Lo spazio di Lettera43 e il tempo mancato per dire addio a Salvini

Questo giornale è stato un felice azzardo. Ringrazio e saluto, con il rimpianto per un giornale che aveva spazio e futuro. Anche per vedere la fine del leader della Lega.

Non so se oggi è l’ultimo o il penultimo giorno di Lettera43, ma preferisco andar via prima dei padroni di casa. È buona creanza.

In questa casa sono stato bene, ho trovato un direttore, Paolo Madron, molto bravo, di larghe vedute, un vero liberale e una redazione che ho sentito come una grande famiglia. Ringrazio anche la segreteria di redazione, in molti casi veramente amichevole.

IL FELICE AZZARDO

Potrei chiudere qui con questi ringraziamenti rivolti, di cuore, verso persone a cui non ho mai stretto la mano e tanto meno dato o ricevuto un abbraccio. Non c’entra la Covid19, c’entra la particolarità di questo strumento di comunicazione che descrivono freddo ma non lo è.

Io nel giornalismo ho provato tutte le esperienze, i quotidiani, il settimanale, la radio, qualche comparsata in tv ma il giornalismo on line mi si è presentato davanti all’improvviso per merito di Jacopo Tondelli, direttore de Linkiesta. Quando Jacopo, con Massimiliano Gallo, lasciò la sua creatura, andai via anche io per solidarietà e poco dopo ricevetti una bella telefonata di Paolo Madron che mi invitava a scrivere su Lettera43.

Pensai che sarebbe stato un azzardo cambiare, ma è stato un felice azzardo perché Lettera43. si è rivelato un giornale vero, con notizie tempestive, commenti puntuali, interazione con i lettori divertenti, urticanti, sempre utili.

AVREI VOLUTO DARE L’ADDIO A SALVINI

Mi sarebbe piaciuto che questa esperienza fosse durata di più. Avrei voluto scrivere una pagina di addio a Matteo Salvini quando sarà fatto fuori dalla Lega che cercherà di riconquistare uno status di partito serio, di governo, internazionalmente stimato. Mi sarebbe anche piaciuto celebrare anche il ritorno a casa di Luigi Di Maio la cui fragilità e mutevolezza di opinioni mi sembrano leggendarie. Pazienza.

Ho la soddisfazione di aver colto tempestivamente la crisi del governo giallo verde e il lento declino del facinoroso che guida la Lega.

Lettera43 nel panorama dell’informazione ha svolto un ruolo prezioso schierandosi, senza fanatismi, per un’Italia seria, aperta alle riforme, occidentale.

QUEI GIORNALI DIVENTATI MICRO PARTITI

L’equilibrio fra giornalismo di carta e giornalismo on line, malgrado la crisi in cui questa testata è precipitata, dice che sul medio periodo sarà la carta a lasciare il passo, non a cedere, ma a lasciare il passo ai giornali in Rete. C’è nell’online e in altri forme di comunicazione tecnologicamente avanzate una rapidità, una interrelazione con i fatti, una immediata percezione del rapporto con chi legge che la carta non ha mai realizzato né potrà mai realizzare. Non solo per ragione del tutto evidenti. La carta arriva dopo, ma anche perché i giornali di carta, ancora preziosissimi, sono in Italia micro-partiti politici. Ogni collega, è un “vizietto” anche mio, crede di essere il miglior leader del proprio schieramento. Cosa che a sinistra è riuscita solo a Ezio Mauro e a Paolo Mieli, mentre il mitico Scalfari, pur essendo un numero uno, non ce l’ha mai fatta.

A destra abbiamo molti replicanti di Vittorio Feltri, inarrivabile. È l’unico collega che cerca di apparire più respingente di quanto sia nella realtà, forse. Però sia la Repubblica di Ezio Mauro, sia il giornalismo tutto intero quando era egemonizzato da Paolo Mieli, sia il giornalismo feltrizzato appartengono a un’era che si sta esaurendo.

LO SPAZIO DI LETTERA43

Nel centro sinistra si vedono le tracce di questa crisi con la vicenda dell’estromissione di Verdelli a favore di un giornalista-senatore come Molinari. A destra non è visibile ancora perchè la pancia della destra e i suoi pensieri ribollono. Ma la destra, se non sceglie la strada della eversione (che non sceglierà), a un certo punto taglia le sue ali, e l’effetto di un mondo pieno di Trump, di Johnson, di Bolsonaro e Orban si rivelerà fragile perché tutti loro danno risposte a problemi che la loro cultura ha creato e perché nessuno di loro, o tutti loro in gruppo, non valgono la furbizia della classe dirigente cinese. E questo, da occidentale, non mi fa piacere.

Lo spazio per Lettera43, come si può capre da queste parole, secondo me c’era. Non l’ha pensata così l’editore. Spero solo che questa conclusione non disperda le qualità umane e intellettuali di una redazione di serie A. Questa sarebbe colpa grave.

Arrivederci a tutti e grazie.

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Tre semplici domande sul Mes a un sovranista tipo

Cosa accadrebbe all'Italia se fosse l'unico Paese Ue a non accedere al Meccanismo Salva Stati? Ci sono vie alternative per trovare i 36 miliardi che ci spetterebbero? E, infine, gli aiuti non equivarrebbero a mezzo Piano Marshall? Sono quesiti a cui solo un "euroscettico" potrebbe rispondere. Se solo avesse qualcosa da dire.

Bloccare l’accesso dell’Italia ai fondi del Mes è diventata la linea del Piave degli anti-Ue italiani, che mai accetterebbero il titolo di anti-Ue preferendo di gran lunga quello di euroscettici, che fa così tanto pensoso.

Detestano in particolare le intrusioni di Bruxelles sulle questioni del bilancio e del debito, che vanno diritte al cuore delle autonomie nazionali. Sul Mes si prepara una battaglia in parlamento: sì o no?

LA STORIA DEL MECCANISMO EUROPEO DI STABILITÀ

Ci sono tre domande che si potrebbero porre agli euroscettici. Prima di farlo, ricordiamo che cos’è il Mes e che cosa oggi, per la pandemia, potrebbe fare, a che costi e a che rischi. L’acrononimo Mes sta per Meccanismo europeo di stabilità (Esm l’acronimo in inglese) ed è un fondo finanziario intergovernativo creato nel 2012 con sede a Lussemburgo sulla base di un fondo preesistente per dare sostegno ai Paesi dell’euro in caso di difficoltà dei conti pubblici, sostenibili ma in difficoltà, o quando comunque ne fanno richiesta. Le quote versate dai 19 Paesi membri, tutti quelli dell’euro, sono il capitale. Su questa base il Mes colloca obbligazioni sui mercati e ha oggi una potenza di fuoco di circa 500 miliardi. Le condizioni di un intervento, da definire in un memorandum caso per caso, sono diverse e più stringenti se si tratta di un prestito, meno se di una linea di credito. La Banca d’Italia ha preparato una semplice guida che si può utilmente leggere (Il Meccanismo europeo di stabilità e la sua riforma: domande frequenti e risposte), che parla anche dei progetti di riforma, approvati in principio a dicembre 2019 dai 19 ministri dell’Eurogruppo – l’organo decisionale del Mes – ma non ancora attuati. Il Mes non rientra nel sistema giuridico della Commissione, e opera parallelamente a essa. L’Italia a differenza di Spagna, Portogallo, Irlanda e Cipro (la Grecia fu il maggiore beneficiario con oltre 200 miliardi di euro, ma negoziati con il predecessore del Mes) non ha mai fatto finora ricorso al Mes.

L’ACCORDO SUL 2% DEL PIL

Con la pandemia, il Mes ha annunciato e il Consiglio Ue confermato l’8 maggio che ci saranno presto a disposizione di ogni Paese fondi pari al 2% del Pil, fino a circa 36 miliardi per l’Italia, per un prestito speciale e con un’unica condizione: che serva direttamente o indirettamente alla difesa dalla pandemia, quindi per la spesa sanitaria di ogni tipo, da mascherine e farmici a ristrutturazioni ospedaliere e nuovi ospedali o reparti e altro. Non più memorandum di intesa né interventi su bilancio e debito. Ovviamente quando l’Unione dichiarerà la fine dell’emergenza rientreranno in vigore i criteri di Maastricht del 1992 e il Patto di stabilità del 1997. E questo preoccupa gli euroscettici. Sostengono che la regola unica del Mes in versione pandemia non è affidabile perché, a fine emergenza, potrebbe restare sempre la minaccia delle vecchie regole, sospese ma non abolite, con forti intrusioni nella gestione del debito e perdita temporanea di sovranità. Così hanno parlato Giorgia Meloni e Matteo Salvini. I costi di un debito “pandemia” con il Mes sarebbero minimi, non oltre lo 0,1% annuo indica un’analisi italiana condotta da Luca Fava e Carlo Stagnaro per l’Istituto Bruno Leoni, a fronte di un costo per le ultime emissioni del Tesoro arrivato per titoli decennali attorno all’1,8% l’anno. Su 36 miliardi per 10 anni ci sarebbe quindi un risparmio di circa 5,7 miliardi di euro, pari – dato importante da ricordare come si vedrà fra poco – a 6,20 miliardi di dollari. È troppo sostenere che con un finanziamento Mes, alle condizioni “pandemia”, l’Italia riceverebbe l’equivalente di un aiuto a fondo perduto pari a 5,7 miliardi di euro? Se non vogliamo chiamarlo “prezzo di favore”, come lo chiamiamo? E ora passiamo alle domande, e a una ipotesi di risposta, ovviamente quest’ultima a puro titolo indicativo – e senza impegno – perché solo un vero sovranista sarebbe titolato a rispondere.

1. COSA SUCCEDE SE SIAMO L’UNICO PAESE UE A NON ACCEDERE AGLI AIUTI?

DOMANDA. Che cosa succede se vari altri Paesi tra cui forse anche la Francia, secondo quanto il ministro delle Finanze Bruno Le Maire ha anticipato, accedono al prestito Mes stile “pandemia” e l’Italia, l’unico Paese tra l’altro spaccato da un acceso dibattito sulla questione, non lo fa? In che posizione ci troveremmo?
RISPOSTA. «In quella», potrebbe essere la risposta, «di un Paese che sa fare i propri interessi e non accetta ricatti». Il che implicherebbe che gli altri non sanno fare i propri interessi. Oppure varie variazioni sul tema, ad esempio «gli altri non hanno valutato con sufficiente attenzione le vere clausole del Mes, noi siamo attenti e lo abbiamo fatto». Comunque, una risposta non facile.

2. DOVE TROVIAMO I 36 MILIARDI SE DICIAMO NO AL MES?

DOMANDA. Visto che non si tratta di cifre di cui possiamo fare a meno con un debito pubblico destinato a passare da circa 2.400 a circa 2.600 miliardi di euro causa pandemia, e con emissioni 2020 valutate per i titoli a medio e lungo (Bot esclusi quindi) a 202 miliardi per copertura di titoli in scadenza e a 45 miliardi di nuovo fabbisogno, dove troviamo i 36 che avrebbe potuto darci il Mes, e a che costi?
RISPOSTA. Qui è molto difficile ipotizzare una risposta, tutta affidata all’abilità dialettica del sovranista incaricato. Sulla base dell’analisi Fava-Stagnaro, e non cambierebbe molto con qualsiasi altra analisi, c’è tra i costi Mes e i costi di mercato una differenza superiore ai 5 miliardi di euro, in 10 anni. Direbbero forse qualcosa del genere: «L’onore nazionale non ha prezzo», in linea con una visione sovranista. Più probabilmente ricorderebbero che non sono soldi del Mes ma soldi nostri, visto che la quota versata dall’Italia è di 14 miliardi, il che è vero in senso contabile e non vero in senso politico, perché il Mes è una forma di assicurazione collettiva alla quale si contribuisce nella speranza di non averne mai bisogno. A questo si potrebbe rispondere che i 36 di prestito, e i 5,7 di “favore” sarebbero comunque una buona occasione per riavere indietro un po’ di quei 14 versati. Ma potrebbero uscire risposte impensate e impensabili, perché i sovranisti sul Mes si trovano con le spalle al muro e difendono la loro stessa ragion d’essere politica. Come del resto, in una posizione però più sostenibile perché inserita in un quadro europeo più ampio e coerente, fa il fronte opposto degli “europeisti”. Nazionalismo vuol dire, per definizione, essere soli. «Meglio soli che male accompagnati» è la classica risposta sovranista.

3. IL MES VALE PER NOI MEZZO PIANO MARSHALL?

DOMANDA. Terzo e ultimo quesito. Se il prestito Mes alle condizioni “pandemia” equivale a uno sconto di costi finanziari pari a circa 6,2 miliardi di dollari in 10 anni, e visto che all’Italia andarono nel 1948-52 circa 1,4 miliardi di dollari del Piano Marshall in gran parte a fondo perduto, pari a 14 miliardi di dollari oggi, e sia pure considerando il fatto che 1,4 miliardi di allora avevano sull’Italia di allora un peso più alto di 14 miliardi di oggi sull’Italia, non si può forse dire che il Mes da solo, e prima di altri interventi Ue, vale per l’Italia mezzo Piano Marshall?
RISPOSTA. Difficilissmo ipotizzare una risposta. Probabilmente si cercherebbe di ribadire che quello del Mes non è affatto un “dono” ma un cavallo di Troia.

QUELLO CHE NON SI DICE SUGLI EUROBOND

Conclusione. Aspettiamo il dibattito parlamentare. Si sentiranno alti toni patriottici e accuse agli avversari di svendita dell’onore nazionale. Il peggior armamentario del vecchio nazionalismo, che da sempre cerca di togliere al fronte opposto la dignità del libero pensiero. Naturalmente i sovranisti diranno che non sono contro l’Europa ma contro “questaEuropa. Il problema è che l’Europa giusta che va bene a loro non si trova mai. Messi alle strette, sostengono in genere che sarebbero per una vera Europa unita che corre in soccorso di ogni nazione così come negli Stati Uniti Washington fa con il Minnesota piuttosto che l’Arizona o il Tenneesee, ma non per “questa” Europa. Ancor più alle strette, invocano sempre gli eurobond, la cui assenza prova la perfidia europea da cui dobbiamo difenderci. Ma in genere non sanno che dire a chi ricordaloro che gli eurobond, come mutualizzazione di un debito nazionale che diventa comune, hanno per logica necessità e conseguenza la creazione di un superministro delle Finanze che, affiancato dal Parlamento europeo, controlla le spese degli Stati approvate dai rispettivi parlamenti. Gli eurobond implicano quindi una nuova consistente cessione di sovranità. A questo punto in genere i sovranisti cambiano discorso. Salvo continuare a imprecare, come ha scritto Mattia Feltri, contro «…quel popolo che noi chiamiamo gli egoisti del Nord, e dal quale pretendiamo i denari con le vene gonfie al collo». Ma non i denari del Mes. Quello, come tanti Nennillo nel Natale in casa Cupiello di Eduardo, «nun ce piace».

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Pandini lascia la Lombardia e Gallera torna alle dirette

Il portavoce di Salvini, inviato a Milano per aggiustare gli incidenti comunicativi di Fontana e dell'assessore al Welfare, è rientrato a Roma. Ma c'è chi è convinto che mancherà molto.

Dopo circa un mese Matteo Pandini, portavoce di Matteo Salvini, molla la presa su Regione Lombardia per tornare a occuparsi del segretario e dei gruppi parlamentari della Lega a Roma.

Era arrivato agli inizi di aprile dopo una serie di incidenti comunicativi che saranno ricordati nella storia politica di una regione devastata dall’emergenza Covid-19. Come non ricordare la celebre immagine del governatore Attilio Fontana che non riesce a mettersi la mascherina. Oppure Giulio Gallera, che durante le sue dirette era capace di dire tutto e il contrario di tutto.

Pandini era arrivato per mettere in ordine le cose. E proprio le dirette erano scomparse dopo il suo arrivo. Ci aveva messo la faccia Salvini. L’ex ministro dell’Interno era entrato dalla porta principale della Regione per invertire una rotta comunicativa che continuava a far perdere punti nei sondaggi alla Lega. Ma adesso Pandini se ne va. Torna a Roma. L’emergenza del resto pian piano inizia a scemare un po’ in tutta Italia. Caso vuole che, pronti via, neanche 24 ore di tempo e si è rifatto vivo proprio l’assessore Gallera, scomparso dopo una raffica di figuracce in diretta. L’esponente di Forza Italia, che si dice punti alla poltrona di sindaco di Milano nel 2021, torna stasera, dopo un mese in esilio. Torna nelle dirette di Lombardia notizie, quelle che ai lombardi non mancavano molto. C’è già chi è convinto che Pandini mancherà molto.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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È tutto sulle spalle del Pd. Zingaretti ora dica basta

Il segretario non deve confondere la tradizione di responsabilità del partito con la vocazione al sacrificio. Morire per Crimi o perdere la fiducia degli italiani a causa delle incursioni di Salvini non vale la pena. È il momento di dettare all'alleato M5s le condizioni per proseguire. Altrimenti un bel vaffa si vada al voto.

La cronaca politica quotidiana e soprattutto la sua lettura nel tempo ci dicono che c’è una minoranza politica, un partito di governo e il suo mondo elettorale e no, che portano sulle palle un intero Paese e fanno da sponda a quella parte di Italia che non vuole morire.

La cronaca politica quotidiana e soprattutto la sua lettura nel tempo ci dicono che c’è una minoranza politica, un partito di governo e il suo mondo elettorale e no, che portano sulle palle un intero Paese e fanno da sponda a quella parte di Italia che non vuole morire. Questa parte politica e questo suo elettorato non sono premiati dai sondaggi che, invece, indicano come vi sia una maggioranza favore di chi con la crisi sta giocando e mettendo a rischio la comunità nazionale.

Il partito è il Pd che deve fronteggiare quotidianamente un premier vanesio e scattante su qualsiasi nomina pubblica e un alleato di governo cialtronesco che si muove come una variabile impazzita su tutto lo scacchiere politico-sociale.

ANDREBBE APPLICATA LA “DIPLOMAZIA DEL VAFFA”

Non si capisce perché questo partito responsabile e il suo elettorato debbano farsi carico di una componente così irresponsabile. D’altro canto all’opposizione ci sono due forze di cui una torna a vivere le suggestioni di uno scontro frontale in una guerra senza limiti agli avversari politici, alle istituzioni, alla convivenza civile e un’altra attratta dalle proprie urla nel timore di perdere quel vantaggio che i sondaggi le stanno dando. La domanda è semplice. Fino a che punto è utile che il Pd e la sua gente si facciano carico di questa situazione? Non è arrivato il momento di applicare quella aurea “diplomazia del vaffa”, chiudere baracca e burattini, e fare al Paese un discorso di verità?

LA LEGA E IL DISASTRO LOMBARDO

Il discorso di verità non è lungo, anzi lo è ma è sintetizzabile con esempi lampanti. C’è un partito di opposizione che ha sottratto soldi allo Stato ma che pretende di fare il giustiziere di sprechi altri. Questo partito aveva una classe dirigente periferica fra buona e eccellente. Il giudizio non è cambiato solo se sottraiamo dal calcolo i governanti della principale regione d’Italia, la Lombardia. I dati del Covid-19 ci dicono che il caso italiano non sarebbe così clamoroso se la Lombardia fosse stata guidata da persone serie e non da due incapaci.

IL M5S BLOCCA OGNI INIZIATIVA PER SALVARE IL PAESE

C’è dall’altro canto un inutile partito di governo che ha un leader provvisorio che è più ridicolo di chi l’ha preceduto e che blocca ogni iniziativa tesa a salvare il Paese. La sanatoria per i migranti impegnati in agricoltura, prima di essere un atto di giustizia, è una necessità per l’impresa agricola. La discussione sul Mes è diventata infantile e cialtronesca. La corsa alla prima scena, da parte di Giuseppe Conte e Luigi Di Maio all’arrivo di Silvia Aisha è stata indecente. Si può continuare e si vedrà che si inanellano episodi di malgoverno, di approssimazione, di cialtroneria dilagante che giustificano una scelta di rottura da parte del Pd o almeno un suo discorso solenne al Paese in cui si denunciano questi avversari e questi alleati e si indicano le condizioni tassative per proseguire. Altrimenti si vada verso il governo del presidente e poi verso il voto.

IL SENSO DI RESPONSABILITÀ NON È VOCAZIONE AL SACRIFICIO

L’esasperazione che corre veloce nelle vene del Paese rischia di essere canalizzata contro chi sta tenendo in piedi la baracca. Il livello morale e di responsabilità delle forze indicate sta tutto negli editoriali di Vittorio Feltri e dei suoi seguaci giornalisti, una versione italiana della setta del reverendo Moon con annesso istinto suicida collettivo. Rischia di arrivare un momento in cui la fragile barriera costituita da un partito debole ma di volenterosi come il Pd crollerà su se stessa. Nicola Zingaretti è stato bravo finora, al netto delle sue titubanze e malgrado la malattia che lo ha per un certo periodo fermato. Tuttavia il leader del Pd non può scambiare la tradizione di responsabilità che “viene da lontano” nella vocazione al sacrificio. Morire per Vito Crimi? Consegnarsi alle contumelie dell’ex compagno di Daniela Santanchè? Perdere la fiducia degli italiani per le incursioni di un ex giovane politicante con il vizio del moijto? Ma dai.

LEGGI ANCHE: Ora salviamo Silvia Romano da Feltri e Sallusti

Anche la storia della liberazione di Silvia si presenta con una discussione demenziale. La domanda vera è se questa liberazione poteva essere ottenuta quando vicepremier era il noto “cazzaro verde” risparmiando sofferenze alla ragazza e se non sono venuti dal leghista input a non darsi troppo da fare per portare la ragazza qui da noi. Troppi moralisti non dicono la verità agli italiani. Io non voglio salire in cattedra, collocazione che non mi appartiene. Vorrei semplicemente suggerire a Zingaretti and company di mettere l’orologio su un giorno e un’ora precisa e arrivato quel momento scatenare l’inferno.

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Velo, riscatto, conversione: le polemiche sul ritorno di Silvia Romano

L'arrivo a Ciampino vestita da donna musulmana e il nuovo nome Aisha scatenano la Rete. Mentre per Salvini «è stato uno spot gratuito ai terroristi». E aggiunge: «Se fossi stato al governo avrei tenuto un profilo più basso».

La conversione, il riscatto, il velo. E quel nome – Aisha – assunto durante la prigionia. Non si placano le polemiche, social e politiche, su Silvia Romano rientrata in Italia il 10 maggio dopo 18 mesi di prigionia.

In Rete è un fiorire di analisi psicologiche sulla scelta della cooperante italiana di abbracciare l’Islam, come fa notare su Twitter Marco Cappato.

Attacchi violenti che possono essere riassunti dal post, poi rimosso, del vicepresidente dell’Assemblea regionale del Veneto Massimo Giorgetti (FdI) che domenica aveva commentato: «Ora avremo una musulmana in più e 4 milionin in meno. Un affare proprio»

SALVINI: «SPOT GRATUITO AI TERRORISTI»

Anche Matteo Salvini unedì è tornato all’attacco. «Il giorno della festa è il giorno della festa e salvare una vita è fondamentale, ma se mi chiede come mi sarei comportato al governo io, probabilmente, avrei tenuto un atteggiamento da parte delle istituzioni più sobrio, un profilo più basso», ha detto parlando a Rtl 102.5. «Perché mettetevi nei panni di quei terroristi islamici maledetti che hanno rapito questa splendida ragazza: l’hanno vista scendere col velo islamico, ha detto che è stata trattata bene, ha studiato l’arabo, letto il Corano, si è convertita, in più hanno preso dei soldi, io penso che un ritorno più riservato avrebbe evitato pubblicità gratuita a questi infami che nel nome della loro religione hanno ammazzato migliaia di persone». Certo, ha aggiunto il segretario della Lega, «qualche domanda deve avere una risposta. In Kenya le donne valgono molto meno dell’uomo perché l’uomo può sposare quante donne vuole e la donna no, visto che c’è la poligamia per legge, e i soldi che sarebbero stati pagati per il riscatto sarebbero stati incassati da questa associazione terroristica al-Shabaab che con attentati e autobombe ha ucciso migliaia di persone».

IL POST DEL CONSIGLIERE REGIONALE LEGHISTA IN ABRUZZO

Nella Lega i toni però sono stati ben diversi. Come dimostra il post su Facebook del consigliere regionale in Abruzzo e sindaco di Ovindoli Simone Angelosante che aveva commentato: «Avete mai sentito di qualche ebreo che liberato da un campo di concentramento si sia convertito al nazismo e sia tornato a casa in divisa delle SS?».

Avete mai sentito di qualche ebreo che liberato da un campo di concentramento si sia convertito al nazismo e sia tornato a casa in divisa delle SS?

Posted by Simone Angelosante on Monday, May 11, 2020

«L’ho sentita questa mattina su Radio Maria, non sono l’unico a pensarla così», si è poi giustificato. «Non mi sembra di aver detto niente di negativo, ho solo riportato un dato storico e oltre tutto non ho fatto nessun nome della ragazza. Ma comunque è una idea che gira sulle radio nazionali».

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L’Italia affonda e i politici si danno all’avanspettacolo

Salvini sogna un fantagoverno con Draghi. Di Matteo e Bonafede litigano poi si riappacificano come Hunziker e Botteri. Bellanova propone la regolarizzazione dei lavoratori immigrati ma non sente i produttori. Buttandola in caciara il Paese però va a rotoli.

La destra la vuole buttare in caciara. Spera in un rimescolamento di carte che porti alla crisi del governo Conte con due ipotesi di soluzione: a) un governo Draghi di cui Matteo Salvini sia socio maggioritario; b) nuove elezioni con un governo Salvini-Meloni.

Nessuna delle due ipotesi si realizzerà. Sergio Mattarella ha detto con chiarezza che fra i tempi lunghi di una crisi di governo e i tempi lunghi di un voto anticipato è più democratico scegliere questa ultima soluzione. Inoltre Salvini, quando è sobrio, dovrebbe essere realista: come gli viene in mente che un uomo dello spessore di Mario Draghi accetti di avere lui, incompetente su tutto, come sodale?

Infine il voto: sicuri che vincerà il centrodestra con Salvini e il disastro lombardo? Dubito fortemente. Questa agitazione costante della destra sta portando vantaggi a Giorgia Meloni, che urla molto ma va più nel merito mentre paradossalmente i 5 stelle si riprendono i voti grillini andati ai leghisti.

GLI APPIGLI DI LEGA E ITALIA VIVA PER FARE CADERE CONTE

Fa oggi uno sforzo generoso Pietro Senaldi, direttore per conto di Vittorio Feltri di Libero, nel tentare di argomentare la forza politica ancora intatta di Salvini. La realtà è che Salvini è un sopravvissuto di una stagione politica che la crisi economica spazzerà via. Anche se avremo moti di piazza, saranno anche contro di lui. Servono a destra e a sinistra uomini o donne che sanno, che sanno fare, che non siano mutevoli, che siano presenti a loro stessi. La Lega ne ha almeno un paio e quando capirà che cambiare leader non è traumatico, darà il benservito al ragazzo che voleva fare il fenomeno. C’è tale insipienza nella Lega, e in parte anche in Italia viva, che la crisi del governo Conte viene cercata su due questioni che limpidamente mostrano un altro aspetto dell’Italia che non ci piace.

I MAGISTRATI FACCIANO SOLO I MAGISTRATI

Prendiamo il caso Bonafede-Di Matteo. Io non so quanto valga questo Di Matteo, so che si lamenta sempre, che a furia di lamentarsi fa una gran carriera, so/sappiamo che per non avere ricevuto in posto che desiderava (la direzione delle carceri) ha sputtanato il suo ministro in tivù. Uno così lo si protegge dalle eventuali minacce della mafia ma lo si caccia dalla magistratura. Ha violato regole, leggi, comportamenti. È il tipico rappresentante di quell’antimafia nociva su cui si sofferma spesso il professor Giovanni Fiandaca, fior di giurista. Bonafede, per frilletto che sia, va difeso perché è il limite istituzionale alla prepotenza dei magistrati. Ci vorrebbe un patto fra tutte le forze politiche di non nominare più magistrati fuori da incarichi nel loro recinto. Troppi danni, troppe malefatte, troppi silenzi. Tuttora si parla della Diaz di Genova ma è stato messo a tacere tutto su Bolzaneto. A dirigere le carceri ci vuole un uomo giusto e severo non un angelo vendicatore. I mafiosi vanno trattati da carcerati che hanno diritti non da persone da accompagnare alla morte. Noi non abbiamo la pena di morte. Le forze dello Stato li prendono e li chiudono, con la dovuta capacità di controllo, in celle ma da lì scatta l’umanità. Non devono uscire fino a fine pena, ma non devono essere buttati in un fosso nero. Il Fatto ora ci annuncia che Bonafede e Di Matteo si sono riappacificati come Michelle Hunziker e Giovanna Botteri. No, non va così.

BELLANOVA HA RAGIONE, MA BASTA SHOW

Seconda questione, quella degli immigrati nei campi. Ha ragione Teresa Bellanova (talvolta capita) ma invece di fare annunci con accompagno di minacce di crisi, perché non ha chiamato le organizzazioni agricole, i maggiori produttori, soprattutto veneti per chiedere loro un aiuto per affermare la necessità che i campi siano lavorati e che chi li lavora abbia diritti? Si è scelto lo spettacolo. E ridendo e scherzando l’Italia va a rotoli.

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Il centrodestra si ricompatta e presenta una mozione di sfiducia al ministro Bonafede

Il governo è sotto il fuoco incrociato. Dopo le picconate di Matteo Renzi, la polemica sulla regolarizzazione dei lavoratori immigrati..

Il governo è sotto il fuoco incrociato. Dopo le picconate di Matteo Renzi, la polemica sulla regolarizzazione dei lavoratori immigrati che divide la maggioranza e le parole di Nicola Zingaretti («se il governo non ce la fa si va al voto»), arriva la spallata di Matteo Salvini e soci.

Il centrodestra si è infatti ricompattato per presentare una mozione di sfiducia unitaria al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. «Conto che anche dentro la maggioranza qualcuno si stia ponendo la stessa domanda» sull’utilità della permanenza al governo del ministro, ha spiegato Matteo Salvini. «Un ministero così importante deve garantire che i mafiosi vengano portati in galera non fuori dalla galera».

Salvini è poi tornato sulle dichiarazioni di Nino Di Matteo «che hanno sollevato ombre sul ministro». «Non so chi abbia ragione dei due ma entrambi non possono averla. Quindi uno dei due ha torto. Questa storia è solo l’ultimo degli oltraggi alla lotta alla mafia e alla ‘ndrangheta e alla camorra. Un mondo ormai abbandonato a se stesso».

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Dal coronavirus alla Germania contro la Bce: quanto chiacchierano gli italiani

Peppino Caldarola commenta i temi più discussi nel nostro Paese, soprattutto da chi si crede colto.

Quanto piace la chiacchiera agli italiani, soprattutto a quelli che credono di essere colti. Oggi tocca allo Stato. Sono tutti preoccupati che ce ne sia troppo, anzi che stia tornando in voga. Peccato che solo con lo Stato il paese si sta salvando dalla pandemia grazie agli ospedali pubblici (pagati da noi che paghiamo le tasse). Questa crisi sanitaria dovrebbe essere la tomba (politica) per chi prevedeva più sanità privata, pochi medici di prossimità chiusura degli ospedali di zona.

SIAMO TUTTI VIROLOGI

Chiacchierano molto anche i virologi (in tv più di Vittorio Sgarbi e Senaldi) e con loro tutti gli italiani anche quelli che scambiano vaccino con terapia del plasma, dicendosi sicuri che l’epidemia sta tornano oppure, con altrettanta sicumera, che il Covid si sia indebolito.

QUELLI CHE SCAPPANO AL SUD

Il Sud c’entra sempre. Peccato per molti nordisti, infatti, che la crisi sia solo lombarda eppure i treni sono assaltati da meridionali che creeranno casini e giù con le foto. Che sono quasi tutte false.

GOVERNO CONTE VS GOVERNO DRAGHI

Tema appassionante è la caduta del governo Conte e la nascita del governo Draghi. Peccato che Mattarella, che è l’unico che nomina il premier che poi verrà votato dal parlamento, da mesi dice che dopo Conte c’è il voto. Molti però argomentano che di fronte a una crisi paurosa toccherebbe a Draghi. Fossi Draghi toccherei ferro o più giù.

ZAIA È MEGLIO DI SALVINI

La passione delle ultime ore è Zaia. Zaia è meglio di Salvini. È del tutto evidente. Tutti sono meglio di Salvini, lo sa anche la sua famiglia. Solo che la Lega prima di ammettere di avere al vertice un facinoroso inadeguato ci penserà decine di volte. Neppure la Lega può permettersi una crisi interna.

LA CATTIVERIA DEI TEDESCHI

Infine, fresca fresca, la discussione sull’Europa e i cattivi tedeschi. Sorpresa per la decisione dell’Alta corte germanica. Ma sorpresa de che? Si sa che una gran parte dell’establishment tedesco vuole comandare o liberarsi dell’Europa. Sono i più ricchi, ma anche i più stupidi. Senza il loro sì il meccanismo di salvataggio europeo salta e con quello salta l’Europa. Il giorno dopo la piccola Europa del Nord sarà preda della Cina oppure Trump se la mangerà come un piatto di crauti. Tutti però si appassionano alla cattiveria dei tedeschi, alla loro irriconoscenza. Peccato che si ignora che nel mondo c’è una cosa, e per fortuna che c’è, che si chiama “conflitto”. È in atto, ma non è una notizia, un conflitto in Germania fra europeisti e non europeisti, fra chi pensa che l’Italia sia solo Rimini (bellissima città) e chi invece immagina di aver bisogno della piccola impresa lombardo-veneta, dell’agricoltura meridionale, dei porti meridionali che allontanano lo spettro dell’immigrazione.

MENO CHIACCHIERE E PIÙ LUNGIMIRANZA

Stiamo dibattendo come se i tedeschi fossero tutti brutti sporchi e cattivi. No, è più semplice, ci sono molti cretini in cima all’establishment teutonico che stanno facendo il male dell’Europa e della Germania. Sarebbe più semplice, invece, affrontare le cose con pazienza e lungimiranza e avere un doloroso piano B in caso di tradimento tedesco. C’è l’Europa del Sud, piccola cosa, ma da qualche parte si potrà ripartire, poi non sarà la prima volta che i tedeschi partono in quarta e le prendono. Ricordare sempre che i tedeschi non hanno mai vinto niente. Non è così per i cinesi che hanno avuto il regalo della presidenza Trump. Gli elettori non si offendono, lo so, ma vorrei incontrare un elettore di Trump e guardarlo negli occhi, intensamente e dirgli: «Voi americani eravate un mito per noi: come cazzo vi siete ridotti». Ho solo paura che lui in un italiano approssimativo mi risponda: «Parli tu che c’hai Salvini?».

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Tutti i danni che la pandemia sta facendo al racconto sovranista

All'inizio i nazionalisti esaltavano l'idea di Stato contro l'immobilità di Bruxelles. Ma la diffusione del coronavirus ha dimostrato che mettere confini e frontiere è impossibile. Ora la palla passa all'Ue: se darà una risposta economica consistente nella fase 2, assesterà un altro duro colpo a Trump, Salvini e soci.

Aiutati in un primo tempo, danneggiati ora, non si sa domani. Questo in sintesi l’impatto della pandemia di coronavirus sui partiti sovranisti, cioè nazionalisti. In Europa e negli Stati Uniti, dove il neo-nazionalismo più che da un partito è incarnato dal presidente Donald Trump e da vari gruppi privati che lo sostengono, i sovranisti sono impegnati da circa 10 anni nell’attacco alla globalizzazione, non sempre sbagliato. E anche a ciò che resta delle strutture ispirate dal pensiero internazionalista del secolo scorso, a partire dall’Unione europea. È un quadro dal quale non si può lasciare fuori i due protocampioni del nazionalismo contemporaneo, la Russia di Vladimir Putin e la Cina di Xi Jinping, che affermano il concetto di nazione come l’unica vera base della convivenza internazionale. Un internazionalismo dei nazionalismi, insomma. Chiaramente, i maestri di Matteo Salvini e di vari altri.

IN PRINCIPIO FU IL RITORNO ALLA GRANDE DELLO STATO

Alla prima chiusura delle frontiere e alle prime norme che limitavano movimenti e chiudevano attività economiche, fine febbraio e primi di marzo in Europa, si è parlato subito di un ritorno alla grande dello Stato, che agiva, mentre l’Unione europea stava a guardare. Non solo, Bruxelles impiegava vari giorni a dare segnali chiari di avere preso coscienza della gravità della situazione, e non era pronta a richiamare subito all’ordine e alla solidarietà europea quei Paesi che bloccavano gli stock nazionali esistenti di mascherine e altro materiale sanitario, non aiutando i partner. Un successo dello Stato-nazione che esiste mentre l’Unione cerca solo di esistere, a volte inutilmente.

SOSPENSIONE PERSINO DI SCHENGEN

Si assisteva a un trionfo delle frontiere in chiave sanitaria e alla sospensione della libera circolazione stile Schengen. In Italia questo consentiva ad alcuni leader politici, in particolare a Giorgia Meloni, di mettere il dito nella piaga di un’assenza di normativa sanitaria comune, dimenticando che tutta una serie di Trattati, Maastricht, Amsterdam e Lisbona, chiaramente assegna agli Stati nazionali piena competenza in materia sanitaria. E nessuna competenza se non marginale, a parte un vago concetto di “coordinamento” senza effettivi poteri, a Bruxelles. Lo Stato c’è, Bruxelles non si sa, questa la prima lezione.

MA NON C’È CONFINE CHE ARRESTI IL CONTAGIO

L’Italia era nella prima linea sanitaria ed è stata quindi fra i primi a produrre alcune riflessioni. Roberto Esposito, filosofo teoretico alla Normale di Pisa, riflette da anni sul concetto di bio-politica, sulle conseguenze cioè dei maggiori problemi sanitari sulla società. Lanciava a metà marzo in alcune interviste un messaggio chiaro: «Il virus ha dimostrato che il sovranismo è impossibile, poiché non c’è confine che possa arrestare un contagio del genere», diceva per esempio all’Huffington Post. Per aggiungere subito però che i sovranisti torneranno presto alla carica ribadendo la sacralità delle frontiere e delle identità nazionali, difese inalienabili in un mondo ostile. Esposito è fra i più noti e apprezzati filosofi contemporanei a livello internazionale, e fa ciò che da sempre fanno i filosofi di rango, cerca di capire cioè dove va il mondo.

IN TUTTA EUROPA IL FRONTE SOVRANISTA CALA DEL 3-4%

Passata la fiammata statalista, si è visto come la natura “globale” della pandemia danneggi per ora la linea sovranista. Come si fa infatti a esaltare risposte nazionali, e considerare solo queste, quando il nemico al pari del degrado ambientale vola sopra le teste degli uomini e sopra le frontiere? Una analisi condotta una decina di giorni fa e con sondaggi fino a tutto il 21 aprile dall’edizione europea del quotidiano online Politico, vede un calo su tutto il fronte dei sovranisti, attorno al 3-4% per esempio per forze come la Lega e la tedesca AfD (Alternative für Deutschland), mentre risultano in controtendenza i partiti nazionalisti di Polonia e il Fidesz ungherese e Fratelli d’Italia. In calo anche il Rassemblement national di Marine Le Pen. Premiati in genere i governi, che agiscono, penalizzate le opposizioni sovraniste, che non possono fare altri che andare a caccia degli errori dei governi. E hanno l’handicap “filosofico” di offrire inevitabilmente risposte soprattutto nazionali e una maledizione globale.

I COSTI DELLA RICOSTRUZIONE POSSONO FORNIRE NUOVI ASSIST

Non è detto però che questo handicap duri a lungo perché le enormi difficoltà e i costi della ricostruzione offriranno presto spazi ai sovranisti, in particolare in Europa. Dipenderà molto dalla consistenza e dai tempi della risposta Ue, una volta varato il piano complessivo che è stato promesso entro il primo giugno. Come noto è composta da iniziative già annunciate e articolate su Mes (Meccanismo europeo di stabilità, cioè il Fondo salva Stati), Sure (aiuti anti-disoccupazione) e Bei (Banca europea degli investimenti) e dal Recovery Fund, quest’ultimo sembra formato da 320 miliardi di euro utilizzati per raccogliere sui mercati, con obbligazioni, una cifra ben più consistente, da dare ai Paesi in parte come prestiti e in parte come aiuti. Se sarà una massa percepita come consistente e sufficiente ne deriveranno danni notevoli per i sovranisti, poiché il loro messaggio finale è che l’Europa, “questa Europa”, non c’è e quando c’è fa poco o fa danni. Se sarà qualcosa di insufficiente o di non facile da capire cavalcheranno il tutto alla grande.

DA SALVINI SOLTANTO SOLUZIONI POPULISTE

Salvini ha già delineato la strategia in un recente intervento su Il Sole 24 Ore. Chiede – sono tre anni almeno che lo fa, ma ora il tutto viene rilanciato dalla pandemia – il “finanziamento monetario” degli interventi economici. Che sia cioè la Bce a pagare creando moneta. È un chiodo fisso dei nostri sovranisti, e come vediamo subito non sta molto in piedi ed è il punto che più di tutti li qualifica come populisti: soluzioni semplici (e inesistenti) a problemi complessi. «Se l’Unione», scrive ancora infatti Salvini, «con le sue istituzioni rifiutasse di fare quanto indispensabile per la salvezza delle economie degli Stati membri, sarebbe stata lei a spingere questi Stati su strade diverse per assicurare la sicurezza economica, il benessere e la pace sociale dei propri cittadini». Come dire, io ho la ricetta, se non ci pensa la Ue facciamo come dico io.

RICETTE BASATE SU RICATTI, BLUFF E OMISSIONI

È l’eterno antagonismo salviniano con una Bruxelles di cui non si sente minimamente parte. È un ricatto, ma va valutato seriamente. Da un lato viene proposto come se non si sapesse che la Bce, che peraltro sta tenendo l’Italia a galla sui mercati con gli acquisti di titoli, non può monetizzare apertamente la spesa di uno o più Paesi data la sua natura di banca centrale comune. Dall’altro si tratta di un bluff a uso di chi vuole crederci, perché la soluzione si fonda su un ritorno alla lira e a una Banca d’Italia che finanzia senza limiti il Tesoro e la spesa pubblica. Con una Paese già fortemente indebitato e con la storia della lira alle spalle (150 lire circa per un marco tedesco nel 1968, cambi fissi di Bretton Woods, 1.223 lire nel marzo 1995) basterebbero poche settimane a far crollare i cambi e schizzare l’inflazione. Ma Salvini questo, al suo affezionato pubblico, non lo dice.

PURE TRUMP VITTIMA DELLE SUE IDEE IRREALISTICHE

Fra quanti la pandemia ha lasciato per ora scoperti c’è anche Trump. Rifiuta il principio stesso della collaborazione internazionale se non come deal caso per caso e il risultato è che la crisi da Covid-19 è la prima da oltre un secolo che non vede gli Stati Uniti attivarsi per una risposta comune. La stessa azione di Washington contro l’Organizzazione mondiale della sanità, accusata giustamente di avere troppo assecondato i racconti cinesi sul virus, sarebbe molto più efficace e costruttiva se fatta alla guida di un fronte internazionale. E questo vale anche per l’azione contro Pechino, per chiedere ai cinesi di porre fine a pratiche commerciali (animali vivi di ogni genere allevati per consumo alimentare in condizioni igieniche pessime) che sono da secoli riconosciute come incubatrici di nuove malattie. Ma anche Trump è per l’internazionalismo dei nazionalismi e, vittima delle sue idee irrealistiche, sta offrendo il fianco alla strategia russa e cinese di attacco a un secolo di diplomazia americana basata invece sul controllo il più possibile collettivo dei nazionalismi. E a questo punto come fa un nazionalista a pretendere di mettere il becco su come la Cina alleva e vende topi, bisce e pipistrelli?

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I sondaggi politici elettorali del 4 maggio 2020

Salvini e Berlusconi lasciano sul campo rispettivamente lo 0,9% e lo 0,8%. In crescita invece Fratelli d'Italia e il Movimento 5 stelle. Stabile il Pd. Tutti i numeri diffusi da Swg.

Occupare il parlamento non ha regalato nuovi consensi alla Lega di Matteo Salvini. Anzi. Secondo le rilevazioni di Swg per il TgLa7 il Caroccio negli ultimi sette giorni ha perso lo 0,9%. Tutt’altra storia per Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni che porta a casa un +1,1%. Stabile invece il Pd che dal 20,3% passa al 20,2%. Va meglio al Movimento 5 stelle che in una settimana ha guadagnato quasi un punto percentuale (+0,8%). Segno meno anche per Forza Italia di Silvio Berlusconi che si attesta sul 5,3% (era al 6,1% il 27 aprile). Non può fare i salti di gioia nemmeno Matteo Renzi che con Italia Viva scende al 3% perdendo per strada lo 0,4% dopo il suo attacco a Conte in Senato.

IL SONDAGGIO FAKE DI DOMENICA 3 MAGGIO

Questi i dati ufficiali dopo che nel pomeriggio del 3 maggio un falso sondaggio attribuito alla stessa Swg ha iniziato a circolare su Twitter. I dati segnalavano un crollo dei voti della Lega e di Fratelli d’Italia, rispettivamente del 4,7% e dell’1,8%, e il sorpasso sia del Partito Democratico che del Movimento 5 Stelle sul Caroccio. Numeri che Swg ha subito smentito: «La slide in circolazione stasera con proprio marchio è totalmente falsa e contiene quindi dati non veritieri. Il prossimo rilascio di dati autentici avverrà la sera di lunedì 4 maggio come di consueto durante il tg de La7 diretto da Enrico Mentana. SWG spa tutelerà la propria immagine in tutte le sedi e presenterà formale denuncia per l’accaduto alle autorità competenti», si legge sul profilo Twitter ufficiale della società.

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Come combattere il colpetto di Stato delle destre

C'è un progetto eversivo spinto dalla rivolta delle Regioni. Con Salvini che vuole sostituire Conte in piena epidemia di coronavirus. Mentre nel Paese cova un senso di ribellione. Solo Zingaretti e Mattarella possono richiamare al rispetto delle regole.

Temo si stia sottovalutando l’enorme progetto eversivo che è in atto con la rivolta delle Regioni, soprattutto del Nord, guidate, pensate un po’, dalla Calabria di Jole Santelli, donna di passioni, democratica, sicuramente non guidata, in questo caso, da Silvio Berlusconi ma spinta da quel nemico dell’Italia che dirige la Lega che, memore del “boia chi molla”, vuole immolare truppe meridionali per il suo assalto a Palazzo Chigi.

IN LOMBARDIA DUE SOLDATINI DI SALVINI

L’obiettivo è far cadere Giuseppe Conte e di farlo cadere nel pieno dell’epidemia coronavirus. Non dopo, ora e subito. Hanno da tempo cominciato la rivolta alcune regioni del Nord, segnatamente la Lombardia diretta da due personaggi politicamente e amministrativamente incapaci, guidati come soldatini da Matteo Salvini. Ora che siano a un passo da una specie di accordo europeo, a una fase presentata mediaticamente male ma reale di fuoriuscita dalla fase 1, c’è l’attacco finale.

DRAGHI NON SI FACCIA FREGARE DAI DUE MATTEI

Deve essere chiaro, e sono con vinto che lo sia, soprattutto a Mario Draghi, che essere portato al governo da Matteo Renzi e Matteo Salvini è un brutto viatico. Caro Draghi, la stanno “mascariando”, rifiuti. Lei è quello che è, quei due sono due facinorosi. Il danno per il Paese è già enorme. Cova un senso di ribellione profondo. Non è vero che in questi due mesi gli italiani si siano pacati. Si sono incazzati. E hanno ragione.

Mario Draghi (Getty Images).

INTANTO LE BANCHE FANNO LE BELLE STATUINE

Non troveranno i loro negozi e le loro attività, come si è visto andranno nelle mani di usurai perché le banche fanno le belle statuine e in più non si sentiranno tranquilli di fronte a un virus che continua a girare ferocemente fra di noi.

QUESTA DESTRA DIFFAMA L’ITALIA

Conte ha commesso troppi errori. Troppi “io”, troppa poca sostanza. Servivano silenzio e mascherine, silenzio e tamponi, silenzio e ventilatori, silenzio e assunzioni di medici. Non è dalla tivù che si scaccia il coronavirus. La destra non gli perdona il tradimento perché ancora non vuol vedere che se è cascata dal governo è stata colpa di un leader ubriaco fradicio. E da allora attacca, non fa proposte, diffama l’Italia – lo fa anche Renzi – pur di far cadere Conte.

I deputati della Lega hanno occupato l’aula di Montecitorio.

OPERAZIONE DI AVVELENAMENTO DEI POZZI

È una guerra senza limiti che non ha un primo tempo – salviamo il Paese – e un secondo tempo – ora facciamo i conti. Vogliono avvelenare i pozzi e contano anche su una pubblica opinione stanca di ministri e sottosegretari che parlano a vanvera (gli affetti stabili, gli amici ma veri eccetera, ma state un po’ zitti!).

ZINGARETTI DEVE IMPORRE IL RISPETTO DELLE REGOLE

La partita è nelle mani di due sole persone. La prima è un capo politico, Nicola Zingaretti. Lo descrivono come lento e timoroso. Io lo stimo. Si è comportato bene. Ora ponga l’ultimatum, chiami lui i partiti, tutti, e dica a tutti, con chiarezza, che per alcuni mesi si rispettano le regole, si discute ma si rispettano le regole e che le Regioni, per come sono, si stanno rivelando la peggiore riforma repubblicana. Viva i sindaci!

Il segretario del Pd Nicola Zingaretti.

MATTARELLA A DIFESA DELLO STATO UNITARIO

Se Zingaretti convince i suoi contraddittori all’armistizio bene, sennò scateni una guerra mondiale nel Paese raccontando tutto sulla Lega, cosa che andrà comunque fatta in campagna elettorale. La Lega di Salvini va indicata come la disgrazia dell’Italia. Il presidente Sergio Mattarella, che è il capo delle Forze armate, generosamente impegnate durante la pandemia, dica alle Regioni rivoltose che non accetterà che si rompa lo Stato unitario. La ricreazione è finita.

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Attaccando Conte, Renzi dimostra di non saper fare politica

Vuole far fuori il premier avviando una sorta di unità nazionale. Ma si può fare una maggioranza da Nicola Zingaretti a Matteo Salvini? Sarebbe criminale. Non ha mai capito che non bisogna far cadere i segretari o i premier della propria parte, serve far cadere quelli degli altri.

Se Matteo Renzi fosse quel genio della politica che dicono i suoi, ormai pochi, ammiratori dovrebbe capire che lanciarsi a testa bassa contro Giuseppe Conte è un errore capitale. Il premier divide, ma nella divisione c’è una parte del Paese che ha imparato ad avere fiducia in lui. I suoi critici gli addebitano cose diverse: l’eccessivo protagonismo personale, la contraddittorietà delle scelte, l’inafferrabilità dei progetti futuri. Continuo a pensare che se invece di far trapelare che, in caso di quarantena finita, cosa a cui  nessuno chiede, ci sarebbero centinaia di migliaia di persone in terapia intensiva, e dicesse che monitorizzerà i nuovi casi e le nuove zone rosse chiudendo là dove è necessario, sarebbe più convincente.

Ci sono realtà in cui il virus è arrivato poco o sminchiato. In una grande città come Roma – a parte un hotel di immigrati e qualche residenza di sacerdoti – praticamente c’è un caso ogni 150 mila persone. Si legifera erga omnes perché nessuno ha il coraggio di dire che quando i cittadini avranno mascherine a sufficienza, quando i tamponi saranno nel numero giusto per “inseguire” i contagiati e metterli in sicurezza e noi con loro, saremo fuori dell’epidemia per come si presenta in questa fase. Dappertutto si fa così.

L’idea dei virologi che si apre tutto solo a contagio 0 è un sogno da scienziati. Fino al vaccino non sarà mai possibile. In questo contesto vengono fuori le debolezze di Conte fra cui la maggiore, non dirige le Regioni e temo una parte dello Stato. Quel genio di Renzi vuole tagliargli la gola avviando una sorta di unità nazionale. Si può fare una maggioranza  da Nicola Zingaretti a Matteo Salvini? Sarebbe criminale.

A RENZI SERVIREBBE CORSO DI POLITICA A FRATTOCCHIE

Renzi, se vuole essere utile, dovrebbe trattare con la Lega con un unico tema: se ci portate Salvini alla trattativa, non si fa nulla. Cambiate i leader, portate una persona, anche la più cattiva di voi, ma che sia un uomo, un soggetto stabile, uno che non beve, e con lui possiamo immaginare il dopo Conte, se Sergio Mattarella autorizzerà. Salvini è quello che è: non un uomo brutto sporco e cattivo che non piace alla sinistra radical mentre è amato dal popolo. Salvini è la destra che non vuole governare e che non lo saprebbe fare. Non a caso è stato osannato da uomini di chiacchiera come Vittorio Feltri e vecchi arnesi della politica politicante come il cardinal Ruini. Teniamoci Giorgia Meloni, s’avanzi il leghista che più odia la sinistra ma facciamo una partita fra esseri umani. È per questo che, caro Renzi, ti terrai Conte, perché per fare politica non bisogna far cadere i segretari o i premier tuoi, devi saper far cadere quelli degli altri. Ma questo avrebbe richiesto un “breve corso” a Frattocchie che quattro chiacchiere al bar con Roberto Giachetti.

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Se la destra non si libera di Salvini molto presto sparirà

La destra vera è una realtà pesante nella nostra storia, piena di idee, di intellettuali, di governanti. La Lega ne è piena. Il suo capo basa la sua ideologia nel “feltrismo” del nordista aggressivo e fa dell'opposizione italiana la peggiore del mondo.

Il governo ha le sue colpe, i suoi limiti di fonte a un evento inaspettato, gravissimo, mondiale. Le critiche al governo e al suo leader non sono mancate anche da questi miei post. Pochi osservano però un dato unico al mondo. È l’unico governo che ha contro una opposizione totalmente priva di proposte e con una attitudine a giocare alla sfascio. In nessun Paese europeo, né in Gran Bretagna, né nel durissimo scontro fra Donald Trump e i Democratici sono stati raggiunti i livelli di incompetenza (a parte le ultime uscite del presidente Usa) e di ferocia politica prodotta dal due Salvini-Meloni.

Non mi voglio occupare di Giorgia Meloni dove spesso il tratto caratteriale enfatizza posizioni politiche che potrebbero ammorbidirsi. Mi riferisco a questo personaggio costruito dai media di destra e istruito alla tecnica della disinformazione, attratto dal clima di guerra civile che sta avvelenando il Paese.

Fateci caso, il prode Matteo Salvini ha sempre una proposta che dura 24 ore, non rinuncia mai alla demonizzazione di qualunque avversario, in ogni momento si dichiara pronto alle maniere forti contro chi lo contrasta o gli si oppone, trova nel “feltrismo” l’ideologia cialtrona del nordista aggressivo che non vivrebbe un giorno se i meridionali, in un sussulto di dignità, abbandonassero la principale regione del Nord. Salvini è l’unica persona in Italia con cui non si potrebbe firmare un accordo perché matematicamente lo violerebbe.

LA DESTRA È UNA REALTÀ PENSANTE DELLA NOSTRA STORIA

Io non credo che Salvini sia Mussolini. Non dico perché, sarei troppo elogiativo con Mussolini. Dico solo che al vertice dell’opposizione c’è un personaggio privo di morale. Se davvero governasse lui non si sa che cosa succederebbe a questo Paese. Oggi la lagna dei giornali di destra e dei feltristi è che bisogna difendere Salvini sennò cade la destra. Fatevelo dire da un vecchio incrollabile nemico: se resta Salvini, voi di destra andrete a farvi benedire. Una volta finito il coronavirus sia che al comando ci sia Conte sia che ci sia Mario Draghi sia che ci sia un generale, voi con Salvini sparite.

Salvini è unicamente il Papeete

La destra di Salvini è un materiale rimpicciolimento del cervello della destra vera che è invece una realtà pesante nella nostra storia, piena di idee, di intellettuali, di governanti. La Lega ne è piena. Anche nei giornali di carta noi leggiamo cose di destra scritte da persone pensose, di destra, che si possono non condividere ma esprimono amor di patria. Salvini è unicamente il Papeete. Liberatevene e torniamo a fare a botte (politicamente) voi di destra e noi di sinistra, ma con le regole del pugilato, sport nobile, e non con le urla scomposte di un uomo di cui la famiglia e altri congiunti, tipo la Chirico, “meridionale da cortile”, dovrebbero occuparsi con affettuosa pazienza e severità.

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Luca Zaia pronto a riaprire tutto il 4 maggio, forse prima

Dopo Fontana, anche il governatore del Veneto annuncia l'allentamento del lockdown. «O si muore con il virus o ci si convive». Intanto guadagna punti e potrebbe pestare i piedi a Salvini.

Riaprire tutto il 4 maggio. Ormai è diventato un mantra. Dopo l’annuncio del presidente della Regione Lombardia, seguito da una tempesta di polemiche visto il drammatico bilancio di morti e contagi, è arrivato quello del suo collega veneto.

«Se ci sono i presupposti di natura sanitaria dal mondo scientifico, dal 4 maggio o anche prima si può aprire con tutto», ha detto Luca Zaia. «Dal 4 maggio dobbiamo essere tutti pronti con dispositivi, regole, ovviamente negoziati con il mondo delle parti sociali e quello dei datori di lavoro. A me risulta che questo lavoro si stia facendo a livello nazionale con questa prospettiva. Non escludo che alcune attività possono essere anche messe in una griglia di partenza, magari, un po’ prima. Immagino che la dead line sia il 4 maggio».

TENERE CHIUSO O PUNTARE ALLA CONVIVENZA CON IL VIRUS

«Il vero tema oggi», ha spiegato il presidente della Regioe Veneto, «è tener tutto chiuso e morire in attesa che il virus se ne vada oppure puntare alla convivenza. A Wuhan è stato deciso di convivere e di aprire perché oltre un certo limite non è più sostenibile, sempre fatto salve le indicazioni del mondo scientifico. So per certo che il Comitato scientifico ha dato già le indicazioni, adesso attendiamo la risposta». Zaia ha fatto i compiti: «Abbiamo completato il nostro master plan per la riapertura, abbiamo voluto scrivere delle regole che siano uguali per tutti». Una road map che sarà discussa venerdì.

PREOCCUPAZIONE PER IL TURISMO

Un occhio particolare va al turismo, uno dei settori più colpiti dalla pandemia non trovando, ha detto Zaia, «imprenditori che vogliono rinunciare alla stagione estiva». Per questo si attende una risposta dal governo. «Ai nostri operatori turistici servono delle regole che non sono necessariamente e solamente quelle delle aziende delle fabbriche, dei negozi. Pensiamo al tema della balneazione, alla gestione della spiaggia, o al buffet dei bar».

ZAIA PREMIER? PER SALVINI MEGLIO GOVERNATORE

Intanto Zaia guadagna punti. Tanto che Matteo Salvini intervenendo a Prima Serata su Tva Vicenza alla domanda se il presidente del Veneto potrebbe essere un buon premier dopo l’emergenza ha risposto: «Potrebbe fare benissimo tante cose, è uno dei migliori che abbiamo nella Lega. Ma è una risorsa in futuro per tutto il Paese». Ma il suo posto, per ora, sembra essere ancora il Veneto. Dove, ha detto Salvini, «si può votare a luglio, a ferragosto, a metà ottobre e, senza essere veggenti, è facile prevedere che ci sarà un’ampia riconferma per lui e la sua squadra». Meglio insomma tenerlo a Venezia che rischiare di confrontarsi con lui in un futuro a Roma.

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Roma decide troppo e comanda poco: Conte esca di scena

Nonostante abbia dalla sua parte molti italiani, il premier ormai ha perso il controllo del Paese. Le Regioni vanno in ordine sparso. E un suo passo indietro lascerebbe politicamente nudi i Salvini e le Meloni colpevoli di una opposizione irresponsabile.

La situazione di Giuseppe Conte, presidente del Consiglio per caso e a capo di due governi con maggioranze opposte, si fa ogni giorno più complicata.

Molti cittadini hanno deciso di stare dalla sua parte. Il suo vantaggio è che dall’altra parte ci sono Matteo Salvini e Giorgia Meloni, due politicanti a cui nessuno affiderebbe l’Italia per evitare che ne facciano uso come hanno fatto della Lombardia.

Tuttavia i consensi che Conte ha accumulato sono fragili sia perché fronteggiano una marea umana e politica di ostilità molto combattiva sia perché dietro Conte c’è il nulla (lo dico senza aver intenzione di offendere Marco Travaglio e Andrea Scanzi).

LE REGIONI ORMAI VANNO IN ORDINE SPARSO

Il tempo che viviamo richiede governi forti, politicamente forti. Governi cioè che possano dare agli italiani indicazioni, direzione di marcia, idee, sicurezza. Conte non riesce a creare questa immagine di sé. È diventato più popolare. È indubbiamente una sorpresa nella politica italiana. Ha fatto, a mio parere, cose buone, ma non è l’uomo che potrà trascinarci fuori da questo casino.

L’affare Colao ha portato in prima linea tecnici di valore, ma ha creato una situazione di doppio governo che è al limite della Costituzione

Ci sono alcuni problemi che sembrano al di fuori della sua portata. Non riesce a esercitare da Roma un “comando” sul Paese. Ormai le Regioni vanno in ordine sparso. L’approvvigionamento di materiali sanitari è stato afflitto da una lentezza esasperante e si trema all’idea di come un governo così combinato potrà gestire in autunno la probabile e augurabile distribuzione massiva del vaccino. Le misure di distanziamento sono molto severe e il governo non si accorge, come non se ne accorgono anche gli esperti, che il Paese – che si è comportato benissimo – è sull’orlo di una gigantesca crisi di nervi. L’ affare Colao ha portato in prima linea tecnici di valore, ma ha creato una situazione di doppio governo che è al limite della Costituzione. Potrei continuare.

NESSUNO RINUNCIA ALLA MISERABILE POLEMICHETTA POLITICA

Tutto nasce dal fatto che l’Italia ha mostrato molte meraviglie e talenti in tanti campo ma tutte le sue miserie nella politica e nel giornalismo (fa testo lo scontro Casalino-Mentana). L’Italia invece ha bisogno di una premiership, di una maggioranza, di una opposizione che siano in grado di creare il big bang della solidarietà politica. L’Italia è sempre riuscita a trovare questa strada. Non c’è crisi dal Dopoguerra che non abbia visto forze opposte continuare a combattersi ma unite nella difesa della patria. Questa volta nessuno rinuncia alla sua miserabile polemichetta. Todos caballeros.

L’USCITA DI SCENA DEL PREMIER DISARMEREBBE GLI OPPOSITORI

Ecco perché servono due cose. La prima è un gesto di lungimiranza da parte di Conte. Si intesti l’uscita dalla fase 1 e lasci. Il Paese lo richiamerà, prima o poi. La seconda è che il capo dello Stato non potrà più fare la “rammendatrice” quando gli sbreghi politici e istituzionali si rivelano così laceranti. Deve dare al Paese un altro punto di riferimento. Deve darlo in modo che la cabina di comando sia rispettosa delle regole parlamentari e tenti di mettere assieme gli opposti. Con i facinorosi faremo i conti dopo. La stagione di Conte è arrivata al termine. La sua breve carriera si è fondata su un mutamento di alleanza che per molti italiani è una ferita. La sua dignitosa uscita di scena lascerebbe nudi, politicamente, i suoi oppositori che hanno mostrato una totale incapacità di saper gestire con responsabilità il ruolo di opposizione. Il Paese è al limite. Fingere di non saperlo è criminale.

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Con la cura Borghi-Salvini rischiamo la deriva argentina

L'Unione europea è tutt'altro che un paradiso, ma chi tifa per la sua fine o per una Italexit solo per vincere le elezioni ignora cosa accadrebbe al nostro Paese senza Bruxelles o la Bce. Una farsa che ci porterebbe dritti a una iperinflazione e, quindi, alla rovina.

Molti dicono che l’Europa non esiste ma ne parlano sempre. Cresciuti anche nel solco profondo del pensiero di Beppe Grillo, hanno come maestri di Twitter Matteo Salvini, Giorgia Meloni e altri.

Ci sarà a ore qualche “sistema innovativo” che sarà proibito chiamare eurobond ma in fondo per vie traverse lo sarà? Se sì, arriverà una nuova cessione, prima o poi, di sovranità. Lo sanno i sovranisti?

Le solite alchimie europee si sono riproposte con la quadratura del cerchio alla quale l’Eurogruppo (i ministri del Tesoro dei 19 Paesi euro) si è applicato nei giorni scorsi. È la seguente: trovare il sistema di offrire capitali che non vadano ad aggiungersi ai debiti nazionali, ma senza nessuno strumento formalmente e direttamente garantito da tutti, senza bond, cioè obbligazioni, offerte sui mercati finanziari.

PIÙ DELL’OLANDA, IL VERO NODO SONO LE ELEZIONI TEDESCHE

Il vero nodo ancor più dell’Olanda sono le elezioni tedesche di inizio autunno 2021, alle quali gli ipernazionalisti dell’AfD (gli amici di Salvini e di Meloni) non devono arrivare, secondo Frau Merkel, con il bazooka elettorale di un regalo fatto ora dalla stessa Merkel alle cicale del Sud Europa. AfD è entrata per la prima volta al Bundestag nel 2017 con 94 deputati. Se nel 2021 ne prendono 130 o 140 ogni discorso europeo è chiuso. Questa settimana vedremo che cosa decidono i capi di Stato e di governo.

CHI VUOLE LA FINE DELL’UE O L’ITALEXIT HA UNA VISIONE DEL FUTURO?

Realtà nazionali radicate nei secoli sono ben più profonde di una realtà multinazionale dove non si parla la stessa lingua, nata appena 70 anni fa su trattative e Trattati e che in vario modo lascia, anche questo viene sempre dimenticato, quasi tutta la sovranità nelle mani degli Stati-Nazione. L’Unione. Sarebbe meglio definirla “Unione”, virgolettata, più un desiderio che una realtà. Lo Stato è più vecchio e solido e soprattutto più sentito e familiare, per molti. Occorre decidere però se chi vuole la fine della Ue, per tutti o come solitaria scelta italiana, vede giusto, ha capacità per farlo e visione saggia del futuro. Quello che al momento stanno garantendo, purtroppo, è il clima gingoista, in chiave questa volta anti-Ue, che William James vedeva crescere negli Stati Uniti e in Europa a cavallo tra 800 e 900, un vocabolario guerriero «che spinge l’opinione pubblica a un punto tale che nessun leader politico riesce a fermare».

I FAN DELLA VIA NAZIONALISTA

L’Europa di Bruxelles, si sostiene da quel fronte, è una congiura tra le grandi banche e i tedeschi per dominarci, e per farlo meglio hanno imposto anche a noi l’euro. L’Europa di Bruxelles, sia chiaro, non è quella favola edificante che i bardi dell’europeismo, oggi più rari, volevano farci credere. Il caso greco, pur con tutte le responsabilità di Atene, insegna (2010-2015). Ma non è nemmeno quella che il circo equestre Salvini/Meloni più 5 stelle sovranisti – anche qui è Beppe Grillo che con la sua nota profondità di pensiero che li ha istruiti e coltivati – va raccontando e non da oggi, convinto ancora di poter conquistare sulle macerie dell’europeismo e sulle ali del nazionalismo il potere in Italia per un ventennio.

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Troppi italiani sono convinti che quella nazionalista sia l’unica via. Certamente è la più facile, regole semplici (frontiere, bandiera, lira…) che tutti capiscono. Lo dice anche Vladimir Putin, maestro d’elezione di Salvini e altri. Nella conferenza stampa di fine 2019 Putin ha ribadito che il patriottismo «è l’unica possibile ideologia in una moderna società democratica». Come nazionalista non ama l’Unione europea, struttura sovranazionale, come non la ama Donald Trump. Il nazionalismo esasperato, guarda caso, distrugge l’Unione, cosa che per motivi diversi perseguono entrambi. E a noi, starebbe bene? Questa è la domanda cruciale, al di là di tutte le carnevalate: a noi starebbe bene?

SE L’ALTERNATIVA SONO CINA E RUSSIA

Ripassiamo un po’ di storia, soffermiamoci un attimo sulla geografia, materia ormai negletta, diamo un’occhiata a che cosa è la nostra piccola Europa nel mondo di oggi, ormai senza più Pax americana. L’attuale Unione era il 20% abbondante del Pil mondiale nel 1986, il 17% nel 2014 e sarà poco più del 14% nel 2024, dice una media delle più accreditate analisi, perché gli altri crescono più di noi. E poi come italiani poniamoci una domanda: se ce ne andiamo dall’Unione europea, dove andiamo? C’è la Russia, c’è la Cina, dicono molti senza sapere bene che cosa dicono. Lasciare alleati a noi simili, semi-identici in qualche caso, vicini, grossi quanto noi o più piccoli, conosciutissimi, per metterci con altri lontani, enormi, diversissimi e nel caso russo con meno soldi di noi, nonostante le armi e le risorse naturali?

I TRE OBIETTIVI CON CUI NACQUE L’EUROPA DI BRUXELLES

L’Europa di Bruxelles nasceva tra il 1950 e il 1957 con tre obiettivi e tutti sotto l’ala della diplomazia americana, disposta ad avere un blocco alleato anche se sarebbe diventato commercialmente concorrente. Si trattava di cambiare alla radice la secolare dura ostilità Francia-Germania, mettendole al cuore dello stesso progetto. Si trattava di reimmettere in pieno nel sistema democratico i Paesi ex dittatoriali protagonisti principali dello scoppio della Seconda guerra mondiale, Germania e Italia. E si trattava di avviare un’economia continentale in un continente troppo piccolo per avere una trentina di Paesi sovrani, e fino ad allora economie sovrane e troppo in concorrenza. La grande tappa intermedia venne a fine Anni 80 con il Mercato Unico, il vero Mec, la fine della presenza russa in Europa centrale, la nascita dell’Unione e dell’euro, collante per tenere insieme i Paesi in una nuova realtà non più motivata dalla paura, dalla ingombrante presenza dell’Urss.

PRESI SINGOLARMENTE SIAMO NANI, GERMANIA COMPRESA

La geografia ci dice che insieme, i 27 Ue più Svizzera e Norvegia che di fatto partecipano allo stesso mondo socio-economico, abbiamo la metà della superficie degli Stati Uniti, metà di quella della Cina e poco meno di un quarto della superficie della Russia. E siamo in 29, con in media 146 mila chilometri quadrati circa a testa, in realtà con molti Paesi ben più piccoli, in dieci sotto i 50 mila chilometri quadrati. Nel mondo post-americano sta emergendo un triumvirato Usa-Cina-Russia, quest’ultima nostra vicina forte solo in armi e materie prime ma non in industria, e noi invocando il nazionalismo molliamo gli ormeggi comuni? Singolarmente siamo tutti dei nani, anche la Germania, come diplomazia e difesa.

LA MAGIA E LA FARSA PROPINATE DA BORGHI

Dire che la Ue è un disastro standosene ovviamente sulle generali fa molto “pensoso” e dire che non ci aiuta suona patriottico, anche se già adesso per noi stanno facendo enormemente di più, come cifre, Commissione e soprattutto Bce di quanto stia facendo chiunque altro. Comunque, a fronte di tanti “pensosi” connazionali proviamo a entrare in una macchina del tempo e a pensare che l’Unione europea scompaia di botto perché non è mai esistita. Tutti e solo Stati-Nazione, una trentina oggi come nel 1936, ad esempio. Niente Bce, per cominciare, con i suoi massicci acquisti di obbligazioni dello Stato e delle imprese sui mercati. Chacun pour soi nel vero senso delle parole. Così sarebbe la pandemia con un’Europa stile 85 anni fa. Soli, davvero soli.

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Magari! Questo dicono oggi i tanti nazionalisti doc e di ritorno italiani, sarebbe la condizione ideale. Il clou del loro pensiero è tornare a una Banca centrale nazionale che rinunci subito all’indipendenza dal Tesoro concordata in Italia nel 1981 e torni a sottoscrivere tutto il debito pubblico invenduto, asta dopo asta. «Non ci sarebbero più problemi», ripete da anni il leghista Claudio Borghi, stratega economico/monetario di Salvini, facendo scuola. Una magia e una farsa. Non funziona così. Una Banca centrale può creare tutta la moneta ritenuta compatibile (da chi? Da chi compera i titoli sovrani, naturalmente) con la forza dell’economia e dei conti nazionali, non in base alle necessità di un Tesoro senza freni. Se invece lo fa, parte l’inflazione e poi l’iperinflazione e quindi la rovina.

IL RISCHIO DI UNO SCENARIO ARGENTINO

Una eventuale regata in solitaria dell’Italia con Salvini timoniere, Meloni prodiere, Borghi mozzo e la lira come vela, ricorda quanto Chris Patten, l’ultimo governatore britannico di Hong Kong e da tempo rettore di Oxford, ha scritto alcuni mesi fa sulla ormai certa Brexit: «Le promesse e le rosee previsioni…verranno presto misurate sulla realtà. A quel punto non vorrei essere tra i capi brexiteer». I seguaci del grande timoniere, i tanti nostri sovranisti anti-Ue via tweet, farebbero presto a rinsavire leccandosi le ferite, ma dovrebbero prima rompersi il naso, rompendo anche il nostro. Il prezzo sarebbe altissimo per molte generazioni di italiani, perché si chiamerebbe Argentina. Un peso del 1945, prima di Juan Domingo Perón, vale 10 mila miliardi di pesos attuali circa, a forza di inflazione, riforme monetarie scacciazero e rotative, e nessuno vuole peso se non per pagare il caffè, chi può li cambia subito, e tutto funziona in dollari e….euro. L’Italia non è l’Argentina? L’Argentina era in vario modo molto più dell’Italia fino a 80 anni fa. La geografia è diversa, ma la cura Borghi/Salvini/sovranisti in genere è molto simile alla cura Perón. Chi si avvolge nella bandiera non ha solo per questo ragione.

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Salvini telefona a Mattarella: «Rammarico e indignazione» per le accuse di Conte

Dopo la conferenza stampa del premier, il leader della Lega chiama il capo dello Stato. E ribadisce il no al Mes «sotto ogni forma».

E Matteo Salvini chiamò Sergio Mattarella. Il leader della Lega aveva preannunciato la telefonata al Capo dello Stato subito dopo la conferenza stampa di Giuseppe Conte durante la quale il premier lo aveva accusato insieme con Giorgia Meloni di diffondere in modo irresponsabile fake news sul Mes.

«RAMMARICO E INDIGNAZIONE PER UN PREMIER CHE INSULTA LE OPPOSIZIONI»

Nel corso della telefonata al Quirinale, fanno sapere fonti della Lega, il segretario ha espresso «rammarico e indignazione» per un presidente del Consiglio che, è il ragionamento, ha usato la diretta tivù «non per informare e rassicurare gli italiani, ma per insultare le opposizioni (che sono netta maggioranza nel Paese) arrivando perfino a mentire, se non a minacciare. Come si fa ad avere un dialogo con chi si comporta così? Roba da regime sudamericano».

SALVINI HA RIBADITO IL NO AL MES

Dal governo, continuano le fonti del Carroccio, «noi e milioni di italiani ci aspettiamo risposte, ascolto e soluzioni, non polemiche o insulti». Al presidente della Repubblica Salvini ha quindi espresso grande preoccupazione per la situazione economica delle famiglie e delle imprese italiane, che dopo oltre un mese dalla chiusura non hanno ancora ricevuto un euro di aiuto dal governo e dall’Europa, ribadendo infine la contrarietà della Lega a qualsiasi utilizzo del Mes sotto ogni forma.

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La metamorfosi di Conte da avvocato degli italiani a capopopolo

Il premier in conferenza stampa attacca Salvini e Meloni per le fake news sul Mes. La leader di FdI lo accusa di bullismo. Il segretario della Lega dice che si rivolgerà a Mattarella. Pure Rosato di Iv storce il naso. Mentre le opposizioni chiedono la convocazione della commissione di Vigilanza Rai.

Era il 9 marzo quando Giuseppe Conte, dopo aver firmato il dpcm Italia protetta, indossava i panni dello statista e in una intervista a Repubblica citava nientemeno che Winston Churchill: «È la nostra ora più buia, ma ce la faremo».

È passato un mese, ma in Italia non si è ancora fatto giorno. E il coronavirus ci costringe alla proroga del lockdown fino al 3 maggio. Poi, si vedrà.

Ma il Giuseppe Conte che ha parlato alla nazione venerdì sera non era più quello dell’inizio della pandemia. Dimesso il sigaro churchilliano, con una allure più populista ha usato lo spazio non solo per presentare la “sua” task force per la Fase 2, ma anche per attaccare frontalmente Matteo Salvini e Giorgia Meloni colpevoli di diffondere bufale e fake news sul Mes.

CONTE CORRE NEI SONDAGGI

Del resto, giorno dopo giorno, dpcm dopo dpcm, conferenza stampa dopo conferenza stampa, l’avvocato del popolo ha guadagnato consensi. Secondo un sondaggio realizzato dall’Istituto Ixè per Cartabianca, l’8 aprile il gradimento del presidente del Consiglio è arrivato al 57%: 15 punti in più dall’inizio della quarantena e 17 dall’inizio dell’epidemia. Mentre il suo governo veleggia sul 54%. Dietro di lui, Meloni con il 38% e Salvini al 33%. Forse ha pensato di usare il vantaggio per sferrare il colpo.

MELONI: «FACILE FARE IL BULLO CON LA TIVÙ DI STATO»

Durissime le reazioni a caldo dei due interessati. «È facile per il presidente del Consiglio Giuseppe Conte fare il bullo con la televisione di Stato, però mi chiedo anche se sia normale in una democrazia come la nostra, mi chiedo se sia normale che il presidente del Consiglio Conte convochi una conferenza stampa per fingere di dover raccontare dei nuovi provvedimenti presi dal governo e poi di fatto la utilizzi per parlare male dell’opposizione, e per accusarla di menzogne, ovviamente senza possibilità di replica e senza contradditorio», ha attaccato via Facebook la leader di Fratelli d’Italia. E, ancora: «Mi aspetto di avere la possibilità attraverso la Rai di parlare allo stesso numero di cittadini, nella stessa fascia oraria, per spiegare il mio punto di vista. E mi chiedo cosa ne pensi il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Perché va bene essere vicini alla Cina ma qui siamo un po’ più vicini alla Corea del Nord».

SALVINI: «CHIAMERÒ MATTARELLA»

«Noi cerchiamo di lavorare per i cittadini», le ha fatto eco il leader della Lega su Rete4. «Ma se la risposta di Conte è occupare la tivù pubblica per insultare, mentendo, vorrà dire che chiamerò Mattarella per dirglielo». Salvini ha poi aggiunto: «Noi siamo l’unico Paese in cui la colpa della situazione disastrosa è delle opposizioni».

ROSATO (IV): «ATTACCO FRANCAMENTE INUTILE»

L’atteggiamento di Conte, però, è stato stigmatizzato anche da Italia viva, dunque dalla maggioranza. «L’opposizione non sta facendo quello che dovrebbe fare in una situazione di emergenza come quella che stiamo vivendo», ha commentato il coordinatore Ettore Rosato, «ma questo non giustifica le parole e il modo utilizzato dal presidente Conte in un attacco francamente inutile. A noi in questo momento compete lavorare per costruire l’unità del Paese non fomentare litigi inutili».

IL CENTRODESTRA CHIEDE LA CONVOCAZIONE DELLA COMMISSIONE DI VIGILANZA RAI

E non è finita qui. Perché sabato il centrodestra – con una nota firmata dai capigruppo in commissione di Vigilanza Rai Daniela Santanché (FdI), Giorgio Mulè (Fi) e Paolo Tiramani (Lega) – hanno chiesto al presidente Alberto Barachini di «convocare oggi stesso la commissione per discutere delle gravi dichiarazioni del presidente del Consiglio Giuseppe Conte». Sotto accusa, si legge, «l’attacco frontale senza precedenti nella storia repubblicana del presidente del Consiglio nei confronti dei leader delle opposizioni Matteo Salvini e Giorgia Meloni, che ha trasformato la conferenza stampa in vero e proprio comizio politico». Il tutto «sulla principale rete del servizio pubblico, in orario di massimo ascolto, dove peraltro l’Italia intera si aspettava di ricevere comunicazioni sui provvedimenti inerenti al Covid-19»

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All’avvocato Conte manca solo una grande uscita di scena

Dopo l'esperienza gialloverde all'ombra di Salvini e il governo con il Pd, il premier sta gestendo l'emergenza coronavirus. Una volta terminata, nel prossimo futuro gli resta da giocare la carta della vera politica sfidando gli odi trasversali. E chiedendo di essere giudicato per ciò che ha fatto.

L’avvocato Giuseppe Conte, attualmente premier del governo italiano, nasce in un paesino di 410 persone che si chiama Volturara Appula, forse l’unico nel Foggiano dove non ho fatto comizi, e che secondo Wikipedia trae il suo nome dal fatto che la radice di Volturara è nel latino vultur che vuol dire avvoltoio.

L’avvocato Conte è figlio di un segretario comunale, quindi fa parte della buona borghesia di provincia. Si sposta per gli studi nella Daunia, da Candela a San Giovanni Rotondo, di qui l’innamoramento per il fascistissimo padre Pio, quindi va a San Marco in Lamis un paese in cui è stato stampato, da due fratelli, un gigantesco vocabolario che traduce in sanmichelese le parole italiane e viceversa.

Poi l’avvocato Conte spicca il volo di laurea e frequenta quella Villa Nazareth di cui si sa poco non perché sia un luogo segreto, piuttosto perché, in anni di Seconda Repubblica, lì il mondo cattolico politico formava i suoi quadri.

I MESI ALL’OMBRA DI SALVINI

Quando arrivò al potere sembrò che l’ascesa resistibile dell’avvocato dauno – che parla un italiano molto curato per evitare che gli sfuggano dialettismi (come fa il salentino Antonio Caprarica per mascherare la sua pugliesità) – fosse frutto del caso, e forse lo fu. E sembrò che lui stesso sarebbe stato una marionetta, e per qualche tempo lo fu, insomma un uomo che sarebbe presto sparito malgrado Villa Nazareth e il sodalizio con l’avvocato Alpa. Tuttavia finché il premier sconosciuto con la fidanzata bellissima restava nell’ombra del profluvio di alcol che veniva dal ministro dell’Interno, nessuno protestò, tanto meno i preziosissimi commentatori, interni e esterni, del Corriere della sera (ne avessero mai azzeccata una!).

DAL GOVERNO CON IL PD ALL’EMERGENZA CORONAVIRUS

I guai per il povero avvocato nacquero quando, sulla scia di una scelta sciagurata di Matteo Salvini, in ben due discorsi parlamentari (non in interviste o retroscena transatlantici) mise sotto accusa il leader della Lega e dette vita con il Pd al nuovo governo piegando la resistenza dell’ala più ottusa del Movimento 5 stelle. Non fu facile. Quelli che oggi “non” protestano per Viktor Orban, che accorrono in difesa di Donald Trump, si sentirono tutti Fratelli Rosselli di fronte al voltafaccia parlamentare. Un altro personaggio sarebbe caduto stremato di fronte alla marea di insulti. Conte no. Poi è arrivato il coronavirus che ha avuto due stagioni. Nella prima quasi tutti hanno sottovalutato, poi alcuni, ma non tutti, lo hanno preso sul serio. L’Italia ha preso sul serio, ha fatto da cavia occidentale e ha combattuto, spesso in solitudine, la sua battaglia con una sanità pubblica mortificata ma piena di eroi. Oggi forse si vede una lucetta. Intanto Conte annuncia il suo bazooka economico e aspetta di capire se con l’Europa c’è un margine o è proprio finita.

ORA CONTE PUÒ TENTARE LA CARTA DELLA VERA POLITICA

Se doveva superare gli esami, si può dire che gli ha superati. Errori quanti ne volete, soprattutto nella comunicazione e soprattutto nel non voler affermare di fronte alle Regioni il primato di Roma. Tuttavia i suoi contraddittori sono stati povera cosa. Pensate a quella grande regione che è la Lombardia in mano a due scappati di casa come Attilio Fontana e il suo assessore. Ora Conte sta arrivando a un punto importante della sua vita personale e pubblica. Può portare con determinazione il Paese fuori dall’epidemia e a un passo dall’avvio della ricostruzione, fondare un partito e tentare la carta politica-politica. Molti gliel’hanno giurata. Il suo successo ha creato odi trasversali.

LA MANCANZA DI LEADERSHIP

Io sono perché uno statista si confronti con gesti storici che provocano effetti storici. E il gesto storico è quello di dire: «Vi ho portato fin qui, avete visto tutto, errori e cose buone. Ora vado via. Sto un po’ in disparte. Se volete richiamatemi». Si vedrebbe allora che questo Paese ha una soluzione solo con una leadership che abbia il voto del parlamento ma che non abbia nessun leader politico al proprio interno. Alcuni esponenti della maggioranza hanno fatto una ottima figura. L’opposizione ha fatto pena. Se il Paese, quando voterà, sceglierà Vittorio Feltri e Salvini il nostro futuro è la Lombardia: frase che pochi mesi fa sarebbe stata di auspicio, oggi no.

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Vademecum anti-spudorati per il dopo emergenza

Quando l'epidemia sarà passata, lo scontro politico tornerà feroce. E andranno ricordati coloro che hanno sempre sostenuto la Sanità privata a scapito di quella pubblica. Che hanno governato per 20 anni la Lombardia. Che si sono vantati di essere amici di Orban. Non possiamo dare in mano il Paese a chi ha prodotto danni tanto irreversibili.

Passerà, perché passerà anche questa nuttata, e lo scontro politico dopo l’emergenza Covid-19 riprenderà con maggiore ferocia.

Ovviamente tutti hanno diritto di parlare. Alcune forze politiche, ammettendo i propri errori, possono però legittimamente dire con chi non si vuol parlare. Fornisco un piccolo vademecum.

CHI HA SOSTENUTO LA SANITÀ PRIVATA A SCAPITO DI QUELLA PUBBLICA

Non bisogna parlare con i sostenitori della sanità privata da finanziare come se non meglio di quella pubblica. Non bisogna parlare con i detrattori del Sud. Oggi un giornale di destra proponeva un lanciafiamme per un assembramento napoletano (sbagliatissimo), e non per uno contemporaneo genovese.

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Non bisogna parlare con quelli del «Sud palla al piede». Roma ha più ospedali Covid-19 di Milano. Al Cotugno di Napoli non è morto un medico. L’idea del professor Paolo Ascierto sugli antiartritici è stata geniale, il contributo che Ilaria Capua sta dando per pacificare scientificamente il Paese è ascoltabile su tutte le reti tivù. Nel team dell’università di Pittsburgh che sta sperimentando un vaccino c’è anche un ricercatore italiano, Andrea Gambotto, che lavora negli Usa da 25 anni ma che è originario di Bari. Ha studiato nel mio liceo scientifico e non vede l’ora di tornare a visitare i suoi genitori e di andare al San Nicola per tifare «la Bari».

NON DIMENTICHIAMO CHI PER 20 ANNI HA GOVERNATO LA LOMBARDIA

Non bisogna parlare con quelli che la bandiera nazionale volevano usare come carta igienica. Non bisogna parlare con chi da 20 anni governa la Lombardia e ora si lamenta con quel povero disgraziato di Giuseppe Conte che deve mette mano a due decenni di malgoverno. Non bisogna parlare con chi voleva cacciare i migranti per poi scoprire che quest’anno non si faranno raccolti perché i ragazzi della Lega sono con Matteo Salvini in birreria e senza senegalesi nei campi si resta senza frutta e pomodori. Non si parla con chi ha votato in parlamento che una certa disinvolta signorina era la nipote di Mubarak e ora protesta sulla “qualunque” (vero Giorgia Meloni?). Non si parla con gli amici di Viktor Orban. Siamo e restiamo democratici.

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Insomma siamo in una fase in cui i partiti politici devono fare una grande autocritica (la sinistra lo fa da anni e se se lo dimentica ci pensa Pigi Battista a guardare agli errori della sola sinistra). Una stampa libera può ricordare a ciascuno le maggiori contraddizioni. L’obiettivo? Dire agli italiani: «Non date il Paese in mano a chi ha prodotto sul piano culturale, politico e sociale danni tanto irreversibili».

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Salvini & Co sbagliano: Draghi non si farà imbrigliare

Le opposizioni spingono per elezioni a breve puntando sulla candidatura dell'ex presidente della Bce. Ma un uomo come lui, in sintonia con il capo dello Stato, non si farebbe imprigionare da qualche decina di facinorosi di Lega e FdI. Lo prendessero chiavi in mano. E dopo la sua cura si vedrà quale forza politica sopravviverà.

Ci sono due virus minori che infestano l’Italia. L’uno, innocente, è la voglia di ottimismo che trasforma pochi dati positivi in segnali eclatanti di svolta con seguente richiesta di tornare alla normalizzazione.

Il secondo, il peggiore, è che le forze politiche di opposizione si sono fatte il film di un rapido ritorno alle urne e così iniziano a bombardare il fragilissimo quartiere generale con ogni mezzo.

Pensate che oggi Libero è così spudorato da trasformare in vittime, non delle loro incapacità, le due regioni focolaio del coronavirus e di additare il Sud, stavamo scarsi, nuovamente come un pericolo nazionale.

ORA UNA CAMPAGNA ELETTORALE SAREBBE SANGUINOSA

Una osservazione anche superficiale delle cose dice, invece, che i segnali di ottimismo ci sono ma vanno molto soppesati prima di dare il “tana liberi tutti” e che il quadro politico è tutt’altro che indirizzato al voto subito. Una campagna elettorale oggi sarebbe sanguinosa. Sbagliano le destre a dimenticare che le piazze e le tivù possono essere riempite dalle cialtronerie dette da Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Attilio Fontana e Luca Zaia. Lì c’è un repertorio di dilettantismo persino criminale. Sbagliano quando pensano che a una opinione pubblica che desidera più sanità pubblica si potrà opporre il modello Formigoni, cioè spartizione fra pubblico e privato dei fondi, ma le rogne solo al pubblico.

DRAGHI NON SI LASCERÀ IMBRIGLIARE DAI FACINOROSI

Il Paese è stato immobilizzato dall’invidia di Salvini verso Luciana Lamorgese che con poche parole ha tenuto l’Italia in pugno. E poi se proprio dovesse cadere Giuseppe Conte, ci sarebbe Mario Draghi. Draghi è anche candidato delle destre. Ma le destre si illudono se pensano che un uomo come lui, in sintonia con il capo dello Stato, si farebbe imprigionare da alcune decine di facinorosi che in parlamento urlano in nome della Lega o di Fratelli d’Italia. Draghi ve lo prendete chiavi in mano e dopo la cura Draghi si vedrà quale forza politica sopravviverà. La destra può vincere solo se Salvini segue il consiglio di Vittorio Feltri e accende l’Italia. Vincerà in un Paese bruciato che non saprà che farsene di lui e di Feltri, inseguiti dai forconi della loro stessa gente.

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L’ipocrita pantomima della preghiera del duo Salvini-D’Urso

Hanno recitato in diretta tivù l'Eterno riposo in memoria delle vittime del coronavirus. Uno show giudicato offensivo dal teologo Vito Mancuso: «Si prende il sacro e lo si funzionalizza al profano».

Domenica sera, su Canale 5 c’è Live – Non è la D’urso, che continua ad andare in onda in piena emergenza coronavirus.

La scena madre è questa: Barbara D’Urso con un abito azzurro in paillettes e le mani giunte si rivolge a Matteo Salvini in collegamento, che aveva appena detto di volersi prendere qualche secondo per ricordare le vittime italiane della pandemia: «Io tutte le sere faccio il rosario, non me ne vergogno, anzi sono orgogliosa di dirlo».

E in coro: «L’eterno riposo dona loro, o Signore, e splenda ad essi la luce perpetua. Riposino in pace. Amen».

Una preghiera recitata di fronte a milioni di spettatori da una conduttrice televisiva e un leader politico in un momento delicatissimo per il nostro Paese, in cui le paure delle persone sono quasi incontrollate. Inevitabile l’ondata di proteste social che il video, diventato immediatamente virale, ha scatenato. L’indignazione, leggendo i tweet, sembra unanime. Eppure la puntata ha radunato 2 milioni e 988 mila spettatori, pari al 13.4% di share.

«Chi cavalca la morte per un voto in più non merita l’indulgenza plenaria, ma solo pietà», scrive un utente.«Mio nonno è mancato a due mesi esatti dalla morte di mia nonna. Mi sento profondamente offesa. Lasciate il dolore vero (e le preghiere) fuori dalla tivù spazzatura», scrive un’altra. E ancora: «Una materia tanto delicata affrontata come in una parodia di una soap opera sudamericana», o «è stata una delle pagine più indegne della storia della televisione».

IL TEOLOGO MANCUSO: «NEL VANGELO SI PARLA DI ‘IPOCRISIA’»

Quando ho chiesto un commento a Vito Mancuso, teologo, docente universitario e scrittore, mi ha risposto: «Premetto di non aver visto la puntata, non per fare lo snob ma non ho mai guardato programmi della D’Urso. Però ho fatto immediatamente un collegamento con il discorso della montagna di Gesù, capitolo 6 del Vangelo, uno dei brani a me più cari. Glielo leggo:

  • E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

«MOSTRARE UN ROSARIO IN TIVÙ? PIÙ GRAVE CHE IN POLITICA»

«Nell’antica Grecia l’ipocrita, l’ypokrites, era l’attore», commenta Mancuso. «In questo caso le sinagoghe e gli angoli delle piazze citate dal Vangelo sono gli studi televisivi. Se a questo si aggiunge anche la speculazione che indubbiamente si fa del dolore delle persone, il mio giudizio non può che essere fortemente negativo. Trovo quello che è andato in onda inopportuno e molto distante dall’autentica spiritualità». Il teologo precisa di non conoscere Barbara D’Urso, ma Matteo Salvini sì.

La storia ci insegna, da Costantino in poi, che c’è sempre stato uno stretto legame tra fede e potere

«Quello che abbiamo visto non è molto diverso dal rosario che veniva brandito nei comizi elettorali. La storia ci insegna, da Costantino in poi, che c’è sempre stato uno stretto legame tra fede e potere, e soprattutto in momenti come questo, in cui le persone sono disorientate, brandire i simboli religiosi può essere un’azione che per un certo tipo di pubblico paga». Per Mancuso, anche se farlo in campagna elettorale è ingiustificato, è comunque «meno grave di farlo in televisione sul dolore delle persone. Sia spiritualmente che umanamente ne prendo le distanze».

LA RICERCA DI AUDIENCE E CONSENSI APPARTIENE AL PROFANO

La preghiera, sottolinea, per essere autentica richiede intimità. «Ogni forma di esibizione di questa diventa uno strumento politico, una propaganda, un’ipocrisia nel senso etimologico del termine: una forma teatrale di esibizione che cerca ricompense». Mancuso spiega che tutto si gioca «a livello terreno»: «Una per avere audience l’altro per ottenere voti e consensi nei sondaggi. Ma tutto questo non ha niente a che fare con la preghiera, che è vera nella misura in cui perfora per così dire l’orizzonte terreno e trasporta chi la fa compie in una dimensione diversa da quella del rendiconto immediato. Quando si va a battere cassa, come faceva la Chiesa nel Rinascimento che vendeva le indulgenze per costruire la Basilica di San Pietro, si prende il sacro e lo si funzionalizza al profano» .

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La quarantena secondo Efe Bal: «Voglio continuare a lavorare»

Dopo due settimane di isolamento, la trans che sogna di candidarsi con la Lega vorrebbe riaprire le porte di casa sua ai clienti (che non hanno mai smesso di contattarla durante l'emergenza sanitaria)». E le restrizioni? «Il governo pensa ai migranti, ma non a me e alle mie colleghe». L'intervista.

Quando la chiamo, la trovo indaffarata a riordinare la casa. Dopo due settimane di quarantena, la trans di origine turca Efe Bal, che, ci tiene a ribadirlo, si prostituisce «per scelta», è pronta a tornare al lavoro. «Giusto un cliente al giorno, tanto per aver qualcosa da fare durante la giornata a parte portar fuori i cani e cucinare», mi spiega annoiata.

SESSO A PAGAMENTO, NON PROPRIO UNA NECESSITÀ…

Sono perplesso. Forse ingenuo. Milano e il resto d’Italia sono paralizzate a causa del coronavirus e, nonostante tutto, c’è ancora qualcuno che riesce ad andare a fare sesso a pagamento? Rischiando di essere contagiato e soprattutto commettendo un reato. Perché gli spostamenti devono essere motivati da «comprovate esigenze lavorative», «situazioni di necessità» oppure «motivi di salute». Vallo a spiegare a un giudice che, per qualcuno, andare da una prostituta è una necessità. Comunque la conferma pratica arriva durante la nostra chiacchierata. L’altro numero di Efe squilla almeno tre volte, lei risponde e sono potenziali clienti.

«IL CORONAVIRUS NON È COME AVERE L’AIDS»

D’altronde le richieste sono arrivate anche nei giorni precedenti. Lei però ha preferito rifiutare. Cosa è cambiato nel frattempo? Siamo ancora in piena emergenza. Le sanzioni sono state inasprite. Ma Efe, come del resto chi la contatta, non mi pare particolarmente spaventata: «Aspettavo che la situazione negli ospedali migliorasse. I numeri iniziano a essere più incoraggianti. E poi anche se prendo il coronavirus non è come prendere l’Aids. Non è una malattia sessuale. Posso essere contagiata anche al supermercato».

«SE MI AMMALASSI LO DIREI A TUTTI»

Provo a spiegarle che il ragionamento non fila. E che è una scelta da irresponsabili. Ma lei rimane della sua idea. «Se mi ammalassi farei come Nicola Zingaretti e Nicola Porro, lo direi a tutti in modo che i miei clienti lo sappiano che sono a rischio», insiste lei. «E poi il governo non ha la minima intenzione di occuparsi di noi 80 mila prostitute. Non ci saranno aiuti economici per noi», aggiunge.

«PRONTE A PAGARE LE TASSE IN CAMBIO DI DIRITTI»

D’altronde la prostituzione in Italia è lecita. Tollerata. Ma non è considerata un vero lavoro. Quindi non è regolamentata. E in questa situazione di emergenza è forse l’ultimo dei problemi nell’agenda di governo. Ammesso che ci sia mai stata. «È un errore. Perché noi saremmo pronte a pagare le tasse in cambio di diritti e un po’ di dignità. Sa quanti soldi arriverebbero alle casse dello Stato?», mi dice Efe Bal alzando il tono.

efe bal quarantena
La prostituta trans Efe Bal con il leader della Lega Matteo Salvini nel 2015.

DOMANDA. Non mi dica che si aspetta che il governo pensi a voi in questo momento.
RISPOSTA.
Ma certo che no. È anche per quello che bisogna continuare a lavorare. Alcuni politici pensano ai migranti, ma non a noi. Molte di noi sono anche italiane. Di questi che arrivano sui barconi non sappiamo nemmeno il loro nome.

Se è per questo nemmeno delle sue colleghe conosciamo i nomi. Non mi pare un buon motivo per schifarli. Non crede?
A me di loro non frega niente.

Anche lei è stata un’immigrata o sbaglio?
Ho la doppia cittadinanza. E poi io sono un’immigrata ricca. Non ho mai pesato sulle spalle degli italiani. E non voglio che altri lo facciano perché non sono bambini. Sono maggiorenni, maleducati, tamarri che vogliono venire qui e trovare una casa, da lavorare e da scopare.

Sta generalizzando. Forse è perché non conosce i loro nomi e loro storie.
Io questa gente non la voglio. Voglio l’Italia di 20 anni fa. Non siamo più al sicuro.

È tutta colpa degli immigrati?
Guardi, parliamo di questi giorni, loro non stanno rispettando nemmeno il decreto. Li vedo in giro in gruppo e nessuno gli dice nulla.

Nemmeno lei rispetterebbe le regole tornando a lavorare. Molte sue colleghe si sono spostate sui social e fanno videochat. Che è più sicuro. Gliel’hanno chiesto anche poco fa al telefono. Perché lei non fa lo stesso?
Non amo particolarmente questo genere di cose. Non avrei nemmeno la ricaricabile. Poi quanto chiedi? Cinque euro? Non ho tutta questa esigenza. E poi una che fa la prostituta dovrebbe scopare con i clienti. A me piace anche. Credo che sia il lavoro migliore del mondo. Oggi siamo tutti prostitute. Anche lei è un prostituto.

Io vendo il cervello e il mio corpo. La cosa importante è non vendere l’anima

Prego?
In qualche modo vende la tua capacità di intervistare e scrivere per raccogliere due soldi. Vende il tuo cervello. Io vendo il cervello e il mio corpo. La cosa importante è non vendere l’anima.

Io non mi considero tale. Ma non è questo il punto. Lei e i suoi clienti davvero non avete paura di ammalarvi?
Dio mi vuole bene, non mi sono mai ammalata nonostante il lavoro che faccio. Agli uomini, invece, non interessa niente. Vogliono solo scopare. Bisogna accettarli per come sono. Ancora oggi ci sono tanti che ci chiedono di fare sesso senza preservativo.

Lei accetta?
Io no. Ma tante lo fanno per soldi. Eppure, dopo 30 anni, la piaga dell’Aids non è ancora scomparsa. E nel mondo sono morte milioni e milioni di persone. Questi uomini che non si spaventano delle malattie sessuali, vuole che abbiano paura del coronavirus? Se lo prendono non devono nemmeno dire alle mogli che sono andati a troie! Chissà, magari tra i morti c’è anche qualche mio cliente.

Descrive gli uomini come dei poveri disperati. Anche sfigati. Ce ne sono sicuramente. Ma per fortuna sono una minoranza. O sbaglio?
Ne ho visti talmente tanti! Sa io non credo ci siano uomini che sono fedeli per sempre. A tutti viene la voglia di andare dopo due o tre anni con una prostituta.

Buon per voi. Ma continuo ad avere molti dubbi. O per lo meno a sperare che non sia così.
Si fidi. Poi adesso con i social network… Basta controllare chi si è taggato nel ristorante dove eri a cena per trovare quello seduto al tavolo a fianco. Ci parli un po’ e poi ci scopi. Non lo sapeva?

Si prostituisce anche chi fa altri lavori e va a letto con uomini o donne, spesso sposati, in cambio di benefit o regali

Questo sì, lo so bene. E non ci vedo nulla di male se sei single.
Oggi il matrimonio è fantascienza. E le prostitute non siamo solo noi che lo facciamo di mestiere. Ma anche chi fa altri lavori e va a letto con uomini o donne (spesso sposati) in cambio di benefit o regali. Non c’è grande differenza.

Su questo siamo d’accordo.
Infatti secondo me ci sono almeno altre 120 mila persone in Italia che si prostituiscono. Anche se non lo ammettono come facciamo noi. Io non mi vergogno. Sono altri che dovrebbero vergognarsi.

Chi?
Tipo gli anziani che stanno con ragazzine che hanno 50 anni di meno.

Lei non ha clienti molto più grandi di lei?
Io ho superato i 40 anni. E comunque io mica mi ci fidanzo.

Ha una visione decisamente cinica dei rapporti a due. Lei si è mai innamorata?
Sì certo. Anche di qualche ragazza e di qualche cliente. Un grande errore nel secondo caso.

Convincerla a rimanere ferma ancora per un po’ mi pare impossibile. Manterrà gli stessi prezzi di quando ancora il coronavirus non era un’emergenza sanitaria?
Sì. Potrei chiedere molto di più di quello che chiedo visto che sono famosa. Però molti della mezz’ora che pagano sfruttano solo cinque minuti, finiscono e se ne vanno. Difficilmente si fermano a parlare.

Dio ci sta dicendo che il nostro modo di vivere fino a oggi è sbagliato. Che dobbiamo essere più puliti, più rispettosi

Ha detto che la pandemia è un segnale di Dio. Non pensa sia eccessivo?
Io sono molto credente. Anche se non si direbbe visto il lavoro che faccio. Sono musulmana. E secondo me Dio ci sta dicendo che il nostro modo di vivere fino a oggi è sbagliato. Che dobbiamo essere più puliti, più rispettosi. Credo molto nel karma.

Come sarà l’Italia quando quest’emergenza finirà?
Noi prostitute continueremo a esserci. Sopravviviamo sempre. Siamo molto forti. Facciamo una vita di merda e siamo abituate a tutto. E, come le ho spiegato, saremo sempre richieste. Non credo si possa dire lo stesso per altri settori.

Tipo?
Ristoranti e negozi che probabilmente ci metteranno un po’ più di tempo prima di tornare a regime. Visto che le persone potrebbero cambiare le loro abitudini e soprattutto portarsi addosso la paura. E vedrà quanti divorzi ci saranno.

Colpa della convivenza forzata?
Le coppie scopriranno che non si sopportano. Fino alla quarantena si riempivano di corna e tutto andava bene. Adesso viene fuori tutto.

Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi, che sono i potenziali alleati di Salvini, non mi vorrebbero come candidata della Lega

Che fine ha fatto il suo sogno di far politica con la Lega?
Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi, che sono i potenziali alleati, non mi vorrebbero. Matteo Salvini poi ha tanti di quei cazzi a cui pensare che credo non candiderebbe mai una trans. Chiaramente se avessi molto più seguito sui social sarei un nome più appetibile. Se non mi avessero bannato per otto volte su Instagram probabilmente avrei più follower. Veri e non comprati.

I social non la vogliono?
Qualche giorno fa mi hanno bloccata su Facebook semplicemente perché mi chiedevo come mai tra tutti i morti per coronavirus in Italia non ci siano cinesi.

Non lo possiamo sapere. Sono dati sensibili e soprattutto poco rilevanti in una situazione di emergenza come questa.
Non sono poco rilevanti perché il virus è nato in Cina e in Italia ci sono tantissimi cinesi. La mia domanda è lecita e qualche giornalista con le palle dovrebbe approfondire. Perché i rappresentanti della comunità cinese non dicono nulla?

Non mi pare che il bollettino dei morti e dei malati sia suddiviso per etnie. Tra i morti potrebbero esserci cinesi, africani, mediorientali. Mi sembra un po’ complottista il suo ragionamento francamente.
Io non ho nulla contro i cinesi. Io li adoro. Mi sento molto vicina alla loro filosofia di vita. E al loro rapporto con il lavoro. Non sono come gli italiani che non vogliono lavorare la domenica.

Se fosse così la domenica non potrebbe andare a fare la spesa, a fare shopping o a mangiare al ristorante. Di italiani che lavorano la domenica ce ne sono tanti.
Ma chi può non lo fa. Perché i cinesi sono diventati così ricchi in Italia? Perché lavorano sempre.

Ed è scandaloso non lavorare la domenica? Certi lavori in tutto il mondo si fermano la domenica.
Io lavorerei lo stesso.

Buon per lei.
Che poi gli italiani amino la bella vita è sotto agli occhi di tutti. Appena possono prendono e partono per il weekend.

Le femministe accettano di stare con uomini che le tradiscono dalla mattina alla sera

Sono scelte. Come per lei fare la prostituta. A proposito, sa che per molte femministe vendere il proprio corpo non è mai una libera scelta?
Se è per questo molte femministe accettano di stare con uomini che le tradiscono dalla mattina alla sera.

Non vedo il nesso. Ma mi pare di capire che lei non si sente per niente femminista. Sbaglio?
Le donne si odiano. Non credo nella loro solidarietà. Guardi come si querelano tra di loro quelle dello spettacolo. Alba Parietti e Selvaggia Lucarelli, Romina Power e Loredana Lecciso.

Forse è meglio se questo lo tema lo affrontiamo separatamente.
Quando vuole.

LE PUNTATE PRECEDENTI

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I piani dei partiti per disarcionare Conte

Passata l'emergenza Covid-19, la crisi economica si abbatterà sul governo. A quel punto la Lega, con la sponda di Fi e Iv ma senza Meloni, tenterà la spallata, scommettendo sul calo di popolarità del premier. L'idea è puntare su Draghi a Palazzo Chigi fino al semestre bianco per poi promuoverlo al Colle e quindi andare al voto con un anno di anticipo. Mentre M5s e Pd sono alle prese con frizioni interne. Lo scenario.

Cambiare governo, disarcionando Giuseppe Conte. E lanciando l’unità nazionale per il tempo necessario a risollevare il Paese con un governo autorevole, composto da tutti, o quasi, i partiti.

La Lega pensa (o, meglio, torna a pensare) di sparigliare le carte, con la sponda di Italia viva nella maggioranza e l’assenso di Forza Italia dall’opposizione. Lo scopo è quello di liberarsi dell’avversario principale di Matteo Salvini: il presidente del Consiglio, l’avvocato del popolo. Le resistenze maggiori, tuttavia, sono di Giorgia Meloni: Fratelli d’Italia, al momento, non vuole sentir ragioni su possibili governissimi.

Partito democratico e Movimento 5 stelle intanto vivono i loro assestamenti interni e lavorano alle prime misure anti-Covid, con uno sguardo alle evoluzioni politiche.

LA ROAD MAP PER DISARCIONARE CONTE

Il tavolo permanente tra governo e leader delle opposizioni può diventare il punto di partenza di un progetto politico che conduce allo sbocco di un nuovo esecutivo. Una sorta di incubatore dell’unità nazionale. La strategia, nella visione dei consiglieri di Salvini, non va attuata subito, in piena emergenza coronavirus, perché «sarebbe impossibile anche fare le consultazioni», osservano da ambienti di centrodestra. E soprattutto non sarebbe giustificabile davanti ai cittadini una trattativa di governo mentre migliaia di italiani perdono la vita a causa dell’infezione.

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Bisognerà accelerare sul progetto solo dopo, quando infurierà la buriana economica e sociale. E quando, come ammette un parlamentare della maggioranza «ci sarà la concreta possibilità che la popolarità del presidente del Consiglio diminuisca molto più velocemente di quanto sia aumentata». Perché, è il ragionamento che rimbalza nei partiti, tra qualche settimana si potrà configurare uno scenario di crisi economica inimmaginabile. 

DRAGHI, CARTA ANTI-CRISI PRIMA A PALAZZO CHIGI POI AL COLLE

A quel punto il nome di Mario Draghi, che già circola da qualche giorno, rimbalzerà sulla bocca di tutti. Con un’idea, ancora in fase embrionale, che potrebbe lentamente prendere forma: inviare l’ex presidente della Bce a Palazzo Chigi fino al semestre bianco (che scatta ad agosto 2021), per poi promuoverlo al Quirinale. Così la legislatura sarebbe messa al riparo fino ai primi mesi del 2022, rasserenando i parlamentari in carica. Solo quel punto si potrà considerare il voto anticipato di un anno.

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Al di là delle prospettive, un dato è certo: il nuovo rapporto con  il centrodestra, improntato al dialogo, segna una discontinuità nella legislatura. Salvini ha apprezzato l’intervento di Sergio Mattarella per avviare un percorso di condivisione dei provvedimenti economici, e non solo. Anche se nella Lega sono consapevoli che il gesto del Colle non è affatto una prova tecnica di nuovo esecutivo, ma soltanto la spinta a un confronto, senza pregiudizi, tra maggioranza e opposizione. Il Quirinale non architetta ribaltoni: è un punto fermo del mandato di Mattarella.

SALVINI IN MASCHERINA IN CERCA DI RIFLETTORI

Salvini vuole ritrovare la centralità nella scena politica. E per questo ha già pronta una lista di proposte, alcune delle quali indigeribili per Conte e gran parte del governo. Anche perché di soldi extra da stanziare nel Cura Italia non ce ne sono più. A quel punto, dopo gli inevitabili rifiuti, dovrà tirare le somme. E cercare di forzare sull’esecutivo di unità nazionale, forte della sponda di Renzi e Berlusconi. E chissà se solo loro. Di mezzo, però, c’è sempre Meloni: la leader di Fdi si gode la crescita nei sondaggi, frutto di una linea intransigente. Difficile che possa avallare una scelta dall’impatto prevedibilmente negativo sul suo consenso.

IL FRONTE SINDACALE E I MALUMORI NEL PD

Il Pd attende la guarigione da Covid-19 di Nicola Zingaretti per rilanciare l’azione politica. Di certo a Largo del Nazareno i malumori sono cresciuti rispetto alla gestione dell’emergenza, dalla modalità comunicazione a un certo personalismo politico di Conte. Le proteste delle fabbriche, poi, hanno fatto scattare l’allarme. Il Pd zingarettiano ha la sua ragione sociale nel recupero del dialogo con i lavoratori, mettendo alle spalle l’era renziana delle frizioni con i sindacati. E non può voltarsi dall’altra parte di fronte alla mobilitazione di migliaia di operai, preoccupati della tutela della loro salute. Questo non significa un beneplacito immediato alla formazione di nuovi governi, ma tra i dem ci sono varie sensibilità. Qualcuno può drizzare le antenne. L’intervento pro-dialogo con il centrodestra di Goffredo Bettini, consigliere ascoltato da Zingaretti, è un segnale. Perché stare al governo “da soli” non conviene. Tantomeno a un Pd in risalita nei sondaggi.

RENZI LAVORA SOTTOTRACCIA

Renzi, intanto, continua a lavorare sottotraccia. Garantisce sostegno al Conte bis, bacchetta la comunicazione del governo da Grande Fratello e chiede al suo bersaglio preferito, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, di andare in parlamento per parlare delle misure contro il sovraffollamento delle carceri. I suoi continuano a pungolare la maggioranza, a cominciare da Luigi Marattin che ha chiesto di cancellare il taglio al cuneo fiscale, che entrerà in vigore in estate. Mentre il deputato Michele Anzaldi, un giorno sì e l’altro pure, polemizza con la gestione della comunicazione governativa, orchestrata dal portavoce del presidente Consiglio, Rocco Casalino

NEL M5S DI MAIO TORNA IN SELLA

L’emergenza coronavirus sta rilanciando il ruolo di Luigi Di Maio nel Movimento 5 stelle. Il ministro degli Esteri è convinto di aver fatto la mossa giusta con le dimissioni da capo politico. In questi momenti difficili si sta concentrando sul lavoro alla Farnesina, ottenendo una rinnovata visibilità. Un beneficio legato all’impegno diplomatico per rintuzzare gli attacchi degli altri Paesi e per contrastare il blocco del materiale sanitario proveniente all’estero. E mentre Di Maio si ricolloca, i suoi avversari interni sono in affanno. Il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, sarà chiamato ad affrontare una crisi senza precedenti. Probabile che finisca sulla graticola. Il presidente della Camera Roberto Fico è criticato per l’assenza del parlamento in questa delicata fase per il Paese. I pentastellati, all’ombra del silenzio di Beppe Grillo, vivono nuovi sommovimenti. Anche perché Giggino è ancora il leader perfetto per dialogare, di nuovo, con Salvini. Del resto i rapporti personali non sono affatto pessimi.

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Feltri consiglia Salvini: siamo alla circonvenzione di incapace

Il direttore di Libero è preoccupato che il capo della Lega sia entrato in un cono d’ombra e gli intima: «Cavalca le paure della gente come sai fare tu». Qualcuno lo fermi prima che l'ex ministro, chiaramente in difficoltà, lo ascolti.

La famiglia di Matteo Salvini, o anche quella persona assennata che è Giancarlo Giorgetti, dovrebbero denunciare Vittorio Feltri a norma dell’articolo 643 del codice penale per circonvenzione di incapace. Il più grande sobillatore della destra italiana è preoccupato che il capo della Lega sia entrato in un cono d’ombra e lo invita, anzi gli intima: «Cavalca le paure della gente come sai fare tu». Conoscendolo, Salvini lo farà, per questo occorre che un familiare o un amico blocchi Feltri prima che faccia scoppiare la “bomba umana Salvini” sulla testa del Paese.

Feltri lo invita a reagire come se si trovasse di fronte a una nave di immigrati, ovviamente negri, e non dice a cosa dovrebbe portare questo suscitare nuova paura, l’importante è che si faccia un gran casino e che, per via di questo casino sulla pelle degli italiani, la Lega prenda voti e Feltri venda con il suo prode Pietro Senaldi più copie del suo giornale diventato facinoroso.

Si concede il suddetto Feltri un unico momento di umanità quando chiede al suo protetto, ovvero al suo dipendente-Salvini, di non ostacolare misure svuota-carceri. È una scelta giusta che gli serve per attutire la velenosità del consiglio principale.

Il quadro ormai è questo. Non sappiamo se il coronavirus stia declinando, ma sappiamo che anche se le previsioni ottimistiche si avvereranno ci vorrà tempo per dirci fuori. Bene? Bene per le persone normali. Non bene per i nullafacenti della politica e i pesci pilota che navigano attorno a questi balenotteri. Perché se tutto si calma, si potrà ragionate su poche cose chiare: su chi ha smontato la sanità, sul perché in Lombardia, su che cosa sarebbe accaduto a questo disgraziato Paese se invece del prefetto Luciana Lamorgese avessimo avuto al Viminale un consumatore seriale di moijto.

È ben vero che Salvini l’ha portata in alto. Ma vogliamo paragonare il quoziente di intelligenza di costui con la classe dirigente, di cui era ragazzo di bottega

Il tema, lo dico da tempo, non è la destra. Magari ci fosse. Ne abbiamo un gran bisogno come abbiamo bisogno di una sinistra. Il tema è sottrarre l’Italia ai facinorosi, cioè dalle mani di tutti quei soggetti che dalla crisi del ‘92 hanno iniziato a cercare di stabilire un nuovo ordine dapprima sposando il giustizialismo, poi il garantismo per correre dietro a Silvio Berlusconi, poi declamando la fine dei partiti, poi tifando per ogni movimento che avesse programmi nullisti e leader francamente cretini.

Vittorio Feltri (foto LaPresse – Andrea Campanelli).

Pensate alla Lega. È ben vero che Salvini l’ha portata in alto. Ma vogliamo paragonare il quoziente di intelligenza di costui con la classe dirigente, di cui era ragazzo di bottega, che lo ha portato al successo? Ora dietro di loro si sono assestati una decina di opinion leader, nei giornali di carta, a Mediaset, all’Huffington Post, sul La7. Mediamente non capiscono molto, basta che si faccia un po’ di casino. Io spero che l’Italia esca da questo momento. Spero che un minuto dopo ci sia un voto e che al voto si mettano al confronto diversi schieramenti in cui vinca il migliore purché perda il peggiore, cioè quello a cui pensa Vittorio Feltri.

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Conte non è un genio, ma per ora è il meglio che abbiamo

Un certo giornalismo cerchiobottista critica il premier sulla base di argomenti artificiosa e ignora l’assoluta novità dell’epidemia che vede governi di tutto il mondo arrancare. È ben vero che il governo ha commesso alcuni errori ma, da un certo momento in poi, sia la cura civile, “stare tutti a casa”, sia quella economica sono state all’altezza della situazione.

Tutti noi sappiamo, e lo sanno anche quelli di destra, che cosa sarebbe successo se avessimo avuto Matteo Salvini ministro dell’Interno. Non avendo “neri” da perseguitare, migranti da buttare a mare, avrebbe assediato l’Italia con messaggi l’uno il contrario dell’altro. Del resto lo ha fatto anche da non ministro: aprire tutto, no chiudere tutto.  

Non voglio avviare una polemica politica anche se annoto che non bisogna farsi illusioni sul clima che sembra emergere qua e là di tolleranza e pacificazione. Basta guardare ai titoli di Libero che oggi 18 marzo, ad esempio, per portarsi avanti col lavoro, già indica il Nord come vittima dell’Italia e del Sud, vero promemoria per futura rivolta.

Faccio questo ragionamento perché assai spesso negli ormai inutili talk della tivù appaiono personaggi, in generale colleghi, che si esercitano nella legittima critica al governo Conte. Insisto nel dire, legittima. Ma una critica può essere legittima ma pretestuosa. Molti di questi critici, soprattutto fra i cerchiobottisti, specie umano-professionale scaturente dai lombi di Paolo Mieli, avevano in amore il premier Giuseppe Conte quando sembrava ed era collaborante di Salvini mentre ora non gli perdonano il tradimento con la sinistra.

UN’EPIDEMIA INASPETTATA E QUELLE CRITICHE ARTIFICIOSE AL PREMIER

Ho già scritto e ripeto che nel giornalismo italiano, fra colleghi liberali che sono stati in gioventù ultra-estremisti, prevalgono quelli che non disprezzano il loro comunismo di ieri (come fa Maria Giovanna Maglie) ma il non aver spezzato il Pci che li ha invece svezzati regalandogli, involontariamente, una bella carriera di scrittura e di altre cose amene, molte delle quali del tutto dannose per il Paese nel suo insieme. Imitatori falliti del grande Eugenio Scalfari.

Sia la cura civile, “stare tutti a casa”, sia quella economica sono state all’altezza della situazione

La critica a Conte spesso avviene sulla base di argomenti artificiosi. Il primo è l’ignorare l’assoluta novità dell’epidemia che vede governi di tutto il mondo (dicesi: tutto il mondo, compresi i due idioti di Londra e di Washington) arrancare e oggi immettersi lungo la strada italiana. È ben vero che il governo Conte ha commesso alcuni errori di incertezza iniziali e alcuni gravi errori di comunicazione, è tuttavia altrettanto vero che, da un certo momento in poi, sia la cura civile, “stare tutti a casa”, sia quella economica sono state all’altezza della situazione.

CON SALVINI SAREMMO IN GRAVE DIFFICOLTÀ

È normale immaginare che un famoso giornalista possa desiderare che dopo Conte ci sia Salvini. Girano tanti pazzi! Ma non è normale truffare e oggi quando si racconta una difficoltà – come tenere davvero a casa tutti gli italiani? Come riattrezzare ospedali che soprattutto la destra ha smontato? Come rimettere in corsia medici che recentemente la destra ha messo in pensione? Come unificare un Paese con un Nord sofferente e un Sud di eccellenze vedi i ricercatori del Cotugno? – bisogna saper raccontare difficoltà non fare comizi. Poi presentatevi tutti al voto. Una bella lista con Vittorio Feltri, Mario Giordano, Nicola Porro, Paolo Del Debbio, qualcuno del Corsera o corrispondente estero di Repubblica la vedo bene. Le bad company aiutano lo sviluppo.

Matteo Salvini.

Ora però siate seri. Conte non è un genio, ma è il meglio che c’è ed anche sorprendente come regga l’urto di una difficoltà inaudita. Togliete il lutto per i moijto di Salvini, con quell’uomo lì saremmo morti tutti, ubriachi e infelici. E soprattutto non disarmate la popolazione. Anche in guerra sarebbe legittimo contestare, criticare lo stato maggiore, indicare linee contrarie. Il vantaggio di oggi è che le cazzate che si dicono, restano impresse e si vedono e si vedranno negli anni. Vi piace Salvini ? Accattataville! Ma poi non venite nei salottini a raccontare barzellette su di lui. Siate seri.

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Salvini passeggia per Roma con la fidanzata e scoppia la polemica

Il Pd attacca: «Prende in giro gli italiani ai tempi del coronavirus». Ma il leader della Lega si difende, rivendicando il suo diritto di fare la spesa.

Matteo Salvini e la fidanzata Francesca Verdini domenica 15 marzo hanno fatto una passeggiata per le strade di Roma e sono stati fotografati: in tempi di coronavirus e di restrizioni alle libertà personali, la polemica è scoppiata immediatamente.

L’ATTACCO DEL PD

«Oggi sulla stampa vediamo una foto di Salvini mano nella mano con la sua compagna ieri a spasso nel centro di Roma. Mentre trascorre le giornate a dire in qualsiasi salotto televisivo che bisogna chiudere tutto, poi se ne va in giro per la Capitale senza alcuna giustificazione valida, presumiamo, violando regole che diversamente valgono per tutti i cittadini», ha attaccato il vice capogruppo del Pd alla Camera, Michele Bordo.

«PRENDE IN GIRO GLI ITALIANI»

«È l’ennesimo segno di come il leader della Lega continui a prendere in giro gli italiani», ha detto ancora Bordo, «la gente è stanca di passerelle televisive e bugie. Lo dimostrano il calo di credibilità di Salvini e il crollo della Lega nei sondaggi. In questo momento di grande difficoltà, di incertezza e di emergenza, i cittadini si aspettano invece dalla politica serietà, verità e risposte concrete tanto sul piano sanitario che su quello economico».

IL LEADER DELLA LEGA SI DIFENDE

La replica di Salvini non si è fatta attendere: «Non è una passeggiata. Matteo Salvini esce a fare la spesa, velocemente, sotto casa. Anche io penso di averne diritto, le polemiche le lascio alla sinistra», ha spiegato l’ex ministro dell’Interno in una diretta su Facebook e anche su Twitter. «Non andavo a passeggiare al Colosseo, come tutti esco per andare o in farmacia o per andare a fare la spesa».

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C’è Mattarella e gli anti-italiani: da Lagarde a Renzi-Salvini

Il delitto contro l’Europa che stanno consumando alcune élite di stupidi e stupide leader del Vecchio continente e del nostro Paese è incalcolabile. Bisogna trattarli male. Il presidente della Repubblica è stato bravo, ma troppo educato.

Date una calmata a Matteo Salvini (non è difficile, basta un bicchierone di quella cosa estiva che gli ha fatto fare tante cazzate), non si può ogni giorno invocare misure sempre più estreme. Siamo al limite del coprifuoco e non escludo che possa arrivare il momento che dovrà essere dichiarato. Intanto sono state prese decisioni severe che la maggioranza della popolazione sta rispettando e abbiamo il dovere di attendere gli effetti.

Si è capito che il coronavirus non si abbatte dalla sera alla mattina né con una piccola pillola. Persino il farmaco proposto con successo dai valorosi medici di Napoli richiede il suo tempo per agire. Né serve che ci siano degli inguaribili presuntuosi che vadano in giro per il mondo a citare il proprio Paese come il luogo in cui si sono fatti solo errori. Bugiardi/o.

Alcuni errori sono stati fatti e condannati: comunicare per esempio è stato un limite del governo. Perdere troppo tempo con chi diceva che eravamo di fronte a una banale influenza e oggi, sempre di Salvini si tratta, immagina la guerra totale contro le mosche, pure.

I PESSIMI ESEMPI DI RENZI E SALVINI

Tuttavia questo Paese, ditelo a Matteo Renzi, sta dando esempio di serietà, di avere un nerbo fondato su una classe medico-infermieristica di primo ordine, su ospedali smantellati da coglioni liberisti, su una burocrazia che fa il suo dovere, su una classe politica che, a parte i soliti chiacchieroni, si è messa in disparte e non infastidisce il guidatore. L’impressione che quasi tutti sentono che è arrivato il momento del dovere fa venire con più nettezza allo scoperto quelli che non lo hanno capito o i vanesi. Che cosa ha da insegnare Teresa Bellanova al professor Roberto Burioni o Luigi Marattin al medico Raffaele Bruno. Siete miracolati della politica, state zitti.

Se Salvini fosse stato al governo, dato una prova pessima di sé e sarebbe stato una rovina per il Paese

L’opposizione sembra essere tornata distinta. La focosa Giorgia Meloni ogni tanto ritrova la via del dialogo. Salvini è perso per sempre. D’altra parte un uomo che ha trascorso metà della sua vita a insultare i meridionali e poi con la faccia come quella parte del corpo lì si presenta al Sud, è capace di tutto. Io detesto i meridionali che lo votano. Non vorrei mai veder tornare Salvini al governo perché ho in mente le sue frasi e i suoi cori contro di noi. Poi è uno inaffidabile che avrebbe, se fosse stato al governo, dato una prova pessima di sé e sarebbe stato una rovina per il Paese.

IL DANNO DI MOLTI LEADER EUROPEI È INCALCOLABILE

Meglio Giuseppe Conte, meglio Roberto Gualtieri, meglio Roberto Speranza e altri/e. Persino Luigi Di Maio sembra aver trovato la sua strada. Personaggi che sanno anche assumere decisioni serie e difficili. Meglio su tutti Sergio Mattarella a cui spetta il compito quasi impossibile di giustificare il nostro europeismo che dopo le ultime settimane e le dichiarazioni della Christine Lagarde sento in pericolo. Il delitto contro l’Europa che stanno consumando alcune élite di stupidi e stupide leader europee è incalcolabile. Bisogna trattarli male. Mattarella è stato bravo ma troppo educato. Se vogliamo che non riparta il solito antieuropeismo sovranista il “vaffa” presidenziale deve essere a tutto tondo.

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Un poliziotto della scorta di Salvini positivo al coronavirus

Il segretario della Lega deve mettersi in quarantena? Viene dato in ottime condizioni fisiche e si è detto pronto a fare il tampone.

E ora anche Matteo Salvini si metterà in quarantena? Un poliziotto della sua scorta è risultato infatti positivo al coronavirus. Lo hanno confermato fonti della Lega. Si tratta di un uomo della scorta della seconda auto, quella che accompagna la vettura dell’ex ministro.

EX MINISTRO IN OTTIME CONDIZIONI

Si sarà mai avvicinato a meno di un metro dal “Capitano“? Le stesse fonti hanno precisato che Salvini si trova in ottime condizioni fisiche e che è eventualmente disponibile a sottoporsi al tampone qualora le autorità sanitarie lo richiedessero. Cosa che finora non è accaduta.

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Combattiamo il virus linguistico diffuso dai Salvini e dalle Meloni

Le polemiche e i titoli di certi quotidiani dimostrano che l'appello di Mattarella è stato inutile. Davanti a questo imbarbarimento la sinistra reagisca con una efficace controinformazione. Ricordando cosa questi partiti hanno fatto al governo.

Appena ieri Matteo Salvini parlava male del suo Paese con El Paìs e Giorgia Meloni (che abbaglio che ho preso!) dava del criminale a Giuseppe Conte e stamattina, all’alba, mi imbatto in quel giornale sofisticato che sta con il popolo che nel sommario al titolo di apertura, a proposito del parlamento che lavorerà solo il mercoledì, scrive: «L’Italia è una nave in emergenza e loro fuggono come topi».

I «topi che fuggono» sono i parlamentari, suppongo anche il folto gruppo di topi leghisti, di topi meloniani, di topi berlusconiani e altri ratti di destra.

È del tutto evidente che gli appelli di Sergio Mattarella a uno sforzo nazionale sono generosi ma, mi permetta presidente, inutili. Qui c’è un’area politica, quella che votava in parlamento per Ruby nipote di Mubarak e tagliava da pazzi i finanziamenti alla Sanità pubblica lombarda, che ha in testa solo che deve crepare Sansone con tutti i filistei.

SE L’UNICO OBIETTIVO È TERRORIZZARE I VECCHIETTI

Sono ormai guitti professionisti che nelle trasmissioni di Rete 4 o sulle colonne dei loro giornali fingono di essere aggrediti e aggrediscono senza misura. Non hanno alcun interesse alla soluzione dei problemi, anzi scommettono che non si risolvano così, che si possano vendere più copie o fare più audience terrorizzando i vecchietti e le vecchiette cardiopatiche.

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Diciamolo pure. Non era mai successo così. L’Italia ha affrontato tanti momenti brutti sia per via di catastrofi sia per l’azione umana come con il terrorismo e le stragi. A parte alcuni approfittatori e guerriglieri assassini, il Paese ha sempre trovato un idem sentire, nessuno ha pensato che la rovina comune potesse portare al vantaggio di una parte. Semmai tutti hanno pensato il contrario.

L’ESPLOSIONE DI UN IMBROGLIO DI MASSA

Eppure da anni non è più così, da anni non siamo più un Paese da quando il partito secessionista che si puliva quella cosa lì con la bandiera tricolore non si è scoperto nazionalista per distruggere meglio l’Italia. C’è stato in tutto questo periodo l’esplodere di un imbroglio di massa fatto di tanti piccoli imbrogli per cui le parole dette potevano essere contraddette senza pagare dazio.

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Pensosi liberisti sul Giornale oggi vaneggiano sulla Sanità pubblica inadeguata dopo aver scritto centinaia di articoli per smantellarla. Protagonisti del secessionismo si presentano come unitari. Gente squallida che ha deriso e insultato il Sud si trova di fronte all’immagine incredibile del Nord infetto e del Sud che resiste. Ma quante cazzate avete detto in questi anni? E, soprattutto, perché gli elettori sembrano ignorare, per la microparte che vi segue, che siete imbroglioni per vocazione?

ALLE URNE SARÀ PREMIATO CHI LAVORA SENZA DANNEGGIARE L’ITALIA

Io credo che chi ha responsabilità di governo (la decisione di fare la maggiorana giallorossa era discutibile, ma l’idea che avremmo affrontato il coronavirus con uno che si tracannava litri di moijto fa paura) richiede anche misura nella risposta. La partita è difficile e alla fine gli elettori apprezzeranno chi ha lavorato senza danneggiare l’Italia. Non sempre è stato così. Winston Churchill vinse la guerra ma perse le elezioni. Ma rimase un gigante per i britannici.

SONO DUE I CORONAVIRUS DA COMBATTERE

Sarebbe però opportuno che nel formicaio della sinistra si mettessero a lavorare, un po’ come si faceva nel ’68, migliaia di angeli del ciclostile, con macchine più moderne, che diano ai cittadini l’elenco delle decisioni prese dalla destra sulla Sanità al governo, l’elenco delle cose dette dai dirigenti della destra, il fior da fiore degli scritti e dei messaggi tivù di quelli che chiamavano “cavaliere” quello della nipote di Mubarak e “Giuseppi” il premier che li ha mollati. Vale anche per i cerchiobottisti che sognavano Salvini. Controinformazione a go-go. Approfittiamo di queste settimane e combattiamo due coronavirus, uno reale e l’altro prodotto dai circoli politico-intellettuali-mediatici-imprenditoriale di una destra che è persino peggiore di Marine Le Pen e Viktor Orban.

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