Mario Draghi e la riforma fiscale

 

Occorre un intervento completo e complessivo su questa questione e non il tentativo di modificare le tasse una alla volta. Bisogna semplificare l’impianto e razionalizzare la struttura del prelievo fiscale

Alessia Potecchi*

 Il premier Mario Draghi si è soffermato, nel suo discorso alle Camere, sul tema della Riforma Fiscale delineata con dei punti già molto chiari: una profonda revisione del’Irpef che mantenga la progressività del prelievo che tuteli i più deboli, l’abbassamento del carico fiscale sul ceto medio, il rafforzamento della lotta all’evasione fiscale. Occorre, ha affermato Draghi, un intervento completo e complessivo su questa questione e non il tentativo di modificare le tasse una alla volta. Bisogna semplificare l’impianto e razionalizzare la struttura del prelievo fiscale. Questo è un tema delicato e importante. La nostra Irpef nasce 50 anni fa, l’idea era quella di realizzare da parte dei proponenti, Visentini e Cosciani, una tassa facile da calcolare e semplice avente, come base imponibile, la totalità dei redditi di una persona su cui lo Stato avrebbe posto diverse e numerose aliquote, creando una curva che aveva come principio il tema della progressività. Quando, infatti, è stata introdotta, l’Irpef prevedeva addirittura 32 aliquote differenti, oggi sono solo 5, che andavano dal 10% al 72%, oggi dal 23% al 43%. L’originario impianto si è, poi, perso nel corso degli anni, si è modificata la base imponibile, per esempio i redditi da capitale e i redditi da affitti sono andati soggetti ad altre tipologie diversificate di imposte e l’imposta iniziale si è trasformata in un’imposta sui soli redditi da lavoro e da pensione. Per i motivi che indicavo prima, oggi il fisco italiano si basa, soprattutto, sulla tassazione proveniente dal lavoro e, in maniera quasi esclusiva, dal lavoro dipendente e dai pensionati, perché c’è una percentuale molto alta, il 68%, di evasione fiscale da parte del lavoro autonomo. Come suggerito dalla Commissione europea, si dovrà tentare di spostare la tassazione dal lavoro ai consumi per avvicinarci ai parametri europei. Questo farà aumentare l’Iva e, quindi, bisogna porre attenzione alla tassazione di quei beni che non sono di primaria necessità, ma concentrarsi sui beni di lusso.  C’è, poi, da mettere mano ai troppi salti delle aliquote che creano un impianto fiscale che va ad impattare soprattutto sulla fascia medio bassa, che è anche quella che beneficia del bonus, è presente infatti un salto di ben 11 punti tra il secondo e il terzo scaglione. L’impianto generale è obsoleto, inefficace e iniquo, anche le numerose forme di deduzioni e detrazioni, in continuo aumento, vanno riviste perché inserite in un contesto non sempre omogeneo. Bisogna recuperare gettito da immettere nella riduzione delle aliquote. Sempre in questo ambito, c’è da porre attenzione sulla tassazione che riguarda gli immobili e la Flat Tax, che riguarda il lavoro autonomo e che è stata introdotta dal Governo giallo verde. Questa tassazione introduce una forte disparità di risparmio di tasse da versare rispetto al lavoro dipendente, oltre a incentivare a non assumere, per rimanere sotto la soglia massima di fatturato. E’il momento di tornare allo spirito iniziale, eliminando disparità di trattamento tra le categorie di reddito, è tempo di rimodulare e rivedere la progressività dell’imposta, di dare una sforbiciata alla selva di agevolazioni ed esenzioni, superando la logica della ricerca del consenso politico. Le soluzioni sono diverse in materia fiscale, occorre un lavoro serio e accurato di ascolto e riflessione, coinvolgendo le parti interessate, Draghi ha citato il metodo danese con la formazione ad hoc di una Commissione di esperti che avanzi delle proposte al Parlamento. La riforma del 2009 del premier danese Rasmussen valeva 30 miliardi di Corone corrispondenti a circa l’1% del PIL, venne tagliata di 7 punti e mezzo l’aliquota marginale, che allora era la più elevata d’Europa e vennero cambiati gli scaglioni di reddito alzando l’asticella del reddito nei confronti dell’aliquota più alta di quasi 5.000 euro. Questo ebbe come risultato che 350.000 danesi non rientrassero più nella fascia più alta di versamento delle imposte. Inoltre, la Riforma diminuì anche l’aliquota più bassa di un punto e mezzo e fu innalzata la No Tax Area. Il sistema danese si basa su una forte progressione delle imposte, avvantaggiando il ceto medio e il paese è tra i più bassi al mondo in tema di diseguaglianze.

 

*Responsabile Dipartimento Economico PD Milano Metropolitana

 

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