Il ringraziamento (a pagamento) dei giornalisti a Mario Draghi

Alcune delle più note firme italiane hanno voluto salutare così l'ex presidente della Banca centrale Europea.

Con una pagina a pagamento su il Sole 24 Ore alcune delle più importanti firme del giornalismo nostrano hanno voluto ringraziare Mario Draghi, ex presidente della Banca centrale Europea, per – come si legge – «la grande disponibilità avuta nei confronti dei giornalisti di tutto il mondo». I ringraziamenti sono stati firmati da Giulio Anselmi, Mario Calabresi, Massimo Gramellini, Paolo Mieli, Gianni, Riotta, Gian Antonio Stella, Stella Aneri e Giancarlo Aneri.

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Altro che continuità con Draghi, così Lagarde rivoluziona la Bce

Né falco né colomba: il gufo (simbolo di saggezza) Christine cambia la stategia della Banca centrale europea: in agenda i cambiamenti climatici, nuovi target per la stabilità dei prezzi, pagamenti digitali. Una svolta che non si vedeva da 16 anni.

Era attesa da tutti come la versione color pastello di Mario Draghi. Il suo ruolo doveva essere solo di prosecuzione e continuità con quanto fatto dal governatore celebre per il «Whatever it takes», ma Christine Lagarde ha stupito tutti.

UN DEBUTTO ALLA MOURINHO

Un piglio degno del primo José Mourinho interista (quello del «non sono un pirla») e un polso, nel tenere la conferenza stampa, che ha lasciato molti osservatori positivamente impressionati: dopo la consueta fase di resoconto del meeting direttivo alla stampa, la neo presidente – prima di procedere con il consueto giro di domande – ha voluto riservarsi uno spazio di libere considerazioni.

NON I SOLITI NUMERI SU CRESCITA E INFLAZIONE

Ma oltre al cipiglio c’erano contenuti inattesi. No, non i soliti numeri su crescita (rivista lievemente al ribasso) o inflazione (lievemente al rialzo), né annunci di politica monetaria (invariata), Lagarde ha sparato ben più alto, annunciando una strategic review della Banca centrale europea come non si vedeva da 16 anni.

SVOLTA DA GENNAIO 2020

La Bce ripenserà se stessa, il suo ruolo e le modalità con cui perseguire il suo mandato. Lo farà dal gennaio 2020 per arrivare a una conclusione entro la fine dell’anno. I punti salienti di questa revisione di strategia sono l’inclusione di tematiche inerenti il cambiamento climatico e la ridefinizione del target per la stabilità dei prezzi (oggi posto ad «appena inferiore a 2%»).

CONTESTO TOLLERANTE SULL’INFLAZIONE

Per la stabilità dei prezzi probabilmente l’intenzione è di predisporre un contesto tollerante per l’eventualità di un’inflazione che dovesse superare il 2%, valutando un livello medio pluriennale: dopo anni di livelli inflattivi molto lontani dall’obiettivo, consentire per qualche tempo all’inflazione di galleggiare sopra la soglia del 2% servirà ad avere un livello medio più vicino a 2.

ANCHE L’IMMOBILIARE NELLA DEFINIZIONE DEI PREZZI

La Bce valuterà, inoltre, se considerare anche il comparto immobiliare nella definizione dei prezzi e si premunirà di considerare anche le aspettative di inflazione dei consumatori oltre che quelle di mercato.

CRESCENTE SENSIBILITÀ AMBIENTALE

Le allusioni al surriscaldamento globale lasciano immaginare che la spinta fiscale auspicata potrà avvenire in scia a una crescente sensibilità ambientale: verrà infatti cercato un accordo con la Commissione europea sulla cosiddetta tassonomia, ossia di un sistema di regole di classificazione di criteri per arrivare a definire cosa debba intendersi per attività sostenibile.

BCE PRONTA A DIALOGARE CON LE ALTRE ISTITUZIONI

Un gioco dialettico a tutto campo che crea aspettative, ma che tratteggia già una Bce diversa, ancora tenacemente indipendente, ma pronta a scendere dalla “torre d’avorio” e dialogare con le altre istituzioni perché «non c’è niente di sbagliato nel concordare le azioni per i rispettivi obiettivi».

Le armi che la Bce continuerà a usare saranno:

  • Tassi d’interesse, per la parte più breve della curva.
  • Forward guidance, per dettare un calendario chiaro e “correggere” l’orizzonte di medio termine.
  • Quantitative easing e acquisti di asset, per condizionare la parte più lunga della curva dei rendimenti.

Messa alle strette sulle preferenze fra i tre strumenti, la neo presidente ha fatto intendere di preferire la forward guidance. Non c’era da avere molti dubbi in proposito: la scelta è caduta sullo strumento più basato sulla dialettica, vuoi per confidare sulla principale competenza di Christine (la comunicazione), vuoi perché la capacità di condizionamento residua della Banca centrale è ormai molto esigua, dopo aver già portato i tassi prima a zero, poi sottozero, e aver lanciato più piani di Qe.

POLITICA FISCALE DIVERSA E PIÙ ESPANSIVA

Nonostante le politiche monetarie ultra-accomodanti di questi anni, infatti, i consumi non crescono e i salari nemmeno, per questa ragione una diversa e più espansiva politica fiscale «sarebbe benvenuta».

MA CHI HA IL DEBITO ALTO (COME NOI) SI PREOCCUPI DI QUELLO

Selettivamente, però. I Paesi che hanno spazio di manovra dovrebbero introdurre politiche fiscali più accomodanti, mentre i Paesi ad alto debito dovrebbero preoccuparsi di tornare su un sentiero più virtuoso. Un messaggio esplicito ai governi che non mancherà di mostrare i suoi effetti. Inflazione e crescita (stimate ripettivamente a +1,6% e +1,4% nel 2022) sono ancora troppo modeste, anche se il segno positivo va visto come un buon segnale.

IL GUFO COME SIMBOLO DI SAGGEZZA

La presidente ha prima chiarito un «io sono io» che non ha niente a che fare con la famosa citazione de Il marchese del Grillo di Alberto Sordi, ma che è solo un ammonimento verso la naturale tentazione a fare confronti con il predecessore Draghi. Dopodiché ha respinto ogni classica etichetta definendosi né colomba né falco, semmai un gufo, animale simbolo di saggezza (anche se in Italia ha tutt’altra simbologia).

PURE UN SISTEMA DI PAGAMENTI DITIGALI

Come se tutto ciò non bastasse, in una conferenza stampa di debutto, La Lagarde ha inoltre fatto riferimento alla creazione di una task force che entro metà 2020 porti a termine i lavori per la definzione di una digital currency sotto l’egida della Bce stessa, cioè di un sistema di pagamenti digitali (ma – ha chiarito – non sarà né uno stable coin né il bitcoin). Né falco né colomba: Christine Lagarde sembra una macchina infernale.

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All’Italia servirebbe un’alleanza tra Draghi e Sardine

Giovani e giovanissimi da una parte e over 50 competenti, proprio come l'ex presidente della Bce, dall'altra. Solo dal loro dialogo il Paese potrebbe ripartire. Dopo il fallimento della generazione mediana, lasciata sola a gestire il sogno edonista (e irrealizzabile).

Mario Draghi. Ieri salvatore dell’euro e dell’Europa. Domani magari presidente della Repubblica o premier e, perché no, mentore del movimento delle Sardine.

Fantascenario che certo è una battuta, ma anche un auspicio e la rappresentazione ideale di una società italiana completamente rifondata. Che vuole lasciarsi alle spalle 20 anni e più di cattiva politica, di protagonismi maleducati e incompetenze esibite.  

Draghi e Sardine. Per dire della necessità urgente di un reset del Sistema. Che tuttavia della mobilitazione di piazza anti-leghista accoglie soprattutto la richiesta di “buona politica”, depurata da un leaderismo sguaiato e demagogico. E coglie, credo, il dato più interessante e utile in prospettiva nell’inedita convergenza di generazioni che sono anagraficamente distanti, quasi remote fra loro.

L’ETÀ DI MEZZO VITTIMA DEL DISINCANTO

Le Sardine infatti nella loro attuale composizione sono perlopiù giovani e giovanissimi con presenza significativa di 50/60enni e oltre. Piuttosto che di 40enni, intesi come generazione di mezzo, fascia d’età che si allunga di cinque-10 anni sia in basso che in alto, comprendendo 30enni maturi e 50enni “suonati”. Ovvero quell’Italia di mezzo, che essendo cresciuta e formatasi in una società sempre più spoliticizzata, è culturalmente, anche per effetto di lunga esposizione alla tivù commerciale, ovvero a una “programmazione populista”, attratta dalle sirene leghiste e sovraniste. Ma riferendomi ai 35-50enni devo aggiungere che questi non hanno vissuto la stagione delle grandi lotte politiche di piazza, ma quella del disincanto. Quindi sono fisiologicamente refrattari alla partecipazione politica e alla militanza partitica. Ma sono anche poco digitali: usano perlopiù solo i social, perché non richiedono competenze specifiche e abilitanti. Ciò spiega anche perché questa classe d’età sia la più sensibile alla propaganda, alla comunicazione emozionale.

IN PIAZZA C’È LA CONVERGENZA DI GENERAZIONE Z E I BABY BOOMER

Le piazze che si stanno riempiendo di Sardine vedono la convergenza di generazione Z e della parte più giovane dei millenial, con la fascia di baby boomer più colta e benestante. In questo senso si può convenire con chi parla di piazze sardiniste caratterizzate e fisicamente occupate dal ceto medio urbano. E nel segnalare come questa convergenza sia in linea col fenomeno, definito da The EconomistSocialismo dei millenial”, che è nato e si sta sviluppando in Inghilterra e Usa. E che vede un numero crescente di giovani e giovanissimi sostenere e votare Bernie Sanders e Jeremy Corbyn (che conta appunto molto sui nuovi elettori per le prossime elezioni del 12 dicembre). E che ha la sua icona nella più giovane congresswomen  della storia parlamentare statunitense: Alexandria Ocasio-Cortez.

MANCA OGNI RIFERIMENTO AI LEADER DEGLI ULTIMI 20 ANNI

I due estremi generazionali che vengono colmati e pareggiati da una richiesta di “buona politica” trovano una spiegazione convincente in un comune rimpianto: per i primi esprime desiderio di provare quel che è stato loro raccontato e che ormai è storia, mentre per i secondi è voglia di ritrovare gli ideali e le pratiche della giovinezza. Non casualmente manca del tutto qualsiasi riferimento alla sinistra di governo, ai leader democratici di quest’ultimo ventennio. Non rivoluzionari veri né riformisti convinti, ma aggiustatori mediocri di un sistema che ha penalizzato soprattutto i giovani. Sono infatti Enrico Berlinguer e la “meglio gioventù” i più citati ed evocati dalle Sardine. Ovviamente con tutte le retoriche e le amnesie che ogni riscoperta si porta appresso. 

UNA GENERAZIONE SCHIACCIATA

Disintermediazione è la parola chiave di questi anni e prevedibilmente, con più forza distruttiva, dei prossimi. Ma curiosamente o paradossalmente questo processo si manifesta anche sulle età della vita e sulle dinamiche generazionali e intergenerazionali. Non sono solo i corpi sociali e i quadri produttivi intermedi, le mezze stagioni e le mezze porzioni a essere disintermediati. Ma anche le classi d’età di mezzo, quelle situabili fra i 35 e i 50 anni che scontano oggi, come non era mai accaduto prima, il fatto di non essere più anelli di congiunzione fra giovinezza e maturità, ma invece delle interruzioni, se non delle fratture, generazionali. Oggi, infatti, le classi d’età di mezzo sono compresse, schiacciate, non potendo competere con i nativi digitali, sul piano delle abilità e competenze tecnologiche, ma nemmeno con i 60/70enni sul piano dell’esperienza.

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Anche perché sono entrati nel mercato del lavoro tardi, così come tardi si sono sposati e non hanno fatto figli. Non sono svelti e intuivi come i 20enni, ma nemmeno riflessivi e con la cultura del lavoro dei più anziani. Sono quelli che pur essendo ancora giovani anagraficamente, hanno meno futuro degli altri. Sono furbi, però con bassa propensione etica, perché hanno coltivato grandi attese e sogni di gloria, essendosi formati nei decenni 80 e metà 90, quelli dell’edonismo reaganiano, della glorificazione del successo e dei soldi. Ma proprio per questo anche il molto che materialmente hanno sembra a loro poco. Quasi niente. Per questo sono eversivi, ma non rivoluzionari. Prova è che i Gilet gialli francesi sono 50enni, così come il grosso dell’elettorato leghista e sovranista in Italia.

L’ITALIA RINCORRE ANCORA IL TRENO DELL’INNOVAZIONE

In tale contesto e considerato che la classe politica e di governo attuale, più che mai sgangherata, è nelle mani di leader (Matteo Salvini, Matteo Renzi, Luigi Di Maio, Giorgia Meloni e mettiamoci anche Giuseppe Conte e Carlo Calenda) che anagraficamente stanno, appunto, nell’età di mezzo, si comprende perché abbiamo perso, come Paese, lo spirito imprenditoriale, la creatività e la voglia di lavorare che hanno fatto grande l’Italia nei due decenni postbellici. Nel contempo non siamo riusciti ad agganciarci al treno dell’innovazione, non solo tecnologica, che ormai è in piena corsa in numerosi altri Paesi e che di questo passo rischiamo di perdere definitivamente. 

sardine chi sono piazze italiane
Le Sardine a Bologna.

I GIOVANI HANNO BISOGNO DI GUIDE RICONOSCIUTE

Non ci resta che confidare nella discesa in piazza di giovani e giovanissimi, in grado, vista la velocità con la quale si sono materializzati dal nulla, di dare vita a qualcosa di radicalmente nuovo. Una politica più gentile e capace di tradurre, in forme più avanzate di partecipazione e rappresentanza, le enormi possibilità offerte dall’economia digitale. Visto che sin qui, come scrive il sociologo svedese Adam Ardvisson (Changemakers: The Industrious Future of the Digital Economy ), «l’uso migliore che abbiamo saputo trovare per l’intelligenza artificiale e l’analisi dei big data è la pubblicità mirata su Facebook per uno shampoo o un app per ordinare la pizza senza dover alzare il telefono». Mentre invece serve urgentemente regolare la sharing economy e avere idee concrete su cosa farsene del blockchain.

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E qui, certo, sono zeter e millenial che devono immaginare il mondo e la società che verranno. Naturalmente migliori di quelli attuali. Ma potranno realizzarli solo accantonando idee di rottamazione e di scontro generazionale, del quale, peraltro, Quota 100 è un bell’incentivo, il cui solo aspetto positivo è rendere evidente quanto la politica e i politici che l’hanno voluto sono obsoleti. Nonostante siano anagraficamente giovani. E di contro quanto giovani e giovanissimi abbiano bisogno non di vecchi narcisi (giornalisti soprattutto) che fanno ironie su gretini e Sardine, bensì di vecchi sapienti e competenti. Capaci di indicare futuri possibili e auspicabili. In forza di leadership riconosciute e ispirate. Come Mario Draghi, appunto.

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Christine Lagarde promette una Bce in continuità con le scelte di Draghi

Il nuovo capo dell'Eurotower conferma il supporto dell'istituto all'economia, ma avverte: «L'Europa va ripensata».

Per Christine Lagarde l’attuale scenario di incertezza globale potrebbe portare a svolte positive. La nuova presidente della Bce è intervenuta nel corso di un evento a Fancoforte, e ha parlato della situazione attuale e di come l’Europa può reagire: «Siamo di fronte a un ambiente globale caratterizzato da incertezza», ha spiegato, «ma credo che, se affrontiamo questa sfida nel modo giusto, può anche essere un momento di opportunità». Per l’ex capo del Fmi l’unico modo di superare questo momento delicato è quello di «pensare diversamente l’Europa». «Non sarà facile. Ma come disse una volta San Francesco d’Assisi, ‘Inizia facendo ciò che è necessario; quindi fai ciò che è possibile; e all’improvviso stai facendo l’impossibile».

POLITICA FISCALE COME FATTORE CHIAVE PER L’EUROZONA

«La politica monetaria», ha continuato Lagarde, «potrebbe raggiungere il suo obiettivo più rapidamente e con meno effetti collaterali se altre politiche sostenessero la crescita al suo fianco». Il capo dell’Eurotower ha anche aggiunto che un «elemento chiave è la politica fiscale dell’area dell’euro» e che «gli investimenti sono una parte particolarmente importante della risposta alle sfide odierne».

«LA BCE CONTINUERÀ A SOSTENERE L’ECONOMIA»

Per quanto riguarda le prossime mosse della Bce l’idea è quella di continuare nel segno di Mario Draghi. «La politica monetaria continuerà a sostenere l’economia e rispondere ai rischi futuri in linea con il nostro mandato di stabilità dei prezzi. E monitoreremo costantemente gli effetti collaterali delle nostre politiche», ha spiegato Lagarde ricordando che la «politica accomodante della Bce è stata un fattore chiave della domanda interna durante la ripresa e tale orientamento rimane in vigore».

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L’opposizione sta portando consiglio a Matteo Salvini?

Prima la svolta europeista (fuori tempo massimo), poi l'apertura a Draghi come futuro presidente della Repubblica. Il segretario della Lega, per convenienza, sembra aver cambiato registro. Sempre che non si tratti solo di un bluff per rassicurare i mercati e gli elettori.

Stare un poco all’opposizione ha qualche vantaggio per un politico perché aiuta a riflettereMatteo Salvini sta riflettendo? Alcuni segnali recenti lo indicano, ma tuttavia sono al momento insufficienti per chi ritiene che la Lega salviniana abbia causato seri danni al Paese con le sue stentoree e spesso futili polemiche anti-Ue e anti-euro. 

LA CONVERSIONE EUROPEISTA NELL’INTERVISTA AL FOGLIO

Il primo segnale è arrivato a metà ottobre con un’intervista a Il Foglio dove Salvini sottoscriveva in modo esplicito sia il carattere irreversibile dell’euro sia l’interesse dell’Italia a restare nella Ue non «per passione ideale» ma perché «nel mondo di oggi l’Italia, fuori dall’Europa, è destinata a non contare nulla, a essere una provincia del mondo». Era facile rilevare, e Lettera43.it lo ha fatto, come parlando così Salvini si allineasse ma con 70 anni circa di ritardo a quanto i cosiddetti padri dell’Europa, da Robert Schuman a Jean Monnet ad Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer, più molti altri di quella generazione e delle successive, avevano sempre pensato e capito ben prima di lui. Per loro il progetto europeo poteva anche essere un sogno, ma era soprattutto e in modo urgente una necessità.

AFFAMATA E INERME: ECCO L’EUROPA DOPO LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Bisognerebbe masticare un po’ di storia ogni tanto, e avere un’idea di che cos’era l’Europa dopo la Seconda Guerra mondiale: poco più di un nulla, affamata, inerme e smarrita, compresa alla fine anche la rovinata finanziariamente Gran Bretagna. A questo si era ridotto in 30 anni, dal 1914 al 1945, il piccolo continente che aveva dominato il mondo. Nell’universo del 1945-50, con la preminenza di una superpotenza a tutto tondo come gli Stati Uniti e di una potenza militare come l’Unione Sovietica, gli Stati nazionali europei a parte le loro miserevoli circostanze avevano una precisa caratteristica valida per tutti, quanto a dimensioni: erano obsoleti.

LA “RESISTENZA” DI BORGHI & CO

Salvini ci ha messo il suo tempo per arrivarci, ma chissà, forse – speriamo – ci sta arrivando.  Subito dopo il riconoscimento implicito da parte del segretario della Lega delle buone ragioni storiche del progetto europeo, il fidatissimo Gian Marco Centinaio, ex ministro dell’Agricoltura e a un certo punto fra i papabili come candidato italiano alla Commissione Ue, lo confermava: su euro e Ue «la parentesi è del tutto chiusa». Claudio Borghi e  pochi altri protestavano e ricordavano che l’opposizione alla perfida Ue e la sfiducia, a dir poco, nell’euro erano nell’anima e nelle carte leghiste, e immarcescibili; e invitavano a non dare peso a «manovre giornalistiche»  di basso rango.  

Salvini potrebbe aprire per finta a Draghi per non spaventare i mercati in caso di voto anticipato, per esempio dopo una sperata smagliante vittoria in Emilia-Romagna

L’APERTURA NEI CONFRONTI DI DRAGHI

Parlare di manovre giornalistiche diventa però impossibile dopo che il Capitano in persona, Matteo Salvini, ha sdoganato in tivù (Fuori dal coro di Mario Giordano del 6 novembre) con il suo why not, perché no, l’ipotesi di Mario Draghi presidente della Repubblica, alla scadenza fra due anni del mandato di Sergio Mattarella

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Mario Draghi, ex presidente della Bce.

Potrebbe anche essere una mossa solo tattica, “aprire” per finta a Draghi per non spaventare i mercati nel caso di voto anticipato, per esempio dopo una sperata smagliante vittoria in Emilia-Romagna il prossimo 26 gennaio. Ma intanto Draghi, la “bestia nera” che ci ha affamato con il suo stramaledetto euro “moneta sbagliata”, Draghi nemico del popolo e simbolo delle élite anti-democratiche del denaro, Draghi il peggio dei peggio insomma, ora sembra un buon candidato a simbolo e garante dell’unità nazionale. E, date le opinioni e il curriculum, certamente della piena appartenenza dell’Italia a euro e  Unione europea. 

UN DURO COLPO PER GIORGIA MELONI

Spiazzata, l’alleata Giorgia Meloni non ha potuto solo ribadire quanto già detto da Salvini, sull’ipotesi però di Draghi non al Quirinale ma a Palazzo Chigi, e cioè che per diventare capo politico occorre farsi eleggere dal popolo. Per Meloni chi va al Quirinale «deve avere alle spalle una storia di difesa dell’economia reale e dei nostri interessi nazionali» e Draghi, proveniente dice lei «dal mondo della grande finanza internazionale», non ce l’ha. Meloni, a differenza della Lega, discende da una precisa filiera nazionalista e mussoliniana per lei mai obsoleta, e non potrà mai digerire il crescente passaggio di sovranità a Bruxelles e a Strasburgo, in una dimensione europea che a suo avviso non esiste, è una truffa. Meloni vive in un mondo di sacri confini. Draghi non avrà mai i voti di Fratelli d’Italia, ha ribadito.

Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

ADDIO ALLE BATTAGLIE ELETTORALI

Il colpo per Giorgia Meloni è stato doloroso perché più che di una parentesi, come l’ha definita Centinaio benevolmente, il duro no all’euro, le infinite dichiarazioni di morte imminente della Ue nella campagna per il voto europeo del maggio scorso e gli attacchi allo stesso Draghi presidente Bce sono stati una precisa linea non strettamente leghista ma certamente molto salviniana, e codificata nei documenti congressuali. Su questo fronte anti-europeo Salvini ha costruito il 40% almeno della sua campagna elettorale del 2017-2018 e di quella campagna elettorale bis che sono stati i suoi 14 mesi di governo; il restante 60% è stato giocato sull’immigrazione.

L’ANTI-EUROPEISMO NON CONVINCE LA BASE STORICA DELLA LEGA

L’anti-europeismo spinto e soprattutto le polemiche anti-euro, campione Claudio Borghi portato da Salvini a un ruolo importante alla Camera dei deputati, non hanno però mai convinto, tanto per cominciare, la base storica leghista, quella imprenditoriale del Nord in particolare. Sono aziende e aziendine che spesso hanno un mercato europeo importante e non vogliono intoppi su quel fronte. L’euro poi anche in Italia è più popolare che impopolare. E il voto europeo ha mostrato i limiti del sovranismo, sempre forza di tutto rispetto ma che non ha sfondato.  È comprensibile che Salvini, e soprattutto persone più attente a questi aspetti e di cui lui si fida, abbiano cominciato a trarne le conseguenze. Se la linea verrà confermata ben oltre qualche rapida dichiarazione che potrebbe anche essere insincera e strumentale, si tratta di un passaggio molto significativo. E Meloni non può farci molto perché non romperà su questo l’asse con Salvini che potrebbe portarla al governo. 

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Claudio Borghi.

IL TRUCE CAPITANO SI STA RAFFINANDO?

Il “truce” Salvini, come viene spesso definito, si sta affinando un po’?  L’ipotesi di Draghi al Quirinale, un ruolo che forse l’ex presidente Bce non  rifiuterebbe a differenza di Palazzo Chigi, avrebbe numerose e grosse implicazioni per lo più positive, soprattutto se Salvini tornasse al governo. Draghi sarebbe una grossa copertura sul fronte Ue e dei mercati e sarebbe, ancor più importante, il chiaro segnale che le due anime dell’Italia, quella più sovranista e quella più europea, si parlano, collaborano e scendono a ragionevoli compromessi, sulla linea del «cambiamo l’Europa, ma teniamocela ben stretta». Sarebbe una mossa giusta sul terreno migliore della politica, che è quello pragmatico del possibile. Avrebbe tuttavia delle chiare implicazioni per qualsiasi governo, poiché difficilmente Draghi accetterebbe senza l’impegno politico ad affrontare finalmente il debito pubblico, cominciando a farlo scendere non solo sul Pil, ma in cifra assoluta. Un’impresa da far tremare i polsi ma che paradossalmente, stando così come oggi i rapporti di forza, solo un esecutivo a sfondo sovranista, o neo sovranista, potrebbe affrontare.

L’ANNUNCIATO DIETROFRONT SOVRANISTA

Comunque, in attesa di conferme sul nuovo corso europeo di Salvini e soprattutto della conferma che non si tratta di bugie per cercare di tranquillizzare i mercati e più della metà degli elettori, si può aggiungere un’annotazione: c’era da aspettarselo. Era prevedibile e previsto (si veda su Lettera43.it del 24 febbraio I sovranisti italiani faranno presto dietrofront  su ue, debito ed euro). Chi non vince la partita, se lungimirante, in genere scende a patti. Se dovrà ammettere che Salvini è lungimirante, mezza Italia lo farà certamente volentieri. 

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Il discorso d’addio di Mario Draghi alla Bce

Passaggio di consegne a Francoforte, con Christine Lagarde a raccogliere il testimone. «Lascio la Banca in buone mani», dice il presidente uscente, che riceve l'omaggio di tutti leader europei.

Lasciare la Banca centrale europea è più facile, sapendo che «è in buone mani». Con queste parole il presidente uscente della Bce Mario Draghi ha accompagnato la cerimonia per la fine del suo mandato al vertice dell’istituto, parlando di fronte a Christine Lagarde, chiamata a succedergli dal primo novembre, e ai principali leader politici europei.

«È IL MOMENTO DI PIÙ EUROPA, NON MENO»

Le politiche nazionali, che tuttora giocano il ruolo principale di stabilizzazione nell’Eurozona, ha detto Draghi, «non possono sempre garantire» tale stabilizzazione e, dunque, «abbiamo bisogno di una capacità di bilancio dell’Eurozona, con delle dimensioni e con un meccanismo adeguato». Quindi, l’ennesimo e accorato appello a un europeismo convinto: «È davanti agli occhi di tutti che ora è il momento di più Europa, non meno».

IL GRAZIE DI MATTARELLA: «SCONFITTA IL RISCHIO DI FINE DELL’EURO»

Nel giorno del suo commiato il presidente uscente ha ricevuto l’omaggio di tutti i principali leader europei. «Professor Draghi, caro Mario, come cittadino europeo desidero dirti grazie», sono state le parole pronunciate dal capo dello Stato Sergio Mattarella. Il presidente della Repubblica ha ricordato come «nel 2011 l’impatto della crisi finanziaria imponeva all’Unione e alla Banca, in primo luogo, un cambio di passo. La sfida infatti era presto divenuta esistenziale: sconfiggere la percezione della possibilità, se non del rischio, di dissoluzione dello stesso eurosistema. Una possibilità, e un rischio, che oggi possiamo considerare sconfitti». E ancora: «Draghi in questi otto anni è stato autorevolmente al servizio» di un’«Europa più solida e più inclusiva, interpretando la difesa della moneta unica come una battaglia da condurre con determinazione contro le forze che ne volevano la dissoluzione». «Oggi», ha aggiunto Mattarella riferendosi a occupazione, sistema bancario, integrazione fra gli Stati membri, «possiamo dire che il sistema» economico europeo «è più solido».

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Giorgetti torna a caldeggiare l’ipotesi Draghi premier

Il numero due della Lega rilancia l'ipotesi Palazzo Chigi per l'ex governatore della Bce: «Chi ha scelto Conte potrebbe farci un pensierino».

La notizia di Mario Draghi alla presidenza del Consiglio al posto di Giuseppe Conte «è verosimile per chi gira gli ambienti politici romani, tutti vedono il governo e in particolare il presidente del Consiglio molto in difficoltà, con reazioni estemporanee, non in linea con il profilo che lui vuole darsi». Parola del vicesegretario della Lega Giancarlo Giorgetti , intervenuto all’evento ‘Liguria 2020-2025: la forza del territorio’ organizzato dalla Lega a Sestri Levante in vista delle Regionali della prossima primavera.

«CHI HA PENSATO A CONTE PUÒ PENSARE A DRAGHI»

«Draghi è disoccupato e non penso che chieda il reddito di cittadinanza», ha aggiunto Giorgetti, «può darsi che sia disponibile e che qualcuno lo chiami a fare un ruolo politico. Chi ha deciso di mettere Conte alla presidenza del Consiglio potrebbe anche tranquillamente decidere di mettere al suo posto Draghi».

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Draghi è libero, fategli dirigere il Paese

Fa parte di quella parte di italiani, che in verità non sono pochi, che hanno investito in serietà, onestà e professionalità ed hanno un solido prestigio internazionale. Avere lui come premier sarebbe la vera rivoluzione.

Mario Draghi è ufficialmente libero da incarichi. Credo che siano tanti gli italiani che vorrebbero vedere l’ormai ex presidente della Bce alla guida del governo della Repubblica o come successore di Sergio Mattarella. Le qualità di Draghi sono note e non vanno descritte nuovamente. Solido è il suo prestigio internazionale. Fa parte di quella parte di italiani, che in verità non sono pochi, che hanno investito in serietà, onestà e professionalità.

È uno di quei rari personaggi (ce ne sono un paio, più o meno) che non ci hanno mai afflitto con le proprie biografie, con le proprie abitudini casalinghe, con i matrimoni, i figli, i cani. Noi abbiamo sempre saputo che a Roma o a Francoforte c’era un signore che faceva l’interesse generale e che in questi anni ha più volte salvato l’Europa e l’Italia. Sarebbe un Paese molto bello quello in cui gli attuali governanti, o gli aspiranti tali, dicessero: si è liberato un “campione”, facciamo giocare lui.

Certo toglieremmo un divertimento a quel popolo social-dipendente che si è immedesimato negli insulti, nella politicaccia di gran parte dei protagonisti attuali. Come passerebbe le loro giornate se avessero di fronte una persona seria, che sa il fatto suo, che rispetta gli altri, che non insulta, che sa gestire il bene comune? Sarebbero infelici e per questo preferiscono l’infelicità ridanciana con Matteo Salvini, Matteo Renzi e tutto il cucuzzaro. Ma io sono convinto che stiamo parlando di una minoranza.

ZINGARETTI SIA IL PRIMO A PROPORRE DRAGHI COME PREMIER

Probabilmente sia in Italia sia nel mondo sta finendo l’epoca dei cialtroni. Abbiamo avuto stagioni di destra e di sinistra che non sono piaciute a chi stava dall’altra parte. Ma una classe dirigente internazionale così analfabeta non la si ricordava da millenni. La cosa che rende ottimisti è che generalmente queste crisi politiche generalizzate, che vedono affiorare al vertice degli Stati il peggio che c’è in giro, si consumano perché c’è una parte di quel famoso popolo che si rompe le scatole e cerca le persone serie e per bene.

Draghi non dovrà essere un candidato contro, un dispetto all’Italia dei Salvini e dei Giordano

So che molti a sinistra storcono la boccuccia quando sentono parlare di Draghi. Consolatevi compagni, per fortuna non c’è Lenin all’orizzonte e un bravissimo liberale è la cosa più rivoluzionaria che potremmo sostenere. Non immagino l’ascesa di Draghi nella politica italiana in una condizione di eccezionalità. Il Paese che va a ramengo e qualcuno – Mattarella? – che chiama Draghi e gli fa fare un governo. Non lo immagino perché non voglio immaginare nulla di catastrofico per l’Italia.

Mario Draghi.

Voglio pensare, invece, a una scelta seria presa da alcuni partiti seri che dicano: caro Draghi, le conferiamo quello che abbiamo, chiami lei il popolo italiano alla rivoluzione della serietà. Già me lo immagino il faccia a faccia Draghi-Salvini. Già li vedo i Giletti, i Giordano urlare contro l’uomo della finanza, loro poveri proletari produttori di chiacchiere miliardarie. Ma Draghi non dovrà essere un candidato contro, un dispetto a questa Italia che ha furoreggiato con le fake news. Draghi è la possibilità che alla guida del governo della Repubblica ci sia una persona seria. Credetemi sarebbe una rivoluzione. Forza Zinga, sii il primo a chiedere agli altri di offrire a Draghi la possibilità di guidare una coalizione democratica e il Paese.

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