La scuola è morta e ora lo sappiamo

Rino Mele

A Piazza del Gesù, a Napoli, i bambini delle materne e gli scolari delle elementari e medie con le mamme (i padri difficilmente partecipano alla vita scolastica dei figli: non è una delega ma una resa) nei giorni scorsi hanno realizzato un’interessante protesta, riempiendo di fogli la base della settecentesca guglia dell’Immacolata: su quei fogli hanno scritto con parole semplici la loro difficoltà a continuare con questa scuola-nonscuola a distanza, fatta di difficoltà tecnologiche (in molte famiglie, insuperabili).
Non che la scuola – in tempi cosiddetti normali fosse migliore, ma adesso la strategia tecnologica ha svelato anche il vuoto di prima. I bambini, i ragazzini dovrebbero poter capire tutto, perché ne hanno l’intelligenza e la capacità, e invece la scuola li blocca in esercizi inutili e ripetitivi. Loro ne sanno più degli insegnanti, e lo si rileva dalla miriade di domande che vorrebbero porre, e a volte cercano (quel farsi domande è il vero sapere): e, invece, troppi adulti ottusamente pensano che sapere sia possedere risposte, spesso incerte, vaghe). In pochi anni, nel bambino quella sorgiva viene disseccata mentre diventa adolescente: allora a quel piccolo abitatore del deserto si dà un diploma. Ma, ormai, quel giovane uomo è diventato un simulacro di se stesso, imparando a star fermo nel banco, a non muoversi, a non parlare, a ripetere la noiosa e povera lezione dell’insegnante di passaggio, a fingere di ascoltare, fingere d’aver appreso, fingere di esistere. Sarebbe bastato insegnare a quei ragazzi, senza violenza, le poche cose necessarie, la matematica, la musica, la filosofia, la poesia e, soprattutto, la grammatica elementare, il significato del “noi” ad esempio, la differenza e il legame tra “io respiro” e “noi respiriamo”, “io mi nutro” e “noi ci nutriamo”, tra “io vivo” e “noi viviamo”: e come solo quest’ultima forma verbale (“noi viviamo”) permette l’altra. La prima persona plurale può essere sostituita dalla forma impersonale, che vale per tutti: noi viviamo diventa “si vive” (impersonale) e include anche “io vivo” che, preso da solo, non ha senso, è meschinamente povero. Tutto questo, un bambino può comprenderlo benissimo, con estrema facilità . Invece, la scuola esalta proprio l’io a scapito del “noi”: con i voti, la gerarchizzazione, la promozione e la bocciatura, preparando così il controllo dell’uomo sull’uomo: progetta l’orrendo disegno dell’immane onda degli schiavi e dei sottoproletari, membra scisse dal corpo dell’umanità.  Il programma, poi, andrebbe scritto alla fine, come risultato delle spinte e controspinte tra insegnante e alunni. Se davvero si vuol far scuola, e non continuare l’opposizione sterile tra il silenzio indotto negli alunni e l’insegnante che fa la sua lezione a una classe senza volto: ricordiamo tutti questa situazione disperante, e tra quelle spine, qualcuno ha perso l’anima. Quello che sto cercando di dire può scandalizzare, ma in qualche modo lo ha già detto l’iniziatore della cultura occidentale, Sant’Agostino, che nel 389 scrive il “De magistro”, un dialogo accecante per troppa luce. Il “De magistro” è un dialogo complesso e nella prima parte è una miniera di osservazioni linguistiche (preziose quelle sul rapporto tra parola e segno): “La parola scritta è un segno per gli occhi affinché la mente si ricordi di ciò che concerne l’udito”. Chiunque parla, dice Agostino, vuole insegnare, anche se fa solo una domanda (e i bambini ne fanno mille in un attimo): quindi gli scolari vogliono insegnare ciò che vogliono sapere. Proprio così. Quei ragazzini vogliono insegnare al loro maestro ciò che vogliono sapere e anche dirgli ciò che credono di sapere: “Per quale motivo poni domande, se non per insegnare ciò che vuoi, a colui che interroghi?” (ut eum quem interrogas doceas, quid velis). Nella sua semplicità è davvero rivoluzionario, e non può che essere il punto di partenza per una scuola nuova da cui vengano fuori cittadini nuovi, per una cultura sociale nuova e che non rimpasti ancora il pane già sfornato. Potrebbe essere l’inizio di una reale socializzazione in questa larga fascia d’età (più o meno corrispondente alla scuola materna, alle elementari e, in parte, alle medie): socializzazione che, più tardi non può essere più vissuta. Continuando a essere, generazione dopo generazione, sempre uguali, ripetendo in noi la stessa figura di un vile predace, che è l’uomo. Intanto, a settembre si torna in classe.
I banchi distanziati, gli alunni che entrano a gruppi (scordatevela quella bufera dell’ingresso, come la presa del castello), la mascherina che può essere tolta se interrogati, ma per i bambini delle materne non sarà obbligatoria. La distanza è di un metro, quando non si ha la mascherina, di due. 

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“Un libro per un pasto”

Consegnato l’assegno dell’iniziativa umanitaria di Sergio Mari per raccogliere fondi per la Mensa dei Poveri di Salerno, attraverso il ricavato ottenuto dalla vendite delle sue due ultime opere “Sei l’odore del Borotalco” e di “Quando la palla usciva fuori”

Di Gaetano Del Gaiso

Si è conclusa formalmente oggi, la prima trance della campagna di raccolta fondi indetta dall’ex calciatore Sergio Mari a favore della mensa dei poveri “San Francesco” di Salerno, per la quale, l’autore di ‘Sei l’odore del Borotalco’ e di ‘Quando la palla usciva fuori’, brillanti e nostalgiche apologie del ‘giuoco del calcio’, è riuscito a raccogliere ben millecinquecento euro da riversare direttamente nella casse della ONLUS salernitana che dal 4 Ottobre 1994 si preoccupa di offrire un pasto caldo a coloro ai quali questo diritto è stato negato o abiurato. L’iniziativa, liricamente denominata “Un libro per un pasto”, prende vita dalla volontà di Mari di sostenere chi presenta particolari necessità alimentari in un periodo, quale quello che stiamo vivendo, in cui difficilmente ci si presta al pensiero di cosa stia succedendo al di fuori delle sicure e confortevoli mura della nostra casa, poste a tutela della nostra persona contro un nemico silenzioso, invisibile e potenzialmente letale. Eppure, nonostante questo, al mondo esistono ancora anime candide, munifiche e feconde di idee quale, appunto, quella di Sergio, che riescono a galvanizzare intorno a sé le attenzioni di chi vuole e desidera contribuire alla proliferazione di un bene di cui, oggi come non mai, si avverte un incessante bisogno, arrivando persino ad innescare, con il solo aiuto delle proprie forze, meccanismi di sensibilizzazione e di contrasto oliati al punto tale da non riuscire risollevarsene più una volta che ci si scivola dentro. «Ho chiesto al mio editore di devolvere, a partire dal 18 di Aprile, la resa della vendita dei miei libri a questo ente di beneficenza e lui, di tutta risposta, mi ha detto “Fa un po’ quel che ti pare!”», sostiene Sergio, gonfio d’orgoglio per l’esser riuscito ad ottenere non soltanto il beneplacito del suo editore, ma anche di oltre un centinaio di donatori attivi che hanno contribuito alla causa nella misura economica che più di confaceva alle proprie possibilità. «Ho deciso di abrogare il normale prezzo di vendita dei miei libri per fare in modo che quanti avrebbero voluto unirsi a questa causa avrebbero potuto farlo in maniera del tutto spontanea e commisurata al proprio status economico. E’ stato un successo strepitoso e inatteso. Ho spedito i miei libri in tutta Europa e raccolto consensi anche da chi, in buona sostanza, non mi conosceva affatto. Ho raccolto le offerte che mi sono state fatte e le ho devolute, integralmente, alla Mensa di Mario, col quale, tra l’altro, ho anche condiviso dei trascorsi calcistici. Questo che ho raggiunto è solo il primo dei traguardi che mi auguro di conquistare con questa mia iniziativa, della quale, una volta conclusasi, sono certo resterà il fatto che al mondo esiste ancora qualcuno disposto a fare del bene, al punto tale da fidarsi di un perfetto sconosciuto che gli chiede dei soldi in cambio di un semplice corrisposto morale», conclude Sergio, sorridendo all’ironia dietro questa sua ultima affermazione e già con lo sguardo puntato su quanto il futuro più prossimo sta preparando per sé e per la sua inesauribile vena umanitaria e creativa.

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L’ Uomo umanato di Edoardo Sanguineti

“Dove sta la sua anima?” ma nella musica, nella scrittura, nella matematica, nell’agricoltura, nella manualità e nell’informazione, basta far riposare le braccia stanche e ascoltare il silenzio

La Ballata dell’Automa è una delle poesie più celebri di Edoardo Sanguineti. Dal titolo è possibile evincere l’argomento trattato: l’automa. L’“automa” non è altri che una persona che si muove e che agisce in maniera meccanica, priva di volontà propria e di emozioni, che agisce seguendo solamente l’istinto, non badando affatto alle sensazioni. Sanguineti, allora, dà inizio alla sua vena ispirativa ponendosi una domanda che ritroveremo in modo ricorrente, quasi martellante: “cos’è l’uomo?”. Continua nominando una sfilza di invenzioni e scoperte di questa straordinaria macchina, dalle più banali alle più ingegnose. Affianca a questo interrogativo “base” dei quesiti più specifici. Dapprima si chiede “dove cerchi i suoi segni?”, riferendosi all’uomo e rispondendo che i suoi segni possono essere ricercati nelle sue creazioni più ordinarie, come un semplice fazzoletto o un letto, poi fa riferimento anche al pane, cibo più diffuso e conosciuto al mondo in tutte le sue varianti, come se a volte scordassimo che è frutto dell’uomo. In secondo luogo si chiede “dove sta la sua storia?”, dicendo che essa risiede all’interno delle scoperte più sensazionali, come la radio o il calendario, scoperte che hanno rivoluzionato l’esistenza. Seguendo si chiede “dove poi te lo trovi?” e cita l’enciclopedia, raccolta divulgativa  che ha permesso la diffusione della conoscenza, dicendo, poi, che dove prima non c’era nessun significato, ora ce n’è uno attribuito dall’umano. Alla fine, si chiede “dove sta la sua anima?” e la trova nella musica, nella scrittura, nella matematica, nell’agricoltura, nella manualità e nell’informazione. In conclusione, chiede all’uomo automa di far riposare le braccia stanche e di diventare finalmente un uomo umanato, capace di percepire sensazioni e provare emozioni. Ho trovato questa ballata vera e intensa: l’uomo, da secoli, non fa altro che badare al progresso, mettendo in disparte il resto. Credo che lo sviluppo e l’evoluzione siano molto importanti, ma non esiste solo questo: a volte bisogna riporre gli attrezzi, di qualsiasi natura (come la penna e altri strumenti), per diventare un “uomo umanato” e godersi il viaggio tra i sentimenti. Concordo anch’io, però, sul fatto che l’anima dell’uomo risieda nell’arte, nella scienza e nella tecnologia, perché esse sono il meccanismo propulsore della  vita ed è proprio per questo motivo che l’automa non potrà mai distaccarsene completamente per diventare un uomo umanato. Oggigiorno è sufficiente guardare un oggetto qualsiasi per vedere e rivivere la storia dell’uomo. Ecco uno smartphone: è solo il frutto del progresso, risultato dell’impegno e del lavoro di persone che hanno dedicato la propria vita alla ricerca e allo studio, come Samuel Morse, che nel 1837 sviluppò il telegrafo e inventò il codice morse, Alexander Graham Bell, che nel 1876 riuscì a parlare per la prima volta attraverso il telefono, Martin Cooper, che negli anni ’70 dello scorso secolo realizzò il primo telefono mobile o Steve Jobs, che nel 2007 ideò il telefono touch screen e oggi “primitivo” smartphone. Concludendo, credo che l’automa, nonostante le fatiche, non smetterà mai di lavorare per la ricerca, perché il suo non è solo un lavoro, non è un dovere, ma è una passione, è un piacere, è il luogo dove risiede la sua anima: se fosse stato un obbligo per lui, credo che non avrebbe messo così tanto impegno e dedizione in ciò che fa e sta continuando a fare.

Valentina Vitiello IV A Linguistico Liceo Caccioppoli Scafati

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Cos’è l’Uomo?

L’uomo stesso non abbia un preciso senso di ciò che in realtà sia  e che a tale termine ognuno possa dare un’accezione diversa.

 

In questo testo l’autore si chiede più volte cosa sia  l’uomo e si pone domande sulla sua storia e sulla sua anima. Egli dice che, una volta, molte cose che si danno per scontate non esistevano neanche e cita, poi, alcune straordinarie invenzioni dell’uomo che hanno segnato la sua evoluzione. Afferma, poi, che nella vita dell’uomo abbia fondamentale importanza il “calendario”, in altre parole il tempo, e l’ “agopuntura”, ossia la medicina, che lo aiuta a stare in buona salute. L’autore afferma che ogni cosa ha un suo significato, tante volte a noi oscuro, come appunto la nostra stessa esistenza. Cita, per esempio, la “biro” che ha la sola funzione di scrivere o le “tenaglie” che servono per estrarre i chiodi. Questi strumenti, però, in un certo senso, sfruttano le nostre braccia e a un certo punto essi faticano a funzionare, ma in realtà è l’uomo che fatica utilizzando le braccia e deve essere, quindi, libero di decidere di smettere di “funzionare”. Questa poesia si sofferma su una questione principale che ci poniamo tutti: cos’è l’uomo? L’autore prova a spiegarlo citando le varie cose che gli diano un senso, ma non riesce ad arrivare a una risposta definitiva. Credo che l’autore con questi versi voglia porre l’accento sul fatto che in realtà l’uomo stesso non abbia un preciso senso di ciò che in realtà sia  e che a tale termine ognuno possa dare un’accezione diversa. 

Raffaella Russo IV A Linguistico Liceo Caccioppoli Scafati

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L’uomo e la sua ricerca di se stesso

L’automa dovrà lavorare sui concetti che egli ha espresso e, quando lo farà, anche l’uomo umanizzato, imparerà a lavorarci sopra 

 

Leggendo i versi de “La ballata dell’automa” di Edoardo Sanguineti ho provato una particolare emozione. Non conoscevo questo poeta contemporaneo, ma, fin dalla lettura dei primi versi, ne sono stata rapita e affascinata. Ovviamente mi ha portato a riflettere sull’uomo, la sua esistenza, la sua continua ricerca di se stesso nel tempo e nella storia. L’uomo è fatto di eventi che scorrono sul calendario della vita. Ogni uomo ha una sua essenza, una sua peculiare caratteristica; infatti, c’è chi può essere paragonato a un gelato alla vaniglia, per la sua dolcezza, oppure a un’enciclopedia, per la sua cultura. L’anima dell’uomo, che è più profonda, potrebbe essere come il teorema di Pitagora, con le sue complicazioni e sfaccettature, oppure potrebbe essere come una chitarra che emette musica soave. Questa è la mia personale interpretazione ed è quello che sento, leggendo questa ballata. L’ultimo verso lo interpreto pensando che il poeta voglia dire che l’automa dovrà lavorare sui concetti che egli ha espresso e, quando lo farà, anche l’uomo umanizzato, cioè divenuto effettivamente uomo, con i propri valori, interessi, modo di essere e ideali che lo rendono capace di distinguersi dagli altri, imparerà a lavorarci sopra. 

Mariapaola Russo IV A Linguistico Liceo Caccioppoli Scafati

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La visione dell’universo femminile di Edoardo Sanguineti

Per il poeta la pancia di donna è emblematica : è come una culla che accoglierà il nascituro e ci fa pensare alla Magna mater mediterranea

 

La donna non è cielo, è terra 

carne di terra che non vuole guerra.”  (dalla Ballata delle donne) 

Nella “Ballata delle donne” Edoardo Sanguineti riesce a comunicare in modo molto diretto una visione dell’universo femminile che rende pieno onore al ruolo e alla calda umanità che le donne sanno trasmettere come un dono proprio della loro natura. Ecco, allora, affiorare le immagini di madri, ragazze, mogli, figlie e nuore. Tra loro, emergono due figure di donne combattenti: una partigiana che è stata ferita e un’altra che è caduta. Due protagoniste di azioni di guerra che, con il loro sacrificio, ancora dopo tanti anni, trasmettono al poeta pensieri di pace: perché è per conquistare la pace che hanno combattuto. Il poeta ha così bene espresso il concetto del risvegliarsi del culto romano per la Grande Madre, raffigurata nelle statuette votive come una donna gravida dal ventre gonfio. Per il poeta la pancia di donna è emblematica : è come una culla che accoglierà il nascituro. Quando la vita volgerà alla fine, la cassa che accoglierà le nostre spoglie sarà anch’essa come una pancia. Il poeta, anziché idealizzare la donna, come ha fatto tanta letteratura, a partire dalla “donna angelicata”, ci riporta alla realtà.Con le sue parole Sanguineti onora le magnifiche compagne con cui percorrere insieme il cammino dell’esistenza. La società di oggi è aperta alle donne. Oggi la condizione della donna è nettamente migliorata rispetto al passato, ma bisogna ricordare due cose. La prima è che questo discorso vale per lo più essenzialmente per i paesi occidentalizzati, perché in alcune culture la condizione delle donne è ancora “molto indietro”. In seconda istanza, non dimentichiamo che, sebbene le donne abbiano compiuto una vera e propria scalata verso l’emancipazione, ancora oggi  molte sono vittime di compagni e  mariti violenti,  mentre altre vivono situazioni sessiste e discriminanti sui luoghi di lavoro. La lotta per la normalità ancora non è finita.

Mariafrancesca Nappo IV A Linguistico Liceo Caccioppoli Scafati

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La poesia è lo sguardo vergine sulla realtà

Non si può pensare di «potersi rifare a poco prezzo una vita e una vista». Il cambiamento della realtà, che non si può comprare con l’infimo denaro.

Nella poesia “Occhiali” il poeta Edoardo Sanguineti, esprime la sua personale visione della  realtà che lo circonda attraverso l’allegoria della vista. Sanguineti, infatti, parla del suo problema legato alla vista facendo riferimento a ciò che vede del mondo circostante. La poesia inizia con l’immagine del poeta che, col suo nuovo paio di occhiali acquistato, pensa di aver risolto il suo problema. Ben presto, però, percepisce di aver migliorato la capacità del campo visivo ma  non quella percettiva del mondo che lo circonda.  Anche quel senso di capogiro, sfociato in emicrania, inevitabile per chi porta per la prima volta gli occhiali, sono stati sperimentati e superati dal poeta. Tutti malori giudicati dall’ottico cui s’era rivolto come qualcosa di  naturale.  L’ottico, infatti, aveva affermato che il suo disturbo visivo gli aveva comportato una visione distorta della realtà, con conseguente insorgenza d’emicrania. La soluzione al problema ? Un nuovo paio di occhiali per avere una vista più nitida e precisa  e distruggere  la visione sbagliata del mondo che egli si era creato. Egli si accorge che, però, tutto ciò non è servito a niente e consapevole del suo problema irrisolvibile fa un’ironica e, allo stesso tempo, amara riflessione, chiedendosi come avesse mai potuto pensare di «potersi rifare a poco prezzo una vita e una vista». In queste ultime parole si palesano in modo molto chiaro l’ironia e la complessità del significato delle parole che usa. Egli, infatti, con l’espressione «poco prezzo» intende denotare l’infinito valore di ciò che desidera, ossia il cambiamento della realtà, che non può comprare con l’infimo denaro. Ha potuto migliorare la sua vista, ma non il suo pensiero. Sanguineti a parer mio rispecchia l’immagine di poeta rivoluzionario che intende apportare un cambiamento al mondo che lo circonda e lo fa utilizzando le sue poesie come strumento di divulgazione. Come lui stesso ha detto “la poesia è lo sguardo vergine sulla realtà

Di Martina Matrone IV A Linguistico Liceo Caccioppoli Scafati

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Le donne vive e vere di Sanguineti

 

Il poeta nella ballata a loro dedicata riesce a comunicare in modo molto diretto una visione dell’universo femminile che rende pieno onore al ruolo e alla calda umanità che le donne sanno trasmettere

18 Maggio, data emblematica per la letteratura italiana contemporanea in quanto si commemora la scomparsa di Edoardo Sanguineti, grande poeta, scrittore, drammaturgo e critico genovese. Tra i suoi importanti capolavori ricordiamo la “Ballata delle donne”, un omaggio schietto e appassionato alla donna viva e vera, non angelicata nè confinata nel ruolo logoro di madre perfetta. Il poeta nella ballata riesce a comunicare in modo molto diretto una visione dell’universo femminile che rende pieno onore al ruolo e alla calda umanità che le donne sanno trasmettere come un dono proprio della loro natura. Sanguineti in quest’opera fa riferimento alle donne che hanno popolato la sua vita e quella degli altri uomini: madri, ragazze, mogli, figlie e nuore. Focalizza, poi, la sua attenzione sul tempo: tempo passato, tempo presente, tempo futuro. A ogni stadio del tempo il poeta attribuisce un’immagine di donna. Nel tempo passato la donna è la vecchia madre che evoca al poeta pensieri di gioia; nel presente la donna è la partigiana che combatte per la pace e che gli trasmette sensazioni di pace, perché è per la pace che si è battuta; nel tempo che verrà la donna è il seme che dà alla terra frutto nuovo e buono. Per questo la donna è pancia, culla, cassa. Il poeta, più avanti, dice che, nella vita di ciascuno, i ricordi dei giorni passati si riaccendono nel presente come un flashback. Il modo con cui Sanguineti definisce la donna e la eleva al punto tale da convincere il lettore che il motore del mondo indossa la gonna è davvero emozionante . Raramente un uomo esterna sentimenti di ammirazione e gratitudine verso una donna. La commossa gratitudine per la compagna della sua vita coinvolge tutte le donne in quanto portatrici di grandi valori che egli stesso riconosce e distingue. Con il suo modo di esprimersi onora le donne con cui ha percorso insieme il cammino. Il poeta, esprimendo il suo pensiero, provoca forti emozioni e, soprattutto, riconosce e fa capire al mondo intero l’importanza della donna che per anni è stata considerata inferiore, mentre era, è e sarà sempre  il rifugio sicuro e il porto da cui ripartire.

Luisa Malafronte IV A Linguistico Liceo Caccioppoli Scafati

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La ruota o la torre di Babele?

E’ la “Ballata del lavoro” di Edoardo Sanguineti, in cui pone l’uomo su di una scala che percorrerà con sudore assieme ai “compagni”

Tra le numerose ballate scritte da Edoardo Sanguineti, quella che ha suscitato maggiormente il mio interesse è la “Ballata del lavoro”.  In questo testo, l’autore sottolinea l’importanza del lavoro: lavoro che per ogni uomo diventa vitale, essenziale, fondamentale per la sopravvivenza dell’uomo. L’opera rimanda alle difficoltà,  individuali e collettive, di affrontare i problemi relativi alla vita, legata necessariamente al lavoro, e tenta di mettere in luce tutte le contraddizioni e l’insensatezza della società borghese neocapitalistica.  L’autore paragona il mondo del lavoro a una scala percorsa in salita e in discesa da intere famiglie e che costituisce il fulcro della vita di ogni persona. Si legge nei versi la volontà di denunciare le contraddizioni della società contemporanea, attaccandola nelle strutture più profonde. Sanguineti pone su questa grande scala, nonostante lo sforzo, il sudore e la fatica del lavoro, l’angoscia e, a volte, la desolazione, “i compagni”, i quali lavoreranno e percorrano la scala insieme.   Nella mente mi risuona forte il verso in cui il poeta mette il lettore davanti ad un bivio: la ruota o la torre di Babele. La ruota offre all’uomo la possibilità di essere positivi e di guardare il lato bello delle cose, pensando che, prima o poi, la ruota girerà e la fortuna arriverà a sistemare le cose. La torre di Babele, invece, rappresenta l’illusione e la confusione e talvolta la volontà di fare che però finisce col fallimento.  Nel presente avere un lavoro è una grande fortuna. È una ricchezza che non tutti, purtroppo, hanno. Lavorare offre la possibilità di pagare le tasse, di comprare il cibo e, ancora di più, il l’indipendenza, la libertà, in poche parole la vita.  Questa ballata mi è piaciuta molto, perché credo rispecchi molto la nostra società. Mi ha fatto pensare molto alla situazione che l’Italia e il mondo intero stanno vivendo.  Il covid19 ha messo l’intera umanità in ginocchio, socialmente ed economicamente: milioni di lavoratori, durante questi ultimi mesi, sono stati licenziati o messi in cassa integrazione e, in questo modo, è stata tolta loro la possibilità di vivere e di portare avanti la famiglia in modo dignitoso. Tanti servizi giornalistici hanno descritto, in questi giorni, la situazione di famiglie disperate che non avevano abbastanza soldi per fare la spesa o per comprare farmaci. Il mio pensiero va anche a tutte quelle attività commerciali o fabbriche che non riusciranno a superare questo periodo e che, quindi, saranno costrette a chiudere, togliendo ulteriori posti di lavoro a milioni di persone.  Rispetto a questa disperazione, dolore e malessere, che tutti stiamo vivendo in questo tempo così difficile, dobbiamo riflettere su una frase di Sanguineti, “se te la guardi come fosse ruota, vedi che gira come la fortuna”, e dobbiamo sforzandoci di essere ottimisti: la vita va presa sempre con il sorriso. Non bisogna demoralizzarsi, ma combattere come veri e propri guerrieri, perché prima o poi la ruota girerà e l’arcobaleno arriverà per tutti. 

Federica Esposito IV A Linguistico Liceo Caccioppoli Scafati

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Gli occhiali nuovi di Edoardo Sanguineti

Nella poesia è rispecchiato appieno il suo desiderio di stravolgere la realtà; egli sembra adorare il caos

In “Occhiali” Sanguineti parla del proprio problema legato alla vista intesa come facoltà sensoriale, riferendosi, però, a un altro tipo di vista, astratta e legata al modo di percepire il mondo circostante attraverso il proprio pensiero. L’intera poesia è pervasa da un senso di sarcasmo e ironia con i quali il poeta descrive una realtà che ai suoi occhi appare critica e che va cambiata a tutti i costi.  Nella poesia il poeta parla di un «doloroso senso di capogiro» causato a parer suo dalla vista difficoltosa di cui egli soffre. Egli, quindi, si affida all’Istituto Ottico di corso Buenos Aires -situato a Genova, sua città natale- per trovare una soluzione. L’oculista dell’istituto gli diagnostica un’emicrania, affermando che questa è una conseguenza della «rappresentazione arbitraria della realtà» che Sanguineti si era costruito. Quest’ultima a sua volta causata, sempre secondo l’oculista, dal problema visivo legato alla facoltà sensoriale di cui il poeta soffriva. La soluzione al problema, quindi, era costruire un paio di occhiali per vedere la realtà in modo adeguato, «sfasciando» completamente la visione anomala che il poeta aveva costruito : indubbiamente tale concezione è un vero e proprio grattacapo, ma indica in modo esplicito tutta l’ironia e il sarcasmo del poeta. Sanguineti riceve il suo paio di occhiali,  cui si abitua in pochi giorni, affermando che senza dubbio la sua vista è migliorata, ma il mondo circostante gli appare identico a quanto di esso fino ad allora visto e conosciuto. Consapevole dell’inutile tentativo di cambiare il suo punto di vista e avvilito dalla realtà, il poeta conclude con una riflessione ironica, affermando di pensare inutilmente di «potersi rifare una vita e una vista a poco prezzo». In quest’ultima frase egli utilizza, a parer mio, il termine «a poco prezzo» riferendosi allo scarso valore che in questo caso ha il denaro che gli è servito per acquistare gli occhiali, poiché non lo ha aiutato a risolvere i problemi legati alla sua visione della realtà. Inoltre utilizza anche una figura retorica, la paronomasia (vita e vista) con la quale accentua ulteriormente il proprio sarcasmo, dando, però, allo stesso tempo un forte senso connotativo alle sue parole. Nella poesia è rispecchiato appieno il desiderio dell’autore di stravolgere la realtà; egli sembra adorare il caos e lo dimostra inserendo nelle sue parole un numero elevato di concetti astratti, difficili da comprendere, servendosi di figure retoriche e, come già detto, del sarcasmo e dell’ironia. Sanguineti a parer mio è un poeta capace di una profonda introspezione psicologica che riflette la società intellettuale del suo tempo e che sviluppa una serie di concetti complessi, profondi, ma al contempo affascinanti e intriganti. Il suo sabotare e ripensare le forme di comunicazione della poesia spingono il lettore ad approfondirne la conoscenza, immergendolo, come voleva l’autore, nell’impegno attivo della realtà d’avanguardia

Michele De Prisco IV A Linguistico Liceo Caccioppoli Scafati

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 “Se d’amore si muore, siamo morti, noi”

Si assiste alla magistrale destrutturazione della società borghese e di ciò che ne è il prodotto, alla decostruzione dei canoni e dei requisiti tradizionali dell’amore liricamente inteso.

La poesia di Edoardo Sanguineti presenta la complessità dell’amore. Non siamo di fronte all’antico e languido componimento lirico di classicheggiante memoria, ma all’istintiva problematizzazione di un impulso naturale primordiale. Il poeta, attraverso immagini del suo vissuto, ne mostra la potenza. Si assiste alla magistrale destrutturazione della società borghese e di ciò che ne è il prodotto, alla decostruzione dei canoni e dei requisiti tradizionali dell’amore liricamente inteso. Utilizzando il campo semantico del linguaggio, Sanguineti ci espone il lungo progresso della sua storia d’amore (“romanzo d’appendice”), la visione distruttiva dell’amore (“romanzo nero”) e la passione (“romanzo osé”).  Nel corso dell’intera poesia sono presenti emozioni contrastanti: positive e negative. Questi versi sono  la chiara testimonianza   della umana convivenza tra desacralizzazione e consacrazione dell’io e  riflettono appieno la realtà umana: “se d’amore si muore, siamo morti, noi” – “se d’amore si vive, siamo vivi”.

Siria Esposito IV A Linguistico Liceo Caccioppoli Scafati

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La ballata dell’ Automa

 

L’uomo è il prodotto del suo stesso essere, del suo vivere, crescere ed evolversi nella società

Di Speranza Di Michele

 “Che cosa è l’uomo?”, questa è la domanda che si ripete più volte nella ballata. Sanguineti prova a formulare diverse risposte a questa fatidica domanda proprio per farci riconoscere in almeno una di queste. Se riflettiamo sulle definizioni di uomo che egli ci dà, alcune  possono sembrarci insensate, quasi messe a caso, senza un collegamento logico:  barometro, architettura barocca, fazzoletto, cavallo a dondolo, radio, enciclopedia, cornice, chitarra  ed altro ancora. Ma rileggendo si ha modo di comprendere che in realtà non è così, anzi è tutto vero: l’uomo è il prodotto del suo stesso essere, del suo vivere, crescere ed evolversi nella società. Tutti quegli oggetti prima citati- barometro, architettura barocca, fazzoletto, cavallo a dondolo, radio, enciclopedia, cornice, chitarra- sono parte di esso perché frutto della sua capacità creativa e razionale insieme. 

La risposta che mi è piaciuta di più è stata : l’uomo è “la cornice”.  Sì, penso che sia proprio così, l’uomo è “la cornice di questo mondo”, perché un quadro senza cornice risulterebbe incompleto: il mondo senza l’uomo sarebbe una meraviglia sprecata. 

“L’uomo è nato per conquistare a fatica ogni centimetro di terreno. Nato per lottare, nato per morire.” -Charles Bukowski

Speranza Di Michele IV A Linguistico Liceo Caccioppoli Scafati

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La Donna il centro della Vita

 

L’immagine femminile è strettamente legata al pensiero della pace e della gioia, promotrice di  conforto e serenità.

Il componimento che mi ha colpito di più di Edoardo Sanguineti è la “Ballata delle donne, una poesia-canzone composta nel 1985. Come si può dedurre già dal titolo, in essa emerge la figura della donna, che viene esaltata e posta al centro della vita. Mi ha particolarmente affascinata il modo in cui l’autore la descrive: l’immagine femminile è strettamente legata al pensiero della pace e della gioia, promotrice di  conforto e serenità. Nel corso degli anni, con molti sacrifici, le donne, emblema di una società che le ha da sempre iconograficamente associate all’idea di fecondità, si sono battute per conquistare ruoli per loro  impensabili nella cultura dominante. Considero questa ballata come un inno all’amore e alla gratitudine verso la donna che riveste tanti ruoli importanti: è madre, moglie, compagna, figlia, nuora..sempre bella in tutte le sue sfaccettature. È una creatura considerata per certi versi superiore all’uomo, una figura che il poeta sminuisce al cospetto di quella femminile, associandola a un pensiero noioso. É sorprendente il modo in cui Sanguineti riconosce e distingue i grandi valori di cui si fa portatrice una donna e gli innumerevoli significati che assume: la donna è quintessenza redentrice della società che si evolve.

 Anna Cocco IV A Linguistico Liceo Caccioppoli Scafati

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Esercizio di lettura a margine

Di Nicola Balzano

 

Lettera al padre in forma di sonetto

papà ci ripensavo in questi giorni

da bambino alle lacrime che ho spese

ferite antiche sono aperte e accese

anche se in arte le sublimi e adorni

 

dì sado e masochista quando torni

a replicare tue paterne imprese

io ti ho sognato con le mani tese

per uccidermi e tu non te ne scorni

 

dalla tua morte è già passato un anno

della mia vita mi soggioga il giogo

di padre amante e odiante feroce

 

viva e morta tua voce reca affanno

all’io precario mio in ogni luogo

sono figlio di Kafka messo in croce

Federico Pier Maria Sanguineti

 

In limine il testo si apre verso un orizzonte ma si chiude in un’intimità. La prima parola del titolo (“Lettera”) è chiave e serratura nello stesso tempo: “serratura”, nel senso etimologico del termine, è il “serrare”, il chiudere in un canale privato l’oggetto della comunicazione; ma “chiave” è ciò che dis-serra, apre, sia in senso fisico, sia in senso semantico (una “chiave di lettura”, pensiamo anche alle chiavi del rigo musicale). Una lettera al padre, richiamo esplicito a un rapporto (ne vedremo poi le forme) e a una tradizione mitica e letteraria di enorme portata. Richiamo ribadito dalla forma di sonetto, che della storia della poesia italiana è la quintessenza.  Il bordo, il confine tra versi e pagina, appare sfilacciato, sfrangiato, in parte strappato: l’assenza di maiuscole a inizio verso e l’assenza di punteggiatura (almeno quella grafica) rendono i versi (torniti, cesellati) tessere, anzi, listelli di papiro. Questi listelli “entrano” ed “escono” dal tessuto della pagina, in parte intarsiandola in parte lacerandola, anche se gli enjembement della seconda strofa mimetizzano e sfumano l’intarsio. Ma tutti insieme non si dispongono a formare un kóllema come nel foglio di papiro antico: assumono una disposizione a raggiera, e convergono, apparentemente, verso un nucleo, la “cosa”. L’apostrofe dell’incipit dà subito corpo all’altro capo del filo (papà), ma l’attacco parte da lontano, dalla dimensione labirintica della memoria (“ripensavo…”): uno sviamento (evitamento) o una rincorsa per colpire meglio? Il testo è esemplare nella sua duplice dimensione di racconto e di evocazione: alla puntigliosa attenzione al dato reale corrisponde l’evocazione della trama segreta, da leggere in controluce, o attraverso la lente della letteratura.  La “cosa” non può essere affrontata (o l’autore non vuole affrontarla) andando subito al centro, colpendo al cuore, afferrando il nucleo centrale per dipanarlo, poi, “more Thesei”, nel labirinto dei sensi, fino alle più sottili implicazioni psicologiche. Anche se la “cosa” è detta, ripetuta e gridata, non è affrontata, non colpita, non sconfitta: e torna a replicare e a replicarsi anche in forma onirica. È la sua permanenza, sia pure al livello della coscienza, che mette in moto l’impulso comunicativo della lettera, una disperata richiesta di senso, mentre l’inquadramento da prospettive e angolazioni differenti ne restituisce la cogenza, quel tanto di gravezza che rende drammatiche le ultime parole degli ultimi versi: giogo, feroce, affanno, ogni luogo, croce. Ma è anche la sua sublimazione, che crea poi nella lettera una serie di richiami intertestuali al sistema della letteratura e della cultura, richiami che a loro volta forniscono gli agganci esterni alla ragnatela del testo, fili che convergono sempre verso lo stesso centro, in un gioco di rimandi speculari, anzi caleidoscopici. Le immagini evocate dai versi, mentre ispessiscono il tessuto semantico con atmosfere cólte, dall’altro forniscono al lettore tracce, icone, indici (per dirla con Peirce) per ricostruire la cifra del testo (come quella del tappeto di Henry James). La “cosa” è un rapporto, un legame, un conflitto, “il” rapporto per eccellenza da Edipo in poi (ma anche da Urano, se proprio vogliamo archetipizzare). Rapporto-legame-conflitto tra “un padre” e “un figlio”, tra “il padre” e “il figlio” e tra “padre” e “figlio”. Non è un vuoto gioco di parole: un padre concreto a cui si rivolge un figlio concreto; un padre che va a costituire un sistema (stavo per dire “una struttura”, ma mi sono fermato in tempo) di cui il figlio è elemento e da cui il figlio cerca valore; l’idea di padre a cui si rivolge l’idea di figlio. Un gioco combinatorio più sottile potrebbe ricombinare questi sintagmi polari per ottenere accostamenti inediti e fecondi, e nulla vieta che il lettore vi si cimenti: “il significato di ogni creazione bella dipende egualmente da chi l’accoglie come da chi l’ha creata: è forse l’osservatore, che più di ogni altro presta all’opera migliaia di significati, la fa miracolosa e la mette in relazione con l’epoca, così che diventa parte della nostra vita” (Jan Mukarovsky). “Il padre” concreto è evocato dalle lacrime, dalle ferite rievocate nella prima strofa, ma soprattutto dal giogo che opprime ancora il figlio concreto: l’esser-ci dei due termini del rapporto è nella storia delle persone nel loro collocarsi (o essersi collocate) nello spazio e nel tempo, in uno spazio e in un tempo. Ma di ogni opera d’arte, pensiamo solo alla Beatrice dantesca, ciò che mette in moto l’elaborazione a un certo punto trasfigura, come se lume a lume fosse aggiunto, e la concretezza lascia il posto all’evocazione, la persona sparisce, e resta l’arte. “Un padre”, senza scomodare tutta la letteratura novecentesca da Svevo e Tozzi in poi, è la figura le cui aspettative il figlio cerca di soddisfare, non riuscendoci, e non intuendo neanche che tali aspettative non erano mai state né formulate né espresse dal padre. È il processo mentale dell’inetto, che è tale perché si confronta con una figura cui attribuisce aspettative che magari questa non nutre e che in ogni caso egli non riesce a soddisfare. E mi sovvien l’idea: “padre” è colui che incarna affetto, insieme ad autorità e autorevolezza (“Padre, anche se tu non fossi il mio”, di Camillo Sbarbaro), modello da imitare o da rifiutare (“Non somigliare – ammoniva – a tuo padre”, Saba), voce concreta e voce della coscienza, voce che “figlio” non ascolta e che magari recupera a parti invertite quando toccherà a lui essere “padre”. L’ascolto tardivo di quella voce a questo punto non rassicura, reca affanno, attiva un senso di colpa perenne, le Erinni eschìlee che tormentano l’io in ogni luogo.  Potrebbe sembrare che la poesia di Sanguineti sia dominata dall’intersezione di scompaginate tensioni (pur presenti): eppure la convergenza sulla croce, sull’essere messo in croce (però va chiarito “chi” è messo in croce, l’ambiguità forse è qui voluta), rappresenta il punto di convergenza di tutte le linee di fuga del testo: punto profondo, nascosto, che, nel momento in cui tutto raccoglie e coagula, fa intravedere la prospettiva ulteriore, e quindi mostra il nucleo generatore di tutto il testo, ovvero ciò che mette insieme “il figlio”, “un figlio” e “figlio”: la ricerca dell’innocenza primigenia e irrimediabilmente perduta. 

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Tema: Ugo Foscolo vs Edoardo Sanguineti

Le scelte e le riflessioni sui versi del “chierico organico” degli studenti del Liceo Scientifico “R.Caccioppoli” di Scafati

Di Patrizia Polverino

«Non si leggono i classici per dovere o per rispetto, ma solo per amore. Tranne che a scuola: la scuola deve farti conoscere bene o male un certo numero di classici tra i quali (o in riferimento ai quali) tu potrai in seguito riconoscere i “tuoi” classici. La scuola è tenuta a darti degli strumenti per esercitare una scelta; ma le scelte che contano sono quelle che avvengono fuori e dopo ogni scuola.» (I. Calvino, Perché leggere i classici).

Leggere i classici in classe e discuterne con i ragazzi: questo è ciò che ogni buon docente di lettere vorrebbe ottenere. Eppure è chiaro a tutti che partire dai testi è fondamentale per stimolare la capacità e sensibilità interpretativa degli studenti. Ma i quadri orari, le difficoltà di programmazioni disciplinari e, ahimè, spesso il disinteresse della cosiddetta generazione 3.0, inducono ogni docente a muoversi su ben altri binari. Convenzionalmente lo studio della  storia della letteratura italiana ha sempre avuto un forte impianto storicistico, proposto attraverso lo studio dei vari movimenti letterari, degli autori e delle loro opere in modo sistematico e cronologico. Ma il tempo è tiranno e non è raro che si operino “tagli indiscriminati” qua e là lungo il percorso. Tutto in vista di quei famosi step costituiti dalle indicazioni ministeriali per il quadro di riferimento per la redazione e lo svolgimento della prima prova scritta degli esami di stato“…Analisi e interpretazione di un testo letterario italiano, compreso nel periodo che va dall’Unità d’Italia ad oggi”. Dall’Unità d’Italia ad oggi: 1861-2020. Tutto da affrontare – senza computare assemblee d’istituto, scioperi, chiusure varie dell’istituto- in 132 ore annuali: troppe? Troppo poche? Dipende sempre dai punti di vista. Una cosa è certa: non si riesce mai a trattare tanta e tanta parte della nostra grande e importante produzione letteraria italiana del Novecento. È così che i teenager perdono la possibilità di imbattersi in audaci e forti autori come Edoardo Sanguineti. Quest’anno, però, mi è stato dato uno stimolo, nonché un’opportunità, dalla“cattivissima” amica Olga Chieffi e dal direttore de “Le Cronache”, Tommaso D’angelo: dare visibilità alle loro interpretazioni di testi di Edoardo Sanguineti, in occasione del decennale della sua scomparsa. Dopo aver presentato e analizzato la poesia foscoliana, capace di eternare i valori umani, è stato accattivante e interessante osservare l’approccio timido e guardingo con cui si sono avvicinati alla poesia d’avanguardia del Sanguineti. Ho proposto, infatti, di approcciarsi alla sua conoscenza attraverso la scelta di un commento interpretativo di alcune sue ballate e poesie più famose ed è venuto fuori uno “schizzo” del suo Io lirico.

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Il chierico organico e la Musica

Abbiamo raggiunto la poetessa Anna Maria Giancarli, mediatrice del forte legame tra Edoardo Sanguineti e L’Aquila e la compositrice Silvia Lanzalone che ha composto Intersezioni ispirato al romanzo “Capriccio Italiano”

Di Olga Chieffi

Se Edoardo Sanguineti ha aperto l’era di un nuovo umanesimo, inaugurando tempi in cui ci fa riflettere su di una nuova tipologia di intellettuale e, quindi, di un suo nuovo rapporto con gli esseri viventi e le cose, con la scuola, la società, gli ascoltatori, i lettori, gli artisti tutti, con la vita stessa, il chierico organico non poteva non irrompere nel mondo musicale. Avrebbe voluto fare il musicista Edoardo Sanguineti, anzi non gli sarebbe dispiaciuto, come Duke Ellington avrebbe desiderato fare il pittore, ma i sogni di questi due geni si sono ugualmente avverati, con i loro “mezzi”, la penna e la composizione, nelle loro opere.  La musicalità del segno sanguinetiano sposa, così dal 1960 il genio di Luciano Berio: è del ’63, “Passaggio”, un’ anti-opera, commissionata dalla Piccola Scala, che ebbe esiti tumultuosi: costruita in modo deliberatamente provocatorio, con una sorta di effetto d’ aggressione del pubblico. Seguirono, nel ‘ 65, Laborintus II, basata su un montaggio tra testi di Dante e testi che a Dante fanno riferimento (dal Medioevo a Pound), e ancora, negli anni Settanta, A-ronne, composizione per sole voci originariamente scritta per attori (poi Berio ne fece una versione per cantanti), negli anni Ottanta, Novissimum Testamentum, un lungo poemetto in ottave, su cui Berio ha costruito una intensa pagina. Un’intesa felice quella tra Sanguineti e Berio grazie al giusto equilibrio tra sperimentazione, invenzione semantica e artificio sonoro, in cui non viene privilegiato il “sofisticato”, ma il “complesso”, vissuto e rivissuto in chiave comunicativa. Un quadro, in cui la prassi elettroacustica finisce per diventare una via di emancipazione e di progettazione ulteriore dei campi linguistici e sonori, ricorrendo a contaminazioni prodotte dall’intreccio di mezzi e di sistemi espressivi diversi. Le tracce dell’Edoardo Sanguineti “musico”, veramente infinite le sue collaborazioni, dall’elettronica, al rap, al pop, al jazz, che conobbe e amò in gioventù a Torino, ci hanno portato a L’Aquila, terra di poesia e musica, ove la poetessa Anna Maria Giancarli, ha organizzato ben 18 edizioni di “Poetronics”, ovvero Poesia ed Elettronica, nell’ambito di del Festival Internazionale di Musica Contemporanea. “In un contesto del genere – spiega l’ideatrice di questa rassegna e di tante altre, alla testa di Itinerari Armonici – non potevo non invitare una figura come Edoardo Sanguineti. I nomi dell’elettroacustica sono passati tutti per L’Aquila, che con Michelangelo Lupone e Maria Cristina De Amicis, è divenuta uno dei centri internazionali di questa produzione, con l’Istituto Gramma, il cui comitato vanta nomi quali Mauro Cardi, Agostino Di Scipio, Alessandra Sbordoni. Così nell’edizione del 1997, la terza, il primo dei due incontri di Poetronics fu dedicato interamente a Edoardo Sanguineti, con i “Sei Haiku” per soprano, violino e arpa di Fausto Razzi, Fili Grani, per clarinetto basso e nastro magnetico di Riccardo Dapelo, Intersezioni  per nastro magnetico e performer di Silvia Lanzalone, Tracce 4-13 ancora per clarinetto basso e nastro magnetico di Andrea Nicou e Dis-sequentia per voce recitante ed elettronica di Agostino Di Scipio”. “Lavorai sul romanzo di Sanguineti “Capriccio italiano” – rivela Silvia Lanzalone a quel tempo ancora studentessa oggi docente di musica elettronica al Conservatorio di Perugia – e mi colpirono i diversi piani narrativi del romanzo trattati musicalmente come strati sonori in grado di sovrapporsi o separarsi, intersecarsi o compenetrarsi. Quindi scomposi i diversi percorsi narrativi, lavorando sulla parola “piena”, esplodente per me, di fonemi gravidi di ritmo e timbro. Purtroppo, non ero presente quella sera e non potetti incrociare lo sguardo di Edoardo Sanguineti, né godere della sua parola viva, del suo giudizio, su questa empatica collaborazione, attraverso due linguaggi così sorprendentemente osmotici”. “Fu una serata, quella, che inaugurò un rapporto intenso – continua Anna Maria Giancarli – con il poeta e l’inizio di una collaborazione ferace, sfociata nell’assegnazione del premio internazionale, da me promosso, ad Edoardo Sanguineti “Città dell’Aquila”, intitolato a Laudomia Bonanni, nell’edizione del 2003, in coppia con il poeta siriano Adonis. Ricordo una serata splendida. Edoardo era un uomo incantevole, nella conversazione, nei modi, che quando lo si lasciava, calava immediatamente un velo di tristezza interiore. Diverse volte è venuto all’Aquila, e l’ho accompagnato per ogni angolo della città, fino a quel fatidico 6 aprile del 2009. Una ferita indelebile, per noi tutti e credo per l’intera Italia. Sono rimasta sette mesi fuori della mia città poi, mi hanno assegnato una delle famose casette. Non ero più rientrata in casa mia da quella notte e una domenica mi venne una smania improvvisa, presi le chiavi e salii. Tra le mura lesionate, le suppellettili in frantumi, cocci dappertutto, squillò il telefono. Già nell’angoscia, titubai non poco, poi decisi per alzare la cornetta: “Annamaria, come stai, sono Edoardo ho provato e ti ho trovata!”. Un’emozione indicibile. Seguì la promessa di scrivere dei versi per quell’Aquila ferita, ma la morte è sopraggiunta prima. La città ha ricambiato il suo amore con l’edizione 2013 de’ “lapoesiamanifesta!”, in occasione della Giornata Mondiale della Poesia del 21 marzo istituita dall’Unesco -, nella zona rossa della città dell’Aquila.  Sempre nel solco della multimedialità e sperimentazione, Itinerari Armonici, coinvolgendo numerose istituzioni ed associazioni cittadine, ha portato la poesia nei luoghi non deputati, scuole, ospedale, università, autobus di linea, vie, piazze e locali, che è le è valso la proclamazione di “sede centrale” della Giornata Mondiale della Poesia. In quell’ambito, l’edizione fu interamente dedicata ad Edoardo Sanguineti, con la pubblicazione delle Ballate, da parte della Casa editrice Tracce, cui collaboro, e la realizzazione di uno splendido murales, realizzato da Luca Ximenes, che pone Edoardo Sanguineti nella pietra, quasi a protezione della città, in segno di reciproca amicizia”. 

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Accecarsi

Rino Mele

Tirare le parole verso il basso, aspra scarpata, forra,

un canale scosceso, strada ferrata

e lì, in quello sterro, luogo bruciato, inferno, alzare

i pali, stendere una tenda, due stracci

colorati, un sipario sulla scena vuota. Cacciarvi

all’improvviso uno spot, un proiettore,

mascherato sole senza luce

che faccia di quel quadrato un lago. Ecco, una donna

avanza, discinta, sbranata, succhiata

di baci, poi un uomo dalla barba bianca, ucciso,

scannato, che guarda con disperazione

calma uno spento televisore. Manca soltanto Edipo,

nascosto tra due sedie, a spiare

lo spettacolo, la croce di strade, i bastoni

alzati, la sfinge, aperte

l’ali, che defeca la sua allegria.

Per Sanguineti la poesia è la strada di gesso

sulla lavagna, la gloria sepolta

di un’alluvione e su quelle macerie un bar

che all’occasione offre i suoi Martini a uno

sconosciuto avventore. Finge

una poesia dislessica, strabica, sottrae

alla visione l’orrore, mette baffi di rossetto 

a un teschio e di una storta tibia

fa dritti binari, una vuota stazione che i treni

dell’infanzia dipinge.

Cerca parole quotidiane di conversazione, e ad esse 

sottrae l’ambizione dell’enfasi

ma dona quell’altra -di enfasi- la ripetizione 

(che rassicura, difende, nasconde e mostra

al piede la pietra dove potrebbe inciampare, il gradino

rotto per sprofondare). Per Sanguineti, 

il poeta è un goffo attore 

vestito da fotografo, un acrobata bendato, 

deve chiudere in un riquadro il suo niente vedere 

e accecarsi sorridendo, tagliare

la carta da stampare con forbici dolci fino a -ma così 

piano- ferirsi, e di quel dolore dire, con una bugiarda 

litote, che non fa male. Le sue poesie 

come le fotografie si escludono dal totale 

delle cose, eppure -sorridendo, 

con gli occhi lunghi incisi da un temperino- danno del 

mondo l’ultima interpretazione, l’omologano 

al nulla, ci tracciano sopra 

un exergo, un’epigrafe, la scritta fuori del testo

che il testo contiene. Questa figura

della fotografia è l’approssimazione precisa, 

l’imprecisione di una fredda ombra 

quando la notte è fonda e graffia l’alba.

C’è come un prato, una riva (o riviera) con canne. Non 

è una visione, ma solo un doloroso

venir fuori dell’immagine. Nel fotogramma gli uccelli

d’acqua alzano l’ansia. Un sottile

legame, un nodo, quel passare dello sguardo

che dice quanto siamo vicini e apparteniamo alla riva,

alla riviera. L’inquadratura

è ristretta, si vede, e si indovina, poco e male. Chi è

questo poeta legato dalle corde

della sineddoche (come un Ecceomo) invaso

dalle frecce della contiguità (un Sansebastiano) tagliato

a piccoli pezzi, da poterci giocare

i giochi più funesti (come un quaderno

a quadretti)? Chi è

questo poeta che mette in fila le parole come soldati

d’aria, li spinge a scivolare uno dopo

l’altro (lumachino, limone, luna, lacca, lingua, lapis,

legato, lampeggiante) chi è

questo poeta che scrive come facesse un film,

un montaggio estremo, fino a morirne? Non ci sono

nei suoi versi metafore se non smorzate, levigate,

numerate, ordinate secondo l’emozione

di un paragone cancellato. Scrive

i suoi dialoghi silenziosi e fa da cerimoniere

a se stesso, incontra le parole

e il deserto. Cos’è per lui la poesia

se non l’ossessiva mania di far somigliare il mondo

a quelle parole, metterle in corrispondenza,

cane a “cane”, annegato ad “annegare”. Fino a tornare

carponi, lui e la sfinge,

a cavarsi a vicenda il riso e lo sguardo, decisi

a non sapere che sull’alto letto Giocasta

e Laio stanno nella bianca tenebra aspettando

(Scrissi “Accecarsi” per i settant’anni di Edoardo Sanguineti e li lessi nel suo augurale incontro con l’Università di Salerno il 6 dicembre 2000. Fu pubblicato in AA.VV., “Per Edoardo Sanguineti: good luck (and look)”, a cura di Pietropaoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2002. Infine, approdò in uno dei miei libri di poesia più intensi, “I dolorosi discorsi”, Sottotraccia 2003) 

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Sanguineti secondo Sanguineti

Sanguineti secondo Sanguineti

mi chiedono del maior essendo io il minor

come studioso oppure come figlio

 

dieci anni dalla morte di mio padre

che posso Edipo dire se non questo

che della morte sono responsabile?

 

come fibroma asciutto e magra tenia

son figlio di mia madre che era λ

e di mio padre ancor disoccupato

 

in un romanzo di appendice in atto

il giorno in cui nacque il sottoscritto

non era ancor mio padre laureato

 

così pesto la ghiaia e scuoto l’ombra

e strido e deglutisco avendo atteso

da sempre il gusto della camomilla

 

mi svolgo i miei esami di coscienza

e sogno è tutto dire è dire tutto

da tardo handicappato frastornato

 

mentre i tuoi 90 anni ti minacciano

con il sorriso etrusco di mia madre

torno in cucina ancora in via Vespucci

 

oggi lo stile è non avere stile

sei stato il surrogato di te stesso

58 anni fa sempre di maggio

 

mia madre e io facemmo una lista

inclusa in purgatorio de l’Inferno

e infine rispondesti in questo modo

 

oh (disse): se scrivi una poesia per me; oh (disse): se scrivi,

devi metterci che ti aspettavo a Gap, che piangevo, che piangevo tanto;

se davvero scrivi per me (disse): oh devi metterci che anche il mio fratello

Alessandro piangeva, che ti aspettava, che piangeva tanto: e che io ho dormito,

quella notte, in albergo;

                                      devi scrivere (disse): oh devi scrivere che a Pompei

sono tutti morti;

                          che i fascisti sono cattivi;

che i numeri non finiscono mai…

Federico Sanguineti

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Edoardo Sanguineti 2010-2020: Sanguineti,  Orlando e la luna

L’opera teatrale più famosa del poeta è la trasposizione teatrale del poema dell’Ariosto  messa inscena nell’estate del 1969  al Festival dei  due Mondi  di Spoleto

Di Olga Chieffi

Era l’estate del 1969. Mentre  l’umanità si attendeva molto dallo sbarco sulla luna, dal viaggio nell’universo sconosciuto, che avrebbe tentato di svelare il luogo dei sogni di uomini e poeti, lo stesso luogo dove si auspicava fosse consentito recuperare il senno dell’uomo, Astolfo si librava nella notte spoletina, senza far ritorno, senza prevedere alcun accadimento, poichè l’ “Uomo della fine” non può dare risposte, ma formulare solo domande. E’ l’Astolfo dell’ Orlando Furioso, quella che si ritiene l’opera teatrale più conosciuta di Sanguineti, nata dalla collaborazione con Luca Ronconi. Una riduzione, un  adattamento, una trascrizione, attraversata dall’ idea di simultaneità, attuata per mezzo della tecnica della centrifuga, cui il testo dell’Ariosto si presta, con quel suo interrompere improvvisamente la narrazione, in un momento topico, per riprendere a  raccontare un’altra vicenda. La struttura del testo dell’Ariosto infatti, viene frantumata e smembrata (utilizzata come pre-testo) e ricomposta non in base ad un movimento ascendente, che prevede al culmine una risoluzione o conclusione ma, piuttosto, attraverso una disposizione paritaria, non privilegiata, dei frammenti su una superficie. Queste parole indicano, forse per la prima volta, il primo dei due aspetti, essendo il secondo il fine della rappresentazione, della tecnica che Sanguineti stesso definirà del “travestimento” e che pare costituisca il nucleo centrale della sua poetica teatrale. La parola diventa, dunque, il vero attore, la materia base della rappresentazione. Era il 4 luglio quando, al festival dei Due Mondi, accade qualcosa che spiazzò non poco le aspettative del pubblico e della critica in un contesto, oltretutto, già in parte abituato e preparato ai superamenti delle convenzioni drammaturgiche e performative, che caratterizzavano molti degli spettacoli rappresentati in quegli anni. Ed ecco il binomio d’eccezione Luca Ronconi ed Edoardo Sanguineti, portare in scena il poema di Lodovico Ariosto per soddisfare un’esigenza comune all’uomo di lettere incline al teatro e all’uomo di teatro incline alle lettere. L’esigenza, che prese lo spunto anche dall’ultimo romanzo sanguinetiano “Il gioco dell’oca”, era quella di sperimentare una forma rappresentativa che mettesse alla prova e, di conseguenza rivelasse, i meccanismi cognitivi e di fruizione del pubblico davanti ad una performance teatrale. Se già nella riduzione del testo  Sanguineti  e  Ronconi  operano  la  frantumazione  dell’unità  in  una  costellazione  di  quadri  visivi  che  mirano  ad  una sostanziale  autonomia,  la  costruzione  dello  spazio  scenico persegue  l’idea  di  un  ambiente  complesso  nel  quale  operano simultaneamente diversi percorsi narrativi, costringendo lo spettatore ad una selezione e ad una visione quasi inevitabilmente parziale dell’opera. Lo  spettacolo  non  segue  perciò  la  dualità  convenzionale  platea-palco  e  si  sviluppa  in  uno  spazio  scenico originale:  non  vi  è platea, bensì uno spazio rettangolare delimitato da due palcoscenici speculari sui due lati corti, e da due americane con proiettori sui due lati lunghi; nel mezzo, carri mobili componibili in continuo movimento e perenne rimodulazione nello spazio, manovrati  a  vista  dai  tecnici  e  dagli  attori,  dove  si  susseguono tutte  le  vicende  che  non  si svolgono sui due  palcoscenici principali. Tra la selva dei carrelli attrezzati a forma di cavalli, di piramidi, di mostri marini, di labirinti, di ippogrifi, creati da Uberto Bertacca, si muovono spesso, direttamente a contatto con gli spettatori, i quali sono in piedi, trasformati in peripatetici, gli oltre 50 attori che attraversano  i  quadri  dello  spettacolo,  impegnati nella declamazione di personali e “a solo”. Essendo “uomini della fine”, dopo aver tentato numerose, troppe strade, ci affidammo, in quella notte, tra le antiche pietre di San Nicolò, alle redini di Astolfo, nella speranza di ritrovare quel raggio di luce che ci facesse rinascere, d’impossessarci di una scintilla per poter accendere, senza timore, i “luminari” con racchiuso dentro il fuoco della nostra mente, affinché potesse aprirsi un cammino immune da sensi prefissati e di qui, ogni slargo, ogni liberazione, ogni nascita, divenire possibile.

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Gesù conosceva il latino?

 

Rino Mele

Quasi nessuno più gioca ai dadi. Ma restano una metafora di come la complessità del reale giochi con noi.  I dadi sono di forma cubica, in latino “tessera”. Cosa sia un cubo lo abbiamo imparato a scuola dai nostri insegnanti di matematica (ne ebbi uno bravissimo in prima e seconda media, Arturo Capasso, indimenticabile: gli altri che, in vario modo, anche molto affettuoso, ho conosciuto li ricordo scolasticamente minacciosi e legati al principio d’autorità): il cubo è un esaedro, ha sei facce uguali, il numero doppio di spigoli. Il filosofo Giorgio Agamben, parlando dell’azzardo del caso, nel suo “Che cos’è reale?”, cita Simone Weil che in “Sur la science”, 1966, propone una visione semplice e inquietante: “Un dado, per via della sua forma, ha soltanto sei modi di cadere; vi è invece una varietà illimitata nel modo di gettarlo”. Continua Simone Weil: “In questi giochi, l’insieme delle cause ha la potenza del continuo, il che significa che le cause sono come i punti di una linea; l’insieme degli effetti si definisce invece attraverso un piccolo numero di possibilità distinte”. “Che cos’è reale?” si chiede nel titolo Agamben, parlando della scomparsa, nel marzo 1938, di quel genio che fu Majorana. La realtà è una categoria che ci tormenta con la sua eccessiva prossimità, mentre forse è solo tutto ciò che non so, ma da cui sono conosciuto, l’inconscio delle cose, l’inesprimibile: continuiamo vanamente a chiamare realtà la rappresentazione che le cose danno di sé: anche i frammenti delle visioni dei sogni che si rispecchiano nella nostra quotidianità e, anzi, ne viene interpretata. Ma la realtà profonda – sempre lontana – è quel soffrire e patire che non ha volto, anche quando siamo noi a soffrire, che non è interpretabile, né fotografabile: ad essa può credere d’avvicinarsi, a volte, il mistico, raramente il poeta e il filosofo, sempre chi sta per morire. Reale forse è solo ciò che non sappiamo e non possiamo dire se non tradendolo, perché è al di là del nostro linguaggio: la paura, l’ansia, le mille pulsioni che nascondiamo agli altri: ma la grammatica di tutto questo ci è preclusa. Reale è l’assoluto profondo, di cui conosciamo soltanto la falsa rappresentazione della superficie, mare d’immagini e suoni, e con la sua spuma crediamo di giocare ma bastano quelle trame d’aria a sommergerci. Questa realtà inconscia e profonda è unitaria, non può essere divisa, non se ne può fare commercio col nostro linguaggio. Anche i quattro crocifissori di Cristo (tanti furono i soldati che inchiodarono sulla croce Gesù, e lo indica soltanto Giovanni, nel capitolo 19 del suo Vangelo) non poterono dividere la sua tunica, la tirarono a sorte, forse la giocarono a dadi (miserunt sortes). Fu crocifisso alle 9 di mattina secondo Marco, dopo mezzogiorno seguendo Giovanni, ma alle tre (l’ora nona), per tutti, tutto era compiuto. Rileggiamo un istante di qiell’asimmetrico dialogo. Dicit ei Pilatus: Quid est veritas?. Pilato è il governatore (“praeses” dicono i Vangeli), prefetto di Giudea. “Gli dice Pilato: Che cos’è la verità?”. Nel silenzio lucente di Gesù, uscì dal pretorio di nuovo (iterum) e, mostrandosi ai Giudei, proclamò che Gesù era innocente (ego nullam invenio in eo causam). Gesù parlava in aramaico, Pilato in latino. Al di là di possibili interpreti di Stato, l’ipotesi che Gesù potesse comprendere il latino senza intermediari dà un’insopprimibile ebbrezza. Alla “veritas” del  latino – ed era la verità giudiziaria che interessava Pilato – Gesù aveva opposto il termine aramaico ’emèt.

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Sanguineti lettore d’arte

di Antonello Tolve

L’interesse mostrato da Edoardo Sanguineti per il campo delle arti visive risale forse agli anni del Liceo Classico D’Azeglio di Torino dove ebbe la grande fortuna di seguire le lezioni di Albino Galvano, artista filosofo critico d’arte e attento traduttore di Antonin Artaud. Grazie a questo maestro prezioso («diventammo grandi amici, una volta finito il rapporto scolastico») Sanguineti conosce il pittore Gianni Bertini che lo invita nell’ambiente della rivista fiorentina «Numero» diretta da Fiamma Vigo («Firenze è stato, in qualche modo, il luogo di partenza della mia attività di critico e scrittore») dove entra in contatto con Antonio Bueno che proprio in questo periodo si interroga su una possibile figuratività, magari neometafisica. «Per lui la figurazione era una delle tante vie in qualche modo possibili», ricorderà Sanguineti a distanza di anni. «Allora aveva una sua motivazione, non scommettere sul figurativo nel senso novecentesco della parola, ma in qualche modo, per certi riguardi, era molto vicino a certe cose di Dalì, una pittura “iperdefinita”. Quindi, per quelle sue cose, con elementi di tradizione sicuramente surrealista, lo presentai per la prima volta alla “Bussola” di Torino, nel 1953. Una volta lo presentai anche a Genova», era il 1964, alla «galleria d’avanguardia “La Carabaga”, dove c’era un folto gruppo di pittori, che poi hanno continuato a dipingere, anche se alcuni di loro si sono dedicati poi alla fotografia e alla pubblicità. Allora, avendoli conosciuti, venendo a Genova per un dibattito, mi chiesero di aiutarli nello stabilire delle nuove relazioni, perché si facessero nuove mostre, e alcune di queste le presentai personalmente. Mi ricordo che c’erano, appunto, oltre a Bueno, anche Guido Biasi, credo, e anche Mario Persico e Carol Rama», l’unica «ragazza» dei Santi Anarchici, che già alla fine degli anni Trenta elaborava stridori erotici e eroici. A questo periodo felice, e più esattamente al 1951, risale anche il lungo sodalizio con Enrico Baj («Baj è forse il pittore con cui ho avuto i rapporti più continui») che porterà Sanguineti nell’ambito del nuclearismo milanese.  Compagno di strada di scrittori e artisti sin dalla prima metà degli anni Cinquanta del secolo scorso (a Bueno e Baj e Biasi e Persico e Carol Rama si aggiungeranno negli anni Luca Alinari, Emanuele Luzzati, Ugo Nespolo, Antonio Papasso, Francesco Pirella, Gianni Pisani, Marco Nereo Rotelli, Valeriano Trubbiani), proprio quando prende piede lo scontro fra “arte astratta” e “arte figurativa”, Sanguineti è, dal presidio torinese in cui vive, figura di congiunzione non solo con Genova, sua città natale, ma anche con Napoli dove incontra appunto Persico e dove sarà tra i firmatari – significativo tra l’altro anche il nome di Balestrini – del Manifeste de Naples (presentato in occasione della fondamentale mostra Gruppo 58+Baj, tenuta nel gennaio 1959 presso la Galleria San Carlo) con il quale si prendono le debite distanze dall’astrattismo.                                                     Tra il 1961 e il 1965, in varie occasioni di critica, Sanguineti è attento a difendere un’atmosfera, se non proprio a disegnare una propria posizione poetica e critica: il tagliente discorso Per una nuova figurazione uscito sul n. 12 del semestrale «il Verri» di Luciano Anceschi o la successiva Risemantizzazione del reale apparsa sul numero 14-15 «Marcatrè» di Eugenio Battisti o ancora le riflessioni sull’arte di Alberto Burri in cui individua il «ritrovamento di una più profonda ed autentica storicità», rappresentano soltanto alcuni degli interventi calibrati dal poeta (che ricordiamo con le sue parole, un «aspirante materialista storico») sul versante di una via seguita anche da Vivaldi  e Tadini e Crispolti e Del Guercio. Sono gli anni in cui è tra i Novissimi con Balestrini, Giuliani, Pagliarani e Porta, anni in cui entra nella galassia del Gruppo 63 e in cui consegue finalmente la libera docenza (tra il 1957 e il 1963 passa infatti da assistente volontario a assistente incaricato e dunque a assistente ordinario di Giovanni Getto per poi ottenere la libera docenza in letteratura), anni in cui il Sanguineti poeta e il Sanguineti lettore d’arte mira a tutelare un programma che predilige racconti figurati, magari con morbide e cremose venature o ambiguità surrealiste: «non si tratta […] di deformare il veduto nel senso dell’incontaminato, ma di informare di significati l’abbecedario ottico delle cose che si offrono, degli oggetti del vissuto».   Nel 1968, proprio quando si candida alle elezioni per la Camera nelle liste del PCI (Sanguineti è e resterà sempre un gramsciano integrale e incorruttibile), si trasferisce con la famiglia a Salerno, a Torino l’anno prima non gli avevano rinnovato l’insegnamento, dove è incaricato all’Università e dove, nel 1971, poco prima di andare via, diventa ordinario. Qui non solo si irrobustisce il rapporto d’amicizia con Filiberto Menna e Achille Mango, ma nascono anche nuove conoscenze, nuovi legami, nuove compagnie in cui la stella maestra brilla sempre sul versante di un aspetto figurativo che peleva dalla realtà enfatizzandola. «A Napoli, quando ho conosciuto Persico, si era creato questo gruppo, diciamo di “nucleari napoletani”, ammiratori di Baj, al quale si scoprirono vicini nella loro ricerca. Ci fu insomma una grossa intesa tra il nuclearismo milanese e i pittori napoletani. Il gruppo nuclearista napoletano faceva inoltre a quel tempo una rivista, il “Gruppo 58”, che usciva a Napoli, molto bella. Uno di questi pittori, al quale pure ero molto legato, era Guido Biasi, che andò a Parigi e poi morì precocemente; un altro pittore del gruppo è Lucio Del Pezzo, che è vissuto a Parigi e ora risiede a Milano, col quale anche ho lavorato molto. Ma quello con cui ho lavorato più costantemente è stato appunto Persico, anche se poi ci sono stati altri pittori per me importanti, specie della generazione più giovane, come Antonio Fomez, o Geppino Cilento. Cilento lo conobbi negli anni di Salerno, quando eravamo tutti e due molto legati al Partito Comunista; ci siamo incontrati credo per un’occasione politica, perché abbiamo fatto insieme dei manifesti, come quello per la Federbraccianti e quello per il Primo Maggio. Tra me e Cilento si è trattato di una conoscenza “politica”, che poi divenne amicizia, ma quello che ci avvicinò fu questo, una serie di occasioni “impegnate”. Fomez l’ho conosciuto anche lui negli anni salernitani, ma credo che l’amicizia sia cominciata successivamente, in quanto lui è più giovane di Persico e di Biasi; lo conobbi, credo, a Salerno, dopo il ’68. E Salvatore Paladino; ma Paladino lo conobbi poi indipendentemente, forse anche lui quando ero a Salerno, comunque in un periodo posteriore».

Consiglia

I ventiquattro scalini e il rospo che divora la donnola

 

Di RINO MELE

Liberata in Somalia nei pressi di Mogadiscio, Silvia Romano. Impegnata in difficili e generose attività sociali in Kenya, era stata rapita nell’orfanotrofio di Chakama dove lavorava, martedì 20 novenbre 2018. Quel giorno c’era un diluvio d’acqua e lei scomparve tra lo sgomento dei ragazzi di cui aveva cura. Tutto sempre ruota intorno ai nostri poveri corpi. Nessuno, mai, possiede il suo. In Inghilterra Edoardo VI, nel 1547, nell’arroganza del suo illimitato potere, promulgò uno “statuto” terrificante contro i vagabondi. Per essere dichiarato tale bastava cadere nell’odio di un vicino: chiunque fosse incorso nella condizione delittuosa di trovarsi da tre giorni senza lavoro, doveva essere – era l’intimazione del re – dichiarato schiavo di chi l’avesse denunziato. Non stiamo parlando di un’epoca antichissima: era gloriosamente iniziata l’età moderna: l’America scoperta da cinquant’anni, Tiziano che aveva già dipinto la meravigliosa “Venere di Urbino”,1534, e si preparava a dipingere il fantastico “Carlo V a cavallo”, 1548 (e sono appena due esempi dell’altezza raggiunta dall ‘arte europea). Ebbene, nell’anno in cui diventa re, Edoardo VI promulga questo “statuto”, con cui intende perseguire i vagabondi trasformandoli in schiavi: secondo l’editto, una volta riconosciuta come reale l’accusa di vagabondaggio, i giudici “devono immediatamente far marcare sulla fronte del detto ozioso con acciaio rovente la lettera ‘V’ e affidare la detta persona che viveva così oziosamente a colui che l’ha denunziata perché sia suo schiavo e perché questi possegga e tenga il detto schiavo a disposizione  sua e dei suoi servitori per la durata di due anni”.    L’orribile rapporto col corpo e col suo possesso è passato anche in questi stretti cunicoli di legale follia.  Ma la storia non termina con questo marchio a fuoco sulla fronte di un innocente. L’editto aggiunge anche come debba essere trattato il novello schiavo: “A pane e acqua, può essere tenuto in catene e battuto”.  E, se il povero schiavo, disgustato di sé e dei suoi tirannici padroni, avesse tentato la fuga (il parossismo psicotico di re Edoardo aveva previsto anche questo) doveva essere condannato a una seconda marchiatura: e alla lettera ‘V’ impressa col fuoco si doveva aggiungere una ‘S’: e la schiavitù sarebbe diventata perpetua. Re Edoardo, infastidito conclude che, se lo schiavo dovesse ancora fuggire, “la recidività sia punita con la morte”.  A chi vuol saperne di più consiglio la lettura di “Mendicanti e miserabili nell’Europa moderna” di Bronislaw Geremek, Laterza 1989.                                                                                 Quel 1547 fu anche l’anno della vittoria di Carlo V a Muhlberg, dove le forze cattoliche sbaragliano quelle protestanti (lo stesso Giovanni Federico Elettore di Sassonia, comandante delle forze antimperiali, è fatto prigioniero). Ma erano anche anni di altissima cultura letteraria: in Spagna, a Madrid, tredici anni dopo sarebbe nato Calderón de la Barca, quindici quel grande genio che fu Lope de Vega e, nella stessa Inghilterra, diciassette anni dopo, Shakespeare. La cultura è sempre scistosa, come alcune rocce, infinitamente stratigrafica, disomogenea, inarrestabilmente obliqua, si nutre d’infinite stratificazioni autonome tra loro, e capaci di sopportare le contraddizioni del loro coesistere. Così, riusciamo a convivere con orrori dimenticati, o addomesticati, come se non ci fossero più. Altrimenti, come potremmo mai essere indifferenti, e non soffrire in maniera insopportabile, passando accanto a chi quotidianamente sbianca e muore di fame o di freddo? Come sopporteremmo di vivere a fianco di chi vediamo dormire in grandi scatole di cartone? Nell’essenzialità del suo linguaggio desertico, il nostro progenitore del Paleolitico e il pallido uomo contemporaneo (che trascorre intere giornate curvo sul suo smartphone, a inviare faccine gialle che ridono di niente) sono tra loro contemporanei, e l’intelligenza del primo convive con la sciocca arroganza del secondo. La violenza delle istituzioni è terrificante, convince l’innocente di essere colpevole, anche dell’errore nei suoi confronti. Ma, torniamo al nostro gioco dei riferimenti culturali. Quattro anni dopo Shakespeare, in un paesino della Calabria, a Stilo, nel 1568, nasce Giovan Domenico Campanella, entrerà nell’Ordine di San Domenico e, pronunciati i voti, nell’iniziare il noviziato, prende il nome di fra Tommaso. La sua storia è complessa, ma ci sono pochi fotogrammi della sua turbinosa e affascinante esistenza che voglio evocare: nel 1599 è denunziato al Sant’Uffizio per congiura contro il Viceré, il suo intento era la liberazione della Calabria dall’egemonia spagnola e l’istituzione (questo è straordinario) di una Repubblica comunitaria e teocratica. Costretto a fuggire dal Convento di Stilo, viene catturato e portato nel Castello di Squillace dove inizia il processo, all’inizio di settembre. Prima della fine dello stesso mese, si ha la sentenza: due congiurati sono uccisi a Catanzaro, quattro sono impiccati sugli alberi delle galere che conducono i condannati a Castel Nuovo (il Maschio angioino) a Napoli, altri due ancora, vengono squartati sul molo. La messa a morte s’intreccia alla tortura in una forma estrema di spettacolarità didattica.Nel 1600, fra Tommaso subisce un secondo processo per eresia (ne subirà altri), ma riesce nei primi mesi della carcerazione a scrivere (a dettare) un bellissimo libro di utopia politica, “La città del Sole”, 1602. Due anni dopo, nel 1604, temendo possa fuggire, viene trasferito a Castel sant’Elmo, e qui l’accanimento contro il corpo prigioniero diventa inimmaginabile, per ferocia. Questa la descrizione che Francesco Giancotti fa della cella sotterranea in cui Tommaso Campanella viene precipitato a Castel Sant’Elmo: “Scendendo per ventiquattro scalini si giunge a un vano cieco; il recluso, con ferri alle mani e ai piedi, è incatenato alle pareti di pietra, madide di umidità; per il riposo non ha che un giaciglio di paglia marcescente; un po’ di lume gli vien dato soltanto per mezz’ora al giorno, perché possa leggere il breviario; deve nutrirsi di rifiuti”. 

Un suo sonetto, scritto in carcere, già non più a Castel Sant’Elmo, inizia:

“Come va al centro ogni cosa pesante

dalla circonferenza, e come ancora

in bocca al rospo, che poi la devora,

donnola incorre timente e scherzante;

così di gran scienza ognuno amante (…)

nel nostro ospizio alfin ferma le piante”.

Consiglia

Edoardo Sanguineti 2010-2020 Lorenzo Gigliotti e la sigaretta del Gatto Lupesco

Il regista salernitano ha “girato” le 14 lezioni interviste di Edoardo Sanguineti prodotte da Rai Educational. “Avere per me, tutto per me Edoardo Sanguineti, mito e leggenda dell’intera mia vita universitaria, contestatore di ogni contestazione, abolitore di qualsiasi fideismo in una verità  posseduta, fu un’esperienza non da poco sia a livello culturale che umano”.

Di Lorenzo Gigliotti

Non fu facile convincere Edoardo Sanguineti a realizzare una sua Storia della Letteratura Italiana. Il motivo centrale di questa sua resistenza mi parve che fosse dovuto all’idea che produrre una storia della letteratura (a meno che non si trattasse di un grande manifesto ideologico-culturale alla de Sanctis) sarebbe stato come scrivere un baedeker per aspiranti lettori, una “guida” che avrebbe avuto come pessimo risultato di evitare il contatto diretto con l’Opera degli Autori. Ma poi l’unica casa editrice possibile per tale operazione sarebbe stata l’Einaudi che però era già in “mani nemiche” e un materialista storico dolcissimo ma severissimo come lui mai avrebbe ceduto alle lusinghe del gruppo di Segrate. Ma forse l’idea di un prodotto nuovo, auspice il comune amico Arbasino, forse l’idea di un più diretto e immediato contatto col pubblico interessato, forse la premonizione di obbliganti quarantene sanitarie future per gli studenti, fatto sta che nella settimana del ferragosto 1998, anche grazie alla lungimiranza di Renato Parascandolo, allora direttore di Rai Educational con in mente un progetto editoriale ambiziosissimo quanto evoluto ed attuale volto a superare lo scarto tra cultura e mass media, ci ritrovammo in un salone del Palazzo Ducale di Genova dove per una settimana, mattina e pomeriggio, il Professore, senza nessuna scaletta scritta, ci deliziò ripercorrendo la Letteratura Italiana dalla latinità al Novecento. Spesso leggendo come esempi passi di autori, intere poesie, pagine di Storie Letterarie. Insomma avere per me, tutto per me Edoardo Sanguineti, mito e leggenda dell’intera mia vita universitaria, contestatore di ogni contestazione, abolitore di qualsiasi fideismo in una verità  posseduta, fu un’esperienza non da poco sia a livello culturale che umano. La sera, ogni sera, poi tutti noi, troupe compresa, ci ritrovavamo da Zeffirino a gustare le sue indimenticabili trenette al Pesto e a brindare, come bolscevichi in fermento, sicuri di stare collaborando per diffondere o consolidare, per quel poco che eravamo capaci, la coscienza di classe. A riportarci coi piedi per terra era la visita serale, a cena finita, di Arnaldo Bagnasco, intelligente autore RAI in esilio, anche se reduce dai successi di Mixer Cultura. Arnaldo, spostando il baricentro dei nostri discorsi, ma con molta leggerezza, lanciava sguardi d’intesa e ammiccamenti al suo amico Edoardo riguardo le curve e sorridenti hostess che per tutta la cena ci riempivano i bicchieri tentando -inutilmente- di accendere l’immancabile sigaretta che pendeva, spenta, per una terapia di automatic gesture, dalle labbra del Gatto Lupesco.

Lorenzo Gigliotti

 

La Storia della Letteratura Italiana di Edoardo Sanguineti è stata prodotta da Rai Educational in due cofanetti comprendenti 14 DVD, ciascuno della durata di 60 minuti. L’intera opera, per la regia di Lorenzo Gigliotti, presenta 14 lezioni-interviste sulla Storia della letteratura italiana dalle origini ai giorni nostri e una scelta antologica di classici della prosa e della poesia italiana. Inoltre l’opera è completata da una ricca iconografia comprendente i frontespizi originali delle opere citate e da una scelta musicale di opere coeve ai testi a cura del salernitano Vincenzo Viccaro.

Consiglia

Tra cielo e terra

“Tutti gli uomini degli abissi ripongono la loro beatitudine nell’assomigliare una volta ai pesci volanti e nel giocare sulle estreme sommità delle onde”

F. Nietzsche

Dire azzurro è dire anima.

Da sempre guardare l’infinito del cielo suscita in me l’idea di libertà, mai come ora, nei giorni in cui la prigionia delle stanze ci spinge a cercare un altrove possibile… Ho sempre pensato che la brama d’assoluto e il desiderio di volo, siano in fondo l’essenza di ogni artista, le sue ali invisibili. Come lo slancio ascensionale degli artisti nel circo, quella verticalità che sembra liberarsi in qualcosa che si era smarrito. Il funambolo incarna la mia idea di libertà, quasi un Mercurio di passaggio fra due mondi: la terra ed il cielo. Proprio quel funambolo al quale tempo fa dedicai un’intera mostra, un’anima fluida, forse quella più vicina alle rondini e ai segreti del cielo. Perché vivere vuol dire cercare la verità, spingersi sempre oltre le cose, essere curiosi ma soprattutto sfidare gli abissi. Come in un verso di Mario Luzi: “Qualcuno sulla pagina del mare traccia un segno di vita, figge un punto”.

Marco Vecchio

Consiglia

I piccoli migranti morti di Aldo Masullo

Rino Mele

Aldo Masullo ha scritto in questi ultimi anni poche ma significative poesie, legate ad avvenimenti atroci per i quali non riteneva utile ricorrere a un saggio, un articolo, una riflessione di quelle in cui lui eccelleva, tra filosofia e descrizione degli eventi. Ha sentito il bisogno non di fotografare il reale, ma dirne l’anima, il soffio vitale, raggiungere la filigrana del senso, annullando ogni compiacimento, il vizio pervicace del narciso che scambia il suo volto col riflesso di un falsificante specchio. Avrebbe quasi voluto scriverle, le sue poesie, sui grossi riquadri di un alfabetiere, perché tutti potessero leggerle, i bambini che nel mare delle confuse parole degli adulti nuotano a stento, e rischiano d’esserne sommersi, di arenarsi nella più bruta afonia. Voleva parlare agli adulti ma come fossero bambini. Così lui, filosofo abituato a consumarsi gli occhi sui problemi ardui suggeriti da Fichte ed Hegel, e in continuo confronto con loro, aveva alla fine compreso che di fronte all’oltraggio verso l’infanzia – e nel caso dei bambini migranti è doppia, e si moltiplica ancora, nell’indifferenza verso la brutalità dell’assassinio – bisogna ricercare la più semplice delle riposte al dolore che si riversa su tutti. Sfidando superciliati critici, sempre in agguato dalla loro mediocrità, sfidò i luoghi comuni e si fece poeta, o almeno tentò di avvicinarsi al vertiginoso vento della poesia.  La poesia civile è poco frequentata, appartiene a Dante, a Tommaso Campanella, a Parini, a Foscolo, perché non è seduttiva, musicale come la grande tradizione petrarchesca che ha finito col redigere il canone della nostra scrittura in versi. Da Pascoli da cui inizia il Novecento i due elementi si sono confusi e solo in alcuni autori risultano separabili, lo stesso Pascoli  scrive “Il gelsomino notturno”, 1903, impalpabile, ma l’anno successivo lo straordinariamente forte poemetto proprio sull’angoscia dell’emigrante, “Italy”, 1904. Quattrocentocinquanta versi battuti come su un’incudine.  Torniamo ad Aldo Masullo. Una prima composizione su questo tema è “Il sonno di Aylan” pubblicata sulla prima pagina del “Mattino” il 5 settembre 2015 (ripubblicata ieri su “La Città”). Solo due giorni dopo la morte del piccolo Aylan, sulla spiaggia turca di Bodrum. Il padre fuggito coi figli dalla Siria, da Kobane, città curda assediata dall’Isis, non era riuscito a salvarlo. Ed ecco, la risposta di Aldo Masullo che depone le ben conosciute armi della retorica, del sillogismo, della specularità delle figure, delle acrobatiche fughe della ragione, e scrive dei versi semplici, chiari. Concreti, come un improvviso silenzio o il pianto. Questi versi, che avevano nella cronaca più insidiosa e oscena la loro radice, non hanno bisogno d’interpretazioni: sono figure affettive, il seno, la rena della spiaggia, il mare: “Come sul guanciale / di carne della madre appena nati / furono posti”. E qualche verso dopo, “Non il latte neppur solo sognato / bagna le tenere labbra di Aylan. / Di sabbia l’acqua amara le sigilla”.  In tutto sedici versi, divisi in due brevi strofe, non hanno rime né particolari accorgimenti se non una musicalità bassa, tenuta a freno dal ritmo di severi endecasillabi, non limati, incastrati a formare quattro quadrati per catturare la morte. Pubblicherà nel 2019, su Repubblica, “Pagella di scolaro in fondo al mare”: inizia rivolgendosi direttamente al ragazzino morto: “la portavi cucita sul petto” e, poco dopo, sovrappone in una furiosa condensazione tra l’odissea della di quella giovane esistenza e il naufragio finale: “perso / nell’immensa incertezza del migrare / corpicino in balìa d’infide forze”. Aldo Masullo non attribuiva nessun particolare valore letterario ai suoi versi: la sua alta sensibilità critica, l’abitudine a scrutare nella poesia estrema le affinità con la filosofia glielo impediva. Filosofia e poesia sono entrambe legate alla sorgiva del puro pensiero, il pensiero pensato. Ma una – la filosofia – costretta a modelli analitici e straziatamente discorsivi in un perenne scavo di cui devi seguire per intero il faticoso necessario processo, l’altra – la poesia – che in una fulminante forma ellittica, e luminosamente accecante, ti mostra l’esito di quel dolorosissimo cercare. Ci scrivevamo spesso. Un giorno d’inverno del 2016 gli mandai il testo pubblicato di una mia poesia, “Paterno mare madre”. Mi rispose subito una lettera in cui analizzava il mio lavoro: Terminava così: “Come Platone ribadiva, ‘l’occhio non può vedere sé’. La poesia, la tua poesia, porta finalmente alla luce dei nostri occhi questa altrimenti invisibile vita nuova. La poesia, tu ben lo sai, della vita non è freddo riflesso speculare, ma gioia e dolori nuovi che si aggiungono alla gioia e al dolore della vita immediatamente vissuta, e aprono profondità che questa non ha. Peraltro, in ciò che tu scrivi al canto dell’anima fanno corona l’invenzione grafica e la sua raffinatissima “teatralità”. Così emozioni e pensieri divengono straordinarie visioni, nella cui armonia la loro naturale violenza si placa, sopraffatta dalla bellezza. Grazie dunque, grazie di tutto. Amico grande e amato. Aldo”.

Consiglia

Il viaggio interiore

Si viaggia tra stanze chiuse sognando gli abissi del cielo.

Divorando le parole dei poeti come ali per fluire lontano, dipingendo altri mondi, ingannando le ore come un canto di sirene.

Come il passo del funambolo non conosce confine tra la terra ed il cielo, sa bene che il viaggio è un fluire dell’anima.

Nelle mie ore entra sempre la luce come tra finestre semichiuse.

La vita è incontrare le stelle! Queste ore vaganti sono onde, sembra quasi vogliano dirci che anche il silenzio ha una voce: l’azzurro di un ricordo e l’orchestra del mare.

Marco Vecchio

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L’alba della complessità, storie di uomini, coleotteri e virus

DER SPIEGEL (1969): Professor Adorno, two weeks ago, the world still seemed in order. . .

THEODOR W. ADORNO: Not to me.

Di Marius Mele

Nella scena finale di Chovanščina, nella versione diretta da Mario Martone alla Scala, si vede proiettata l’immagine di un pianeta che, dapprima pallido e lontano, pian piano, si avvicina fino a diventare una palla rovente che avvolge di fiamme i Raskol’niki (Vecchi Credenti) riuniti nel bosco in sacrificio. L’epidemia di Sars-Cov2 è arrivata così, con un lento ma incessante crescendo è giunta fino a noi, avvolgendoci nelle sue fiamme, ha scoperchiato le nostre paure e ipocrisie, ci ha toccato nell’intimo, ferito nel corpo e turbato nella mente. Abbiamo misurato il pericolo in base alla distanza, non abbiamo compreso la complessità della questione e sentendoci braccati ci siamo trincerati dietro confirmation bias, protetti dai dogmi della nostra società. La pandemia non è una guerra, la quarantena non è la cura, possiamo dare senso a questa tragedia solo con un cambiamento radicale, una vera innovazione sociale che ci aiuti a convivere con i cambiamenti che un mondo complesso inevitabilmente porta con sé. Lo scarabeo gioiello (Julodimorpha bakewelli) è un bellissimo coleottero di colore bruno, con elitre luccicanti densamente punterellate, vive nell’outback australiano, il maschio vola alla ricerca della femmina, bruna e luccicante, che riposa nella radura. Questo magnifico insetto condivide il territorio con un mammifero, Homo Sapiens, che ama dissetarsi con un fermentato di malto d’orzo, e una volta consumata la bevanda spesso abbandona il contenitore per terra. Questa bottiglia di colore bruno intenso, luccica al sole e sul fondo presenta delle zigrinature. Il maschio di scarabeo gioiello vola, dall’alto vede la sua bramata amante risplendere sotto il sole, si posa e inizia il rito dell’accoppiamento che per millenni ha garantito la sopravvivenza della specie, altri suoi simili lo raggiungono in quella che ai nostri occhi sembra solo un’orgia di insetti che si masturbano su una bottiglia di birra. Come potete immaginare questo comportamento ha catastrofiche conseguenze per la riproduzione di questa specie, soprattuto perché i maschi tendono a morire durante l’atto, per disidratazione oppure mangiati vivi dalle formiche. Gli scarabeo gioiello si stavano estinguendo, e i produttori di birra australiani hanno dovuto cambiare il design delle bottiglie di birra per arginare questo fenomeno. Una bottiglia di birra nel bush australiano è qualcosa di inconcepibile per lo scarabeo, prova a decifrarla con i suoi strumenti, ma vede solo una femmina enorme, fa quello che gli sembra più logico, ripete lo stesso meccanismo che gli ha dato successo nel corso dei millenni. Ma questa è roba da entomologi, l’uomo è diverso, a noi questo non può accadere, siamo più intelligenti; eppure mi sembra che ci comportiamo proprio allo stesso modo quando cerchiamo di razionalizzare il disagio nei confronti delle novità, del diverso, delle crisi, della complessità, usiamo sempre gli stessi strumenti evolutivi. Il problema è che abbiamo “emozioni paleolitiche, istituzioni medievali e tecnologie dai poteri divini” per citare il famoso mirmecologo E.O. Wilson. Saremo in grado di riconoscere le bottiglie di birra sulla nostra strada evolutiva o finiremo per estinguerci in un’estasi orgiastica? Il pericolo non è il virus, il pericolo è non saper gestire la complessità, non basteranno gli anticorpi per il Sars-CoV2 per immunizzarci dalle possibili crisi future come il cambiamento climatico, l’intelligenza artificiale, o la jobless society; questa è solo l’alba della complessità. Pensiamo solo a quando torneremo alla normalità, ma il vero rischio è proprio quello di tornare alla stessa vita di prima, di rimanere in un limbo, simile a quello seguito alle più recenti crisi, e ritrovarci di nuovo impreparati alla prossima evenienza. “Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri.” diceva Gramsci. Questi mostri li possiamo già vedere, sono l’autocrazia spacciata per panacea, i venti di propaganda che minano le nostre democrazie, le fragilità dell’Europa, l’orizzonte della sorveglianza di stato, il soluzionismo tecnocratico.  Non possiamo più rimandare, dobbiamo affrontare temi come gestire i dati che generiamo, che tipo di sorveglianza vogliamo “governativa, privata o open” (cit. Adam Arvidsson), ridurre le disuguaglianze, costruire la pace in una società senza lavoro, e più nell’immediato come evitare di trasformate lo smart working in un inferno di presenteeismo virtuale, rivoluzionare l’istruzione, ripensare il territorio e ridisegnare le città,  rivedere i rapporti tra economia-società-natura, e soprattutto costruire un’economia che funzioni ad ogni livello della società e in un più ampio spettro di scenari.

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Beatrix Potter: Resistenza e Libertà in epoca vittoriana

La favolista è un emblema di donna forte e coraggiosa, che si oppose alle rigide regole della sua società

Di Giulia Iannone

Non chiamatela semplicemente scrittrice ed illustratrice di libri illustrati per l’infanzia.  Beatrix Potter, è  un emblema, è una ribelle, una  forte e  coraggiosa donna inglese che ha lottato in nome di una libertà di espressione e d’azione, che potremmo definire un vero e proprio manuale biografico di proto-femminismo. Le donne,  in sintesi,  dovevano accontentarsi del semplice ruolo di “ornamento della società” ed essere sottoposte alla figura del marito. L’obbedienza era tutto ciò che si richiedeva loro, oltre a riflettere questa immagine di purezza e pulizia. Beatrix Potter nasce il 28 luglio 1866 a South Kensington, un quartiere molto facoltoso di Londra. Suo padre, l’avvocato Rupert William, decide che la sua figliola debba  ricevere una buona educazione ma privata, ad opera di istitutrici fredde o di governanti amorevoli, che la confineranno in casa, completamente distaccata dal mondo esterno e dalla compagnia di amici e coetanei. Veramente entrambe i genitori, benestanti  e con una propensione bohemien per l’arte, evitano ai figli qualsiasi contatto con gli altri, scegliendo per la loro crescita e per la fase delicatissima dell’infanzia, la perfetta solitudine della campagna, nelle tenute scozzesi di famiglia o nella Regione dei Laghi in Inghilterra, a contatto solo con la natura e con gli animali, che saranno gli  unici veri amici di Beatrix: conigli, gatti, topi e pipistrelli. Durante le vacanze estive del 1887, la ragazza conosce Hardwicke Rawnsley, futuro fondatore del National Trust, che le mostra come trovare ristoro e rifugio nella Natura ed anche a preservarla, per salvaguardare l’ambiente di quegli adorati amici animaletti dall’incuria e dall’indifferenza del genere umano, al quale Beatrix non appartiene. Questa full immersion empatica e culturale, porta la giovane, da autodidatta, a studiare scienze naturali: botanica, entomologia, tassonomia, e soprattutto micologia, che si trasformerà in una grande passione. Ella riesce non solo a raffigurare funghi nei suoi innumerevoli acquarelli, ma formulerà una teoria sulla ibridazione dei funghi, ossia sulla capacità di questi ultimi di germinare spore. La sua teoria fu presentata alla Linnean Society, ma la comunità scientifica non la prende in considerazione, perché il genere femminile,  non è dotato di una tale intelligenza da formulare tesi sensate e concrete sui funghi. La storia ci dirà, solo molti decenni dopo la sua morte, che la sua intuizione scientifica era esatta e molto credibile. Negatole anche l’accesso universitario, Beatrix si ribella con forza alle imposizioni sociali dell’epoca, che la vorrebbero giovane moglie e madre ed angelo del focolare perenne. Sfida il mondo e le rigide etichette vittoriane: resta sola e nubile fin oltre i trent’anni, e decide di continuare non solo a coltivare i suoi rigorosi studi sulle piante, ma di dedicarsi con costanza ai suoi disegni, suggeriti sia  dalla sua fervida immaginazione che dalle storie del folklore scozzese, favole dei fratelli Grimm, Andersen ed Esopo che tutta la processione di governanti che si erano susseguite nella casa, le avevano letto sin da piccolissima. Tutto si ricompone e si rielabora nella sua mente. Le prime storie scritte e disegnate di suo pugno, in forma di lettere ai figli della sua ultima governante, contengono le prime storie sugli animaletti del bosco” i 4 coniglietti di nome Flopsy, Mopsy, Cottontail, e Peter” titolo che poi diventerà uno dei suoi racconti più importanti. Sono racconti più o meno lunghi, tutti molto delicati e con un messaggio educativo costante: la disobbedienza ed il contrasto tra madri troppo premurose e cuccioli irrequieti e curiosi di sperimentare il nuovo. I suoi animali antropomorfizzati, non sono tipicamente da fiaba, sono realistici sia nelle fattezze che nei comportamenti. Non mancano anche velate allusioni agli esseri umani, spesso crudeli ed incapaci di convivere in armonia con la natura.  Ecco che inizia ad investire su questa prospettiva lavorativa, cedendo disegni e storie, per rendersi indipendente , anche economicamente dalla famiglia, e non sentirsi più prigioniera e schiava di regole e schemi e legami che non le appartengono e che opprimono la sua personalità e bisogno espressivo e creativo. Decide subito di pubblicare a sue spese un libro illustrato per ragazzi  “The tale of Peter Rabbit” ed è da qui che parte subito la sua carriera , perché diventerà un best seller che riceverà anche traduzioni in ben 20 lingue di oggi. Abile imprenditrice di se stessa, con l’intuizione di affiancare ai suoi racconti gadget promozionali, è anche donna passionale e libera. Si innamora del suo editore, e per questo amore poco convenzionale e mal visto da tutti, sfida la famiglia che non le perdonerà mai l’affronto neanche quando Norman morirà pochi mesi, dopo per una leucemia fulminante, non convolando mai a giuste nozze con la scrittrice. Fugge da Londra e si rifugia nei suoi luoghi dell’infanzia, e qui vivrà una seconda giovinezza, amorosa e creativa, sposando , ormai ricca e famosa e matura, l’avvocato William Heelis. Circondata dal calore di un nuovo amore, dagli animaletti salvifici  tanto amati,  dall’aria salubre della grande fattoria nel Sawrey, Beatrix realizzerà le storie più dolci e delicate. Addolorata  dalla guerra e dalla devastazione d’interi acri,  a causa dei bombardamenti della seconda guerra mondiale, come ulteriore atto d’amore verso la natura, lei che è sempre stata fuori dal mondo, da una società che l’ha respinta ed isolata e rifiutata, dona secondo testamento, tutti i suoi terreni al National Trust- oggi parte dell’area protetta del lake District National park-  ed i numerosi acquarelli micologici. Tutti noi abbiamo il dovere e la responsabilità di cambiare il mondo, anzi forse e soprattutto le donne così sottovalutate e vessate,  in ogni tempo ed in ogni società, perché “Una personalità fortemente marcata può davvero influenzare per generazioni i propri discendenti”.

Consiglia

Sergio Mari oltre la linea d’ombra

I “Racconti” autobiografici, terza prova letteraria dell’autore, per le edizioni Gutenberg, in un percorso tra calcio e vinile, dal gusto fanciullesco dei Pavesini

Di Gaetano Del Gaiso

Fra un calcio a un pallone, un disco dei Genesis, una partita a carte e una confezione di Pavesini, ‘Racconti’ di Sergio Mari, edito da Gutenberg Edizioni e pubblicato nel 2017 è una raccolta di venti racconti brevi desunti direttamente dalle esperienze esistenziali dello stesso autore, che può dirsi, nella maniera più assoluta, latore di trascorsi tutt’altro che scevri di buone storie e di toccanti aneddoti attraverso i quali non soltanto vi sarà possibile ricostruire i diversi passaggi e paesaggi della cultura pop italiana a partire dagli anni ’70 sino alla prima metà degli anni’90 del ‘900, ma anche ripercorrere gli annali del calcio attraverso gli occhi e le gesta di chi il calcio lo ha davvero giocato, di chi ha fatto di questo sport gonfalone evanescente al tumulto del vento e stuoia su cui detergersi dal fango raggrumatosi fra i tacchetti degli scarpini in quei giorni in cui le ombre non erano le sole cose di cui si avvertiva un’atavica mancanza. Il modo in cui Sergio racconta di sé, delle bravate compiute in giovane età in compagnia del suo infaticabile e inseparabile compagno di ventura Teo – proposto quasi come un alter ego a cui rivolgersi quando il seme del dubbio inizia a germinare nel cuore del Mari ragazzo che si ritroverà, ben presto, a dover compiere il balzo dall’adolescenza all’età adulta -, delle mirabili imprese compiute sui dissestati e fatiscenti terreni dei campetti di quartiere, fresati dallo scalpiccio di ragazzi inebriati dal sogno di poter un giorno dar foggia delle proprie abilità calcistiche dinanzi a un pubblico di oltre diecimila spettatori, dell’illusione che il calcio sia coesione anche al di fuori degli untuosi e angusti spazi degli spogliatoi, di un universo sollevato e sorretto da titani che portano e portavano il nome di Gianpiero Ventura, Corrado Viciani, Ferruccio Valcareggi, Pietro Santin e di don Nicò di Vietri sul Mare, dello squadrone di medicinali e dell’orologio fermo di don Peppe, della ‘munnizza’ che per poco non gli costa la vita in quel di una Palermo notturna e oscura è quanto di più dolce, malinconico e nostalgico abbia mai potuto leggere sino ad ora. Un tono leggero e colloquiale fornisce la giusta intenzione a queste che sembrano pagine estrapolate direttamente da un diario personale, un vademecum aggiornato coi momenti salienti di una vita consacrata al pallone, alla musica, ai Pavesini e a Teo che fa breccia nel cuore del lettore a ritmi e accenti anche molto diversi fra un racconto e un altro, e che rende questo stesso consapevole di quanto la vita possa sorprenderti in modi che neanche riusciremmo a immaginare se non ci fosse qualcuno, come Sergio, deciso a raccontarcelo senza tralasciare alcun dettaglio al gioco del caso e dell’immaginazione.

Consiglia