Gli effetti del Covid-19 sul settore marittimo

Come per le compagnie aree anche il trasporto via mare rischia il crollo. Attesa una flessione della domanda e un tonfo dei prezzi. Già cancellati diverse tratte. E per le aziende resta l'incognita dei marinai che non possono essere sostituiti e a bordo rischiano il contagio..

L’onda lunga dell’emergenza Covid-19 di abbatterà come uno tsunami anche sul settore marittimo.

L’intero comparto rischia di vivere una lunga agonia. E a pagare non sarà solo il business delle crociere, ma soprattutto quello mercantile.

A RISCHIO UNA CIFRA TRA GLI 800 MILIONI E I 23 MILIARDI

I segnali di una certa sofferenza del comparto arrivano dai numeri delle partenze. Secondo i dati raccolti dal Wall Street Journal nella prima settimana di aprile le compagnie di trasporto marittimo ne hanno cancellate 160. Dati confermati anche dalla società di consulenza danese Sea-Intelligence ApS, secondo la quale i trend in corso mostrano come non ci sarà un picco della attività durante la stagione estiva, anzi il trasporto dei beni manifatturieri scenderà. Difficile però fare una valutazione economica precisa.

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Per la Sea-Intelligence le compagnie potrebbero vedere andare in fumo una cifra compresa tra gli 800 milioni e i 23 miliardi di dollari nel solo 2020. La forbice, hanno spiegato gli analisti, dipende da come le aziende gestiranno l’emergenza, soprattutto a fronte di un crollo generalizzato della domanda. La Cina, infatti, dopo il lockdown di inizio anno ha iniziato a spingere nuovamente sulle esportazioni, ma Europa e soprattutto Stati Uniti, nel bel mezzo dell’epidemia, hanno fatto crollare la domanda.

SI PREVEDE UNA CADUTA DELLE TARIFFE

A differenza delle compagnie aeree che hanno subito il colpo per il blocco imposto dai Paesi, l’insidia maggiore per gli armatori resta è il crollo delle tariffe di trasporto sulle principali rotte commerciali. Se l’offerta di beni si riduce in tutto il mondo e l’offerta di trasporti rimane costante ci sarà inevitabilmente una diminuzione del suo valore. Il rischio è rivivere uno scenario simile a quello del 2009 quando nel comparto si fecero sentire gli effetti della crisi scoppiata l’anno precedente. Le compagnie invece di ridurre l’offerta per tenere a galla i prezzi scelsero di farsi la guerra causando un crollo delle tariffe con il risultato che a malapena riuscirono a coprire i costi dei rifornimenti. Al momento, ha scritto ancora il Wsj, le tariffe sono scese di circa il 20% ma restano costanti. Secondo Lars Jensen, amministratore delegato della Sea-Intelligence l’epidemia di Covid-19 potrebbe portare a una contrazione della domanda di circa il 10%. Rispetto alle compagnie aeree, fra l’altro, quelle marittime potrebbero non godere di eventuali misure di emergenza dato che da un lato operano con una vasta gamma di bandiere e dall’altro sono già titolari di altre forme di benefici fiscali.

LA MAPPA DELLE CONTRAZIONI E IL PESO DELLA CINA

Al momento le cancellazioni registrate tra gennaio e febbraio si concentrano soprattutto sulle linee Asia-Europa e quelle trans-pacifiche, ma non è detto che non possano interessare anche altre direttrici, come ad esempio i grandi scali africani. Per capire l’andamento del settore è utile vedere quanto è successo in Cina. Si prenda il caso delle navi portarinfuse, cioè quelle utilizzate per trasportare carichi che non possono essere stoccati in container e utilizzate soprattutto per il trasporto di materie prime come carbone, ferro, o grano. Sono le prime ad aver risentito della contrazione della domanda. Questo perché la Cina, che al momento è il più grande importatore di questo tipo di prodotti, ha ridotto drasticamente la richiesta di ferro e carbone. La chiusura di tutte le attività produttive a Wuhan e nella provincia Hubei ha inciso pesantemente. Recentemente sono ripartite, ma non è detto che questo sia sufficiente. Bisognerà per esempio calcolare l’impatto del coronavirus sui Paesi esportatori come Australia o Brasile.

LA CRISI DEI TRASPORTI REGIONALI

A sentire i morsi della crisi sono anche le portacontainer. Nel primo trimestre circa la metà delle partenze dalla Cina sono state cancellate e con ogni probabilità la flessione continuerà. In questa situazione le grandi compagnie possono resistere qualche mese tenendo le navi alla fonda, ma lo stesso discorso non vale per gli operatori più piccoli, che magari dispongono di una flotta composta di una decina di navi e si occupano di trasporti regionali. Il lockdown cinese ha infatti messo in difficoltà diverse aziende tra Giappone, Corea del Sud e Filippine, bloccando i viaggi e ovviamente i flussi di cassa. Sembrerebbe un problema secondario se non fosse che questo tipo di compagnie si occupa anche dell’approvvigionamento delle grandi fabbriche cinesi. Come i semilavorati utilizzati da Apple per gli iPhone con i display o le fotocamere che viaggiano da Corea e Giappone verso le fabbriche della Foxconn in Cina. L’unica categoria che per ora non sente la morsa della crisi è quella dei trasportatori di petrolio. Ma potrebbe durare poco. I vari Paesi, in vista dello stato di emergenza, hanno aumentato le importazioni di greggio facendo scorte anche grazie alla diminuzione dei prezzi. Ma la battaglia sul costo dei barili e la possibilità che gli Stati Uniti riducano la produzione potrebbero presto fare sentire il loro peso.

IL DRAMMA DEI MARITTIMI

A rendere tutto ancora più ingarbugliato è la delicatissima questione dei marittimi. Le compagnie non riescono infatti ad avviare il cambio degli equipaggi. La procedura è molto complessa e delicata. Prevede che ogni mese ci siano circa 100 mila lavoratori che si muovono nel mondo confluendo nei porti per sostituire i colleghi. Normalmente i lavoratori restano a bordo delle navi per mesi e scendono a terra per pochissimo tempo, magari in occasione di qualche approdo per carico e scarico delle merci. Il problema è che i lockdown posti in essere dai Paesi rende impossibile questo tipo di movimenti. I primi stop ai ricambi sono arrivati già in febbraio con l’esplosione della pandemia in Cina. Diverse navi sono rimaste bloccate a largo degli scali di Shanghai e Ningbo. Questa situazione ha almeno due ricadute: da un lato blocca i salari di chi doveva imbarcarsi e dall’altro lascia chi è a bordo abbandonato a se stesso. Nel primo caso i più colpiti sono i lavoratori di Paesi più poveri visto che 1 milione e mezzo di marittimi provengono da Filippine, Cina, Vietnam, India e Myanmar.

Lavoratori nel porto di Ningbo in Cina.

C’è poi il rischio di creare focolai a bordo delle navi. Numeri certi, a parte quelli relativi alle crociere, non ce ne sono. La danese Maersk Line ha detto che a bordo della sua Gjertrud Maersk al largo di Ningbo sono stati individuati marinai con sintomi da coronavirus. Molti capitani e armatori aspettano indicazioni sul da farsi, ma per il momento non si registrano decessi legati al Covid-19. Ovviamente su questo fronte i Paesi si sono mossi in modo diverso. La Cina ha vietato l’ingresso a tutti i lavoratori stranieri. Singapore, pure concedendo la possibilità di cambiare l’equipaggio, ha vietato moltissimi voli in ingresso. E, anzi, ha diffuso la notizia di un focolaio nei cantiere della Keppel corporation. L’India è bloccata da un lockdown di tre settimane, mentre la Grecia ha sospeso gli ingressi nei porti e i cambi di equipaggio. Anche per questo la gestione dell’emergenza è diventata complessa. Molti marinai a bordo delle navi sono esausti e preoccupati. Mentre le compagnie temono che a bordo esploda una epidemia.

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