Il Di Maio anti-armi va incontro a un disastro libico

Il nostro ministro degli Esteri tuonava contro la soluzione militare. Ma l'avanzata di al Serraj e la ritirata di Haftar hanno portato a una recrudescenza verticale dello scontro. Ora l'Italia rischia di perdere presenza, accordo e stima da parte di Tripoli. Una linea dilettantistica dell'ex capo del M5s.

Luigi Di Maio si avvia a dover prendere atto di un clamoroso, plateale e inglorioso fallimento della sua politica nella crisi libica. Fallimento che sarà pesantemente pagato dall’Italia. Una settimana fa, per l’ennesima volta, il nostro ministro degli Esteri ha tuonato: «L’Italia non permetterà che in Libia vincano le armi!». Posizione verbalistica, astratta, degna di un dilettante in politica estera quale è l’ex capo del Movimento 5 stelle.

FALLIMENTO TOTALE DELLA SOLUZIONE POLITICA

Infatti dopo il fallimento totale della soluzione politica lanciata dalla Conferenza di Berlino tanto cara a Di Maio, sono proprio e solo le armi a vincere e a imporsi nel preparare una soluzione della crisi libica a seguito di una lenta, ma inarrestabile avanzata delle forze libico-turche fedeli ad al Serraj a cui corrisponde una altrettanto lenta, ma irreparabile ritirata delle armate di Khalifa Haftar. Da 20 giorni assistiamo così a una recrudescenza verticale degli scontri militari – incurante delle roboanti parole di Di Maio – perché le forze fedeli al governo legittimo di al Serraj (Gna) con l’aiuto massiccio e determinante dei droni Bayraktar TB2, dei blindati e del comando militare turco che si è dislocato a Tripoli, stanno sviluppando una poderosa offensiva militare contro le forze di Khalifa Haftar (Lna), offensiva assolutamente vincente.

ASSALTO ALLO STRATEGICO AEROPORTO DI WATIJA

Dopo avere riconquistato il pieno controllo militare, con la riconquista di Sebratha, della intera fascia costiera che congiunge Tripoli alla Tunisia e aver messo sotto assedio la strategica città di Tarhuna, da due giorni le forze libico-turche sono all’assalto dello strategico aeroporto di Watija, 140 chilometri a sud di Tripoli. Conquistato da Haftar nel lontano 2014, questo grande aeroporto militare, il secondo per importanza della Libia dopo quello di Mitiga, ha avuto un ruolo fondamentale nello sfortunato e fallito tentativo di Haftar di conquistare Tripoli perché è servito da base operativa per bombardare Tripoli agli aerei degli Emirati Arabi Uniti, suoi fondamentali alleati, e soprattutto come base di lancio e di controllo dei droni russi “Orlan”, determinanti ormai sul terreno.

MILIZIE TURCOMANNE INVIATE DA ERDOGAN

Martedì 28 aprile, dunque, una consistente forza militare composta da milizie turcomanne inviate da Tayyp Erdogan e dalle tribù berbere libiche, forte di non meno di 500 veicoli militari, inclusi panzer e blindati, al comando del generale Osama al Juwaili si è mossa all’attacco della cittadina di Asbi’ah, vicino a Ghariyan, e all’attacco della base aerea di al Watiya. Attacco ancora in corso mercoledì 29, ma, a quanto si comprende, premiato da pieno successo tanto che la Libia Al-Ahrar Tv ha affermato che «il comandante della forza di protezione di Al-Watiya della milizia terroristica di Haftar, Osama Meseik, assieme ai suoi assistenti Muhannad Grerah e Ayman Al-Tumi sono stati uccisi ucciso in un attacco dalle forze governative di Tripoli alla base aerea».

ALTRA SCONFITTA SUBITA DA HAFTAR

Dunque Haftar è in rotta su tutti i fronti e la sua Lna perde uno dopo l’altro tutti i centri strategici su cui faceva perno nel tentativo di conquistare Tripoli. Fallito il tentativo di prendere Tripoli stringendola in una morsa da Est e da Ovest, ora Haftar vede cadere uno dopo l’altro anche i suoi capisaldi strategici a Sud. Se la offensiva delle forze militari di al Serraj continuerà con questo ritmo, Haftar non solo vedrà definitivamente sconfitto (come sempre gli è accaduto nella sua non gloriosa carriera militare) nel tentativo di conquistare Tripoli, ma dovrà addirittura provvedere a ritirarsi in Cirenaica per non perderne il controllo militare.

TONI TRIONFALISTICI DA ANKARA

Alla luce di queste continue sconfitte militari del suo protegé libico, si deve leggere la continua presa di distanza della Russia da Haftar, così come i toni trionfalistici quotidianamente espressi da un Erdogan che vede assolutamente premiato il suo forte impegno bellico al fianco di al Serraj. Chiarissime le sue dichiarazioni più recenti: «Se i terroristi e il regime di Haftar non saranno messi sotto controllo allora sapremo come intervenire con la nostra forza. Siamo pronti a compiere nuovi passi in base agli sviluppi che avverranno in questa cornice. È giunto il momento per Haftar di iniziare a ritirarsi. Non sarà mantenuto in piedi dai Paesi che continuano a sostenerlo di continuo. Aspettiamo buone notizie per la Libia».

L’ITALIA RISCHIA DI RESTARE FUORI DAI GIOCHI

Il fatto grave per l’Italia è che a causa della linea dilettantistica seguita da Di Maio, rischia di perdere – se non l’ha già persa – ogni possibilità di presenza, accordo e stima da parte di un governo di Tripoli sempre più vincente e all’attacco sul terreno militare. Tanto che una fonte di Tripoli vicina ad al Serraj non nasconde a Globalist la delusione e l’irritazione del primo ministro verso quello che definisce «la diplomazia delle chiacchiere portata avanti dall’Italia nella fase decisiva del conflitto. Più volte il presidente Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri Di Maio ci hanno ribadito il loro sostegno, ma alle parole non sono seguiti i fatti. Non solo: sappiamo che Roma ha mantenuto aperti canali di comunicazione con il golpista Haftar. E questo non va affatto bene…». Essere bacchettati sulle dita – senza peraltro reagire – persino da al Serraj non è certo il massimo per il prestigio mediterraneo del nostro Paese.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

L’ultimo azzardo di Haftar rischia di costargli caro

Il generale si è autoproclamato leader della Libia, ma non è mai stato così debole. Ma lui nega l’evidenza dei fatti e si pone in una situazione che questa volta può di scoppiargli in mano.

Due proposte contradditorie rispecchianti l’espressione di un clima di tensione se non proprio di conflittualità, ovvero la rappresentazione di una commedia tra uno che incarna il ruolo del poliziotto buono e l’altro quello del poliziotto cattivo? Di questo si discuteva pochi giorni fa a proposito delle dichiarazioni del generale Haftar da un lato e di Saleh, il presidente del Parlamento di Tobruk, dall’altro. Laddove. Il primo assicurava il popolo libico che le sue forze armate erano pronte – con lui garante davanti a Dio e per il tramite dei consigli locali, le istituzioni della società civile i sindacati e le organizzazioni professionali – a correggere la situazione di stallo del momento, liberare l’intero territorio libico, pacificarlo e ottenere cui il popolo aspira.

Il secondo, a dare corpo a una road map suscettibile di superare i problemi del Paese con la collaborazione di figure nazionali ed elite politiche, esprimendo l’auspicio che i colleghi deputati manifestino la loro disponibilità ad essere i primi a sostenere la sua proposta. Proposta formulata in otto punti basati sulla ristrutturazione dell’attuale esecutivo – l’organo di governo guidato da Faiez Serraj da Tripoli – nato dall’Accordo politico firmato a Shkirat nel dicembre del 2015, la sua rielezione nelle tre principali regioni delPaese (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan), la riscrittura della Costituzione.

In questi punti non viene fatta alcuna menzione ad Haftar e alle sue forze armate, ma si afferma che esse stanno svolgendo il loro compito per proteggere il Paese e la sua sicurezza. Si esprime inoltre la speranza che le Nazioni Unite riprendano il progetto di consultazione nazionale interrotto proprio a causa della guerra per la “liberazione di Tripoli” lanciata da Haftar nell’aprile del 2019 e si chiede a tutti gli Stati e al segretario generale delle Nazioni Unite di sostenere la sua road map.

L’AZZARDO DI HAFTAR RISCHIA DI SCOPPIARGLI IN MANO

Utile annotare che queste due prese di posizione, sostanzialmente diverse e direi fortemente contrastanti, sono state formulate all’indomani di una serie di operazioni militari che stavano di fatto portando le milizie che sostengono Serraj – rimpolpate dal sostegno in militari e materiali dalla Turchia – a riprendere il controllo dell’intera costa occidentale della Libia fino alla Tunisia; controllo accentuato dal presunto ritiro del sostegno assicurato ad Haftar da alcune tribù dell’interno. Insomma, in un momento di serie difficoltà di quest’ultimo, che fino a poche settimane fa era considerato da non pochi osservatori l’ormai inesorabile vincitore della partita con Serraj.

Il generale Haftar.

Per spiegare come stessero effettivamente le cose fra i due contendenti e i rispettivi sponsor ci ha pensato lo stesso generale Khalifa Haftar che in una dichiarazione pronunciata in un servizio televisivo si è autoproclamato leader della Libia e, indicando le manifestazioni di sostegno in corso in alcuni punti del Paese sotto il suo controllo, ha dichiarato di considerare che l’accordo di Shkirat doveva essere considerato superato e di «accettare il mandato del popolo libico di governare il Paese». Con ciò non solo negando qualsivoglia condivisione tattica con Saleh, ma negando anche l’evidenza dei fatti e ponendosi in una situazione che rischia di scoppiargli in mano. Quanto a Saleh, val la pena di ricordare che quel poco o tanto di legittimazione di Haftar deriva dal riconoscimento della legittimazione del parlamento di Tobruk, impersonatoproprio in Saleh, fondato proprio sull’accordo di Shkirat.

Gettare alle ortiche l’accordo di Shkirat in una fase del conflitto che non lo vede affatto vincente appare altamente rischioso

Mossa dunque quanto meno azzardata la sua. Quanto ai fatti, è significativo che questa roboante presa di posizione sia stata adottata nel momento meno favorevole (per Haftar) della guerra di “liberazione di Tripoli” iniziata giusto un anno fa e supposta concludersi in tempi molto rapidi. Gettare alle ortiche l’accordo di Shkirat che era stato accolto da una cospicua maggioranza dei gruppi politici e militari del Paese e per di più in una fase del conflitto che non lo vede affatto vincente, appare poi altamente rischioso. A meno che Haftar non abbia dalla sua parte la prospettiva, o meglio, la concreta garanzia di una tale iniezione di sostegni militari da tranquillizzarlo – da parte dell’Egitto, degli Emirati, della Francia – un tale orizzonte non sembra però corroborato da segnali inequivoci.

DA MOSCA A BRUXELLES APPELLI AL RITORNO ALLE TRATTATIVE

Interessante a questo proposito la reazione di Mosca che per bocca del suo ministro degli Esteri Lavrov ha sollecitato i «mediatori internazionali» a rimettere a fuoco l’esigenza di una ripresa del dialogo fra le parti in conflitto e i player internazionali a cercare di riportarle al tavolo negoziale. Noi abbiamo sempre sostenuto il principio secondo cui sono le decisioni debbono essere adottate direttamente dalle parti in conflitto, se necessario con l’aiuto esterno. Mosca continuerà ad aiutare la Libia in tale direzione. Washington ha espresso rammarico un laconico rammarico, peraltro condito con il favore espresso a favore di un coinvolgimento di Haftar in un dialogo serio.

L’Italia sottolinea che ogni decisione sul futuro della Libia va presa in via consensuale e democratica nel solco dell’Accordo Politico Libico di Skhirat

L’Italia dal canto suo, nel rinnovare l’invito alle parti ad aderire a una tregua durante il sacro mese del Ramadan e a lavorare costruttivamente per il raggiungimento di un cessate il fuoco duraturo, ha riaffermato il suo pieno sostegno e riconoscimento alle istituzioni libiche legittime riconosciute dalla Comunità internazionale: Consiglio presidenziale, governo di Accordo Nazionale, Camera dei rappresentanti e Alto consiglio di Stato. L’Italia sottolinea che ogni decisione sul futuro della Libia va presa in via consensuale e democratica nel solco dell’Accordo Politico Libico di Skhirat del dicembre 2015 e del percorso di stabilizzazione condotto dalle Nazioni Unite nell’ambito del Processo di Berlino.

Combattenti pro Serraj (Getty Images).

Similare anche se più generica la posizione dell’Unione europea che per il tramite dell’Alto Rappresentante Borrell ha affermato di seguire con preoccupazione quanto accade nel Paese e ha rinnovato la richiesta agli attori di fermare i combattimenti e avviare un processo politico inclusivo sotto l’egida dell’Onu. Domanda: perché nessuno vuole ricordare che Haftar è l’aggressore? Realismo politico o volontà di ricerca della pace a ogni costo? Continua nel frattempo la minaccia del coronavirus mentre torna alla ribalta la questione migratoria. 

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

In Libia la parola resta alle armi, coronavirus o meno

La pandemia non ferma i combattimenti. Le forze inviate dalla Turchia in sostegno ad al Serraj infliggono una dura sconfitta a Haftar. E il leader di Tripoli chiude a ogni negoziato. Con buona pace della soluzione politica auspicata da Di Maio e da Bruxelles.

In questi giorni i libici continuano a massacrarsi col solito loro fragoroso impegno, del tutto indifferenti alle preoccupazioni planetarie per il coronavirus.

Il 13 aprile infatti le forze agli ordini del presidente di Tripoli Fayez al Serraj (Gna) hanno sferrato una massiccia offensiva a ovest della Capitale riconquistando con aspri combattimenti tutte le posizioni prese nei mesi scorsi dall’esercito di Khalifa Haftar (Lna).

I miliziani turcomanni e siriani, agli ordini di ufficiali turchi inviati da Tayyp Erdogan in aiuto del governo di al Serraj, hanno così conquistato le località strategiche di Sabratha, Surman, el Agelat, Ragdelin, Zelten, Aljmaile e al Assah.

DISTRUTTO IL QUARTIER GENERALE DI HAFTAR A SEBRATHA

È stata una battaglia impegnativa e massiccia, che ha coinvolto centinaia se non migliaia di combattenti, col risultato di distruggere il quartier generale di Haftar a Sebratha e infliggere una pesante sconfitta, come ha ammesso il suo comandante delle operazioni sul fronte occidentale, il generale Omar Abdel Jalil: «Abbiamo subito pesanti perdite e tra i nostri militari uccisi c’è anche il colonnello Mohammed al Marghani, colpito da un drone mentre si stava ritirando».  Le milizie fedeli ad al Serraj hanno inoltre conquistato un discreto bottino di guerra: due blindati degli Emirati Arabi Uniti, rampe di lancio per missili Grad,  10 carri armati e veicoli armati oltre a grandi quantità di munizioni, razzi, missili anticarro e proiettili di mortaio.

LA PRIMA VITTORIA DELLE FORZE INVIATE DALLA TURCHIA

Indubbiamente si tratta della prima, consistente vittoria conseguita dalle forze inviate dalla Turchia che combattono per al Serraj, perché di fatto hanno vanificato l’intera strategia di Haftar che puntava a stringere Tripoli in una morsa di strangolamento, attaccando contemporaneamente la Capitale nemica da ovest e da sud est. Morsa che ora semplicemente non esiste più, il che obbliga Haftar ad attaccare solo da un fronte, quello di sud est, che per di più si trova a sua volta preso in una morsa perché sotto la pressione militare delle milizie di Misurata che attaccano da oriente. Dunque, a cinque mesi dalla stipula dell’alleanza del novembre 2019 tra il governo di al Serraj e Tayyp Erdogan, si vedono ora sul terreno i risultati dello sforzo bellico turco in Libia, mentre Haftar, che alla vigilia di quella alleanza era sul punto di conquistare Tripoli, si trova ora in una grave impasse, alla quale risponde intensificando i bombardamenti su Tripoli, ma senza consistenti risultati. Di fatto, dopo un anno dall’inizio, il 4 aprile 2019, della sua roboante campagna per la conquista di Tripoli, Haftar continua a essere impantanato e ora deve temere una altra offensiva ad Est delle forze  inviate in Libia dalla Turchia.

SERRAJ CHIUDE A OGNI NEGOZIATO

Alla luce di una situazione sensibilmente mutata sul terreno militare, si devono quindi leggere le dichiarazioni del 14 aprile a Repubblica di al Serraj: «Non mi siederò al negoziato con Haftar dopo i disastri e crimini che ha commesso nei confronti di tutti i libici. Abbiamo sempre cercato di risolvere le nostre dispute attraverso un processo politico, ma ogni accordo è stato subito rinnegato da Haftar che ha approfittato della pandemia da coronavirus per violare la tregua e bombardare Tripoli. Ci aspettavamo che i pericoli della pandemia lo avrebbero trasformato in un uomo di parola, per una volta. Ma lui ha visto nella pandemia solo un’opportunità per attaccarci. E visto il fallimento, ora bersaglia con bombardamenti indiscriminati Tripoli, le zone residenziali, gli impianti e le istituzioni civili e addirittura l’ospedale pubblico Al Khadra nel centro di Tripoli».

LEGGI ANCHE: Gli effetti del coronavirus nelle zone di guerra in Libia, Siria e Yemen

Dunque, nessuno spazio per la “soluzione politica” tanto retoricamente quanto vanamente auspicata da Luigi Di Maio e dall’Europa. In Libia, come sempre, la parola è sempre e solo alle armi. Coronavirus o non coronavirus.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il bilancio della guerra in Libia a un anno dall’offensiva su Tripoli

Il generale Haftar lanciò l'attacco sulla capitale controllata dal governo di al Sarraj il 4 aprile 2019. Il bilancio delle vittime è di 2.200-3 mila morti. Dopo l'intervento massiccio delle potenze straniere, la situazione è in totale stallo.

È passato un anno da quando, il 4 aprile 2019, il generale Khalifa Haftar lanciò il suo attacco a Tripoli nel tentativo di rovesciare il governo di accordo nazionale del premier Fayez al-Sarraj: un’offensiva trasformatasi subito nello stallo di un conflitto tra milizie più o meno inquadrate che continua a causare vittime, anche civili, e distruzioni di case e infrastrutture, senza lasciar intravedere una soluzione di pace. Facendo anzi temere un’escalation, viste anche le forze straniere schierate in questa guerra. I morti in un anno di scontri soprattutto alla periferia sud di Tripoli sono – secondo stime peraltro impossibili da verificare – tra i 2.200 e i 3.000. Si tratta della più recente fase dell’ormai quasi decennale caos libico iniziato nel 2011 con la caduta del dittatore Muammar Gheddafi, abbattuto dalla primavera araba e soprattutto da potenze occidentali.

IL CORONAVIRUS NON FERMA GLI SCONTRI

Fra interessi confliggenti di potenze mondiali e regionali (Russia ed Egitto filo-Haftar e TurchiaQatar per Sarraj), la diplomazia internazionale ha prodotto un cessate il fuoco concordato invano alla conferenza di Berlino del novembre scorso e, appena un mese fa, il ritiro del quinto mediatore Onu bruciato dalla crisi libica, il libanese Ghassan Salamé. Dal canto suo l’Italia, che sostiene il governo di Sarraj riconosciuto dall’Onu ma parla anche con Haftar, lavora a una soluzione politica del conflitto che aiuti pure ad arginare i flussi migratori. E come confermano le ultime ore segnate fra l’altro da due civili uccisi e da annunci dell’abbattimento di un drone e di un monomotore L-39, viene ignorata anche la tregua umanitaria che sarebbe dovuta scattare di fronte alla pandemia da coronavirus.

L’INTERVENTO DELLA TURCHIA E IL NUOVO STALLO

Quel mix di truppe regolari e miliziani che è il sedicente Esercito nazionale libico, guidato da Haftar, a dicembre era sembrato prossimo alla vittoria anche grazie all’appoggio di mercenari russi (oltreché sudanesi e ciadiani) e all’uso di armamenti emiratini. Il suo controllo dei terminal della mezzaluna petrolifera della Cirenaica, sancito con il blocco dell’export che ha ridotto la produzione del greggio da 1,22 milioni di barili al giorno di gennaio agli 80 mila attuali, aveva rafforzato questa impressione. Vi è stato però l’intervento della Turchia ad aperto sostegno di Sarraj e delle milizie di Tripoli e Misurata che lo difendono. Soprattutto con la fornitura di apparati contraerei, ma anche con l’invio di un centinaio di propri militari e di mercenari siriani, Ankara ha provveduto «a riequilibrare il rapporto tra le forze sul campo», determinando «l’attuale situazione di stallo e di bassa conflittualità», come ha notato Karim Mezran, analista dell’Atlantic Council.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

L’emergenza coronavirus in Italia vista dai migranti in Nord Africa

Dalle coste del Nord Africa le partenze sono diminuite. Ma solo per via delle condizioni del mare. Riprenderanno con la primavera. Il rischio del contagio al di là del Mediterraneo non preoccupa chi vuole partire. «Non c’è razionalità che possa fermare chi fugge da guerre e torture e ha investito tutto per questo viaggio», spiega una attivista.

Contagion area. Zone de contagion. Mintaqat aleadwaa. La notizia dell’emergenza coronavirus in Italia è arrivata dall’altro lato del Mediterraneo.

Nei centri di detenzione della Libia e nelle case che nascondono i migranti sulle coste della Tunisia e del Marocco, le voci corrono veloci di bocca in bocca, di dialetto in dialetto.

Ora tutti sanno che il Paese meta del loro viaggio verso la salvezza ha un grosso problema da affrontare. Le Ong che monitorano i barconi in mare hanno registrato una diminuzione delle partenze, ma nell’ultima settimana il mare è stato molto agitato. «Potrebbe essere solo una casualità», spiegano le organizzazioni umanitarie, «ben presto si tornerà a partire, soprattutto man mano che il clima diventerà più mite e il mare più calmo». Secondo i dati forniti dall’Agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr), dal 28 febbraio non ci sono stati arrivi sulle coste italiane mentre gli sbarchi non si sono mai interrotti sulle isole greche e sulle coste spagnole. Una cosa appare certa: secondo le organizzazione nordafricane, il coronavirus in Italia non scoraggerà i migranti.

Migranti in un centro di Tripoli (Getty Images).

«PER CHI SCAPPA DALLA GUERRA IL VIRUS È L’ULTIMO DEI PROBLEMI»

«La percezione della situazione non può essere oggettiva fuori dall’Italia», racconta a Lettera43.it Mustapha Abdelkabir, presidente dell’Osservatorio tunisino sui diritti umani, «e per chi scappa dall’orrore, contrarre un virus è il più piccolo dei problemi. Non spaventa certo più di torture, guerre, rapimenti». Lo confermano i volontari delle associazioni marocchine che si occupano di coloro che vogliono partire alla volta del nostro Paese. Si tratta per lo più di uomini e donne che arrivano dall’Africa subsahariana.

LEGGI ANCHE: Le rotte dell’immigrazione che preoccupano il Marocco

«Non hanno paura», dice la giovane attivista Nadja Assan, «anche se ho spiegato loro che è pericoloso arrivare in Italia in questo periodo, perché ci si può ammalare. Mi rispondono alzando le spalle, perché dopo aver attraversato a piedi il deserto, scampato a guerre e violenze, ormai l’obiettivo verso la salvezza è quasi a portata di mano. Non c’è razionalità che possa fermare chi ha investito tutto per questo viaggio», aggiunge l’attivista che tra l’altro ha parenti in Italia ed è molto preoccupata.

Il salvataggio di alcuni naufraghi nelle acque libiche (Getty Images).

MANCANO I SOCCORSI IN MARE

Secondo Alarm Phone, la linea telefonica diretta di supporto per persone che attraversano il Mar Mediterraneo verso l’Ue, non è escluso che possano partire altre imbarcazioni dalle coste del Nord Africa, ma il problema è che in questo momento in mare non c’è quasi nessuno che possa correre in loro soccorso. La situazione è ancora molto confusa e le Ong non sanno se e quando potranno ripartire. L’11 marzo è partita verso la zona Sar libica la nave spagnola Aita Mari, ma restano i problemi legati agli sbarchi. Dopo un salvataggio, se e quando viene concesso il porto, resta infatti l’obbligo di quarantena a bordo, come accaduto per la nave Sea Watch a fine febbraio.

LEGGI ANCHE: Migranti, lo squadrismo greco che non disturba l’Ue

L’APPELLO DELLE NAZIONI UNITE PER GARANTIRE CURE A TUTTI

Intanto l’emergenza coronavirus ha spinto le Nazioni Unite a lanciare un appello di emergenza per raccogliere decine di milioni di dollari per proteggere i rifugiati vulnerabili. «Sarebbe necessario un importo iniziale di 33 milioni di dollari per rafforzare il sistema di prevenzione e risposta», ha affermato Filippo Grandi, Alto Commissario dell’Agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr). A oggi, non sono stati segnalati casi di contagi da Covid-19 nelle comunità di rifugiati e richiedenti asilo ma per l’Agenzia è necessario garantire a tutti cure e accesso alle strutture sanitarie.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Libia, il thriller di Costantini sull’inferno libico

Intervista al giallista su "Una donna normale", spy story ambientata tra Roma e Tripoli, . L'agente italiana Aba in missione antiterrorismo tra le milizie, con la guardia costiera, nell'inferno dei campi profughi che guardano l'Italia.

Un thriller, per definizione, di fantasia. Costruito sulla trama degli interessi nazionali, di sicurezza e strategici, che uniscono l’Italia alla Libia. Tutto quello che state leggendo avidamente rincorrendo il finale, sembra alludere l’autore Roberto Costantini, è inventato ma possibile: può essere accaduto o potrà accadere; anche se resterebbe – o è rimasto e resterà per sempre – invisibile. Il possibile – e invisibile – più illuminato in Una donna normale (Longanesi, 2019), il primo volume della nuova serie del giallista del commissario Balistreri, è la vita estrema della protagonista 40enne Aba (nome in codice, e soprannome tra gli amici, Ice): una agente segreto italiana ai vertici dell’antiterrorismo; donna divisa tra le rigide e impenetrabili regole d’ingaggio, e la vita da comune, molto indaffarata, moglie e madre di famiglia.

Lo scrittore Roberto Costantini.

LA SPY STORY TRA ROMA E TRIPOLI

Aba è una civil servant nascosta per definizione. Per gli stereotipi di genere, ancora più degli uomini  in questa e in altre professioni. Il libro è innanzitutto un tributo, racconta Costantini a Lettera43.it, «al merito e alla dedizione di tutte le donne che lavorano con sforzo e nell’ombra, senza essere, inclusa la protagonista, delle wonder woman». Seguendo le missioni di Aba tra Roma e le coste di Tripoli, con un thriller si impara più sulla Libia degli ultimi anni che non dalle cronache dei media: quanto rischio di terrorismo arriva dal Nord Africa, quale imbarbarimento ha toccato la vita che ci guarda dal Mediterraneo, quali operazioni mette in campo l’Italia? Per imbastire con «sufficiente realismo la fiction ho impiegato un anno», spiega Costantini, ingegnere nato a Tripoli e formato a Stanford, «parlando con giornalisti dalle aree di crisi e il personale dei servizi».

L’altra figura centrale della spy story è il professor Johnny Jazir, guida archeologica in Libia e spietato ex capo-milizia in Niger, l’agente Marlow dei doppi e tripli giochi oltre il Mediterraneo. Indispensabile, anche all’intelligence italiana, per sventare attentati e salvare ostaggi: un mostro o un eroe?
Insieme a Ice, Marlow resterà il protagonista delle prossime storie della quadrilogia. Lo considero l’erede arabo di Mike Balistreri, l’eroe oscuro che nel primo thriller mette in crisi la visione del mondo fatta di bianchi e di neri di Aba: quel sistema di valori ferreo al quale il padre l’aveva educata ma dal quale dovrà liberarsi. Il professor Jazir addentra Aba in un mondo completamente diverso dal suo.

Da donna e da madre, atterrata a Tripoli Aba prima che Ice nota la distanza abissale della sua esistenza rispetto a quella delle mogli e dei ragazzi armati della Libia. Uno sguardo da occidentale, ipocrita per Marlow.
Questa dimensione della realtà va oltre i valori borghesi e occidentali di Aba, che Ice è chiamata a preservare. Ma per affrontare e compiere le missioni Ice dovrà capire il mondo alla Dostojevski di Marlow. Interpretare grazie a lui una complessità che in realtà, scoprirà, si cela anche dietro l’apparenza della sua famiglia perfetta.

Nel caso di un attentato da compiere in Italia, la via dalla Libia sarebbe la più semplice, e anche la principale per entrare


Tra Tripoli, Sabratha e Zuwarah Ice visita anche l’orrore degli «hotel a 4 stelle» dei migranti, pronti per le «crociere nel Mediterraneo». Oltre il breve spazio di mare che ci separa dalla Libia si è davvero al di là del bene e del male?
In Libia la minaccia è grave e imminente in ogni luogo. Ho vissuto a Tripoli fino a 18 anni e continuo ad avere contatti con degli amici libici, a sentirli. La Libia di oggi è un inferno, e va detto che la colpa di questa situazione è di tutti, meno che dei libici.

La missione di Aba è riuscire a identificare e catturare un little boy, un attentatore, del Niger della rete di Al Qaeda del Maghreb (Aqmi), che un infiltrato dell’Aisi ha rivelato partire dalla Libia per un attacco a Milano. Ma davvero, ci si chiede, un terrorista rischierebbe la vita in mare?
Nel caso di un attentato da compiere in Italia, quella sarebbe la via più semplice e anche la principale per entrare nel Paese, per questa ragione viene così monitorata. In realtà non tutti i barconi, come avviene nel libro, sono a rischio affondamento…

E i little boy del thriller non impiegano mesi o anni di sofferenze, come i migranti, a raggiungere la Libia dall’Africa centrale, anche perché la rete criminale di trafficanti che gestisce la tratta e le partenze dalla Libia è la stessa dei clan dell’Aqmi nel Sahel.
Non sapremmo mai se un attentato del genere sia stato tentato o sventato in Italia: resterebbe coperto da segreto. Di certo nel nostro Paese, al contrario che in Francia, nel Regno Unito, in Germania, e anche in Spagna non c’è mai stato in questi anni un attacco di terroristi islamici. Per caso o per fortuna, o magari perché i nostri servizi hanno lavorato bene.


Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Impotenti in Libia, agli Usa non resta che trattare con Haftar

In un'informativa il Dipartimento di Stato spiega di non poter forzare i player regionali a cambiare condotta. Si dichiara attore disinteressato e allineato con l'Onu. E spinge il generale della Cirenaica a sospendere l'offensiva per iniziare a negoziare.

Sul quotidiano Libya Herald è apparsa una notizia che merita di essere ripresa e commentata; non perché relativa a casi di coronavirus ricercati su quei poveri disgraziati che a causa della guerra cercano anche adesso disperatamente di raggiungere le coste italiane, bensì per il rilievo assegnato a una speciale informativa sulla Libia del Dipartimento di Stato statunitense, resa a Washington nel fine settimana. 

Che cosa dice l’amministrazione Usa?

CONTRO LE TOSSICHE INTERFERENZE STRANIERE

Si afferma che il governo è fortemente impegnato in sforzi proiettati a mettere fine al conflitto libico e a minimizzare le «tossiche interferenze straniere» e dunque a promuovere una Libia stabile, unita e democratica capace di essere partner nella lotta contro il terrorismo e normalizzare la produzione petrolifera

GLI INCONTRI CON SERRAJ E HAFTAR

Che gli Usa incontrano regolarmente il premier Serraj, il generale Haftar e altri leader libici per ottenere una de-escalation del conflitto e dimostrare che le spinte conflittuali in atto possono (e debbono) trovare soluzione attraverso il negoziato.

L’INCONCLUDENZA DEL CONFLITTO

Che il conflitto libico, riacceso nell’aprile del 2019 da Haftar per impadronirsi di Tripoli, sede del governo (Gna) posto in essere con l’accordo del 2015, riconosciuto internazionalmente, ha visto 10 mesi di conflitto inconcludente lungo una linea di scontro rimasta sostanzialmente inalterata da allora. Ciò che ha ampiamente dimostrato come non ci sia soluzione militare al conflitto se non a prezzo di un bagno di sangue o un’insurrezione di lunga durata.

GLI INTERESSI DEI SOSTENITORI ESTERNI

Si afferma che sia lo Lna (Tobruk – Haftar) che il Gna (Tripoli – Serraj) hanno cercato supporto militare e finanziario da sostenitori esterni (Russia, Emirati, Turchia, Egitto, etc.) che vi stanno investendo per favorire i rispettivi interessi di sicurezza e commerciali (e non certo quelli libici).

IL SOSTEGNO ALL’ONU

Che gli Usa stanno sostenendo gli sforzi del Rappresentante speciale delle Nazioni Unite per negoziare la cessazione delle ostilità e una composizione politica globale, coordinandosi strettamente con il Regno Unito, l’Italia, la Francia, la Germania, l’Egitto, gli Emirati e la Turchia

LO SCETTICISMO SULL’ESITO DELLA CONFERENZA DI BERLINO

Si ricorda come il 19 gennaio gli Usa siamo stati alla Conferenza di Berlino dove tutti i Paesi chiave si sono impegnati a sospendere le operazioni militari e a fermare l’afflusso dall’esterno di armi e di militari. La Nota prosegue facendo il sunto degli avvenimenti post-Berlino che stanno inducendo molti a ritenere che il documento in 55 punti approvato in quella sede non valga la carta sulla quale è stato scritto. Ma gli Usa vogliono dimostrare un approccio propositivo ribadendo il loro sostegno alle Nazioni Unite e alla validità del percorso tracciato in quel documento in materia negoziale tra le due parti in conflitto sotto il profilo militare, economico e politico. E dichiarano che Ghassan Salame (ora dimissionario) sta facendo un ottimo lavoro che merita plauso e appoggio.

LA SOTTESA IMPOTENZA DEGLI USA VERSO I PLAYER REGIONALI

Nella Nota si aggiunge che l’Amministrazione americana è determinata a riaprire l’ambasciata a Tripoli non appena possibile sottolineando ad ogni buon fine come non sussistano al momento le necessarie condizioni di sicurezza. Si comprende, continua la Nota, che Paesi che interferiscono nel conflitto abbiano preoccupazioni profonde e profondamente sentite in merito al ruolo dell’Islam politico, la stabilità dei rispettivi regimi, l’influenza regionale e come gli Usa non possano forzarli a cambiare la loro linea di condotta.

I CONSIGLI AD HAFTAR

Ma poi stringe la lente su Haftar per osservare come egli stia inseguendo le cosiddette 3 M – milizie, money e Muslim brotherhood (Fratellanza musulmana) ma che in effetti, in questa fase, il perseguimento di tali obiettivi stia risultando controproducente perché sta rafforzando le milizie che difendono Tripoli; sta rafforzando gli estremisti; rende impossibile tracciare la distribuzione del denaro nel Paese. Da qui la conclusione: per il reale perseguimento dei suoi obiettivi sarebbe più consigliabile la sospensione «immediata» della sua offensiva.

IL COLLEGAMENTO CON LA PARTITA SIRIANA

Si precisa al riguardo come vi sia un gioco incrociato tra ciò che sta avvenendo nel conflitto siriano (Idlib) e quello in corso a Tripoli tra Russia e Turchia. La Siria, si sottolinea, è una sostanziale priorità per Turchia e Russia, più di quanto non lo sia la Libia. E in ogni caso si rileva come la presenza della Russia attraverso i mercenari Wagner si sia rivelata decisamente destabilizzante. Riferendosi ai suoi tradizionali alleati senza menzionarli, la Nota constata come qualcuno pensi che gli Usa possano cambiare le cose con un semplice schioccare di dita per risolvere i problemi della Libia. Ma non è così.

PRIMA CONSIDERAZIONE: GLI USA VOGLIONO MOSTRARSI IMPARZIALI

Questo in sintesi il senso della Nota statunitense da cui si possono trarre alcune considerazioni. Intanto si ribadisce che gli Usa sono una potenza decisa a sostenere le Nazioni Unite e il suo Rappresentante speciale, assumendo con ciò il ruolo di partner e broker affidabile perché disinteressato, a differenza delle altre potenze sopra citate che vi stanno interferendo.

SECONDA: GLI USA VOGLIONO CHE HAFTAR SI SIEDA A TRATTARE

In secondo luogo, vi compare un duro ammonimento rivolto a Haftar a non farsi utile oggetto e strumento nelle mani delle potenze che si sono coinvolte nel conflitto, suggerendo con forza che si decida a capitalizzare quanto prima il suo posizionamento militare al tavolo negoziale. 

TERZA: GLI USA TEMONO UN RAFFORZAMENTO DELLA FRATELLANZA MUSULMANA

In terzo luogo, si adombra piuttosto chiaramente come vi sia il rischio che i suoi avversari puntino a sfruttare la bandiera della Fratellanza – invisa a gran parte del mondo arabo – per colmare il divario di forza militare di cui aveva finora goduto rispetto alla periclitante Tripoli.

I DUBBI SULLE CAPACITÀ MILITARI DI HAFTAR

Meglio negoziare adesso sfruttando la posizione di relativa forza acquisita, che perdere tempo e correre un indebolimento tanto rischioso quanto irrecuperabile. Tutto ciò mentre sono diversi i segnali di un incrocio di cointeressenze tra gruppi jihadisti nel Sud del Paese come nel più vasto Sahel, che l’attuale stallo conflittuale sta minando i risultati positivi ottenuti in proposito da Haftar col plauso proprio di Washington. In questo contesto appare legittimo chiedersi a questo punto se Haftar, che ha dimostrato di essere privo di un esaltante curriculum militare, saprà essere un politico scaltro e magari anche lungimirante. Finora non ha dato di sé una chiara dimostrazione in tal senso mentre lo spregiudicato Erdogan se ne sta avvantaggiando, almeno fino a questo momento, sfruttando la consapevolezza dell’alta priorità assegnata al mantenimento della Turchia alla Nato. Se ne saprà di più dopo il prossimo incontro tra Putin ed Erdogan.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Perché la nuova missione Ue in Libia è destinata a fallire

L'embargo tanto voluto dal ministro Di Maio ha due falle che non si possono tappare: le armi possono arginare senza problemi il blocco navale e l'Ue non userà la forza per fermare cargo turchi o emiratini. Bruxelles continua a non avere un rapporto con la realtà.

L’Europa, Luigi di Maio in testa, continua a trastullarsi sulla Libia senza alcun rapporto con la realtà. Innanzitutto continua a dichiarare che la tregua “va consolidata”, ma in realtà quel cessate il fuoco non ha mai avuto luogo. Mercoledì 19 febbraio, ad esempio, le truppe di Haftar hanno lanciato addirittura tre bombe sulle navi ancorate nel porto di Tripoli e una nave metaniera che riforniva la città ha rischiato di essere presa in pieno. Ma il vecchio continente è ormai insuperabile nel trovare soluzioni e passi apparentemente decisivi, ma in realtà privi di senso.

LA NUOVA “MISSIONE DECISIVA”

Lunedì 17 ha deliberato di chiudere la missione Sophia per la semplice ragione che le sue navi rischiano di dover prendere a bordo migranti alla deriva. Austria e Paesi di Visegrad (e di Maio) sono stati inflessibili sul punto. Al posto di Sophia, Di Maio e il suo omologo austriaco Schallenberg hanno preannunciato una «decisiva missione» per bloccare l’arrivo delle armi ai due contendenti. Missione dotata di aerei e navi. Missione dislocata solo a Est della Libia, quindi di fatto col compito di bloccare solo le navi e gli aerei che riforniscono di armamenti Haftar (a Tripoli si arriva benissimo anche da Nord).

UN EMBARGO IMPOTENTE E AGGIRABILE

Una mossa priva di senso per molte ragioni. La prima è che Haftar è stato rifornito nelle ultime settimane di armi da non meno di 63 voli provenienti dagli Emirati Arabi Uniti. Bene, questi aerei non sono passati affatto a Est della Libia, ma da Sud, dal continente e continueranno così ad arrivare indisturbati. La seconda ragione per la quale questa missione europea fallirà è che dovrebbe usare la forza. Haftar e al Serraj non sono riforniti da trafficanti di armi privati, ma da Stati che impiegano anche aerei e navi militari e che non si fermeranno certamente a fronte dell’ordine di fermarsi diramato da navi e aerei dell’Ue. E allora che faranno? Spareranno? Non pare probabile che l’Europa scenda in guerra con gli Emirati Arabi Uniti o la Turchia. Tutto indica che faranno esattamente quello che fa l’Europa da un anno a fronte della crisi libica: faranno ammuina

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il destino della Libia appeso a doppiogiochismi e ipocrisia

Quasi ogni Paese che sta partecipando direttamente o indirettamente all'intervento per la pacificazione gioca una partita personale. Così il futuro di Tripoli resta incerto, così come gli equilibri geopolitici della zona mediterranea.

La tutela e la promozione dei propri interessi nazionali costituiscono il principale motore della politica estera di ogni Paese. Questa regola aurea non deve essere mai dimenticata neppure quando si fa riferimento al “superiore” interesse della pace. Possiamo anche dire che nel perseguimento dei propri interessi si possa dare spazio anche alla dissimulazione quale modalità utile e talvolta necessaria allo scopo. Diverso è il caso in cui ci si affidi invece all’ipocrisia e ancor peggio al doppio gioco accusando altri di ipocrisia e di doppiogiochismo.

Questa annotazione mi è stata suggerita dall’affermazione fatta da un partecipante a un talk show televisivo per la quale, a proposito della guerra in corso in Libia, accusava la Comunità internazionale di incapacità di reazione, evitando, di fatto, di coinvolgere in tale accusa i Paesi che vi stanno partecipando direttamente e/o indirettamente e sorvolando sull’intervento militare del 2011 col quale ne è stata sciolta dell’acido la fragile coesione nazionale assicurata da Gheddafi. Invece è da qui che occorre muovere, richiamando con forza le responsabilità dei Paesi che hanno concorso alla defenestrazione e uccisione di Gheddafi, ricordando l’intesa di Skirat (Marocco) del 2015, la benedizione che vi hanno dato le Nazioni Unite e dalle quali è emerso il riconoscimento internazionale (cioè di tutti i loro membri) del governo della Libia presieduto da Fayed al Serraj (Tripoli).

Ricordiamo anche il fallimento dei vertici (Serraj e Haftar) di Parigi, di Palermo e di Abu Dhabi e Dubai tra il 2018 e il febbraio del 2019. E rammentiamo soprattutto la decisione del generale Haftar di scatenare la «guerra di liberazione di Tripoli dai terroristi» (cioè dallo stesso Serraj), con ciò gettando alle ortiche la prima riunione intra-libica che era stata preparata con grande pazienza e dispendio di energie dal Rappresentante speciale delle Nazioni Unite allo scopo di promuovere un’intesa tra tutte le parti libiche.

TANTE SCENEGGIATE E DOPPIOGIOCHISMI IN LIBIA

E che dire della sceneggiata di Haftar al vertice di Mosca dove se ne va senza sottoscrivere l’intesa sul cessate il fuoco e poi della plateale e non certo pacifista decisione di far bloccare una parte importante degli oleodotti della Libia mentre si affacciano a Berlino gli invitati alla Conferenza internazionale promossa dalla Germania sotto l’egida delle Nazioni Unite? E che dire del fatto che nel momento stesso in cui si stava asciugando l’inchiostro con cui era stato vergato il documento in 55 punti della road map di Berlino la conflittualità in Libia e sulla Libia è ripresa come se nulla fosse accaduto nel frattempo?

La Turchia ha saputo sfruttare il sostanziale abbandono in cui è stato lasciato Serraj per offrirgli sostegno militare e indurlo a sottoscrivere un accordo marittimo

Eppure a Berlino erano presenti tutti, dico tutti gli sponsor delle due parti in conflitto: l’una, capitanata dall’Egitto e dagli Emirati con la celata complicità saudita e quella, peraltro negata, da parte di Mosca, decisi a contrastare in ogni modo la Fratellanza musulmana in quella che da anni ormai è la benzina del conflitto intra-sunnita che, pur duro perché di matrice politico-settaria, poco ha a che vedere con il conflitto, sempre intra-sunnita, con il vero terrorismo jihadista (Daesh e Al Qaeda); l’altra, rappresentata sostanzialmente dalla sola Turchia che nella sua spregiudicatezza ha saputo sfruttare il sostanziale abbandono in cui è stato lasciato Serraj per offrirgli sostegno militare e indurlo a sottoscrivere un accordo marittimo (leggasi sfruttamento risorse energetiche) di difficile accettabilità da parte degli Paesi che si affacciano sul Mediterraneo.

Da sinisrtra, Fayez al Serraj e Giuseppe Conte (foto Valerio Portelli/LaPresse)

Su questo sfondo ci si potrebbe chiedere la ragione per la quale tutti questi attori abbiano sottoscritto la road map per metterla quasi contemporaneamente in discussione ma questa circostanza non deve scandalizzare più di tanto perché nelle partite complesse, dove conflittualità verbale e militare si incrociano, l’ipocrisia regna sovrana. Soprattutto quando, come nel caso libico, la manovalanza bellica – e parliamo di migliaia di uomini – è costituita da mercenari della più diversa specie, dalle forze russe della Wagner ai jihadisti siriani, ai militari del Darfur. Non diverso è il caso dei materiali bellici, dai droni ai carri, a quant’altro, almeno in termini di costi se chi mette mano al portafogli se lo può permettere con una certa disinvoltura, come è certamente per gli sponsor di Haftar più che di Erdogan che peraltro ha dalla sua una sfrenata ambizione ottomana abbinata alla consapevolezza della capacità di ricatto (migranti) nei riguardi dell’Europa.

LA DOPPIEZZA DI MACRON

Nel perdurante clima di ipocrisia generalizzata si può legittimamente sostenere che la road map di Berlino resterà ai margini di una partita in cui la soluzione armata è ancora contemplata. Anche da Erdogan, che tuttavia la sta contemplando con la bandiera del difensore del «riconoscimento internazionale» di un Serraj che ha giustificato la sua richiesta di aiuto ad Ankara con l’argomento del rifiuto ad intervenire militarmente opposto ad analoga richiesta agli altri Paesi europei, Italia in testa. Per di più Erdogan sembra fare affidamento sulla posizione di Mosca che appare più incline ad evitare di alimentare un contrasto con l’avversario/amico in un momento in cui i rapporti fra i due Stati stanno attraversando la criticità dell’area di Idlib in Siria. Resta l’incognita degli Emirati e dell’Egitto.

Preoccupa il crescente ruolo che in questa magmatica situazione possono svolgere le milizie tribali

In questo contesto stupisce davvero leggere le accuse rivolte a Erdogan dal presidente francese Emanuel Macron che, prima di tutti, dovrebbe rimproverarsi della doppiezza della sua posizione nei riguardi di Haftar. Non stupisce invece l’apparente disinteresse del governo Sarraj per il problema migratorio che invece continua a essere in cima ai pensieri del governo italiano che, si dice, stia trattando riservatamente con Tripoli sul memorandum bilaterale stipulato in proposito ai tempi di Marco Minniti mentre stenta a guadagnare proseliti sulla risposta che sta maturando in sede europea in materia di strategia di inserimento nella road map berlinese.

Emmanuel Macron.

Preoccupa in ogni caso l’annuncio dell’Unhcr (Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) di voler sospendere le sue operazioni presso la Struttura di raccolta e partenza di Tripoli per il timore che possa diventare un obiettivo militare. E preoccupa il crescente ruolo che in questa magmatica situazione possono svolgere le milizie tribali. Sostanzialmente non pervenuta, per ora, la voce dell’amministrazione statunitense comprensibilmente impegnata in questioni interne e internazionali ritenute più emergenti.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

In Libia persi 256,6 milioni di dollari per la chiusura dei pozzi di petrolio

A partire dal 23 gennaio sono stati persi 3,9 milioni di barili di petrolio in sei giorni.

In seguito al blocco dei terminal del Golfo della Sirte e della chiusura di valvole in due oleodotti imposta da forze del generale Khalifa Haftar, la produzione di petrolio in Libia «è caduta da oltre 1,2 milioni di barili al giorno a 320.154 b/d” e al 23 gennaio, «in sei giorni», vi è stata una perdita cumulata di produzione di 3.907.318 barili». Lo ha reso noto un bollettino pubblicato su Facebook dalla National oil company (Noc), la compagnia petrolifera nazionale libica, il danno economico è di oltre 256,6 milioni di dollari.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

In Libia si rischia il collasso della produzione di petrolio

L'allerta arriva dal capo dell'agenzia petrolifera. Mentre il governo di Tripoli annuncia la ripresa dei voli da Mitiga. La situazione.

In Libia «c’è il rischio» che «entro pochi giorni» la produzione di petrolio precipiti ai livelli più bassi dalla caduta di Muammar Gheddafi nel 2011. L’allerta arriva dal capo dell’agenzia petrolifera libica, Mustafa Sanalla, in una intervista al Financial Times. Si prevede che a causa del blocco dei terminal petroliferi nell’Est libico ordinato da Khalifa Haftar la produzione dei pozzi possa arrivare a «72mila barili al giorno». «La situazione peggiora di giorno in giorno, i blocchi sono illegali e vanno rimossi», avverte Sanalla.

RIPRENDONO I VOLI DA MITIGA

Nel frattempo, il governo di Tripoli ha deciso di riprendere i voli dall’aeroporto Mitiga sfidando la no-fly-zone imposta dal generale Haftar sulla capitale libica. La «ripresa del movimento di navigazione aerea all’aeroporto internazionale di Mitiga a partire da oggi, giovedì 23 gennaio 2020» e l’«incarico al ministero dei Trasporti di prendere le misure necessarie a questo fine» sono stati annunciati da un comunicato del Consiglio presidenziale del governo di accordo nazionale pubblicato su Facebook.

L’APPELLO DI TRIPOLI ALLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE

«Il Consiglio presidenziale del governo di accordo nazionale ha tenuto una riunione straordinaria e ha annunciato ciò che segue», premette il comunicato annunciando la ripresa dei voli. «All’inizio della riunione è stato messo l’accento sulle minacce chiare e pubbliche per la navigazione aerea e per il movimento dell’aviazione civile dichiarate dal portavoce ufficiale delle forze d’aggressione», viene aggiunto con riferimento ad Ahmed al-Mismari e alle milizie del generale Haftar. Tali minacce «rappresentano un premeditato crimine di guerra», si afferma nella dichiarazione che «ricorda» alla «comunità internazionale le sue responsabilità» in base ad «accordi» e trattati internazionali «sulla protezione dell’aviazione civile, degli aeroporti» e di tutte le strutture civili.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il giallo dei miliziani libici spariti dopo una lite al San Raffaele

Due combattenti ospiti del Gruppo San Donato nell'ambito di un programma per la cura dei feriti di guerra sono stati fatti rimpatriare nottetempo dopo che avevano accoltellato un connazionale. Mistero su chi li abbia fatti uscire dal Paese dopo che erano stati messi nel registro degli indagati.

È giallo su due miliziani libici ricoverati in una struttura dell’ospedale San Raffaele e spariti dopo una lite con un connazionale che aveva portato la procura ad iscriverli nel registro degli indagati. Secondo La Stampa, che ricostruisce la vicenda, i due potrebbero essere stati presi in fretta e furia da uomini dei servizi segreti di Tripoli e rimpatriati in Libia nottetempo. La storia risale al 15 gennaio, quando un combattente libico ospite del Gruppo San Donato (proprietario del San Raffaele) si presenta ferito al pronto soccorso.

L’ACCORDO UMANITARIO TRA LIBIA E GRUPPO SAN DONATO

Nella primavera del 2018 il Gruppo ha stipulato un accordo con l’ambasciata libica per la cura e la protezione dei feriti di guerra, che vengono medicati al San Raffaele e ricoverati finché non sono pronti ad essere rimpatriati. È proprio uno di questi miliziani che arriva al pronto soccorso il 15 gennaio con una ferita da coltello, sostenendo di essere stato aggredito da due connazionali dopo una lite per denaro.

INDAGATI E SPARITI NELLA NOTTE

«L’allerta è scattata subito e della vicenda è stato informato il capo del pool Antiterrorismo della procura, Alberto Nobili, che ha aperto un fascicolo per lesioni aggravate iscrivendo nel registro degli indagati i nomi dei due aggressori con l’intenzione d’interrogarli», racconta La Stampa, «peccato che dei due combattenti, la mattina successiva al ferimento, non c’era più traccia. Scomparsi. Spariti probabilmente la notte stessa. Secondo una prima ricostruzione sarebbero stati caricati su un’auto che li ha condotti in un aeroporto. E da lì avrebbero preso un volo diretto, sospettano gli inquirenti, in Libia. Altro, per ora, non si sa».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Perché l’Egitto è sempre più insofferente nei confronti di Haftar

Al Si-si considera il generale della Cirenaica ormai incapace di imporsi sul piano militare e ha passato la gestione del dossier libico al controspionaggio militare del Cairo. Secondo Middle East Eye vorrebbe addirittura sostituirlo con un ufficiale egiziano.

È durato poche ore il bluff mediatico della Conferenza di Berlino e la verità del suo fallimento è subito emersa: nessuna tregua in atto, ma i combattimenti duri a sud Est di Tripoli, il bombardamento da parte di Haftar dell’aeroporto Mitiga di Tripoli con sei razzi e, soprattutto, il blocco delle esportazioni petrolifere imposto da Haftar hanno letteralmente fatto saltare l’atmosfera ipocrita di quell’inutile vertice.

Con scelta incredibile, infatti, i 55 punti del documento finale firmato a Berlino contenevano tutti i miraggi possibili e immaginabili (elezioni, nuovo governo, nuova costituzione, tregua e pace tra i popoli) ma non l’unico punto cogente e immediato: l’imposizione ad Haftar di togliere il blocco petrolifero, clamoroso, enorme, atto di guerra.

La realtà si è subito imposta sulla inutile sceneggiata voluta da Angela Merkel e dalla Ue e si è consumato il divorzio pieno tra i voli pindarici della diplomazia e l’escalation verticale del conflitto. Il blocco, martedì 21 gennaio, da parte della Francia, della risoluzione di condanna europea della chiusura delle esportazioni petrolifere ha poi definitivamente svelato la ipocrita realtà di una Ue spaccata drammaticamente, quindi inesistente.

LA SCELTA MASOCHISTICA DI HAFTAR DEL BLOCCO PETROLIFERO

A questo punto, manca comunque ogni certezza sulle ragioni vere alla base della scelta di Haftar, che ha anche un aspetto masochistico perché il crollo da un milione e mezzo di barili esportati ogni giorno agli attuali 70 mila colpisce anche la Cirenaica e dissangua anche le casse del generale coi baffi. Non è facile dare risposte certe a questo quesito che peraltro colpisce una popolazione sotto il “governo” di Haftar che vive unicamente dei proventi del petrolio, tre, quattro volte più numerosa di quella sotto il governo di al Serraj.

Le roboanti «48 ore per la conquista di Tripoli» da parte delle sue milizie, promesse il 14 aprile 2019, si sono ormai allungate a 9 mesi

Una risposta – non certa – può essere che il generale della Cirenaica ha preso atto di non riuscire a sfondare sul piano militare. Le roboanti «48 ore per la conquista di Tripoli» da parte delle sue milizie, promesse il 14 aprile 2019, si sono ormai allungate a 9 mesi (!) e l’arrivo di droni, antiaerea sofisticata dell’esercito turco a protezione delle milizie di al Serraj e dei 3-5.000 miliziani arabi e turcomanni spostati da Recep Tayyip Erdogan dalla Siria alla periferia di Tripoli pare stiano cambiando le sorti del conflitto a detrimento di Haftar.

AL SISI VORREBBE SOSTITUIRE HAFTAR CON UNO DEI SUOI GENERALI

Un segnale, non certo, non verificato, a suffragio della tesi della mossa petrolifera disperata di Haftar a fronte di una impasse sul piano militare, ci viene dalle rivelazioni del Middle East Eye che dà conto di una profonda irritazione del presidente egiziano al Si-si nei confronti di Haftar, della conseguente sua decisione di passare la gestione del dossier libico al controspionaggio militare egiziano e addirittura della volontà del Cairo di sostituire Haftar con uno dei suoi generali.

Un impianto petrolifero libico.

Le ragioni di tale crisi nei fondamentali – per Haftar – rapporti con il Cairo sarebbero da ricercare, appunto, nella sua incapacità di imporsi sul piano militare. Ora, è appurato che Haftar ha rigidamente perso tutte le battaglie che ha ingaggiato, che i suoi “successi” militari sono dovuti unicamente alla aviazione degli Emirati, all’aiuto occulto delle Forze speciali francesi e dei “mercenari” russi della Organizzazione Wagner e alla massa di finanziamenti ricevuti dall’Arabia Saudita che gli hanno permesso di assoldare qualche migliaia di miliziani dal Ciad e dai Paesi limitrofi. Ma è altrettanto vero –va detto- che il Middle East Eye non è affatto una fonte sicura e certa. Ma non è detto che ci sia qualche verità dietro queste rivelazioni.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

L’Italia non dica no a una nuova missione Sophia

Abbiamo dato l’immagine di un Paese preoccupato molto di più della pressione migratoria che della stabilizzazione della Libia. Sarebbe un peccato che ripetessimo lo stesso errore. Il rischio è di essere ancora una volta lasciati da parte dalla comunità internazionale.

Chi ha vinto e chi ha perso a Berlino? Domanda mal posta per una Conferenza internazionale sulla Libia dove il meno che si possa dire è che è in corso un complesso intreccio di ambizioni locali, regionali e internazionali che non può essere ridotto al risultato di una partita di calcio. Cominciamo a dire che la Conferenza è nata sulle macerie di tentativi improduttivi posti in essere a Parigi, a Dubai, a Palermo e da ultimo a Mosca a opera di Vladimir Putin e di Recep Tayyip Erdogan che si è chiusa con la non-firma del cessate il fuoco da parte di Haftar.

Si può sostenere che questi tentativi sono stati utili per arrivare a Berlino? Certamente sì, nella misura in cui hanno in qualche modo preparato il terreno per il cessate il fuoco concordato da Putin ed Erdogan che ha esibito un’aspirazione “ottomana” invisa alla gran parte dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo e preoccupante per gran parte delle altre potenze regionali. Per la sua mano rapace sulla piattaforma continentale per i suoi contenuti energetici; per incarnare una visione islamica, quella della Fratellanza islamica che dal Cairo agli Emirati è vista come il fumo negli occhi. Non dimentichiamoci al riguardo del colpo di Stato con cui l’attuale presidente egiziano ha deposto il presidente Mohamed Morsi, legittimamente eletto, e dopo aver messo al bando la Fratellanza ha avviato una sua crociata contro le sue bandiere tenute alte proprio da Erdogan anche all’estero, a cominciare dalla confinante Libia.

Non dimentichiamoci neppure della prospettiva di un ingresso vittorioso di Haftar in Tripoli suscettibile di aprire una spaventosa fase stragista dopo ben nove mesi di marcia per la conquista della capitale che doveva durare solo un paio di giorni, un tempo che la dice tutta sulla abilità militare di questo personaggio. E non dimentichiamo neppure che Erdogan ha posto la sua mano sulla Libia perché a ciò richiesto da un Serraj (Tripoli) lasciato sostanzialmente solo da quella stessa Comunità internazionale che lo aveva riconosciuto e posto a capo dell’attuale governo libico. Lo stesso Serraj se ne è lamentato, giustamente.

PRIMI PASSI VERSO UN PROCESSO DI STABILIZZAZIONE

La Conferenza di Berlino ha premiato la Germania – che nel 2011 aveva deciso di non partecipare alla missione anti-Gheddafi – e la capacità della cancelliera Angela Merkel di fare da sponda con i principali attori internazionali e alcuni regionali con l’obiettivo di coinvolgerli tutti in un esercizio diplomatico di proclamazione di un cessate il fuoco sotto l’egida delle Nazioni unite al quale «non potevano sottrarsi». E su tale premessa di ottenere che anche i due nemici locali fossero presenti anche se non partecipanti diretti all’esercizio. Recuperata in quest’esercizio anche l’Unione europea, l’Unione africana e la Lega araba. L’obiettivo di fondo era il cessate il fuoco e l’accoglimento di una maglia politico-concettuale-operativa in forza della quale farlo evolvere in un processo di stabilizzazione e, auspicabilmente, di pace. Un primo passo si dirà, ma un passo che solo una decina di giorni prima sembrava molto difficile realizzare.

L’obiettivo di fondo era il cessate il fuoco e l’accoglimento di una maglia politico-concettuale-operativa in forza della quale farlo evolvere in un processo di stabilizzazione

Dunque, un passo positivo che tra l’altro ha già comportato il ritiro dell’occupazione dei terminali petroliferi messo in atto in concomitanza con la Conferenza da una tribù affiliata a Haftar. Quale sarà il secondo? L’avallo del documento finale della Conferenza da parte del Consiglio di sicurezza dell’Onu e poi una Conferenza intra-libica, cioè con tutti i pezzi del mosaico libico a Ginevra, e più o meno in contemporanea la riunione dei membri della commissione militare paritetica (cinque di Serraj e cinque di Haftar) incaricata di monitorare il rispetto del cessate il fuoco. Infine il Comitato internazionale dei seguiti (International Follow-Up Committee) formato da tutti i Paesi e organismi presenti a Berlino chiamato a riunirsi una volta al mese per fare stato dell’andamento del post Conferenza. Seguiti richiamati nei 55 punti della Dichiarazione finale in cui mancano, è vero, le sanzioni per gli inadempienti. Ma sarebbe stato troppo sperare.

L’ITALIA PARE INTERESSARSI SOLO DELLA PRESSIONE MIGRATORIA

Tra pochi giorni dunque sapremo se e in quale misura la Conferenza di Berlino potrà cominciare a portare i primi risultati sperati e a fronteggiare i primi prevedibili ostacoli che incontrerà. L’Italia dovrà fare la sua parte facendo tra l’altro dimenticare il tempo, troppo lungo, nel quale ha dato l’immagine di un Paese preoccupato molto di più della pressione migratoria che della stabilizzazione della Libia che della pressione migratoria è la matrice. Per anni abbiamo fatto di tutto, e rumorosamente, per farlo sapere e ne abbiamo visto le conseguenze in termini di ruolo. Sarebbe un peccato che ripetessimo lo stesso errore anche adesso rifiutando, ancor prima che divenga un’ipotesi di lavoro, una riedizione dell’operazione Sophia arricchita del compito del controllo dell’embargo delle armi; e ciò nel timore che essa possa in qualche modo propiziare la ripresa della pressione migratoria di tre anni fa. Potremmo ancora una volta essere lasciati da parte. La riunione dei ministri degli Esteri dell’Ue del 20 gennaio non ha dato un segnale positivo al riguardo.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La conferenza di Berlino sulla Libia? Carta straccia

Il documento finale è un elenco di pie intenzioni che galleggiano sul nulla. L’unico impegno che hanno preso Haftar e al Serraj è la formazione di una commissione militare che verifichi il cessate il fuoco. Ma la guerra proseguirà.

Improntitudine e ipocrisia, non ci sono altri termini per definire la soddisfazione dei grandi d’Europa per i risultati della conferenza di Berlino sulla Libia. Nei fatti, il documento finale, che disegna un percorso virtuoso e luminoso per la pacificazione tra le parti e l’avvento della democrazia (!) a Tripoli e Bengasi è stato firmato da tutti, tranne… i libici Haftar e al Serraj.

Dunque è poco più che carta straccia, un elenco di pie intenzioni che galleggiano sul nulla. Non solo, la mancata firma di Haftar e al Serraj toglie ogni credibilità alle ipocrite firme dei loro partner, che hanno spinto Haftar alla guerra di conquista di Tripoli o che difendono al Serraj da quell’assedio. Per di più, neanche Erdogan pare abbia firmato, perché ha lasciato il vertice tre ore prima che finisse.

L’unico, tragicomico impegno che hanno preso Haftar e al Serraj – che mai si sono incontrati mentre Angela Merkel faceva una ridicola spola tra le loro stanze – è la formazione di una commissione militare che verifichi il cessate il fuoco e un generico impegno a non dar vita a una escalation del conflitto. Promesse da marinaio, palesemente.

UN NUOVO GOVERNO UNITARIO, UNO SCHIAFFO PER AL SERRAJ

Non solo, l’impostazione politica del documento finale è di fatto assolutamente inaccettabile per al Serraj, per le milizie di Misurata e per la Turchia. L’impegno a formare un nuovo governo unitario infatti sottende la piena delegittimazione del governo di Tripoli (sino a ieri l’unico formalmente riconosciuto dall’Onu e dalla comunità internazionale), a cui fa da contrappeso la piena legittimazione di Haftar che non viene assolutamente condannato – anzi – come aggressore e viene invece riconosciuto dai firmatari come forza più che legittima di governo della Libia. Quanto all’impegno di non fornire armi dall’estero ai contendenti, è chiaro che verrà disatteso come sempre. Nulla, assolutamente nulla che imponga ad Haftar di riaprire i porti alla esportazione del petrolio e di cessare di voler strozzare gli avversari con l’arma dei mancati proventi economici.

TRIPOLI APPROFFITERÀ DELLA TREGUA PER ARMARSI

Dunque, dopo Berlino, ad al Serraj, alle milizie di Misurata e ad Erdogan restano solo due prospettive: o accettare una sonora sconfitta da qui a poco e una vittoria sostanziale di Haftar, dell’Egitto, dell’Arabia Saudita e degli Emirati, o profittare della tregua malamente in atto. Nulla è prevedibile in Libia ma c’è da scommettere sulla probabilità che Tripoli approfitti della tregua per rafforzarsi militarmente, col determinante e massiccio appoggio sottobanco della Turchia di Erdogan, per tentare al più presto possibile una possente controffensiva. Intanto, l’Europa si balocca organizzando una seconda conferenza a Ginevra a febbraio. Terapia occupazionale per un Vecchio continente privo di forze e di idee.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La campagna libica di Putin vista dalla Russia

Il summit di Mosca non è stato un flop. Anzi. Il Cremlino continua ad accreditarsi come mediatore nel conflitto. Visti anche gli interessi petroliferi nel Paese. Ma l'obiettivo principale è rafforzare la partnership con Ankara in Medio Oriente. L'analisi.

Al Cremlino la mancata firma dell’accordo sul cessate il fuoco in Libia da parte di Khalifa Haftar non era stata vissuta come uno smacco.

Si ritiene che la mediazione russo-turca per il processo di pace potesse ancora aver successo, e che il generale libico dopo aver lasciato la conferenza di Mosca sbattendo la porta avrebbe preso presto la strada di Canossa. Come sta avvenendo.

Una strada che, secondo osservatori vicini all’amministrazione di Vladimir Putin, non passa da Berlino. E a finire di percorrerla potrebbe non essere Haftar.  

A MOSCA UN INCONTRO ASIMMETRICO

«Nessuno si aspettava davvero che dalla riunione moscovita arrivasse subito a un risultato», ha detto in un’intervista al canale televisivo governativo Rossiya-24 Fyodor Lukyanov, responsabile della rivista diplomatica pro-Cremlino Russia in Global Affairs. Gli organizzatori sapevano che non sarebbe stato possibile risolvere la crisi al primo colpo. Il compito che si erano dati era più modesto: fermare i combattimenti, garantire l’arrivo di aiuti umanitari alla popolazione, fare comunque dei primi passi. L’intransigenza di Haftar – si sottolinea a Mosca – è stata una conseguenza delle sue vittorie nelle battaglie di Sirte e delle periferie di Tripoli, costate troppo per poter fare concessioni immediate e palesi agli avversari.

LEGGI ANCHE: Erdogan prova a fare il sultano della Libia

Si nota inoltre che nel consesso moscovita non erano rappresentati i Paesi che sostengono l’uomo forte di Bengasi e che recentemente hanno intensificato i rifornimenti di armi e aumentato l’efficacia della propaganda a suo favore: mancava l’Egitto, mancavano gli Emirati Arabi. L’incontro era asimmetrico. Gli interessi del generale e dei suoi alleati non potevano essere garantiti. Ma tutto questo era scontato e considerato spendibile, da parte del Cremlino. In vista di risultati nel prossimo futuro, ritenuti a portata di mano grazie a una rafforzata partnership con Ankara sull’intero scacchiere mediorientale e nordafricano.  

SUMMIT DI BERLINO A RISCHIO FLOP

«L’atteggiamento di Haftar è influenzato dalle pressioni dei suoi sostenitori e dall’andamento del conflitto, che era sembrato preludere a una soluzione militare per lui vittoriosa. Solo la discesa in campo della Turchia ha cambiato la situazione», spiega Lukyanov. Che reputa probabile una temporanea ripresa delle ostilità. «Ma Haftar non riuscirà a risolvere la situazione militarmente: ci saranno presto nuovi incontri diplomatici». E a guidare il gioco saranno ancora Russia e Turchia. Perché dal summit di Berlino c’è da aspettarsi poco: «Non mi pare che la conferenza abbia senso, ad appena quattro giorni di distanza da quella moscovita. Comunque, l’Europa in questo conflitto è periferica. Germania e Francia non hanno alcun effetto leva da far valere in Libia. Per non parlar dell’Italia, nonostante i suoi legami storici con Tripoli. Si è visto il fiasco dell’iniziativa di qualche giorno fa a Roma. E anche Berlino sarà un fiasco. I tedeschi farebbero bene a risparmiarselo».

LEGGI ANCHE: In Libia l’Italia si è condannata all’irrilevanza

Mosca ritiene che la conferenza del 19 gennaio abbia il solo scopo di «risolvere un problema interno all’Ue: quello della rivalità creatasi tra Francia e Italia come conseguenza del conflitto in Libia», nota Grigory Lukyanov (stesso cognome, altro politologo), titolare del corso di Conflitti internazionali e peacemaking all’Alta scuola di economia – la Bocconi russa. 

GLI INTERESSI DELLA RUSSIA IN LIBIA

La Russia rivendica un ruolo da mediatore indipendente e vero pacificatore nel conflitto. Ha sempre sostenuto di non aver particolari interessi in Libia, e di voler mantenere contatti con tutte le parti in causa al solo fine di promuovere la pace. In realtà è interessata eccome. Ha forti motivi economici per voler consolidare le sue posizioni. La Libia ha le maggiori riserve provate di greggio del continente africano. Nel 2017, il gigante degli idrocarburi Rosneft, controllato dal Cremlino, ha firmato un accordo di esplorazione e produzione con la società petrolifera nazionale libica (Noc). Nel dicembre 2019, un’altra compagnia russa, la Tatneft ha ripreso le sue attività di esplorazione nel Paese, interrotte nel 2011 alla caduta del regime di Muammar Gheddafi. Mosca vorrebbe ripristinare almeno una parte dei contratti multimiliardari a suo tempo siglati con la Libia del colonnello. E poi ci sono i motivi geopolitici. I porti sul Mediterraneo sono logisticamente preziosi per le rinnovate ambizioni africane del Cremlino, esplicitate nella conferenza Russia-Africa di Sochi dell’ottobre scorso. Senza contare il peso che avrebbe nei rapporti con i Paesi Ue una stabile influenza sulle coste da cui, oltre che gas e petrolio, partono i flussi migratoriUn aspetto che la nostra diplomazia dovrà considerare con cura. 

I MERCENARI DELLA WAGNER E L’AMBIGUITÀ DEL CREMLINO

Riserve petrolifere e zone costiere sono per la maggior parte nel territori controllati da Haftar. I mercenari della compagnia militare privata russa Wagner stanno combattendo a fianco delle milizie del generale. Lo hanno raccontato i media internazionali, lo ha affermato il presidente turco Erdogan, e lo ha implicitamente ammesso lo stesso Vladimir Putin che sostiene di non averli mandati lui. Potrebbe anche essere vero. Le attività degli “imprenditori politici” che si muovono all’ombra del Cremlino a volte prendono uno slancio proprio. Ma certo la verticale del potere di Mosca, dove la politica estera la fa il capo, implica in questo caso il via libera del presidente. Fatto sta che i mercenari della Wagner cominciarono a essere avvistati in Libia alla fine del 2018, poco dopo un incontro di Haftar col ministro della Difesa russo Sergey Shoigu alla presenza di Evgeny Prigozhin, l’imprenditore amico di Putin considerato finanziatore e organizzatore della Wagner.

LEGGI ANCHE: Chi sono e dove operano i mercenari russi del gruppo Wagner

In quel periodo il supporto della Russia al comandante dell’Esercito nazionale libico (Lna) era sembrato totale. Ma il rapporto ha sempre avuto una dose di ambiguità. Solo Haftar e i media di Prigozhin lo hanno pubblicizzato come un appoggio incondizionato, il Cremlino è stato più cauto. E dopo l’arenarsi dell’offensiva dell’Lna su Tripoli, la scorsa estate, ha cercato di bilanciare narrativa e iniziative diplomatiche per evitare un’identificazione troppo diretta con le posizioni del generale. Arrivando a invitare il suo nemico Fayez al-Sarraj, capo del Governo di accordo nazionale (Gna) di Tripoli al summit di Sochi, in dicembre. 

LA PARTNERSHIP CON LA TURCHIA

Non che Mosca abbia mai “mollato” Haftar, ma certo sta cercando di differenziare i suoi investimenti nel caos libico. L’impressione è che del generale la Russia potrebbe benissimo fare a meno, se lasciasse il campo a politici meno divisivi e quindi più adatti a raggiungere un compromesso. L’investimento maggiore, per il quale si vuol massimizzare il ritorno, è quello sulla partnership con la Turchia. Per cercare di replicare in Libia il modello sviluppato con Ankara per la Siria: divisione in zone di influenza e processo di pace, nel rispetto dei reciproci interessi. Un successo permetterebbe di agevolare anche l’impegno russo sul fronte siriano. La cooperazione con la Turchia su singoli interessi coincidenti era da oltre tre anni un Leitmotif della politica mediorientale del Cremlino. Ora, il raggiungimento di un accordo in Nordafrica potrebbe farne l’architrave. A creare quest’opportunità per Mosca e Ankara ha fortemente contribuito l’Europa, che sulla Libia ha avuto una politica divisa e divisiva, concentrata solo sul problema dell’immigrazione, senza alcuna strategia per pacificare e stabilizzare il Paese. Senza immaginazione. 

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Haftar minaccia di chiudere i porti e i campi petroliferi dell’Est della Libia

Alla vigilia della conferenza di Berlino, le forze fedeli al generale annunciano il blocco dei porti e dei pozzi. La condanna della Noc e l'allarme dell'Onu.

Chiudere i porti e i campi petroliferi nell’Est della Libia e tagliare l’export di greggio. La nuova minaccia del generale Khalifa Haftar arriva alla vigilia della conferenza di Berlino che potrebbe essere disertata, secondo le ultime indiscrezioni, dal premier Fayez al Serraj pronto a inviare solo una delegazione.

La stretta è stata annunciata all’agenzia libica Lana da Al Haliq Al Zawi, leader della tribù Zouaiya della Libia orientale.

Al Zawi ha dichiarato che sono già stati chiusi il giacimento di Al Sarir e bloccato il porto petrolifero di Zueitina, e «domani assisteremo alla sospensione delle attività in tutti i giacimenti petroliferi e quindi alla sospensione di tutti i terminal nella parte Est del Paese».

«DECISIONE PURAMENTE POPOLARE»

«La chiusura dei giacimenti e dei terminal petroliferi è una decisione puramente popolare», ha commentato il portavoce delle forze pro-Haftar Ahmed Al-Mismari alla televisione libica Al-Hadath. «Sono stati i cittadini a decidere».

LA CONDANNA DELLA NOC

La minaccia è stata condannata, sabato mattina, dalla National Oil Corporation (Noc), la compagnia petrolifera nazionale libica, che ha definito l’ordine «criminale». «Il settore petrolifero e del gas», si legge in una nota pubblicata sul sito della Noc, «è la linfa vitale dell’economia libica e l’unica fonte di reddito per il popolo libico. Il petrolio e le strutture petrolifere appartengono al popolo libico. Non sono carte da giocare per risolvere questioni politiche», ha dichiarato il presidente Mustafa Sanalla. Lo stop prolungato a produzione ed esportazione, mette in guardia la Noc, provocherà il «crollo del tasso di cambio, un aumento enorme e insostenibile del disavanzo nazionale, la partenza di appaltatori stranieri e la perdita della produzione futura che potrebbe richiedere anni per ripristinare. I principali beneficiari di questo atto saranno altri stati produttori di petrolio e il danno sarà interamente per i libici. È come dare fuoco a casa tua».

L’ONU: «BLOCCO PETROLIO AVRÀ EFFETTI DEVASTANTI»

La missione Onu in Libia esprime «profonda preoccupazione per gli attuali sforzi per interrompere o compromettere la produzione di petrolio» nel Paese. «Questa mossa avrebbe conseguenze devastanti prima di tutto per il popolo libico che dipende dal libero flusso di petrolio», si legge in un comunicato dell’Unsmil, «e avrebbe effetti terribili per la situazione economica e finanziaria già deteriorata del Paese».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Sulla Libia la Russia difende l’Italia: «Non è stata Roma a fare errori»

Per Lavrov lo sbaglio principale furono le bombe del 2011: «Ora quel che serve è unire i libici e non è facile: Haftar e Sarraj non riescono nemmeno a stare nella stessa stanza».

Non è l’Italia «ad aver fatto errori» nella crisi libica, dato che l’errore principale è stato compiuto nel 2011 quando la Nato decise di bombardare la Libia e l’Italia «non era tra i Paesi che hanno spinto per questa soluzione», ha detto il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov. «Ora quel che serve è unire i libici e non è facile dato che Haftar e Sarraj non riescono nemmeno a stare nella stessa stanza», ha detto Lavrov aggiungendo che vedrà Di Maio per un incontro la mattina della conferenza di Berlino. Nel frattempo il Dipartimento di Stato Usa ha confermato che il segretario di Stato americano Mike Pompeo parteciperà alla conferenza internazionale sulla Libia in programma domenica 19 gennaio a Berlino.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La Turchia si prende il gas nel Mediterraneo libico

Erdogan ha annunciato che le attività di esplorazione e perforazione inizieranno nel 2020.

La Turchia avvierà quest’anno “attività di esplorazione e perforazione” nel Mediterraneo nelle zone inquadrate dall’accordo sulla demarcazione dei confini marittimi con la Libia. Lo ha annunciato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, spiegando che “la nave Oruc Reis effettuerà inizialmente un’esplorazione sismica”.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Mandare i nostri soldati in Libia sarebbe un atto suicida e inutile

Chiunque abbia una minima, minimissima, frequentazione con i fatti di guerra sa bene infatti che non è possibile fare da interposizione in un contesto di guerriglia urbana come è quella in atto a Tripoli. Chiunque tranne il nostro governo.

Alla fase delle gaffe degli incontri a vuoto con i leader libici, alla quale non è sfuggito neppure Vladimir Putin, ora l’Italia di Giuseppe Conte e Luigi Di Maio (e l’Ue con loro) fa seguire quella che non possiamo che chiamare la fase delle farneticazioni avventuriste.

Altro termine non c’è, infatti, per definire la proposta partita dal nostro ineffabile e indefinibile ministro degli Esteri di inviare a Tripoli una forza militare di interposizione Ue (con perno sull’Italia) sul modello della Unifil libanese.

Chiunque abbia una minima, minimissima, frequentazione con i fatti di guerra sa bene infatti che non è possibile fare da interposizione in un contesto di conflitto e guerriglia urbana, come è quella in atto a Tripoli, se non al prezzo di pagare pesantissime perdite di soldati (anche italiani), con un esito peraltro fallimentare. Né ha il minimo la precondizione posta da Di Maio e da Conte di un intervento militare boots on the ground solo dopo la firma di una tregua tra le parti.

TERRITORIO URBANO TROPPO PERICOLOSO PER TRUPPE DI TERRA

Ammesso e non concesso che Haftar e al Serraj siglino questa tregua, non si sfugge a un dato di fatto: la forza militare di interposizione si deve, si dovrà disporre dentro uno spazio urbano (i quartieri periferici di Tripoli), letteralmente tra strade e palazzi, con cecchini e nidi di mitragliatrice dei due eserciti di fronte e alle spalle, a una distanza di poche, pochissime centinaia di metri.

I nostri militari, assieme a quelli della Ue, non possono, non potranno fare altro che da bersaglio, con scarsissime, nulle, possibilità di difesa

Uno scenario da incubo, impraticabile, nel quale i nostri militari, assieme a quelli della Ue, non possono, non potranno fare altro che da bersaglio, con scarsissime, nulle, possibilità di difesa. È infatti giocoforza che gli uni e gli altri contendenti libici (che si definiscono a vicenda «terroristi» e «criminali di guerra», non potranno desistere dal creare situazioni di continue provocazioni, con lo scopo peraltro di fare cadere sull’avversario la responsabilità di avere infranto la tregua. È un dato fisiologico, ineliminabile.

UN CONTESTO TERRIBILMENTE SIMILE A QUELLA DI MOGADISCIO NEL 1993

Chi si propone oggi come forza di interposizione in Libia deve ripetere dieci, mille volte queste parole: «Check point Pasta!», «Check point Pasta!», «Black Hawk down!», «Black Hawk down!». Deve ricordare insomma la dinamica della battaglia di Mogadiscio del 1993 (ma Di Maio aveva sei anni!), appunto in un contesto di guerra e guerriglia urbana nella quale caddero ben 13 militari italiani, 19 militari americani, 23 militari pakistani e migliaia di miliziani somali, alleati o avversari della missione Onu Unosom. Un grande contributo di sangue per una missione miseramente – e anche vergognosamente – fallita in toto, alla quale seguì un totale disimpegno, senza aver conseguito nessun risultato.

Citare oggi, come fanno Di Maio e Conte, il successo della azione di interposizione della missione Unifil in Libano rivela un’inquietante realtà: non hanno la minima idea di quello che dicono e quindi del contesto radicalmente diverso dei due scenari. In Libano la forza di interposizione Onu è schierata a ridosso di un confine ben definito e delineato che passa per campi, colline, agrumeti e leggiadri boschi. Una fascia larga decine di chilometri, in piena campagna dai larghi, larghissimi spazi, disseminata a distanza di chilometri l’uno dall’altro di ameni villaggi. In Libia la linea del fronte passa attraverso il dedalo dei palazzi e delle strade della periferia di Tripoli, con distanza di un centinaio di metri tra le due milizie. Un incubo di canyon, regno dei cecchini.

PARLANO DI INTERPOSIZIONE, MA INTENDONO FARE AMMUINA

È evidente insomma il pigro e dilettantesco meccanismo politico che porta ora Di Maio e Conte (ma anche l’Europa) a parlare di «interposizione». Partono dall’assunto – sbagliato – che non si deve scegliere di appoggiare nessuno dei due contendenti. Partono, dall’alto, non dalla conoscenza del teatro concreto di guerra, partono dal principio che ci si impegna militarmente solo per «pacificare», quindi ci si interpone, si media, si passa di riunione in riunione.

A meno che – peggio del peggio – non si intenda “interporsi” non a terra, ma solo pattugliando il mare e i cieli con la missione Sophia per far finta di aver fatto qualcosa per impedire ai due eserciti di essere riforniti di armi. Ma gli armamenti possono arrivare e arrivano copiosi in Libia via terra, dai porosissimi confini con l’Egitto, Ciàd, Sudan e Niger per Haftar e dalla Tunisia (complice probabilmente l’Algeria) per un al Serraj che infatti ha stretto rapporti recenti con i due governi, veicolati dalla comune appartenenza delle forze che di fatto sono il baricentro politico dei due Paesi, all’area politica della Fratellanza Musulmana. Insomma una “interposizione” di facciata, una “ammuina”. Specialità nella quale Di Maio e Conte (e l’Europa) sono maestri.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La relazione sulla Libia di Conte e Guerini in parlamento

Il ministro della Difesa: «Pronti a rimodulare il nostro impegno militare». Il premier in audizione al Copasir.

I recenti avvenimenti in Libia «ci impongono una riflessione su una possibile rimodulazione del nostro sforzo militare. Si potrebbe ipotizzare un intervento internazionale per dare solidità alla cornice di sicurezza, nel rispetto di un’eventuale richiesta di supporto avanzata alla comunità internazionale», ha detto il ministro della Difesa Lorenzo Guerini alle commissioni Difesa di Senato e Camera.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte è giunto a Palazzo San Macuto dove è in corso la sua audizione davanti al Copasir in relazione alla situazione in Libia.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Erdogan prova a fare il sultano della Libia

Minaccia Haftar, polemizza con Putin e si pone come capofila nel conflitto interno al mondo sunnita contro i Fratelli musulmani. Il presidente turco fa il mattatore nel caos libico. E rievoca l'Impero Ottomano per sottolineare la vicinanza tra Ankara e Tripoli.

Khalifa Haftar non obbedisce affatto a Vladimir Putin, che non è in grado di dargli ordini: solo questo è chiaro dopo il clamoroso flop del vertice di Mosca nel quale il presidente russo ha clamorosamente fallito l’obiettivo di fargli firmare una tregua in Libia, accettata da Recep Tayyip Erdogan e Fayez al Serraj.

Per il resto, la situazione libica è convulsa, come sempre. Può darsi che Haftar firmi la tregua tra due giorni, come sostengono alcune fonti, può darsi che non la firmi.

Certo è che la sua richiesta prioritaria e vincolante di «disarmare le milizie» è inaccettabile dalla controparte di al Serraj che solo dalle milizie (quelle di Misurata) è difeso dalle cannonate e dai missili di Haftar.

I FRATELLI MUSULMANI AL CENTRO DELLA PARTITA LIBICA

È molto interessante il resoconto delle ragioni del fallimento del vertice convocato da Putin pubblicato dal quotidiano Al Arabi al Jadid (finanziato dal Qatar, quindi non equidistante, ma vicino al governo di al Serraj) secondo il quale da Mosca per sei ore Haftar ha interloquito col Cairo, con Riad e con Abu Dhabi e sarebbe stata proprio quest’ultima ad «avere avuto un ruolo di primo piano» nel rigettare l’accordo di tregua con al Serraj «spingendo Haftar a non firmare per tagliare la strada al ruolo turco nella risoluzione della crisi».

Da destra, Khalifa Haftar e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

La conferma insomma di due elementi determinanti: Putin è un “padrino” secondario per Haftar rispetto a quegli emiratini, egiziani e sauditi che maggiormente lo sostengono dal punto di vista militare e economico. Ma soprattutto la conferma che la partita libica ormai risponde a logiche tutte interne al conflitto tra le due grandi famiglie del mondo sunnita: quella che vuole schiantare l’influenza politica dei Fratelli Musulmani (Egitto, Arabia Saudita ed Eau) contrapposta a quella che fa capo al più forte governo vicino alla Fratellanza che è il baricentro del governo al Serraj: la Turchia.

ERDOGAN RIEVOCA L’IMPERO OTTOMANO

Erdogan, da parte sua, ha immediatamente capitalizzato la pessima figura fatta da Haftar (e da Putin) ed ha levato la voce grossa contro «il criminale di guerra»: «Non esiteremo a dare ad Haftar la lezione che merita se continua ad attaccare il governo legittimo e i nostri fratelli in Libia. Se la Turchia non fosse intervenuta, il criminale Haftar oggi avrebbe sequestrato l’intero Paese, tutto il popolo libico sarebbe caduto nelle grinfie della tirannia, ora è fuggito da Mosca dimostrando che vuole la guerra».

Haftar in Libia vuole eliminare e portare a termine “una pulizia etnica” degli eredi dell’Impero Ottomano

Inoltre, Erdogan, per la prima volta, ha legato il ruolo della Turchia nella crisi libica al passato ottomano, riferimento di enorme valenza politica: «La Libia può apparire lontana sulla cartina geografica, ma per noi è un luogo importante. La Libia è stata una componente importante dell’Impero Ottomano. Abbiamo profonde relazioni storiche e sociali. In quel Paese abbiamo fratelli che non accettano il golpista Haftar. Haftar vuole eliminarli e portare a termine “una pulizia etnica” degli eredi dell’Impero Ottomano».

QUELLE FRECCIATE DEL PRESIDENTE TURCO A PUTIN

Dunque, secondo Erdogan, il governo di al Serraj rappresenta una linea diretta di continuità col glorioso passato ottomano della Libia e della Turchia congiunte. Un passaggio cruciale, che illumina come pochi altri la posta in gioco e soprattutto il passaggio della crisi libica a una fase diversa, a una dimensione di equilibri mediterranei, ben al di sopra della litigiosità tra clan e tribù locali che l’hanno caratterizzata per sette anni, dalla caduta di Gheddafi in poi.

Da sinistra, Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan.

Infine, ma non per ultimo, Erdogan ha tirato una frecciata polemica allo stesso Vladimir Putin: «La Turchia e il governo di al Serraj hanno fatto la loro parte per un accordo di cessate il fuoco. Noi abbiamo fatto la nostra parte, ora Putin e la sua squadra devono rispettare i loro impegni». Come dire: se Putin non riesce neanche a farsi rispettare e obbedire da un piccolo Haftar, allora…

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Libia, Haftar ha lasciato Mosca senza firmare la tregua con al Sarraj

Il comandante dell'Esercito nazionale libico non ha comunicato se e quando riprenderà i colloqui per la firma di una tregua. Secondo fonti qualificate, il maresciallo sta studiando i termini dell'accordo per proporre delle modifiche.

Le trattative per il cessate il fuoco in Libia sono in stadby. Dopo la fumata nera del 13 gennaio 2020, oggi il maresciallo Khalifa Haftar ha lasciato Mosca senza firmare l’accordo di cessate il fuoco con il governo di accordo nazionale guidato da Fayez al-Sarraj. Ma il rifiuto del comandante dell’Esercito nazionale libico non è definitivo. Secondo quanto riferiscono fonti qualificate italiane, Haftar ha preso questa decisione per poter studiare e approfondire meglio i termini dell’accordo e poi proporre delle modifiche. Nel lasciare Mosca, però, il maresciallo non ha comunicato se e quando riprenderà i colloqui per la firma di una tregua. In sostanza, Haftar si è preso una pausa dalle trattative per discutere con i Paesi che lo supportano quali possano essere i termini accettabili per firmare. E proprio per questo motivo il maresciallo, dopo aver lasciato Mosca, si è diretto in un Paese del Medio Oriente dove ha in programma una serie di incontri.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

In Libia l’Italia si è condannata all’irrilevanza

Il nostro Paese si è accorto con otto mesi di ritardo che il conflitto si stava giocando al Cairo, Abu Dhabi e Riad. Lasciando un vuoto riempito da Mosca e Turchia. Ora Di Maio e Guerini propongono un modello Libano. Che però nell'’ex Jamahiriya è inapplicabile.

Regge malamente la tregua in Libia, ma regge. Per ora. Ma manca una proposta, una idea per andare oltre, per definire una pace.

Troppo lo squilibrio tra i due campi. Khalifa Haftar controlla tre quarti del Paese. Fayez al-Serraj solo tre quarti di Tripoli e l’intera Misurata.

In termini politici non è possibile congelare questo disequilibrio, anche se Recep Tayyp Erdogan e Vladimir Putin ci lavorano.

L’ITALIA SCONTA UN DISASTRO LUNGO OTTO MESI

Quanto all’Italia, scontiamo il disastro di otto lunghi mesi nei quali Giuseppe Conte, Enzo Moavero Milanesi e Luigi di Maio non si sono semplicemente accorti che il conflitto libico era diventato tutt’altra cosa. Sino all’aprile 2019 la Libia era attraversata da una complessa rete di conflitti tribali e clinici, polarizzati su Tripoli e Bengasi.

LEGGI ANCHE: La cronistoria della guerra in Libia

Il risultato era un conflitto a bassa, bassissima intensità e un mare di parole e proclami. Ma con la decisione di Haftar di conquistare Tripoli si è subito visto – ma i governi italiani e l’Europa non hanno saputo vedere – che si era fatto un passo avanti, decisivo. Il conflitto ha assunto una dinamica diversa, è diventato una guerra tra due blocchi del mondo musulmano le cui dinamiche non venivano più decise sul suolo libico ma ad Ankara, Il Cairo, Riad e Abu Dhabi (e Mosca).

Il conflitto è diventato una guerra tra due blocchi del mondo musulmano le cui dinamiche non vengono più decise sul suolo libico ma ad Ankara, Il Cairo, Riad e Abu Dhabi (e Mosca)

La totale incompetenza e inesperienza di Conte e di Maio si sono sposate con l’ignavia della Ue nel tardare a prendere atto del cambiamento e a intervenire. Il vertiginoso tour delle capitali e delle telefonate di queste ore di Di Maio e Conte avrebbe dovuto essere fatto otto mesi fa, un ritardo abnorme, determinante dentro un conflitto. Ma non è stato fatto e l’Italia ne paga ora le conseguenze in termini di prestigio. Poi, si aggiungono le gaffe e gli svarioni.

cessate-fuoco-libia
Fayez al-Serraj e Khalifa Haftar.

PERCHÉ IL MODELLO LIBANO È INAPPLICABILE

Infine, le proposte avventuriste: il “modello Libano” a cui mirano Di Maio e Lorenzo Guerini è pericolosissimo per le truppe di interposizione in Libia. In Libano, infatti, c’era e c’è una linea naturale: il confine nazionale tra Libano e Israele. In Libia, a Tripoli, quel confine naturale non solo è inesistente, ma segna, come si è detto, un equilibrio instabile tra i due fronti che uno dei due contendenti tenderà ineluttabilmente a modificare a proprio vantaggio. È più che realistico che i combattimenti riprendano, probabilmente con l’apporto determinante dei militari turchi che si stanno posizionando a favore di al Serraj. È più che probabile che la mediazione tra Putin ed Erdogan si sposti in avanti, in una fase più avanzata del conflitto. È solo certo che in tutto questa dinamica, nel futuro della Libia, l’Italia è la Ue faranno solo la parte delle comparse.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Libia, l’incontro tra Conte ed Erdogan ad Ankara

Il 19 gennaio 2020 ci sarà un vertice a Berlino a cui parteciperanno entrambi insieme a Vladimir Putin e agli attori libici.

Il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte ha incontrato ad Ankara, il capo di Stato turco Recep Tayyip Erdogan per discutere della situazione in Libia. Uno dei punti centrali del meeting è stato proprio l’incontro di Mosca tra i due leader libici Fayez al-Sarraj e Khalifa Haftar che dovrebbero firmare una tregua. «Mi auguro che si arrivi al più presto al cessate il fuoco permanente», ha detto Erdogan. Una posizione condivisa anche dal premier Conte che però ha mostrato una maggiore preoccupazione: «Il cessate il fuoco può risultare una misura molto precaria se non inserito in uno sforzo della comunità internazionale per garantire stabilità alla Libia».

IL VERTICE DI BERLINO DEL 19 GENNAIO

Proprio per questo, il primo ministro italiano e il capo di Stato turco hanno annunciato che il 19 gennaio 2020 ci sarà un vertice a Berlino a cui parteciperanno entrambi insieme al presidente della Federazione russa Vladimir Putin. Ma non solo. Conte ha aggiunto che in Germania «ci saranno anche gli attori libici: non è possibile parlare di Libia se non ci sarà un approccio inclusivo. Qui si tratta di un processo politico». E, a proposito di “processo politico”, il presidente del Consiglio ha sottolineato che l’Italia sostiene per la Libia il «percorso già disegnato sotto egida Onu».

L’APPELLO DI CONTE AI CITTADINI LIBICI

Al termine del meeting con Erdogan, il presidente del Consiglio Conte ha fatto un appello a tutti i cittadini che vivono il Libia: «Ogni giorno con ogni comportamento che assumono decidono del loro futuro, se ne vogliono uno di prosperità e benessere e vogliono aprirsi alla piena vita democratica troveranno sempre nell’Italia un alleato, perché non mira a interferenze che possano condizionare uno scenario futuro di piena autonomia e stabilità».

ERDOGAN: «L’ITALIA È UN PARTNER STRATEGICO E ALLEATO»

Durante l’incontro con Conte, Erdogan non ha parlato solo di Libia. Il capo di Stato turco, infatti, si è anche augurato «che questa visita intensifichi i nostri rapporti. Quest’anno terremo un vertice intergovernativo, non ne facciamo uno dal 2012. L’Italia è partner strategico e alleato».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Le mosse di Putin in Libia e Iran

Dopo essere volato in Siria e in Turchia, il presidente russo ha incontrato Merkel e si prepara a ospitare a Mosca l'incontro tra Haftar e al Serraj. Un iper-attivismo che condivide con Erdogan, nonostante siano spesso su fronti contrapposti. E che è convinto di poter esercitare anche con Teheran.

Dopo aver portato a casa con l’incontro con Recep Tayyip Erdogan il cessate il fuoco in Libia in cambio al non casuale via operativo al gasdotto russo-turco TurkStream, e aver visto Angela Merkel e il suo ministro tedesco degli Esteri Heiko Maas, ora Vladimir Putin si appresta a ospitare a Mosca Khalifa Haftar e Fayez al-Serraj per firmare i termini della tregua.

LO ZAR IN SIRIA POI A ISTANBUL

L’agenda di inizio 2020 del presidente russo è stata fitta: prima dell’incontro con Merkel, il 7 gennaio era volato a sorpresa in Siria, a parlare con il presidente Bashar al Assad, alleato del regime filo-iraniano. L’indomani aveva poi raggiunto Istanbul per mediare con l’omologo turco una spartizione della Libia, sulla falsariga di quanto concordato sulla Siria. Il prezzo dei negoziati politici attraverso l’hub del Cremlino è sempre economico e militare: un’arma di ricatto che i diplomatici degli altri governi e dell’Onu non hanno con gli interlocutori. Perciò sulla Libia come per il conflitto siriano, Erdogan e Putin si sono trovati immediatamente d’accordo, nonostante armino da tempo fronti contrapposti.

siria-turchia-erdogan-putin
Erdogan e Putin.

IL PATTO LIBICO TRA ERDOGAN E PUTIN

Per attenuare l’appoggio degli islamisti di Tripoli e di Misurata, sotto il cartello della Fratellanza musulmana, il leader turco chiede la garanzia di conservare e allargare l’influenza neo-ottomana in Libia su una fetta accettabile di territori, almeno nella Tripolitania. E, quel che più conta, di bloccare il gasdotto concorrente EastMed con il TurkStream per portare gas russo all’Europa dalla Turchia.

LEGGI ANCHE: Iran e Libia, perché l’Italia rischia la crisi energetica

L’altra pipeline è concepita per far arrivare il gas in Europa (attraverso Grecia e Cipro) dai nuovi giacimenti offshore israeliani. Una parte di mare ricca di risorse inesplorate dove, più a Ovest, opera anche Eni con concessioni di Cipro. E, più a Sud, nel maxi giacimento egiziano di Zohr.

LA CORSA TURCA AL GAS OFFSHORE

Più che qualche pozzo in Libia, il colpo azzardato da Erdogan è sfilare il gas offshore nel Mediterraneo al blocco avversario che arma il generale libico Khalifa Haftar. Arrivato all’offensiva finale contro il governo di Tripoli, Haftar ha dalla sua parte l’aviazione dell’Egitto e degli Emirati Arabi, finanziati dall’Arabia Saudita. Ma da qualche anno è anche la Russia a far avanzare l’ex comandante gheddafiano, sia con materiale bellico sia con mercenari russi della Wagner Group. Certo non prenderà bene una spartizione turco-russa della Libia, ma Haftar dipende anche dalle armi del Cremlino. E a lungo termine il metano dalla Turchia all’Ue vale più delle commesse di armi.

RUSSIA-GUERRA-USA-IRAN
Vladimir Putin e Hassan Rohani, presidenti di Russia e Iran.

IL POTERE DELLE ARMI DI RUSSIA E TURCHIA

Il potere militare di Putin e di Erdogan in Libia ha reso ininfluenti i summit con Haftar di Giuseppe Conte. Di conseguenza il premier rivale di Tripoli Fayez al-Serraj lo ha disertato. Anche Erdogan, in sfida alla Nato, negli ultimi anni è diventato un acquirente dei sistemi antimissili e di altri armamenti dalla Russia. Ma più in generale Turchia, Russia e Iran sono storici partner commerciali ed economici: non a caso, Putin ed Erdogan si sono ricompattati anche nel condannare lo strike di Donald Trump contro Qassem Soleimani. Ben più di Ankara, Teheran è un alleato dell’asse dei non allineati capeggiato da Mosca. Ma paradossalmente per Putin sarà più dura incidere sulla crisi con l’Iran.

LA DIFFICILE MEDIAZIONE CON L’IRAN

La Repubblica islamica si espande militarmente in Medio Oriente in modo autonomo dal Cremlino, attraverso le forze d’élite all’estero (al Quds) dei Guardiani della rivoluzione che erano guidate da Soleimani. Propaga nella regione un sistema religioso radicalmente diverso dal modello culturale russo. Il punto di contatto con Putin è l’autoritarismo. Quello di distacco un orgoglioso nazionalismo. L’ateismo russo è da sempre profondamente contestato dagli ayatollah sciiti, gelosi della loro sovranità. Ma Putin è convinto di avere margini di mediazione anche con Teheran, mantenendo aperto il canale dell’Iran con l’Ue che vuole evitare l’uscita annunciata dall’accordo internazionale sul nucleare del 2015.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Haftar e Sarraj hanno accettato il cessate il fuoco in Libia

A partire dalla mezzanotte del 12 gennaio, il conflitto si ferma. Ma entrambi promettono una dura reazione contro chi dovesse rompere la tregua.

Il cessate il fuoco in Libia è in vigore dalla mezzanotte del 12 gennaio. Il capo del Consiglio presidenziale del governo di accordo nazionale libico (Gna), Fayez al Serraj, ha infatti accettato la tregua proposta da Turchia e Russia dopo che alla stessa avevano aderito anche le forze del generale dell’Est, Khalifa Haftar. In un comunicato pubblicato nella notte sulla pagina media del Gna, il premier libico Sarraj, oltre a confermare l’adesione al cessate il fuoco a partire dalla mezzanotte e a promettere di difendersi in caso di sua violazione, invita le parti a una trattativa sotto l’egida dell’Onu su come pervenire a una tregua duratura e a lavorare con tutti i libici per una conferenza nazionale in vista della Conferenza di Berlino per giungere alla pace.

IL MESSAGGIO DI HAFTAR

Poche ore prima, Ahmed Al Mismari, portavoce dell’ Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar, aveva annunciato in un video il cessate il fuoco a partire dalla mezzanotte. Una dura rappresaglia, ha affermato, verrà attuata contro chi non lo rispetterà. «Le forze di Haftar hanno accettato il cessate il fuoco: è il primo passo per perseguire una soluzione politica. Ancora tanta strada da percorrere, ma la direzione è quella giusta», aveva scritto su Twitter il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che proprio nella giornata di sabato 11 gennaio era impegnato a Roma ad accogliere Sarraj, mentre a Mosca, nelle stesse ore, si incontravano la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente russo Vladimir Putin.

CONTE OSPITA SARRAJ

L’Italia ha avuto il suo bel da fare per rimediare al pasticcio diplomatico della visita a Roma di Haftar. Alla fine il premier libico Fayez al Sarraj ha deciso di accettare l’invito di Conte. «Ho rappresentato con forza ad Haftar» la posizione dell’Italia, ha dovuto chiarire Conte, «che lavora per la pace» e gli ho espresso «tutta la mia costernazione per l’attacco all’accademia militare di Tripoli». Anche Putin ha mandato un messaggio al generale che sostiene, dopo aver incontrato la cancelliera tedesca Angela Merkel. «Conto molto che a mezzanotte, come abbiamo esortato con Erdogan, le parti in contrasto cesseranno il fuoco e smetteranno le ostilità: poi vorremmo tenere con loro ulteriori consultazioni». Messaggio che alla fine è stato recepito.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Conte e il vertice con Sarraj per recuperare la faccia

Dopo la gaffe diplomatica di aver ricevuto Haftar, il premier prova a rimediare: «Non abbiamo agende segrete, l'unica opzione è politica». Il leader riconosciuto dall'Onu: «Sì al cessate il fuoco ma la parte che attacca si ritiri».

Dopo il flop diplomatico dell’Italia che aveva ricevuto a Roma il generale della Cirenaica Khalifa Haftar prima del premier libico Fayez al Sarraj, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha rimediato incontrando per quasi tre ore a Palazzo Chigi proprio il leader del governo riconosciuto dalle Nazioni unite.

«NON ABBIAMO AGENDE NASCOSTE»

Conte ha provato così a rimediare alla gaffe: «L’Italia ha sempre linearmente, coerentemente lavorato per una soluzione politica, per contrastare l’opzione militare, ritenendo l’opzione politica l’unica prospettiva che possa garantire al popolo libico benessere e prosperità. Non abbiamo altri obiettivi, non abbiamo agende nascoste».

«COSTERNAZIONE» PER L’ATTACCO DEL 4 GENNAIO A TRIPOLI

Basterà? Conte ha anche aggiunto: «Ho rappresentato con forza questa posizione anche al generale Haftar, al quale ho espresso tutta la mia costernazione per l’attacco del 4 gennaio 2020 a Tripoli all’accademia militare. Posso garantire che l’Italia continuerà a lavorare in modo convinto e determinato a sostegno del popolo libico, per offrire tutte le garanzie per un futuro di pace, stabilità e benessere».

«LIBIA POLVERIERA, STOP AD ARMI E INTERFERENZE»

Il capo del governo italiano si è detto quindi «estremamente preoccupato per l’escalation in Libia», visto che «gli ultimi sviluppi stanno rendendo un Paese una polveriera con forti ripercussioni, temiamo, sull’intera regione». Per Conte dunque bisogna «assolutamente fermare il conflitto interno e le interferenze esterne».

«L’UNIONE EUROPEA È LA MASSIMA GARANZIA»

Inoltre l’Italia si è detta pronta ad adoperarsi «sempre più per un coinvolgimento ancor maggiore dell’Unione europea perché siamo convinti che questo intervento offra la massima garanzia di non rimettere le sorti future del popolo libico alla volontà di singoli attori. L’Ue è la massima garanzia che si possa offrire oggi all’autonomia e all’indipendenza del popolo libico».

SARRAJ: «HAFTAR NON SEMBRA DISPONIBILE AL RITIRO»

Sarraj dal canto suo ha risposto così: «Accogliamo con piacere l’iniziativa di Russia e Turchia per un cessate il fuoco e sempre disponibili ad accogliere qualsiasi tipo di iniziativa possa andare in questa direzione. La condizione è il ritiro della parte che attacca, che non sembra disponibile a ciò» perché ha un altro modus operandi. Poi parole di riconciliazione con il nostro Paese: «Ho avuto modo di apprezzare il ruolo dell’Italia in questo dossier».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Non è una Libia per Putin

Il rifiuto da parte di Haftar della tregua chiesta da Mosca e Ankara dice molto del conflitto. Sicuramente che il Cremlino, sebbene supporti il generale, nel Paese non ha la stessa influenza che ha in Siria. E soprattutto che il vero obiettivo di Egitto, Arabia Saudita ed Emirati è quello di annientare la Fratellanza Musulmana.

Nella logica che ha portato Khalifa Haftar a rifiutare sdegnosamente la tregua dei combattimenti a Tripoli proposta da Vladimir Putin e Recep Tayyp Erdogan si leggono con nettezza tutte le dinamiche della crisi.

Innanzitutto si comprende che la tregua non è stata rifiutata dal leader della Cirenaica, ma dai suoi sponsor dei quali è solo l’obbediente terminale: Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti

Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi non intendono affatto recedere dalla strategia -per loro peraltro già costosissima – intrapresa nell’aprile scorso: controllare tutta la Libia e, nel farlo, distruggere letteralmente i Fratelli Musulmani, che sono il baricentro politico sul quale si regge il governo di Fayez al-Serraj, in una logica che va ben al di là del contesto libico ma che guarda alla egemonia politica in tutta la Umma.

IL VERO OBIETTIVO È ANNIENTARE LA FRATELLANZA MUSULMANA

Sbaglia chi legge nella crisi libica solo uno scontro sul petrolio. Al Sisi, Mohammed bin Salman e l’emiro Khalīfa Āl Nahyān intendono annientare ovunque possono la Fratellanza Musulmana anche e soprattutto per ragioni di politica interna. Per loro è vitale impedire che la Libia segni una sua resurrezione, tanto più dopo il golpe di al Sisi del 2013 che ha spodestato Mohammed Morsi. Il Cairo non può letteralmente sopportare che ai suoi confini governi un esecutivo che attraverso porosissimi confini dia fiato ai Fratelli Musulmani egiziani sconfitti e perseguitati con durezza, ma non domi. Posizione fieramente supportata dai sauditi come dagli emiratini.

PER PUTIN LA LIBIA NON È LA SIRIA

Ma il rifiuto della tregua da parte di Haftar ci spiega anche – come previsto da chi scrive giorni fa – che il peso della Russia e di Putin nella crisi libica non è neanche lontanamente paragonabile con quello consolidato dal Cremlino in Siria. Il generale della Cirenaica può impunemente far fare una pessima figura a Putin, quasi irriderlo, senza timore di pagarne il prezzo, per la semplice ragione che il Cremlino lo appoggia, ma con discrezione, senza esporsi (con l’assenso all’azione dei mercenari della organizzazione Wagner) e quindi non ha armi forti di pressione. Il grosso delle forze militari di Haftar è composto dall’azione della aviazione emiratina e dai 2.000 e più mercenari nordafricani finanziati con le centinaia di milioni di dollari arrivati a Bengasi da Riad e dal Cairo. Questa relativa marginalità di Putin spiega perché sbaglia chi nei giorni scorsi ha ipotizzato uno scenario di divisione delle aree di influenza in Libia tra Mosca ed Ankara. Perché Putin conta poco e Erdogan non conta ancora abbastanza nella partita libica.

L’INCOGNITA TURCA

Infine, ma non per ultimo, il rifiuto della tregua da parte di Haftar ci indica che l’esito della esiziale battaglia per Tripoli dipende ora solo e unicamente dalla rapidità e dalla efficacia dell’arrivo sul terreno della potenza di fuoco e della strategia militare dell’esercito e della aviazione turca. È questa a oggi un’incognita, perché non ci sono precedenti di operazioni militari turche a centinaia di chilometri dai propri confini, ma tutto indica che Erdogan intenda non solo ingaggiarsi con forza nella battaglia di Tripoli, ma anche schierare da subito un contingente che la vinca e vinca l’avventurismo di Haftar. Si deve tenere conto dei numeri, della limitatissima massa critica dei combattenti sul campo: 2-3.000 per ogni fronte. Non è difficile per il contingente turco sbarcare in Libia con un impatto e una massa offensiva sufficienti a contrastare e anche a sbaragliare poche migliaia di avversari.

LEGGI ANCHE: Conte e Di Maio scelgano da che parte stare in Libia

Erdogan infatti ha motivazioni speculari, opposte, a quelle di Riad, del Cairo e di Abu Dhabi. Se gli riuscirà di imporre il salvataggio in extremis del governo di al-Serraj (e quindi il rafforzamento definitivo dei Fratelli Musulmani libici) e di battere militarmente Haftar e i suoi alleati, segnerà una vittoria determinante, pesantissima, per l’egemonia politica nel campo sunnita (1 miliardo di fedeli) in tutto il Mediterraneo, il Medio Oriente e anche l’Asia. Inoltre conseguirebbe un enorme vantaggio – come ben si vede dal suo accordo sulle acque territoriali con al Serraj – nella spartizione degli immensi giacimenti metaniferi del Mediterraneo. Altra, cruciale ragione che rende la battaglia in corso esiziale e non componibile per i due fronti di Paesi musulmani oggi l’un contro l’altro armati. In questo contesto infine, poco sollievo ci viene dal registrare la piena sintonia tra il dilettantismo e le gaffe del governo italiano con quelli della Ue e delle capitali europee.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Conte e Di Maio scelgano da che parte stare in Libia

L'equidistanza di Roma tra al Serraj e Haftar non porterà a nulla. L'Italia potrebbe mediare solo se avesse una posizione di forza. Visto che non ce l'ha, si schieri senza ambiguità.

È impresa ardua e faticosa inanellare tutte le incredibili gaffe inanellate da Luigi Di Maio e da Giuseppe Conte – e quindi, ahimé, dall’Italia – nella gestione della crisi libica. Innanzitutto, il nostro ministro degli Esteri e il nostro presidente del Consiglio non hanno ancora capito che il loro compito non è enunciare principi astratti ispirati ad un pacifismo dozzinale, ma intervenire concretamente nella realtà per difendere gli interessi nazionali dell’Italia. E la realtà è che in Libia si combatte una guerra, dichiarata unilateralmente da Khalifa Haftar che dall’aprile scorso ha lanciato le sue truppe «alla conquista di Tripoli». In una guerra o si sta da una parte o dall’altra. Tertium non datur.

L’INUTILE RICERCA DELL’EQUIDISTANZA DI ROMA

Ma sono passati nove mesi e Di Maio e Conte continuano a dimostrare “equidistanza” tra Bengasi e Tripoli alla ricerca di un ruolo di mediazione che si basa semplicemente sul nulla. Al Serraj (ed Erdogan) avranno tutte le ragioni per sostenere che questa equidistanza fa solo il gioco di Haftar.

L’ITALIA NON È IN POSIZIONE DI MEDIARE

L’Italia potrebbe mediare solo e unicamente se avesse una posizione di forza, argomenti pesanti da mettere sul tavolo per obbligare Haftar o al Serraj a sospendere il fuoco. Ma non ne ha oggi nessuno. Tranne vacui appelli di principio tipo quello tragicomica enunciato da Di Maio che ha proclamato: «Bisogna smetterla di vendere armi, bisogna fermare ogni interferenza esterna in Libia». Chi la ferma? E come? Qui si arriva al tragicomico perché l’ineffabile Di Maio ha dichiarato: «A proposito di quanto riportato da alcuni organi di stampa, in sede europea non si è mai parlato di riattivare Sophia, al contrario». Immediatamente e clamorosamente smentito dal mister Pesc dell’Ue Josep Borrel che ha dichiarato esattamente il contrario: «La missione Sophia ha, fra gli altri, il compito di sorvegliare il rispetto dell’embargo sulle armi su mandato dell’Onu. Ridare alla missione Sophia di nuovo gli elementi operativi è sempre stato sul tavolo e sicuramente ne parleremo». Palesemente Di Maio non legge neanche i dossier.

L’APPELLO DI MINNITI A SOSTENERE AL SARRAJ

Giustamente, Marco Minniti, che a suo tempo aveva pieno controllo della crisi libica e sa come comportarsi di fronte a una guerra guerreggiata, ha invitato Italia ed Europa a «definire insieme un unico interlocutore per la Libia». In trasparenza, l’ex “Lord of Spies” auspica quindi che l’Italia e Bruxelles si schierino con al Serraj e con Tripoli, non certo con gli assalitori. Tertium non datur.

PUTIN NON È LA SPALLA GIUSTA DA CERCARE

Ma non basta, non finiscono qui i fumosi strafalcioni di Di Maio e Conte. Franco Frattini ha rivelato martedì scorso di essere stato contattato da Di Maio nella prospettiva di proporre a Vladimir Putin la sospensione delle sanzioni europee in cambio di un suo allentamento radicale dell’appoggio ad Haftar. Ma Putin non è determinante in Libia, non ha affatto l’egemonia sul terreno, non è in grado di operare in Libia come fece in maniera determinante in Siria. La ragione è semplice: in Siria la Russia ha operato un massiccio dispiegamento militare di terra, di mare e di aria. Ha combattuto pesantemente sotto la propria bandiera. In Libia Putin si è limitato invece ad appoggiare l’invio di qualche centinaio di mercenari dell’organizzazione privata Wagner. Haftar è grato a Putin per l’aiuto eccellente datogli da questi super combattenti russi sul terreno. Ma prende ordini – e soldi – non da Mosca, ma dal Cairo, da Riad e da Abu Dhabi che lo forniscono di centinaia di milioni di dollari coi quali paga i mercenari russi e africani, che gli forniscono mezzi pesanti e munizioni e che soprattutto gli garantiscono l’azione efficace dell’aviazione. Putin è attore secondario in Libia, tanto è vero che nell’incontro con Recep Tayyp Erdogan dell’8 gennaio non ha avuto remore o problemi nel proporre una sospensione dei combattimenti libici a partire dal 12 gennaio.

L’INTERVENTO TURCO SARÀ DETERMINANTE

Tregua che difficilmente Haftar accetterà perché ne può approfittare unicamente al Serraj per consolidare gli aiuti militari turchi che stanno arrivando copiosi a Tripoli (e probabilmente anche ad Algeri, che può accettare la sua richiesta di ospitare aerei ed elicotteri da guerra di Ankara che possono rovesciare le sorti del conflitto). Tregua più che incerta quindi. Infine, ma non per ultimo: Di Maio – e Conte – non hanno la minima cognizione militare (come ampiamente dimostrato in tutti gli strafalcioni che hanno fatto e continuano a fare) e non si rendono conto che sul terreno l’intervento militare turco cambierà radicalmente le sorti della guerra in Libia. I militari turchi, soprattutto se arriveranno ad essere i 3.500 promessi da Erdogan, hanno una professionalità e una capacità operativa bellica incomparabile a quella delle eterogenee forze militari messe in campo da Haftar. Hanno l’esperienza di 36 anni di guerriglia e contro guerriglia nel Kurdistan iracheno nel quale del 1984 ad oggi hanno lasciato non meno di ben 8.000 caduti nei conflitti a fuoco e negli attentati del Pkk.

LA PARTITA INTERNA ALLA GALASSIA SUNNITA

Non si vede la ragione per la quale Erdogan – e il suo alleato al Serraj – non sfruttino l’occasione di infliggere ora una sonora lezione e una sconfitta militare e politica cogente a Haftar (e quindi all’Egitto, all’Arabia Saudita e agli Emirati). In Libia è in gioco una partita determinante per l’egemonia all’interno del mondo sunnita (1 miliardo di fedeli nel mondo), pro o contro i Fratelli Musulmani e sarebbe bene che anche l’Italia ne prendesse finalmente atto perché è la chiave di volta per comprendere il perché di tanti e tali «aiuti militari esterni». Speranza vana, vista la bassissima caratura e l’inesperienza del nostro governo.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it