Dopo il virus l’Ue rischia di essere demolita dalla rielezione di Trump

L'uomo che l'ex segretario di Stato Tillerson definì «un maledetto imbecille» può restare alla Casa Bianca fino al 2024. Mai da oltre 80 anni la posta in gioco per l'Europa era così alta: interscambio commerciale da record e credibilità difensiva sono in pericolo. L'unica speranza: che la pandemia distrugga a Donald l'arma elettorale dell'economia florida.

Non risulta che un altro segretario di Stato americano abbia mai definito il proprio presidente «un maledetto imbecille», ma lo faceva nel luglio del 2017 Rex Tillerson, l’amministratore delegato di ExxonMobil chiamato da Donald Trump sei mesi prima a dirigere la diplomazia americana.

COLUI CHE SI RITIENE A VERY STABLE GENIUS

Varie testimonianze, raccolte in un libro-ritratto su Trump intitolato A Very Stable Genius, autodefinizione coniata da Trump medesimo, e uscito nel gennaio 2020, confermano che Tillerson emise il suo verdetto subito dopo una lunga riunione al Pentagono, organizzata per dare al capo della Casa Bianca un quadro completo di che cos’era il sistema militare, di intelligence e diplomatico americano. A spiegarlo al presidente erano convenuti i massimi esponenti di quella che Ben Rhodes aveva definito con ironia the blob, la bolla, gente pensosa racchiusa in un mondo autoreferenziale e fasullo.

FORTE SPIRITO ANTI-EUROPEO

Rhodes, il principale consigliere diplomatico di Barack Obama assurto molto in fretta dal ruolo di speechwriter a quello di stratega, fu tra l’altro autore dell’illuso e illusorio discorso del Cairo sulle “Primavere arabe” (giugno 2009). E fu l’anima degli ondeggiamenti obamiani in politica estera, alla ricerca del nuovo che avanza, con scarso interesse per l’Europa ma neppure, va detto, lo spirito anti-europeo che anima Trump e i suoi più potenti e munifici sostenitori.

QUEL GIUDIZIO NETTO: «HE’S A FUCKING MORON»

«Io voglio vincere, e con gente come voi non andrò mai in guerra», diceva quel giorno del 2017 Trump a generali ammiragli diplomatici e grandi spioni, parole grosse per un renitente alla leva del Vietnam dette a una platea dove molti avevano combattuto davvero. «Siete degli ingenui e dei pupi». Gelo in sala. Tillerson fu l’unico a parlare. Da sempre fiero di avere un padre veterano del Pacifico e uno zio con tre turni in Vietnam, disse: «Non è vero. Signor presidente, lei sbaglia completamente». E alla fine, appena uscito Trump, il giudizio: «He’s a fucking moron», è un maledetto imbecille.

L’EUROPA SI GIOCA MOLTO, COME NEL 1952

Ma occorre essere realisti: a oggi, nonostante vari sondaggi, è possibile che sia lui ancora fino a tutto il 2024 il presidente degli Stati Uniti. Questo fucking moron si ripresenta fra 6 mesi per un rinnovo del mandato presidenziale e mai da oltre 80 anni l’Europa ha avuto una posta in gioco così alta in una elezione presidenziale americana. Ci fu qualcosa di simile nel 1952, non nel voto che oppose Dwight Eisenhower ad Adlai Stevenson per la successione ad Harry Truman, ma nella precedente scelta del candidato repubblicano, a lungo contesa a Eisenhower dall’isolazionista Robert A. Taft, contrario a suo tempo alla partecipazione americana nella Seconda guerra mondiale e – su questo la Storia lo ha in parte riabilitato – contrario a impegni americani in Vietnam. Aveva molti dubbi anche sulla Nato. Ed era, ma solo per questi aspetti e in un contesto e con motivazioni assai diverse, un precursore di Trump, al quale però non rassomigliava affatto quanto a stile e correttezza.

SISTEMA DI LEGAMI ECONOMICI SENZA PARI AL MONDO

L’Europa, tutta l’Europa compresi anche Svizzera e Norvegia che non fanno parte dell’Ue (i norvegesi sono però nella Nato) crea con gli Stati Uniti, e senza che il trumpismo sia riuscito a cambiarlo, un sistema di legami economici, interscambio di beni e servizi e investimenti incrociati assolutamente senza pari al mondo. L’interscambio dell’Ue con la Cina è nettamente inferiore a quello Ue-Usa e anche per gli Stati Uniti il primo mercato mondiale è in Europa, confermando così sul piano commerciale una realtà che dura da oltre un secolo. In più, è dal 1949 che la credibilità difensiva, in termini strategici, dei Paesi europei è affidata in toto o in parte all’ombrello Nato, cioè in modo rilevante agli Stati Uniti.

LA STRATEGIA DI DONALD: DEMOLIRE L’UE

L’importanza del voto presidenziale del 3 novembre 2020 sta nel fatto che Trump si muove come se questa realtà fosse solo un fastidio e andasse cancellata. Parte essenziale della sua strategia, se esiste oltre alle sue idiosincrasie e ai suoi istinti, è demolire l’Unione europea e questo fa parte di un disegno più ampio di demolire tutto quanto costruito dagli anni di Truman, e di Roosevelt se si fanno bene i conti, in poi. Ora, il mondo non resta fermo, gli Stati Uniti non sono più gli stessi, Mosca non ha più uno strumento ideologico come il comunismo per far avanzare la sua politica estera espansionistica, c’è la Cina di Pechino con le sue ambizioni e il suo potere. E soprattutto non c’è più da tempo negli Stati Uniti in politica estera quel consenso cosiddetto liberal che ha consentito a partire da Truman a 11 presidenti e mezzo (il mezzo è Obama che, pur essendo altra cosa da Trump, ne ha anticipato in politica estera alcune caratteristiche), di mantenere la “grande strategia” postbellica.

AZIONI ISPIRATE SOLO DALL’INTERESSE NAZIONALE

Molto è cambiato, ma non tutto. Il dibattito americano, vivacissimo anche in questi giorni, è fra chi dice che alcuni tratti vanno salvati a partire dal rapporto speciale con l’Europa e chi dice che il tutto va profondamente rivisto, senza più una “grande strategia” completa, solo azioni ad hoc ispirate dall’interesse nazionale, ma intese in senso lungimirante. Trump va ben oltre, e dice che sono tutte storie per “sciocchi e pupi”. Ancora il 22 aprile accusava gli europei, senza nominarli direttamente, di stare «a prendere in giro» gli Stati Uniti. Quanti americani sono con lui?

PENSIERO CHE DISCENDE DAL NAZIONALISMO PURO

Non si può certo liquidare l’uomo dicendo solo che è un imbecille e occorre ammettere che non viene dal nulla e rappresenta un filone di pensiero, o di istinto, ben presente da fine Ottocento, nazionalismo puro, e che si cristallizzò una prima volta subito dopo la guerra ’14-18. Allora i nazionalisti isolazionisti, che avevano combattuto contro l’ingresso in guerra del Paese nel 1917, riuscirono a far saltare per aria la diplomazia postbellica avviata da Woodrow Wilson e la sua Società delle Nazioni. Lo stesso filone isolazionista si arrese solo 20 anni dopo di fronte all’attacco giapponese di Pearl Harbour. E ha sempre contestato tutto o in parte l’edificio della politica estera bipartisan creato a partire dal 1947 sul piano strategico-diplomatico, e dal 1944 (Bretton Woods) su quello diplomatico-economico.

MA WALL STREET NON FU MAI ISOLAZIONISTA

In realtà Wall Street non fu mai isolazionista, e la finanza americana giocò da subito e pienamente le carte che la fine del dominio finanziario e monetario britannico le pose in mano a partire dal 1915, e fu in parte l’ispiratrice del grande disegno postbellico che, dal Piano Marshall (l’Europa di Bruxelles nasceva come iniziativa parallela al Piano) alla Nato a altro ha segnato i rapporti con l’Europa. Quell’Europa che molti esperti americani di politica estera continuano a definire “la perla” del sistema di alleanze americano, un sistema da valorizzare dicono, perché è quello che fa la differenza fra Washington da un lato e Pechino e Mosca dall’altro, queste ultime autocrazie senza particolari amici nel mondo.

PUÒ BATTERE BIDEN ANCORA CON I VOTI ELETTORALI

Trump potrebbe benissimo vincere come ha vinto nel 2016, tre anche quattro milioni di voti popolari in meno di Joe Biden, ma sufficienti voti elettorali che, nel sistema americano, sono come noto quello che conta. Ne 2016 furono sufficienti 80 mila voti popolari nei collegi giusti, con il Wisconsin come Stato-chiave seguito da Michigan e Pennsylvania. E ugualmente questi tre Stati saranno determinanti nel 2020. Trump ha alcuni punti di forza: la lealtà di molto voto repubblicano; l’appoggio della working class bianca, soprattutto gli uomini fra i 45 e i 65 anni; il fatto che Joe Biden, oltretutto quasi ottantenne, non è un trascinatore di folle; e infine i punti deboli di Biden in genere, tra cui la difficoltà per lui di raccogliere bene i voti della sinistra democratica, e le imprese manageriali azzardate di suo figlio Hunter, su cui Trump farà certo leva. Ha perso però l’asso nella manica di un’economia florida, e la pandemia evidenzia la debolezza della sua visione nazionalista.

RIPENSAMENTO DELLA STRUTTURA PRODUTTIVA AMERICANA

Biden, dicono vari esperti, dovrà puntare al voto della classe operaia, che è il suo ambiente familiare di origine, e puntare sulla pandemia per rovesciare il paradigma e convincere che solo i democratici possono avviare quel ripensamento della struttura produttiva americana che metta il Paese al riparo dagli eccessi di una globalizzazione di cui democratici e repubblicani insieme sono responsabili. Ci riuscirà? America first significa America alone.

EPPURE NEGLI ANNI 80 THE DONALD NON ERA AFFIDABILE

Prima di Tillerson, e senza usare parole esplicite come moron, molti altri sono arrivati alle stesse conclusioni su Donald Trump. Un episodio inedito risale ai primi Anni 80 e riguarda una delle storiche banche d’investimento di Wall Street, Brown Brothers Harriman&Co, sangue blu e a cavallo tra finanza e diplomazia. Un gruppo di giovani assunti da poco e freschi di business school stava lavorando alacremente al finanziamento di un’impresa immobiliare, quella di Donald Trump. Una mattina si trovarono sulla scrivania una lettera, firmata da alcuni partner, comproprietari cioè della Brown, in cui venivano ringraziati per l’impegno, ma anche avvertiti che la casa non gradiva fare affari con quel signore.

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Primarie democratiche Usa: Sanders appoggia Biden

Il senatore del Vermont, che si era ritirato dalla corsa, appoggia l'ex vicepresidente di Obama. Ma non tutta l'ala progressista dei dem è convinta. Warren in silenzio mentre Ocasio-Cortez detta le sue condizioni.

La sinistra del Partito democratico Usa comincia a fare quadrato intorno al futuro candidato alla Casa Bianca.

Anche Bernie Sanders, che l’8 aprile si era ritirato dalla corsa, ha dato il suo endorsement a Joe Biden, vincitore delle Primarie dem in Winsconsin che si sono tenute la scorsa settimana nonostante l’emergenza coronavirus.

L’APPELLO VIDEO DI SANDERS

«Sto chiedendo a tutti gli americani, a tutti i democratici, a tutti gli indipendenti, a un sacco di repubblicani, di unirsi in questa campagna per sostenere la tua candidatura, che io appoggio», ha dichiarato a sorpresa il senatore socialista in un video live condiviso a distanza con l’ex vicepresidente, per ragioni di coronavirus. «Non è un gran segreto che tu e io abbiamo differenze e non le ignoreremo», ha sottolineato Sanders, spiegando che i loro staff hanno discusso per settimane e stanno definendo delle task force per esaminare le aree politiche in cui le due anime del Partito democratico possono unirsi. La priorità, ha ammonito Sanders, è «rendere Donald Trump un presidente con un solo mandato». «Farò il possibile perché ciò accada», ha garantito.

Joe Biden, ex vicepresidente Usa e candidato dem.

MEGLIO EVITARE L’ERRORE DEL 2016

Biden lo ha ringraziato definendo il suo appoggio «molto importante». «Ho davvero bisogno di te, non solo per vincere la campagna ma per governare», ha aggiunto l’ex numero due di Barack Obama alimentando le speculazioni di un coinvolgimento del senatore nella sua amministrazione in caso di successo. Non però come vice, carica che ha promesso a una donna. La mossa di Sanders sembra voler prevenire anche eventuali critiche di un endorsement tardivo che possa compromettere le possibilità di vittoria, come accaduto con Hillary Clinton nel 2016.

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La deputata democratica Alexandria Ocasio-Cortez.

IL SILENZIO DI WARREN E LE CONDIZIONI DI OCASIO-CORTEZ

Ma non tutta l’ala progressista è pronta a seguire Sanders. Il silenzio più rumoroso resta quello della senatrice Elizabeth Warren, che non si è più espressa dopo il ritiro dalla corsa presidenziale, anche se il suo nome figura ancora tra le possibili vice. La giovane star dem Alexandria Ocasio-Cortez, pur volendo sostenere Biden nelle elezioni presidenziali, pone invece delle condizioni, per esempio proposte più radicali su Medicare e immigrazione. «Unità e unificazione non sono un sentimento, sono un processo. E ciò che spero non accada in questo processo è che ciascuno tenti di mettere sotto il tappeto politiche vere come una differenza estetica di stile», ha spiegato in una intervista al New York Times la deputata, popolarissima tra i millennials e i latinos, due bacini elettorali importanti per i dem. «L’intero processo di unificazione deve essere scomodo per tutte le parti coinvolte».

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Il coronavirus è l’unico vero avversario di Donald Trump

La disastrosa gestione dell'emergenza contagi e le bugie propinate agli elettori rischiano di danneggiare il tycoon nella sua corsa alla rielezione.

Seduto alla storica scrivania donata 140 anni fa dalla regina Vittoria al presidente Rutherford Hayes e fatta con le travi del veliero britannico HMS Resolute, il presidente Donald Trump ha parlato di coronavirus alle 21 di mercoledì 11 febbraio, 36 ore prima di annunciare l’emergenza sanitaria nazionale.  

Quello dell’11 marzo doveva essere un’occasione solenne, come sempre da 60 anni quando un presidente parla dalla “Resolute”. È stato invece il peggior discorso mai tenuto dall’attuale presidente, 11 minuti di frasi sbagliate, gaffe, e di plateale tentativo di adattare anche la gravissima situazione sanitaria alle necessità della sua campagna elettorale, e non il contrario.

Persino la Londra dell’anima gemella Boris Johnson lo ha smentito 24 ore dopo, dicendo che non farà come lui. Insomma, uno show disastroso, peggiorato il giorno dopo da una conferenza stampa in occasione di una visita di Stato subito diventata un bis sul coronavirus, e un bis di gaffe.

L’INCAPACITÀ DI TRUMP E I TONI PRESIDENZIALI DI BIDEN

Qualcuno sostiene negli Stati Uniti che l’incapacità di Trump di essere all’altezza della situazione, più un buon discorso dai giusti toni presidenziali tenuto invece sull’emergenza sanitaria il giorno dopo dal candidato democratico Joe Biden, hanno segnato la campagna elettorale. Può darsi, anche se la prudenza spinge a ritenere ancora Trump il favorito, perché non è facile scalzare un presidente in carica che si presenta per il rinnovo. Ma certamente il mediocrissimo show dell’11 marzo dallo Studio ovale della Casa Bianca avrebbe fatto felice Henry Louis Mencken (1880-1956), il più famoso, articolato, sarcastico critico della american way of life, una icona e il più potente maître à penser degli Anni 10 e 20 riscoperto e apprezzato negli ultimi decenni, convinto che il sistema democratico basato sul principio one man one vote , come è giusto che sia, assicura però prima o poi l’arrivo alla Casa Bianca di un imbecille.

LE ACCUSE STRAMPALATE ALL?UNIONE EUROPEA

Il punto centrale la sera dell’11 marzo è stato l’annuncio del blocco degli arrivi, per 30 giorni e a partire dal 13 marzo, di persone dall’area Schengen, cioè l’area Ue di libera circolazione di cui fanno parte anche Paesi non Ue come Norvegia e Svizzera, non ancora l’Irlanda dato il suo storico status di libera circolazione con il Regno Unito. Blocco totale, ha detto Trump. L’Unione europea è stata accusata «di non avere preso le stesse precauzioni che abbiamo preso noi», che poi sarebbe il blocco degli arrivi dalla Cina adottato il 31 gennaio, l’unica cosa fatta finora da Trump. Fino a 24 ore prima aveva sottovalutato il problema, definendo il tutto un’influenza di stagione in fondo come le altre, un po’ più cattiva, ma che sarebbe passata. «Nulla è stato chiuso, la vita e l’economia procedono normalmente», twittava ancora lunedì 9 marzo. Nella mattinata dell’11, deponendo al Congresso, uno dei responsabili della Sanità americana, Anthony Fauci, assicurava invece che il tutto sta «peggiorando, peggiorando, peggiorando»; ma la Casa Bianca era su un’altra lunghezza d’onda.

IL TRIONFO DEL PROTEZIONISMO E L’ORGIA DELLA FORTRESSE AMERICA

La colpa nel caso americano (1663 colpiti a tutto 12 marzo su 44 Stati, cioè il 90% del territorio e 300 in più del giorno prima) è degli europei, ha detto Trump nel suo discoro, parlando di foreign virus dove la parola enfatica non è virus ma foreign, in perfetta sintonia con la più classica e ottusa delle tradizioni americane, su cui però molti politici dell’800 e qualcuno del 900 hanno costruito una carriera, e che vede nel foreign tutto il male e nell’American tutto il bene. «Un numero di nuovi focolai sono stati disseminati negli Stati Uniti da viaggiatori provenienti dall’Europa». Da cui non arriverà più niente se non strettamente controllato, ha detto Trump in un crescendo di parole senza senso. «Queste proibizioni non si applicheranno soltanto alla gigantesca quantità di beni commerciali e di merci di ogni genere, ma a varie altre cose man mano che le misure verranno approvate. Stiamo discutendo ogni e qualsiasi cosa di quanto arriva dall’Europa». Un trionfo del protezionismo, grazie coronavirus, un’orgia di fortress America.

LE PANZANE CHE HANNO COSTRETTO LO STAFF A CORRERE AI RIPARI

Subito, appena spenti telecamere e microfoni, lo staff presidenziale è corso ai ripari. Nessun blocco del commercio. Nessun blocco totale degli arrivi per i cittadini e i residenti americani che rientrano, con le loro famiglie se del caso.

LEGGI ANCHE: Quali sono i rischi che corrono gli Usa per il coronavirus

E non è vero quanto assicurato dal presidente, e cioè che grazie alla sua mediazione le assicurazioni sanitarie rinunceranno ai copayment, la partecipazione non di rado notevole che l’assicurato deve assumersi per una quota della spesa. La rinuncia al copayment riguarda solo le spese per il tampone dove peraltro, si può aggiungere, ci saranno problemi data la scarsità di laboratori attrezzati. E poi il muro, the wall, «che sta andando su più in fretta che mai» e che è una grande idea perché contribuisce a tenere lontano il coronavirus, ha detto il presidente. Peccato che dovrebbero essere i messicani ad alzarlo, visto che per il momento hanno secondo dati Oms l’1% circa dei casi registrati negli Stati Uniti, come pochi sono per ora i casi in America Latina, subcontinente non centrale rispetto ai flussi (e ai viaggi) dell’economia globale.

LA GRAN BRETAGNA ESENTATA IN OMAGGIO ALLA BREXIT

Insomma, un disastro, peggiorato l’indomani, il 12 marzo, quando tutte le domande in una conferenza stampa al termine dei colloqui con il premier irlandese Leo Varadkar si sono concentrate sul coronavirus. «It twill go very quickly», ha detto Trump, «finirà in fretta», speranza di tutti e soprattutto sua perché potrebbe compromettergli seriamente la campagna elettorale, ma certezza di nessuno, e quindi parole al vento. Il peggio è venuto quando qualcuno ha fatto una domanda collegata al fatto che la Gran Bretagna è esonerata dal blocco degli arrivi. «Perché stanno facendo un buon lavoro, molto buono», ha spiegato Trump. «Non hanno molti contagi, e speriamo che possano andare avanti così». Qui si toccano i vertici della manipolazione. La Gran Bretagna è stata esentata come omaggio alla Brexit perché questo fa politicamente gioco alla demenziale strategia di Trump di migliorare la bilancia commerciale americana spaccando e umiliando l’Unione europea, neppure preavvertita e consultata prima del blocco dei voli, come subito hanno rivelato i vertici dell’Unione, protestando. In realtà alla data dell’11 il Regno Unito aveva 373 casi ufficiali e una decina di morti, più di vari Paesi continentali toccati dal blocco. Ma c’è di più. Giovedì 12, forse casualmente ma mai sottovalutare la perfida Albione, Londra ha giocato un brutto scherzo all’amico Donald. Il premier Boris Johnson ha detto che i contagi non ancora accertati potrebbero essere già attorno a quota 10 mila, e il Cancelliere dello Scacchiere (ministro del Tesoro) Rishi Sunak ha aggiunto che Londra non seguirà Washington nel blocco degli arrivi dall’Oltre Manica «perché l’evidenza che abbiamo è che non servirebbe a molto».

L’ESSENZA DELLA PRESIDENZA

Ma è servito, politicamente, a Trump o almeno lui si illude che gli serva. In realtà la zona ad alto rischio nella quale Trump da vero cinghialone si è cacciato definitivamente l’11 marzo, mentendo alla nazione, è legata alla natura stessa della presidenza americana, natura ancor più netta sotto campagna elettorale. Il presidente è negli Stati Uniti qualcosa di più del capo dell’esecutivo, è il grande sacerdote del massimo rito (religioso) nazionale, l’esaltazione la difesa e l’onore reso a una parola e a un concetto, America, che è la base di un Paese figlio di un’idea molto più che di una terra, ancora troppo giovane per essere unica madre di tutti. Nei momenti di vera crisi, e soprattutto in momenti lunghi come l’attuale, l’elettore medio ha bisogno di identificarsi con il presidente, di sentirlo vicino, uniti dalla stessa parola, America. Non si è vicini a nessuno quando si mente, si pasticcia, e si manipola. E questo è il rischio nel quale Trump si è infilato, mettendo in gioco il suo stesso carisma presidenziale. La realtà molto seria del coronavirus ha chiuso il cerchio.

LA LEZIONE DI MENCKEN

Mencken fu anche filologo e il suo The American Language (1919) è un lavoro fondamentale, ma resta soprattutto come colui che scrutò con particolare acume il costume e la politica, quest’ultima come quintessenza del tutto. Seguì tutte le campagne presidenziali della prima metà del 900 e sui presidenti a partire da George Washington espresse un giudizio, positivo solo per una frazione di loro. Non si fidava degli elettori, e ancor meno si fidava degli eletti. Nel luglio 1920, un secolo fa, trovava la formulazione migliore in un articolo per il Baltimore Evening Sun: «Come la democrazia si perfeziona, il ruolo del Presidente rappresenta sempre più da vicino l’anima più profonda del popolo. Verrà una grande e gloriosa giornata in cui la gente comune del Paese finalmente realizzerà il desiderio più profondo del cuore, e la Casa Bianca sarà occupata da un vero balordo e da un totale narcisistico idiota».

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Joe Biden, un cattolico per sfidare l’evangelico Trump?

L'elettorato statunitense fedele alla Chiesa di Roma potrebbe essere l'ago della bilancia nelle prossime elezioni nazionali americane. Così l'ex vicepresidente democratico può essere avvantaggiato in una eventuale sfida contro l'attuale inquilino della Casa Bianca.

Fra i diversi fattori di cui tener conto nello scenario politico americano e ancor più nella corsa alla Casa Bianca, c’è anche l’elemento religioso. Se pesano le componenti sociali e etniche, anche la fede dei singoli candidati può giocare il suo ruolo, e in ogni caso le diverse correnti del cristianesimo made in Usa influiscono sulle elezioni.

Di certo l’attuale presidente Donald Trump ha avuto nel sostegno degli evangelici bianchi della classe media, il suo zoccolo duro di consenso al momento del voto e anche negli anni successivi; si tratta di una base solida che crede ‘a prescindere’ in Trump, convinta che abbia una missione da compiere per salvare l’America da tutto ciò che la minaccia: migrazioni, meticciato, instabilità economica, globalizzazione, confronto-conflitto con la Cina. È pur vero che, in base agli ultimi sondaggi, anche nel fronte evangelico si è aperta qualche crepa: in particolare fra le donne che apprezzano sempre meno il machismo del tycoon, mentre nell’elettorato nero evangelico Trump non è mai stato troppo apprezzato.

Tuttavia il capo della Casa Bianca ha già iniziato la sua campagna presso gli evangelici partecipando a incontri, promuovendo appelli rivolti a quel segmento specifico di elettorato, diventando il paladino dell’identità cristiana più radicale, dai tratti a volte fondamentalisti. Trump cerca anche il consenso del movimento “pro-life” da sempre impegnato nella battaglia contro l’aborto nei singoli Stati e il cui fine politico ultimo è quello di capovolgere lo storico pronunciamento della Corte Suprema risalente al 1973, che di fatto apriva la strada – pur con alcune importanti limitazioni –  alle normative favorevoli al diritto di aborto per la donna anche in assenza di gravi motivi di salute (leggi pro choice). In questo modo Trump, come altri candidati e presidenti repubblicani negli ultimi decenni, ha intercettato anche una parte del voto cattolico, quello più impegnato nella contesa sull’aborto e più simile nella visione di un cristianesimo nazionale e identitario alla galassia evangelica.

L’ELETTORATO CATTOLICO DA SEMPRE AGO DELLA BILANCIA NEGLI USA

Ma le cose anche sotto questo profilo stanno cambiando: il cattolicesimo americano è sempre più ‘latino’ – una tendenza in corso da anni rafforzata dalle migrazioni da centro e Sud America – e ormai non più identificabile con un solo gruppo sociale o etnico. In questo scenario si sta affermando un nuovo possibile candidato di provata fede cattolica fra i democratici: Joe Biden. Quest’ultimo ha infatti vinto alla grande il super-martedì, ovvero la tornata delle primarie democratiche nella quale si vota contemporaneamente in diversi stati chiave per scegliere il candidato alla Casa Bianca. Secondo il Washington Post ora i democratici hanno un nuovo front runner, e anche se la corsa verso la nomination è ancora aperta – Bernie Sanders è battuto ma ancora forte e in gara – ora c’è un favorito. L’ex vice di Barack Obama, fra l’altro è stato portato al successo nel super-martedì dall’elettorato di colore.

Il voto cattolico può andare in diverse e ancora non prevedibili direzioni

Biden è il classico cattolico liberal, non intransigente sulle tematiche bioetiche (nell’ottobre scorso un sacerdote gli ha negato la comunione per le sue posizioni pro choice in materia di aborto), e più in sintonia con il magistero della Chiesa sui temi sociali: a partire dall’attenzione verso i poveri e gli emarginati, i disoccupati e i senzatetto, passando per le migrazioni, le questioni legate alla tutela dell’ambiente, la critica rivolta alle speculazioni finanziarie. Senza contare che Biden è stato un sostenitore della riforma sanitaria voluta da Obama in base alla quale tutti hanno diritto a un minimo di assistenza per salvaguardare la propria salute.

Joe Biden con elettori democratici.

Biden  – che ha incontrato personalmente papa Francesco con il quale è in sintonia su diverse questioni – ha più volte fatto riferimento alla propria fede ricordando come pure grazia a essa sia riuscito a superare i gravi lutti che lo hanno colpito (ha perso la moglie e una figlia in un incidente stradale e un altro figlio per malattia). Si vedrà chi fra lui e Sanders (che pure ha avuto qualche anno fa un colloquio con il papa) alla fine la spunterà e si presenterà come sfidante di Donald Trump. Una cosa però è certa: il voto cattolico può andare in diverse e ancora non prevedibili direzioni, tuttavia tradizionalmente quando si vota per la Casa Bianca, il candidato democratico o repubblicano che conquista la maggioranza dell’elettorato cattolico diventa presidente.

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Ribaltone democratico: il Super Tuesday premia Biden

L'ex vicepresidente in testa grazie all'appoggio di Buttigieg e Klobuchar. Ma Sanders non si arrende. Il grande sconfitto è Bloomberg. Che, come Warren, pensa al ritiro.

È stata la notte di Joe Biden. Il Super Tuesday delle Primarie democratiche regala all’ex vicepresidente americano un filotto insperato di vittorie che gli permette di stroncare le speranze di fuga del socialista Bernie Sanders. E lo ripaga di tante amarezze, e dello scetticismo che finora aveva accompagnato la sua campagna elettorale. Biden, che prima del Super Tuesday contava 54 delegati, sorpassa Sanders, che partiva da 60 ed era dato favorito in gran parte dei 14 Stati al voto.

CANDIDATODELEGATI
Joe Biden380
Bernie Sanders315
Elizabeth Warren35
Michael Bloomberg12

  • Risultati in diretta (fonte: New York Times). Conquista la nomination democratica il candidato che ottiene 1.991 delegati: ogni Stato assegna un numero di delegati proporzionale alla propria popolazione.

LA RIVINCITA DI SLEEPY JOE

Una notte da ricordare insomma, per chi per otto anni è stato al fianco di Barack Obama alla Casa Bianca. E dopo una notte così anche ‘Sleepy Joe‘, come lo chiama irriverente Donald Trump, può sorridere ed esultare: «È straordinario. Ci avevano dato per spacciati ma siamo ancora qui, siamo ancora vivi!». Ora la corsa verso la nomination democratica è più che mai aperta. La serata si mette subito bene per Biden, con il colpo grosso a sorpresa in Virginia e l’attesa vittoria in North Carolina. Ma via via l’ex vicepresidente conquista l’Alabama, l‘Oklahoma, il Tennessee, il Minnesota, l’Arkansas, e strappa persino il Massachusetts alla padrona di casa Elizabeth Warren, finita solo terza.

DELUSIONE NEL QUARTIER GENERALE DI SANDERS

Otto Stati, otto vittorie, e un testa a testa fino all’ultimo voto in Texas, dove Sanders era favorito. Bernie, che ha atteso i risultati nella sua città di Burlington, può consolarsi con la prevista vittoria in California e il primato nel suo Vermont, più lo Utah e il Colorado. «Sono fiducioso che vinceremo la nomination e sconfiggeremo Donald Trump», dice ai fan, tra i quali però serpeggia una certa delusione per un risultato decisamente al di sotto delle attese.

BLOOMBERG È IL VERO SCONFITTO

Niente a che vedere però con l’aria di sconforto che si respira al quartier generale di Michael Bloomberg, per l’occasione in un grande albergo di West Palm Beach, in Florida, a due passi da casa Trump. Il miliardario ex sindaco di New York, al suo debutto alle primarie, non sfonda da nessuna parte, nonostante una spesa di oltre 500 milioni di dollari. Non poteva immaginare l’exploit di Biden, arrivato grazie all’appoggio dei neri negli Stati del Sud e agli endorsement di Pete Buttigieg, Amy Klobuchar e Beto O’Rourke. Così per il magnate dei media, che finora non aveva mai perso una elezione a cui aveva partecipato, sono una magrissima consolazione la vittoria nelle Samoa Americane e il secondo posto in California. La Virginia e l’Arkansas, gli Stati su cui più aveva scommesso, gli girano le spalle. E il ritiro – dicono le voi bene informate – potrebbe essere dietro l’angolo.

WARREN AL CAPOLINEA

Lo stesso vale per Elizabeth Warren, che non si impone né nello stato in cui è nata e cresciuta, l’Oklahoma, né nel suo Massachusetts. Molti osservatori ritengono un suo ritiro scontato. Anche per Trump, che da anni la critica, Warren dovrebbe gettare la spugna: «Pocahontas non è riuscita nemmeno a vincere nel suo stato. Faccia un passo indietro e si beva una birra fresca con il marito».

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Come le primarie dem possono cambiare i rapporti tra Usa e Cina

Dagli hardliner Sanders e Warren al normalizzatore Biden: i candidati democratici alla Casa Bianca hanno posizioni variegate sul libero commercio. Le loro idee su Pechino, tra similitudini con Trump, gaffe e qualche scheletro nell'armadio.

Rimodulazione della tassazione, riforma del sistema sanitario nazionale, limitazione dell’accesso alle armi da fuoco: sono i grandi classici di ogni campagna elettorale statunitense, e la corsa alla nomination democratica non ha fatto eccezione. Ma nell’America post 2016, forgiata da quattro anni di presidenza Trump, c’è un tema che nel corso dei dibattiti e dei comizi dei candidati dem ha assunto una rilevanza sempre maggiore, ed è quello dei rapporti con la Cina. L’approccio nei confronti del gigante asiatico, che con Trump ha combattuto una guerra commerciale sfociata in una tregua solo a gennaio 2020, ha diviso negli ultimi mesi gli aspiranti presidenti democratici. Al punto che alcuni si sono ritrovati più vicini alle politiche attuate dall’inquilino della Casa Bianca che a quelle predicate dai compagni di partito.

Bernie Sanders.

SANDERS E IL NEMICO CINESE

È il caso di Bernie Sanders, senatore del Vermont e volto dell’ala più a sinistra del Partito democratico. Il 78enne nativo di Brooklyn è noto per le critiche mosse al libero commercio, reo a suo dire di avere danneggiato i lavoratori statunitensi e indebolito – uno su tutti – il settore manifatturiero.

Se da presidente userei i dazi? Certo, lo farei in modo razionale nel contesto di una politica commerciale ampia e sensata

Bernie Sanders

Nella visione di Sanders, la Cina va contrastata, se necessario, con le stesse armi sfoderate da Trump: «Se da presidente userei i dazi? Certo», ha dichiarato ad agosto alla Cnn, «lo farei in modo razionale nel contesto di una politica commerciale ampia e sensata. I dazi sono uno strumento. Stai guardando una persona, tra l’altro, che ha contribuito a guidare lo sforzo contro la normalizzazione delle relazioni commerciali con la Cina e il North American Free Trade Agreement (il Nafta, trattato di libero scambio del 1994 tra Usa, Canada e Messico, ndr)».

IL PATRIOTTISMO ECONOMICO DI WARREN

Al pari di Sanders, anche Elizabeth Warren s’è sempre posta in netto contrasto con le politiche di Pechino, la cui crescita – dice – porta con sé la lezione che «i guadagni economici legittimano l’oppressione». Warren si muove nel solco di quello che lei stessa ha definito “patriottismo economico”. E che ha portato alcuni osservatori a sostenere che la senatrice del Massachusetts potrebbe rivelarsi persino più dura con Pechino di quanto lo sia stato Trump in questi quattro anni. Secondo quanto dichiarato all’agenzia Reuters da Scott Lincicome, esperto di politica commerciale presso il Cato Institute, tanto il messaggio di Sanders quanto quello di Warren in materia di mercato «sono indistinguibili da quello di Trump».

BLOOMBERG, A CANOSSA DA XI

Agli antipodi della coppia Sanders-Warren troviamo Michael Bloomberg e Joe Biden. Il primo, dichiaratamente favorevole a una de-escalation con la Cina, è stato criticato in passato per alcune parole non proprio bellicose nei confronti del presidente Xi Jinping («Non è un dittatore. Nessun leader può sopravvivere senza il volere della maggioranza della sua gente», ha detto l’ex sindaco di New York) e per l’accondiscendenza del colosso dei media da lui fondato nei confronti di Pechino. Accondiscendenza emersa in particolare nel 2013, quando l’agenzia si autocensurò – bloccando un’inchiesta dei propri giornalisti sulle ricchezze della famiglia di Xi – per non perdere la licenza necessaria per operare in Cina. Piccoli indizi, che però hanno già portato una testata autorevole come Foreign Policy a chiedersi se Bloomberg, da presidente, non sarebbe troppo vulnerabile nei rapporti con Pechino.

Joe Biden.

LE CARTE DI BIDEN IL “NORMALIZZATORE”

Infine c’è Biden. L’ex vice di Barack Obama è stato fin troppo chiaro nel lasciare intendere come per lui la Cina sia tutto fuorché una minaccia: «La Cina? Ma dai!», ha detto a maggio 2019. «Non riescono nemmeno a capire come affrontare il fatto che hanno questa grande divisione tra il Mar Cinese e le montagne a Est… Voglio dire a Ovest». Un’uscita superficiale nei toni e nei contenuti, che gli costò critiche feroci da analisti e compagni di partito, Sanders in primis. Ma che dà l’idea di come, con Biden alla Casa Bianca, i rapporti tra Washington e Pechino sarebbero destinati a una progressiva normalizzazione.

Biden è la migliore opportunità per un ritorno allo status quo

Scott McCandless, PwC

«Biden è la migliore opportunità per un ritorno allo status quo», ha commentato di recente Scott McCandless, esperto di commercio alla PricewaterhouseCoopers, in articolo in cui Forbes definiva l’ex vice di Obama come «l’unico uomo che può salvare la Cina nel 2020».

IL LIBERO MERCATO TORNA DI MODA

Nel corso della campagna elettorale, Biden ha provato a mettere una pezza alle parole del maggio scorso, riconoscendo che «sì, siamo in competizione con la Cina, per noi è una sfida, in determinati contesti anche una minaccia». Tuttavia, l’ex vice presidente ha bocciato i dazi come strumento di pressione su Pechino, pur non chiarendo fino in fondo quali sarebbero i principi della sua politica commerciale. A differenza di Sanders, Biden sostenne la firma del Nafta nel 1994 come anche la distensione dei rapporti con la Cina. In un momento storico in cui il sostegno al libero mercato tra i cittadini statunitensi è in netta crescita (ad agosto 2019, due terzi si dicevano a favore), le battaglie del passato contro il protezionismo possono tornare utili a Biden per accreditarsi come normalizzatore nei rapporti commerciali con Pechino. E porsi, dinanzi a un elettorato logorato dalle guerre commerciali, come l’unica alternativa a Trump. Bernie Sanders e SuperTuesday permettendo.

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Ecco perché al Super Tuesday voto per Bernie Sanders

Se Joe Biden è riuscito a rinvigorire i moderati del partito democratico, il senatore del Vermont è carismatico e punta dritto ai problemi che affliggono questo Paese. Dopo quattro anni di Trump, se l’America deve cambiare, che cambi in meglio.

Alla fine eccoci: è arrivato il Super Tuesday in cui siamo chiamati a votare chi tra i dem potrebbe sconfiggere Donald Trump.

Sembra facile: dopotutto è stato il presidente peggiore del secolo, ne ha fatte di cotte e di crude. Ha superato un impeachment, ha distrutto tutto quello che (di buono) aveva fatto Barack Obama negli otto anni della sua presidenza; ha alienato gli Stati Uniti dal resto del mondo. Insomma, un disastro.

E finalmente si può votare una persona che lo cacci dalla Casa Bianca. E ripristini una volta per tutte ciò che di positivo gli Stati Uniti rappresentano. 

BIDEN HA RINVIGORITO I CENTRISTI DEM

Eppure credo che sia tutt’altro che una passeggiata scegliere chi potrebbe davvero riuscire nell’impresa. Il partito dell’Asinello si trova in una posizione difficile: c’è chi crede fermamente nella sua centralità, rinvigorita da Joe Biden – che lunedì ha raccolto i voti di Pete Buttigieg e Amy Klobuchar, i due candidati ritirati dalle Primarie – e chi crede che non sia il momento di proporre programmi estremi, almeno per gli Stati Uniti, come quelli di Elizabeth Warren e Bernie Sanders

LE DUE FACCE DELL’EX VICEPRESIDENTE

Joe Biden rappresenta un ritorno alla politica americana pre-Trump. Dopo quattro anni di incredibile smarrimento, è una certezza: l’America vera sta nel centro, senza nessuna esagerazione a destra come a sinistra. Biden ha un curriculum eccezionale, e non solo grazie a Obama di cui è stato il vice. È riuscito a far passare leggi importanti grazie alla sua capacità di accettare compromessi con i repubblicani. È riuscito a salvare le fabbriche automobilistiche; ha supportato il Violence against Women’s Act. Ed è in grado di intercettare il voto degli afroamericani e delle minoranze, fattore importante se non decisivo per vincere le primarie.

L’ex vicepresidente Usa e candidato alle primarie dem Joe Biden (Getty Images).

Ma anche dei lati oscuri: ha votato per la guerra in Iraq, è tra i responsabili della legge che ha fatto finire in carcere tantissimi ragazzi per crimini minori. Insomma, è un democratico di centro, bravo, ma non sempre convincente. Gli mancano, va detto, due cose importanti: il carisma di Obama e l’entusiasmo che potrebbe portare i giovani (che sono il vero punto interrogativo delle elezioni) a spegnere Netflix e andare a votare. Se fossi una persona coerente, forse voterei per lui. L’America post Trump ha bisogno di sicurezze, di stabilità. Di una persona che conosce bene come funziona Washington e che sa come e cosa proporre. Anche se è ben lontano dal fascino di Obama, ne sposa comunque la linea politica.

QUELLO DI SANDERS PER NOI È SOLO BUON SENSO

Eppure è difficile rimanere impassibili al programma e al carisma di Bernie Sanders. Soprattutto per noi europei che ci siamo trasferiti qui malgrado tutto. Ci sembra ovvio che la Sanità e l’Istruzione siano un diritto di ogni cittadino. Così come che la classe media abbia bisogno del sostegno del governo. Non si tratta di socialismo, parola che fa venire la grattarola a molti americani. Si tratta di senso comune. Da questa parte dell’Atlantico però significa votare per chi sembra essere un rivoluzionario, un outsider, e dopo quattro anni di destabilizzazione, mi chiedo se l’America sia pronta per altri quattro anni di confusione, di rivoluzione, o se sarebbe meglio ancora una volta votare per la solidità: cioè Biden.

Bernie Sanders al suo arrivo in New Hampshire (Getty Images).

Questa volta però ho deciso di rischiare e scegliere Bernie. Perché siamo nel 2020 e il Pianeta sta andando a catafascio, perché ci sono ancora milioni di persone che muoiono perché non hanno accesso alle cure mediche. Perché Wall Street deve cominciare a contribuire al bene comune. Ma soprattutto perché se l’America deve cambiare, spero che cambi per il meglio. E che Dio mi benedica.

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Perché il Super Tuesday 2020 è il più imprevedibile di sempre

Il 3 marzo una grossa fetta dell'elettorato dem è chiamata a scegliere il candidato che sfiderà Trump. Sul piatto oltre 400 delegati. Sfida al vertice tra Sanders e Biden che ha incassato gli endorsement di Buttigieg e Klobuchar. Dalle strategie alle variabili economiche: le cose da sapere.

Se non sarà il Super Tuesday più importante di sempre, sicuramente sarà il più imprevedibile. Il 3 marzo va in scena uno dei momenti chiave della lunga stagione delle primarie democratiche, appuntamento che precede la grande sfida a Donald Trump per la Casa Bianca, già segnata in rosso per il 3 novembre 2020.

Le incognite sul tavolo sono tante. In primo luogo la tenuta di Bernie Sanders come favorito per la nomination, l’ingresso dell’arena di dell’ex sindaco di New York Mike Bloomberg e il “momentum” di Joe Biden fresco vincitore delle primarie in Sud Carolina con un margine di oltre 30 punti su Sanders.

Il tutto condito dall’addio alla corsa dell’ex sindaco di South Bend Pete Buttigieg, che nonostante la partenza a razzo in Iowa, ha mostrato pesanti limiti in Nevada e Sud Carolina. Non solo. Il 2 marzo è arrivato anche il passo indietro di Amy Klobuchar che ha annunciato subito il suo supporto all’ex vice di Barack Obama. A tutto questo poi farà da sfondo anche l’emergenza coronavirus, che negli ultimi giorni è arrivata anche negli Stati Uniti.

COS’È IL SUPER TUESDAY

La prima traccia della definizione “Super Tuesday” risale al giugno del 1976. Quell’anno le ultime primarie di California, New Jersey e Ohio regalarono la nomination a Jimmy Carter e Gerald Ford e per la prima volta un quotidiano, il californiano Lodi News-Sentinel, utilizzò la parola “Super Tuesday” per indicare la sfida finale per ottenere la nomination.

La copertina del Lodi News-Sentinel del 3 giugno 1976

Da allora il formato delle primarie è andato via via cambiando fino ad arrivare a una forma simile a quella attuale nelle primarie del 1988, quando un gruppo di Stati del Sud spinse per un’unica giornata di voto nelle fasi iniziali della campagna per influenzare gli esiti della corsa in modo più incisivo. Quattro anni prima, infatti, la sonora batosta di Walter Mondale contro Ronald Reagan aveva convinto molti che fosse necessario puntare su candidati centristi, magari del Sud. Cosa che però non successe dato che nel 1988 vinse il governatore del Massachusetts Michael Dukakis, poi battuto da George H. W. Bush.

DOVE SI VOTA NEL 2020

Dal 2000 in poi il blocco del Sud è stato annacquato rendendo la giornata di voto aperta a tutti gli Stati. Quest’anno quelli chiamati alle urne sono 14: California, Utah, Colorado, Texas, Oklahoma, Arkansas, Minnesota, Tennessee, Alabama, Nord Carolina, Virginia, Vermont, Massachusetts, Maine. Sul piatto ci sono ben 1.357 delegati, circa un terzo di quelli complessivi. Per capire la portata basti pensare che nei nei primi tre Stati in cui si è votato, Iowa, New Hampshire, Nevada e Sud Carolina, i delegati assegnati sono stati 155. Non solo. Per vincere la nomination un candidato ha bisogno di 1.991 delegati.

La mappa del voto: in blu gli Stati del Super Tuesday (Fonte: New York Times)

Il voto di quest’anno da Est a Ovest chiama alle urne Stati e popolazioni molti diverse tra loro. Si va dal super liberal Massachusetts, alle roccaforti repubblicane Texas e Oklahoma, con in mezzo i potenziali Swing States Colorado, Nord Carolina e Virginia. Per avere i risultati definitivi potrebbero volerci giorni. Lo stesso spoglio avverrà sfalsato ad esempio il Vermont (lo Stato di Bernie Sanders) chiuderà i seggi alle 19 (ora locale), mentre la California alle 23.

COME ARRIVANO AL VOTO I CANDIDATI

Ovviamente nessuno può vincere la nomination già al Super Tuesday, ma gli esiti potranno dare indicazioni molto significative sull’andamento della campagna elettorale. Le cose da osservare nel voto del 3 marzo sono almeno tre e riguardano quelli che al momento sono i principali candidati in corsa per la nomination: il senatore del Vermont Bernie Sanders, l’ex vice presidente Joe Biden e l’ex primo cittadino di New York Michael Bloomberg.

LA STRATEGIA DI SANDERS

Tra i candidati quello che testerà la sua candidatura in modo più forte sarà Sanders. Secondo quanto scrive il Washington Post, il senatore sta battendo soprattutto la California. Secondo gli ultimi sondaggi Sanders potrebbe essere l’unico candidato capace di toccare il 15% dei consensi nelle varie circoscrizioni, una soglia che permette di ottenere dei delegati. Sopra quel limite i delegati vengono poi distribuiti in maniera proporzionale.

Bernie Sanders durante un comizio a Los Angeles, California.

Secondo le stime di FiveThirtyEight Sanders dovrebbe aggiudicarsi circa 63 delegati contro i 43 di Biden, i 22 di Warren e i 14 di Bloomberg. Da un lato la strategia potrebbe aiutarlo a dare una spinta decisiva, dall’altro non va dimenticato che i risultati definitivi potrebbero arrivare con qualche giorno di ritardo. Allo stesso tempo in tutti gli Stati si vedrà se il “modello Nevada“, sul coinvolgimento di giovani e minoranze sia in grado di essere replicato altrove.

L’INCOGNITA BLOOMBERG E GLI INVESTIMENTI IN TEXAS E CALIFORNIA

I 415 delegati californiani fanno gola soprattutto a Mike Bloomberg. L’ex sindaco della Grande Mela ha puntato molto sul Golden State, con spot al tappeto, guerra dei meme e eventi pubblici. Basti pensare che a 27 febbraio il tycoon aveva aperto ben 22 uffici elettorali, come Sanders, contro i tre di Elizabeth Warren e uno di Joe Biden. Aveva speso 46 milioni di dollari in spot televisivi e lanciato una campagna di assunzioni per oltre 800 membri dello staff. Tra dicembre e gennaio il miliardario ha assunto come consiglieri per la sua campagna elettorale: Alexandra Rooker, vice segretaria della sezione californiana del partito democratico; e Carla Brailey, vice segretaria del Partito democratico per il Texas.

L’ex sindaco di New York City Mike Bloomberg durenate un comizio a San Antonio, Texas.

E proprio a Sud si potrebbe giocare la partita decisiva per il destino di Bloomberg. Anche nel Lone Star State la spesa non è stata indifferente: 35 milioni di spot, un quartier generale a Houston, 27 uffici sparsi nello Stato, e 160 nuove assunzioni. Secondo FiveThirtyRight i massicci investimenti di Bloomberg potrebbero non bastare dato che dovrebbe portare a casa solo 17 delegati sui 228 disponibili. A contendersi i restanti ci sarebbe il testa a testa tra Sanders e Biden, entrambi quotati a 28-29. Tutta da verificare, invece, la strategia di puntare al voto afroamericano visto l’ampio successo di Biden in Sud Carolina.

IL RILANCIO DI BIDEN COME ULTIMA SPERANZA DEI MODERATI

La terza cosa da tenere d’occhio il 3 marzo saranno quindi i risultati dell’ex senatore del Delaware che potrebbe tornare a sfidare apertamente Sanders. Due fonti della campagna elettorale di Biden hanno fatto sapere alla Cnn che la strategia è quella di contenere Sanders e restare competitivi, magari distaccando ulteriormente il gruppo degli inseguitori. L’approccio, hanno aggiunto le fonti, è quello di puntare a vincere negli Stati del Sud che mostrano profili demografici simili alla Sud Carolina, come Alabama, Arkansas, Tennessee e Nord Carolina. Senza dimenticare il Texas dove si è recato per una serie di comizi già il 2 marzo.

Joe Biden durante un rally in una scuola di Norfolk, in Virginia.

Sul fronte economico intanto Biden ha rimpolpato le finanze della sua compagna con 10 milioni di dollari arrivati tra sabato e domenica, molto più di quanto raccolto a gennaio e vicini ai 18 arrivati a febbraio. Una cifra ragguardevole lontana però dai 46 raccolti da Sanders e dai 29 raccimolati da Warren.

IL PESO DEGLI ENDORSEMENT

Il voto in Sud Carolina ha avuto però un effetto valanga su tutta la campagna e tra il 2 e 3 marzo una serie di movimenti nell’area moderata hanno rimescolato le carte. A meno di 24 ore dal Super Tuesday, infatti, Biden ha incassato tre sostegni di peso. Quello degli ormai ex candidati Pete Buttigieg e Amy Klobuchar e anche quello di Beto O’Rourke, ex deputato di El Paso che nel 2018 aveva quasi battuto il senatore Ted Cruz. I tre si sono presentati sul palco di Dallas, in Texas per sostenere ufficialmente Biden. L’ex primo cittadino dell’Indiana è addirittura volato da South Bend in Texas per incontrare l’ex vice presidente. Nella notte che ha preceduto il suo addio, ha scritto la stampa americana, avrebbe anche avuto una conversazione telefonica con l’ex presidente Barack Obama.

Gli interventi da Dallas in favore di Biden di O’Rourke, Klobuchar e Buttigieg.

LE ULTIMISSIME CHANCES DI WARREN

Se il fronte moderato sembra essersi ricompattato intorno a Biden, non può dirsi altrettanto per quello più a sinistra. Il Super Tuesday sancirà anche se nel proseguo della corsa ci sarà ancora spazio per Elizabeth Warren, che insieme a Klobuchar aveva ricevuto l’appoggio del New York Times il 20 gennaio scorso. La corsa della senatrice del Massachusetts non ha mai preso un vero slancio. Pur avendo risultati meno esaltanti di Buttigieg resta in corsa anche perché si vota nel suo stato, il Massachusetts. Difficile dire se sarà in grado di rilanciare la campagna elettorale, forse una vittoria in un paio di Stati o un conto dignitoso di delegati potrebbe aiutarla a sopravvivere, magari raccogliendo nuove donazioni, per ritentare la sorte nei sei Stati in cui si vota il 10 marzo prossimo.

Le senatrici Elizabeth Warren e Amy Klobuchar durante una marcia a Selma, in Alabama.

LE INDICAZIONI ECONOMICHE DEGLI ELETTORI

Con ogni probabilità il Super Tuesday darà sicuramente indicazioni significative in vista del 3 novembre. Gli Stati chiamati alle urne sono molto diversi tra loro. Il Times ha provato a mostrare questa diversità incrociando due valori: la crescita dei posti di lavoro l’andamento dei redditi. In questo modo è stato possibile creare quattro categorie: Stati con redditi alti e aumento dei posti di lavoro; Stati con redditi più bassi ma aumento dei posti di lavoro; Stati con bassi redditi e un mercato del lavoro contratto; e Stati con redditi alti e crescita lenta dell’occupazione. In un simile scenario tutte e quattro le zone mostreranno i sentimenti dell’elettorato dem sul piano economico, reagendo, o meno alle ricette dei candidati, da quelle socialiste di Sanders alla promessa della gestione manageriale fatta da Bloomberg.

GLI UTLIMI SONDAGGI IN VISTA DEL VOTO

Gli addii di Buttigieg e Klobuchar sicuramente avranno un impatto quasi imprevedibile ridisegnerà corsa e sondaggi. Al momento secondo Real Clear Politics a livello nazionale il favorito resta Sanders con il 29,6% dei voti, seguito da Biden (19,8%), Bloomberg (16,4%) e Warren (11,8%). Ma i sondaggi nazionali dicono poco anche in vista del voto di novembre dato che i super-delegati vengono assegnati Stato per Stato. In California, secondo una rilevazione di CBS News, il margine di Sanders molto ampio col 31% (e Biden al 19%). Più ristretto quello in Texas con una distanza tra i due di soli 4 punti, 30% contro il 26%.

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Alle primarie del New Hampshire si gioca il futuro dei centristi democratici

Dal Granite State dipendono le sorti dei moderati del partito dell'Asinello. Se Biden bisserà il tonfo dell'Iowa, rischia una catastrofe mediatica. Occhi puntati sull'outsider Buttigieg. E, in vista del Super Tuesday, su Mike Bloomberg. L'analisi.

I democratici si accingono al voto in New Hampshire tra mille incertezze.

Martedì prossimo, avranno infatti luogo le primarie nel cosiddetto Granite State, un appuntamento elettorale fondamentale.

Non tanto per il numero dei delegati in palio (sono appena 24) ma perché, contrariamente a quanto avviene in Iowa, in questo Stato si tengono primarie ibride: aperte, cioè, anche agli elettori indipendenti.

IN NEW HAPSHIRE IL VOTO È TRASVERSALE

Questo elemento garantisce la presenza di un voto potenzialmente trasversale che risulta solitamente dirimente per riuscire ad arrivare poi alla Casa Bianca. Se infatti nel caucus dell’Iowa si esprimono soltanto gli attivisti di partito, in New Hampshire conta invece molto di più il voto pragmatico (e meno quello ideologico). Al momento, la media dei sondaggi di Real Clear Politics dà in vantaggio Bernie Sanders con il 26% dei consensi, seguito da Joe Biden al 17%. Terzo risulterebbe invece Pete Buttigieg al 15% e quarta Elizabeth Warren al 14%. Si tratta ovviamente di dati che vanno presi con le pinze, soprattutto dopo che i risultati del caucus dell’Iowa hanno smentito gran parte delle previsioni della vigilia. Quel caucus dell’Iowa che, oltre all’eclatante confusione nello spoglio del voto, ha generato una profonda situazione di incertezza anche per l’intero processo delle primarie democratiche. 

Pete Buttigieg saluta i supporter a Portsmouth, in New Hampshire (Getty Images).

I DEM IN PREDA ALLE DIVISIONI INTERNE

Il sostanziale testa a testa tra Sanders e Buttigieg ha mostrato in primo luogo una situazione frastagliata e senza chiarezza all’interno del partito dell’Asinello: è quindi altamente probabile che l’intero processo delle primarie possa rivelarsi particolarmente lento e preda delle divisioni intestine. Il rischio è, cioè, il protrarsi di quel clima da guerra civile che sta ormai accompagnando la campagna elettorale dem da oltre un anno. E, per quanto sia prematura una previsione in tal senso, un simile scenario non fa che alimentare timori per quanto potrà accadere nella convention estiva di Milwaukee.

Bernie Sanders al suo arrivo in New Hampshire (Getty Images).

L’AVANZATA DEGLI OUTSIDER CHE PREOCCUPA L’ESTABLISHMENT

In secondo luogo, non bisogna trascurare che, al netto delle differenze politiche, i due “vincitori” del caucus democratico dell’Iowa risultino degli outsider: figure, cioè, non propriamente gradite alle alte sfere dell’Asinello e che non hanno mai risparmiato critiche ai circoli politici di Washington. Un chiaro campanello d’allarme per l’establishment del partito, sprofondato da anni in una lacerante crisi di credibilità. Una crisi aggravata dal delirio organizzativo verificatosi in Iowa (si pensi solo alle numerose critiche piovute addosso, nelle ultime ore, agli alti funzionari dem). 

BIDEN INSIDIATO DA BUTTIGIEG

Adesso bisognerà capire quali reali speranze abbiano in New Hampshire Sanders e Buttigieg. Il primo stravinse in questo Stato durante le primarie del 2016 ed è per questo plausibile ritenere che possa replicare quel successo. Più incerta appare la situazione sul fronte centrista. Se è vero che, come abbiamo detto, i sondaggi diano Biden al secondo posto, è altrettanto indubbio che l’ottimo risultato dell’Iowa possa in realtà fungere adesso da spinta propulsiva per Buttigieg.

L’ex vicepresidente Usa e candidato alle primarie dem Joe Biden (Getty Images).

Se tradizionalmente le primarie democratiche del New Hampshire venivano vinte dai candidati vicini all’apparto del partito (Al Gore nel 2000, John Kerry nel 2004 e Hillary Clinton nel 2008), dal 2016 gli elettori locali sembrano invece mossi da sentimenti marcatamente anti-establishment. Ragion per cui, non si può escludere che Biden possa riscontrare delle difficoltà in questo territorio. Ricordiamo tra l’altro che, come l’Iowa, anche il Granite State risulti povero di minoranze etniche, le stesse su cui l’ex vicepresidente americano sta scommettendo molto, soprattutto in vista degli appuntamenti elettorali in Nevada e South Carolina.

L’EX VICEPRESIDENTE RISCHIA UNA CATASTROFE MEDIATICA

È quindi senz’altro vero che, sulla carta, Biden non abbia estremo bisogno di vincere in New Hampshire: i delegati, come detto, sono pochi e l’ex vicepresidente non ha certo necessità di incrementare la propria notorietà mediatica. Tuttavia il mesto quarto posto rimediato in Iowa lo costringe adesso a non sfigurare nel Granite State, perché, qualora dovesse registrare un’ulteriore performance deludente, ne scaturirebbe una catastrofe in termini di immagine. È infatti vero che tradizionalmente il caucus dell’Iowa mobiliti un tipo di elettore non propriamente in linea con le prospettive moderate di Biden. Ma non dimentichiamo che – fatta eccezione per Barack Obama nel 2008 – in questo Stato nelle ultime tornate abbiano sempre vinto candidati di tendenza centrista. Teniamo inoltre presente che, dal 2000, nessun candidato democratico che non ha vinto né in Iowa né in New Hampshire è riuscito a conquistare poi la nomination del proprio partito. 

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L’ex sindaco di New York, Michael Bloomberg.

LE MOSSE DI BLOOMBERG PER IL SUPER TUESDAY

Tra l’altro, Buttigieg non è l’unico contendente a turbare i sonni di Biden. Non dimentichiamoci infatti di Mike Bloomberg, che entrerà nella mischia il 3 marzo, in occasione del Super Tuedsay. La strategia dell’ex sindaco di New York è infatti quella di lasciare gli altri candidati a scannarsi nei primi appuntamenti elettorali e cercare di ottenere un buon risultato in California (che quest’anno ha anticipato le sue primarie proprio al 3 marzo). Sulla carta, la mossa ha un suo senso. Ma non dimentichiamo che Rudolph Giuliani, adottando una linea simile, fallì clamorosamente alle primarie repubblicane del 2008.

ELIZABETH WARREN IN AFFANNO

Infine, non poche preoccupazioni si registrano nel comitato elettorale di Elizabeth Warren. Non solo la senatrice si è dovuta accontentare di un terzo posto in Iowa ma, stando ai sondaggi, anche in New Hampshire non dovrebbe brillare. Il Granite State si configurerà quindi come una prova fondamentale per la sua campagna elettorale. Anche perché, fronteggiare un eventuale nuovo fiasco, potrebbe per lei rivelarsi particolarmente difficile.

La senatrice Elizabeth Warren, candidata alle Primarie democratiche (Getty Images).

Come Sanders e Buttigieg, anche Warren riscontra problemi nell’attrarre le minoranze etniche. Una partenza troppo fiacca potrebbe quindi danneggiarla seriamente, soprattutto in vista degli appuntamenti elettorali negli Stati meridionali (dove Biden teoricamente dovrebbe risultare avvantaggiato). Non è certo possibile ancora dire che la campagna elettorale di Warren sia irrimediabilmente compromessa. Tuttavia un profilo spostato a sinistra come il suo avrebbe dovuto ottenere un risultato migliore in Iowa e quel terzo posto potrebbe pesare come un macigno sul suo futuro. Perché l’elettorato di sinistra, almeno per ora, sembrerebbe intenzionato a preferirle Bernie Sanders. 

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Cos’è successo nelle primarie democratiche in Iowa

Avvio flop per la campagna dem. Nella notte si blocca il sistema di conteggio delle preferenze costringento la divisione locale del partito dell'asinello a rimandare la diffusione dei dati.

Nottata da incubo per il partito democratico americano. L’avvio delle primarie in vista delle presidenziali di novembre coi caucus dell’Iowa doveva essere il trampolino di lancio per i candidati in vista della sfida a Trump. Ma un complicato sistema di conteggio unito a un app per la raccolta voti malfunzionate ha bloccato il rilascio dei risultati, costringendo a uno slittamento superiore alle 24 ore.

LEGGI ANCHE: Chi è Pete Buttigieg, l’outsider delle Primarie dem

Nella notte il comitato locale del partito aveva detto che il ritardo era dovuto a «un controllo di qualità sui risultati in arrivo». Ma Wolf Blitzer della Cnn ha ricordato che nel 2016 a quest’ora erano già stati diffusi i risultati del 70% dei caucus. Alle 23.00 ora locale, ore 5.00 del mattino di martedì 4 febbraio in Italia, solo il 25% dei voti è stato conteggiato, rendendo così impossibile dare i primi risultati. Nel corso della nottata i funzionari dem hanno fatto sapere che i ritardi hanno mostrato delle «contraddizioni» ma «non sono il risultato di un’intrusione di hacker».

AVVIATO IL CONTEGGIO A MANO

I dirigenti hanno poi telefonato alle campagne dei candidati per informarli sui ritardi dei risultati dei caucus. Il direttore della comunicazione del partito Mandy McClure ha spiegato che il ritardo è anche il risultato del cambio di regole, che impone al partito di gestire e diffondere tre tipi di dati: quelli della prima votazione, quelli della seconda e quelli relativi ai delegati conquistati. McClure ha aggiunto che il per ora ha i dati di circa il 25% dei caucus, mentre l’afflusso è in linea con quello del 2016. Alla fine per cercare di uscire dall’impasse è stato deciso il conteggio a mano. Secondo la Cnn questo dovrebbe portare a un rilascio dei risultati nel corso del 4 febbraio.

BERNIE SANDERS DICHIARA LA VITTORI

I comitati dei vari candidati hanno comunque avuto una prima stima dei numeri raccolti con Bernie Sanders che ha detto di essere vicino alla vittori. La campagna di Bernie Sanders ha diffuso i suoi risultati interni, corrispondenti a circa il 40% dei caucus in Iowa, dai quali emerge che il senatore del Vermont è primo nel conteggio finale con il 29,66%, seguito da Pete Buttigieg col 24,59%. Terza la senatrice Elizabeth Warren col 21,24%. Joe Biden quarto col 12,37%, mentre la senatrice Amy Klobuchar è al 11%. Sotto l’1% gli altri candidati. Se il trend fosse confermato, si tratterebbe di una conferma superiore alle attese per Sanders e di un exploit per Buttigieg, che si imporrebbe come leader moderato ai danni di un molto deludente Biden e di una Klobuchar comunque in rimonta. La Warren dimostrerebbe invece di poter rimanere in corsa nel duello a sinistra con il senatore del Vermont. La campagna di Sanders ha giustificato così la decisione di diffondere dati parziali interni: «Riconosciamo che questo non rimpiazza i dati completi del partito democratico dell’Iowa ma crediamo fermamente che i nostri supporter abbiano lavorato troppo a lungo per vedere ritardati i risultati del loro lavoro».

BUTTIGIEG: «ANDREMO IN NEW HAMPSHIRE DA VITTORIOSI»

«Che nottata! Non sappiamo i risultati dell’Iowa ma andremo in New Hampshire vittoriosi», ha affermato Pete Buttigieg salendo sul palco del suo quartier generale in Iowa quando ancora l’esito delle primarie democratiche è tutto da definire. «Siamo gli unici che abbiamo una nuova idea per Washington», ha detto ai suoi supporters.

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Chi è Pete Buttigieg, l’outsider delle Primarie dem

Trentotto anni, veterano dell'Afghanistan e apertamente gay: chi è il centrista che insidia Biden e Sanders.

La strada verso le presidenziali del 3 novembre 2020 è tutta in salita. Ma la lunga cavalcata delle primarie dem potrebbe presto riservare delle sorprese.

Una di queste potrebbe essere Pete Buttigieg, l’unico vero outsider capace di giocarsi qualche chance di sopravvivere alla prima tornata di primarie che inizia il 3 febbraio con i caucus in Iowa.

Trentotto anni, ex sindaco di South Bend (Indiana), ex veterano dell’intelligence in Afghanistan (prestò servizio nel 2014 mettendosi in aspettativa), gay e felicemente spostato con un insegnante. Il cv di Pete, diminutivo di Peter Paul Montgomery, sembra in linea con il vento che sta soffiando nel partito dell’asinello, aperto a minoranze e sempre più a sinistra. Ma in realtà Buttigieg (si pronucia Boot-edge-edge) si mostra molto più moderato dei più noti Bernie Sanders ed Elizabeth Warren.

UN MODERATO PER PUNTELLARE IL PARTITO

Dato per spacciato ancora prima di iniziare la corsa, l’ex sindaco di South Bend, cittadina da 100 mila abitanti tra Indiana e Michigan, ha mostrato grande preparazione, competenza e lucidità. Parla sette lingue (norvegese, arabo, spagnolo, maltese, farsi, francese e italiano) e ha studiato in alcune delle più prestigiose università del mondo come Harvard e Oxford. “Major Pete”, come si fa chiamare per evitare agli interlocutori errori di pronuncia del suo cognome, è stato eletto sindaco per la prima volta nel 2011 con il 74% dei voti e riconfermato nel 2015 con oltre l’80 delle preferenze. Insieme a Biden rappresenta l’anima centrista del partito. Una figura che dal lancio della candidatura anziché perdere smalto ne ha acquisto sempre di più. In particolare potrebbe riconquistare l’elettorato dem in quel Midwest che nel 2016 ha premiato Donald Trump.

Supporter di Pete Buttigieg a ridosso dei caucuses in Iowa

IL PROGRAMMA TRA SANITÀ E RIFORMA DELLA CORTE SUPREMA

Rispetto alle posizioni radicali di Sanders e Warren, Buttigieg punta a costruire convergenze tra moderati dem e repubblicani. Non a caso ha accettato l’invito a partecipare a un programma su Fox News, rete vicina al Gop e soprattutto al presidente Donald Trump. I suoi cavalli di battaglia sono principalmente due: una riforma istituzionale che modernizzi in particolare il ruolo della Corte suprema e aggiustamenti moderati per la Sanità, respingendo la proposta di Sanders di una Medicare for all che mira a mandare in soffitta il vecchio sistema sanitario americano. In più di un’occasione ha parlato anche del cambiamento climatico mettendo in luce come la sua generazione si troverà a gestire le conseguenze del riscaldamento globale. Tra gli altri temi a cui si è dimostrato sensibile anche la concessione della cittadinanza ai Dreamers, i figli dei migranti irregolari nati sul territorio statunitense, e l’aumento dei controlli per i possessori di armi da fuoco.

SONDAGGI: OLTRE IL 10% IN IOWA E NEW HAMPSHIRE

Al momento secondo il sito Real Clear Politics Buttigieg è al 6,7% nei sondaggi nazionali, ma questo tipo di rilevazione vale poco dato che poi primarie e presidenziali si giocano Stato per Stato. In Iowa all’ultima rilevazione è dato al 16,4%, alle spalle di Sanders (24,2%) e Joe Biden (20,2%). Numeri analoghi anche in New Hampshire dove si vota l’11 febbraio: 14,8% sempre alle spalle dell’ex vicepresidente (16,8%) e del senatore del Vermont (26,3%). Il precorso di Buttigieg però è tutt’altro che semplice. Il suo “centrismo” non attira il voto dei millenials che sembrano preferire le inclinazioni socialiste di Sanders e di riflesso di Alexandria Ocasio-Cortez. Allo stesso tempo potrebbe mancare anche il supporto della comunità afroamericana che guarda con più favore l’ex numero due di Obama, Joe Biden.

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Perché Joe Biden ora è il candidato giusto per sconfiggere Trump

Per sconfiggere Trump serve una figura solida, con buone relazioni internazionali. L'ex vicepresidente non avrà il carisma di Sanders o la parlantina di Warren ma con realismo e moderazione può "guarire" gli Usa. Non è ancora arrivato il momento per le proposte socialiste.

L’altra notte ho sognato che Donald Trump vinceva per la seconda volta le elezioni Usa. Mi sono svegliata di soprassalto e sono stata tutto il giorno di pessimo umore. Mi spaventano molto i candidati democratici alla presidenza, perché la maggior parte di loro presenta delle lacune difficili da ignorare.

LA VALIGIA DEI SOGNI DI WARREN E SANDERS

Elizabeth Warren, per esempio, che ammiro molto come persona, è esperta di finanza, ma non ha alcuna esperienza in politica estera. Lei e Bernie Sanders, che rappresentano un’America che sarebbe fin troppo bella per essere vera, propongono un sistema di assistenza sanitaria pubblica giusta a parole ma praticamente impossibile da realizzare. L’idea di base, che non fa una piega, è fare in modo che tutti gli americani siano coperti. Il problema non è solo che vogliono imporre questo sistema anche a chi ha una polizza privata ed è contento così, ma che il loro piano costerebbe 35 trilioni di dollari, fondi che il governo federale non ha a disposizione.

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Sì, lo so: aumenterebbero le tasse ai più ricchi, ma neanche questo basta. Allora aumenterebbero quelle anche alla classe media, praticamente un suicidio elettorale. Per non parlare del fatto che una proposta tanto rivoluzionaria non riuscirebbe mai a passare al Congresso, anche se la maggioranza fosse democratica. Non solo. Anche ammesso che passasse, sarebbe a regime in 10 anni. Da cittadina americana (mi fa ancora impressione ammetterlo, ma da 10 anni ho anch’io un passaporto Usa), mi piacerebbe, per esempio, continuare a pagare attraverso il lavoro di mio marito la nostra assicurazione privata che funziona perfettamente. Per chi, e sono in tanti, non se la può permettere, ci dovrebbe ovviamente essere un’opzione pubblica altrettanto valida. 

BIDEN INSISTE SULL’OBAMACARE

Joe Biden, ex vicepresidente durante l’amministrazione Obama, capisce molto bene questo problema, e sta andando su tutte le piazze possibili d’America (soprattutto quelle dello Stato dello Iowa, cruciale per vincere le elezioni), a ricordare al popolo americano che l’ObamaCare, il programma sanitario pubblico smantellato quasi subito da Trump, funzionava molto bene. «Dobbiamo essere in grado di riuscire a ottenere quello che proponiamo», ribadisce Biden.

MEGLIO APPOGGIARE UN CANDIDATO SOLIDO

Insomma, il vecchio Joe mi convince sempre di più, e non solo su questo punto. Come sottolinea un articolo sul Washington Post, l’ex vicepresidente ha mantenuto ottimi rapporti con presidenti di tutto il mondo, con cui ha lavorato per otto lunghi anni: l’accordo di Parigi sul clima e quello con l’Iran sul nucleare, per dirne due, lo hanno visto tra i protagonisti. Ha anche ottimi rapporti con molti repubblicani, con cui ha lavorato per fare passare leggi appoggiate soprattutto dai democratici: il diritto alla cittadinanza per i figli degli immigrati illegali, per esempio, e il diritto degli omosessuali di potersi sposare. Certo, non è un candidato seducente: non ha il carisma di Bernie o la parlantina convincente di Warren. Ma in quest’America così divisa dopo tre orribili anni di Trump, forse è necessario appoggiare un candidato solido, preparato e capace di guarire tutte le ferite inferte da questa amministrazione, sia interne sia oltre confine. Forse una figura così polarizzante come quella di Bernie non è la risposta giusta. Non ancora. Poi, quando gli Stati Uniti ritorneranno a essere un po’ più forti, quando riacquisteranno un centro di gravità permanente, per dirla alla Battiato, allora sarà bello provare a virare più a sinistra e far capire che un po’ di socialismo non fa male. Non sono convinta che questo sia il momento storico giusto.

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L’effetto Bloomberg sulle elezioni Usa 2020

Il magnate, che piace a Wall Street ed elettorato moderato, è pronto a candidarsi. Un terremoto per gli altri sfidanti dem. A partire da Biden.

Michael Bloomberg è pronto a sfidare Donald Trump. Secondo quanto riportato dal New York Times, il magnate dovrebbe presentare già nelle prossime ore la documentazione per candidarsi. E dovrebbe farlo nello Stato dell’Alabama, accedendo poi alle primarie. Anche se Bloomberg non ha ancora deciso al 100% se scendere in campo o meno, il deposito dei documenti gli consente di lasciarsi la porta aperta per lanciare il guanto di sfida a Trump, l’altro miliardario di New York, attualmente inquilino della Casa Bianca. Trump che ha così commentato l’ipotesi: «Little Michael non farà bene» ai dem, ha detto The Donald, dicendo che finirà col danneggiare Joe Biden.

BLOOMBERG SNOBBA I CANDIDATI DEMOCRATICI

A spingere Bloomberg a considerare seriamente la candidatura è il parterre dei democratici. A suo avviso – secondo indiscrezioni riportare dal New York Post – Biden è «debole», mentre Bernie Sanders ed Elizabeth Warren «non possono vincere». Alcuni stretti collaboratori di Bloomberg riferiscono che l’ex sindaco di New York è convinto che Trump sarà rieletto se Warren dovesse incassare la nomination democratica. Una discesa in campo di Bloomberg sarebbe un terremoto per la corsa dei democratici alla Casa Bianca, già segnata pesantemente dalle indagini per un possibile impeachment del presidente americano. Bloomberg a differenza degli altri dem in corsa non ha bisogno di raccogliere fondi: la sua fortuna gli consente di decidere anche all’ultimo momento se candidarsi senza doversi preoccupare di come finanziare la campagna.

L’EX SINDACO VEDE TRUMP COME «UNA MINACCIA SENZA PRECEDENTI»

Come pronosticato da Trump, a pagare il prezzo maggiore di un’eventuale candidatura di Bloomberg sarebbe Biden, il più moderato in corsa. Ma sarebbero tutti i candidati a risentirne, anche Warren: l’ex sindaco di New York è sicuramente visto più di buon occhio da Wall Street, dalla Silicon Valley e anche da molti elettori democratici contrari a una svolta eccessivamente a sinistra del partito. Bloomberg, afferma il suo consigliere Howard Wolfson, vede Trump come una «minaccia senza precedenti per il Paese» come dimostrano le sue donazioni alle elezioni di metà mandato. «Mike è sempre più preoccupato sul fatto che gli attuali candidati non sono ben posizionati» per battere Trump, aggiunge Wolfson. E proprio la platea di candidati non convincenti ha spinto Bloomberg a ripensare al passo in avanti, dopo che in marzo aveva annunciato di non voler scendere in campo.

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Inchiesta impeachment, il presidente ucraino pronto a cedere a Trump su Biden

Secondo il New York Times Zelenski a settembre era pronto ad annunciare l'indagine contro l'ex vicepresidente americano, come gli aveva chiesto l'attuale leader della Casa Bianca.

La storia rischiava di andare in un altro modo: i piani dell’attuale leader Usa Donald Trump sull’avversario democratico Joe Biden infatti rischiavano di realizzarsi. In piena indagine per il possibile impeachment del presidente Usa, a rivelarlo è il New York Times, secondo il quale il presidente ucraino Volodymyr Zelenski era pronto ai primi di settembre ad annunciare in una intervista alla Cnn l’avvio delle indagini chieste a Kiev dal presidente Donald Trump: quelle sui Biden e quelle sulle presunte interferenze dell’Ucraina nelle elezioni presidenziali Usa del 2016 a favore di Hillary Clinton.

I CONSIGLIERI IN PRESSING PER OTTENERE GLI AIUTI MILITARI

Per il Nyt, infatti, i consiglieri del leader ucraino lo convinsero che gli aiuti militari Usa e il sostegno di Trump nel conflitto con i separatisti russi erano più importanti del rischio di apparire di parte nella politica americana.

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Ora l’ambasciatore Sondland inguaia Trump sull’impeachment

Il diplomatico ha precisato che disse ai vertici ucraini che gli aiuti militari Usa erano subordinati a un annuncio sull'avvio di indagini contro i Biden.

L’ambasciatore Usa alla Ue Gordon Sondland ha cambiato la sua testimonianza nell’indagine di impeachment alla Camera precisando che disse a Kiev che gli aiuti militari Usa erano subordinati ad una dichiarazione pubblica sull’avvio di indagini contro i Biden. Una rettifica che compromette la posizione di Donald Trump, il quale ha sempre negato qualsiasi do ut des.

A sinistra il presidente Usa Donald Trump, al centro l’ ambasciatore Usa presso l’Ue Gordon Sondland, a destra la first lady Melania Trump.

La testimonianza di Sondland è stata diffusa dalla commissione intelligence della Camera assieme a quella di un altro diplomatico: l’inviato Usa in Ucraina Kurt Volker.

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Mistero sulla protezione alla talpa delle rivelazioni Trump – Biden

L'avvocato del whistleblower dice che la Cbs ha mal interpretato la missiva in cui la difesa della gola profonda ringraziava la National intelligence. Non è chiaro dunque se la fonte sia sotto tutela dell'agenzia federale.

È giallo sulle misure di protezione attivate per proteggere la gola profonda del caso che ha portato il Congresso americano ad annunciare l’apertura della procedura di impeachment su Donald Trump. Il caso è quello delle richieste di Trump ai dirigenti ucraini per ostacolare la campagna elettorale di Joe Biden. Uno degli avvocati della talpa che ha denunciato la telefonata di Trump al presidente ucraino per far indagare i Biden ha criticato la Cbs per aver «completamente mal interpretato» i contenuti di una lettera del team difensivo riportando che l’informatore è sotto protezione federale. La Cbs ha però confermato le sue rivelazioni affermando di avere un’altra fonte.

QUELLA LETTERA CHE RINGRAZIA LA NATIONAL INTELLIGENCE

La lettera, firmata da Andrew Bakaj e indirizzata al capo della National Intelligence, esprime preoccupazioni per la sicurezza della talpa – un agente della Cia – dopo le dichiarazioni minacciose del tycoon e la taglia di 50 mila dollari offerta da alcune persone per identificarla. Nella lettera si apprezza anche il sostegno per «attivare le appropriate risorse» per garantire la sicurezza del ‘whistleblower‘ ma non si indica quale sostegno o risorse siano state offerte.

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