Il teatrino di Renzi che non vuole né il voto né il Conte ter

Il leader di Italia viva: «Cercano 10 Scilipoti dal mio partito però non ci sono. Non hanno i numeri per la terza maggioranza diversa in tre anni. Ma niente elezioni subito. La prescrizione non vale la fine del governo».

Cosa vuole davvero Matteo Renzi? Il protagonista del braccio di ferro interno alla maggioranza che sta agitando il governo sul tema della giustizia ha fatto il punto della situazione. Voto anticipato? No grazie. Conte ter? Impossibile. E allora cosa?

«SE CADE IL CONTE BIS? UN NUOVO GOVERNO»

Il leader di Italia viva ha ridimensionato diversi scenari politici nella sua e-news: «Alt! Io non voglio andare a elezioni. Erano altri quelli che avevano già fatto l’accordo con Salvini. In più le elezioni non ci saranno per mesi, perché dopo il referendum di marzo vanno rifatti i collegi e dunque servono tempi tecnici. Per cui, se cade il governo Conte bis, ci sarà un nuovo governo. Non le elezioni».

«POSSIAMO STARE FELICEMENTE ALL’OPPOSIZIONE»

Ma non sarà un governo Conte ter. Visto che secondo Renzi mancano i numeri: «Da giorni, molti nostri senatori sono avvicinati da inviti a lasciare Italia viva. Se 10 senatori di Iv passassero dall’altra parte ci sarebbe il Conte ter: terzo governo in tre anni, con terza maggioranza diversa. Io non ci credo, anche perché conosco i senatori di Iv e non ne vedo 10 pronti ad andarsene, per adesso non ne vedo nemmeno uno. Per me, non hanno i numeri e se ne stanno accorgendo proprio in queste ore. Non ci sono i 10 Scilipoti. Ma se avranno i senatori che stanno cercando e i numeri per il Conte ter noi saremo felicemente all’opposizione».

«NOI NON SFIDUCIAMO. MA BONAFEDE SI FERMI PRIMA»

Chi continua a tirare la corda? «Nessuno di noi ha detto che vuole sfiduciare Conte. Abbiamo detto che non condividiamo la battaglia sulla prescrizione. E che faremo valere su quella i nostri numeri. Punto. Noi su questo non torniamo indietro. Per noi la prescrizione non vale la fine del governo: ecco perché Bonafede farebbe bene a fermarsi lui, prima di combinare il patatrac», ha detto Renzi.

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Il governo è ostaggio di Renzi ma Italia viva mugugna

Come su sugar tax, plastic tax e legge di bilancio, Conte resta prigioniero dell'altro Matteo. Anche se a una parte del partito nato da una costola del Pd non piacciono le forzature dell'ex rottamatore. Che rischiano di portare all'autolesionismo del voto anticipato. Il retroscena.

Un rinvio dopo l’altro. A colpi di polemiche e di veti. Era stato così su sugar tax e plastic tax, durante la discussione della legge di bilancio, e si sta ripetendo sul tema della prescrizione. Si prevede una navigazione a vista, con varie turbolenze, in un governo che ha una sola certezza: è ostaggio di Matteo Renzi.

QUANTE FIBRILLAZIONI DAL KING MAKER DELL’ALLEANZA

Il leader che nell’estate del 2019 ha voluto questa alleanza si sta confermando il king maker dell’operazione politica. Tanto che adesso tiene prigioniero Palazzo Chigi, trascinando i parlamentari di Italia viva a compiere una serie di forzature. Con il rischio che gli stessi renziani ci rimettano il posto nel caso dovessero precipitare gli eventi in direzione elezioni anticipate. Non a caso qualche malumore, tra uno sparuto gruppo di parlamentari di Iv, si è manifestato. Per loro il voto sarebbe una iattura.

GOVERNO “SENZA INTESE” PER COLPA DI TUTTI I PALETTI

Nei partiti di maggioranza il malessere verso Italia viva è evidente. Anche il leader dem, Nicola Zingaretti, è intervenuto con forza contro l’ex compagno di partito. Eppure, stando ai fatti, l’azione di governo è appesa ai desiderata di Renzi. La tensione sulla prescrizione è uno dei tanti episodi che costringe l’esecutivo a non decidere, a rimandare qualsiasi provvedimento. Dalle approvazioni “salvo intese” dell’era gialloverde si è passati al “senza intese” del Conte 2. Il motivo? I paletti piantati da Italia viva.

ALTRI SCONTRI IN ARRIVO SU ECONOMIA E CRESCITA

Il remake della scena è atteso a breve su altri capitoli, sempre che l’alleanza tenga sulla giustizia. I punti sotto osservazione sono economia e crescita. Il piano choc da 120 miliardi di euro, annunciato da Iv, è destinato a diventare un nuovo capitolo divisivo. «È una versione riveduta e corretta dello Sblocca Italia del governo Renzi», spiegano fonti di maggioranza. E quel decreto non fu accolto da tappeti rossi, anche a sinistra. Figurarsi tra i cinque stelle. Così, nei corridoi della Camera, c’è chi scommette che sono in arrivo ulteriori fibrillazioni.

LA FORZA ATTRATTIVA DI ITALIA VIVA SEMBRA FINITA

Italia viva conta su 46 parlamentari, suddivisi tra 29 deputati e 17 senatori. La forza di attrazione sembra già esaurita, visto che lo stesso Renzi aveva dichiarato di puntare a «50 parlamentari» entro la fine del 2019. Un obiettivo non raggiunto, seppure di poco. L’ultimo ad aggregarsi alla Camera è stato, il 20 dicembre, l’ex Forza Italia Davide Bendinelli. Dopo lo smottamento iniziale dal Pd, con la fondazione del nuovo partito renziano, solo i deputati Catello Vitiello (eletto nel Movimento 5 stelle ma subito espulso) e Giuseppina Occhionero (proveniente da Liberi e uguali), e la senatrice ex Pd Annamaria Parente hanno scelto di traslocare sotto le insegne di Iv. Una frenata che i dem guardano con soddisfazione e anche con sollievo rispetto ai timori di un ulteriore smottamento. A settembre, quando è nato il progetto di Italia viva, si paventavano sconquassi.

SCETTICISMO INTERNO SULLA STRATEGIA RENZIANA

Tra i gruppi di Iv inizia a serpeggiare un certo scetticismo sulla strategia di Renzi. In alcuni casi cresce un vero dissenso. Certo, nelle dichiarazioni pubbliche il mantra è che «i principi vengono prima delle poltrone», rispolverando peraltro un linguaggio più affine ai toni degli “odiati alleati” del M5s. Una facciata di unità granitica. Dietro agli interventi ufficiali, in privato monta più di qualche preoccupazione. La battaglia sulla prescrizione, nel merito, viene condivisa con reale convinzione. Molto meno apprezzata è la strategia arrembante con l’ipotesi di presentare una mozione di sfiducia al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Il Guardasigilli è uno dei volti di primo piano dei cinque stelle e soprattutto il nuovo capo delegazione nella squadra di governo. Una dichiarazione di guerra che viene interpretata come un avviso di crisi. E nel caso di strappo definitivo, le urne sono un incubo per i parlamentari renziani: avrebbero tutto da perdere e nulla da guadagnare.

IL PD GUARDA CON INTERESSE A EVENTUALI DEFEZIONI

Il Pd segue con interesse le dinamiche interne a Italia viva. Il primo motivo è chiaro: lo strappo di Renzi sarebbe il colpo di grazia all’esperienza del Conte 2. E il secondo non è da meno: eventuali defezioni all’interno di Iv sarebbero vissute come un trionfo, un pentimento dei parlamentari visto come il riscatto dopo i patemi inflitti dall’ex presidente del Consiglio. Certo, i deputati e senatori di Italia viva più scettici si muovono con prudenza. Qualsiasi segnale di retromarcia verso il Pd sarebbe difficile da spiegare: di sicuro si esporrebbero a feroci critiche. E forse a Largo del Nazareno l’accoglienza sarebbe calorosa solo in un primo momento, un perdono concesso nel breve tempo del rientro all’ovile. Senza dare poi un ampio spazio politico. L’alternativa non è più esaltante: finire nel Gruppo Misto, con certificata condanna all’irrilevanza. E quindi i meno contenti della linea politica di Renzi devono, volenti o nolenti, stringersi intorno al leader, magari sussurrando di non esagerare nelle polemiche. Per scongiurare fughe in avanti, tipo l’ipotesi ventilata (e poi negata) di ritirare la delegazione dal governo, optando per l’appoggio esterno.

MATTEO HA CHIESTO COMPATTEZZA AI SUOI FEDELISSIMI

Renzi sta seguendo l’evoluzione degli eventi da vicinissimo e ha chiesto ai fedelissimi di non fare alcun distinguo: pure una dichiarazione dissonante suonerebbe come un segnale di debolezza. La sua volontà è quella di mostrare la totale coesione nei gruppi, puntando magari a qualche nuovo ingresso da Forza Italia, in cui la situazione resta magmatica. Una strategia tutta orientata sui suoi progetti. Mentre il governo è paralizzato da quel che fu il principale sponsor.

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Dopo aver ‘abiurato’ Gramsci Renzi lasci stare anche Berlinguer

Nella sede di Roma di Italia Viva è stato tolto il ritratto dell'intellettuale comunista perseguitato dai fascisti. I renziani ora rinuncino anche a quello del segretario del Pci, evitando così di sfregiare ulteriormente la cultura della sinistra.

Non bisogna sempre parlar male di Matteo Renzi. Lunedì 10 febbraio ha fatto una cosa buona. Con Teresa Bellanova ha deciso di togliere il ritratto di Antonio Gramsci dalla sede della nuova sezione di Italia Viva di Roma, che un tempo era del Pd e prima ancora del Pci.

Se Renzi e Bellanova vogliono fare un lavoro pulito dovrebbero farmi la cortesia, non chiedo molto, di togliere anche il ritratto di Enrico Berlinguer. Il Pantheon definisce una forza politica.

Togliere Gramsci ha un significato profondo. In primo luogo definisce la caratura culturale del partito e dei suoi dirigenti. È del tutto evidente che nessuno di loro ha mai letto Gramsci. Sono rimasti al manuale Cencelli. In secondo luogo c’è in Gramsci, ma non vi annoio con riferimenti teorici, una interpretazione dei fenomeni di degenerazione parlamentare in cui il renzismo si incastona perfettamente.

BERLINGUERA ERA UN VERO COMUNISTA

Non capisco come possano, lui, la Bellanova e la fanfaniana Maria Elena Boschi, mantenere il ritratto di Enrico Berlinguer. In primo luogo era il segretario del Pci era una persona moralmente ineccepibile. E ho detto tutto. In secondo luogo dichiarò che sarebbe voluto morire, come poi tragicamente avvenne, con gli ideali di gioventù mentre ad esempio la Bellanova morirà, spero fra cent’anni, con gli ideali dei suoi avversari di gioventù. In terzo luogo Enrico era comunista. Molti cercano di oscurare questo dato, anche gli apologeti. Berlinguer non era un socialdemocratico camuffato, un socialista che non poteva dirsi tale.

Era un leader della seconda generazione del Pci ossessionato dalla fragilità democratica della Repubblica

No, Berlinguer era un comunista italiano, con i pregi e i difetti del comunismo italiano. Era un leader politico ossessionato dal terrore dell’agguato golpista e fascista. La riflessione sul Cile non colpisce solo per il “compromesso storico”, ma soprattutto per l’idea che non si possa governare con 51%. Era cioè un leader della seconda generazione del Pci ossessionato dalla fragilità democratica della Repubblica e per questo in linea con tutte le intuizioni di Palmiro Togliatti, dal partito di massa al dialogo con i cattolici. Tutto si doveva fare per salvaguardare la democrazia. Per questo comunismo italiano e democrazia sono stati in simbiosi.

RENZI, BOSCHI, BELLANOVA NON C’ENTRANO NULLA CON IL SEGRETARIO PCI

Piaccia o no è una figura della “nostra” storia. Che cosa c’entrano con lui Renzi, privo di ideali anche nel cattolicesimo democratico, la Boschi fanfaniana (Amintore Fanfani fu un grande personaggio della Dc che avrebbe meritato una erede migliore) e la Bellanova, tipico esempio di trasformismo meridionale per questo suo passare da un leader al suo opposto, da un partito al suo avversario, dall’ecologia alla agricoltura trumpizzata? Togliete Berlinguer, non fate questo nuovo sfregio alla nostra storia. So bene che i ritratti sono di tutti. Il “Che” è un mito anche per molti ragazzi di destra. Ma sono ragazzi che sognano l’eroismo, non una poltrona di sottogoverno.

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A che punto è lo scontro sulla prescrizione tra governo e Italia viva

Il voto in commissione sul "lodo Annibali" per rinviare la riforma Bonafede slitta al 12 febbraio. Ma la tensione nella maggioranza resta alta. Conte irritato dall'atteggiamento di Renzi. E il Pd attacca: così si fa opposizione al posto della Lega.

Lo strappo per ora non c’è: tutto rinviato. Sulla prescrizione il premier Giuseppe Conte e il ministro Alfonso Bonafede frenano e rinunciano a inserire nel decreto Milleproroghe un emendamento su cui porre la fiducia: arriverà un disegno di legge del governo o una proposta parlamentare. Si evita per ora uno scontro con Iv dall’esito del tutto incerto per il governo. Ma non finisce qui. Anche perché nella maggioranza c’è chi parla già di un Renzi pronto per l’opposizione.

VOTO SUL LODO ANNIBALI RIMANDATO DI 24 ORE

Conte viene descritto molto seccato per le minacce renziane. Irritati si mostrano i Dem che volevano chiudere la partita subito. Sabato 15 febbraio la piazza M5s potrebbe alzare i toni, non solo sulla prescrizione. La tensione con Matteo Renzi, che ha cantato vittoria, è altissima. Anche perché Iv ha fatto fibrillare il governo annunciando il voto in commissione con l’opposizione, contro il resto della maggioranza, il “lodo Annibali” per rinviare un anno la riforma Bonafede sulla prescrizione: dopo una giornata di tensioni e un voto sul filo, la votazione è slittata di 24 ore.

RESA DEI CONTI AL CDM DEL 13 FEBBRAIO

In giornata sono circolate voci di un passo indietro di Iv ma in serata il coordinatore di Iv Ettore Rosato ha respinto ogni ipotesi di un ritiro del lodo. Il premier, che alla Camera nel pomeriggio ha avuto un lungo colloquio con il presidente della Camera Roberto Fico sul governo e i suoi equilibri, andrà avanti con il sostegno di M5s, Pd e Leu per cambiare la prescrizione. La discussione è aperta perché si stanno ancora mettendo a punto, hanno spiegato dalla maggioranza, diversi aspetti del cosiddetto “lodo Conte bis”, che renderebbe definitivo lo stop alla prescrizione solo dopo il secondo grado di giudizio. Giovedì 13 se ne parlerà in Consiglio dei ministri, insieme alla riforma del processo penale (su cui anche Iv dovrebbe votare a favore) per ridurre i tempi dei processi anche con sanzioni ai giudici che sforano, riformare il Csm escludendone i parlamentari e fermare le “porte girevoli” tra politica e magistratura.

LE VIE PER L’APPROVAZIONE DEL NUOVO LODO CONTE

Il “lodo” sulla prescrizione potrebbe essere inserito in un disegno di legge ad hoc del governo (ma Iv in Cdm voterebbe contro). In alternativa si potrebbe delegare tutto al parlamento, con un emendamento alla proposta di legge Costa che sarà in Aula alla Camera il 24 febbraio. O più probabilmente con una nuova proposta di legge di M5s, Pd e Leu. Qualunque strada si scelga, ha avvertito già Renzi, il “lodo Conte” dovrà passare dal Senato e lì verrà bocciato perché «Iv voterà contro e nessun sostegno può mai arrivare al governo da Fi sul tema giustizia».

LA MEDIZIONE DI CONTE E BONAFEDE

L’emendamento al decreto Milleproroghe in realtà è stato archiviato anche perché avrebbe rischiato l’inammissibilità tecnica. Ma tra i Dem c’è chi non ha nascosto l’irritazione per la scelta – «che è stata presa da Conte e Bonafede» – di deporre le armi di fronte alle minacce renziane. Il Pd, non credendo che Renzi sia in grado di staccare la spina al governo, avrebbe voluto chiudere subito la partita. In nome della responsabilità e dell’impegno di Bonafede a modificare la sua legge sulla prescrizione «entro l’estate», ha però accettato la frenata. Ma il segretario dem Nicola Zingaretti ha distillato parole di fuoco contro Renzi: «Salvini, Meloni e Berlusconi ormai stanno zitti perché l’opposizione per loro la sta facendo qualcun altro ed è insopportabile». La minaccia di sfiduciare Bonafede, avanzata lunedì, per il segretario Pd era «teatrino»: «Iv oggi è la principale causa di fibrillazione del campo anti-Salvini e fa un favore al leader della Lega. Un fallimento strategico».

VOCI DI POSSIBILI DEFEZIONI IN ITALIA VIVA

Renzi, è il ragionamento di un dirigente Pd, ha fatto scordare la sconfitta di Salvini in Emilia-Romagna: «L’unico suo risultato è tenere ancora in vita la riforma Bonafede». Più di un Dem è pronto a scommettere che Iv presto perderà qualche parlamentare non disposto alla rottura con il governo. La voce gira con tanta insistenza che l’ex premier lo ha chiesto ai suoi: «Se qualcuno vuole andare lo dica». Intanto la tensione emerge nella commissione che deve approvare il decreto Milleproroghe entro venerdì.

RESA DEI CONTI RINVIATA ALL’11 FEBBRAIO

Solo nella serata dell’11 febbraio, dopo una serie di rinvii che secondo i renziani servono agli altri partiti di maggioranza per blindare i numeri, sono stati votati gli emendamenti presentati per rinviare la riforma Bonafede. La Lega ha firmato l’emendamento della renziana Annibali per il rinvio di un anno (“L’emendamento Renzi-Salvini”, lo ribattezza il Pd). Il governo ha però dato parere contrario con Iv che ha quindi votato con le opposizioni. Un emendamento di Riccardo Magi (+Eu) per sospendere fino al 2023 la legge Bonafede è stato poi bocciato per soli due voti. Poi verso le 21 il rinvio del voto sul testo Annibali. «Ora», hanno commentato da Iv, «hanno paura. Al Senato perderanno».

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Zingaretti attacca Italia viva sulla prescrizione

Il segretario del Pd: «Così fanno un favore alla Lega». Renzi non sgombera il campo dalla mozione di sfiducia contro il ministro Bonafede.

La riforma del processo penale e il nodo della prescrizione continuano ad agitare il governo. I renziani di Italia viva mantengono la loro contrarietà al lodo Conte bis e il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, li attacca: «Italia viva ha voluto il governo con il M5s, a parole è nata per allargare il campo democratico ai moderati contro la Lega, ma oggi è la principale causa di fibrillazione di questo campo e fa un favore a Matteo Salvini. È un fallimento strategico che non va scaricato sugli italiani».

Poi un altro affondo, ancora più duro: «Salvini, Meloni e Berlusconi ormai stanno zitti perché l’opposizione per loro la sta facendo qualcun altro e questa situazione sta diventando veramente insopportabile. Non per il Pd, ma per gli italiani che chiedono un governo di persone serie. È tempo di uno scatto in avanti, si chiuda questa fase e rimettiamoci in sintonia col Paese».

Renzi, da parte sua, ha detto in tivù che la questione della prescrizione per lui non vale una crisi di governo. Ma ha fatto il gioco del cerino: «Per me no. Lo dica al ministro Bonafede, se lo incontra». Insomma, il leader di Italia viva ha rilanciato la palla al Guardasigilli. Senza escludere l’ipotesi di una mozione di sfiducia individuale: «Ciò che faremo nei confronti di Bonafede lo verificheremo alla luce dei comportamenti del ministro stesso».

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Prescrizione, Renzi: «Non accetteremo mai di diventare grillini»

Il leader di Italia viva ha ribadito il suo no al Lodo Conte bis, ovvero alla riforma della prescrizione. E mette le mani avanti: «Nessuno vuol far cadere il governo»

Lo aveva già fatto in settimana, ma anche il 9 febbraio il leader di Italia viva Matteo Renzi ha voluto ribadire il suo no al Lodo Conte bis, ovvero alla riforma della prescrizione. «La legge Bonafede cambierà – ha scritto l’ex premier su Facebook -. Come e quando cambierà dipende dalle arzigogolate tattiche parlamentari. Ma noi NON ci fermeremo finché gli avvocati e i magistrati continueranno a dire che le proposte di Bonafede sono incostituzionali. Ci vorranno settimane di dibattito parlamentare ma non abbiamo fretta. Fare i populisti riesce a tutti, fare politica no. Nessuno vuol far cadere il governo ma non accetteremo mai di diventare grillini. Meno che mai sulla giustizia».

Sulla prescrizione domenica scorsa abbiamo detto la nostra a Cinecittà. Da allora ci stanno insultando, mandano le…

Posted by Matteo Renzi on Sunday, February 9, 2020

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Prescrizione, Renzi sfida Pd e M5s sui numeri

Il leader di Italia viva ribadisce il no al Lodo Conte bis. E anche se assicura di non voler fare cadere il governo, in Aula è pronto a votare la proposta del forzista Costa per cancellare la riforma Bonafede.

«Se ci vogliono buttar fuori lo dicano, se ci dicono: “O cambiate idea o vi buttiamo fuori”, noi non cambiamo idea». Matteo Renzi ai microfoni di Circo Massimo su Radio Capital, ribadisce il suo no al Lodo Conte bis, e finianamente sfida l’esecutivo giallorosso e gli alleati di governo sulla riforma della prescrizione.

Il compromesso raggiunto nella serata di giovedì tra M5s, Pd e LeU – Il blocco della prescrizione scatterà in via definitiva non più dopo il primo grado ma solo dopo una condanna in appello – continua a non convincere Italia viva.

«Noi non vogliamo lasciare le postazioni, se poi il presidente del Consiglio vuole lo dica», insiste il senatore di Rignano assicurando che la sua intenzione non è quella di fare cadere il governo, ma «sulla giustizia noi non ci stiamo». Perché «Bonafede ha una visione giustizialista che io non condivido, è quello che se arriva Battisti in Italia fa il video», e «confonde il dolo e la colpa».

«L’ACCORDO A TRE NON HA LA MAGGIORANZA IN PARLAMENTO»

L’ultima parola, ricorda Renzi, l’avranno i numeri: «A mio avviso questo accordo a tre non ha la maggioranza in parlamento. Io non ho problemi, se trovano qualcuno che gli vota sta roba io sono contento per loro, un po’ meno per il Paese, ma noi non la votiamo». E, ancora: «Non capisco perché il Pd, che i numeri, dopo i risultati in Emilia-Romagna non usi l’occasione per dettare l’agenda».

RENZIANI FERMI SULL’EMENDAMENTO ANNIBALI

Già nella serata del 6 febbraio i renziani erano stati chiari: hanno blindato l‘emendamento Annibali che prevede il rinvio della riforma di un anno al decreto Milleproroghe, minacciando addirittura una mozione di sfiducia nei confronti del Guardasigilli. Non solo: Iv senza mezzi termini ha accusato il Pd di aver abbracciato il «populismo M5s». I dem non ci stanno. Così facendo i renziani, sostengono, rischiano di fare cadere il governo, «fingendo di ignorare che, come dice Andrea Orlando, «Bonafede ha rinunciato all’80% delle sue pretese iniziali».

ITALIA VIVA PRONTA A VOTARE LA PROPOSTA DEL FORZISTA COSTA

Intanto il premier Giuseppe Conte ha annunciato per lunedì un Cdm straordinario per approvare la riforma del processo penale. I renziani dal canto loro hanno annunciato che il 24 febbraio alla Camera diranno sì alla proposta di legge del forzista Enrico Costa per cancellare la legge del ministro della Giustizia M5s. Se anche in questo caso fosse battuto, Renzi presenterebbe la stessa proposta in Senato: «Lì Bonafede non ha i numeri anche col sostegno del Pd, se non lo convincerà la politica, ci penserà la matematica», ha attaccato Iv.

L’AZZURRO: «BONAFEDE HA PIEGATO IL PD»

«Non c’è lodo che tenga. Resta il fine processo mai», sottolinea Costa in una nota. «Bonafede ha piegato il Pd. Tutto il resto sono sterili giochi di parole. I dem avevano giudicato la riforma Bonafede illiberale e incostituzionale, l’avevano respinta, avevano chiesto che non entrasse in vigore, avevano presentato una proposta di legge che la sopprimeva: oggi la sdoganano sperando che nessuno se ne accorga. Ci vediamo alla Camera il 24 febbraio».

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Elezioni suppletive Roma, Gualtieri è il candidato unitario del centrosinistra

Dario Franceschini, capo delegazione Pd al governo: «È la scelta più autorevole, unitaria e di apertura che il Pd e le altre forze di centrosinistra potessero mettere in campo».

Roberto Gualtieri sarà il candidato unitario del centrosinistra alle elezioni suppletive del collegio Roma 1 della Camera dei deputati, in programma il primo marzo 2020. Le forze politiche hanno chiesto al ministro dell’Economia la disponibilità per la candidatura, verificato che intorno a lui si è ricostruita «una vera e larga maggioranza». Prevale così, viene spiegato da fonti di centrosinistra, «l’unità di tutta la coalizione che sostiene il governo (Pd, Italia viva, Si, Psi, Art. 1) nel sostegno a Roberto Gualtieri», che ha accettato la sfida dicendo sì alla proposta.

«Roberto Gualtieri è la scelta più autorevole, unitaria e di apertura che il Pd e le altre forze di centrosinistra potessero mettere in campo per il collegio di Roma. Grazie a Gualtieri». Lo ha scritto su Twitter Dario Franceschini, capo delegazione Pd al governo.

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Pd in ripresa, frena Giorgia Meloni: i sondaggi politici del 14 gennaio

I dem crescono di un punto e mezzo e arrivano al 18,4%. FdI scende al 10,4%. Lega ancora stabile al 32,9%. Le rilevazioni Swg per La7.

Il Pd, in queste ore riunito nel Conclave nell’abbazia di Contigliano, è in ripresa. Secondo il sondaggio settimanale Swg per La7, infatti, i dem salgono di un punto e mezzo: dal 17 al 18,4%.

La Lega di Matteo Salvini è sostanzialmente ferma al 32,9%, mentre subisce una battuta d’arresto Giorgia Meloni: Fratelli d’Italia scende dal 10,5% al 10,4%.

Forza Italia guadagna invece tre decimali passando al 5,8% dal 5,5%. Cambiamo del governatore della Liguria Giovanni Toti è fermo all’1%.

M5S IN CALO. ITALIA VIVA SOTTO IL 5%

Il sondaggio Swg registra anche il calo del M5s che passa dal 15,7 al 15,2%. Italia viva guadagna un decimale: dal 4,7 al 4,8%. Sempre sotto, sebbene di poco, della soglia di sbarramento ipotizzata dal Germanicum, la proposta di legge elettorale ora in commissione Affari costituzionali a Montecitorio.
Liberi e Uguali, partner di minoranza del governo, scende dal 3,7 al 3,1%. Non prende quota nemmeno Azione di Carlo Calenda passata al 2,9 dal 3,3%.

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Agenzia delle Entrate, Gualtieri e Renzi reinsediano Ruffini

Il ministro dell'Economia, in cambio del suo appoggio alla nomina, ottiene il sostegno di Italia viva alla sua candidatura nel collegio Roma 1 per trovare il sostituto di Gentiloni. Elezioni che però si terranno dopo le Regionali. E tutto può ancora succedere.

Luigi Di Maio ha formalmente messo il veto sul ritorno di Ernesto Maria Ruffini alla guida dell’Agenzia delle Entrate. E per questo rischia di perdere ancora una volta a faccia.

Il leader 5 stelle ha fatto sapere per le vie brevi al ministro dell’Economia che è nettamente contrario al rientro di Ruffini nell’Agenzia. E Roberto Gualtieri, sulle prime, non sapeva come uscirne. Poi, tutto è cambiato grazie a uno scambio.

LA COMPENSAZIONE CHIESTA DAL MINISTRO DELL’ECONOMIA

Quale compensazione per spedire Ruffini all’Agenzia delle Entrate, Gualtieri ottiene il sostegno di Italia viva alla sua candidatura nel collegio Roma 1. E le elezioni si terranno il primo marzo prossimo. Serviranno per trovare un sostituto di Paolo Gentiloni spedito a Bruxelles.

Ruffini, infatti, non ha mai fatto mistero della sua amicizia con Matteo Renzi. E forte di questo sostegno ha finora fatto la voce grossa al ministero. Vuole assolutamente tornare sulla poltrona dalla quale è stato cacciato con l’epurazione avviata dal Conte 1. Ora, però, vorrebbe costringere il Conte 2 a rimangiarsi gli atti dell’estate del 2018, vista la circostanza che “Giuseppi” si regge in piedi anche con i voti di Renzi. Sottobanco, però, ha lavorato a favore della candidatura di Gualtieri in sostituzione di Gentiloni. Un’azione, a vantaggio della sua nomina, resa più agevole dalla scelta di Palazzo Chigi di scaricare (solo formalmente) la patata bollente sul Mef.

A complicare le cose, poi, ci s’era messo il veto di Di Maio. A risolvere la questione (in chiave anti Giggino) è arrivato Renzi. Che pur di vedere Ruffini sulla poltrona delle Entrate, e pur di rinsaldare i rapporti con il Pd, ha promesso il suo sostegno a Gualtieri. Nella sostanza si tratta di incassare subito la nomina di Ruffini e di promettere, in futuro, il voto di Italia viva a Gualtieri.

LO SPARTIACQUE DELLE REGIONALI

Calendario alla mano, il voto di Roma 1 arriva dopo il 26 gennaio. E tutto può ancora succedere. Nell’incertezza, le nomine delle agenzie fiscali restano al palo. A cominciare da quella di Alessandra Dal Verme per il Demanio, che spinge non fosse altro per potersi avvicinare a casa, luogo nel quale è solita tornare a metà giornata per un pranzo frugale e un pisolino. Al ministero dell’Economia, come a Palazzo Chigi, sperano di affrontare il tema dopo le elezioni regionali. Come se queste fossero lo spartiacque tra un “prima” e un “dopo”. Tant’è che al Mef, su indicazioni del Pd, sono alla disperata ricerca di iniziative e misure a sostegno dell’Emilia-Romagna, visto che considerano la Calabria ormai persa. Lo stesso Gualtieri si spenderà per la campagna elettorale di Stefano Bonaccini, anche se non si capisce a quale titolo, visto che il governatore uscente ha tolto il simbolo del Pd dai suoi manifesti.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Forza Italia e Italia viva: prove tecniche di intesa

Il voto anticipato non è più un tabù. E i renziani continuano a corteggiare l'ala anti-salviniana degli azzurri. A fare da collante il no alla riforma Bonafede. Il confronto sul ddl Costa è il punto di partenza.

Prove tecniche di intesa. Per allargare l’area di centro. Matteo Renzi guarda ormai alle elezioni, senza farne segreto: è pessimista sulla tenuta del governo e ha iniziato un’offensiva dal sapore elettorale. In questo scenario ha una sola possibilità: cercare la strada per crescere nei sondaggi. Così è scattato un serrato corteggiamento a Forza Italia, o meglio alla sua ala più scettica nei confronti della salvinizzazione del partito. E il confronto avviene sul terreno della condivisione dei contenuti. Tutt’altro che secondari. «È innegabile che ci siano più convergenze tra Renzi e Forza Italia che con il M5s», confermano a Lettera43.it fonti della maggioranza.

NO TAX E RIFORMA DELLA GIUSTIZIA: LE AFFINITÀ TRA FI E IV

Sulla riforma della Giustizia, in particolare sul capitolo della prescrizione, Italia viva e Forza Italia sembrano ben avviate verso la suggestione di “Forza Italia Viva“, evocata appena qualche settimana fa. Stesso copione sulla questione tasse. L’ex Rottamatore ha presentato il suo partito come quello dei “no tax”. Uno slogan che ai sostenitori di Silvio Berlusconi non è dispiaciuto, così come dai banchi degli azzurri è stata apprezzata la battaglia contro la plastic tax e la tassazione sulle auto aziendali. Il terreno delle convergenze si sta preparando, insomma, in ottica elettorale. Anche perché Renzi ha dato al 50% le possibilità che il governo cada. «Ed è stata una stima ottimista…», osserva un deputato di Iv, lasciando presagire il totale avvitamento della maggioranza nelle prossime settimane. Nessuno immagina che l’incidente possa arrivare sulla Manovra su cui la maggioranza pare aver trovato la quadra. Dopo, chissà. Gli attriti abbondano.

MARIA ELENA BOSCHI IN PRIMA LINEA CONTRO BONAFEDE

Nell’entourage dell’ex presidente del Consiglio le elezioni non sono lo sbocco forzato. Anzi. La scorsa estate ha insegnato che tutto è possibile. Ma nel dubbio è arrivato l’ordine di prepararsi al voto. Il garantismo è il primo collante che può unire una parte di Forza Italia e i renziani. Maria Elena Boschi, non proprio una figura di secondo piano, si è mobilitata in prima persona contro il disegno del Guardasigilli Alfonso Bonafede. I renziani sono orientati a votare la proposta di legge del deputato forzista Enrico Costa che si pone come principale obiettivo il blocco della riforma del ministro della Giustizia. E quindi lo stop alla cancellazione della prescrizione. 

LE PRIME AVVISAGLIE

Una presa di posizione che si è manifestata già nell’astensione a Montecitorio a un ordine del giorno dello stesso Costa presentato nel corso nel dibattito sul decreto fiscale. Una mossa che suona un avvertimento per le prossime settimane, quando comunque il ddl Costa sarà discusso alla Camera. La riforma della Giustizia diventa sempre più un passaggio cruciale dell’esecutivo e della legislatura. «È chiaro che se Partito democratico e Movimento 5 stelle pensano di trovare un accordo tra di loro senza coinvolgerci ne prenderemo atto», fanno sapere da Italia viva. «E sarebbe opportuno che fossero coinvolte tutte le forze di maggioranza. Perché non si può pensare di fare un intervento del genere in una settimana».

I MOVIMENTI DI CARFAGNA E DEGLI ANTI-LEGHISTI

Il leader di Italia viva, del resto, aveva parlato di «porte aperte», in riferimento soprattutto a Mara Carfagna, la più in difficoltà di fronte alla deriva leghista del suo partito. La linea resta quella di restare su un altro versante rispetto a Iv, nonostante nei giorni scorsi all’azzurra fosse sfuggita una frase sibillina: «Forza Italia Viva è una suggestione se cade il governo». Nelle ultime ore Carfagna ha criticato «il linguaggio pieno di odio che caratterizza l’Italia» e ha chiesto un chiarimento nel centrodestra sulle tentazioni no euro. «Nessuno ha intenzione di tornare a una moneta debole e svalutata che ridurrebbe il valore degli stipendi e dei conti correnti degli italiani», ha scandito Carfagna. Un doppio monito sui rapporti con la Lega. Al momento non risultano contatti ufficiali, ma il confronto sul ddl Costa è un punto di partenza. Per quale traguardo, a breve, si vedrà.

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Indagata per falso la deputata di Italia viva Giusy Occhionero

Avrebbe fatto passare il Radicale Antonello Nicosia, poi arrestato per mafia, per suo assistente, consentendogli di entrare nelle carceri. Ma la collaborazione tra i due sarebbe stata formalizzata solo successivamente.

La deputata Giusy Occhionero, di Italia viva, è indagata dalla procura di Palermo per falso in concorso. Avrebbe fatto passare l’esponente dei Radicali italiani Antonello Nicosia, poi arrestato per mafia, per suo assistente, consentendogli di entrare nelle carceri. Ma il rapporto di collaborazione tra i due, secondo i pm, sarebbe stato formalizzato solo successivamente. All’onorevole Occhionero è stato notificato un avviso di garanzia.

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Lo spettro della crisi dietro la fumata nera nel governo sulla manovra

Niente accordo nel vertice di maggioranza. Italia viva punta i piedi: vuole la cancellazione delle tasse su zucchero, plastica e auto aziendali. Conte apre. Ma Renzi gela tutti: «L'esecutivo ha il 50% di possibilità di restare in piedi».

Fumata nera sulla manovra. Col solito spettro della crisi che aleggia. Nella maggioranza restano fibrillazioni, soprattutto quando si parla di tasse. Come se non bastasse la difficile partita sulla riforma della prescrizione e il monito dell’agenzia di rating Fitch sull’incertezza politica giallorossa che agita i mercati, anche sulla legge di bilancio non si trova la quadra.

MAGGIORANZA IN BILICO AL SENATO

Un altro vertice si è trasformato in un nulla di fatto. Nel giorno in cui la Camera ha votato la fiducia al decreto fiscale con 310 sì, i renziani di Italia viva sono tornati ad alzare la posta. Chiedendo di cancellare del tutto la plastic tax, la sugar tax e la tassa sulle auto aziendali. Il centrodestra ha minacciato di votare la proposta di Iv: in quel caso la maggioranza sarebbe battuta. Allarme rosso.

RENZI DÀ «IL 50% DI POSSIBILITÀ» AL GOVERNO

Confermato ancora di più dalle parole serali di Matteo Renzi: «Se si continua così, ci sta che si torna a votare. Litigano su tutto! Noi non stiamo litigando. All’incontro di domenica quando hanno litigato noi non c’eravamo», ha detto a Piazza Pulita prevedendo «il 50% di possibilità che il governo rimanga in piedi».

CONTE PROMETTE SFORZI PER ABBASSARE LE TASSE

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte aveva convocato tutti nel pomeriggio a Palazzo Chigi, al ritorno del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri dall’Ecofin. Dopo due ore di vertice molto tese il premier ha chiesto ai tecnici del ministero dell’Economia e della Ragioneria dello Stato di fare «un ulteriore sforzo» per trovare le risorse per ridurre le imposte rimaste in quella che «già adesso è una legge di bilancio che non aumenta la tassazione».

LA LEGA PRONTA A VOTARE CON ITALIA VIVA

Intanto la Lega, sorniona, ha provato ad approfittarne, valutando di mettere la firma sotto le proposte di Iv. Già alla Camera i renziani hanno votato contro il carcere agli evasori del decreto fiscale: la differenza è che in Senato i numeri sono risicati e se Iv si dovesse smarcare mancherebbe la maggioranza.

Le tasse contro la plastica e lo zucchero sono un autogol per le aziende e rischiano di far licenziare 5 mila persone


Matteo Renzi

A ridosso del vertice a Palazzo Chigi Renzi aveva già fatto capire di non voler deporre le armi, con frecciatina implicita al Movimento 5 stelle: «Le tasse contro la plastica e lo zucchero “funzionano” mediaticamente per i populisti, ma sono un autogol per le aziende e rischiano di far licenziare 5 mila persone».

SI LAVORA A UNA MEDIAZIONE

All’incontro con Conte e Gualtieri la delegazione di Iv ha puntato i piedi: le urla si sono sentite anche fuori dalla stanza. Alla fine niente intesa: ci si rivede venerdì 6 dicembre e intanto si lavora a una mediazione. La tassa sulla plastica, prevista da aprile, potrebbe slittare almeno alla metà del 2020, anche se Iv cerca un rinvio al 2021.

LUPI PRONTO A RICORRERE ALLA CONSULTA

Conte dal canto suo ha respinto la narrazione di una manovra di tasse: «Siamo tutti d’accordo che va fatto un ulteriore sforzo per abbassare le imposte». Ma i giorni passano. Maurizio Lupi ha fatto già sapere che è pronto a ricorrere alla Consulta (come fece nel 2018 il Pd) se alla Camera non dovesse esserci il tempo adeguato per esaminare la legge di bilancio.

DALL’IMU ALLA CHIESA AI VIGILI: GLI EMENDAMENTI

E al Senato ancora si ragiona di emendamenti. Roberto Speranza lavora per aumentare di almeno mille le borse di studio per le specializzazioni in medicina. Dario Franceschini ha ipotizzato di estendere anche agli alberghi il “bonus facciate” al 90%. Il M5s ha proposto un emendamento per equiparare gli stipendi dei vigili del fuoco a quelli delle altre forze dell’ordine e rilanciato la proposta di un bonus fino a 250 euro per gli airbag delle moto. Elio Lannutti ha denunciato però il «veto del Pd sull’emendamento per far pagare 5 miliardi di Imu alla Chiesa». Tra grida, scontri e piedi puntati, l’alleanza giallorossa non trova mai un equilibrio.

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Vertice di maggioranza sulla manovra a Palazzo Chigi

I renziani chiedono di eliminare del tutto la plastic tax, già ridotta a 50 centesimi al chilo dal maxi emendamento presentato dal governo. Il 6 dicembre si votano in Senato le proposte di modifica.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte vedrà alle 17 a Palazzo Chigi tutti i partiti di maggioranza, per un vertice sulle proposte di modifica alla manovra che si voteranno in Senato a partire dal 6 dicembre. Italia viva, in particolare, aveva chiesto un incontro dopo aver lasciato il tavolo in dissenso su plastic tax e tassa sulle auto aziendali, fortemente ridotte ma non del tutto cancellate dal maxi emendamento presentato il 4 dicembre dal governo.

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Continua lo scontro sulla prescrizione tra M5s, Pd e Italia viva

I pentastellati premono sui dem: «Siano leali». Ma Marcucci si appella al premier Conte.

Se per quanto riguarda la riforma del Mes le tensioni nella maggioranza sembrano destinate a calare, continua invece lo scontro che riguarda l’entrata in vigore – a partire dal primo gennaio 2020 – della nuova legge sulla prescrizione.

Il M5s fa pressione sul Pd: «Con le minacce non si va da nessuna parte. È opportuno, invece, dimostrare chiaramente di essere leali e andare avanti in maniera compatta. Con la riforma della prescrizione abbiamo la possibilità di mettere la parola fine all’era Berlusconi che ha fatto solo del male al nostro Paese. Siamo certi che il Pd farà la scelta giusta pensando all’interesse dei cittadini».

Ma i dem, attraverso il capogruppo al Senato Andrea Marcucci, si appellano al premier Giuseppe Conte: «La riforma della prescrizione è nelle mani del presidente Conte, non certo delle veline del M5s. Serve un intervento correttivo, decida Di Maio se vuole condividerlo con la maggioranza o lasciare che il parlamento si esprima liberamente».

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Ilva, manovra, riforma del Mes: gli ostacoli del governo per arrivare a fine 2019

Da qui alla fine dell'anno il governo Conte bis rischia di inciampare. Tutti i fronti caldi che possono spaccare la maggioranza entro la fine dell'anno.

Aumentano gli ostacoli sul cammino del governo Conte bis. Tanto che potrebbe rivelarsi persino ottimistica la previsione che fissa la scadenza della maggioranza M5s-Pd-Italia viva-Leu al prossimo 26 gennaio, giorno delle Regionali emiliano-romagnole. Una sconfitta in casa potrebbe infatti convincere i democratici a strappare l’alleanza, soprattutto considerato che Matteo Renzi sembra voler trascinare l’esperienza governativa al solo scopo di logorarli. Ma da qui alla fine di gennaio c’è comunque ancora da portare a casa la legge di Bilancio, discutere sulla riforma della giustizia e sullo Ius soli, senza dimenticare la necessità di trovare un accordo sulle sorti dell’Ilva. L’inciampo, insomma, rischia di essere dietro l’angolo. Ecco una veloce rassegna delle prove che l’esecutivo dovrà affrontare nei prossimi giorni.

IUS SOLI E IUS CULTURAE: LA BATTAGLIA DEL PD

La prima fibrillazione potrebbe arrivare dalla decisione del Pd di provare a portare a compimento l’introduzione nel nostro ordinamento dello Ius soli. Nicola Zingaretti ne ha bisogno per far ritrovare al partito una propria identità di sinistra. L’alleato pentastellato teme invece di perdere altro consenso tra gli elettori. «Col maltempo che flagella l’Italia, il futuro di 11 mila lavoratori a Taranto in discussione, qui si parla di ius soli: sono sconcertato», ha sibilato Luigi Di Maio. Non è la prima volta che questo tema mette in difficoltà un esecutivo. Accadde anche tra il 2015 e il 2017, quando il partito di Angelino Alfano congelò l’azione del governo Renzi prima e Gentiloni poi. La riforma, auspicata da Leu, dovrebbe essere sostenuta anche dai renziani.

L’intervento del segretario nazionale del Partito democratico Nicola Zingaretti alla convention del Pd a Bologna il 17 novembre.

BARUFFA SU QUOTA 100

C’è un altro tema che potrebbe registrare una inedita convergenza tra Partito democratico e Italia viva: l’abrogazione di Quota 100, che è per sua stessa natura destinata comunque a sparire, quindi bisognerà vedere come intendano concretamente anticiparne la chiusura. Eppure, sulla fine della riforma leghista il governo giallorosso discute da quando è nato. In ottobre, i malumori interni alla maggioranza (in quell’occasione la partita si giocò tra renziani e grillini, con i democratici alla finestra) fecero persino slittare alle ultime ore disponibili il Consiglio dei ministri per sciogliere i nodi sul documento programmatico di bilancio da inviare improrogabilmente alla Commissione europea. Ora il tema sembra essere cavalcato con prepotenza anche da Zingaretti, cui Di Maio ha già replicato in modo stizzito: «Qui siamo all’assurdo che si vuole fare lo Ius soli da una parte e togliere Quota 100 dall’altra per ritornare alla legge Fornero. Mi sembra un po’ eccessivo».

Matteo Renzi, leader di Italia Viva.

LA GRANDE BATTAGLIA SULLA LEGGE DI BILANCIO

L’ultima batosta elettorale subita dalle forze di maggioranza alle Regionali umbre di fine ottobre sembra averle spronate ad avanzare proposte dal forte sapore propagandistico in sede di legge di Bilancio. E così una manovra quasi integralmente dedicata al reperimento di risorse per il disinnesco delle clausole Iva rischia ora di tramutarsi in tutt’altro, se si considera la gragnuolata di 4.550 emendamenti presentati in commissione Bilancio al Senato. Di questi, 921 sono piovuti dal Partito democratico, 435 portano la firma di Movimento 5 stelle e 230 sono stati presentati dai renziani, segno che nei prossimi giorni si giocherà una intensa battaglia muscolare. Tra i punti di maggior frizione, la richiesta del Pd di abbassare la plastic tax voluta dai pentastellati da 1 euro a 80 centesimi al chilo mentre potrebbe essere più facile una intesa sulle tasse sulle auto aziendali inquinanti, oggetto di emendamenti firmati tanto dai dem quanto dai grillini. Su questo fronte, sarà Italia viva la più difficile da accontentare, dato che i renziani si trincerano dietro la volontà di espungere dalla manovra tutte le “micro-tasse” e non sembrano disponibili a trattare.

Matteo Salvini (Foto LaPresse/Filippo Rubin).

L’INCOGNITA SULL’ABOLIZIONE DEI DECRETI SALVINI

Sembra che il “nuovo” Pd che Zingaretti sta provando a tratteggiare sia intenzionato a chiedere agli alleati di governo un altro coraggioso passo avanti per rimarcare le differenze rispetto all’era gialloverde: l’abolizione dei decreti Salvini. «Creano discriminazioni e insicurezza», ha detto il segretario dem da Bologna. Ma quei decreti, nonostante se li fosse intestati il leader della Lega, portano anche le firme di Giuseppe Conte e di Luigi Di Maio, immortalati sorridenti accanto all’allora ministro dell’Interno al momento del varo. Difficile per loro rimangiarsi l‘intero testo, più facile che si vada verso un ammorbidimento per cercare una quadra. Anche in questo caso, si avrebbe una convergenza tra Pd, Italia viva e Leu e una contrapposizione comune con M5s.

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.

LA RIFORMA DELLA PRESCRIZIONE

Nubi oscure si addensano anche sulla riforma della prescrizione voluta dai 5 stelle contenuta nella Spazzacorrotti. I pentastellati, che un anno fa riuscirono a convincere la Lega a sostenerla, la consideravano ormai portata a casa. Invece il Pd sembra tentato di ridiscuterne i contorni approfittando del nuovo testo di riforma della giustizia su cui il governo sta lavorando. Secondo le nuove norme, dal primo gennaio 2020 le lancette dell’orologio della prescrizione si congeleranno dopo la sentenza di primo grado. «Il cittadino resterà dunque in balia della giustizia penale per un tempo indefinito, cioè fino a quando lo Stato non sarà in grado di celebrare definitivamente il processo che lo riguarda», ha già denunciato l’Unione delle Camere penali.

LO SCUDO DELL’ILVA SPACCA I 5 STELLE

Finora non sono serviti gli appelli all’unità che il presidente del Consiglio Conte ha rivolto ai sostenitori della maggioranza. I giallorossi rischiano infatti di arrivare al tavolo con l’Ilva separati e litigiosi. Il punto del contendere è sempre lo stesso: il ripristino dello scudo penale, che Pd e Italia viva sarebbero disponibili a concedere ad ArcelorMittal per toglierle facili pretesti. Anche Di Maio sembra possibilista, ma teme di spaccare il partito, già incrinato da tutte le batoste elettorali subite nell’arco del 2019, e non sembra avere la forza per opporsi all’irremovibilità della fronda pugliese capitanata da Barbara Lezzi.

manovra conte di maio evasione fiscale
Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio.

LE TRIBOLAZIONI SULLA RIFORMA DEL MES

Studiato nel 2012 per sostituire e unire due istituti analoghi (il Fondo europeo di stabilità finanziaria e il Meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria), il Mes (o Esm secondo l’acronimo inglese) è il Fondo salva-Stati che l’Unione europea riserva ai Paesi membri in difficoltà in cambio di riforme strutturali imposte dalla Commissione. Ora Bruxelles ha stabilito di riformarlo, decisione che sta causando l’insonnia del governo. Secondo le nuove condizioni d’accesso (non essere in procedura d’infrazione, avere da almeno un biennio un deficit sotto il 3% e un debito pubblico sotto al 60%), l’Italia verrebbe automaticamente esclusa dal programma di aiuti e, per potervi accedere, dovrebbe accettare, spalle al muro, una pesante ristrutturazione del debito con un cronoprogramma scritto a Bruxelles che rischia di essere lacrime e sangue. I sovranisti sono già all’attacco e sostengono persino che Conte abbia firmato «l’eurofollia» (credit di Giorgia Meloni) di nascosto.

LEGGI ANCHE: Perché per uscire dalla spirale dei rendimenti negativi serve un’unione bancaria

In realtà, l’iter per una eventuale ratifica non è nemmeno stato avviato, ma bisognerà vedere come intende procedere l’esecutivo e se si apriranno crepe anche su un fronte che rappresenta per Salvini e Meloni una ghiotta opportunità di muovere guerra ai giallorossi. Il leader della Lega è partito all’attacco: «Conte subito in parlamento a dire la verità, il sì alla modifica del Mes sarebbe la rovina per milioni di italiani e la fine della sovranità nazionale».

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Governo, pronta la squadra che si occuperà delle nomine

Il team, composto dai dem Franceschini e Marcucci, i pentastellati Fraccaro e Buffagni, i renziani Boschi e Marattin, nella prima riunione avrebbe già deciso di non riconfermare Marcegaglia all'Eni. Ma il tavolo dovrà fare i conti anche con LeU. E con il convitato di pietra D'Alema.

Sei, più un convitato di pietra e il presidente del Consiglio. È questa la squadra che, se il governo Conte bis tiene al giro parlamentare della legge di Bilancio e all’esito del voto di fine gennaio in Emilia-Romagna, si occuperà di fare le nomine nelle società a partecipazione statale. Il tavolo è formato da due esponenti del Pd, il ministro Dario Franceschini e il capogruppo al Senato Andrea Marcucci; da altrettanti dei 5 stelle, peraltro tra loro distanti, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri Riccardo Fraccaro e il parlamentare semplice ma con delega alle questioni di potere da parte di Luigi Di Maio e Davide Casaleggio, Stefano Buffagni; e per Italia viva da Maria Elena Boschi e Luigi Marattin, fedelissimi di Matteo Renzi

D’ALEMA CONVITATO DI PIETRA

Questi sei hanno già fatto una prima riunione, che si sono giurati sarebbe rimasta segreta, nella quale hanno cercato di darsi un metodo di lavoro e hanno iniziato a ragionare su scenari e nomi. Un primo approccio, è ovvio, ma nel quale qualche situazione in negativo si è già delineata, tipo la non riconferma di Emma Marcegaglia alla presidenza dell’Eni. Ma il tavolo dei sei dovrà fare i conti anche con un’altra forza di maggioranza, la sinistra di LeU, e segnatamente con Massimo D’Alema che, in proprio e per conto del partito da lui creato con Pier Luigi Bersani, è già attivamente al lavoro sui dossier più scottanti. È lui il convitato di pietra, con cui prima o poi i sei dovranno fare i conti. Così come dovranno confrontarsi anche con Giuseppe Conte, che ha mandato segnali inequivocabili circa l’intenzione di dire la sua.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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I sondaggi politici elettorali del 18 novembre 2019

Matteo Salvini e Matteo Renzi sono i principali sconfitti dei sondaggi politici elettorali del 18 novembre 2019. Secondo la rilevazione..

Matteo Salvini e Matteo Renzi sono i principali sconfitti dei sondaggi politici elettorali del 18 novembre 2019. Secondo la rilevazione di Swg per il TgLa7, la Lega passa dal 34,5% dell’11 novembre al 34% e Italia viva cala dal 5,6% al 5%.

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Perché M5s e Italia viva litigano sul carcere agli evasori

Per i grillini è una misura chiave: «Non si gioca su un aspetto così fondamentale». Ma i renziani vogliono togliere l'inasprimento delle pene: «Servono altri strumenti come la fatturazione elettronica». Lo scontro.

Il tintinnio di manette agli evasori sta dividendo la maggioranza, ancora una volta. Da una parte c’è Italia viva di Matteo Renzi, che vuole cancellare l’inasprimento delle pene per i grandi evasori. Tanto che l’ex rottamatore è stato dipinto come “San Matteo patrono degli evasori” in prima pagina su il Fatto Quotidiano, giornale vicino ai cinque stelle. Dall’altra parte infatti c’è proprio il Movimento, che tramite le parole del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha ribadito che «non si possono fare passi indietro» e non si possono trovare «soluzioni di compromesso».

ANCHE LIBERI E UGUALI CON I GRILLINI

Il blog del M5s ha poi confermato: «Italia viva è la stessa forza politica che ha partecipato ai vertici di maggioranza che hanno chiuso l’accordo. Noi non crediamo che si possa “giocare” su un aspetto così fondamentale». Anche Liberi e uguali (Leu) ha difeso le manette agli evasori. Nicola Fratoianni ha attaccato: «Iv dice che spaventano chi vuole investire? No, è l’evasione fiscale che spaventa chi fatica per pagare le tasse».

La tensione è rimasta alta anche fra Partito democratico, che difende la manovra, e Italia viva, che non perde occasione per criticarla. Il capogruppo dem al Senato Andrea Marcucci ha detto: «Il mio obiettivo è battere la destra sovranista. Al contrario di Renzi, io penso e spero che Pd e Iv possano convivere pacificamente».

Non vogliamo che un imprenditore che subisce un accertamento si ritrovi in carcere o veda la propria azienda sequestrata


Luigi Marattin di Italia viva

Luigi Marattin, vicepresidente dei deputati di Iv, ha spiegato che per combattere l’evasione servono nuovi strumenti, come la fatturazione elettronica, la trasmissione telematica dei corrispettivi, l’incrocio di banche dati e non rischiare che «un imprenditore che subisce un accertamento si ritrovi in carcere o veda la propria azienda sequestrata».

GLI ASSORBENTI RESTANO CARI

Intanto fra i 300 emendamenti al decreto legge Fisco finiti sotto la scure della commissione Finanza ce ne sono alcuni che avevano una certa carica simbolica. Come quello presentato da una trentina di deputate di maggioranza e opposizione, prima firmataria Laura Boldrini (Pd), per ridurre l’Iva sugli assorbenti dal 22% al 10%. E quello del M5s che prevedeva agevolazioni per l’acquisto di airbag per motociclisti.

IL NODO DELLA STRETTA SU APPALTI E SUBAPPALTI

Uno dei punti più criticati del dl fisco è l’articolo che introduce una stretta su appalti e subappalti per limitare l’elusione. Il governo starebbe valutando di aggiustare il tiro come proposto da un emendamento del Pd, che prevede una comunicazione alle Entrate con tutti i dati di contratto di appalto e subappalto, controlli mirati e, per alcune violazioni, anche una pena fino a 5 anni.

QUOTA 100 SULLE PENSIONI RIMANE COSÌ

Altro tema di discussione in maggioranza è Quota 100 sulle pensioni, introdotta dal governo gialloverde. Il ministro del Lavoro Nunzia Catalfo ha ribadito: resta così.

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Mara Carfagna smetta di illudere i moderati

L'azzurra, al netto dell'errore di legarsi a Toti, è una stella politica. Ma rischia di sparire se resta alla finestra e non si propone come leader di un centrodestra alternativo al duo Salvini-Meloni.

Ogni tanto riemerge la candidatura di Mara Carfagna per qualcosa di importante. È stata una delle berlusconiane di ferro tuttavia priva di eccessiva piaggeria, quando arrivò in parlamento aveva gli occhi puntati su di sé (indubbiamente era, ed è, la più bella) ma vestì i panni dell’austera parlamentare e dette prova immediata di serietà e di capacità di lavoro. Molto spesso a destra hanno pensato a lei come al vero personaggio che avrebbe potuto prendere il posto di Silvio Berlusconi. A mano a mano le sue posizioni si sono anche fatte più limpide e spesso si sono discostate dal suo benefattore facendola diventare una icona del moderatismo politico. Infine è per tanti la candidata ideale per battere Vincenzo De Luca nella gara per la presidenza della Campania. Pur essendo una giovane politica ha, insomma, accumulato molte aspettative ma non sappiamo quanti meriti

L’ERRORE DI LEGARSI A GIOVANNI TOTI

Carfagna ha anche commesso alcuni errori evidenti, l’ultimo dei quali è stato legarsi a Giovanni Toti il presidente per caso della Liguria, avendo perso di vista Berlusconi, alla ricerca di una paterna mano sulle spalle da parte di Matteo Salvini. Questo errore Carfagna l’ha compensato schierandosi con grande nettezza come l’esponente di Forza Italia, o quel che resta, che osteggia ogni estremismo di destra (oggi in pratica tutta la destra, si potrebbe dire) e in particolare il sovranismo di Matteo Salvini.

LE VOCI SU UN POSSIBILE ACCORDO CON ITALIA VIVA

Nascono da qui le ricorrenti voci sul possibile incontro politico con Matteo Renzi solitamente accompagnate dall’odioso pettegolezzo che solo Maria Elena Boschi, invidiosa, impedisca che l’accordo si faccia. Insomma Carfagna è una stella politica che non è ancora scomparsa dall’orizzonte ma che rischia di sparire se questi andirivieni dal palcoscenico parlamentare non la vedranno finalmente dentro un progetto vero.

PER UNA COME CARFAGNA IL PROGETTO VERO È IL CENTRO

Il progetto vero per una come lei è quella cosa che in tempi meno selvaggi chiamavamo “centro”, cioè il luogo ideale del moderatismo italiano, nella consapevolezza che è vero che fra gli italiani l’animo di destra è molto forte, ma è anche vero che dopo un po’ gli italiani si stancano dei contafrottole e di chi vuole dividerli in bande che si odiano e anelano a un partito moderatissimo. La Dc non si può rifare, resta però l’ipotesi di lanciare una chiamata alle armi di chi non si rassegna, anche nel campo del centrodestra, all’affermarsi del duo Salvini-Meloni che non ci porterebbe al fascismo ma certamente darebbe il Paese nelle mani di persone ancora più inadeguate di quelle che oggi lo governano. Salvini in particolare è, e sarà sempre, quello del Papeete. Per quanti sforzi possa fare l’intelligente Giancarlo Giorgetti non si cava sangue dalle rape, come si usava dire. Ecco, quindi, che la sfida, se lanciata in grande, per una leadership moderata potrebbe, passo dopo passo, spingere molti italiani, tranne quelli come me che voteranno sempre a sinistra, a scegliere l’offerta centrista sia che si voglia far da sponda per una sinistra dissanguata sia che vogliano temperare i facinorosi del populismo sovranista.

GLI AUTOCANDIDATI ALLA LEADERSHIP MODERATA

I candidati a questo ruolo sono stati tanti. Diciamo, gli autocandidati. Gli ultimi Carlo Calenda, troppo GianBurrasca, Renzi, troppo antipatico, Urbano Cairo che molti invocano o temono, infine Mara Carfagna. Lei potrebbe farcela ma dovrebbe prendere dalle donne che hanno guidato i vari Paesi del mondo quel tanto di decisionismo, di amore per il rischio, di linguaggio diretto che ancora le mancano. Le manca soprattutto decidere quel che farà da grande. Può scegliere di correre per la Campania. Può scegliere invece la battaglia, inizialmente minoritaria e solitaria, per diventare il punto di riferimento di chi non vuole che l’Italia faccia parte del gruppo di Visegrad. Può deciderlo solo lei. Ma se resta alla finestra ancora a lungo, la dimenticheranno. 

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Italia viva propone di ripristinare lo scudo penale sull’ex Ilva

Lo prevede un doppio emendamento al decreto fiscale.

Italia viva ha presentato un doppio emendamento al decreto fiscale per ripristinare lo scudo penale per ArcelorMittal. Si tratta della norma che metteva al riparo i manager dai processi per quel che concerne l’attività di esecuzione del piano ambientale dell’ex Ilva. Con gli emendamenti di Italia viva si introdurrebbero due ‘scudi’, uno generale che vale per tutte le aziende e uno specifico per l’Ilva, che copre la società dal 3 novembre (data di decadenza del precedente scudo penale) fino alla fine del risanamento.

CONTE: «MITTAL RISPETTI GLI IMPEGNI, POI PENSIAMO ALLO SCUDO»

Sulla questione, il premier Giuseppe Conte in un’intervista dell’11 novembre al Fatto Quotidiano ha spiegato: «Soltanto se Mittal venisse a dirci che rispetterà gli impegni previsti dal contratto – cioè produzione nei termini previsti, piena occupazione e acquisto dell’ ex Ilva nel 2021 – potremmo valutare una nuova forma di scudo». Il premier, però, ha aggiunto: «Per stanare il signor Mittal sulle sue reali intenzioni, gli ho offerto subito lo scudo: mi ha risposto che se ne sarebbe andato comunque, perché il problema è industriale, non giudiziario. Quindi chi vuole reintrodurre lo scudo per levare un alibi a Mittal trascura il fatto che Mittal non lo usa, quell’alibi».

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Le parole di Renzi al Festival de Linkiesta

Il leader di Italia Viva allontana il voto e auspica che il governo vada avanti. Poi si rivolge a Mara Carfagna: «Porte aperte per tutti, è solo questione di tempo».

Il governo non deve morire. Perché «andare a votare ora significa consegnare il Paese a Salvini, si chiama masochismo». Ad affermarlo è stato Matteo Renzi, leader di Italia Viva, dal palco di Linkiesta Festival. «Se il Pd e il M5s scelgono di andare a votare oggi di fatto disintegrano la propria rappresentanza in parlamento», ha aggiunto. «Spero che il governo non crolli, lavoro perché vada avanti. Se ci sarà una crisi di governo seguiremo la Costituzione ma ora dobbiamo pensare a risolvere i problemi».

«ITALIA VIVA, UN GRANDE CAMBIAMENTO»

Renzi ha rivendicato il ruolo svolto dal suo partito nel portare «un grande cambiamento nella politica italiana». Italia Viva, ha detto, «sta provocando scossoni più profondi di quello che sembra. Quando sarà chiaro cosa accadrà a febbraio e marzo, sarà sempre più evidente che è in corso un riposizionamento anche nella destra». Persino «Salvini, che ha fatto i conti, sa perfettamente che non si va a votare. Noi cresceremo molto, ed è il motivo per cui sono molto preoccupati». E «siccome si aprirà, Italia Viva emulerà ciò che ha fatto Macron negli anni scorsi, indipendentemente da me. Lo ha capito Salvini e non l’ha capito qualche mio ex compagno di partito…».

PORTE APERTE ALLA CARFAGNA

L’idea di allargare Italia Viva non esclude nessuno: «Porte aperte a chi vorrà venire a far parte del progetto non come ospite ma come dirigente», ha detto Renzi, «vale per Mara Carfagna e altri dirigenti, ma non tiriamo la giacchetta. Italia Viva è l’approdo naturale per tutti, è questione di tempo». Le parole di Renzi sono arrivate poco dopo quelle di Mara Carfagna: «Se Renzi dichiarasse di non voler sostenere più il governo di sinistra ma di avere altre ambizioni, Forza Italia Viva potrebbe essere una suggestione. Oggi io e Renzi siamo in due metà campo diverse. Non so cosa accadrà nei prossimi giorni, ma molti dopo 25 anni non si sentono a proprio agio in Forza Italia, oggi si sentono a casa d’altri».

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Col voto anticipato Renzi sparirebbe dalla scena politica

In un'intervista a Repubblica il leader di Italia viva implora di non far cadere il Conte bis. Sa che se si andasse a elezioni ora per lui sarebbe finita.

Matteo Renzi alla Repubblica dell’8 novembre dice che il voto anticipato sarebbe un suicidio, soprattutto annichilirebbe Pd e Italia viva separandoli definitivamente. Per il resto l’intervista è solo autopromozione.

È del tutto evidente che Renzi abbia capito che tirando la corda questa può spezzarsi e che dopo Giuseppe Conte c’è solo il voto e che il voto ravvicinato dopo il Conte 2 porta al governo Salvini prima ancora che si possano manifestare appieno i primi cenni di una competition fra lui e Giorgia Meloni alla quale i sondaggi danno già il 10%.

Detto tra parentesi, questo dato della Meloni richiede una riflessione. Perché dice che c’è una destra che torna a casa, avendone trovata una e segnala un trend che ha accompagnato tutte le altre avventure precedenti, come quelle di M5s e Lega, cioè dapprincipio una lenta ma inesorabile ascesa, infine una esplosione nel voto. Non so se accadrà, so solo che la descrizione di una destra pacificata che va verso la vittoria e che con serenità governa è una sciocchezza come l’idea che il primo Conte dovesse durare 20 anni.

IL PD SE CORRESSE DA SOLO POTREBBE OTTERE IL 20% DEI VOTI

Torniamo a Renzi. Al medesimo sfuggono due ipotesi di lavoro che sono davanti al Pd nel caso si rompesse l’alleanza: che cinque stelle e Italia viva rompano talmente i cabasisi al povero Nicola Zingaretti da costringerlo a far saltare il tavolo. Oppure, altra soluzione, che Matteo Salvini si “compri” un po’ di deputati grillini facendo crollare l’attuale maggioranza. Il Pd messo alle strette potrebbe andare al voto da solo o con pochi alleati al centro e a sinistra dichiarando di aver fatto di tutto per dare una mano al Paese dopo l’estate alcolica di Salvini e l’autunno giovanilistico di Renzi e Luigi Di Maio. Potrebbe assestarsi su una cifra intorno al 20% dei voti o poco più che è il dato di molte socialdemocrazie europee e da qui potrebbe tentare la risalita avendo come vantaggio di non avere in parlamento nessun renziano, Renzi compreso, e pochi pentastellati, ma non Di Maio.

SERVE UNA COALIZIONE NUOVA DA OPPORRE AI SOVRANISTI

Il Pd potrebbe, soluzione che io suggerisco, affrontare il trauma della chiusura anticipata della legislatura facendo una sorta di Big bang, cioè formando un cartello elettorale in cui si scioglierebbero i partiti e si darebbe vita a una coalizione di italiani che non vogliono prender ordini da Vladimir Putin, che non vogliono svendere le imprese ai francesi, che vogliono mantenere una società industriale di nuovo tipo, avendo al centro il tema di lavori straordinari e di una operazione sul cuneo fiscale, non da rimandare come vuole Renzi, ma da rendere più efficace. Di fronte alla minaccia di destra con una coalizione di italiani veri. Direi risorgimentale e digitale. Anche in questo caso Renzi e i grillini andrebbero a ramengo e ci sarebbe la possibilità di accogliere convergenze fra la società civile che è stufa di politicanti come i due Mattei e di signori o signorine come Di Maio e Barbara Lezzi.

PER ORA RENZI ELETTORALMENTE NON ESISTE

Renzi vuole evitare queste due soluzioni? Sia costruttivo. Deve semplicemente togliersi dalla testa ciò che lo ha mosso negli anni dell’ascesa, del successo e della sua attuale fragile resurrezione. Cioè che la sinistra, e in particolare gli ex comunisti, quelli non sbianchettati come la sua Teresa Bellanova, non sono un deposito di consensi da saccheggiare ostentando disprezzo. Renzi elettoralmente, per ora, non esiste. È figlio degli errori della sinistra non della sua evoluzione.

Chi era ossessionato da Massimo D’Alema fra un po’ sarà fuori dalla politica italiana

Non è caduto perché la sinistra lo voleva morto, ma perché lui voleva uccidere ogni ombra che venisse dalla sinistra. Renzi ha bisogno di fare chiarezza mentale nei suoi pensieri. Il prossimo voto, e la prossima sconfitta, diranno che chi ha difeso la Ditta, essendo così colpevole di coservatorismo, tuttavia attrae ancora una buona parte di italiani, chi era ossessionato da Massimo D’Alema fra un po’ sarà fuori dalla politica italiana. In sintesi, se la attuale coalizione non è in grado di emettere un solo suono dignitoso, lasci il fiato per le trombe del ritiro. Un ritiro ordinato e pieno di idee per il futuro, può almeno salvare la bandiera.

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La sconfitta in Umbria fa esplodere la tensione tra Renzi e Zingaretti

Scambio di accuse al vetriolo tra il segretario dem e il leader di Italia viva. E nel Pd cresce la fronda degli orfiniani che premono per staccare la spina al governo.

Il Partito democratico non ha più intenzione di sobbarcarsi da solo il ruolo di partito della stabilità, mentre gli alleati fanno i fenomeni, specie Italia viva. O c’è una comune visione del futuro del Paese, o meglio porre fine all’esperienza giallorossa. È questo, in estrema sintesi, il messaggio che Nicola Zingaretti ha recapitato agli alleati di governo, specie a Matteo Renzi, con il quale c’è stato un duro scambio di accuse, sulla responsabilità della disfatta umbra e sulle prospettive di gestione della coalizione.

ORLANDO INVOCA UN CONGRESSO PER IL RIPOSIZIONAMENTO DEL PARTITO

Ma il segretario dem deve fare i conti anche con l’impazienza di Base riformista, che gli chiede di rilanciare l’iniziativa politica, e le critiche aperte dei “giovani turchi” di Matteo Orfini. Mentre Andrea Orlando definisce «urgente» un congresso del Pd per un «riposizionamento strategico del partito», a prescindere da come andrà l’alleanza con il Movimento 5 stelle. Quanto al governo, avvertono i vertici dem, se si va avanti così tra litigi e rivendicazioni, è «inevitabile» staccare la spina.

ZINGARETTI PUNTA IL DITO CONTRO IL CAOS ATTORNO ALLA MANOVRA

Ad aprire la polemica è stato proprio Zingaretti, il quale ammettendo la «netta sconfitta», ha detto che essa «conferma una tendenza negativa del centrosinistra consolidata in questi anni in molti grandi Comuni umbri»; come dire che il trend negativo si è aperto con Renzi segretario. E poi «non ha aiutato il caos di polemiche che ha accompagnato la manovra economica del governo», con Italia viva sempre pronta a smarcarsi. Renzi non c’è stato e ha rintuzzato: «una sconfitta scritta, figlia di un accordo sbagliato nei tempi e nei modi», «fatto in fretta e furia, senza un’idea condivisa». E poi «la foto di Narni non ha aiutato» perché ha politicizzato una corsa già difficile.

L’AVVERTIMENTO LANCIATO DA RENZI

Le parole di Renzi più allarmanti per Zingaretti riguardano però l’atteggiamento che Italia viva avrà in futuro: «Noi stiamo dando una mano e continueremo a farlo: nei prossimi mesi continueremo con le nostre proposte». Quindi continuerà a fare il corsaro smarcandosi sulla manovra e gli altri provvedimenti del governo. Di qui la reazione di Zingaretti, dopo una riunione al Nazareno con la segreteria: serve «una nuova solidarietà nella coalizione» perché «il governo Conte non può essere un campo di battaglia quotidiana”»; «l’alleanza ha senso solo se vive in questo comune sentire delle forze politiche che ne fanno parte, altrimenti la sua esistenza è inutile e sarà meglio trarne le conseguenze».

IL SEGRETARIO NEL MIRINO DEGLI ORFINIANI

Sul fronte interno Zingaretti non ha grandi problemi con Base riformista. Certo Andrea Marcucci ha invitato a non replicare alle prossime regionali l’esperienza umbra, non prima di vedere come va al governo l’accordo col M5s; così come fa Anna Ascani. Ma la componente di Lorenzo Guerini e Luca Lotti non affonda, chiedendo però al segretario di riprendere l’iniziativa politica e non subire gli alleati. Le critiche arrivano da Matteo Orfini, da sempre contrario all’alleanza con i pentastellati. E l’altro “giovane turco” ,Francesco Verducci, parla di responsabilità della segreteria nazionale, che elenca: «aver ‘giustiziato’ Catiuscia Marini, a prescindere dal merito dell’indagine e senza alcuna discussione politica; aver voluto il voto il prima possibile, con ricadute enormi che avrà a cascata sull’Emilia-Romagna; aver composto liste chiuse ed escludenti, senza alcun riscontro nella società, figlie di un feroce controllo correntizio». Dario Franceschini, sponsor dell’alleanza strategica Pd-M5s ammonisce: «Non è particolarmente acuta l’idea che poiché anche presentandoci insieme abbiamo perso l’Umbria, è meglio andare divisi alle prossime Regionali. L’onda di destra si ferma con il buon governo e con l’allargamento e l’apertura delle alleanze, non di certo ridividendoci».

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Chi rappresenta chi e cosa? La grande crisi della politica

La morte delle ideologie, la disintermediazione e la fine dei partiti hanno trasformato il dibattito in un grande circo. Tanto vale che nei talk show dicessero la loro Chiara Ferragni o Salvatore Aranzulla.

«Io so’ io e voi nun siete un ca….». È il marchese del Grillo che potrebbe dare il tono giusto a un tema molto attuale. Ma che al momento ha risposte dubbie, quando non inappropriate. «Chi rappresenta chi e cosa?» è infatti un quesito che investe con più forza la politica e i media, ma che, sostanzialmente inevaso, si pone e risuona ovunque ci sia un pubblico di riferimento. Prodotti di consumo e mercati, servizi e professioni sono tutti costretti a fare i conti con il distruttivo processo di disintermediazione, che è in pieno corso, spinto dalle tecnologie e dal web.

RAPPRESENTANZA CONFUSA E INCERTA

«Chi sei? Da dove vieni? E, soprattutto, dove vuoi portarmi?», chiedeva Il Fatto quotidiano al capo del Movimento 5 stelle Luigi Di Maio nell’imminenza delle elezioni politiche dello scorso anno. «Ma che differenza c’è tra Italia viva e il Pd?», ha chiesto nei giorni della scissione Il Foglio al senatore Matteo Renzi. È però la presenza, segnalata da Il Tempo, «di ragazzi ex marxisti in prima fila sotto il palco sorridenti a caccia di un selfie con Matteo Salvini» che completa il confuso contesto e incerto orizzonte entro i quali è costretto il tema della rappresentanza/rappresentatività della politica.

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E che è ben riassunto dal vago «né di sinistra né di destra»: formula, meglio litania intonata da quasi tutti i principali leader. E conseguente dallo stravolgimento, se non capovolgimento, dei due termini. Prova è che la maggioranza silenziosa non sta più a destra, visto che è diventata rumorosa, di piazza come era in altri tempi la sinistra che adesso però in piazza non ci va più. Nel contempo che le élite e i poteri forti, una volta definiti tout court capitalisti e borghesi, nella narrazione sovranista sono diventati tutti di sinistra. Dunque globalisti, egoisti, nemici del popolo e dei lavoratori.

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Il premier Giuseppe Conte con Luigi Di Maio.

SE SALVINI CITA MAO ZEDONG

Insomma «la confusione è grande, la situazione è eccellente». Ma oggi è Matteo Salvini a fare propria una massima di Mao Zedong. D’altronde scomparse le strategie politiche, che per definizione hanno tempi lunghi, tutto è tattica. Dunque opportunismo. Totale acquiescenza alla protesta contingente, al malessere diffuso del momento. Che va di pari passo all’imporsi di leadership esili, pallide, timide, anche se apparentemente spavalde. Fa esemplarmente testo quella “plebiscitaria” di Di Maio, nominato capo politico del M5s con un numero di voti che nella Prima e Seconda Repubblica non l’avrebbero fatto eleggere nel consiglio comunale di Sesto San Giovanni o Barletta.

Matteo Renzi alla Leopolda 10 presenta il logo di Italia viva.

PARTITI COME LOGHI O CLAIM PUBBLICITARI

Che le ideologie, intese come sistemi coerenti e strutturati di pensieri, valori, aspettative e sentimenti, siano esaurite irreparabilmente è appunto segnalato dalla scomparsa di segretari e presidenti di partito, a vantaggio di “capi politici” che rendono meglio l’idea e la pratica di una democrazia assimilata a una qualsiasi altra impresa commerciale. Ma sintomatica è anche la scomparsa della parola partito dal nome della forza politica (è rimasto solo il Partito democratico a usarlo per esteso) di contro alla comparsa di nomi che sembrano loghi/marchi di prodotti o claim pubblicitari (Italia viva e Cambiamo!).

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Sono peraltro acronimi (Leu), che potrebbero anche qualificare compagnie alberghiere o di viaggio (5 stelle). Insomma dove c’erano partiti e ideologie (socialista, comunista, democristiana, liberale, repubblicana, radicale e perfino fascista) oggi ci sono Fratelli d’Italia e +Europa. In presenza anche di un paradosso che è fantastico, ma indicativo della situazione presente: Io non voto, che vuole «rappresentare quei milioni di elettori che non si esprimono… che, quasi con disprezzo, vengono definiti “mancata affluenza” e “schede bianche”», si autodefinisce partito invisibile.

Il segretario della Lega Matteo Salvini.

L’ARTE DI CONTRADDIRSI

Le visioni del mondo fondative e peculiari sono state surrogate da valori prêt-à-porter, da indossare secondo stagioni sociali e convenienze del momento. E così che Giorgia Meloni può andare in piazza a difendere Quota 100, anche se nel 2012 aveva votato la legge Fornero.

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Oppure i due Matteo (nella sfida di Porta a Porta) ripetere un identico «aiutiamo gli immigrati, ma a casa loro» che è espressione fra le più bieche e nel contempo banali. Ma la verità è che dire-ridire-contraddirsi-smentirsi è un comportamento che i social hanno dapprima incentivato e poi, di fatto, legalizzato. Tant’è che nessuno più trova nemmeno da ridire e neppure da ridere se dopo il governo gialloverde è arrivato quello giallorosso: entrambi formati da partiti che avevano promesso ai loro elettori e urlato al mondo, in diretta Facebook, «mai con loro!».

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L’ELETTORE ARRIVA A VOTARE CONTRO I PROPRI INTERESSI

Mobile, ondivaga, impermanente: la politica al tempo dei social non sa più chi e quali interessi sta rappresentando, a nome e per conto di quali classi sociali, ceti produttivi e intellettuali sta parlando. Anche se specularmente quelle classi e ceti non sanno, non riescono più a identificare i loro interessi con un partito e/o un leader che li rappresenti. Al punto che in molti casi (il lavoratore dipendente o il giovane che votano il partito che vuole la flat tax e Quota 100) vanno addirittura contro i loro materiali interessi. Le cause sono complesse. Qui mi limiterò a segnalare che la maggioranza degli italiani non va più a votare e nemmeno frequenta le sezioni dei partiti, che peraltro sono scomparse come i circoli culturali e i ritrovi intellettuali.

Da sinistra, Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi.

LE CONSEGUENZE DELLA DISINTERMEDIAZIONE

Sotto l’aspetto socioculturale e della coesione sociale la disintermediazione è stata particolarmente devastante. Perché la politica è scuola di civismo e di educazione alla cittadinanza attiva. Ma in questa regressione, che ha significato un cittadino/elettore meno partecipe, attento e rispettoso delle opinioni altrui e al contempo più intollerante e insofferente, i media e segnatamente la tivù hanno pesanti responsabilità. Trent’anni di talk politici hanno creato teatrini, ovvero parodie della politica, che ormai, per quanto fuori tempo massimo, gridano non vendetta ma la fine. Perché anche cambiando canale e network, teoricamente concorrenti, ci si imbatte sempre nelle stesse facce. Giornalisti della carta stampata che sono tanto più presenti e parlanti quanto più i lettori e le copie vendute dei loro giornali sono numericamente modesti. Come modeste sono le audience dei vari Cartabianca e Di Martedì. Ai minimi storici, rispetto a quelle dei talk di 10/15 anni fa.

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Chiara Ferragni.

NEI TALK CHIAMATE ARANZULLA E CHIARA FERRAGNI

Ora non dirò che Non è l’arena di Massimo Giletti è forse il luogo più deleterio per una politica che coniughi cultura e competenza come condizioni necessarie per dibattere in tivù. Né che avremmo talk più propositivi se anziché i vicedirettori di turno si chiamasse Salvatore Aranzulla, che come noto è una star del web che ha una soluzione per ogni problema. Azzardo infine che se a dialogare con Pier Luigi Bersani o Carlo Calenda qualche volta, a Piazza Pulita, ci fosse Chiara Ferragni ci guadagnerebbe lo spettacolo e anche la politica.

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Matteo Renzi e la sua Italia viva non hanno un popolo

Il nuovo partito si regge solo sul suo leader: è lui che fa notizia, è di lui che il governo ha paura. Ma oltre all'ex rottamatore c'è il nulla.

La differenza fra i due Mattei provo a descriverla così. Se venissero rapiti da una astronave di marziani, in vena di autolesionismo spaziale, le conseguenze sarebbero queste: la destra esisterebbe ancora, magari con un altro capo/a, più moderato o estremo, Italia viva morirebbe nel volgere di qualche giorno. Non basterebbe agli eredi di Matteo Renzi mettere in campo una anti-comunista provetta come Maria Elena Boschi o una comunista pentita come Teresa Bellanova-Razzi.

Il nuovo partito si regge, infatti, solo su Renzi. È lui che fa notizia, è di lui che il governo ha paura. Per andare con lui pezzi di Forza italia e di grillini, oltre che di piddini, lasciano le antiche dimore. Tante volte abbiamo scritto che s’avanzava uno strano partito personale plebiscitario, sempre contraddetti dal fatto che il leader in questione rivelava di avere un legame profondo con un pezzo di popolo costruito nel tempo con la paura o con le promesse ideali.

LA FALSIFICAZIONE IDEOLOGICA DELLA DESTRA È SENZA PRECEDENTI

Renzi è figlio della politica politicante. Per spegnerlo baserebbe cambiare gioco, buttare la palla in tribuna, iniziare un nuvo campionato. La destra lo sta facendo nella maniera persino più rischiosa, chiedendo al solito Matteo Salvini di interpretare un’altra parte in commedia. Roba che zelig se la sogna. Eppure fino a che non si affaccerà un leader nuovo o non prenderà velocità il trenino lentissimo di Giorgia Meloni, il capo della Lega si farà napoletano, prete, vigile del fuoco, europeista, amico dei “neri”. Sarà tutto, pur di raggiungere la vittoria elettorale .

La destra ha convinto molti elettori che la sinistra è casta, che casta è lo Stato, che Stato vuol dire tasse, che le tasse fanno rima con Europa, che l’Europa vuol dire più immigrati

Questo perché la sua gente vuole vincere, da tempo non vince e sente la vittoria nelle mani. Sopratutto si è convinta, e ha convinto tanta parte della popolazione, che la sinistra è casta, che casta è lo Stato, che Stato vuol dire tasse, che le tasse fanno rima con Europa, che l’Europa vuol dire più immigrati. Un’operazione di falsificazione ideologica senza precedenti ma che è riuscita. Solo una nuova sbronza di Salvini puo’ rovinare , questa volta in modo definitivo, il gioco.

IL CUPIO DISSOLVI DELLA SINISTRA ITALIANA

Dall’altra parte paghiamo il prezzo di decenni in cui la sinistra si è fatta convincere da altri leader di sinistra, da Romano Prodi, da Massimo Cacciari, dal Corriere della sera, da Eugenio Scalfari e i suoi boys e da tanti e tanti ancora, che per dare una mano doveva suicidarsi. E così si è suicidata. Mentre gli analisti mondiali ritrovano nell’accrescersi delle ingiustizie le ragioni di un nuovo socialismo, in Italia questa parola è diventata impronunciabile perché l’abbiamo tolta dal giro. Infatti appena una fabbrica si muoveva, il quadro politico iniziva a turbasi. Maurizio Landini è stato descritto come un pericoloso estremista. Il merito è stata l’unica chiave di giudizio a copertura di politiche di assunzioni ultra-clientelari. L’ecologia è roba da “gretini”, il papa è un casinista come Mikhail Gorbaciov.

PER SALVARSI ZINGARETTI MANDI ALL’ARIA IL GOVERNO

Tante sciocchezze di destra hanno preso spazio nella cultura e nei sentimenti di sinistra. Soprattutto l’idea che con questo popolo c’era poco da fare. Rileggete le pagine di Alessandro Leogrande quando descrive il “fenomeno Giancarlo Cito”, rintuzza il facilismo con cui si descrive come fascista l’avanzare di questa plebe sobillata dalla borghesia, mentre la sinistra si ritirava dalla battaglia. Oggi serve un Big bang e l’unico possibile e mandare all’aria un governo che grava sulle spalle del Pd. Nicola Zingaretti non lo voleva, l’ha subito con dignità, i suoi promotori invece si sono messi a giocare all sue spalle. Salutiamo e portiamoli al voto. Perderemo, ma ci daremo liberati di Renzi, di Boschi e di “Bella-Razzi”.

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