Perché il Super Tuesday 2020 è il più imprevedibile di sempre

Il 3 marzo una grossa fetta dell'elettorato dem è chiamata a scegliere il candidato che sfiderà Trump. Sul piatto oltre 400 delegati. Sfida al vertice tra Sanders e Biden che ha incassato gli endorsement di Buttigieg e Klobuchar. Dalle strategie alle variabili economiche: le cose da sapere.

Se non sarà il Super Tuesday più importante di sempre, sicuramente sarà il più imprevedibile. Il 3 marzo va in scena uno dei momenti chiave della lunga stagione delle primarie democratiche, appuntamento che precede la grande sfida a Donald Trump per la Casa Bianca, già segnata in rosso per il 3 novembre 2020.

Le incognite sul tavolo sono tante. In primo luogo la tenuta di Bernie Sanders come favorito per la nomination, l’ingresso dell’arena di dell’ex sindaco di New York Mike Bloomberg e il “momentum” di Joe Biden fresco vincitore delle primarie in Sud Carolina con un margine di oltre 30 punti su Sanders.

Il tutto condito dall’addio alla corsa dell’ex sindaco di South Bend Pete Buttigieg, che nonostante la partenza a razzo in Iowa, ha mostrato pesanti limiti in Nevada e Sud Carolina. Non solo. Il 2 marzo è arrivato anche il passo indietro di Amy Klobuchar che ha annunciato subito il suo supporto all’ex vice di Barack Obama. A tutto questo poi farà da sfondo anche l’emergenza coronavirus, che negli ultimi giorni è arrivata anche negli Stati Uniti.

COS’È IL SUPER TUESDAY

La prima traccia della definizione “Super Tuesday” risale al giugno del 1976. Quell’anno le ultime primarie di California, New Jersey e Ohio regalarono la nomination a Jimmy Carter e Gerald Ford e per la prima volta un quotidiano, il californiano Lodi News-Sentinel, utilizzò la parola “Super Tuesday” per indicare la sfida finale per ottenere la nomination.

La copertina del Lodi News-Sentinel del 3 giugno 1976

Da allora il formato delle primarie è andato via via cambiando fino ad arrivare a una forma simile a quella attuale nelle primarie del 1988, quando un gruppo di Stati del Sud spinse per un’unica giornata di voto nelle fasi iniziali della campagna per influenzare gli esiti della corsa in modo più incisivo. Quattro anni prima, infatti, la sonora batosta di Walter Mondale contro Ronald Reagan aveva convinto molti che fosse necessario puntare su candidati centristi, magari del Sud. Cosa che però non successe dato che nel 1988 vinse il governatore del Massachusetts Michael Dukakis, poi battuto da George H. W. Bush.

DOVE SI VOTA NEL 2020

Dal 2000 in poi il blocco del Sud è stato annacquato rendendo la giornata di voto aperta a tutti gli Stati. Quest’anno quelli chiamati alle urne sono 14: California, Utah, Colorado, Texas, Oklahoma, Arkansas, Minnesota, Tennessee, Alabama, Nord Carolina, Virginia, Vermont, Massachusetts, Maine. Sul piatto ci sono ben 1.357 delegati, circa un terzo di quelli complessivi. Per capire la portata basti pensare che nei nei primi tre Stati in cui si è votato, Iowa, New Hampshire, Nevada e Sud Carolina, i delegati assegnati sono stati 155. Non solo. Per vincere la nomination un candidato ha bisogno di 1.991 delegati.

La mappa del voto: in blu gli Stati del Super Tuesday (Fonte: New York Times)

Il voto di quest’anno da Est a Ovest chiama alle urne Stati e popolazioni molti diverse tra loro. Si va dal super liberal Massachusetts, alle roccaforti repubblicane Texas e Oklahoma, con in mezzo i potenziali Swing States Colorado, Nord Carolina e Virginia. Per avere i risultati definitivi potrebbero volerci giorni. Lo stesso spoglio avverrà sfalsato ad esempio il Vermont (lo Stato di Bernie Sanders) chiuderà i seggi alle 19 (ora locale), mentre la California alle 23.

COME ARRIVANO AL VOTO I CANDIDATI

Ovviamente nessuno può vincere la nomination già al Super Tuesday, ma gli esiti potranno dare indicazioni molto significative sull’andamento della campagna elettorale. Le cose da osservare nel voto del 3 marzo sono almeno tre e riguardano quelli che al momento sono i principali candidati in corsa per la nomination: il senatore del Vermont Bernie Sanders, l’ex vice presidente Joe Biden e l’ex primo cittadino di New York Michael Bloomberg.

LA STRATEGIA DI SANDERS

Tra i candidati quello che testerà la sua candidatura in modo più forte sarà Sanders. Secondo quanto scrive il Washington Post, il senatore sta battendo soprattutto la California. Secondo gli ultimi sondaggi Sanders potrebbe essere l’unico candidato capace di toccare il 15% dei consensi nelle varie circoscrizioni, una soglia che permette di ottenere dei delegati. Sopra quel limite i delegati vengono poi distribuiti in maniera proporzionale.

Bernie Sanders durante un comizio a Los Angeles, California.

Secondo le stime di FiveThirtyEight Sanders dovrebbe aggiudicarsi circa 63 delegati contro i 43 di Biden, i 22 di Warren e i 14 di Bloomberg. Da un lato la strategia potrebbe aiutarlo a dare una spinta decisiva, dall’altro non va dimenticato che i risultati definitivi potrebbero arrivare con qualche giorno di ritardo. Allo stesso tempo in tutti gli Stati si vedrà se il “modello Nevada“, sul coinvolgimento di giovani e minoranze sia in grado di essere replicato altrove.

L’INCOGNITA BLOOMBERG E GLI INVESTIMENTI IN TEXAS E CALIFORNIA

I 415 delegati californiani fanno gola soprattutto a Mike Bloomberg. L’ex sindaco della Grande Mela ha puntato molto sul Golden State, con spot al tappeto, guerra dei meme e eventi pubblici. Basti pensare che a 27 febbraio il tycoon aveva aperto ben 22 uffici elettorali, come Sanders, contro i tre di Elizabeth Warren e uno di Joe Biden. Aveva speso 46 milioni di dollari in spot televisivi e lanciato una campagna di assunzioni per oltre 800 membri dello staff. Tra dicembre e gennaio il miliardario ha assunto come consiglieri per la sua campagna elettorale: Alexandra Rooker, vice segretaria della sezione californiana del partito democratico; e Carla Brailey, vice segretaria del Partito democratico per il Texas.

L’ex sindaco di New York City Mike Bloomberg durenate un comizio a San Antonio, Texas.

E proprio a Sud si potrebbe giocare la partita decisiva per il destino di Bloomberg. Anche nel Lone Star State la spesa non è stata indifferente: 35 milioni di spot, un quartier generale a Houston, 27 uffici sparsi nello Stato, e 160 nuove assunzioni. Secondo FiveThirtyRight i massicci investimenti di Bloomberg potrebbero non bastare dato che dovrebbe portare a casa solo 17 delegati sui 228 disponibili. A contendersi i restanti ci sarebbe il testa a testa tra Sanders e Biden, entrambi quotati a 28-29. Tutta da verificare, invece, la strategia di puntare al voto afroamericano visto l’ampio successo di Biden in Sud Carolina.

IL RILANCIO DI BIDEN COME ULTIMA SPERANZA DEI MODERATI

La terza cosa da tenere d’occhio il 3 marzo saranno quindi i risultati dell’ex senatore del Delaware che potrebbe tornare a sfidare apertamente Sanders. Due fonti della campagna elettorale di Biden hanno fatto sapere alla Cnn che la strategia è quella di contenere Sanders e restare competitivi, magari distaccando ulteriormente il gruppo degli inseguitori. L’approccio, hanno aggiunto le fonti, è quello di puntare a vincere negli Stati del Sud che mostrano profili demografici simili alla Sud Carolina, come Alabama, Arkansas, Tennessee e Nord Carolina. Senza dimenticare il Texas dove si è recato per una serie di comizi già il 2 marzo.

Joe Biden durante un rally in una scuola di Norfolk, in Virginia.

Sul fronte economico intanto Biden ha rimpolpato le finanze della sua compagna con 10 milioni di dollari arrivati tra sabato e domenica, molto più di quanto raccolto a gennaio e vicini ai 18 arrivati a febbraio. Una cifra ragguardevole lontana però dai 46 raccolti da Sanders e dai 29 raccimolati da Warren.

IL PESO DEGLI ENDORSEMENT

Il voto in Sud Carolina ha avuto però un effetto valanga su tutta la campagna e tra il 2 e 3 marzo una serie di movimenti nell’area moderata hanno rimescolato le carte. A meno di 24 ore dal Super Tuesday, infatti, Biden ha incassato tre sostegni di peso. Quello degli ormai ex candidati Pete Buttigieg e Amy Klobuchar e anche quello di Beto O’Rourke, ex deputato di El Paso che nel 2018 aveva quasi battuto il senatore Ted Cruz. I tre si sono presentati sul palco di Dallas, in Texas per sostenere ufficialmente Biden. L’ex primo cittadino dell’Indiana è addirittura volato da South Bend in Texas per incontrare l’ex vice presidente. Nella notte che ha preceduto il suo addio, ha scritto la stampa americana, avrebbe anche avuto una conversazione telefonica con l’ex presidente Barack Obama.

Gli interventi da Dallas in favore di Biden di O’Rourke, Klobuchar e Buttigieg.

LE ULTIMISSIME CHANCES DI WARREN

Se il fronte moderato sembra essersi ricompattato intorno a Biden, non può dirsi altrettanto per quello più a sinistra. Il Super Tuesday sancirà anche se nel proseguo della corsa ci sarà ancora spazio per Elizabeth Warren, che insieme a Klobuchar aveva ricevuto l’appoggio del New York Times il 20 gennaio scorso. La corsa della senatrice del Massachusetts non ha mai preso un vero slancio. Pur avendo risultati meno esaltanti di Buttigieg resta in corsa anche perché si vota nel suo stato, il Massachusetts. Difficile dire se sarà in grado di rilanciare la campagna elettorale, forse una vittoria in un paio di Stati o un conto dignitoso di delegati potrebbe aiutarla a sopravvivere, magari raccogliendo nuove donazioni, per ritentare la sorte nei sei Stati in cui si vota il 10 marzo prossimo.

Le senatrici Elizabeth Warren e Amy Klobuchar durante una marcia a Selma, in Alabama.

LE INDICAZIONI ECONOMICHE DEGLI ELETTORI

Con ogni probabilità il Super Tuesday darà sicuramente indicazioni significative in vista del 3 novembre. Gli Stati chiamati alle urne sono molto diversi tra loro. Il Times ha provato a mostrare questa diversità incrociando due valori: la crescita dei posti di lavoro l’andamento dei redditi. In questo modo è stato possibile creare quattro categorie: Stati con redditi alti e aumento dei posti di lavoro; Stati con redditi più bassi ma aumento dei posti di lavoro; Stati con bassi redditi e un mercato del lavoro contratto; e Stati con redditi alti e crescita lenta dell’occupazione. In un simile scenario tutte e quattro le zone mostreranno i sentimenti dell’elettorato dem sul piano economico, reagendo, o meno alle ricette dei candidati, da quelle socialiste di Sanders alla promessa della gestione manageriale fatta da Bloomberg.

GLI UTLIMI SONDAGGI IN VISTA DEL VOTO

Gli addii di Buttigieg e Klobuchar sicuramente avranno un impatto quasi imprevedibile ridisegnerà corsa e sondaggi. Al momento secondo Real Clear Politics a livello nazionale il favorito resta Sanders con il 29,6% dei voti, seguito da Biden (19,8%), Bloomberg (16,4%) e Warren (11,8%). Ma i sondaggi nazionali dicono poco anche in vista del voto di novembre dato che i super-delegati vengono assegnati Stato per Stato. In California, secondo una rilevazione di CBS News, il margine di Sanders molto ampio col 31% (e Biden al 19%). Più ristretto quello in Texas con una distanza tra i due di soli 4 punti, 30% contro il 26%.

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Bloomberg, non bastano i soldi a cancellare sessismo, molestie e misoginia

L'imprenditore in corsa alle Primare dem negli Usa ha speso 400 milioni di dollari per la campagna elettorale: record storico. Ma dal passato emergono battute volgari alle sue dipendenti (a una suggerì persino di abortire), accuse di abusi e diverse cause per discriminazione. Della fotocopia "a sinistra" di Trump non ne sentivamo il bisogno.

La sua campagna elettorale è la più costosa nella storia della politica americana, con circa 400 milioni di dollari spesi, ma nella corsa alle Primarie democratiche è arrivata tardi e la fama del candidato presidente Michael Bloomberg, ex sindaco di New York, ha più ombre che luci. Accusato dal rivale dem ed ex vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden di essere stato «un repubblicano per tutta la vita», visto che «non ha dato il suo endorsement né a Barack Obama né a me quando siamo scesi in campo», e soprattutto tacciato di gravi episodi di sessismo e di molestie sessuali sul lavoro, l’imprenditore e politico 78enne deve fare i conti con le polemiche che si stanno abbattendo su di lui in nome del #MeToo.

WARREN: «UN ALTRO MILIARDARIO ARROGANTE»

Certo, i soldi aiutano e quasi mezzo miliardo dovrebbe dare una mano, ma quando mercoledì 19 febbraio è salito per la prima volta sul palco del dibattito in tivù tra democratici a Las Vegas senza la rete della sua potente organizzazione è caduto sotto una raffica di attacchi dei suoi competitor. Il più memorabile quello della candidata Elizabeth Warren, che ha rinfacciato brutalmente a Bloomberg i suoi commenti sessisti e gli accordi di riservatezza per sistemare le accuse di molestie sessuali nell’ambiente di lavoro. «Vorrei parlare di una persona contro cui corriamo: un miliardario che chiama le donne ciccione e lesbiche con la faccia da cavallo», ha tuonato la candidata. «Non sto parlando di Donald Trump, ma di Michael Bloomberg», sostenendo che «i democratici si prendono un grosso rischio se sostituiscono un miliardario arrogante con un altro».

NELLA SUA AZIENDA UNA QUARANTINA DI CAUSE

Ma quali scheletri nell’armadio nasconde Bloomberg? Parecchi e imbarazzanti. Negli ultimi 20 anni la sua omonima media company – di cui è amministratore delegato – ha registrato una quarantina di cause per discriminazione (di genere, di razza, per disabilità o gravidanza) e molestie da parte di 64 dipendenti, molti dei quali sostengono che il miliardario abbia coltivato una atmosfera da “boy’s club” nella sua azienda. Lui nega tutto, ma recentemente è rispuntata una compilation intitolata “Arguzia e saggezza di Michael Bloomberg”, una raccolta di frasi a lui attribuite che gli fu regalata dai colleghi per il 48esimo compleanno nel 1990.

IRONIA SUL SESSO ORALE DELLE DIPENDENTI

Un libricino in cui l’ex sindaco di New York sosteneva che «se le donne volessero essere apprezzate per la loro intelligenza, dovrebbero spendere più tempo in biblioteca e meno ai magazzini Bloomingdale». Ma c’è di peggio: si vantava che i suoi terminali per l’informazione finanziaria, famosi in tutti il mondo, avrebbero fatto tutto, «compreso il sesso orale, cosa che immagino farà licenziare molte delle dipendenti». Dichiarazioni che se nel 1990 potevano passare inosservate, 30 anni dopo nell’epoca del #MeToo suonano come disgustose e inopportune.

I candidati alle Primarie dem Michael Bloomberg, Elizabeth Warren, Bernie Sanders, Joe Biden, Pete Buttigieg e Amy Klobuchar al nono dibattito televisivo a Las Vegas il 19 febbraio 2020.

I VENDITORI E LA TECNICA DEL «VUOI SCOPARE?»

A Bloomberg viene attribuita anche una definizione del perfetto venditore: «È come uno che vuole trovare una ragazza e le chiede subito “vuoi scopare?”. Riceverà molti no, ma alla fine se ne sarà scopate tante altre». Un’altra battuta col suo marchio: «So per certo che qualsiasi donna con amor proprio che passa vicino a un cantiere e non ottiene un fischio tornerà indietro e passerà di nuovo e di nuovo ancora finché non ne riceverà uno». L’opuscolo imbarazzante contiene anche i suoi presunti commenti sulla famiglia reale britannica: «Che mucchio di disadattati, un gay, un architetto, quella lesbica con la faccia da cavallo e un ragazzino che lascia Koo Stark (un’attrice americana, ndr) per qualche cicciona», riferiti apparentemente al principe Edward, al principe Carlo, alla principessa Anna e al principe Andrew.

QUEI «PEZZI DI CARNE» E L’ETICHETTA AI TRANS

Tra le cause, quella di una sua dipendente, Sekiko Sakai Garrison, che l’ha accusato di averle consigliato di abortire quando gli comunicò di essere incinta. Nella sua denuncia la donna sostiene anche di aver sentito spesso Bloomberg dire «me la scoperei in un secondo» riferendosi a donne presenti in ufficio e di aver così commentato la notizia del fidanzamento di un dipendente rivolgendosi a un gruppo di impiegate: «Tutte voi allineatevi per offrirgli sesso orale come regalo di nozze». Un’altra dipendente, Mary Ann Olszewski, ha riferito che sentiva dire spesso Bloomberg «mi piacerebbe farmi quel pezzo di carne». In varie occasioni, inoltre, l’ex sindaco è stato accusato di aver definito i transgender come «uomini che indossano vestiti da donna».

AL DI LÀ DEI SOLDI, L’IMMAGINE È COMPROMESSA

Infine, parlando nel 2018 il magnate è sembrato screditare il movimento #MeToo difendendo il suo amico Charlie Rose, il conduttore della Pbs accusato di molestie sessuali, alcune delle quali sarebbero avvenute negli studios di Bloomberg. Insomma, avrà speso anche 400 milioni di dollari per pubblicizzare la propria immagine, ma il quadro sembra fortemente compromesso, almeno per quanto riguarda la moralità. Come dice Warren, un uomo al comando politicamente scorretto, misogino e con una lunga serie di accuse di molestie alle spalle lo abbiamo già avuto. Bloomberg sembra la sua fotocopia, un po’ più a sinistra. Ma nemmeno troppo.

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Michael Bloomberg pronto a spendere 1 miliardo contro Trump

Il candidato democratico Michael Bloomberg deciso a innaffiare la campagna col suo denaro. Anche se dovesse uscire sconfitto dalle primarie. Finanzierebbe Sanders o Warren. Pur di sconfiggere il presidente.

Pronto a tutto pur di liberare gli Stati Uniti da Donald Trump. La corsa alla Casa Bianca è destinata a diventare una guerra tra miliardari, a prescindere da chi tra i democratici otterrà la nomination per le presidenziali. L’ex sindaco di New York Michael Bloomberg non ha infatti escluso di spendere un miliardo di dollari della sua fortuna anche se non dovesse essere lui a spuntarla nelle primarie dem. E ha assicurato che mobiliterà la sua ben finanziata campagna per aiutare anche i senatori Bernie Sanders o Elizabeth Warren a battere Donald Trump, nonostante le forti differenza politiche che li separano. Il nemico comune, quindi, finirebbe per appianare i dissidi interni e anche una sconfitta personale non fermerebbe la battaglia elettorale di Bloomberg. Lo ha scritto il New York Times citando lo stesso imprenditore.

UNA FORTUNA DI OLTRE 50 MILIARDI

«Dipende se il candidato ha bisogno di aiuto: se sta facendo molto bene necessiterà di meno aiuto, altrimenti ne avrà più bisogno», ha detto Bloomberg durante una tappa della sua campagna in Texas. Chi conquisterà la nomination, quindi, potrà contare non solo sul suo appoggio finanziario ma anche sulla sua ramificata rete organizzativa. L’ex sindaco di New York, che conta su una fortuna di oltre 50 miliardi di dollari, ha già speso più di 200 milioni in spot pubblicitari, con un ritmo che entro marzo sarà uguale alla somma investita da Barack Obama nel corso dell’intera campagna del 2012. Un enorme investimento pur di sfrattare dalla Casa Bianca un inquilino scomodo e inviso a buona parte della popolazione.

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L’effetto Bloomberg sulle elezioni Usa 2020

Il magnate, che piace a Wall Street ed elettorato moderato, è pronto a candidarsi. Un terremoto per gli altri sfidanti dem. A partire da Biden.

Michael Bloomberg è pronto a sfidare Donald Trump. Secondo quanto riportato dal New York Times, il magnate dovrebbe presentare già nelle prossime ore la documentazione per candidarsi. E dovrebbe farlo nello Stato dell’Alabama, accedendo poi alle primarie. Anche se Bloomberg non ha ancora deciso al 100% se scendere in campo o meno, il deposito dei documenti gli consente di lasciarsi la porta aperta per lanciare il guanto di sfida a Trump, l’altro miliardario di New York, attualmente inquilino della Casa Bianca. Trump che ha così commentato l’ipotesi: «Little Michael non farà bene» ai dem, ha detto The Donald, dicendo che finirà col danneggiare Joe Biden.

BLOOMBERG SNOBBA I CANDIDATI DEMOCRATICI

A spingere Bloomberg a considerare seriamente la candidatura è il parterre dei democratici. A suo avviso – secondo indiscrezioni riportare dal New York Post – Biden è «debole», mentre Bernie Sanders ed Elizabeth Warren «non possono vincere». Alcuni stretti collaboratori di Bloomberg riferiscono che l’ex sindaco di New York è convinto che Trump sarà rieletto se Warren dovesse incassare la nomination democratica. Una discesa in campo di Bloomberg sarebbe un terremoto per la corsa dei democratici alla Casa Bianca, già segnata pesantemente dalle indagini per un possibile impeachment del presidente americano. Bloomberg a differenza degli altri dem in corsa non ha bisogno di raccogliere fondi: la sua fortuna gli consente di decidere anche all’ultimo momento se candidarsi senza doversi preoccupare di come finanziare la campagna.

L’EX SINDACO VEDE TRUMP COME «UNA MINACCIA SENZA PRECEDENTI»

Come pronosticato da Trump, a pagare il prezzo maggiore di un’eventuale candidatura di Bloomberg sarebbe Biden, il più moderato in corsa. Ma sarebbero tutti i candidati a risentirne, anche Warren: l’ex sindaco di New York è sicuramente visto più di buon occhio da Wall Street, dalla Silicon Valley e anche da molti elettori democratici contrari a una svolta eccessivamente a sinistra del partito. Bloomberg, afferma il suo consigliere Howard Wolfson, vede Trump come una «minaccia senza precedenti per il Paese» come dimostrano le sue donazioni alle elezioni di metà mandato. «Mike è sempre più preoccupato sul fatto che gli attuali candidati non sono ben posizionati» per battere Trump, aggiunge Wolfson. E proprio la platea di candidati non convincenti ha spinto Bloomberg a ripensare al passo in avanti, dopo che in marzo aveva annunciato di non voler scendere in campo.

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