Gli effetti del lockdown secondo l’Istat

Se il blocco dovesse durare fino a giugno i consumi si contrarrebbero del 9,9%. Chiuso il 49% delle imprese dei settori interessati dalle misure. «Uno choc generalizzato e senza precedenti».

Se le misure restrittive per arginare l’epidemia da Covid-19 fossero estese anche a maggio e giugno i consumi si ridurrebbero del 9,9% con una contrazione complessiva del valore aggiunto pari al 4,5%.

Lo rileva l’Istat nella nota mensile sull’andamento dell’economia italiana che contiene le prime previsioni sull’impatto del coronavirus. La limitazione delle attività produttive fino alla fine di aprile determinerebbe invece, su base annua, «una riduzione dei consumi finali pari al 4,1%».

FERMA UNA IMPRESA SU DUE

«Le misure volte a limitare il contagio da Covid-19», si legge nella nota, «hanno portato, nelle ultime settimane, alla progressiva chiusura, parziale o totale, di un elevato numero di attività produttive». Sulla base dei dati di contabilità nazionale riferiti al totale delle attività economiche e inclusive della componente dell’economia non osservata, «la limitazione delle attività produttive coinvolgerebbe il 34,0% della produzione», quindi oltre un terzo, e «il 27,1% del valore aggiunto». Non solo: sono sospese le attività di 2,2 milioni di imprese (il 49% del totale, il 65% nel caso delle imprese esportatrici), con un’occupazione di 7,4 milioni di addetti (44,3%) di cui 4,9 milioni di dipendenti (il 42,1%). Il lockdown delle attività produttive «ha quindi amplificato le preoccupazioni e i disagi derivanti dall’emergenza sanitaria, generando un crollo della fiducia di consumatori e imprese».

LO CHOC DI DOMANDA E OFFERTA

Secondo l’istituto di statistica, «seppure limitate nel tempo e ristrette a un sottoinsieme di settori di attività economica», le misure prese per il contenimento dell’epidemia «sono in grado di generare uno choc rilevante e diffuso sull’intero sistema produttivo». Questo perché «oltre agli effetti diretti connessi alla sospensione dell’attività nei settori coinvolti nei provvedimenti, il sistema produttivo subirebbe anche gli effetti indiretti legati alle relazioni intersettoriali». Uno choc, ribadisce l’Istituto, «generalizzato, senza precedenti storici, che coinvolge sia l’offerta sia la domanda», confermando in sostanza quanto già preannunciato in occasione delle valutazioni sul dl Cura Italia.

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Coronavirus, Istat: le imprese hanno perso 100 miliardi in un mese

Sono le perdite delle aziende durante il blocco delle attività introdotto dal governo per contenere l'emergenza Covid-19. Per Mattioli, vicepresidente di Confindustria, «si deve ripartire dopo Pasqua». Intanto l'indice Pmi, a marzo, scende al minimo storico: 20,2 punti dopo i 50,7 di febbraio.

Il blocco delle attività, introdotto dal governo per contenere l’emergenza coronavirus, inizia a diventare pesante per le imprese. «La perdita, in un mese di inattività, è 100 miliardi», dice il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo, in un’intervista a Il Mattino di Napoli, sottolineando che «la sospensione dell’attività coinvolge il 48% delle imprese non esportatrici e il 65% di quelle esportatrici».

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ISTAT: AL VIA UNA «GRANDE OPERAZIONE DI ANALISI A CAMPIONE»

Il numero uno dell’istituto ha parlato della «grande operazione di analisi a campione della popolazione italiana» che sta per partire a breve, con un obiettivo «chiaro: minimizzare il rischio di aprire e poi dover tornare indietro». Al vaglio c’è un test «più ampio e puntuale» rispetto ai 10 mila tamponi con campionatura statistica proposti dalla presidente della Società italiana di statistica Monica Pratesi. «L’obiettivo del governo non è conoscere quanti sono davvero i contagiati in Italia, saremmo di fronte a una sorta di curiosità statistica», spiega Blangiardo, «ma arrivare al dettaglio per professione, o quanto meno per ambito lavorativo, e per territorio della percentuale di contagiati».

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L’OBIETTIVO «È AVERE UNO STRUMENTO PER GESTIRE LA RIPRESA»

Il punto, secondo il presidente dell’Istituto, «è avere uno strumento per gestire la ripresa, la riapertura dell’Italia. Quindi, come Istat, faremo un’indagine in squadra con altri per stimare la diffusione del contagio per categorie lavorative, età, genere e territori in modo da individuare le situazioni di rischio più o meno elevato e poi definire gli spazi di libertà».

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UNA PICCOLA IMPRESA SU DUE HA BLOCCATO L’ATTIVITÀ

In merito all’impatto economico della crisi, «l’insieme dei settori industriali e dei servizi sospesi comprende 2,2 milioni di imprese (quasi una su due), con un’occupazione di 7,4 milioni di addetti (44,3%) di cui 4,9 milioni di dipendenti (il 42,1%), un fatturato di 1.380 miliardi (42,8%), un valore aggiunto di 321 miliardi (41%) e un valore delle esportazioni di 280 miliardi (65,8%)», dichiara Blangiardo. «In termini di dimensioni aziendali, le imprese che hanno bloccato le attività sono il 48,7% tra le microimprese (quelle con meno di 10 addetti), il 50,4% tra le piccole imprese, il 40,7% tra le medie imprese ed il 34,3% tra le grandi imprese», spiega il presidente dell’Istat.

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NON C’È SOLO «L’EFFETTO DIRETTO»

Ma c’è di più: «Questo è solo l’effetto diretto. Considerando anche gli effetti indiretti generati dall’impatto negativo che il blocco delle attività dei settori “chiusi” genera sui settori “aperti”, l’impatto negativo diventa più ampio. Su questi aspetti», conclude Blangiardo, «l’Istat sta lavorando e il 7 aprile presenteremo le stime».

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MATTIOLI (CONFINDUSTRIA): «SI DEVE RIPARTIRE DOPO PASQUA»

E per evitare ulteriori perdite, secondo Confidustria, serve «ripartire da dopo Pasqua». «Le nostre imprese sono più sicure dei supermercati», spiega Licia Mattioli, vicepresidente dell’organizzazione e candidata alla prossima presidenza, ospite di Circo Massimo su Radio Capital. «Le misure messe in campo finora dal Governo per aiutare gli italiani vanno bene, ma si devono mettere in atto presto», sottolinea Mattioli. «Per chi chiede i soldi al governo deve bastare una autocertificazione, poi si sanziona duramente chi ha barato. Si deve saltare il codice degli appalti per un po’. Le scadenze fiscali vanno rimandate di 4 o 5 mesi. Sennò si muore. Prima di coronavirus, poi di cose da mangiare che mancano», conclude la vicepresidente.

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CROLLA L’INDICE PMI IN ITALIA: A MARZO 20,2 PUNTI CONTRO I 50,7 DI FEBBRAIO

E intanto l’indice Pmi (Purchasing Managers Index) composito che monitora l’andamento dell’attività manifatturiera e dei servizi in Italia piomba al minimo storico a marzo a 20,2 punti da 50,7 di febbraio. L’indice, calcolato da Ihs Markit in base al sondaggio fra i direttori d’acquisto, evidenzia che i nuovi ordini sono crollati ai minimi di sempre a 18,4 da 51,3 di febbraio. Al minimo storico anche il settore dei servizi a 17,4 a marzo da 52,1 di febbraio con i nuovi ordini in ribasso 13,8 da 52,2 di febbraio.

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PMI: ANCHE LA GERMANIA È AL MINIMO STORICO

Stessa sorte accade alla Germania: l’indice Pmi, a marzo, è crollato a a 35 punti dai 50,7 di febbraio, un livello mai registrato nelle serie storiche. Minimo storico anche per i nuovi ordini calati a 31,2 punti da 50,2 del mese prima e per l’indice dei servizi crollato a 31,7 punti da 52,5 di febbraio.

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La disoccupazione in Italia è leggermente calata a febbraio

I dati arrivano dall'Istat e si riferiscono alla fase che immediatamente precedente l'emergenza sanitaria legata al coronavirus.

In Italia la disoccupazione risulta in leggero calo nel mese di febbraio. I dati arrivano dall’Istat e si riferiscono alla fase che immediatamente precedente l’emergenza sanitaria legata al coronavirus.

IL TASSO SI ATTESTA AL 9,7%

Il tasso si attesta al 9,7% (-0,1 punti), stabile quello giovanile al 29,6%. Un risultato che deriva dalla diminuzione delle persone in cerca di lavoro (-0,7% pari a -18 mila unità) che nell’ultimo mese coinvolge le donne (-3,2%, pari a -39 mila unità) e gli over35, mentre tra gli uomini (+1,7%, pari a +22 mila) e tra i giovani fra i 15 e i 24 il numero delle persone in cerca di occupazione è in aumento.

L’OCCUPAZIONE È RIMASTA STABILE

L’occupazione, nel mese di febbraio, è invece rimasta stabile. Il tasso al 58,9% è il risultato dell’aumento lieve registrato tra le donne (+0,1%, pari a +12 mila), tra i dipendenti a termine (+14 mila) e tra i giovani nella fascia d’età 15-24 (+35 mila). Cui però occorre sommare il calo tra gli uomini (-0,2%, pari a -22 mila), i dipendenti permanenti (-20 mila), gli autonomi (-4 mila) e gli over 35 (-44 mila). 

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Come cambia il paniere dell’Istat nel 2020

Nel nuovo anno entrano auto e monopattini elettrici, ma anche food-delivery e sushi take away. Le novità.

L’Istat ha aggiornato il paniere per l’inflazione 2020. A rappresentare le nuove abitudini di spesa delle famiglie entrano le auto elettriche ed ibride, i monopattini elettrici, il sushi take away e la consegna di pasti a domicilio, il cosiddetto food-delivery ad opera dei ciclo-fattorini. Tra le novità anche il servizio di barba e baffi e i trattamenti estetici per uomo. L’Istituto ha anche incluso gli apparecchi acustici, l’applicazione dello smalto semipermanente e lavatura e stiratura di camice. Nessun prodotto esce.

COME CAMBIANO LE ABITUDINI DEGLI ITALIANI

Un paniere quindi più green, visto che include le vetture 100% elettriche o ibride. Ma tra le voci significative di consumo sono sempre più quelle che indicano la necessità di risparmiare sul tempo: dal food delivery al ‘lava e stira’ camice. L’uomo poi dedica maggiore attenzione alla cura della persona, va dall’estetista e ricorre al ‘barber shop’. L’incremento del giro di affari per gli apparecchi acustici è probabilmente invece la prova di una popolazione che invecchia. L’Istat poi ha chiarito che non si annoverano esclusioni quest’anno dato che i prodotti già presenti «non mostrano segnali di obsolescenza tali da motivarne» la fuoriuscita.

PESO MAGGIORE DEGLI ACQUISTI NEI PRODOTTI ALIMENTARI

Per l’Istat però la principale novità del 2020 «è l’ampliamento dell’utilizzo dei prezzi registrati alle casse mediante scannerizzazione dei codici a barre (scanner data) a nuovi canali distributivi del commercio al dettaglio della Grande distribuzione organizzata». Si tratta, viene spiegato, «con riferimento ai beni alimentari confezionati e ai beni per la cura della casa e della persona, dei discount, delle piccole superfici di vendita e degli ‘specialist drug’ che si aggiungono così a ipermercati e supermercati». Ecco che nel 2020 sono circa 30 milioni le quotazioni di prezzo provenienti ogni mese dalla Grande distribuzione utilizzate per stimare l’inflazione. Delle restanti 577mila quotazioni, 384 mila sono raccolte sul territorio dagli uffici comunali di statistica, 121 mila direttamente dall’Istat e quasi 72 mila dalla base dati dei prezzi dei carburanti del ministero dello Sviluppo economico. Nella struttura di ponderazione del paniere si segnalano l’aumento del peso della divisione di spesa ‘trasporti’ e il calo di quella ‘abitazione, acqua, elettricità e combustibili’. La divisione ‘prodotti alimentari e bevande analcoliche’ continua ad avere il peso maggiore (16,21%), seguita da ‘trasporti‘ (14,96%), ‘servizi ricettivi e di ristorazione‘ (11,95%) e ‘abitazione, acqua, elettricità e combustibili’ (9,95%).

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Cosa dicono i dati dell’Istat su disoccupazione e lavoro a dicembre 2019

Nell'ultimo mese dell'anno il tasso dei senza lavoro è rimasto stabile al 9,8%. In calo gli occupati. Ma è boom di precari. Minimo storico per gli autonomi.

A dicembre 2019 il tasso di disoccupazione in Italia è risultato stabile al 9,8%, lo stesso livello già registrato a novembre. Lo ha rilevato l’Istat, spiegando che il numero delle persone in cerca di lavoro segna un “lieve” aumento su base mensile (+2mila). Nel dettaglio, i disoccupati cescono tra gli uomini (+28mila) e tra gli under50, a fronte di una diminuzione tra le donne (-27mila) e gli ultracinquantenni. Resta invariato a dicembre, rispetto al mese precedente, anche il tasso di disoccupazione giovanile (15-24enni), che si attesta al 28,9%.

A DICEMBRE CALANO GLI OCCUPATI, BOOM DI PRECARI

Tornano a calare gli occupati, che a dicembre hanno segnato una diminuzione di 75 mila unità, dopo due mesi di crescita. L’istituto nazionale di statistica ha spiegato che si tratta della contrazione più forte in termini assoluti da febbraio del 2016. A scendere, con un’inversione di rotta, è il numero di lavoratori dipendenti permanenti (-75 mila), ovvero coloro che hanno il posto fisso. Calano anche gli indipendenti (-16 mila), mentre gli occupati aumentano tra i dipendenti a termine (+17 mila).

BOOM PRECARI E MINIMO STORICO PER GLI AUTONOMI

Di riflesso i dipendenti a termine, ovvero i precari, a dicembre sono aumentati di 17 mila unità su novembre, arrivando a toccare quota 3 milioni 123 mila: si tratta di un nuovo massimo storico. Quasi in modo speculare sa segnalare il minimo storico dal 1977 del numero di lavoratori autonomi, che a dicembre è sceso di 16 mila unità su base mensile. Ormai in Italia gli indipendenti si fermano a 5 milioni e 255 mila.

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Le famiglie italiane sono sempre più piccole

Il 33% dei nuclei è ormai composto da una sola persona. Negli ultimi 20 anni l'aumento è di oltre 10 punti percentuali. Nascite al minimo storico e aspettativa di vita media più lunga. Gli ultimi dati demografici Istat.

Le famiglie italiane si moltiplicano, ma sono sempre più piccole. Perché molti giovani che vanno a vivere da soli lo fanno senza un partner e senza fare figli.

Secondo gli ultimi dati Istat, i nuclei familiari sono 25 milioni e 700 mila. Il numero medio di componenti è passato da 2,7 (periodo 1997-1998) a 2,3 (periodo 2017-2018), soprattutto per l’aumento dei single che in 20 anni sono cresciuti di oltre 10 punti, dal 21,5% al 33%, pari ormai a un terzo del totale.

Il 2018, inoltre, ha segnato un nuovo minimo storico delle nascite dall’Unità d’Italia: appena 439.747. Il numero dei decessi, al contrario, è diminuito e ha raggiunto quota 633.133.

Allo stesso tempo continua a crescere l’aspettativa di vita media alla nascita, che si attesta su 80,8 anni per i maschi e 85,2 per le femmine. L’Italia, in altre parole, «è uno dei Paesi più vecchi al mondo, con 173,1 persone con 65 anni e oltre ogni cento persone con meno di 15 anni al primo gennaio 2019».

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I dati dell’Istat sui redditi delle famiglie e le disuguaglianze nel 2017

Crescita positiva sia in termini nominali (+2,6%) che in potere d'acquisto (+1,2%), ma permangono forti disuguaglianze Nord-Sud. E i numeri pre crisi restano ancora lontani: -8,8% rispetto al 2007.

Nel 2017 il reddito netto medio delle famiglie italiane (31.393 euro annui) è cresciuto ancora sia in termini nominali (+2,6%) sia come potere d’acquisto (+1,2%). La rilevazione è arrivata dall’Istat che ha spiegato però come «la disuguaglianza non si riduca» e che il reddito totale delle famiglie più abbienti «continua a essere più di sei volte quello delle famiglie più povere».

Diminuisce la percentuale di popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale (dal 28,9% al 27,3%) per una minore incidenza di situazioni di grave deprivazione materiale. Resta ferma al 20,3% quota di individui a rischio povertà.

Per i residenti nel Mezzogiorno la disuguaglianza reddituale è più accentuata con il 20% più ricco della popolazione che riceve un ammontare di reddito, inclusivo degli affitti figurativi, pari a 5,7 volte quello della fascia più povera. Il dato più basso si registra nel Nord-est (4 volte), seguito dal Nord-ovest (4,5) e dal Centro (4,8).

REDDITO ANCORA SOTTO L’8,8% DEL 2007

Secondo i dati dell’istituto nazionale di statistica nonostante la crescita registrata nel 2017, la contrazione complessiva dei redditi rispetto al 2007, anno precedente la crisi economica, resta ancora notevole, con una perdita in termini reali pari in media all’8,8% per il reddito familiare. Nel Mezzogiorno il livello di reddito medio è più basso dell’11,9%, nel Centro dell’11%, del 6,7% nel Nord-ovest e del 6% nel Nord-est. La diminuzione dei redditi familiari in termini reali è più alta per le famiglie più numerose mentre è decisamente più contenuta per le famiglie con due componenti (-1,8%).

CALANO I REDDITI DA LAVORO DIPENDENTE

Diminuiscono i redditi da lavoro dipendente mentre salgono tutti gli altri: l’andamento del reddito familiare nel corso del 2017 ha mostrato una dinamica differenziata per tipo di fonte: mentre i redditi da lavoro autonomo e i redditi da pensione e/o trasferimenti pubblici sono cresciuti rispettivamente del 3,1% e del 2%, i redditi da lavoro dipendente sono diminuiti dello 0,5% con la prima contrazione dal 2013. I redditi da capitale, ha segnalato l’Istituto di statistica, sono aumentati del 4,4% grazie all’incremento degli affitti figurativi. Se si guarda però al dato rispetto al 2007, anno che ha preceduto la crisi economica, la perdita complessiva resta decisamente più ampia per i redditi familiari da lavoro autonomo (-20% in termini reali) rispetto ai redditi da lavoro dipendente (-11,4%) e ai redditi da pensione e trasferimenti pubblici (-1,5%). I redditi da capitale mostrano una perdita complessiva del 14,3% interamente attribuibile alla dinamica negativa degli affitti figurativi (-18% in termini reali dal 2007).

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Gli odiosi pregiudizi degli italiani sulla violenza sessuale contro le donne

Il 23,9% pensa che possano essere loro a provocare lo stupro con il modo di vestire. E il 10,3% ritiene che spesso le accuse siano false. Gli stereotipi da abbattere fotografati dall'Istat.

Pregiudizi odiosi e stereotipi pericolosi, da smontare pezzo dopo pezzo. Secondo l’Istat, per il 6,2% degli italiani le “donne serie” non vengono violentate.

Il 39,3% ritiene che una donna sia in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo vuole. E il 23,9% – cioè quasi una persona su quattro – pensa che possano essere loro a provocare lo stupro con il modo di vestire, mentre il 15,1% è convinto che una donna che subisce violenza quando è ubriaca o sotto l’effetto di droghe sia almeno in parte responsabile.

I dati – inquietanti – sono contenuti nel report “Gli stereotipi sui ruoli di genere e l’immagine sociale della violenza sessuale”, diffuso dall’istituto di statistica in occasione della Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza sulle donne.

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Come se non bastasse, per il 10,3% della popolazione italiana spesso le accuse di violenza sessuale sono false, dato che sale al 12,7% tra gli uomini e scende al 7,9% tra le stesse donne. Il 7,2% è convinto che di fronte a una proposta sessuale le donne spesso dicono di no, ma in realtà intendono sì. Infine, l’1,9% ritiene che non si tratti di violenza se un uomo obbliga la moglie o la compagna ad avere un rapporto sessuale contro la sua volontà.

Se poi si parla di conciliazione tra lavoro e famiglia, secondo il 32% degli intervistati «per l’uomo, più che per la donna, è molto importante avere successo nel lavoro»; per il 31,5% «gli uomini sono meno adatti a occuparsi delle faccende domestiche»; per il 27,9% «è l’uomo a dover provvedere alle necessità economiche della famiglia». Mentre per l’8,8% «spetta all’uomo prendere le decisioni più importanti riguardanti la famiglia».

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Sorpresa: in Italia i matrimoni sono in crescita

Nel 2018 sono state celebrate 195.778 nozze, quasi 4.500 in più rispetto all'anno precedente (+2,3%). L'età media continua ad alzarsi.

Strano ma vero, in Italia secondo l’Istat i matrimoni sono in crescita. Le nozze celebrate nel 2018 sono state infatti 195.778, circa 4.500 in più rispetto al 2017, con un incremento del 2,3%.

Ma prosegue la tendenza a sposarsi sempre più tardi. Attualmente gli uomini al primo matrimonio hanno in media 33,7 anni e le donne 31,5. Rispettivamente 1,6 e 2,1 anni in più rispetto al 2008.

Le seconde nozze o successive, dopo una fase di crescita rilevata negli ultimi anni dovuta anche all’introduzione del divorzio breve, rimangono invece stabili. L’incidenza sul totale dei matrimoni raggiunge il 19,9%.

Per quanto riguarda invece le unioni civili, le coppie dello stesso sesso che nel 2019 hanno deciso di registrarsi sono state 2.808. Confermata la prevalenza maschile (64,2%) e del Nord-Ovest come area geografica (37,2%).

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