Viaggio dentro l’intelligence italiana

di Monica De Santis

Sarà presentato questa mattina presso la sala stampa della Camera dei deputati, il libro “Intelligence collettiva – Appunti di un Ingegnere rapito dai Servizi Segreti”, scritto dal parlamentare salernitano ed ex sottosegretario di Stato alla Difesa, Angelo Tofalo. Il volume edito dalla Fondazione Margherita Hack svela in modo semplice ed intuitivo la storia, la struttura e i ruoli di un apparato che si occupa di fornire al decisore politico il più prezioso degli strumenti: l’informazione. Il testo raccoglie i contributi di professionisti che a diverso titolo si sono occupati di “Intelligence” e che possono descrivere, attraverso esperienze vissute, le dinamiche che si celano dietro le articolazioni dello Stato che compongono il Sistema di Informazione per la Sicurezza della Repubblica. Un mondo affascinante, conosciuto a tutti come “Servizi segreti”. Il libro vuole essere un aiuto per il lettore, con un approccio didattico, a comprendere l’importanza strategica di un potentissimo strumento che si è dovuto adattare nel tempo ad un contesto molto più complesso fatto di intricate relazioni globali. Difendere il Paese dalle minacce interne ed esterne vuol dire preservare i valori fondanti della nostra democrazia e difendere la sovranità politica dagli appetiti mondiali. “Questo libro è il frutto di relazioni, studi, convegni, tavole rotonde, interviste e dialoghi che hanno arricchito la mia esperienza politica ed istituzionale. – spiega Angelo Tofalo – Ho voluto creare un progetto editoriale per consentire a tutti, in particolar modo a chi non ha una solida cultura di settore, di comprendere rapidamente quanto per un Governo e per un Paese sia di vitale importanza poter disporre degli strumenti tipici del mondo dell’Intelligence. – prosegue ancora il parlamentare salernitano – Offrire ai cittadini delle letture semplificate di apparati complessi vuol dire aiutarli a comprendere meglio le azioni che possono destabilizzare o rafforzare le nostre istituzioni e renderli parte attiva di un processo di crescita collettiva. Intelligence Collettiva è un progetto divulgativo che ho creato con l’obiettivo di rafforzare il Sistema Paese nel suo insieme. Se vogliamo contribuire alla costruzione di un nuovo modello di sicurezza partecipata dobbiamo connettere maggiormente i tre nodi che rappresentano le principali dimensioni espressive dell’attività umana: il cittadino, lo Stato e l’azienda. Il primo libro, edito dalla Fondazione Margherita Hack, inaugura un progetto di più ampio respiro su un settore che ritrae temi di importanza strategica e che, a mio avviso, non ha mai trovato un adeguato spazio di espressione nella dimensione specifica della ricerca di un pubblico più ampio. – conclude Tofalo – Limitare nozioni così importanti agli addetti del settore sarebbe un peccato veniale che non possiamo permetterci se vogliamo costruire un Paese più consapevole sulle dinamiche che ne determinano gli interessi più profondi”. La Fondazione con i ricavi avvierà un progetto di catalogazione di 18.000 tra volumi, libri e appunti prodotti dall’altrofisica e accademica Margherita Hack e da suo marito Aldo De Rosa.” Aggiunge Marco Santarelli, direttore scientifico della Fondazione Margherita Hack.

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Catello Maresca ospite degli studenti del Cacciopoli di Scafati

di Patrizia Polverino

“Pandemia & virus sociale” questo il tema dell’incontro in videoconferenza che si terrà nel pomeriggio di oggi alle ore 15.30 e che vedrà gli alunni del Liceo R. Caccioppoli di Scafati dialogare con il dottor Catello Maresca, sostituto procuratore generale di Napoli e la dottoressa Luisa D’Aniello, psicologa ed esperta in criminologa. Moderatrice dell’incontro sarà la dottoressa Federica Auricchio, referente territoriale dell’associazione Animus, che da qualche tempo si occupa di organizzare queste interessanti video conferenze, con gli studenti del liceo di Scafati. La scuola è istituzione e insieme comunità sociale di crescita umana e civile e, in quest’ottica, il Liceo R. Caccioppoli e l’associazione Animus di Scafati hanno ideato questo nuovo incontro-dibattito nell’ambito delle attività di arricchimento del curricolo di Educazione civica, curato dalle referenti professoresse Elena Battigaglia ed Emilia Vitale, per la costruzione armonica di cittadinanza attiva dei giovani cittadini affinché il contributo concreto di ciascuno possa diventare apporto integrante della crescita del territorio. Tanto si è detto della pandemia che da circa due anni dilaga in tutto il mondo e che ha messo in crisi la normalità di ogni sistema sociale ed economico, facendone emergere le fragilità e le incongruenze. Indagini e analisi previsionali condotte sui primi effetti della pandemia nei diversi paesi europei mostrano scenari allarmanti sull’ampliamento della povertà e l’esclusione sociale, terreno fertile per la criminalità organizzata. L’associazione Libera e Lavialibera nel rapporto “La tempesta perfetta. Le mani della criminalità organizzata sulla pandemia” hanno prospettato la crescita esponenziale dei profitti della criminalità e l’ultima Relazione semestrale della Direzione investigativa antimafia (Dia) parla di seri rischi di infiltrazione e della crescita di riciclaggio e corruzione in vari settori dell’economia legale, soprattutto in aree territoriali già svantaggiate. Si percepisce, un po’ ovunque, il rischio concreto che la criminalità organizzata sfrutti l’aumento della povertà per insinuarsi nelle nostre piccole e grandi comunità locali. Il nesso causale tra povertà e illegalità è complesso, ma non sconosciuto o nuovo. Il filosofo settecentesco Antonio Genovesi In una delle sue Lettere accademiche, “È la povertà che crea i criminali” spiega come a criminalità non agisca sulla coscienza delle persone ma sul loro stomaco: chi non ha da mangiare o da coprirsi sarà sempre spinto dalla necessità a procurarsi il cibo e i vestiti anche attraverso il crimine. Di qui allora la necessità di istituzioni e comunità di intervenire all’unisono per impedire che le difficoltà economiche di famiglie e cittadini possano far gola al malaffare. La lotta alla legalità parte dal nostro piccolo: è una questione di cultura mentale. La scuola lo sa e non arretra nel suo impegno di formazione dei giovani cittadini di domani.

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In libreria per la casa editrice Marlin, il terzo romanzo di Simona Moraci, ambientato in un quartiere a rischio criminalità, in una periferia siciliana

di Olga Chieffi

“Prendere servizio dovrebbe essere uno dei momenti più emozionanti nella vita di un insegnante. Mi aggiravo, non senza perplessità, tra le vie costellate di baracche del quartiere di quella che sarebbe divenuta l’altra mia città di mare” E’ questo l’incipit dell’ ultimo lavoro di Simona Moraci, messinese, giornalista e insegnante, in libreria per la Marlin di Tommaso e Sante Avagliano. Un romanzo che nasce dalla sua esperienza maturata negli ultimi anni sulla “frontiera”, nelle scuole di quartieri a rischio, dove si vive un universo aa parte: tutti i sentimenti, le emozioni sono amplificati e occorre trovare un equilibrio “nuovo”. Rabbia e innocenza, di pianto e risate, di questi bambini straordinari e fuori da ogni schema, le emozioni sono l’essenza di “Duecento giorni di tempesta” In primo piano la storia della giovane insegnante Sonia, catapultata in un quartiere a rischio di una città di mare siciliana in mano alla criminalità. Una “terra straniera” ma anche una sfida per Sonia, in fuga dal passato. La scuola è fatta da classi “esplosive”, così chiamate dai professori per il livello disturbato e disfunzionale dei comportamenti degli alunni. Da qui una narrazione incalzante che lascia spazio alla capacità da parte dei docenti di entrare in relazione con i ragazzi e anche a un complicato triangolo amoroso che coinvolge la protagonista con due suoi colleghi: Stefano e Andrea. A portare conforto nella sua vita è il collega di Scienze Motorie, napoletano dal volto paterno, Giulio, e l’amica di sempre, Altea. Ma, ad accorrere in suo aiuto, c’è soprattutto Stefano, un uomo sfuggente che alterna silenzi e fughe. Sonia ne rimane immediatamente colpita, ma Stefano mostra nei suoi confronti un comportamento contraddittorio: corre in suo aiuto nei momenti di crisi, durante le risse in classe, e subito dopo tende a chiudersi in sé stesso, sicché i loro incontri si trasformano spesso in scontri, fughe e ritorni. Andrea invece riesce a stabilire una relazione con Sonia, fatta di passione e comprensione. Tuttavia, il suo temperamento aggressivo degenera in violenza quando Stefano decide di non scappare più da lei. Sarà la gravidanza della donna a rimettere tutto in gioco: Sonia, Stefano e Andrea troveranno la forza di andare avanti insieme?La Moraci fa immergere i lettori in un territorio nel quale le famiglie vivono situazioni difficili e l’istituzione scolastica cerca di arginare il malessere di alunni ribelli a ogni regola e disciplina. Il romanzo racconta le traversie interiori e amorose del personaggio principale e la lotta dei professori per strappare i ragazzi al degrado, in una “tempesta” romanzesca che coinvolge e fa riflettere. «Un Sud scontroso e una scuola a rischio: due frontiere, – si legge nel quarto di copertina redatto dallo scrittore Vladimiro Bottone – due sfide, un corpo a corpo fra studenti difficili e un’insegnante al vertice di un triangolo amoroso carico di passioni e chiaroscuri come la scrittura dell’autrice. Al seguito della sua protagonista e io narrante, Simona Moraci ci trascina nel suo anno di scuola che diventerà anche una sorta di educazione sentimentale. Un’avventura che, per il lettore, si trasformerà in una lezione memorabile».

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In uscita il prossimo 25 aprile il nuovo libro di Giordano Criscuolo

di Monica De Santis

Sarà in vendita dal prossimo 25 aprile l’ultimo lavoro di Giordano Criscuolo dal titolo “Fiabe sorprendenti per principesse e disobbedienti”. A presentare l’opera impreziosita dalle illustrazioni di Federica Di Tizio e Tiziana Ricci è lo stesso autore che spiega come “ ‘Ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino’ Terminata la stesura delle fiabe ho fatto mie queste parole di Picasso. Le storie sono nate sempre durante le lunghe giornate passate in casa con i miei bambini, Nicole e Pier Paolo. Alcune hanno preso vita un pezzo per volta, nel corso dei giorni; altre, come “Pier BrumBrum e Giorgia Boom!”, sono arrivate così, per intere, all’improvviso. Sono storie, dunque, nate prima dai desideri dei miei bimbi e poi dalla mia voce. Storie orali che stanno a loro agio nella voce di un genitore che rimbocca le coperte ai propri figli, fatti meravigliosi che trovano la loro dimensione ideale nei racconti attorno al fuoco. Ed è probabilmente per questo motivo che ho trovato difficile, difficilissimo, riportarle su carta. Mi ha aiutato nell’impresa una vecchia macchina da scrivere: a lei ho deciso di raccontare, con le stesse parole che usavo per i miei figli, queste fiabe. Con mio enorme stupore mi sono reso conto che è stato veramente un narrare, un discorrere, più che uno scribacchiare. Di fronte non avevo più la fredda luminescenza di un monitor sul quale potevo scrivere e cancellare la stessa frase anche per un’intera giornata. No: la prima frase, la prima parola, sulla macchina da scrivere, era quella giusta. Successivamente ho letto e riletto decine di volte quello che avevo scritto e decine di volte ho cercato di rendere sempre più semplici gli avvenimenti, le parole, la punteggiatura, la struttura dei racconti. Ritornando a Picasso, dunque, e parafrasandolo, io ho impiegato un anno per imparare a scrivere come un bambino. Spero di esserci riuscito. Le fiabe sono intervallate da diverse filastrocche, genere in cui mi sento decisamente più a mio agio. Le influenze sono tante, le scopiazzature anche (a chiamarle omaggi farei più bella figura ma la responsabilità sarebbe maggiore). In “Pier BrumBrum e Giorgia Boom!” c’è forte la mano di Rodolfo Cimino, storico sceneggiatore del fumetto Disney italiano che con le sue storie ha contribuito alla magia della mia infanzia. Nelle filastrocche c’è, ovviamente, lo zampino di Gianni Rodari ma, più in generale, c’è l’ascendente che su di me ha avuto da bambino il primo volume de I Quindici, storica enciclopedia del tempo che fu. Le fiabe di “Dolcemiele” e “Desideria e la Chiromante”, che è nata quando Nicole, dopo tante regine cattive, mi chiese una storia con due re buoni, sono figlie dei classici e di Walt Disney. “Acquamarina” venne alla luce tre anni fa su una spiaggia del Cilento e subito finì nel dimenticatoio fino a quando, tempo dopo, i bimbi – che memoria prodigiosa hanno, quando gli conviene, i bimbi – me la chiesero. Dovetti reinventarla daccapo (la prima versione, ho questo dubbio che proprio non vuole andare via, era molto più bella… ma non ricordo nulla). “Zafferana e Nonna Camomilla” è la fiaba che ha i colori più miei: profuma di orti, frutta essiccata, miele, cioccolato, formaggi, solidarietà, giustizia, uguaglianza, unione, tenerezza. Ogni volta che la racconto mi scappa una lacrimuccia. Ogni bimbo ha diritto a una fiaba e a una filastrocca. Mi auguro che le mie parole possano portare magia e leggerezza ovunque.

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Scelta la terna di Salerno libro d’Europa

In attesa della nuova edizione di Salerno Letteratura, in programma dal 19 al 26 giugno 2021, si rimette in moto la macchina del Premio Salerno Libro d’Europa, che fin dalla prima edizione accompagna il festival. La terna del Premio, che sarà sottoposta alla lettura della giuria popolare, è composta da: Il mare è rotondo (Rizzoli) di Elvis Malaj, Tempi eccitanti (Atlantide) di Naoise Dolan, Chi ha ucciso mio padre (Bompiani) di Édouard Louis. La richiesta di iscrizione alla giuria, alla quale possono partecipare tutti i lettori che ne faranno richiesta, va inviata all’indirizzo mail giuriapremio@gmail.com entro il 20 aprile. I componenti della giuria riceveranno una scheda per la votazione sulla quale potranno esprimere una sola preferenza seguita da una valutazione del testo scelto. Sarà cura dell’organizzazione del festival comunicare successivamente il vincitore e la data della premiazione. “Sono anni molto vitali per la letteratura europea. Abbiamo scelto tre giovani autori molto diversi tra loro, un francese, una irlandese e un italo-albanese, tutti, seppur giovanissimi, sono già riconosciuti oltre i confini nazionali – spiega il team dei direttori artistici formato da Gennaro Carillo, Matteo Cavezzali e Paolo Di Paolo – – Nuove voci che si distinguono per l’originalità delle tematiche affrontate e lo stile, segno che le nuove generazioni di scrittori sono più vive che mai. Siamo felici che Salerno si riconfermi la casa delle nuove voci europee”. LA TERNA Il mare è rotondo (Rizzoli) di Elvis Malaj nato a Malësi e Madhe (Albania) nel 1990. A quindici anni si è trasferito ad Alessandria con la famiglia. Oggi vive e lavora a Padova. È stato finalista al concorso 8×8, e ha pubblicato racconti su effe e nella rassegna stampa di Oblique. Dal tuo terrazzo si vede casa mia, il suo esordio e Il mare rotondo è il suo primo romanzo. Tempi eccitanti (Atlantide) di Naoise Dolan nata a Dublino dove ha studiato Letteratura Inglese al Trinity College e ha conseguito poi un master in Letteratura dell’età vittoriana a Oxford. Suoi testi sono stati pubblicati dalla The Dublin Review e da The Stinging Fly. Exciting Times è il suo primo romanzo. Chi ha ucciso mio padre (Bompiani) di Édouard Louis uno scrittore francese, frequenta la Scuola normale superiore di Parigi. Ha curato il volume Pierre Bordieu: l’insoumission en héritage (2013). Il caso Eddy Bellegueule (Bompiani 2014) è il suo romanzo d’esordio, diventato subito un caso editoriale in Francia, cui è seguito Storia della violenza (Bompiani 2016).

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La doppia vita di Alberto Spadolini

di Olga Chieffi

In occasione del cinquantesimo anniversario della scomparsa del grande danzatore Alberto Spadolini, in arte Spadò, l’Atelier di Riccione, che ne conserva la memoria e direi la leggenda, ha dedicato un libro al grande artista. Marco Travaglini, assieme ad Angelo Chiaretti, ispettore onorario dei Beni culturali e ad Andrée Lotey, docente di Letteratura Francese a Montréal, con la prefazione della giornalista Erminia Pellecchia, ha riacceso i riflettori su quest’uomo dal multiforme ingegno, che ha ricevuto il giusto riconoscimento solo dal 2005, anno in cui è venuto alla luce il suo archivio, dalla polvere di una soffitta, con il volume: “Alberto Spadolini: arte e spionaggio (anche l’Italia ha il suo James Bond)”, Ed. Atelier Spadolini. Fu D’Annunzio a scoprirlo come ballerino e a farlo danzare con Ida Rubinstein in “Le martyre de Saint-Sébastien,” musicato da Claude Debussy. Spadolini emigrò a Parigi. Nel 1932 era già premier danseur all’Opéra di Montecarlo, osannato e venerato dal gotha artistico francese, da Jean Cocteau agli attori Jean Marais e Jean Gabin, a Marcel Carné, da Dora Maar a Jean Renoir. Partendo da un’Italia provinciale, passando attraverso i lussuosi salotti di Gabriele d’Annunzio e gli interni rivestiti di povera juta del Teatro degli Indipendenti, Spadolini pittore, scenografo, danzatore, attore, regista, cantante, approda nella scintillante Parigi degli anni Trenta, conteso da Joséphine Baker e Marlene Dietrich. La seconda guerra mondiale lo vede divenire agente per i servizi di spionaggio occidentali e adotta il significativo nome di Ermes, messaggero degli dei. L’anello dannunziano con la spada invitta è sempre con lui e lo rende invincibile nella lotta contro il male, come un moderno cavaliere. Ma le femmes fatales affascinate dal Nijinsky italiano non erano poche, si fanno i nomi di Mistinguett e dell’immortale Marlene Dietrich. Spadò, come lo chiamavano nel bel mondo francese, fu notato anche da Joséphine Baker, che lo volle accanto nel suo spettacolo al Casinò de Paris. La «Venere nera» mulatta, mandava gli uomini in delirio danzando vestita solo di un gonnellino di banane. Con lei il nostro Spadolini ebbe una travolgente relazione sentimentale. Durante l’occupazione tedesca i due si mescolarono con la resistenza antinazista, lei passava informazioni scritte con inchiostro invisibile sugli spartiti. I tedeschi, invitarono Spadò ad esibirsi a Berlino per l’anniversario di Franz Lehar. Spadolini, ormai definito l’Apollo della danza, impersonava un dio greco, e riuscì a stregare Hitler e il suo entourage. Il ballerino, però, lavorava in segreto per uno svedese capo di un gruppo di critto-analisti, trasferendo documenti da Stoccolma a Marsiglia. A guerra finita, eccolo in trionfali tournée a New York e nelle principali città sudamericane, in Asia e in Africa. Aveva casa a Montmartre e la Francia gli aveva messo a disposizione il Palais Chaillot sul Lungosenna, vicino alla Tour Eiffel. Spadolini, ritiratosi dai palcoscenici, si dedica alla passione primitiva, la pittura: i quadri che esegue, visioni oniriche intrise di cromie dense e cangianti, scaturiscono da ricordi autobiografici fondati, come sosteneva Jean Cocteau, sulla “trasmigrazione dell’anima nella danza”.“Spadò danza i suoi sogni. I suoi sogni di pittore”, commenta Max Jacob. Trasferendo sulla tela memorie di visioni e di sensazioni che il confronto con la sua terra gli suscitava, componeva nel tempo un vero diario esistenziale: le vedute marchigiane, dai colori caldi e rassicuranti, sono forse la nota più intima e malinconica, che lo pone agli antipodi di quella Parigi dal fine perlàge che lo incoronò quale Spadò.

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