Trame e sospetti dietro al take-fake Ansa su Draghi

Il falso lancio di agenzia sull'istituzione di una task force per la ricostruzione post-coronavirus ha scatenato il ping pong di responsabilità tra Palazzo Chigi e il Mef. Continua così la guerra tra lo staff di Conte e quello di Gualtieri.

Chi ha scritto il falso take Ansa che ieri è circolato nei palazzi del potere facendo sobbalzare sulle loro poltrone tutti i potentoni romani, e che è stato poi ufficialmente smentito dall’agenzia di stampa con tanto di denuncia alla Polizia Postale?

Nella guerra in corso tra Palazzo Chigi e via XX Settembre, di cui oggi qualche quotidiano si è finalmente accorto dopo che qui era da più di una settimana che la si segnalava, si è aggiunto anche un rimpallo di responsabilità su questa strana vicenda.

IL TAM TAM DELLA BUFALA SUI SOCIAL

Ieri, infatti, è cominciata a girare su social e WhatsApp una notizia Ansa titolata «++ Coronavirus, colloqui Colle-Chigi per task force ricostruzione a guida Draghi ++ (ANSA) – ROMA, 02 APR», nella quale si sosteneva che sarebbero state in corso «interlocuzioni tra il Quirinale e Palazzo Chigi per una task force per la ricostruzione, che sarà operativa per gestire la fase 2 dell’emergenza da coronavirus» e che tale task force sarebbe stata guidata «dall’ex presidente della Bce, Mario Draghi».

IL RIMPALLO DI RESPONSABILITÀ TRA PALAZZO CHIGI E MEF

Notizia falsa, ma in fondo verosimile. Ma la cosa che più ha attratto è il seguito, assai meno verosimile e che ha fatto sentire a più d’uno puzza di bruciato. Il take proseguiva infatti affermando che «tra i nomi dei componenti già al vaglio» per la task force guidata da SuperMario ci sono «quello del giurista Sabino Cassese, dell’ex presidente del Consiglio e giudice della Corte Costituzionale Giuliano Amato, e dell’attuale Capo di Gabinetto del Mef, Luigi Carbone». Ecco, è proprio quest’ultimo nome, noto per le sue corse in monopattino per i lunghi corridoi del Tesoro (notizia che avete letto solo qui), ad aver fatto scattare i campanelli d’allarme: come era possibile che fosse messo sullo stesso piano di Draghi, Amato e Cassese? Così è partito il ping-pong delle responsabilità. Al ministero dell’Economia dicono «sono stati quelli di palazzo Chigi», i cortigiani di Conte sostengono il contrario. E la guerra continua.

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Salvini & Co sbagliano: Draghi non si farà imbrigliare

Le opposizioni spingono per elezioni a breve puntando sulla candidatura dell'ex presidente della Bce. Ma un uomo come lui, in sintonia con il capo dello Stato, non si farebbe imprigionare da qualche decina di facinorosi di Lega e FdI. Lo prendessero chiavi in mano. E dopo la sua cura si vedrà quale forza politica sopravviverà.

Ci sono due virus minori che infestano l’Italia. L’uno, innocente, è la voglia di ottimismo che trasforma pochi dati positivi in segnali eclatanti di svolta con seguente richiesta di tornare alla normalizzazione.

Il secondo, il peggiore, è che le forze politiche di opposizione si sono fatte il film di un rapido ritorno alle urne e così iniziano a bombardare il fragilissimo quartiere generale con ogni mezzo.

Pensate che oggi Libero è così spudorato da trasformare in vittime, non delle loro incapacità, le due regioni focolaio del coronavirus e di additare il Sud, stavamo scarsi, nuovamente come un pericolo nazionale.

ORA UNA CAMPAGNA ELETTORALE SAREBBE SANGUINOSA

Una osservazione anche superficiale delle cose dice, invece, che i segnali di ottimismo ci sono ma vanno molto soppesati prima di dare il “tana liberi tutti” e che il quadro politico è tutt’altro che indirizzato al voto subito. Una campagna elettorale oggi sarebbe sanguinosa. Sbagliano le destre a dimenticare che le piazze e le tivù possono essere riempite dalle cialtronerie dette da Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Attilio Fontana e Luca Zaia. Lì c’è un repertorio di dilettantismo persino criminale. Sbagliano quando pensano che a una opinione pubblica che desidera più sanità pubblica si potrà opporre il modello Formigoni, cioè spartizione fra pubblico e privato dei fondi, ma le rogne solo al pubblico.

DRAGHI NON SI LASCERÀ IMBRIGLIARE DAI FACINOROSI

Il Paese è stato immobilizzato dall’invidia di Salvini verso Luciana Lamorgese che con poche parole ha tenuto l’Italia in pugno. E poi se proprio dovesse cadere Giuseppe Conte, ci sarebbe Mario Draghi. Draghi è anche candidato delle destre. Ma le destre si illudono se pensano che un uomo come lui, in sintonia con il capo dello Stato, si farebbe imprigionare da alcune decine di facinorosi che in parlamento urlano in nome della Lega o di Fratelli d’Italia. Draghi ve lo prendete chiavi in mano e dopo la cura Draghi si vedrà quale forza politica sopravviverà. La destra può vincere solo se Salvini segue il consiglio di Vittorio Feltri e accende l’Italia. Vincerà in un Paese bruciato che non saprà che farsene di lui e di Feltri, inseguiti dai forconi della loro stessa gente.

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All’Italia ora serve un De Gasperi e noi abbiamo Draghi

Questa Europa si sta suicidando. Contro lo schiaffo di Paesi come l'Olanda, la Danimarca, la Repubblica Ceca serve una reazione decisa. E questo governo non è forte abbastanza. Per questo abbiamo bisogno di un uomo di talento e carisma come l'ex presidente della Bce.

Nella raccolta, postuma, degli ultimi scritti di quello storico geniale che fu Tony Judt, sua moglie, Jennifer Homans, curatrice del bellissimo volume (Laterza), mette d’apertura una citazione attribuita a John Maynard Keynes che dice così: «Quando i fatti cambiano, io cambio opinione. Lei cosa fa?».

La domanda retorica ce la dobbiamo porre noi europeisti sfegatati di fronte all’ennesimo e più crudele fallimento di questa mostruosa impalcatura fitta di banchieri e burocrati ma senza anima e senza popolo.

SENZA CORONABOND NON SI RIPARTE

Carlo Cottarelli si sforza di dirci che con il Quantitative easing noi italiani possiamo ottenere risorse importanti, ma poi tace sul fatto che senza i coronabond noi Paesi più feriti dalla pandemia non abbiamo la possibilità di fare nuovo debito per dare soldi cash ai cittadini, evitare le rivolte del pane e domani fare un ricostruzione di proporzioni gigantesche. Dobbiamo, invece, come Paesi del Sud Europa, passare gli esami a cui vogliono sottoporci con parole ignobili alcuni miserabili cialtroni, ministri di Paesi canaglia come l’Olanda, cioè Paesi che lucrano sul fatto di essere sede dell’evasione mondiale.

LEGGI ANCHE: La Ue e il messaggio (non recepito) di Draghi sul coronavirus

Devo dire che ho trovato la reazione italiana francamente debole. Non si protesta come se ci si fosse trovati di fronte a un rutto dopo un cena di gala. Qui il nostro Paese e tutti quelli sofferenti dell’Europa del Sud sono stati mortalmente offesi. Perché non ritirare gli ambasciatori fino a ottenere le scuse formali e l’allontanamento del personaggio nazisteggiante che ha pronunciato frasi così indecenti?

I TRE FRONTI DELL’ITALIA

Noi stiamo combattendo su tre fronti. Il primo è quello del contenimento e della ipotetica sconfitta del virus. Lo facciamo contando sulla disciplina dei nostri concittadini, che tutto sommato c’è, e sul lavoro di medici e infermieri e tutti coloro che garantiscono la cura della nostra vita. Il secondo fronte su cui c’è un ritardo pazzesco è una discussione programmatica, direi riformista, su quale debba diventare il profilo economico-industriale-civile del Paese. Infine il tema delle alleanze internazionali. Dopo una guerra si verifica lo stato delle alleanza. Noi che c’entriamo con l’Olanda, la Danimarca, l’Ungheria, la Repubblica Ceca, la Polonia, mezza Germania? Il nostro mondo è al Sud dell’Europa, deve sperare nell’amicizia con la Francia, deve sperare in un cambio a Londra e Washington per allacciare rapporti transatlantici che con Donald Trump non sono stati possibili.

AL NOSTRO PAESE SERVE MARIO DRAGHI

L’Europa che c’è, e su cui abbiamo speso parole e cuore, e che abbiamo difeso dalle parole offensive di Matteo Salvini, questa Europa non c’è più. Si è suicidata come nella Grande abbuffata. Sarà difficile sciogliersi da questa Europa, avremo difficoltà e danni ma anche per loro sarà difficile vivere di evasione fiscale, prostituzione e tulipani, in compagnia del regime che più si avvicina al fascismo come quello di Viktor Orban che ha oramai esautorato il parlamento. Serve ai nostri governi un gesto forte. Saranno in grado di farlo? Temo di no. Molti pensano che un gesto forte lo possa fare un uomo di molti talenti e di grande carisma, magari non nella direzione che io sto suggerendo ma nella direzione di imporre un maggior rispetto per l’Italia. Sono fra quelli che ha seguito passo passo Giuseppe Conte sottolineando gli errori e le tante cose giuste. C’è un momento in cui un Paese ha bisogno di De Gasperi. Noi ce l’abbiamo, è Mario Draghi. Io non c’ero all’epoca, neppure come giovane comunista, ma da anziano comunista dico oggi senza remore che meno male che ci fu lui e che vinse lui. Fu un bene per tutti, anche per la sinistra.

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E se il vaffa all’Europa lo dicessimo noi, allievi di Spinelli?

Al netto dei soliti tragediatori, i lavoratori e gli imprenditori italiani hanno bisogno di aiuto. Ora. Se abbiamo deciso di fare spesa in deficit, la si faccia. Sostenendo anche chi ha poco o nulla. Non ha senso voler condividere i destini con i rigoristi dell'Ue.

In questa discussione, molto di palazzo, attorno alla candidatura di Mario Draghi al vertice dello Stato con uno schieramento parlamentare largo (ipotesi che ha una sua fondatezza e anche un suo fascino) si sta svolgendo il solito inutile dibattito.

In primo luogo perché indebolisce il governo che c’è proprio nel momento in cui assume posizioni più che dignitose di fronte gli alleati europei. In secondo luogo perché elude il tema costituzionale.

Come ci si arriva al governo Draghi? Chi si dimette? E se non si dimette alcuno? Quali tempi avrà di fronte a sé chi lo dovrebbe nominare? L’Italia ha il tempo di una crisi politica ancorché breve?

LE FACILONERIE DI UNA CLASSE DIRIGENTE SENZA MESTIERE

Piccolo questioncelle che tuttavia fanno a cazzotti con la realtà, con le regole costituzionali, con il buon senso e che si ritrovano nel filone facilistico di questa nuova classe dirigente poco più che quarantenne, e senza mestiere, che, non avendo passato, immagina che la politica sia una cosetta che si amministra in piccoli conciliaboli invece che nei faticosi caminetti di democristiana memoria.

SERVONO PIÙ TECNICI CHE POLITICI

Quello che non appare è l’emergere di due questioni. La prima la presenza decisiva più che di politici di ogni schieramento, di tecnici di ogni formazione. Abbiamo capito che non c’è nessuno che sa scrivere un regolamento che disciplini la libertà di movimento degli italiani. Sappiamo che, ancora oggi, nessuno ha detto a questa o quella fabbrica: ti pago io sull’unghia, ma mi produci un tot di mascherine al giorno. Meno male che ci sono Armani e pochi altri. Non c’è nessuno che ha mandato al diavolo i signori del calcio o quelli di Autostrade. Volete soldi? Guadagnateveli.

BASTA CON I TRAGEDIATORI, DA NORD A SUD

Si proclama il dirigismo statale e poi nessuno vuole comandare. A fronte di questa fuga dalla responsabilità, c’è il fatto che si ignora come la gente vive davvero. Sui social è apparsa ieri quella drammatica scena sulle vie centrali di Bari dove una coppia di commercianti inveiva violentemente contro una banca chiusa perché, non avendo più liquidità, non riusciva più ad andare avanti. Nel Sud ci sono molti tragediatori, come al vertice della regione Lombardia. Mettiamo anche che vi sia chi soffia sul fuoco, ma il tema è gigantesco.

L’EUROPA DEVE DARE RISPOSTE AI CITTADINI

Chi ha gestito in questi anni piccole iniziative imprenditoriali a debito spendendo poco per sé e molto per l’approvvigionamento spesso sono ragazzi con famiglie. Quanto tempo dovranno aspettare che l’Europa dica sì prima di vedere un euro? E nel frattempo che cosa mangiano? Come pagano l’affitto dell’esercizio chiuso? Mettere oggi soldi in tasca agli italiani vuol dire essere umani ma anche evitare una rivolta sociale che può diventare ingovernabile. Se abbiamo deciso di stare in deficit facciamo subito sia grandi scelte sia qualcosa per dare sostegno a chi ha poco o nulla e vaffa all’Europa, frase che da vecchio europeista mi brucia sulla lingua. Ma che senso ha condividere i destini con la Repubblica Ceca, la Polonia, l’Olanda, l’Ungheria? La Germania alterna momenti di apertura a momenti di chiusura? Peggio per loro se un giorno scopriranno che a guidare il fronte che vuol far saltare questa Europa matrigna non ci saranno i facinorosi di Matteo Salvini, ma gente inappuntabilmente allieva di Altiero Spinelli.

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Vedo troppi giochini su Draghi, ora creano solo confusione

L'ex presidente Bce è una di quelle riserve della Repubblica su cui l'Italia può contare. Ed è un bene che si possa contare su di lui. È meschino invece contrapporlo in questo momento all’attuale presidente del Consiglio.

Gli strateghi dell’operazione Draghi stanno danneggiando il candidato e la stessa prospettiva per cui si battono. Cos’è la strategia Draghi? È l’ipotesi di portare al vertice dello Stato, a capo di un governo eccezionale, una personalità internazionalmente stimata, in grado di governare anche con una certa fermezza la stagione di probabile fuoriuscita dall’epidemia e soprattutto i disastro economico successivo.

Draghi è una di quelle due o tre riserve della Repubblica su cui questo Paese può contare. Ed è un bene che noi si possa pensare che in situazioni eccezionali si possa contare su di lui. È meschino invece contrapporre Mario Draghi all’attuale presidente del Consiglio.

Si ostacola una attività che, fra contraddizione ed errori, è fra le migliori dell’Occidente e fra le migliori che potesse darci la classe politica (non oso pensare alla coppia Meloni-Salvini) al vertici di uno Stato aggredito dal coronavirus. Agitare l’ipotesi Draghi di fronte a un governo che c‘è è poco più che un giochetto fra scenaristi dei quotidiani e fra politici che hanno scovato la birrozza da sorseggiare con il facinoroso del pub del Nord.

SERVE ANALIZZARE GLI ERRORI DEL PASSATO E SAPER GUARDARE AL FUTURO

Il tema Draghi si porrà, se si porrà, ed io credo si porrà, quando questo ciclo sarà finito e noi potremo sperabilmente dichiarare chiusa la fase più terribile e iniziare due ragionamenti: uno retrospettivo che faccia capire come mai il Paese sia apparso così indifeso soprattutto nelle sue zone forti. Ci sono scelte fatte che vanno ridiscusse, c’è una classe dirigente nordista che ha fallito, in toto. Non ve la cavate con Roberto Formigoni. C’eravate tutti.

Basta con i costituzionalisti, quelli delle leggi elettorali, i magistrati. Buttiamo via tutti gli studiosi del diritto che hanno prodotto le leggi  e il dibattito più stupido dell’Occidente

Il secondo ragionamento riguarda la riconversione dell’economia italiana. Qui si è rotto tutto. L’asse turistico è a pezzi. L’agricoltura avrà bisogno di ristabilire un rapporto col mercato mentre oggi è stretta fra la grande distribuzione, la piccola filiera alimentare, il fai da te a km zero. C’è poi il grande tema della riconversione industriale. Ci sono settori, fra cui il bio-medicale, che possono trovare spazio nell’Italia del futuro. C’è tutta quell’Italia ultra specializzata che va nello spazio, che costruisce droni e elicotteri che serve al Paese come il pane.

Mario Draghi.

Ci sono tante altre attività su cui bisogna sollecitare la fantasia di giovani e non giovani imprenditori dando loro largamente fiducia e denaro. C’è un mondo riformista che va rifondato, in primo luogo sanità, scuola, ricerca , casa. Basta con i costituzionalisti, quelli delle leggi elettorali, i magistrati. Buttiamo via tutti gli studiosi del diritto che hanno prodotto le leggi  e il dibattito più stupido dell’Occidente. Qui forse un uomo come Draghi e uno schieramento parlamentare adeguati e che non rompa i coglioni possono fare molto. Quando dico sgarbatamente «uno schieramento parlamentare che non rompa i coglioni» non mi riferisco a chi critica anche pesantemente. Mi riferisco agli eterni dibattiti sulle stupidaggini.

RIFLETTERE SUL COME E PERCHÉ LA SANITÀ PUBBLICA È STATA MASSACRATA

Oggi stiamo discutendo e lo faremo per tutto il giorno sulla stupidaggine del Covit 19 inventato dai cinesi. Mezza classe politica ci ha fatto perdere tempo coi no vax. Un’intera classe politica ha chiuso a rotta di collo ospedali pubblici favorendo i privati e persino la sottoscrizione generosa di Fedez e Ferragni è andata a un’impresa sanitaria privata. Bisogna indagare anche nelle relazioni fra grande informazione e grandi complessi medicali. Insomma il tempo di Draghi si avvicina, però ho paura che nell’ultimo miglio il solito Pierino vorrà fare da sé e sprecare una carta vincente che potrà essere giocata solo da un forte giocatore e solo se si darà l’onore delle armi al premier attuale, che a me personalmente è piaciuto.

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I piani dei partiti per disarcionare Conte

Passata l'emergenza Covid-19, la crisi economica si abbatterà sul governo. A quel punto la Lega, con la sponda di Fi e Iv ma senza Meloni, tenterà la spallata, scommettendo sul calo di popolarità del premier. L'idea è puntare su Draghi a Palazzo Chigi fino al semestre bianco per poi promuoverlo al Colle e quindi andare al voto con un anno di anticipo. Mentre M5s e Pd sono alle prese con frizioni interne. Lo scenario.

Cambiare governo, disarcionando Giuseppe Conte. E lanciando l’unità nazionale per il tempo necessario a risollevare il Paese con un governo autorevole, composto da tutti, o quasi, i partiti.

La Lega pensa (o, meglio, torna a pensare) di sparigliare le carte, con la sponda di Italia viva nella maggioranza e l’assenso di Forza Italia dall’opposizione. Lo scopo è quello di liberarsi dell’avversario principale di Matteo Salvini: il presidente del Consiglio, l’avvocato del popolo. Le resistenze maggiori, tuttavia, sono di Giorgia Meloni: Fratelli d’Italia, al momento, non vuole sentir ragioni su possibili governissimi.

Partito democratico e Movimento 5 stelle intanto vivono i loro assestamenti interni e lavorano alle prime misure anti-Covid, con uno sguardo alle evoluzioni politiche.

LA ROAD MAP PER DISARCIONARE CONTE

Il tavolo permanente tra governo e leader delle opposizioni può diventare il punto di partenza di un progetto politico che conduce allo sbocco di un nuovo esecutivo. Una sorta di incubatore dell’unità nazionale. La strategia, nella visione dei consiglieri di Salvini, non va attuata subito, in piena emergenza coronavirus, perché «sarebbe impossibile anche fare le consultazioni», osservano da ambienti di centrodestra. E soprattutto non sarebbe giustificabile davanti ai cittadini una trattativa di governo mentre migliaia di italiani perdono la vita a causa dell’infezione.

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Bisognerà accelerare sul progetto solo dopo, quando infurierà la buriana economica e sociale. E quando, come ammette un parlamentare della maggioranza «ci sarà la concreta possibilità che la popolarità del presidente del Consiglio diminuisca molto più velocemente di quanto sia aumentata». Perché, è il ragionamento che rimbalza nei partiti, tra qualche settimana si potrà configurare uno scenario di crisi economica inimmaginabile. 

DRAGHI, CARTA ANTI-CRISI PRIMA A PALAZZO CHIGI POI AL COLLE

A quel punto il nome di Mario Draghi, che già circola da qualche giorno, rimbalzerà sulla bocca di tutti. Con un’idea, ancora in fase embrionale, che potrebbe lentamente prendere forma: inviare l’ex presidente della Bce a Palazzo Chigi fino al semestre bianco (che scatta ad agosto 2021), per poi promuoverlo al Quirinale. Così la legislatura sarebbe messa al riparo fino ai primi mesi del 2022, rasserenando i parlamentari in carica. Solo quel punto si potrà considerare il voto anticipato di un anno.

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Al di là delle prospettive, un dato è certo: il nuovo rapporto con  il centrodestra, improntato al dialogo, segna una discontinuità nella legislatura. Salvini ha apprezzato l’intervento di Sergio Mattarella per avviare un percorso di condivisione dei provvedimenti economici, e non solo. Anche se nella Lega sono consapevoli che il gesto del Colle non è affatto una prova tecnica di nuovo esecutivo, ma soltanto la spinta a un confronto, senza pregiudizi, tra maggioranza e opposizione. Il Quirinale non architetta ribaltoni: è un punto fermo del mandato di Mattarella.

SALVINI IN MASCHERINA IN CERCA DI RIFLETTORI

Salvini vuole ritrovare la centralità nella scena politica. E per questo ha già pronta una lista di proposte, alcune delle quali indigeribili per Conte e gran parte del governo. Anche perché di soldi extra da stanziare nel Cura Italia non ce ne sono più. A quel punto, dopo gli inevitabili rifiuti, dovrà tirare le somme. E cercare di forzare sull’esecutivo di unità nazionale, forte della sponda di Renzi e Berlusconi. E chissà se solo loro. Di mezzo, però, c’è sempre Meloni: la leader di Fdi si gode la crescita nei sondaggi, frutto di una linea intransigente. Difficile che possa avallare una scelta dall’impatto prevedibilmente negativo sul suo consenso.

IL FRONTE SINDACALE E I MALUMORI NEL PD

Il Pd attende la guarigione da Covid-19 di Nicola Zingaretti per rilanciare l’azione politica. Di certo a Largo del Nazareno i malumori sono cresciuti rispetto alla gestione dell’emergenza, dalla modalità comunicazione a un certo personalismo politico di Conte. Le proteste delle fabbriche, poi, hanno fatto scattare l’allarme. Il Pd zingarettiano ha la sua ragione sociale nel recupero del dialogo con i lavoratori, mettendo alle spalle l’era renziana delle frizioni con i sindacati. E non può voltarsi dall’altra parte di fronte alla mobilitazione di migliaia di operai, preoccupati della tutela della loro salute. Questo non significa un beneplacito immediato alla formazione di nuovi governi, ma tra i dem ci sono varie sensibilità. Qualcuno può drizzare le antenne. L’intervento pro-dialogo con il centrodestra di Goffredo Bettini, consigliere ascoltato da Zingaretti, è un segnale. Perché stare al governo “da soli” non conviene. Tantomeno a un Pd in risalita nei sondaggi.

RENZI LAVORA SOTTOTRACCIA

Renzi, intanto, continua a lavorare sottotraccia. Garantisce sostegno al Conte bis, bacchetta la comunicazione del governo da Grande Fratello e chiede al suo bersaglio preferito, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, di andare in parlamento per parlare delle misure contro il sovraffollamento delle carceri. I suoi continuano a pungolare la maggioranza, a cominciare da Luigi Marattin che ha chiesto di cancellare il taglio al cuneo fiscale, che entrerà in vigore in estate. Mentre il deputato Michele Anzaldi, un giorno sì e l’altro pure, polemizza con la gestione della comunicazione governativa, orchestrata dal portavoce del presidente Consiglio, Rocco Casalino

NEL M5S DI MAIO TORNA IN SELLA

L’emergenza coronavirus sta rilanciando il ruolo di Luigi Di Maio nel Movimento 5 stelle. Il ministro degli Esteri è convinto di aver fatto la mossa giusta con le dimissioni da capo politico. In questi momenti difficili si sta concentrando sul lavoro alla Farnesina, ottenendo una rinnovata visibilità. Un beneficio legato all’impegno diplomatico per rintuzzare gli attacchi degli altri Paesi e per contrastare il blocco del materiale sanitario proveniente all’estero. E mentre Di Maio si ricolloca, i suoi avversari interni sono in affanno. Il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, sarà chiamato ad affrontare una crisi senza precedenti. Probabile che finisca sulla graticola. Il presidente della Camera Roberto Fico è criticato per l’assenza del parlamento in questa delicata fase per il Paese. I pentastellati, all’ombra del silenzio di Beppe Grillo, vivono nuovi sommovimenti. Anche perché Giggino è ancora il leader perfetto per dialogare, di nuovo, con Salvini. Del resto i rapporti personali non sono affatto pessimi.

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Draghi riposa pensando al Quirinale

Secondo i rumors, se Conte cadesse, l'ex presidente della Bce sarebbe pronto a guidare un governo istituzionale. Ma i piani di Super Mario, che si è trasferito nella villa della famiglia della moglie nel Padovano, sono altri. In futuro si vedrebbe come successore di Mattarella. Ma sa che devono passare due anni, nel corso dei quali avrà cura di tenere ben accesi riflettori sulla sua figura, senza eccessi.

In questi giorni il nome di Mario Draghi è sulla bocca di tutti: se cade Giuseppe Conte si farà un governo istituzionale da lui presieduto, con Giancarlo Giorgetti a fargli da “Gianni Letta”.

E giù indiscrezioni. Peccato che gli autori di questo gossip politico facciano i conti senza l’oste, cioè senza l’ex governatore della Bce. Già, che cosa ha in testa Draghi? 

L’OTTIMO RAPPORTO CON GIORGETTI

Chi lo conosce bene e lo frequenta riferisce alcune cose interessanti. Primo: super Mario, che quest’anno compirà 73 anni, ha davvero un ottimo rapporto con il politico leghista che in quel partito è quello che ci capisce di più di economia. Secondo: il banchiere lascia volentieri che si propaghino le notizie su un suo coinvolgimento nella politica italiana, ma non ha nessuna intenzione di andare a Palazzo Chigi, neppure alla guida di un governo di salute pubblica con tutti dentro. Terzo: ha invece interesse, eccome, per il Quirinale e si vedrebbe come successore di Sergio Mattarella. Ma sa che devono passare due anni, nel corso dei quali avrà cura di tenere ben accesi riflettori sulla sua augusta figura, senza per questo commettere errori (soprattutto per eccesso). Per questo andrà in giro per il mondo a occasioni o che abbiano lui al centro (riconoscimenti vari) o che siano di altissimo livello. 

IL BUEN RETIRO NEL PADOVANO

Ma nel frattempo, dove sta il nostro uomo? Lui e la sua signora, Maria Serenella Cappello, nobildonna discendente di una famiglia padovana imparentata con il Granduca di Toscana Francesco De’ Medici, hanno tenuto la casa a Roma (dalle parti di viale Bruno Buozzi, zona Parioli), ma si sono trasferiti in gran segreto proprio a Padova. Per la precisione a Noventa Padovana, comune di 11 mila anime che è parte integrante dell’area metropolitana del capoluogo, dove la famiglia della moglie ha da sempre una bellissima dimora antica, Villa Vendramin Cappello Collizzoli.

Villa Vendramin Cappello Collizzoli (dalla Rete).

Vita ritirata, solo qualche puntata in città, sempre con grande discrezione. Anche perché spesso vanno o al mare a Lavinio, sul litorale laziale vicino ad Anzio, o nella casa di campagna di Città della Pieve, famosa perché nell’agosto del 2014 ci piombò Matteo Renzi in elicottero. Non risulta invece che Draghi abbia voglia di avere un ufficio, anche se la Banca d’Italia gliene ha fatto allestire uno. Preferirebbe andare direttamente al Quirinale, dove farebbe casa e bottega.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Mario Draghi si difenderà da Renzi e Salvini

Il leader di Italia viva non solo accarezza un suo ruolo all'opposizione e il sogno di una grande destra, ma adesso si gioca pure la carta della candidatura a premier dell'ex presidente della Bce. Come aveva fatto il segretario della Lega. Usando il suo rispettabilissimo nome solo per fare un po' di casino.

Matteo Renzi avrebbe detto ai suoi, scrive oggi sul Corriere della Sera Maria Teresa Meli, che sarà bello fare opposizione.

Lo dice a noi che all’opposizione ci siamo stati fino al governo Prodi a parte quei mesi disperati del governo Andreotti mentre Aldo Moro era nelle prigioni delle Br.

Sì, è vero all’opposizione si sta bene e ci si ingrassa pure. Servono alcuni attrezzi, però. Serve una attrezzatura culturale che dia al partito che sta all’opposizione un’aura di forza necessaria, serve un progetto di lungo respiro che tenga in piedi la speranza, serve alternare momenti di filibustering con la collaborazione parlamentare per far fare cose utili per il popolo. Chi sta all’opposizione deve cioè essere una persona seria. Non si sta all’opposizione per giocare.

RENZI HA PERSO CREDIBILITÀ ED È SEMPRE PIÙ SOLO

È questo il primo vero problema che ha Renzi. Nessuno in Italia pensa più che lui sia una persona seria e anzi si moltiplicano quelli che pubblicamente dicono che si sono sbagliati ad appoggiarlo. Questi non mi piacciono. Scappare dopo le sconfitte non è mai bella cosa. Mi fa quasi più simpatia Roberto Giachetti che non avendo mai vinto nulla appena vede una sconfitta ci si avventa sopra.

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IL SOGNO DELLA GRANDE DESTRA

Un’altra ragione perché non sarà bello stare all’opposizione per Renzi e le sue girl è che quel luogo è affollato di gente che non ha bisogno di lui. L’ex premier, uno dei numerosi ego-mostri che girano per la politica italiana, è convinto che con il suo arrivo farebbe una flebo salvifica a Forza Italia, stingebbe il nero di Giorgia Meloni, e convincerebbe Matteo Salvini a bere di meno. Insomma, già si sente di dire ai nuovi amici di avventura: «Ora basta, la ricreazione è finita». Ma colui che disse questa frase, che chiuse un moto di popolo, era un generalone, un padre della patria, uno che parlava, come si dice dalle mie parti, «come un testamento» ovvero come dice Lino Banfi «una parola è poco e due sono troppe».

ANCHE L’EX ROTTAMATORE SI È GIOCATO LA CARTA DRAGHI

L’arrivo di Renzi nel circo in cui si esibiscono Mario Giordano, Paolo Del Debbio, Nicola Porro, Vittorio Feltri e altri stupendi cabarettisti di destra aggiunge poco allo spettacolo. Cosa può dire Renzi di più e di peggio sul Pd? Quelli sono più avanti. Renzi però crede di essere furbissimo e ha lanciato, in vista della caduta del governo Conte, la candidatura di Mario Draghi. La stessa cosa che mesi fa fecero sia Salvini sia Giancarlo Giorgetti. Io ho notizia, da fonte sicura, che Mario Draghi sia stato visto recentemente in una falegnameria di Roma mentre ordinava due bastoni molto nodosi. Vuoi vede che vuole suonarli sulla testa di questi cretini che, non sapendo che diavolo fare, o dire, usano il suo rispettabilissimo nome per fare un po’ di casino?

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Il ringraziamento (a pagamento) dei giornalisti a Mario Draghi

Alcune delle più note firme italiane hanno voluto salutare così l'ex presidente della Banca centrale Europea.

Con una pagina a pagamento su il Sole 24 Ore alcune delle più importanti firme del giornalismo nostrano hanno voluto ringraziare Mario Draghi, ex presidente della Banca centrale Europea, per – come si legge – «la grande disponibilità avuta nei confronti dei giornalisti di tutto il mondo». I ringraziamenti sono stati firmati da Giulio Anselmi, Mario Calabresi, Massimo Gramellini, Paolo Mieli, Gianni, Riotta, Gian Antonio Stella, Stella Aneri e Giancarlo Aneri.

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Altro che continuità con Draghi, così Lagarde rivoluziona la Bce

Né falco né colomba: il gufo (simbolo di saggezza) Christine cambia la stategia della Banca centrale europea: in agenda i cambiamenti climatici, nuovi target per la stabilità dei prezzi, pagamenti digitali. Una svolta che non si vedeva da 16 anni.

Era attesa da tutti come la versione color pastello di Mario Draghi. Il suo ruolo doveva essere solo di prosecuzione e continuità con quanto fatto dal governatore celebre per il «Whatever it takes», ma Christine Lagarde ha stupito tutti.

UN DEBUTTO ALLA MOURINHO

Un piglio degno del primo José Mourinho interista (quello del «non sono un pirla») e un polso, nel tenere la conferenza stampa, che ha lasciato molti osservatori positivamente impressionati: dopo la consueta fase di resoconto del meeting direttivo alla stampa, la neo presidente – prima di procedere con il consueto giro di domande – ha voluto riservarsi uno spazio di libere considerazioni.

NON I SOLITI NUMERI SU CRESCITA E INFLAZIONE

Ma oltre al cipiglio c’erano contenuti inattesi. No, non i soliti numeri su crescita (rivista lievemente al ribasso) o inflazione (lievemente al rialzo), né annunci di politica monetaria (invariata), Lagarde ha sparato ben più alto, annunciando una strategic review della Banca centrale europea come non si vedeva da 16 anni.

SVOLTA DA GENNAIO 2020

La Bce ripenserà se stessa, il suo ruolo e le modalità con cui perseguire il suo mandato. Lo farà dal gennaio 2020 per arrivare a una conclusione entro la fine dell’anno. I punti salienti di questa revisione di strategia sono l’inclusione di tematiche inerenti il cambiamento climatico e la ridefinizione del target per la stabilità dei prezzi (oggi posto ad «appena inferiore a 2%»).

CONTESTO TOLLERANTE SULL’INFLAZIONE

Per la stabilità dei prezzi probabilmente l’intenzione è di predisporre un contesto tollerante per l’eventualità di un’inflazione che dovesse superare il 2%, valutando un livello medio pluriennale: dopo anni di livelli inflattivi molto lontani dall’obiettivo, consentire per qualche tempo all’inflazione di galleggiare sopra la soglia del 2% servirà ad avere un livello medio più vicino a 2.

ANCHE L’IMMOBILIARE NELLA DEFINIZIONE DEI PREZZI

La Bce valuterà, inoltre, se considerare anche il comparto immobiliare nella definizione dei prezzi e si premunirà di considerare anche le aspettative di inflazione dei consumatori oltre che quelle di mercato.

CRESCENTE SENSIBILITÀ AMBIENTALE

Le allusioni al surriscaldamento globale lasciano immaginare che la spinta fiscale auspicata potrà avvenire in scia a una crescente sensibilità ambientale: verrà infatti cercato un accordo con la Commissione europea sulla cosiddetta tassonomia, ossia di un sistema di regole di classificazione di criteri per arrivare a definire cosa debba intendersi per attività sostenibile.

BCE PRONTA A DIALOGARE CON LE ALTRE ISTITUZIONI

Un gioco dialettico a tutto campo che crea aspettative, ma che tratteggia già una Bce diversa, ancora tenacemente indipendente, ma pronta a scendere dalla “torre d’avorio” e dialogare con le altre istituzioni perché «non c’è niente di sbagliato nel concordare le azioni per i rispettivi obiettivi».

Le armi che la Bce continuerà a usare saranno:

  • Tassi d’interesse, per la parte più breve della curva.
  • Forward guidance, per dettare un calendario chiaro e “correggere” l’orizzonte di medio termine.
  • Quantitative easing e acquisti di asset, per condizionare la parte più lunga della curva dei rendimenti.

Messa alle strette sulle preferenze fra i tre strumenti, la neo presidente ha fatto intendere di preferire la forward guidance. Non c’era da avere molti dubbi in proposito: la scelta è caduta sullo strumento più basato sulla dialettica, vuoi per confidare sulla principale competenza di Christine (la comunicazione), vuoi perché la capacità di condizionamento residua della Banca centrale è ormai molto esigua, dopo aver già portato i tassi prima a zero, poi sottozero, e aver lanciato più piani di Qe.

POLITICA FISCALE DIVERSA E PIÙ ESPANSIVA

Nonostante le politiche monetarie ultra-accomodanti di questi anni, infatti, i consumi non crescono e i salari nemmeno, per questa ragione una diversa e più espansiva politica fiscale «sarebbe benvenuta».

MA CHI HA IL DEBITO ALTO (COME NOI) SI PREOCCUPI DI QUELLO

Selettivamente, però. I Paesi che hanno spazio di manovra dovrebbero introdurre politiche fiscali più accomodanti, mentre i Paesi ad alto debito dovrebbero preoccuparsi di tornare su un sentiero più virtuoso. Un messaggio esplicito ai governi che non mancherà di mostrare i suoi effetti. Inflazione e crescita (stimate ripettivamente a +1,6% e +1,4% nel 2022) sono ancora troppo modeste, anche se il segno positivo va visto come un buon segnale.

IL GUFO COME SIMBOLO DI SAGGEZZA

La presidente ha prima chiarito un «io sono io» che non ha niente a che fare con la famosa citazione de Il marchese del Grillo di Alberto Sordi, ma che è solo un ammonimento verso la naturale tentazione a fare confronti con il predecessore Draghi. Dopodiché ha respinto ogni classica etichetta definendosi né colomba né falco, semmai un gufo, animale simbolo di saggezza (anche se in Italia ha tutt’altra simbologia).

PURE UN SISTEMA DI PAGAMENTI DITIGALI

Come se tutto ciò non bastasse, in una conferenza stampa di debutto, La Lagarde ha inoltre fatto riferimento alla creazione di una task force che entro metà 2020 porti a termine i lavori per la definzione di una digital currency sotto l’egida della Bce stessa, cioè di un sistema di pagamenti digitali (ma – ha chiarito – non sarà né uno stable coin né il bitcoin). Né falco né colomba: Christine Lagarde sembra una macchina infernale.

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All’Italia servirebbe un’alleanza tra Draghi e Sardine

Giovani e giovanissimi da una parte e over 50 competenti, proprio come l'ex presidente della Bce, dall'altra. Solo dal loro dialogo il Paese potrebbe ripartire. Dopo il fallimento della generazione mediana, lasciata sola a gestire il sogno edonista (e irrealizzabile).

Mario Draghi. Ieri salvatore dell’euro e dell’Europa. Domani magari presidente della Repubblica o premier e, perché no, mentore del movimento delle Sardine.

Fantascenario che certo è una battuta, ma anche un auspicio e la rappresentazione ideale di una società italiana completamente rifondata. Che vuole lasciarsi alle spalle 20 anni e più di cattiva politica, di protagonismi maleducati e incompetenze esibite.  

Draghi e Sardine. Per dire della necessità urgente di un reset del Sistema. Che tuttavia della mobilitazione di piazza anti-leghista accoglie soprattutto la richiesta di “buona politica”, depurata da un leaderismo sguaiato e demagogico. E coglie, credo, il dato più interessante e utile in prospettiva nell’inedita convergenza di generazioni che sono anagraficamente distanti, quasi remote fra loro.

L’ETÀ DI MEZZO VITTIMA DEL DISINCANTO

Le Sardine infatti nella loro attuale composizione sono perlopiù giovani e giovanissimi con presenza significativa di 50/60enni e oltre. Piuttosto che di 40enni, intesi come generazione di mezzo, fascia d’età che si allunga di cinque-10 anni sia in basso che in alto, comprendendo 30enni maturi e 50enni “suonati”. Ovvero quell’Italia di mezzo, che essendo cresciuta e formatasi in una società sempre più spoliticizzata, è culturalmente, anche per effetto di lunga esposizione alla tivù commerciale, ovvero a una “programmazione populista”, attratta dalle sirene leghiste e sovraniste. Ma riferendomi ai 35-50enni devo aggiungere che questi non hanno vissuto la stagione delle grandi lotte politiche di piazza, ma quella del disincanto. Quindi sono fisiologicamente refrattari alla partecipazione politica e alla militanza partitica. Ma sono anche poco digitali: usano perlopiù solo i social, perché non richiedono competenze specifiche e abilitanti. Ciò spiega anche perché questa classe d’età sia la più sensibile alla propaganda, alla comunicazione emozionale.

IN PIAZZA C’È LA CONVERGENZA DI GENERAZIONE Z E I BABY BOOMER

Le piazze che si stanno riempiendo di Sardine vedono la convergenza di generazione Z e della parte più giovane dei millenial, con la fascia di baby boomer più colta e benestante. In questo senso si può convenire con chi parla di piazze sardiniste caratterizzate e fisicamente occupate dal ceto medio urbano. E nel segnalare come questa convergenza sia in linea col fenomeno, definito da The EconomistSocialismo dei millenial”, che è nato e si sta sviluppando in Inghilterra e Usa. E che vede un numero crescente di giovani e giovanissimi sostenere e votare Bernie Sanders e Jeremy Corbyn (che conta appunto molto sui nuovi elettori per le prossime elezioni del 12 dicembre). E che ha la sua icona nella più giovane congresswomen  della storia parlamentare statunitense: Alexandria Ocasio-Cortez.

MANCA OGNI RIFERIMENTO AI LEADER DEGLI ULTIMI 20 ANNI

I due estremi generazionali che vengono colmati e pareggiati da una richiesta di “buona politica” trovano una spiegazione convincente in un comune rimpianto: per i primi esprime desiderio di provare quel che è stato loro raccontato e che ormai è storia, mentre per i secondi è voglia di ritrovare gli ideali e le pratiche della giovinezza. Non casualmente manca del tutto qualsiasi riferimento alla sinistra di governo, ai leader democratici di quest’ultimo ventennio. Non rivoluzionari veri né riformisti convinti, ma aggiustatori mediocri di un sistema che ha penalizzato soprattutto i giovani. Sono infatti Enrico Berlinguer e la “meglio gioventù” i più citati ed evocati dalle Sardine. Ovviamente con tutte le retoriche e le amnesie che ogni riscoperta si porta appresso. 

UNA GENERAZIONE SCHIACCIATA

Disintermediazione è la parola chiave di questi anni e prevedibilmente, con più forza distruttiva, dei prossimi. Ma curiosamente o paradossalmente questo processo si manifesta anche sulle età della vita e sulle dinamiche generazionali e intergenerazionali. Non sono solo i corpi sociali e i quadri produttivi intermedi, le mezze stagioni e le mezze porzioni a essere disintermediati. Ma anche le classi d’età di mezzo, quelle situabili fra i 35 e i 50 anni che scontano oggi, come non era mai accaduto prima, il fatto di non essere più anelli di congiunzione fra giovinezza e maturità, ma invece delle interruzioni, se non delle fratture, generazionali. Oggi, infatti, le classi d’età di mezzo sono compresse, schiacciate, non potendo competere con i nativi digitali, sul piano delle abilità e competenze tecnologiche, ma nemmeno con i 60/70enni sul piano dell’esperienza.

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Anche perché sono entrati nel mercato del lavoro tardi, così come tardi si sono sposati e non hanno fatto figli. Non sono svelti e intuivi come i 20enni, ma nemmeno riflessivi e con la cultura del lavoro dei più anziani. Sono quelli che pur essendo ancora giovani anagraficamente, hanno meno futuro degli altri. Sono furbi, però con bassa propensione etica, perché hanno coltivato grandi attese e sogni di gloria, essendosi formati nei decenni 80 e metà 90, quelli dell’edonismo reaganiano, della glorificazione del successo e dei soldi. Ma proprio per questo anche il molto che materialmente hanno sembra a loro poco. Quasi niente. Per questo sono eversivi, ma non rivoluzionari. Prova è che i Gilet gialli francesi sono 50enni, così come il grosso dell’elettorato leghista e sovranista in Italia.

L’ITALIA RINCORRE ANCORA IL TRENO DELL’INNOVAZIONE

In tale contesto e considerato che la classe politica e di governo attuale, più che mai sgangherata, è nelle mani di leader (Matteo Salvini, Matteo Renzi, Luigi Di Maio, Giorgia Meloni e mettiamoci anche Giuseppe Conte e Carlo Calenda) che anagraficamente stanno, appunto, nell’età di mezzo, si comprende perché abbiamo perso, come Paese, lo spirito imprenditoriale, la creatività e la voglia di lavorare che hanno fatto grande l’Italia nei due decenni postbellici. Nel contempo non siamo riusciti ad agganciarci al treno dell’innovazione, non solo tecnologica, che ormai è in piena corsa in numerosi altri Paesi e che di questo passo rischiamo di perdere definitivamente. 

sardine chi sono piazze italiane
Le Sardine a Bologna.

I GIOVANI HANNO BISOGNO DI GUIDE RICONOSCIUTE

Non ci resta che confidare nella discesa in piazza di giovani e giovanissimi, in grado, vista la velocità con la quale si sono materializzati dal nulla, di dare vita a qualcosa di radicalmente nuovo. Una politica più gentile e capace di tradurre, in forme più avanzate di partecipazione e rappresentanza, le enormi possibilità offerte dall’economia digitale. Visto che sin qui, come scrive il sociologo svedese Adam Ardvisson (Changemakers: The Industrious Future of the Digital Economy ), «l’uso migliore che abbiamo saputo trovare per l’intelligenza artificiale e l’analisi dei big data è la pubblicità mirata su Facebook per uno shampoo o un app per ordinare la pizza senza dover alzare il telefono». Mentre invece serve urgentemente regolare la sharing economy e avere idee concrete su cosa farsene del blockchain.

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E qui, certo, sono zeter e millenial che devono immaginare il mondo e la società che verranno. Naturalmente migliori di quelli attuali. Ma potranno realizzarli solo accantonando idee di rottamazione e di scontro generazionale, del quale, peraltro, Quota 100 è un bell’incentivo, il cui solo aspetto positivo è rendere evidente quanto la politica e i politici che l’hanno voluto sono obsoleti. Nonostante siano anagraficamente giovani. E di contro quanto giovani e giovanissimi abbiano bisogno non di vecchi narcisi (giornalisti soprattutto) che fanno ironie su gretini e Sardine, bensì di vecchi sapienti e competenti. Capaci di indicare futuri possibili e auspicabili. In forza di leadership riconosciute e ispirate. Come Mario Draghi, appunto.

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Christine Lagarde promette una Bce in continuità con le scelte di Draghi

Il nuovo capo dell'Eurotower conferma il supporto dell'istituto all'economia, ma avverte: «L'Europa va ripensata».

Per Christine Lagarde l’attuale scenario di incertezza globale potrebbe portare a svolte positive. La nuova presidente della Bce è intervenuta nel corso di un evento a Fancoforte, e ha parlato della situazione attuale e di come l’Europa può reagire: «Siamo di fronte a un ambiente globale caratterizzato da incertezza», ha spiegato, «ma credo che, se affrontiamo questa sfida nel modo giusto, può anche essere un momento di opportunità». Per l’ex capo del Fmi l’unico modo di superare questo momento delicato è quello di «pensare diversamente l’Europa». «Non sarà facile. Ma come disse una volta San Francesco d’Assisi, ‘Inizia facendo ciò che è necessario; quindi fai ciò che è possibile; e all’improvviso stai facendo l’impossibile».

POLITICA FISCALE COME FATTORE CHIAVE PER L’EUROZONA

«La politica monetaria», ha continuato Lagarde, «potrebbe raggiungere il suo obiettivo più rapidamente e con meno effetti collaterali se altre politiche sostenessero la crescita al suo fianco». Il capo dell’Eurotower ha anche aggiunto che un «elemento chiave è la politica fiscale dell’area dell’euro» e che «gli investimenti sono una parte particolarmente importante della risposta alle sfide odierne».

«LA BCE CONTINUERÀ A SOSTENERE L’ECONOMIA»

Per quanto riguarda le prossime mosse della Bce l’idea è quella di continuare nel segno di Mario Draghi. «La politica monetaria continuerà a sostenere l’economia e rispondere ai rischi futuri in linea con il nostro mandato di stabilità dei prezzi. E monitoreremo costantemente gli effetti collaterali delle nostre politiche», ha spiegato Lagarde ricordando che la «politica accomodante della Bce è stata un fattore chiave della domanda interna durante la ripresa e tale orientamento rimane in vigore».

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L’opposizione sta portando consiglio a Matteo Salvini?

Prima la svolta europeista (fuori tempo massimo), poi l'apertura a Draghi come futuro presidente della Repubblica. Il segretario della Lega, per convenienza, sembra aver cambiato registro. Sempre che non si tratti solo di un bluff per rassicurare i mercati e gli elettori.

Stare un poco all’opposizione ha qualche vantaggio per un politico perché aiuta a riflettereMatteo Salvini sta riflettendo? Alcuni segnali recenti lo indicano, ma tuttavia sono al momento insufficienti per chi ritiene che la Lega salviniana abbia causato seri danni al Paese con le sue stentoree e spesso futili polemiche anti-Ue e anti-euro. 

LA CONVERSIONE EUROPEISTA NELL’INTERVISTA AL FOGLIO

Il primo segnale è arrivato a metà ottobre con un’intervista a Il Foglio dove Salvini sottoscriveva in modo esplicito sia il carattere irreversibile dell’euro sia l’interesse dell’Italia a restare nella Ue non «per passione ideale» ma perché «nel mondo di oggi l’Italia, fuori dall’Europa, è destinata a non contare nulla, a essere una provincia del mondo». Era facile rilevare, e Lettera43.it lo ha fatto, come parlando così Salvini si allineasse ma con 70 anni circa di ritardo a quanto i cosiddetti padri dell’Europa, da Robert Schuman a Jean Monnet ad Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer, più molti altri di quella generazione e delle successive, avevano sempre pensato e capito ben prima di lui. Per loro il progetto europeo poteva anche essere un sogno, ma era soprattutto e in modo urgente una necessità.

AFFAMATA E INERME: ECCO L’EUROPA DOPO LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Bisognerebbe masticare un po’ di storia ogni tanto, e avere un’idea di che cos’era l’Europa dopo la Seconda Guerra mondiale: poco più di un nulla, affamata, inerme e smarrita, compresa alla fine anche la rovinata finanziariamente Gran Bretagna. A questo si era ridotto in 30 anni, dal 1914 al 1945, il piccolo continente che aveva dominato il mondo. Nell’universo del 1945-50, con la preminenza di una superpotenza a tutto tondo come gli Stati Uniti e di una potenza militare come l’Unione Sovietica, gli Stati nazionali europei a parte le loro miserevoli circostanze avevano una precisa caratteristica valida per tutti, quanto a dimensioni: erano obsoleti.

LA “RESISTENZA” DI BORGHI & CO

Salvini ci ha messo il suo tempo per arrivarci, ma chissà, forse – speriamo – ci sta arrivando.  Subito dopo il riconoscimento implicito da parte del segretario della Lega delle buone ragioni storiche del progetto europeo, il fidatissimo Gian Marco Centinaio, ex ministro dell’Agricoltura e a un certo punto fra i papabili come candidato italiano alla Commissione Ue, lo confermava: su euro e Ue «la parentesi è del tutto chiusa». Claudio Borghi e  pochi altri protestavano e ricordavano che l’opposizione alla perfida Ue e la sfiducia, a dir poco, nell’euro erano nell’anima e nelle carte leghiste, e immarcescibili; e invitavano a non dare peso a «manovre giornalistiche»  di basso rango.  

Salvini potrebbe aprire per finta a Draghi per non spaventare i mercati in caso di voto anticipato, per esempio dopo una sperata smagliante vittoria in Emilia-Romagna

L’APERTURA NEI CONFRONTI DI DRAGHI

Parlare di manovre giornalistiche diventa però impossibile dopo che il Capitano in persona, Matteo Salvini, ha sdoganato in tivù (Fuori dal coro di Mario Giordano del 6 novembre) con il suo why not, perché no, l’ipotesi di Mario Draghi presidente della Repubblica, alla scadenza fra due anni del mandato di Sergio Mattarella

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Mario Draghi, ex presidente della Bce.

Potrebbe anche essere una mossa solo tattica, “aprire” per finta a Draghi per non spaventare i mercati nel caso di voto anticipato, per esempio dopo una sperata smagliante vittoria in Emilia-Romagna il prossimo 26 gennaio. Ma intanto Draghi, la “bestia nera” che ci ha affamato con il suo stramaledetto euro “moneta sbagliata”, Draghi nemico del popolo e simbolo delle élite anti-democratiche del denaro, Draghi il peggio dei peggio insomma, ora sembra un buon candidato a simbolo e garante dell’unità nazionale. E, date le opinioni e il curriculum, certamente della piena appartenenza dell’Italia a euro e  Unione europea. 

UN DURO COLPO PER GIORGIA MELONI

Spiazzata, l’alleata Giorgia Meloni non ha potuto solo ribadire quanto già detto da Salvini, sull’ipotesi però di Draghi non al Quirinale ma a Palazzo Chigi, e cioè che per diventare capo politico occorre farsi eleggere dal popolo. Per Meloni chi va al Quirinale «deve avere alle spalle una storia di difesa dell’economia reale e dei nostri interessi nazionali» e Draghi, proveniente dice lei «dal mondo della grande finanza internazionale», non ce l’ha. Meloni, a differenza della Lega, discende da una precisa filiera nazionalista e mussoliniana per lei mai obsoleta, e non potrà mai digerire il crescente passaggio di sovranità a Bruxelles e a Strasburgo, in una dimensione europea che a suo avviso non esiste, è una truffa. Meloni vive in un mondo di sacri confini. Draghi non avrà mai i voti di Fratelli d’Italia, ha ribadito.

Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

ADDIO ALLE BATTAGLIE ELETTORALI

Il colpo per Giorgia Meloni è stato doloroso perché più che di una parentesi, come l’ha definita Centinaio benevolmente, il duro no all’euro, le infinite dichiarazioni di morte imminente della Ue nella campagna per il voto europeo del maggio scorso e gli attacchi allo stesso Draghi presidente Bce sono stati una precisa linea non strettamente leghista ma certamente molto salviniana, e codificata nei documenti congressuali. Su questo fronte anti-europeo Salvini ha costruito il 40% almeno della sua campagna elettorale del 2017-2018 e di quella campagna elettorale bis che sono stati i suoi 14 mesi di governo; il restante 60% è stato giocato sull’immigrazione.

L’ANTI-EUROPEISMO NON CONVINCE LA BASE STORICA DELLA LEGA

L’anti-europeismo spinto e soprattutto le polemiche anti-euro, campione Claudio Borghi portato da Salvini a un ruolo importante alla Camera dei deputati, non hanno però mai convinto, tanto per cominciare, la base storica leghista, quella imprenditoriale del Nord in particolare. Sono aziende e aziendine che spesso hanno un mercato europeo importante e non vogliono intoppi su quel fronte. L’euro poi anche in Italia è più popolare che impopolare. E il voto europeo ha mostrato i limiti del sovranismo, sempre forza di tutto rispetto ma che non ha sfondato.  È comprensibile che Salvini, e soprattutto persone più attente a questi aspetti e di cui lui si fida, abbiano cominciato a trarne le conseguenze. Se la linea verrà confermata ben oltre qualche rapida dichiarazione che potrebbe anche essere insincera e strumentale, si tratta di un passaggio molto significativo. E Meloni non può farci molto perché non romperà su questo l’asse con Salvini che potrebbe portarla al governo. 

claudio borghi vendita btp
Claudio Borghi.

IL TRUCE CAPITANO SI STA RAFFINANDO?

Il “truce” Salvini, come viene spesso definito, si sta affinando un po’?  L’ipotesi di Draghi al Quirinale, un ruolo che forse l’ex presidente Bce non  rifiuterebbe a differenza di Palazzo Chigi, avrebbe numerose e grosse implicazioni per lo più positive, soprattutto se Salvini tornasse al governo. Draghi sarebbe una grossa copertura sul fronte Ue e dei mercati e sarebbe, ancor più importante, il chiaro segnale che le due anime dell’Italia, quella più sovranista e quella più europea, si parlano, collaborano e scendono a ragionevoli compromessi, sulla linea del «cambiamo l’Europa, ma teniamocela ben stretta». Sarebbe una mossa giusta sul terreno migliore della politica, che è quello pragmatico del possibile. Avrebbe tuttavia delle chiare implicazioni per qualsiasi governo, poiché difficilmente Draghi accetterebbe senza l’impegno politico ad affrontare finalmente il debito pubblico, cominciando a farlo scendere non solo sul Pil, ma in cifra assoluta. Un’impresa da far tremare i polsi ma che paradossalmente, stando così come oggi i rapporti di forza, solo un esecutivo a sfondo sovranista, o neo sovranista, potrebbe affrontare.

L’ANNUNCIATO DIETROFRONT SOVRANISTA

Comunque, in attesa di conferme sul nuovo corso europeo di Salvini e soprattutto della conferma che non si tratta di bugie per cercare di tranquillizzare i mercati e più della metà degli elettori, si può aggiungere un’annotazione: c’era da aspettarselo. Era prevedibile e previsto (si veda su Lettera43.it del 24 febbraio I sovranisti italiani faranno presto dietrofront  su ue, debito ed euro). Chi non vince la partita, se lungimirante, in genere scende a patti. Se dovrà ammettere che Salvini è lungimirante, mezza Italia lo farà certamente volentieri. 

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Il discorso d’addio di Mario Draghi alla Bce

Passaggio di consegne a Francoforte, con Christine Lagarde a raccogliere il testimone. «Lascio la Banca in buone mani», dice il presidente uscente, che riceve l'omaggio di tutti leader europei.

Lasciare la Banca centrale europea è più facile, sapendo che «è in buone mani». Con queste parole il presidente uscente della Bce Mario Draghi ha accompagnato la cerimonia per la fine del suo mandato al vertice dell’istituto, parlando di fronte a Christine Lagarde, chiamata a succedergli dal primo novembre, e ai principali leader politici europei.

«È IL MOMENTO DI PIÙ EUROPA, NON MENO»

Le politiche nazionali, che tuttora giocano il ruolo principale di stabilizzazione nell’Eurozona, ha detto Draghi, «non possono sempre garantire» tale stabilizzazione e, dunque, «abbiamo bisogno di una capacità di bilancio dell’Eurozona, con delle dimensioni e con un meccanismo adeguato». Quindi, l’ennesimo e accorato appello a un europeismo convinto: «È davanti agli occhi di tutti che ora è il momento di più Europa, non meno».

IL GRAZIE DI MATTARELLA: «SCONFITTA IL RISCHIO DI FINE DELL’EURO»

Nel giorno del suo commiato il presidente uscente ha ricevuto l’omaggio di tutti i principali leader europei. «Professor Draghi, caro Mario, come cittadino europeo desidero dirti grazie», sono state le parole pronunciate dal capo dello Stato Sergio Mattarella. Il presidente della Repubblica ha ricordato come «nel 2011 l’impatto della crisi finanziaria imponeva all’Unione e alla Banca, in primo luogo, un cambio di passo. La sfida infatti era presto divenuta esistenziale: sconfiggere la percezione della possibilità, se non del rischio, di dissoluzione dello stesso eurosistema. Una possibilità, e un rischio, che oggi possiamo considerare sconfitti». E ancora: «Draghi in questi otto anni è stato autorevolmente al servizio» di un’«Europa più solida e più inclusiva, interpretando la difesa della moneta unica come una battaglia da condurre con determinazione contro le forze che ne volevano la dissoluzione». «Oggi», ha aggiunto Mattarella riferendosi a occupazione, sistema bancario, integrazione fra gli Stati membri, «possiamo dire che il sistema» economico europeo «è più solido».

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Giorgetti torna a caldeggiare l’ipotesi Draghi premier

Il numero due della Lega rilancia l'ipotesi Palazzo Chigi per l'ex governatore della Bce: «Chi ha scelto Conte potrebbe farci un pensierino».

La notizia di Mario Draghi alla presidenza del Consiglio al posto di Giuseppe Conte «è verosimile per chi gira gli ambienti politici romani, tutti vedono il governo e in particolare il presidente del Consiglio molto in difficoltà, con reazioni estemporanee, non in linea con il profilo che lui vuole darsi». Parola del vicesegretario della Lega Giancarlo Giorgetti , intervenuto all’evento ‘Liguria 2020-2025: la forza del territorio’ organizzato dalla Lega a Sestri Levante in vista delle Regionali della prossima primavera.

«CHI HA PENSATO A CONTE PUÒ PENSARE A DRAGHI»

«Draghi è disoccupato e non penso che chieda il reddito di cittadinanza», ha aggiunto Giorgetti, «può darsi che sia disponibile e che qualcuno lo chiami a fare un ruolo politico. Chi ha deciso di mettere Conte alla presidenza del Consiglio potrebbe anche tranquillamente decidere di mettere al suo posto Draghi».

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Draghi è libero, fategli dirigere il Paese

Fa parte di quella parte di italiani, che in verità non sono pochi, che hanno investito in serietà, onestà e professionalità ed hanno un solido prestigio internazionale. Avere lui come premier sarebbe la vera rivoluzione.

Mario Draghi è ufficialmente libero da incarichi. Credo che siano tanti gli italiani che vorrebbero vedere l’ormai ex presidente della Bce alla guida del governo della Repubblica o come successore di Sergio Mattarella. Le qualità di Draghi sono note e non vanno descritte nuovamente. Solido è il suo prestigio internazionale. Fa parte di quella parte di italiani, che in verità non sono pochi, che hanno investito in serietà, onestà e professionalità.

È uno di quei rari personaggi (ce ne sono un paio, più o meno) che non ci hanno mai afflitto con le proprie biografie, con le proprie abitudini casalinghe, con i matrimoni, i figli, i cani. Noi abbiamo sempre saputo che a Roma o a Francoforte c’era un signore che faceva l’interesse generale e che in questi anni ha più volte salvato l’Europa e l’Italia. Sarebbe un Paese molto bello quello in cui gli attuali governanti, o gli aspiranti tali, dicessero: si è liberato un “campione”, facciamo giocare lui.

Certo toglieremmo un divertimento a quel popolo social-dipendente che si è immedesimato negli insulti, nella politicaccia di gran parte dei protagonisti attuali. Come passerebbe le loro giornate se avessero di fronte una persona seria, che sa il fatto suo, che rispetta gli altri, che non insulta, che sa gestire il bene comune? Sarebbero infelici e per questo preferiscono l’infelicità ridanciana con Matteo Salvini, Matteo Renzi e tutto il cucuzzaro. Ma io sono convinto che stiamo parlando di una minoranza.

ZINGARETTI SIA IL PRIMO A PROPORRE DRAGHI COME PREMIER

Probabilmente sia in Italia sia nel mondo sta finendo l’epoca dei cialtroni. Abbiamo avuto stagioni di destra e di sinistra che non sono piaciute a chi stava dall’altra parte. Ma una classe dirigente internazionale così analfabeta non la si ricordava da millenni. La cosa che rende ottimisti è che generalmente queste crisi politiche generalizzate, che vedono affiorare al vertice degli Stati il peggio che c’è in giro, si consumano perché c’è una parte di quel famoso popolo che si rompe le scatole e cerca le persone serie e per bene.

Draghi non dovrà essere un candidato contro, un dispetto all’Italia dei Salvini e dei Giordano

So che molti a sinistra storcono la boccuccia quando sentono parlare di Draghi. Consolatevi compagni, per fortuna non c’è Lenin all’orizzonte e un bravissimo liberale è la cosa più rivoluzionaria che potremmo sostenere. Non immagino l’ascesa di Draghi nella politica italiana in una condizione di eccezionalità. Il Paese che va a ramengo e qualcuno – Mattarella? – che chiama Draghi e gli fa fare un governo. Non lo immagino perché non voglio immaginare nulla di catastrofico per l’Italia.

Mario Draghi.

Voglio pensare, invece, a una scelta seria presa da alcuni partiti seri che dicano: caro Draghi, le conferiamo quello che abbiamo, chiami lei il popolo italiano alla rivoluzione della serietà. Già me lo immagino il faccia a faccia Draghi-Salvini. Già li vedo i Giletti, i Giordano urlare contro l’uomo della finanza, loro poveri proletari produttori di chiacchiere miliardarie. Ma Draghi non dovrà essere un candidato contro, un dispetto a questa Italia che ha furoreggiato con le fake news. Draghi è la possibilità che alla guida del governo della Repubblica ci sia una persona seria. Credetemi sarebbe una rivoluzione. Forza Zinga, sii il primo a chiedere agli altri di offrire a Draghi la possibilità di guidare una coalizione democratica e il Paese.

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