Se Libero gode per le manifestazioni delle donne cancellate l’8 marzo

In piena emergenza coronavirus il quotidiano famoso per la sua misoginia perde tempo a festeggiare l'annullamento delle manifestazioni delle donne. Con una penna femminile che sbeffeggia pure le scarpe rosse, simbolo degli omicidi di genere.

Libero odia le donne. Lo sappiamo da sempre. Lo hanno dimostrato decenni di titoli e articoli misogini. Dai tristemente famosi “Patata bollente” riferito a Virginia Raggi, passando per Nilde Iotti «grande in cucina e grande a letto» ai dimenticati «Le neofemministe sono semplicemente sceme» o «C’è chi l’ha troppo piccolo ma c’è chi l’ha troppo larga», per citarne qualcuno. Ma quello che appare come odio più probabilmente è paura nei confronti delle donne. Non ci sarebbe motivo, altrimenti, di un tale accanimento nei confronti di mezzo mondo.

GIÀ DENUNCIATI DALL’ORDINE DEI GIORNALISTI

Il 5 marzo, in piena emergenza coronavirus (che hanno gestito giorno dopo giorno con un titolo più contraddittorio dell’altro, fino alla denuncia dell’Ordine dei giornalisti) quelli di Libero hanno trovato tempo per prendersela con le donne. La motivazione è che per le misure anti-contagio è stato annullato lo sciopero dell’8 marzo, come ogni altra manifestazione. “Finalmente… Femministe fuori combattimento. Liberi dalla retorica dell’8 marzo”, hanno titolato giovedì in prima pagina. Proprio come se rappresentasse una minaccia. “Cancellati eventi e manifestazioni: niente canzoni, mimose o slogan inutili“, recita il sommario dell’articolo, pensate un po’, firmato da una donna che si trova a esultare – non ci ha però spiegato il motivo – perché quasi tutte le manifestazioni sul tema sono state sospese.

PERSINO LE SCARPETTE ROSSE SOTTO ATTACCO

«Fra due giorni sarà l’8 marzo e non vedremo scarpette rosse e tipe con strambi costumi sciamare e cantare, non verremo infastiditi da slogan bisunti», è scritto nell’articolo, in cui si gongola persino per la cancellazione di presentazioni di libri, della fiera dell’editoria al femminile che era prevista a Roma, fino a un incontro su Alda Merini. Pure quello avrebbe infastidito l’autrice del pezzo. È triste e offensivo sputare sopra le scarpe rosse, poi, simbolo dei femminicidi che in questo Paese sono un’emergenza costante.

LIBERO NON CONOSCE IL SIGNIFICATO DI FEMMINICIDIO

Sappiamo però che Libero ne ignora il significato: a fine gennaio è riuscito a titolare “Sorprendente verità nelle statistiche: più maschicidi che femminicidi“. Nel 2019 le donne uccise sono state 75: uccise in quanto compagne, mogli, ex. Non in quanto appartenenti al genere femminile (il femminicidio rappresenta qualsiasi forma di violenza esercitata sulle donne allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne la soggettività sul piano psicologico, simbolico, economico e sociale, fino alla schiavitù o alla morte).

SE LOTTARE CONTRO LE DISCRIMINAZIONI FA RIDERE

Non so se la giornalista in questione si senta soddisfatta del mondo in cui vive come donna. Evidentemente e per sua fortuna non ha mai vissuto ingiustizie di genere, discriminazioni, molestie. Ma non le importa di quelle delle altre. Perché il patriarcato ogni giorno ci mette di fronte a sfide complesse, stipendi più bassi di quelli dei nostri colleghi, licenziamenti in gravidanza, avance da parte dei capi, nei casi peggiori anche a violenze, botte, stupri. E migliaia di donne sabato sarebbero scese in piazza per dire «basta», per chiedere rispetto, per unirsi in questo grido.

Donne protestano contro le differenze di salario a Downing Street, Londra, nella Giornata internazionale della donna l’8 marzo 1971. (Getty)

I DIRITTI DI OGGI MERITO DELLE PIAZZE DI IERI

Il 5 marzo la Commissione europea presentando la sua strategia per la parità tra donne e uomini in Europa ha dichiarato che una donna su tre nell’Ue è stata vittima di violenza fisica e/o sessuale, sottolineando che la violenza di genere e gli stereotipi continuano a persistere. Anche se un numero maggiore di donne si diploma alle università, guadagnano in media il 16% in meno rispetto agli uomini e solo l’8% delle posizioni al top delle più grandi aziende dell’Ue sono donne. Se tutto questo alla giornalista di Libero fa ridere, ricordiamole che molti dei diritti di cui gode inconsapevolmente sono stati ottenuti grazie a chi, tanti anni fa, in piazza ci è andata.

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