Un Rilancio tutto in salita

Il governo cerca ancora la quadra sul nuovo decreto da 55 miliardi. Nella bozza niente Irap a giugno, reddito di emergenza per le famiglie più bisognose, risorse per la scuola e premi per il personale sanitario. E maggiori aiuti alle imprese. Ma resta il nodo della regolarizzazione dei lavoratori immigrati. Le misure sul tavolo.

Niente Irap a giugno per le imprese, Reddito di emergenza in due tranche per aiutare le famiglie più bisognose, risorse per le misure di contenimento del Covid nelle scuole e per potenziare i centri estivi, premi fino a 1.000 euro per medici e infermieri; 2,5 miliardi per aiutare le imprese che si devono adeguare alle norme per la ripartenza e niente Tosap sui tavolini all’aperto di bar e ristoranti.

Spazia dalle famiglie alle aziende, dalla scuola alla sanità, il campo d’azione del decreto Rilancio. Un provvedimento con risorse per 55 miliardi, che nelle ultime bozze si presenta come un maxi-decreto con 258 articoli.

Il lavoro di limatura non è ancora finito ma al momento sono confermati i grandi capitoli, dal rinnovo degli ammortizzatori al pacchetto congedi-bonus baby sitter, fino al rinvio a settembre delle scadenze fiscali e a un aiuto concreto per le prossime vacanze degli italiani, su cui è appena arrivato l’atteso via libera del premier Giuseppe Conte.

IMPEGNO PER VELOCIZZARE LA CIG IN DEROGA

Il decreto in arrivo è «molto corposo» come dimostra la «mole imponente», ha spiegato il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri in serata, annunciando a sorpresa la misura chiesta a gran voce dalle imprese e per primo dal presidente designato di Confindustria, Carlo Bonomi. «Abboneremo», ha annunciato, «il saldo e acconto dell’Irap» di giugno. Mentre sui tasti dolenti della liquidità e dei ritardi della cig promette che il governo farà di più: nel decreto ci saranno misure per accelerare la cig in deroga e sulla liquidità viene chiesto «un impegno maggiore» anche alle banche. Niente sovietizzazione delle Pmi, ha assicurato Gualtieri in risposta a Iv e all’opposizione, mentre aiuti in arrivo per le attività che riapriranno e via la Tosap per i tavolini all’aperto.

ARRIVA IL REDDITO DI EMERGENZA

Per andare in soccorso delle famiglie più in difficoltà arriva il reddito di emergenza. La misura è destinata ai nuclei che non beneficiano di altri sussidi (con un limite di Isee di 15 mila euro e patrimonio entro i 10 mila euro) e sarà riconosciuto in due quote tra i 400 e gli 800 euro ciascuna in base al nucleo: la domanda andrà presentata entro la fine di giugno. Per aiutare chi è più in difficoltà ci saranno anche altri 100 milioni per il Fondo affitti.

UN MILIARDO IN DUE ANNI PER L’ISTRUZIONE

E mentre si elaborano gli scenari per la ripresa della scuola, il governo stanzia 1 miliardo in due anni per l’istruzione, con il vincolo di destinare le risorse alle misure anti-contagio negli istituti scuole statali. In arrivo anche aiuti per il sistema 0-6 anni con un contributo di 65 milioni per chi gestisce in via continuativa i servizi educativi (come gli asili nido) e le scuole dell’infanzia non statali, come sostegno economico per la riduzione o mancano versamento delle rette. Mentre 150 milioni andranno a potenziare i centri estivi e contrastare la povertà educativa.

CONTRIBUTI A FONDO PERDUTO PER PMI, COMMERCIANTI E AUTONOMI

Capitolo corposo è poi quello delle imprese, a partire dai contributi a fondo perduto per Pmi, artigiani, commercianti e autonomi fino a 5 milioni di ricavi o compensi. Per le imprese che abbiano subito una diminuzione del fatturato di almeno il 50%, inoltre, è previsto un credito d’imposta fino al 60% dell’affitto (meno rispetto al ristoro integrale promesso nei giorni scorsi). In arrivo anche un alleggerimento delle bollette per le piccole imprese (600 milioni che gestirà l’Arera). Sul capitolo trasporto aereo, risorse per il fondo di settore e la creazione della newco da 3 miliardi per Alitalia (nella bozza non c’è riferimento esplicito alla compagnia, ma questa è la dotazione indicata dal ministro Patuanelli). Infine, sovvenzioni per pagare i salari dei dipendenti delle imprese (compresi i lavoratori autonomi) ed evitare così i licenziamenti e un credito d’imposta dell’80% per le spese necessarie per la riapertura.

AIUTI AL PERSONALE SANITARIO

Resta alta infine l’attenzione per la sanità, con aiuti al personale in prima linea e misure per aiutare i cittadini nell’acquisto delle mascherine, che ci accompagneranno a lungo anche nelle prossime fasi. Non ci sarà quindi l’Iva su mascherine, gel disinfettanti e su tutti i dispositivi di protezione anti-coronavirus nel 2020. In arrivo poi un premio fino a 1000 euro per tutti gli operatori sanitari, medici, infermieri, tecnici. Per rafforzare il sistema, compresa la medicina territoriale, sono previsti quasi 10 mila infermieri in più, 3.500 posti terapia intensiva strutturali e risorse per riqualificare 4.225 posti letto di terapia semi intensiva che si possano riconvertire in caso di nuova emergenza. Oltre alla sanità, infine, fondi per la Protezione civile, per gli straordinari delle Forze dell’ordine e 500 militari in più per il programma Strade Sicure.

IL NODO DELLA REGOLARIZZAZIONE DEI LAVORATORI MIGRANTI

Tra le misure su cui si sta ancora discutendo, la regolarizzazione dei lavoratori migranti, chiesta dai renziani con in testa la ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova e appoggiata da Leu e Pd, ma sulla quale c’è il muro del M5s.

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L’Italia affonda e i politici si danno all’avanspettacolo

Salvini sogna un fantagoverno con Draghi. Di Matteo e Bonafede litigano poi si riappacificano come Hunziker e Botteri. Bellanova propone la regolarizzazione dei lavoratori immigrati ma non sente i produttori. Buttandola in caciara il Paese però va a rotoli.

La destra la vuole buttare in caciara. Spera in un rimescolamento di carte che porti alla crisi del governo Conte con due ipotesi di soluzione: a) un governo Draghi di cui Matteo Salvini sia socio maggioritario; b) nuove elezioni con un governo Salvini-Meloni.

Nessuna delle due ipotesi si realizzerà. Sergio Mattarella ha detto con chiarezza che fra i tempi lunghi di una crisi di governo e i tempi lunghi di un voto anticipato è più democratico scegliere questa ultima soluzione. Inoltre Salvini, quando è sobrio, dovrebbe essere realista: come gli viene in mente che un uomo dello spessore di Mario Draghi accetti di avere lui, incompetente su tutto, come sodale?

Infine il voto: sicuri che vincerà il centrodestra con Salvini e il disastro lombardo? Dubito fortemente. Questa agitazione costante della destra sta portando vantaggi a Giorgia Meloni, che urla molto ma va più nel merito mentre paradossalmente i 5 stelle si riprendono i voti grillini andati ai leghisti.

GLI APPIGLI DI LEGA E ITALIA VIVA PER FARE CADERE CONTE

Fa oggi uno sforzo generoso Pietro Senaldi, direttore per conto di Vittorio Feltri di Libero, nel tentare di argomentare la forza politica ancora intatta di Salvini. La realtà è che Salvini è un sopravvissuto di una stagione politica che la crisi economica spazzerà via. Anche se avremo moti di piazza, saranno anche contro di lui. Servono a destra e a sinistra uomini o donne che sanno, che sanno fare, che non siano mutevoli, che siano presenti a loro stessi. La Lega ne ha almeno un paio e quando capirà che cambiare leader non è traumatico, darà il benservito al ragazzo che voleva fare il fenomeno. C’è tale insipienza nella Lega, e in parte anche in Italia viva, che la crisi del governo Conte viene cercata su due questioni che limpidamente mostrano un altro aspetto dell’Italia che non ci piace.

I MAGISTRATI FACCIANO SOLO I MAGISTRATI

Prendiamo il caso Bonafede-Di Matteo. Io non so quanto valga questo Di Matteo, so che si lamenta sempre, che a furia di lamentarsi fa una gran carriera, so/sappiamo che per non avere ricevuto in posto che desiderava (la direzione delle carceri) ha sputtanato il suo ministro in tivù. Uno così lo si protegge dalle eventuali minacce della mafia ma lo si caccia dalla magistratura. Ha violato regole, leggi, comportamenti. È il tipico rappresentante di quell’antimafia nociva su cui si sofferma spesso il professor Giovanni Fiandaca, fior di giurista. Bonafede, per frilletto che sia, va difeso perché è il limite istituzionale alla prepotenza dei magistrati. Ci vorrebbe un patto fra tutte le forze politiche di non nominare più magistrati fuori da incarichi nel loro recinto. Troppi danni, troppe malefatte, troppi silenzi. Tuttora si parla della Diaz di Genova ma è stato messo a tacere tutto su Bolzaneto. A dirigere le carceri ci vuole un uomo giusto e severo non un angelo vendicatore. I mafiosi vanno trattati da carcerati che hanno diritti non da persone da accompagnare alla morte. Noi non abbiamo la pena di morte. Le forze dello Stato li prendono e li chiudono, con la dovuta capacità di controllo, in celle ma da lì scatta l’umanità. Non devono uscire fino a fine pena, ma non devono essere buttati in un fosso nero. Il Fatto ora ci annuncia che Bonafede e Di Matteo si sono riappacificati come Michelle Hunziker e Giovanna Botteri. No, non va così.

BELLANOVA HA RAGIONE, MA BASTA SHOW

Seconda questione, quella degli immigrati nei campi. Ha ragione Teresa Bellanova (talvolta capita) ma invece di fare annunci con accompagno di minacce di crisi, perché non ha chiamato le organizzazioni agricole, i maggiori produttori, soprattutto veneti per chiedere loro un aiuto per affermare la necessità che i campi siano lavorati e che chi li lavora abbia diritti? Si è scelto lo spettacolo. E ridendo e scherzando l’Italia va a rotoli.

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I sondaggi politici elettorali del 4 maggio 2020

Salvini e Berlusconi lasciano sul campo rispettivamente lo 0,9% e lo 0,8%. In crescita invece Fratelli d'Italia e il Movimento 5 stelle. Stabile il Pd. Tutti i numeri diffusi da Swg.

Occupare il parlamento non ha regalato nuovi consensi alla Lega di Matteo Salvini. Anzi. Secondo le rilevazioni di Swg per il TgLa7 il Caroccio negli ultimi sette giorni ha perso lo 0,9%. Tutt’altra storia per Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni che porta a casa un +1,1%. Stabile invece il Pd che dal 20,3% passa al 20,2%. Va meglio al Movimento 5 stelle che in una settimana ha guadagnato quasi un punto percentuale (+0,8%). Segno meno anche per Forza Italia di Silvio Berlusconi che si attesta sul 5,3% (era al 6,1% il 27 aprile). Non può fare i salti di gioia nemmeno Matteo Renzi che con Italia Viva scende al 3% perdendo per strada lo 0,4% dopo il suo attacco a Conte in Senato.

IL SONDAGGIO FAKE DI DOMENICA 3 MAGGIO

Questi i dati ufficiali dopo che nel pomeriggio del 3 maggio un falso sondaggio attribuito alla stessa Swg ha iniziato a circolare su Twitter. I dati segnalavano un crollo dei voti della Lega e di Fratelli d’Italia, rispettivamente del 4,7% e dell’1,8%, e il sorpasso sia del Partito Democratico che del Movimento 5 Stelle sul Caroccio. Numeri che Swg ha subito smentito: «La slide in circolazione stasera con proprio marchio è totalmente falsa e contiene quindi dati non veritieri. Il prossimo rilascio di dati autentici avverrà la sera di lunedì 4 maggio come di consueto durante il tg de La7 diretto da Enrico Mentana. SWG spa tutelerà la propria immagine in tutte le sedi e presenterà formale denuncia per l’accaduto alle autorità competenti», si legge sul profilo Twitter ufficiale della società.

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Nomine, fumata nera ma tanti nomi sul piatto

Stamattina riunione della maggioranza. Pd conservativo, 5 Stelle scatenati. Verso la riconferma Starace in Enel e Descalzi in Eni. Per le presidenze in pole, rispettivamente, Bernabè e De Gennaro. In Leonardo quasi certo l'arrivo di Carta dall'Aise. In caso il ceo Profumo saltasse, tra i candidati Caio, Donnarumma, Ferraris. Con l'incognita Altavilla. Tutte le caselle aperte.

È finita con una fumata nera anche la riunione nella mattinata del 14 aprile per la scelta dei prossimi vertici delle società partecipate dallo Stato. E, d’altra parte, nessuno si aspettava un accordo a sette giorni dalla scadenza della presentazione delle liste.

Come capita più o meno dall’inizio del Conte bis, fino all’ultimo M5s e Pd si scontreranno. I primi chiedono un ricambio profondo, gli altri la conferma di tutti gli amministratori delegati.

Finirà con una mediazione, come si confà a un governo di coalizione che ha tra i suoi azionisti il M5s al 50%, il Pd al 30%, i renziani al 15% e LeU al 5%. Vediamo allora casella per casella cosa è sul tavolo del comitato composto dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro, dal ministro ai Beni Culturali Dario Franceschini, dal viceministro all’Economia Antonio Misiani. E, last but not least, Maria Elena Boschi per i renziani di Italia viva.

LE ROSE DEI CANDIDATI

ENEL. Conferma scontata per l’attuale ad Francesco Starace, che nel gioco delle attribuzioni sarà assegnato in quota Renzi (che lo avrebbe voluto in Eni). Alla presidenza si fa largo l’ipotesi di Franco Bernabè, grande amico di Casaleggio padre.

ENI. Anche qui nessuna novità per il capoazienda, Claudio Descalzi, che si è conquistato l’appoggio del Pd e del premier Giuseppe Conte grazie alla sua costante consulenza di politica estera. Alla presidenza circola con insistenza il nome del prefetto Gianni De Gennaro, ora in Leonardo, che dovrà garantire il governo verso le procure che hanno messo Eni nel mirino.

Alessandro Profumo.

POSTE. Matteo Del Fante, che piace a Renzi ma anche ai 5 stelle, grazie al grande supporto dato dalla sua azienda al reddito di cittadinanza, resta al suo posto. Alla presidenza il Pd spinge per Alessandro Profumo, ammesso che l’ex banchiere si sottragga alla regola della riconferma degli ad, per via della pletora di appetiti che si addensa su Leonardo.

LEONARDO. Per l’ex Finmeccanica la pattuglia dei pretendenti non è certo smilza. Quasi sicura la casella della presidenza per Luciano Carta, direttore dell’Aise e apprezzato generale della Finanza. Per l’ad, se non venisse confermato Profumo, molti i nomi che girano. Da Francesco Caio, attuale presidente di Saipem, a Stefano Donnarumma, ora in Acea, ma con un trascorso anche nel mondo dell’industria (Bombardier, etc). Da Luigi Ferraris, ad di Terna, con una lunga precedente esperienza di Cfo in Enel e Poste a Giuseppe Giordo, spinto dai grillini e ben visto anche da Renzi. Giordo, attualmente direttore generale della divisione navi militari di Fincantieri, è già stato in Finmeccanica come capo di Alenia, per poi passare alla concorrente cecoslovacca Aero Vodochody Aerospace perché entrato in rotta di collisione con l’allora ad Mauro Moretti. Tra le possibili sorprese anche Alfredo Altavilla, ex braccio destro di Sergio Marchionne in Fca e ora consigliere in Tim.

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Francesco Caio (Ansa)

TERNA. Il Mef insiste per la conferma di Luigi Ferraris al vertice della società che gestisce la rete elettrica, al suo primo mandato. Ma Fraccaro gioca anche qui la carta Donnarumma, manager che gode della sua stima. Nel caso succedesse, per Acea si è fatto avanti l’ex ad della municipalizzata milanese A2A Luca Valerio Camerano. Alla presidenza, finita l’era di Catia Bastioli, potrebbe arrivare Lucia Calvosa, docente all’università di Pisa e consigliere d’amministrazione indipendente di Tim.

ENAV. Lotta in corso anche per la società quotata del trasporto aereo. L’ad Roberta Neri è stimata dalle parti del ministro Roberto Gualtieri e del mondo dalemiano, ma nessuno crede ce la farà. Il M5s rivendica la poltrona per un suo uomo. Sarà Paolo Simioni, che guida ora la disastrata Atac? Qualcuno sussurra che potrebbe essere un giovane emergente gradito dalle alte sfere militari.

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Sondaggi Ixé: Lega al 26%, Pd al 22,6

La quarantena vale 15 punti in più di consenso per il premier Giuseppe Conte che trascina anche il M5s in leggero rialzo al 16%.

Il consenso in aumento per il premier Conte traina il Movimento Cinque Stelle, la Lega resta il primo partito ma cala ancora. Sono questi i principali risultati del sondaggio condotto da Ixé per Carta Bianca – Rai tra il 6 e il 7 aprile.

LA QUARANTENA VALE 15 PUNTI DI CONSENSO PER GIUSEPPE CONTE

Secondo la ricerca che ha un margine di errore del +-3,10%, la Lega resta in testa con il 26% (dal 26,2 della scorsa settimana), otto punti sotto il dato delle elezioni Europee, seguita dal Pd, stabile al 22,6. Si conferma anche il tendenziale recupero del Movimento 5 Stelle, al 16% dal 15,6 della scorsa settimana, probabilmente da collegare all’ulteriore balzo del gradimento del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che arriva a toccare il 57% (15 punti in più dall’inizio della quarantena).

FDI AL 12,5%, FI AL 7,5%, SINISTRA AL 3,5%, ITALIA VIVA ALL’1,9

Nella maggioranza Italia Viva è al 2 dall’1,9, La Sinistra al 3,5 dal 3,9 mentre all’opposizione Fdi è al 12,5 dal 12,8 e Fi al 7,5 dal 7,4.

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Le frizioni nella maggioranza sul decreto Cura Italia

Il pacchetto di aiuti nei fatti è una manovra. E ha fatto riemergere vecchie tensioni e spaccature interne. Il Pd è allergico all'autonomia di Gualtieri e nel M5s Di Maio cerca di depotenziare Patuanelli. Mentre Renzi ha preso atto dell'impossibilità di ogni piano anti-Conte. Ma è pronto a tornare alla carica con il suo piano choc.

La pax nel governo è già finita. Non appena sul tavolo sono arrivate misure economiche anti coronavirus, sono riapparse le vecchie tensioni, portando tutti sull’orlo di una crisi di nervi.

Il decreto, ribattezzato ‘Cura Italia’, ha quindi fatto risalire la temperatura tra i partiti di maggioranza. Un provvedimento così importante (25 miliardi) dal peso di una Legge di Bilancio, ha scatenato gli appetiti di tutti: Pd, M5s, Italia viva e Liberi e uguali hanno cercato di piazzare le rispettive bandierine, riportando indietro le lancette della politica alla fase pre-coronavirus.

L’unica differenza è che nessuno si è sognato di agitare lo spettro di una crisi di governo. Il momento è troppo delicato per fughe in avanti di questo tipo.

IL DECRETO È UNA MANOVRA COMPRESSA IN POCHE ORE

«La Finanziaria richiede un iter di mesi, con le polemiche e le solite tensioni che ben conosciamo», spiega a Lettera43.it una fonte di maggioranza. «Immaginate cosa possa aver causato un decreto che è di fatto una manovra, compressa in poche ore, in una situazione di emergenza sanitaria». L’effetto è stato un tutti contro tutti, in continuità con le abitudini di questa maggioranza. Con la presenza sulla scena di un evergreen della politica e dell’economia italiana: il destino di Alitalia; salvata dall’ennesimo intervento pubblico e indirizzata verso la nazionalizzazione.

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Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri.

CONTE SEMPRE PIÙ INTOCCABILE

Rispetto ai mesi scorsi c’è una novità: il crescente malumore per gli spazi di autonomia che si stanno ritagliando il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri. Tuttavia, adesso il numero uno di Palazzo Chigi è visto quasi come un intoccabile: gli indici di gradimento dei sondaggi volano in alto e non è il caso di metterlo in discussione. Almeno per ora. Secondo l’ultima rilevazione Ipsos il premier è salito al 52% di gradimento, mentre il 62% degli italiani promuove l’operato del governo. A mettere in dubbio Conte ha provato il leader di Iv, Matteo Renzi, bacchettando il governo con la stampa estera sulla gestione del coronavirus nella prima fase. Ma non ha attecchito. 

LEGGI ANCHE: C’è Mattarella e ci sono gli anti-italiani: da Lagarde a Renzi-Salvini

LA FUGA IN AVANTI DI GUALTIERI

Il discorso è diverso per Gualtieri: secondo gli alleati, già da qualche tempo, ha il “vizietto” di presentare dei pacchetti quasi preconfezionati che suscitano una certa irritazione. E talvolta si rivelano un boomerang perché allungano i tempi di confronto, osserva una fonte parlamentare, in una serie di dispetti e veti incrociati. Così si spiega il lungo confronto, seppure a distanza per ragioni di sicurezza sanitaria, tra i ministri impegnati a a infilare misure a loro gradite all’interno del provvedimento.

Il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli (Ansa).

ALITALIA E LE SPACCATURE ALL’INTERNO DEL M5S

Il Cura Italia è anche un Salva Alitalia. La compagnia di bandiera beneficerà di un nuovo sostegno statale, con la motivazione della pandemia che ha provocato la cancellazione di voli e quasi l’azzeramento de traffico aereo. Ma il via libera è stato foriero di tensione: il Pd ha spinto per la sostanziale nazionalizzazione, trovando la contrarietà di parte dei 5 stelle, che avrebbero voluto destinare quei fondi ad altri capitoli. Una posizione sorprendente anche perché la partita è nelle mani del ministro dello Sviluppo, Stefano Patuanelli. Il tracollo della compagnia lo avrebbe messo in difficoltà e proprio il ministro aveva parlato a novembre di una possibile nazionalizzazione di Alitalia. La spiegazione di questa strategia si può rintracciare nelle spaccature interne al Movimento: Luigi Di Maio, che di fatto continua a muoversi da vero leader del M5s, vede nel collega di governo (e suo successore al Mise) un antagonista alla guida dei grillini. Lasciargli una situazione scottante non avrebbe provocato grossi dispiaceri, specie su un tema così controverso.

LEU CHIEDE MAGGIOR PRESSING SULL’EUROPA

Anche da LeU, uno degli alleati più accomodanti, è arrivato un attacco: la richiesta di fare pressioni sull’Europa. «Dalla Ue dichiarazioni ma pochi fatti. O l’Europa cambia e si dimostra entità istituzionale e politica in grado di proteggere i propri cittadini e i Paesi che la compongono oppure finirà per apparire inutile agli occhi degli europei», hanno attaccato i capigruppo alla Camera e al Senato, Federico Fornaro e Loredana De Petris. Una presa di posizione che ha fatto seguito alla proposta del senatore di Leu, Francesco Laforgia, di seguire la Spagna sull’emergenza coronavirus con la sostanziale requisizione delle strutture sanitarie private da mettere a disposizione del pubblico.

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Matteo Renzi.

IL PRESSING (PER ORA SPUNTATO) DI RENZI

Renzi ha dovuto prendere atto che l’emergenza rende impraticabile qualsiasi operazione anti-Conte. Ma può sempre pungolare il governo sul merito dei provvedimenti. Nell’ultimo decreto Italia viva ha cercato di rivendicare le misure per la famiglia, con la ministra Elena Bonetti, ma soprattutto l’impegno per gli autonomi su cui, ha scandito il coordinatore di Iv, Ettore Rosato, «bisogna fare uno sforzo aggiuntivo nel prossimo provvedimento». La mira è già spostata in avanti, al decreto che sarà vaglio del Consiglio dei ministri tra qualche settimana. Quando i renziani torneranno alla carica con il piano choc da 120 miliardi di euro, rilanciando un loro cavallo di battaglia. Da sempre inviso agli alleati.

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Storia e funzionalità del modello “sindaco d’Italia” di Renzi

Il leader di Italia viva propone l'elezione diretta del premier. Lo slogan era di Segni, poi la formula fu ripresa da D'Alema, Prodi e Veltroni. Darebbe più poteri al capo del governo. Ma in Israele l'idea non ha funzionato. E per diversi costituzionalisti anche da noi è inapplicabile. L'analisi.

Un capo di governo eletto direttamente dal popolo e di cui si sappia il nome «un minuto dopo il risultato delle elezioni»: è la proposta che Matteo Renzi ha portato a Porta a porta. «Siccome non si può andare avanti così con le scene che abbiamo visto, fermi tutti: faccio un appello a tutte le forze politiche. Dico: portiamo il sistema del sindaco d’Italia a livello nazionale. Si vota una persona che sta lì cinque anni ed è responsabile. Per me la soluzione è l’elezione diretta del presidente del Consiglio», è stato il tono dell’appello. E per arrivarci il leader di Italia viva ha annunciato l’inizio di una raccolta di firme.

L’ORIGINE: DA UN’IDEA DI SEGNI

Lo stesso termine “sindaco d’Italia” indica che l’idea viene dal modello di elezione diretta di sindaci e presidenti di Regione. Il primo caso è a due turni, l’altro a un turno unico, ma entrambi sono riforme che hanno funzionato e che a cui i cittadini si sono abituati. Vennero fatte in contemporanrea alla riforma elettorale per il parlamento, in seguito alla stessa campagna iniziata da Mariotto Segni. E dopo queste riforme si parlò di un passaggio da una Prima a una Seconda Repubblica: anche perché Tangentopoli aveva nel frattempo completamente scombussolato il sistema dei partiti, pur se la Costituzione non era stata formalmente toccata.

LEGGI ANCHE L’Italia nell’eterno gran ballo della legge elettorale da riformare

Dopo le elezioni del 1994, del 1996 e del 2001, però, il sistema dei due terzi di seggi uninominali e un terzo proporzionale soprannominato Mattarellum fu sostituito nel 2006 da un sistema proporzionale con premio di maggioranza soprannominato Porcellum. Nel gennaio 2014 la Corte costituzionale dichiarò però l’illegittimità costituzionale parziale della legge, annullando il premio di maggioranza e introducendo la possibilità di esprimere un voto di preferenza.

CONSULTELLUM E POI ITALICUM

La legge elettorale proporzionale così risultante, soprannominata Consultellum, rimase in vigore, senza peraltro essere mai stata effettivamente utilizzata, per l’elezione della Camera, fino alla sua sostituzione con l’Italicum a decorrere dal primo luglio 2016, e per l’elezione del Senato fino al novembre del 2017.

LA SCURE DELLA CORTE COSTITUZIONALE

L’Italicum prevedeva un sistema proporzionale con eventuale doppio turno, premio di maggioranza, soglia di sbarramento e 100 collegi plurinominali con capilista bloccati, con la possibilità per lo stesso candidato di partecipare all’elezione in 11 collegi. Nel gennaio 2017 la Corte costituzionale dichiarò però incostituzionale sia il turno di ballottaggio sia la possibilità per i capilista bloccati che fossero stati eletti in più collegi di scegliere discrezionalmente l’effettivo collegio di elezione.

IL ROSATELLUM E LA NUOVA POSSIBILE LEGGE

Senza essere stata mai utilizzata, anche qesta legge è stata abrogata in seguito all’entrata in vigore del Rosatellum, con cui si è votato nel 2018, e che ha reintrodotto un 37% di seggi uninominali. Ma di nuovo si sta discutendo su una possibile nuova legge elettorale (il Germanicum?), che sarebbe comunqe necessaria se va in porto il taglio dei parlamentari.

LA PROPOSTA: RIDARE CREDIBILITÀ ALLE ISTITUZIONI

«Eleggiamo il sindaco d’Italia», spiega il sito di Italia viva che raccoglie le firme. «L’Italia non può restare ancora ferma bloccata dai litigi quotidiani dei partiti. E noi che siamo parte di questo spettacolo siamo i primi a riconoscerlo. Per questo proponiamo di cambiare. Il mondo fuori da noi corre. Le sfide del futuro richiedono un Paese capace di decidere. I cittadini hanno votato per partiti che hanno visto i propri rappresentanti – tutti – allearsi con forze politiche radicalmente diverse. La distanza tra gli impegni pre-elettorali di non fare accordi con nessuno e la realtà del giorno dopo sta diventando insopportabile e rischia di minare non solo la credibilità delle istituzioni, ma soprattutto la fiducia delle persone verso la politica».

I MOTIVI: CON LE REGOLE ATTUALI NON SI PUÒ GOVERNARE DA SOLI

La critica è che «con le regole di oggi nessuno può governare da solo. E infatti negli ultimi anni si sono succeduti governi con maggioranze diverse ma con il medesimo tasso di litigiosità. Così l’Italia dell’economia che stava faticosamente riprendendosi è tornata alla crescita zero». Italia viva quindi osserva: «C’è solo un modello istituzionale che piace alla grande maggioranza degli italiani e che consente di governare per cinque anni dopo la vittoria elettorale: è il modello delle amministrazioni locali. I sindaci possono governare, i sindaci devono farlo. E chi viene eletto per questo incarico sa di poter lavorare per anni con tranquillità perché protetto da un sistema istituzionale che garantisce la stabilità».

PETIZIONE PER UNA MODIFICA NELLA NOSTRA CARTA

La petizione chiede che l’elezione diretta del presidente del Consiglio dei ministri sia introdotta non con sola legge, ma tramite modifica costituzionale: una “blindatura” che richiederebbe a quante più forze politiche possibile di lavorarci assieme.

PIÙ POTERI AL PREMIER: ANCHE LA REVOCA DEI MINISTRI

Renzi da Bruno Vespa ha specificato che il presidente del Consiglio eletto direttamente dal popolo «potrà revocare i ministri. Con il sistema di oggi serve una mozione di sfiducia o le dimissioni. Il premier sarebbe un premier più forte, come i sindaci. Il presidente della Repubblica terrebbe la funzione di garanzia, verrebbe meno quello di designazione».

LE REAZIONI: CONTRARIO IL PD

Malgrado l’appello, Partito democratico e Liberi e uguali hanno manifestato ostilità. Pur in passato renziano di ferro, il capogruppo del Pd al Senato Andrea Marcucci ha detto che «le riforme istituzionali non sono la prima emergenza del Paese». Secondo lui la legislatura deve andare avanti «dedicando tutte le energie del governo e del parlamento alla crescita e al lavoro». Meglio dunque se Renzi concorda «su priorità che sono indiscutibili» e se Italia viva contribuisce con le sue proposte «a questa maggioranza in modo leale».

FRECCIATINA DI FRANCESCHINI VIA TWITTER

Senza entrare in dettagli Dario Franceschini, capo delegazione del Pd all’interno dell’esecutivo, via Twitter ha icasticamente paragonato Renzi allo scorpione che nella favola di Esopo aveva chiesto un passaggio alla rana, che poi aveva punto pur al costo di annegare.

Per suo conto il rappresentante di Leu al governo, il ministro della Salute e segretatrio di Articolo 1-Mdp Roberto Speranza, ha ricordato che «il modello dell’Italicum è stato già bocciato definitivamente dagli italiani il 4 dicembre 2016. Non si torna indietro».

FAVOREVOLI: FORZA ITALIA E FRATELLI D’ITALIA

Per Forza Italia, la capogruppo alla Camera Mariastella Gelmini ha preso atto di come «dopo anni» Renzi sia venuto sulle «posizioni storiche» forziste. Aggiungendo però: «È ovvio che Italia viva, per essere credibile su questi temi, deve sciogliere il nodo in merito al sostegno al governo Conte 2. Renzi per essere coerente e concreto deve far cadere questo esecutivo. Provvedimenti scandalosi come lo stop alla prescrizione o il decreto intercettazioni non possono e non devono andare avanti».

Prima si ponga fine a questa esperienza, si vada al voto, e poi un nuovo parlamento lavori alle riforme


La posizione di Fratelli d’Italia

Per Fratelli d’Italia, il capogruppo alla Camera Francesco Lollobriga si è detto favorevole, ma ha respinto la proposta di larghe intese: almeno per il momento. «Solo un nuovo parlamento può mettere mani alle riforme», ha spiegato. Prima di aggiugere: «Noi, a differenza di Renzi, abbiamo sempre avuto una posizione chiara sull’elezione diretta del premier o del capo dello Stato. È naturale la nostra disponibilità a convergere su questa proposta, ma non vorremo che sia una scusa per tenere in vita un governo che fa danni all’Italia. Per questo prima si ponga fine a questa esperienza, si vada al voto, e poi un nuovo parlamento lavori alle riforme».

LA LEGA RILANCIA: MODELLO PRESIDENZIALISTA

La Lega dal canto suo ha rilanciato, chiedendo a Renzi di schierarsi direttamente per la sua proposta presidenzialista: «Sull’elezione diretta del presidente della Repubblica abbiamo raccolto 100 mila firme in un fine settimana. Quindi chiunque sostenga questo cambiamento di modernità ed efficienza proposto dalla Lega può andare in tutti i Comuni italiani a firmare», ha commentato Matteo Salvini.

DI MODA IN PASSATO: D’ALEMA, PRODI E VELTRONI

Il “sindaco d’Italia” fu uno slogan di Mariotto Segni. Anche Leoluca Orlando, quando uscì dal fronte del maggioritario per passare alla difesa del proporzionale, specificò però che restava a favore dell’elezione diretta degli esecutivi. In seguito la formula fu di nuovo ripresa da Massimo D’Alema quando fu presidente della fallita Commissione bicamerale per le riforme istituzionali del 1997. Poi da Romano Prodi e Walter Veltroni, come leader del centrosinistra nel 2006 e 2008.

C’È GIÀ STATO L’OBBLIGO DI INDICARE LEADER E PROGRAMMA

In teoria, l’elezione diretta del presidente del Consiglio fu implicitamente introdotta con il Porcellum, che prevedeva per le coalizioni l’obbligo di indicare il leader e il programma, aggiungendo un premio di maggioranza a quella arrivata prima. Il principio costituzionale per cui la rappresentanza del Senato è regionale impedì però di stabilirvi un premio di maggioranza nazionale, e in più il divieto costituzionale di vincolo di mandato permetteva che eletti e partiti uscissero dalle coalizioni.

LE MAGGIORANZE PERSE DA BERLUSCONI E BERSANI

Già nel 2006 Prodi vinse con una maggioranza risicata al Senato, che poi perse in capo a due anni. Ma anche Silvio Berlusconi dopo aver vinto nel 2008 con una maggioranza molto più ampia la perse, e nel 2013 Pier Luigi Bersani non poté diventare presidente del Consiglio pur avendo vinto le elezioni.

COME BLINDARE I GOVERNI: GLI ESEMPI ALL’ESTERO

In effetti nel mondo la posizione dei capi di governo piuttosto che con l’elezione diretta viene blindata o attraverso sistemi elettorali che assicurano una maggioranza, secondo il modello britannico. O con procedure di sfiducia costruttiva che impediscono di rimuovere un capo di governo se non si elegge contestualmente il suo successore, secondo il modello tedesco e spagnolo. In alternativa, si va sui sistemi presidenziali puri in stile Usa. O semi-presidenziali alla francese. Lì a essere eletto dal popolo è il capo dello Stato, anche capo del governo: nella variante semi-presidenziale, con un primo ministro.

IN ISRAELE L’ESPERIMENTO È FALLITO

Una elezione diretta del capo del governo separatamente dal voto per la Knesset fu introdotta in Israele nel 1992. Nel 1996 e 1999 gli israeliani votarono dunque per deputati e primo ministro, nel 2001 per il solo primo ministro: fu eletto Ariel Sharon, ma restava una Knesset in cui i laburisti erano primo partito, e il vincitore dovette costituire un goverrno di unità nazionale. Nello stesso 2001 l’elezione diretta del primo ministro fu dunque abolita.

E IN ITALIA? SARTORI STORICO CRITICO

Noto antipatizzante dell’idea, l’insigne politologo Giovanni Sartori commentò: «L’elezione diretta del premier fu inventata in Israele con l’intento di contrastare la frammentazione partitica dovuta a un proporzionalismo che è il più proporzionale al mondo. Israele si è gia rimangiato dopo tre elezioni questo esperimento, che è risultato disastroso». In Israele il proporzionale è ineliminabile, per via di una società altamente frammentata, con minoranze che non si possono escudere dsalla Knesset: dagli arabi ai religiosi passando per sefarditi o “russi”.

PER MOLTI COSTITUZIONALISTI È IMPRATICABILE

Scriveva ancora Sartori: «Che l’esperimento sia fallito nell’unico Paese che l’ha tentato risulta del tutto indifferente ai nostri aspiranti premier. E ai suddetti non importa un fico che per una lunghissima maggioranza di costituzionalisti la formula del “sindaco d’Italia” sia ingannevole e impraticabile».

SERVIREBBERO COMUNQUE DIVERSI AGGIUSTAMENTI

Anche se in teoria il sistema di elezione diretta israeliano era esplicito e quello italiano del Porcellum solo implicito, il secondo avrebbe dovuto essere più solido. Incentivava infatti i partiti ad allearsi, e garantiva al vincitore un premio di maggioranza. Il tallone d’Achille fu però l’obbligo della fiducia da parte di entrambe le Camere: una particolarità che c’è solo in Italia. La riforma costituzionale di Renzi puntava appunto a rimuovere l’obbligo della fiducia in Senato, ma fu bocciata per referendum. Anche adesso la riforma dovrebbe essere completata da vari aggiustamenti costituzionali. Il riferimento alla legge dei sindaci lascia intuire che verrebbe richiesto perlomeno un doppio turno.

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Renzi chiede un incontro a Conte per mettere fine al «teatrino»

Il leader di Iv chiede un incontro al premier Conte. Per mettere fine al «teatrino». Poi però non si presenta al voto di fiducia al decreto intercettazioni in Senato. Che passa con i sì anche di Italia viva.

Dopo la bombetta lanciata a Porta a Porta, Matteo Renzi ha chiesto un incontro al premier Giuseppe Conte. «Ci siamo scritti in questi giorni e credo che la cosa più pulita, più seria sia quella di vederci di persona la settimana prossima», ha detto il leader di Italia viva. «Gli porteremo il nostro decreto per lo sblocco dei cantieri e lui farà le valutazioni che crede e noi faremo le nostre».

«Le telenovelas funzionano quando poi c’è un elemento di chiarezza», ha aggiunto. «La settimana prossima conto di poter mettere la parola fine a questo teatrino». E, ancora: «Noi non abbiamo il desiderio di rompere, ma cerchiamo di trovare dei compromessi, finché sarà possibile. Un chiarimento si imporrà. Mi ero dato un arco di tempo fino a Pasqua. Forse sono stato troppo morbido». Renzi ha sottolineato come la sua compagine sia stata «argine del buonsenso». «Continueremo a farlo», ha aggiunto, «sia che stiamo nella maggioranza sia che stiamo nell’opposizione».

All’osservazione di Piero Grasso che faceva notare come votare la fiducia al governo sul decreto intercettazioni equivalesse a confermare la fiducia anche al Guardasigilli Alfonso Bonafede, Renzi ha risposto che no, «il decreto intercettazioni non è di fiducia a un singolo ministro. Grasso non è ancora fra le fonti normative». E poi l’affondo: «Se Grasso ha interesse a vedere una mozione di sfiducia a un ministro non ha che da attendere», ha detto il senatore di Rignano ribadendo la volontà di sfiduciare Bonafede se non ci sarà un passo indietro sulla prescrizione.

Detto questo al voto di fiducia sul decreto legge intercettazioni al Senato non si è presentato (risultava in congedo). Assente anche la new entry di Italia viva Tommaso Cerno. L’Aula ha confermato la fiducia al governo con 156 voti favorevoli, tra cui quelli dei renziani, 118 contrari e nessuna astensione.

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Il teatrino di Renzi che non vuole né il voto né il Conte ter

Il leader di Italia viva: «Cercano 10 Scilipoti dal mio partito però non ci sono. Non hanno i numeri per la terza maggioranza diversa in tre anni. Ma niente elezioni subito. La prescrizione non vale la fine del governo».

Cosa vuole davvero Matteo Renzi? Il protagonista del braccio di ferro interno alla maggioranza che sta agitando il governo sul tema della giustizia ha fatto il punto della situazione. Voto anticipato? No grazie. Conte ter? Impossibile. E allora cosa?

«SE CADE IL CONTE BIS? UN NUOVO GOVERNO»

Il leader di Italia viva ha ridimensionato diversi scenari politici nella sua e-news: «Alt! Io non voglio andare a elezioni. Erano altri quelli che avevano già fatto l’accordo con Salvini. In più le elezioni non ci saranno per mesi, perché dopo il referendum di marzo vanno rifatti i collegi e dunque servono tempi tecnici. Per cui, se cade il governo Conte bis, ci sarà un nuovo governo. Non le elezioni».

«POSSIAMO STARE FELICEMENTE ALL’OPPOSIZIONE»

Ma non sarà un governo Conte ter. Visto che secondo Renzi mancano i numeri: «Da giorni, molti nostri senatori sono avvicinati da inviti a lasciare Italia viva. Se 10 senatori di Iv passassero dall’altra parte ci sarebbe il Conte ter: terzo governo in tre anni, con terza maggioranza diversa. Io non ci credo, anche perché conosco i senatori di Iv e non ne vedo 10 pronti ad andarsene, per adesso non ne vedo nemmeno uno. Per me, non hanno i numeri e se ne stanno accorgendo proprio in queste ore. Non ci sono i 10 Scilipoti. Ma se avranno i senatori che stanno cercando e i numeri per il Conte ter noi saremo felicemente all’opposizione».

«NOI NON SFIDUCIAMO. MA BONAFEDE SI FERMI PRIMA»

Chi continua a tirare la corda? «Nessuno di noi ha detto che vuole sfiduciare Conte. Abbiamo detto che non condividiamo la battaglia sulla prescrizione. E che faremo valere su quella i nostri numeri. Punto. Noi su questo non torniamo indietro. Per noi la prescrizione non vale la fine del governo: ecco perché Bonafede farebbe bene a fermarsi lui, prima di combinare il patatrac», ha detto Renzi.

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Il governo è ostaggio di Renzi ma Italia viva mugugna

Come su sugar tax, plastic tax e legge di bilancio, Conte resta prigioniero dell'altro Matteo. Anche se a una parte del partito nato da una costola del Pd non piacciono le forzature dell'ex rottamatore. Che rischiano di portare all'autolesionismo del voto anticipato. Il retroscena.

Un rinvio dopo l’altro. A colpi di polemiche e di veti. Era stato così su sugar tax e plastic tax, durante la discussione della legge di bilancio, e si sta ripetendo sul tema della prescrizione. Si prevede una navigazione a vista, con varie turbolenze, in un governo che ha una sola certezza: è ostaggio di Matteo Renzi.

QUANTE FIBRILLAZIONI DAL KING MAKER DELL’ALLEANZA

Il leader che nell’estate del 2019 ha voluto questa alleanza si sta confermando il king maker dell’operazione politica. Tanto che adesso tiene prigioniero Palazzo Chigi, trascinando i parlamentari di Italia viva a compiere una serie di forzature. Con il rischio che gli stessi renziani ci rimettano il posto nel caso dovessero precipitare gli eventi in direzione elezioni anticipate. Non a caso qualche malumore, tra uno sparuto gruppo di parlamentari di Iv, si è manifestato. Per loro il voto sarebbe una iattura.

GOVERNO “SENZA INTESE” PER COLPA DI TUTTI I PALETTI

Nei partiti di maggioranza il malessere verso Italia viva è evidente. Anche il leader dem, Nicola Zingaretti, è intervenuto con forza contro l’ex compagno di partito. Eppure, stando ai fatti, l’azione di governo è appesa ai desiderata di Renzi. La tensione sulla prescrizione è uno dei tanti episodi che costringe l’esecutivo a non decidere, a rimandare qualsiasi provvedimento. Dalle approvazioni “salvo intese” dell’era gialloverde si è passati al “senza intese” del Conte 2. Il motivo? I paletti piantati da Italia viva.

ALTRI SCONTRI IN ARRIVO SU ECONOMIA E CRESCITA

Il remake della scena è atteso a breve su altri capitoli, sempre che l’alleanza tenga sulla giustizia. I punti sotto osservazione sono economia e crescita. Il piano choc da 120 miliardi di euro, annunciato da Iv, è destinato a diventare un nuovo capitolo divisivo. «È una versione riveduta e corretta dello Sblocca Italia del governo Renzi», spiegano fonti di maggioranza. E quel decreto non fu accolto da tappeti rossi, anche a sinistra. Figurarsi tra i cinque stelle. Così, nei corridoi della Camera, c’è chi scommette che sono in arrivo ulteriori fibrillazioni.

LA FORZA ATTRATTIVA DI ITALIA VIVA SEMBRA FINITA

Italia viva conta su 46 parlamentari, suddivisi tra 29 deputati e 17 senatori. La forza di attrazione sembra già esaurita, visto che lo stesso Renzi aveva dichiarato di puntare a «50 parlamentari» entro la fine del 2019. Un obiettivo non raggiunto, seppure di poco. L’ultimo ad aggregarsi alla Camera è stato, il 20 dicembre, l’ex Forza Italia Davide Bendinelli. Dopo lo smottamento iniziale dal Pd, con la fondazione del nuovo partito renziano, solo i deputati Catello Vitiello (eletto nel Movimento 5 stelle ma subito espulso) e Giuseppina Occhionero (proveniente da Liberi e uguali), e la senatrice ex Pd Annamaria Parente hanno scelto di traslocare sotto le insegne di Iv. Una frenata che i dem guardano con soddisfazione e anche con sollievo rispetto ai timori di un ulteriore smottamento. A settembre, quando è nato il progetto di Italia viva, si paventavano sconquassi.

SCETTICISMO INTERNO SULLA STRATEGIA RENZIANA

Tra i gruppi di Iv inizia a serpeggiare un certo scetticismo sulla strategia di Renzi. In alcuni casi cresce un vero dissenso. Certo, nelle dichiarazioni pubbliche il mantra è che «i principi vengono prima delle poltrone», rispolverando peraltro un linguaggio più affine ai toni degli “odiati alleati” del M5s. Una facciata di unità granitica. Dietro agli interventi ufficiali, in privato monta più di qualche preoccupazione. La battaglia sulla prescrizione, nel merito, viene condivisa con reale convinzione. Molto meno apprezzata è la strategia arrembante con l’ipotesi di presentare una mozione di sfiducia al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Il Guardasigilli è uno dei volti di primo piano dei cinque stelle e soprattutto il nuovo capo delegazione nella squadra di governo. Una dichiarazione di guerra che viene interpretata come un avviso di crisi. E nel caso di strappo definitivo, le urne sono un incubo per i parlamentari renziani: avrebbero tutto da perdere e nulla da guadagnare.

IL PD GUARDA CON INTERESSE A EVENTUALI DEFEZIONI

Il Pd segue con interesse le dinamiche interne a Italia viva. Il primo motivo è chiaro: lo strappo di Renzi sarebbe il colpo di grazia all’esperienza del Conte 2. E il secondo non è da meno: eventuali defezioni all’interno di Iv sarebbero vissute come un trionfo, un pentimento dei parlamentari visto come il riscatto dopo i patemi inflitti dall’ex presidente del Consiglio. Certo, i deputati e senatori di Italia viva più scettici si muovono con prudenza. Qualsiasi segnale di retromarcia verso il Pd sarebbe difficile da spiegare: di sicuro si esporrebbero a feroci critiche. E forse a Largo del Nazareno l’accoglienza sarebbe calorosa solo in un primo momento, un perdono concesso nel breve tempo del rientro all’ovile. Senza dare poi un ampio spazio politico. L’alternativa non è più esaltante: finire nel Gruppo Misto, con certificata condanna all’irrilevanza. E quindi i meno contenti della linea politica di Renzi devono, volenti o nolenti, stringersi intorno al leader, magari sussurrando di non esagerare nelle polemiche. Per scongiurare fughe in avanti, tipo l’ipotesi ventilata (e poi negata) di ritirare la delegazione dal governo, optando per l’appoggio esterno.

MATTEO HA CHIESTO COMPATTEZZA AI SUOI FEDELISSIMI

Renzi sta seguendo l’evoluzione degli eventi da vicinissimo e ha chiesto ai fedelissimi di non fare alcun distinguo: pure una dichiarazione dissonante suonerebbe come un segnale di debolezza. La sua volontà è quella di mostrare la totale coesione nei gruppi, puntando magari a qualche nuovo ingresso da Forza Italia, in cui la situazione resta magmatica. Una strategia tutta orientata sui suoi progetti. Mentre il governo è paralizzato da quel che fu il principale sponsor.

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Dopo aver ‘abiurato’ Gramsci Renzi lasci stare anche Berlinguer

Nella sede di Roma di Italia Viva è stato tolto il ritratto dell'intellettuale comunista perseguitato dai fascisti. I renziani ora rinuncino anche a quello del segretario del Pci, evitando così di sfregiare ulteriormente la cultura della sinistra.

Non bisogna sempre parlar male di Matteo Renzi. Lunedì 10 febbraio ha fatto una cosa buona. Con Teresa Bellanova ha deciso di togliere il ritratto di Antonio Gramsci dalla sede della nuova sezione di Italia Viva di Roma, che un tempo era del Pd e prima ancora del Pci.

Se Renzi e Bellanova vogliono fare un lavoro pulito dovrebbero farmi la cortesia, non chiedo molto, di togliere anche il ritratto di Enrico Berlinguer. Il Pantheon definisce una forza politica.

Togliere Gramsci ha un significato profondo. In primo luogo definisce la caratura culturale del partito e dei suoi dirigenti. È del tutto evidente che nessuno di loro ha mai letto Gramsci. Sono rimasti al manuale Cencelli. In secondo luogo c’è in Gramsci, ma non vi annoio con riferimenti teorici, una interpretazione dei fenomeni di degenerazione parlamentare in cui il renzismo si incastona perfettamente.

BERLINGUERA ERA UN VERO COMUNISTA

Non capisco come possano, lui, la Bellanova e la fanfaniana Maria Elena Boschi, mantenere il ritratto di Enrico Berlinguer. In primo luogo era il segretario del Pci era una persona moralmente ineccepibile. E ho detto tutto. In secondo luogo dichiarò che sarebbe voluto morire, come poi tragicamente avvenne, con gli ideali di gioventù mentre ad esempio la Bellanova morirà, spero fra cent’anni, con gli ideali dei suoi avversari di gioventù. In terzo luogo Enrico era comunista. Molti cercano di oscurare questo dato, anche gli apologeti. Berlinguer non era un socialdemocratico camuffato, un socialista che non poteva dirsi tale.

Era un leader della seconda generazione del Pci ossessionato dalla fragilità democratica della Repubblica

No, Berlinguer era un comunista italiano, con i pregi e i difetti del comunismo italiano. Era un leader politico ossessionato dal terrore dell’agguato golpista e fascista. La riflessione sul Cile non colpisce solo per il “compromesso storico”, ma soprattutto per l’idea che non si possa governare con 51%. Era cioè un leader della seconda generazione del Pci ossessionato dalla fragilità democratica della Repubblica e per questo in linea con tutte le intuizioni di Palmiro Togliatti, dal partito di massa al dialogo con i cattolici. Tutto si doveva fare per salvaguardare la democrazia. Per questo comunismo italiano e democrazia sono stati in simbiosi.

RENZI, BOSCHI, BELLANOVA NON C’ENTRANO NULLA CON IL SEGRETARIO PCI

Piaccia o no è una figura della “nostra” storia. Che cosa c’entrano con lui Renzi, privo di ideali anche nel cattolicesimo democratico, la Boschi fanfaniana (Amintore Fanfani fu un grande personaggio della Dc che avrebbe meritato una erede migliore) e la Bellanova, tipico esempio di trasformismo meridionale per questo suo passare da un leader al suo opposto, da un partito al suo avversario, dall’ecologia alla agricoltura trumpizzata? Togliete Berlinguer, non fate questo nuovo sfregio alla nostra storia. So bene che i ritratti sono di tutti. Il “Che” è un mito anche per molti ragazzi di destra. Ma sono ragazzi che sognano l’eroismo, non una poltrona di sottogoverno.

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A che punto è lo scontro sulla prescrizione tra governo e Italia viva

Il voto in commissione sul "lodo Annibali" per rinviare la riforma Bonafede slitta al 12 febbraio. Ma la tensione nella maggioranza resta alta. Conte irritato dall'atteggiamento di Renzi. E il Pd attacca: così si fa opposizione al posto della Lega.

Lo strappo per ora non c’è: tutto rinviato. Sulla prescrizione il premier Giuseppe Conte e il ministro Alfonso Bonafede frenano e rinunciano a inserire nel decreto Milleproroghe un emendamento su cui porre la fiducia: arriverà un disegno di legge del governo o una proposta parlamentare. Si evita per ora uno scontro con Iv dall’esito del tutto incerto per il governo. Ma non finisce qui. Anche perché nella maggioranza c’è chi parla già di un Renzi pronto per l’opposizione.

VOTO SUL LODO ANNIBALI RIMANDATO DI 24 ORE

Conte viene descritto molto seccato per le minacce renziane. Irritati si mostrano i Dem che volevano chiudere la partita subito. Sabato 15 febbraio la piazza M5s potrebbe alzare i toni, non solo sulla prescrizione. La tensione con Matteo Renzi, che ha cantato vittoria, è altissima. Anche perché Iv ha fatto fibrillare il governo annunciando il voto in commissione con l’opposizione, contro il resto della maggioranza, il “lodo Annibali” per rinviare un anno la riforma Bonafede sulla prescrizione: dopo una giornata di tensioni e un voto sul filo, la votazione è slittata di 24 ore.

RESA DEI CONTI AL CDM DEL 13 FEBBRAIO

In giornata sono circolate voci di un passo indietro di Iv ma in serata il coordinatore di Iv Ettore Rosato ha respinto ogni ipotesi di un ritiro del lodo. Il premier, che alla Camera nel pomeriggio ha avuto un lungo colloquio con il presidente della Camera Roberto Fico sul governo e i suoi equilibri, andrà avanti con il sostegno di M5s, Pd e Leu per cambiare la prescrizione. La discussione è aperta perché si stanno ancora mettendo a punto, hanno spiegato dalla maggioranza, diversi aspetti del cosiddetto “lodo Conte bis”, che renderebbe definitivo lo stop alla prescrizione solo dopo il secondo grado di giudizio. Giovedì 13 se ne parlerà in Consiglio dei ministri, insieme alla riforma del processo penale (su cui anche Iv dovrebbe votare a favore) per ridurre i tempi dei processi anche con sanzioni ai giudici che sforano, riformare il Csm escludendone i parlamentari e fermare le “porte girevoli” tra politica e magistratura.

LE VIE PER L’APPROVAZIONE DEL NUOVO LODO CONTE

Il “lodo” sulla prescrizione potrebbe essere inserito in un disegno di legge ad hoc del governo (ma Iv in Cdm voterebbe contro). In alternativa si potrebbe delegare tutto al parlamento, con un emendamento alla proposta di legge Costa che sarà in Aula alla Camera il 24 febbraio. O più probabilmente con una nuova proposta di legge di M5s, Pd e Leu. Qualunque strada si scelga, ha avvertito già Renzi, il “lodo Conte” dovrà passare dal Senato e lì verrà bocciato perché «Iv voterà contro e nessun sostegno può mai arrivare al governo da Fi sul tema giustizia».

LA MEDIZIONE DI CONTE E BONAFEDE

L’emendamento al decreto Milleproroghe in realtà è stato archiviato anche perché avrebbe rischiato l’inammissibilità tecnica. Ma tra i Dem c’è chi non ha nascosto l’irritazione per la scelta – «che è stata presa da Conte e Bonafede» – di deporre le armi di fronte alle minacce renziane. Il Pd, non credendo che Renzi sia in grado di staccare la spina al governo, avrebbe voluto chiudere subito la partita. In nome della responsabilità e dell’impegno di Bonafede a modificare la sua legge sulla prescrizione «entro l’estate», ha però accettato la frenata. Ma il segretario dem Nicola Zingaretti ha distillato parole di fuoco contro Renzi: «Salvini, Meloni e Berlusconi ormai stanno zitti perché l’opposizione per loro la sta facendo qualcun altro ed è insopportabile». La minaccia di sfiduciare Bonafede, avanzata lunedì, per il segretario Pd era «teatrino»: «Iv oggi è la principale causa di fibrillazione del campo anti-Salvini e fa un favore al leader della Lega. Un fallimento strategico».

VOCI DI POSSIBILI DEFEZIONI IN ITALIA VIVA

Renzi, è il ragionamento di un dirigente Pd, ha fatto scordare la sconfitta di Salvini in Emilia-Romagna: «L’unico suo risultato è tenere ancora in vita la riforma Bonafede». Più di un Dem è pronto a scommettere che Iv presto perderà qualche parlamentare non disposto alla rottura con il governo. La voce gira con tanta insistenza che l’ex premier lo ha chiesto ai suoi: «Se qualcuno vuole andare lo dica». Intanto la tensione emerge nella commissione che deve approvare il decreto Milleproroghe entro venerdì.

RESA DEI CONTI RINVIATA ALL’11 FEBBRAIO

Solo nella serata dell’11 febbraio, dopo una serie di rinvii che secondo i renziani servono agli altri partiti di maggioranza per blindare i numeri, sono stati votati gli emendamenti presentati per rinviare la riforma Bonafede. La Lega ha firmato l’emendamento della renziana Annibali per il rinvio di un anno (“L’emendamento Renzi-Salvini”, lo ribattezza il Pd). Il governo ha però dato parere contrario con Iv che ha quindi votato con le opposizioni. Un emendamento di Riccardo Magi (+Eu) per sospendere fino al 2023 la legge Bonafede è stato poi bocciato per soli due voti. Poi verso le 21 il rinvio del voto sul testo Annibali. «Ora», hanno commentato da Iv, «hanno paura. Al Senato perderanno».

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Zingaretti attacca Italia viva sulla prescrizione

Il segretario del Pd: «Così fanno un favore alla Lega». Renzi non sgombera il campo dalla mozione di sfiducia contro il ministro Bonafede.

La riforma del processo penale e il nodo della prescrizione continuano ad agitare il governo. I renziani di Italia viva mantengono la loro contrarietà al lodo Conte bis e il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, li attacca: «Italia viva ha voluto il governo con il M5s, a parole è nata per allargare il campo democratico ai moderati contro la Lega, ma oggi è la principale causa di fibrillazione di questo campo e fa un favore a Matteo Salvini. È un fallimento strategico che non va scaricato sugli italiani».

Poi un altro affondo, ancora più duro: «Salvini, Meloni e Berlusconi ormai stanno zitti perché l’opposizione per loro la sta facendo qualcun altro e questa situazione sta diventando veramente insopportabile. Non per il Pd, ma per gli italiani che chiedono un governo di persone serie. È tempo di uno scatto in avanti, si chiuda questa fase e rimettiamoci in sintonia col Paese».

Renzi, da parte sua, ha detto in tivù che la questione della prescrizione per lui non vale una crisi di governo. Ma ha fatto il gioco del cerino: «Per me no. Lo dica al ministro Bonafede, se lo incontra». Insomma, il leader di Italia viva ha rilanciato la palla al Guardasigilli. Senza escludere l’ipotesi di una mozione di sfiducia individuale: «Ciò che faremo nei confronti di Bonafede lo verificheremo alla luce dei comportamenti del ministro stesso».

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Prescrizione, Renzi: «Non accetteremo mai di diventare grillini»

Il leader di Italia viva ha ribadito il suo no al Lodo Conte bis, ovvero alla riforma della prescrizione. E mette le mani avanti: «Nessuno vuol far cadere il governo»

Lo aveva già fatto in settimana, ma anche il 9 febbraio il leader di Italia viva Matteo Renzi ha voluto ribadire il suo no al Lodo Conte bis, ovvero alla riforma della prescrizione. «La legge Bonafede cambierà – ha scritto l’ex premier su Facebook -. Come e quando cambierà dipende dalle arzigogolate tattiche parlamentari. Ma noi NON ci fermeremo finché gli avvocati e i magistrati continueranno a dire che le proposte di Bonafede sono incostituzionali. Ci vorranno settimane di dibattito parlamentare ma non abbiamo fretta. Fare i populisti riesce a tutti, fare politica no. Nessuno vuol far cadere il governo ma non accetteremo mai di diventare grillini. Meno che mai sulla giustizia».

Sulla prescrizione domenica scorsa abbiamo detto la nostra a Cinecittà. Da allora ci stanno insultando, mandano le…

Posted by Matteo Renzi on Sunday, February 9, 2020

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Prescrizione, Renzi sfida Pd e M5s sui numeri

Il leader di Italia viva ribadisce il no al Lodo Conte bis. E anche se assicura di non voler fare cadere il governo, in Aula è pronto a votare la proposta del forzista Costa per cancellare la riforma Bonafede.

«Se ci vogliono buttar fuori lo dicano, se ci dicono: “O cambiate idea o vi buttiamo fuori”, noi non cambiamo idea». Matteo Renzi ai microfoni di Circo Massimo su Radio Capital, ribadisce il suo no al Lodo Conte bis, e finianamente sfida l’esecutivo giallorosso e gli alleati di governo sulla riforma della prescrizione.

Il compromesso raggiunto nella serata di giovedì tra M5s, Pd e LeU – Il blocco della prescrizione scatterà in via definitiva non più dopo il primo grado ma solo dopo una condanna in appello – continua a non convincere Italia viva.

«Noi non vogliamo lasciare le postazioni, se poi il presidente del Consiglio vuole lo dica», insiste il senatore di Rignano assicurando che la sua intenzione non è quella di fare cadere il governo, ma «sulla giustizia noi non ci stiamo». Perché «Bonafede ha una visione giustizialista che io non condivido, è quello che se arriva Battisti in Italia fa il video», e «confonde il dolo e la colpa».

«L’ACCORDO A TRE NON HA LA MAGGIORANZA IN PARLAMENTO»

L’ultima parola, ricorda Renzi, l’avranno i numeri: «A mio avviso questo accordo a tre non ha la maggioranza in parlamento. Io non ho problemi, se trovano qualcuno che gli vota sta roba io sono contento per loro, un po’ meno per il Paese, ma noi non la votiamo». E, ancora: «Non capisco perché il Pd, che i numeri, dopo i risultati in Emilia-Romagna non usi l’occasione per dettare l’agenda».

RENZIANI FERMI SULL’EMENDAMENTO ANNIBALI

Già nella serata del 6 febbraio i renziani erano stati chiari: hanno blindato l‘emendamento Annibali che prevede il rinvio della riforma di un anno al decreto Milleproroghe, minacciando addirittura una mozione di sfiducia nei confronti del Guardasigilli. Non solo: Iv senza mezzi termini ha accusato il Pd di aver abbracciato il «populismo M5s». I dem non ci stanno. Così facendo i renziani, sostengono, rischiano di fare cadere il governo, «fingendo di ignorare che, come dice Andrea Orlando, «Bonafede ha rinunciato all’80% delle sue pretese iniziali».

ITALIA VIVA PRONTA A VOTARE LA PROPOSTA DEL FORZISTA COSTA

Intanto il premier Giuseppe Conte ha annunciato per lunedì un Cdm straordinario per approvare la riforma del processo penale. I renziani dal canto loro hanno annunciato che il 24 febbraio alla Camera diranno sì alla proposta di legge del forzista Enrico Costa per cancellare la legge del ministro della Giustizia M5s. Se anche in questo caso fosse battuto, Renzi presenterebbe la stessa proposta in Senato: «Lì Bonafede non ha i numeri anche col sostegno del Pd, se non lo convincerà la politica, ci penserà la matematica», ha attaccato Iv.

L’AZZURRO: «BONAFEDE HA PIEGATO IL PD»

«Non c’è lodo che tenga. Resta il fine processo mai», sottolinea Costa in una nota. «Bonafede ha piegato il Pd. Tutto il resto sono sterili giochi di parole. I dem avevano giudicato la riforma Bonafede illiberale e incostituzionale, l’avevano respinta, avevano chiesto che non entrasse in vigore, avevano presentato una proposta di legge che la sopprimeva: oggi la sdoganano sperando che nessuno se ne accorga. Ci vediamo alla Camera il 24 febbraio».

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Elezioni suppletive Roma, Gualtieri è il candidato unitario del centrosinistra

Dario Franceschini, capo delegazione Pd al governo: «È la scelta più autorevole, unitaria e di apertura che il Pd e le altre forze di centrosinistra potessero mettere in campo».

Roberto Gualtieri sarà il candidato unitario del centrosinistra alle elezioni suppletive del collegio Roma 1 della Camera dei deputati, in programma il primo marzo 2020. Le forze politiche hanno chiesto al ministro dell’Economia la disponibilità per la candidatura, verificato che intorno a lui si è ricostruita «una vera e larga maggioranza». Prevale così, viene spiegato da fonti di centrosinistra, «l’unità di tutta la coalizione che sostiene il governo (Pd, Italia viva, Si, Psi, Art. 1) nel sostegno a Roberto Gualtieri», che ha accettato la sfida dicendo sì alla proposta.

«Roberto Gualtieri è la scelta più autorevole, unitaria e di apertura che il Pd e le altre forze di centrosinistra potessero mettere in campo per il collegio di Roma. Grazie a Gualtieri». Lo ha scritto su Twitter Dario Franceschini, capo delegazione Pd al governo.

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Pd in ripresa, frena Giorgia Meloni: i sondaggi politici del 14 gennaio

I dem crescono di un punto e mezzo e arrivano al 18,4%. FdI scende al 10,4%. Lega ancora stabile al 32,9%. Le rilevazioni Swg per La7.

Il Pd, in queste ore riunito nel Conclave nell’abbazia di Contigliano, è in ripresa. Secondo il sondaggio settimanale Swg per La7, infatti, i dem salgono di un punto e mezzo: dal 17 al 18,4%.

La Lega di Matteo Salvini è sostanzialmente ferma al 32,9%, mentre subisce una battuta d’arresto Giorgia Meloni: Fratelli d’Italia scende dal 10,5% al 10,4%.

Forza Italia guadagna invece tre decimali passando al 5,8% dal 5,5%. Cambiamo del governatore della Liguria Giovanni Toti è fermo all’1%.

M5S IN CALO. ITALIA VIVA SOTTO IL 5%

Il sondaggio Swg registra anche il calo del M5s che passa dal 15,7 al 15,2%. Italia viva guadagna un decimale: dal 4,7 al 4,8%. Sempre sotto, sebbene di poco, della soglia di sbarramento ipotizzata dal Germanicum, la proposta di legge elettorale ora in commissione Affari costituzionali a Montecitorio.
Liberi e Uguali, partner di minoranza del governo, scende dal 3,7 al 3,1%. Non prende quota nemmeno Azione di Carlo Calenda passata al 2,9 dal 3,3%.

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Agenzia delle Entrate, Gualtieri e Renzi reinsediano Ruffini

Il ministro dell'Economia, in cambio del suo appoggio alla nomina, ottiene il sostegno di Italia viva alla sua candidatura nel collegio Roma 1 per trovare il sostituto di Gentiloni. Elezioni che però si terranno dopo le Regionali. E tutto può ancora succedere.

Luigi Di Maio ha formalmente messo il veto sul ritorno di Ernesto Maria Ruffini alla guida dell’Agenzia delle Entrate. E per questo rischia di perdere ancora una volta a faccia.

Il leader 5 stelle ha fatto sapere per le vie brevi al ministro dell’Economia che è nettamente contrario al rientro di Ruffini nell’Agenzia. E Roberto Gualtieri, sulle prime, non sapeva come uscirne. Poi, tutto è cambiato grazie a uno scambio.

LA COMPENSAZIONE CHIESTA DAL MINISTRO DELL’ECONOMIA

Quale compensazione per spedire Ruffini all’Agenzia delle Entrate, Gualtieri ottiene il sostegno di Italia viva alla sua candidatura nel collegio Roma 1. E le elezioni si terranno il primo marzo prossimo. Serviranno per trovare un sostituto di Paolo Gentiloni spedito a Bruxelles.

Ruffini, infatti, non ha mai fatto mistero della sua amicizia con Matteo Renzi. E forte di questo sostegno ha finora fatto la voce grossa al ministero. Vuole assolutamente tornare sulla poltrona dalla quale è stato cacciato con l’epurazione avviata dal Conte 1. Ora, però, vorrebbe costringere il Conte 2 a rimangiarsi gli atti dell’estate del 2018, vista la circostanza che “Giuseppi” si regge in piedi anche con i voti di Renzi. Sottobanco, però, ha lavorato a favore della candidatura di Gualtieri in sostituzione di Gentiloni. Un’azione, a vantaggio della sua nomina, resa più agevole dalla scelta di Palazzo Chigi di scaricare (solo formalmente) la patata bollente sul Mef.

A complicare le cose, poi, ci s’era messo il veto di Di Maio. A risolvere la questione (in chiave anti Giggino) è arrivato Renzi. Che pur di vedere Ruffini sulla poltrona delle Entrate, e pur di rinsaldare i rapporti con il Pd, ha promesso il suo sostegno a Gualtieri. Nella sostanza si tratta di incassare subito la nomina di Ruffini e di promettere, in futuro, il voto di Italia viva a Gualtieri.

LO SPARTIACQUE DELLE REGIONALI

Calendario alla mano, il voto di Roma 1 arriva dopo il 26 gennaio. E tutto può ancora succedere. Nell’incertezza, le nomine delle agenzie fiscali restano al palo. A cominciare da quella di Alessandra Dal Verme per il Demanio, che spinge non fosse altro per potersi avvicinare a casa, luogo nel quale è solita tornare a metà giornata per un pranzo frugale e un pisolino. Al ministero dell’Economia, come a Palazzo Chigi, sperano di affrontare il tema dopo le elezioni regionali. Come se queste fossero lo spartiacque tra un “prima” e un “dopo”. Tant’è che al Mef, su indicazioni del Pd, sono alla disperata ricerca di iniziative e misure a sostegno dell’Emilia-Romagna, visto che considerano la Calabria ormai persa. Lo stesso Gualtieri si spenderà per la campagna elettorale di Stefano Bonaccini, anche se non si capisce a quale titolo, visto che il governatore uscente ha tolto il simbolo del Pd dai suoi manifesti.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Forza Italia e Italia viva: prove tecniche di intesa

Il voto anticipato non è più un tabù. E i renziani continuano a corteggiare l'ala anti-salviniana degli azzurri. A fare da collante il no alla riforma Bonafede. Il confronto sul ddl Costa è il punto di partenza.

Prove tecniche di intesa. Per allargare l’area di centro. Matteo Renzi guarda ormai alle elezioni, senza farne segreto: è pessimista sulla tenuta del governo e ha iniziato un’offensiva dal sapore elettorale. In questo scenario ha una sola possibilità: cercare la strada per crescere nei sondaggi. Così è scattato un serrato corteggiamento a Forza Italia, o meglio alla sua ala più scettica nei confronti della salvinizzazione del partito. E il confronto avviene sul terreno della condivisione dei contenuti. Tutt’altro che secondari. «È innegabile che ci siano più convergenze tra Renzi e Forza Italia che con il M5s», confermano a Lettera43.it fonti della maggioranza.

NO TAX E RIFORMA DELLA GIUSTIZIA: LE AFFINITÀ TRA FI E IV

Sulla riforma della Giustizia, in particolare sul capitolo della prescrizione, Italia viva e Forza Italia sembrano ben avviate verso la suggestione di “Forza Italia Viva“, evocata appena qualche settimana fa. Stesso copione sulla questione tasse. L’ex Rottamatore ha presentato il suo partito come quello dei “no tax”. Uno slogan che ai sostenitori di Silvio Berlusconi non è dispiaciuto, così come dai banchi degli azzurri è stata apprezzata la battaglia contro la plastic tax e la tassazione sulle auto aziendali. Il terreno delle convergenze si sta preparando, insomma, in ottica elettorale. Anche perché Renzi ha dato al 50% le possibilità che il governo cada. «Ed è stata una stima ottimista…», osserva un deputato di Iv, lasciando presagire il totale avvitamento della maggioranza nelle prossime settimane. Nessuno immagina che l’incidente possa arrivare sulla Manovra su cui la maggioranza pare aver trovato la quadra. Dopo, chissà. Gli attriti abbondano.

MARIA ELENA BOSCHI IN PRIMA LINEA CONTRO BONAFEDE

Nell’entourage dell’ex presidente del Consiglio le elezioni non sono lo sbocco forzato. Anzi. La scorsa estate ha insegnato che tutto è possibile. Ma nel dubbio è arrivato l’ordine di prepararsi al voto. Il garantismo è il primo collante che può unire una parte di Forza Italia e i renziani. Maria Elena Boschi, non proprio una figura di secondo piano, si è mobilitata in prima persona contro il disegno del Guardasigilli Alfonso Bonafede. I renziani sono orientati a votare la proposta di legge del deputato forzista Enrico Costa che si pone come principale obiettivo il blocco della riforma del ministro della Giustizia. E quindi lo stop alla cancellazione della prescrizione. 

LE PRIME AVVISAGLIE

Una presa di posizione che si è manifestata già nell’astensione a Montecitorio a un ordine del giorno dello stesso Costa presentato nel corso nel dibattito sul decreto fiscale. Una mossa che suona un avvertimento per le prossime settimane, quando comunque il ddl Costa sarà discusso alla Camera. La riforma della Giustizia diventa sempre più un passaggio cruciale dell’esecutivo e della legislatura. «È chiaro che se Partito democratico e Movimento 5 stelle pensano di trovare un accordo tra di loro senza coinvolgerci ne prenderemo atto», fanno sapere da Italia viva. «E sarebbe opportuno che fossero coinvolte tutte le forze di maggioranza. Perché non si può pensare di fare un intervento del genere in una settimana».

I MOVIMENTI DI CARFAGNA E DEGLI ANTI-LEGHISTI

Il leader di Italia viva, del resto, aveva parlato di «porte aperte», in riferimento soprattutto a Mara Carfagna, la più in difficoltà di fronte alla deriva leghista del suo partito. La linea resta quella di restare su un altro versante rispetto a Iv, nonostante nei giorni scorsi all’azzurra fosse sfuggita una frase sibillina: «Forza Italia Viva è una suggestione se cade il governo». Nelle ultime ore Carfagna ha criticato «il linguaggio pieno di odio che caratterizza l’Italia» e ha chiesto un chiarimento nel centrodestra sulle tentazioni no euro. «Nessuno ha intenzione di tornare a una moneta debole e svalutata che ridurrebbe il valore degli stipendi e dei conti correnti degli italiani», ha scandito Carfagna. Un doppio monito sui rapporti con la Lega. Al momento non risultano contatti ufficiali, ma il confronto sul ddl Costa è un punto di partenza. Per quale traguardo, a breve, si vedrà.

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Indagata per falso la deputata di Italia viva Giusy Occhionero

Avrebbe fatto passare il Radicale Antonello Nicosia, poi arrestato per mafia, per suo assistente, consentendogli di entrare nelle carceri. Ma la collaborazione tra i due sarebbe stata formalizzata solo successivamente.

La deputata Giusy Occhionero, di Italia viva, è indagata dalla procura di Palermo per falso in concorso. Avrebbe fatto passare l’esponente dei Radicali italiani Antonello Nicosia, poi arrestato per mafia, per suo assistente, consentendogli di entrare nelle carceri. Ma il rapporto di collaborazione tra i due, secondo i pm, sarebbe stato formalizzato solo successivamente. All’onorevole Occhionero è stato notificato un avviso di garanzia.

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Lo spettro della crisi dietro la fumata nera nel governo sulla manovra

Niente accordo nel vertice di maggioranza. Italia viva punta i piedi: vuole la cancellazione delle tasse su zucchero, plastica e auto aziendali. Conte apre. Ma Renzi gela tutti: «L'esecutivo ha il 50% di possibilità di restare in piedi».

Fumata nera sulla manovra. Col solito spettro della crisi che aleggia. Nella maggioranza restano fibrillazioni, soprattutto quando si parla di tasse. Come se non bastasse la difficile partita sulla riforma della prescrizione e il monito dell’agenzia di rating Fitch sull’incertezza politica giallorossa che agita i mercati, anche sulla legge di bilancio non si trova la quadra.

MAGGIORANZA IN BILICO AL SENATO

Un altro vertice si è trasformato in un nulla di fatto. Nel giorno in cui la Camera ha votato la fiducia al decreto fiscale con 310 sì, i renziani di Italia viva sono tornati ad alzare la posta. Chiedendo di cancellare del tutto la plastic tax, la sugar tax e la tassa sulle auto aziendali. Il centrodestra ha minacciato di votare la proposta di Iv: in quel caso la maggioranza sarebbe battuta. Allarme rosso.

RENZI DÀ «IL 50% DI POSSIBILITÀ» AL GOVERNO

Confermato ancora di più dalle parole serali di Matteo Renzi: «Se si continua così, ci sta che si torna a votare. Litigano su tutto! Noi non stiamo litigando. All’incontro di domenica quando hanno litigato noi non c’eravamo», ha detto a Piazza Pulita prevedendo «il 50% di possibilità che il governo rimanga in piedi».

CONTE PROMETTE SFORZI PER ABBASSARE LE TASSE

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte aveva convocato tutti nel pomeriggio a Palazzo Chigi, al ritorno del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri dall’Ecofin. Dopo due ore di vertice molto tese il premier ha chiesto ai tecnici del ministero dell’Economia e della Ragioneria dello Stato di fare «un ulteriore sforzo» per trovare le risorse per ridurre le imposte rimaste in quella che «già adesso è una legge di bilancio che non aumenta la tassazione».

LA LEGA PRONTA A VOTARE CON ITALIA VIVA

Intanto la Lega, sorniona, ha provato ad approfittarne, valutando di mettere la firma sotto le proposte di Iv. Già alla Camera i renziani hanno votato contro il carcere agli evasori del decreto fiscale: la differenza è che in Senato i numeri sono risicati e se Iv si dovesse smarcare mancherebbe la maggioranza.

Le tasse contro la plastica e lo zucchero sono un autogol per le aziende e rischiano di far licenziare 5 mila persone


Matteo Renzi

A ridosso del vertice a Palazzo Chigi Renzi aveva già fatto capire di non voler deporre le armi, con frecciatina implicita al Movimento 5 stelle: «Le tasse contro la plastica e lo zucchero “funzionano” mediaticamente per i populisti, ma sono un autogol per le aziende e rischiano di far licenziare 5 mila persone».

SI LAVORA A UNA MEDIAZIONE

All’incontro con Conte e Gualtieri la delegazione di Iv ha puntato i piedi: le urla si sono sentite anche fuori dalla stanza. Alla fine niente intesa: ci si rivede venerdì 6 dicembre e intanto si lavora a una mediazione. La tassa sulla plastica, prevista da aprile, potrebbe slittare almeno alla metà del 2020, anche se Iv cerca un rinvio al 2021.

LUPI PRONTO A RICORRERE ALLA CONSULTA

Conte dal canto suo ha respinto la narrazione di una manovra di tasse: «Siamo tutti d’accordo che va fatto un ulteriore sforzo per abbassare le imposte». Ma i giorni passano. Maurizio Lupi ha fatto già sapere che è pronto a ricorrere alla Consulta (come fece nel 2018 il Pd) se alla Camera non dovesse esserci il tempo adeguato per esaminare la legge di bilancio.

DALL’IMU ALLA CHIESA AI VIGILI: GLI EMENDAMENTI

E al Senato ancora si ragiona di emendamenti. Roberto Speranza lavora per aumentare di almeno mille le borse di studio per le specializzazioni in medicina. Dario Franceschini ha ipotizzato di estendere anche agli alberghi il “bonus facciate” al 90%. Il M5s ha proposto un emendamento per equiparare gli stipendi dei vigili del fuoco a quelli delle altre forze dell’ordine e rilanciato la proposta di un bonus fino a 250 euro per gli airbag delle moto. Elio Lannutti ha denunciato però il «veto del Pd sull’emendamento per far pagare 5 miliardi di Imu alla Chiesa». Tra grida, scontri e piedi puntati, l’alleanza giallorossa non trova mai un equilibrio.

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Vertice di maggioranza sulla manovra a Palazzo Chigi

I renziani chiedono di eliminare del tutto la plastic tax, già ridotta a 50 centesimi al chilo dal maxi emendamento presentato dal governo. Il 6 dicembre si votano in Senato le proposte di modifica.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte vedrà alle 17 a Palazzo Chigi tutti i partiti di maggioranza, per un vertice sulle proposte di modifica alla manovra che si voteranno in Senato a partire dal 6 dicembre. Italia viva, in particolare, aveva chiesto un incontro dopo aver lasciato il tavolo in dissenso su plastic tax e tassa sulle auto aziendali, fortemente ridotte ma non del tutto cancellate dal maxi emendamento presentato il 4 dicembre dal governo.

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Continua lo scontro sulla prescrizione tra M5s, Pd e Italia viva

I pentastellati premono sui dem: «Siano leali». Ma Marcucci si appella al premier Conte.

Se per quanto riguarda la riforma del Mes le tensioni nella maggioranza sembrano destinate a calare, continua invece lo scontro che riguarda l’entrata in vigore – a partire dal primo gennaio 2020 – della nuova legge sulla prescrizione.

Il M5s fa pressione sul Pd: «Con le minacce non si va da nessuna parte. È opportuno, invece, dimostrare chiaramente di essere leali e andare avanti in maniera compatta. Con la riforma della prescrizione abbiamo la possibilità di mettere la parola fine all’era Berlusconi che ha fatto solo del male al nostro Paese. Siamo certi che il Pd farà la scelta giusta pensando all’interesse dei cittadini».

Ma i dem, attraverso il capogruppo al Senato Andrea Marcucci, si appellano al premier Giuseppe Conte: «La riforma della prescrizione è nelle mani del presidente Conte, non certo delle veline del M5s. Serve un intervento correttivo, decida Di Maio se vuole condividerlo con la maggioranza o lasciare che il parlamento si esprima liberamente».

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Ilva, manovra, riforma del Mes: gli ostacoli del governo per arrivare a fine 2019

Da qui alla fine dell'anno il governo Conte bis rischia di inciampare. Tutti i fronti caldi che possono spaccare la maggioranza entro la fine dell'anno.

Aumentano gli ostacoli sul cammino del governo Conte bis. Tanto che potrebbe rivelarsi persino ottimistica la previsione che fissa la scadenza della maggioranza M5s-Pd-Italia viva-Leu al prossimo 26 gennaio, giorno delle Regionali emiliano-romagnole. Una sconfitta in casa potrebbe infatti convincere i democratici a strappare l’alleanza, soprattutto considerato che Matteo Renzi sembra voler trascinare l’esperienza governativa al solo scopo di logorarli. Ma da qui alla fine di gennaio c’è comunque ancora da portare a casa la legge di Bilancio, discutere sulla riforma della giustizia e sullo Ius soli, senza dimenticare la necessità di trovare un accordo sulle sorti dell’Ilva. L’inciampo, insomma, rischia di essere dietro l’angolo. Ecco una veloce rassegna delle prove che l’esecutivo dovrà affrontare nei prossimi giorni.

IUS SOLI E IUS CULTURAE: LA BATTAGLIA DEL PD

La prima fibrillazione potrebbe arrivare dalla decisione del Pd di provare a portare a compimento l’introduzione nel nostro ordinamento dello Ius soli. Nicola Zingaretti ne ha bisogno per far ritrovare al partito una propria identità di sinistra. L’alleato pentastellato teme invece di perdere altro consenso tra gli elettori. «Col maltempo che flagella l’Italia, il futuro di 11 mila lavoratori a Taranto in discussione, qui si parla di ius soli: sono sconcertato», ha sibilato Luigi Di Maio. Non è la prima volta che questo tema mette in difficoltà un esecutivo. Accadde anche tra il 2015 e il 2017, quando il partito di Angelino Alfano congelò l’azione del governo Renzi prima e Gentiloni poi. La riforma, auspicata da Leu, dovrebbe essere sostenuta anche dai renziani.

L’intervento del segretario nazionale del Partito democratico Nicola Zingaretti alla convention del Pd a Bologna il 17 novembre.

BARUFFA SU QUOTA 100

C’è un altro tema che potrebbe registrare una inedita convergenza tra Partito democratico e Italia viva: l’abrogazione di Quota 100, che è per sua stessa natura destinata comunque a sparire, quindi bisognerà vedere come intendano concretamente anticiparne la chiusura. Eppure, sulla fine della riforma leghista il governo giallorosso discute da quando è nato. In ottobre, i malumori interni alla maggioranza (in quell’occasione la partita si giocò tra renziani e grillini, con i democratici alla finestra) fecero persino slittare alle ultime ore disponibili il Consiglio dei ministri per sciogliere i nodi sul documento programmatico di bilancio da inviare improrogabilmente alla Commissione europea. Ora il tema sembra essere cavalcato con prepotenza anche da Zingaretti, cui Di Maio ha già replicato in modo stizzito: «Qui siamo all’assurdo che si vuole fare lo Ius soli da una parte e togliere Quota 100 dall’altra per ritornare alla legge Fornero. Mi sembra un po’ eccessivo».

Matteo Renzi, leader di Italia Viva.

LA GRANDE BATTAGLIA SULLA LEGGE DI BILANCIO

L’ultima batosta elettorale subita dalle forze di maggioranza alle Regionali umbre di fine ottobre sembra averle spronate ad avanzare proposte dal forte sapore propagandistico in sede di legge di Bilancio. E così una manovra quasi integralmente dedicata al reperimento di risorse per il disinnesco delle clausole Iva rischia ora di tramutarsi in tutt’altro, se si considera la gragnuolata di 4.550 emendamenti presentati in commissione Bilancio al Senato. Di questi, 921 sono piovuti dal Partito democratico, 435 portano la firma di Movimento 5 stelle e 230 sono stati presentati dai renziani, segno che nei prossimi giorni si giocherà una intensa battaglia muscolare. Tra i punti di maggior frizione, la richiesta del Pd di abbassare la plastic tax voluta dai pentastellati da 1 euro a 80 centesimi al chilo mentre potrebbe essere più facile una intesa sulle tasse sulle auto aziendali inquinanti, oggetto di emendamenti firmati tanto dai dem quanto dai grillini. Su questo fronte, sarà Italia viva la più difficile da accontentare, dato che i renziani si trincerano dietro la volontà di espungere dalla manovra tutte le “micro-tasse” e non sembrano disponibili a trattare.

Matteo Salvini (Foto LaPresse/Filippo Rubin).

L’INCOGNITA SULL’ABOLIZIONE DEI DECRETI SALVINI

Sembra che il “nuovo” Pd che Zingaretti sta provando a tratteggiare sia intenzionato a chiedere agli alleati di governo un altro coraggioso passo avanti per rimarcare le differenze rispetto all’era gialloverde: l’abolizione dei decreti Salvini. «Creano discriminazioni e insicurezza», ha detto il segretario dem da Bologna. Ma quei decreti, nonostante se li fosse intestati il leader della Lega, portano anche le firme di Giuseppe Conte e di Luigi Di Maio, immortalati sorridenti accanto all’allora ministro dell’Interno al momento del varo. Difficile per loro rimangiarsi l‘intero testo, più facile che si vada verso un ammorbidimento per cercare una quadra. Anche in questo caso, si avrebbe una convergenza tra Pd, Italia viva e Leu e una contrapposizione comune con M5s.

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.

LA RIFORMA DELLA PRESCRIZIONE

Nubi oscure si addensano anche sulla riforma della prescrizione voluta dai 5 stelle contenuta nella Spazzacorrotti. I pentastellati, che un anno fa riuscirono a convincere la Lega a sostenerla, la consideravano ormai portata a casa. Invece il Pd sembra tentato di ridiscuterne i contorni approfittando del nuovo testo di riforma della giustizia su cui il governo sta lavorando. Secondo le nuove norme, dal primo gennaio 2020 le lancette dell’orologio della prescrizione si congeleranno dopo la sentenza di primo grado. «Il cittadino resterà dunque in balia della giustizia penale per un tempo indefinito, cioè fino a quando lo Stato non sarà in grado di celebrare definitivamente il processo che lo riguarda», ha già denunciato l’Unione delle Camere penali.

LO SCUDO DELL’ILVA SPACCA I 5 STELLE

Finora non sono serviti gli appelli all’unità che il presidente del Consiglio Conte ha rivolto ai sostenitori della maggioranza. I giallorossi rischiano infatti di arrivare al tavolo con l’Ilva separati e litigiosi. Il punto del contendere è sempre lo stesso: il ripristino dello scudo penale, che Pd e Italia viva sarebbero disponibili a concedere ad ArcelorMittal per toglierle facili pretesti. Anche Di Maio sembra possibilista, ma teme di spaccare il partito, già incrinato da tutte le batoste elettorali subite nell’arco del 2019, e non sembra avere la forza per opporsi all’irremovibilità della fronda pugliese capitanata da Barbara Lezzi.

manovra conte di maio evasione fiscale
Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio.

LE TRIBOLAZIONI SULLA RIFORMA DEL MES

Studiato nel 2012 per sostituire e unire due istituti analoghi (il Fondo europeo di stabilità finanziaria e il Meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria), il Mes (o Esm secondo l’acronimo inglese) è il Fondo salva-Stati che l’Unione europea riserva ai Paesi membri in difficoltà in cambio di riforme strutturali imposte dalla Commissione. Ora Bruxelles ha stabilito di riformarlo, decisione che sta causando l’insonnia del governo. Secondo le nuove condizioni d’accesso (non essere in procedura d’infrazione, avere da almeno un biennio un deficit sotto il 3% e un debito pubblico sotto al 60%), l’Italia verrebbe automaticamente esclusa dal programma di aiuti e, per potervi accedere, dovrebbe accettare, spalle al muro, una pesante ristrutturazione del debito con un cronoprogramma scritto a Bruxelles che rischia di essere lacrime e sangue. I sovranisti sono già all’attacco e sostengono persino che Conte abbia firmato «l’eurofollia» (credit di Giorgia Meloni) di nascosto.

LEGGI ANCHE: Perché per uscire dalla spirale dei rendimenti negativi serve un’unione bancaria

In realtà, l’iter per una eventuale ratifica non è nemmeno stato avviato, ma bisognerà vedere come intende procedere l’esecutivo e se si apriranno crepe anche su un fronte che rappresenta per Salvini e Meloni una ghiotta opportunità di muovere guerra ai giallorossi. Il leader della Lega è partito all’attacco: «Conte subito in parlamento a dire la verità, il sì alla modifica del Mes sarebbe la rovina per milioni di italiani e la fine della sovranità nazionale».

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Governo, pronta la squadra che si occuperà delle nomine

Il team, composto dai dem Franceschini e Marcucci, i pentastellati Fraccaro e Buffagni, i renziani Boschi e Marattin, nella prima riunione avrebbe già deciso di non riconfermare Marcegaglia all'Eni. Ma il tavolo dovrà fare i conti anche con LeU. E con il convitato di pietra D'Alema.

Sei, più un convitato di pietra e il presidente del Consiglio. È questa la squadra che, se il governo Conte bis tiene al giro parlamentare della legge di Bilancio e all’esito del voto di fine gennaio in Emilia-Romagna, si occuperà di fare le nomine nelle società a partecipazione statale. Il tavolo è formato da due esponenti del Pd, il ministro Dario Franceschini e il capogruppo al Senato Andrea Marcucci; da altrettanti dei 5 stelle, peraltro tra loro distanti, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri Riccardo Fraccaro e il parlamentare semplice ma con delega alle questioni di potere da parte di Luigi Di Maio e Davide Casaleggio, Stefano Buffagni; e per Italia viva da Maria Elena Boschi e Luigi Marattin, fedelissimi di Matteo Renzi

D’ALEMA CONVITATO DI PIETRA

Questi sei hanno già fatto una prima riunione, che si sono giurati sarebbe rimasta segreta, nella quale hanno cercato di darsi un metodo di lavoro e hanno iniziato a ragionare su scenari e nomi. Un primo approccio, è ovvio, ma nel quale qualche situazione in negativo si è già delineata, tipo la non riconferma di Emma Marcegaglia alla presidenza dell’Eni. Ma il tavolo dei sei dovrà fare i conti anche con un’altra forza di maggioranza, la sinistra di LeU, e segnatamente con Massimo D’Alema che, in proprio e per conto del partito da lui creato con Pier Luigi Bersani, è già attivamente al lavoro sui dossier più scottanti. È lui il convitato di pietra, con cui prima o poi i sei dovranno fare i conti. Così come dovranno confrontarsi anche con Giuseppe Conte, che ha mandato segnali inequivocabili circa l’intenzione di dire la sua.

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I sondaggi politici elettorali del 18 novembre 2019

Matteo Salvini e Matteo Renzi sono i principali sconfitti dei sondaggi politici elettorali del 18 novembre 2019. Secondo la rilevazione..

Matteo Salvini e Matteo Renzi sono i principali sconfitti dei sondaggi politici elettorali del 18 novembre 2019. Secondo la rilevazione di Swg per il TgLa7, la Lega passa dal 34,5% dell’11 novembre al 34% e Italia viva cala dal 5,6% al 5%.

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Perché M5s e Italia viva litigano sul carcere agli evasori

Per i grillini è una misura chiave: «Non si gioca su un aspetto così fondamentale». Ma i renziani vogliono togliere l'inasprimento delle pene: «Servono altri strumenti come la fatturazione elettronica». Lo scontro.

Il tintinnio di manette agli evasori sta dividendo la maggioranza, ancora una volta. Da una parte c’è Italia viva di Matteo Renzi, che vuole cancellare l’inasprimento delle pene per i grandi evasori. Tanto che l’ex rottamatore è stato dipinto come “San Matteo patrono degli evasori” in prima pagina su il Fatto Quotidiano, giornale vicino ai cinque stelle. Dall’altra parte infatti c’è proprio il Movimento, che tramite le parole del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha ribadito che «non si possono fare passi indietro» e non si possono trovare «soluzioni di compromesso».

ANCHE LIBERI E UGUALI CON I GRILLINI

Il blog del M5s ha poi confermato: «Italia viva è la stessa forza politica che ha partecipato ai vertici di maggioranza che hanno chiuso l’accordo. Noi non crediamo che si possa “giocare” su un aspetto così fondamentale». Anche Liberi e uguali (Leu) ha difeso le manette agli evasori. Nicola Fratoianni ha attaccato: «Iv dice che spaventano chi vuole investire? No, è l’evasione fiscale che spaventa chi fatica per pagare le tasse».

La tensione è rimasta alta anche fra Partito democratico, che difende la manovra, e Italia viva, che non perde occasione per criticarla. Il capogruppo dem al Senato Andrea Marcucci ha detto: «Il mio obiettivo è battere la destra sovranista. Al contrario di Renzi, io penso e spero che Pd e Iv possano convivere pacificamente».

Non vogliamo che un imprenditore che subisce un accertamento si ritrovi in carcere o veda la propria azienda sequestrata


Luigi Marattin di Italia viva

Luigi Marattin, vicepresidente dei deputati di Iv, ha spiegato che per combattere l’evasione servono nuovi strumenti, come la fatturazione elettronica, la trasmissione telematica dei corrispettivi, l’incrocio di banche dati e non rischiare che «un imprenditore che subisce un accertamento si ritrovi in carcere o veda la propria azienda sequestrata».

GLI ASSORBENTI RESTANO CARI

Intanto fra i 300 emendamenti al decreto legge Fisco finiti sotto la scure della commissione Finanza ce ne sono alcuni che avevano una certa carica simbolica. Come quello presentato da una trentina di deputate di maggioranza e opposizione, prima firmataria Laura Boldrini (Pd), per ridurre l’Iva sugli assorbenti dal 22% al 10%. E quello del M5s che prevedeva agevolazioni per l’acquisto di airbag per motociclisti.

IL NODO DELLA STRETTA SU APPALTI E SUBAPPALTI

Uno dei punti più criticati del dl fisco è l’articolo che introduce una stretta su appalti e subappalti per limitare l’elusione. Il governo starebbe valutando di aggiustare il tiro come proposto da un emendamento del Pd, che prevede una comunicazione alle Entrate con tutti i dati di contratto di appalto e subappalto, controlli mirati e, per alcune violazioni, anche una pena fino a 5 anni.

QUOTA 100 SULLE PENSIONI RIMANE COSÌ

Altro tema di discussione in maggioranza è Quota 100 sulle pensioni, introdotta dal governo gialloverde. Il ministro del Lavoro Nunzia Catalfo ha ribadito: resta così.

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Mara Carfagna smetta di illudere i moderati

L'azzurra, al netto dell'errore di legarsi a Toti, è una stella politica. Ma rischia di sparire se resta alla finestra e non si propone come leader di un centrodestra alternativo al duo Salvini-Meloni.

Ogni tanto riemerge la candidatura di Mara Carfagna per qualcosa di importante. È stata una delle berlusconiane di ferro tuttavia priva di eccessiva piaggeria, quando arrivò in parlamento aveva gli occhi puntati su di sé (indubbiamente era, ed è, la più bella) ma vestì i panni dell’austera parlamentare e dette prova immediata di serietà e di capacità di lavoro. Molto spesso a destra hanno pensato a lei come al vero personaggio che avrebbe potuto prendere il posto di Silvio Berlusconi. A mano a mano le sue posizioni si sono anche fatte più limpide e spesso si sono discostate dal suo benefattore facendola diventare una icona del moderatismo politico. Infine è per tanti la candidata ideale per battere Vincenzo De Luca nella gara per la presidenza della Campania. Pur essendo una giovane politica ha, insomma, accumulato molte aspettative ma non sappiamo quanti meriti

L’ERRORE DI LEGARSI A GIOVANNI TOTI

Carfagna ha anche commesso alcuni errori evidenti, l’ultimo dei quali è stato legarsi a Giovanni Toti il presidente per caso della Liguria, avendo perso di vista Berlusconi, alla ricerca di una paterna mano sulle spalle da parte di Matteo Salvini. Questo errore Carfagna l’ha compensato schierandosi con grande nettezza come l’esponente di Forza Italia, o quel che resta, che osteggia ogni estremismo di destra (oggi in pratica tutta la destra, si potrebbe dire) e in particolare il sovranismo di Matteo Salvini.

LE VOCI SU UN POSSIBILE ACCORDO CON ITALIA VIVA

Nascono da qui le ricorrenti voci sul possibile incontro politico con Matteo Renzi solitamente accompagnate dall’odioso pettegolezzo che solo Maria Elena Boschi, invidiosa, impedisca che l’accordo si faccia. Insomma Carfagna è una stella politica che non è ancora scomparsa dall’orizzonte ma che rischia di sparire se questi andirivieni dal palcoscenico parlamentare non la vedranno finalmente dentro un progetto vero.

PER UNA COME CARFAGNA IL PROGETTO VERO È IL CENTRO

Il progetto vero per una come lei è quella cosa che in tempi meno selvaggi chiamavamo “centro”, cioè il luogo ideale del moderatismo italiano, nella consapevolezza che è vero che fra gli italiani l’animo di destra è molto forte, ma è anche vero che dopo un po’ gli italiani si stancano dei contafrottole e di chi vuole dividerli in bande che si odiano e anelano a un partito moderatissimo. La Dc non si può rifare, resta però l’ipotesi di lanciare una chiamata alle armi di chi non si rassegna, anche nel campo del centrodestra, all’affermarsi del duo Salvini-Meloni che non ci porterebbe al fascismo ma certamente darebbe il Paese nelle mani di persone ancora più inadeguate di quelle che oggi lo governano. Salvini in particolare è, e sarà sempre, quello del Papeete. Per quanti sforzi possa fare l’intelligente Giancarlo Giorgetti non si cava sangue dalle rape, come si usava dire. Ecco, quindi, che la sfida, se lanciata in grande, per una leadership moderata potrebbe, passo dopo passo, spingere molti italiani, tranne quelli come me che voteranno sempre a sinistra, a scegliere l’offerta centrista sia che si voglia far da sponda per una sinistra dissanguata sia che vogliano temperare i facinorosi del populismo sovranista.

GLI AUTOCANDIDATI ALLA LEADERSHIP MODERATA

I candidati a questo ruolo sono stati tanti. Diciamo, gli autocandidati. Gli ultimi Carlo Calenda, troppo GianBurrasca, Renzi, troppo antipatico, Urbano Cairo che molti invocano o temono, infine Mara Carfagna. Lei potrebbe farcela ma dovrebbe prendere dalle donne che hanno guidato i vari Paesi del mondo quel tanto di decisionismo, di amore per il rischio, di linguaggio diretto che ancora le mancano. Le manca soprattutto decidere quel che farà da grande. Può scegliere di correre per la Campania. Può scegliere invece la battaglia, inizialmente minoritaria e solitaria, per diventare il punto di riferimento di chi non vuole che l’Italia faccia parte del gruppo di Visegrad. Può deciderlo solo lei. Ma se resta alla finestra ancora a lungo, la dimenticheranno. 

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Italia viva propone di ripristinare lo scudo penale sull’ex Ilva

Lo prevede un doppio emendamento al decreto fiscale.

Italia viva ha presentato un doppio emendamento al decreto fiscale per ripristinare lo scudo penale per ArcelorMittal. Si tratta della norma che metteva al riparo i manager dai processi per quel che concerne l’attività di esecuzione del piano ambientale dell’ex Ilva. Con gli emendamenti di Italia viva si introdurrebbero due ‘scudi’, uno generale che vale per tutte le aziende e uno specifico per l’Ilva, che copre la società dal 3 novembre (data di decadenza del precedente scudo penale) fino alla fine del risanamento.

CONTE: «MITTAL RISPETTI GLI IMPEGNI, POI PENSIAMO ALLO SCUDO»

Sulla questione, il premier Giuseppe Conte in un’intervista dell’11 novembre al Fatto Quotidiano ha spiegato: «Soltanto se Mittal venisse a dirci che rispetterà gli impegni previsti dal contratto – cioè produzione nei termini previsti, piena occupazione e acquisto dell’ ex Ilva nel 2021 – potremmo valutare una nuova forma di scudo». Il premier, però, ha aggiunto: «Per stanare il signor Mittal sulle sue reali intenzioni, gli ho offerto subito lo scudo: mi ha risposto che se ne sarebbe andato comunque, perché il problema è industriale, non giudiziario. Quindi chi vuole reintrodurre lo scudo per levare un alibi a Mittal trascura il fatto che Mittal non lo usa, quell’alibi».

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Le parole di Renzi al Festival de Linkiesta

Il leader di Italia Viva allontana il voto e auspica che il governo vada avanti. Poi si rivolge a Mara Carfagna: «Porte aperte per tutti, è solo questione di tempo».

Il governo non deve morire. Perché «andare a votare ora significa consegnare il Paese a Salvini, si chiama masochismo». Ad affermarlo è stato Matteo Renzi, leader di Italia Viva, dal palco di Linkiesta Festival. «Se il Pd e il M5s scelgono di andare a votare oggi di fatto disintegrano la propria rappresentanza in parlamento», ha aggiunto. «Spero che il governo non crolli, lavoro perché vada avanti. Se ci sarà una crisi di governo seguiremo la Costituzione ma ora dobbiamo pensare a risolvere i problemi».

«ITALIA VIVA, UN GRANDE CAMBIAMENTO»

Renzi ha rivendicato il ruolo svolto dal suo partito nel portare «un grande cambiamento nella politica italiana». Italia Viva, ha detto, «sta provocando scossoni più profondi di quello che sembra. Quando sarà chiaro cosa accadrà a febbraio e marzo, sarà sempre più evidente che è in corso un riposizionamento anche nella destra». Persino «Salvini, che ha fatto i conti, sa perfettamente che non si va a votare. Noi cresceremo molto, ed è il motivo per cui sono molto preoccupati». E «siccome si aprirà, Italia Viva emulerà ciò che ha fatto Macron negli anni scorsi, indipendentemente da me. Lo ha capito Salvini e non l’ha capito qualche mio ex compagno di partito…».

PORTE APERTE ALLA CARFAGNA

L’idea di allargare Italia Viva non esclude nessuno: «Porte aperte a chi vorrà venire a far parte del progetto non come ospite ma come dirigente», ha detto Renzi, «vale per Mara Carfagna e altri dirigenti, ma non tiriamo la giacchetta. Italia Viva è l’approdo naturale per tutti, è questione di tempo». Le parole di Renzi sono arrivate poco dopo quelle di Mara Carfagna: «Se Renzi dichiarasse di non voler sostenere più il governo di sinistra ma di avere altre ambizioni, Forza Italia Viva potrebbe essere una suggestione. Oggi io e Renzi siamo in due metà campo diverse. Non so cosa accadrà nei prossimi giorni, ma molti dopo 25 anni non si sentono a proprio agio in Forza Italia, oggi si sentono a casa d’altri».

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