L’appello dei medici dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo

ESCLUSIVO. Pazienti non ancora negativizzati tornati alla comunità. Personale sanitario che, pur avendo dichiarato contatti con persone infette, è costretto a lavorare rischiando di diventare a sua volta veicolo di malattia. E la mancanza di una coordinazione competente ed efficace. Le parole di chi ogni giorno e senza risparmiarsi combatte contro l'epidemia.

Abbiamo ricevuto l’appello da un gruppo di medici dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo che denunciano le gravose condizioni in cui in questo momento di emergenza Covid-19 sono costretti a operare. Per ovvie questioni di riservatezza e per non esporli a possibili spiacevoli conseguenze la firma è collettiva.

Siamo medici dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, impegnati ogni giorno a sostenere il lavoro contro il coronavirus. Ci associamo ai colleghi che il 23 marzo 2020 hanno pubblicato sul New England Journal of Medicine l’articolo «At the Epicenter of the Covid-19 Pandemic and Humanitarian Crises in Italy: Changing Perspectives on Preparation and Mitigation» e alle dure parole di denuncia che il virologo professor Andrea Crisanti ha rivolto alla “classe dirigente del Paese Italia” – e in particolare a chi governa la Lombardia – in un’intervista al Corriere della Sera.

Comunichiamo alla popolazione che in questo momento siamo in affanno, in particolar modo per la gestione non pianificata della epidemia in atto. Non è certo una novità, purtroppo, nella gestione dell’Asst Pg23 di Bergamo. Da più di un mese noi e i nostri infermieri lavoriamo a contatto con questa malattia, ma non siamo tutelati in modo sufficiente. Continuiamo a rilevare situazioni gestionali non controllate e ad alta criticità che rendono il nostro lavoro un ciclo futile.

Abbiamo notizia di pazienti positivi che sono stati rilasciati nella comunità senza negativizzazione del tampone e che sono giunti negli ambulatori per visita, non tutelati. La diffusione incontrollata dell’epidemia di coronavirus, all’interno della nostra struttura rende l’ospedale una fonte virale ad alta energia propagativa. La FNOMCeO aggiorna costantemente l’elenco dei medici che stanno morendo nel corso di questa epidemia. Lo stesso vale per il prezioso gruppo dei nostri infermieri. Questo genera una situazione di sospetto reciproco e di paura.

Grazie al fatto che i nostri giovani medici si sono offerti volontari per l’assistenza diretta dei malati Covid-19, i medici i più anziani, che sono a maggior a rischio di malattia, vengono protetti. Nell’ambito del nosocomio, molteplici e pericolose situazioni di aggregazione sono ancora evidenti a un osservatore attento. Sappiamo di medici e infermieri che hanno avuto contatti diretti e non protetti con familiari positivi che, nonostante abbiano denunciato il sospetto di contagio al servizio competente in sede ospedaliera, non sono stati intervistati e visitati, ma invitati a proseguire il servizio con la sola protezione della mascherina, quando disponibile. Un chirurgo vascolare, 48 anni, padre di 4 figli, versa in condizioni gravissime in rianimazione e così altri dipendenti del nostro ospedale. Le persone muoiono e i medici e gli infermieri che devono curarle divengono veicolo di malattia, si ammalano e muoiono a loro volta. Notizie analoghe ci giungono anche dall’ospedale Bolognini di Seriate.

Denunciamo, insomma, la mancanza di una coordinazione competente ed efficace, senza la quale non è possibile risolvere in tempi accettabili e con un numero di morti limitato questa violenta epidemia. Riteniamo indispensabile il monitoraggio della malattia all’interno dell’ospedale tramite tutti i mezzi possibili, senza risparmio di risorse, da subito. Comunque garantiamo che continueremo a lavorare, anche più intensamente di prima, perché questo è il nostro impegno.

I medici dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo

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Così Cuba usa i suoi medici come strumento di propaganda all’estero

Mandando professionisti in giro per il mondo, l'Avana esercita un soft power. Cercando di trarne profitto. È accaduto in Brasile e Bolivia, prima del cambio di governo. E succede in Venezuela. In Italia la mossa è mediatica: un messaggio anche all'Europa pro-Guaidò.

I medici cubani sono arrivati in Italia. Alcuni di loro erano già stati impegnati in Africa nel 2014 per fronteggiare l’epidemia di Ebola. Ora l’obiettivo è il coronavirus.

Il governo dell’Avana coglie così l’occasione per provare in Europa un tipo di soft power che recenti cambi di governo rendono ormai impossibile ad altre latitudini. E cioè in America Latina.

La brigata cubana sbarcata a Malpensa domenica è composta da 37 medici e 15 infermieri, età media 49 anni, e sarà impegnata a Crema. Curiosamente, non lontano da Cremona dove da venerdì è attivo un ospedale da campo di una Ong Usa con 60 operatori, senza che la “solidarietà americana” abbia fatto altrettanto rumore.

LA BRIGATA CUBANA OPERATIVA A CREMA

“Comandante” dei cubani è il dottor Carlos Ricardo Pérez Díaz, direttore dell’ospedale Joaquín Albarrán dell’Avana. «Rimarremo in Italia fino a che sarà necessario», ha detto. Non appena sbarcati in camice bianco, mascherina filtrante e guanti hanno subito srotolato la bandiera cubana, spiegando che per loro «la patria è l’umanità» e quindi vanno «dove è necessario andare». «La nostra è una formazione medica non solo scientifica ma soprattutto legata all’umanesimo», hanno ribadito. «Questo è il nostro spirito, uno spirito che arriva dal nostro patriota José Martí e che noi ci portiamo dietro da sempre», ha aggiunto l’ambasciatore cubano in Italia José Carlos Rodríguez Ruíz. Il regime cubano del resto considera da sempre un fiore all’occhiello della Rivoluzione questa asserita eccellenza sanitaria.

IL CENTRODESTRA HA ACCOLTO COMUNISTI E ONG

Ad accogliere i cubani c’era una delegazione della Regione Lombardia. Travolta da una emergenza gravissima, la giunta di centrodestra non ha solo accolto con favore l’aiuto della comunista Cuba, ma ha pure aperto all’aiuto delle stesse Ong in passato bollate dalla Lega e dal centrodestra come trafficanti di clandestini. E queste Ong si sono messe a disposizione. Medici senza Frontiere ad esempio lavora dal 12 marzo a Lodi e Codogno, mentre Emergency è attiva dal 13 marzo a Milano. Con buona pace di Bruno Vespa. La polemica sulle Ong è d’altronde parallela a quella che sempre sui social circola a proposito degli «americani che non fanno niente»: ignorando non solo l’ospedale di Cremona ma anche il C-130J Super Hercules dell’86esimo stormo Airlift Wing dell’aviazione statunitense decollato da Ramstein e atterrato ad Aviano con a bordo un sistema mobile di stabilizzazione dei pazienti.

I MEDICI VENEZUELANI SONO ESULI, INUTILE RINGRAZIARE MADURO

Si è parlato molto di più del team cinese, e anche dei 120 medici arrivo dalla Russia.

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Un contingente ancora più nutrito è composto dai venezuelani: 150 medici esuli in Italia si sono messi a disposizione. Si è però generato un equivoco. In un primo momento sono stati accomunati a cinesi, russi e cubani: una sorta di internazionale socialista di camici giunta in aiuto del nostro Paese, mentre l’Ue, si leggeva sui social, «negava o rubava mascherine». Non sono mancati sui social ringraziamenti a Nicolás Maduro. Una esaltazione che non è andata giù ai medici che sono oppositori del governo. E lo hanno ribadito con forza. I colleghi cubani invece sono fedeli all’Avana. Un soft power che in America Latina ha perso presa con il cambiare dei governi. Medici cubani sono stati fatti rientrare dal Brasile, per esempio, dopo la vittoria di Jair Bolsonaro. E lo stesso è accaduto in Bolivia dopo la destituzione di Evo Morales.

LA PRESENZA DEI MEDICI CUBANI NELL’AMERICA LATINA

In Brasile nell’intervallo tra l’elezione e l’insediamento di Bolsonaro era scoppiato addirittura un caso. Alcuni medici cubani avevano chiesto asilo ed era stato loro rifiutato. «Lo danno al terrorista Cesare Battisti e non a un poveretto schiavizzato!», aveva detto il neopresidente, promettendo che avrebbe offerto asilo politico a tutti i medici cubani che lo avessero chiesto e li avrebbe pagati direttamente, senza passare dall’Avana. Il governo cubano allora li fece ripartire.

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Alla fine del 2018 i medici cubani all’estero erano 55 mila in 67 Paesi: 28 mila in Venezuela e 11.400 in Brasile. Due Paesi in cui i medici certo non mancano. Però in entrambi molti dottori si rifiutano di operare in aree disagiate o pericolose. In Venezuela si è verificato un effetto dumping ai danni dei professionisti locali che ha contribuito a distruggere il sistema sanitario (e a mandare in esilio i medici ora in Italia). In Brasile invece i medici cubani sono stati usati come strumento di propaganda dal governo di Dilma Rousseff. Gli oppositori del suo Partito dei lavoratori li hanno dunque presi di mira sostenendo che il loro stipendio venisse direttamente versato al governo cubano, che poi girava ai medici non più del 30%. Insomma, «i medici schiavi», di cui parlava Bolsonaro.

L’arrivo dei medici cubani (Ansa).

GLI INTROITI DELL’EXPORT DI SERVIZI PROFESSIONALI

I medici non rappresentano solo un soft power in mano al governo cubano, ma anche una risorsa, e a volte un vero e proprio hard power. Il regime dall’export di servizi professionali ricava infatti 11,5 miliardi di dollari l’anno. Non sono solo dottori e specialisti. Ci sono anche insegnanti o allenatori: ma sono i medici a ritagliarsi la parte del leone. Aníbal Cruz, ministro boliviano della Salute del governo di Jeanine Áñez, a fine novembre dichiarò che solo 205 dei 700 medici cubani presenti nel Paese lo erano veramente. In Venezuela denunciano addirittura che cubani in uniforme venezuelana si sarebbero infiltrati dappertutto: dagli uffici anagrafe alle guardie di frontiera.

DA CARACAS IL “PAGAMENTO” IN PETROLIO

Gli 11,5 miliardi sono la prima risorsa del regime cubano: quasi 5 volte i 2,8 miliardi che ha fruttato nel 2016 il turismo. Il Venezuela, poi, paga in petrolio. Le cifre esatte non sono mai stare rese note, ma Orlando Zamora, ex-capo di divisione dell’analisi di rischio cambiario del Banco Central de Venezuela, in un libro ha confermato di aver avuto notizia di sussidi di Caracas all’estero per un valore di 24,7 miliardi di dollari, ma che potrebbero salire addirittura a 35 miliardi. L’opposizione venezuelana ha presentato un dossier in cui ha stimato che tra il 2005 e il 2012 sono stati stanziati ben 70 miliardi di sussidi: in testa tra i beneficiari appunto Cuba con 23,2 miliardi e il Nicaragua con 12,9. A febbraio, malgrado la sua grave crisi, il Venezuela stava inviando a Cuba 173 mila barili di petrolio al giorno come pagamento.

L’OFFENSIVA MEDIATICA

Evidentemente in Italia la piccola brigata cubana non potrà costituire una fonte di reddito altrettanto importante. Però si tratta comunque di una offensiva mediatica significativa verso una Europa che in Venezuela ha appoggiato Juan Guaidò e che ha sanzionato Cuba. Va anche ricordato che oggi i due Paesi europei più colpiti dal coronavirus sono Italia e Spagna. Entrambi hanno con Cuba legami storici importanti, entrambi hanno in questo momento al governo partiti con esponenti che guardano all’Avana con simpatia: Podemos come i cinque stelle.

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Contagiati da Covid-19 più di 2.600 medici e operatori sanitari

Rappresentano l'8,3% dei casi positivi totali. È quanto emerge da una rielaborazione della Fondazione Gimbe. Sala: «Trovo inaccettabile che non venga fatto loro il tampone».

Sempre più medici e operatori sanitari contraggono il Covid-19. Il numero dei contagiati è salito a 2.629, l’8,3% dei casi positivi totali. È quanto emerge da una rielaborazione della Fondazione Gimbe aggiornata al 17 marzo 2020 su dati forniti dall’Istituto Superiore di Sanità. Lo ha reso noto in un tweet il presidente Gimbe Nino Cartabellotta.

Il «numero di operatori sanitari infetti», ribadisce Cartabellotta all’Ansa, «è enorme. L’8,3% dei casi totali è una percentuale più che doppia rispetto alla Cina». Per questo sono necessari in tutta Italia «dispositivi di protezione adeguati».

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Gli operatori sanitari, aggiunge il presidente Gimbe, «devono essere protetti al meglio per proteggere se stessi e per poter svolgere il loro lavoro in massima sicurezza». E proprio mercoledì si è registrata un’altra vittima tra i medici di famiglia: si è spento Marcello Natali, segretario della federazione di medici di Medicina Generale di Lodi. Aveva 57 anni e non aveva particolari patologie pregresse.

SALA: «INACCETTABILE CHE NON VENGA FATTO TAMPONE»

Un appello per una maggiore tutela del personale sanitario arriva anche dal sindaco di Milano Giuseppe Sala. «Trovo inaccettabile che ai medici, al personale sanitario, ai medici di base non venga fatto il tampone», ha ribadito nel video quotidiano postato sui social il primo cittadini. «Lo trovo francamente inaccettabile da parte della nostra sanità».

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Medici aggrediti a Napoli, arrivano le telecamere sulle ambulanze

Il presidente della Croce Rossa partenopea: «In questa città è in corso una guerra. E non si rispettano nemmeno le convenzioni internazionali».

A Napoli è in corso una ‘guerra’ dove non si rispettano le regole sancite dalle convenzioni internazionali che impongono il rispetto dei mezzi di soccorso e del personale sanitario. Ne è convinto il presidente della Croce Rossa partenopea, il dottor Paolo Monorchio, che confessa la sua amarezza dopo l’ennesimo episodio di violenza ai danni di un medico a bordo di un’ambulanza.

DUE EPISODI DI VIOLENZA IN 24 ORE

L’uomo è stato preso di mira in pieno giorno il primo gennaio, mentre era impegnato in un’azione di soccorso nel quartiere periferico di Barra, con il lancio di una bomba carta. Ha aperto lo sportello del vano guida per salire a bordo e in quel momento ignoti hanno lanciato il petardo, che è scoppiato sotto l’ambulanza. La cosa avrebbe potuto avere gravi conseguenze, per la presenza di ossigeno gassoso a bordo e benzina. La vicenda è stata denunciata dall’associazione ‘Nessuno tocchi Ippocrate’, che ha anche riferito di una dottoressa aggredita con una bottiglia da un paziente psichiatrico vicino all’ospedale San Giovanni Bosco.

L’INSTALLAZIONE DELLE TELECAMERE PARTE IL 15 GENNAIO

Per Monorchio l’aspetto più inquietante «è che ci si abitui a questo stato di cose, fatti che non avvengono neppure nei territori di guerra in quanto i mezzi di soccorso e il personale sono protetti dalle convenzioni internazionali. A Napoli non è così». Servono scorte armate? «Per ora mi accontenterei delle telecamere a bordo dei mezzi di soccorso, le stiamo aspettando. Speriamo che nelle prossime settimane possano essere utilizzate a tutela degli operatori». In questa direzione si registra l’impegno del direttore generale della Asl Napoli 1 Centro, Ciro Verdoliva: entro due settimane saranno installate le prime telecamere sui mezzi di soccorso. «Siamo pronti , è già stato disposto l’affidamento, la prima installazione avverrà entro il 15 gennaio», ha promesso Verdoliva. Ma Monorchio insiste anche sull‘aspetto culturale: «Serve una corretta informazione, con incontri nei quartieri più difficili». Il ministro della Salute Roberto Speranza, da parte sua, ha commentato: «Le aggressioni a chi ogni giorno si prende cura di noi sono semplicemente inaccettabili. Bisogna approvare al più presto la norma, già votata dal Senato, contro la violenza ai camici bianchi. Non si può aspettare»

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