Andrea Segre racconta Marghera in “Il pianeta in mare”

Un territorio con una bellezza nascosta. Ma intensa. Fatta di cantieri, di visi, di lavoro. Di storie e solitudini che intrecciate restituiscono uno specchio di Venezia. E di Italia. Una chiacchierata con il regista.

«Verità è bellezza». E viceversa. Quanta ragione avesse a scriverlo due secoli fa il poeta inglese John Keats balza agli occhi di chi, a partire da questo week end di debutto nelle sale, può scoprire Il pianeta in mare, nuovo documentario di Andrea Segre, veneziano di Dolo, 43 anni, già autore di La Prima neve e Io sono Li.

Il regista Andrea Segre, nato a Dolo.

MARGHERA, L’ALTRA FACCIA DI VENEZIA

Il pianeta di cui si narra nel lungometraggio prodotto da ZaLab, con la partnership di Banca Etica, è infatti Marghera. Che non è come dire piazza San Marco, trattandosi piuttosto del gigantesco e sferragliante polo industriale germinato durante lo scorso secolo nel territorio di Mestre. «Ma è pur sempre Venezia», precisa a Lettera43.it Andrea Segre, «città di cui rivela un volto meno noto, ma non per questo meno affascinante».

Ed eccoci alla bellezza. Che qui non si libra sui ponti sospesi del centro storico, eppure palpita lo stesso nelle ciminiere, lungo i dock e dentro i cantieri di un sito altrettanto unico al mondo, la cui forza di verità appartiene alla storia, economica e sociale, del 900 italiano.

VIAGGIO NEL VENTRE DELLE GRANDI FABBRICHE

«Sin da piccolo sono stato colpito dalla diversità di Marghera rispetto a tutto il resto del territorio veneziano», racconta Segre. «Nello stesso tempo coglievo il ruolo assunto dal luogo nell’identità di una città la cui storia si basa sui commerci, sui viaggi mercantili. In questo senso Marghera è più che mai Venezia, anche se sprigiona un tipo di bellezza assolutamente diversa da quella di un canal Grande».

Una scena de Il pianeta mare in uscita nei cinema.

Da qui si capisce come la forza visiva de Il pianeta in mare derivi proprio dalla scoperta di Marghera, vissuta dal regista stesso assieme alla troupe con cui ha girato il film. «Ovviamente, così in profondità non l’avevo mai esplorata», conferma Segre, «e confesso che certe sorprese sono state potenti. Per esempio un conto è scorgere dal di fuori le navi in costruzione ormeggiate a Fincantieri, tutt’altra cosa è entrare in questa immensa fabbrica per vedere con i propri occhi 2.500 saldatori all’opera, con i loro caschi e le loro unghie annerite dal lavoro. Si appura così che in pieno XXI secolo le navi continuano a nascere da migliaia di pezzi saldati fra loro, anche se inseriti in processi di automazione molto evoluti».

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TANTE SOLITUDINI DIVENTANO INGRANAGGI DI PRODUZIONE

Dopodiché, continua il regista, «si constata che sono operai appartenenti a 65, diverse etnie, e che ognuno di loro lavora immerso in una propria solitudine, ponendo al visitatore, e quindi allo spettatore del film, un certo numero di domande a proposito delle logiche produttive in cui sono inseriti, ma anche di un welfare, di uno stato sociale sempre più sfilacciato e incapace di relazionarsi a realtà del genere».

Una scena del documentario Il pianeta mare.

LA DELOCALIZZAZIONE VISTA DA SERPENTE

Un film di cose e di facce, Il pianeta in mare. Dove dai profili usurati degli oggetti e dai volti segnati delle persone affiora visivamente lo snodarsi di una storia con la S maiuscola intrecciata a un’infinità di minime, quanto esemplari storie. «La fortuna è di quella di imbattersi in personaggi come Serpente», continua Segre, «soprannome con cui è conosciuto un camionista veneziano di una sessantina d’anni, incontrato dalla Viola, una delle superstiti trattorie della zona». È Serpente a raccontare che negli Anni 80 e 90, quando le imprese venete delocalizzavano sistematicamente le produzioni, con il suo camion riforniva fabbriche in Romania, Albania, ex Jugoslavia. Oggi invece lavora compiendo viaggi all’inverso, cioè campa trasportando carichi dall’Est europeo a Marghera, da dove vengono smistati per le più varie destinazioni. «Ecco come si è trasformato questo porto nel corso del tempo», spiega il regista, «e con quale tipo di racconto può darci il senso del nostro presente, dei suoi legami con il passato».

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IN LAGUNA, UNO SPECCHIO DELL’ITALIA

Marghera specchio dell’Italia, oltre che di Venezia, ragione per cui Il pianeta nel mare procede attraverso immagini in cui intuire, ma mai vedere, la presenza sullo sfondo della città delle gondole e delle calli. Esprimendo in questo modo un’idea di cinema tuttora in grado di suscitare esercizio di pensiero, e non solo emozioni. Non è un caso che Andrea Segre ami individuare un proprio autore di riferimento in Francesco Rosi, grande regista italiano, autore nel 1963 di un film politico come Le mani sulla città. Per invitarci a riflettere su quali vecchie o nuove “mani”, di un certo establishment economico, nel 2019 possano dirigere, e da dove, e in quale modo, i traffici e i business di Porto Marghera.

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