Il guaio coronavirus è grosso, dimentichiamoci Salvini

L'emergenza è un banco di prova per il Paese e per la politica. Le sorti del governo Conte dipendono da come verrà gestita, non certo dalle tentate spallate del leader della Lega. Non ci resta che ascoltare gli esperti, diffidando da chi sottovaluta a tutti i costi e da chi perde tempo ad accusare l'avversario.

Il coronavirus ci dirà che Paese siamo. Se abbiamo o no una classe dirigente, di governo o di opposizione, quanto valgono gli uomini e le donne che dirigono grandi amministrazioni e imprese, lo stato delle strutture pubbliche, infine il carattere della opinione pubblica.

È un gigantesco esame collettivo che, a giudicare dai primi giorni, si presenta come assai difficile. La classe politica sembra sorpresa e naviga a vista, nell’opposizione emergono la lealtà di Giorgia Meloni e il solito cinismo di Matteo Salvini. Fra gli scienziati e gli specialisti vi sono divisioni che oltrepassano spesso i toni accettabili.

Avremo alla fine di questa vicenda che spaventa tutti un identikit del Paese, delle sue istituzioni, di chi lo governa o vorrebbe farlo.

INUTILE PERDERE TEMPO CON LE POLEMICHE POLITICHE

Inutile quindi che le persone serie perdano tempo con chi vuole consumare vendette politiche, con giornali e tivù che cercano di far crescere la paura per rovesciare un governo. Giuseppe Conte non sarà rovesciato da Salvini ma cadrà se si rivelerà inadatto a guidare il Paese qui e ora. 

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GLI SCIENZIATI DIANO UN’IMMAGINE MENO SGUAIATA DI SÉ

La comunità scientifica avrebbe il dovere di dare di sé un’immagine meno sguaiata. Io personalmente credo molto di più a Roberto Burioni che a coloro che sottovalutano il rischio, ma Burioni non può comportarsi come in curva Sud. La paura delle persone agisce direttamente sulla loro capacità di reagire all’epidemia. Se si sparge il panico, siamo persi. Se si finge che nulla accade siamo persi. Non siamo persi se l’opinione pubblica sa fidarsi dei suoi scienziati. E se sa fidarsi dei suoi amministratori locali. Il governatore del Veneto Luca Zaia ha fatto una buona impressione. Vedremo gli altri e vedremo soprattutto quelli del Sud quando il coronavirus scenderà alla fine dello Stivale e nelle Isole.

L’EMERGENZA È UNA GRANDE OPERAZIONE VERITÀ

Insomma è una prova difficile anche di fronte all’Europa che guarda questo litigioso Paese per scoprire che non sa curarsi, che non sa difendersi avendo dedicato tutte le proprie energie alla lite politica compulsiva. Negli anni del grande terremoto dell’Irpinia, nella grande sventura del terrorismo misurammo così una classe dirigente. Oggi il coronavirus ci spingerà verso la stessa operazione-verità.

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Diffidare da chi vuole sottovalutare, da chi propone misure blande, da chi perde tempo ad accusare il nemico politico. La cosa è seria e, come vedremo nelle prossime ore, molto seria. Bisogna che dal basso cresca un nuovo senso civico e che vi siano forze che  si impegnino generosamente a tenerlo in vita. Salvini, i facinorosi di Rete 4 o dei quotidiani a caccia di copie per gente spaventata sono il danno collaterale dell’epidemia. Lasciamoli perdere, lasciamoli alle loro grida, occupiamoci del Paese e delle sue paure.

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Mario Draghi si difenderà da Renzi e Salvini

Il leader di Italia viva non solo accarezza un suo ruolo all'opposizione e il sogno di una grande destra, ma adesso si gioca pure la carta della candidatura a premier dell'ex presidente della Bce. Come aveva fatto il segretario della Lega. Usando il suo rispettabilissimo nome solo per fare un po' di casino.

Matteo Renzi avrebbe detto ai suoi, scrive oggi sul Corriere della Sera Maria Teresa Meli, che sarà bello fare opposizione.

Lo dice a noi che all’opposizione ci siamo stati fino al governo Prodi a parte quei mesi disperati del governo Andreotti mentre Aldo Moro era nelle prigioni delle Br.

Sì, è vero all’opposizione si sta bene e ci si ingrassa pure. Servono alcuni attrezzi, però. Serve una attrezzatura culturale che dia al partito che sta all’opposizione un’aura di forza necessaria, serve un progetto di lungo respiro che tenga in piedi la speranza, serve alternare momenti di filibustering con la collaborazione parlamentare per far fare cose utili per il popolo. Chi sta all’opposizione deve cioè essere una persona seria. Non si sta all’opposizione per giocare.

RENZI HA PERSO CREDIBILITÀ ED È SEMPRE PIÙ SOLO

È questo il primo vero problema che ha Renzi. Nessuno in Italia pensa più che lui sia una persona seria e anzi si moltiplicano quelli che pubblicamente dicono che si sono sbagliati ad appoggiarlo. Questi non mi piacciono. Scappare dopo le sconfitte non è mai bella cosa. Mi fa quasi più simpatia Roberto Giachetti che non avendo mai vinto nulla appena vede una sconfitta ci si avventa sopra.

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IL SOGNO DELLA GRANDE DESTRA

Un’altra ragione perché non sarà bello stare all’opposizione per Renzi e le sue girl è che quel luogo è affollato di gente che non ha bisogno di lui. L’ex premier, uno dei numerosi ego-mostri che girano per la politica italiana, è convinto che con il suo arrivo farebbe una flebo salvifica a Forza Italia, stingebbe il nero di Giorgia Meloni, e convincerebbe Matteo Salvini a bere di meno. Insomma, già si sente di dire ai nuovi amici di avventura: «Ora basta, la ricreazione è finita». Ma colui che disse questa frase, che chiuse un moto di popolo, era un generalone, un padre della patria, uno che parlava, come si dice dalle mie parti, «come un testamento» ovvero come dice Lino Banfi «una parola è poco e due sono troppe».

ANCHE L’EX ROTTAMATORE SI È GIOCATO LA CARTA DRAGHI

L’arrivo di Renzi nel circo in cui si esibiscono Mario Giordano, Paolo Del Debbio, Nicola Porro, Vittorio Feltri e altri stupendi cabarettisti di destra aggiunge poco allo spettacolo. Cosa può dire Renzi di più e di peggio sul Pd? Quelli sono più avanti. Renzi però crede di essere furbissimo e ha lanciato, in vista della caduta del governo Conte, la candidatura di Mario Draghi. La stessa cosa che mesi fa fecero sia Salvini sia Giancarlo Giorgetti. Io ho notizia, da fonte sicura, che Mario Draghi sia stato visto recentemente in una falegnameria di Roma mentre ordinava due bastoni molto nodosi. Vuoi vede che vuole suonarli sulla testa di questi cretini che, non sapendo che diavolo fare, o dire, usano il suo rispettabilissimo nome per fare un po’ di casino?

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Per la Cassazione Carola Rackete ha rispettato il dovere di soccorso

La Capitana della Sea Watch entrò correttamente nel porto di Lampedusa perché «l'obbligo di prestare soccorso non si esaurisce nell'atto di sottrarre i naufraghi al pericolo, ma comporta l'obbligo accessorio e conseguente di sbarcarli in un luogo sicuro». Lo si legge nelle motivazioni di conferma del no all'arresto.

Per la Cassazione Carola Rackete, la comandante della Sea Watch, agì secondo la legge. In base alle disposizioni sul «salvataggio in mare» è entrata correttamente nel porto di Lampedusa perché «l’obbligo di prestare soccorso non si esaurisce nell’atto di sottrarre i naufraghi al pericolo di perdersi in mare, ma comporta l’obbligo accessorio e conseguente di sbarcarli in un luogo sicuro». Lo si legge nelle motivazioni di conferma del no all’arresto della capitana accusata di aver forzato il blocco navale.

LA NAVE NON POTEVA ESSERE CONSIDERATA LUOGO SICURO

Sempre secondo la Cassazione «non può essere qualificato ‘luogo sicuro, per evidente mancanza di tale presupposto, una nave in mare che, oltre a essere in balia degli eventi meteorologici avversi, non consente il rispetto dei diritti fondamentali delle persone soccorse», come quello di fare «domanda per la protezione internazionale». Gli ermellini ricordano che «la nozione di ‘luogo sicuro’ non può essere limitata alla sola protezione fisica delle persone ma comprende necessariamente il rispetto dei loro diritti fondamentali».

SALVINI: «SI PUÒ SPERONARE UNA NAVE DELLA GDF»

Un altro schiaffo a Matteo Salvini che come previsto ha risposto da Chieti, a margine di una conferenza stampa elettorale. «Voglio leggere bene questa sentenza della Cassazione perché se è vero quello che leggo, che si può speronare una nave della Guardia di Finanza con a bordo cinque militari della guardia di finanza, è un principio pericolosissimo per l’Italia e per gli italiani’». Un conto, ha aggiunto il segretario della Lega, «è soccorrere dei naufraghi in mare che è un diritto dovere di chiunque, un conto e giustificare un atto di guerra. Se io in Germania speronassi una nave militare tedesca, penso che giustamente sarei messo in galera. Quindi me la leggerò. Se così fosse sarebbe un pericoloso precedente perché da domani chiunque si sentirebbe titolato a fare quello che non va fatto»

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Aridatece Razzi e Scilipoti e tenetevi Cerno

La mandria di persone che sta passando dal Pd a Iv (e viceversa) sta lacerando ulteriormente il rapporto tra cittadini e politica. Non andare al voto subito è stato inutile: è ora di mandare al diavolo chi elemosina una riconferma in parlamento.

Dovremmo chiedere scusa a Domenico Scilipoti e a quel simpaticone di Antonio Razzi che per anni abbiamo sfottuto e celebrato come simboli del trasformismo.

Non eravamo ancora arrivati a Teresa Bellanova, a Tommaso Cerno e a quelli che stanno lasciando Matteo Renzi per dare una mano a Giuseppe Conte.

I due parlamentari lasciarono Antonio Di Pietro. In sé non è una colpa. E passarono con Silvio Berlusconi a cui rimasero fedeli. Scilipoti lentamente è sparito, Razzi ha calcato le scene ma oggi è in un cono d’ombra. A parte la facondia di Scilipoti e le chiacchiere di quell’anziano ragazzo che si presentava come ambasciatore della Corea del Nord, i due “voltagabbana” ci hanno fatto sorridere e non hanno fatto molti danni.

I VOLTAGABBANA PD E IV, SONO LORO IL VERO DANNO

La piccola mandria di persone che di questi tempi passa dal Pd a Renzi con andata e ritorno, che si appresta a sostenere il governo ovvero la scommessa di destra del “rottamatore”,  un danno grosso, invece, lo sta facendo. Sono loro e i loro dante causa, si chiamino Renzi o Goffredo Bettini o altri ancora, che stanno lacerando ancora di più il rapporto fra cittadini e politica.

SE AVESSIMO VOTATO, SALVINI SI SAREBBE GIÀ AUTOSABOTATO

Si scelse il governo giallorosso per evitare il voto e la vittoria di Matteo Salvini (ma ci dissero che era per non aumentare l’Iva). Un «vasto programma» che tuttavia non ha dato grandi risultati. Renzi si è praticamente suicidato, i voti dei 5 stelle stanno andando a Giorgia Meloni, il Pd si barcamena attorno al 20%. Valeva la pena?

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Se avessimo votato, avremmo avuto probabilmente un governo di destra (senza centro) e in pochi mesi Salvini sarebbe riuscito a farsi cacciare dopo un incidente diplomatico con gli Usa o la Francia, dopo un conflitto sociale molto acuto, dopo una bevuta. E oggi staremmo discutendo di un nuovo voto con la Lega  finalmente libera dal suo energumeno di quartiere. Ovviamente sono solo mie suggestioni, ma resta vero che senza il voto l’Italia non è migliorata malgrado alcuni ministri seri e, lo dico a mio rischio, un presidente del Consiglio che è meglio dei suoi critici.

IL FALLIMENTO DEI 5 STELLE

L’altra ragione, tutta politica per non votare, è stata quella di favorire una ricollocazione dei 5 stelle. È un movimento di popolo con dentro tanta gente di sinistra, ci spiegarono. A conti fatti hanno distrutto Roma, hanno, con Alfonso Bonafede, attaccato i diritti dei cittadini abolendo la prescrizione, si sono presi lo sfizio di fare un dispetto provvisorio a ex senatori e deputati che fra qualche tempo riavranno dai tribunali ordinari le loro indennità ricostruite. Insomma questi bravi ragazzi allevati da Beppe Grillo non erano riformabili. Sono riusciti, persino, sulla giustizia a far fare una bella figura a Renzi. Ora siamo in un vicolo cieco. Il governo può restare in piedi per mesi o cadere e favorire l’ascesa di un altro esecutivo precario. Il voto si allontanerà. Faremo un referendum cretino (io voto No) per diminuire i parlamentari cosa che non ci garantisce di levarci dalle palle Paola Taverna. Così gli italiani si guarderanno attorno e cercheranno la soluzione d’urto che solo la destra può dare.

BASTA CON CHI ELEMOSINA UNA RICONFERMA IN PARLAMENTO

Ci mancano oggi quelle personalità pubbliche che sappiano parlare al Paese e, mostrando disinteresse personale, spingano per far tornare tutto nelle regole: governo che faccia cose, opposizione che si opponga, nuovi movimenti che si mettano alla prova. Ma soprattutto bisogna mandare al diavolo quelli che stanno facendo il giro delle Sette Chiese per cercare la riconferma al parlamento. Non possiamo giocarci la democrazia per far campare Tommaso Cerno. Queste personalità devono essere credibili politicamente, devono essere dei due campi, deve risultare evidente che non governerebbero mai assieme a meno che non arrivino i marziani e che sappiano muoversi con spirito repubblicano. Sennò, arrangiamoci e  spegniamo quel televisore. Un altro dibattito con Daniele Capezzone, proprio no.

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Matteo Renzi e il sogno della grande destra

È probabile che il senatore di Rignano voglia diventare il traghettatore di uno schieramento elettoralmente molto forte ma politicamente zavorrato dalle cretinate di Salvini e dei suoi Borghi anti-europei. Zingaretti non commetta l'errore di sospingerlo in quella direzione: lasci fare tutto a lui.

La discussione sulla sopravvivenza del governo Conte allontanerà molti altri cittadini dalla politica e potrebbe ingrassare Matteo Salvini o Giorgia Meloni.

Il Pd dovrebbe tenerlo a mente. Il tema gli si presenta quotidianamente perché quotidianamente il Pd deve fare i conti con le esternazioni di Matteo Renzi e delle sue girl.

La “questione Renzi” l’hanno in parte risolta, e la risolveranno, gli elettori. A lui il Pd deve la grave sconfitta, a lui i naviganti disperati di Iv dovranno la non rielezione in parlamento. Tuttavia il Pd deve decidere come interloquire con lui. Può farlo alla maniera di Goffredo Bettini minacciando l’intervento di truppe cammellate parlamentari raccattate qui e là. E allora sceglierebbe la strada che potremmo definire “via Tafazzi”. Oppure potrebbe cominciare a porsi alcuni interrogativi e scegliere che fare.

RENZI, RE MIDA ALLA ROVESCIA

Renzi si agita molto non perché vuole il primato in politica, anche chi ha un ego mostruoso come il suo sa che il suo obiettivo massimo è sopravvivere anche per non essere stritolato dai magistrati. La questione che lo riguarda, e sulla quale lui non ha ancora preso una decisione, è dove collocare quel 4-5% dei voti che raccoglierà. Finora aveva dato l’idea di volersi collocare in posizione critica nel centrosinistra, addirittura allargato ai grillini, per fare quello che fanno i piccoli partiti: grande casino, grande potere. A mano a mano che le cose vanno avanti appare sempre più chiaro che questa prospettiva non eccita più il ragazzo che ha sfasciato tutto quello che gli è capitato di toccare, vero Re Mida alla rovescia.

L’OBIETTIVO È DIVENTARE TRAGHETTATORE DEL CENTRODESTRA

È molto probabile che quel Renzi che dichiara che dopo Conte c’è un altro Conte e che a quel punto lui andrà all’opposizione stia facendo le prime prove per un radicale cambio di prospettiva. Qualcuno avverta Teresa Bellanova che si volta gabbana un’altra volta. L’idea che, secondo me, Renzi ha in testa è di diventare il traghettatore di un centrodestra elettoralmente molto forte ma politicamente zavorrato dalle cretinate di Salvini e dei suoi Borghi anti-europei e dalla presenza di una Meloni di cui tanti non si fidano.

LA CORREZIONE CENTRISTA

Collocandosi in questa area Renzi potrebbe diventare il dominus dello schieramento di destra fornendogli, con Forza Italia, il crisma della correzione centrista. Del resto le politiche di Renzi non hanno grandi conflitti con quelle della destra a parte l’immigrazione che resta un tema divisivo solo perché Salvini quando ne parla è già sovreccitato di suo. Detto in altre parole. Renzi a sinistra non sa chi è, a destra sa chi è o almeno crede di saperlo.

LE MOSSE DI ZINGARETTI

Nicola Zingaretti, al netto dei suoi consiglieri romani, può fare alcune cose. Può essere il leader della forza di governo che tiene in piedi a certe condizioni di contenuto. Oggi, per esempio, impedendo l’applicazione della riforma Bonafede e abolendo la legislazione securitaria. Lo stesso Zingaretti però deve avere una politica verso Renzi. Non si tratta di diplomatizzare i rapporti. Renzi è un maleducato e merita tutti i vaffa che ci sono in giro. Tuttavia sospingerlo o aiutarlo a sospingersi verso destra è un errore capitale. L’avvenire della sinistra sta nel fatto di cercare di radunare quante più forze è possibile. Poi accadrà che alcune di esse si sottrarranno all’incontro e andranno dall’altra parte, ma dovrà essere chiaro che l’hanno scelto loro. «Che fai mi cacci?», la frase di Gianfranco Fini che Renzi adopera contro Giuseppe Conte deve apparire per quello che è, cioè ridicola.  È tempo, quindi, che i dirigenti del Pd – ma qualcuno più nuovo e meno compromesso con pasticci romani precedenti non c’è? – si avvino sulla strada della politica perché i muscoli non servono, soprattutto quando non ci sono.

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L’opa di Salvini sulle candidature del centrodestra

Agli stati generali la Lega mette a punto la strategia per le prossime Regionali e comunali. L'obiettivo è dare le carte senza irritare la Meloni. Ma sui nomi c'è ancora prudenza.

Nell’incontro ‘romano’ ribattezzato ‘gli Stati generali’ della Lega per oltre tre ore è stata messa a punto la strategia per i prossimi appuntamenti elettorali. “Ci stiamo preparando a vincere in primavera – dice Matteo Salvini – le elezioni regionali e le comunali. L’anno prossimo, voteranno tante città – Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna – vogliamo arrivarci pronti allargando i confini del centrodestra e coinvolgendo gente nuova, fresca con idee giovani e concrete”.

Una vera ‘Opa’ leghista sulle prossime candidature del centrodestra. Poi, alla domanda se esistano già dei nomi, Salvini frena, evitando almeno per ora altri attriti con la leader di Fratelli d’Italia – e romana doc – Giorgia Meloni: «Non parlo di nomi ma di idee: alle regionali come alle comunali dobbiamo scegliere la squadra migliore». Inevitabile la replica di FdI. Giorgia Meloni da Milano ribadisce che “Raffaele Fitto in Puglia è una candidatura estremamente autorevole. Così è stato pattuito e mi aspetto che tutti rispettino i patti”. Ironico il commento di Ignazio La Russa: “Salvini quando chiede i candidati migliori ha ragione: faremo come dice lui dalla prossima volta. Chiudiamo questa tornata cominciata con Emilia Romagna e Umbria in cui si è scelto il metodo dei candidati di partito. Dalla prossima si può fare per Lombardia, Veneto, Sicilia. Poi ci pensiamo”.

Il leader del Carroccio intanto va avanti tutta sul progetto di Lega nazionale. Prima annuncia l’apertura di una nuova sede nel centro storico della Capitale, poi torna a mettere al centro delle sue priorità la futura conquista del Campidoglio. Da mesi il segretario federale attacca senza tregua l’amministrazione di Virginia Raggi, denunciando con cadenza pressoché quotidiana le sue criticità, dalla sicurezza ai trasporti, dall’edilizia popolare alla gestione dei rifiuti. Oggi l’ennesimo passo verso la conquista di Roma, scegliendo il roof garden del Palazzo delle Esposizioni per una riunione con oltre 200 amministratori regionali leghisti.

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L’opa di Salvini sulle candidature del centrodestra

Agli stati generali la Lega mette a punto la strategia per le prossime Regionali e comunali. L'obiettivo è dare le carte senza irritare la Meloni. Ma sui nomi c'è ancora prudenza.

Nell’incontro ‘romano’ ribattezzato ‘gli Stati generali’ della Lega per oltre tre ore è stata messa a punto la strategia per i prossimi appuntamenti elettorali. “Ci stiamo preparando a vincere in primavera – dice Matteo Salvini – le elezioni regionali e le comunali. L’anno prossimo, voteranno tante città – Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna – vogliamo arrivarci pronti allargando i confini del centrodestra e coinvolgendo gente nuova, fresca con idee giovani e concrete”.

Una vera ‘Opa’ leghista sulle prossime candidature del centrodestra. Poi, alla domanda se esistano già dei nomi, Salvini frena, evitando almeno per ora altri attriti con la leader di Fratelli d’Italia – e romana doc – Giorgia Meloni: «Non parlo di nomi ma di idee: alle regionali come alle comunali dobbiamo scegliere la squadra migliore». Inevitabile la replica di FdI. Giorgia Meloni da Milano ribadisce che “Raffaele Fitto in Puglia è una candidatura estremamente autorevole. Così è stato pattuito e mi aspetto che tutti rispettino i patti”. Ironico il commento di Ignazio La Russa: “Salvini quando chiede i candidati migliori ha ragione: faremo come dice lui dalla prossima volta. Chiudiamo questa tornata cominciata con Emilia Romagna e Umbria in cui si è scelto il metodo dei candidati di partito. Dalla prossima si può fare per Lombardia, Veneto, Sicilia. Poi ci pensiamo”.

Il leader del Carroccio intanto va avanti tutta sul progetto di Lega nazionale. Prima annuncia l’apertura di una nuova sede nel centro storico della Capitale, poi torna a mettere al centro delle sue priorità la futura conquista del Campidoglio. Da mesi il segretario federale attacca senza tregua l’amministrazione di Virginia Raggi, denunciando con cadenza pressoché quotidiana le sue criticità, dalla sicurezza ai trasporti, dall’edilizia popolare alla gestione dei rifiuti. Oggi l’ennesimo passo verso la conquista di Roma, scegliendo il roof garden del Palazzo delle Esposizioni per una riunione con oltre 200 amministratori regionali leghisti.

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I numeri che smentiscono la propaganda anti aborto di Salvini

Il leader della Lega apre una campagna incivile contro le interruzioni di gravidanza ripetute. Ma i casi in Italia sono in costante diminuzione. L'unico motivo per fare dell'allarmismo è la ricerca di nuovi temi divisivi.

Alla ricerca di nuovi temi divisivi per rilanciare la Lega, Matteo Salvini ha dato il via a una campagna contro gli aborti ripetuti di donne straniere in pronti soccorsi usati come «bancomat sanitari».

«Abbiamo avuto segnalazione che alcune donne, né di Roma né di Milano, si sono presentate per la sesta volta al pronto soccorso di Milano per l’interruzione di gravidanza. Non è compito mio né dello Stato dare lezioni di morale, è giusto che sia la donna a scegliere per sé e per la sua vita, ma non puoi arrivare a prendere il pronto soccorso come la soluzione a uno stile di vita incivile», ha detto domenica dal palco dell’incontro su Roma capitale. «Qualcuno ha preso il pronto soccorso come il bancomat sanitario per farsi gli affari suoi senza pagare una lira», ha aggiunto concludendo: «La terza volta che ti presenti, paghi». Senza entrare nel merito di quanto incivili siano queste parole, che colpevolizzano le donne per scelte dolorosissime prese sul proprio corpo, e tralasciando il fatto che in Italia interrompere volontariamente una gravidanza in Pronto soccorso è impossibile, bisognerebbe chiedersi perché Salvini sceglie proprio ora di aprire questa polemica. I numeri sugli aborti in Italia, infatti, sono in costante diminuzione anche per quanto riguarda le interruzioni di gravidanza volontarie. E sono in calo anche per quanto riguarda le donne straniere. Il sospetto è che il leader della Lega cerchi nuove munizioni per la sua propaganda politica.

Gli aborti ripetuti in Italia sono in costante diminuzione dagli anni ’90, ben inferiori alle soglie attese e rappresentano il valore più basso registrato a livello internazionale. È quanto emerge dall’ultima relazione al parlamento sull’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg), depositata nel 2019 dal ministero della Salute su dati del 2017, gli ultimi disponibili.

La percentuale di Ivg effettuate da donne con precedente esperienza abortiva è risultata pari al 25.7% (26.4% nel 2016). Le percentuali corrispondenti per cittadinanza nel 2017 sono 21.3% per le italiane e 36.0% per le straniere (erano 22.1% e 37.0% rispettivamente, nel 2016). La percentuale di aborti ripetuti riscontrata in Italia è più bassa rispetto a quella degli altri Paesi.

A livello regionale, nel 2017, la frequenza più alta di ivg ripetute per le italiane si è avuta nelle regioni del Sud con il 23,4%, mentre se si considerano italiane e straniere è maggiore al Nord in Liguria (32,8%), al Centro in Toscana (29,5%) e al Sud in Puglia (32,0%). Se si fa il confronto con altri Paesi, il valore italiano rimane il più basso a livello internazionale: in Inghilterra e Galles è del 39%, in Olanda del 35,2%, in Spagna del 37,6% mentre in Svezia e Stati Uniti del 43,7%. “L’evoluzione della percentuale di aborti ripetuti che si osserva in Italia – si legge nella relazione – è la più significativa dimostrazione della reale diminuzione nel tempo del rischio di gravidanze indesiderate e del conseguente ricorso all’Ivg”. Infatti, se tale rischio fosse rimasto costante, conclude, “avremmo avuto dopo 40 anni dalla legalizzazione una percentuale poco meno che doppia rispetto a quanto osservato. La spiegazione più plausibile è il maggiore e più efficace ricorso a metodi per la procreazione consapevole, alternativi all’aborto, secondo gli auspici della legge”.

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Cosa dice la memoria di Matteo Salvini sul caso Open Arms

L'ex ministro dell'Interno ha presentato una memoria difensiva alla Giunta per le immunità. Nei documenti evidenzia come l'indicazione del porto sicuro spettasse a Madrid o Malta: «Italia non aveva alcun obbligo».

Matteo Salvini ha presentato la sua memoria difensiva alla Giunta per le Immunità che dovrà esprimersi sull’autorizzazione a procedere per il caso Open Arms. L’indicazione del Pos, porto sicuro, spettava alla Spagna o a Malta (e non certo all’Italia), ha spiegato l’ex ministro dell’Interno. Il comandante della nave ha deliberatamente rifiutato il Pos indicato successivamente da Madrid, perdendo tempo prezioso al solo scopo di far sbarcare gli immigrati in Sicilia come già aveva fatto nel marzo 2018 ricavandone un processo per violenza privata e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

SALVINI: «L’ITALIA NON AVEVA ALCUN OBBLIGO»

«L’Italia non aveva alcuna competenza e alcun obbligo con riferimento a tutti i salvataggi effettuati dalla nave spagnola Open Arms» avvenuti «al di fuori di aree di sua pertinenza», si legge ancora nel documento del leader della Lega. Lo dimostra lo scambio di corrispondenza tra La Valletta e Madrid nei primi giorni dell’agosto 2019. «È sicuramente lo Stato di bandiera della nave che ha provveduto al salvataggio», è l’osservazione di Salvini, «che deve indicare il Pos nei casi di operazioni effettuate in autonomia da navi Ong».

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Salvini parla perché non conosce il dolore di una donna che abortisce

Il leader della Lega ha detto che l'interruzione di gravidanza non può essere «la soluzione a uno stile di vita incivile». Offendendo chi decide di fare una scelta difficilissima. Che comporta effetti collaterali pesanti e ferite psicologiche. Uno schiaffo ai diritti per meri fini di propaganda. Da destra nessuna ha qualcosa da dirgli?

Di certo Matteo Salvini non ha mai ascoltato il racconto di un’interruzione di gravidanza. In Italia, da Nord a Sud, nel 2020 le donne vengono ancora umiliate per aver scelto di abortire. Trattate come numeri in coda al banco dei salumi al supermercato, senza la minima empatia mostrata dal personale sanitario che con arroganza dà loro qualche istruzione sommaria come a dire «l’hai voluto tu, ora arrangiati», spesso vengono sistemate a dividere la sala d’attesa con donne in gravidanza.

IN OSPEDALE SENZA SUPPORTO

Spesso vengono messe su un letto d’ospedale dopo aver assunto la Ru 486 (pillola che consente l’aborto farmacologico) senza essere informate di cosa succederà al loro corpo, senza essere preparate al dolore che proveranno, agli effetti collaterali devastanti che le aspettano. Per poi essere rimandate a casa con un calcio nel sedere, senza alcun tipo di supporto.

ABBIAMO UNA LEGGE DA 42 ANNI

E questo quando va bene. Quando non incontri gli obiettori di coscienza. Questa si chiama inciviltà. Inciviltà è colpevolizzare le donne per le scelte prese sul proprio corpo, inciviltà è giudicare le loro ragioni, inciviltà è permettere che un obiettore possa decidere della tua vita in un Paese in cui l’interruzione di gravidanza è regolamentata. La bistrattata legge 194 esiste da 42 anni (22 maggio 1978) e non dovrebbe essere più messa in discussione da nessuno, tanto meno da un rappresentante dello Stato.

PUÒ RESTARE UNA GROSSA FERITA PSICOLOGICA

Domenica 16 febbraio a Roma Salvini si è invece permesso di dire che abortire non può essere «la soluzione a uno stile di vita incivile». Le ragioni che spingono le donne a fare una scelta del genere sono svariate e indiscutibili, ma una cosa è certa: parlare di «stile di vita» è indecente e offensivo. Se Salvini avesse una vaga idea di quanto sia doloroso abortire, della ferita che può lasciare, soprattutto psicologicamente, non avrebbe mai osato pronunciare una frase del genere. Una delle prime cose che dovrebbe fare dopo scusarsi, azione che non ha fatto, è ascoltare qualcuno dei loro racconti.

LA FAVOLETTA SUL PRONTO SOCCORSO «BANCOMAT SANITARIO»

«Abbiamo avuto segnalazione che alcune donne, né di Roma né di Milano, si sono presentate per la sesta volta al pronto soccorso di Milano per l’interruzione di gravidanza. Non è compito mio né dello Stato dare lezioni di morale, è giusto che sia la donna a scegliere per sé e per la sua vita, ma non puoi arrivare a prendere il pronto soccorso come la soluzione a uno stile di vita incivile», ha detto dal palco dell’incontro su Roma capitale, aggiungendo che «qualcuno ha preso il pronto soccorso come il bancomat sanitario per farsi gli affari suoi senza pagare una lira». Per poi concludere: «La terza volta che ti presenti, paghi la ricetta».

SALVINI DIMOSTRA DI NON CONOSCERE NULLA DELL’ITER

Innanzitutto è assurdo che un ex vicepremier faccia propaganda sui diritti delle donne ignorando che in Italia interrompere volontariamente una gravidanza in Pronto soccorso è impossibile. L’iter non è immediato come presentarsi alla cassa di un supermercato: dopo una visita ginecologica e il rilascio del certificato di gravidanza è necessario un colloquio con un medico (la legge 194 impone che dopo una visita medica presso un pubblico ufficiale si debba attendere sette giorni prima di effettuare l’interruzione). Inoltre, chi ci assicura che quando Salvini parla di «sei interruzioni di gravidanza» riferendosi alle donne immigrate non si sia inventato un numero per fare propaganda sulla pelle delle straniere cercando il sostegno della fetta più bigotta e razzista della società? Certificati non ne ha mostrati.

LE DONNE DI DESTRA DOVE SONO?

Da Laura Boldrini che ha parlato di strumentalizzazione delle donne a Nicola Zingaretti che ha chiesto di non toccare i loro diritti né la sanità italiana, le reazioni politiche a sinistra sono state dure. Beatrice Brignone di Possibile ha ricordato che i problemi sono altri: consultori depotenziati, obiettori in aumento, mancanza di politiche per le famiglie. Per Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana, «pur di alimentare l’odio verso le immigrate e di presentarsi come il difensore degli italiani Salvini non ha pudore a raccontare bugie, alterare la realtà e piegarla come più gli comoda». Attendiamo l’indignazione delle donne (e gli uomini) di destra. Perché la libertà di prendere decisioni sul proprio corpo dovrebbe riguardare anche loro.

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Cosa c’è dietro la giravolta “moderata” di Salvini contro Meloni

Fratelli d'Italia cresce nei sondaggi. Così la Lega prova a reinventarsi "destra non radicale". Per costruire un'alleanza centrista che accrediti il Carroccio anche a livello internazionale. Cercando il dialogo persino con Renzi. Ma l'orizzonte di voto è rimandato almeno al 2021.

Un selfie non è bastato a siglare la tregua. La foto pubblicata da Matteo Salvini e Giorgia Meloni non ha infatti smorzato le polemiche tra i duellanti del centrodestra, Lega e Fratelli d’Italia.

SCINTILLE FRUTTO DELLA COMPETIZIONE CHE CRESCE

Anzi, come spesso accade, i selfie trasudanti armonia sono un termometro delle tensioni in aumento e servono alla propaganda per provare a celarle. Le scintille sono il frutto della competizione, seppure negata in pubblico dall’ex ministro dell’Interno, tra i due partiti.

FDI SALE, LA LEGA CALA: INSOFFERENZA IN VIA BELLERIO

La crescita nei sondaggi di Fdi e il trend di frenata (e qualche volta di calo) della Lega aumentano l’insofferenza dei vertici di via Bellerio, che per questo motivo hanno iniziato a studiare scenari diversi per il futuro con un orizzonte di voto alle Politiche almeno per il 2021. L’obiettivo? Un centrodestra cucito a misura di Salvini, con una costellazione di forze centriste e moderate a fare da pretoriani, anche per accreditare il (fu) Carroccio presso le cancellerie europee.

Alla faccia di chi vuol farci litigare

Posted by Giorgia Meloni on Monday, February 10, 2020

NUOVA STRATEGIA GIÀ DALLE REGIONALI 2020

E non escludendo a priori neppure il dialogo con Italia viva di Matteo Renzi per mettere all’angolo della destra il partito guidato da Meloni. Una strategia destinata a partire fin dalle Regionali: dopo la sconfitta in Emilia-Romagna, le elezioni della primavera 2020 hanno acquisito ancora maggiore importanza per Salvini. Soprattutto nelle regioni del Sud: in Campania e in Puglia la Lega non vuole limitarsi a un ruolo ancillare.

LA LINEA DI GIORGETTI: BASTA CON TENTAZIONI DI ITALEXIT

È già stata messa a punto la macchina della propaganda leghista tutta orientata al riposizionamento “moderato” del partito, sotto la regia attenta di Giancarlo Giorgetti. L’incontro con la stampa estera ha rappresentato alla perfezione l’obiettivo di rinnovare l’immagine davanti alle diplomazie mondiali: una forza affidabile, non più anti-sistema. Giorgetti ha così piantato un paletto: basta tentazioni di Italexit. La Lega è per restare nell’Unione europea. «Se dico che non usciamo, non usciamo. Punto», ha sentenziato l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, in un’intervista al Corriere, con buona pace dei parlamentari no euro Claudio Borghi e Alberto Bagnai.

Giancarlo Giorgetti e Matteo Salvini.

Non ambisco a rappresentare la destra radicale

Matteo Salvini

Una frase che sembra fare il paio con il «non ambisco a rappresentare la destra radicale», pronunciata da Salvini e che ha fatto sobbalzare dalla sedia i vertici di Fdi, che hanno replicato con una buona dose di irritazione.

TRA MATTEO E GIORGIA NON SOLO DIVISIONI PERSONALI

La Lega è al lavoro, in silenzio, per svincolarsi dagli eredi di Alleanza nazionale: una presenza troppo ingombrante, perché Giorgia Meloni non è certo un alleato tenero; sa occupare la scena mediatica, talvolta rubandola proprio a Salvini. Ma non è solo una questione personale: ci sono dei dossier su cui l’intesa sarebbe difficile anche solo da immaginare. Basti pensare all’autonomia, tema finito sotto traccia ma che resta fondamentale per i governatori leghisti del Nord, Attilio Fontana (Lombardia) e Luca Zaia (Veneto).

Matteo Salvini e Giorgia Meloni. (Ansa)

ALLA RICERCA DELLA STAMPELLA DI FORZA ITALIA

Al confronto i tavoli con il Movimento 5 stelle e l’allora ministra per il Sud, Barbara Lezzi, sarebbero ricordati come una passeggiata di salute. Perciò è meglio progettare un centrodestra con la Lega a fare da traino, appoggiata sulle stampelle dei moderati di Forza Italia o di quel che diventerà nei prossimi mesi visto lo sfarinamento in atto tra gli azzurri.

FIGURA CHIAVE TOTI, PIÙ CHE CARFAGNA

Anche per questa ragione Salvini continua a tenere in grande considerazione il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, fondatore del piccolo partito Cambiamo. L’auspicio è che sia lui, più che Mara Carfagna, a raccogliere l’eredità di quell’area. Del resto Toti è stato sin dal principio il più leghista dei forzisti, molto prima dell’addio al partito di Silvio Berlusconi.

Giovanni Toti e Mara Carfagna.

E RENZI SI STA DIMOSTRANDO IL MIGLIOR ALLEATO…

Tra i corridoi dei Palazzi si muove altro, con risvolti tutti da verificare. La Lega continua a studiare con interesse le mosse dell’altro Matteo, quel Renzi che si sta rivelando il miglior alleato del centrodestra nell’azione di logoramento del governo Conte 2. Nessuno ufficialmente è talmente spregiudicato da fare aperture all’ex presidente del Consiglio, nella consapevolezza che in questa fase sarebbe puro autolesionismo. Perciò viene stroncata sul nascere qualsiasi ipotesi di governo con Lega e Italia viva in questa legislatura, fosse anche un esecutivo istituzionale.

salvini renzi accordo retroscena
Matteo Salvini e Matteo Renzi.

CONVERGENZE SU PRESCRIZIONE ED ECONOMIA

Il rapporto di simpatia personale tra Salvini e Renzi è comunque un fatto assodato. In pubblico si beccano in un gioco delle parti funzionali a entrambi per legittimarsi come avversari. Ma già nelle votazioni in parlamento sulla prescrizione si sono verificate convergenze. E in materia di fisco ed economia la distanza tra i “due Mattei” non è affatto siderale.

MA SE SI VOTASSE SUBITO TUTTA LA STRATEGIA CROLLEREBBE

La strategia leghista è in ogni caso legata al fattore temporale. Un centrodestra a guida Salvini e libero da Meloni è ipotizzabile solo con un orizzonte di voto alle Politiche quantomeno nel 2021, per cercare di sgonfiare il consenso di Fratelli d’Italia. Tuttavia, in caso di un definitivo sfaldamento del Conte 2 e un eventuale ritorno al voto, non ci sarebbe scelta: la Lega dovrebbe fare i conti con la realtà dei voti e accettare l’alleanza con Fratelli d’Italia, quel partito che dallo stesso Salvini è stato relegato a rappresentare la «destra radicale».

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Salvini torna a parlare di uscita dell’Italia dall’Ue

In un live su Facebook, il leader leghista minaccia: «O si cambia, o facciamo come gli inglesi». Ma due giorni prima aveva rassicurato la stampa estera: «Non vogliamo uscire dall'Unione».

«O l’Europa cambia o non ha più senso di esistere». Sarà l’onda lunga della Brexit, ma Matteo Salvini ha cambiato di nuovo idea sull’Ue. In un live su Facebook, il leader leghista è tornato ad attaccare le istituzioni europee, con cui sembrava aver siglato una tregua almeno parziale nel periodo in cui era stato ministro, dopo anni di campagna elettorale condotta all’insegno dell’euroscetticismo, con tanto di minacce di tornare alla lira. «O si sta dentro cambiando le regole di questa Europa oppure, come mi ha detto un pescatore di Bagnara Calabra, ragazzi, facciamo gli inglesi. O le regole cambiano o è inutile stare in una gabbia dove ti impediscono di fare il pescatore, il medico e il ricercatore», ha detto Salvini.

LA CONFERENZA STAMPA EURO-FRIENDLY

Eppure, appena due giorni prima, Salvini aveva accolto la stampa estera a una conferenza il cui obiettivo era proprio quello di riposizionare il partito sui temi che riguardano l’Unione: «La nostra priorità non è uscire da qualcosa, ma la crescita economica» aveva detto il 13 febbraio. Concetto ribadito dall’ex sottosegretario Giancarlo Giorgetti in un intervista rilasciata il giorno dopo al Corriere della Sera. Due giorni sembrano essergli bastati per cambiare radicalmente idea e tornare a minacciare una Italexit.

IL PIEDE IN DUE STAFFE

La sensazione è che Salvini cerchi da una parte una credibilità istituzionale che la sua vicinanza alle forze sovraniste europee gli aveva fatto perdere, ma che al tempo stessa non voglia cedere davanti a un elettorato scontento, che finora è stato la chiave del suo successo. Due facce, insomma, una più istituzionale e ufficiale, l’altra da uomo del popolo. Strategia confermata anche da quanto, secondo quello che riporta il Corriere, avrebbero spiegato i suoi comunicatori: una linea che è quella annunciata davanti ai giornalisti stranieri con qualche potenziale deroga su casi specifici.

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Un grande e sontuoso vaffa a Renzi e Bonafede

Succeda quel che succeda, Zingaretti non si lasci impelagare nel governismo. Se necessario faccia saltare il banco indicando l'ex premier e il Guardasigilli come coloro che hanno fatto naufragare l'intesa. E poi vada al voto. Almeno contro la destra non sentiremo il vocio delle Bellanova e delle Boschi.

L’unica critica che ho fatto a Nicola Zingaretti è di essersi infilato nella trappola Bonafede. Poi ha cercato rimedio con i successivi “lodi” che ambivano a prender tempo prima che la mostruosità dell’abolizione della prescrizione entrasse in vigore.

Non è stato un piccolo errore, non è stata una piccola generosità aver cercato di rimediare. 

Matteo Renzi ha colto la palla al balzo per fare l’unica cosa che sa fare: sfasciare. Renzi appartiene, con Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e i colleghi giornalisti della sagrestia di destra, a quella genìa di garantisti a uso personale.

QUEL GARANTISMO TAKE AWAY

Come i lettori sanno c’è un fronte giustizialista che è l’ultimo retaggio di un secolo pre-moderno e c’è un’area garantista che è divisa in due parti, una, diciamo così, si ispira alla Costituzione, l’altra difende interessi personali. L’una critica i magistrati che abusano, l’altra attacca i magistrati che mettono becco sui loro affari o su quelli della famiglia. Renzi appartiene a questa genìa di garantisti take away. Per di più ha capito che il consolidarsi del governo Conte, che come vedremo con animo sereno alcune cose sta facendo soprattutto per merito di ministri come Roberto Gualtieri e Giuseppe Provenzano, sarebbe la sua fine e quindi sceglie la strada del ricatto.

Se il presidente Sergio Mattarella nega la possibilità che vi sia un altro governo con Conte o con un nuovo personaggio, per Renzi iniziano a suonare le campane a morto

Ora ha giocato la carta difficile: o va a sbattere o gli altri perdono. Può accadere che gli altri perdano e che lui vada a sbattere, contemporaneamente. Se il presidente Sergio Mattarella nega la possibilità che vi sia un altro governo con Conte o con un nuovo personaggio, per Renzi iniziano a suonare le campane a morto.

LE CONVERGENZE CON IL SALVINISMO

Renzi non ha un voto, le sue attempate girl molto meno di lui, l’opinione pubblica lo considera uno sbruffone, a sinistra lo detestano e a destra c’è tanta gente. L’unica carta che ha in mano è il “metodo Bellanova”, cioè voltare gabbana, che in questo caso non vuol dire cambiare partito dentro lo stesso campo ma cambiare campo. Personalmente sono convinto che il mondo di Renzi debba stare, e possa stare utilmente, in una area che continuiamo a chiamare centrosinistra.

La collocazione nel centrosinistra di Renzi è sempre stata virtuale. Renzi si è collocato nel renzismo come Salvini non si è collocato nel neo-fascismo ma nel salvinismo

Tuttavia appare chiaro che Renzi, anche per divincolarsi dall’assedio giudiziario, sta immaginando un salto di sistema politico, dove la destra, quella più aggressiva della storia d’Italia, si allea con il più spregiudicato e cinico esponente dell’ex centrosinistra. Non griderei al tradimento. La collocazione nel centrosinistra di Renzi è sempre stata virtuale. Renzi si è collocato nel renzismo come Salvini non si è collocato nel neo-fascismo ma nel salvinismo. Sono due fenomeni degradanti della crisi democratica che solo il riaffacciarsi di una destra sicura di sé e di una sinistra senza paure potranno estirpare.

ZINGARETTI NON SI FACCIA IMPELAGARE NEL GOVERNISMO

Oggi, come si dice, succeda quel che succeda. Zingaretti sta dando qualche sicurezza, pur fra alcuni errori, al Pd. Non si faccia impelagare nel “governismo”, chi lo vota e lo voterà vuole che tiri fuori i cosiddetti e, se è il caso, sia lui a far saltare il banco indicando in Alfonso Bonafede e Renzi i due personaggi che hanno fatto naufragare l’intesa. Poi si vada con serenità al voto. Sarà un voto difficile ma anche per Stefano Bonaccini era difficile. Dopo il voto avremo una destra che inizierà a farsi del male e un’area a lei contrapposta in cui non sentiremo il vocìo petulante di Renzi, Teresa Bellanova, Maria Elena Boschi.

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Matteo Salvini tenta di smarcarsi da Giorgia Meloni

Il centrodestra ha cominciato a scricchiolare. Nonostante le rassicurazioni a corredo del selfie sorridente di Matteo Salvini e Giorgia Meloni..

Il centrodestra ha cominciato a scricchiolare.

Nonostante le rassicurazioni a corredo del selfie sorridente di Matteo Salvini e Giorgia Meloni dalla foiba di Basovizza in occasione del Giorno del Ricordo.

Alla faccia di chi vuol farci litigare

Posted by Giorgia Meloni on Monday, February 10, 2020

MELONI AFFILA LE UNGHIE: I PATTI SI RISPETTANO

La leader di Fratelli d’Italia affila le unghie e riferendosi alle candidature per le prossime Regionali in Puglia e Campania ha messo in chiaro che i patti, tra alleati, si rispettano. Cercando di arginare il pressing leghista. «Se Salvini pretende di indicare i candidati di Fratelli d’Italia e di Forza Italia mette a rischio l’unità del centrodestra», aveva attaccato il capogruppo FdI alla Camera, Francesco Lollobrigida. «Il centrodestra si deve rinnovare e bisogna guardare al futuro», ha puntualizzato Nicola Molteni, chiedendo «candidati nuovi, freschi e vincenti».

SALVINI: LA LEGA NON È DESTRA RADICALE

In risposta, Matteo Salvini si è in qualche modo smarcato da Meloni, in crescita nei sondaggi. «Non essendo destra radicale non abbiamo competitor», ha detto il segretario della Lega davanti alla stampa estera. «Noi siamo un partito che parla a tutti. Più crescono i movimenti alla nostra destra, ma non solo, meglio è. Non basta il nostro 30%. Non deve crescere solo Giorgia Meloni, ma Berlusconi, Toti. Se qualcuno cresce e noi restiamo al 30% meglio per tutti». Nel pomeriggio la risposta del partito di Meloni. «È una forzatura sostenere che Fratelli d’Italia rappresenti solo la destra radicale», hanno fatto sapere da FdI. «In Europa FdI ha la co-presidenza dei conservatori e ha rapporti con i repubblicani americani. Due realtà politiche molto diverse da quell’estrema destra che per molti ambienti europei è invece rappresentata dal partito della Le Pen e da AfD in Germania, che fanno parte dello stesso gruppo della Lega».

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Cosa succede dopo l’autorizzazione a procedere contro Salvini

Le carte del caso Gregoretti tornano al procuratore di Catania Zuccaro, che aveva già chiesto l'archiviazione. Ma ora l'imputazione potrebbe essere "coatta". La decisione finale nelle mani del gip.

L’aula del Senato ha di fatto accolto la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini per il caso Gregoretti, bocciando l’ordine del giorno presentato da Forza Italia e Fratelli d’Italia. Il documento chiedeva di dire ‘no’ al processo all’ex ministro dell’Interno e quindi di ribaltare il voto della Giunta delle immunità il 20 gennaio scorso. La Lega non ha partecipato al voto uscendo dall’Aula.

Ora che il Senato ha autorizzato, le carte tornano alla procura di Catania guidata da Carmelo Zuccaro. Per Salvini, Zuccaro aveva già chiesto al Tribunale dei ministri l’archiviazione spiegando che «l’attesa di tre giorni non può considerarsi una illegittima privazione della ‘liberta’», visto che le «limitazioni sono proseguite nell’hot spot di Pozzallo» e che «manca un obbligo per lo Stato di uno sbarco immediato». Tesi non condivisa dal Tribunale dei ministri che contestava a Salvini anche di avere «determinato consapevolmente l’illegittima privazione della libertà personale» dei migranti «costretti a rimanere in condizioni psicofisiche critiche sulla Gregoretti» e che aveva quindi deciso di chiedere al parlamento l’autorizzazione a procedere.

Come spiega il Corriere della Sera, «dopo il sì dell’aula di Palazzo Madama si dovrà stabilire se quella di Salvini sia un’imputazione “coatta” dunque i magistrati debbano obbligatoriamente sollecitare il rinvio a giudizio. O se invece potranno chiedere nuovamente l’archiviazione. In ogni caso non sarà il tribunale dei ministri a decidere ma il giudice per le indagini preliminari».

Probabilmente, spiegava sempre il Corsera, «la procura di Catania dovrebbe riproporre il capo d’imputazione formulato contro Salvini dal tribunale dei ministri e sottoporlo al giudice dell’udienza preliminare, che dovrà decidere sul rinvio a giudizio». Questa sembra per ora l’ipotesi più probabile. Il leader della Lega, in ogni caso rientra ora nell’iter di un tribunale ordinario, con i canonici tre gradi di giudizio.

In caso di condanna l’ex ministro dell’Interno rischia pene che vanno dai sei mesi ai 15 anni, a seconda dell’interpretazione che il Giudice darebbe in caso di condanna nell’eventuale processo, oltre che la decadenza da parlamentare e l’incandidabilità (che scattano solo in caso di condanne definitive) in base alla legge Severino.

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Il voto al Senato su Salvini e il caso Gregoretti

Il leader della Lega è arrivato in Aula. Su Twitter la citazione di Ezra Pound: «Se un uomo non è disposto a lottare per le proprie idee, o le sue idee non valgono nulla, o non vale nulla lui».

Al Senato è iniziato il dibattito sul caso Gregoretti e la richiesta di autorizzazione a procedere contro l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini per sequestro di persona. La maggioranza è favorevole, il centrodestra è contario. Il voto decisivo è atteso in tarda mattinata.

«Pronto per intervenire in Senato, a testa alta e con la coscienza pulita di chi ha difeso la sua terra e la sua gente. “Se un uomo non è disposto a lottare per le proprie idee, o le sue idee non valgono nulla, o non vale nulla lui”», ha scritto su Twitter il leader della Lega, citando Ezra Pound.

Salvini sostiene quindi di aver legittimamente difeso i confini dell’Italia, impedendo per otto giorni lo sbarco dei migranti soccorsi a luglio 2019 dalla Gregoretti, una nave della nostra Guardia costiera.

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Ghisleri, Regina Madre dei sondaggi, è diventata dorotea

Ghisleri sa che non ha ancora vinto alcuno, che anche dopo il prossimo voto non avrà vinto nessuno perché la agonia di questa escrescenza della Seconda Repubblica è purulenta come una piaga anche se alcune malattie stanno esplodendo e a mano a mano si trovano vaccini.

Alessandra Ghisleri è la Regina Madre dei sondaggi. Azzecca i numeri ma soprattutto coglie le tendenze. E dice, e scrive, cose molto nette, senza preoccuparsi di scontentare alcuno.

Oggi (10 febbraio, ndr) però ha rilasciato a Pietro Senaldi, il povero collega che deve fare il badante di Vittorio Feltri dandogli almeno tre titoli al giorno sul giornale di carta e su quello on line, una intervista “dorotea”. Libero l’ha titolata pro domo sua cioè sventolando il successo del Salvini barricadiero. E la Ghisleri in effetti ha detto che Matteo Salvini cresce quando divide e coglie quei sentimenti “cattivisti” che rendono il leader della Lega così popolare presso un elettorato spaventato che Salvini e Felri, e altri soggettoni di Rete 4, vogliono ancora di più spaventare.

La Regina Madre dice però che anche Giorgia Meloni va fortissimo perché incarna la destra tradizionale, quella prevista e prevedibile, senza cadere nella trappola della sindrome Fini, cioè quella voglia di piacere all’avversario che la preferisce a Salvini perché la considera più prevedibile.

PER LA SONDAGGISTA C’È SPERANZA PER TUTTI I PARTITI

Dice ancora la Ghisleri che le cifre basse di Italia Viva non vogliono dire che Matteo Renzi ha fatto un buco nell’acqua perché stiamo assistendo a un lavoro preparatorio per le Politiche e in quella campagna elettorale Matteo si scatenerà. Ci sono pure buone parole per Silvio Berlusconi, valore aggiunto del suo disgraziato partito come dimostra la Calabria e come potranno dimostrare le altre Regioni del Sud. Anche il Movimento 5 stelle per la Ghisleri è lontano dalla morte ancorché acciaccato.

Persino per le Sardine la sondaggista ha parole buone affermando che dentro di loro c’è tutta la sinistra e che forse devono ancora esprimersi al meglio

A Nicola Zingaretti viene dedicata un’immagine poetica raffigurandolo come la goccia che lentamente costruisce pur immersa in un mare di sigle e di leadership piccolissime. Persino per le Sardine la Regina Madre ha parole buone affermando che dentro di loro c’è tutta la sinistra e che forse devono ancora esprimersi al meglio. Insomma Alessandra Ghisleri, pur dando qualche possibilità in più a Salvini, ma il committente era il salviniano Senaldi, trova parole di speranza per tutti. Doroteismo puro. E come tutto il doroteismo anche quello della Regina Madre ha un suo fondamento oggettivo.

LA PROPAGANDA ESTREMISTA DI SALVINI VA BENE SONO IN CAMPAGNA ELETTORALE

Ghisleri sa che non ha ancora vinto alcuno, che anche dopo il prossimo voto non avrà vinto nessuno perché la agonia di questa escrescenza della Seconda Repubblica è purulenta come una piaga anche se alcune malattie stanno esplodendo e a mano a mano si trovano vaccini. Il giustizialismo, per esempio, che appare vincitore con la prescrizione è alla frutta. La classe dirigente fa ridere e se parla Luigi Di Maio non va nessuno a sentirlo ma se fai un dibattito a Perugia su Bettino Craxi arrivano 400 persone. Insomma sta tutto cambiando.

Un momento della manifestazione della Lega a Scampia.

Ghisleri ci dice che al nastro di partenza tutti hanno i punti di classifica già guadagnati e che nessuno patisce handicap. Bene. Vincerà chi farà la corsa. Un solo appunto alla Regina Madre. Lei ha sicuramente ragione quando dice che Salvini vince se continua e estremizzare il proprio elettorato. Ma dopo? Come e con chi governerà? Se si vince estremizzando si deve governare estremizzando e così si finisce come in Emilia-Romagna. La gente lo sa che quando la partita si fa cattiva servono i “buoni”. Questo i sondaggi non lo possono dire perché lo dice la storia d’Italia.

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Salvini va battuto nelle urne, non nei tribunali

Non può affidare la sconfitta dell’avversario xenofobo ai giudici. Soprattutto se questo avversario è visibilmente in difficoltà. La vera novità della sinistra, o almeno una di di quelle novità necessarie, è che dovrebbe togliersi dalla testa che la magistratura risolve i problemi.

Non ci potrebbe essere regalo maggiore a un leader stracotto come Matteo Salvini che una condanna penale. Il suo atteggiamento sulle navi Ong cariche di migranti è stato orribile. Lì si è misurato l’uomo, cinico, crudele e fondamentalmente un po’ fesso. Non so se abbia commesso reato. Alcune procure credono di sì. La sinistra politica però farebbe bene a disinteressarsi di questa vicenda.

La battaglia per una Italia inclusiva, non di porti spalancati ma di accoglienza civile, non può affidare la sconfitta dell’avversario xenofobo a un tribunale. Soprattutto ora che questo avversario, pur mantenendo sondaggi positivi, è visibilmente un pugile suonatissimo. La vera novità della sinistra, o almeno una di di quelle novità necessarie, è che dovrebbe togliersi dalla testa che la magistratura risolve i problemi.

In Italia ci sono molti magistrati bravissimi e serissimi, ma tanti sono come la classe dirigente politica: a caccia di visibilità, fautori di iniziative non meditate, interessati a rovesciare il Paese come un guanto. L’antica regola che l’avversario politico si batte nelle urne, secondo il metodo Bonaccini, è l’unico segreto per toglierselo dai “cosiddetti” ed evitare che, fingendosi vittima, torni sulla scena a rovinare il dibattito pubblico.

A DESTRA SI È APERTA LA PARTITA SALVINI-MELONI

Vittorio Feltri caldeggia la soluzione non giudiziaria. Non ha torto questa volta. La destra che conta, e Feltri è la destra che conta perché fa e disfa leadership, non vuole più fra i piedi Salvini anche se non lo dice. E soprattutto non lo vuole lamentoso e con l’ego smisurato. Se c’era una caratteristica positiva in Salvini era che, pur essendo ogni minuto in tivù, appariva chiaro che lui stesso si stupiva di questo fatto non avendo molta considerazione di sé. Ora a destra si è aperta una bella partita e la leader di Fratelli d’Italia prova a scalzare il suo alleato.

Il leghista costringeva tutti a mandar giù quintalate di cretinate xenofobe che venivano accettate come si accettano le barzellette che non fanno ridere dell’ospite stupido

Giorgia Meloni per il mondo di destra è assai più impegnativa di Salvini. Il leghista costringeva tutti a mandar giù quintalate di cretinate xenofobe che venivano accettate come si accettano le barzellette che non fanno ridere dell’ospite stupido. Meloni al di là di se stessa è presenza ingombrante. Lei è la destra con la D maiuscola, malgrado le abiure si porta appresso un passato che peraltro lei non rinnega mai. Ha un unico vantaggio, almeno per ora, che non invoca poteri speciali per sé come faceva Salvini al secondo boccale di birra.

BERLUSCONI FU RAFFORZATO DAI PROCESSI CONTRO DI LUI

Questa partita nella destra può finire con la prevalenza di Meloni o con l’arrivo di un leader destrissimo ma tranquillizzante anche per chi gli si opporrà. Questo processo però non si deciderà né si deve decidere nelle aule di un tribunale. Il fatto che Silvio Berlusconi sia stato fatto fuori da sentenze non ha favorito un ripensamento nel suo elettorato che invece si è spostato addirittura più a destra. Non spetta a noi dire ai magistrati che cosa devono fare, e non spetta a loro dire che cosa dobbiamo fare noi con buona pace di Nicola Gratteri e di Pier Camillo Davigo, ma Nicola Zingaretti dichiari, anche a rischio di qualche fischio, che di ciò che accade a Salvini nei processi alla sinistra importa nulla. Il nostro modello è quello emiliano. Cose serie contro cazzate e i voti così arrivano.

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Il “pizzino” di Maurizio Belpietro a Giorgia Meloni

Su Panorama le ha scritto, in sisntesi, di non rompere le scatole a Salvini, di non farsi illusioni su quel 10% elettorale e di lasciar perdere le lusinghe delle tivù soprattutto di guardarsi dagli elogi della sinistra che si appresta a fare di lei una specie di Gianfranco Fini in gonnella.

Giorgia Meloni ha ricevuto oggi un severo ammonimento, sulle pagine di Panorama, dal direttore-editore del settimanale, Maurizio Belpietro.

Uno dei più estremisti giornalisti di destra le ha scritto, in sintesi, di non rompere le scatole a Matteo Salvini, di non farsi illusioni su quel 10% elettorale che la leader di Fratelli d’Italia si è guadagnato dopo anni di lavoro, di lasciar perdere le lusinghe delle televisioni e soprattutto di guardarsi dagli elogi della sinistra che si appresta a fare di lei una specie di Gianfranco Fini in gonnella, cioè una donna di destra che perde l’anima e quindi i voti.

Come Fini sbagliò a contendere la leadership a Silvio Berlusconi, così Meloni farebbe un errore a insidiare il capo della Lega. Se non fossimo di fronte a un articolo inutilmente lungo, diremmo che alla Meloni è arrivato un pizzino.

SALVINI, UN FENOMENO MEDIATICO COSTRUITO DALLA DESTRA

L’intervento ammonitore di Maurizio Belpietro conferma una tendenza che è visibile da anni. La debolezza della politica non solo ha consentito l’arrivo di politici improbabili, ma soprattutto a creato l’illusione in alcuni colleghi giornalisti di essere diventati i veri padroni del campo. Si ripete a destra ciò che è accaduto a sinistra quando, fra editoriali di Eugenio Scalfari e pensose articolesse dei boys di Paolo Mieli, la sinistra ha perso la testa e se stessa finendo in un vicolo cieco venendo subitaneamente rimproverata dagli stessi suoi mandanti per averla persa. Veri dèmoni.

Tanti giornalisti senza vergogna, appena il Cavaliere ha cominciato a perdere, lo hanno abbandonato e spesso ridicolizzato

A destra era già accaduto con Berlusconi. Capo vero, uomo di fascino, ricchissimo si era trovato circondato non solo di belle figliole che poi l’hanno condotto alla rovina, ma soprattutto da giornalisti compiacenti che hanno distrutto moralmente ogni avversario che si presentava sulla scena e spacciato per verità cazzate immani come la storia di Ruby nipote di Mubarak.

Maurizio Belpietro (foto di Claudio Furlan/LaPresse).

Questi giornalisti senza vergogna, appena il Cavaliere ha cominciato a perdere, lo hanno abbandonato e spesso ridicolizzato, tranne Alessandro Sallusti per fedeltà e per dovere editoriale. Guidati da uno svogliato Vittorio Feltri questo gruppo di colleghi della carta stampata e della tivù ha deciso di dare carte a destra approfittando della ascesa di un leader psicologicamente fragile, politicamente inconsistente ma aggressivissimo come Matteo Salvini.

IL LEADER DELLA LEGA SI È RIVELATO UN BLUFF

L’operazione tendente a rendere il leader della Lega un leader popolare è stata astuta perché tutto questo mondo ha dapprima con grandi allarmi creato il problema («aiuto, arrivano gli immigrati e i rom!») poi ha nominato sul campo un soldato sbruffone come “capitano” dei crociati anti-negri. Non tutte le operazioni riescono. Questo Salvini si è rivelato un guappo di cartone e ha inanellato una sciocchezza dopo un‘altra e si è rivelato il classico atleta delle gag che arrivato all’ultimo metro prima del traguardo si fa infinocchiare da un quisque de populo.

Il Fatto ha creato Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, la stampa di destra ha inventato Salvini

Insomma una persona seria – e i giornalisti di destra sono persone serie – dovrebbe cacciarlo a calci nel sedere. Solo che questi colleghi, come quelli giustizialisti guidati da Marco Travaglio, hanno creduto di scoprire il segreto del successo editoriale e del primato politica attestandosi alle spalle leader improbabile inventato da loro. Il Fatto ha creato Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, la stampa di destra ha inventato Salvini. Da qui copie, invettive, anime portate sull’orlo della guerra civile, notorietà e tanti quattrini e potere politico.

MELONI SCOMODA PERCHÉ LIBERA E DAVVERO DI DESTRA

Accade però che un bravo signore che abita dalle parti di Bologna sgonfi il palloncino Salvini e che il personaggio cominci ad apparire anche alla sua gente come un pupazzetto destinato a essere abbandonato fra qualche mese. Accade anche che a destra, un personaggio veramente di destra (per capirci quella destra che a uno come me fa venire l’orticaria) si faccia strada e senza padroni mostri una maggiore consapevolezza e soprattutto si metta a studiare da governante. Qui salta il giochino dei giornalisti di destra. Ma come? Abbiamo investito chili di stampa, di carta, di riprese televisive sul ragazzo del pub e ora arriva lei, limpidamente di destra, e vuole comandare senza il nostro permesso.

Giorgia Meloni e, sullo sfondo, Matteo Salvini.

Ecco quindi l’editoriale di Belpietro che ricorda alla Meloni di essere sempre la regina di Coattonia, termine che, se mai usato, da tempo nessuno più usa, almeno a sinistra, e di non farsi illusioni. Come Travaglio è il padrone assoluto dei cinque stelle e morirà con loro, così Belpietro e compagnia bella sono proprietari del cartellino di Salvini. E moriranno con lui. Ma prima vogliono evitare che la Meloni, che non controllano, si faccia strada. Sono in ballo potere e quattrini e Giorgia non può fare l’indipendente mettendo sul lastrico Belpietro, Porro, Giordano, e tutti gli altri facinorosi. Poi vi chiedete perché a me Meloni sta simpatica.

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Sanremo di distrazione di massa

Dalle Sardine al Pil che scende, dalla psicosi coronavirus alla crisi Whirlpool, fino all'allarme antisemitismo saranno molti i temi oscurati dai riflettori dell'Ariston. "Me ne frego", per cinque giorni, sarà solo la canzone di Achille Lauro. Del resto, come dice Elettra Lamborghini, «Musica. E il resto scompare».

«Sanremo non significa niente e non a caso ho partecipato con Gianna che non significa niente». Era il 1978 e Rino Gaetano saliva per la prima volta sul palco dell’Ariston (arrivando terzo, dietro ai Matia Bazar e Anna Oxa).

Già allora, però, il cantautore aveva capito come il Festival della canzone italiana fosse una bolla. Un «niente», però, che finisce col cancellare tutto il resto.

Ogni argomento, anche il più delicato o drammatico, è oscurato dai riflettori dell’Ariston. D’altronde tutti (anche chi si vanta di non seguirlo) conoscono perfettamente la sigla di Sanremo, ricordano a menadito la rituale presentazione che si ripete come un mantra ad ogni canzone («dirige l’orchestra il maestro…. applausi…. canta…. applausi»), sono pienamente consapevoli dall’incubo scalinata che a ogni edizione inspiegabilmente ricompare.

SALVINI E LA SUA BESTIA GIÀ CAVALCANO LA KERMESSE

Il 2020 non sarà da meno. A dare il segnale di come anche quest’anno il Festival sarà al centro dell’interesse nazionalpopolare è stato Matteo Salvini, che ha ben pensato di sfruttare già le polemiche sui cachet degli ospiti e sulla presenza in gara di Junior Cally con due post tra i più cliccati sulla sua pagina Facebook negli ultimi giorni.

Dopo aver visto cantare donne e uomini che hanno fatto la storia musicale del nostro Paese, trovo vergognoso che a…

Posted by Matteo Salvini on Sunday, February 2, 2020

E chissà se durante la gara, Salvini continuerà a gridare all’emergenza sbarchi. «Mentre io al governo lavoravo per bloccare gli sbarchi, salvare vite e difendere il mio Paese, Pd e compagni hanno riaperto porti e portoni, per la gioia di scafisti e trafficanti», scriveva su Fb il 2 febbraio. «Sbarchi nel 2020 aumentati del 700%, pazzesco. Non mi spaventano minacce e processi, torneremo al governo per proteggere l’Italia e i nostri figli».

Mentre io al governo lavoravo per bloccare gli sbarchi, salvare vite e difendere il mio Paese, PD e compagni hanno…

Posted by Matteo Salvini on Sunday, February 2, 2020

UN DIVERSIVO MUSICALE PER OPEN ARMS E GREGORETTI

Il Festival, però, potrebbe essere anche un ottimo diversivo per il leader della Lega, dopo che sabato scorso è arrivata la notizia dell’inchiesta per sequestro di persona anche sulla Open Arms, a cui quest’estate è stato negato per più di due settimane lo sbarco ai 134 migranti. Un caso che si aggiunge a quello scoppiato con la Gregoretti (a bordo in quella circostanza c’erano 131 migranti): proprio all’indomani di Sanremo, il 12 febbraio, sapremo se il Senato manderà a processo Salvini o no.

IL DERBY TRA SANREMO E PSICOSI DA CORONAVIRUS

Ma la vera domanda è un’altra: Sanremo riuscirà a oscurare anche l’emergenza per il nuovo coronavirus? Presto, tra una canzone e l’altra di Sanremo, ci saremo dimenticati delle ricercatrici che lo hanno isolato in Italia. E forse abbandoneremo per qualche giorno la psicosi che ha portato a vedere tutti i cinesi come untori.

IL PIL SCENDE, L’ITALIA GORGHEGGIA

Non c’è dubbio, però, che appena le porte dell’Ariston si apriranno, altri temi cadranno inesorabilmente nel dimenticatoio. Solo pochi giorni fa l’Istat ha inchiodato il governo: il Pil italiano nel quarto trimestre del 2019 si è contratto dello 0,3% rispetto al periodo luglio-settembre (è stato il peggior trimestre dal 2013) mentre i dipendenti stabili sono calati di 75 mila unità. Meglio non pensarci. Troppi numeri. I soli che potranno interessare saranno quelli degli ascolti per capire se Amadeus farà meglio di Baglioni o no.

WHIRLPOOL E ILVA O DILETTA LEOTTA?

Figuriamoci, poi, se le storie di aziende sull’orlo di una crisi possano mai avere la meglio sulle performance di Georgina o di Diletta Leotta. E così prepariamoci a dimenticare i tanti tavoli aperti tra ministero del Lavoro e Sviluppo economico, a cominciare dallo stabilimento di Whirlpool a Napoli che, a dispetto delle promesse di Luigi Di Maio (allora al Mise), rischia di chiudere e lasciare a piedi 420 lavoratori. L’unico risultato finora ottenuto dal governo è la promessa che nessun impianto verrà ceduto prima di ottobre. Poi si vedrà.

LEGGI ANCHE: Da Amadeus a Renato Zero, alfabeto di un Sanremo scricchiolante

Un “poi si vedrà” che, invece, è già scaduto su ArcelorMittal. Qui la spada di Damocle si avvicina. Venerdì 7 febbraio si deciderà sul ricorso presentato dai commissari dell’ex Ilva, contro il recesso di Arcelor dal polo siderurgico di Taranto. Tutto dipenderà dall’eventuale compromesso politico che si raggiungerà. Le trattative saranno fittissime in questi giorni, ma niente paura: noi parleremo di Amadeus.

LA POLITICA SILENZIATA DALLE CANZONI

Con le Regionali in Emilia-Romagna alle spalle, ora anche le sorti delle Sardine – e la polemica per la foto con i Benetton – probabilmente ci interesseranno via via sempre meno. Non che vada meglio a M5s e Pd, anche loro costretti a cedere il passo dinanzi alla domanda, molto più succulenta, se Peppe Vessicchio tornerà mai a dirigere l’orchestra. Fa niente se entrambe le forze politiche si preparano a una renovatio profonda, con i pentastellati pronti a voltare pagina dopo Di Maio, e i dem addirittura a cambiare nome al partito. È anche vero, però, che in ottica governativa questa spirale del silenzio potrebbe essere un toccasana per mettere in ordine le idee su questioni capitali: dalla riforma della giustizia allo stop alle concessioni autostradali fino alla legge elettorale. Figuriamoci, poi, se qualcuno si ricorderà del prossimo referendum sul taglio dei parlamentari (29 marzo): l’unico voto interessante è quello sui cantanti in gara.

IL DRAMMA DEL FEMMINICIDIO

Ci sono, però, anche temi su cui l’attenzione non dovrebbe mai calare. Come il femminicidio. In una settimana sono state uccise sei donne e poco o nulla è stato detto. Nell’ultimo anno si sono registrati 876 episodi di violenze, nelle varie forme. Nel 2018 i procedimenti erano stati 789. Anche se a dire il vero, Sanremo ha già fatto parlare della violenza di genere. Dopo le tante polemiche, la presidente dell’associazione Italia delle Donne Gisella Valenza, come ha scritto La Stampa, ha querelato Amadeus, i vertici Rai e Junior Cally – al secolo Antonio Signore – per «istigazione alla violenza sulle donne e le forze dell’ordine, odio, oltraggio alla morale, in violazione della Costituzione».

IL “ME NE FREGO” PER 5 GIORNI SARÀ SOLO QUELLO DI ACHILLE LAURO

Per i cinque giorni della kermesse magari torneremo tutti critici musicali, scordandoci che il 15,6% di noi pensa che la Shoah non sia mai esistita e dell’antisemitismo crescente nel nostro Paese. E il Me ne frego sarà per un po’ solo il titolo della canzone di Achille Lauro. Ribadisce il concetto Elettra Lamborghini: Musica. E il resto scompare.

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Il grande inganno dell’l’Internazionale sovranista

Uniti solo dalla xenofobia e dall'antagonismo contro la sinistra, i leader della destra europei, persi nel loro nazionalismo, non possono avere progetti comuni. Il raduno di Roma servirà molto di più ad acuire ed esplicitare lo scontro per la leadership tutto italiano tra Meloni e Salvini.

L’incontro internazionale in corso a Roma delle destre mondiali è un fatto positivo. Ancora nulla si sa di quello che propongono. Conosciamo gli ispiratori dell’iniziativa, e soprattutto i leader e le leader politici che partecipano, ma la positività dell’evento sta nel fatto che finalmente ciò che è destra torna chiamarsi destra. Il fatto che amino definirsi “sovranisti” è del tutto irrilevante. Sono della scuola di chi ritiene questa definizione un camuffamento di antiche teorie di destra ed essendo un sostenitore dell’inevitabilità dello scontro destra/sinistra non posso che plaudire alla celebrazione di questo incontro.

Da quel che scrivono i giornali finora salviniani, i relatori italiani saranno un professore ex socialista, Marco Gervasoni (autore con Simona Colarizi di ottimi libri sul socialismo), e una giornalista ex comunista, Maria Giovanna Maglie. È un vero peccato che non siano stati convocati fior di pensatori conservatori di cui non faccio i nomi per non coinvolgerli in un rassemblement che probabilmente non gradiscono.

Hanno scelto, quindi, di far rappresentare gli italiani da due personaggi assai attivi nella comunicazione quotidiana mostrando ancora una volta come il tema del sovranismo sia l’apparenza piuttosto che la profondità del pensiero.

SI ACCENTE LA COMPETIZIONE TRA MELONI E SALVINI

Non c’è dubbio che questa Internazionale “annerita” veda la competizione tutta italiana fra Giorgia Meloni e Matteo Salvini. I due ormai sono in gara esplicita anche perché gli elettori hanno dato una spinta alla leader di Fratelli d’Italia e le hanno consegnato il titolo di competitrice del capo leghista. A favore della Meloni ci sono due fattori.

Meloni, nota sostenitrice di Ruby come nipote di Mubarak, è riuscita a darsi una immagine talmente antica da sembrare nuova

Il primo è la maggiore freschezza. Rispetto a Salvini, che appare sempre più una minestra riscaldata, una specie di Re Mida alla rovescia per il suo mondo, la Meloni, in politica da tempo immemore e nota sostenitrice di Ruby come nipote di Mubarak, è riuscita a darsi una immagine talmente antica da sembrare nuova. Meloni infatti gioca al limite della nostalgia per il fascismo. Non ha la nettezza nella chiusura del passato che ebbe Gianfranco Fini, ma accompagna proclami di amore per la democrazia (che sono assolutamente veri) a “sentiment” che galvanizzano l’elettore di destra che da decenni cerca casa.

I SOVRANISTI SONO UNITI SOLO DALL’ODIO VERSO LA SINISTRA E LA XENOFOBIA

Il vero inganno del raduno sovranista sta nel fatto che generalmente le Internazionali, pur rispettando le fisionomie nazionali, hanno punti in comune. Non si capisce che cosa unisca l’Ungheria guidata da Viktor Orban alla Francia che Marion MaréchalLe Pen vorrebbe guidare. Li unisce in verità la xenofobia ma questi leader di destra faticano a proclamarsi tali in senso assoluto, preferiscono lasciare questi temi alla polemica politica quotidiana. Il loro sovranismo dovrebbe prevedere un primato della nazione rispetto a una economia globalizzata, ma non c’è un solo atto, dichiarazione, proposta di legge che faccia intendere che la destra abbia un contenzioso con chi comanda sul mondo. I nemici sono i poveri.

La presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni incontra il primo ministro ungherese e leader del partito Fidesz Viktor Orban.

Il vero tratto comune è la contrapposizione alla sinistra che viene colta nel difficile passaggio dalla tragedia blairiana all’attuale indefinita collocazione in uno schema riformista annaffiato da sentimenti di sinistra. Quel che appare certo è che questa Internazionale sovranista non ha parentele con il grande mondo conservatore che ha ispirato autorevoli presidente statunitensi o capi di governo britannici o leader italiani e francesi. Non c’è Alcide De Gasperi, non c’è Charles De Gaulle, c’è la Lepen e ci sono Salvini e Meloni, per l’appunto.

Fra le tante stupidaggini di questi tempi vanno catalogate non solo la fine di destra e sinistra ma anche l’idea che il popolo sia di destra

Tuttavia sottovalutare questi tentativi di dare un’anima ai “reazionari” mondiale non vanno sottovalutati perché attorno a essi si raduna un popolo. “Un” popolo, non “il” popolo, perché fra le tante stupidaggini di questi tempi vanno catalogate non solo la fine di destra e sinistra ma anche l’idea che il popolo sia di destra. Il popolo di destra è di destra. Poi c’è un altro popolo che talvolta è maggioranza che ha la forza inclusiva che il popolo di destra non ha. La destra vive il paradosso Salvini: estremizzare il proprio popolo, portarlo al limite della guerra civile e poi scoprire che un passo più in là arrivano i carabinieri.

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I pm di Milano non mollano l’inchiesta sui presunti fondi russi alla Lega

Chiesti altri sei mesi di tempo per condurre le indagini. Nei cellulari di Savoini, Meranda e Vannucci le foto di un foglio con le percentuali dell'accordo (mai andato in porto).

La procura di Milano ha chiesto altri sei mesi di tempo per continuare a indagare sui presunti fondi russi alla Lega. Nell’inchiesta sono indagati per corruzione internazionale Gianluca Savoini, presidente dell’associazione Lombardia-Russia ed ex portavoce di Matteo Salvini, l’avvocato Gianluca Meranda e l’ex banchiere Francesco Vannucci.

LA DECISONE DEL GIP ENTRO DUE SETTIMANE

Sulla richiesta adesso dovrà pronunciarsi il gip Alessandra Clemente. Gli avvocati degli imputati avranno cinque giorni di tempo per depositare eventuali memorie difensive. Dopo questo termine, entro una decina di giorni, il giudice prenderà la sua decisione ed è molto probabile che la proroga verrà concessa.

L’INCONTRO ALL’HOTEL METROPOL DI MOSCA

Al centro dell’inchiesta c’è la presunta trattativa, non concretizzata ma andata in scena all’Hotel Metropol di Mosca il 18 ottobre 2018, su una compravendita di petrolio che avrebbe dovuto avere lo scopo di rimpinguare con 65 milioni di dollari le casse della Lega. Da una parte i tre indagati, dall’altra altrettanti cittadini russi.

FILE AUDIO E FOTO AGLI ATTI DEGLI INQUIRENTI

Agli atti della procura ci sono i file audio resi pubblici da BuzzFeed, ma nei cellulari di Savoini, Meranda e Vannucci gli inquirenti hanno trovato anche le foto di un foglio con i dettagli del presunto accordo. Nell’appunto compaiono le percentuali dell’affare, su una partita di petrolio del valore di 1,5 miliardi di euro: il 4% sarebbe dovuto andare alla Lega, il 6% agli intermediari russi. La foto sarebbe stata scatta da Meranda, che poi l’avrebbe girata a Savoini e Vannucci.

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Il tribunale dei ministri vuole processare Salvini per la Open Arms

L'ex ministro negò lo sbarco alla nave della ong spagnola. Contestati sequestro di persona e omissione di atti d'ufficio.

Il tribunale dei ministri di Palermo ha chiesto una nuova autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini per il caso Open Arms. «Mi è arrivata un’altra richiesta di processo perché ad agosto ho bloccato lo sbarco di clandestini dalla nave di una Ong spagnola», ha detto il leader della Lega. «Ormai le provano tutte per fermare me e impaurire voi: vi prometto che non mollo e non mollerò, mai».

SEQUESTRO DI PERSONA E OMISSIONE DI ATTI D’UFFICIO

I reati contestati a Salvini sono il sequestro di persona e l’omissione di atti d’ufficio. I giudici ricevettero dalla procura del capoluogo la richiesta di procedere a indagini preliminari nei confronti dell’ex ministro dell’Interno nel novembre del 2019. Il caso riguarda il divieto di sbarco imposto da Salvini all’imbarcazione con a bordo i migranti soccorsi in mare ad agosto 2019. Nel provvedimento, con il quale il tribunale ha sostanzialmente accolto le indicazioni dei pm palermitani, si ripercorre in 110 pagine la vicenda e si afferma l’obbligo di prestare soccorso in mare. I giudici definiscono non politico ma «amministrativo» l’atto di vietare l’approdo ai migranti deciso da Salvini.

UN ATTO CHE NON FU CONDIVISO

Secondo gli stessi giudici, la decisione di non far sbarcare i migranti fu presa da Salvini individualmente, quindi non un atto «condiviso» con gli altri esponenti del Governo. La nave della ong Catalana rimase 20 giorni ferma davanti a Lampedusa, poi furono i magistrati, in seguito a un’ispezione a bordo, a ordinare lo sbarco d’urgenza dei migranti. Nel provvedimento del tribunale dei ministri di Palermo, i giudici sostengono, tra l’altro, che nel caso della ong non c’era alcun indizio che l’eventuale approdo rappresentasse un pericolo per l’ordine e la sicurezza, condizioni a cui il decreto sicurezza bis subordina la possibilità di vietare lo sbarco.

IL VIMINALE NON INDICÒ UN PORTO SICURO

Il collegio inoltre, ripercorrendo la vicenda dell’agosto scorso, sostiene che il Viminale, soprattutto alla luce dell’ordinanza del Tar che aveva sospeso il divieto di ingresso della nave catalana nelle acque territoriali italiane, aveva l’obbligo di indicare all’imbarcazione il Pos, il porto sicuro. Le osservazioni del tribunale ricalcano le considerazioni fatte dalla Procura di Palermo che, a novembre scorso, in una memoria firmata dal procuratore Francesco Lo Voi, dall’aggiunto Marzia Sabella e dal pm Gery Ferrara, aveva chiesto ai giudici di indagare.

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Così la comunicazione delle Sardine ha battuto la Bestia

Eravamo abituati a bacheche Facebook imbrattate da commentatori seriali e rabbiosi, video rumorosi, contest irriverenti. Poi silenzio delle piazze gremite di cittadini hanno preso il sopravvento sulla guerriglia a colpi di tweet della macchina social di Salvini.

Che sia merito delle Sardine o meno, le elezioni regionali in Emilia-Romagna del 26 gennaio hanno evidenziato una profonda evoluzione nel sistema della comunicazione politica italiana. Il modus operandi delle Sardine, basato sulla mobilitazione disintermediata e autonoma dai partiti, ha raggiunto l’obiettivo di “persuasione politica” tanto auspicato dal movimento. La risonanza sui social è, infatti, solo una conseguenza dei numeri raggiunti e dall’affluenza nelle piazze italiane.

Che questo segni la fine della Bestia, la macchina social progettata da Matteo Salvini? Forse è ancora troppo presto per dirlo, ma quel che è certo è che il sistema dominante negli ultimi mesi sta attraversando una crisi profonda. Basti infatti pensare all’articolo che ho pubblicato su questa stessa rubrica lo scorso 16 ottobre, in merito al dibattito avvenuto nel corso della trasmissione Porta a Porta tra Matteo Salvini e il suo omonimo rivale, Matteo Renzi. L’analisi di Twitter aveva confermato che, nonostante la Bestia ruggisse ancora, questa non era riuscita a battere l’engagement del leader di Italia Viva. Due mesi fa, però, le battaglie politiche si combattevano su Twitter, social d’eccellenza per gli argomenti politici.

Oggi lo scenario sembra essere profondamente cambiato. In pochissimo tempo ci siamo ritrovati ad avere da un lato Matteo Salvini, ex ministro dell’Interno, pronto a scuotere gli animi social con citofonate inaspettate a sospetti spacciatori e dall’altra le Sardine, un movimento di partecipazione politica caparbio e silenzioso che, invece di riempire i post, riempie le piazze. Due sistemi agli antipodi. Le Sardine stanno dunque esercitando una importante funzione oppositiva al dominio mediatico della Lega che, lanciando il suo leader, ha cercato in questi mesi di coinvolgere tutti i pubblici possibili, arrivando addirittura ad approdare su TikTok, il “social dei giovani”. Ma non è tutto. Il movimento è riuscito a dimostrare che una nuova comunicazione politica è possibile e che, forse, è la politica stessa a essere rimasta due passi indietro.

DALLE SARDINE UNA COMUNICAZIONE NUOVA CHE COINVOLGE TUTTA LA SOCIETÀ CIVILE

La comunicazione è sempre stata al centro dell’agenda delle Sardine. Queste infatti non vogliono rappresentare il semplice elemento costitutivo della vittoria di Stefano Bonaccini in Emilia-Romagna, ma la forza di opporsi a un sistema instabile, oppressivo ed elitario con strumenti diversi. È questo, dunque, il messaggio del movimento nato a Bologna da un gruppo di quasi trentenni «insonni», come si definiscono loro. Le Sardine della prima ora, dopo l’evento organizzato a Bologna in occasione della partenza della campagna elettorale della candidata leghista alla presidenza della Regione Emilia-Romagna, sono sempre rimaste coerenti con il loro messaggio iniziale.

Urne chiuse. C'è chi dice che siano i gesti folli a cambiare il corso della storia, ma noi preferiamo pensare che siano…

Posted by 6000 sardine on Sunday, January 26, 2020

Non è un caso, dunque, che, una volta chiusa la tornata elettorale emiliana, sulla loro pagina Facebook le Sardine abbiano annunciato che il movimento non è nato per stare sul palcoscenico e che «è tempo di tornare a prendere contatto con la realtà e ristabilire le priorità, innanzitutto personali. Se avessimo voluto fare carriera politica l’avremmo già fatto. E invece, prima di tutto, desideriamo tornare a essere noi stessi, elettori e cittadini, parenti e amici. Per questo motivo non ci vedrete in tivù o sui giornali». Una presa di posizione netta e chiara, comunicata attraverso i social, ma sancita da una logica molto razionale.

Una comunicazione logica, sensata, avulsa da quella rabbia che tanto permea qualsiasi strato della società

La voce di “6.000 Sardine” è univoca ed efficace e ha dato vita ad una comunicazione efficiente, in grado di raggiungere le mille sfaccettature di una società sempre più complessa. Un nuovo sistema comunicativo che trascende molto meno dalla realtà ed è rispettoso del mondo delle istituzioni. Una comunicazione logica, sensata, avulsa da quella rabbia che tanto permea qualsiasi strato della società. Non è un caso che questo nuovo tipo di comunicazione sia stata definito su molti giornali come l’antitesi della kayfabe, un termine mutuato dal wrestling, utilizzato per identificare la comunicazione politica che ha caratterizzato questi anni. La keyfabe rappresenta, infatti, la natura finta ma conflittuale della disciplina, molto simile alle campagne politiche cui abbiamo avuto modo di assistere in questi anni.

CHE SIA QUESTO IL VERO CAMBIAMENTO DELLA POLITICA?

La prova tangibile che i social intrisi di rabbia non siano l’unico strumento di mobilitazione popolare valido e immediato ha certamente caratterizzato un crollo delle certezze nel mondo della comunicazione. Le Sardine non hanno solo identificato come far passare certi messaggi, ma cosa far passare. E se sul web e sui media tradizionali ci si interroga sul futuro del movimento, la domanda più pertinente da porsi sembrerebbe essere un’altra: come cambierà il nostro modo di comunicare il dissenso? Come potrà la politica aggiornarsi, trasformarsi e reagire in tempi brevi? Questi i quesiti a cui il mondo della comunicazione dovrebbe rispondere. Siamo davanti, infatti, a una vittoria di un movimento fluido in una società fluida e questo è stato possibile solo grazie all’attuazione di un processo comunicativo nuovo, fuori dalle logiche illogiche del mondo social. E su questo aspetto bisogna riflettere, studiare e non mollare la presa perché forse, il governo del Cambiamento, sta per essere cambiato da fuori.

Gianluca Comin è professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma

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C’è vita a destra oltre Salvini e Meloni

Da Giorgetti a Crosetto fino a Carfagna e Zaia: per il dopo-Salvini esistono leader competenti che sanno governare e fare politica. Ma questi potenziali candidati dovranno combattere contro l’esercito dei facinorosi dei giornali di destra che alimenta l'incendio sociale e ideologico.

Noi di sinistra ci dovremmo fare i fatti nostri. Nel senso che dovremmo restare indifferenti alle prime avvisaglie di scontro nel centrodestra sulla leadership. Certo un po’ di magone viene all’idea che prima o poi Matteo Salvini verrà retrocesso (come un Luigi Di Maio qualsiasi) perché questo Salvini è stato una mano di Dio per noi.

Senza di lui non avremmo riacchiappato il vecchio elettorato, le sardine sarebbero rimaste nelle scatolette, staremmo a discutere di Matteo Renzi e Carlo Calenda. C’è stato un tempo – tutto il periodo berlusconiano – in cui la sinistra, che inseguì pure Gianfranco Fini, sognava il leader di destra di rango europeo immaginandolo ben vestito, antifascista, ragionevole, di mezza-Casta, lontano dal popolo urlante.

Invece ci siamo beccati il Cavaliere e, se non fosse per l’età e per i suoi “vizietti”, quel diavolo sarebbe ancora a comandare. Invece ha lasciato l’eredità del centrodestra a un giovane pasticcione che non si accorge mai quando sta per fare, o dire, la cazzata e non ha attorno a lui uno/a che lo metta in guardia. Ma possibile – dico io – che non vi avanzi un Rocco Casalino anche per lui?

DA GIORGETTI A CROSETTO FINO A ZAIA, TANTI LEADER A DESTRA

Il sogno di inverno della sinistra, che spera nella volata di Giorgia Meloni ma poi teme che la giovane politica di destra si infili in una china lepenista, è senza dubbio Giancarlo Giorgetti. Giorgetti, se ci pensate, assomiglia tanto al mitologico leader di destra che può piacere a tutti. Parla poco, sa di cosa parla, ha un buon aspetto, è bene educato ma qualche vaffanculo riesce a dirlo, è leghista cioè di quella famosa costola della sinistra che purtroppo ormai non ci vuole più bene. Un altro che non dispiacerebbe è Guido Crosetto, il gigante buono che sa tutto, parla di economia come un professore della Bocconi, conosce i segreti del parlamento, capisce di strategie militari.

Luca Zaia si muove bene, conosce lo Stato, sa come muoversi, sa come mettere le mani su un dossier piuttosto che su un boccale di birra

Molti di noi hanno sognato anche la irresistibile ascesa di Mara Carfagna, donna elegante, competente, di destra, battagliera sui diritti civili, con l’unico difetto di assomigliare (non fisicamente, si capisce) al principe Carlo essendo come lui in attesa dell’abdicazione della sua regina che nel suo caso è Silvio Berlusconi. L’elenco potrebbe ancora infittirsi. Perché tacere, ad esempio, di Luca Zaia, governatore veneto che veste Zara, si muove bene, riesce in certi momenti a dire anche cose peggiori di Salvini ma ha più appeal di lui non fosse altro perché conosce lo Stato, sa come muoversi, sa come mettere le mani su un dossier piuttosto che su un boccale di birra.

C’È CHI VUOLE TENERE VIVO L’INCENDIO SOCIALE E IDEOLOGICO

Il problema di questi e altri candidati e candidate è che dovranno fare i conti non con gli elettori, o con i parlamentari affezionati a Salvini, ma dovranno combattere all’arma bianca contro l’esercito dei facinorosi che sui giornali di destra e sulle tivù di destra cerca ogni giorno di vigilare che l’incendio sociale e ideologico non si spenga.

Da sinistra, Vittorio Feltri e Maurizio Belpietro (foto Mauro Scrobogna/LaPresse).

Non penso solo a Vittorio Feltri, Nicola Porro, Maurizio Belpietro, Mario Giordano, Alessandro Sallusti, Franco Bechis ma anche a quegli altri che si nascondono, ad esempio l’esperta ultra-garantista, l’ex manager, l’ex scolorito ministro che pensavano di essere a un passo dalla presa (o ripresa) del potere al seguito di “Salvinuccio nostro” e che invece dovranno tornare alla casella di partenza.

Insomma in questi anni ci siamo presi uno spavento mica male, prima con Beppe Grillo poi con Salvini e non è detta che sia finita

Il successore di Salvini si dovrà chiedere anche come arrivare al cuore di Francesco Borgonovo, di Renato Farina, addirittura di Pietro Senaldi, per tacer della Maria Giovanna Maglie. Impresa quasi disperata. Insomma in questi anni ci siamo presi uno spavento mica male, prima con Beppe Grillo poi con Salvini e non è detta che sia finita e che non vengano anche tempi peggiori. Intanto sorridiamo, per qualche ora ancora, con Stefano Bonaccini. Solo che nessuno di noi avrebbe immaginato che ci fossero tanti nani e ballerine in giro per la Padania.

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I tunisini in Italia e l’iniziativa “Io spaccio” contro Salvini

Pusher di amore, diritti civili, di bellezza e fratellanza. La comunità italo-tunisina risponde (con ironia) alla citofonata di Salvini con un'iniziativa su Facebook. Per abbattere i pregiudizi e raccontare storie di integrazione.

Il video in cui Matteo Salvini citofona a una famiglia tunisina, chiedendo se spaccia (poi rimosso da Facebook per violazione della policy sulla privacy, a seguito di una segnalazione per incitamento all’odio), ha fatto molto scalpore nei giorni scorsi, non solo nel nostro Paese.

L’ambasciatore tunisino in Italia, così come dei deputati tunisini, hanno fatto sentire la loro voce, chiedendo che si scusasse; non sono mancate nemmeno le reazioni all’interno della comunità di italiani residenti in Tunisia, indignati per il gesto, ma è soprattutto la comunità tunisina residente in Italia che ha reagito in modo ironico ed originale, creando una pagina Facebook intitolata Io spaccio.

L’idea è di Ramzi Harrabi, artista e mediatore culturale, di Siracusa, in Italia da 20 anni: «Negli ultimi due anni Salvini si è permesso di attaccare più volte la comunità tunisina», spiega a Lettera43. «Quest’ultima azione», prosegue, «in particolar modo ha fatto rimanere molto male i miei connazionali. Così abbiamo fatto un po’ di autocritica: non ci siamo mai fatti sentire in queste occasioni, in Italia spesso l’immigrato non ha voce, altri parlano per lui e soprattutto si parla di richiedenti asilo, delinquenti, sfollati, che costituiscono solo una parte dell’immigrazione. Invece come migranti abbiamo la capacità di ribaltare l’immagine che spesso passa attraverso i media mainstream».

«VOGLIAMO CONTRASTARE I PREGIUDIZI CONTRO GLI IMMIGRATI»

La pagina Facebook vuole infatti mostrare proprio quell’immigrazione di cui poco si parla, un’immigrazione fatta di integrazione e successo: «Non è un’inziativa nata per attaccare Salvini», continua Harrabi ,«ma per contrastare il pregiudizio che i tunisini vengano in Italia solo per spacciare e per riunire in uno solo spazio le storie della comunità tunisina in Italia. In questo modo abbiamo risposto con ironia, facendo anche emergere le qualità dei numerosi tunisini che vivono in Italia di cui spesso non si parla». Harrabi sottolina come ci siano tante eccellenze accademiche, ma anche medici, avvocati, artisti, camerieri, operai, lavoratori onesti e umili. «In quanto tunisino», sottolinea, ‘Io spaccio’, ma non la droga, perché abbiamo un sacco di potenzialità, e sono proprio queste ultime che spacciamo nella società».

Abdelhamid #tunisino un gran lavoratore #spaccia onestà e saluta a #salvini

Posted by Io spaccio on Tuesday, January 28, 2020

Partendo dalla propria cerchia di amici e dai contatti con la comunità italo – tunisina, la pagina è cresciuta in pochissimo tempo: in una settimana, più di 7.500 i “mi piace” e più di 9.200 le persone che la seguono. Scorrendo la home, ecco in brevi video di 30 secondi (accompagnati dall’apposito hashtag #iospaccio) tunisini e italo-tunisini da tutta Italia raccontarsi e mettere in luce il loro ‘spaccio’: c’è chi spaccia giustizia, chi bellezza, fratellanza, convivenza, umanità, lealtà, turismo, cultura, arte, rispetto, amore.

SPACCIATORI NON DI DROGA, MA DI AMORE, SAPERE, DIRITTI UMANI

Ci sono persone come Monia, studentessa di giurisprudenza e mediatrice, che spaccia educazione ai diritti umani, o Sarra, italo-tunisina, funzionario della pubblica amministrazione e docente universitaria, che spaccia sapere. Oppure Khausa, che spaccia psicologia d’infanzia, Nabila, da 30 anni in Italia, con due figli romani, di cui una che entrerà nell’esercito italiano. E ancora Ouiem, fonico trascrittore presso il Tribunale di Roma e attivista dei diritti umani, Adel, medico anestesista rianimatore, da 20 anni in Italia, che consiglia di leggere la storia che lega il popolo tunisino a quello italiano.

Sono diverse anche le coppie “miste”, interreligiose e interculturali, che si sono messe in gioco

Tante storie, tanti volti, tutti accomunati dal voler mostrare una Tunisia di cui in Italia spesso si ignora l’esistenza, ma che esiste. E ancora Sonia Ben Amor, con una figlia italo-tunisina, che scrive «non permetto a Salvini di fare sentire mia figlia inadeguata. Io spaccio amore». E sono diverse anche le coppie “miste”, interreligiose e interculturali, che si sono messe in gioco: come Saddam, con moglie italiana, che ammette di spacciare interculturalità: «Siamo persone che condividono due mondi diversi, ma contemporaneamente molto vicini». La solidarietà, anche da parte di italiani, non è mancata: «È nata una solidarietà interrazziale. La gente ha captato al volo l’intento, sopratutto i tunisini si sono messi in gioco».

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Ora Salvini vuole denunciare Conte e Lamorgese per sequestro di persona

Il leader della Lega polemizza sullo sbarco a Taranto di 400 migranti, che dovrebbe avvenire nelle prossime ore: «Il governo ci ha messo quattro giorni per concedere un porto sicuro. Allora li denuncio».

Strano ma vero, dopo le elezioni regionali in Emilia Romagna e Calabria il leader della Lega, Matteo Salvini, si scopre difensore dei migranti e accusa di sequestro di persona il premier Giuseppe Conte e la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese.

Nel corso di una diretta Facebook, Salvini ha “spiegato”: «A Taranto sbarcheranno 400 migranti a bordo di una nave delle Ong. Con tutti i problemi di lavoro, inquinamento e agricoltura che ha la Puglia, l’unico modo che questo governo ha per ricordare la regione è far sbarcare i migranti. E ci hanno messo quattro giorni per concedere un porto sicuro. Allora denuncio per sequestro di persona il presidente del Consiglio Conte e la ministra Lamorgese. È sequestro di persona solo quando sono coinvolto io? Ci vediamo in tribunale».

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Facebook rimuove il video di Salvini al citofono per «incitamento all’odio»

Lo rende noto Cathy La Torre, legale di Yassin, il 17enne bollato dal segretario leghista come spacciatore.

È incitamento all’odio. E quindi il post è stato cancellato. «Facebook ha rimosso dalla pagina di Matteo Salvini il video della vergogna: la diretta della sua citofonata a casa di Yassin».

Lo ha reso noto Cathy La Torre, l’avvocato che difende il ragazzo del Pilastro di Bologna.

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Il 21 gennaio il leader della Lega aveva suonato al citofono dell’appartamento chiedendo, su segnalazione di un’abitante del quartiere, se lì abitasse uno spacciatore.

L’avvocato ha pubblicato lo screenshot del messaggio con cui di Facebook ha comunicato la rimozione del post. «È la prima di una lunga serie di vittorie per cui ci batteremo fino allo stremo, ve lo prometto, su questa meschina pagina della nostra vita democratica», ha commentato Cathy La Torre.

E' la prima di una lunga serie di vittorie per cui ci batteremo fino allo stremo, ve lo prometto, su questa meschina…

Posted by Cathy La Torre on Tuesday, January 28, 2020

«Quella diretta», ha continuato la legale promotrice di Odiare ti costa, «ha devastato la vita di Yassin. Yassin, incensurato, 17enne italiano e giocatore di calcio, si è ritrovato in tutta Italia bollato come ‘lo spacciatore’. La rimozione del video non riparerà tutto questo. E Matteo Salvini sarà chiamato a rispondere delle sue responsabilità per le vie previste dalla legge». L’avvocato ha aggiunto che si tratta di «un segnale comunque straordinario. Un ex ministro dell’Interno vede rimosso il video di una sua incursione nella vita di una famiglia, nella sua privacy, a seguito di una segnalazione per ‘incitamento all’odio’. È una vittoria. Ma è solo la prima».

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La sinistra ignori Salvini e gli editorialisti cerchiobottisti

Suggerisco a Zingaretti una “strategia della disattenzione”. Lasciar perdere il capo della Lega, così che cuocia nel suo brodo. E lasciar perdere i consigli dei commentatori di Corriere e Repubblica.

Non so quanto tempo ci metterà la destra a liberarsi di Matteo Salvini. Molto dipende dall’ascesa di Giorgia Meloni che può innescare una gara ad eliminazione fra i due.

Da qui al momento dell’exitus di Salvini la sinistra, ovvero tutto ciò che è contrario alla destra, farebbe bene a ignorare il capo leghista. Generalmente sono contrario a strategie di questo tipo di fronte a un avversario arrembante che dice cose atroci.

Ora però siamo di fronte a un nemico che ha preso una botta molto forte, che finge che non gli sia successo nulla, che cerca, grazie ai giornali che lo appoggiano e alle televisioni amiche, di riprendere la marcia ma è visibilmente suonato, insomma un cadavere politico.

SALVINI VA IGNORATO, NON LE ISTANZE DEI SUOI ELETTORI

Due colpi nel giro di pochi mesi hanno significativamente appannato l’immagine di Salvini. Le forze che avevano puntato su di lui devono fare i conti con due cose: la prima è la strategia salviniana improntata solo su una linea di scontro, la seconda è la manifesta incapacità del capo leghista. La sua Bestia che, quando mosse i primi passi, stupì per il cinismo e la tempestività, ormai è diventata una macchina ripetitiva e lo stesso Salvini sta in tivù come Gabriele Paolini, quel personaggio che si infilava dietro i cronisti parlamentari del telegiornale con il suo faccione e che si prese un calcione dal povero Paolo Frajese.

Salvini è l’uomo degli autogol, è quello che scatena la rissa in campo, è il personaggio che non azzecca un palleggio

I piani da tenere rispetto a Salvini sono due. Uno dice che bisogna continuare ad analizzare il fenomeno di massa che è legato al suo nome, cioè analizzare quotidianamente le caratteristiche e le domande della gente che si è rivolta a lui. L’altro piano è quello che deve portare a sottolineare la totale irrilevanza del secondo Matteo. È l’uomo degli autogol, è quello che scatena la rissa in campo, è il personaggio che non azzecca un palleggio. Vince i sondaggi e perde le elezioni.

IL POPOLO CHE VIENE DAL PCI HA DIMOSTRATO DI ESISTERE ANCORA

In questi giorni e in queste ore Nicola Zingaretti sta ricevendo molti consigli. In maggioranza vengono da commentatori politici non sovranisti che avrebbero però visto volentieri la caduta dell’Emilia-Romagna per liberarsi finalmente dei “comunisti”. Non è successo e quindi, come si è già visto nelle tavole rotonde post elettorali, alzano l’asticella per il segretario del Pd e sono prodighi di suggerimenti, di indicazioni precettive, di ammonimenti che portano sempre a svalutare un voto che è di assoluta svolta.

Il segretario del Partito democratico Nicola Zingaretti.

Zingaretti faccia quel che gli pare ma non dia retta ai commentatori (ovviamente anche a me). Soprattutto lasci perdere quelli che non sanno più nascondere la loro tragedia personale nel vedere che malgrado errori, anche gravissimi, il mondo che viene dal Pci esiste, fa cose, è un argine contro la destra, addirittura qualche volta vince. Qui stiamo tutti bene e anche Massimo D’Alema, che ho visto qualche giorno fa, è in formissima. Rassegnatevi.

PROPONGO A ZINGARETTI LA STRATEGIA DELLA DISATTENZIONE

Ecco quindi il mio suggerimento (che Zingaretti può ignorare). La chiamerei la “strategia della disattenzione”. Lasciar perdere Salvini, così che cuocia nel suo brodo. Lasciar perdere gli editorialisti di Corriere e Repubblica, in particolare i “cerchiobottisti”. Immagino che nel nostro futuro ci debba essere una sinistra rifomista che sappia volare alto, cosa impossibile se si perde la giornata a compulsare retroscena di Montecitorio, dichiarazioni di Tersesa Bellanova, editoriali pensosi. Per anni la sinistra è stata autonoma dal popolo. Ora ha iniziato, grazie alle autocritiche e alle sardine, a capire che questa connessione ci deve essere. La sinistra proclami, invece, la sua autonomia da editorialisti “cerchiobottisti” e dai giustizialisti alla Alfonso Bonafede e Marco Travaglio. Sarà una sinistra bellissima.

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La parabola di Salvini, dal Papeete alla sconfitta in Emilia-Romagna

Nel fortino rosso doveva stravincere. Ma così non è stato, anzi. E con il ko si allontana l'ipotesi di voto anticipato. Dall'invocazione dei "pieni poteri" allo strappo con il M5s fino alla vicenda Gregoretti, gli scogli del Capitano.

Sono lontani i tempi in cui Matteo Salvini, al Papeete Beach con mojito in mano e torso nudo, dettava l’agenda politica.

Dall’invocazione dei «pieni poteri» al ko in Emilia-Romagna – forse il calice più amaro visto che con la mancata conquista di una delle ultime regioni rosse si affievoliscono le speranze di un voto anticipato – sono trascorse settimane difficili per il leader della Lega.

Una serie di ostacoli, simbolici e reali, hanno minato l’immagine del Capitano infallibile. La caduta del primo governo guidato da Giuseppe Conte, insomma, ha segnato l’avvio di una inattesa (almeno a inizio estate scorsa) traversata nel deserto per l’ex ministro dell’Interno. E che potrebbe ulteriormente complicarsi nelle prossime settimane.

L’AFFONDO DI CONTE AL SENATO

Il primo colpo è arrivato dal suo ex alleato, tramutatosi in arcirivale nel volgere di poche settimane: il presidente del Consiglio Conte. Nell’Aula del Senato, il 20 agosto il premier ha annunciato le dimissioni. Al suo fianco c’era ancora Salvini, nel ruolo di vicepremier. In diretta tivù, con gli italiani divisi tra vacanze e la crisi politica, Conte ha lanciato una serie di attacchi, sempre con il suo stile pacato: dal mancato rispetto delle «regole» dell’alleanza alla rottura definitiva del patto in assenza di un effettivo casus belli.

LEGGI ANCHE: Che vi avevo detto? Salvini è arrivato al capolinea

Senza dimenticare l’uso dei simboli religiosi con il rischio «di offendere il sentimento dei credenti e di oscurare il principio di laicità», ha scandito, in quel caso, il presidente del Consiglio dimissionario.

L’INEDITA ALLEANZA GIALLO-ROSSA

L’atto di accusa al Senato avrebbe potuto rappresentare solo il colpo di coda di Conte. Una parentesi fastidiosa per Salvini, prima di tornare un auge. Il problema vero è stato che, nei giorni tra Ferragosto e il discorso di Conte, Matteo Renzi, in quel momento ancora senatore del Partito democratico, è stato il regista di un’operazione impensabile solo pochi giorni prima: un’alleanza tra Pd e Movimento 5 stelle con l’aggiunta di Liberi e uguali. Una mossa che di fatto ha relegato all’angolo il leader della Lega, congelando i sogni di gloria, o meglio di voto anticipato.

Matteo Salvini in consolle al Papeete beach di Milano Marittima, il 3 agosto 2019 (Ansa).

LE ULTIME OFFERTE DI SALVINI A DI MAIO E IL CONTE 2

Nei magmatici giorni della crisi, Salvini ha tentato di rimediare all’ultimo minuto utile, offrendo al M5s un nuovo patto per scrivere la Legge di Bilancio e completare l’iter per il taglio dei parlamentari. Un tentativo disperato, così come lo era la proposta avanzata, in privato, a Luigi Di Maio di diventare presidente del Consiglio in un nuovo governo gialloverde. Nonostante i contatti con l’ormai ex capo politico pentastellato, il numero uno del Carroccio ha dovuto arrendersi: i parlamentari grillini non hanno voluto più alcuna intesa con i leghisti. Un rifiuto sdegnato giunto da chi, fino a pochi giorni prima, aveva accettato di tutto, dicendo addirittura “no” al processo sulla vicenda della Diciotti

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Il 5 settembre è stato sancito il definitivo fallimento del blitz orchestrato da Salvini per tornare al voto. Al Quirinale c’è stato il giuramento del Conte 2, che ha spedito ufficialmente la Lega all’opposizione nonostante pochi mesi prima avesse fatto il pieno di consensi alle Europee. In meno di un mese, quindi, il leader leghista si è trasformato da Re Mida della politica a un collezionista di errori. Tanto che i sondaggi hanno iniziato a rilevare un sensibile calo della Lega, pur confermandola saldamente come primo partito in Italia. 

Matteo Salvini e Giuseppe Conte, il 20 agosto 2019 (Ansa).

LA CONCORRENZA INTERNA DI GIORGIA MELONI

Di contro, nonostante la presenza mediatica costante di Salvini, nei sondaggi si è consolidato un trend significativo nel centrodestra: la crescita di Fratelli d’Italia e il rafforzamento della “minaccia” di Giorgia Meloni alla leadership dell’ex ministro dell’Interno. Una concorrenza che ha creato più di qualche fastidio, appena celato, tra i leghisti. È stato un fatto politico nuovo: la fine dell’ambizione di una Lega autosufficiente, quindi “costretta” a stringere patti con alleati tutt’altro che cedevoli. 

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L’ASSEDIO DELLE SARDINE

Certo, l’autunno grigio di Salvini ha conosciuto qualche piccola oasi felice. La litigiosità del Conte 2 ha dato un po’ di ossigeno e anche il trionfo, annunciato, in Umbria il 27 ottobre, ha ringalluzzito il numero uno leghista. Il 14 novembre, a Bologna, l’ex ministro dell’Interno ha però scoperto un nuovo e imprevisto avversario: il movimento delle Sardine. Tutto è nato da un flash mob contro la presenza in città del leader della Lega, arrivato per sostenere la candidatura alle Regionali di Lucia Borgonzoni. La grande partecipazione ha rianimato le piazze della sinistra con la parola d’ordine «L’Emilia-Romagna non si Lega». E in due mesi le manifestazioni si sono moltiplicate in tutta Italia, fino allo straripante successo di dicembre a Roma, e il bis a Bologna a pochi giorni dal voto del 26 gennaio.

La manifestazione delle Sardine in piazza Libero Grassi a Bibbiano (Re) (Ansa).

LA VICENDA GREGORETTI

Il momento nero salviniano è proseguito a dicembre con la richiesta di processo per il caso della Gregoretti. Al contrario di quanto accaduto con la Diciotti, il Movimento 5 stelle ha subito annunciato voto favorevole. Togliendo dunque lo scudo all’ex ministro dell’Interno che ha cercato di ribaltare la vicenda, dicendosi pronto a finire in carcere. Da qui è scattata la decisione sul voto favorevole della Lega, il 20 gennaio, nella Giunta per le Immunità del Senato.

LA CAUSA PERSA CON L’ESPRESSO

A poche ore dal voto delle Regionali è arrivato un altro duro colpo: Salvini ha visto tornare indietro le querele per diffamazione al settimanale L’Espresso sui 49 milioni di euro confiscati alla Lega. Per i giudici non c’era alcun reato. Il leader leghista aveva infatti annunciato una battaglia in Tribunale, denunciando il presunto contenuto diffamatorio di alcuni articoli. Così, nel bel mezzo di una campagna elettorale, l’ex infallibile Capitano ha dovuto subito un’altra battuta d’arresto. Un presagio di quello che sarebbe scaturito dalle urne dell’Emilia-Romagna, dove ha perso male anche in quella Bibbiano, località divenuta simbolo, e boomerang, della sua propaganda.

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