Coronavirus: riflettori sulle residenze per anziani e disabili

Pochi tamponi, mancanza di mascherine per il personale, decessi non accertati come Covid-19. La situazione in molte Rsa è drammatica. L'ultimo caso a emergere è stato quello del Pio Albergo Trivulzio di Milano per il quale il ministero della Salute ha avviato una pratica interna.

Accuse di aver insabbiato epidemie, nascosto focolai. E di non aver dotato gli operatori di adeguati presidi sanitari per difendersi dal coronavirus.

Le residenze per anziani e disabili, soggetti più di altri vulnerabili al virus, a un mese dall’esplosione della pandemia finiscono sotto i riflettori.

Lo scenario drammatico emerge dalle pagine di cronaca di tutta Italia. Ultimo il caso del Pio Albergo Trivulzio di Milano, polo da oltre 1300 ospiti, raccontato da Gad Lerner su Repubblica. Secondo l’inchiesta, a marzo la direzione avrebbe nascosto la diffusione del virus. Secondo un sindacalista «gli ospiti morivano e dicevano che erano solo bronchiti», mentre il 3 marzo professor Luigi Bergamaschini, geriatra della Statale che lavorava da cinque anni nella struttura, era stato sospeso (è rientrato in servizio il 25 marzo) per aver autorizzato l’uso delle mascherine chirurgiche al suo personale a cui successivamente era stato stato vietato di indossarle.

«AL PAT 70 DECESSI, NEL 2019 ERANO STATI 52»

Al Pio Albergo Trivulzio «i decessi sono 70, l’anno scorso erano 52», ha risposto l’assessore lombardo al Welfare Giulio Gallera ad Agorà. «Chiaramente ogni decesso in più fa male ma siamo in una fase più o meno uguale a quella di tante realtà milanesi, anzi forse più contenuta in numeri percentuali». Sul tema delle mascherine, ha aggiunto, «noi abbiamo subito dato delle indicazioni sull’utilizzo, è chiaro che nelle strutture private devono essere fornite dal gestore». L’assessore sempre riguardo la gestione delle Rsa ha chiarito: «Abbiamo chiesto di ospitare pazienti Covid in maniera volontaria soltanto a quelle autonome sia dal punto di vista strutturale sia organizzativo, ossia con aree totalmente separate dagli altri ospiti e con personale dedicato. A Bergamo gli ospedali non avevano più la possibilità di accogliere nessuno. La strategia è stata quella di svuotare gli ospedali che ogni giorno ricevevano più di 150 pazienti in Pronto soccorso e non sapevano più dove metterli, ma in condizione di assoluta separatezza rispetto agli altri ospiti. Questo è scritto nero su bianco nelle delibere regionali e che ha salvato la vita alle persone».

AVVIATA UNA PRATICA DAL MINISTERO

E mentre la renziana Teresa Bellanova si è augurata parlando a Radio Capital, una volta passata l’emergenza, l’istituzione di una commissione d’inchiesta sulle case di riposo e gli ospizi, il Pio Albergo Trivulzio – da cui partì l’inchiesta di Mani Pulite – potrebbe essere presto oggetto di ispezioni. Lo ha annunciato il viceministro alla Salute Pierpaolo Sileri. Il ministero ha infatti aperto una pratica sulla vicenda ed è in attesa sia di una valutazione dei Nas sia di una risposta da Regione Lombardia.

PREOCCUPAZIONE PER LE RSA DI CORVETTO

Ma il Pat non è certo un caso isolato. Sempre a Milano c’è preoccupazione per la Casa per coniugi di via del Cinquecento, a Corvetto. Insieme con la Ras Virgilio Ferrari di via dei Panigarola, è considerata un focolaio. «Non abbiamo più tempo né voce. Stanno morendo tutti. Lì dentro ci sono persone ancora sane! Salviamole», è l’appello dei parenti degli ospiti pubblicato da Il Giorno. Nelle due strutture il numero di decessi è salito a 102, 53 nella prima e 49 nella seconda. Solo a 10 è stato effettuato il tampone risultato poi positivo.

NELLA BERGAMASCA POCHI TAMPONI E PERSONALE MALATO

Non cambia lo scenario nella Bergamasca. Erano 150 gli anziani ospiti alla Fondazione Sant’Andrea a Clusone: nell’ultimo mese ne sono morti 52. Un terzo se li sarebbe portati via il coronavirus anche se nessun referto li ha mai identificati come Covid-19 positivi perché «qui non è venuto nessuno a fare i tamponi», ha raccontato all‘Ansa una infermiera della struttura che ora attende anche l’arrivo di pazienti Covid-19 dimessi dagli ospedali. Da fine febbraio «abbiamo mandato via in ambulanza quattro ospiti: stavano troppo male. Non sono più tornati indietro. Solo a loro sono stati fatti i tamponi e sono gli unici contagi da coronavirus di cui abbiamo la certezza». Ma per l’infermiera i sintomi degli anziani deceduti nella struttura erano chiari: «Febbre alta, oltre i 39, crisi respiratorie improvvise con saturazione che crollava a 50 e che nemmeno con l’ossigeno si riusciva a riportare» nella norma. Anche tra il personale sanitario il numero dei contagi è allarmante: «Tra i 12 infermieri, 8 contagiati. Su 4 medici, 3 positivi» compreso «il direttore sanitario». Lentamente stanno guarendo o uscendo dalla quarantena e torneranno operativi. Alla Sant’Andrea potrebbero arrivare anche 17 pazienti Covid-19 dimessi dall’ospedale: «Ci hanno detto che saranno di tutte le età e che sono già al secondo tampone, spero che questa cosa avvenga il più tardi possibile per non rischiare di compromettere nessun ospite in struttura».

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Vademecum anti-spudorati per il dopo emergenza

Quando l'epidemia sarà passata, lo scontro politico tornerà feroce. E andranno ricordati coloro che hanno sempre sostenuto la Sanità privata a scapito di quella pubblica. Che hanno governato per 20 anni la Lombardia. Che si sono vantati di essere amici di Orban. Non possiamo dare in mano il Paese a chi ha prodotto danni tanto irreversibili.

Passerà, perché passerà anche questa nuttata, e lo scontro politico dopo l’emergenza Covid-19 riprenderà con maggiore ferocia.

Ovviamente tutti hanno diritto di parlare. Alcune forze politiche, ammettendo i propri errori, possono però legittimamente dire con chi non si vuol parlare. Fornisco un piccolo vademecum.

CHI HA SOSTENUTO LA SANITÀ PRIVATA A SCAPITO DI QUELLA PUBBLICA

Non bisogna parlare con i sostenitori della sanità privata da finanziare come se non meglio di quella pubblica. Non bisogna parlare con i detrattori del Sud. Oggi un giornale di destra proponeva un lanciafiamme per un assembramento napoletano (sbagliatissimo), e non per uno contemporaneo genovese.

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Non bisogna parlare con quelli del «Sud palla al piede». Roma ha più ospedali Covid-19 di Milano. Al Cotugno di Napoli non è morto un medico. L’idea del professor Paolo Ascierto sugli antiartritici è stata geniale, il contributo che Ilaria Capua sta dando per pacificare scientificamente il Paese è ascoltabile su tutte le reti tivù. Nel team dell’università di Pittsburgh che sta sperimentando un vaccino c’è anche un ricercatore italiano, Andrea Gambotto, che lavora negli Usa da 25 anni ma che è originario di Bari. Ha studiato nel mio liceo scientifico e non vede l’ora di tornare a visitare i suoi genitori e di andare al San Nicola per tifare «la Bari».

NON DIMENTICHIAMO CHI PER 20 ANNI HA GOVERNATO LA LOMBARDIA

Non bisogna parlare con quelli che la bandiera nazionale volevano usare come carta igienica. Non bisogna parlare con chi da 20 anni governa la Lombardia e ora si lamenta con quel povero disgraziato di Giuseppe Conte che deve mette mano a due decenni di malgoverno. Non bisogna parlare con chi voleva cacciare i migranti per poi scoprire che quest’anno non si faranno raccolti perché i ragazzi della Lega sono con Matteo Salvini in birreria e senza senegalesi nei campi si resta senza frutta e pomodori. Non si parla con chi ha votato in parlamento che una certa disinvolta signorina era la nipote di Mubarak e ora protesta sulla “qualunque” (vero Giorgia Meloni?). Non si parla con gli amici di Viktor Orban. Siamo e restiamo democratici.

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Insomma siamo in una fase in cui i partiti politici devono fare una grande autocritica (la sinistra lo fa da anni e se se lo dimentica ci pensa Pigi Battista a guardare agli errori della sola sinistra). Una stampa libera può ricordare a ciascuno le maggiori contraddizioni. L’obiettivo? Dire agli italiani: «Non date il Paese in mano a chi ha prodotto sul piano culturale, politico e sociale danni tanto irreversibili».

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Nuova impennata di contagiati in Lombardia dopo il trend in discesa

Aumento di 2.500 casi in un giorno giovedì 26 marzo. Erano stati 1.643 mercoledì e 1.942 martedì. Invertita la tendenza. Il governatore Fontana: «Vedremo se è un caso eccezionale, sono preoccupato».

I buoni segnali di appiattimento della curva del contagio hanno avuto una brusca frenata. Che arriva dalla Lombardia. Mentre infatti a livello nazionale l’aumento dei casi di coronavirus sembrava aver rallentato, nella regione epicentro si è registrata un’improvvisa nuova impennata il 26 marzo, come annunciato dal governatore Attilio Fontana: «I numeri purtroppo non sono molto belli, il dato dei contagiati è aumentato un po’ troppo rispetto alla linea dei giorni scorsi».

FATTO ECCEZIONALE O TREND TORNATO IN AUMENTO?

In particolare la crescita è stata di 2.500 persone infettatate. Mercoledì 25 gli infettati erano stati 1.643 più di martedì, quando i nuovi casi erano stati 1.942. Ora l’accelerata in controtendenza. Dovuta a cosa? «Dovremo valutare se è un fatto eccezionale determinato da qualche episodio particolare o se è un trend in aumento, il che sarebbe un po’ imbarazzante», ha detto Fontana.

FONTANA: «PERSONALMENTE SONO PREOCCUPATO»

Il presidente della Regione ha spiegato che «non sono ancora state fatte analisi» su quali zone siano più colpite. «Non so se è arrivato il picco o se ci è sfuggito qualcosa, queste valutazioni spettano ai tecnici, io posso solo dire che personalmente sono preoccupato».

EFFETTI DELLE MISURE FRA QUALCHE GIORNO

Fontana in collegamento con Uno Mattina ha detto che «secondo gli esperti dovrebbero iniziare a vedersi gli effetti» delle norme restrittive «tra qualche giorno». O almeno «questo è l’auspicio, la nostra speranza». Il governatore ha ripercorso gli eventi delle settimane precedenti: «Teniamo conto che fino alla notte in cui ci fu la la famosa “fuga di Milano” la gente non si era resa conto che stava iniziando, anzi che eravamo già nel pieno di una guerra, continuava a vivere come prima e non aveva modificato il proprio stile di vita. Dopo si capì che bisognava prestare attenzione».

FRECCIATA DEL PRESIDENTE LOMBARDO AL GOVERNO

Infine una frecciata al governo: «Purtroppo io dico che se avessimo iniziato fin da subito con delle misure drastiche, magari spaventando un po’ la gente ma rendendola cosciente di ciò che stava succedendo, forse saremmo arrivati prima».

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La sanità privata pagata da noi: qui cade il modello Lombardia

Lo spostamento di risorse pubbliche a favore di strutture private che ha garantito una sanità efficiente in tante patologie ma mostra la propria fragilità nel male del nostro tempo, le epidemie. Il tema va rovesciato. I privati si facciano pagare dai privati, il pubblico lo paghiamo noi.

Accanto alla Grande guerra contro il virus si stanno combattendo molte guerricciole, tutte legittime, alcune ricche di senso, altre miserabili. Non sono guerre segrete perché si svolgono alla luce del sole, in televisione, sui quotidiani di carta, sui social.

La prima guerra, insisto legittima, è contro il governo Conte. Al presidente del Consiglio si rimprovera tuttora il fatto di aver scaricato Matteo Salvini (peraltro auto-capottato) e aver scelto il campo avverso. Non gliel’hanno perdonata né quelli che sono stati fatti scendere dalle loro poltrone né i cerchiobottisti ormai pronti al patto con Salvini e sempre in agitazione quando vedono pezzi di sinistra ex Pci vicini al governo. Al governo viene rimproverato tutto, anche di prendere le decisioni che i suoi critici invocavano, spesso in contraddizione con le loro prese di posizione precedenti.

Campione di questa guerricciola è il mitico Salvini, l’uomo che sostiene tutte le posizioni nel disperato tentativo di azzeccare il tempo giusto per quella buona. Ma anche qui non manca il contributo di intellettuali titolati che, fra lamenti sopra la laboriosità dei lombardi messa a confronto con l’inettitudine dei meridionali (campionessa di questa sciocchezza è la nota nordica Barbara Palombelli), si addentrano in analisi antropologiche che per fortuna i fati smentiscono, a parte l’errore di massa di    quei ragazzi tornati al Sud tutti in una volta.

TUTTI VORREBBERO MISURE CHE NON TOCCHINO LA VITA PRIVATA

Il grande tema, ed è un grande tema, ora riguarda la libertà di movimento. In mezzo ci si è messo pure un appello golpista di un certo comandante Alfa che andrebbe sottoposto al Tso. Tutti vorrebbero misure che non incidano sulla propria vita privata. Ci sono quelli che vanno a trovare i nipotini, che vanno in due a fare la spesa, che fanno jogging, che fanno quello che gli parte ma che si lamentano se vedono gli altri fare lo stesso. Ora il governo ha deciso una “stretta”, io sarei stato per il coprifuoco, e tutti urlano al rischio democratico. L’HP ha preso questa bandiera che sventola con irresponsabilità.

Questi democratici della domenica che volevano i pieni poteri, che parlavano con i cittadini attraverso Facebook (mentre Conte non lo può fare) mostrano di non aver capito: la democrazia non è in pericolo

La mia opinione è che se non si chiude per davvero, il virus non lo fermiamo. Già il 22 marzo abbiamo avuto qualche timido segnale, che potrebbe essere subito smentito, frutto di chiusure recenti. Fra 10 giorni potrebbe andare meglio. Ma è a rischio la nostra libertà? Questi democratici della domenica che volevano i pieni poteri, che parlavano con i cittadini attraverso Facebook (mentre Conte non lo può fare) mostrano di non aver capito una sola cosa: la democrazia non è in pericolo. Una volta Giulio Andreotti, di fronte a chi gli agitava la minaccia di un colpo di Stato, rispose: «Non è possibile, non c’è lo Stato». Io, più modestamente, credo di conoscere gli apparati di forza e se c’è qualcuno a cui possano venire cattive idee, in sono 10 pronti ad arrestarlo.

LA LOMBARDIA DOVRÀ CAMBIARE MODELLO SANITARIO

L’altra guerricciola si svolge sul fronte lombardo. È difficile negare, lo ha raccontato bene Selvaggia Lucarelli, che quella regione paghi il prezzo di come è stata amministrata e di come è governata oggi. Poi ci sono cose strutturali, ci sono più fabbriche, più densità di popolazione, aria più inquinata. Tuttavia è del tutto evidente che la classe dirigente leghista che tutti, dico tutti, avevamo apprezzato, questa volta è stata al di sotto dei suoi compiti. Lamentosa, inetta e soprattutto poco libera.

Arrivo delle ambulanze all’ospedale Bolognini di Bergamo.

In Lombardia si sta combattendo un’altra battaglia che è una battaglia italiana. L’ha capito Bruno Vespa quando ha vergognosamente attaccato le Ong fra cui Gino Strada e Medici senza frontiere. Vespa sa quel che vuole un certo mondo e lo racconta, ovviamente gratuitamente. Il “modello lombardo” è lo spostamento di risorse pubbliche a favore del privato che ha garantito una sanità efficiente in tante patologie ma che mostra la propria fragilità nel male del nostro tempo, le epidemie. Il tema va rovesciato. I privati si facciano pagare dai privati, il pubblico lo paghiamo noi. La Lombardia non può pensare di uscire da questo dramma con lo stesso sistema sanitario immaginato da Roberto Formigoni e magari rilucidato da Guido Bertolaso.

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I sindaci del Bergamasco chiedono a Conte una nuova stretta

L'appello di 243 primi cittadini al capo del governo e a Fontana: «È arrivato il momento di fermarci, ma per davvero. Non lasciateci soli».

«È arrivato il momento di fermarci, ma per davvero. Confidiamo in voi»: è l’appello firmato dai 243 sindaci dei Comuni bergamaschi, a partire dal primo cittadino di Bergamo Giorgio Gori, inviato al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e al governatore lombardo Attilio Fontana. «Al momento», spiegano, «riteniamo che l’adozione di coraggiosi nuovi provvedimenti restrittivi possa rappresentare l’unica ed auspicabile soluzione per una tragedia che sembra oggi, che i contagi aumentano inesorabili, non avere fine».

LETTERA FIRMATA DA SINDACI DI TUTTI I PARTITI

La lettera è firmata anche dal presidente della Provincia di Bergamo Gianfranco Gafforelli e dai primi cittadini di tutti i partiti politici: «La situazione che si vive nell’intera Regione Lombardia assume ormai i connotati dalla tragedia e questo è ancor più evidente purtroppo nella nostra provincia di Bergamo che in questi giorni sta vedendo morire tanti uomini e donne e cancellare intere generazioni, senza nemmeno poter dare un degno saluto». «Con questa nota», si legge nella lettera, «si vuole rimarcare la necessità condivisa e trasversale di una effettiva presa di coscienza della drammaticità del momento anche per chi non vive questa Provincia. Chiediamo, auspichiamo e sollecitiamo quindi un intervento maggiormente coercitivo che imponga nuove restrizioni: con i dati che tutti conosciamo non è pensabile che ancora oggi ci si debba basare sul buon senso dei cittadini chiamati a rispettare regole soggette alle più varie interpretazioni».

L’adozione di coraggiosi nuovi provvedimenti restrittivi è l’unica ed auspicabile soluzione per una tragedia che sembra oggi, che i contagi aumentano inesorabili, non avere fine

I sindaci si dicono «consapevoli dell’importante presenza di attività produttive in Regione Lombardia che grande e operosa hanno fatto la nostra terra, e siamo consapevoli che maggiori restrizioni potrebbero comportare gravi conseguenze economiche, ma al momento tutto questo appare necessario per salvare delle vite e per tutelare il valore primario della salute che non può che precedere quello pur sacrosanto del mercato economico». «Al momento riteniamo che l’adozione di coraggiosi nuovi provvedimenti restrittivi possa rappresentare l’unica ed auspicabile soluzione per una tragedia che sembra oggi, che i contagi aumentano inesorabili, non avere fine. I movimenti sul territorio sono ancora troppi, e molti inesorabilmente costituiscono un vettore per questo virus».

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Treno deserto e mascherine: il Milano-Ventimiglia con l’ansia da coronavirus

Stazione Centrale deserta. Come l'Intercity, solitamente stipato. Non si vede passare nessun controllore, né in Lombardia né in Liguria. I pochi passeggeri sperano per 4 ore che nessuno tossisca, prima di respirare a pieni pomoni l'aria del mare. Il racconto.

Non si fa mai caso a quanto possano rimbombare i passi nella stazione Centrale di Milano. Un suono sordo e grave. Lo stesso che si avverte attraversando le navate di una chiesa.

Venerdì mattina. Ore 9. L’edificio è totalmente immerso nel silenzio. Proprio come una basilica. Ed è straordinariamente vuoto. «Qui tutto bene. Sono sola.

Si sente ovunque un forte odore di disinfettante», dice una donna parlando al telefono, probabilmente per tranquillizzare la famiglia. «Non penso che questa stazione sia mai stata così tirata a lucido dalla sua inaugurazione».

QUATTRO ORE CON LA PAURA CHE IL VICINO DI POSTO TOSSISCA

Da quando è apparso, il coronavirus ha stravolto in modo impensabile le nostre vite. Anche un semplice viaggio in treno di quattro ore lo si affronta ora con un po’ di preoccupazione. E non per i soliti ritardi o per le cancellazioni, quanto per il timore di finire in un vagone in cui qualcuno tossisca.

La stazione centrale di Milano deserta (foto C.T).

In treno, a quanto pare, non vengono rispettate le misure di sicurezza partorite dal pool di scienziati cui si affida il governo. Niente distanza minima di un metro, il posto accanto è a meno di 30 centimetri e se il vicino è raffreddato e starnutisce, si deve resistere fino alla fine del viaggio. Eppure un messaggio audio in doppia lingua – italiano e inglese – invita ogni tanto i passeggeri ad attenersi alle 10 regole di igiene varate per contenere l’epidemia. Al gate della Stazione Centrale, in compenso, l’addetto se ne sta ben lontano dai passeggeri. E, rispettando diligentemente le direttive sulla distanza di sicurezza, non controlla altrettanto diligentemente la validità del titolo di viaggio che gli viene mostrato.

Pochi i viaggiatori e molti portano la mascherina (foto C.T).

Non che la promiscuità, in questo periodo, sia un reale problema. Il treno Intercity Milano – Ventimiglia è praticamente vuoto. Forse perché attraversa ben due zone gialle, quella lombarda e quella savonese. Sulla stessa tratta, coperta anche dal francese Thello che arriva da Marsiglia, diverse settimane fa, prima che il contagio dilagasse anche in Francia, i controllori d’Oltralpe avevano ottenuto dalla compagnia il permesso di poter scendere prima del confine, lasciando il posto ai colleghi italiani.

L’ESODO DEI LOMBARDI IN LIGURIA PARE UN RICORDO

Una situazione surreale. Com’è surreale ritrovarsi praticamente soli su un treno di norma affollato da lombardi che trascorrono il week end al mare. A bordo si incontra invece la polizia, due agenti che percorrono il convoglio da un capo all’altro. «Non avevo mai visto questo treno così vuoto», racconta a Lettera43.it Claudia, laureanda di 23 anni. Figura esile, premuta sul finestrino quasi a non volere respirare l’aria della carrozza, «in genere siamo uno sull’altro». «Fa davvero uno strano effetto», continua. «Ho notato che per strada la gente se può ti gira al largo». Alla fine anche lei si è decisa a usare una mascherina. «Sì», ammette arrossendo, «avevo paura di affrontare un viaggio simile, nella calca, senza alcuna protezione. Non immaginavo certo che non avrei trovato nessuno». Resta un po’ in silenzio e poi aggiunge: «Se posso evito i mezzi pubblici. In questi giorni macino chilometri per Milano. E se la prossima settimana non avessi il rogito dal notaio, resterei a Genova. Ma con il mio fidanzato stiamo mettendo su famiglia…».

Una carrozza dell’Intercity Milabo-Ventimiglia (foto C.T).

GLI EFFETTI DEL CORONAVIRUS NELLA VITA QUOTIDIANA

La psicosi ha colpito anche la vita del suo ragazzo. «La scorsa settimana ha chiamato il suo dentista per fissare la data di un intervento. Quando ha detto che veniva da Milano non volevano prendere la prenotazione. Ha dovuto insistere e ricordare che non proviene dalla zona rossa».

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Saltato anche il viaggio che si erano regalati per la laurea: «Saremmo dovuti andare a Praga. Una settimana prima Ryanair ci ha comunicato che tutti i voli sono stati cancellati. Abbiamo avuto il rimborso del biglietto ma non ci hanno restituito i 40 euro di assicurazione che avevamo stipulato a parte». «Almeno», sottolinea con tono di rivalsa, «ora i prezzi di alberghi e voli sono crollati: ho già prenotato le vacanze per dicembre in Sud America spendendo meno della metà del solito e con la clausola che se salta il volo questa volta il rimborso sarà totale. Perché prima o poi tutto questo passerà», sbuffa.

NUOVE PSICOSI E VECCHI PREGIUDIZI

Il coronavirus è poi terreno fertile in cui germinano vecchi pregiudizi. « Io non sono razzista», aggiunge un viaggiatore sulla sessantina salito a Genova, avvolto in un voluminoso giaccone mimetico, berretto di lana calato fin sugli occhi, «ma hanno fatto entrare cinesi, cani e porci e ora l’effetto è quello».

L’atrio della Centrale di Milano (foto C.T).

«Vivo a pochi chilometri dal confine», fa notare quasi a volere giustificare la sua netta presa di posizione, «so bene che quando provano a mettere piede in Francia i gendarmi li fermano e li rimandano tutti da noi. Io se vado in altri Paesi devo avere il documento o non entro. Le regole vanno rispettate». Dicendolo, attira su di sé per qualche istante l’attenzione degli altri pochi viaggiatori, che annuiscono senza fiatare. Poi riprendono a chiacchierare tra loro a bassa voce.

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I rumori come le parole vengono ulteriormente ovattati dalle mascherine ben premute su naso e bocca. Tutti sperano che il viaggio si concluda il prima possibile per tornare a respirare a pieni polmoni all’aria aperta, l’aria del mare. Il treno è stranamente in perfetto orario nonostante sia una tratta tristemente nota per i ritardi. «Una mezz’ora in più, come minimo, ci vuole sempre», dice ancora Claudia, che intanto è arrivata alla sua fermata e tanto basta per farle riacquistare un sorriso ottimista. Invece l’Intercity spacca il secondo. L’altro aspetto insolito è l’assenza di controllori: in genere se ne vedono due, uno in Lombardia e uno in Liguria. Non passano solo quando il treno è molto in ritardo e la gente molto arrabbiata. O durante i viaggi al tempo del coronavirus.

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Perché dopo una settimana l’emergenza coronavirus non accenna a diminuire

I contagi continuano ad aumentare, così come i decessi. Secondo l'Iss prima di vedere gli effetti delle misure di contenimento occorre aspettare almeno altri 10 giorni. Regione Lombardia consiglia agli over 65 di non uscire di casa. Gli aggiornamenti.

I contagi aumentano. Così come le vittime. Il bilancio dell’emergenza italiana coronavirus segna oltre 1500 malati e 41 morti. Più di 980 solo in Lombardia, dove è risultato positivo l’assessore regionale allo Sviluppo sostenibile Alessandro Mattinzoli e tutta la Giunta è stata sottoposta ai test.

L’accelerazione dei contagi era attesa, ha spiegato Giovanni Rezza dell’Istituto superiore di Sanità. Se si cosidera che il tempo di incubazione va dai 5,6 giorni a un massimo di 14 e che le misure di contenimento sono state messe in atto solo una settimana fa, per vederne i primi effetti è necessario aspettare almeno un’altra settimana, 10 giorni.

LA REGIONE LOMBARDIA CONSIGLIA AGLI OVER 65 DI NON USCIRE

A Milano ci si sforza di vivere come sempre. Se le scuole resteranno chiuse fino all’8 marzo, il Duomo ha riaperto al pubblico ma solo con numeri contingentati di visitatori. Mentre la Regione ha invitato gli over 65 a non uscire di casa. «È vero che la patologia ha una grossa diffusione ma il 50% la supera senza accorgersene e il 40% non ha gravi problemi», ha detto l’assessore al Welfare Giulio Gallera. «Però c’è un 10%, che è quello che va in terapia intensiva, e sono quasi tutte persone che hanno più di 65 anni. Quindi invito gli anziani a uscire il meno possibile nelle prossime due o tre settimane».

AL LAVORI PER AUMENTARE I POSTI IN TERAPIA INTENSIVA

A preoccupare è la tenuta del sistema ospedaliero, soprattutto in Lombardia. Dei 900 posti di terapia intensiva, 121 sono stati destinati ai pazienti con coronavirus. Ora si stanno recuperando altri 50 posti, ha detto Gallera, ed è stato chiesto un aiuto al privato accreditato. «Il sistema c’è, è un sistema che sta reagendo molto bene, ampio e solido», ha assicurato l’assessore. «È chiaro che questo incalzare così imponente della malattia ci sta mettendo a dura prova».

«IL SISTEMA PUÒ REGGERE ANCORA PER POCO»

L’allarme arriva dagli anestesisti e rianimatori. In Lombardia ci sono appena una decina di posti letto liberi in rianimazione, fanno sapere, e il «personale è al lumicino». A fotografare la situazione delle terapie intensive in regione è stato Alessandro Vergallo, presidente della Società degli anestesisti e rianimatori ospedalieri italiani (Aaroi-Emac), durante Radio1 Giorno per Giorno. «Il sistema può reggere ancora pochissimo, ha ribadito. «In poche ore», ha detto, «la situazione si è aggravata terribilmente in Italia». In Lombardia, in particolare, «i posti liberi in terapia intensiva si contano sulle dita di due mani. «Il margine di compensazione che c’era fino a un paio di giorni fa si sta riducendo drammaticamente Per far fronte all’emergenza, «è apprezzabile l’offerta di disponibilità di altre regioni, ma in questa fase credo si possa intervenire prima e più efficacemente ricorrendo ai posti di rianimazione delle strutture private». Quanto alla situazione del personale nei reparti di terapia intensiva, secondo Vergallo, «in Lombardia siamo al lumicino: sono state annullate ferie e recuperi, si soprassiede alle normative sui riposi».

PRIMO CONTAGIO DI RITORNO IN CINA

Intanto, come già accaduto con l’Africa, si registra il primo caso di «contagio da ritorno» tra Italia e Cina. La commissione sanitaria della regione dello Zhejiang, scrive il Global Times, ha riferito la positività di una 31enne rientrata da Milano il 28 febbraio.

I SINDACATI: «PER IL LAVORO TUTTA LA LOMBARDIA È ZONA ROSSA»

Anche sul versante economico il quadro è tutt’altro che roseo. «Per l’economia e il lavoro la Lombardia è tutta zona rossa. Le misure del governo sono solo un piccolo primo passo, del tutto insufficiente», hanno sottolineato i segretari regionali della Lombardi di Cgil, Elena Lattuada, della Cisl, Ugo Duci, e della Uil, Danilo Margaritella, commentando i provvedimenti per contrastare i danni provocati sull’economia dal coronavirus. «Pur giudicando positivamente lo sblocco delle risorse regionali per accedere, previo accordo tra le parti e con la Regione, all’utilizzo della cassa Integrazione in deroga, riteniamo del tutto insufficiente quanto approvato in queste ore dal governo». Per questo, aggiungono i sindacati, «continuiamo a ritenere che l’intera regione, in quanto colpita in modo esteso da chiusure e sospensioni di attività in molti settori, debba poter beneficiare degli strumenti a protezione del lavoro che sono stati previsti nei Comuni della zona rossa, di misure a sostegno delle imprese e dell’economia regionale e di misure universali per i lavoratori e le lavoratrici, a prescindere dalla tipologia del loro rapporto di lavoro, dipendente o indipendente».

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Coronavirus in Lombardia: accertamenti su un dipendente regionale

Ha avuto contatti con l'unità di crisi che sta coordinando l'emergenza. Annullata la conferenza stampa con il governatore Fontana.

La minaccia del coronavirus arriva fino all’interno di Palazzo Lombardia. Il punto quotidiano previsto per il tardo pomeriggio è infatti slittato e la sala stampa è stata “evacuata”: i giornalisti che aspettavano l’inizio della conferenza stampa con il presidente della Regione Attilio Fontana sono stati fatti uscire.

Poiché sono in corso «verifiche sanitarie», spiega un comunicato dell’ufficio stampa di Regione Lombardia, «su un dipendente regionale che ha avuto contatti con l’unità di crisi che sta coordinando l’emergenza coronavirus, in ottemperanza alle linee guida del ministero della Salute, la conferenza stampa viene annullata».

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Coronavirus, il primario del Sacco: «Il contagio asintomatico è possibile»

Lo conferma Massimo Galli, esperto di malattie infettive. Anche se non è ancora chiaro come possa avvenire la trasmissione in assenza di manifestazioni come la tosse.

Sei contagiati in Lombardia, di cui uno – un 38enne di Codogno primo a presentare i sintomi – in gravi condizioni. Duecentocinquanta persone in isolamento e in attesa del test. Sono i primi numeri del coronavirus registrati nel Lodigiano.

Tutto sarebbe partito da un amico del 38enne rientrato dalla Cina il 21 gennaio che però non aveva presentato sintomi se non un leggero malessere influenzale e che ora si trova all’ospedale Sacco di Milano in attesa dei risultati del test.

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E proprio il primario del Sacco ed esperto di malattie infettive Massimo Galli ha confermato all’Ansa che è tecnicamente possibile il contagio asintomatico, anche se resta da capire come possa avvenire. «Il contagio asintomatico è tecnicamente possibile, anche se non abbiamo informazioni sul modo in cui la liberazione del virus possa avvenire in una fase asintomatica», ha spiegato. «Al momento dalla letteratura scientifica non abbiamo notizie chiare e definite sul modo in cui avvenga la trasmissione asintomatica, ad eccezione di qualche singolo caso», ha aggiunto Galli. Il problema è riuscire a capire come le particelle virali possano essere disperse nell’ambiente in assenza di manifestazioni come la tosse.

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Coronavirus, primo contagio in Lombardia

Un 38enne è ricoverato all'ospedale di Codogno, nel Lodigiano. Ed è risultato positivo al test. Le sue condizioni sono gravi. Aveva cenato con un amico tornato dalla Cina.

C’è il primo contagio da coronavirus in Lombardia. Un 38enne è ricoverato in terapia intensiva all’ospedale di Codogno, nel Lodigiano, dopo essere risultato positivo a un primo test. «Sono in corso le controanalisi a cura dell’Istituto Superiore di Sanità», ha detto l’assessore al Welfare della Regione Giulio Gallera aggiungendo che l’italiano «è ricoverato in terapia intensiva all’ospedale di Codogno i cui accessi al Pronto Soccorso e le cui attività programmate, a livello cautelativo, sono attualmente interrotti».

L’uomo si è presentato giovedì nella struttura. Aveva cenato con un amico tornato dalla Cina a fine gennaio che è stato individuato ed è stato sottoposto ad analisi. Le autorità sanitarie stanno ricostruendo i movimenti dell’uomo e avviando le procedure di quarantena per chi è entrato in contatto con lui, familiari e infermieri. Al momento le sue condizioni sono giudicate molto gravi.

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Nomine, tra nodo stipendi e possibile digiuno leghista a Milano

Al top delle classifiche Descalzi, Del Fante e Starace. Fanalino di coda Morelli di Mps che guadagna 466 mila euro. E nelle milanesi Curci, ad di Fiera, quasi doppia quello di A2a Camerano. Intanto il Carroccio rischia di rimanere escluso nella sua Lombardia.

Tempo di nomine nelle aziende partecipate, ma anche in due controllate strategiche del Comune di Milano, come Fiera Milano e A2a.

Tra meno di un mese saranno presentate le liste per i nuovi consigli d’amministrazione di Eni, Terna, Poste, Leonardo, Mps e molte altre controllate dal ministero dell’Economia e da Cdp.

Oltre al peso politico nelle nomine, sul tavolo anche gli stipendi degli amministratori delegati, annuale oggetto di studio da parte di Mediobanca.

SUL TAVOLO GLI STIPENDI DEGLI AD

La banca milanese evidenziava lo scorso dicembre come in Italia un dirigente guadagni in media circa 220 mila euro. Ma gli amministratori delegati delle società arrivano a percepire in media 849 mila euro, con una punta massima nelle società pubbliche di oltre 6 milioni. I dati dell’ultimo rapporto di piazzetta Cuccia sulle remunerazioni dei board delle società italiane prendono in considerazione i compensi 2018 di 230 imprese con sede in Italia e quotate in Borsa. Mediobanca non cita i nomi, ma sul sito del Mef si possono trovare comunque le remunerazioni. Claudio Descalzi, ad Eni (6,456 milioni), è tra i manager più pagati. In Poste Italiane, l’amministratore delegato, Matteo del Fante, si avvicina ai 6 milioni, mentre quello di Enel Francesco Starace arriva a 5,03 milioni di euro. Particolare il caso dell’amministratore delegato di Mps Marco Morelli, il cui stipendio nel 2018 è stato di 466.250 euro. Passando alle partecipate milanesi, ben diversa la situazione di A2a e Fiera. Nella municipalizzata dell’energia l’ad Luca Valerio Camerano arriva a uno stipendio di 980 mila euro, in Fiera il suo omologo Fabrizio Curci tocca quota 1,7 milioni di euro, calcolando anche i 460 mila euro previsti per il piano di incentivazione azionaria. 

CURCI MIRA ALLA RICONFERMA

Curci, nominato nel 2017 amministratore delegato da Giovanni Gorno Tempini, attuale presidente di Cdp, con l’endorsement del sindaco di Milano Giuseppe Sala, mira alla riconferma. Come anche la maggior parte degli altri amministratori delegati. E gli attori in capo sono sempre gli stessi. Gorno infatti avrà voce in capitolo sulle nomine a livello nazionale, mentre sul piano regionale lombardo bisognerà capire le mosse di Enrico Pazzali, chiamato alla guida della Fondazione Fiera Milano nell’estate 2019 dal governatore Attilio Fontana, che lo ha voluto vincendo i dubbi degli stessi leghisti memori dei suoi molteplici precedenti cambi di casacca. A quanto pare proprio Pazzali starebbe facendo asse con Sala per una riconferma di Curci. Con buona pace della Lega, totalmente esclusa da questo giro di nomine non solo a livello nazionale ma persino nella Regione che amministra.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Come le cosche mafiose sono ancora padrone in Lombardia

Nonostante indagini e arresti, le infiltrazioni proliferano. La 'ndrangheta del traffico di stupefacenti, il riciclaggio camorrista, le rapine della criminalità pugliese. Ma anche lo sfruttamento sessuale degli albanesi, la droga cinese e le violenze dei latinos. Così la regione rischia di sottovalutare il problema.

Era il 5 luglio 2019 quando il procuratore aggiunto di Milano, Alessandra Dolci, commentava: «Negli ultimi 10 anni, nonostante le indagini e gli arresti, non è cambiato nulla. Le cosche sono ancora padrone del territorio». Parole che portano alla mente territori sanguinari come il Gargano o l’Aspromonte. E invece no: siamo in Lombardia, dove non necessariamente occorre ricorrere alla lupara affinché le mafie dimostrino la loro egemonia.

TERRA DI APPRODO DELLE CRIMINALITÀ

Anzi, come si legge nell’ultima relazione della Direzione investigativa antimafia (Dia), «i sodalizi organizzati più evoluti prediligono ormai da tempo una strategia “di basso profilo” […] che si caratterizza per il forte mimetismo, risultando per questo ancor più pericolosa e soprattutto di difficile individuazione». La regione è ormai terra di approdo non solo per le criminalità nazionali, ma anche per quelle straniere: cinesi, balcaniche, nigeriane e sudamericane.

RISCHIO DI SOTTOVALUTAZIONE DEL PROBLEMA

Come ha spiegato Monica Forte, presidente della commissione antimafia in Lombardia e vicepresidente del coordinamento nazionale, «per molto tempo in regione si è sottovalutata la presenza mafiosa. E questo è un fatto gravissimo. Non so se si tratti di un errore consapevole, ma in ogni caso ha permesso alle mafie di muoversi liberamente». Il risultato è che oggi in Lombardia operano 25 locali di ‘ndrangheta, attivi soprattutto nella provincia di Milano.

DECISI A TAVOLINO I BUSINESS SU CUI PUNTARE

Quel che emerge è una rete asfissiante e quasi scientifica tra le famiglie per via di «una stretta connessione tra i locali presenti e la “casa madre” del crimine reggino, attraverso l’organo di coordinamento delle relazioni e delle attività illecite, giudiziariamente conosciuto come “la Lombardia”». Tutto deciso a tavolino, dunque. Esattamente come il business su cui puntare. A cominciare dal traffico internazionale di stupefacenti.

UNA RETE DA VIBO VALENTIA AL SUDAMERICA

A riguardo tra i più attivi c’è l’efferata famiglia Mancuso di Limbadi (Vibo Valentia), che ha messo su una rete che parte da Colombia e Venezuela per arrivare in Italia, dopo aver attraversato il territorio iberico. Le statistiche, d’altronde, non mentono. Secondo quanto denunciato dalla Direzione centrale per i servizi antidroga, «nel 2018 in Lombardia è stato registrato il 16,02% delle operazioni antidroga svolte sul territorio nazionale, il 7,21 % delle sostanze sequestrate e il 14,05% delle persone segnalate all’Autorità giudiziaria».

LOMBARDIA UTILIZZATA COME “LAVATRICE”

Non si pensi, però, che mafia e camorra non siano presenti sul territorio lombardo. Soprattutto nel riciclaggio dei grandi introiti illegali provenienti spesso da Sicilia o Campania. In questo caso, dunque, la Lombardia viene utilizzata come “lavatrice” anche grazie ai rapporti illeciti con imprenditori e pubblica amministrazione. Né si disdegnano i cosiddetti crimini “pendolari”, fronte su cui la concorrenza con i pugliesi è molto forte. «Oltre che negli stupefacenti», si legge non a caso nella relazione della Dia, «i gruppi pugliesi sono attivi nel traffico di armi e nelle rapine ai danni di caveau, depositi e furgoni blindati».

MAFIA PUGLIESE SPECIALIZZATA IN ASSALTI E RAPINE

E qui non si scherza: la criminalità organizzata pugliese, infatti, «è da ritenersi tra le organizzazioni più specializzate, efficaci e pericolose a livello nazionale, con la messa a punto di tecniche operative paramilitari negli assalti a bancomat o a furgoni portavalori», spiega la Dda. È la cronaca d’altronde a dimostrarlo. Uno degli ultimi casi risale al 2016, quando a Bollate un commando composto da una decina di banditi armati e travestiti erano riusciti ad impossessarsi di numerosi plichi di preziosi, per un valore di circa 4 milioni di euro.

LA ROTTA OLANDESE DEL NARCOTRAFFICO

La Lombardia è terra di approdo anche per i gruppi stranieri. Diversi anche in questo caso gli ambiti di interesse, ma a spiccare è ancora una volta il narcotraffico. A differenza della ‘ndrangheta, però, in questo caso a essere prediletta (soprattutto dalla criminalità albanese e balcanica) è la rotta olandese: cocaina e hashish arriva in Italia con corrieri spesso italiani assoldati dagli albanesi, attraverso auto appositamente modificate per l’occultamento nelle officine di Rotterdam.

ROMENE SCHIAVIZZATE PER LA PROSTITUZIONE

Ma gli albanesi sono molto attivi anche nella tratta di esseri umani e nello sfruttamento sessuale. A giugno 2019 la Dda di Brescia ha sgominato un’organizzazione che a partire dal 2014, con la promessa di un posto di lavoro, ha trasferito in Italia dalla Romania (in particolare dalle zone rurali più povere) decine e decine di ragazze poi avviate alla prostituzione sulle strade della Bergamasca, «trattate come schiave, private di denaro, della libertà di movimento e della possibilità di poter rientrare nel Paese d’origine».

TRATTA DI MIGRANTI DALL’AFRICA

Stesso discorso per la mafia nigeriana, dominus per quanto riguarda la tratta di migranti provenienti dall’Africa. Con una differenza netta, in questo caso: molto spesso a tenere sotto scacco le giovani ragazze – spesso anche ricorrendo a strumenti di coercizione psicologici come i riti vodoo – sono le donne. Una delle ultime inchieste è stata Glory (dal nome di una delle arrestate, residente a Busto Arsizio): tra le vittime c’erano anche ragazze marchiate a vita con due lame da rasoio, per il giuramento assoluto all’obbedienza una volta arrivate in Italia.

STUPEFACENTI CINESI E PUSHER FILIPPINI

Vista la grande comunità orientale in Lombardia, specie a Milano, attiva è anche la mafia cinese. Negli ultimi anni è cresciuta a dismisura l’importazione di shaboo, il principale stupefacente trattato da questa criminalità, rivenduto poi non solo all’interno della propria comunità, ma anche a italiani tramite una fitta rete di pusher filippini.

BANDE DI LATINOS VOTATE ALLA VIOLENZA

Ma non è tutto. Nell’area metropolitana sono molto attivi anche i pandillas, le bande di latinos composte prevalentemente da giovani di origine ecuadoregna e peruviana, con la sporadica presenza anche di italiani e nordafricani. In questo caso, spiega la Dda, la violenza non è solo uno strumento per il raggiungimento di uno scopo economico, ma un marchio di fabbrica.

COMMISSIONE AD HOC E FONDI PUBBLICI

Non tutto, però, è perduto. Già nella precedente legislatura, ha spiegato ancora la Forte, «la Regione Lombardia si è dotata di una commissione antimafia ad hoc» che ha goduto anche di corposi finanziamenti pubblici, «notevoli rispetto al panorama nazionale e con cui sono stati lanciati numerosi progetti». Uno di questi riguarda proprio la preoccupante presenza delle mafie straniere: «Già da due anni viene finanziato monitoraggio specifico. Ci siamo dati massimo nove mesi di tempo: questo lavoro ci porterà ad avanzare possibili interventi pratici che poi rivolgeremo alla Giunta regionale».

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Il Tribunale di Milano ha dichiarato Euronics-Galimberti insolvente

A rischio 250 posti di lavoro. L'allarme delle sigle sindacali: «L'azienda non si è mai rilanciata».

Il Tribunale fallimentare di Milano ha dichiarato insolvente la Euronics-Galimberti. La catena di negozi a marchio Euronics, che conta 11 punti vendita tra Lombardia e Veneto, ha nominato un commissario straordinario che avrà 30 giorni di tempo per elaborare una relazione da presentare al giudice Sergio Rossetti. Dopo che la relazione verrà redatta e consegnata, il tribunale avrà tutte le carte per dichiarare aperta la procedura di amministrazione straordinaria. In ballo ci sarebbero oltre 250 posti di lavoro in ballo.

L’ALLARME DEI SINDACATI

A inizio 2020 la Filcams Cgil era tornata a parlare della vicenda che riguarda l’azienda. Una storia che ormai si protrae in tutta la sua drammaticità da tre anni a questa parte «e ha portato a una massiccia dismissione della presenza dell’azienda sul territorio nazionale, con pesanti ripercussioni sull’occupazione, passata da oltre 600 addetti nel 2013 a circa 250 lavoratori nelle sole Lombardia e Veneto», spiegano dal sindacato. Per anni, hanno sottolineato dal sindacato, «la Galimberti a marchio Euronics di Proprietà del dottor Galimberti, pur ricorrendo agli ammortizzatori sociali, non si è mai rilanciata sul mercato del settore soprattutto a causa di inadeguati investimenti, arrivando nelle ultime settimane all’improcedibilità del secondo concordato preventivo».

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Tangenti in Lombardia, arrestata Lara Comi

L'ex eurodeputata di Forza Italia è coinvolta nell'inchiesta "Mensa dei Poveri". In carcere Giuseppe Zingale, direttore generale di Afol-Città metropolitana.

La Guardia di Finanza di Milano ha arrestato l’ex eurodeputata di Forza Italia Lara Comi, l’amministratore delegato dei supermercati Tigros Paolo Orrigoni e il direttore generale di Afol-Città metropolitana Giuseppe Zingale. I primi due si trovano ai domiciliari, il secondo è stato portato in carcere.

L’operazione rientra in un filone dell’inchiesta ‘Mensa dei Poveri’ sulle tangenti in Lombardia. L’ordinanza è stata firmata dal gip Raffaella Mascarino su richiesta dei pm Silvia Bonardi, Luigi Furno e Adriano Scudieri.

Le accuse, a vario titolo, sono di corruzione, finanziamento illecito ai partiti e truffa.

QUELLE CONSULENZE SOSPETTE

I pm di Milano, nell’ambito dell’inchiesta dell’Antimafia sulle mazzette negli appalti pubblici, hanno indagato anche su contratti di consulenza per un valore di 38 mila euro ottenuti dalla Premium Consulting Srl, «società riconducibile a Lara Comi», coordinatrice provinciale di Forza Italia a Varese. Tali contratti di consulenza, secondo l’ipotesi degli inquirenti, sarebbero stati ottenuti attraverso Gioacchino Caianiello, ex coordinatore di Forza Italia nel capoluogo lombardo, ritenuto al centro del presunto sistema corruttivo scoperto dagli investigatori. Il committente delle consulenze finite sotto la lente dei magistrati è l’ente Afol-Città metropolitana.

CAIANIELLO FIGURA-CHIAVE DEL PRESUNTO SISTEMA CORRUTTIVO

A Caianiello, secondo l’accusa, avrebbero fatto capo senza alcun incarico ufficiale «le nomine delle principali società pubbliche della provincia» di Varese, come «raccolta rifiuti e servizio idrico integrato», facendo di lui l’«amministratore di fatto di Accam, Prealpi servizi e Alfa Srl». Anche le consulenze alla società di Lara Comi sarebbero indicative di come Caianiello fosse riuscito, «grazie alla collaborazione di alcuni suoi uomini di stretta fiducia» come il direttore generale di Afol Giuseppe Zingale, «a estendere la sua influenza politica e parallelamente quella criminale ben oltre i confini della provincia di Varese».

LA CONTROPARTITA PER L’AFFIDAMENTO DEGLI INCARICHI

I 38 mila euro di consulenze, inoltre, rappresenterebbero solo una cifra «preliminare» al «conferimento di un più ampio incarico» del valore complessivo di 80 mila euro, che avrebbe avuto come contropartita «la promessa di retrocessione di una quota parte agli stessi» a Caianiello e Zingale.

GLI ALTRI DUE EPISODI CONTESTATI A LARA COMI

Ma Lara Comi deve rispondere anche di altre due vicende. È infatti accusata di aver ricevuto un finanziamento illecito da 31 mila euro dall’industriale bresciano Marco Bonometti, titolare della Omr e presidente di Confindustria Lombardia. Il versamento sarebbe stato effettuato in vista delle ultime elezioni europee, per una consulenza basata su una tesi di laurea liberamente scaricabile in Rete dal titolo “Made in Italy: un brand da valorizzare e da internazionalizzare per aumentare la competitività delle piccole aziende di torrefazione di caffè”.

Nel terzo episodio (truffa aggravata al parlamento europeo) è coinvolto anche il giornalista Andrea Aliverti, che collaborava con Comi come addetto stampa con compenso di mille euro al mese, rimborsati dall’Europarlamento. Interrogato dai pm, Aliverti ha dichiarato di aver ricevuto un aumento a 3 mila euro, con l’obbligo di restituirne 2 mila a Forza Italia per pagare le spese della sede che Comi non pagava.

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