Rassegniamoci: l’Iva è destinata ad aumentare

Il problema delle clausole di salvaguardia deve prima o poi essere risolto in modo definitivo. E con questa situazione economica e il nostro debito monstre, l'unica soluzione è ritoccare l'imposta. Con buona pace delle promesse elettorali.

Più Iva meno Irpef. Questo pare sia al momento, nonostante qualche  parziale smentita, il refrain della manovra governativa. Manca ancora il jingle, ma è solo questione di tempo, se ne può esser certi. 

Del resto lo spazio di manovra è ridottissimo, con un debito pubblico in costante continuo aumento, anche se con una parziale riduzione della percentuale rispetto al Pil

Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri promette una riforma tributaria a breve, riforma improntata sulla semplificazione e sulla razionalizzazione; entro aprile la legge delega, e i decreti delegati entro dicembre di quest’anno. Obiettivo molto ambizioso, certamente di non facile applicazione.  

UNA ZAVORRA MONSTRE

Qui ci occupiamo dell’Iva. Pare scontato che il Def prevederà un aumento dell’Iva, anche se misurato e selettivo. Si tenga conto che il nuovo cuneo fiscale per l’Irpef, già approvato, in vigore da luglio 2020, comporterà un esborso di circa 3 miliardi nel solo 2020 (e 5 nel 2021). Ma abbiamo anche le clausole di salvaguardia Iva (47,1 miliardi per il 2021 e 2022) che bloccano qualsiasi iniziativa, qualsiasi libertà di manovra. In pratica, si parte già con un handicap che negli anni è diventato monstre

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La sempre dichiarata, e attuata, lotta all’evasione poco potrà portare alle casse dell’erario, e allora non restano che Irpef e Iva, le due colonne delle entrate italiane (assieme costituiscono i 3\5 delle entrate annue). E per favorire la riduzione dell’Irpef, necessariamente serve più Iva. È stato anche osservato come il rapporto delle due imposte, rispetto al Pil, sia differente. In Italia l’Iva rappresenta il 6,2% del Pil (dati 2008), al penultimo posto in Europa (primi i Paesi nordici, Francia, Germania, Regno Unito, Spagna) e l’Irpef il 10,8% che ci pone terzi, in Europa, dopo i Paesi nordici e il Belgio. Si sostiene anche empiricamente che le imposte sui consumi incidono meno sul tasso di crescita dell’economia, e quindi un diverso mix potrebbe comportare un maggiore sviluppo.  

L’AUMENTO DELL’ALIQUOTA È DIETRO L’ANGOLO

Per quanto concerne le aliquote Iva, si era ventilato un aumento dell’1% per ristoranti e alberghi (dal 10% all’11%) valutato circa 1,5 miliardi annui; aumento subito smentito. Il governo attuale è nato con l’intento di bloccare l’aumento dell’Iva ma non potrà sottrarsi ancora una volta a questa dinamica oramai quasi ineluttabile. L’irpef ha perso equità, in generale, con le imposte sostitutive (26% per redditi di capitale e certi redditi diversi), la cedolare secca sule locazioni (21%, riducibile), l’esenzione di fatto per le attività agricole anche di grandi dimensioni, l’imposta forfettaria di 100 mila euro per i Paperoni che si trasferiscono in Italia, tassa piatta del 7% per pensionati stranieri che si trasferiscono al Sud, cui aggiungere una vera giungla di detrazioni, salti di aliquote. Posto che pare necessario aumentare l’area di esenzione portandola a circa 9.000\10 mila euro, si stanno analizzando altre soluzioni, sistemi alla tedesca (progressività continua) e francese, con il quoziente familiare

LE CLAUSOLE DI SALVAGUARDIA: DAL 2011 A OGGI

Le clausole di salvaguardia Iva italiane trovano origine ancora nel 2011, anche se allora strutturate in modo significativamente diverso da quelle più recenti. Il D.L. 98 del 6 luglio 2011, art. 40, c. 1-ter (governo Berlusconi IV) conteneva l’impegno al reperimento di risorse per 20 miliardi di euro entro il 30/09/2011 tramite tagli lineari di detrazioni e deduzioni fiscali. Il successivo D.L. 201 (Decreto Salva Italia) del 2011 (governo Monti) ha poi aumentato le aliquote Iva (dal 20% al 21%). Successivamente con la L. 147/2013, art. 1, c. 430 (governo Letta) c’è stato un ulteriore aumento delle aliquote (dal 21% al 22%). Poi abbiamo la sequenza delle clausole di salvaguardia propriamente dette, che qui elenchiamo: 

Il governo italiano propone annualmente, dal 2014, le clausole di salvaguardia per l’Iva, a copertura di futuri, ma molto prossimi, sbilanci delle casse nazionali. Di anno in anno, però, i conti non migliorano, e piuttosto che vedere la cancellazione definitiva di questa clausola, che di fatto non fa altro che spostare i problemi in avanti, ingrandendoli, assistiamo alle sue continue modifiche, con differimenti temporali e graduazioni diversificate. Ogni provvedimento normativo ha cambiato non solo la decorrenza, ma anche le stesse percentuali dell’imposta. Per l’aliquota Iva ridotta, attualmente pari al 10%, si prevede ora un innalzamento al 12%, mentre per l’aliquota Iva ordinaria, al momento fissata nella misura del 22%, è previsto l’aumento prima al 25% e poi al 26,5%. Ricordiamo come dal 2018 c’è stato anche qualcosa di più, rispetto al solito: si è cambiata la tecnica legislativa. Ma si è trattato solo di un aspetto formale. Invece di differire gli aumenti, come per esempio era avvenuto fino alla precedente legge n. 205 del 23 dicembre 2017 (art.1, c.2), norme che appunto variavano l’articolo 1, comma 718 della legge 190/2014), si è preferito cambiare, e allora all’articolo 2 si sono previste riduzioni di aliquote. Quindi invece di aumenti, si prevedono ora riduzioni, ma ovviamente sui già determinati aumenti. Decisamente curioso modo di legiferare. Tra l’altro, nella nota tecnica di accompagnamento del dossier per la Camera dei deputati forse non tutte le aliquote riportate paiono corrette. Ma in ogni caso, nessun effetto pratico, se non la mancanza di coordinamento. Gli effetti finanziari ora previsti sono pari a 20 miliardi nel 2020 e 27 nel 2021.

IL CONFRONTO CON L’UE

Per memoria, ricordiamo l’andamento, negli anni, della misura dell’aliquota Iva ordinaria, in Italia: 1° gennaio 1973: 12%; 8 febbraio 1977: 14%; 3 luglio 1980: 15%; 1° novembre 1980: 14%; 1° gennaio 1981: 15%; 5 agosto 1982: 18%; 1° agosto 1988: 19%; 1° ottobre 1997: 20%; 17 settembre 2011: 21% 1° ottobre 2013: 22%. In oltre 40 anni, l’aliquota ordinaria in Italia è quasi raddoppiata, passando dal 12% al 22%. L’aliquota del 22% oggi prevista in Italia è di poco superiore alla media delle aliquote applicabili in tutti gli Stati, pari al 21,5%. L’aliquota ordinaria più bassa nell’Ue, pari al 17% è quella del Lussemburgo, seguono Malta con l’aliquota del 18% e Germania, Romania e Cipro con l’aliquota ordinaria del 19%. L’aliquota ordinaria più alta (27%) è prevista in Ungheria, a seguire Danimarca, Croazia e Svezia che applicano il 25%. Con la prevista aliquota del 26,50% dal 2021 l’Italia potrebbe avere la seconda posizione, in ambito Ue. L’elenco completo delle aliquote in Europa è consultabile al seguente link. Per maggiori informazioni sulle aliquote Iva, consultare il sito della direzione generale della Fiscalità e dell’unione doganale (Taxud).

LE DIVERSE ALIQUOTE

Ogni Paese ha un’ aliquota normale, che si applica alla maggior parte delle forniture. Questa non può essere inferiore al 15%.

Aliquota ridotta

Le aliquote ridotte (massimo 2) possono essere applicate ad un tipo limitato di vendite e normalmente non possono essere inferiori al 5%.

Aliquote speciali

Alcuni Paesi sono autorizzati ad applicare aliquote specifiche su determinate vendite.

Aliquota minima

Alcuni Paesi applicano un’aliquota inferiore al 5% chiamata aliquota minima su alcune vendite. Ad esempio, in Spagna un’aliquota del 4% viene applicata a certi servizi, come la manutenzione e l’adattamento dei mezzi di trasporto per le persone con disabilità.

Aliquota zero

Alcuni Paesi prevedono un’aliquota zero per determinate vendite. In questo caso, il consumatore non deve pagare l’Iva, ma conserva il diritto di detrarre l’Iva versata sugli acquisti direttamente connessi alla vendita, ad esempio le esportazioni e alcuni servizi finanziari per clienti extra Ue.

Aliquota speciale (o intermedia)

Si applica a certi beni e servizi che non possono beneficiare di un’aliquota ridotta, ma ai quali alcuni Paesi dell’Ue applicavano già aliquote ridotte il 1° gennaio 1991. Questi Paesi sono autorizzati a continuare ad applicare aliquote ridotte, a condizione che non siano inferiori al 12%. Le aliquote speciali intendevano essere una misura transitoria per agevolare il passaggio dalle deroghe alle norme generali introdotte con l’entrata in vigore del mercato interno il 1° gennaio 1993: andavano abolite gradualmente.

SERVE UNA SOLUZIONE DEFINITIVA

Il problema delle clausole di salvaguardia dovrà essere risolto in modo definitivo, una volta per tutte; non si possono rimandare i problemi di continuo. E per trovare una soluzione non ci sarà altro sistema che l’aumento delle aliquote, magari in parte rimodulate. Tutto ciò appare inevitabile, stante il fiacco andamento dell’economia e il correlato intervento di riduzione dell’Irpef. L’equilibrio finale lo si potrà trovare solo con un aumento dell’Iva, con buona pace di qualsiasi buon proposito.

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