Un libro da salvare: Quando il calcio ci piaceva più delle ragazze

Il libro di Marco Innocenti, solo apparentemente parla di calcio, ma c’e’ tutto quello che si e’ vissuto durante i meravigliosi anni ‘60.

Di Roberto Casella

“Quando il calcio ci piaceva più delle ragazze” di Marco Innocenti, edizioni Mursia, è un titolo molto bello per la sua quotidianità, senza strombazzamenti poetici né virate socio-storiche – scrive del calcio degli anni ’60 con riferimenti alla società, al costume, al quotidiano di quegli anni. Innocenti non sperimenta le possibilità semantiche della memoria soggettiva ma costruisce un corretto puzzle di fatti e biografie che il lettore recepisce come percorsi a lui noti e di cui ha piacere soprattutto nel momento del punto e a capo. Mette nel suo libro tutte le storie degli anni ’60 come la Storia e non la memoria narra, ma allo stesso tempo non è “il solito libro” della meglio gioventù, bensì un vero esercizio di approfondimento cronachistico sulle vite di quegli attori straordinari che hanno vissuto quella stagione, straordinari non perché hanno vissuto proprio quella stagione, ma perché chi è straordinario è straordinario sempre. Per dire, se Herrera è stato il personaggio degli anni ’60, anche negli anni ’80 restava tale e della sua parabola anche quegli anni contano. Degni di nota soprattutto i pezzi sulle squadre milanesi e sulla Roma di “Raggio di luna” Selmosson. Un libro che apparentemente parla di calcio, ma c’e’ tutto quello che si e’ vissuto in quel decennio meraviglioso. Dal boom economico, ai figli dei fiori, dal Vietnam, alla contestazione studentesca del’ 68, dalla beat generation, alla minigonna. In questo contesto si inserisce il pallone con storie oggi impossibili. Basta solo citare i tre scudetti di quel decennio. Bologna Fiorentina e Cagliari, gli ultimi della loro storia, e soprattutto quel pallone pentagonale in bianco e nero aveva nei calciatori simboli, le loro bandiere. Non esisteva una sola squadra, ma questo anche nelle categorie inferiori che non  avesse un fedelissimo. Non a caso sulla copertina ci sono Rivera e Mazzola e sul retro i Beatles, il Piper con Patty Pravo, Gigi Meroni in automobile sportiva e George Best, forse il calciatore simbolo che racchiude un po’ tutto questo, infatti il suo motto era:  “Ho speso gran parte dei miei soldi per alcool, donne e macchine veloci, il resto l’ho sperperato”.

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Un libro da salvare: Poesia cruda: gli irrecuperabili non esistono

Sensibilità, forza e coraggio in Davide Cerullo che ha dovuto lottare tra il male e il bene e che ho voluto conoscere di persona

Di Rosalba Ronca

Ho letto questo libro e la storia di vita di Davide Cerullo mi ha colpito molto, leggendo le sue testimonianze, traspare la sensibilità, la forza e il coraggio, di una persona che ha dovuto lottare tra il male e il bene. Mi ha colpita profondamente a tal punto di decidere di conoscerlo di persona. Sono andata a Scampia, a vederlo non riuscivo a immaginare la persona che era stato in passato (un camorrista) un bambino cresciuto in fretta, a dieci anni trasportava droga e armi, un bambino che non ha vissuto la spensieratezza che a quell’età si deve avere. Anni dopo la detenzione a Poggioreale e la lettura della Bibbia saranno le bussole del suo riscatto: “Quando ho permesso alla poesia di entrare nella mia vita, tutto non era più come prima. Sciare che la poesia si dica nel più profondo di sé ha significato per me ritornare a sognare, e liberare il cuore. Non avrei mai creduto, per quanto era radicato in me e fuori di me il male, che un giorno avrei preso consapevolezza che pure io ero portatore di valori, che avrei capitola realtà della mia grandezza interiore. Io, un ripetente più volte, bocciato all’esame della vita. Non avrei mai sperato di innamorarmi, io che ero attaccato solo al lusso e al denaro, di poeti come Anna Achmatova, Nazim Hikmet, Izet Sarajlic, Alfonso Gatto. La loro poesia si è insinuata nelle vene, ha cancellato le pagine più brutte della mia storia. Non credevo che la loro poesia riuscisse a scacciare il camorrista che era in me, a sfrattarlo, a disarmarlo. Impugnando la loro poesia sono uscito vivo, libero, leggero, pulito, ma soprattutto felice. La cultura, la poesia, la musica sono bellezza, vento di libertà, di cui nessuno deve o può fare a meno in questa vita, e quando ce le hai, nessuno te le potrà più togliere. La camorra con la sua arroganza di potere ti intrappola nell’assurdo della sua struttura organica, e la forza della poesia distrugge il vecchio e crea il nuovo”. Scrive di lui Erri De Luca: “Davide è un tizzone scampato a un incendio. Succede a legni che si battono contro il fuoco. Cresciuto nel quartiere della droga, nel fondo di una prigione ha trovato il suo nome scritto nella Bibbia: Davide! Ha staccato di nascosto le pagine, le ha lette e da lì è cominciata una persona nuova. La sua storia canta come la prima rondine, profuma come il pane. A Scampia ci sono delle scintille, dei focolai, dei punti di forza di resistenza, misteriosa economia del dono. Invito a dare una mano per questi bambini per tutt’altra Gomorra”. Cosa significa vivere a Scampia, crescere in una famiglia povera e anaffettiva, cedere alle lusinghe di facili guadagni e riuscire, poi, a cambiare il corso del proprio destino. Davide Cerullo racconta tutto questo, con dolorosa e autentica verità. Parla di sé e di chi, come lui è riuscito a ergersi al disopra della schiavitù della camorra. Oggi Davide lotta per la legalità e per i diritti dei bambini.

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Un libro da salvare: “Le avventure di Tom Sawyer” di Mark Twain

Huck e Tom che, ancora oggi, sono motivo di sortita delle più fulgide fantasie escapiste della storia della letteratura moderna.

 

Di Gaetano Del Gaiso

La cometa di Halley varcò i cieli della Terra, e prima fu giorno, e poi di nuovo sera. Jane e John stavano ritti, silenziosi, amorfi a perscrutare la gemmata volte celeste, lui cingendo teneramente il corpo di lei, per le spalle, all’altezza delle scapole; lei con le mani poggiate sulla vistosa protuberanza che, dal seno, ricadeva morbidamente su quei lombi che, due settimane dopo avrebbero generato colui che il Premio Nobel per la letteratura William Faulkner definì “il primo, vero scrittore americano”. Samuel Langhorne Clemens, alias Mark Twain, fu uno degli scrittori più influenti e prolifici della letteratura americana, primo fra i primi a trattare di tematiche tipicamente americane con un linguaggio tipicamente americano per bocca di stereotipi letterari tipicamente americani. I suoi romanzi, gloriosamente ascesi all’Olimpo della letteratura di ogni tempo per la sua straordinaria capacità di contestualizzare e particolareggiare minuziosamente ogni elemento, carattere o situazione drammaturgica inseriti al loro interno, vivono, ancora oggi, un periodo di particolare floridezza per l’universale spendibilità dei temi trattati e per l’inenarrabile vigore dei messaggi veicolati da un linguaggio tanto semplice quanto colorito e… salmastro.  Difatti, perfettamente figlio del suo tempo e padrone di un corpus idiomatico ampiamente mutuato dai suoi trascorsi a bordo di un battello a vapore in qualità di pilota (il suo stesso nome deriva da una tipica esclamazione dallo slang della marineria fluviale: by the mark, twain), Twain venne, a più riprese, accusato di razzismo per il modo in cui si riferiva alle persone di colore all’interno dei suoi romanzi, da molti definito ‘anticostituzionale’ e molto al di fuori del ‘politicamente corretto’. Tale questione, però, non afflisse più del dovuto l’uomo del Missouri che, a seguito della rimozione del suo “Huckleberry” da una biblioteca, scrisse al suo editore: «Questo ci farà vendere almeno 25.000 copie». E così fu. Il romanzo, insieme al capolavoro da cui prese le mosse, “Le avventure di Tom Sawyer”, certamente contribuì alla formulazione di una certa idea che il mondo europeo ebbe di quel mondo misterioso che stava oltre l’Atlantico agli inizi del XIX, galvanizzando l’immaginario collettivo di un’Europa ancora frastornata dai clamori della seconda rivoluzione industriale con la semplicità di una battuta di pesce sulle rive del Missouri e l’intrigo sortito intorno alla ricerca di un tesoro che quasi costa la vita dei due giovani protagonisti, Huck e Tom che, ancora oggi, sono motivo di sortita delle più fulgide fantasie escapiste della storia della letteratura moderna.

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Incontro col secolo breve

Questa sera, alle ore 18, il Teatro nuovo di Salerno ospita “Storie di Teatro” gli incontri di Corpo Novecento, curati da Alfonso Amendola e Pasquale De Cristofaro

 

Di Olga Chieffi

Si torna in teatro, oggi, con Pasquale De Cristofaro e Alfonso Amendola, per riprendere le fila degli incontri di Corpo Novecento, dialoghi, con video e reading, che si terranno a partire dalle ore 18 sul palcoscenico del Teatro Nuovo. S’inizierà con una riflessione sull’ultima fatica di Paolo Puppa, “Cinediario. Cinema in forma di fiabe un po’ patologiche”, con l’introduzione di Gino Frezza, in libreria per le Edizioni Oèdipus. “Il racconto è un racconto di malattia – scrive Vincenzo Del Gaudio – e un racconto malato allo stesso tempo: un padre narra a un figlio allettato alcuni film che l’hanno toccato nel profondo per motivi diversi, non glieli mostra, in una sorta di cinema senza il cinema che diventa spazio dell’immaginazione: la malattia del figlio diventa il racconto della malattia. Le immagini cinematografiche che vengono descritte dal padre, infatti, vengono spostate in prima istanza dallo schermo al racconto e in seconda istanza dallo schermo alla pagina. Qui si inserisce il gioco di Puppa che prende alcuni capolavori della storia del cinema: da Ombre rosse a Shining, da Edward mani di forbice a La valle del destino passando per Sentieri Selvaggi, Paisà e molti altri per farne materiale del racconto, per mostrare la sempre parzialità del punto di vista dello spettatore che interpreta, che guarda, e che nel guardare produce”. Seguirà la presentazione de’ “I Cenci” di Antonin Artaud. Tragedia in quattro atti e dieci quadri dopo Shelley e Stendhal, nella traduzione e adattamento di Gennaro Vitiello, con l’ introduzione di Rino Mele, Edizioni Titivillus, 2020. Il 1 maggio 1935 Antonin Artaud scriveva sulla rivista La Bête noir: “I Cenci non sono ancora il Teatro della Crudeltà, ma lo preparano”. I Cenci sono dunque questo: un “non ancora..” che prefigura un percorso interrotto bruscamente dai travagli di un’anima suicidata dalla società. Artaud si aspettava molto da questo suo testo che anticipava un’innovazione radicale della messa in scena; una drammaturgia pensata in funzione della regia teatrale e scritta vedendo l’azione già viva sul palcoscenico. Il debutto avvenne il 6 maggio 1935 al Teatro Folies-Wagram dove rimase in cartellone per diciassette repliche. La regia era curata dallo stesso Artaud che interpretava la parte del conte Francesco Cenci. L’opera fu ben accolta dalla critica rilevando la riuscita delle scene del banchetto, dell’assassinio e della tortura e condanna di Beatrice. Risultò scarsa l’affluenza di pubblico, fattore che ne minò il successo. La delusione di Artaud fu così profonda tanto da far credere a fattori decisivi che diedero avvio a quella parabola dolorosissima di cui siamo tutti a conoscenza. Al 64° Festival Internazionale di Musica Contemporanea della Biennale di Venezia  abbiamo applaudito  “I Cenci” in musica, un lavoro di teatro musicale composto da Giorgio Battistelli nel 1997, in prima esecuzione nazionale in lingua italiana, nato da una rielaborazione dell’omonimo “I Cenci”, scritto da Antonin Artaud con la regia di Carmelo Rifici. Un vero e proprio melologo dove appunto il melos, la melodia, si congiunge e dialoga con il logos, la parola. La musica colma di cupezza e contrasti è personaggio vivo, che apre spazi non solo immaginativi ma di vera propria azione, soprattutto con gli inserti di suoni concreti e spazializzati. E’ prevista per le ore 20, l’incontro sul capolavoro di Julian Beck, “Rivoluzione e controrivoluzione”, a cura di Sergio Iagulli e Raffaella Marzano, pubblicato dalla Multimedia Edizioni. Un’opera fondamentale del ’68, per una rivoluzione anarchica e non-violenta, scritta dal fondatore (con Judith Malina) del Living Theatre, con opere pittoriche dello stesso autore. Un tributo a chi ha saputo immaginare la rivoluzione di un’arte che non racconti la realtà ai suoi spettatori, ma la incrini, la sposti, la sconfessi, la rigeneri, per e con loro, attirandoli nel cerchio della propria inattualità. La serata verrà sigillata da un reading affidato ad Andrea Palladino ed Alessandro tedesco da “La pietra oscura” di Alberto Conejero, a cura di Simone Trecca, per le edizioni Oèdipus,  un testo interessante e intenso ambientato ai tempi della guerra civile spagnola: Rafael è un prigioniero in attesa di fucilazione, Sebastian è il suo giovane carceriere. Nella realtà, Rafael Rodrìguer Rapun è stato segretario del gruppo di teatro universitario “La Barraca”, diretto da Federico Garcia Lorca e suo ultimo compagno. In un serrato confronto tra i due, Rafael tenterà di coinvolgere Sebastian in un duplice compito, portare alla sua famiglia un messaggio di speranza e recuperare un inedito manoscritto di Lorca salvaguardandone la memoria presso le generazioni future. Un dramma avvincente sul valore della memoria come concime per un futuro meno violento e più democratico.

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Viaggio al termine della notte, la sinfonia letteraria di Céline

Questa sera alle ore 19, il “Club della lettura” di stanza al teatro Ghirelli riflette sulla figura di Louis Ferdinand Céline. Domani alle ore 16, taglio del nastro del progetto Young di Morena Pauro dedicato a Gianni Rodari, in occasione del centenario della nascita

 

Di OLGA CHIEFFI

Torna, questa sera, alle ore 19, per il secondo giovedì, il Club della Lettura al teatro Ghirelli, con “Viaggio al termine della Notte” di Louis Ferdinand Céline. Francesco D’Acunto, Andrea Carraro, Matteo De Cesare ed Eduardo Scotti, rifletteranno su di una voce insolita, quella di Louis-Ferdinand Céline, scrittore estraneo alle società letterarie, sradicato che si esprime all’inizio dei novecenteschi anni Trenta, dopo la rivoluzione industriale, il nuovo benessere, le svagatezze della Belle èpoque, seguite dalla grave crisi economica e finanziaria iniziata con il crollo della Borsa di Wall Strett nel 1929 in un ambiente che risente della caduta delle ottimistiche idee di progresso: caduta accompagnata dal dissolvimento dei valori, dal degrado sociale e dagli squilibri politico-economici di un’Europa che, perse le proprie certezze, si consegna ai due conflitti mondiali del Novecento, al tempo, in Francia, del grande romanzo culminante nei nomi di Proust, Gide, Maurois, Green, Malraux, fino alla letteratura parafilosofica di Sartre e Camus. Al dattiloscritto di Viaggio al termne della notte giunto all’editore Denoel è acclusa una nota dove lo stesso Céline spiega di aver scritto “un romanzo drammatico in uno stile assai singolare di cui non ci sono molti esempi nella letteratura. Una specie di sinfonia letteraria, più emotiva di un romanzo realista; è pane per un intero secolo di letteratura”. Scritto in prima persona, Viaggio al termine della notte, include all’estremo, nel bene e nel male tutto l’umano. Audace, disinibito e traumatico, è stato redatto in una lingua discordante con i canoni tradizionali e oggi è letto in tutto il mondo. Il romanzo di Céline segna una rottura con la tradizione delle lettere e sembra scritto per demolire ogni pregressa sicurezza non solo letteraria, adottando un lessico polisemico, svariante dal tragico, all’umile, al figurato, al grottesco. E’ l’immaginazione che introduce lo speciale sistema di pensiero di Céline, mobilitando e reinventando il reale, ricercandone verità nascoste e nello stesso tempo, intridendo la lingua francese di una inusitata espressività, lo scrittore francese escogita una misura inedita, trasgressiva e illuminante, della letteratura del Novecento. Domani, alle 16, taglio del nastro per il progetto Young, di Morena Pauro, realizzato in collaborazione con le Nuvole, con l’evento Rodari. 100 anni,  1000 storie, un pomeriggio di festa – organizzato in tutta sicurezza seguendo scrupolosamente le vigenti norme su allestimento e sanificazione degli ambienti oltre che di accesso del pubblico, in occasione dei 100 anni dalla nascita di Gianni Rodari con tre performance dal vivo proposte in 90 minuti di spettacolo consecutivi. Il pomeriggio, dedicato alle famiglie che prenderà il via alle 17, al Teatro Ghirelli sarà anticipato alle ore 16 dal percorso di formazione riservato a docenti di ogni ordine e grado e riconosciuto dal Miur “Rodari. Una storia fantastica”, a cura di Salvatore Guadagnuolo e Peppe Coppola, sulle tracce del grande varesino. Ricordiamo la sua “Grammatica della Fantasia” e l’importanza del sottotitolo: Introduzione all’arte di inventare storie. Sì, l’obiettivo del più geniale e rivoluzionario scrittore per l’infanzia del Novecento italiano era proprio questa: teorizzare la fantasia; mostrare, e di-mostrare, che anche l’immaginazione è sottoposta a regole, leggi e direttive, e che ci sono dei trucchetti per stuzzicarla e farla venire fuori. Rodari, con la Grammatica della fantasia, vuole insegnare a tutti l’arte di inventare storie per bambini: in due parole, vuole rivelare i ferri del mestiere.

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Un libro da Salvare di Federico PierMaria Sanguineti “Il libro da salvare non esiste”

tema

che libro salveresti?

svolgo

 

nel comunismo virtuale di internet

dove trovi ogni libro che ti pare

il libro da salvare non esiste

 

se non come metafora di libro

perché la nostalgia del manoscritto

oppur la nostalgia del libro a stampa

 

diventa nostalgia del camminare

a quattro zampe quando stai in piedi

e in piedi puoi andare dove vuoi

 

e puoi persino coricarti e in sogno

arrotolarti in libro metaforico

come quaderno della tua memoria

 

Federico PierMaria Sanguineti

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Un libro da Salvare: L’ Ispirazione di Axel Munthe

“Voglio che la mia casa sia aperta al sole, al vento e alla voce del mare, come un tempio greco, e luce, luce, luce dovunque!”

 

 

Di Enrico Renna

 

La vicenda esistenziale e letteraria di Axel Munthe oggi è ben nota agli addetti ai lavori, probabilmente meno alle giovani generazioni di lettori. Vissuto tra la Svezia, Parigi, Roma e soprattutto Capri, fu un celebre medico dalle acute capacità diagnostiche e di cura; i suoi pazienti spaziavano tra le persone delle classi più povere e i reali di Svezia. Non chiese mai un compenso per le sue attività mediche, tuttavia divenne celebre, ricercatissimo e anche ricco attraverso donazioni spontanee. Questo particolare tipo di francescanesimo (adorava gli animali che proteggeva e di cui si circondava) gli valsero rispetto e amore incondizionato, se si esclude la gelosia di alcuni suoi colleghi. A lato della sua attività di medico coltivò la passione per la musica da buon dilettante (adorava Schubert di cui si narra eseguisse i lieder con la regina di Svezia) e la letteratura di cui dette ottimo saggio già in giovane età. Nel 1928 (era nato in Svezia nel 1857) stanco, con la vista parzialmente compromessa e sofferente di un’insonnia cronica e pervicace, si ritirò nella magnifica Villa San Michele, da lui stesso edificata ad Anacapri sopra le presunte rovine di una delle ville dell’imperatore romano Tiberio, e, su consiglio del suo amico Henry James, scrisse quello che poi diventerà uno dei libri più letti al mondo, La storia di San Michele. Un romanzo autobiografico la cui figura centrale è, appunto, la villa omonima edificata intorno ai ruderi di una cappellina intitolata al santo. Fin qui ciò è noto, ma io vorrei anche parlarvi di come il suo romanzo, la sua vicenda esistenziale s’intreccino ad un certo punto, virtualmente, con la mia vita e la mia attività di compositore. Nel 2007 ricevetti una commissione dall’allora Sovrintendente della Villa San Michele di proprietà della Fondazione Axel Munthe, Peter Cottino, e dai percussionisti Ludvig Nilsson e Mika Takehara, per la composizione di un lavoro per percussione da eseguirsi in prima assoluta nella villa medesima l’anno successivo, il 2008. Non conoscevo la villa e la sua storia, né il romanzo in questione, e quando visitai il luogo e lessi il suo scritto rimasi folgorato; da allora ad oggi questo libro è costantemente presente sulla mia scrivania e non passa anno che non lo rilegga, ritornando sovente anche a letture parziali di particolare interesse. La genesi di un lavoro creativo ha spesso vie misteriose e imprevedibili, ma una cosa mi fu chiara fin dal primo momento in cui mi apprestai ad affrontare la composizione del brano, ossia non avrei potuto né voluto non partire dalla lettura del romanzo e dal virtuale contatto con lo spirito del suo autore. Cito dalla prefazione al mio lavoro compositivo poi scritto e pubblicato nel 2015: “…mi recai a Capri per conoscere i percussionisti e per scoprire le meraviglie di Villa San Michele e la sua storia. L’incontro fu tra i più felici. Visitammo tutti insieme la residenza di Axel Munthe, di cui sapevo ancora troppo poco, discorremmo del lavoro da realizzare e pranzammo sulla piazzetta di Anacapri circondati di storia e natura. Il ritorno solitario in aliscafo fu denso di pensieri gioiosi: che c’era di più bello e gratificante che ricevere tale incarico in una cornice di persone e storie così straordinarie? Acquistai religiosamente una copia della Storia di San Michele di Munthe e lessi voracemente l’intero scritto. Che libro meraviglioso e che sentimenti di comunione con quello straordinario medico e scrittore! Oggi, a distanza di anni, continuo a nutrirmi del suo racconto, della sua affabulazione semplice e discorsiva, dei profumi, delle sensazioni, dei personaggi come Maria Portalettere, Mastro Vincenzo, la Sfinge. Mi misi, infine, all’opera. La prima fase riguardò l’idea…Mi era chiaro dalla prima lettura del romanzo che la composizione del brano sarebbe nata dallo scritto, se non dallo spirito, dello stesso dottor Munthe e mi lascia docilmente guidare. Mi abbandonai alla lettura in frammenti della Storia di San Michele e ad un certo punto ebbi una folgorazione; nel dialogo tra l’Autore e il misterioso Spirito del luogo lessi e rilessi: “Voglio che la mia casa sia aperta al sole, al vento e alla voce del mare, come un tempio greco, e luce, luce, luce dovunque!”. “Guardati dalla luce! Guardati dalla luce! Troppa luce non è buona per gli occhi dell’uomo mortale”. Ecco, pensai, il brano si chiamerà Luce! Luce come vita, luce come trascendenza”.

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Federico Buffa racconta le tecniche di narrazione

di Monica De Santis

Federico Buffa, nasce a Milano, il 28 luglio 1959, è un giornalista, e telecronista sportivo italiano. Oltre alla sua attività di telecronista di basket e commentatore sportivo, ha condotto alcune trasmissioni antologiche sempre a tema sportivo, nelle quali ha dimostrato – secondo Aldo Grasso – di “essere narratore straordinario, capace di fare vera cultura, cioè di stabilire collegamenti, creare connessioni, aprire digressioni” in possesso di uno stile avvolgente ed evocativo. Martedì 29 settembre è stato ospite di “A me è successo”, il format di Fmts Group che stimola le competenze trasversali in imprenditori e manager. Nella sala incontri della sede di Pontecagnano Buffa ha illustrato a circa trenta tra imprenditori e manager le tecniche della comunicazione, partendo proprio dalla sua storia di successo. L’evento formativo sullo storytelling ha toccato diversi temi: dall’impostazione di una struttura narrativa alla scelte delle parole chiave; dall’approccio al discorso in pubblico a come catturare l’attenzione e mantenerla nel tempo. La lezione che si è svolta in presenza e in collegamento per alcuni ha consentito di avere un confronto diretto con Buffa, docente d’eccezione. Tra gli argomenti toccati anche alcuni casi aziendali di successo così come le storie dei grandi nomi dello sport di ieri e di oggi. Federico Buffa incontra imprenditori e dipendenti di aziende per raccontare loro un po’ le tecniche dello storytelling perché oggi essere storytel non vuol dire semplicemente raccontare in tv qualcosa ma avere una grande capacità di raccontare anche un’azienda Qual è la sfida che oggi gli imprenditori e dipendenti sono chiamati a fare soprattutto in un tempo come quello che stiamo vivendo post Covid se possiamo dirlo così? Partiamo dal primo verbo che hai usato io sarei più per condividere cioè una situazione di questo tipo ha si un minimo di cattedratico ma in realtà dopo un po’ sono loro che raccontano le loro storie e vogliono parlare di come loro si sono comportati c’è vogliono confrontarsi tra di loro e con una persona che viene da fuori questo caso io su questo cosa ti di come loro parlano e se va bene come fanno oppure come potrebbero cambiare aumentare la loro realtà narrativa la scelta del verbo non è casuale Cioè siamo costretti che ci piaccia o non ci piaccia a una continua narrazione che riguarda o noi stessi cioè parliamo noi oppure parliamo di quello che facciamo in questo caso potrebbe essere un’azienda, non ne possiamo fare a meno è continuamente tutto una narrazione a questo punto ti devi proteggere dal fatto che se tutto è una narrazione ti devi addestrare a narrare e non tutti sono stati pensati per questo addestrati a questo o soprattutto ho voglia di farlo. la sensazione è ci sono dei giovani pensano o dio come faccio Sono appena uscito dall’università e mi accorgo gli strumenti necessari, oppure un 60 che dice io ho sempre fatto così tutta la mia vita ma adesso la richiesta è diversa rispetto a quello che ho fatto negli anni precedenti come faccio ad adeguarmi allo stile narrativo contemporaneo è un condividere partendo da problemi più o meno comuni Che tipo di classi ha incontrato Federico Buffa? Sono sorpreso dalla presenza di due ventenni, sono rari sono zaffiri, però sono quelli che fanno domande più ingenue e più attraenti e poi giovani donne che cominciato a capire come se non lo sapessero già, ma adesso lo sanno sul campo come sia difficile sconfiggere quella presunzione di superiorità che i loro interlocutori maschi hanno a prescindere e quanta fatica dovranno fare per essere credibili e poi mi ha colpito moltissimo l’idea che molti quando hanno dovuto scegliere qualcosa che secondo loro deve entrare in una narrazione hanno usato una parola che di solito non si usa, ovvero sia umiltà, ovvero sia hanno pensato che nelle loro narrazioni sia quando sono parte ricevente che quando sono parte in causa l’umiltà è una cosa che abbiamo perso e avremmo il dovere di recuperare La grande sfida della comunicazione è oggi è per Federico Buffa? Il mio maestro che era Aldo Giordani che è stato un grande giornalista sportivo degli anni 60 e poi anche telecronista soleva dire lo sport è attualità. Ovvero sia l’attualità Domina su tutto. Soltanto che ai suoi tempi non era come in questi tempi dove quello che è successo ieri e storia e quello che è successo una settimana fa è preistoria perché tutto è completamente rimasticato dalla velocità del tempo e della riconnessione con il tempo che c’è attualmente, quindi ci sono molte professioni di cui oggi abbiamo parlato in classe che non esisteranno più Fra 15 anni o perlomeno se si non saranno coniugate in questa giornalista Del tipo? Giornalista probabilmente non è una professione che sarà identica a quella che abbiamo sempre conosciuto, cambierà. Non morirà il reporter, ma il giornalista probabilmente sì o perlomeno si muterà in qualcosa d’altro. Gli occhi delle persone, ti accorgi degli occhi stanchi di chi ha fatto fatica e gli occhi incerti di chi la farà. E’ molto attraente guardare il volti che hai davanti quando stai conversando con loro? Oggi un tema tanto dibattuto anche dagli economisti rispetto a una resilienza e resistenza di un’azienda è quello della formazione per lei quanto è importante la formazione? Dobbiamo in questo caso guardare ai tedeschi. I tedeschi sono nettamente più avanzati nel osmosi tra il mondo scolastico e il mondo del lavoro perché hanno un processo formativo già mentre sono a scuola e quindi l’osmosi col mondo del lavoro avviene in un tempo infinitamente inferiore rispetto al nostro è un problema che dobbiamo risolvere perché la formazione deve venire precedentemente a livello scolastico perché se no si rischia di non trovare più posto di lavoro.

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