Pandini lascia la Lombardia e Gallera torna alle dirette

Il portavoce di Salvini, inviato a Milano per aggiustare gli incidenti comunicativi di Fontana e dell'assessore al Welfare, è rientrato a Roma. Ma c'è chi è convinto che mancherà molto.

Dopo circa un mese Matteo Pandini, portavoce di Matteo Salvini, molla la presa su Regione Lombardia per tornare a occuparsi del segretario e dei gruppi parlamentari della Lega a Roma.

Era arrivato agli inizi di aprile dopo una serie di incidenti comunicativi che saranno ricordati nella storia politica di una regione devastata dall’emergenza Covid-19. Come non ricordare la celebre immagine del governatore Attilio Fontana che non riesce a mettersi la mascherina. Oppure Giulio Gallera, che durante le sue dirette era capace di dire tutto e il contrario di tutto.

Pandini era arrivato per mettere in ordine le cose. E proprio le dirette erano scomparse dopo il suo arrivo. Ci aveva messo la faccia Salvini. L’ex ministro dell’Interno era entrato dalla porta principale della Regione per invertire una rotta comunicativa che continuava a far perdere punti nei sondaggi alla Lega. Ma adesso Pandini se ne va. Torna a Roma. L’emergenza del resto pian piano inizia a scemare un po’ in tutta Italia. Caso vuole che, pronti via, neanche 24 ore di tempo e si è rifatto vivo proprio l’assessore Gallera, scomparso dopo una raffica di figuracce in diretta. L’esponente di Forza Italia, che si dice punti alla poltrona di sindaco di Milano nel 2021, torna stasera, dopo un mese in esilio. Torna nelle dirette di Lombardia notizie, quelle che ai lombardi non mancavano molto. C’è già chi è convinto che Pandini mancherà molto.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

È tutto sulle spalle del Pd. Zingaretti ora dica basta

Il segretario non deve confondere la tradizione di responsabilità del partito con la vocazione al sacrificio. Morire per Crimi o perdere la fiducia degli italiani a causa delle incursioni di Salvini non vale la pena. È il momento di dettare all'alleato M5s le condizioni per proseguire. Altrimenti un bel vaffa si vada al voto.

La cronaca politica quotidiana e soprattutto la sua lettura nel tempo ci dicono che c’è una minoranza politica, un partito di governo e il suo mondo elettorale e no, che portano sulle palle un intero Paese e fanno da sponda a quella parte di Italia che non vuole morire.

La cronaca politica quotidiana e soprattutto la sua lettura nel tempo ci dicono che c’è una minoranza politica, un partito di governo e il suo mondo elettorale e no, che portano sulle palle un intero Paese e fanno da sponda a quella parte di Italia che non vuole morire. Questa parte politica e questo suo elettorato non sono premiati dai sondaggi che, invece, indicano come vi sia una maggioranza favore di chi con la crisi sta giocando e mettendo a rischio la comunità nazionale.

Il partito è il Pd che deve fronteggiare quotidianamente un premier vanesio e scattante su qualsiasi nomina pubblica e un alleato di governo cialtronesco che si muove come una variabile impazzita su tutto lo scacchiere politico-sociale.

ANDREBBE APPLICATA LA “DIPLOMAZIA DEL VAFFA”

Non si capisce perché questo partito responsabile e il suo elettorato debbano farsi carico di una componente così irresponsabile. D’altro canto all’opposizione ci sono due forze di cui una torna a vivere le suggestioni di uno scontro frontale in una guerra senza limiti agli avversari politici, alle istituzioni, alla convivenza civile e un’altra attratta dalle proprie urla nel timore di perdere quel vantaggio che i sondaggi le stanno dando. La domanda è semplice. Fino a che punto è utile che il Pd e la sua gente si facciano carico di questa situazione? Non è arrivato il momento di applicare quella aurea “diplomazia del vaffa”, chiudere baracca e burattini, e fare al Paese un discorso di verità?

LA LEGA E IL DISASTRO LOMBARDO

Il discorso di verità non è lungo, anzi lo è ma è sintetizzabile con esempi lampanti. C’è un partito di opposizione che ha sottratto soldi allo Stato ma che pretende di fare il giustiziere di sprechi altri. Questo partito aveva una classe dirigente periferica fra buona e eccellente. Il giudizio non è cambiato solo se sottraiamo dal calcolo i governanti della principale regione d’Italia, la Lombardia. I dati del Covid-19 ci dicono che il caso italiano non sarebbe così clamoroso se la Lombardia fosse stata guidata da persone serie e non da due incapaci.

IL M5S BLOCCA OGNI INIZIATIVA PER SALVARE IL PAESE

C’è dall’altro canto un inutile partito di governo che ha un leader provvisorio che è più ridicolo di chi l’ha preceduto e che blocca ogni iniziativa tesa a salvare il Paese. La sanatoria per i migranti impegnati in agricoltura, prima di essere un atto di giustizia, è una necessità per l’impresa agricola. La discussione sul Mes è diventata infantile e cialtronesca. La corsa alla prima scena, da parte di Giuseppe Conte e Luigi Di Maio all’arrivo di Silvia Aisha è stata indecente. Si può continuare e si vedrà che si inanellano episodi di malgoverno, di approssimazione, di cialtroneria dilagante che giustificano una scelta di rottura da parte del Pd o almeno un suo discorso solenne al Paese in cui si denunciano questi avversari e questi alleati e si indicano le condizioni tassative per proseguire. Altrimenti si vada verso il governo del presidente e poi verso il voto.

IL SENSO DI RESPONSABILITÀ NON È VOCAZIONE AL SACRIFICIO

L’esasperazione che corre veloce nelle vene del Paese rischia di essere canalizzata contro chi sta tenendo in piedi la baracca. Il livello morale e di responsabilità delle forze indicate sta tutto negli editoriali di Vittorio Feltri e dei suoi seguaci giornalisti, una versione italiana della setta del reverendo Moon con annesso istinto suicida collettivo. Rischia di arrivare un momento in cui la fragile barriera costituita da un partito debole ma di volenterosi come il Pd crollerà su se stessa. Nicola Zingaretti è stato bravo finora, al netto delle sue titubanze e malgrado la malattia che lo ha per un certo periodo fermato. Tuttavia il leader del Pd non può scambiare la tradizione di responsabilità che “viene da lontano” nella vocazione al sacrificio. Morire per Vito Crimi? Consegnarsi alle contumelie dell’ex compagno di Daniela Santanchè? Perdere la fiducia degli italiani per le incursioni di un ex giovane politicante con il vizio del moijto? Ma dai.

LEGGI ANCHE: Ora salviamo Silvia Romano da Feltri e Sallusti

Anche la storia della liberazione di Silvia si presenta con una discussione demenziale. La domanda vera è se questa liberazione poteva essere ottenuta quando vicepremier era il noto “cazzaro verde” risparmiando sofferenze alla ragazza e se non sono venuti dal leghista input a non darsi troppo da fare per portare la ragazza qui da noi. Troppi moralisti non dicono la verità agli italiani. Io non voglio salire in cattedra, collocazione che non mi appartiene. Vorrei semplicemente suggerire a Zingaretti and company di mettere l’orologio su un giorno e un’ora precisa e arrivato quel momento scatenare l’inferno.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Galli: «Milano è una bomba, troppi infettati in circolazione»

Massimo Galli, direttore del reparto Malattie Infettive del Sacco lancia l'allarme sulla Fase 2. «Il pericolo di nuovi focolai esiste, perché il virus è in grado di girare senza essere riconosciuto e l'unica barriera sono mascherine e distanze, ma non si sa quanto servano».

Quella di Milano «è un po’ una bomba, perché in tanti sono stati chiusi in casa con la malattia. Abbiamo un numero altissimo di infettati, che ora tornano in circolazione».

A lanciare l’allarme è Massimo Galli, primario di Malattie infettive del Sacco di Milano, secondo cui «è evidente che sono necessari maggiori controlli. Mi chiedo perché da noi ci sia stato un atteggiamento quasi forcaiolo», osserva in due interviste a Repubblica e Stampa, «nei confronti dell’uso del test rapido, il ‘pungidito’, che poteva comunque essere utile».

«STIAMO VIVENDO UN GRANDE ESPERIMENTO COLLETTIVO»

In città, continua Galli, «le nuove diagnosi riguardano cittadini riusciti finalmente a ottenere un tampone. Si tratta cioè di persone infettate già da tempo, che erano rimaste senza diagnosi». Quello che «disturba», fa notare il professore, «è che avrebbero potuto ottenere un test molto prima. Si dovevano raggiungere coloro ai quali è stato detto di restare buoni a casa con i sintomi». Per questo la Lombardia «rischia di richiudere, ma anche certe zone del Piemonte o dell’Emilia. Del resto si è deciso che se qualcosa va storto si torna indietro». Galli invita poi invita alla prudenza: «Non ce ne rendiamo conto, ma stiamo vivendo un grande esperimento collettivo. Non esiste nella letteratura scientifica mondiale l’uscita da una pandemia ancora in corso solo con mascherine e distanziamento sociale, per questo la gradualità impostata dal governo ha senso». Alcuni però hanno interpretato l‘ingresso nella fase 2 come un liberi tutti. «È un segnale di grande pericolosità», avverte Galli. «Il pericolo di nuovi focolai esiste, perché il virus è in grado di girare senza essere riconosciuto e l’unica barriera sono mascherine e distanze, ma non si sa quanto servano».

GALLI ESCLUDE CHE IL VIRUS CIRCOLASSE GIÀ A OTTOBRE

Ad Agorà su RaiTre Galli ha messo in dubbio che il virus girasse sottotraccia già a ottobre. «Non è pensabile che singole persone che hanno preso un’influenza a ottobre abbiano avuto il coronavirus. Perché questo è un virus che quando arriva si diffonde subito velocemente. Se così fosse stato quindi, queste persone avrebbero subito generato molti altri casi tra i loro contatti». I dati, ha continuato, «ci dicono che è comparso nell’uomo tra ottobre e novembre in Cina e ha avuto una evoluzione rapida, lì, tra dicembre e gennaio. Se ci fossero stati casi prima avremmo avuto epidemie prima in giro per il mondo».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Fontana e Gallera contro tutti

Il presidente della Regione Lombardia e il suo assessore al Welfare rispondono alle critiche sulla gestione dell'emergenza coronavirus. Dall'ospedale in Fiera rimasto inutilizzato alle indagini sul Trivulzio e le altre Rsa milanesi. Per non parlare dell'incauto annuncio di riaprire il 4 maggio.

Il governatore e l’assessore contro tutti. O quasi. Sicuramente molti contro di loro. E per più di un motivo.

La situazione sanitaria in Lombardia e a Milano, provincia e città, continua a rimanere drammatica. L’ospedale “del miracolo” in Fiera finora – e forse per fortuna – non è servito a nulla ma è stato sommerso dalle polemiche. Non solo politiche. Quei 21 milioni donati – compreso l’assegno del Cav – per 10 pazienti attualmente ricoverati, con il senno di poi, potevano essere spesi diversamente. Forse, fa notare qualche medico, sarebbe stato meglio potenziare reparti e strutture già esistenti. Tant’è.

LEGGI ANCHE: Gli errori della Lombardia nel contenimento del coronavirus

Anche l’assessore regionale al Welfare Giulio Gallera ha ammesso candidamente che l’ospedale che aveva fatto sentire Guido Bertolaso «fiero di essere italiano» (prima di ammalarsi) e inaugurato in pompa magna in barba alle misure di distanziamento, «fortunatamente non è servito a ricoverare centinaia e centinaia di persone in terapia intensiva e di questo siamo contenti».

L’INCHIESTA SUL TRIVULZIO E L’ISPEZIONE DEL MINISTERO

Poi è piombata su Regione Lombardia l’inchiesta relativa al Pio Albergo Trivulzio e altre Rsa milanesi. La Gdf giovedì ha acquisito documenti e direttive inviate dall’amministrazione alle strutture. Ora si vedrà. Ma le morti sospette di anziani pesano come un macigno. Intanto si è chiusa l’ispezione alla Baggina del ministero della Salute e venerdì la sottosegretaria alla Salute Sandra Zampa risponderà in una interrogazione parlamentare. Ma a Circo Massimo ha già attaccato: «Dal primo giorno la loro (Regione Lombardia, ndr) politica è stata quella di disattendere le indicazioni del governo, di andare in direzione contraria, prendere le distanze. Questo è avvenuto per ragioni politiche. Ma dovremmo chiederci come mai la Lombardia abbia un numero di contagiati sproporzionatamente alto rispetto alle altre regioni». Già. per ora nessuna risposta.

LEGGI ANCHE: Quei numeri che Regione Lombardia e Protezione civile non ci danno

IL LEGALE DI FONTANA: «BASTA ATTACCHI DI NATURA PERSONALE E FALSE NOTIZIE»

«Siamo impegnati a combattere il virus e a proteggere i lombardi, massima collaborazione verso chi svolge le indagini», aveva risposto Fontana. Subito dopo la nota del suo legale all‘Ansa: «Il presidente Fontana accetta qualsiasi critica e polemica politica, essendo ben consapevole che la sua posizione pubblica e apicale lo espone più di qualsiasi altro amministratore. Ma ha il diritto e il dovere di non sopportare più attacchi di natura personale, consistenti nel dileggio, nella falsa notizia e nelle indegne accuse di indifferenza per la vita umana». Assumerà dunque, ha continuato il legale, «ogni doverosa iniziativa a difesa della sua onorabilità, per il ripristino della verità dei fatti, travisata e offesa in più occasioni».

GALLERA: «ERAVAMO E SIAMO ANCORA IN TRINCEA»

Anche Gallera non ha mostrato l’altra guancia. «Assisto disgustato a molteplici azioni di gigantesca deformazione della realtà e di sciacallaggio politico e mediatico», si è sfogato su Facebook dopo gli attacchi dell’opposizione e la lettura dei giornali che, dice, lo hanno «amareggiato». «Abbiamo vissuto qualcosa di pazzesco. Ci siamo trovati a dover prendere decisioni immediate per problemi giganteschi. Senza consultare un avvocato, scegliendo sempre per salvare la vita alle persone. Il senno di poi è un gioco facile per chi è rimasto a guardare. Noi eravamo in trincea, e lo siamo ancora».

Leggo stupito e molto amareggiato gli articoli che appaiano in questi giorni su importanti giornali. Assisto poi…

Posted by Giulio Gallera on Thursday, April 16, 2020

Contro Fontana, Gallera & Co le opposizioni in Consiglio regionale hanno chiesto di istituire una commissione d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid. Mentre la Rete Milano 2030 – formata da partiti di sinistra, associazioni e movimenti – ha lanciato una petizione per commissariare la Sanità lombarda.

LO SPOTTONE DELLA REGIONE SUI QUOTIDIANI

Nulla però sembra scalfire davvero Fontana e il suo assessore che ogni giorno, nella consueta conferenza stampa – che conferenza stampa non è visto che non ci sono domande – racconta di quanto sia efficiente ed eccellente la sanità lombarda. Non paghi, in Regione hanno deciso di comunicare questo entusiasmo ai cittadini pure dalle pagine dei giornali. «28.224 vite salvate in Lombardia», si legge negli spazi acquistati. Tutto grazie alla «sanità privata insieme alla sanità pubblica». Non poteva mancare l’hashtag #unasolasanità. Gli 11.377 morti in Regione (dato aggiornato al 15 aprile) passano in secondo piano.

ERRORI? «SCIOCCO SE DICESSI CHE NON SE NE SONO FATTI»

Fontana però una cosa l’ha ammessa a Stasera Italia: «Sarei sciocco nel dire che non si sono fatti errori. Probabilmente si sono fatti degli errori ma sicuramente non sono quelli che ci vengono contestati e per i quali oggi siamo sulle prime pagine di tutti i giornali». Ma attenzione: «Io credo che le questioni proposte oggi come motivo di accusa nei nostri confronti siano tutte assolutamente infondate e prive di ogni possibile contestazione. In una situazione emergenziale, tutti hanno commesso degli errori dall’Organizzazione mondiale della sanità ai cambiamenti di opinione di tanti nostri scienziati, alla mancanza di precisione nelle linee guida». Il rimpallo di responsabilità continua. Se ha sbagliato l’Oms, se hanno sbagliato gli scienziati, allora gli errori di Regione Lombardia sono se non da giustificare quanto meno da comprendere.

L’AZZARDO DI RIAPRIRE IL 4 MAGGIO

In attesa di conoscere i veri dati – anche se di tamponi non ce ne sono più: l’istituto zooprofilattico sperimentale della Lombardia e dell’Emilia-Romagna ha scorte per altre 48 ore, ha scritto il Fatto quotidiano. Fino alle 23 di sabato sera la struttura che processa fino a 3 mila tamponi al giorno, non si fermerà ma a quell’ora i reagenti saranno finiti – dei contagi e dei morti si accusano i runner, i proprietari di cani e i milanesi tutti che da irresponsabili se ne vanno bellamente in giro. Forse a cercare le mascherine che ancora non arrivano. E intanto Fontana annuncia la riapertura il 4 maggio. Contro i pareri di virologi e specialisti che invitano alla cautela. Ma anche contro il governo. «La richiesta della Lombardia di avere il via libera alle attività produttive a partire dal 4 maggio è un errore», ha detto senza mezzi termini il viceministro al Mise Stefano Buffagni. «Da sempre Fontana ha sostenuto una linea rigorosa e fortemente restrittiva e oggi, sorprendentemente, decide – non si comprende sulla base di quali dati – di aprire. Andare in ordine sparso rischia di alimentare confusione nei cittadini e nelle imprese che invece esigono chiarezza».

SALA: «QUELLO DELLE 4 D È UNO SLOGAN SENZA CONTENUTO»

«La ripartenza il 4 maggio in Lombardia l’ha decisa la Regione o Salvini? Stanno passando dal terrore sul numero dei contagi di due giorni fa al liberi tutti. Un po’ più di equilibrio non guasterebbe», ha risposto pure il sindaco di Milano Beppe Sala in una intervista a Repubblica. Per rimettere in moto l’economia, sottolinea il primo cittadino, bisogna che siano «fornite le garanzie adeguate per chi andrà a lavorare. Quello delle 4D è uno slogan senza contenuto», facendo riferimento alle 4 D proposte dalla Regione: distanza, dispositivi e mascherine, digitalizzazione e diagnosi. Che per Buffagni forse dovrebbero essere sostituite con 4 C: calma, coerenza, coscienza e criterio.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Sala risponde a Gallera: in regola il 95% dei milanesi controllati

Il sindaco si dissocia «dalla retorica del cittadino indisciplinato che si fa gli affari suoi». E a Regione Lombardia chiede più tamponi, mascherine e test sierologici.

Botta e risposta a distanza tra il sindaco di Milano Giuseppe Sala e Regione Lombardia sulla gestione dell’emergenza coronavirus. Soprattutto dopo i dati preoccupanti di lunedì 13 aprile, con 481 positivi in più nella sola provincia di Milano di cui 296 in città (contro i 193 di domenica).  

SALA RISPONDE A GALLERA

«Se qualcuno pensa che c’è troppa gente in giro, deve fare una cosa molto semplice: facciano una nuova ordinanza che tenga più persone a casa, tutto qui», ha detto Sala nel video quotidiano postato sulle pagine social, rispondendo così all’assessore regionale al Welfare Giulio Gallera che il giorno prima aveva scaricato la responsabilità del peggioramento al comportamento poco virtuoso dei cittadini.

IL 95% DEI MILANESI FERMATI ERA IN REGOLA

«Ieri mattina», ha aggiunto il sindaco, «sono stato in giro per la città con la Polizia locale a vedere come vengono fatti i controlli e il pomeriggio mi sono messo in casa a guardare i dati dei controlli di ieri e dei giorni precedenti: più del 95% delle persone fermate sono in regola, questa è la realtà». Sala si è quindi dissociato «da questa retorica del milanese indisciplinato che si fa gli affari suoi, non è così».

LEGGI ANCHE: Quei numeri che Regione Lombardia non sa o non ci dice

IL SINDACO CHIEDE MASCHERINE, PIÙ TAMPONI E TEST SIEROLOGICI

Il sindaco ha chiesto più mascherine, «molti più tamponi» e test sierologici. «Tra parentesi leggo che Regione Lombardia dichiara che dal 21 di aprile si faranno 20 mila test al giorno. Bene, dove? In altre province ma non Milano. Ma come, il problema non è Milano?». E, ancora: «Rendiamoci conto, il nostro compito, il nostro credo deve essere quello relativo al prendersi cura, a partire dai più poveri, da chi sta in periferia o vive in una casa popolare, a partire dai nostri vecchietti nelle Rsa. Questo è quello che bisogna fare».

MAJORINO: «UNA INSOPPORTABILE VERGOGNA»

Al sindaco si è aggiunto l’europarlamentare milanese del Pd Pierfrancesco Majorino. Che su Twitter attacca la Regione che «si scorda di parlare della tragedia delle case di riposo o del fatto che ci sono persone che convivono con positivi a cui nessuno fa il tampone. Che insopportabile vergogna»

MILANO 2030 CHIEDE LA NOMINA DI UN COMMISSARIO PER LA SANITÀ LOMBARDA

Intanto Milano 2030, una rete di associazioni, movimenti e partiti della sinistra milanese (da Articolo Uno Milano Metropolitana a Medicina Democratica e SinistraXMilano), denuncia gli errori della Giunta Fontana e chiede con una petizione online la nomina di un commissario ad acta per la Sanità.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Quei numeri che Regione Lombardia e Protezione civile non ci danno

CANDID CAMERA. I contagi aumentano. E l'unica risposta è incolpare i cittadini che non rispetterebbero la quarantena. Il fatto è nessuno spiega chi e come si ammala. E nessuno chiarisce cosa si intenda per guariti. L'unica certezza è il numero dei morti. Che sono persone, non scarafaggi.

La Lombardia non riesce a uscire dal tunnel della pandemia e l’allarme maggiore adesso è per Milano.

La curva dei contagi nella città metropolitana si impenna, mentre le sirene delle ambulanze spezzano il silenzio spettrale che da settimane ci avvolge, come in brutto incantesimo.

La famosa eccellenza sanitaria lombarda si è schiantata sotto il peso degli oltre 10 mila morti per Covid-19, metà di quelli di tutta Italia, mentre i vertici della Regione annaspano tra numeri, picchi mancati e miglioramenti che non si vedono, continuando a incolpare del contagio i cittadini che non rispetterebbero il divieto di uscire di casa. Soprattutto, le autorità – Protezione Civile in testa – continuano a snocciolarci cifre e bilanci quotidiani che suonano ormai quasi offensivi nella loro opacità e grossolanità.

IL DATO QUANTITATIVO NON AIUTA, SERVE QUELLO QUANTITATIVO

Prendiamo solo l’ultima giornata. A Milano si sono contati 81 decessi. Un numero così, preso in sé, non dice niente, andrebbe bene per contare gli scarafaggi morti durante una disinfestazione, non per esseri umani che vivevano in un contesto sociale. Ora, si vorrebbe sapere, di ciascuno di quegli 81, che età avevano, se andavano a lavorare, in quale zona della città abitavano, se avevano famiglia, se prendevano la metropolitana, se andavano al supermercato e quale. È evidente che il dato quantitativo ormai non aiuta, non serve, se non diventa qualitativo, se non colloca ogni persona contagiata o deceduta al centro di una rete di informazioni che abbia senso per tutti.

LE DOMANDE CHE LA REGIONE NON SI PONE

Un medico di base che opera nella zona nord di Milano mi dice che sta seguendo circa 50 pazienti con sintomi Covid. Seguirli significa monitorarli ogni giorno a distanza e somministrare terapie di farmaci (per lo più antinfiammatori ed eparina). Se moltiplichiamo questi 50 per i circa 1.000 medici di base della città, siamo intorno a 50 mila contagiati. Fossero anche 40 mila, è pur sempre una cifra enorme. Esiste una mappa di questi casi? Perché ancora non si tracciano le relazioni e i contatti almeno di coloro che sicuramente sono o sono stati contagiati dal coronavirus? E soprattutto, qualcuno si pone queste domande?

NESSUNO CI DICE CHI È POSITIVO E CHI PUÒ DEFINIRSI GUARITO

Dopo la débâcle delle mascherine, ora il ritardo riguarda i test sierologici (che fornirebbero un quadro epidemiologico sensato) e il tracciamento dei contagi. Tutte cose che «arriveranno a breve», ma non arrivano mai (quanto al vaccino, è probabile che quando sarà pronto, il virus sarà già mutato). Ci aspettavamo che, col passare delle settimane, i super-esperti del blasonato Comitato tecnico scientifico avrebbero affinato i loro strumenti e le loro ricerche, passando dai crudi numeri ad analisi più articolate. Invece, il macabro rituale dello snocciolamento dei dati si ripete uguale ogni giorno, senza che sia mai stato chiarito chi siano i positivi (solo quelli con tampone positivo?) e cosa si intenda esattamente per “guariti”. L’unico dato certo è il numero dei morti. Che erano persone, però, non scarafaggi.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Riaperture e restrizioni, Regioni in ordine sparso

Il Veneto apre all'attività motoria oltre i 200 metri da casa, ma con buon senso. Lombardia e Piemonte, dove l'epidemia non cala, confermano le strette. In Trentino si riaprono i cantieri all'aperto ma con termoscan e mascherine. La Babele di ordinanze.

Anche nelle timide riaperture le Regioni vanno in ordine sparso. In gran parte d’Italia il 14 aprile riaprono librerie, cartolerie e negozi di abbigliamento per l’infanzia con le debite precauzioni. Ma non in Lombardia e Piemonte, dove l’epidemia da coronavirus non accenna a diminuire. Il risultato è una babele di ordinanze regionali.

Non è poi escluso che la prossima settimana possano riaprire i battenti anche altri settori dell’industria, come quello della moda, dell’auto o della metallurgia, anche se il capo della Protezione Civile, Angelo Borrelli, invita alla calma. «Al momento», ha messo in guardia lunedì, «si tratta di ipotesi premature». In un Paese ancora blindato anche sul fronte della mobilità – con le limitazioni confermate domenica dal ministero dei Trasporti sul traffico aereo, automobilistico, ferroviario e marittimo – da oggi si tenterà, dunque, la lenta ripresa.

CHIUSURE CONFERMATE IN LOMBARDIA E PIEMONTE

In Lombardia, dove anche il 13 aprile si sono registrati 280 morti, restano le restrizioni. L’ordinanza firmata sabato dal governatore Attilio Fontana vieta la riaperture di librerie e cartolerie, anche se consente invece quella dei negozi di abbigliamento per l’infanzia. «In questi ultimi giorni dobbiamo cercare di essere più rigorosi possibile», ha detto il presidente, che ha disposto anche l’uso di mascherine all’aperto (o comunque l’obbligo di coprire naso e bocca con qualunque indumento) e lo stop ad alberghi e strutture ricettive. Gli studi professionali, poi, potranno aprire solo per servizi indifferibili e urgenti. Per chi è positivo, la Regione impone una quarantena di 28 giorni, non più di 14. Stop totale anche in Piemonte «per non vanificare gli sforzi fatti finora», come ha detto il governatore, Alberto Cirio.

RIGORE ANCHE IN CAMPANIA

La linea del rigore è seguita anche dal governatore della Campania Vincenzo De Luca che ha confermato la chiusura di librerie e cartolerie, limitando poi l’apertura dei negozi di abbigliamento per i più piccoli a due mattine la settimana, dalle 8 alle 14. In Campania sarà vietato anche il cibo d’asporto.

IN LAZIO LIBRERIE APERTE DAL 20 APRILE

Il Lazio ha posticipato al 20 aprile la riapertura delle librerie per consentire ai proprietari di mettere in sicurezza i locali.

EMILIA-ROMAGNA: STRETTA SULLE ZONE ARANCIONI

In Emilia-Romagna resta la stretta sulle cosiddette zone arancioni, cioè le province di Piacenza, Rimini e sulla città di Medicina, nel Bolognese.

LA LIGURIA APRE ALLA MANUTENZIONE DEGLI STABILIMENTI BALNEARI

Leggera riapertura, invece, in Liguria, dove il governatore Giovanni Toti ha firmato l’ordinanza che consente di andare agli orti e ai frutteti, di riprendere i lavori di giardinaggio e di procedere alla manutenzione degli stabilimenti balneari e dei chioschi in vista dell’imminente, ma quantomai incerta, stagione estiva (misure analoghe a quelle consentite in Abruzzo). Sì anche ai piccoli lavori di manutenzione edile e alle attività dei cantieri nautici propedeutiche alla consegna, alla manutenzione dei campi di calcio e da golf.

IL LOCKDOWN SOFT DEL VENETO

Lockdown soft in Veneto. La nuova ordinanza del presidente, Luca Zaia, consente di fare attività motoria anche oltre i 200 metri da casa, «ma non si può certo arrivare a 4-5 km, è ovvio, serve buonsenso», ha precisato. Per uscire di casa, però, ci sarà bisogno di mascherina, guanti, e gel, mentre chi ha più di 37.5 di febbre non potrà scendere in strada. Aumentato anche il distanziamento sociale che passa da uno a 2 metri. Obbligo di mascherine all’aperto in Friuli Venezia Giulia, dove sarà consentito fare attività motoria, ma solo vicino casa.

LA SICILIA PROROGA LE MISURE RESTRITTIVE

La Sicilia proroga le misure restrittive, con l’obbligo soft delle mascherine, seppur recependo le aperture del nuovo Dpcm.

TRENTINO: SÌ AI CANTIERI MA IN SICUREZZA

Sì alla riaperture di librerie e cartolibrerie in Toscana, ma solo se gestori e clienti indosseranno la mascherina. In Trentino restano chiusi i negozi per l’infanzia e le librerie, mentre potranno riprendere le attività produttive all’aperto e le attività nei cantieri, stradali ed edili. Sui luoghi di lavoro, però, vanno garantiti il termoscan, le mascherine e le distanze minime.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Coronavirus, il numero di casi e decessi del 13 aprile

Le morti totale superano le 20 mila. Lunedì sono state 566, 1363 i nuovi casi. Calano ancora i ricoveri in terapia intensiva. Il Veneto verso un lockdown soft.

I numeri relativi al coronavirus del 13 aprile sono tutt’altro che positivi. Secondo i dati della Protezione civile, le vittime in Italia hanno superato le 20 mila. Lunedì si è registrato un aumento di 566 decessi rispetto a domenica (quando erano stati 431): il totale sale così a 20.465.

I malati complessivi sono 103.616, con un incremento di 1.363 rispetto a ieri, quando l’incremento era stato di 1.984. Di questi 28.023 sono ricoverati con sintomi (176 in più rispetto a ieri), e 72.333 sono quelli in isolamento domiciliare.

Calano ancora, e per il decimo giorno consecutivo, i ricoveri in terapia intensiva: oggi sono 83 in meno rispetto a ieri. Di questi, 1.143 sono in Lombardia, 33 in meno rispetto a ieri.

A MILANO 296 NUOVI CASI

Desta ancora preoccupazione la Lombardia dove crescono i decessi: 280 contro i 110 di domenica. I positivi sono aumentati di 1.262 unità, mentre ieri erano stati 1.460. Ma oggi sono stati processati circa 4.000 tamponi in meno. Nella provincia di Milano i positivi sono 14.161, 481 in più rispetto a ieri quando erano stati 412. A Milano città i nuovi casi sono 296, un centinaio in più rispetto a domenica (193).

VENETO VERSO LOCKDOWN SOFT

Se in Lombardia l’allarme resta alto, in Veneto il governatore Luca Zaia annuncia un alleggerimento delle misure restrittive. Il lockdown soft prevede l’abolizione del limite dei 200 metri per l’attività motoria che però potrà essere svolta sempre in prossimità dell’abitazione e da soli. Non solo. Il 25 aprile il primo maggio saranno permesse le grigliate ma in spazi privati e tra familiari. Resta tassativo l’obbligo di uscire con la mascherina.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Coronavirus, i dati dei contagi e dei decessi del 12 aprile

Calano i decessi: 431 contro i 619 di sabato. I malati (cioè gli attualmente positivi) aumentano di 1.984 unità. Lombardia e Milano ancora osservati speciali.

Per il nono giorno consecutivo, secondo i dati diffusi dal bollettino della Protezione civile sul coronavirus, calano i ricoveri in terapia intensiva: 3.343 pazienti, 38 in meno rispetto a sabato.

Dei 102.253 malati complessivi, 27.847 sono ricoverati con sintomi, 297 in meno rispetto a ieri – e 71.063 sono quelli in isolamento domiciliare.

1.984 I NUOVI CONTAGI, 431 I DECESSI

Ancora drammaticamente alto il numero dei decessi: 431 nelle ultime 24 ore. Sabato erano stati 619. Quello di domenica è comunque l’incremento più basso dal 19 marzo. In totale le morti da coronavirus salgono a 19.899.

I dati parlano di un aumento dei malati (ovvero le persone attualmente positive) pari a 1.984 unità (ieri erano stati 1.996). Il numero dei contagiati totali dal coronavirus in Italia – compresi morti e guariti – è di 156.363, con un incremento rispetto a ieri di 4.092.

I tamponi fatti domenica sono stati 46.720, (ieri 56.609). Il rapporto tra tamponi fatti e casi individuati è di 1 malato ogni 11,4 tamponi, l’8,8%.

LOMBARDIA E MILANO OSSERVATI SPECIALI

Dopo l’impennata dei contagi di sabato, domenica in Lombardia si registra un leggero calo. Le persone positive sono 59.052 con un aumento di 1.460 casi, contro l’aumento di 1.544 di sabato. I decessi totali in regione sono 10.621, con una crescita di 110 mentre (sabato erano stati 273). Calano i ricoveri che sono arrivati a 11.969, con una riduzione di 57 posti mentre i ricoverati in intensiva sono 1176, con un aumento di 2. Preoccupano ancora Milano e provincia. I casi accertati sono 13.682 con +412 (ieri 520). Sempre in città i nuovi casi sono 193 (ieri 262) per un totale di 5.561.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Coronavirus, in Lombardia restano chiuse cartolerie e librerie

Lo ha stabilito un'ordinanza regionale. Gli articoli saranno acquistabili solo nei supermercati. Non riapriono nemmeno gli studi professionali.

In Lombardia il commercio al dettaglio di libri e articoli di cartoleria «è consentito esclusivamente negli ipermercati e nei supermercati». Lo stabilisce la nuova ordinanza firmata dal presidente della Regione Attilio Fontana, che conferma le misure restrittive di contrasto alla diffusione del Covid-19 fino al 3 maggio. Nella regione, a differenza di quanto deciso a livello nazionale dal governo, restano pertanto chiuse liberi e cartolerie.

Chiusi anche gli uffici professionali, le cui attività «devono essere svolte in modalità di lavoro agile, fatti salvi gli specifici adempimenti relativi ai servizi indifferibili ed urgenti o sottoposti a termini di scadenza». Confermato, infine, l’obbligo di coprire naso e bocca con mascherina o «in subordine, qualunque altro indumento» ogni qualvolta si esce di casa.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Alla locomotiva tedesca manca il motore lombardo

I distretti produttivi dei due Paesi coincidono con le regioni più colpite dal Covid-19. L'emergenza ha stravolto un interscambio da 128 miliardi. . Le previsioni della Camera di commercio italo-germanica.

Fino all primavera l’interscambio tra Italia e Germania aveva tenuto, poi no.

L’indotto delle tre regioni del Nord più colpite dal Covid 19 (Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna) ha bloccato le forniture soprattutto verso i tre Land tedeschi industriali (Baviera, Baden Württemberg e Nord Reno-Vesfalia) a loro volta i più colpiti in Germania, sebbene su scala minore della Lombardia, dalla pandemia.

La propagazione del coronavirus in queste sei grandi e ricche aree europee si sovrappone, come un calco, all’intenso interscambio commerciale che, fino al marzo scorso, ferveva tra le rispettive aziende. Il risultato è la paralisi della produzione industriale europea: un «tunnel» dal quale la Camera di commercio italo-germanica (Ahk Italien) spera di uscire «presto», «insieme e in sicurezza» con l’Italia. Una ripartenza necessaria per evitare il peggio, anche se, secondo le previsioni per il 2020, per tornare alla normalità occorreranno almeno 6 mesi.

COMPARTO AUTO BLOCCATO

Rimettersi lentamente in moto servirà a resistere. Il presidente di Ahk Italien Gerhard Dambach stima che un «paio di settimane di lockdown non cambieranno a questo punto la situazione». A patto che le aziende abbiano subito dagli Stati la liquidità indispensabile per pagare fornitori e lavoratori, «in modo da non essere costrette a chiudere». Un blocco più lungo non è invece sostenibile, anche per l’industria tedesca.

LEGGI ANCHE: La Germania pensa alla fase 2: i tre scenari post coronavirus

Dambach è anche amministratore delegato di Bosch Italia, il ramo del colosso di Stoccarda che nel frattempo ha sviluppato un test rapido per il coronavirus e chiede di poter ripartire; lo stesso Bmw che, come le altre case dell’auto, dal quartier generale di Monaco ha fermato per un mese tutta la produzione, in seguito alle restrizioni ma anche per il crollo della domanda. I marchi tedeschi dell’automotive sono in pressing anche sul governo Merkel per un piano comune Ue che ridia fiato. Senza la componentistica dal Nord Italia il comparto non può lavorare. «È talmente specializzata che è insostituibile con altri fornitori», precisa Dambach.

«SUBITO LIQUIDITÀ COL MES»

Nonostante questa dipendenza, per i vertici di Ahk Italien i bond europei «non sarebbero una soluzione immediata». Ci sono invece già a disposizione centinaia di miliardi «dal Mes per Paesi che hanno più bisogno come l’Italia, un modo semplice per dare ora liquidità alle aziende. Non tra settimane, quando ormai sarebbe tardi». Le previsioni sono nere per la gran parte della business community italo-tedesca di aziende sondata da Ahk Italien in due indagini a inizio marzo e poi a inizio aprile, sulle post emergenza Covid: oltre la metà delle imprese interpellate teme perdite tra il 10% e il 50% sul fatturato 2020. A causa soprattutto – per il 75% di loro – del calo degli ordini di prodotti e servizi. E se, all’inizio della pandemia, solo il 26% segnalava un impatto negativo sull’azienda, un mese dopo, arrivati al picco ben il 73% lamenta ripercussioni pesanti sui business: il 64% delle imprese contattate ha sospeso almeno in parte le attività in seguito alle misure di contenimento.

Medici alle prese con il Coronavirus in Lombardia

PER L’83% OUTLOOK 2020 NEGATIVO

Quanto all’outlook semestrale del 2020, l’83% delle imprese prospetta uno sviluppo negativo a medio termine in Italia. Ma lo stesso 83% esclude licenziamenti a causa delle chiusure in corso: per avviare la ripresa – puntando sull’online e lo smart working – sarà subito necessaria la forza lavoro, e i tagli degli ultimi anni non permettono altre riduzioni di organico. L’automotive, conferma Dambach, si trova nella situazione «più complessa» da risolvere per «più fattori» di crisi, anche precedenti alla pandemia in Europa: da gennaio la frenata economica della Cina a causa del Covid-19 rende difficili la produzione e l’export delle grandi case automobilistiche tedesche. Già in sofferenza a causa dei dazi americani alla Cina e, in parte minore, all’Ue. E alle prese con la riconversione alla mobilità elettrica anche per la stretta alle emissioni CO2 dopo gli scandali del Dieselgate. Si spera che la Cina riattivi pian piano il ciclo, ma non si escludono altre «sorprese dal virus». Mentre la paralisi del Nord Italia è un grosso problema.

NORD ITALIA CUORE DELL’INTERSCAMBIO

Per la Germania la partnership commerciale con la Lombardia (un import-export pari nel 2019 a oltre 43 miliardi di euro) pesa più dell’interscambio con la Corea del Sud (quasi 30 miliardi). Il Veneto (poco meno di 21 miliardi) vale più del Canada (16 miliardi). L’Emilia-Romagna (oltre 14 miliardi) dove l’indotto dell’auto è molto forte, più dell’Australia (12 miliardi). Nonostante i sentori di recessione, nel 2019 il circuito industriale italiano-tedesco aveva sostanzialmente tenuto, consolidandosi: l’import-export era rimasto stabile a circa 128 miliardi di euro rispetto al 2018 (-0,5%), la Germania è d’altronde il nostro primo partner commerciale. Verso Baviera, Baden-Württemberg e Nord Reno-Vesfalia l’anno passato l’Italia ha concentrato un interscambio di quasi 70 miliardi di euro: coproduzioni nel comparto dell’automotive, dei macchinari, chimico-farmaceutico ed elettrotecnico che garantivano milioni di posti di lavoro. Stravolte in un mese dall’emergenza sanitaria del coronavirus.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Brusaferro: «La curva del contagi decresce ma non abbassiamo la guardia»

Il presidente dell'Istituto conferma anche l'aumento delle morti nelle Rsa per anziani nel periodo del picchi del coronavirus e della influenza comune. In Lombardia sono stati 1.822. Cartabellotta: c'è una sovrastima dei guariti.

In Lombardia si conferma il «trend positivo» dei dati epidemici sul coronavirus, ma emerge, ancora una volta, il dato sulle morti nelle residenze per anziani un po’ in tutta Italia.

I numeri delle Rsa, ha confermato il presidente dell’Istituto superiore di Sanità, Silvio Brusaferro, «sono molto cresciuti. In alcune zone la mortalità è cresciuta durante le settimane di picco dell’infezione mentre era presente comunque una mortalità legata ai picchi influenzali tra gennaio e febbraio». In Lombardia, nelle Rsa della Regione, i morti sono stati 1822. I riflettori dunque restano accesi sulle strutture già al centro di inchieste e indagini.

«NON ILLUDIAMOCI CHE LA SITUAZIONE SI RISOLVA»

La decrescita dei contagi, ha spiegato Brusaferro, è una notizia certamente positiva ma «non deve farci abbassare la guardia». Il quadro, infatti, «conferma lo scenario dei giorni scorsi e ci dà indicazioni di efficacia delle misure. Ma non dobbiamo illuderci che la situazione si risolva. Le misure sono essenziali per mantenere la curva, quando sarà scesa, sotto la soglia di 1 per i contagi».

CARTABELLOTTA: LA LOMBARDIA COMUNICA SOLO NUMERO DIMESSI

Sui dati lombardi è intervenuto Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe. La Regione, ha messo in chiaro, «non trasmette il numero dei soggetti guariti, ma solo dei dimessi dagli ospedali. Questi casi nel report della Protezione Civile vengono conteggiati tra i guariti, con conseguente distorsione della comunicazione sull’andamento dell’epidemia da coronavirus». La Fondazione Gimbe ricorda come si tratti in realtà di falsi guariti e sottolinea la necessità di «mettere fine alle ambiguità». La sovrastima del numero dei casi guariti, ha rilevato Cartabellotta, «condiziona la percezione sull’andamento dell’epidemia e influenza le decisioni sanitarie e politiche. In particolare, la pianificazione della fase 2 deve essere informata da dati reali, evitando distorsione che induce decisioni finalizzate a tutelare interessi economici, piuttosto che la salute delle persone».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

L’Italia non può perdere tempo con i giochetti di Salvini e Fontana

Milano e la Lombardia non trainano più il Paese. Anzi. I numeri dei contagi in regione sono inspiegabili e ancora preoccupanti. Per questo Conte fa bene a prolungare la chiusura, le regole non le decide Confindustria. Ma sia selettivo. Abbiamo 30 giorni per salvarci.

Ci è ignota l’Italia che verrà. Molti pensieri attraversano la mente di cittadini qualunque, che abbiano o no paura del futuro, di cittadini che svolgono attività imprenditoriali o commerciali a rischio, di lavoratori dipendenti che non sanno se troveranno la loro fabbrica.

Pochi si accorgono che la maggioranza del popolo italiano (e la stragrande maggioranza dei suoi giovani) sta dando una prova di disciplina e di solidarietà sociale senza precedenti.

Mentre le troupe televisive vanno a caccia nelle città di quel che resta della movida, milioni di ragazzi sono chiusi in casa a chattare, a studiare, a parlarsi in attesa che vengano tempi migliori. È una bella generazione. Su di loro possiamo contare.

MILANO NON TRASCINA PIÙ L’ITALIA

È difficile dire se possiamo contare su una parte della classe dirigente. Sicuramente non possiamo contare su una parte della classe dirigente confindustriale che vuole la riapertura senza porsi il problema di quel che può accadere. È fallita la classe dirigente lombarda. Milano non trascina più l’Italia, è diventata la sua palla al piede. La Lega è riuscita nel miracolo di una secessione di fatto che ha danneggiato il Nord. La pressione per riaprire viene da più parti. Viene dall’economia, viene dalle piccole famiglie con bambini che non reggono più la clausura (problema serissimo), viene da attività produttive che vorrebbero aprire ma temono di essere ignorate nella loro specificità.

IL PICCOLO NEGOZIO NON DEVE ESSERE FAGOCITATO DAL GRANDE

Se ci fosse una classe dirigente, per esempio, di fronte agli appelli ben firmati per aprire le librerie si dovrebbe accorgere che la filiera di piccole e piccolissime librerie non sarebbe in grado di garantire il distanziamento sociale e quindi non tutelerebbero proprietari, lavoratori, clienti.

LEGGI ANCHE: Le ricadute dell’emergenza coronavirus su editoria e mercato del libro

Nessuno ci bada e si mette sullo stesso piano la grande e media distribuzione con la rete fittissima di nuovi piccoli librari, spesso essi stessi editori, che hanno creato luoghi in cui si conversa, si passano le ore leggendo i libri, tutte cose che in pieno coronavirus non si possono fare. Se riaperte con un atto di imperio, queste attività muoiono. Saremo al paradosso che mentre i negozi di alimentari si sono giovati delle code ai supermercati, le librerie grandi finiranno per mangiare quelle piccole. Migliaia di posti di lavoro salteranno. Non è possibile pensare a questa realtà immaginando misure che le aiutino ad attuare il distanziamento sociale o a rinviare l’apertura con lo Stato che paga al piccolo libraio l’affitto spesso esoso?

BISOGNA PRESTARE ATTENZIONE ALLE “FIGURE MISTE”

Faccio questo esempio perché l’Italia è Paese pieno di realtà diverse, chi governa dovrebbe fare quello che i vecchi della vecchia sinistra chiamavano “l’analisi differenziata”, cioè quell’esercizio che portava a scoprire realtà sociali che nessuno vedeva. Accadde nelle campagne con le “figure miste”, un po’ braccianti un po’ coltivatori, che furono all’origine di nuove moderne battaglie agricole. Noi siamo un Paese pieno di figure miste. Le regole non le può decidere il capo di Confindustria della Lombardia che non sa un cazzo del Paese in cui vive e che ha spinto le aziende a restare aperte anche quando l’evidenza spingeva per chiudere tenendo sotto scacco la squallida classe politica lombarda.

BASTA CON I GIOCHETTI DI SALVINI E FONTANA

Se Giuseppe Conte proclama l’allungamento del blocco fa bene. La premier neozelandese Jacinda Ardern ha chiuso il suo Paese per 15 giorni buttando la chiave. Stanno risolvendo. Qui un giorno ci felicitiamo per i numeri che migliorano, il giorno dopo cadiamo nello sconforto. Soprattutto inspiegabili restano i numeri lombardo-milanesi. Se a Roma crescono di 20 i contagi si sa che tutto nasce da una aggregazione di extracomunitari, ormai malati, barricati in un ex albergo. Il resto della città ha numeri strabilianti con quartieri che non hanno mai avuto un solo contagio. Perché i numeri lombardi non sono così clamorosi e spiegabili? Conte chiuda ma sia severo selettivamente. Queste classi dirigenti regionali vanno sostenute quando attuano i programmi di combattimento contro il coronavirus, sennò si chieda ai prefetti e al super commissario di controllare passo dopo passo quel che accade. Non possiamo perdere tempo con i giochetti di Matteo Salvini, Attilio Fontana e qualche altro scappato di casa. Il Paese ha altri 30 giorni per salvarsi e per salvarsi con la Lombardia. Che lo voglia o no la Lombardia.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Coronavirus: riflettori sulle residenze per anziani e disabili

Pochi tamponi, mancanza di mascherine per il personale, decessi non accertati come Covid-19. La situazione in molte Rsa è drammatica. L'ultimo caso a emergere è stato quello del Pio Albergo Trivulzio di Milano per il quale il ministero della Salute ha avviato una pratica interna.

Accuse di aver insabbiato epidemie, nascosto focolai. E di non aver dotato gli operatori di adeguati presidi sanitari per difendersi dal coronavirus.

Le residenze per anziani e disabili, soggetti più di altri vulnerabili al virus, a un mese dall’esplosione della pandemia finiscono sotto i riflettori.

Lo scenario drammatico emerge dalle pagine di cronaca di tutta Italia. Ultimo il caso del Pio Albergo Trivulzio di Milano, polo da oltre 1300 ospiti, raccontato da Gad Lerner su Repubblica. Secondo l’inchiesta, a marzo la direzione avrebbe nascosto la diffusione del virus. Secondo un sindacalista «gli ospiti morivano e dicevano che erano solo bronchiti», mentre il 3 marzo professor Luigi Bergamaschini, geriatra della Statale che lavorava da cinque anni nella struttura, era stato sospeso (è rientrato in servizio il 25 marzo) per aver autorizzato l’uso delle mascherine chirurgiche al suo personale a cui successivamente era stato stato vietato di indossarle.

«AL PAT 70 DECESSI, NEL 2019 ERANO STATI 52»

Al Pio Albergo Trivulzio «i decessi sono 70, l’anno scorso erano 52», ha risposto l’assessore lombardo al Welfare Giulio Gallera ad Agorà. «Chiaramente ogni decesso in più fa male ma siamo in una fase più o meno uguale a quella di tante realtà milanesi, anzi forse più contenuta in numeri percentuali». Sul tema delle mascherine, ha aggiunto, «noi abbiamo subito dato delle indicazioni sull’utilizzo, è chiaro che nelle strutture private devono essere fornite dal gestore». L’assessore sempre riguardo la gestione delle Rsa ha chiarito: «Abbiamo chiesto di ospitare pazienti Covid in maniera volontaria soltanto a quelle autonome sia dal punto di vista strutturale sia organizzativo, ossia con aree totalmente separate dagli altri ospiti e con personale dedicato. A Bergamo gli ospedali non avevano più la possibilità di accogliere nessuno. La strategia è stata quella di svuotare gli ospedali che ogni giorno ricevevano più di 150 pazienti in Pronto soccorso e non sapevano più dove metterli, ma in condizione di assoluta separatezza rispetto agli altri ospiti. Questo è scritto nero su bianco nelle delibere regionali e che ha salvato la vita alle persone».

AVVIATA UNA PRATICA DAL MINISTERO

E mentre la renziana Teresa Bellanova si è augurata parlando a Radio Capital, una volta passata l’emergenza, l’istituzione di una commissione d’inchiesta sulle case di riposo e gli ospizi, il Pio Albergo Trivulzio – da cui partì l’inchiesta di Mani Pulite – potrebbe essere presto oggetto di ispezioni. Lo ha annunciato il viceministro alla Salute Pierpaolo Sileri. Il ministero ha infatti aperto una pratica sulla vicenda ed è in attesa sia di una valutazione dei Nas sia di una risposta da Regione Lombardia.

PREOCCUPAZIONE PER LE RSA DI CORVETTO

Ma il Pat non è certo un caso isolato. Sempre a Milano c’è preoccupazione per la Casa per coniugi di via del Cinquecento, a Corvetto. Insieme con la Ras Virgilio Ferrari di via dei Panigarola, è considerata un focolaio. «Non abbiamo più tempo né voce. Stanno morendo tutti. Lì dentro ci sono persone ancora sane! Salviamole», è l’appello dei parenti degli ospiti pubblicato da Il Giorno. Nelle due strutture il numero di decessi è salito a 102, 53 nella prima e 49 nella seconda. Solo a 10 è stato effettuato il tampone risultato poi positivo.

NELLA BERGAMASCA POCHI TAMPONI E PERSONALE MALATO

Non cambia lo scenario nella Bergamasca. Erano 150 gli anziani ospiti alla Fondazione Sant’Andrea a Clusone: nell’ultimo mese ne sono morti 52. Un terzo se li sarebbe portati via il coronavirus anche se nessun referto li ha mai identificati come Covid-19 positivi perché «qui non è venuto nessuno a fare i tamponi», ha raccontato all‘Ansa una infermiera della struttura che ora attende anche l’arrivo di pazienti Covid-19 dimessi dagli ospedali. Da fine febbraio «abbiamo mandato via in ambulanza quattro ospiti: stavano troppo male. Non sono più tornati indietro. Solo a loro sono stati fatti i tamponi e sono gli unici contagi da coronavirus di cui abbiamo la certezza». Ma per l’infermiera i sintomi degli anziani deceduti nella struttura erano chiari: «Febbre alta, oltre i 39, crisi respiratorie improvvise con saturazione che crollava a 50 e che nemmeno con l’ossigeno si riusciva a riportare» nella norma. Anche tra il personale sanitario il numero dei contagi è allarmante: «Tra i 12 infermieri, 8 contagiati. Su 4 medici, 3 positivi» compreso «il direttore sanitario». Lentamente stanno guarendo o uscendo dalla quarantena e torneranno operativi. Alla Sant’Andrea potrebbero arrivare anche 17 pazienti Covid-19 dimessi dall’ospedale: «Ci hanno detto che saranno di tutte le età e che sono già al secondo tampone, spero che questa cosa avvenga il più tardi possibile per non rischiare di compromettere nessun ospite in struttura».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Vademecum anti-spudorati per il dopo emergenza

Quando l'epidemia sarà passata, lo scontro politico tornerà feroce. E andranno ricordati coloro che hanno sempre sostenuto la Sanità privata a scapito di quella pubblica. Che hanno governato per 20 anni la Lombardia. Che si sono vantati di essere amici di Orban. Non possiamo dare in mano il Paese a chi ha prodotto danni tanto irreversibili.

Passerà, perché passerà anche questa nuttata, e lo scontro politico dopo l’emergenza Covid-19 riprenderà con maggiore ferocia.

Ovviamente tutti hanno diritto di parlare. Alcune forze politiche, ammettendo i propri errori, possono però legittimamente dire con chi non si vuol parlare. Fornisco un piccolo vademecum.

CHI HA SOSTENUTO LA SANITÀ PRIVATA A SCAPITO DI QUELLA PUBBLICA

Non bisogna parlare con i sostenitori della sanità privata da finanziare come se non meglio di quella pubblica. Non bisogna parlare con i detrattori del Sud. Oggi un giornale di destra proponeva un lanciafiamme per un assembramento napoletano (sbagliatissimo), e non per uno contemporaneo genovese.

LEGGI ANCHE: Ora emerge l’Italia degli eroi e quella dei buffoni

Non bisogna parlare con quelli del «Sud palla al piede». Roma ha più ospedali Covid-19 di Milano. Al Cotugno di Napoli non è morto un medico. L’idea del professor Paolo Ascierto sugli antiartritici è stata geniale, il contributo che Ilaria Capua sta dando per pacificare scientificamente il Paese è ascoltabile su tutte le reti tivù. Nel team dell’università di Pittsburgh che sta sperimentando un vaccino c’è anche un ricercatore italiano, Andrea Gambotto, che lavora negli Usa da 25 anni ma che è originario di Bari. Ha studiato nel mio liceo scientifico e non vede l’ora di tornare a visitare i suoi genitori e di andare al San Nicola per tifare «la Bari».

NON DIMENTICHIAMO CHI PER 20 ANNI HA GOVERNATO LA LOMBARDIA

Non bisogna parlare con quelli che la bandiera nazionale volevano usare come carta igienica. Non bisogna parlare con chi da 20 anni governa la Lombardia e ora si lamenta con quel povero disgraziato di Giuseppe Conte che deve mette mano a due decenni di malgoverno. Non bisogna parlare con chi voleva cacciare i migranti per poi scoprire che quest’anno non si faranno raccolti perché i ragazzi della Lega sono con Matteo Salvini in birreria e senza senegalesi nei campi si resta senza frutta e pomodori. Non si parla con chi ha votato in parlamento che una certa disinvolta signorina era la nipote di Mubarak e ora protesta sulla “qualunque” (vero Giorgia Meloni?). Non si parla con gli amici di Viktor Orban. Siamo e restiamo democratici.

LEGGI ANCHE: Con questa Europa no, ecco la bandiera della sinistra

Insomma siamo in una fase in cui i partiti politici devono fare una grande autocritica (la sinistra lo fa da anni e se se lo dimentica ci pensa Pigi Battista a guardare agli errori della sola sinistra). Una stampa libera può ricordare a ciascuno le maggiori contraddizioni. L’obiettivo? Dire agli italiani: «Non date il Paese in mano a chi ha prodotto sul piano culturale, politico e sociale danni tanto irreversibili».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Nuova impennata di contagiati in Lombardia dopo il trend in discesa

Aumento di 2.500 casi in un giorno giovedì 26 marzo. Erano stati 1.643 mercoledì e 1.942 martedì. Invertita la tendenza. Il governatore Fontana: «Vedremo se è un caso eccezionale, sono preoccupato».

I buoni segnali di appiattimento della curva del contagio hanno avuto una brusca frenata. Che arriva dalla Lombardia. Mentre infatti a livello nazionale l’aumento dei casi di coronavirus sembrava aver rallentato, nella regione epicentro si è registrata un’improvvisa nuova impennata il 26 marzo, come annunciato dal governatore Attilio Fontana: «I numeri purtroppo non sono molto belli, il dato dei contagiati è aumentato un po’ troppo rispetto alla linea dei giorni scorsi».

FATTO ECCEZIONALE O TREND TORNATO IN AUMENTO?

In particolare la crescita è stata di 2.500 persone infettatate. Mercoledì 25 gli infettati erano stati 1.643 più di martedì, quando i nuovi casi erano stati 1.942. Ora l’accelerata in controtendenza. Dovuta a cosa? «Dovremo valutare se è un fatto eccezionale determinato da qualche episodio particolare o se è un trend in aumento, il che sarebbe un po’ imbarazzante», ha detto Fontana.

FONTANA: «PERSONALMENTE SONO PREOCCUPATO»

Il presidente della Regione ha spiegato che «non sono ancora state fatte analisi» su quali zone siano più colpite. «Non so se è arrivato il picco o se ci è sfuggito qualcosa, queste valutazioni spettano ai tecnici, io posso solo dire che personalmente sono preoccupato».

EFFETTI DELLE MISURE FRA QUALCHE GIORNO

Fontana in collegamento con Uno Mattina ha detto che «secondo gli esperti dovrebbero iniziare a vedersi gli effetti» delle norme restrittive «tra qualche giorno». O almeno «questo è l’auspicio, la nostra speranza». Il governatore ha ripercorso gli eventi delle settimane precedenti: «Teniamo conto che fino alla notte in cui ci fu la la famosa “fuga di Milano” la gente non si era resa conto che stava iniziando, anzi che eravamo già nel pieno di una guerra, continuava a vivere come prima e non aveva modificato il proprio stile di vita. Dopo si capì che bisognava prestare attenzione».

FRECCIATA DEL PRESIDENTE LOMBARDO AL GOVERNO

Infine una frecciata al governo: «Purtroppo io dico che se avessimo iniziato fin da subito con delle misure drastiche, magari spaventando un po’ la gente ma rendendola cosciente di ciò che stava succedendo, forse saremmo arrivati prima».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La sanità privata pagata da noi: qui cade il modello Lombardia

Lo spostamento di risorse pubbliche a favore di strutture private che ha garantito una sanità efficiente in tante patologie ma mostra la propria fragilità nel male del nostro tempo, le epidemie. Il tema va rovesciato. I privati si facciano pagare dai privati, il pubblico lo paghiamo noi.

Accanto alla Grande guerra contro il virus si stanno combattendo molte guerricciole, tutte legittime, alcune ricche di senso, altre miserabili. Non sono guerre segrete perché si svolgono alla luce del sole, in televisione, sui quotidiani di carta, sui social.

La prima guerra, insisto legittima, è contro il governo Conte. Al presidente del Consiglio si rimprovera tuttora il fatto di aver scaricato Matteo Salvini (peraltro auto-capottato) e aver scelto il campo avverso. Non gliel’hanno perdonata né quelli che sono stati fatti scendere dalle loro poltrone né i cerchiobottisti ormai pronti al patto con Salvini e sempre in agitazione quando vedono pezzi di sinistra ex Pci vicini al governo. Al governo viene rimproverato tutto, anche di prendere le decisioni che i suoi critici invocavano, spesso in contraddizione con le loro prese di posizione precedenti.

Campione di questa guerricciola è il mitico Salvini, l’uomo che sostiene tutte le posizioni nel disperato tentativo di azzeccare il tempo giusto per quella buona. Ma anche qui non manca il contributo di intellettuali titolati che, fra lamenti sopra la laboriosità dei lombardi messa a confronto con l’inettitudine dei meridionali (campionessa di questa sciocchezza è la nota nordica Barbara Palombelli), si addentrano in analisi antropologiche che per fortuna i fati smentiscono, a parte l’errore di massa di    quei ragazzi tornati al Sud tutti in una volta.

TUTTI VORREBBERO MISURE CHE NON TOCCHINO LA VITA PRIVATA

Il grande tema, ed è un grande tema, ora riguarda la libertà di movimento. In mezzo ci si è messo pure un appello golpista di un certo comandante Alfa che andrebbe sottoposto al Tso. Tutti vorrebbero misure che non incidano sulla propria vita privata. Ci sono quelli che vanno a trovare i nipotini, che vanno in due a fare la spesa, che fanno jogging, che fanno quello che gli parte ma che si lamentano se vedono gli altri fare lo stesso. Ora il governo ha deciso una “stretta”, io sarei stato per il coprifuoco, e tutti urlano al rischio democratico. L’HP ha preso questa bandiera che sventola con irresponsabilità.

Questi democratici della domenica che volevano i pieni poteri, che parlavano con i cittadini attraverso Facebook (mentre Conte non lo può fare) mostrano di non aver capito: la democrazia non è in pericolo

La mia opinione è che se non si chiude per davvero, il virus non lo fermiamo. Già il 22 marzo abbiamo avuto qualche timido segnale, che potrebbe essere subito smentito, frutto di chiusure recenti. Fra 10 giorni potrebbe andare meglio. Ma è a rischio la nostra libertà? Questi democratici della domenica che volevano i pieni poteri, che parlavano con i cittadini attraverso Facebook (mentre Conte non lo può fare) mostrano di non aver capito una sola cosa: la democrazia non è in pericolo. Una volta Giulio Andreotti, di fronte a chi gli agitava la minaccia di un colpo di Stato, rispose: «Non è possibile, non c’è lo Stato». Io, più modestamente, credo di conoscere gli apparati di forza e se c’è qualcuno a cui possano venire cattive idee, in sono 10 pronti ad arrestarlo.

LA LOMBARDIA DOVRÀ CAMBIARE MODELLO SANITARIO

L’altra guerricciola si svolge sul fronte lombardo. È difficile negare, lo ha raccontato bene Selvaggia Lucarelli, che quella regione paghi il prezzo di come è stata amministrata e di come è governata oggi. Poi ci sono cose strutturali, ci sono più fabbriche, più densità di popolazione, aria più inquinata. Tuttavia è del tutto evidente che la classe dirigente leghista che tutti, dico tutti, avevamo apprezzato, questa volta è stata al di sotto dei suoi compiti. Lamentosa, inetta e soprattutto poco libera.

Arrivo delle ambulanze all’ospedale Bolognini di Bergamo.

In Lombardia si sta combattendo un’altra battaglia che è una battaglia italiana. L’ha capito Bruno Vespa quando ha vergognosamente attaccato le Ong fra cui Gino Strada e Medici senza frontiere. Vespa sa quel che vuole un certo mondo e lo racconta, ovviamente gratuitamente. Il “modello lombardo” è lo spostamento di risorse pubbliche a favore del privato che ha garantito una sanità efficiente in tante patologie ma che mostra la propria fragilità nel male del nostro tempo, le epidemie. Il tema va rovesciato. I privati si facciano pagare dai privati, il pubblico lo paghiamo noi. La Lombardia non può pensare di uscire da questo dramma con lo stesso sistema sanitario immaginato da Roberto Formigoni e magari rilucidato da Guido Bertolaso.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

I sindaci del Bergamasco chiedono a Conte una nuova stretta

L'appello di 243 primi cittadini al capo del governo e a Fontana: «È arrivato il momento di fermarci, ma per davvero. Non lasciateci soli».

«È arrivato il momento di fermarci, ma per davvero. Confidiamo in voi»: è l’appello firmato dai 243 sindaci dei Comuni bergamaschi, a partire dal primo cittadino di Bergamo Giorgio Gori, inviato al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e al governatore lombardo Attilio Fontana. «Al momento», spiegano, «riteniamo che l’adozione di coraggiosi nuovi provvedimenti restrittivi possa rappresentare l’unica ed auspicabile soluzione per una tragedia che sembra oggi, che i contagi aumentano inesorabili, non avere fine».

LETTERA FIRMATA DA SINDACI DI TUTTI I PARTITI

La lettera è firmata anche dal presidente della Provincia di Bergamo Gianfranco Gafforelli e dai primi cittadini di tutti i partiti politici: «La situazione che si vive nell’intera Regione Lombardia assume ormai i connotati dalla tragedia e questo è ancor più evidente purtroppo nella nostra provincia di Bergamo che in questi giorni sta vedendo morire tanti uomini e donne e cancellare intere generazioni, senza nemmeno poter dare un degno saluto». «Con questa nota», si legge nella lettera, «si vuole rimarcare la necessità condivisa e trasversale di una effettiva presa di coscienza della drammaticità del momento anche per chi non vive questa Provincia. Chiediamo, auspichiamo e sollecitiamo quindi un intervento maggiormente coercitivo che imponga nuove restrizioni: con i dati che tutti conosciamo non è pensabile che ancora oggi ci si debba basare sul buon senso dei cittadini chiamati a rispettare regole soggette alle più varie interpretazioni».

L’adozione di coraggiosi nuovi provvedimenti restrittivi è l’unica ed auspicabile soluzione per una tragedia che sembra oggi, che i contagi aumentano inesorabili, non avere fine

I sindaci si dicono «consapevoli dell’importante presenza di attività produttive in Regione Lombardia che grande e operosa hanno fatto la nostra terra, e siamo consapevoli che maggiori restrizioni potrebbero comportare gravi conseguenze economiche, ma al momento tutto questo appare necessario per salvare delle vite e per tutelare il valore primario della salute che non può che precedere quello pur sacrosanto del mercato economico». «Al momento riteniamo che l’adozione di coraggiosi nuovi provvedimenti restrittivi possa rappresentare l’unica ed auspicabile soluzione per una tragedia che sembra oggi, che i contagi aumentano inesorabili, non avere fine. I movimenti sul territorio sono ancora troppi, e molti inesorabilmente costituiscono un vettore per questo virus».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Treno deserto e mascherine: il Milano-Ventimiglia con l’ansia da coronavirus

Stazione Centrale deserta. Come l'Intercity, solitamente stipato. Non si vede passare nessun controllore, né in Lombardia né in Liguria. I pochi passeggeri sperano per 4 ore che nessuno tossisca, prima di respirare a pieni pomoni l'aria del mare. Il racconto.

Non si fa mai caso a quanto possano rimbombare i passi nella stazione Centrale di Milano. Un suono sordo e grave. Lo stesso che si avverte attraversando le navate di una chiesa.

Venerdì mattina. Ore 9. L’edificio è totalmente immerso nel silenzio. Proprio come una basilica. Ed è straordinariamente vuoto. «Qui tutto bene. Sono sola.

Si sente ovunque un forte odore di disinfettante», dice una donna parlando al telefono, probabilmente per tranquillizzare la famiglia. «Non penso che questa stazione sia mai stata così tirata a lucido dalla sua inaugurazione».

QUATTRO ORE CON LA PAURA CHE IL VICINO DI POSTO TOSSISCA

Da quando è apparso, il coronavirus ha stravolto in modo impensabile le nostre vite. Anche un semplice viaggio in treno di quattro ore lo si affronta ora con un po’ di preoccupazione. E non per i soliti ritardi o per le cancellazioni, quanto per il timore di finire in un vagone in cui qualcuno tossisca.

La stazione centrale di Milano deserta (foto C.T).

In treno, a quanto pare, non vengono rispettate le misure di sicurezza partorite dal pool di scienziati cui si affida il governo. Niente distanza minima di un metro, il posto accanto è a meno di 30 centimetri e se il vicino è raffreddato e starnutisce, si deve resistere fino alla fine del viaggio. Eppure un messaggio audio in doppia lingua – italiano e inglese – invita ogni tanto i passeggeri ad attenersi alle 10 regole di igiene varate per contenere l’epidemia. Al gate della Stazione Centrale, in compenso, l’addetto se ne sta ben lontano dai passeggeri. E, rispettando diligentemente le direttive sulla distanza di sicurezza, non controlla altrettanto diligentemente la validità del titolo di viaggio che gli viene mostrato.

Pochi i viaggiatori e molti portano la mascherina (foto C.T).

Non che la promiscuità, in questo periodo, sia un reale problema. Il treno Intercity Milano – Ventimiglia è praticamente vuoto. Forse perché attraversa ben due zone gialle, quella lombarda e quella savonese. Sulla stessa tratta, coperta anche dal francese Thello che arriva da Marsiglia, diverse settimane fa, prima che il contagio dilagasse anche in Francia, i controllori d’Oltralpe avevano ottenuto dalla compagnia il permesso di poter scendere prima del confine, lasciando il posto ai colleghi italiani.

L’ESODO DEI LOMBARDI IN LIGURIA PARE UN RICORDO

Una situazione surreale. Com’è surreale ritrovarsi praticamente soli su un treno di norma affollato da lombardi che trascorrono il week end al mare. A bordo si incontra invece la polizia, due agenti che percorrono il convoglio da un capo all’altro. «Non avevo mai visto questo treno così vuoto», racconta a Lettera43.it Claudia, laureanda di 23 anni. Figura esile, premuta sul finestrino quasi a non volere respirare l’aria della carrozza, «in genere siamo uno sull’altro». «Fa davvero uno strano effetto», continua. «Ho notato che per strada la gente se può ti gira al largo». Alla fine anche lei si è decisa a usare una mascherina. «Sì», ammette arrossendo, «avevo paura di affrontare un viaggio simile, nella calca, senza alcuna protezione. Non immaginavo certo che non avrei trovato nessuno». Resta un po’ in silenzio e poi aggiunge: «Se posso evito i mezzi pubblici. In questi giorni macino chilometri per Milano. E se la prossima settimana non avessi il rogito dal notaio, resterei a Genova. Ma con il mio fidanzato stiamo mettendo su famiglia…».

Una carrozza dell’Intercity Milabo-Ventimiglia (foto C.T).

GLI EFFETTI DEL CORONAVIRUS NELLA VITA QUOTIDIANA

La psicosi ha colpito anche la vita del suo ragazzo. «La scorsa settimana ha chiamato il suo dentista per fissare la data di un intervento. Quando ha detto che veniva da Milano non volevano prendere la prenotazione. Ha dovuto insistere e ricordare che non proviene dalla zona rossa».

LEGGI ANCHE: Cosa insegna il coronavirus: storia di una pediatra di Codogno

Saltato anche il viaggio che si erano regalati per la laurea: «Saremmo dovuti andare a Praga. Una settimana prima Ryanair ci ha comunicato che tutti i voli sono stati cancellati. Abbiamo avuto il rimborso del biglietto ma non ci hanno restituito i 40 euro di assicurazione che avevamo stipulato a parte». «Almeno», sottolinea con tono di rivalsa, «ora i prezzi di alberghi e voli sono crollati: ho già prenotato le vacanze per dicembre in Sud America spendendo meno della metà del solito e con la clausola che se salta il volo questa volta il rimborso sarà totale. Perché prima o poi tutto questo passerà», sbuffa.

NUOVE PSICOSI E VECCHI PREGIUDIZI

Il coronavirus è poi terreno fertile in cui germinano vecchi pregiudizi. « Io non sono razzista», aggiunge un viaggiatore sulla sessantina salito a Genova, avvolto in un voluminoso giaccone mimetico, berretto di lana calato fin sugli occhi, «ma hanno fatto entrare cinesi, cani e porci e ora l’effetto è quello».

L’atrio della Centrale di Milano (foto C.T).

«Vivo a pochi chilometri dal confine», fa notare quasi a volere giustificare la sua netta presa di posizione, «so bene che quando provano a mettere piede in Francia i gendarmi li fermano e li rimandano tutti da noi. Io se vado in altri Paesi devo avere il documento o non entro. Le regole vanno rispettate». Dicendolo, attira su di sé per qualche istante l’attenzione degli altri pochi viaggiatori, che annuiscono senza fiatare. Poi riprendono a chiacchierare tra loro a bassa voce.

LEGGI ANCHE: Il Covid-19 insegna che c’è sempre uno più “giallo” di te

I rumori come le parole vengono ulteriormente ovattati dalle mascherine ben premute su naso e bocca. Tutti sperano che il viaggio si concluda il prima possibile per tornare a respirare a pieni polmoni all’aria aperta, l’aria del mare. Il treno è stranamente in perfetto orario nonostante sia una tratta tristemente nota per i ritardi. «Una mezz’ora in più, come minimo, ci vuole sempre», dice ancora Claudia, che intanto è arrivata alla sua fermata e tanto basta per farle riacquistare un sorriso ottimista. Invece l’Intercity spacca il secondo. L’altro aspetto insolito è l’assenza di controllori: in genere se ne vedono due, uno in Lombardia e uno in Liguria. Non passano solo quando il treno è molto in ritardo e la gente molto arrabbiata. O durante i viaggi al tempo del coronavirus.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Perché dopo una settimana l’emergenza coronavirus non accenna a diminuire

I contagi continuano ad aumentare, così come i decessi. Secondo l'Iss prima di vedere gli effetti delle misure di contenimento occorre aspettare almeno altri 10 giorni. Regione Lombardia consiglia agli over 65 di non uscire di casa. Gli aggiornamenti.

I contagi aumentano. Così come le vittime. Il bilancio dell’emergenza italiana coronavirus segna oltre 1500 malati e 41 morti. Più di 980 solo in Lombardia, dove è risultato positivo l’assessore regionale allo Sviluppo sostenibile Alessandro Mattinzoli e tutta la Giunta è stata sottoposta ai test.

L’accelerazione dei contagi era attesa, ha spiegato Giovanni Rezza dell’Istituto superiore di Sanità. Se si cosidera che il tempo di incubazione va dai 5,6 giorni a un massimo di 14 e che le misure di contenimento sono state messe in atto solo una settimana fa, per vederne i primi effetti è necessario aspettare almeno un’altra settimana, 10 giorni.

LA REGIONE LOMBARDIA CONSIGLIA AGLI OVER 65 DI NON USCIRE

A Milano ci si sforza di vivere come sempre. Se le scuole resteranno chiuse fino all’8 marzo, il Duomo ha riaperto al pubblico ma solo con numeri contingentati di visitatori. Mentre la Regione ha invitato gli over 65 a non uscire di casa. «È vero che la patologia ha una grossa diffusione ma il 50% la supera senza accorgersene e il 40% non ha gravi problemi», ha detto l’assessore al Welfare Giulio Gallera. «Però c’è un 10%, che è quello che va in terapia intensiva, e sono quasi tutte persone che hanno più di 65 anni. Quindi invito gli anziani a uscire il meno possibile nelle prossime due o tre settimane».

AL LAVORI PER AUMENTARE I POSTI IN TERAPIA INTENSIVA

A preoccupare è la tenuta del sistema ospedaliero, soprattutto in Lombardia. Dei 900 posti di terapia intensiva, 121 sono stati destinati ai pazienti con coronavirus. Ora si stanno recuperando altri 50 posti, ha detto Gallera, ed è stato chiesto un aiuto al privato accreditato. «Il sistema c’è, è un sistema che sta reagendo molto bene, ampio e solido», ha assicurato l’assessore. «È chiaro che questo incalzare così imponente della malattia ci sta mettendo a dura prova».

«IL SISTEMA PUÒ REGGERE ANCORA PER POCO»

L’allarme arriva dagli anestesisti e rianimatori. In Lombardia ci sono appena una decina di posti letto liberi in rianimazione, fanno sapere, e il «personale è al lumicino». A fotografare la situazione delle terapie intensive in regione è stato Alessandro Vergallo, presidente della Società degli anestesisti e rianimatori ospedalieri italiani (Aaroi-Emac), durante Radio1 Giorno per Giorno. «Il sistema può reggere ancora pochissimo, ha ribadito. «In poche ore», ha detto, «la situazione si è aggravata terribilmente in Italia». In Lombardia, in particolare, «i posti liberi in terapia intensiva si contano sulle dita di due mani. «Il margine di compensazione che c’era fino a un paio di giorni fa si sta riducendo drammaticamente Per far fronte all’emergenza, «è apprezzabile l’offerta di disponibilità di altre regioni, ma in questa fase credo si possa intervenire prima e più efficacemente ricorrendo ai posti di rianimazione delle strutture private». Quanto alla situazione del personale nei reparti di terapia intensiva, secondo Vergallo, «in Lombardia siamo al lumicino: sono state annullate ferie e recuperi, si soprassiede alle normative sui riposi».

PRIMO CONTAGIO DI RITORNO IN CINA

Intanto, come già accaduto con l’Africa, si registra il primo caso di «contagio da ritorno» tra Italia e Cina. La commissione sanitaria della regione dello Zhejiang, scrive il Global Times, ha riferito la positività di una 31enne rientrata da Milano il 28 febbraio.

I SINDACATI: «PER IL LAVORO TUTTA LA LOMBARDIA È ZONA ROSSA»

Anche sul versante economico il quadro è tutt’altro che roseo. «Per l’economia e il lavoro la Lombardia è tutta zona rossa. Le misure del governo sono solo un piccolo primo passo, del tutto insufficiente», hanno sottolineato i segretari regionali della Lombardi di Cgil, Elena Lattuada, della Cisl, Ugo Duci, e della Uil, Danilo Margaritella, commentando i provvedimenti per contrastare i danni provocati sull’economia dal coronavirus. «Pur giudicando positivamente lo sblocco delle risorse regionali per accedere, previo accordo tra le parti e con la Regione, all’utilizzo della cassa Integrazione in deroga, riteniamo del tutto insufficiente quanto approvato in queste ore dal governo». Per questo, aggiungono i sindacati, «continuiamo a ritenere che l’intera regione, in quanto colpita in modo esteso da chiusure e sospensioni di attività in molti settori, debba poter beneficiare degli strumenti a protezione del lavoro che sono stati previsti nei Comuni della zona rossa, di misure a sostegno delle imprese e dell’economia regionale e di misure universali per i lavoratori e le lavoratrici, a prescindere dalla tipologia del loro rapporto di lavoro, dipendente o indipendente».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Coronavirus in Lombardia: accertamenti su un dipendente regionale

Ha avuto contatti con l'unità di crisi che sta coordinando l'emergenza. Annullata la conferenza stampa con il governatore Fontana.

La minaccia del coronavirus arriva fino all’interno di Palazzo Lombardia. Il punto quotidiano previsto per il tardo pomeriggio è infatti slittato e la sala stampa è stata “evacuata”: i giornalisti che aspettavano l’inizio della conferenza stampa con il presidente della Regione Attilio Fontana sono stati fatti uscire.

Poiché sono in corso «verifiche sanitarie», spiega un comunicato dell’ufficio stampa di Regione Lombardia, «su un dipendente regionale che ha avuto contatti con l’unità di crisi che sta coordinando l’emergenza coronavirus, in ottemperanza alle linee guida del ministero della Salute, la conferenza stampa viene annullata».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Coronavirus, il primario del Sacco: «Il contagio asintomatico è possibile»

Lo conferma Massimo Galli, esperto di malattie infettive. Anche se non è ancora chiaro come possa avvenire la trasmissione in assenza di manifestazioni come la tosse.

Sei contagiati in Lombardia, di cui uno – un 38enne di Codogno primo a presentare i sintomi – in gravi condizioni. Duecentocinquanta persone in isolamento e in attesa del test. Sono i primi numeri del coronavirus registrati nel Lodigiano.

Tutto sarebbe partito da un amico del 38enne rientrato dalla Cina il 21 gennaio che però non aveva presentato sintomi se non un leggero malessere influenzale e che ora si trova all’ospedale Sacco di Milano in attesa dei risultati del test.

LEGGI ANCHE: Coronavirus in Lombardia, le misure per contenere il contagio

E proprio il primario del Sacco ed esperto di malattie infettive Massimo Galli ha confermato all’Ansa che è tecnicamente possibile il contagio asintomatico, anche se resta da capire come possa avvenire. «Il contagio asintomatico è tecnicamente possibile, anche se non abbiamo informazioni sul modo in cui la liberazione del virus possa avvenire in una fase asintomatica», ha spiegato. «Al momento dalla letteratura scientifica non abbiamo notizie chiare e definite sul modo in cui avvenga la trasmissione asintomatica, ad eccezione di qualche singolo caso», ha aggiunto Galli. Il problema è riuscire a capire come le particelle virali possano essere disperse nell’ambiente in assenza di manifestazioni come la tosse.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Coronavirus, primo contagio in Lombardia

Un 38enne è ricoverato all'ospedale di Codogno, nel Lodigiano. Ed è risultato positivo al test. Le sue condizioni sono gravi. Aveva cenato con un amico tornato dalla Cina.

C’è il primo contagio da coronavirus in Lombardia. Un 38enne è ricoverato in terapia intensiva all’ospedale di Codogno, nel Lodigiano, dopo essere risultato positivo a un primo test. «Sono in corso le controanalisi a cura dell’Istituto Superiore di Sanità», ha detto l’assessore al Welfare della Regione Giulio Gallera aggiungendo che l’italiano «è ricoverato in terapia intensiva all’ospedale di Codogno i cui accessi al Pronto Soccorso e le cui attività programmate, a livello cautelativo, sono attualmente interrotti».

L’uomo si è presentato giovedì nella struttura. Aveva cenato con un amico tornato dalla Cina a fine gennaio che è stato individuato ed è stato sottoposto ad analisi. Le autorità sanitarie stanno ricostruendo i movimenti dell’uomo e avviando le procedure di quarantena per chi è entrato in contatto con lui, familiari e infermieri. Al momento le sue condizioni sono giudicate molto gravi.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Nomine, tra nodo stipendi e possibile digiuno leghista a Milano

Al top delle classifiche Descalzi, Del Fante e Starace. Fanalino di coda Morelli di Mps che guadagna 466 mila euro. E nelle milanesi Curci, ad di Fiera, quasi doppia quello di A2a Camerano. Intanto il Carroccio rischia di rimanere escluso nella sua Lombardia.

Tempo di nomine nelle aziende partecipate, ma anche in due controllate strategiche del Comune di Milano, come Fiera Milano e A2a.

Tra meno di un mese saranno presentate le liste per i nuovi consigli d’amministrazione di Eni, Terna, Poste, Leonardo, Mps e molte altre controllate dal ministero dell’Economia e da Cdp.

Oltre al peso politico nelle nomine, sul tavolo anche gli stipendi degli amministratori delegati, annuale oggetto di studio da parte di Mediobanca.

SUL TAVOLO GLI STIPENDI DEGLI AD

La banca milanese evidenziava lo scorso dicembre come in Italia un dirigente guadagni in media circa 220 mila euro. Ma gli amministratori delegati delle società arrivano a percepire in media 849 mila euro, con una punta massima nelle società pubbliche di oltre 6 milioni. I dati dell’ultimo rapporto di piazzetta Cuccia sulle remunerazioni dei board delle società italiane prendono in considerazione i compensi 2018 di 230 imprese con sede in Italia e quotate in Borsa. Mediobanca non cita i nomi, ma sul sito del Mef si possono trovare comunque le remunerazioni. Claudio Descalzi, ad Eni (6,456 milioni), è tra i manager più pagati. In Poste Italiane, l’amministratore delegato, Matteo del Fante, si avvicina ai 6 milioni, mentre quello di Enel Francesco Starace arriva a 5,03 milioni di euro. Particolare il caso dell’amministratore delegato di Mps Marco Morelli, il cui stipendio nel 2018 è stato di 466.250 euro. Passando alle partecipate milanesi, ben diversa la situazione di A2a e Fiera. Nella municipalizzata dell’energia l’ad Luca Valerio Camerano arriva a uno stipendio di 980 mila euro, in Fiera il suo omologo Fabrizio Curci tocca quota 1,7 milioni di euro, calcolando anche i 460 mila euro previsti per il piano di incentivazione azionaria. 

CURCI MIRA ALLA RICONFERMA

Curci, nominato nel 2017 amministratore delegato da Giovanni Gorno Tempini, attuale presidente di Cdp, con l’endorsement del sindaco di Milano Giuseppe Sala, mira alla riconferma. Come anche la maggior parte degli altri amministratori delegati. E gli attori in capo sono sempre gli stessi. Gorno infatti avrà voce in capitolo sulle nomine a livello nazionale, mentre sul piano regionale lombardo bisognerà capire le mosse di Enrico Pazzali, chiamato alla guida della Fondazione Fiera Milano nell’estate 2019 dal governatore Attilio Fontana, che lo ha voluto vincendo i dubbi degli stessi leghisti memori dei suoi molteplici precedenti cambi di casacca. A quanto pare proprio Pazzali starebbe facendo asse con Sala per una riconferma di Curci. Con buona pace della Lega, totalmente esclusa da questo giro di nomine non solo a livello nazionale ma persino nella Regione che amministra.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Come le cosche mafiose sono ancora padrone in Lombardia

Nonostante indagini e arresti, le infiltrazioni proliferano. La 'ndrangheta del traffico di stupefacenti, il riciclaggio camorrista, le rapine della criminalità pugliese. Ma anche lo sfruttamento sessuale degli albanesi, la droga cinese e le violenze dei latinos. Così la regione rischia di sottovalutare il problema.

Era il 5 luglio 2019 quando il procuratore aggiunto di Milano, Alessandra Dolci, commentava: «Negli ultimi 10 anni, nonostante le indagini e gli arresti, non è cambiato nulla. Le cosche sono ancora padrone del territorio». Parole che portano alla mente territori sanguinari come il Gargano o l’Aspromonte. E invece no: siamo in Lombardia, dove non necessariamente occorre ricorrere alla lupara affinché le mafie dimostrino la loro egemonia.

TERRA DI APPRODO DELLE CRIMINALITÀ

Anzi, come si legge nell’ultima relazione della Direzione investigativa antimafia (Dia), «i sodalizi organizzati più evoluti prediligono ormai da tempo una strategia “di basso profilo” […] che si caratterizza per il forte mimetismo, risultando per questo ancor più pericolosa e soprattutto di difficile individuazione». La regione è ormai terra di approdo non solo per le criminalità nazionali, ma anche per quelle straniere: cinesi, balcaniche, nigeriane e sudamericane.

RISCHIO DI SOTTOVALUTAZIONE DEL PROBLEMA

Come ha spiegato Monica Forte, presidente della commissione antimafia in Lombardia e vicepresidente del coordinamento nazionale, «per molto tempo in regione si è sottovalutata la presenza mafiosa. E questo è un fatto gravissimo. Non so se si tratti di un errore consapevole, ma in ogni caso ha permesso alle mafie di muoversi liberamente». Il risultato è che oggi in Lombardia operano 25 locali di ‘ndrangheta, attivi soprattutto nella provincia di Milano.

DECISI A TAVOLINO I BUSINESS SU CUI PUNTARE

Quel che emerge è una rete asfissiante e quasi scientifica tra le famiglie per via di «una stretta connessione tra i locali presenti e la “casa madre” del crimine reggino, attraverso l’organo di coordinamento delle relazioni e delle attività illecite, giudiziariamente conosciuto come “la Lombardia”». Tutto deciso a tavolino, dunque. Esattamente come il business su cui puntare. A cominciare dal traffico internazionale di stupefacenti.

UNA RETE DA VIBO VALENTIA AL SUDAMERICA

A riguardo tra i più attivi c’è l’efferata famiglia Mancuso di Limbadi (Vibo Valentia), che ha messo su una rete che parte da Colombia e Venezuela per arrivare in Italia, dopo aver attraversato il territorio iberico. Le statistiche, d’altronde, non mentono. Secondo quanto denunciato dalla Direzione centrale per i servizi antidroga, «nel 2018 in Lombardia è stato registrato il 16,02% delle operazioni antidroga svolte sul territorio nazionale, il 7,21 % delle sostanze sequestrate e il 14,05% delle persone segnalate all’Autorità giudiziaria».

LOMBARDIA UTILIZZATA COME “LAVATRICE”

Non si pensi, però, che mafia e camorra non siano presenti sul territorio lombardo. Soprattutto nel riciclaggio dei grandi introiti illegali provenienti spesso da Sicilia o Campania. In questo caso, dunque, la Lombardia viene utilizzata come “lavatrice” anche grazie ai rapporti illeciti con imprenditori e pubblica amministrazione. Né si disdegnano i cosiddetti crimini “pendolari”, fronte su cui la concorrenza con i pugliesi è molto forte. «Oltre che negli stupefacenti», si legge non a caso nella relazione della Dia, «i gruppi pugliesi sono attivi nel traffico di armi e nelle rapine ai danni di caveau, depositi e furgoni blindati».

MAFIA PUGLIESE SPECIALIZZATA IN ASSALTI E RAPINE

E qui non si scherza: la criminalità organizzata pugliese, infatti, «è da ritenersi tra le organizzazioni più specializzate, efficaci e pericolose a livello nazionale, con la messa a punto di tecniche operative paramilitari negli assalti a bancomat o a furgoni portavalori», spiega la Dda. È la cronaca d’altronde a dimostrarlo. Uno degli ultimi casi risale al 2016, quando a Bollate un commando composto da una decina di banditi armati e travestiti erano riusciti ad impossessarsi di numerosi plichi di preziosi, per un valore di circa 4 milioni di euro.

LA ROTTA OLANDESE DEL NARCOTRAFFICO

La Lombardia è terra di approdo anche per i gruppi stranieri. Diversi anche in questo caso gli ambiti di interesse, ma a spiccare è ancora una volta il narcotraffico. A differenza della ‘ndrangheta, però, in questo caso a essere prediletta (soprattutto dalla criminalità albanese e balcanica) è la rotta olandese: cocaina e hashish arriva in Italia con corrieri spesso italiani assoldati dagli albanesi, attraverso auto appositamente modificate per l’occultamento nelle officine di Rotterdam.

ROMENE SCHIAVIZZATE PER LA PROSTITUZIONE

Ma gli albanesi sono molto attivi anche nella tratta di esseri umani e nello sfruttamento sessuale. A giugno 2019 la Dda di Brescia ha sgominato un’organizzazione che a partire dal 2014, con la promessa di un posto di lavoro, ha trasferito in Italia dalla Romania (in particolare dalle zone rurali più povere) decine e decine di ragazze poi avviate alla prostituzione sulle strade della Bergamasca, «trattate come schiave, private di denaro, della libertà di movimento e della possibilità di poter rientrare nel Paese d’origine».

TRATTA DI MIGRANTI DALL’AFRICA

Stesso discorso per la mafia nigeriana, dominus per quanto riguarda la tratta di migranti provenienti dall’Africa. Con una differenza netta, in questo caso: molto spesso a tenere sotto scacco le giovani ragazze – spesso anche ricorrendo a strumenti di coercizione psicologici come i riti vodoo – sono le donne. Una delle ultime inchieste è stata Glory (dal nome di una delle arrestate, residente a Busto Arsizio): tra le vittime c’erano anche ragazze marchiate a vita con due lame da rasoio, per il giuramento assoluto all’obbedienza una volta arrivate in Italia.

STUPEFACENTI CINESI E PUSHER FILIPPINI

Vista la grande comunità orientale in Lombardia, specie a Milano, attiva è anche la mafia cinese. Negli ultimi anni è cresciuta a dismisura l’importazione di shaboo, il principale stupefacente trattato da questa criminalità, rivenduto poi non solo all’interno della propria comunità, ma anche a italiani tramite una fitta rete di pusher filippini.

BANDE DI LATINOS VOTATE ALLA VIOLENZA

Ma non è tutto. Nell’area metropolitana sono molto attivi anche i pandillas, le bande di latinos composte prevalentemente da giovani di origine ecuadoregna e peruviana, con la sporadica presenza anche di italiani e nordafricani. In questo caso, spiega la Dda, la violenza non è solo uno strumento per il raggiungimento di uno scopo economico, ma un marchio di fabbrica.

COMMISSIONE AD HOC E FONDI PUBBLICI

Non tutto, però, è perduto. Già nella precedente legislatura, ha spiegato ancora la Forte, «la Regione Lombardia si è dotata di una commissione antimafia ad hoc» che ha goduto anche di corposi finanziamenti pubblici, «notevoli rispetto al panorama nazionale e con cui sono stati lanciati numerosi progetti». Uno di questi riguarda proprio la preoccupante presenza delle mafie straniere: «Già da due anni viene finanziato monitoraggio specifico. Ci siamo dati massimo nove mesi di tempo: questo lavoro ci porterà ad avanzare possibili interventi pratici che poi rivolgeremo alla Giunta regionale».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it