Voci dal Serraglio Luigi Brancaccio rubrica a cura di Olga Chieffi

 

L’evaporazione della frutta

La descrizione semplice di un mondo reale e fantastico insieme, in una calda estate salernitana del 1967, tra le mura dell’Orfanotrofio Umberto I di Salerno, non senza l’imprevisto che ogni sorte umana può racchiudere in sé

Di LUIGI BRANCACCIO

 Erano finite le scuole. Io avevo ottenuto il diploma di tipocompositore-linotipista l’anno prima, e, diversamente da tutti gli altri compagni di classe che avevano lasciato l’Orfanotrofio, non avendo dove andare rimasi al “serraglio”. Erano cominciate le vacanze di quella lontana estate del 1967, la maggior parte dei ragazzi andava a casa. Non avendo più lo storico gruppo dei compagni di classe, i miei amici erano diventati, ma in parte alcuni già lo erano, quelli che, o andavano a casa più tardi o, come me, non ci andavano proprio. Alla scuola di musica ho avuto sempre buoni amici; alcuni andati via, che erano stati con me al collegio delle Battistine di Angri, da grandi sono diventati direttori d’orchestra o insegnanti. Nel 1966 c’erano ancora grandi amici come Giuseppe (Peppino) Faluri e Vittorio Valva. Proprio attraverso Peppino Faluri nelle mie amicizie era entrato anche un altro ragazzo della scuola di musica: Antonio (Tonino) Mottola, studiava la tromba, una testa matta, mai fermo.  Dopo la prima metà di luglio, erano rimasti in collegio una quarantina di ragazzi. Faluri non era ancora andato a casa, e con Mottola e qualche altro eravamo in quel periodo i più grandi presenti; con noi un paio di istitutori che si alternavano e che dopo cena, affidatemi le consegne, rincasavano; uno di sicuro era Antonio Gregorio, l’altro mi sembra fosse Vitale, che abitava proprio di fronte al “serraglio”.  I giorni filavano più o meno lineari, col sole che picchiava e faceva restare buona parte del tempo in un’unica camerata, la seconda. Il dopocena era diventato l’assillo di Mottola. Tutto il giorno lo vedevo trafficare con attrezzi, ferri, chiavi, che non so dove prendesse. Il fatto che d’estate si cenasse presto proprio non lo sopportava. Quando alle 8 e mezzo o 9 di sera, dopo aver visto un po’ di televisione nella sala cinema, lasciavamo la guardia ad un altro dei ragazzi ringalluzzito per l’incarico, ce ne andavamo in camerata a giocare a scopa o a briscola io e lui; quasi mai completavamo le partite perché d’un tratto lui lasciava le carte e si alzava dicendo che aveva fame.  «Gigino, vieni con me a prendere la frutta in dispensa?», fa una delle sere di fine luglio. Lo guardavo senza capire come mai quella domanda. «Se vieni con me mangiamo quello che non abbiamo mai mangiato», aggiunse.  Passò la notte; arrivò il giorno dopo. La sera si mangiava alle 6, massimo 6 e mezzo; alle 7 si era già finito; il tempo che sistemassero tutto in cucina, stavamo un po’ in villetta, poi si andava a vedere la televisione. A quel tempo la dispensa dov’era stipato pane, scatolame, formaggi, pasta ed altro era governata da Suor Mafalda; non era cattiva ma tirchia: nemmeno se piangevi ti allungava una briciola. Poi, c’era la dispensa per la frutta in una stanza del refettorio che dava verso la galleria dove si manteneva fresca, a questa era addetta Suor Elda. La dispensa di Suor Mafalda era separata dalla cucina di Suor Elda dal corridoio che dal chiostro del Monumento ai Caduti portava alla villetta. La prima aveva la porta con una serratura grande e chiave a doppia mappa, l’altra una serratura Viro. La porta della dispensa della frutta aveva, oltre alla serratura con la chiave a singola mappa, anche un lucchetto. La cucina di Suor Elda aveva altre due porte interne, una per anticucina di servizio e una che dava al refettorio, sempre aperte. Dopo quattro calci al pallone, svuotata la villetta, refettorio e cucina riordinati, suore ritirate, salutato l’istitutore Vitale, eravamo padroni del campo. Mottola mi fece lasciare il pallone in un angoletto della villetta; capii dopo. Non ricordo che programmi c’erano prima del telegiornale; la Tv era quella in bianco e nero, con due canali Rai. «Andiamo», sottovoce fa Mottola. Non è che fossi succube ma ero curioso. Tutto per me era un pretesto per non farmi pesare la solitudine di cui soffrivo per stare già da un anno senza i miei compagni. Passammo dall’interno alle scale delle camerate. «Aspettami giù in villetta», mi disse e dopo qualche minuto scese di corsa con ferri e chiavi in mano. Mi fece un cenno. Attraversammo il tratto di corridoio e arrivammo alla porta della cucina. «Mettiti più verso la portineria, tanto dalla villetta non viene nessuno, se senti qualcuno che viene da lì mettiti a cantare (lui così da dentro avrebbe capito) e fai finta che stai andando alla villetta a prendere il pallone». Sembrava avesse preparato un piano da chi sa quanto, e gli ordini che dava me lo confermavano. Mi allontanai; sentii armeggiare. Poco più di 10 minuti uscì con 5 pesche, 6-7 pere, una testa d’insalata e una decina di pomodori San Marzano raccolti in un asciugamano che si era messo dentro i pantaloni tenuti dalla cinta; l’aveva proprio studiato bene il piano. Riarmeggiò alla porta principale e mi chiamò a bassa voce: «Giggì, andiamo, andiamo». Lui era di una tranquillità serafica, pure se mi faceva segno di correre e sparire da lì il più presto possibile. Scappammo per le scale della villetta ed entrammo in camerata, che aveva una stanzetta tipo guardaroba, dove lui riversò sul tavolo d’appoggio ortaggi e frutta. Mottola era una continua sorpresa. Tirò fuori dal suo armadietto una boccetta d’olio, due scodelle, forchette, coltelli, bicchieri e un pacchetto di sale; di sicuro frutto di furtarelli perpetrati ai danni di Suor Elda nei giorni precedenti. In piena tranquillità ci servimmo la prima cenetta extra.                           Ai primi di agosto ripetemmo l’azione. Mi disse di mettere sotto anch’io l’asciugamano, che gli passai quando tornai a fare la guardia. In tasca si era portato un’altra boccetta dove ci versò l’aceto che in cucina stava in una bottiglia più grande e con quella uscì con le mappatelle (gli asciugamani) piene di ciliegie, pesche, pere, pomodori, limoni, insalata, albicocche. Ne avemmo per due giorni ancora; consumare tutto in una sola sera era un po’ troppo per entrambi. «Tonino, ma come fai ad aprire quelle porte?», chiesi. Mi fece vedere pezzi di ferro di vario spessore e misure e una serie di chiavi di vario tipo che non capii mai come se le era procurate. «Gigino, dentro la dispensa della frutta ci sono dei cocomeri grossi, li dobbiamo prendere», se ne uscì una sera. «I cocomeri, quelli lunghi? Ma sei matto?, come facciamo?», risposi. «Sì, ma c’è Peppino che può stare con noi, se ci parli tu lui vedrai che dice di sì», lo diceva come fosse tutto semplice. Il terzo giorno facemmo un’altra sortita con lo stesso sistema. Tonino si era procurato scodella, bicchiere, forchetta e coltello anche per Peppino. Nessuno fino allora sapeva o si era accorto di nulla.                                                                                                                                                                                                                                          Tornati i ragazzi dalla sala Tv — d’estate ci si poteva trattenere fino alla fine del programma serale — chiesi a Peppino se avesse fame. «Magari ci fosse qualcosa, ma chi te lo dà!», malinconicamente rispose. «Facciamo mettere a letto tutti quanti, poi giochiamo un po’ a carte nella stanzetta», non so come mi venne in mente dire questo. Così facemmo. Quando entrò nella stanza e vide apparecchiato, non credeva a quello che vedeva. «Ma come avete fatto?, dove l’avete presa questa roba?», domandava meravigliato. Mottola gli disse «Mangia e parla piano», e Peppino pensò solo a mangiare. Poi Mottola ci chiese se volevamo farci una mangiata di cocomero. Io sapevo già la sua intenzione e non mi scomposi, mentre Peppino pensava che scherzasse. «Se ci stai anche tu, portiamo due federe», gli fece, «e domani ci facciamo una di quelle mangiate che la fettina di cocomero che ci danno la sera gliela possiamo anche far portare ai maiali che stanno su Canalone». Sopra Canalone, infatti, c’erano delle famiglie che allora avevano maiali e polli e con un camioncino periodicamente venivano a svuotare il pozzetto dei rifiuti di cibo che aveva una botola verso il basso della strada, sulla parete esterna del muraglione del “serraglio”, e una botola la cui apertura era a terra nel chioschetto antistante la villetta poco distante dalla cucina. Le due suore e le donne della cucina cercavano ogni modo, perfino offrendoci un po’ di pane o altro che normalmente ci negavano, per non avvicinarsi a quel pozzetto: dentro proliferavano topi di enormi dimensioni (le “pantegane”) che mettevano paura.  Faluri aderì. La sera successiva, portati i ragazzi a vedere la televisione, raccomandato al solito investito da me del ruolo di caposcelto di non far uscire nessuno e di non fare chiasso, procedemmo. Stavolta era Faluri a fare la guardia. In villetta c’era sempre il pallone pronto. Avevamo le federe. Quando ho visto armeggiare da vicino il mio compagno con ferri e chiavi, mi sembrava di vedere delle scene di film o sceneggiati polizieschi che passavano in Tv; non so come facesse ad essere così abile e veloce ad aprire porte e lucchetto. Affacciatomi nella stanza della dispensa vidi tutta la frutta accatastata, però divisa in zone dove si potevano prendere a seconda del lato pere, mele, pesche, insalata, pomodori, ecc. Una metà di parete era occupata da 3-4 file di cocomeri, quelli lunghi, belli. Erano tanti, uno accatastato sull’altro per un’altezza di un metro e più. Vedendo quel ben di Dio dicevo tante male parole dentro di me pensando che ce ne davano solo una fettina la sera. Mottola ne mise un cocomero nella sua federa, io uno nella mia, e tutti e due aggiungemmo pesche, pomodori, insalata, ciliegie e pere. Tonino chiuse le porte con la stessa abilità con cui le aveva aperte, demmo voce a Peppino e scappammo verso la villetta abbassati più del solito per timore che potesse vederci Vitale che abitava di fronte. Faluri, che era più alto e forte di me si caricò la mia federa colma. Arrivammo alla camerata, sistemammo una federa piena dietro un armadio che stava nella stanzetta-guardaroba, mettemmo l’altra sul tavolo e cominciammo a tagliare e a dividerci il cocomero alla meglio, mangiandocene una buona metà. Le altre sere proseguimmo con i pasti serali extra a base di frutta, insalata e pomodori, e ovviamente con l’altra metà di cocomero e l’altro intero, fino a saziarci. Tonino Mottola non si accontentava. Riuscì a fare un capolavoro. Una di quelle sere era riuscito ad aprire anche la porta della dispensa di Suor Mafalda, e integrammo il tutto con una scatoletta di tonno, quelle scatolette grandi con i tranci di tonno bello polposo e due scatole grosse di Simmental, quelle di una volta. Alla nostra meraviglia disse di stare tranquili, che la monaca non se ne sarebbe accorta; non ne dubitavo, sarebbe stato capace di farla sotto il naso di San Pietro o Lucifero se fosse andato dall’uno all’altro a seconda che lo assolvessero o condannassero.                                                                                                                                                                                                                            Ma, come ogni cosa, pure queste scorrerie ebbero fine, ed in modo del tutto stupido. Con la complicità di Faluri eravamo riusciti a passare tutto agosto mangiando a sbafo la sera. Mancavano un paio di giorni a settembre, il “serraglio” si sarebbe a breve rianimato con le varie attività (tipografia, musica, meccanica, ecc.) e col ritorno dei ragazzi anche per gli esami di riparazione. Dopo cena solita strategia, facemmo razzia di un cocomero e di tutta l’altra frutta che potevamo mettere nell’unica federa che ci eravamo portati, poi, nella risalita alla camerata, non so come a Mottola gli balenò in testa: «Giggì, andiamo alla scuola di musica a mangiare il cocomero». Provai a rispondergli «No, come si fa?, ci sono altre porte, è pericoloso, no, no». Ma lui sicuro, «Peppino», rivolgendosi a Faluri, «tu guarda se sale qualcuno dalla villetta, tu Gigino guarda chi viene dal chiostro». Mi allontanai lungo il corridoio che fronteggiava la grande porta principale della scuola di musica, «Venite, venite», sentii di lontano. L’aveva aperta. Do voce a Peppino sotto e tutti e tre entrammo alla terza o quarta aula dove solfeggiavano, se non ricordo male, i clarinettisti; aveva aperto ovviamente anche quella. Mangiammo quasi tutto il cocomero, poi provai a rimettere le scorze dentro la federa dove c’era l’altra frutta trafugata. «Lascia stare, non ti preoccupare, domani mattina pulisco io», fece Mottola. «Puliamo adesso, che ci costa?», replicai. Niente da fare. Sul tavolo rimasero scorze e semi. Chiuse a chiave le due porte che aveva aperto e tornammo in camerata, dove poi rientrarono anche i ragazzi che avevano finito di vedere la televisione, che ci trovarono, come da strategia, a giocare a carte o a struscio con le figurine Panini su uno dei tanti letti liberi della seconda camerata. La mattina, intorno alle 10, era l’ultimo giorno di agosto, mentre stavamo giocando tutti in villetta, ci sentimmo chiamare in radunata nel chiostro del Monumento ai Caduti. C’erano Gregorio e Vitale, sempre se il ricordo è giusto, e con loro Suor Elda e Suor Mafalda. Con rabbia isterica di chi non trova ragione ad un qualche torto, furono proprio le suore a esplodere: «Chi è stato il ladro che ha rubato i cocomeri ed è andato a mangiare alla scuola di musica?, come avete fatto rubarli?, chi vi ha dato le chiavi? ladri, ladri!». Loro pensavano che ci fosse stata la complicità di qualcuna della cucina. Gregorio più diplomatico, «Ragazzi, Suor Elda e Suor Mafalda dicono che è stata rubata tutta la frutta nella dispensa in questi giorni, chi ha mangiato il cocomero nella scuola di musica lo dicesse se no vi faccio punire tutti quanti». Io per il fatto che non ero della scuola di musica non ricordo tutti i nomi di tanti ragazzi, istitutori e maestri, ma penso che fosse un certo Guadagno, non so se bidello o maestro, che invece di riprendere servizio il primo giorno di settembre aveva imprevedibilmente anticipato a quella mattina le operazioni di controllo e sistemazione delle aule. Ovviamente, alla vista dei resti della bisboccia da parte di ignoti è scoppiato il putiferio. «Ragazzi, allora?», sollecitava Gregorio, mentre Suor Elda pareva la più imbufalita: «Come hanno fatto ad aprire, come hanno fatto, questi ladri, delinquenti!». Anche Suor Mafalda però non era da meno nel lamentare che pure alla sua dispensa mancava qualcosa. I ragazzi erano i più sorpresi, ma più di uno rideva per la sottile vendetta provata nel pensare che qualcuno finalmente l’aveva fatta pagare a quelle megere, tirchie. «E tu Gigino», si rivolse a me Gregorio, «non hai visto niente, non sai niente?». «No professore», risposi io, mantenendo la formalità davanti ai ragazzi, benché con Gregorio avessi un buon rapporto confidenziale. «Può essere che i ladri sono venuti da dietro», aggiunsi con un certo convincimento; in effetti la cosa non si poteva escludere: dalla parte esterna della galleria c’era qualche varco per possibili estranei, anche se da lì ci ho visto infilarcisi solo gatti randagi. «E tu Faluri?, tu Mottola?, che mi dite?». Ci furono due dinieghi. «Allora dovrò fare un rapporto con tutti i vostri nomi e mettervi in punizione», chiuse Gregorio. Suor Elda non si dava pace; qualcuno aveva violato il suo regno, sbuffava, sbraitava, quasi avessero violentato lei fisicamente: «Ecco perché vedevo le pesche scendevano, e i meloni sempre più bassi»; si riferiva al livello. «Ma come hanno fatto, come!, chi gli ha dato le chiavi!, chi è stato questo delinquente!, lo devono cacciare fuori il ladro!». Non so se fu quella comica disperazione della monaca a far scoppiare a ridere anche Gregorio e l’altro istitutore che gli stava a fianco. «Stasera senza televisione, e luci spente alle 9, avete sentito?», fu a dire Gregorio riprendendo il tono serioso che il ruolo gli imponeva. Credo che Suor Elda e Suor Mafalda fossero poco soddisfatte, ma se ne tornarono chi in cucina chi in dispensa a dare ordini alle povere inservienti che quella giornata di sicuro non l’avrebbero passata tranquilla per i sospetti di complicità che nutrivano su di loro. Dopo un’ora e più di ramanzina e minacce di sanzioni varie, fummo rimandati in camerata. Io ebbi l’ordine di non far alzare nessuno dal letto fino a che non ci avessero chiamato per pranzo, e quello feci. Andai nella stanzetta-guardaroba come a sistemare qualcosa; chiesi a Mottola e Faluri di venirmi a dare una mano a spostare il tavolo. «Ti darei un cazzotto, hai visto per non darmi retta che hai combinato?», a tono basso dissi a Mottola. Peppino si conteneva dalle risa. «Non ti far scoprire con tutti i ferri e le chiavi, Tonino, se no passi i guai», dissi a Mottola. Quello, con sfacciataggine, «Stasera no, manco domani, ma dopodomani ci mangiamo il resto della frutta che abbiamo?». Non potemmo ridere forte, però per cercare pure io di mantenere una certa formalità, alzando il tono, «Grazie, andate a letto pure voi e non vi alzate fino a che non chiamano». Non eravamo andati in vacanza, non ne avevamo le possibilità, e questo ha certamente influito nel lasciare sbollire la rabbia delle due suore e nel non subire altre punizioni.                                                 Di lì a poco ebbi una chiamata di lavoro a Campobasso. Fu proprio Gregorio a darmene notizia e mentre mi apprestavo a lasciare il “serraglio” mi venne ad accompagnare al portone di uscita. Io piangevo perché sentivo di lasciare la mia sola casa che conoscevo. Mi prese sotto braccio e mi disse l: «Ora sei un uomo che deve andare per la sua strada». E riuscì a farmi sentire meno amaro il distacco quando mi disse: «Adesso che vai via una risposta me la devi dare: chi è stato a rubare la frutta e a mangiare nella scuola di musica? Me lo dici?». Lui sapeva che io sapessi. «Gregorio», gli risposi, «a me hanno voluto bene tutti i ragazzi, anche se sapessi che è stato uno di loro io non li tradirei mai, i miei fratelli erano loro, e adesso li sto lasciando tutti per sempre». Ripresi a piangere. «Gigino», finì per dire, «sono contento che te ne vai, se no fai mettere a piangere anche me. Buona fortuna». 

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