Coronavirus, libreria nel casertano invita i lettori: “Niente panico, leggete libri”


Dal 2006 Tiziana Di Monaco e suo fratello Ugo (in compagnia di una gatta e diverse persone) gestiscono la libreria e casa editrice Spartaco a Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta. Con l'arrivo dei primi casi di Coronavirus in Terra di Lavoro, siamo andati da loro per capire come è cambiato il lavoro di librai nei giorni della paura collettiva.
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Elena Ferrante: guida ai migliori romanzi scritti dall’autrice de L’amica geniale


Quello de L'amica geniale, ormai, è un vero è proprio fenomeno. I 4 libri di Elena Ferrante in cui si racconta la storia di Lila e Lenù sono ormai sulla bocca di tutti, anche e soprattutto grazie alla serie tv che ne è stata tratta dalla Rai in collaborazione con il canale americano HBO, di cui andrà in onda il finale della seconda stagione, lunedì 2 marzo su Rai Uno. Nell'attesa, scopriamo insieme quali sono gli altri romanzi di Elena Ferrante che non potete non leggere.
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La grande balla, il nuovo libro di Roberto Napoletano: “Il Nord vive sulle spalle del Sud”


Si intitola "La grande balla" ed è il nuovo libro, edito da La nave di Teseo, di Roberto Napoletano. Dal direttore del Quotidiano del Sud un'inchiesta, dati e statistiche ufficiali alla mano, che raccontano lo scippo di sessantun miliardi che ogni anno il Nord effettua ai danni del Sud. E capovolge lo stereotipo del meridione d'Italia assistito che, al contrario, è stato abbandonato.
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Morto Clive Cussler, addio a 88 anni allo scrittore “cacciatore” di relitti marini


Morto a 88 anni lo scrittore Clive Cussler. Il romanziere, autore di oltre 80 libri best seller in tutto il mondo, è deceduto nella sua casa in Arizona, negli Stati Uniti. A darne la notizia la moglie, Janeth Horvath, che non ha rivelato le cause del decesso. Cussler è stato autore di grandi romanzi d'avventura e thriller, appassionato di storia marittima.
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“Narciso e Boccadoro”: il romanzo di Hermann Hesse compie 90 anni


"Vedere nell'altro ciò che egli è: il nostro opposto e il nostro completamento": questa citazione, forse la più famosa del capolavoro di Hermann Hesse, chiarisce tutto il significato di un romanzo estremamente complesso come "Narciso e Boccadoro". Il libro del Premio Nobel tedesco uscì 90 anni fa, nel 1930, ma è ancora estremamente commovente per il modo in cui ha chiarito il profondo senso dell’amicizia, e dell’importanza che per essa ha la diversità dall'Altro.
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Eventi ma niente libri: il paradosso del somaro sapiens

Noi italiani siamo grandi consumatori di festival eppure risultiamo tra gli ultimi nelle classifiche su numero di laureati e lettura. La realtà è che siamo sommersi da un flusso incontenibile di cultura spettacolarizzata che non è più conoscenza. Ma uno strumento per ottundere le coscienze.

Somari sapiens. Ignoranti, ma coltivati. Paradossale: ma siamo messi così. Ed è una condizione inedita.

Siamo in coda a tante classifiche internazionali su numero di laureati, competenze digitali, lettura di libri e giornali. Però siamo grandi consumatori di eventi culturali.

Un popolo di chiacchieroni da talk show, che è la sintesi perfetta dell’apparente voglia di discorsi impegnati e informati, fatti però da pensatori veloci, fast thinker, come li chiamò il grande sociologo francese Pierre Bourdieu. Ovvero esperti e intellettuali di pronto intervento, tuttologi, capaci di parlare più veloci dei loro pensieri. Insomma aria fritta, anche quando ben confezionata. Voglia di sapere, però facile. Da quiz show. Da festival, da fiera, da sagra con libri, scrittori e musicisti serviti con il pacchetto tutto compreso, tra un dibattito, un concerto e una tavola rotonda apparecchiata.

LA FESTIVALOMANIA ALIMENTATA DAL BUSINESS DELLA CULTURA

È la dimensione turistica e spettacolare della cultura nazionale, e di noi italiani, che si impone largamente su quella più critica e riflessiva di una cultura che non sia solo consumo, evento, ma desiderio, più intimo e personale, di capire, approfondire, partecipare. La crescita dei festival, d’ogni tipo ormai, ne sono la spia. Dai pochi e storici, ma di rilievo nazionale di 20 anni fa (Salone del Libro di Torino e Festival della Letteratura di Mantova, Stagione lirica estiva dell’Arena di Verona o Rossini Festival), si è arrivati ai 400 del 2017, lievitati a più di mille due anni dopo.

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Naturalmente la festivalomania non è solo italiana, ma mondiale, ed è alimentata dal grande valore economico che la cultura è venuta assumendo ovunque. E che si esprime anche nella crescita ormai inflazionata di siti e beni nominati patrimoni culturali dell’umanità, sotto l’egida Unesco e nella moltiplicazione di capitali europee e nazionali di qualcosa (per l’anno corrente Parma è la capitale italiana della cultura, mentre Padova e Trieste sono quelle europee del Volontariato e della Scienza).

UN FURORE CHE NON SI TRADUCE IN AUMENTO DEI CONSUMI

Tutto questo fermento e movimento ha anche aspetti positivi. Che però nascondono rilevanti questioni di fondo. A partire dalla constatazione che tutto il furore festivaliero e culturale non si traduce, o minimamente, in consapevolezza e aumento del mercato e della domanda di beni e consumi culturali di qualità (si pensi per esempio alla musica classica, che praticamente continua a essere confinata su RadioTre). Allo stesso modo non risulta che il dibattito pubblico, politico o culturale in senso lato, o il tono delle conversazioni sui canali social si sia giovato della proliferazione di congressi, convegni, conferenze, meeting. Ovvero di parole, discorsi, presentazioni, relazioni, tavole rotonde. Secondo l’Osservatorio Italiano dei Congressi e degli Eventi nel 2018 in Italia sono stati complessivamente realizzati 421.503 eventi. Più di mille al giorno, che hanno complessivamente coinvolto più di 28 milioni di italiani.

IL LAVORO CULTURALE VALE 96 MILIARDI DI EURO

Ma non sono solo chiacchiere: per completare, sia pure per larghe trame, il discorso sul paesaggio culturale italiano. Perché il sistema produttivo culturale e creativo (da solo, senza considerare gli altri segmenti della nostra economia che impiega comunicatori, designer, registi) dà lavoro a più di 1,55 milioni di persone, il 6,1% del totale degli occupati in Italia, generando un valore aggiunto di oltre 95,8 miliardi di euro (dati Symbola). A cui vanno aggiunti gli insegnanti di scuola e docenti universitari, che sono un’altra bella fetta di lavoratori intellettuali. E volendo, ma solo per dare un’idea dell’estensione assunta dal lavoro culturale, anche tutto quel tessuto pulviscolare, ma estremamente diffuso, di semi-professionisti e dilettanti –  scrittori e pittori della domenica, come si diceva una volta -, che caratterizzano e animano atelier e piccole gallerie d’arte, circoli di lettori e premi letterari un po’ in tutt’Italia.

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Per farla corta dovremmo essere un faro mondiale di cultura e civiltà, di sensibilità estetiche, consapevolezze identitarie e orgoglio civico. Ma in realtà come ha scritto Goffredo Fofi nel suo pamphlet L’oppio del popolo siamo sommersi da un flusso incontenibile di cultura sempre più spettacolarizzatamanipolata, che non è più conoscenza, ma solo uno strumento per ottundere le coscienze. «Un gran giro di soldi, un gran giro di chiacchiere», scrive Fofi. «Ma non sarà che il sistema di cui facciamo parte, di cui siamo complici, si serve di questo eccesso di cultura anche per distrarci dal concreto agire collettivo, intontendoci di parole, immagini, suoni?».

SIAMO SOPRAFFATTI DAL DIVERTIMENTO

Informare, educare, divertire. È la storica ragione sociale della Bbc. Una triade che ora non se la passa bene nemmeno in Inghilterra, ma peggio in Italia. Informare e soprattutto educare sono infatti campi e missioni (di servizio pubblico) ormai sopraffatti dal divertimento. Che in forza del suo assoluto dominio è diventato sgangherato oltre ogni dire. Presente ovunque anche nei tigì, non solo quelli satirici, e negli intermezzi comici dei talk show politici, che avrebbero obbligo di serietà e invece vanno di Gnocchi & Co.

Siamo sommersi da un flusso incontenibile di cultura sempre più spettacolarizzata e manipolata, che non è più conoscenza, ma solo uno strumento per ottundere le coscienze

Tuttavia, a mio avviso, lo spirito televisivo dei tempi non si esprime tanto nell’imperversare catodico e pubblicitario di Mara Maionchi e Joe Bastianich, o negli indecorosi spettacoli del Grande Fratello Vip, quanto nell’invasione mediatica di spadellatori, chef, gastronomi, dispensatori di ricette. Perché il food è perfetto per rappresentare un’ossessione che è fisica e mentale nello stesso tempo, sempre in bilico fra i due estremi dell’eccesso e dell’assenza, dell’abbuffata e della dieta. Come ha reclamato recentemente il maestro Riccardo Muti in un’intervista al Messaggero: «Basta cuochi, in tivù c’è bisogno di cultura». Aggiungendo, rivolto ai nostri governanti: «Chi guida deve servire i cittadini, nell’ora del declino si rileggano Orazio». Già: ma riuscite a immaginarvi i vari Salvini, Renzi, Di Maio alle prese con un saggio di Platone o all’ascolto di Beethoven o Mozart? Piuttosto con l’ultimo album di Diabolik o Tex Willer.

MANCA UN ARGINE ALLA DERIVA CULTURALE

Con ciò non si vuole assolutamente esprimere rimpianto per la tivù pedagogica delle origini: pedante, grigia e piuttosto noiosa. Come si potrebbe peraltro in un contesto che è sempre più digitale e crossmediale rispetto ai generi e ai linguaggi? Resta però il fatto che oggi la cultura è incapace, come lamenta il regista teatrale Romeo Castellucci, di produrre idee creative e libertà di pensiero. Per il cinema, ma soprattutto per il teatro che resta per eccellenza il luogo fisico in cui «si prende posizione», non si stratta solo di vendere biglietti, che pure sono importanti, ma di sottrarsi alle logiche burocratiche dei “bandi assessorili”. Tornando a promuovere spirito critico, anticonformismo e ribellione, rispetto a un sistema sociale, come quello attuale, che è più morto che vivo. Certo in via di superamento. Ma proprio per questo bisognoso di persone, di cittadini che tanto per cominciare si oppongano risolutamente alla deriva culturale attuale fatta di miseria cognitiva, analfabetismo di ritorno, esaltazione del pensiero semplificato contrapposto alla pedanteria del pensiero critico. 

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Manoscritto Inca ritrovato dopo secoli: Valore incalcolabile, c’è la memoria dell’Impero”


Da 140 anni era andato perduto il manoscritto con le memorie Inca ritrovato in Brasile. Ad annunciare il prezioso ritrovamento la televisione peruviana. "Il suo valore è incalcolabile" commenta chi lo ha scoperto. All'interno di questo volume, compilato quasi 200 anni fa, la sintesi di secoli di storia della civiltà precolombiana fino all'arrivo degli Spagnoli.
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La vita davanti a sé, il libro di Romain Gary che ha ispirato il film con Sofia Loren


Si intitola "La vita davanti a sé" ed è il romanzo, pubblicato nel 1975, da Romain Gary con lo pseudonimo di Émile Ajar. Dopo il suicidio di Gary, nel 1980, si scoprì che i due erano la stessa persona. La storia racconta le vicende di Momo, ragazzo arabo nella banlieu di Belleville, o, accudito da una vecchia prostituta ebrea. Che nel film Netflix sarà interpretata da Sofia Loren.
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L’ex brigatista Raimondo Etro cita Graham Greene: “Meglio avere mani sporche di sangue”


"Meglio avere mani sporche di sangue che di acqua” è la frase incriminata, pronunciata ieri sera dall'ex brigatista Raimondo Etro a “Non è l’Arena”, il programma tivù condotto da Massimo Giletti. Si tratta di una citazione tratta da uno dei libri più belli del XX secolo, "Una pistola in vendita", scritto dal romanziere inglese Graham Greene.
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L’Inferno di Dante Alighieri diventa un videogame: la realtà virtuale nella Commedia


Si intitola "La porta dell'Inferno" ed è il videogame di carattere educativo che porta alla scoperta del Primo Canto dell'Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri. Attraverso la simulazione e le strutture narrative partecipate è possibile coniugare insieme il piacere del gioco e dell'apprendimento con la fruizione di contenuti culturali.
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10 libri erotici, i migliori da leggere per accendere la fantasia e la passione


La letteratura erotica, forse non tutti lo sanno, esiste fin dai tempi antichi. Cinquanta sfumature non è il primo libro a raccontare di sesso ed estreme pratiche sessuali. Ma, soprattutto, i libri erotici non sono libri pornografici nel senso negativo del termine. Questo tipo di letture sono perfette per chi vuole fantasticare, conoscere qualcosa di nuovo e lasciarsi travolgere dalla passione.
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“Il nome della rosa”: il celebre romanzo di Umberto Eco compie 40 anni


Era il 1980 quando Bompiani pubblicava il primo romanzo di Umberto Eco: sono trascorsi quarant'anni dalla pubblicazione de "Il nome della rosa", uno dei libri più celebri del secolo, ma il suo fascino non è sfiorito col tempo. In attesa dell’edizione illustrata del capolavoro di Eco annunciata da La Nave di Teseo, rileggiamo insieme il suo indimenticabile romanzo in cui si intrecciano omicidi, Medioevo e filosofia.
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7 libri romantici da regalare a San Valentino


Regalare un libro è un gesto davvero speciale: perché dunque non scegliere di farlo proprio nella giornata dedicata agli innamorati? Ma quale scegliere, fra i numerosi grandi classici della letteratura che, in modi e tempi diversi, hanno parlato d’amore? Da "La favola di Amore e Psiche" di Apuleio alle bellissime poesie di Alda Merini e Pedro Salinas, ecco una lista di libri da regalare per San Valentino.
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Il Messico e i messicani contro American Dirt di Jeanine Cummins: “Libro offensivo”


Il best seller "American Dirt" di Jeanine Cummins è al centro di una polemica senza precedenti: un movimento di opinione di origine messicana accusa la scrittrice non avere il diritto, in quanto bianca e privilegiata, di raccontare la storia di una profuga messicana. La casa editrice prima difende il libro, poi annulla il tour di presentazioni per minacce all'autrice.
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Estratto di “Fondazioni 3.0” di Andrea Greco e Umberto Tombari

Nel 1990, la legge Amato generò le fondazioni di origine bancaria. A 30 anni di distanza, gli autori del libro cercano di spiegare cosa siano questi enti ai non addetti ai lavori. Ma non solo: immaginano anche il ruolo che dovrebbero svolgere nel futuro del Paese.

Sono passati ormai 30 anni dalla legge Amato che generò le fondazioni di origine bancaria. Il libro Fondazioni 3.0, edito da Bompiani e scritto da Andrea Greco e Umberto Tombari, prova a spiegare che cosa sono questi enti, oggetto misterioso e spesso poco conosciuto ai non addetti ai lavori. Ma non solo. L’obiettivo dell’opera è anche quello di immaginare il ruolo che questi “corpi intermedi” possono e dovrebbero svolgere nel futuro del Paese, visto che ormai la prima generazione dei “fondatori” sta lasciando del tutto le cariche ai vertici.

La copertina del libro Fondazioni 3.0

CHI È ANDREA GRECO

Gli autori di Fondazioni 3.0 sono due. Andrea Greco è un giornalista de la Repubblica dove lavora dal 2001 e dal 2016 come inviato, sui temi di finanza, risparmio e energia. Ha vinto il Premio “Giornalista dell’anno” di State Street 2013 e il premio Franco Giustolisi “Giustizia e verità” 2016. Tra le sue pubblicazioni: Lo Stato Parallelo. La prima inchiesta sull’Eni tra politica, servizi segreti, scandali finanziari e nuove guerre. Da Mattei a Renzi (con Giuseppe Oddo, 2016) e Banche impopolari (con Franco Vanni, 2017).

CHI È UMBERTO TOMBARI

La seconda firma del libro sulle fondazioni bancarie, invece, è Umberto Tombari, professore ordinario di Diritto Commerciale nell’Università di Firenze e svolge la professione di avvocato esperto in diritto societario e commerciale. È stato presidente della Fondazione CR Firenze e vice presidente dell’Associazione di fondazioni e di Casse di risparmio (Acri). Ha svolto per molti anni attività di ricerca nell’Università di Heidelberg ed è stato visiting scholar alla Yale Law School. Tra le sue pubblicazioni: Diritto dei gruppi di imprese (2010); “Potere” e “interessi” nella grande impresa azionaria (2019).

A trent’anni dalla legge Amato che le generò, e a venti dalla legge Ciampi che ne chiarì la cornice istituzionale e la…

Posted by Bompiani on Wednesday, February 5, 2020

UN ESTRATTO DEL LIBRO FONDAZIONI 3.0

Un’altra sfida, che a differenza di quelle descritte nel paragrafo sopra è pienamente delineata, riguarda il ruolo delle Fondazioni nella Cassa depositi e prestiti, di cui sono diventate azioniste con la privatizzazione del 2003. Come noto, la Cassa depositi e prestiti ha da tempo intrapreso un percorso di estensione degli ambiti d’intervento – sulla falsariga degli omologhi in Germania e in Francia – culminato nel 2015 con l’attribuzione del ruolo di “istituto di promozione nazionale”, e veicolo del piano comunitario detto “Juncker”, che ne ha rafforzato il ruolo di prima SpA pubblica operante nell’economia e nella finanza del Paese.

Un investimento, per le Fondazioni, che ha tutte le caratteristiche dell’approccio 2.0 già più volte delineato fin qui. Esso infatti risulta, e ancor più chiaramente a sedici anni dall’operazione (suggello della ritrovata concordia con il governo Berlusconi II, che mesi prima aveva cercato invano di arrivare in qualche modo a pubblicizzare le Fondazioni), come pochi altri strategico e connesso alla missione. Oltre che grandemente rilevante: il Ventiquattresimo rapporto Acri del 2019 le assegna un valore complessivo di 1,7 miliardi, anche se in base ai 24,8 miliardi di euro del patrimonio netto 2018 della capogruppo, il 15,93 per cento in capo a sessanta Fondazioni ammonterebbe a 3,95 miliardi. Il percorso di modernizzazione di quella che nacque come Cassa Piemontese – non solo da quando nel 1850 nacque per incanalare il risparmio privato nelle opere necessarie a “fare l’Italia”, ma negli sviluppi dopo la privatizzazione del 2003 – sarebbe lungo e complesso da analizzare in questa sede;5 ma oggi la Cassa è a ogni modo il principale finanziatore delle pubbliche amministrazioni italiane e il primo investitore nel Paese, con partecipazioni per trentatré miliardi di euro nelle principali società di Piazza Affari.

Qui invece interessa delineare come le Fondazioni possano interpretare al meglio il proprio ruolo nella Cdp. Due sono le declinazioni possibili del tema: I) rispetto alla natura di partner, per cui le Fondazioni operano in diversi ambiti contigui e sinergici a quelli dell’istituto di promozione nazionale, per cui sarebbe appropriata un’ottica la più costruttiva possibile; II) rispetto alla natura di azionista di minoranza. Di fatto questa seconda facoltà, non meno importante della prima per le conseguenze e gli effetti collaterali che può produrre, la si può interpretare solo “in negativo”, in aderenza ai poteri di veto e di governance che lo statuto Cdp prevede, oltre che alla moral suasion esercitabile dagli attori in gioco di volta in volta.

Le istanze collaborative tra le sessantuno Fondazioni azioniste e la Cassa depositi vennero delineate fi n dai primi passi comuni del dicembre 2003. “È un atto di fiducia […] perché siamo convinti che, pur presente da decenni a sostegno della crescita economica italiana, la Cdp di oggi potrà fare di più grazie alla sua nuova formula organizzativa, che darà modo di coniugare una maggior efficacia del suo ruolo di propulsore di sviluppo del Paese,” dichiarava l’allora presidente dell’Acri, Giuseppe Guzzetti, parlando anche di “coronamento di un percorso per estendere a livello nazionale un’attenzione alle comunità che certo non trascurerà quelle aree, in particolare il Mezzogiorno, dove le Fondazioni non ci sono o sono scarsamente presenti”. Sul tracciato iniziale, e senza bisogno di entrare nel merito quantitativo e qualitativo, nel tempo la Cassa ha effettivamente aggiunto ai tradizionali compiti di finanziamento agli enti locali e alla pubblica amministrazione un’operatività nuova in settori sempre più vicini a quelli che sono gli obiettivi istituzionali delle Fondazioni: è il caso dello sviluppo infrastrutturale, dell’edilizia sociale, del sostegno alle Pmi e alle loro esportazioni, del trasferimento tecnologico dal settore ricerca al mondo produttivo, fi no alla più recente qualifica riconosciuta dall’Unione Europea di veicolo dell’attività del Fondo europeo investimenti strategici (Feis), e di consulente per la Pubblica amministrazione nell’ottimale utilizzo dei fondi nazionali ed europei.

Detto a posteriori, una tra le migliori prove di collaborazione tra gli attori in scena è avvenuta probabilmente nell’edilizia sociale: una prassi abitativa lanciata come visto da Fondazione Cariplo, ma che nella Cassa ha trovato un volano nazionale, un investitore generoso (un miliardo il suo esborso) e l’ingegnerizzazione mediante il Fondo investimenti per l’abitare, che con una filiazione di altri fondi locali ha consentito di diffondere nel Paese l’iniziativa.

Un’altra collaborazione importante, benché meno fortunata nell’esito, è stata la creazione del Fondo Atlante, in cui nell’aprile 2016 le Cdp e le Fondazioni (anche per il tramite di alcune banche da loro partecipate) si mobilitarono per scongiurare il fallimento dei due istituti ex Popolari di Vicenza e Montebelluna. Quell’investimento, pari a 4,3 miliardi, di cui 538 milioni da parte delle principali Fondazioni, per i sottoscrittori del Fondo, si è misurato duramente con tutte le difficoltà insite in un doppio salvataggio tentato in una fase di mercato avversa ed entro un’inedita e cangiante cornice di regole di vigilanza (l’Unione bancaria) e direttive comunitarie (la Brrd che ha introdotto il bail in a carico degli investitori privati nelle banche). Certo, la messa in liquidazione della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, un anno dopo, ha azzerato gran parte dell’investimento, ma forse senza il sacrificio di Atlante da parte di quel comitato di crisi creato all’impronta tra governo, vigilanza, grandi istituti e Fondazioni, il sistema bancario sarebbe uscito con danni peggiori da quel duro biennio.

Ci sono poi altri casi sparsi di partnership azionarie – tra questi vanno menzionati quelli in Bonifiche Ferraresi per il rilancio di una tra le maggiori aree agricole italiane, e nel fondo di fondi F2i, pioniere degli investimenti dedicati alle opere infrastrutturali con circa cinque miliardi in gestione – dove il condominio di alcune tra le maggiori Fondazioni e della Cassa depositi ha aumentato la potenza di fuoco a disposizione, e in parallelo il bagaglio di competenze e dialettica al servizio degli organi sociali coinvolti. E un simile tracciato, guardando ai progetti in cantiere, si deve auspicare per gli investimenti nel venture capital, ad alto rischio perché la maggior parte di essi non riesce a concludere il ciclo iniziale che porta le nuove imprese a formarsi e prosperare, ma ugualmente strategica per lo sviluppo intrinseco della ricerca, e delle potenzialità di quei pochi che ce la fanno. La Cassa depositi, tramite il Fondo italiano di investimento, è da anni il principale operatore italiano nel venture capital. Un primato che intende rafforzare, dato che a fine 2019 è salita dal 43 al 68% in questo contenitore di fondi diretti e indiretti, che punta ad aumentare le masse gestite da 1,5 fino a 2,5 miliardi nel 2020.

Sempre nel dicembre scorso il management ha costituito una Sgr specializzata, che si chiamerà Cdp Venture Capital, per rafforzare la capacità di azione e di indirizzo nel settore, supportando le startup lungo tutto il ciclo di vita con strumenti finanziari come fondi diretti e fondi di fondi, per un impegno economico che tra risorse della Cassa e altri fondi del Ministero dello sviluppo economico si stima in un miliardo di euro. Qui potrebbero essere d’aiuto le esperienze che, singolarmente, le Fondazioni più dinamiche hanno maturato da anni nella nicchia, anche per cercare di salvaguardare l’approccio tecnico e non clientelare nella scelta delle imprese destinatarie degli investimenti. Sempre da misurare alla prova dei fatti sarà, infine, la capacità di creare sinergie tra la Cassa e i suoi azionisti privati, derivante da una delle idee portanti del piano industriale 2019-2021 della Cdp, in cui si prevede di ampliare la rete territoriale con l’apertura di “almeno un presidio in ogni regione italiana”, anche a scopo di un maggiore supporto delle piccole e medie imprese; e si stimano venticinque miliardi di euro di risorse da mobilitare “per supportare il territorio e gli enti locali nella realizzazione delle infrastrutture e nel miglioramento dei servizi di pubblica utilità, rafforzando la partnership con la Pubblica amministrazione e il presidio territoriale”.

L’ultimo aspetto menzionato porta alla lista di cose da fare a livello di governance interna e comunque “in negativo”, per tenere la Cassa depositi lontana da inevitabili tentazioni politiche del governo di turno, o da un approccio troppo dettato da logiche emergenziali (per cui periodicamente, specie in anni di crisi, spuntano aziende italiane da salvare o rilanciare). La presenza delle Fondazioni nel capitale della Cassa, benché una frazione rispetto all’83 per cento del Tesoro, conferisce un potere di veto che ricorda un po’ la deterrenza del dottor Stranamore7 e le memorie della Guerra fredda. Proprio la componente privata nel capitale della Cdp, infatti, si rivela determinante per escludere ai fini dei conteggi ufficiali Eurostat i 425 miliardi di euro di attività della Cassa depositi dalla contabilità nazionale e dal debito pubblico; debito già tanto elevato da non avere assolutamente bisogno di questo sovraccarico.

Tale potere di veto, insieme a quello di recesso statutariamente lasciato agli azionisti privati, non è mai stato esercitato8 e farlo in modo massiccio parrebbe di diffi cile attuazione, considerata l’ottica politico-istituzionale del sodalizio. Tuttavia gli azionisti privati, nel quindicennio, hanno più volte fatto sentire la loro voce, esercitando la moral suasion e le loro prerogative, sia nel Cda (dove le Fondazioni nominano il presidente e due consiglieri su un totale di nove) sia nel Comitato di supporto degli azionisti di minoranza interno. Non sempre è stato un compito facile: basta rimandare alle innumerevoli dichiarazioni di Giuseppe Guzzetti, negli anni in cui rappresentava le Fondazioni, contro il rischio di investimenti in società pericolanti – Alitalia è stata tra i dossier più caldeggiati, e rifiutati – che potessero mettere a repentaglio il risparmio postale degli italiani, oltre che la quota parte del patrimonio Cdp versata dalle Fondazioni stesse. Certo la governance non è fatta solo da regole, ma anche da uomini. In questa prospettiva la figura del presidente assume un ruolo chiave all’interno della società. E il presidente espresso dalle Fondazioni ha il compito di trovare il delicato equilibrio istituzionale tra esigenze di tutela ed equilibrio del socio di minoranza ed esigenze e opportunità di una efficace azione strategica e gestoria del management.

Con la successione di Giovanni Gorno Tempini a Massimo Tononi in questa funzione nevralgica di Cassa depositi, vedremo come questo equilibrio sarà perseguito e raggiunto nell’interesse comune di tutti gli azionisti.

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Museo della lingua italiana a Santa Maria Novella, dove Dante immaginò la Divina Commedia


Dopo l'annuncio del premier Conte e il sopralluogo di Dario Franceschini, con ogni probabilità sarà un'ala del complesso monumentale di Santa Maria Novella a Firenze ad ospitare il Museo della lingua italiana. Un luogo simbolico ma non solo: fu in questi luoghi che Dante Alighieri studiò l'impianto filosofico della Divina Commedia.
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La prefazione di “Karajan” di Leone Magiera, scritta da Mirella Freni

Nell'opera, edita da La nave di Teseo, il pianista racconta il grande direttore d'orchestra Herbert von Karajan sotto una nuova luce, evidenziando i suoi lati umani, come il "sense of humor", la sua curiosità (a tratti morbosa) e l'abilità di travestirsi.

Senza ombra di dubbio, si può dire che Mirella Freni, scomparsa il 9 febbraio 2020, è stata una delle protagoniste della lirica del Novecento. La soprano ha contribuito a far conoscere l’Italia nel mondo. E una parte del merito della sua brillante carriera è anche al maestro Leone Magiera, il suo preparatore musicale, diventato poi anche il suo primo marito. I rapporti tra i due, nonostante fosse finito il sodalizio artistico, non si sono affatto incrinati, tanto che la cantante ha scritto anche la prefazione nell’ultima opera del maestro Magiera, Karajan, edito da “La nave di Teseo”.

La copertina di Karajan (2020, Nave di Teseo) di Leone Magiera

DI COSA PARLA KARAJAN

In questo volume, Leone Magiera racconta il direttore d’orchestra Herbert von Karajan in una vesta nuova. Amico e collaboratore del Maestro per molti anni, Magiera, oltre ad analizzare in profondità la sua tecnica direttoriale e molte delle più famose interpretazioni, ci racconta, nei suoi incontri con Karajan, della personalità più nascosta e segreta del grande Maestro austriaco. Ne risulta un aspetto umano pressoché sconosciuto, con risvolti mai narrati precedentemente. Il sense of humor di Karajan, che si estrinsecava anche nell’abilità nel travestirsi per sfuggire alle situazioni più difficili e pericolose, ma anche semplicemente per non farsi riconoscere; la sua curiosità, quasi morbosa, che gli permetteva di stare continuamente aggiornato su tutto ciò che accadeva nel mondo musicale internazionale. Il libro contiene anche una breve appendice tecnica, utile per chi è interessato professionalmente alla direzione d’orchestra o all’appassionato che voglia scoprire i segreti di questa importante figura musicale.

Leone Magiera

CHI È LEONE MAGIERA

L’autore di Karajan è Leone Magiera, pianista, direttore d’orchestra e insegnante. È nato a Modena nel 1934 ed è stato prima enfant prodige (già a 12 anni si esibiva come pianista solista), poi direttore d’orchestra, dirigente teatrale, collaboratore pianistico in recital cameristici di quasi tutti i più celebri cantanti della scena lirica internazionale. Docente di canto al Conservatorio G. B. Martini di Bologna. Fra i tanti allievi divenuti celebri, ha avuto Luciano Pavarotti, Mirella Freni, Ruggero Raimondi e, più recentemente, Carmela Remigio, Fabio Sartori e Mariangela Sicilia. Con Pavarotti ha tenuto oltre mille serate teatrali, dalla prima Bohème del debutto (1961) all’ultima esibizione per le Olimpiadi invernali del 2006. Vasta la sua discografia per le più importanti edizioni. Da sempre appassionato di scrittura, ha avuto un successo internazionale con il suo Pavarotti visto da vicino, anche nella versione inglese (Pavarotti Up Close).

LA PREFAZIONE DI KARAJAN, SCRITTA DA MIRELLA FRENI

Questo libro mi ha riportata agli emozionanti momenti del mio primo incontro con Herbert von Karajan. Era il 1963 e mi sembrava un sogno essere stata scritturata dalla “leggenda” Karajan per cantare in Bohème alla Scala. A quella prima Mimì seguirono vent’anni di debutti e nuovi ruoli, sollecitati proprio dal Maestro, che non mancava mai di confrontarsi con Leone Magiera, allora mio marito e insegnante, per capire quali fossero le scelte migliori per me.

In quegli anni il Maestro Karajan chiese a Leone di affiancarlo al Festival di Salisburgo come esperto del repertorio operistico; credo che questa vicinanza artistica abbia permesso a Leone di entrare in contatto non solo col grande musicista, ma anche con alcuni tratti più nascosti della sua personalità.

Karajan non era soltanto il “mito” che veniva ritratto dalle riviste di tutto il mondo in pose divistiche al pari delle più celebri star di Hollywood; era anche un uomo sensibile e gentile, severo e imperioso all’occorrenza, ma
con un profondo senso di umanità e di giustizia.

Come quando minacciò di andarsene dal Metropolitan di New York, poiché il teatro rifiutava di scritturare un importante soprano di colore, solo per la caratteristica della pelle. Difendeva comunque tutti i suoi collaboratori, dai grandi cantanti alle figure meno note; rassegnò, infatti, con gesto clamoroso le sue dimissioni dall’Opera di Vienna, per difendere il ruolo del suggeritore, osteggiato dalle masse perché italiano.

Dal mio canto posso dire che Karajan ha segnato profondamente il mio percorso artistico, proiettandomi in un’orbita internazionale che forse non avrei raggiunto così rapidamente senza i suoi preziosi consigli. Sono grata a Leone di aver così efficacemente messo in luce non soltanto la personalissima maniera del Maestro di dirigere l’orchestra: una tecnica che era contemporaneamente anti-tecnica, tutta rivolta a sondare l’essenza della Musica nelle sue più profonde sfumature. L’aver poi condito il ritratto del geniale musicista con episodi poco conosciuti e aspetti più intimi della sua vita, ne ha dato un quadro molto più umano.

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