Viaggio nelle Marche cancellate dal lockdown

Il quarto inverno da terremotati è passato. Ma la primavera non è arrivata. Se la ricostruzione va a rilento, l'emergenza coronavirus ha bastonato l'intera regione, già in piena crisi. Dal calzaturiero, con 9 mila aziende ferme, al turismo sospeso come ovunque. Questa terra non si arrende. Ma solo perché non ha più nulla da perdere.

Non fosse per le mascherine, il coronavirus non l’avrebbero neanche visto arrivare.

Neanche un contagiato, niente ambulanze, nessuna sirena rompe il silenzio. Per forza, quassù l‘isolamento è sovrano. Il silenzio non ha barriere, non trova ostacoli.

Quassù è nelle alte Marche, quelle del Maceratese: Pieve Torina, Visso, i villaggi montani azzerati dal terremoto.

LA QUARANTENA IN UN MODULO PREFABBRICATO

Quarto inverno da baraccati, e non sarà l’ultimo, ma il lockdown, come lo chiamano, con la forza dei decreti è salito fino a qui. Isolamento sopra isolamento. In due in una Sae, che sarebbe Soluzione Abitativa Emergenziale ma è la casetta prefabbricata dei tre porcellini, da 40 metri quadri, che salgono a ben 60 se il nucleo di disperati arriva a 4 unità. Nessun positivo al virus, nessun progetto. Tutto fermo. Anche quello che timidamente, a volte “illecitamente”, vale a dire intrapreso con la forza di una ribellione alla burocrazia infame, era stato intrapreso. Tutto bloccato, salvo l’alienazione. Questo silenzio che non parla la lingua della natura, del sole, degli uccelli, del risveglio a primavera, ma della desolazione del nulla. Neppure più la forza di abbattersi, questa gente ormai le ha viste tutte.

IL CROLLO DEL CALZATURIERO: 9 MILA AZIENDE AL TAPPETO

Più in basso, il distretto calzaturiero del Fermano-Maceratese ha ricevuto la mazzata finale. Novemila fabbriche e fabbrichine, spesso famiglie in parvenza di attività, atterrate. Non in ginocchio, proprio al tappeto. Prima la crisi, endemica, poi la riconversione penosa da produttori a terzisti, poi i cinesi, sempre loro, che da terzisti si facevano produttori, mangiavano spazio e mercato, adesso il virus dei pipistrelli o chissà che altro. E questo è uno dei due settori cardine. L’altro è ancora più giù, lungo la fascia costiera. È il turismo. Tutto rinnegato, prenotazioni annullate, albergatori, ristoratori, stabilimenti balneari con le mani nei capelli. La Riviera del Conero, la più rinomata della regione, con le sue Numana e Sirolo, è solo un grosso interrogativo, una matrioska di questioni: basteranno guanti e mascherine? Basteranno le distanze che tutti ci imporremo? Cosa dobbiamo fare, anche solo per promuoverci, se dal governo non ci danno una indicazione che sia una?

LA ROVINA DEL TURISMO E DELL’INDOTTO

Ma la signora Ursula Von der Leyen, quella che pare Charlotte Rampling nel Portiere di Notte, sinistra più che mai ha ringhiato: «Non prenotate ancora le vacanze estive», tanto non ve le facciamo fare. Si raccomanda? È una euroburocrate o una Savonarola? E questa dichiarazione, questa ennesima gaffe, o lapsus, come li contrabbandano quando invece sono mazzate scientificamente volute, ha stroncato il comparto, dalla Riviera del Conero alla Riviera delle Palme, dal nord al sud della regione. C’è un titolare di un camping, a sud del Fermano, che a pieno regime occupa 200 persone. Duecento famiglie, all’incirca, che dipendono dalle vacanze degli altri; di più, perché poi c’è l‘indotto, trattorie, localini, negozi che aspettano.

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Due anni fa l’indotto è stato ammazzato perché la la magistratura a Chiesa gli ha bloccato tutto per una astrusa storia di presunti abusi riferiti ai parcheggi auto, roba contorta che nessuno ha capito, l’imputato meno di tutti. Dopo due estati perse, i giudici lo hanno prosciolto da tutto. Felice Chiesa stava per ricominciare, imperterrito, è arrivata la pandemia. Lui non si arrende mica: «Restiamo vivi, aspettiamo e ripartiremo, perché abbiamo 200 persone, 200 famiglie che non possiamo abbandonare». Felice Chiesa ha 90 anni.

FERMI I PESCHERECCI A PORTO SAN GIORGIO

Ferma anche la pesca, marinai con le reti in mano, pescherecci che oscillano indifferenti alla marina di Porto San Giorgio. Non aspettano di partire la notte, non sanno quando potranno riaccendere il motore e le lampare. Negli altri Paesi d’Europa e del Nord Africa lo sanno, qui no.

I VIGLIACCHI ABBANDONI DI ANIMALI

Emergenza genera emergenza, chiama emergenza. In queste contrade sospese tra modernità ed eterna campagna, non mancano quelli convinti che un animale è un focolaio e approfittano per scaricarne sempre di più. Tradimenti ignoranti e ignobili, che non si sa come arginare perché, come dice la volontaria Lada Taska: «Come fare se non ci possiamo muovere?». Ma gli animali non sono veicoli di infezione, sono solo vittime e lo sono tre volte: dei pregiudizi, dell’opportunismo, dell’egoismo degli umani e così tutto resta appeso al buon cuore di chi ce l’ha. Come a Servigliano, in provincia di Fermo, dove un vigile urbano a ricoverare quattro cagnolini abbandonati, destinati a morte certa, ci ha pensato lui e adesso i cuccioli sono salvi.

TANTI CONTAGI, ZERO RISORSE

Le Marche sono forse la regione più straziata da questa assurda tragedia del mondo. Quella che proporzionalmente ha più contagi e meno risorse. Che non ha più un’economia. Che ormai vive a strascico. Piccola, equivocata regione, misconosciuta regione che non si arrende, ma come chi non ha più niente da vincere né da perdere. Come chi ha sofferto troppo, ormai, per avvertire ancora dolore. Qui sono finite le lacrime e la rassegnazione non fa più paura. Qui stiamo nelle mani di Cristo, tutti.

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Le Marche strette tra ricostruzione post-sisma ed emergenza coronavirus

Prima il terremoto poi i contagi. Eppure la piccola regione orgogliosa cerca di resistere facendo rete. Davvero.

C’è una regione che nella tregenda generale se la passa peggio delle altre anche se nessuno se ne accorge perché è una regione piccola, orgogliosa, abituata a ricevere niente e chiedere ancora meno.

Le Marche uniscono il Nord del Paese al Sud, ci passano tutti e da anni non vivono altro che emergenze.

PESANO ANCORA LE MACERIE DEL TERREMOTO

Prima un terremoto devastante che ha lasciato macerie persistenti, fuori e dentro, paesi uccisi, genti sfollate, migrate per sempre lungo la costa con in cuore la nostalgia del nulla perduto, ancora 51 chiese da aggiustare dopo tre anni e mezzo e i commissari straordinari alla ricostruzione si susseguono, come i tavoli, l’ultimo l’altro giorno ad Ancona: promesse rinnovate di interventi «non più procrastinabili» e semplificazioni burocratiche imminenti, quanto a dire che quel che si poteva fare non lo si è mai fatto per volontà del dio della Burocrazia che ha tanti figli ma nessun colpevole; e già pare un successo strepitoso aver rimosso più o meno tutte le macerie e sistemato più o meno tutti i profughi.

UN’EMERGENZA INFINITA

A tre anni e mezzo da una rovina che ha scavato un buco di sconfitta, per brevità chiamato cratere, nel quale trovano posto tutte le zone ferite: alla fine dello scorso agosto, 49 mila costruzioni inagibili, 30 mila marchigiani sfrattati, 2 mila soluzioni abitative di emergenza realizzate su 75 aree e un numero incalcolabile di interventi per la messa in sicurezza. Totale: circa un miliardo di spesa.

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Non c’è accordo neppure sul futuro: proroga dopo proroga, il governo di Roma ha fissato il 31 dicembre 2020 come termine ultimo dell’emergenza, ma il presidente regionale dell’Anci, Maurizio Mangialardi, pretende a nome di tutti, nessuno escluso che l’emergenza non finisca prima del 2024, il che la dice lunga nella fiducia corrente per la «ricostruzione non più procrastinabile» che nel frattempo non è neanche partita.

Adesso nella piccola regione, specie la sua parte meridionale, che chiamano affettuosamente «Marche sporche», non c’è più nessuno. Alle 10 di mattina non c’è più nessuno. Per le strade, lungo i mercati, sulla spiaggia del mare, non si vede nessuno

IL VIRUS NELLA REGIONE CUSCINETTO

Su questo scenario di guerra si è innestata l’altra calamità, quella del coronavirus. Curiosamente ma non troppo, le piccole Marche risultano la regione dove il contagio si va propagando a ritmi pesanti: al 10 marzo, 394 infetti con 13 decessi, sette solo nell’ultimo giorno, tutti della provincia di Pesaro e Urbino, con età fra gli 80 e i 94 anni, persone il cui già precario stato di salute è stato stroncato definitivamente dal virus. Nel solo capoluogo regionale, Ancona, i casi sono cresciuti di 18 unità in 24 ore, attestandosi a quota 81; 296 quelli di Pesaro (50 in più nelle 24 ore), che sconta la vicinanza a Rimini; 11 nel Maceratese, 6 nel Fermano. Nessuno, finora, nell’Ascolano dove, per non sbagliare, hanno dirottato alcuni rivoltosi del carcere modenese, uno dei quali subito stroncato da overdose di farmaci. Le Marche sono la regione-cuscinetto per i guai nazionali.

UN LAZZARETTO LUNGO E STRETTO

E la sua piccola pandemia nell’epidemia è curiosa ma fino a un certo punto: la regione, a forte vocazione calzaturiera, da tempo si rivolge all’estremo oriente per salvaguardare quel che resta del suo export. Rapporti privilegiati, sospettano in molti, continuati fino a poche settimane fa tra fiere di settore e viaggi di sponda, per scali agganciati, tanto più che si era ancora nella fase della minimizzazione del rischio, del semplice blocco dei voli diretti da e per la Cina.

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Ipotesi, niente di più, che testimoniano della disperata necessità di trovare una causa, una spiegazione, una luce, anche malata, che però tragga dal buio dell’ambiguità. Sta di fatto che adesso le Marche sembrano un lazzaretto lungo e stretto. E non si riesce a dire, cosa siano quei borghi selvaggi, quei villaggi meravigliosi, così disertati, ancora più derelitti.

PRENOTAZIONI IN FUMO

Già le prenotazioni per le vacanze di luglio, di agosto sono svanite, cancellate, rinnegate dalla prima all’ultima. Già troppi di quegli arrocchi di case stupendamente antiche erano abbandonati a loro stessi, spinti da una crisi endemica che ha fatto piazza pulita degli ultimi giovani, volati via come rondini d’autunno alla caccia di qualsiasi cosa ma lontano da lì. E già la processione di botteghe, di locali, di negozi languiva in un rosario di saracinesche decedute. Adesso nella piccola regione, specie la sua parte meridionale, che chiamano affettuosamente «Marche sporche», non c’è più nessuno. Alle 10 di mattina non c’è più nessuno. Per le strade, lungo i mercati, sulla spiaggia del mare, non si vede nessuno. C’è la morte in giro, solo lei.

LA DISPERAZIONE DIGNITOSA DI UN COMMERCIO CHE NON C’È PIÙ

Eppure questa gente. Che si rintana in casa ma non chiede niente. Che non smette di sorridere, perfino tristemente. Che aspetta un altro sole, certa che arriverà. E si adegua da sola, senza colpi di testa, senza assalti a forni e supermercati, infila le sue mascherine, fa la fila ordinata, evita litigi puerili e recupera la gentilezza. Altro che movida per viziati e capricci da influencer. Qui, nelle Marche, tutti fanno la loro parte anche se serve a poco, anche se poco resta da fare. Qui hanno fatto rete davvero: tra gli ospedali, e 400 posti letto tra già disponibili e nuovi dedicati, divisi per terapie intensive, semintensive, degenze specialistiche, post critici. E nessuno perde la testa e tutti accettano senza bestemmiare questo destino bastardo che stratifica tragedie. E già i negozi, quelli che sopravvivono, si colorano di cartoncini con gli sconti: -20%, -30%. Grida disperate, ma piene di dignità, a un commercio che non c’è più.

Qui hanno fatto rete davvero: tra gli ospedali, e 400 posti letto tra già disponibili e nuovi dedicati. Nessuno perde la testa e tutti accettano senza bestemmiare questo destino bastardo che stratifica tragedie

Chi scrive sabato ha trasgredito il coprifuoco di fatto, non ancora formalizzato. È andato a concedersi un piatto di paccheri allo scoglio nella trattoria che è seconda casa, è ufficio, è rifugio. C’è andato perché i gestori più che amici sono fratelli, perché riaprivano proprio quel giorno e tornare è il rituale di ogni anno che segna la fine dell’inverno, il princìpio di una stagione carica di allettanti promesse (e di paccheri, di spaghetti alle vongole, di strepitosi antipasti di mare). Non è che fossimo soli. Altri non s’erano rassegnati, insieme a noi, a questa punizione immeritata. Di spazio fra i tavoli ce n’era. Ma non avevamo mai vissuto una riapertura con tanta rassegnazione. La festa non c’era più, restava la disperata speranza. Abbiamo mangiato quasi con rabbia, scherzato con rabbia, poi una sigaretta sotto la luna quasi a chiederle: ma perché? Ma la luna non rispondeva. Siamo tornati a casa. In giro, neanche la morte. Siamo tornati a casa. E poi non siamo usciti più.

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