Metano in Sardegna: progetti e proteste

L'Isola è ancora senza rete. Abbandonato nel 2013 il progetto del metanodotto dall'Algeria, ora si lavora a una mini-dorsale. Previsto l'arrivo del combustibile entro il 2019. Ma i comitati e gli ambientalisti insorgono. Il punto.

Metano sì, metano no. Metano ora forse sì. Anche se nel frattempo sono passati i decenni. Una girandola che va avanti da decenni. Ancora oggi la Sardegna resta l’unica regione non agganciata alla rete nazionale. L’assenza di metano è un primato condiviso a livello europeo con la vicina Corsica. Eppure nell’Isola è ancora tempo di progetti e contestazioni.

IL SOCIAL BOMBING DEI FAN DI GRETA CONTRO LE ISTITUZIONI

L’ultima è un social bombing (ripetizione di messaggi sui canali social) organizzato da una nuova generazione di ambientalisti vicini al movimento internazionale lanciato dalla svedese Greta Thunberg. Nel mirino dell’attacco virtuale di inizio settembre i profili istituzionali della Regione Sardegna e del ministero dell’Ambiente. Il messaggio: no al metano perché sorpassato, un progetto esoso e pericoloso. L‘alternativa? Le energie rinnovabili. Poi l’auspicio: «Non rubateci il futuro» e l’hashtag: #metaNO. Tutto ripetuto venerdì 27 settembre durante e dopo il corteo locale di Cagliari per il Fridays for future. Con un fuoriprogramma: il sit-in permanente sotto i palazzi della giunta regionale finché il presidente della Regione Christian Solinas non darà loro ascolto. E ironia, della sorte, proprio a 24 ore dalla mobilitazione c’è l’ok del ministero all’Ambiente sull’unico progetto rimasto in piedi.

Il progetto poi abbandonato del metanodotto Galsi.

COSÌ IL GALSI È FINITO IN UN NULLA DI FATTO

Ben prima della protesta virtuale il no al metano era stato già scandito e declinato dai altri gruppi supportati dalle associazioni ambientaliste come Legambiente Sardegna, contraria soprattutto all’ultimo progetto della cosiddetta ‘dorsale‘. In principio esisteva un comitato che contestava il Galsi, il metanodotto dall’Algeria dal valore 3 miliardi e con una lunghezza totale 870 chilometri, che avrebbe dovuto attraversare la Sardegna per arrivare in Toscana. Tutto è nato 20 anni fa, nel 2009. Poi nel 2013 l’addio definitivo al progetto che ora è diventato fantasma, declassato a non strategico e del tutto abbandonato. A pesare furono anche alcune inchieste giudiziarie relative a presunte tangenti (di cui una maxi da 198 milioni di euro) che avevano coinvolto la Sonatrach, società algerina capofila del Galsi e la Saipem, controllata dall’Eni. A questo si aggiunse la battaglia del Comitato no Galsi che aveva definito il passaggio del tubo (largo un metro e venti) l’ennesima servitù di stampo ‘colonialista‘, dopo quella militare visto che alle esercitazioni sono destinati in Sardegna oltre 35 mila ettari, una delle estensioni più ampie a livello europeo. Tra i politici per il no c’erano i sardisti del Psd’Az – ora al governo della Regione con il centrodestra e favorevoli – e il Movimento 5 stelle. Il sì entusiasta arrivava invece da sempre da Confindustria che aveva stimato un risparmio all’anno per aziende e famiglie di 400 milioni.

IL PIANO B: LA MINI DORSALE

Il piano B è un altro progetto da 1 miliardo e mezzo totalmente diverso: non più il metanodotto dall’Africa ma una mini dorsale dedicata all’Isola (da 430 milioni di euro) a cura di Enura, la joint venture costituita da Snam e da Società Gasdotti Italia (Sgi). Il tratto principale che collegherà Cagliari, Oristano fino a Porto Torres e Olbia misurerà 583 chilometri con un diametro da 80 centimetri, previsti 38 micro depositi uniti da ulteriori innesti verso i comuni. L’ok dal ministero per lo Sviluppo economico è arrivato nel 2017 e nel Medio Campidano, ora – praticamente lo stesso giorno della mobilitazione dei giovani ambientalisti c’è pure il lasciapassare – ossia la Valutazione d’impatto ambientale – del ministero dell’Ambiente sulla dorsale sud tra il Medio Campidano e nell’Oristanese. Ma come dovrebbe arrivare il famoso metano o gnl (gas naturale liquefatto)? Via mare, ossia via nave. Da collocare in depositi costieri – tre sulla carta – oltre a un mini rigassificatore da realizzare a Cagliari, poco distante da quel porto merci, detto Canale, fermo: 210 lavoratori in cassa integrazione e la concessione al gestore Cict (gruppo Contship Italia) ormai revocata, in attesa di acquirenti.

Un metanodotto.

SI ASPETTA LA VALUTAZIONE DI IMPATTO AMBIENTALE

Per la parte tecnica si aspetta il parere da parte del ministero dell’Ambiente, ed è ancora aperta la procedura per la Valutazione d’impatto ambientale. Poi sarà la volta del Mise e quindi, qualora si fossero incassati i pareri positivi, si potrà procedere con il progetto definitivo. Contrari i residenti del villaggio Giorgino, a ridosso del luogo scelto, e un comitato. Intanto, però, la proponente Isgas ha ceduto le concessioni a Medea Spa, del gruppo Italgas. A Santa Giusta (Oristano) è in pista Ivi petrolifera, a Porto Torres c’è l’attenzione del Consorzio industriale. Tanto che Confindustria Sardegna ha annunciato l’arrivo del metano sull’Isola nel 2019. «Entro l’anno avremo solo le prime distribuzioni di gas metano, poi nel 2020 la situazione più completa», ha annunciato a luglio il numero uno degli Industriali sardi Maurizio De Pascale. «Nel giro di due anni massimo sarà possibile realizzare la distribuzione delle reti in tutta la Sardegna». Intanto si avvicina la data stabilita per l’addio al carbone come fonte di energia.

Per l’Italia l’addio all’energia elettrica da carbone è fissato per il 31 dicembre 2025.

L’ADDIO AL CARBONE: I SINDACATI CHIEDONO UN RINVIO

Il 31 dicembre 2025 è stato indicato infatti come la cosiddetta phase out italiana, ovvero lo stop all’energia elettrica da carbone. Tutto stabilito dal decreto 430 del ministero dell’Ambiente (governo Lega-M5s). A livello europeo la scadenza è per il 2030. Le centrali gestite da Assocarboni sul territorio nazionale sono otto, due in Sardegna. Ed è da qui che, da parte dei sindacati, sono state avanzate le richieste per la concessione di un rinvio perché, sostengono, il tempo è troppo limitato e «l’Isola rischierebbe di stare al buio». Eppure, nel piano energetico regionale (2015-2020) si parla già del ruolo del metano. Potrebbe, si legge, «aumentare la flessibilità dell’intero sistema energetico contribuendo, durante la fase di transizione, ad assicurare la sicurezza dell’intero sistema energetico regionale». Come? «Riducendo progressivamente la capacità termoelettrica attualmente installata e necessaria a garantire la continuità e la qualità del sistema elettrico». Ma per i contestatori, più o meno giovanissimi, non è una valida alternativa.

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