Cosa fanno oggi gli ex azzurri che persero contro la Corea del Sud nel 2002? E Byron Moreno?


18 giugno 2002, una delle pagine più nere della storia della Nazionale italiana. E' la data della sconfitta mondiale contro la Corea del Sud degli Azzurri guidati da Trapattoni, una delle squadre più belle e forti di sempre. Colpa di Byron Moreno e di un arbitraggio scandaloso. A distanza di quasi 20 anni, cosa fanno gli ex azzurri? E l'arbitro ecuadoregno?
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Coronavirus, il ct Mancini: “Sì al rinvio dell’Europeo. Bisogna lasciare a casa i giocatori”


Roberto Mancini, commissario tecnico della Nazionale Italiana, è intervenuto a 90° minuto su Rai2 e ha parlato dell'emergenza Coronavirus: "Credo che quando ricominceremo sarà tutto più bello per il fatto che ritroviamo la libertà e torneremo a vedere le partite". Sul possibile rinvio di Euro 2020: "Ci sono cose più importanti dell’Europeo, senza dubbio".
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Il Pil dell’Italia sceso a -0,3% nel quarto trimestre 2019

Secondo le stime dell'Ocse siamo già in recessione tecnica. Frenano anche Giappone, Sudafrica, Francia e Messico. In tutta l'Ue la crescita è stata solo dello 0,1%.

Il Pil dell’Italia frena a –0,3% nel quarto trimestre 2019, quindi ancora prima della crisi dovuta all’epidemia di coronavirus, contro il -0,1% del trimestre precedente. La stima arriva dall’Ocse e se i numeri verranno confermati il nostro Paese sarà in recessione tecnica, che si determina quando il Pil fa segnare una variazione congiunturale negativa per due trimestri consecutivi.

BRUSCA FRENATA DEL GIAPPONE, RALLENTA TUTTA L’UE

Nello stesso periodo, la crescita si è fortemente contratta anche in Giappone (-1,8%), Sudafrica (-0,4%), Francia e Messico (-0,1%). Rallentamento nel Regno Unito (crescita pari a zero) e in modo più moderato in tutta l’Unione europea (+0,1%). Anche tra i Paesi del G20, il Pil è andato giù: +0,6%, contro il +0,8% del trimestre precedente.

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Siamo vinti da paura e menefreghismo e il coronavirus non c’entra

L'Italia nelle classifiche del Pew Research si situa nelle posizioni più basse per quanto riguarda l'attenzione ai valori fondanti della democrazia. A causa del cinismo politico della destra e dell’acquiescenza culturale della sinistra. Ma soprattutto dell’azione dei mass media che accreditano questa narrazione. E lo si vede in questi giorni di emergenza.

Italiani brava gente. Una volta, forse. Ora invece, per quanto molto spiacevole a dirsi, brutta gente.

Fossimo negli ultimi 20 anni involgariti e incattiviti, e diventati anche intolleranti e rancorosi lo sapevamo. Ce l’hanno detto i vari rapporti Censis ed Eurispes, i periodici rilevamenti sull’opinione di Ipsos e i tanti sondaggi di giornata.

Eravamo il Paese della Dolce vita, ma ora siamo la nazione più sfiduciata dell’Ue. Per effetto della crisi economica e di un populismo becero figlio di una classe politica e di governo peggiore. Ma anche di un complessivo arretramento culturale, imputabile soprattutto al sensibile venire meno dell’azione formativa dei mass media e in particolare della tivù generalista: privata e pubblica allo stesso modo. La capillare diffusione dei social media ha dato poi il colpo di grazia, dando voce e amplificando ogni protesta, richiesta, fastidio, Anche quando irricevibili, offensivi e perfino illegittimi.

IL SENTIMENTO DEL PAESE NEI CONFRONTI DELLA DEMOCRAZIA

Insomma lo stato di benessere, umore e salute, anche mentale dell’Italia è da parecchi anni depresso. Ma in questi giorni, di emergenza sanitaria ed economica, quasi allo sbando. Tuttavia non credevo che il sentimento profondo del Paese, che non attiene convinzioni e malumori del momento, bensì i valori fondanti la democrazia e i principali diritti della persona, fosse così malmesso. E versasse nello stato deplorevole, ma ancor più preoccupante, che ci viene consegnato dal rapporto globale sullo stato dei Diritti e della Democrazia curato dal Pew Research Center, importante e autorevole centro studi sull’opinione pubblica Usa.

IL DIBATTITO SULLA GIUSTIZIA GIUSTA

Il rapporto analizza gli atteggiamenti e le opinioni nei confronti delle istituzioni e dei diritti democratici. La “giustizia giusta”, ovvero quanto è importante per una democrazia avere una giustizia che tratti tutti allo stesso modo, è il punto di partenza del rapporto. Quale è per essere precisi la percentuale di popolazione nei diversi Paesi che ritiene «molto importante» il corretto funzionamento del sistema giudiziario? La prima sconcertante sorpresa scaturisce forse da 20 anni e più di contesa politica nazionale aspra fra giustizialismo da un lato e garantismo dall’altro.

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Certo è che la percentuale dell’Italia convinta assertrice del dura lex sed lex è il 72%, ben sotto la mediana che è l’82% e molto lontana dai principali Paesi come Usa 96%, Uk e Francia, rispettivamente 92% e 91%, e perfino da Grecia e Ungheria, 95% entrambe, che forse perché alle prese con spinte autoritarie manifestano quella forte sensibilità che a noi è venuta meno. E qui non è casuale osservare come la recente legge sulla prescrizione scaldi solo i politici, ma interessi poco i media e ancor meno la popolazione. Aggiungerò solo che in Europa le nostre attese e convincimenti sul corretto funzionamento del sistema giudiziario ci collocano in coda assieme alla Polonia e poco sopra Slovacchia e Lituania. Fanalino di coda la Russia di Putin.

SOLO IL 59% DEGLI ITALIANI RITIENE FONDAMENTALE LA VOLONTÀ POPOLARE

Sulla regolarità delle elezioni, dunque sul forte valore che deve avere la volontà popolare, ossia lo spirito democratico, la situazione è addirittura peggiore. La percentuale degli italiani che la ritengono «molto importante» è del 59%, in calo del 14% rispetto al rilevamento del 2015. Più che una caduta un tonfo. Una percentuale ben distante dalla linea mediana europea che è del 70% e ci spedisce anche qui in coda. Dietro abbiamo solo la Lituania (57%) e la Russia (40%). L’abituale e perdurante cattivo spettacolo offerto dalla classe politica nazionale va di pari passo con l’emergere di figure e comportamenti autoritari, riassunti nel bisogno dell’uomo forte che ogni qualvolta la lotta politica degenera si riaffaccia sulla scena nazionale. Con tutto ciò che consegue, ma anche determina, sul piano della libertà d’espressione e del suo effettivo e pieno esercizio a ogni livello della vita collettiva.

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE? SOTTO LA MEDIA UE

Tre sono le domande poste agli abitanti di 34 Paesi nel mondo su quanto essi ritengano «molto importante», nell’ordine e senza censure da parte dello Stato o del governo, avere libertà di parola, di stampa e di espressione su Internet. Di nuovo lo stato del Paese è desolante. Sempre più lontana l’Italia dalla testa della classifica e sempre più vicina ai Paesi che riteniamo arretrati. Sui tre tipi di  libertà la percentuale nazionale è del 63%, 56% e 52%, tutti abbondantemente sotto la linea mediana europea, rispettivamente fissata al 74%, 67%, 69%. Nel caso di Internet e del web, che esprime lo scarto più elevato, si comprende perché i social media in Italia siano diventati i luoghi più battuti da odiatori, mestatori, propagatori di falsità e cretinate d’ogni tipo. Cosa questa che rende più che mai urgente un’azione normativa. La scrittura di nuove leggi e regolamenti.

LIBERTÀ RELIGIOSE E IDENTITÀ DI GENERE

Va un po’ meglio, ma non troppo, quando entrano in gioco diritti civili e religiosi, ovvero identità e relazioni di genere e il valore della tolleranza. Il 74% degli italiani ritiene «molto importante» l’uguaglianza di diritti fra donne e uomini. In questo campo siamo davanti a tutti i Paesi dell’Est ex-comunista, con eccezione dell’Ungheria, ma dietro tutti quelli dell’Ovest più ricco (di 22 punti dalla Svezia che è la più egualitaria) e sotto di 12 punti dalla mediana europea. Certo sul sostegno alla libertà di religione l’Italia si conferma un Paese tollerante però è con Messico e Russia quello in cui (-14%) registra il calo più sensibile rispetto al precedente rilevamento. Ma su questo tema va segnalato che in tutta Europa cresce l’ostilità, soprattutto maschile e fra i militanti nei movimenti sovranisti di destra, nei confronti del diritto di ognuno a praticare liberamente il proprio credo religioso. Assolutamente dolente, se non drammatico, è invece il sentimento italico rispetto alle organizzazioni e movimenti che si battono per i diritti civili e alla libertà loro riconosciuta di agire senza impedimenti o interferenze governative. La percentuale di italiani che ritengono questo «molto importante» è il 35%. Peggio di noi solo la Russia (31%), mentre siamo doppiati da Paesi come Spagna e Francia (72%) e perfino dagli Usa di Donald Trump (68%).

SIAMO IL PAESE DELLA PAURA

In questa luce, pensando alla vicenda di Carola Rackete, ma in particolare alla folgorante ascesa della Lega, dal 4% al 33% nel giro di due anni – anche se ora è data in calo in tutti i sondaggi– diventano chiare almeno tre cose. La paura, in primo luogo, diventata sentimento prevalente nel Paese. Una paura ingiustificata. Una preventiva paura della paura. Una percezione, certo. Capace però di accreditarsi come realtà. Un Paese assediato, invaso da una marea di migranti e profughi – secondo punto – è diventato così una rappresentazione/narrazione sciaguratamente impostasi, fissatasi nell’immaginario nazionale. Ciò per effetto combinato del cinismo e dell’opportunismo politico della destra e dell’acquiescenza culturale e ignavia buonista della sinistra. Ma soprattutto dell’azione massmediale quotidiana che, soprattutto in tivù, ha accreditato e raccontato il Paese della paura. Un’Italia che ha paura di tutto e che è pienamente in azione in questi giorni di minacciata pandemia, di svaligiamenti dei supermercati e corse ai pronto soccorsi.

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Roberto Mancini ‘gioca’ la sfida scudetto: “Se l’Inter perde diventa dura per Conte”


Il commissario tecnico azzurro ha commentato l'imminente sfida tricolore tra le squadre di Sarri e Conte: "Se i nerazzurri dovessero perdere, magari dopo il successo della Lazio, la corsa verso il tricolore potrebbe essere più dura. I giochi però non sarebbero chiusi, ci mancherebbe. La strada è ancora lunga, ma per i nerazzurri diventerebbe tosta recuperare. Rincorrere vuol dire stare sotto pressione e non puoi più sbagliare".
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L’Ufficio parlamentare di bilancio taglia la crescita del Pil nel 2020

L'organismo stima un +0,2%, contro il +0,6% ipotizzato dal governo. Lento recupero della domanda interna. Scarso apporto dal commercio estero.

Dopo la brusca frenata di fine 2019, secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio la crescita dell’economia italiana «è destinata a restare modesta» anche nel 2020, con un Pil stimato a +0,2% (0,1% al netto della correzione per i giorni lavorativi) contro il +0,6% ipotizzato dal governo.

LENTO RECUPERO DELLA DOMANDA INTERNA

Nel primo trimestre dell’anno in corso, l’Upb prevede che il Pil non riuscirà a recuperare il netto calo del periodo precedente. L’attività economica, tuttavia, dovrebbe riprendere vigore nei trimestri successivi, sostenuta dal lento recupero della domanda interna. Mentre l’apporto del commercio estero viene giudicato molto modesto.

L’ULTIMO TRIMESTRE DEL 2019 CHIUSO CON UN -0,3%

Gli indicatori congiunturali più recenti, in altre parole, non sembrano indicare un mutamento di clima rispetto all’ultimo trimestre del 2019, chiuso con una contrazione dell’economia dello 0,3%. Scrive l’Upb: «Nel quarto trimestre la produzione industriale si è ridotta in misura molto marcata (-1,4% rispetto ai tre mesi precedenti), in modo simile a quanto accaduto in Germania. L‘incertezza di famiglie e imprese continua ad aggravarsi, soprattutto con riferimento alle componenti relative alle costruzioni e alla manifattura. Gli indicatori sintetici del ciclo economico sono coerenti nel segnalare una sostanziale stasi dell’attività produttiva».

NEL 2021 SI PREVEDE UN +0,7%

Per quanto riguarda il 2021, la previsione è di una crescita dello 0,7% (contro il +1% stimato dal governo). Ma la stima dell’Upb non include l’incremento delle imposte indirette previsto nelle clausole di salvaguardia, e non considera misure alternative di copertura finanziaria. Sotto tali ipotesi, l’anno prossimo il Pil aumenterebbe dello 0,7%. Ma in caso di attivazione delle clausole di salvaguardia, la crescita verrebbe intaccata tra uno e tre decimi di punto percentuale.

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Per il 15,6% degli italiani la Shoah non è mai esistita

Il rapporto choc curato da Eurispes, che segnala una crescita drammatica della tendenza al negazionismo.

Una drammatica ignoranza della storia, che sfocia nell’aperto negazionismo. Secondo il Rapporto Italia 2020 curato da Eurispes, oggi il 15,6% degli italiani crede che la Shoah non sia mai avvenuta. Nel 2004 erano il 2,7%.

Risultano in aumento, sebbene in misura meno eclatante, anche coloro che ridimensionano la portata della Shoah: dall’11,1% al 16,1%. Inoltre, nel campione sondato, risucote un discreto consenso (19,8%) l’affermazione secondo cui «molti pensano che Mussolini sia stato un grande leader che ha solo commesso qualche sbaglio».

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Italia, Roberto Mancini vede Nicolò Zaniolo a Euro 2020: “Può farcela”


Il commissario tecnico della Nazionale Italiana, nel corso di un'intervista per La Gazzetta dello Sport, ha parlato della sua idea di rinnovamento e il percorso che sta cercando di seguire in azzurro: "Il primo giorno dissi ai ragazzi che dovevamo fare qualcosa di diverso, altrimenti nessuno ci avrebbe più seguito". Sul recupero di Nicolò Zaniolo per Euro 2020: "È giovane, può farcela. Lui è unico".
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La cronistoria della crisi in Libia dal 2011 a oggi

Dalle rivolte contro il regime alla caduta di Gheddafi, fino alle lotte tribali, i tentativi falliti di transizione democratica e gli interessi di potenze straniere. I nove anni di guerra dell'ex Jamahiriya.

Gli ultimi nove anni di crisi libica testimoniano che il Paese nordafricano, nonostante il lungo regno di Muammar Gheddafi, di fatto non sia mai esistito.

Una debolezza storica, che attira ora le mire espansionistiche turche e russe, intenzionate a spartirsi il territorio e a mettere fuori dalla porta europei e italiani.

Ecco una cronistoria della crisi dell’ex Jamahiriya.

16 FEBBRAIO 2011 – LA PRIMAVERA ARABA INFIAMMA LA LIBIA

I primi scontri in Libia scoppiano a febbraio 2011, a seguito delle proteste scatenate dall’arresto dell’avvocato Fathi Terbil, noto oppositore di Gheddafi, che stava curando gli interessi dei parenti di alcuni attivisti politici morti 15 anni prima nelle galere libiche. A Bengasi si riversano in piazza migliaia di persone e la repressione della polizia non si fa attendere: muoiono quattro persone e 14 restano ferite. Ventiquattro ore dopo si incendiano tutte le principali città libiche. Negli scontri del 19 febbraio muoiono oltre 80 civili.

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La Comunità internazionale biasima il pugno di ferro con cui Gheddafi gestisce la situazione. Imbarazzato il governo italiano, storico partner del Paese con noti e ingenti interessi economici in Libia. 

Muammar Gheddafi in visita a Roma nel 2010.

21 FEBBRAIO 2011 – SCOPPIA LA GUERRA CIVILE

Il 20 febbraio, quando i morti sono ormai più di 120 e i feriti superano il migliaio di unità, l’allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, si limita a dichiarare: «Siamo preoccupati per quello che potrebbe succederci se arrivassero tanti clandestini. La situazione è in evoluzione e quindi non mi permetto di disturbare nessuno».

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Il 21 febbraio Gheddafi dispone l’uso dell’esercito: i tank bombardano i manifestanti, che ormai vengono definiti «ribelli» e hanno preso la città di Bengasi. La propaganda del regime sostiene che dietro le proteste ci sia Osama bin Laden. «Combatterò fino alla morte come un martire», dichiara il raìs alla televisione libica.

26 FEBBRAIO 2011 – L’ITALIA SOSPENDE IL TRATTATO DI AMICIZIA

Il 26 febbraio il nostro Paese sospende unilateralmente il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra i due Paesi siglato a Bengasi il 30 agosto 2008. Ventiquattro ore dopo il Consiglio di sicurezza dell’Onu impone all’unanimità il divieto di viaggio e il congelamento dei beni di Muammar Gheddafi e dei membri del suo clan mentre il regime viene deferito al Tribunale Corte Penale Internazionale dell’Aja.

Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi.

10 MARZO 2011 – L’UE RICONOSCE IL CNT COME NUOVO INTERLOCUTORE

Si muove infine anche l’Europa. Nel vertice straordinario dei capi di Stato e di Governo di Bruxelles si decide che Gheddafi deve abbandonare subito il potere e il Consiglio Nazionale di Transizione (Cnt) è il nuovo interlocutore politico.

19 MARZO 2011 – LA FRANCIA ENTRA IN GUERRA

Parigi dà il via all’operazione Odissey Dawn. La coalizione, guidata da Parigi e Londra, coinvolge anche gli Usa, la Spagna e il Canada. Roma, per non restare esclusa dalla spartizione che seguirà e non vedere danneggiati i propri interessi, volta le spalle al Colonnello e partecipa al conflitto.

OTTOBRE 2011 – LA FINE DI GHEDDAFI

La situazione per il raìs, che in un primo tempo era sembrato avere la meglio grazie all’arrivo in Libia di migliaia di mercenari al suo servizio, precipita durante l’estate. I ribelli irrompono nella sua fortezza di Tripoli e il Colonnello anziché combattere fino alla fine «come un martire» si dà alla fuga. Viene ucciso il 20 ottobre dello stesso anno, quando cade Sirte, la sua città natale.

GENNAIO 2012 – PROTESTE CONTRO IL CNT

Non c’è però pace per la Libia. Dopo pochi mesi i cittadini tornano in piazza per protestare contro il Consiglio nazionale di transizione. A luglio si elegge il Congresso nazionale generale e ad agosto avviene l’avvicendamento alla guida del Paese dei due collegi. Ma nemmeno questo apparente ritorno alla normalità ferma la rivoluzione.

Scontri in Libia.

11 SETTEMBRE 2012 – VIENE UCCISO L’AMBASCIATORE USA IN LIBIA

Chris Stevens, ambasciatore americano in Libia, viene ucciso da un comando di miliziani islamici nei pressi del consolato Usa di Bengasi, insieme a un agente dei servizi segreti e due marines. L’allora presidente statunitense Barack Obama decide di richiamare tutto il personale diplomatico e invia altre truppe nel tentativo di pacificare un Paese sempre più dilaniato.

ESTATE 2013 – CROLLA LA PRODUZIONE DI PETROLIO

Mentre in parlamento i Fratelli musulmani riescono a intercettare i candidati indipendenti, ponendo fine alla laicità del governo imposta per oltre 40 anni dall’ex dittatore, le guerre tra tribù e gli attentati costringono il Paese a chiudere gli impianti principali. La produzione quotidiana di petrolio crolla dagli 1,5 milioni di barili di giugno 2013 ad appena 180 mila.

FEBBRAIO 2014 – FALLISCE IL GOLPE DI HAFTAR

Contro una Libia sempre più islamica si schiera Khalifa Haftar, generale in pensione (nel 2014 ha già 71 anni) che nel 1969 partecipò al golpe che portò al potere Muammar Gheddafi. Proprio per questo non gode del favore del governo di transizione che teme voglia diventare il nuovo raìs libico. Il militare, che gode invece dell’appoggio dell’Egitto, in febbraio attua un colpo di Stato e prova a destituire il parlamento di Tripoli, ma l’esercito filogovernativo ha la meglio.

AGOSTO 2014 – L’AVANZATA DI ALBA DELLA LIBIA

Nemmeno le nuove elezioni del giugno 2014, con la vittoria di uno schieramento più moderato, consentono al Paese di avviare l’agognata transizione democratica. In estate le milizie islamiste riescono a unirsi sotto la guida dei temuti combattenti di Misurata e fondano il gruppo al Fajr Libya (Alba della Libia), conquistando Tripoli. Si crea così un governo ombra, parallelo a quello ufficiale ma costretto all’esilio nella città di Tobruk che crea ulteriori difficoltà nei rapporti con i Paesi esteri. Sono infatti due i ministri del Petrolio. Gli Emirati arabi sostengono entrambe le fazioni (durante il dialogo con Tobruk hanno infatti finanziato tutte le guerre di Haftar) nel tentativo di far salire al potere l’ex ambasciatore di Tripoli ad Abu Dhabi, Aref Ali Nayed, rendendo ancora più difficile il ruolo delle Nazioni Unite.

OTTOBRE 2014 – NASCE IL CALIFFATO DI DERNA

Dopo il ritiro delle Nazioni Unite e mentre le due milizie combattono per Bengasi, viene fondato a Derna, in Cirenaica, il Califfato islamico di Abu Bakr al Baghdadi. La città diventa covo di jihadisti che esercitano il potere con il terrore ed esecuzioni brutali. Ventuno egiziani cristiani vengono decapitati scatenando la dura repressione militare del Cairo. Intanto l’Isis conquista Sirte e sferra una serie di colpi alle ultime rappresentanze occidentali nel Paese. Il 27 gennaio viene assaltato l’hotel Corinthia di Tripoli, dove alloggia anche il premier islamista Omar al Hasi, scampato all’attentato che però causa la morte di cinque stranieri (tra cui un americano). Il 4 febbraio viene attaccato un giacimento a Mabrouk gestito dalla francese Total.

FEBBRAIO 2015 – CHIUDE L’AMBASCIATA ITALIANA A TRIPOLI

«Siamo pronti a combattere nel quadro della legalità internazionale». Questa frase, pronunciata dall’allora ministro degli Esteri Paolo Gentiloni è sufficiente a mettere l’Italia nel mirino dell’Isis che dichiara di essere pronta a fermare le nuove «crociate blasfeme» che partiranno da Roma. Il premier Matteo Renzi decide di chiudere l’ambasciata a Tripoli, l’ultima rimasta nel Paese. «Abbiamo detto all’Europa e alla comunità internazionale che dobbiamo farla finita di dormire», è il suo appello, «che in Libia sta accadendo qualcosa di molto grave e che non è giusto lasciare a noi tutti i problemi visto che siamo quelli più vicini».

17 DICEMBRE 2015 – L’ACCORDO DI SKHIRAT

L’accordo di Skhirat, in Marocco, stretto tra gli esecutivi di Tripoli e Tobruk, permette la nascita del governo guidato da Fayez al-Serraj e riconosciuto dall’Onu.

GENNAIO 2016 – IL GOVERNO PROVVISORIO IN TUNISIA

Le Nazioni Unite, finora rimaste sullo sfondo, provano la carta del governo provvisorio, ma la situazione in Libia è tale che deve insediarsi all’estero, in Tunisia e non viene riconosciuto né dal governo più laico di Tobruk né da quello islamista di Tripoli. Verrà fatto sbarcare in nave solo nel mese di marzo che segna il ritorno del personale delle Nazioni Unite nel Paese. 

2016-2018 – LA CACCIATA DELL’ISIS

Inizia la controffensiva nei confronti dell’Isis che durerà più di due anni. Nel luglio 2018 l’esercito di Khalifa Haftar espugna Derna, roccaforte del Califfato.

Emmanuel Macron tra Haftar e al Serraj.

APRILE 2019 – LO SCONTRO FINALE PER TRIPOLI

Archiviata la minaccia dello Stato islamico, nell’aprile 2019 riparte la battaglia per Tripoli. E mentre in strada si combatte, in altre cancellerie si guarda già alla pacificazione. Gli Emirati Arabi non sono i soli a portare avanti la politica dei due forni. 

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2017-2019 – I MALDESTRI TENTATIVI FRANCESI DI ESCLUDERE L’ITALIA

Anche la Francia di Emmanuel Macron è protagonista di una politica assai ambigua: ufficialmente appoggia Serraj, ma ufficiosamente sembra invece puntare su Haftar, nella speranza di ribaltare a proprio favore i rapporti tra Tripoli e Roma in tema di rifornimenti energetici. Il 29 maggio 2018 l’inquilino dell’Eliseo accelera e convoca un vertice con i rappresentanti libici al fine di indire nuove elezioni il 10 dicembre.

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Non è la prima volta: il 24 luglio 2017 Macron aveva chiamato a Parigi Serraj e Haftar con la speranza di arrivare a una pacificazione benedetta dai francesi senza l’ingombrante presenza mediatrice di Roma. Particolarmente duro il ministro dell’Interno italiano, che in quel periodo è Matteo Salvini: «Penso che dietro i fatti libici ci sia qualcuno. Qualcuno che ha fatto una guerra che non si doveva fare, che convoca elezioni senza sentire gli alleati e le fazioni locali, qualcuno che è andato a fare forzature».

erdogan turchia libia
Il presidente turco Recep Tayyp Erdogan.

DICEMBRE 2019 – GENNAIO 2020 – L’INTERVENTISMO DELLA TURCHIA

Le Forze armate turche a fine dicembre si sono dette pronte a un possibile impegno in Libia a sostegno del governo di Tripoli contro le forze del generale Khalifa Haftar, come richiesto dal presidente Recep Tayyip Erdogan. L’ingresso delle truppe turche, col voto del parlamento di Ankara favorevole all’invio di soldati in aiuto a Fayez Al-Sarraj, è destinato a spostare gli equilibri del conflitto libico. Una mossa che ha spiazzato l’Italia e l’Unione europea, che da tempo cercano una soluzione diplomatica, ma anche gli Stati Uniti, con Donald Trump che ha chiamato Erdogan per esprimergli la sua contrarietà all’intervento. E che ha spinto il generale Khalifa Haftar a lanciare la sua invettiva contro il presidente turco.

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Il fascino della città di Genova


Ricca di palazzi nobiliari, musei, chiese, ma anche di attrazioni come il famoso acquario, Genova merita di essere assolutamente visitata. Una cittadina che tra palazzi storici e gli incantevoli carruggi, ha visto il passaggio di grandi navigatori, come Cristoforo Colombo, artisti, poeti e musicisti. Genova è una città dal grande fascino, conosciuta per i suoi prodotti e per le bellezze che custodisce.
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Come funziona il sorteggio per l’Europeo di calcio 2020

Dalla suddivisione in fasce al fattore campo: così prende forma la prima edizione itinerante nella storia. Per l'Italia i pericoli maggiori sono Francia e Portogallo. La guida completa.

È tutto pronto per il sorteggio dell’Europeo di calcio 2020. Per la prima volta, la competizione continentale per nazionali sarà itinerante: apertura all’Olimpico di Roma venerdì 12 giugno, chiusura a Wembley (dove, oltre alla finale, si disputeranno anche le semifinali) il 12 luglio. In mezzo altre 10 città ospitanti. Ecco le cose da sapere sul sorteggio in programma sabato 30 novembre 2019 a Bucarest (diretta tv su Sky).

COME SONO DIVISE LE FASCE E COME SI FORMANO I GRUPPI

I gironi sono sei. Al sorteggio accedono le prime due classificate nei 10 gironi di qualificazione e le quattro vincenti degli spareggi in programma a marzo 2020: una tra Islanda, Bulgaria, Ungheria, Romania (Spareggio A); una tra Bosnia, Slovacchia, Irlanda, Irlanda del Nord (B); una tra Scozia, Norvegia, Serbia, Israele (C); una tra Georgia, Macedonia del Nord, Kosovo, Bielorussia (D). Le 24 squadre sono divise in quattro fasce. Eccole, di seguito.

FASCIA 1FASCIA 2FASCIA 3FASCIA 4
BelgioFranciaPortogalloGalles
ITALIAPoloniaTurchiaFinlandia
InghilterraSvizzeraDanimarcaVinc. Spareggio A
GermaniaCroaziaAustriaVinc. Spareggio B
SpagnaOlandaSveziaVinc. Spareggio C
UcrainaRussiaRep. CecaVinc. Spareggio D
  • In grassetto, le nazioni ospitanti. Altre quattro (Romania, Scozia, Irlanda e Ungheria) sono coinvolte negli spareggi.

CHI RISCHIA DI INCROCIARE L’ITALIA DI MANCINI

L’Italia – come si vede dalla tabella – è testa di serie, reduce da un girone di qualificazione a punteggio pieno (unico caso col Belgio). Tuttavia, il meccanismo di fasce non mette la nazionale di Roberto Mancini al riparo da rischi concreti. Il peggiore dei gironi possibili riserverebbe all’Italia la Francia campione del mondo (in seconda fascia), il Portogallo di Cristiano Ronaldo e il Galles di Aaron Ramsey e Gareth Bale. L’Italia può pescare una tra Francia, Polonia, Svizzera e Croazia; una tra Portogallo, Turchia, Austria, Svezia e Repubblica Ceca; e come quarta Finlandia o Galles.

COME FUNZIONA IL FATTORE CAMPO E CHI NE BENEFICIA

Alle nazionali ospitanti è già stato assegnato automaticamente il proprio girone. L’Italia è nel gruppo A; Russia e Danimarca nel B; l’Olanda nel C; l’Inghilterra nel D; la Spagna nell’E; la Germania nel gruppo F. In caso di qualificazione, la Romania è destinata al gruppo C, la Scozia al D, l’Irlanda all’E e l’Ungheria all’F. L’Italia disputa in casa (all’Olimpico) le tre gare del girone, come anche Olanda, Inghilterra, Spagna e Germania e Danimarca. La Russia, invece, ne gioca due – come ha stabilito un sorteggio -, essendo nel girone con la Danimarca. Anche Romania, Scozia, Irlanda e Ungheria disputerebbero in casa due partite nel caso in cui si qualificassero. Dopo i gironi, si passa agli scontri diretti. Si qualificano agli ottavi le prime due e quattro migliori terze.

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A ottobre 217 mila occupati in più rispetto al 2018

La crescita è trainata dai dipendenti (+231 mila) e in particolare dai permanenti (+181 mila), mentre calano gli indipendenti (-15 mila).

Disoccupazione in calo a ottobre in Italia. Il tasso generale è sceso infatti al 9,7% (-0,2 punti percentuali), quello giovanile al 27,8% (-0,7 punti). Rispetto al 2018, i disoccupati sono 269 mila in meno.

Sempre su base annua il numero degli occupati è cresciuto dello 0,9%, pari a +217 mila unità. L’incremento è trainato dai dipendenti (+231 mila), in particolare quelli a tempo indeterminato (+181 mila), mentre calano gli indipendenti (-15 mila).

Il tasso di occupazione sale al 59,2% (+0,1 punti percentuali) ed è in aumento per entrambe le componenti di genere. Su base annua l’occupazione risulta in crescita sia per le donne, sia per gli uomini e per tutte le classi d’età tranne i 35-49enni.

Rispetto a settembre 2019, gli occupati risultano in crescita di 46 mila unità (+0,2%), grazie soprattutto al contributo degli indipendenti (+38 mila) e dei dipendenti a tempo determinato (+6 mila), mentre i dipendenti a tempo indeterminato sono sostanzialmente stabili. Su base mensile l’occupazione sale per entrambe le componenti di genere, cresce tra gli over 35, cala lievemente tra i 25-34enni ed è stabile tra gli under 25.

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Le tasse pagate dai giganti del web in Italia

Nel 2018 le 15 maggiori compagnie hanno versato al Fisco appena 64 milioni di euro, il 2,7% del loro fatturato. Lo studio di Mediobanca.

Appena 64 milioni di euro, corrispondenti al 2,7% del fatturato. A “tanto” ammontano le tasse pagate in Italia nel 2018 da 15 giganti del web, da Amazon a Microsoft e Google, passando per Facebook e Alibaba. Apple, non inclusa nel campione, ha pagato 12,5 milioni.

I dati sono contenuti nell’ultimo report di Mediobanca, secondo cui a livello globale le 25 maggiori compagnie con fatturato superiore a 8 miliardi di euro hanno risparmiato oltre 49 miliardi di tasse, spostando circa il 50% degli utili in Paesi con regimi fiscali più favorevoli. Il risparmio sale a 74 miliardi se si includono i 25 di Apple.

Per quanto riguarda l’Italia, le società analizzate dallo studio di Mediobanca sono 15. Microsoft ha pagato 16,5 milioni, Amazon 6 milioni, Google 4,7 milioni, Oracle 3,2 milioni, Facebook 1,7 milioni. Al conto vanno aggiunte le sanzioni applicate dopo aver raggiunto accordi con l’Agenzia delle Entrate, per un totale di 39 milioni.

Il fatturato aggregato in Italia è pari a 2,4 miliardi di euro e i 64 milioni pagati nel 2018 rappresenatno il 2,7%, in calo rispetto al 2,9% del 2017. In Italia, inoltre, rimane solo il 14% della liquidità totale, mentre l’84,7% va a confluire in Paesi a fiscalità agevolata.

Nel 2018 l’aliquota media effettiva del campione preso in considerazione a livello mondiale è stata del 14,1%, di gran lunga inferiore al 21% ufficialmente in vigore negli Stati Uniti e al 25% in vigore in Cina.

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Le previsioni Ocse sulle prospettive economiche dell’Italia

Debito pubblico in crescita al 136% nel 2019 e nel 2020. Il Pil arranca.

La crescita del Pil italiano dovrebbe riprendere “molto gradualmente”, allo 0,4% nel 2020 e allo 0,5% nel 2021, contro lo 0,2% del 2019: è quanto emerge dalle Prospettive economiche dell’Ocse.

Per l’Ocse da un lato peseranno la “fiacca domanda esterna” e le “persistenti incertezze” legate agli attriti commerciali globali dall’altro “i consumi interni dovrebbero crescere in modo moderato, spinti dalla stabilizzazione della fiducia dei consumatori e dai tagli al cuneo fiscale per molti lavori dipendenti”.

Il tasso di disoccupazione dell’Italia è calato al 10% nel 2019 e nel 2020 dopo il 10,6% del 2018: è quanto emerge dalle prospettive economiche dell’Ocse diffuse oggi. Secondo l’organismo con sede a Parigi, il dato dovrebbe tornare a crescere, al 10,2%,nel 2021. “L’occupazione – scrive l’Ocse nella scheda di sintesi dedicata all’Italia – ha continuato a crescere, anche se ad un ritmo più lento, con una quota maggiore di nuove assunzioni coperte da contratti a tempo indeterminato”.

Le “misure fiscali adottate dall’Italia e una crescita piu’ lenta” faranno crescere il debito pubblico al 136% del Pil nel 2019 e al 136,1% nel 2020, prima che torni a scendere nel 2021, al 135,6%: è quanto emerge dalle Prospettive economiche dell’Ocse pubblicate oggi.

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Sorpresa: in Italia i matrimoni sono in crescita

Nel 2018 sono state celebrate 195.778 nozze, quasi 4.500 in più rispetto all'anno precedente (+2,3%). L'età media continua ad alzarsi.

Strano ma vero, in Italia secondo l’Istat i matrimoni sono in crescita. Le nozze celebrate nel 2018 sono state infatti 195.778, circa 4.500 in più rispetto al 2017, con un incremento del 2,3%.

Ma prosegue la tendenza a sposarsi sempre più tardi. Attualmente gli uomini al primo matrimonio hanno in media 33,7 anni e le donne 31,5. Rispettivamente 1,6 e 2,1 anni in più rispetto al 2008.

Le seconde nozze o successive, dopo una fase di crescita rilevata negli ultimi anni dovuta anche all’introduzione del divorzio breve, rimangono invece stabili. L’incidenza sul totale dei matrimoni raggiunge il 19,9%.

Per quanto riguarda invece le unioni civili, le coppie dello stesso sesso che nel 2019 hanno deciso di registrarsi sono state 2.808. Confermata la prevalenza maschile (64,2%) e del Nord-Ovest come area geografica (37,2%).

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