Lo “storico” piano di Trump per il Medio Oriente è già nelle secche

La maggior parte dei Paesi arabi lo rigetta. Mentre Netanyahu attacca Gantz e Olmert accusandoli di «favorire il terrorismo». Solo un cambio di governo in Israele potrebbe riaprire il dialogo tra Gerusalemme e Ramallah.

Come previsto, lo «storico piano di pace per il Medio Oriente» presentato due settimane fa da Donald Trump è finito nelle secche.

Netto, radicale e irremovibile il rifiuto a considerarlo anche solo una base di discussione da parte palestinese.

Durissima la reazione negativa da parte della maggior parte dei Paesi arabi e islamici; presa di distanza netta da parte dell’Unione europea e infine –ma non per ultimo – tiepido, tiepidissimo e guardingo l’appoggio da parte dei Paesi arabi che non l’hanno condannato: Egitto, Arabia Saudita e Qatar.

LA RESISTENZA DI ABU MAZEN

Trump tace al riguardo e invano l’ambasciatrice Usa alle Nazione Unite Kelly Craft dice ad Abu Mazen che «il nostro piano di pace non è un prendere o lasciare, ma l’inizio di una conversazione, non la fine». Abu Mazen non intende sentire ragione ed è volato alle Nazioni Unite nel vano tentativo di fare approvare dal Consiglio di Sicurezza una risoluzione presentata da Indonesia e Tunisia di condanna del piano Trump. Obiettivo mancato per mancanza di una maggioranza, anche prima dello scontato veto da parte degli Stati Uniti, seguito da una dichiarazione netta del presidente della Anp: «Non possiamo accettare il ruolo degli Usa come unico mediatore, il loro piano rafforza il regime di Apartheid di cui pensavamo di esserci sbarazzati molto tempo fa». Poi, sventolando davanti al Consiglio di Sicurezza la mappa dei confini tra i due Stati presentata da Trump chiosa: «Lo Stato che ci darebbero è come il formaggio svizzero: pieno di buchi!». L’ambasciatore israeliano all’Onu Danny Danon ha liquidato il leader della Anp senza mezzi termini, chiedendogli in maniera ben poco protocollare le dimissioni: «Non ci saranno progressi verso la pace finché Abu Mazen rimarrà sulle sue posizioni: solo quando si dimetterà Israele e i palestinesi potranno fare passi avanti!».

NETANYAHU CONTRO GRANTZ E OLMERT

Impasse totale dunque, mentre ci si continua a chiedere a quale ratio risponda un piano di pace trumpiano così sbilanciato a unico favore di Israele, mentre l’opposizione israeliana a Bibi Netanyhau (che è ovviamente entusiasta della mossa di Trump) si defila da quel piano, tanto che Benny Gantz ha inviato alla Nazioni Unite il suo amico Ehud Olmert (ex premier e oggi privato cittadino) per contattare direttamente Abu Mazen, evidentemente per avviare un discorso di riavvicinamento da usare nella terza campagna elettorale consecutiva in Israele. Furibonda la reazione di Netanyhau che ha accusato Gantz e Olmert di «favorire il terrorismo», a riprova che un auspicabile cambio di governo in Israele potrebbe quantomeno riaprire un dialogo tra Gerusalemme e Ramallah, seppellendo definitivamente il ben poco “storico” piano di Trump.

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Abu Mazen rompe le relazioni tra Palestina e Israele

Il presidente dell'Anp rompe le relazioni con Israele all'indomani della presentazione del piano di Trump per la pace.

Un piano così è decisamente inaccettabile. Anzi, di più, è un insulto. Così il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen ha deciso di rompere ogni relazione con Israele e sospendere tutti gli accordi. «Non accetterò l’annessione di Gerusalemme e non voglio passare alla storia come colui che ha venduto Gerusalemme», ha dichiarato Abu Mazen citato dall’agenzia Maan, aggiungendo che l’Anp «non accetterà mai gli Usa come unico mediatore al tavolo dei negoziati con Israele».

«CREDO ANCORA NELLA PACE»

Il presidente dell’Anp ha proseguito: «Israele non è la patria solo degli ebrei, ma anche dei musulmani e dei cristiani». È una rottura dovuta al fatto che sulla cartina disegnata da Trump, agli israeliani finiscono «oltre il 90% delle terre palestinesi», ma che non fa smettere Abu Mazen di «credere nella pace». Una pace che però si deve basare sulla «iniziativa araba» e le «risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite».

ALLA PALESTINA 50 MILIARDI MA NON LA SOVRANITÀ

Il piano di 80 pagine presentato a Washington, il 28 gennaio, da Trump e Netanyahu si basa su Gerusalemme unita capitale dello Stato di Israele e sulla creazione di uno Stato palestinese che avrà una capitale nell’area di Gerusalemme Est e sarà sostenuto da 50 miliardi di dollari di investimenti da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati. Ma non si tratterà di un territorio unico. Le sue diverse porzioni saranno unite da «strade, ponti e tunnel». Lo Stato palestinese avrebbe diverse limitazioni della propria sovranità: non potrà avere un esercito e non controllerà i suoi confini esterni e il suo spazio aereo. Inoltre diversi insediamenti legali in Cisgiordania diventeranno Stato di Israele, con Netanyahu che potrebbe annettere subito il 30% del territorio.

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Il vero obiettivo di Trump non è la pace in Medio-Oriente ma spaccare il mondo arabo

FRONTIERE. Il piano, concordato solo con Israele e quasi offensivo per la Palestina, non servirà nemmeno come base per aprire una trattativa. L'unica ratio è quella di dividere ulteriormente un fronte già lacerato. Risultato raggiunto visto che Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar hanno accolto favorevolmente la proposta.

Una umiliazione per le aspettative dei palestinesi: il piano di pace presentato da Donald Trump non può che essere definito in questi termini.

Solo tra anni si potrà comprendere la ratio di questa proposta che sicuramente verrà rigettata da tutte le componenti palestinesi anche solo come base per una trattativa.

D’altronde, se si intende seriamente avviare una trattativa non si segue certo la strada di concordare addirittura una cartina (annessa al piano) con una sola delle parti (Israele), di pubblicizzarla di fronte ai soli leader politici israeliani, ma si avanza una proposta contemporaneamente e riservatamente alle due parti (come fece Bill Clinton nel 2000 a Camp David), per poi aprire il tavolo.

IL NODO DI GERUSALEMME EST

Di fatto, la proposta di Donald Trump non servirà con tutta probabilità neanche come base di trattativa per varie ragioni. Innanzitutto ribadisce il fatto che i palestinesi non avrebbero come capitale Gerusalemme Est (proposta invece accettata dal premier israeliano Ehud Barak nel 2000), ma un quartiere della estrema periferia di Gerusalemme a Est e a nord della attuale barriera di sicurezza incluse Kafr Aqab, la parte orientale di Shuafat e Abu Dis. Non solo, Trump col suo piano ribadisce che Gerusalemme deve essere Capitale solo e unicamente dello Stato di Israele e afferma: «Il ritorno a una Gerusalemme divisa e, in particolar modo, a una divisione delle forze di sicurezza in un’area così sensibile, costituirebbe un gravissimo errore». Proposta inaccettabile per tutto il mondo islamico, non solo arabo.

Se si intende seriamente avviare una trattativa si avanza una proposta contemporaneamente e riservatamente alle due parti come fece Bill Clinton nel 2000 a Camp David, per poi aprire il tavolo

QUELL’OFFENSIVO SCAMBIO TERRITORIALE

Ma non solo questo viene imposto ai palestinesi: di fatto lo “Stato” palestinese definito da Trump si vede sottratti a favore della sovranità israeliana tutta la valle del Giordano, tutti o quasi gli insediamenti ebraici degli ultimi 20 anni in Cisgiordania e definisce una cartina della Palestina frantumata, piena di enclave israeliane e addirittura confinante solo con Israele, non più con la Giordania (tranne Gaza che confina con l’Egitto). In cambio di questo più che consistente depauperamento territoriale (e di popolazione palestinese) il piano Trump prevede un quasi offensivo “scambio di territorio”, offrendo allo Stato palestinese due enclave nel Negev a ridosso del confine con l’Egitto.

BENE IL RIFIUTO DEL DIRITTO AL RITORNO DEI PROFUGHI

Giusto, scontato e in linea col diritto internazionale il rifiuto del “diritto al ritorno” dei profughi palestinesi del 1948, del 1967 e dei loro eredi che comporterebbe, se fosse accettato (come richiesto dai palestinesi) il precedente di un “diritto al ritorno” dei profughi italiani di Istria o Dalmazia o dei 2 milioni dei tedeschi – inclusi i 300 mila abitanti di Danzica e loro eredi – dei territori acquisiti dall’Urss e dalla Polonia dopo la sconfitta militare nazista del 1945. Giusta anche la proposta di uno Stato palestinese di fatto privo di forze armate con capacità offensiva.

INGENUA L’OFFERTA DI AIUTI

Ingenua e molto yankee, la proposta di garantire a questo Stato palestinese così orbato, aiuti per la cifra pur enorme di 50 miliardi di dollari. Insufficiente, per le decine di migliaia di palestinesi che si trovano nelle grandi enclave della Cisgiordania passate sotto sovranità israeliana, la possibilità di scegliere tra la cittadinanza israeliana, la cittadinanza palestinese o restare come “ospiti” nelle loro zone di insediamento storico.

L’UNICA RATIO DI TRUMP È SPACCARE IL FRONTE ARABO

A fronte di questo quadro, a oggi, l’unica ratio che si può leggere nella decisione di Trump di presentare con tanta enfasi questo piano non è – lo ribadiamo – di aprire una trattativa, ma di spaccare il fronte arabo. Mossa questa che è riuscita indubbiamente. Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar hanno aperto assolutamente alla proposta di Trump con dichiarazioni favorevoli (il Cairo) «a una attenta e approfondita considerazione della visione degli Stati Uniti per raggiungere la pace e ad aprire canali di dialogo sotto gli auspici statunitensi per la ripresa dei negoziati».

Il Cairo, Ryad, Doha e Abu Dhabi hanno sempre costituito la prima linea di supporto ai palestinesi e alla Olp e oggi Trump apre una breccia nel campo arabo attirando a sé capitali e leader arabi di primaria importanza

Indubbiamente, il Cairo, Ryad, Doha e Abu Dhabi hanno sempre costituito dal 1945 in poi la prima linea di supporto politico, ma anche economico, ai palestinesi e alla Olp e oggi Trump apre una breccia consistente nel campo arabo attirando a sé capitali e leader arabi di primaria importanza. Ma spaccare ulteriormente un fronte arabo già peraltro lacerato è una cosa, avviare una trattativa seria tra Israele e Palestina è un’altra. Soprattutto perché ci si deve ricordare che Anwar al Sadat ha pagato con la propria uccisione nel primo attentato della rete che sarebbe confluita in al Qaeda la sua decisione di riconoscere Israele ed effettuare uno scambio di territori. Abu Mazen lo ha ben presente. Questo è il contesto di un conflitto che è deflagrato a Gerusalemme esattamente un secolo fa, nel 1920, e che da allora si è sempre più inasprito fino a incancrenirsi.

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Il 2020 sarà un anno pieno di incognite per il Medio Oriente

Iran, Libia, Iraq, Yemen, Egitto: molti Paesi sono in fibrillazione e vedono il ritorno del protagonismo della piazza. Ma la situazione, anche se è gravida di criticità, può aprire orizzonti di positività.

Se è vero che «il buon giorno si vede dal mattino», come recita il detto, il 2020 si prospetta gravido di incognite, non necessariamente gravide di criticità e anzi suscettibili di aprire orizzonti di positività. Non è cominciato bene per l’Iran questo 2020: ha perso un uomo che era un simbolo ma anche uno strumento di penetrazione politico-militare in Medio Oriente sotto le bandiere della rivoluzione islamica iraniana, dal Libano alla Siria all’Iraq a Gaza allo Yemen e ovunque vi fossero comunità sciite in terre a maggioranza sunnita.

Mi riferisco ovviamente a Soleimani, ucciso dal fuoco di droni acceso dal presidente degli Stati Uniti – un omicidio mirato come vengono chiamati asetticamente questi atti di guerra asimmetrici e di dubbia legittimabilità – per una serie di ragioni : di politica interna (l’attacco all’ambasciata Usa a Baghdad, l’uccisione di un combattente americano, l’impeachment) e di politica regionale (il rischio di apparire incapace di reagire a una serie di operazioni aggressive imputabili a Teheran e a suoi proxies come l’abbattimento di un drone americano, i missili sui siti petroliferi sauditi, etc.) e l’opportunità offerta del suo arrivo a Baghdad nelle vesti di un agitatore armato in casa altrui.

Mi riferisco alla clamorosa bugia degli 80 morti provocati dalla rappresaglia ordinata per dare una prima risposta all’omicidio di Soleimani messa a nudo dai servizi di diversi Paesi, in testa gli Usa naturalmente ma anche l’Iraq; bugia che non ha certo giovato all’immagine di determinazione, tempestività e forza che il regime degli Ayatollah intendeva valorizzare nel contesto regionale e oltre. Mi riferisco alle bugie usate per negare qualsivoglia responsabilità nell’abbattimento dell’aereo ucraino – con pesante bilancio di 176 vittime innocenti – e al rifiuto di consegnare la scatola nera che lo stesso regime ha dovuto in qualche modo ammettere seppure col condimento di un rinnovato attacco agli Usa.

A FEBBRAIO TEHERAN VA ALLE ELEZIONI POLITICHE

Penso che queste circostanze, al netto delle responsabilità dell’Amministrazione Trump, e non sono poche, abbiano sporcato l’immagine di un regime cui l’Europa guarda forse con un garbo non del tutto giustificato dai pur rilevanti suoi interessi economici e di sicurezza e dal rispetto della grandiosa storia di questo Paese. Immagine certo appannata sul piano internazionale. Il tutto in un contesto di grandi difficoltà interne, frutto in larga misura dal nodo scorsoio delle sanzioni Usa, che hanno provocato anche forti reazioni popolari represse nel sangue; contesti che in questi giorni si sono arricchite di sonore manifestazioni contro lo stesso Khomeini. Mentre il regime sembra incerto sul da farsi e privilegi, al momento, la logica del contenimento nella sgradevole attesa degli effetti delle nuove sanzioni di Trump. A febbraio sono previste le elezioni: saranno il primo termometro della situazione.

IN IRAQ AUMENTANO LE PROTEST ANTI USA E ANTI IRAN

L’altra incognita riguarda l’Iraq, dove un governo dimissionario fa la voce grossa con gli Usa ma fino a un certo punto visto che nel Paese e soprattutto nell’area sciita cresce la volontà di scrollarsi da dosso le influenze straniere, compresa quella iraniana oltre a quella americana, naturalmente. Le ultime mosse di Teheran non hanno favorito la sua pressione anti-americana su Baghdad e si attendono le determinazioni del presidente Barham Salih che ha rifiutato la nomina di Asaad al-Idani perché troppo ossequiente nei riguardi dei desiderata iraniani. Anche qui il Paese manifesta una diffusa aspettativa di recupero di una “identità irachena” al di là e al di sopra delle distinzioni settarie.

Un governo più rappresentativo delle principali componenti di questo Stato (sciiti, sunniti e curdi) potrebbe rimettere sui binari più costruttivi il futuro di questo Paese

Anche qui con un impressionante bilancio di vittime fra i protestatari mentre Washington non intende farsi mettere alla porta in un momento in cui il governo vigente deve cedere il passo e la minaccia del terrorismo è tutt’altro che superata. Un governo più rappresentativo delle principali componenti di questo Stato (sciiti, sunniti e curdi) potrebbe rimettere sui binari più costruttivi il futuro di questo Paese di nevralgica importanza per gli equilibri della regione e non solo per la sua ricchezza energetica. Ma sarà realistico ipotizzarlo?

LIBIA IN SUBBUGLIO E IL LAVORO PER UNA PACICAZIONE DIFFICILE

Il 2020 è iniziato in Libia con la minaccia di Haftar di sfondare nella capitale e liberarla della presenza dei terroristi, con ciò intendendo la Fratellanza musulmana, fermata dall’annuncio/ordine dl cessate il fuoco venuto da Putin ed Erdogan. Era prevedibile che questi due leader, attestati su posizioni contrapposte – Putin con Haftar (Tobruk) e Erdogan con Serraj (Tripoli) -, arrivassero a una tale intesa, evitando il rischio di un confronto militare che in realtà nessuno dei due voleva correre. Prevedibile pure che Haftar accettasse il cessate il fuoco all’ultimo giorno utile (il 12 gennaio) nell’evidente intento di marcare tutto il terreno conquistabile per poterlo capitalizzare, anche politicamente. Altrettanto prevedibile che lo stesso Haftar abbia minacciato una dura rappresaglia in caso di violazione della tregua (le poche sono apparentemente a lui addebitabili) e che Serraj abbia chiesto l’impossibile e cioè il ritiro del suo avversario che ovviamente non ne ha tenuto minimamente conto.

Intendiamoci, la tregua è la premessa per un’ipotesi di stabilizzazione-soluzione politica che è ancora lontana. È una sorta di parentesi che occorre riempire, auspicabilmente con la politica. Una politica che archivi l’esclusione proclamata da Haftar nei riguardi di una parte libica in ossequio ai suoi sponsor tra i quali stanno l’Egitto, che ha fatto della lotta contro l’Islam politico della Fratellanza musulmana la sua crociata, gli Emirati Arabi, l’Arabia saudita, la Francia, etc. e solo in parte la Russia. Una politica che escluda anche l’invadenza politica ed economica di una Turchia “ottomana”, che tra l’altro non sarebbe ben accolta neppure dai libici. Tutto ciò sullo sfondo di una sistemazione delle tessere sociali di un Paese che, prive del collante gheddafiano, sciolto nell’acido della sua uccisione nel 2011, si sono pericolosamente dissociate in assenza di un nuovo fattore collante. Mosca e Ankara, ancorché forti, non sono i risolutori veri e non tanto perché non siano affidabili quanto perché vi sono altri attori che debbono entrare nella partita. All’interno e all’esterno.

L’ITALIA DEVE RECUPERE IL SUO RUOLO IN MEDIO ORIENTE

Su questo sfondo conforta solo in parte il recupero di ruolo che l’attuale governo italiano sta tentando e che a mio giudizio non dev’essere contrastato dal tradizionale ricorso a un’autoflagellazione che rischia solo di appesantire la posta in gioco, che è politica, economica e di sicurezza. La Germania, con il vertice dell’Unione europea, è nostra importante compagna di viaggio e con l’ombrello delle Nazioni Unite sta lavorando ad una Conferenza internazionale che paradossalmente trova la sua forza proprio nella sua scelta di campo a favore della “soluzione politica”. Ma si corre ancora sul filo del rasoio.

In Medio oriente è tornato il protagonismo della piazza, pesantemente contrastato dal potere locale, ma che merita attenzione perché rappresenta una luce che l’Occidente dovrebbe sostenere

Il 2020 è iniziato anche nel segno di un nuovo protagonismo della “piazza” come si usa dire, in diversi Paesi del Medio Oriente, dall’Iraq al Libano all’Algeria e, carsicamente, anche in Egitto. Sono piazze diverse ma anche almeno tre punti in comune: la scelta della non violenza, la lotta alla corruzione e al mal governo, il recupero di un’identità nazionale liberata dal settarismo. Si tratta di un protagonismo embrionale, forse, e pesantemente contrastato dal potere locale, che merita attenzione perché rappresenta una luce che l’Occidente dovrebbe sostenere sgombrando il campo da ambigui e controproducenti paternalismi. Il 2020 si apre inoltre nell’incerta dinamica yemenita, nell’attesa delle prossime elezioni in Israele, nell’incipiente crisi governativa in Tunisia. Sarà comunque lo si voglia vedere un anno impegnativo.

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David Grossman sul suo nuovo romanzo e il potere della parola

L’ultimo libro dell'autore israeliano, La vita gioca con me, è una genealogia della colpa: dietro a un male presente ce n’è sempre uno passato, ferite e cicatrici rimosse dalla propria consapevolezza. Ma non è sempre il perdono a interrompere la catena dell’odio.

Vale anche per i personaggi di David Grossman quello che Nietzsche sosteneva nella sua introduzione alla Genealogia della morale: «Siamo ignoti a noi medesimi, noi uomini della conoscenza, noi stessi a noi stessi: è questo un fatto che ha le sue buone ragioni. Non abbiamo mai cercato noi stessi – come potrebbe mai accadere, un bel giorno, di trovarsi?».

L’ultimo romanzo di Grossman, La vita gioca con me (Mondadori, pagg. 300, euro 21) nella efficace traduzione di Alessandra Shmoroni, è una genealogia della «colpa», più che della morale: dietro a un male presente ce n’è sempre uno passato, nodi che non si sono ancora sciolti, ferite e cicatrici rimosse dalla propria consapevolezza. E questo male, Grossman lo sa molto bene avendo vissuto quasi dagli inizi l’epopea del neo-Stato ebraico, si trasmette di generazione in generazione, fino a che non si arriva, talvolta, alla possibilità di un chiarimento. Ed ecco, allora, il corto circuito improvviso che scatena a terra la forza distruttrice del passato e ricrea nuovi spazi per la libertà e l’amore. Non sempre per il perdono, ma quello che possiamo fare è interrompere la catena dell’odio e riprendere in mano le nostre vite. Può sembrare poco, ma è già tantissimo.

L’ultimo romanzo di Grossman, a differenza dei precedenti, è costruito su una storia reale, quella di Eva Nahir-Panic, un’ebrea-croata trasferitasi in Israele dopo la morte del marito, ufficiale serbo. Dal punto di vista narrativo il romanzo ha una struttura a più livelli che intreccia microcosmo e macrocosmo, vita privata e frammenti di storia del Novecento, in un continuo elastico tra presente, passato e perfino futuro. Ci sono tre donne di generazioni successive che si incontrano in un kibbutz in Israele per la festa di compleanno della più anziana, Vera, che festeggia novant’anni con la figlia Nina, la nipote Ghili, che è anche l’io narrante del libro, e il figliastro e padre di Ghili, Rafael. Tre donne segnate dalla perdita devastante di un amore.

Quando il marito di Vera, Miloš Novak, muore suicida in Croazia per sfuggire alle torture della polizia di Tito, Vera rifiuta di infangarne la memoria e per questo viene condannata alla prigionia nel terribile campo di rieducazione di Goli Otok, una piccola isola selvaggia di fronte a Zara convertita a luogo di prigionia per dissidenti politici e criminali comuni. Ma la decisione di Vera ha un prezzo: l’abbandono al suo destino della figlia di sei anni e mezzo. Ecco il secondo amore infranto. Nina vivrà l’allontanamento dalla madre come un rifiuto e inizierà una vita infelice e raminga, incapace di costruire relazioni solide, neppure con il marito Rafael che continuerà ad amarla devotamente nelle sue fughe dalla famiglia e da Israele. Così, anche Ghili, la figlia di Nina, vive la stessa esperienza di dolore e abbandono, i medesimi rancori riversati sulla madre, generazione dopo generazione. Quando avviene l’incontro per il compleanno di Vera, il «quadrilatero degli affetti» sembra ritrovare una sua geometria, o almeno un tentativo di realizzarla. Ma la ricomposizione richiede un’ulteriore catarsi, un pellegrinaggio dei quattro personaggi nel passato di Vera in Croazia, fino al campo di Goli Otok.

Nel raccontare si riscopre la verità o, almeno, una parte di essa, finalmente condivisa e capace di guarire la memoria

Il pretesto narrativo è il documentario che Ghili propone di girare sulla storia della nonna, un modo per provare a rileggere il passato da un altro punto di vista, con la mediazione dell’obiettivo di una telecamera, come se le ferite, così profonde, rendessero impossibile alle tre donne raccontare il proprio destino direttamente alle altre. E, a Goli Otok, la genealogia della colpa si risolve finalmente nella catarsi, con le tre protagoniste che riemergono dolorosamente dal proprio passato con la prospettiva di una riconciliazione di nuovo possibile. Alla fine, la telecamera e il documentario famigliare diventano inutili, la parola, che per Grossman, come tutti gli ebrei, ha echi ben più profondi di quelli comuni, compie il miracolo: nel raccontare si riscopre la verità o, almeno, una parte di essa, finalmente condivisa e capace di guarire la memoria. Lettera43 ha incontrato lo scrittore israeliano in Italia per la presentazione del libro.

David Grossman (foto di Roberto Monaldo/LaPresse).

DOMANDA. Sono la parola, il racconto che guariscono dall’odio. Nel caso dell’ebraico è una “parola” che ha radici antichissime: quanto pesa questa eredità su uno scrittore?
RISPOSTA. C’è certamente un peso nella lingua ebraica: ha 4 mila anni di storia. È la lingua del ricordo, dell’identità nazionale che è costitutiva dell’universo mentale dei parlanti ebraico. Ma ha anche molti strati: il Talmud, la lingua medievale, quella attuale, di cui l’io narrante Ghili è espressione. Questo non lo vedo come un fardello, ma come un privilegio, perché nella mia scrittura c’è l’eco di tutto questo passato.
 
Questo è un libro sulla memoria, quella del passato che aiuta le tre donne a trovare una riconciliazione, e quella che andrà a perdersi nella mente di Nina, afflitta demenza senile.
È vero, questo è un libro sulla memoria: dolorosa, ma allo stesso tempo piena di freschezza, di verità. La memoria costa moltissimo sforzo, perché ti richiede di ricordare tutto in modo esatto, individuando il momento in cui sei diventato dipendente dal ricordo e come questo ti ha cambiato la vita. Ci sono popoli e persone che diventano prigionieri della memoria. Scelgono di aggrapparsi a essa e non vogliono muoversi su nuovi territori dove sarebbero molto più liberi di guardare al futuro. Soffrono dalla loro infanzia e questi sentimenti di dolore se li portano come un fardello per tutta la vita. Solo facendo posto a qualcosa d’altro possiamo riprendere a muoverci senza essere influenzati dal passato, ritornando a respirare a pieni polmoni. In questo modo possiamo riporre il dolore al suo posto, gli assegniamo un confine.

Le donne, tra cui l’io narrante, sono le protagoniste del racconto. Com’è possibile per uno scrittore identificarsi completamente nell’animo femminile?
Ho voluto scrivere questo romanzo come se non sapessi di essere io a scriverlo. Volevo capire innanzittutto chi erano queste tre donne. Ci sono tanti modi di essere donna, tanti quanto sono le donne al mondo. Non è un processo facile perché la tua anima ha una comfort zone da cui non vuole uscire. Il personaggio principale di A un cerbiatto somiglia il mio amore è Ora (in ebraico luce), una donna, appunto. Non riuscivo a impersonarlo pienamente, era come se io stessi mettendo delle parole che mancavano di un filamento. Quindi, preso dallo sconforto le scrissi una lettera: perché non ti arrendi a me, perché non ti lasci capire? Dopo compresi che non era Ora a doversi arrendere a me, ma io a lei. Solo dopo aver superato questi meccanismi di difesa ed essermi completamente esposto ho capito che cosa Ora rappresentava per me e per il romanzo.

Il mio è un libro su sulle tempeste che stravolgono una famiglia: è come se avessi riportato alla luce l’infrastruttura dell’essere

In questo caso non si è trattato solo di costruire un personaggio femminile, ma di mettere in scena una relazione molto problematica tra tre donne forti e complesse.
Nel libro c’è un forte conflitto tra di loro, si vede come sono vicine e poi si allontanano. Ma, se ci pensiamo, solo nelle famiglie troviamo questo dramma dell’essere vicini e dell’allontanarsi. È come una danza la cui intensità si sviluppa dentro ogni famiglia ed è determinata dagli eventi più o meno difficili che vi avvengono. Il mio è un libro su sulle tempeste che stravolgono una famiglia: è come se avessi riportato alla luce l’infrastruttura dell’essere.

Perche il narratore è Ghili, la donna più giovane delle tre?
Io volevo che fosse una delle tre donne a essere il narratore del romanzo, ma non poteva essere Vera troppo suscettibile di essere caricaturizzata per il forte accento della sua lingua croata d’origine. Nina, poi, è così lontana dagli altri, chiusa in sé stessa, non poteva essere la storyteller. Ghili m’ispirava un’aria di maggiore leggerezza, non era vittima dello scontro tremendo tra madre e figlia. E poi è ironica e mi permetteva di usare un ebraico più moderno.

C’è un unico protagonista maschio, Rafael, non certamente il punto forte del quadrilatero.
Rafael è dipendente dalle tre donne, ma serve a rendere stabile il rapporto tra di loro: è figlio di Vera anche se non biologico, è marito di Nina anche se non vivono insieme ed è un buon padre di Ghila. Rafel è apparentemente un carattere debole, è diventato un semplice assistente sociale e non un regista cinematografico come anelava a essere, ma è il luogo in cui le tre donne possono riposare prima di ripartire per le loro battaglie.

La conclusione del suo libro apre uno spiraglio alla speranza: possiamo davvero perdonare chi ci ha fatto del male?
Non so se è sempre possibile. Ma, se guardo indietro alla mia vita, devo riconoscere che sono stato condizionato dal voler tenere vivo il fuoco della vendetta, ed è come se una parte di me fosse rimasta sospesa. La sensazione che provo oggi è che forse non riesco a perdonare, ma ho preso una distanza da questo dolore. Non voglio più dipendere da esso.

La scrittura aiuta in questo?
L’arte, e quindi anche la scrittura, è sentirsi simultaneamente parte sia del nulla, di tutto quello che non conosciamo, il vuoto e il baratro che attende ciascuno di noi rappresentato dalla morte, e, al tempo, stesso della vita nella sua pienezza. Io, che non sono credente in senso religioso, nell’arte credo fortemente.

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Israele, la palude fino a marzo 2020 (e oltre?)

Fumata nera per le larghe intese. Sciolta la Knesset si torna tra quattro mesi, per la terza volta in un anno. Nel livore tra Lieberman e Netanyahu, e tra Netanyahu e Gantz, vince la delusione tra gli elettori.

Il primo pensiero, nella disillusione, corre al portafoglio. In Israele per le terze Legislative anticipate in un anno si bruceranno altri milioni di dollari. Centinaia, per un campagna elettorale che il 2 marzo 2020 riprodurrà con ogni probabilità lo stallo del 9 aprile e del 17 settembre 2019. Altre settimane di caccia alle streghe da una parte, e di mobilitazione infuocata ad personam dall’altra. Di parti politiche che difficilmente si salderanno insieme. Sarà un altro referendum contro Benjamin “Bibi” Netanyahu: il primo ministro più longevo – e ostinato – di Israele che non si fa da parte a dispetto dei processi. Anzi proprio a causa di essi, e per l’incapacità degli oppositori di tradursi in alternativa politica. Per i quasi 6 milioni di elettori israeliani qualcosa di mai visto prima. Per ritmo di chiamate al voto e per prosciugamento della politica.

CAMPAGNA DI PROMESSE E FANGO

Yair Lapid, della coalizione Blu e bianco, ha invitato a «tenere lontano i bambini dalla campagna dell’odio, della violenza e del disgusto in televisione». Nelle ultime settimane si sono susseguiti gli incontri tra la sua lista centrista e il Likud di Netanyahu per un’intesa di governo mancata, prima dello scioglimento del parlamento. L’unica possibilità di evitare le urne era una grande coalizione tra le due grandi forze testa a testa – ma senza maggioranza -, posto che Lapid e il coleader Benny Gantz possono unire la Lista degli arabi-israeliani e l’ultradestra sionista di Avigdor Lieberman contro Netanyahu, ma mai in un loro governo. Così falliti i tentativi del Likud, e poi di Blu e bianco, di formare un esecutivo la sera del 10 dicembre Netanyahu, Lapid e il generale Gantz ancora si scapicollavano in tivù. A giurare la loro volontà eterna di mettere in piedi un governo di unità nazionale. E di non sperperare altri soldi pubblici.

Israele terze elezioni 2020 Netanyahu
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu (Likud) in campagna per le Legislative del 2020. GETTY.

I BLUFF DI NETANYAHU E GANTZ

Il premier e leader conservatore avrebbe chiamato a raccolta i suoi legali, valutando la possibilità di non cercare l’immunità sui tre procedimenti penali (per corruzione, frode e abuso d’ufficio) che lo riguardano. Dato che il nodo per un esecutivo bipartisan con Blu e bianco era la sua testa da premier. A meno che, era filtrato negli ultimi giorni, lo stesso non rinunciasse allo scudo legale (automatico per i parlamentari, non per i primi ministri in Israele) e sottinteso a ogni legge ad personam sulla giustizia nella nuova Legislatura. Gantz e Lapid avrebbero aperto in questo senso, come tentativo estremo: il massimo che potevano concedere senza «rinunciare ai principi fondamentali» che li avevano «portati in politica». A condurre due campagne sull’impresentabilità di Netanyahu. Non se ne è fatto ben presto di nulla: quantomeno “Bibi” bluffava, e forse non soltanto lui.

Queste terze elezioni hanno tre sole ragioni: corruzione, frode e abuso d’ufficio

Biano e blu

SUBITO IN CORSA ELETTORALE

Alla mezzanotte dell’11 dicembre, termine ultimo per approvare un nome di premier condiviso, la Knesset si è sciolta, deliberando come ultimo e indispensabile atto nuove elezioni il 2 marzo prossimo. Poche ore prima dal Likud era arrivato l’annuncio di primarie il 26 dicembre, per ricompattare il partito su Netanyahu leader. E ancora premier: da “Bibi” nessuna comunicazione sull’attesa rinuncia alla sua richiesta di immunità in parlamento. In compenso, mentre i deputati erano riuniti per indire l’ennesimo voto, Netanyahu assente rilanciava sui social l’imperativo a «vincere e vincere bene» contro la «cospirazione di Ganz e dei leader arabi a forzare per il voto». È già campagna elettorale, anche a Blu e bianco sono ripartiti alla carica sulle «sole tre ragioni per queste terze elezioni, trasformate da una festa per la democrazia a un momento di vergogna: corruzione, frode e abuso d’ufficio».

Israele terze elezioni 2020 Netanyahu
Il leader israeliano della coalizione Blu e bianco Benny Gantz. GETTY.

A MONTE ANCHE I PIANI DI LIEBERMAN

Non sbaglia – per una volta – Lieberman, l’ex ministro della Difesa arcinemico di Netanyahu e causa un anno fa della caduta del governo, quando rinfaccia ai leader del Likud (32 seggi) e a Blu e Bianco (33 seggi) di «non aver mai voluto davvero un governo di unità». E di aver portato Israele a «nuove elezioni inutili» con una «battaglia dell’ego in corso da mesi». Lieberman avrebbe voluto un governo di larghe intese – senza Netanyahu premier – tra le due principali forze, appoggiato esternamente dalla sua lista laica e ultranazionalista (otto seggi). Ma a patto che fosse tenuta fuori dal nuovo esecutivo la destra ultraortodossa (Shas e Giudaismo unito nella Torah), contraria alla leva obbligatoria chiesta insistentemente da Lieberman anche per gli ultraortodossi. Causa, questa, delle sue dimissioni da ministro, insieme alle campagne mancate su Gaza e al  suo odio per Netanyahu.

“BIBI” ARRETRA ANCORA, MA NON CEDE

Lieberman pregusta da un pezzo la caduta in disgrazia del premier dal 2009. Al terzo voto in un anno non ha perso l’occasione per scagliarsi contro di lui («io ho valori, tu solo interessi») in un velenoso post su Facebook. Ma la sua architettura non poteva compiersi: il Likud fatica non poco a disfarsi di “Bibi”, e di riflesso degli ultraortodossi alleati negli ultimi governi. Al netto di contestatori in ascesa come l’ex ministro Gideon Saar, corso a sfidare Netanyahu alle primarie, il consenso per il leader appare solido tra i conservatori . E gli ultraortodossi sono utili a Netanyahu come ministri e deputati per far passare leggi ad personam. Ne ha disperatamente bisogno: l’esecutivo ad interim che si trascina da un anno non ha i deputati per ottenere l’impunità. E “Bibi” ci spera, nonostante tutto: negli ultimi sondaggi Gantz e Lapid sono avanti a 37 seggi (33 il Likud), ma la maggioranza è lontana. Come gli elettori.

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L’incriminazione di Netanyahu aggrava la crisi in Israele

Tempi bui anche per il capo di Stato Rivlin. Né Bibi né l’avversario Gantz sono in grado di formare un governo. Così il premier accusato di tre reati resta in sella. Fino al voto anticipato di aprile. E forse anche dopo.

Un nuovo primato aggrava la peggiore crisi politica di Israele. Come era nell’aria, Benjamin “Bibi” Netanyahu, a 70 anni il più longevo primo ministro israeliano, è anche il primo premier incriminato durante il mandato. Nell’anno del record del bis delle Legislative, che dall’aprile del 2019 è probabile diventeranno un ter, a marzo 2020. «Giorni duri, cupi negli annali della storia di Israele», anche per il capo di Stato Reuven Rivlin che in questi frangenti dovrebbe essere una roccia. L’annuncio dell’incriminazione del leader del Likud Netanyahu, per bocca del procuratore generale Avichai Mandelblit, è piovuto all’indomani del fallimento del capo dellopposizione Benny Gantz nel tentare di formare un governo. Era stato incaricato da Rivlin, dopo il premier, ma anche il generale della coalizione Blu e Bianco ha dovuto rimettere il mandato. Dal voto anticipato di settembre è impossibile formare un esecutivo. Entro metà dicembre spetta al parlamento della Knesset proporre un candidato premier che raccolga un’improbabile maggioranza. 

LA CORSA ALL’IMMUNITÀ

Altrimenti, e sarà così, si tornerà al voto anticipato entro tre mesi. Netanyahu non sembra aver intenzione di mollare. Ha tenuto botta in tre anni di indagini, con la moglie Sara incriminata e poi condannata per appropriazione di fondi pubblici. Restare primo ministro è l’unica arma per far approvare alla Knesset leggi ad personam che gli risparmino il carcere (e può intanto attivare la procedura per l’immunità da parlamentare). In Israele un premier è tenuto a dimettersi solo alla condanna definitiva in terzo grado, per la quale occorreranno anni. Anche se certo per “Bibi” non è politicamente opportuno insistere: l’opinione pubblica è sensibile ai procedimenti giudiziari. E il Likud – con consensi in calo e dei fuoriusciti – è rimasto leale al leader. Ma il tentativo del governo Netanyahu di far passare una nuova legge sull’immunità, dopo il penultimo voto ad aprile, fece storcere il naso anche a parte dei conservatori. E fu subito abbandonato.

Israele Netanyahu incriminazione crisi Gantz
Il procuratore generale israeliano Avichai Mandelblit. GETTY.

LA PALUDE DI NETANYAHU E GANTZ

Grazie alla «caccia alle streghe» lamentata da Netanyahu, Gantz e l’alleato Yair Lapid drenano voti verso il cartello centrista partorito meno di un anno fa. La loro campagna era centrata sulle indagini contro Netanyahu per corruzione, frode e abuso d’ufficio, non sul conflitto con la Palestina. Sulla guerra a Netanyahu si era compattata anche la Lista unita degli arabi israeliani. Ma, come il Likud, Gantz e gli altri non hanno una maggioranza sufficiente per governare, non ancora almeno. E per molto: anche i sondaggi di novembre danno un quadro sostanzialmente invariato dalla scorsa primavera. Blu e Bianco (33) ha scavalcato il Likud (32), ma di appena un seggio: e per Gantz, senza il blocco di sostegno della destra estrema e religiosa, raggiungere gli indispensabili 61 seggi è ancora più dura che per Netanyahu. Lista araba e l’ultranazionalista sionista Avigdor Lieberman , l’ex ministro della Difesa killer di “Bibi”, sono incompatibili.

Netanyahu è accusato di aver elargito per anni incentivi dal ministero delle Telecomunicazioni per un valore di oltre 250 milioni di dollari

LE MANOVRE CON I TYCOON

La via d’uscita alla palude esiste: è un governo di grande coalizione tra Blu e Bianco e Likud. Impossibile però senza la testa di “Bibi”. A rigor di logica con l’incriminazione i tempi dovrebbero essere maturi: Mandelblit l’ha disposta per tutti i capi di accusa esaminati («un tentato colpo di Stato» per Netanyahu) e i reati contestati sono particolarmente odiosi. In particolare la corruzione del caso 4000 è infamante: Netanyahu è accusato di aver elargito per anni incentivi dal ministero delle Telecomunicazioni per un valore di oltre 250 milioni di dollari. Verso l’azienda telefonica Bezeq proprietaria anche di un sito web di news, in cambio di una copertura di notizie favorevole. La stessa manovra sarebbe stata intavolata – ma non realizzata – con il tycoon della free press Aron Mozes: non attraverso un’offerta di finanziamenti ma di modifiche legislative favorevoli. Per le quali il premier israeliano è accusato di abuso d’ufficio nel caso 2000

Israele Netanyahu incriminazione crisi Gantz
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu (Likud). GETTY.

BIBI RISCHIA FINO A 13 ANNI 

La frode riguarda invece il caso 1000 e, nello stile, è più simile allo scandalo della moglie Sara che faceva la bella vita a spese dello Stato. Gli indizi portano la procura generale a pensare che il premier israeliano (in carica dal 2009 e già primo ministro tra il 1996 e il 1999) abbia ricevuto regalie per quasi 200 mila dollari tra sigari, gioielli e champagne: «La sua catena di fornitori», ha precisato Mandelblit. Miliardari, nel caso di “Bibi”, incluso il produttore di Pretty Woman di origine israeliana Arnon Milchan, in cambio di visti d’ingresso e altri favori. Se condannato, il leader del Likud potrebbe scontare fino a 10 anni per corruzione e un massimo di tre anni per la frode e l’abuso di potere. Come Lieberman i flop elettorali, il procuratore generale designato proprio da Netanyahu aspettava da tempo questo momento: ha comunicato le incriminazioni di fronte alle telecamere, annunciò di scavare sui casi un mese prima del voto del 9 aprile.

L’interesse pubblico ci richiede di vivere in un Paese dove nessuno è al di sopra della legge

Avichai Mandelblit

IL LIMBO DELL’INTERIM

Mandelblit è uno dei nemici di Netanyahu, da tempo si è distaccato dal premier sempre più spregiudicato non soltanto politicamente. «L’interesse pubblico», ha chiosato, «ci richiede di vivere in un Paese dove nessuno è al di sopra della legge». Per i laburisti le 63 pagine della superprocura sul premier sono «la più grave incriminazione contro un funzionario eletto nella storia di Israele». Un «giorno triste» anche per Gantz e i suoi: Blu e Bianco ha postato il video di 11 anni fa di Netanyahu di condanna contro l’allora primo ministro Ehud Olmert (nel Likud e poi in Kadima) accusato all’epoca di corruzione. Olmert si dimise, prima del verdetto e dei 16 mesi di carcere, e fu rimpiazzato proprio da “Bibi”. Ma per il successore potrebbe andare diversamente. Le tappe verso un vero governo sono una via crucis per i cittadini israeliani. Ma l’interim in mano a Netanyahu dalla crisi di fine 2018 è un limbo perfetto per restare in sella, nonostante tutto.

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Netanyahu è stato incriminato per corruzione

Il premier a processo per una delle tre inchieste che lo riguardano. È la prima volte che un primo ministro viene accusato di questo reato in Israele.

Il Procuratore generale Avichai Mandelblit ha deciso di incriminare per corruzione Benjamin Netanyau in una delle 3 inchieste. Lo dicono i media. Confermate anche le accuse di frode e abuso di ufficio. Le inchieste sono il Caso 1000 (regali da facoltosi uomini di affari) e 2000 (rapporti con l’editore di Yediot Ahronot Arnon Mozes) con frode e abuso di ufficio, mentre per il Caso 4000 (affaire Bezez-Walla) oltre la frode e l’abuso di ufficio c’è anche la corruzione. È la prima volta nella storia di Israele che un premier in carica è accusato di corruzione. Su tutte le reti nazionali sono in corso edizioni speciali di notiziari sulla vicenda.

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L’Iran “riformista” ha mostrato il suo vero volto: le forche

Centinaia di morti e migliaia di arresti per sedare le piazze in rivolta. Proteste che contagiano anche Libano e Iraq. Ma il regime change per ora è una chimera.

Centinaia di morti, cecchini che sparano dai tetti sulla folla, 3 mila arresti, forca per i manifestanti arrestati, internet bloccato da giorni nonostante gli estremi danni all’economia interna: il “riformismo” iraniano di Hassan Rohani che tanto piace all’Europa sta dando il meglio di sé nelle piazze sconvolte da una protesta popolare spontanea che è identica a quella che sconvolge da settimane le piazze libanesi e irachene.

Il Vecchio continente non vuole prenderne atto, ma è evidente che la rivolta popolare libanese, quella irachena e quella iraniana hanno la stessa origine e lo stesso, identico avversario: il modello di potere degli ayatollah.

Tra tutti gli slogan urlati nelle piazze iraniane, risalta «Chissenefrega della Palestina!», perfetta sintesi della rivolta contro gli enormi costi sociali che ha l’impegno militare “rivoluzionario” all’estero dei Pasdaran.

L’IRAN VUOLE ESPORTARE LA RIVOLUZIONE KHOMEINISTA

Identico e uno solo, il centro di comando che ordina di sparare sulla folla a Teheran, a Beirut o a Baghdad: i Pasdaran e i paramilitari agli ordini di quel generale Ghassem Suleimaini che era volato due settimane fa nella capitale irachena promettendo sangue nelle strade «come ben sappiamo fare in Iran». Simili, se non identici, peraltro gli slogan delle piazze iraniane, irachene e libanesi: la corruzione, i soprusi, la fame, i miliardi per le spese militari a scapito del welfare. Tutti prodotti dal modello di regime che l’Iran ha esportato in Iraq e Libano: la rivoluzione khomeinista.

L’Iran ha uno e un solo obiettivo strategico: la distruzione di Israele

L’Europa non ne vuole prendere atto, ma l’Iran ha uno e un solo obiettivo strategico: esportare la rivoluzione iraniana, processo nel quale passaggio fondamentale è la distruzione di Israele. Per questo obiettivo il regime degli ayatollah ha investito decine di miliardi di dollari per foraggiare da cinque anni le Brigate Internazionali sciite che hanno mantenuto sul trono il macellaio Bashar al Assad e trasformato l’Iraq in un protettorato iraniano, per riempire gli arsenali siriani di missili destinati a Israele, per finanziare la Jihad islamica che spara razzi -iraniani- da Gaza su Israele e per sostenere i ribelli sciiti Houti in Yemen.

Le proteste in Iraq.

L’originalità del “modello iraniano” è stata di affiancare alle forze di fatto egemoni nel Paese (il blocco militare incentrato sui Pasdaran, che controlla anche l’economia iraniana) che gestiscono l’esportazione della rivoluzione khomeinista in Medio Oriente, con un apparato amministrativo di governo dalle forme, ma non dalla sostanza, riformista col volto pacioccone di Rohani. Questa duplicità non è stata colta dall’Europa, che ha assistito complice, dopo la normalizzazione della collocazione internazionale dell’Iran voluta da Barack Obama con l’accordo sul nucleare, alla espansione dell’egemonia politica e militare dell’Iran su Iraq, Siria, Yemen e Libano.

NON ESISTE UNA OPPOSIZIONE POLITICA VERA AI REGIMI

Non è la prima volta che il “riformismo iraniano” spara a zero sulla folla, l’ha fatto nel 1999, l’ha fatto conto l’Onda Verde del 2008, l’ha fatto nel 2017 e 2018 e lo rifá oggi. La novità, enorme, è che ormai la reazione contro il regime, contro il centro di comando iraniano unisce le piazze iraniane a quelle irachene e libanesi. Un fenomeno clamoroso e inedito, acuito dall’effetto delle sanzioni promosse da Donald Trump dopo la sua denuncia dell’accordo sul nucleare.

Forze politiche antagoniste all’Iran esistono solo in Iraq, ma sono a oggi minoritarie

Detto questo, non è possibile a oggi farsi illusioni sull’effetto di questa rivolta agli ayatollah contemporanea nei tre Paesi. Né in Iran, né in Libano esiste una opposizione politica, dei partiti, che sappiano e possano dare uno sbocco alla formidabile protesta popolare. Queste forze politiche antagoniste all’Iran esistono solo in Iraq, ma sono a oggi minoritarie. Dunque, nessun regime change in vista in Iran o in Libano nel breve periodo, ma comunque una situazione di estrema instabilità alla quale purtroppo il regime degli ayatollah può essere tentato di reagire affiancando alla più feroce repressione interna una situazione bellica calda contro Israele o nel Golfo.

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Gantz non riesce a formare un governo: Israele ancora verso il voto

Dopo i tentativi di Netanyahu di trovare una maggioranza, vanno a vuoto anche quelli del rivale del partito Blu Bianco.

Sono falliti i tentativi di Avigdor Lieberman (leader del partito di destra Israel Beitenu) di dar vita a un «governo unitario nazionale e liberale» con il Likud di Benjamin Netanyahu e con i centristi di Benny Gantz, leader di Blu Bianco. Lo ha affermato Lieberman alla Knesset osservando che «a causa della loro mancanza di leadership, esiste il rischio di nuove elezioni». Nella notte tra il 20 e il 21 novembre scade il termine massimo per il premier incaricato Gantz di annunciare la formazione di un governo.

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Chi sono e a chi fanno comodo i terroristi di Jihad islamica

Gli estremisti della Striscia di Gaza sono manovrati da Teheran per destabilizzare Tel Aviv. Che a sua volta li sfrutta per indebolire Hamas. Gli unici sconfitti, così, sono i palestinesi.

Follow the rockets, segui i razzi. La crisi nella Striscia di Gaza è esplosa in settimane cruciali per i governi che, direttamente o indirettamente, sono coinvolti nello scontro. Hamas e l’Autorità nazionale palestinese (Anp), che dal 2007 si spartiscono conflittualmente il controllo nell’ordine dell’enclave e dei territori della Cisgiordania, concertano per tornare al voto insieme dopo anni, a febbraio 2020. In Israele si tenta fino all’11 dicembre di formare un governo, finora invano, pena la chiamata straordinaria, per la terza volta da aprile 2019, degli elettori alle urne. L’Iran, attore esterno-chiave, deve fronteggiare le improvvise rivolte a catena nei Paesi che di fatto controlla: l’Iraq e, attraverso il partito e le milizie di Hezbollah, anche il Libano ormai. Al centro del triangolo tra Israele, Palestina e Iran ci sono i razzi dei terroristi di Jihad islamica.

IL SEGNALE DI “BIBI”

L’attacco mirato israeliano che all’alba del 12 novembre ha ucciso a Gaza il capo militare di Jihad islamica della zona Nord della Striscia, Baha Abu al Ata (considerato la mente degli ultimi attacchi contro Israele) e la moglie, ha avuto il disco verde a orologeria del premier israeliano Benjamin “Bibi” Netanyahu mentre il rivale Benny Gantz tenta a fatica di comporre una maggioranza. È assai probabile che, come già “Bibi”, fallisca nell’impresa: trovare la quadra per un appoggio esterno della Lista unita araba sarà molto più difficile, dopo le centinaia di razzi piovuti su Israele in rappresaglia, e dopo gli oltre 30 morti tra i palestinesi per la risposta israeliana. Per Ganz sarà imbarazzante continuare a trattare, per la Lista araba quasi impossibile. Tanto più che Ganz per i palestinesi è l’ex comandante delle guerre su Gaza.

Gaza crisi Jihad islamica Israele Palestina
Il comandante di Jihad islamica Baha Abu al Ata, ucciso da Israele nella Striscia di Gaza. GETTYT.

L’ARSENALE DI JIHAD ISLAMICA

Con l’omicidio di al Ata (e poche ore dopo da quello dell’altro comandante Moawad al Ferraj) in compenso Netanyahu ha dato un segnale forte a chi, nel suo elettorato, vorrebbe un’altra guerra contro la Striscia, e da tempo lo taccia di mollezza verso gli aggressori. Quest’anno i razzi di Jihad islamica hanno lambito Tel Aviv, beffando lo scudo antimissile. La guerra si è evitata perché anche Hamas ha cambiato strategia: per Israele il pericolo più grande ora viene dal movimento estremista minore, ma più direttamente manovrato dall’Iran. Fondato nel 1981, Jihad islamica è addestrata, finanziata e armata dai pasdaran con un arsenale che gli israeliani stimano aver raggiunto la portata di quello di Hamas: gran parte dei razzi sono piccoli e autoprodotti, ma alcuni percorrono 50 miglia. Non per niente il 12 novembre un missile israeliano ha colpito, ferendolo, anche un capo militare di Jihad islamica in Siria.

Jihad islamica è la longa manus dell’Iran in Palestina, come lo sono i ribelli sciiti houthi in Yemen

LA GUERRA PER PROCURA IRANIANA

Akram al Ajouri, considerato l’anello tra Jihad islamica e l’Iran, è di base in un quartiere di Damasco. Altri esponenti del movimento (terroristico anche per gli Usa, l’Ue e gli altri alleati occidentali) vivono a Beirut, in Libano. I quadri vanno in visita a Teheran, hanno incontrato il presidente iraniano Hassan Rohani, più volte il suo ministro degli Esteri Javad Zarif e i vertici dei pasdaran. Jihad islamica è la longa manus dell’Iran in Palestina, come lo sono i ribelli sciiti houthi in Yemen: una tattica che aumenta l’instabilità e le divisioni tra palestinesi, ma cementa l’influenza di Teheran e la sua pressione ai diretti confini con Israele, come in Libano con gli Hezbollah. La teocrazia sciita, in questo momento debole in Iraq, può così anche rilanciare la sua propaganda di difensore della Palestina in Medio Oriente.

Gaza crisi Jihad islamica Israele Palestina
Gli ultimi raid israeliani nella Striscia di Gaza. GETTY.

LE DIVISIONI TRA I PALESTINESI

In verità a rimetterci più di tutti dalle proxy war sono come sempre i palestinesi. Anche Hamas, presa dalla gestione politica ed economica della Striscia (pessima quanto si vuole ma una realtà), non può più barricarsi nell’intransigenza della guerra a Israele: l’apertura concreta alle prime elezioni dallo scontro con Fatah è un’altra spina nel fianco per Netanyahu. L’iniezione mensile di milioni di dollari dal Qatar – permessa da Israele – alla Striscia è un compromesso accettato dagli islamisti anche a scopo elettorale, per allentare il blocco e migliorare le condizioni di vita dei due milioni di gazawi. Un piano di de-escalation sabotato sistematicamente da Jihad islamica, che dalla comoda collocazione all’opposizione attrae in compenso le frange più estreme e violente dei miliziani di Hamas.

L’unità della Palestina è un tabù per lo Stato ebraico e un freno per la Repubblica islamica

LA MIOPIA DI ISRAELE

Con loro un popolo di delusi, non a torto, della “politica” è richiamato dal movimento armato anti-sistema, soprattutto tra i giovani. Jihad islamica è anche il grimaldello dell’Iran per ridurre il margine di manovra sui palestinesi dell’Egitto (con gli Stati Uniti, mediatore delle crisi di Gaza con tutti i gruppi estremisti), diventato una sponda di Israele e degli arcinemici sauditi. Se il tentativo di organizzare le Legislative, e poi le Presidenziali, nei territori occupati e nella Striscia naufragherà, a gioirne saranno tanto gli israeliani quanto gli iraniani. L’unità della Palestina è un tabù per lo Stato ebraico e un freno per la Repubblica islamica. Ma Jihad islamica è un danno anche per Israele: alla fine dei conti, di questo passo a vincere davvero la guerra dei razzi sarà solo l’Iran.

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Caro Israele, gli omicidi mirati non sono da Stato democratico

È davvero arduo accettare il principio di una sorta di licenza di uccidere qualcuno, in casa propria o al di fuori dei propri confini, rivendicato da Tel Aviv, che ha sempre fatto una bandiera della sua democraticità.

Il cessate il fuoco concordato tra la Jihad islamica e Tel Aviv con la mediazione dell’Egitto e dell’inviato delle Nazioni Unite deve essere accolto positivamente anche se nessuno può davvero sperare che da quest’intesa possa innescarsi un processo di strutturale de-escalation e quindi di stabilizzazione.

Del resto, si attende ancora la conferma dell’intesa proprio da parte israeliana che peraltro penso non mancherà seppure con qualche distinguo che, c’è da augurarsi, non riguardi la parte relativa all’impegno che sarebbe stato preso da Tel Aviv di non ricorrere più agli omicidi mirati.

Questi, che altri chiamano azioni di killeraggio, non sono a mio avviso accettabili; non lo sono rispetto all’esigenza proclamata della prevenzione di atti di terrorismo, soprattuto se se pianificati da mesi come nel caso in esame. Non lo sono neppure se autorizzati all’unanimità dal governo in ragione della «bomba ad orologeria» che sarebbe stata pianifica dalla Jihadh islamica né se collocati nel perimetro scivoloso della cosiddetta «guerra asimmetrica» che la Jihad islamica sta conducendo.

ISRAELE SI SENTE LIBERO DI UCCIDERE E SI VANTA DELLA SUA DEMOCRAZIA

È davvero arduo infatti accettare il principio di una sorta di licenza di uccidere qualcuno, in casa propria o al di fuori dei propri confini, rivendicato da uno Stato che si definisce – e viene riconosciuto come tale – democratico. E soprattutto da uno Stato come Israele che fa una bandiera della sua democraticità anche per marcare la differenza esistente, proprio su questo terreno, con i Paesi vicini. Intendiamoci, da questo giudizio non discende neppure la più tenue legittimazione dei lanci delle decine, decine e decine di missili effettuati per ritorsione da parte da parte delle Brigate al-Quds, il braccio armato della Jihad Islamica.

Bibi Netanyahu, nella logica protesa a rendere problematica l’opera di formazione del governo da parte del rivale Benny Gantz, aveva nominato a sorpresa, a ministro della Difesa il cofondatore de La Nuova Destra Natali Bennett

Una ritorsione del tutto prevedibile da parte di un’organizzazione terroristica che si serve anche dei morti, oltre 30, caduti sotto il fuoco israeliano a fronte delle decine di feriti provocati dai suoi missili in terra israeliana. Prevedibile e certamente messa in conto anche da parte israeliana che evidentemente riteneva di poterne pagare un prezzo sopportabile. Da Bibi Netanyahu in primis che, nella logica protesa a rendere problematica l’opera di formazione del governo da parte del rivale Benny Gantz – al quale resta solo una settimana per raggiungere il traguardo – aveva nominato a sorpresa, poche ore prima, a ministro della Difesa il cofondatore de La Nuova DestraNatali Bennett, affrettatosi ad annunciare misure speciali di sicurezza.

Il cratere formato da un missile.

Poi ha deciso l’intervento missilistico nel convincimento che avrebbe ottenuto il placet del presidente e l’allineamento al suo fianco dello stesso Benny Gantz che non ha esitato ad affermare che il suo partito porrà sempre la sicurezza dei cittadini prima di qualunque cosa. Non sfugge infatti che con queste operazioni – che Netanyahu ha inteso saldare con un dichiarato, complementare intervento da terra, aria e mare – ha voluto dare un significativo segnale politico al Paese; segnale irrobustito dal messaggio che il bersaglio di Tel Aviv era solo la Jihadh e non Hamas che ha in quest’ultimo un concorrente temibile e che sembra mostrare sensibilità ai contatti propiziati anche dal Cairo per ottenere concessioni da Israele e, complessivamente, un abbassamento della conflittualità.

LA TREGUA RIMANE FRAGILISSIMA

Nello stesso tempo Netanyahu ha inteso inviare un inequivoco segnale anche a Teheran, sponsor della Jiadh islamica sia nella striscia di Gaza sia in Siria con l’altro attentato nel quale si è peraltro mancato il bersaglio principale, in un momento in cui l’Iran incontra difficoltà a sostenere i suoi proxies nella regione ma con i quali non intende allentare la presa. E proprio da Teheran che per bocca di Abbas Mousavi, il portavoce del ministero degli Esteri, è venuta la reazione più forte, non solo con la condanna degli attacchi missilistici, bollati come veri e propri crimini di guerra, ma anche con il vigoroso appello alla necessità che Tel Aviv sia perseguita e punita nei tribunali internazionali e con una dura critica «al silenzio e all’inazione» delle organizzazioni e della comunità internazionale contro l’aggressione e gli atti terroristici del regime sionista. Il tutto assortito dell’elogio dell’eroica resistenza del popolo palestinese contro gli «usurpatori».

Il raid israeliano un crimine contro il nostro popolo a Gaza

Abu Mazen, presidente della Palestina

Scontata a questo riguardo la reazione del presidente palestinese Abu Mazen che da Ramallah, in Cisgiordania, ha definito il raid israeliano «un crimine contro il nostro popolo a Gaza», così come la denuncia turca dell’aggressione israeliana. E per contro il sostegno bipartisan espresso nei riguardi Tel Aviv da parte americana (segnatamente da Mike Pence e da Joe Biden) mentre la Ue si è limitata a invitare le parti al contenimento mentre, curiosamente, si pubblicizzava la decisione di imporre la pertinente etichetta sui prodotti provenienti dai territori occupati; decisione avversata da Tel Aviv e naturalmente salutata con favore da parte palestinese (e non solo) come un passo importante nella direzione giusta.

Truppe israeliane.

La tregua raggiunta nelle ultime 24 ore è fragile e non solo perchè il suo annuncio è stato accompagnato da una serie di violazioni da una parte e dall’altra ma anche perché la Jihadh islamica è etero-diretta e non è detto che Teheran voglia favorire un percorso suscettibile di favorire la politica di contrasto israeliano ai proxies iraniani nel quadrante regionale che va da Gaza, per l’appunto, al Libano e alla Siria. Così come non è scontato che Netanyahu non abbia nei suoi calcoli altre azioni di forza. Penso che in ogni caso il bilancio dell’operazione – che è costata 34 morti, e solo da parte palestinese, mentre da parte israeliana si lamentano solo 63 feriti – non rappresenti un incoraggiamento alla pace.

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L’Iran e i suoi missili dietro l’attacco da Gaza su Israele

È la Brigata al Qods dei Pasdaran dell'Iran a definire la strategia e a rifornire di razzi la Jihad islamica palestinese. Un attacco che rischia di riportare la guerra nella Striscia.

Jihad islamica, agli ordini diretti dell’Iran, sta sommergendo il Sud di Israele di razzi diretti da Gaza contro la popolazione civile.

Questa aggressione a freddo a Israele si inserisce non sulle tensioni israelo-palestinesi (è in atto da mesi a Gaza una tregua funzionante tra Hamas e Gerusalemme) ma nella politica di attacco che l’Iran sta dispiegando da tre anni in qua (dopo gli sciagurati accordi sul nucleare voluti da Barack Obama) installando in Siria, in Libano e a Gaza non meno di 3 mila ogive missilistiche e razzi destinati alla «Entità Sionista».

Una politica di usura aggressiva da tutti i territori confinanti con Israele a Nord, a Est e a Sud, che risponde alla strategia degli ayatollah di preparare e avvicinarsi all’obiettivo strategico principale della rivoluzione iraniana, ribadito anche dalla cosiddetta “ala riformista” di Teheran: «Cancellare Israele dalla faccia della terra».

CENTINAIA DI RAZZI DA GAZA VERSO ISRAELE

La gravità di questi attacchi proditori è tale che lo stesso coordinatore speciale dell’Onu per il processo di pace in Medio oriente, Nickolay Mladenov, lo ha nettamente condannato: «Il lancio indiscriminato di razzi e colpi di mortaio contro centri abitati è assolutamente inaccettabile e deve cessare immediatamente. Non ci può essere giustificazione per gli attacchi contro i civili».

Una bimba israeliana di 7 anni è in gravissime condizioni a causa di un infarto evidentemente provocato dal terrore

Più di 400 razzi sono stati lanciati tra martedì 12 e mercoledì 13 novembre da Gaza verso i centri abitati delle cittadine israeliane di Ashkelon e Sderot, il 90% sono stati intercettati dal sistema anti missile israeliano Iron Dome e non si registrano al momento vittime, ma una bimba israeliana di 7 anni è in gravissime condizioni a causa di un infarto evidentemente provocato dal terrore, mentre si trovava in un rifugio.

HAMAS È ESTRANEA ALL’AGGRESSIONE

Il lancio di razzi era iniziato venerdì 8 novembre e la reazione di Israele è stata immediata: con missili guidati ha ucciso lunedì 11 nella sua abitazione a Gaza il capo della Jihad islamica della zona Nord di Gaza Au al Atta e martedì un altro dirigente, Moawad al Ferraj. È fondamentale notare che Hamas, che governa e controlla la Striscia, è estranea a questa demenziale aggressione contro Israele (nulla, dal punto di vista militare, ma devastante per gli israeliani delle zone colpite dal punto di vista umano) che è invece opera della Jihad islamica, un gruppo che è alle dirette dipendenze della Brigata al Qods dei Pasdaran iraniani comandata dal generale Ghassem Suleimaini. Gli stessi Pasdaran riforniscono tramite il Sinai questi razzi, tutti di fabbricazione iraniana, alla Jihad islamica. Israele ha risposto a questa ennesima – e del tutto gratuita – aggressione con bombardamenti di sedi della Jihad islamica nella Striscia che a mercoledì 13 novembre hanno fatto 23 morti tra i suoi militanti.

LA PAURA DI UNA NUOVA GUERRA NELLA STRISCIA

Naturalmente, la preoccupazione maggiore è che questa aggressione irano-palestinese a Israele inneschi una nuova guerra a Gaza, ma Hamas, a oggi, ha dato segno di non avere intenzione di fare saltare la tregua siglata con Israele con la mediazione egiziana e anche se non fa nulla per impedire alla Jihad islamica di continuare la sua provocazione, anche se la “copre” politicamente, si è ben guardata dal fare atti di aggressione diretta contro Israele.

Un dimostrante palestinese.

Il governo israeliano ha per ora preso atto della prudente posizione di Hamas e non ha colpito nessun suo obiettivo a Gaza. Ma la situazione è sul filo del rasoio. Naturalmente, tutte le forze politiche israeliane hanno dato il pieno appoggio alla risposta decisa dal governo – incluse le uccisioni mirate dei dirigenti della Jihad islamica – ma è evidente il riflesso di queste tensioni nella difficile fase della formazione di un governo a Gerusalemme affidata al generale Benny Gantz, dopo il fallimento del tentativo di Bibi Netanyhau.

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Gaza e Israele hanno trovato l’intesa per un nuovo cessate il fuoco

Stop a raid e lanci di razzi dopo la mediazione di Onu ed Egitto. Nella notte nuovo bombardamento di Tel Aviv contro un miliziano della Jihad islamica. E il bilancio delle vittime sale a 34 morti. La situazione.

Pare essere tornata la calma lungo la Striscia. Grazie a una mediazione dell’Egitto è stato infatti raggiunto un accordo per il cessate il fuoco tra Israele e Gaza.

L’intesa è stata confermata anche dalla Jihad islamica. Un suo portavoce, Mussab al-Breim, ha confermato che l’accordo è entrato in vigore nella mattinata del 14 novembre. «L’occupazione (Israele, ndr) ha accettato le condizioni dettate dalla resistenza», ha affermato.

Luce verde alla tregua anche dall’esercito israeliano che ha confermato la fine all’operazione “Cintura nera“, nome in codice con cui le forze armate hanno definito lo scontro di questi giorni. L’esercito ha poi sottolineato di aver raggiunto i suoi obiettivi sferrando «un duro colpo» alla Jihad islamica e alle sue capacità belliche. Ora, ha aggiunto il portavoce militare, citato dai media, il focus sarà rivolto al nord alle minacce degli alleati dell’Iran.

DECISIVA LA MEDIAZIONE DI EGITTO E ONU

L’inviato delle Nazioni Unite nell’area, Nickolay Mladenov ha spiegato che «L’Egitto e l’Onu hanno lavorato duramente per prevenire che la più importante escalation dentro e fuori Gaza arrivasse ad una guerra». Secondo Mladenov «le prossime ore e giorni saranno critiche». «Tutti», ha aggiunto su Twitter, «devono mostrare massimo controllo e fare la loro parte per impedire un bagno di sangue. Il Medio Oriente non ha bisogno di nuove guerre».

TOLTE RESTRIZIONI IN ISRAELE

Tutte le aree di Israele, ad eccezione delle aree attorno alla Striscia, possono tornare alla vita normale e sono ritirate le restrizioni sulle scuole, sugli assembramenti e sulle zone di lavoro. Lo ha annunciato il Fronte del Comando interno di Israele dopo il cessate il fuoco raggiunto tra le parti.

ULTIMI RAID NELLA NOTTE: UCCISE SEI PERSONE

Nella notte un nuovo raid aereo israeliano ha ucciso sei componenti di una famiglia nel centro della Striscia. La radio al-Aqsa di Hamas ha riferito che le vittime includono genitori e figli. Testimoni nella città di Deir al-Balah affermano di aver sentito due esplosioni, seguite dal suono delle sirene delle ambulanze. Secondo la radio militare israeliana, Ramsi Abu Malhus, il capo della famiglia rimasto ucciso a Deir el-Balah, era il comandante dei lanciatori di razzi della Jihad islamica nel settore centrale della Striscia di Gaza. «Negli ultimi giorni, come in passato, aveva partecipato attivamente ai lanci di razzi verso Israele«, ha aggiunto l’emittente.

34 MORTI DALL’INIZIO DEI RAID

Sale così a 34 il numero di palestinesi uccisi nell’escalation della violenza tra Israele e Gaza iniziata con l’uccisione di un comandante della Jihad islamica palestinese con un raid aereo martedì 12 novembre. Tra i morti ci sono 16 miliziani e almeno una donna e tre minori. Secondo il ministero della sanità di Gaza citato dall’agenzia Wafa, il numero dei feriti è di 113.

SIRIENE D’ALLARME LUNGO LA STRISCIA

Nel corso della mattinata le sirene di allarme sono risuonate in Israele, in una località vicina a Gaza. Si sono udite almeno due esplosioni, ha precisato la radio militare. Malgrado le notizie relative ad un accordo di cessate il fuoco, la radio militare ha avvertito che chi abita nella zona deve restare ancora in prossimità di rifugi e di stanze protette.

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Cosa succede tra Gaza e Israele dopo l’esecuzione di Abu al-Ata

Tensione alle stelle tra Tel Aviv e i membri della Jihad Islamica dopo la morte del comandante delle brigate al-Quds. Oltre 200 razzi verso i territori, mentre l'esercito rinforza il confine lungo la Striscia. E Hamas resta in attesa.

Alta tensione in Medio Oriente. L’uccisione nella mattinata del 12 novembre da parte di Israele del comandante militare della Jihad Islamica a Gaza, Baha Abu al-Ata, responsabile di lanci ripetuti di razzi le passate settimane verso lo Stato ebraico, ha immediatamente riacceso il conflitto con la Striscia.

Subito dopo, e per tutta la giornata, oltre 200 razzi sono piovuti su Israele, con le sirene di allarme risuonate anche a Tel Aviv e nel centro del Paese, aeroporto compreso. In serata il bilancio a Gaza era di 10 morti nella Striscia – inclusi Baha Abu al-Ata e sua moglie Asma – e 45 feriti nei raid israeliani contro i miliziani. Raid poi ripresi in serata.

In Israele, dove circa il 90% dei missili è stato intercettato dal sistema di difesa Iron Dome, si contano decine di feriti per le cadute mentre la gente correva nei rifugi. Lo scontro in atto, la Jihad è appoggiata dall’Iran, è il più grave da mesi e gli esiti non sono prevedibili.

LA MINACCIA DI NUOVI ATTENTATI

Da segnalare infatti che la scorsa notte, quasi in contemporanea con i fatti di Gaza, un altro comandante della Jihad Islamica, Akram Ajuri, è stato oggetto a Damasco di un attacco che la stampa siriana ha attribuito agli israeliani. «Israele», ha detto il premier Benyamin Netanyahu al termine di una riunione del Consiglio di difesa, «non vuole un’escalation ma farà tutto il necessario per difendersi. Occorre avere pazienza e freddezza». Poi ha denunciato che «Baha Abu al-Ata era il principale organizzatore di terrorismo a Gaza. Stava per organizzare nuovi attentati. Era una bomba in procinto di esplodere».

LA RABBIA PALESTINESE PRONTA A ESPLODERE

Da parte sua la Jihad, subito dopo l’uccisione di Al-Ata, ha annunciato che la sua reazione «farà tremare l’entità sionista». «Israele», ha accusato Ziad Nahale, uno dei leader della fazione, «ha oltrepassato tutte le linee rosse. Reagiremo con forza». Mentre da Ramallah, in Cisgiordania, il presidente palestinese Abu Mazen ha bollato l’azione di questa mattina come «un crimine israeliano contro il nostro popolo a Gaza».

NUOVI RINFORZI ISRAELIANI LUNGO IL CONFINE

Israele – che ha inviato al confine con la Striscia rinforzi di mezzi blindati, di unità di fanteria e anche ufficiali della riserva – al momento sembra voler tenere fuori dallo scontro Hamas, che pure governa l’enclave palestinese. Per questo ha fatto sapere ai suoi comandanti che se non si unirà al fuoco della Jihad, non colpirà i suoi obiettivi. Ma il leader Ismail Haniyeh ha garantito che «la politica israeliana delle esecuzioni mirate non avrà successo». Le prossime ore saranno dunque decisive per capire se il conflitto si allargherà, mentre l’Egitto sta mediando con l’obiettivo di riportare la calma.

VITA SOSPESA PER GLI ABITANTI DI GAZA

A Gaza intanto la popolazione si è chiusa nelle abitazioni e le strade sono piombate nel buio a causa delle ripetute interruzioni di elettricità. Di fronte ai panifici si sono viste code di persone accorse a fare scorte nella preoccupazione che un’escalation militare con Israele sia questione di ore. Mentre in Israele il Comando militare ha dato disposizioni alla gente di seguire le istruzioni impartite e di stare vicino ai rifugi. Le zone intorno alla Striscia, con in testa Sderot, sono martellate dai razzi e in molte cittadine non lontano dal confine e vicino a Tel Aviv domani le scuole rimarranno chiuse. L’Ue ha affermato che «il lancio di missili sulle popolazioni civili è totalmente inaccettabile e deve immediatamente cessare» e che «una rapida e completa de-escalation è necessaria per salvaguardare la vita e la sicurezza dei civili palestinesi e israeliani».

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La Corte Ue impone l’etichetta sui prodotti dei territori occupati da Israele

I giudici di Lussemburgo hanno stabilito in una sentenza che gli alimenti originari da insediamenti israeliani in Cisgiordania devono recare l'indicazione «di tale provenienza».

L‘etichetta che indichi se i prodotti vengono dai Territori palestinesi occupati da Israele e dalle colonie che Tel Aviv ha creato in Cisgiordania. La corte di Giustizia Ue del Lussemburgo ha stabilito infatti in una sentenza che gli alimenti originari dei territori occupati dallo Stato di Israele «devono recare l’indicazione del loro territorio di origine accompagnata, nel caso in cui provengano da un insediamento israeliano all’interno di detto territorio, dall’indicazione di tale provenienza».

RISCHIO È TRARRE IN INGANNO I CONSUMATORI

La Corte ha scritto che «il Paese di origine o il luogo di provenienza di un alimento deve essere indicato qualora l’omissione di una simile indicazione possa indurre in errore i consumatori, facendo pensare loro che tale alimento abbia un paese di origine o un luogo di provenienza diverso dal suo paese di origine o dal suo luogo di provenienza reale». L’indicazione, in sostanza, «non deve essere ingannevole».

«I TERRITORI HANNO DIVERSO STATUS»

I giudici, secondo una nota diffusa dalla stessa corte, hanno precisato che «il fatto di apporre su alcuni alimenti l’indicazione secondo cui lo Stato di Israele è il loro ‘paese d’origine’, mentre tali alimenti sono in realtà originari di territori che dispongono ciascuno di uno statuto internazionale proprio e distinto da quello di tale Stato, che sono occupati
da quest’ultimo e soggetti a una sua giurisdizione limitata, in quanto potenza occupante ai sensi del diritto internazionale umanitario, rientrerebbe nella fattispecie delle indicazioni ingannevoli. O, secondo le parole della Corte, trarrebbe «in inganno» i consumatori europei.

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Israele, la corsa a ostacoli di Gantz per formare un governo

Dopo il fallimento di Netanyahu, il cerino passa all'ex generale che tenta la strada di un esecutivo di minoranza. Ma l'accordo con gli arabi è complicato. In caso non riuscisse nell'impresa si tornerebbe per la terza volta al voto. Lo scenario.

Israele si prepara al terzo voto anticipato in meno di un anno. La prospettiva non è rassicurante, ma è la più probabile dopo la manifesta impossibilità di Benjamin Bibi Netanyahu di creare un nuovo governo. Dal premier uscente – e premier dal 2009 – la palla è passata al generale Benny Gantz.

La sua nuova lista Blu e bianco, schizzata a primo partito in pochi mesi, rappresenterebbe un rinnovamento per Israele. Il guaio risaputo è che neanche la coalizione liberal-nazionalista formata – con frammenti del Labor, del Likud e delle sigle centriste in estinzione – dall’ex comandante dei raid su Gaza ha da sola una maggioranza. Solo un seggio (34) la stacca dal Likud (33) di Netanyahu nella Knesset. Per un governo di minoranza, al generale dagli occhi di ghiaccio serve l’appoggio esterno della Joint List degli arabo-israeliani (13 seggi) e della lista Yisrael Beiteinu di Avigdor Lieberman. Oltre che del Labor e dell’Unione democratica (5), di Verdi ed ex socialisti. Ma la sinistra araba punta dritta al voto.

Il leader della Joint List araba Ayman Odeh, artefice del successo alle ultime Legislative in Israele. GETTY.

ARABI IN TESTA ALL’OPPOSIZIONE

Un governo Gantz tenuto in piedi a corrente alternata dagli opposti schieramenti sarebbe fragilissimo. Tanto più che l’ultranazionalista Lieberman, ex falco dei governi Netanyahu e suo killer, non ne vuol sapere di avere lo stesso peso politico della lista unita araba. E viceversa: i tre eletti di Balat, uno dei quattro partiti del cartello tra arabo-israeliani foriero del successo delle ultime elezioni, sono contrari all’appoggio esterno. E anche al brillante loro leader Ayman Odeh conviene andare ancora voto: la disponibilità a discutere il sostegno con Gantz c’è, ma la priorità per la Joint List è capitalizzare il consenso tra gli arabi che compongono il 21% della popolazione israeliana. Il loro ritorno alle urne – grazie a una lista unita – è stata la sorpresa delle Legislative del 17 settembre 2019. Al 13% (in prospettiva anche di più), con un esecutivo di unità nazionale tra Blu e Bianco e il Likud, la lista araba spiccherebbe come primo partito di opposizione – che in Israele ha l’accesso ai dossier dell’intelligence interna. Vale la pena compromettersi con l’elettorato palestinese per la mano tesa a Gantz?

UN BIBI DI TROPPO PER LA GRANDE COALIZIONE

Incontri di Blu e Bianco sono in corso anche con Odeh, ma la strada è molto complicata. Anche per un governo di unità nazionale: le premesse, nei programmi dei due principali partiti, sono molte. Ma Gantz ha posto come condizione, anche in campagna elettorale, l’uscita di scena di Netanyahu da capo del partito e come premier nella rotazione. I malpancisti del Likud, dopo alcuni fuoriusciti verso Bianco e Blu, non sono abbastanza per estromettere il primo ministro più longevo di Israele: Bibi dispone di uno zoccolo duro e anche lui, a questo punto, potrebbe far fallire le consultazioni aperte dal capo di Stato Reuven Rivlin. Il mandato esplorativo gli era stato dato per primo, perché forte di un sostegno parlamentare più esteso grazie agli alleati ultraortodossi (16 seggi di Shas e Giudaismo unito nella Torah) e della lista di ultradestra Yamina (7 seggi). Ma Netanyahu ha dovuto prendere atto del fallimento del suo disegno di formare un nuovo esecutivo, a causa soprattutto della flessione del Likud. E di Potere ebraico rimasto fuori dalla Knesset.

Israele crisi governo Gantz Netanyahu elezioni
Benjamin Netanyahu, primo ministro di Israele dal 2009. GETTY.

DELL’INCRIMINAZIONE

A Bibi serviva un governo a settembre come scudo alle incriminazioni per corruzione e abuso di potere che potrebbero arrivare a breve (dopo le udienze preliminari di ottobre) da parte del procuratore generale Avichai Mandelblit, tutt’altro che amico. L’intera campagna elettorale si è giocata sulle pendenze penali che inseguono ormai da anni Netanyahu: arabo-israeliani, Bianco e Blu, e anche Lieberman si sono ricompattati contro il «governo dell’immunità». A questo punto il leader del Likud con un sostegno ancora discreto nel partito può solo sperare in un verdetto morbido del magistrato e – nel frattempo – nel fallimento annunciato di Gantz nelle consultazioni, che potrebbe far sgonfiare il consenso rapidamente accumulato da Blu e Bianco. Il generale che si professa ora sionista di sinistra, e che si è alleato con i centristi di Yair Lapid, sarebbe preferito (46%) dagli israeliani a Netanyahu (40%) come premier, almeno stando agli ultimi sondaggi diffusi a fine ottobre dalle tivù israeliane. Ma i partiti restano inchiodati alle percentuali delle Legislative di aprile e di settembre 2019.

LE DEADLINE PER IL VOTO NEL 2020

L’incriminazione di Netanyahu entro dicembre sbloccherebbe la grave paralisi politico-istituzionale: in Israele diventerebbe possibile un governo di unità nazionale libero da Bibi. Ma il tempo stringe: il leader di Blu e Bianco ha 28 giorni per formare un esecutivo. Alla deadline del 21 novembre, senza una quadra la Knesset avrà l’autorità per proporre entro 21 giorni un suo candidato: la nuova scadenza potrebbe cadere il 22 dicembre. Ma già all’inizio del mese è atteso il verdetto del procuratore generale su Netanyahu. Sulla proposta parlamentare del candidato, il presidente della Repubblica potrà dare altri 14 giorni per tentare di formare un esecutivo sul nome presentato, se ritiene vi siano i presupposti. Al fallimento anche della Knesset di formare un governo, l’assemblea verrà sciolta. Nuove Legislative anticipate, in un caso o nell’altro, potranno allora cadere o alla metà o alla fine di marzo 2020. Con o senza Netanyahu, sarà l’incertezza più lunga vissuta dalla democrazia israeliana. 

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Le tensioni tra Israele e Giordania e gli arresti incrociati

Amman ha ritirato l'ambasciatore da Tel Aviv per protestare contro la detenzione di due cittadini. Fermato anche un israeliano nei pressi della Valle del Giordano.

A pochi giorni dai 25 anni del Trattato di pace, Israele e Giordania sono in piena crisi diplomatica. Amman ha annunciato il richiamo in patria per consultazioni dell’ambasciatore Ghassan al-Majali in protesta contro la detenzione «numana e illegale» nello Stato ebraico di due cittadini giordani, Heba Labadi e Abdulrahman Miri. Il ministro degli Esteri hashemita, Ayman Safadi, ha detto che questo è «un primo passo» e che la Giordania ritiene «Israele pienamente responsabile delle vite dei nostri cittadini».

LE CONDIZIONI DI SALUTE DEI DUE DETENUTI

Labadi – 32 anni e di discendenza palestinese – è agli arresti amministrativi in Israele (detenzione senza formali accuse) dallo scorso 20 agosto quando fu fermata al valico di frontiera di Allenby. Lo scorso ottobre lo Shin Bet (sicurezza interna di Israele) ha detto che la ragazza è trattenuta «nel sospetto del suo coinvolgimento in gravi violazioni della sicurezza» ma senza ulteriori precisazioni. Labadi è in sciopero della fame nel carcere di Haifa da 36 giorni e – secondo il ‘Club dei prigionieri’, organizzazione palestinese che si occupa dei detenuti – la sua salute si è deteriorata al punto da essere stata ricoverata varie volte in ospedale. Anche per l’altro detenuto, Abdulrahman Miri, fermato lo scorso settembre sempre al valico di Allenby, la Giordania ha denunciato condizioni di salute precarie.

FERMATO UN CITTADINO ISRAELIANO NELLA VALLE DEL GIORDANO

Il ministro Ayman Safadi ha annunciato anche che è stato arrestato un cittadino israeliano «entrato clandestinamente nel territorio» del regno nella Valle del Giordano. Lo riporta l’agenzia ufficiale Petra. Il portavoce del ministero Sufian al-Qudah ha sostenuto che le autorità stanno indagando per poi inviare l’uomo «alle autorità competenti per le necessarie misure legali».

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Libano, contro Hariri le proteste dell’unità nazionale

Divisi da 15 anni di guerra civile e da 30 di malgoverno, giovani e donne del Paese dei Cedri protestano in massa contro i settarismi e gli sperperi dei clan al governo. Un milione per le manifestazioni più grandi dall’indipendenza.

Un quarto della popolazione libanese manifesta per le proteste più grandi che si ricordino dall’indipendenza nel 1943. Da una settimana oltre 1 milione di cittadini invade le piazze e le strade di tutte le città della piccola repubblica mediorientale, presidiate dalla polizia e dall’esercito: Beirut, Tripoli, Tiro, Sidone, anche la Valle della Bekaa e i centri minori sono tornati caldi. Due dimostranti sono morti, decine i feriti: si è arrivati a degli scontri con le forze dell’ordine per liberare le strade da cortei per la grande maggioranza pacifici. La memoria corre ai 15 anni di guerra civile tra il 1975 e il 1990, alle macerie lungo la green line e ai nuovi bombardamenti israeliani su Beirut del 2006. Non potrebbe essere altrimenti: è il Libano che torna polveriera. Ma stavolta accade qualcosa di unico. La gente per strada rifiuta le divisioni tra maroniti, sciiti, sunniti, drusi e tra le altre 14 confessioni ufficiali che hanno fatto la storia cruenta del Libano e continuano a regolarne la politica. Le dimostrazioni sono tra libanesi «uniti contro tutti i partiti, per liberare dai ladri il Paese». Rifiutano etichette, distinzioni religiose e sociali dello Stato confessionale. In uno strano clima tra l’euforia per il risveglio collettivo e il presagio della tempesta.

Libano proteste governo 2019
Uno dei simboli delle proteste è la bandiera nazionale del Libano, prova di unità dei dimostranti. GETTY.

LA MOLLA DI WHATSAPP

La molla è stata la tassa su Whatsapp tentata dal governo Hariri per ripianare la voragine del debito pubblico al 153% e del deficit di bilancio all’8% del Pil. I 20 centesimi di prelievo al giorno alla prima chiamata sulla app di messaggistica, che i libanesi usano per aggirare le tariffe telefoniche tra le più care della regione, sono stati subito bloccati dal governo. Il premier Saad Hariri ha anche promesso di non aumentare altre tasse (si parlava di un aumento graduale dell’Iva all’11% e del prezzo della benzina) e 160 milioni di dollari in nuovi finanziamenti per i mutui e l’housing sociale.

In Libano governa un’oligarchia di ex capimilizie della guerra e dei loro eredi

Anche schierando l’esercito si spera di far rientrare le proteste come già, gli anni passati, quelle sulla crisi dei rifiuti. Ma i libanesi stavolta sembrano fare ancora più sul serio: contestano l’austerity a questo punto indispensabile ma anche le politiche del debito di anni di sprechi. Il passo indietro su Whatsapp, dicono, è «arrivato troppo tardi». Senza un «ricambio di tutta la classe dirigente» con una «nuova legge elettorale» e «nuove elezioni», non cambierà niente.

DA 30 ANNI POLITICHE DIVISIVE

Le giovani coppie raccontano che dalla guerra non si è «mai vissuto bene». Non si protesta contro il regime perché in Libano non c’è un regime da abbattere. Ma un’oligarchia di ex capimilizie della guerra e dei loro eredi diventati leader di partito che lucrano sull’immobilismo della politica. A 30 anni dalla fine delle ostilità non c’è una rete organizzata di trasporti pubblici, urbana ed extraurbana. La capitale non ha un parco condiviso, anche a causa della speculazione edilizia, gli scogli delle Corniche sono invasi dal cemento e dai rifiuti. Come il mare dagli scarichi inquinanti: in tutto il Libano si può balneare ormai solo in costosi resort privati. La raccolta dell’immondizia non è strutturata ed è affidata a società che rispondono a interessi privati, collegate alle fazioni dei partiti che si spartiscono i quartieri di Beirut e le aree del Paese. L’elettricità, l’acqua e Internet saltano tutti i giorni. Come in Giordania, da anni esplodono sistematicamente proteste per contro il malgoverno e per la carenza servizi. Ma mai così erano corali e contagiose tra la popolazione.

Libano proteste governo 2019
Molti giovani, e molte donne, alle manifestazioni in Libano contro il governo. GETTY.

LA RESILIENZA DAL 2011

I cortei si erano smorzati anche nel 2011. Durante le Primavere arabe il Libano non era esploso, al contrario dei regimi nella regione araba e mediorientale, e da allora è con la Giordania la casa di milioni di profughi. Anche il grande sforzo per l’accoglienza ha aggravato lo stato economico del Paese che Cedri, riuscito finora a galleggiare sull’instabilità interna, le pressioni alla frontiera con Israele e la guerra in Siria davanti alla Valle della Bekaa.

Il simbolo delle proteste è la bandiera nazionale del Libano, prova di unità

Il Libano ha retto per le attività finanziarie e per i business, vivaci perché non è povero sebbene brilli per ineguaglianza sociale (secondo l’ultimo rapporto Onu, l’1% possiede il 25% del totale del reddito nazionale), e per il peso militare e politico guadagnato da Hezbollah. Le milizie create dall’Iran – e diventate il partito collante dei governi di unità nazionale – sono riconosciute anche da Israele come la maggiore minaccia alla sua esistenza. Un arsenale stimato di oltre 100 mila missili. E uomini a terra che, respinta l’invasione del 2006, dal 2011 si sono fatti le ossa in Siria con l’esercito di Bashar al Assad.

GIOVANI E DONNE UNITI

Hezbollah punta il dito su sobillatori stranieri per le proteste. L’esercito ha bloccato auto mandate dai miliziani sciiti contro la folla. Eppure il Partito di Dio che ha finito per allearsi con i cristiano-maroniti beneficerebbe più di tutti della caduta di Hariri e di nuove elezioni: il Sud del Libano e i quartieri sciiti di Beirut vivono dell’assistenzialismo di Hezbollah, protetti dalle loro forze. Uno scenario da evitare, che metterebbe a repentaglio la precaria democrazia libanese, consegnandola all’asse autoritario sciita che dall’Iran ha allargato la sfera di influenza all’Iraq e alla Siria. Un altro pericolo è che, se sfoceranno in rivolte, i disordini si propaghino in Giordania, Egitto, Iraq destabilizzando ancora il Medio Oriente. Ma non si può impedire ai libanesi di chiedere la fine degli ultimi governi forzosi, partoriti dopo mesi di consultazioni, senza maggioranze nette e con la solita spartizione tra capi sciiti, sunniti e maroniti. Il simbolo delle proteste è la bandiera nazionale, prova di unità: «Tutti insieme per la dignità e il futuro dei nostri figli» gridano a Beirut tanti giovani. E tante donne.

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