Concorso Regione Campania, De Luca: ‘Tra giugno e luglio 2.300 giovani a lavoro’


Il presidente della Regione Campania è apparso in una diretta Facebook per fare il punto della situazione sull'emergenza Coronavirus e soprattutto sui provvedimenti dell'amministrazione regionale per far ripartire l'economia. Tra gli argomenti trattati dal governatore anche quello del Concorso per la Regione Campania: De Luca ha annunciato che, tra giugno e luglio, 2.300 giovani inizieranno i tirocini.
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Lavoro, Trenord assume: si cercano operatori di biglietteria e assistenti commerciali


Offerta di lavoro in Trenord, l'azienda che gestisce il trasporto ferroviario regionale in Lombardia. Si cercano 20 figure professionali da inserire nella direzione commerciale con mansioni di vendita nelle biglietterie e assistenza commerciale alla clientela. Chi è interessato può inviare la candidatura entro mercoledì 27 maggio: ecco i requisiti e tutte le informazioni.
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Agricoltore schiacciato dalle ruote del trattore a Verolavecchia: portato in ospedale in elicottero


Grave incidente sul lavoro a Verolavecchia, in provincia di Brescia. Un uomo di 67 anni, di professione agricoltore, è stato investito dal suo stesso trattore per cause da accertare mentre si trovava in un campo. Il 67enne è stato soccorso dal 118 e trasportato in elicottero in gravi condizioni agli Spedali civili di Brescia.
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Come sopravvivere alla giungla di Zoom

Tra smartworking e webinar, la tecnologia sta cambiando il nostro modo di lavorare e il lavoro stesso. Per questi motivi, e per evitare di affogare in un mare così torbido, è importante imparare a fare fruttare anche le più lunghe e tediose videoconferenze.

Tante sono state e tante continueranno a essere le problematiche relative alla diffusione del Covid-19 e dell’impatto che questo sta avendo e avrà sul futuro delle nostre vite.

Tra queste abbiamo a lungo sentito parlare dello smart working, di questo nuovo approccio lavorativo che poi, per alcune realtà, tanto nuovo non era.

Lavorare da casa ha costituito un vantaggio per tanti, basti pensare ai neogenitori o a tutte quelle persone che dovevano percorrere molti chilometri per raggiungere il proprio luogo di lavoro; invece, per altri aspetti, soprattutto legati all’uso delle nuove tecnologie, lo smart working sta diventando una spada di Damocle che pende sulle teste di tutti coloro che, fortunati, possono vantare ancora un lavoro stabile in un periodo così incerto.

COSÌ È CAMBIATA LA COMUNICAZIONE INTERNA

Costantemente connessi, in dovere di rendere conto a tutti i messaggi Whatsapp, le chiamate e le mail che riceviamo, la star indiscussa del lavoro da remoto è certamente la piattaforma Zoom. Sistema che, alla fine dello scorso anno, aveva ospitato 10 milioni di utenti e che oggi ne conta 200 milioni. Una conseguenza prevedibile date le potenzialità della piattaforma, talmente versatile da poter essere usata per brevi call interne o per webinar più ampi garantendo una efficace interazione tra relatori e pubblico.

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Ad aver reso famosa la piattaforma nel corso di questa pandemia, però, non sono state le sue potenzialità, ma i rischi che rappresenta. Infatti, Zoom sembra aver avuto parecchie problematiche legate ai cyber attacchi che, per forza di cosa, sono diventati sempre più frequenti: i criminali della quinta dimensione seguono sempre il denaro oggi facilmente reperibile visto il crescente numero di utenti da poter convincere a cedere credenziali e scaricare maleware. Ma al di là delle critiche relative ai temi di sicurezza della Rete, che certamente sono cospicui e necessitano di essere affrontati al più presto, le piattaforme – Zoom, come anche le più famose Teams di Microsoft o Webex di Cisco, la più antica Skype o le più nuove come Bluejeans – hanno radicalmente sconvolto il nostro modo di lavorare e la comunicazione all’interno dell’azienda.

MANTENERE L’ATTENZIONE È DIFFICILE

Le riunioni hanno assunto un connotato diverso e, talvolta, permettono addirittura di riscoprire lati caratteriali nascosti di colleghi che conosciamo da anni. Nonostante questi sistemi digitali abbiano semplificato il lavoro e le agende di molti manager, nella realtà, spesso, mantenere la concentrazione nel corso di una videoconferenza risulta essere molto difficile. Dopo 10 minuti, in una call in cui spesso partecipano molte più persone del dovuto, si perde l’attenzione e si comincia a vagare con la mente e con gli occhi all’interno della propria casella di posta elettronica. Insomma, con troppa frequenza, alla fine dell’incontro ci si ritrova ad aver perso molto tempo e ad aver recuperato qualche mail in più. Questo è dovuto al fatto che, come spiega molto bene un articolo dell’Harvard Business Review, il ruolo degli ascoltatori viene sottovalutato in questo nuovo contesto comunicativo e nel video si perdono tutti i principi imparati nei corsi di public speaking relativamente alla gestualità, all’uso dello sguardo, alla postura, al dress code.

ATTENTI ALL’EFFETTO RINGELMANN

I partecipanti a una riunione virtuale sono spesso soggetti al cosiddetto “Effetto Ringelmann”. Nel 1913, Max Ringelmann, un ingegnere architettonico francese, chiese a una squadra di persone di tirare una corda. Chiese poi a singoli individui – separatamente – di tirare la stessa corda notando che, quando le persone lavoravano come individui, si sforzavano di tirare più di quando lavoravano in squadra. Insomma, più grande è il gruppo, minore è la responsabilità che ogni individuo sente nei confronti dei suoi colleghi e degli obiettivi della squadra. Dunque, poiché come accennavo prima spesso nelle conference call ci sono molte più persone del dovuto, questo può far sì che le persone si sentano meno motivate ad ascoltare e a partecipare: meno ci si sente necessari e più ci si sente lontani dal perseguimento di una causa comune, più ci si distrae.

LA PERDITA DI FOCUS E LE CONSEGUENZE SUL RENDIMENTO

Aumenta così la distrazione e aumenta il senso di fallimento e inutilità nei dipendenti che partecipano alle riunioni senza sentirsi parte costitutiva di un progetto. La perdita di focus sugli obiettivi può avere, quindi, conseguenze drammatiche, non solo sulla psicologia dell’individuo, ma sul rendimento dell’azienda stessa. Per questi motivi è necessario che i leader trovino e insegnino ai propri dipendenti a mettere a frutto queste videoconferenze, valutandone criticamente la necessità, l’utilità e gli obiettivi da raggiungere. L’effetto Ringelmann, infatti, si può ridurre seguendo alcune regole per la comunicazione efficace

ASCOLTO ATTIVO E DEFINIZIONE DI UNO SCOPO

Ascoltare quello che dicono i colleghi e i presenti alla call è essenziale per dare un taglio concreto alla conversazione e mettere a frutto il tempo a disposizione. A volte i partecipanti intervengono per esprimere il loro punto di vista senza prima ascoltare o riconoscere ciò che è stato appena detto. In risposta, quindi, le persone tendono a ripetere i punti espressi rallentando così tutta la riunione e dando vita a una conversazione disarticolata e frustrante. Questa dinamica viene amplificata in una riunione virtuale, dove le persone spesso parlano l’una sopra l’altra. Dunque, un ascolto attivo che renda gli altri partecipi e coinvolti in quello che state dicendo, aiuterà certamente a evitare inutili perdite di tempo. Focalizzarsi e ripetere i punti chiave è centrale per coinvolgere l’attenzione degli interlocutori e, per fare ciò, è importante arrivare preparati con domande e osservazioni preconfezionate. Queste indirizzeranno la conversazione e consentiranno di arrivare a conclusioni efficaci nel minor tempo possibile.

FATE DOMANDE E UNITE I PUNTINI

Altri due aspetti fondamentali per evitare di fare un buco nell’acqua è quello di non vergognarsi nel fare domande. La mancanza di gestualità, problemi di connessione e toni di voci poco calibrati possono confondere le idee rispetto a ciò che state sentendo. Chiedete. Chiedete sempre. Non solo per focalizzare nuovamente l’attenzione sul tema cruciale della videoconferenza, ma per evitare di chiudere la chiamata senza aver colto il senso di quello che è stato detto. Una volta aver posto le domande giuste, sarà importante che, a fine call, uniate i puntini di quanto detto. Appuntate su un quaderno le informazioni principali con i nomi delle persone che le hanno riportate e riflettete su quanto sentito. In questo caso più che mai, le riflessioni post-riunioni sono importanti per dare un senso al tempo investito.

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In conclusione, seppur le nuove tecnologie sembrano aver complicato alcuni aspetti lavorativi, è importante adottare subito un nuovo approccio che ci consenta di sfruttare al meglio la tecnologia e il nostro tempo. D’altronde, siamo sempre in un periodo di crisi e tutte le crisi, si sa, comportano cospicui cambiamenti di rotta e visione.

*Professore di Strategie di Comunicazione alla Luiss di Roma

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Fine del lockdown, tornano gli infortuni sul lavoro: “Sicurezza non si riduca a mascherine e guanti”


Con la fine del lockdown e la graduale ripartenza delle attività lavorative sono tornati purtroppo anche gli incidenti sul lavoro. "L'emergenza Covid rimette al centro il tema della sicurezza sul lavoro come mai era stato negli ultimi anni - dice a Fanpage.it Enzo Greco, responsabile sicurezza Cgil Milano -. Ma la cultura della sicurezza non si può tradurre solo nella mascherina e nei guanti. C'è una malattia che ci accompagna da lontano che si chiama morti sul lavoro, e che non viene combattuta con mascherine e guanti".
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Bernareggio, operaio precipita per 7 metri da una gru: è gravissimo


Due gravi incidenti sul lavoro in Lombardia nel giro di mezz'ora. Dopo l'operaio rimasto con una mano incastrata in un macchinario nel Varesotto, un uomo di 53 anni è precipitato per circa 7 metri a Bernareggio, in provincia di Monza e Brianza. L'operaio stava lavorando su una gru in un capannone: è stato intubato e trasportato in elicottero all'ospedale di Niguarda. Le sue condizioni sono critiche.
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Incidente sul lavoro in una ditta di tessuti a Mornago: amputate le dita di una mano a un operaio


Un uomo di 51 anni ha perso le dita di una mano mentre si trovava in una ditta di tessuti a Crugnola, frazione del comune di Mornago in provincia di Varese. L'arto del 51enne sarebbe rimasto incastrato in un macchinario: l'uomo è stato soccorso in codice rosso. Sull'incidente, avvenuto nella ditta Eusebio, indagano i carabinieri di Gallarate.
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Milano, incidente nella prima giornata di riapertura dei cantieri: operaio precipita, è gravissimo


Grave incidente sul lavoro a Milano nella prima giornata di ripresa delle attività per la 'fase due'. Un operaio di 32 anni è ricoverato all'ospedale di Niguarda dopo essere precipitato da un ponteggio a dieci metri di altezza mentre lavorava in un cantiere edile. È stato soccorso in codice rosso, le sue condizioni sono gravissime.
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Val Seriana, le fabbriche già al lavoro prima del 4 maggio: “Preoccupati, ma bisogna riprendere”


Primo maggio, festa del lavoro. Un lavoro che in Val Seriana, uno dei territori della Bergamasca più colpiti dal coronavirus, in molti casi è già ripreso prima del 4 maggio, data indicata dall'ultimo Dpcm per la ripresa dell'attività produttiva in tutta Italia. Tante le fabbriche già aperte, come documentato da Fanpage.it: tra queste vi sono anche attività che non sembrano proprio essenziali, come una ditta che lavora componenti per la barca a vela Luna Rossa. Tra i lavoratori prevale lo stesso sentimento: "Siamo preoccupati, ma prima o poi bisogna riprendere".
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Milano, chiudono due negozi di H&M, 80 lavoratori a rischio: “Crisi pre-covid, ora colgono l’attimo”


H&M chiuderà 8 negozi in tutta Italia. Due, storici, sono a Milano, dove circa 80 lavoratori attendono di conoscere il proprio futuro. Il colosso svedese, i cui negozi sono chiusi per via del lockdown ma che non ha mai interrotto le vendite online, ha spiegato che i due punti vendita erano in sofferenza già da prima dell'emergenza Covid: "Il rischio è che qualcuno colga l'attimo per attuare licenziamenti e apparire anche meno condannabile e contestabile, visto che sono marchi che guardano molto all'immagine", ha spiegato a Fanpage.it la rappresentante di Filcams Cgil Milano, Roberta Griffini.
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Crolla la ricerca online di lavoro per il coronavirus: -39% a marzo

Un gruppo di economisti della Banca d'Italia spiega che il Google Index ha subito «un calo senza precedenti a seguito dell'epidemia».

Crollano le ricerche di lavoro attraverso internet a marzo a causa dell’epidemia di coronavirus e questo probabilmente mitigherà l’aumento del tasso di disoccupazione. Lo si legge in un articolo di economisti della Banca d’Italia che analizza gli effetti dell’attuale pandemia di Covid-19 sull’offerta di lavoro, concentrandosi sull’Italia, primo paese occidentale ad essere gravemente colpito. L’articolo analizza il Google Index (GI) su queste ricerche crollato a marzo del 39%. «Si rileva», si legge, «un calo senza precedenti della ricerca di lavoro a seguito dell’epidemia».

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Perché nel post-coronavirus potrebbe aumentare l’occupazione femminile

Statisticamente le donne sono colpite da una forma più lieve del virus. E ora dividono la cura dei figli e della casa con i partner. Questo, alla fine dell'emergenza, potrebbe fare loro guadagnare un nuovo ruolo nel mondo del lavoro.

Passata l’emergenza sanitaria l’Italia potrebbe ripartire dalle donne. Non si tratta solo di (più che legittime) rivendicazioni femministe ma di una possibilità concreta.

Statisticamente sono infatti le donne (almeno per ora) a essere colpite meno gravemente dal Covid-19. Secondo alcune stime, il rapporto è 2 a 8: ogni due donne ammalate di una forma grave o letale, ci sono otto uomini nelle stesse condizioni.

Viene dunque da chiedersi se alla riapertura delle attività produttive, il loro ruolo possa diventare via via più centrale.

Ipotesi, certo. Anche perché «sui motivi ufficiali di questo squilibrio numerico la scienza non ha ancora certezze», mette in chiaro il dirigente di malattie infettive dell’ospedale Amedeo di Savoia di Torino, Giovanni Di Perri. «Una delle ipotesi più accreditate», spiega a Lettera43.it, «tira in causa gli ormoni femminili chiamati estrogeni. Il danno polmonare provocato dal Covid-19 è immunomediato, ovvero deriva da una nostra aggressione alle cellule infette del polmone. In generale gli estrogeni producono una risposta immunitaria maggiore rispetto agli ormoni maschili e questo determina una minore possibilità di sviluppare quadri gravi in caso di contagio da coronavirus».

ITALIA FANALINO DI CODA IN EUROPA PER L’OCCUPAZIONE FEMMINILE

A prescindere dalla causa di questa tendenza, questa incidenza se confermata potrebbe determinare cambiamenti significativi nel mondo del lavoro. Nel nostro Paese soprattutto. A livello europeo, come ricordava Lavoce.info, l’occupazione femminile (nella fascia d’età 20-64 anni) è al 67,3%, mentre quella maschile è pari al 79%. In cima alla classifica la Svezia con l’80% mentre l’Italia è al penultimo posto con il 53,1%. Ben al di sotto della media Ue. Va meglio osservando il divario salariale, visto che un Italia il gap uomo/donna è del 5% contro il 14,8% europeo. Ma la strada da fare è ancora lunga.

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Il trend potrebbe cambiare? Forse, anche se come spiegato da Paola Profeta, docente di Scienze della Finanza alla Bocconi di Milano, gli scenari possibili sono due, e il primo non è per nulla incoraggiante. «Se guardiamo alle passate crisi economiche a pagare il prezzo più alto perdendo il posto sono state soprattutto le donne, occupate spesso in settori instabili, con posizioni precarie o contratti meno tutelanti. Il rischio quindi è che la storia si ripeta».

IL NUOVO RUOLO DEGLI UOMINI NELLA VITA FAMILIARE

Detto questo, però, ricorda Profeta «dopo grandi choc, si sono sempre compiuti veloci passi avanti nel campo dei diritti e potrebbe accadere anche nel prossimo futuro». Non è affatto scontato però, dipende dalla gestione della fase di emergenza acuta che stiamo vivendo. «Sulle donne pesa la maggior parte del lavoro casalingo e della cura delle persone», ricorda l’economista. «Adesso però, la presenza fissa di molti uomini tra le mura domestiche potrebbe essere l’occasione per dividere davvero le incombenze e azzerare uno squilibrio di genere consolidato da secoli. Se ciò avvenisse le donne potrebbero guadagnare maggiore spazio extra familiare da dedicare anche alla carriera. Se invece la chiusura delle scuole e l’assenza di aiuti esterni non farà altro che appesantire il loro carico quotidiano avremo perso un’enorme occasione di crescita».

MAGGIORI SALARI E AVANZAMENTI DI CARRIERA

Oltre alla famiglia però anche le aziende dovranno fare la loro parte. «Assolutamente, e se ciò si verificasse non sarebbe altro che un’ulteriore conferma di quanto sia prioritaria una maggiore valorizzazione delle donne, soprattutto in termini salariali e di possibilità di avanzamento di carriera», conclude Profeta. «È già dimostrato si ammalano meno rispetto ai colleghi e quindi, anche sotto questo punto di vista, rappresentano un valore aggiunto sia per l’azienda che per il sistema economico italiano nel complesso».

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La disoccupazione in Italia è leggermente calata a febbraio

I dati arrivano dall'Istat e si riferiscono alla fase che immediatamente precedente l'emergenza sanitaria legata al coronavirus.

In Italia la disoccupazione risulta in leggero calo nel mese di febbraio. I dati arrivano dall’Istat e si riferiscono alla fase che immediatamente precedente l’emergenza sanitaria legata al coronavirus.

IL TASSO SI ATTESTA AL 9,7%

Il tasso si attesta al 9,7% (-0,1 punti), stabile quello giovanile al 29,6%. Un risultato che deriva dalla diminuzione delle persone in cerca di lavoro (-0,7% pari a -18 mila unità) che nell’ultimo mese coinvolge le donne (-3,2%, pari a -39 mila unità) e gli over35, mentre tra gli uomini (+1,7%, pari a +22 mila) e tra i giovani fra i 15 e i 24 il numero delle persone in cerca di occupazione è in aumento.

L’OCCUPAZIONE È RIMASTA STABILE

L’occupazione, nel mese di febbraio, è invece rimasta stabile. Il tasso al 58,9% è il risultato dell’aumento lieve registrato tra le donne (+0,1%, pari a +12 mila), tra i dipendenti a termine (+14 mila) e tra i giovani nella fascia d’età 15-24 (+35 mila). Cui però occorre sommare il calo tra gli uomini (-0,2%, pari a -22 mila), i dipendenti permanenti (-20 mila), gli autonomi (-4 mila) e gli over 35 (-44 mila). 

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Vademecum per richiedere e rinnovare i permessi di soggiorno durante l’emergenza coronavirus

Con la chiusura degli uffici immigrazione, molti lavoratori stranieri entrano in un limbo. Ecco cosa dice la normativa e quali sono le scadenze.

Il lockdown dell’intero Paese a causa dell’epidemia da coronavirus ha portato tutti noi a vivere una vita sospesa.

Chiusi i negozi, le industrie, le scuole, ma anche gli uffici pubblici, come l’Agenzia delle entrate. Congelati i pagamenti delle imposte, i mutui.

Ma non solo. Perché tra gli atti rimasti nel limbo ce ne sono alcuni che, per determinati soggetti, sono fondamentali per la propria permanenza sul territorio nazionale: parliamo ovviamente dei permessi di soggiorno, il cui mancato o tardivo rinnovo può portare a spiacevoli conseguenze, come l’ammenda o persino l’espulsione. Cosa succede adesso?

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NEL 2018 RILASCIATI 242 MILA NUOVI PERMESSI

Secondo i dati del 25° Rapporto sulle Migrazioni 2019 di Fondazione ISMU, nel 2018 sono stati rilasciati 242 mila nuovi permessi di soggiorno. Numero utile per capire le dimensioni del fenomeno e quali conseguenze può avere un eventuale rallentamento della macchina amministrativa. Peraltro, già due anni fa si registrava una riduzione dell’8% rispetto al 2017 dovuta al calo dei permessi rilasciati per motivi di asilo o umanitari, scesi da oltre 100 mila a meno di 65 mila (-36%), cui ha parzialmente contribuito il decreto legge del 4 ottobre 2018 n. 113, che abroga il permesso di soggiorno per motivi umanitari. Mentre risultano in crescita i permessi per lavoro, aumentati del 21%: nel 27% dei casi si è trattato di documenti con durata non superiore a sei mesi.

LA CHIUSURA DEGLI UFFICI IMMIGRAZIONE

Il ministero dell’Interno, con circolare numero 20359 del 9 marzo 2020, ha disposto la chiusura degli Uffici immigrazione delle questure. Il documento, come si vede, è piuttosto scarno e laconico. Non precisa infatti il periodo della sospensione straordinaria. Scelta voluta, forse, perché si può ipotizzare segua ormai le prescrizioni dei vari decreti del presidente del Consiglio.

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E proprio a due decreti legge emanati finora faremo riferimento per provare a capire come è regolamentata la materia adesso, tenendo in considerazione due aspetti: il venturo decreto legge annunciato il 24 marzo dovrebbe riordinare le disposizioni, quindi i punti di riferimento che useremo sono suscettibili di modifiche. Inoltre, i termini indicati potrebbero essere prorogati laddove l‘emergenza sanitaria non cessasse in tempi brevi. Infine, un’ultima precisazione sulla chiusura degli Uffici immigrazione: restano aperti gli sportelli cui presentare le richieste di riconoscimento della protezione internazionale (qui occorre però vedere come è disciplinato l’accesso a seconda dell’ufficio: potrebbe essere necessario prenotare telefonicamente un appuntamento per evitare assembramenti).

L’articolo 9 del decreto legge 2 marzo 2020, n. 9 (Procedimenti amministrativi di competenza delle Autorità di pubblica sicurezza), al primo comma recita: «A decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto, al fine di consentire la piena utilizzazione del personale della Polizia di Stato, sono sospesi per la durata di trenta giorni: a) i termini per la conclusione dei procedimenti amministrativi relativi al rilascio delle autorizzazioni, comunque denominate, di competenza del ministero dell’interno e delle Autorità provinciali e locali di pubblica sicurezza in materia di armi, munizioni ed esplosivi, esercizi di giochi e scommesse, agenzie di affari, fabbricazione e commercio di oggetti preziosi, istituti di vigilanza e investigazione privata, soggiorno degli stranieri, nonché dei procedimenti amministrativi concernenti le iscrizioni nei registri o negli elenchi previsti per l’esercizio di servizi di controllo nei luoghi di pubblico spettacolo e trattenimento o negli impianti sportivi». Il secondo comma: «I termini per la presentazione della richiesta di primo rilascio e del rinnovo del permesso di soggiorno previsti, rispettivamente, in otto giorni lavorativi dall’ingresso dello straniero nel territorio dello Stato e in almeno sessanta giorni prima della scadenza o nei sessanta giorni successivi alla scadenza».

PRATICHE CONGELATE PER 30 GIORNI A PARTIRE DAL 2 MARZO

Detto in termini meno burocratici, sono sospesi per 30 giorni (a partire dall’entrata in vigore del provvedimento, cioè il 2 marzo 2020 e per tutto il mese, quindi) i termini per la conclusione dei procedimenti che riguardano i permessi di soggiorno. Inoltre, viene stabilito che sono sospesi, sempre per il periodo di 30 giorni dal 2 marzo, i termini per presentare la richiesta di rilascio o di rinnovo del permesso di soggiorno o della dichiarazione della presenza. Il cittadino straniero dunque si trova in una situazione congelata e non incorre nelle sanzioni previste per non avere richiesto o rinnovato il permesso di soggiorno. Soprattutto, non potrà essere espulso perché si riconosce che il mancato rispetto dei termini non è imputabile al suo agire ma a cause di forza maggiore che hanno portato, come si anticipava, alla chiusura degli stessi uffici di competenza del Viminale.

SE IL PERMESSO È SCADUTO PRIMA DEL 31 GENNAIO

A questa domanda risponde il decreto legge n. 18 del 17 marzo 2020, al primo comma dell’articolo 103: «Ai fini del computo dei termini ordinatori o perentori, propedeutici, endoprocedimentali, finali ed esecutivi, relativi allo svolgimento di procedimenti amministrativi su istanza di parte o d’ufficio, pendenti alla data del 23 febbraio 2020 o iniziati successivamente a tale data, non si tiene conto del periodo compreso tra la medesima data e quella del 15 aprile 2020». Semplificando, per i permessi scaduti prima del 31 gennaio 2020 e per i quali era già stata avanzata richiesta di rinnovo vedranno il termine di definizione del procedimento slittare al 15 aprile.

SE IL PERMESSO È IN SCADENZA TRA IL 31 GENNAIO E IL 15 APRILE

Altra situazione è quella dei permessi che scadranno nel periodo dell’emergenza nazionale. La materia è regolamentata sempre dall’articolo 103, secondo comma: «Tutti i certificati, attestati, permessi, concessioni, autorizzazioni e atti abilitativi comunque denominati, in scadenza tra il 31 gennaio e il 15 aprile 2020, conservano la loro validità fino al 15 giugno 2020». Quindi, i permessi di soggiorno in scadenza tra il 31 gennaio ed il 15 aprile conservano automaticamente validità fino al prossimo 15 giugno, senza bisogno di timbri e certificati di altra natura.

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IL NODO DELL’EQUIPARAZIONE CON IL DOCUMENTO DI IDENTITÀ

C’è poi un aspetto che rischia di complicare la disciplina. L’articolo successivo, il 104, stabilisce infatti che: «La validità dei documenti di riconoscimento e di identità scaduti o in scadenza successivamente alla data di entrata in vigore del presente decreto è prorogata al 31 agosto 2020. La validità ai fini dell’espatrio resta limitata alla data di scadenza indicata nel documento». Ora, come sanno bene gli esperti della materia, si è dibattuto all’infinito se i permessi di soggiorno siano o meno documenti di identità, presentando i medesimi elementi essenziali (fototessera, timbro e rilascio da parte di un ente statale preposto, ecc…). Nemmeno la legge n. 132 del primo dicembre 2018 che ha equiparato i due documenti ha fugato tutti i dubbi. Qui il discrimine è più importante che mai, perché si potrebbe sostenere che i permessi di soggiorno scaduti o in scadenza dopo il 17 marzo 2020 (data dell’entrata in vigore del Dl 18 del 17 marzo) siano automaticamente prorogati fino a fine agosto.

NEL DUBBIO MEGLIO PRESENTARE DOMANDA ENTRO IL 16 APRILE

In attesa di chiarimenti è preferibile seguire la disciplina ad hoc indicata dall’articolo 103. Si potrebbe infatti obbiettare che se il legislatore avesse voluto dare un’unica disciplina, non avrebbe spalmato la materia su due diversi articoli che recano due termini diversi. Però è pur vero che il legislatore spesso è distratto e incoerente, soprattutto nei decreti d’urgenza. Perché la legge 132 del 2018 di fatto equipara i due documenti, qui nuovamente separati. Inutile filosofeggiarci troppo: per i documenti in scadenza tra il 31 gennaio e il 15 aprile e, quindi, anche per tutti quelli scaduti o in scadenza dopo il 17 marzo e teoricamente rientranti nella disposizione del 104, è consigliabile procedere inoltrando la richiesta dal 16 aprile prossimo. Salvo che in sede di conversione del decreto legge il parlamento non fornisca delucidazioni e, soprattutto, salvo ulteriori proroghe dei termini all’interno del periodo di emergenza nazionale.

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Catalfo firma il decreto: 600 euro ai professionisti delle casse di previdenza private

Il bonus andrà chiesto al proprio ente e sarà erogato a chi ha avuto redditi fino a 35mila euro o, tra 35 e 50mila, a chi abbia subito cali di attività di almeno il 33% nei primi tre mesi 2020.

Anche professionisti e autonomi iscritti alle casse di previdenza private avranno un indennizzo di 600 euro per il mese di marzo. La ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali, Nunzia Catalfo, di concerto con il ministro dell’Economia e delle Finanze, Roberto Gualtieri, ha firmato il decreto interministeriale che fissa le modalità di attribuzione del fondo per il reddito di ultima istanza. Il bonus andrà chiesto alla propria cassa e sarà erogato a chi ha avuto redditi fino a 35mila euro o, tra 35 e 50mila, a chi abbia subito cali di attività di almeno il 33% nei primi tre mesi 2020.

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Coronavirus, mercoledì 25 marzo sciopero dei metalmeccanici in Lombardia


Mercoledì 25 marzo scioperano i metalmeccanici della Lombardia per protestare contro il blocco delle attività lavorative "non essenziali" deciso dal governo come ulteriore misura per arginare l'epidemia di Covid-19. "Riteniamo che l’elenco sia stato allargato eccessivamente, ricomprendendovi settori che di necessario e di essenziale hanno poco o nulla", hanno scritto Fim, Fiom e Uilm in una nota.
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Coronavirus, lavoratori supermercati Iper in stato di agitazione: “Chiediamo chiusura di domenica”


Proclamato lo stato di agitazione per i lavoratori del gruppo Iper, che in Lombardia è proprietario di 17 tra ipermercati e superstore. I dipendenti, al lavoro senza sosta da ormai 4 settimane per garantire a tutti i cittadini un servizio essenziale come l'acquisto di generi alimentari in piena emergenza Coronavirus, chiedono la riduzione degli orari di apertura al pubblico e di chiudere i punti vendita almeno un giorno a settimana, di domenica, per garantire la sanificazione degli ambienti e il necessario riposo.
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In Francia sentenza storica: autisti Uber sono dipendenti

I giudici hanno riconosciuto che quello di un conducente che aveva lavorato per sei mesi con la piattaforma era un rapporto di lavoro subordinato.

La Gig economy cade un pezzo dopo l’altro. Ma non di fronte alla politica che spesso ha evitato di regolare le nuove attività economiche legate alle piattaforme online, ma a colpi di sentenze dei tribunali. Dopo che a gennaio la Corte di cassazione italiana ha definito quello dei rider lavoro subordinato, il 5 marzo è arrivata la Cassazione francese a dare ragione a un autista Uber che chiedeva di considerare il suo come un rapporto di lavoro dipendente. Una sentenza destinata con molta probabilità a condizionare anche le cause future.

La app di Uber
(Daniel LEAL-OLIVAS / AFP via Getty Images)

LA CAUSA DELL’AUTISTA CANCELLATO DOPO SEI MESI

Il caso portato di fronte alla corte di Cassazione francese è il ricorso da parte di un autista che ha usato la piattaforma di Uber dal 12 ottobre 2016, dopo aver affittato in leasing una vettura da una società anch’essa partner di uber, ma classificata ufficialmente come auto utilizzata per il trasporto dei taxi. Uber, spiega la sentenza del tribunale francese, ha disattivato il suo account dopo pochi mesi, nell’aprile del 2017. L’attività dunque è durata appena sei mesi. Ma dopo la disattivazione dell’account l’autista ha presentato una causa chiedendo alla società di ridefinire il rapporto come un rapporto di lavoro dipendente e quindi pagare la parte salariale ancora non corrisposta e anche l‘indennità di fine rapporto.

IMPOSSIBILE CREARSI LA PROPRIA CLIENTELA E SCEGLIERE LE CONDIZIONI DI LAVORO

Già la Corte di Appello aveva chiarito che diventare “partner” di Uber, come la società definsice i propri autisti, significa non poter decidere liberamente né sull’organizzazione del lavoro né sulla scelta della clientela, ma affidarsi quasi in toto alla piattaforma. Questo significa anche che l’autista non può crearsi una sua propria base di clienti, né di fissare termini e condizioni per il proprio servizio di trasporto.

Il logo di Uber su uno smartphone. (Peter Summers/Getty Images)

UBER DÀ ISTRUZIONI, SUPERVISIONA E IMPONE SANZIONI

Le tariffe, in particolare, sono decise da un algoritmo che le collega a un particolare percorso e nel caso in cui l’autista decida per una strada considerata dall’algoritmo meno efficiente allora vengono ritoccate. Secondo i giudici questo prova che Uber fornisce istruzioni al dipendente e che supervisiona la sua attività. Infine, il nodo che ha portato all’interruzione dell’attività dell’autista: la piattaforma può cancellare l’account di un driver dopo un certo numero di richieste di corsa non accettate. Dopo tre proposte di corsa a cui l’autista non risponde, viene inviato il messaggio “Sei ancora lì?”. E a questo punto se non vuole accettare le richieste, viene invitato a disconnettersi dalla piattaforma. La piattaforma può imporre disconnessioni temporanee o anche cancellazioni tout court. Possibilità che nella cornice del diritto del lavoro generale corrispondono al potere di sanzionare o licenziare il lavoratore.

UNA CAUSA DI APPENA 3MILA EURO CHE CAMBIA TUTTO

Tutto questo ha portato la Corte a definire quello dell’autista «un’attività fittiziamente indipendente» e a condannare Uber a pagare 3mila euro all’autista, oltre alle spese legali. Ma Uber ha perso molto di più in questa causa da poche migliaia di euro e per sei mesi appena di lavoro, cioè la possibilità di operare fuori dai termini del diritto del lavoro francese applicato alle aziende con lavoro subordinato. Ora tutti i suoi autisti possono rifarsi alla sentenza e essere considerati lavoratori dipendenti. E questa decisione avrà certamente eco anche fuori dai confini della République.

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Gli ingredienti del successo? Ambizione, tecnologia e design thinking

Voler migliorare la propria posizione non significa essere arrivisti. Ma per riuscirci occorrono competenze tecnologiche e soprattutto un pensiero creativo. Dal manager al dipendente. Il raggiungimento degli obiettivi è assicurato.

Siamo abbastanza ambiziosi? Questa la domanda che ognuno di noi dovrebbe porsi nel corso della propria carriera.

È terminato il tempo in cui era possibile vivere la propria professione alla giornata: oggi un buon lavoro necessita di progettualità, visione ed energia.

Questa progettualità, se accompagnata da una buona dose di ambizione, può certamente apportare benefici alla carriera professionale di ognuno. Ma che cos’è l’ambizione e perché, così spesso, la boicottiamo?

Vittima di un’incomprensione tutta italiana, l’ambizione viene spesso percepita, nel nostro Paese, come un sentimento negativo, connotato da poca eticità e trasparenza. Spesso confusa con l’arrivismo, l’ambizione rappresenta, al contrario, quel mix positivo di determinazione e intraprendenza che rappresenta l’unico modo per garantire un futuro alla propria carriera.

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Un buon professionista, per soddisfare la propria ambizione e garantire il proprio successo, deve tenere sempre a mente, non solo gli obiettivi prefissati, ma i mezzi attraverso i quali intende raggiungerli. Avere una visione progettuale propedeutica al raggiungimento dell’obiettivo prefissato è essenziale per portare a casa il risultato e questo, i professionisti di domani, devono tenerlo bene a mente. Questi, infatti, si troveranno a competere in un mondo sempre più internazionale, caratterizzato da profonde perturbazioni tecnologiche.

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Per questi motivi, leader, ceo e manager dovrebbero investire, non solo nelle nuove tecnologie, ma nell’utilizzo di processi innovativi, come il design thinking. Molte aziende, guidate da manager molto ambiziosi, ma poco lungimiranti, commettono l’errore di concentrarsi troppo sui soli costi e di ignorare il potenziale delle tecnologie e di metodi innovativi per generare nuovi ricavi. La sfida del mondo lavorativo risiede, dunque, nel soddisfare l’ambizione intrinseca in ogni professionista, sfruttando al meglio le nuove tecnologie e metodi di gestione aziendale innovativi e dinamici che contrappongano alla visione aziendale standard, la propria incentrata sulle persone.

LA RIVOLUZIONE DEL DESIGN THINKING

Come dimostrato fino a ora, nel mondo del lavoro odierno, i dipendenti non solo devono essere “skillati”, determinati e ambiziosi, ma devono essere i protagonisti dei processi aziendali. Con l’avvento del digitale, il dipendente assume un ruolo sempre più rilevante all’interno dell’azienda e, conseguentemente, anche i modelli organizzativi e di gestione del lavoro devono adattarsi a questi cambiamenti. Per questi motivi, un approccio ispirato al design thinking può rappresentare una valida soluzione. Il design thinking è una metodologia manageriale sviluppata a Stanford e poi diffusasi rapidamente in Usa, Canada e in gran parte d’Europa che, attraverso lo sviluppo del pensiero creativo condiviso tra i dipendenti, aiuta le aziende a prendere decisioni spesso difficili, appagando e, soprattutto, indirizzando il sentimento di ambizione. 

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Le aziende, per adattare i propri obiettivi alla mutevolezza del contesto in cui viviamo, dovrebbero infatti acquisire una profonda comprensione del contesto in cui ogni dipendente svolge il proprio lavoro. Per fare questo, è necessario rivoluzionare il modo di concepire l’attività dei dipendenti, rendendoli partecipi, come suggerito dai metodi di design thinking, della riprogettazione dei loro ruoli, attraverso un approccio coordinato e collaborativo. Il processo di design thinking si sviluppa, infatti, in cinque fasi, due delle quali caratterizzate dal “pensiero creativo” che permette loro di disegnare i futuri scenari dell’azienda in maniera innovativa e pragmatica. Proprio questo pensiero creativo, quando supportato da un desiderio intrinseco di successo, può apportare notevoli vantaggi e successi aziendali. Lasciare che creatività e ambizione guidino i propri processi aziendali rappresenta una strada innovativa da cui si possono derivare successi inaspettati. 

LA CHIAVE È LA DIMESTICHEZZA CON LE TECNOLOGIE

L’ambizione e la creatività devono, però essere accompagnati da una elevata dimestichezza delle nuove tecnologie che permetta alle aziende di essere sempre competitive sul mercato e che permetta di incrementare le skill dei propri dipendenti. A livello manageriale, i processi creativi di design thinking possono servire ad aggiornare le proprie competenze, aprendo nuovi scenari e orizzonti. Le ricerche pubblicate dal Mckinsey Quarterly di questo mese rivelano la portata dell’impatto delle nuove tecnologie sui lavoratori. Le statistiche mostrano infatti che, entro il 2030, fino al 30-40% di tutti i lavoratori dei Paesi sviluppati potrebbe avere bisogno di cambiare lavoro o almeno di migliorare significativamente le proprie competenze. Le ricerche suggeriscono, inoltre, che i lavoratori qualificati diventeranno ancora più rari.

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Per questi motivi, intraprendere nuove strade che permettano non solo di tenere i professionisti al passo con i tempi ma di incrementare creatività e ambizione, è necessario per garantire la sopravvivenza dell’azienda stessa. Essere ambiziosi significa essere curiosi, attenti, stare al passo con i tempi e lasciarsi contaminare dall’ambiente esterno. Per questi motivi, i professionisti più ambiziosi non hanno problemi a incrementare e aggiornare le proprie competenze. Non è un caso che grandi aziende lungimiranti si siano già mobilitate su questo tema. Ad esempio, Amazon, il colosso statunitense di vendita online, ha recentemente promesso 700 milioni di dollari per la riqualificazione di 100 mila dipendenti per lavori più specializzati nel campo della tecnologia. 

LA RICETTA PER IL SUCCESSO

In conclusione, è necessario ripensare il concetto di ambizione come fulcro dell’attività professionale di ognuno di noi. Dal manager al dipendente, tutti devono essere in grado di approcciare in maniera creativa, determinata e intraprendente il proprio lavoro e alle difficoltà che questo pone. Se l’ambizione è accompagnata da metodi di gestione aziendale innovativi e dall’uso efficace delle nuove tecnologie, il raggiungimento degli obiettivi aziendali è pressoché assicurato.

*Professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma

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Crisi Euronics-Galimberti, busta paga magrissima per 250 lavoratori: “Così non si può vivere”


Continua l'odissea per i 258 lavoratori del gruppo Euronics-Galimberti, dichiarato insolvente a metà gennaio dal tribunale di Milano. I dipendenti, oltre a non aver ricevuto tredicesime e quattordicesime negli ultimi due anni, si sono visti accreditare solo parte dello stipendio di gennaio."Il disinteresse dimostrato verso lavoratori e lavoratrici da parte della proprietà è inquietante", hanno dichiarato Mario Colleoni e Danilo D’Agostino della Filcams Cgil Lombardia e Milano, che hanno chiesto un'audizione urgente in Regione Lombardia per garantire la continuità lavorativa a tutti i dipendenti del gruppo.
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Il progresso? Robot al lavoro e umani col reddito di cittadinanza

Siamo al paradosso della produttività: abbiamo tecnologie straordinarie ma l'economia non cresce. Bisogna ridiscutere i dogmi: usare i computer per sostituire gli uomini e remunerare questi ultimi anche se sono disoccupati. La società civile sarebbe pronta ad accettarlo?

I robot rubano il lavoro alle persone: è questo che genera la rabbia sociale su cui campano i populisti? O è forse l’assenza di cambiamento, l’ascensore sociale fermo, la lotta di classe irrealizzabile come suggerisce il film vincitore dell’Oscar (e della Palma d’oro a Cannes) Parasite?

BOOM DI TRASFORMAZIONI TRA IL 1800 E IL 1900

Un uomo fortunato, nel Medioevo, possedeva un cavallo, cucinava sul camino e non disponeva di acqua corrente o luce elettrica. Una condizione che fin quasi alla fine del 1800 era ancora grosso modo uguale: secoli trascorsi senza sostanziali variazioni dello stile di vita. Ma da lì, in meno di 100 anni, a metà del 1900, il mondo si è completamente trasformato: le persone hanno cominciato a comunicare col telefono, accendere la luce con un interruttore, spostarsi in auto e persino volando, conservare i cibi nel frigorifero e cucinare sui fornelli a gas, in città piene di grattacieli.

ELEMENTI CHIAVE: ELETTRICITÀ E MOTORE A SCOPPIO

In un relativamente breve arco di tempo è cambiato tutto, tutto ciò che non è cambiato per secoli. E la maggior parte di questi cambiamenti derivano da due cose fondamentali: l’elettricità e il motore a scoppio. Il contributo di entrambi alla produttività è stato determinante a generare una svolta.

LA CRESCITA DELLA PRODUTTIVITÀ MISURA IL PROGRESSO

E la crescita della produttività è il modo in cui la società nel suo complesso migliora. La crescita della produttività è quello che chiamiamo il progresso: trattori a motore sostituiscono i cavalli, il cibo diventa più abbondante, la gente comune può permettersi case più grandi e confortevoli. Con la stessa quantità di lavoro, c’è più “roba”. E di miglior qualità.

NEGLI ANNI 90 LA SPINTA DI COMPUTER E INTERNET

E allora guardiamo alla dinamica della produttività globale: cresce costantemente negli Anni 50 e 60, poi rallenta negli Anni 70 e 80, ma ritrova una grande spinta negli Anni 90 grazie alla diffusione dei computer. E, subito dopo, grazie a internet. Dopo l’energia elettrica e il motore, i pc sono una nuova tecnologia di uso generale, capace di avere effetti su svariate altre attività.

DAL 2004 QUALCOSA SI È INCEPPATO

Tutto ha continuato a procedere bene, fino al 2004, quando la crescita della produttività si è bloccata. Da allora sono successe molte cose, alcune hanno stravolto l’orizzonte economico e/o geopolitico. Ma la produttività globale non ha cambiato traiettoria. Si è parlato molto di aumento delle disuguaglianze, dell’idea che la torta economica non viene divisa equamente. Ma forse all’origine di tutto sta il fatto che la torta cresce a malapena. E questo avviene perché la crescita della produttività è molto lenta.

EPPURE ABBIAMO L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE E IL CLOUD

Questo fenomeno è noto come paradosso della produttività: disponiamo di una tecnologia straordinaria – i robot, l’intelligenza artificiale, il cloud – che dovrebbe renderci più produttivi. Ma quando si guardano i numeri dell’economia globale, tutta quella tecnologia non sembra affatto efficace.

DIFFICILE MISURARE CORRETTAMENTE I SERVIZI

Potrebbe essere che stiamo misurando in modo non corretto la produttività: visto che è la produzione per lavoratore all’ora, è più facile misurarla quando le persone stanno, per esempio, costruendo automobili. Ma oggi l’economia globale è principalmente un’economia di servizi, come si misura la produttività di un consulente, di un professionista o di un infermiere?

I RADICALI STRAVOLGIMENTI SI SONO FERMATI

Forse il punto è che dopo gli stravoglimenti avvenuti fra l’ultima parte del XIX secolo e la metà del XX secolo, il salto successivo (dal 1950 a oggi), non presenta le stesse radicali trasformazioni: escludendo la computerizzazione che ormai è ovunque (persino nelle nostre tasche), il resto è cambiato ben poco. Le case continuano ad aver le stesse funzionalità, dall’acqua corrente al frigorifero, la sola novità disponibile dal 1950 a oggi è il forno a microonde. Le auto probabilmente sono un po’ più sicure e hanno il navigatore satellitare, ma somigliano certo alle auto del 1950 molto più di quanto queste non somigliassero alle carrozze a cavallo.

STOP ALLE INNOVAZIONI DOPO UN DECENNIO INCREDIBILE

Metropolitane e grattacieli esistevano già allora: le città non hanno subito nessuna vera ulteriore rivoluzione. Il mondo, tutto sommato, non è cambiato così tanto negli ultimi 70 anni, di certo non come nei 70 anni precedenti. I computer e internet ci hanno regalato un decennio incredibile, ma di vere innovazioni, da allora, non se ne sono viste.

NUOVE APP, MA GLI SMARTPHONE C’ERANO GIÀ

Certo, tantissime cose si stanno digitalizzando e trovano “spazio”, attraverso una app, nel nostro smartphone, ma anche gli smartphone risalgono agli Anni 90. Le persone non vivono in maniera così diversa da 70 anni fa. Che sia su un aereo, o dentro un hotel, gli esseri umani fanno più o meno le stesse cose, e anche nel quotidiano vanno in ufficio, in auto o coi mezzi, vanno dal medico, dal dentista, dal veterinario, nei negozi e nei ristoranti.

PERÒ LA DISOCCUPAZIONE È AI MINIMI…

Forse il punto vero è che se permettessimo a robot e computer di sostituire gli esseri umani in tutti gli ambiti in cui potrebbero, allora avremmo quell’aumento di produttività che sembra negato dal paradosso. Invece la disoccupazione è ai minimi storici negli Usa e sta migliorando da tempo anche in tutta Europa. Disponiamo di tecnologie favolose, ma scegliamo di non usarle pienamente. D’altra parte cosa accadrebbe alla società civile se avessimo una altissima disoccupazione e una elevatissima produttività?

INDIVIDUI DA REMUNERARE ANCHE SE NON LAVORANO

Magari è questione di mettere in discussione i dogmi. Forse l’istinto che ci induce a considerare illogico, innaturale, una forma di reddito di cittadinanza andrebbe confrontato con queste considerazioni. Davvero la società necessita del lavoro degli individui per migliorare? E deve quindi riconoscere una remunerazione solo a coloro che lavorano? È lavorando che un cittadino contribuisce al progresso della sua civiltà?

SIAMO IN FASE DI CAMBIAMENTI LENTI

Per mille anni l’uomo ha vissuto combattendo le guerre con spade, frecce e cavalli, in case che fungevano solo da riparo per le intemperie, senza possibilità di conservare il cibo e con una mobilità limitata. Poi c’è stata una fase di grandi stravolgimenti, forse ci siamo illusi che fosse un cambio di passo definitvo, mentre forse è stata solo una eccezione e siamo solo tornati alla normalità dei cambiamenti lenti, non da cavallo a macchina, ma solo da un iPhone a un iPhone più sofisticato.

PRESTO, PRIMA DI UN NUOVO MEDIOEVO

Se fosse così, potrebbe essere socialmente un nuovo Medioevo, e allora varrebbe la pena di riconsiderare dal profondo le regole su cui si fonda la nostra società civile. Prima di farci l’un l’altro ciò che abbiamo mostrato di essere capaci di fare in quel periodo buio durato interi secoli.

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