tuttavia, dopo la fallita scalata alla poltrona di Ragioniere generale dello Stato, Dal Verme avrebbe puntato quella di direttore del Demanio. Ma l’uscita dai radar romani di Gentiloni (trasferito a Bruxelles) e la titubanza nelle nomine dello staff di Gualtieri, rischiano di rovinarle l’operazione.  

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La guerra tra Palazzo Chigi e Mef per il bonus Befana

Gli uomini di Gualtieri non si sono stracciati le vesti per il rinvio di sei mesi del cash-back per le carte di credito. E questo perché l'operazione sarà gestita dalla presidenza del Consiglio, si mormora per volere di Rocco Casalino. Ma da qui a gennaio 2021 tutto può cambiare.

Il palazzo di via XX Settembre che ospita il ministero dell’Economia è l’edificio più grande di Roma dopo la Basilica di San Pietro. Ovvio che abbia corridoi lunghi e ariosi, ma anche sottoscala bui e angusti. Ed è proprio nei secondi che circolano le voci più interessanti. Per esempio, se a tutti è noto che il Consiglio dei ministri di lunedì ha confermato tre dei quattro capi dipartimento del ministero – Alessandro Rivera al Tesoro, Biagio Mazzotta alla Ragioneria, Fabrizia Lapecorella alle Finanze – al Mef hanno notato che resta fuori Renato Catalano, destinato a lasciare presto la direzione Affari generali. Forse, si racconta, per restituire la poltrona a Valeria Vaccaro.

MANCANO LE NOMINE ALLE AGENZIA DEL MEF

Così come non è sfuggito che mancano le nomine nelle agenzie del Mef. Tant’è che si dice che Alessandra Dal Verme (cognata di Paolo Gentiloni) sia in corsa per prendere il posto di Riccardo Carpino alla guida dell’Agenzia del Demanio. E non è finita. Nella giostra rientra anche l’Agenzia delle Entrate. Una posizione che avrebbe prenotato Raffaele Russo, pupillo di Vieri Ceriani ed ex consigliere di Pier Carlo Padoan. Nonché vero ideatore della manovra fiscale del Conte bis.

IL BONUS BEFANA IN MANO A PALAZZO CHIGI

Negli anfratti di via XX Settembre, però, filtrano anche altri spifferi. Per esempio che gli uomini di Roberto Gualtieri non si sono affatto stracciati le vesti per il rinvio di sei mesi del cash-back per le carte di credito. Si tratta di quel meccanismo che dovrebbe restituire agli utilizzatori di carte di credito un premio alla Befana del 2021. In ballo ci sarebbero quasi 3 miliardi di euro. E il motivo è semplice: perché l’intera operazione non verrà gestita dal ministero dell’Economia, bensì da Palazzo Chigi. Sembra per espresso volere di Rocco Casalino. Al Mef, infatti, raccontano che il portavoce del premier vorrebbe gestirla lui in prima persona. Vero, falso? Resta un dato: vista la situazione politica la Befana del 2021 è lontana un’era glaciale. E tutto può cambiare.

L’OMBRA DI CASALEGGIO

Ps. L’account Il Portaborse giorni fa twittava: «Fatto curioso: alcune aziende che emettono carte di credito poco tempo fa hanno finanziato la Casaleggio. Et voilá, arriva la proposta per incentivarne l’utilizzo». Ci siamo capiti?

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