Libano, il nuovo governo non placa la piazza

Scontri davanti al parlamento all'indomani della nascita dell'esecutivo. Il premier Diab: «La situazione è catastrofica».

Violente proteste a Beirut, nel primo giorno di lavoro del nuovo governo libanese. Nel pomeriggio del 22 gennaio i manifestanti si sono scontrati con le forze di polizia nel centro della capitale davanti al parlamento. Già in mattinata, all’indomani dell’annuncio della formazione del nuovo governo guidato dal premier Hassan Diab, diverse strade nel Paese erano bloccate a causa delle proteste anti-governative in corso. Il ministero degli Interni ha riferito che le strade a Nord, a Sud e a Est della capitale Beirut sono state interrotte da manifestanti. Il clima nel Paese, dunque, resta tesissimo. E il nuovo esecutivo non pare soddisfare la richiesta di cambiamento dei manifestanti, in piazza da ottobre per protestare contro il carovita a la corruzione.

UN PREMIER VICINO A HEZBOLLAH

Il Libano è sull’orlo della bancarotta. Lo stesso Diab ha detto che il Paese si trova di fronte a una vera «catastrofe» e le sfide che attendono il nuovo governo sono immense. Diab, accademico di 61 anni vicino agli Hezbollah filo-iraniani, alla sua prima riunione di governo – dopo una notte intervallata da violenze in diverse città – ha promesso di affrontare la «sfida senza precedenti» che lo attende. «Siamo di fronte a un punto morto finanziario, economico e sociale», ha riconosciuto Diab. «Stiamo affrontando un disastro e dobbiamo alleviare l’impatto e le ripercussioni di questo disastro sui libanesi. Le sfide sono immense, i libanesi sono stanchi delle promesse e dei programmi che non vengono rispettati», ha sottolineato il nuovo premier di Beirut.

Questo è un governo che rappresenta le aspirazioni dei manifestanti

Hassan Diab

Il 21 gennaio, ufficializzata la nascita del nuovo governo, Diab aveva detto: «Questo è un governo che rappresenta le aspirazioni dei manifestanti che si sono mobilitati in tutto il Paese per più di tre mesi. [L’esecutivo] si adopererà per soddisfare le loro richieste di un potere giudiziario indipendente, per il recupero di fondi sottratti, per la lotta contro guadagni illegali».

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Il Libano ha un nuovo governo con un premier vicino a Hezbollah

Hassan Diab alla guida di un esecutivo formato da 20 ministri. Ma i partiti filo-occidentali restano fuori. E la piazza è pronta a riesplodere.

Il nuovo governo libanese guidato dal premier Hassan Diab, vicino agli Hezbollah filo-iraniani e incaricato di traghettare il Paese attraverso la più grave crisi economica e politica dalla fine della guerra civile, è nato il 21 gennaio dopo poco più di un mese di intense consultazioni e dopo giorni di violenti scontri a Beirut tra manifestanti anti-governativi e forze di sicurezza.

DIAB AVEVA RICEVUTO L’INCARICO IL 19 DICEMBRE

«Il nuovo esecutivo lavorerà per soddisfare le richieste dei dimostranti», ha subito promesso il premier, ma la piazza sembra già pronta a riesplodere contro un governo ritenuto ancora troppo legato all’establishment. Diab, 60 anni, aveva ricevuto l’incarico di formare un nuovo esecutivo il 19 dicembre. Un mese e mezzo prima si era dimesso il suo predecessore, Saad Hariri, in seguito a forti pressioni popolari nel quadro delle proteste contro il carovita e la corruzione scoppiate in varie città del Paese a metà ottobre.

UN ESECUTIVO RISTRETTO (CON SEI DONNE)

Il governo Diab è più piccolo dei precedenti, con ministri ridotti di un terzo. Si tratta in tutto di 20 persone, che in passato non hanno assunto incarichi ministeriali. Sei le donne tra cui, per la prima volta, la nuova ministra della Difesa Zeina Acar. Ma molti analisti osservano che dietro le nomine ci sono gli stessi movimenti politici al potere da decenni, messi sotto accusa dal movimento di protesta.

LA ROTTURA DI UN EQUILIBRIO CHE DURAVA DA DIECI ANNI

La scelta di Hariri di dimettersi e, soprattutto, di non voler ricandidarsi, aveva di fatto rotto l’accordo politico-istituzionale raggiunto un anno fa tra il fronte filo-iraniano, incarnato dall’alleanza tra gli Hezbollah e il presidente della Repubblica cristiano Michel Aoun, e l’asse filo-occidentale, rappresentato dallo stesso Hariri e dai partiti cristiani delle Forze libanesi, delle Falangi e dal partito druso di Walid Jumblat. Proprio questi ultimi partiti, storicamente più vicini agli Stati Uniti, alla Francia e all’Arabia Saudita, sono fuori dal nuovo esecutivo, segnando una rottura negli equilibri di consenso che reggono da circa dieci anni in Libano.

LA SFIDA DELLE RIFORME ECONOMICHE

Il nuovo premier, ex ministro dell’Istruzione, ricordato per aver innalzato le tasse universitarie del 300%, ha ora la missione pressoché impossibile di riguadagnare la fiducia della piazza in rivolta, operando al tempo stesso le tanto attese riforme economiche indicate come necessarie per sbloccare gli aiuti finanziari promessi dalla comunità internazionale, in particolare dalla Francia, dagli Stati Uniti e dall’Unione europea. I fondi stranieri dovrebbero far rifiatare l’economia e, soprattutto, il sistema bancario, in forte difficoltà da quando in estate è cominciata in tutta la regione un’improvvisa crisi di liquidità del dollaro statunitense con la svalutazione della lira locale. Le banche hanno da metà novembre imposto il controllo dei capitali e i piccoli e medi risparmiatori ne stanno pagando le conseguenze, in un quadro sempre più difficile di aumento della disoccupazione e impennata dei prezzi dei beni al consumo. È in questo contesto che negli ultimi giorni, per la prima volta, si sono registrati a Beirut ripetuti e violenti scontri tra manifestanti e polizia, col ferimento di centinai di dimostranti e decine di agenti.

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Il 2020 sarà un anno pieno di incognite per il Medio Oriente

Iran, Libia, Iraq, Yemen, Egitto: molti Paesi sono in fibrillazione e vedono il ritorno del protagonismo della piazza. Ma la situazione, anche se è gravida di criticità, può aprire orizzonti di positività.

Se è vero che «il buon giorno si vede dal mattino», come recita il detto, il 2020 si prospetta gravido di incognite, non necessariamente gravide di criticità e anzi suscettibili di aprire orizzonti di positività. Non è cominciato bene per l’Iran questo 2020: ha perso un uomo che era un simbolo ma anche uno strumento di penetrazione politico-militare in Medio Oriente sotto le bandiere della rivoluzione islamica iraniana, dal Libano alla Siria all’Iraq a Gaza allo Yemen e ovunque vi fossero comunità sciite in terre a maggioranza sunnita.

Mi riferisco ovviamente a Soleimani, ucciso dal fuoco di droni acceso dal presidente degli Stati Uniti – un omicidio mirato come vengono chiamati asetticamente questi atti di guerra asimmetrici e di dubbia legittimabilità – per una serie di ragioni : di politica interna (l’attacco all’ambasciata Usa a Baghdad, l’uccisione di un combattente americano, l’impeachment) e di politica regionale (il rischio di apparire incapace di reagire a una serie di operazioni aggressive imputabili a Teheran e a suoi proxies come l’abbattimento di un drone americano, i missili sui siti petroliferi sauditi, etc.) e l’opportunità offerta del suo arrivo a Baghdad nelle vesti di un agitatore armato in casa altrui.

Mi riferisco alla clamorosa bugia degli 80 morti provocati dalla rappresaglia ordinata per dare una prima risposta all’omicidio di Soleimani messa a nudo dai servizi di diversi Paesi, in testa gli Usa naturalmente ma anche l’Iraq; bugia che non ha certo giovato all’immagine di determinazione, tempestività e forza che il regime degli Ayatollah intendeva valorizzare nel contesto regionale e oltre. Mi riferisco alle bugie usate per negare qualsivoglia responsabilità nell’abbattimento dell’aereo ucraino – con pesante bilancio di 176 vittime innocenti – e al rifiuto di consegnare la scatola nera che lo stesso regime ha dovuto in qualche modo ammettere seppure col condimento di un rinnovato attacco agli Usa.

A FEBBRAIO TEHERAN VA ALLE ELEZIONI POLITICHE

Penso che queste circostanze, al netto delle responsabilità dell’Amministrazione Trump, e non sono poche, abbiano sporcato l’immagine di un regime cui l’Europa guarda forse con un garbo non del tutto giustificato dai pur rilevanti suoi interessi economici e di sicurezza e dal rispetto della grandiosa storia di questo Paese. Immagine certo appannata sul piano internazionale. Il tutto in un contesto di grandi difficoltà interne, frutto in larga misura dal nodo scorsoio delle sanzioni Usa, che hanno provocato anche forti reazioni popolari represse nel sangue; contesti che in questi giorni si sono arricchite di sonore manifestazioni contro lo stesso Khomeini. Mentre il regime sembra incerto sul da farsi e privilegi, al momento, la logica del contenimento nella sgradevole attesa degli effetti delle nuove sanzioni di Trump. A febbraio sono previste le elezioni: saranno il primo termometro della situazione.

IN IRAQ AUMENTANO LE PROTEST ANTI USA E ANTI IRAN

L’altra incognita riguarda l’Iraq, dove un governo dimissionario fa la voce grossa con gli Usa ma fino a un certo punto visto che nel Paese e soprattutto nell’area sciita cresce la volontà di scrollarsi da dosso le influenze straniere, compresa quella iraniana oltre a quella americana, naturalmente. Le ultime mosse di Teheran non hanno favorito la sua pressione anti-americana su Baghdad e si attendono le determinazioni del presidente Barham Salih che ha rifiutato la nomina di Asaad al-Idani perché troppo ossequiente nei riguardi dei desiderata iraniani. Anche qui il Paese manifesta una diffusa aspettativa di recupero di una “identità irachena” al di là e al di sopra delle distinzioni settarie.

Un governo più rappresentativo delle principali componenti di questo Stato (sciiti, sunniti e curdi) potrebbe rimettere sui binari più costruttivi il futuro di questo Paese

Anche qui con un impressionante bilancio di vittime fra i protestatari mentre Washington non intende farsi mettere alla porta in un momento in cui il governo vigente deve cedere il passo e la minaccia del terrorismo è tutt’altro che superata. Un governo più rappresentativo delle principali componenti di questo Stato (sciiti, sunniti e curdi) potrebbe rimettere sui binari più costruttivi il futuro di questo Paese di nevralgica importanza per gli equilibri della regione e non solo per la sua ricchezza energetica. Ma sarà realistico ipotizzarlo?

LIBIA IN SUBBUGLIO E IL LAVORO PER UNA PACICAZIONE DIFFICILE

Il 2020 è iniziato in Libia con la minaccia di Haftar di sfondare nella capitale e liberarla della presenza dei terroristi, con ciò intendendo la Fratellanza musulmana, fermata dall’annuncio/ordine dl cessate il fuoco venuto da Putin ed Erdogan. Era prevedibile che questi due leader, attestati su posizioni contrapposte – Putin con Haftar (Tobruk) e Erdogan con Serraj (Tripoli) -, arrivassero a una tale intesa, evitando il rischio di un confronto militare che in realtà nessuno dei due voleva correre. Prevedibile pure che Haftar accettasse il cessate il fuoco all’ultimo giorno utile (il 12 gennaio) nell’evidente intento di marcare tutto il terreno conquistabile per poterlo capitalizzare, anche politicamente. Altrettanto prevedibile che lo stesso Haftar abbia minacciato una dura rappresaglia in caso di violazione della tregua (le poche sono apparentemente a lui addebitabili) e che Serraj abbia chiesto l’impossibile e cioè il ritiro del suo avversario che ovviamente non ne ha tenuto minimamente conto.

Intendiamoci, la tregua è la premessa per un’ipotesi di stabilizzazione-soluzione politica che è ancora lontana. È una sorta di parentesi che occorre riempire, auspicabilmente con la politica. Una politica che archivi l’esclusione proclamata da Haftar nei riguardi di una parte libica in ossequio ai suoi sponsor tra i quali stanno l’Egitto, che ha fatto della lotta contro l’Islam politico della Fratellanza musulmana la sua crociata, gli Emirati Arabi, l’Arabia saudita, la Francia, etc. e solo in parte la Russia. Una politica che escluda anche l’invadenza politica ed economica di una Turchia “ottomana”, che tra l’altro non sarebbe ben accolta neppure dai libici. Tutto ciò sullo sfondo di una sistemazione delle tessere sociali di un Paese che, prive del collante gheddafiano, sciolto nell’acido della sua uccisione nel 2011, si sono pericolosamente dissociate in assenza di un nuovo fattore collante. Mosca e Ankara, ancorché forti, non sono i risolutori veri e non tanto perché non siano affidabili quanto perché vi sono altri attori che debbono entrare nella partita. All’interno e all’esterno.

L’ITALIA DEVE RECUPERE IL SUO RUOLO IN MEDIO ORIENTE

Su questo sfondo conforta solo in parte il recupero di ruolo che l’attuale governo italiano sta tentando e che a mio giudizio non dev’essere contrastato dal tradizionale ricorso a un’autoflagellazione che rischia solo di appesantire la posta in gioco, che è politica, economica e di sicurezza. La Germania, con il vertice dell’Unione europea, è nostra importante compagna di viaggio e con l’ombrello delle Nazioni Unite sta lavorando ad una Conferenza internazionale che paradossalmente trova la sua forza proprio nella sua scelta di campo a favore della “soluzione politica”. Ma si corre ancora sul filo del rasoio.

In Medio oriente è tornato il protagonismo della piazza, pesantemente contrastato dal potere locale, ma che merita attenzione perché rappresenta una luce che l’Occidente dovrebbe sostenere

Il 2020 è iniziato anche nel segno di un nuovo protagonismo della “piazza” come si usa dire, in diversi Paesi del Medio Oriente, dall’Iraq al Libano all’Algeria e, carsicamente, anche in Egitto. Sono piazze diverse ma anche almeno tre punti in comune: la scelta della non violenza, la lotta alla corruzione e al mal governo, il recupero di un’identità nazionale liberata dal settarismo. Si tratta di un protagonismo embrionale, forse, e pesantemente contrastato dal potere locale, che merita attenzione perché rappresenta una luce che l’Occidente dovrebbe sostenere sgombrando il campo da ambigui e controproducenti paternalismi. Il 2020 si apre inoltre nell’incerta dinamica yemenita, nell’attesa delle prossime elezioni in Israele, nell’incipiente crisi governativa in Tunisia. Sarà comunque lo si voglia vedere un anno impegnativo.

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Il 2019 attraverso gli avvenimenti nel mondo

L'effetto Greta sul dibattito climatico. L'ondata di proteste, dal Sudamerica a Hong Kong. Le elezioni europee e quelle britanniche. L'impeachment di Trump e la cattura di al Baghdadi. I 10 fatti dall'estero che hanno segnato quest'anno.

Greta Thunberg e la questione climatica. Le proteste a Hong Kong, in Medio Oriente e in Sudamerica. Ma anche l’impeachment di Donald Trump, le elezioni britanniche che blindano la Brexit, le elezioni nell’Ue e la frenata della Germania. I 10 fatti esteri cruciali del 2019.

1 – LA QUESTIONE CLIMATICA ESPLOSA CON GRETA

Sull’onda dei cambiamenti climatici è esploso il movimento globale di Greta Thunberg. Milioni di adolescenti hanno manifestato ai Fridays for future nelle metropoli del mondo, Roma e le altre capitali europee, a New York, New Delhi, Istanbul, per salvare il pianeta. Quest’estate in Groenlandia sono scorsi torrenti di acque sciolte dai ghiacci, all’Artide sono divampati incendi a catena, nel Mediterraneo si sono scatenate trombe d’aria mentre l’Europa continentale soffriva la siccità. Greta ha attraversato l’Atlantico in barca a vela, per parlare del riscaldamento globale all’Assemblea dell’Onu a New York evitando le emissioni Co2 degli aerei. E a dicembre l’attivista ha visitato i Fridays for future di Torino.

2 – IL FIUME UMANO DI HONG KONG IN MARCIA PER LA DEMOCRAZIA

Da marzo 2019 Hong Kong marcia per la democrazia. Le proteste nella regione amministrativa speciale della Cina sono rimontate per le modifiche tentate sull’isola alla legge sull’estradizione, che avrebbe permesso i trasferimenti di ricercati anche verso la Cina (al momento priva di accordo per l’estradizione). Una manovra, si è temuto, che avrebbe dato margine a Pechino di azione sui dissidenti rifugiati a Hong Kong. Milioni di cittadini dell’ex colonia britannica chiedono le dimissioni del governo filocinese, un’inchiesta sulle repressioni della polizia (due uccisi e più di 2600 feriti dalla primavera), il rilascio dei 4.500 arrestati, libertà di  manifestazione del pensiero e la difesa dell’autonomia.

3 – LA TEMPESTA DELL’IMPEACHMENT SULLE PRESIDENZIALI USA

A dicembre 2019 la Camera, a maggioranza democratica, del Congresso americano ha dato il via libera all’impeachment contro Donald Trump, per abuso di potere e di ostruzione all’Assemblea legislativa. A inizio 2020 partirà il processo davanti al Senato del terzo presidente della storia degli Usa incriminato per gravi reati contro la Costituzione. Trump conta di aggirare l’impeachment perché la maggioranza dei senatori sono repubblicani. Ma la procedura, aperta a settembre dalla presidente della Camera Nancy Pelosi dopo la notizia circostanziata di pressioni sull’Ucraina di Trump, per far indagare il candidato democratico Joe Biden,  è la tempesta perfetta sulle Presidenziali del 2020.

4 – LA CATTURA DI AL BAGHDADI GRAZIE AI CURDI ABBANDONATI

La notte del 27 ottobre 2019 il capo dell‘Isis Abu Bakr al Baghdadi si è fatto saltare in aria nell’assalto delle forze speciali americane al suo fortino nel Nord della Siria, a circa 5 chilometri dalla Turchia. I resti del sedicente califfo sono stati dispersi in mare; la  sua morte, a 48 anni, è stata confermata anche dall’Isis, che ha nominato successore Abu Ibrahim al Qurayshi e promesso attentati. L’operazione degli americani contro al Baghdadi è andata a segno soprattutto grazie alle informazioni passate loro dalle forze curdo-siriane (Ypg) che avevano combattuto e liberato i territori occupati dall’Isis. Clamorosamente abbandonate nel 2019 dai militari Usa che, su ordine di Trump, si sono ritirati dal Rojava presto invaso dalla Turchia.

5 – VON DER LEYEN E LE ALTRE ALLA GUIDA DELL’UE

Tra il 23 e il 29 maggio 2019 i cittadini dell‘Ue hanno eletto il nuovo parlamento di Strasburgo. L’accordo tra popolari (Ppe, 37 seggi), socialisti (Se, 32 seggi) e liberali (Alde, 37 seggi) è sfociato a luglio nell’elezione di Ursula von der Leyen, ex ministro tedesco della Difesa, alla presidenza della Commissione Ue. L’intesa tra forze ha compreso la nomina della francese Christine Lagarde, ex capo del Fondo monetario internazionale (Fmi), ai vertici della Banca centrale europea (Bce) al posto di Mario Draghi. Per la prima volta due donne siedono al comando dei principali organi decisionali europei – e l’economista bulgara Kristalina Georgieva, già commissario e vicepresidente della CommIssione Ue, del Fmi.

6 – LE SOCIETÀ MEDIORIENTALI CONTRO I CLAN POLITICI

Il 2019 è stato l’anno delle nuove proteste di massa nel Nord Africa e nel Medio Oriente. Dal 22 febbraio in Algeria un fiume umano di manifestanti pacifici si è riversato nelle strade, pretendendo una transizione democratica dopo aver bloccato la rielezione farsa dell’ex presidente Abdelaziz Bouteflika. Dall’autunno anche in Libano e in Iraq la popolazione è insorta contro i governi corrotti, per il ricambio della vecchia classe politica. Un’onda lunga, come per le Primavere arabe del 2011, che ha toccato anche il Kuwait, dove come in Libano l’esecutivo in carica si è dimesso per venire incontro alla volontà popolare. In Iraq, invece, si è sparato sulla folla: oltre 400 morti in due mesi, migliaia i feriti e gli arrestati tra i civili.

7 – L’IRAN SCATENATO DALLE SANZIONI MASSIME DI TRUMP

Ancor più cruenta è stata la repressione delle rivolte dilagate in Iran, a 10 anni dall’Onda verde del 2009, contro raddoppio del prezzo della benzina. Per Amnesty international «almeno 106 morti in 21 città» in tre giorni, sulla base di «filmati verificati e testimonianze sul terreno». Internet e le reti mobili sono state oscurate il secondo e il terzo giorno delle proteste  contro il regime: una crisi innescata dal grave avvitamento economico dell’Iran a causa delle massime sanzioni degli Usa, in vigore da aprile 2019. Proprio in quel mese si votava in Israele: un regalo inutile di Trump al premier Benjamin Netanyahu, costretto senza maggioranza a tornare alle urne a settembre e ancora a marzo 2020. Intanto l’Iran brucia.

8 – IL TRIONFO DI JOHNSON CHE SPINGE LONDRA FUORI DALL’UE

Il 2019 si chiude con la tormentata Brexit del Regno Unito. Il trionfo Oltremanica di Boris Johnson alle Legislative anticipate del 12 dicembre segna il divorzio dall’Ue, entro il 31 gennaio 2020. Con una maggioranza netta, decade l’ostruzionismo del parlamento verso il leader conservatore che preme l’acceleratore sul leave. Il nuovo accordo di Johnson con Bruxelles – dopo i flop della premier Theresa May e le sue dimissioni – prevede una transizione fino al 31 dicembre 2020, per un’uscita soft e guidata dai trattati europei e per la rinegoziazione dei rapporti economici e commerciali con l’Ue. Grandi interrogativi si aprono in compenso sul remain della Scozia e dell’Irlanda del Nord nel Regno Unito.

9 – IL SUDAMERICA SCOSSO DALLE DISEGUAGLIANZE

Anche diversi Stati sudamericani sono diventati turbolenti nel 2019, a causa dell’aumento delle diseguaglianze. Se in Venezuela era prevedibile l’auto-investitura a presidente, a gennaio, di un leader dell’opposizione come Juan Guaidó, molto meno lo erano le proteste violente del Cile (15 morti) contro i rincari, che a ottobre hanno riportato il coprifuoco a Santiago come ai tempi di Pinochet. Anche in Argentina si è manifestato contro i tagli alla spesa. In Brasile, contro l’ultradestra di Jair Bolsonaro. In Ecuador contro lo stop ai sussidi per il carburante. A novembre, altra sorpresa, sull’onda delle proteste contro la sua rielezione il presidente indigeno Evo Morales ha lasciato la Bolivia, governata ad interim dall’ultradestra.

10- LA FRENATA DELLA LOCOMOTIVA D’EUROPA

Nel 2019, last but not least, ha frenato la Germania, la locomotiva d’Europa. Per la guerra commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina, i dazi di Trump imposti (sull’acciaio) e minacciati (sulle auto) all’Ue, non ultima l’incertezza sulla Brexit i tedeschi hanno rallentato l’export (-8% rispetto al 2018) e, di conseguenza la produzione industriale, soprattutto nella siderurgia e dell’automotive. Il rallentamento ha ricadute sui distretti industriali collegati, in primis gli italiani, e aggrava le crisi politiche: nel 2019 a Roma è caduto il governo gialloverde ma si è evitato di tornare al voto. Non ci è riuscita la Spagna che nel 2019 ha votato due volte e resta senza maggioranza, mentre in Germania vacilla di nuovo la Grande coalizione.

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L’Iran “riformista” ha mostrato il suo vero volto: le forche

Centinaia di morti e migliaia di arresti per sedare le piazze in rivolta. Proteste che contagiano anche Libano e Iraq. Ma il regime change per ora è una chimera.

Centinaia di morti, cecchini che sparano dai tetti sulla folla, 3 mila arresti, forca per i manifestanti arrestati, internet bloccato da giorni nonostante gli estremi danni all’economia interna: il “riformismo” iraniano di Hassan Rohani che tanto piace all’Europa sta dando il meglio di sé nelle piazze sconvolte da una protesta popolare spontanea che è identica a quella che sconvolge da settimane le piazze libanesi e irachene.

Il Vecchio continente non vuole prenderne atto, ma è evidente che la rivolta popolare libanese, quella irachena e quella iraniana hanno la stessa origine e lo stesso, identico avversario: il modello di potere degli ayatollah.

Tra tutti gli slogan urlati nelle piazze iraniane, risalta «Chissenefrega della Palestina!», perfetta sintesi della rivolta contro gli enormi costi sociali che ha l’impegno militare “rivoluzionario” all’estero dei Pasdaran.

L’IRAN VUOLE ESPORTARE LA RIVOLUZIONE KHOMEINISTA

Identico e uno solo, il centro di comando che ordina di sparare sulla folla a Teheran, a Beirut o a Baghdad: i Pasdaran e i paramilitari agli ordini di quel generale Ghassem Suleimaini che era volato due settimane fa nella capitale irachena promettendo sangue nelle strade «come ben sappiamo fare in Iran». Simili, se non identici, peraltro gli slogan delle piazze iraniane, irachene e libanesi: la corruzione, i soprusi, la fame, i miliardi per le spese militari a scapito del welfare. Tutti prodotti dal modello di regime che l’Iran ha esportato in Iraq e Libano: la rivoluzione khomeinista.

L’Iran ha uno e un solo obiettivo strategico: la distruzione di Israele

L’Europa non ne vuole prendere atto, ma l’Iran ha uno e un solo obiettivo strategico: esportare la rivoluzione iraniana, processo nel quale passaggio fondamentale è la distruzione di Israele. Per questo obiettivo il regime degli ayatollah ha investito decine di miliardi di dollari per foraggiare da cinque anni le Brigate Internazionali sciite che hanno mantenuto sul trono il macellaio Bashar al Assad e trasformato l’Iraq in un protettorato iraniano, per riempire gli arsenali siriani di missili destinati a Israele, per finanziare la Jihad islamica che spara razzi -iraniani- da Gaza su Israele e per sostenere i ribelli sciiti Houti in Yemen.

Le proteste in Iraq.

L’originalità del “modello iraniano” è stata di affiancare alle forze di fatto egemoni nel Paese (il blocco militare incentrato sui Pasdaran, che controlla anche l’economia iraniana) che gestiscono l’esportazione della rivoluzione khomeinista in Medio Oriente, con un apparato amministrativo di governo dalle forme, ma non dalla sostanza, riformista col volto pacioccone di Rohani. Questa duplicità non è stata colta dall’Europa, che ha assistito complice, dopo la normalizzazione della collocazione internazionale dell’Iran voluta da Barack Obama con l’accordo sul nucleare, alla espansione dell’egemonia politica e militare dell’Iran su Iraq, Siria, Yemen e Libano.

NON ESISTE UNA OPPOSIZIONE POLITICA VERA AI REGIMI

Non è la prima volta che il “riformismo iraniano” spara a zero sulla folla, l’ha fatto nel 1999, l’ha fatto conto l’Onda Verde del 2008, l’ha fatto nel 2017 e 2018 e lo rifá oggi. La novità, enorme, è che ormai la reazione contro il regime, contro il centro di comando iraniano unisce le piazze iraniane a quelle irachene e libanesi. Un fenomeno clamoroso e inedito, acuito dall’effetto delle sanzioni promosse da Donald Trump dopo la sua denuncia dell’accordo sul nucleare.

Forze politiche antagoniste all’Iran esistono solo in Iraq, ma sono a oggi minoritarie

Detto questo, non è possibile a oggi farsi illusioni sull’effetto di questa rivolta agli ayatollah contemporanea nei tre Paesi. Né in Iran, né in Libano esiste una opposizione politica, dei partiti, che sappiano e possano dare uno sbocco alla formidabile protesta popolare. Queste forze politiche antagoniste all’Iran esistono solo in Iraq, ma sono a oggi minoritarie. Dunque, nessun regime change in vista in Iran o in Libano nel breve periodo, ma comunque una situazione di estrema instabilità alla quale purtroppo il regime degli ayatollah può essere tentato di reagire affiancando alla più feroce repressione interna una situazione bellica calda contro Israele o nel Golfo.

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In Libano i manifestanti chiudono l’accesso al parlamento

I deputati non riescono a entrare e salta la discussione su un controverso progetto di amnistia. Intanto, le banche riaprono con la polizia a proteggere ogni filiale.

In Libano la tensione tra piazza e palazzi del potere resta ai livelli di guardia. Il presidente del parlamento Nabih Berri ha rinviato a data da destinarsi la sessione prevista il 19 novembre che doveva discutere della controversa proposta di legge per una amnistia riguardante diversi crimini comuni e finanziari. La decisione è stata presa, riferisce l’ufficio stampa di Berri, a causa dell’assenza del quorum dei deputati. Molti infatti non si sono presentati per l’assedio di migliaia di manifestanti fuori dal parlamento di Beirut che hanno tentato di impedire l’accesso dei parlamentari.

I manifestanti hanno circondato gli accessi a piazza Etoile, sede del parlamento libanese e protetta da un rigido apparato di sicurezza. La polizia s’è schierata in tenuta anti-sommossa e gli ingressi alla piazza sono stati transennati e bloccati da filo spinato e blocchi di cemento. La mobilitazione si inserisce nel quadro delle proteste popolari anti-governative in corso da più di un mese. La seduta era prevista una settimana fa ma era stata rinviata per ragioni di sicurezza.

STALLO PER IL PREMIER DOPO IL “NO” DI SAFADI

Sul fronte della maggioranza, il 15 novembre leader politico-confessionali libanesi si erano accordati per la nomina di Muhammad Safadi come nuovo premier incaricato dopo le dimissioni lo scorso 29 ottobre del premier Saad Hariri. Il diretto interessato, però, ha rifiutato l’incarico. Per convenzione, il premier deve essere musulmano sunnita. Safadi, 75 anni, è sunnita della città di Tripoli, nel Nord del Paese, ed è noto per esser da decenni parte del sistema clientelare al governo in Libano dalla fine, 30 anni fa, della guerra civile (1975-90). La moglie di Safadi, Violette, è attualmente ministro del governo Hariri e dirige il dicastero per il Rafforzamento del ruolo della donna.

MISURE STRAORDINARIE CONTRO LA FUGA DEI CAPITALI

Nel frattempo, il 19 novembre le banche libanesi hanno riaperto gli sportelli dopo 10 giorni di chiusura, dovuta allo sciopero degli impiegati, impauriti dalla graduale tensione sociale. Per la prima volta dall’inizio della crisi più di un mese fa, agenti di polizia sono ora dispiegati agli ingressi di ogni filiale su tutto il territorio libanese a protezione delle sedi bancarie e degli impiegati. Alla riapertura, le banche hanno cominciato ad applicare «misure straordinarie» per contenere la fuga dei capitali in un contesto in cui, a causa della grave crisi sociale, economica e politica libanese, i risparmiatori cercano di prelevare dai loro conti correnti in dollari americani in contanti.

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Le missioni italiane all’estero in numeri

Per le operazioni oltre confine sono stati previsti 7.434 uomini, per poco più di 1 miliardo di spesa. Dal Libano all'Iraq, dall'Afghanistan ai Balcani ecco dove il nostro Paese è presente e con quali forze.

L’attentato al contingente italiano in Iraq rivendicato dall’Isis in cui sono rimasti feriti cinque militari, accende nuovamente i fari sulle missioni all’estero che impegnano quotidianamente i nostri soldati.

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E se sono ormai lontani i tempi in cui i 5 stelle si battevano per accelerare il disimpegno delle nostre forze armate (il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, commentando l’accaduto, ha infatti ribadito che quella irachena «è una missione che incarna tutti i valori del nostro apparato militare»), è lecito chiedersi quanti siano attualmente gli uomini impegnati all’estero, in quali fronti operino e quale sia il loro costo.

Soldati italiani nella missione Unifil in Libano (foto d’archivio).

IMPEGNATE UN MASSIMO DI 7.343 UNITÀ PER 1 MILIARDO DI SPESA

Tutte informazioni contenute nella recente proroga approvata dal parlamento lo scorso luglio per il rifinanziamento per il 2019 della partecipazione dell’Italia alle missioni internazionali in corso e, contestualmente, per l’approvazione del budget di quelle nuove. «La consistenza massima annuale complessiva dei contingenti delle Forze armate impiegati nei teatri operativi è pari 7.343 unità», si legge nel documento. «La consistenza media è pari a 6.290 unità». I costi? «Il fabbisogno finanziario per la durata programmata è pari complessivamente a euro 1.130.481.331».

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DAL 2004 A OGGI SPESI 17 MILIARDI

Nel 2019 si spenderà poco più di 1 miliardo, insomma. Costi tutto sommato in linea con gli anni passati. Perché sebbene con l’avvento della crisi ciascun ministero abbia dovuto fare i conti con la spending review, la Difesa non ha visto diminuire in modo significativo le somme allocate per le missioni all’estero. Negli ultimi 15 anni, ovvero dal 2004 a oggi, l’Italia ha speso più di 17 miliardi di euro. Il record lo si toccò sotto l’ultimo governo Berlusconi, proprio in piena crisi economica e tempesta dello spread, tra il 2010 e il 2011, quando a questo scopo vennero destinati oltre 1,5 miliardi.

CRESCE L’ATTENZIONE PER L’AFRICA

Il maggior numero di missioni che riguarda i militari italiani non sono in scenari mediorientali, bensì nel continente africano. Con riferimento invece alla consistenza numerica delle unità impiegate nei diversi teatri operativi, il fronte più caldo e impegnativo per il nostro Paese è certamente in Libano e, a seguire, gli scenari in Europa e quelli in Africa.

DAI BALCANI A LETTONIA E TURCHIA

Partendo dalle missioni più vicine, dunque nel Vecchio continente, quelle che impegnano maggiormente i contingenti italiani sono la Joint Enterprise (Nato) nei Balcani e la Eunavformed Sophia dell’Unione europea. Ai numerosi fronti balcanici, che spaziano dal Kosovo (Missione Kfor) all’Albania, partecipano 538 unità con 204 mezzi terrestri e lo scopo di assistere lo sviluppo delle istituzioni locali per assicurare la stabilità nella regione, mentre a Sophia sono state destinate 520 unità e tre mezzi aerei con il mandato di «adottare misure sistematiche per individuare, fermare e mettere fuori uso le imbarcazioni e i mezzi usati dai trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo centrale». C’è poi il fronte in Lettonia della missione Baltic Guardian. In questo caso il nostro contributo prevede un impiego massimo di 166 militari e 50 mezzi terrestri per la sorveglianza dei confini dei Paesi Nato. Infine, a cavallo tra Europa e Asia si posizionano i 130 militari e 25 mezzi terrestri su suolo turco della missione Active Fence con il compito di neutralizzare minacce provenienti dalla Siria.

IL COMPLICATO SCACCHIERE LIBICO

Nel difficile teatro libico sono presenti 400 militari, 130 mezzi terrestri e mezzi navali e aerei tratti dal dispositivo Mare sicuro – che in totale impiega 754 unità, 6 mezzi navali e 5 aerei. «La nuova missione, che ha avuto inizio a gennaio 2018», si legge sul sito del ministero della Difesa, «ha l’obiettivo di rendere l’azione di assistenza e supporto in Libia maggiormente incisiva ed efficace, sostenendo le autorità libiche nell’azione di pacificazione e stabilizzazione del Paese e nel rafforzamento delle attività di controllo e contrasto dell’immigrazione illegale».

Soldati italiani in Kosovo (foto d’archivio).

L’IMPEGNO IN NORD AFRICA

Nel Nord Africa segue per numero di uomini la missione in Egitto che prevede un impegno massimo di 75 militari e 3 mezzi navali. Nella missione comunitaria antipirateria denominata Atalanta sono impegnate 407 unità di personale militare, due mezzi aerei e due navali. Proprio per la sorveglianza delle coste e del Golfo di Aden, dal 20 luglio 2019 l’Italia contribuisce con la Fregata Europea Multi Missione Marceglia che ha assunto anche l’incarico di flagship della task force aeronavale. Nella missione bilaterale di supporto nel Niger abbiamo dato la disponibilità per un massimo di 290 unità, comprensive di 2 unità in Mauritania, 160 mezzi terrestri e 5 mezzi aerei. C’è poi la Somalia: per il 2019 l’impegno nazionale massimo è di 53 militari e 4 mezzi dei Carabinieri anche nella Repubblica di Gibuti per facilitare le attività propedeutiche ai corsi e i rapporti con le forze di polizia somale e gibutiane.

IN LIBANO E L’IMPEGNO CONTRO IL TERRORISMO

La partecipazione italiana più significativa è impiegata nella missione Unifil in Libano, per la quale possono essere dispiegati fino a 1.076 militari, 278 mezzi terrestri e 6 mezzi aerei. Dal 7 agosto 2018 il nostro Paese ha assunto nuovamente l’incarico di Head of Mission e Force Commander. Segue la missione della coalizione internazionale di contrasto alla minaccia terroristica del Daesh. In merito, i documenti parlamentari prevedono una partecipazione «per il 2019 di 1.100 unità, 305 mezzi terrestri e 12 mezzi aerei». I cinque militari feriti nell’attentato di domenica 10 novembre, secondo quanto si apprende, facevano parte della task force 44, impiegata in Iraq per attività di mentoring and training a supporto delle milizie locali da addestrare per contrastare l’Isis. 

Soldati italiani in Afghanistan (foto d’archivio).

IL PARZIALE DISIMPEGNO DALL’AFGHANISTAN

Un altro contingente importante è impiegato nella missione Resolute Support in Afghanistan con 800 unità di personale militare. «Analogamente all’anno 2018», si legge nei documenti, «si prevede l’invio di 145 mezzi terrestri e 8 mezzi aerei». Dopo 17 anni le nostre truppe sono passate da 900 unità del 2018 a 800 negli ultimi 12 mesi, destinate a scendere a 700 proprio nella seconda metà del 2019. E dire che solo lo scorso 28 gennaio l’allora ministra della Difesa Elisabetta Trenta aveva annunciato un celere ritiro entro 12 mesi, facendo esultare i 5 stelle («Finalmente riportiamo a casa i nostri ragazzi», scrivevano i portavoce del Movimento 5 stelle della commissione Difesa) ma lasciando interdetti sia il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, sia il Segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, che non erano stati avvertiti. In generale e in tutti gli scenari di guerra, per l’anno in corso, i documenti certificano una riduzione della consistenza massima dei contingenti di 624 unità, con il passaggio da 7.967 unità a 7.343 unità. Mentre la consistenza media nelle intenzioni dovrebbe scendere di appena 19 unità, da 6.309 a 6.290. Per questo non ci sono significativi risparmi sul fronte dell’impegno economico, che resta superiore al miliardo di euro annuo.

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Perché la politica in Libano è ostaggio dei soliti clan

La piazza chiede la rimozione totale della classe dirigente. Ma non c'è alternativa ai partiti degli ex guerriglieri, dei magnati e dei loro eredi. Di padre in figlio, gli Hariri, i Gemayel e le altre dinastie si spartiscono il Paese dei cedri.

Il premier libanese Saad Hariri ha rassegnato le dimissioni, per placare la popolazione in rivolta. Per il passo di lato ha citato il padre milionario Rafiq, assassinato nel 2005 per mano ancora ignota: «Nessuno è più grande del proprio Paese», una promessa di democrazia attraverso il richiamo alla memoria. E una buona dose di retorica: Hariri è consapevole di essere in un «vicolo cieco» non solamente per le manifestazioni incontenibili. Il ricambio politico preteso dai libanesi non può compiersi con un sistema partitico interamente costruito, come avviene nel Paese dei cedri, su base familistica ed ereditaria. Il premier uscente ne è la prova provata, e anche le altre forze politiche libanesi si tramandano di padre in figlio. Separate tra le componenti politico-religiose stabilite nella ripartizione del potere amplifcata dagli accordi di pace di Taif, nel 1989, che misero fine a 15 anni di guerra civile. Ma già fissata nella Costituzione dell’indipendenza nel 1943.

Libano proteste clan politico
Supporter del presidente libanese Michel Aoun, ex generale di brigata nella guerra civile. Getty Imaes.

IL CAMALEONTICO LEADER DRUSO JUMBLATT

Non ci sono alternative alla ragnatela di partiti controllati dagli ex signori della guerra e dai loro discendenti. In Libano non esistono leader trasversali di movimenti dal basso, anche nascenti, per scardinare il sistema. Il capo dei drusi Walid Jumblatt, per esempio, rappresenta dalla morte del padre nel 1977 i circa 200 mila libanesi (circa il 7% della popolazione) di questo ramo particolare dello sciismo. Socialista, nella guerra civile fu un alleato della Siria e dell’Olp palestinese contro le falangi dei cristiano-maroniti, combattendo anche contro l’attuale capo di Stato ed ex generale Michel Aoun. Ma dall’omicidio di Hariri è diventato un nemico giurato del regime degli Assad, passando dalla parte della coalizione sunnita del 14 marzo del premier uscente, finanziata dai sauditi. Così per i libanesi Jumblatt, 71enne, è il «camaleonte», a capo di una delle più antiche dinastie. L’erede designato è il figlio Taymour, al quale lo scorso anno ha ceduto il seggio parlamentare.

Sul presidente Aoun, 84enne garante delle istituzioni e della stabilità nelle crisi politiche, si fa leva per formare un nuovo esecutivo in Libano

AOUN, IL CRISTIANO CON GLI HEZBOLLAH

Anche a guidare i cristiano-maroniti restano le grandi famiglie Aoun, Geagea, Gemayel e Frangieh. Insanguinate e divise, durante e dopo la guerra, ma saldamente alla spartizione del potere. Presidente del Libano dal 2016, Aoun è stato il protagonista di un altro spettacolare cambio di schieramento, del percorso opposto a Jumblatt: contro l’occupazione siriana fino alla fine della guerra civile, dal ritorno dall’esilio nel 2005 ha finito per appoggiare la coalizione sciita dell’8 marzo guidata dagli ex nemici di Hezbollah. Per il suo ruolo di ponte con le forze filo-iraniane, oggi più armate e potenti del Libano, nell’investitura è stato appoggiato anche dagli Stati Uniti di Barack Obama. E su Aoun, 84enne garante delle istituzioni e della stabilità nelle crisi politiche, si fa leva per formare un nuovo esecutivo. Suo delfino è il genero Gebran Bassil, 49enne ministro degli Esteri e dal 2018 capo del suo movimento politico.

Sami Gemayel, tra gli eredi dei presidenti falangisti Bachir e Amin Gemayel. Getty Images.

FRANGIEH E I FALANGISTI GEAGEA E GEMAYEL

Contraltare di Aoun è Samir Geagea, 66enne e suo rivale da candidato alla presidenza del blocco filo-saudita di Hariri. Ma soprattutto ex capo milizia cristiano delle Forze libanesi, reduce da 11 anni in isolamento per i crimini commessi durante la guerra. Unico leader dei guerriglieri a finire in prigione, Geagea ha pagato per l’intransigenza che mantiene, tra i pochi, contro il Partito di Dio degli Hezbollah. Resta il personaggio più divisivo, sebbene quest’anno abbia fatto notizia per aver stretto la mano, «in segno di unità nazionale», al capo dello schieramento rivale nella comunità maronita, Sleiman Frangieh. Dalla parte dei siriani e accusatore di Geagea per il massacro della famiglia nel 1978, a Ehden. L’altra dinastia di maroniti segnata dal sangue e ramificata in politica sono i Gemayel: Sami Gemayel, 38enne, è figlio del leader falangista Amine, il presidente del Libano durante la guerra civile che seguì al fratello Bachir, assassinato nel 1982. Il figlio 37 Nadim, come il cugino Sami, è stato eletto in parlamento.

Lo sciita Nabih Berri, capo del parlamento dal 1990, è il leader della milizia di Amal dal 1980

I DOLORI DI BERRI E IL POTERE DI NASRALLAH

Per mandato costituzionale il capo di Stato del Libano è di confessione cristiano-maronita (il 35-40% della popolazione). Il primo ministro è un leader della comunità sunnita (circa il 20%) e il presidente del parlamento è un rappresentante degli sciiti (34%). Così se il 49enne Hariri, già premier dal 2008 al 2011, incarna – come nelle dinastie maronite – una continuità con il padre anche negli affari, l’81 enne sciita Nabih Berri è capo del parlamento dal 1990. Leader della milizia di Amal dal 1980, è in carica dalla fine della guerra civile ed è considerato un milionario corrotto: perciò il suo movimento, come quello di Hariri, arretra per gli scandali. Ma il più potente nell’alleanza dell’8 marzo è il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, privo di incarichi politici ma il più armato del Libano. Con Amal è parte dell’esecutivo di Hariri e ha mandato miliziani contro i manifestanti: Hezbollah potrebbe ottenere la rimozione totale del governo che chiedono i dimostranti. Ma con la forza. 

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L’Iran non mollerà la presa su Baghdad e Beirut

Le proteste in corso minacciano l'egemonia che Teheran ha instaurato in Iraq e Libano. E a cui gli ayatollah non hanno intenzione di rinunciare. Anche a costo di far scorrere il sangue.

L’Iran ha inviato i suoi sgherri a sparare nelle strade di Baghdad, Bassora e Kerbala in Iraq e mobilitato Hezbollah in quelle di Beirut e Tripoli in Libano per una ragione molto semplice: Teheran si considera –ed è- la potenza egemone nell’area e non intende permettere, a costo di far scorrere il sangue, che i due governi alle sue dirette dipendenze vadano in crisi. La stessa Guida suprema iraniana Ali Khamenei ha rivendicato apertamente il ruolo repressivo –e assassino- dei propri emissari in Iraq e Libano sostenendo che «l’insicurezza e i disordini in questi due paesi sono stati creati dagli Stati Uniti, dal regime sionista e dal denaro di alcuni paesi reazionari». Dunque, secondo la massima autorità politica iraniana, tutto è lecito, ogni repressione è auspicabile contro le manovre del nemico americano e sionista (e saudita). Che questa sia la realtà d’altronde lo sanno bene anche i manifestanti iracheni che a centinaia di migliaia stanno occupando da settimane le piazze, tanto che sempre più spesso nei cortei vengono bruciate proprio le immagini dello stesso Khamenei.

Il fatto è che da un decennio, sostanzialmente grazie alle amministrazioni Obama e al suo scellerato deal sul nucleare, l’Iran ha liberamente potuto sviluppare un ferreo padrinato su Iraq e Libano. La golden share del governo di Baghdad e di quello di Beirut è infatti saldamente nelle mani degli ayatollah iraniani. In Libano, addirittura, dal punto di vista formale, perché Hezbollah, che è l’architrave della compagine governativa libanese, riconosce formalmente quale suo leader e guida politica proprio Khamenei. In Iraq, va ricordato, alla piena egemonia iraniana sul governo centrale va attribuita quella politica settaria e di discriminazione sociale e politica dei sunniti che dal 2013 in poi ha contribuito a formare addirittura la base del consenso popolare per il “Califfato” dell’Isis, vissuto da alcune tribù sunnite quale estremo e ultimo argine alla “dittatura” sciita-iraniana.

L’EGEMONIA MILITARE DI TEHERAN

Una egemonia politica che peraltro si poggia su una piena egemonia militare. Dopo il collasso dell’esercito iracheno nel 2014, che permise all’Isis la conquista di Mosul, sono state le “Brigate Internazionali sciite” con i loro 15 mila miliziani, guidate dal generale dei Pasdaran Qasem Soleimaini, a ricostruire il nerbo delle forze armate di Baghdad e della stessa offensiva contro l’Isis sul terreno. In Libano il fallimento totale della nuova missione Unifil iniziata nel 2006, che aveva il compito unico di affiancare l’esercito nazionale per disarmare Hezbollah, e che invece ne ha permesso l’ammodernamento e l’espansione degli armamenti sino al possesso di un enorme arsenale missilistico, ha fatto del Partito di Dio (formalmente diretto da Teheran, lo ripetiamo) l’unica vera forza militare del Paese a detrimento di forze armate ufficiali assolutamente subordinate.

QUALE FUTURO PER L'”AUTUNNO ARABO”?

In questo contesto, l’Iran ritiene di potere e dovere reprimere con violenza le manifestazioni popolari di oggi esattamente come ha fatto e fa sul suo territorio. Sono infatti impressionanti le analogie tra la repressione in Iraq e in misura minore in Libano e lo schiacciamento dell’Onda Verde del 2009 in Iran: fuoco sulla folla, squadracce di incappucciati, sparatorie ad alzo zero, denuncia dell’intrusione del “nemico americano e sionista”, ecc… Si vedrà ora se la formidabile mobilitazione popolare di questi due Paesi, se questo nuovo “autunno arabo”, troverà la forza per continuare o dovrà cedere all’usura del tempo. Il fatto che abbia conseguito un primo risultato con le dimissioni del premier Saad Hariri in Libano è comunque un buon segno.

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Il premier del Libano Hariri si è dimesso

L'annuncio in un discorso televisivo al termine di due settimane di proteste anti-governative.

Al culmine di due settimane di proteste proteste popolari anti-governative contro il carovita e la corruzione, il premier del Libano Saad Hariri ha annunciato le sue dimissioni. Sono state così confermate le indiscrezioni circolate in mattinata, secondo cui Hariri avrebbe ufficializzato il suo passo indietro nel discorso televisivo annunciato per le 16 ora locale (le 15 in Italia).

«HO PRESO QUESTA DECISIONE ASCOLTANDO LE RICHIESTE DEI MANIFESTANTI»

«Salgo ora al palazzo presidenziale di Baabda per rassegnare le mie dimissioni al presidente della Repubblica Michel Aoun», ha detto in tivù il Hariri. «Ho preso questa decisione dopo aver ascoltato le richieste dei manifestanti», ha poi aggiunto, spiegando di essersi trovato in un vicolo cieco.

NUOVI SCONTRI NEL CENTRO DI BEIRUT

Da 13 giorni proteste popolari senza precedenti contro il governo sono in corso a Beirut e in numerose città del Libano. Il governo è formato anche dal partito armato filo-iraniano Hezbollah. Nelle stesse ore i seguaci del movimento sciita e quelli del suo alleato Amal, che ha altri ministri nel governo, hanno attaccato i manifestanti nel centro di Beirut disperdendo la folla di persone.

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Libano, contro Hariri le proteste dell’unità nazionale

Divisi da 15 anni di guerra civile e da 30 di malgoverno, giovani e donne del Paese dei Cedri protestano in massa contro i settarismi e gli sperperi dei clan al governo. Un milione per le manifestazioni più grandi dall’indipendenza.

Un quarto della popolazione libanese manifesta per le proteste più grandi che si ricordino dall’indipendenza nel 1943. Da una settimana oltre 1 milione di cittadini invade le piazze e le strade di tutte le città della piccola repubblica mediorientale, presidiate dalla polizia e dall’esercito: Beirut, Tripoli, Tiro, Sidone, anche la Valle della Bekaa e i centri minori sono tornati caldi. Due dimostranti sono morti, decine i feriti: si è arrivati a degli scontri con le forze dell’ordine per liberare le strade da cortei per la grande maggioranza pacifici. La memoria corre ai 15 anni di guerra civile tra il 1975 e il 1990, alle macerie lungo la green line e ai nuovi bombardamenti israeliani su Beirut del 2006. Non potrebbe essere altrimenti: è il Libano che torna polveriera. Ma stavolta accade qualcosa di unico. La gente per strada rifiuta le divisioni tra maroniti, sciiti, sunniti, drusi e tra le altre 14 confessioni ufficiali che hanno fatto la storia cruenta del Libano e continuano a regolarne la politica. Le dimostrazioni sono tra libanesi «uniti contro tutti i partiti, per liberare dai ladri il Paese». Rifiutano etichette, distinzioni religiose e sociali dello Stato confessionale. In uno strano clima tra l’euforia per il risveglio collettivo e il presagio della tempesta.

Libano proteste governo 2019
Uno dei simboli delle proteste è la bandiera nazionale del Libano, prova di unità dei dimostranti. GETTY.

LA MOLLA DI WHATSAPP

La molla è stata la tassa su Whatsapp tentata dal governo Hariri per ripianare la voragine del debito pubblico al 153% e del deficit di bilancio all’8% del Pil. I 20 centesimi di prelievo al giorno alla prima chiamata sulla app di messaggistica, che i libanesi usano per aggirare le tariffe telefoniche tra le più care della regione, sono stati subito bloccati dal governo. Il premier Saad Hariri ha anche promesso di non aumentare altre tasse (si parlava di un aumento graduale dell’Iva all’11% e del prezzo della benzina) e 160 milioni di dollari in nuovi finanziamenti per i mutui e l’housing sociale.

In Libano governa un’oligarchia di ex capimilizie della guerra e dei loro eredi

Anche schierando l’esercito si spera di far rientrare le proteste come già, gli anni passati, quelle sulla crisi dei rifiuti. Ma i libanesi stavolta sembrano fare ancora più sul serio: contestano l’austerity a questo punto indispensabile ma anche le politiche del debito di anni di sprechi. Il passo indietro su Whatsapp, dicono, è «arrivato troppo tardi». Senza un «ricambio di tutta la classe dirigente» con una «nuova legge elettorale» e «nuove elezioni», non cambierà niente.

DA 30 ANNI POLITICHE DIVISIVE

Le giovani coppie raccontano che dalla guerra non si è «mai vissuto bene». Non si protesta contro il regime perché in Libano non c’è un regime da abbattere. Ma un’oligarchia di ex capimilizie della guerra e dei loro eredi diventati leader di partito che lucrano sull’immobilismo della politica. A 30 anni dalla fine delle ostilità non c’è una rete organizzata di trasporti pubblici, urbana ed extraurbana. La capitale non ha un parco condiviso, anche a causa della speculazione edilizia, gli scogli delle Corniche sono invasi dal cemento e dai rifiuti. Come il mare dagli scarichi inquinanti: in tutto il Libano si può balneare ormai solo in costosi resort privati. La raccolta dell’immondizia non è strutturata ed è affidata a società che rispondono a interessi privati, collegate alle fazioni dei partiti che si spartiscono i quartieri di Beirut e le aree del Paese. L’elettricità, l’acqua e Internet saltano tutti i giorni. Come in Giordania, da anni esplodono sistematicamente proteste per contro il malgoverno e per la carenza servizi. Ma mai così erano corali e contagiose tra la popolazione.

Libano proteste governo 2019
Molti giovani, e molte donne, alle manifestazioni in Libano contro il governo. GETTY.

LA RESILIENZA DAL 2011

I cortei si erano smorzati anche nel 2011. Durante le Primavere arabe il Libano non era esploso, al contrario dei regimi nella regione araba e mediorientale, e da allora è con la Giordania la casa di milioni di profughi. Anche il grande sforzo per l’accoglienza ha aggravato lo stato economico del Paese che Cedri, riuscito finora a galleggiare sull’instabilità interna, le pressioni alla frontiera con Israele e la guerra in Siria davanti alla Valle della Bekaa.

Il simbolo delle proteste è la bandiera nazionale del Libano, prova di unità

Il Libano ha retto per le attività finanziarie e per i business, vivaci perché non è povero sebbene brilli per ineguaglianza sociale (secondo l’ultimo rapporto Onu, l’1% possiede il 25% del totale del reddito nazionale), e per il peso militare e politico guadagnato da Hezbollah. Le milizie create dall’Iran – e diventate il partito collante dei governi di unità nazionale – sono riconosciute anche da Israele come la maggiore minaccia alla sua esistenza. Un arsenale stimato di oltre 100 mila missili. E uomini a terra che, respinta l’invasione del 2006, dal 2011 si sono fatti le ossa in Siria con l’esercito di Bashar al Assad.

GIOVANI E DONNE UNITI

Hezbollah punta il dito su sobillatori stranieri per le proteste. L’esercito ha bloccato auto mandate dai miliziani sciiti contro la folla. Eppure il Partito di Dio che ha finito per allearsi con i cristiano-maroniti beneficerebbe più di tutti della caduta di Hariri e di nuove elezioni: il Sud del Libano e i quartieri sciiti di Beirut vivono dell’assistenzialismo di Hezbollah, protetti dalle loro forze. Uno scenario da evitare, che metterebbe a repentaglio la precaria democrazia libanese, consegnandola all’asse autoritario sciita che dall’Iran ha allargato la sfera di influenza all’Iraq e alla Siria. Un altro pericolo è che, se sfoceranno in rivolte, i disordini si propaghino in Giordania, Egitto, Iraq destabilizzando ancora il Medio Oriente. Ma non si può impedire ai libanesi di chiedere la fine degli ultimi governi forzosi, partoriti dopo mesi di consultazioni, senza maggioranze nette e con la solita spartizione tra capi sciiti, sunniti e maroniti. Il simbolo delle proteste è la bandiera nazionale, prova di unità: «Tutti insieme per la dignità e il futuro dei nostri figli» gridano a Beirut tanti giovani. E tante donne.

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Le risposte di Hezbollah alle proteste in Libano

Hassan Nasrallah, leader della formazione sciita, ha accusato i manifestanti di ricevere finanziamenti dall'Estero. E intanto un gruppo di suoi uomini ha attaccato un sit-in a Beirut.

La tensione in Libano resta altissima. E adesso nel delicato scenario fa il suo ingresso anche Hezbollah. Uomini armati di pietre e bastoni, descritti dai media come esponenti del partito sciita filo-iraniano, hanno attaccato i manifestanti nella centrale piazza Riad Solh di Beirut, da giorni teatro di un sit-in anti-governativo contro carovita e corruzione. La polizia è intervenuta e si è scontrata con gli assalitori, circondandoli. Questi rimangono nella piazza. Si registra un numero imprecisato di feriti tra poliziotti, giornalisti e manifestanti.

HEZBOLLAH PRONTI A FAR CADERE IL SISTEMA CONFESSIONALE

In giornata è interventuo anche Hassan Nasrallah, leader degli Hezbollah. Il vuoto istituzionale porta al caos e non si esclude che possa esserci la guerra civile, ha detto in un discorso tv mentre il Libano è da otto giorni attraversato da massicce manifestazioni anti-governative. Nasrallah ha detto che Hezbollah si impegna a spingere il governo verso le già proposte «riforme economiche» ma che non consentirà la caduta del governo, di cui il movimento sciita fa parte, né elezioni anticipate. Nasrallah, ha anche detto che il movimento sciita filo-iraniano è «pronto a far cadere il sistema politico-confessionale libanese con mezzi pacifici e nel quadro della costituzione». Il Partito di Dio è un partito politico, armato, basato sulla legittimità religiosa e politica della sua guida, Hassan Nasrallah, e della guida religiosa politica dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei.

LE ACCUSE AI MANIFESTANTI: «CHI VI FINANZIA?»

Nel corso del suo intervento Nasrallah, ha accusato le centinaia di migliaia di manifestanti di essere «finanziati» da entità non meglio precisato ma non ha escluso che si tratti di «ambasciate» e «stranieri». Secondo il leader sciita «il paese è entrato in un vortice politico che coinvolge la regione». Nasrallah ha quindi accusato i paesi del Golfo, gli Stati Uniti e Israele di voler fomentare la situazione in Libano. «Vogliono portare il paese verso il caos e il crollo», ha detto evocando di nuovo i pericoli della «guerra civile».

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Il Libano in piazza da una settimana: interviene l’esercito

Per la prima volta i soldati hanno costretto i manifestanti a liberare le strade e le autostrade. Feriti negli scontri.

L’esercito libanese è intervenuto oggi in diverse aree del Libano, paralizzato dal 17 ottobre da prolungate proteste popolari contro il carovita e la corruzione, per riaprire le principali strade bloccate dai manifestanti. È la prima volta che l’esercito interviene con la forza contro i manifestanti da quando sono cominciate le proteste. Si registra un numero imprecisato di feriti nella zona di Zouk Mikhail e Jall ad Dib a Nord di Beirut, lungo l’autostrada per il Nord.

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