Chi sono e a chi fanno comodo i terroristi di Jihad islamica

Gli estremisti della Striscia di Gaza sono manovrati da Teheran per destabilizzare Tel Aviv. Che a sua volta li sfrutta per indebolire Hamas. Gli unici sconfitti, così, sono i palestinesi.

Follow the rockets, segui i razzi. La crisi nella Striscia di Gaza è esplosa in settimane cruciali per i governi che, direttamente o indirettamente, sono coinvolti nello scontro. Hamas e l’Autorità nazionale palestinese (Anp), che dal 2007 si spartiscono conflittualmente il controllo nell’ordine dell’enclave e dei territori della Cisgiordania, concertano per tornare al voto insieme dopo anni, a febbraio 2020. In Israele si tenta fino all’11 dicembre di formare un governo, finora invano, pena la chiamata straordinaria, per la terza volta da aprile 2019, degli elettori alle urne. L’Iran, attore esterno-chiave, deve fronteggiare le improvvise rivolte a catena nei Paesi che di fatto controlla: l’Iraq e, attraverso il partito e le milizie di Hezbollah, anche il Libano ormai. Al centro del triangolo tra Israele, Palestina e Iran ci sono i razzi dei terroristi di Jihad islamica.

IL SEGNALE DI “BIBI”

L’attacco mirato israeliano che all’alba del 12 novembre ha ucciso a Gaza il capo militare di Jihad islamica della zona Nord della Striscia, Baha Abu al Ata (considerato la mente degli ultimi attacchi contro Israele) e la moglie, ha avuto il disco verde a orologeria del premier israeliano Benjamin “Bibi” Netanyahu mentre il rivale Benny Gantz tenta a fatica di comporre una maggioranza. È assai probabile che, come già “Bibi”, fallisca nell’impresa: trovare la quadra per un appoggio esterno della Lista unita araba sarà molto più difficile, dopo le centinaia di razzi piovuti su Israele in rappresaglia, e dopo gli oltre 30 morti tra i palestinesi per la risposta israeliana. Per Ganz sarà imbarazzante continuare a trattare, per la Lista araba quasi impossibile. Tanto più che Ganz per i palestinesi è l’ex comandante delle guerre su Gaza.

Gaza crisi Jihad islamica Israele Palestina
Il comandante di Jihad islamica Baha Abu al Ata, ucciso da Israele nella Striscia di Gaza. GETTYT.

L’ARSENALE DI JIHAD ISLAMICA

Con l’omicidio di al Ata (e poche ore dopo da quello dell’altro comandante Moawad al Ferraj) in compenso Netanyahu ha dato un segnale forte a chi, nel suo elettorato, vorrebbe un’altra guerra contro la Striscia, e da tempo lo taccia di mollezza verso gli aggressori. Quest’anno i razzi di Jihad islamica hanno lambito Tel Aviv, beffando lo scudo antimissile. La guerra si è evitata perché anche Hamas ha cambiato strategia: per Israele il pericolo più grande ora viene dal movimento estremista minore, ma più direttamente manovrato dall’Iran. Fondato nel 1981, Jihad islamica è addestrata, finanziata e armata dai pasdaran con un arsenale che gli israeliani stimano aver raggiunto la portata di quello di Hamas: gran parte dei razzi sono piccoli e autoprodotti, ma alcuni percorrono 50 miglia. Non per niente il 12 novembre un missile israeliano ha colpito, ferendolo, anche un capo militare di Jihad islamica in Siria.

Jihad islamica è la longa manus dell’Iran in Palestina, come lo sono i ribelli sciiti houthi in Yemen

LA GUERRA PER PROCURA IRANIANA

Akram al Ajouri, considerato l’anello tra Jihad islamica e l’Iran, è di base in un quartiere di Damasco. Altri esponenti del movimento (terroristico anche per gli Usa, l’Ue e gli altri alleati occidentali) vivono a Beirut, in Libano. I quadri vanno in visita a Teheran, hanno incontrato il presidente iraniano Hassan Rohani, più volte il suo ministro degli Esteri Javad Zarif e i vertici dei pasdaran. Jihad islamica è la longa manus dell’Iran in Palestina, come lo sono i ribelli sciiti houthi in Yemen: una tattica che aumenta l’instabilità e le divisioni tra palestinesi, ma cementa l’influenza di Teheran e la sua pressione ai diretti confini con Israele, come in Libano con gli Hezbollah. La teocrazia sciita, in questo momento debole in Iraq, può così anche rilanciare la sua propaganda di difensore della Palestina in Medio Oriente.

Gaza crisi Jihad islamica Israele Palestina
Gli ultimi raid israeliani nella Striscia di Gaza. GETTY.

LE DIVISIONI TRA I PALESTINESI

In verità a rimetterci più di tutti dalle proxy war sono come sempre i palestinesi. Anche Hamas, presa dalla gestione politica ed economica della Striscia (pessima quanto si vuole ma una realtà), non può più barricarsi nell’intransigenza della guerra a Israele: l’apertura concreta alle prime elezioni dallo scontro con Fatah è un’altra spina nel fianco per Netanyahu. L’iniezione mensile di milioni di dollari dal Qatar – permessa da Israele – alla Striscia è un compromesso accettato dagli islamisti anche a scopo elettorale, per allentare il blocco e migliorare le condizioni di vita dei due milioni di gazawi. Un piano di de-escalation sabotato sistematicamente da Jihad islamica, che dalla comoda collocazione all’opposizione attrae in compenso le frange più estreme e violente dei miliziani di Hamas.

L’unità della Palestina è un tabù per lo Stato ebraico e un freno per la Repubblica islamica

LA MIOPIA DI ISRAELE

Con loro un popolo di delusi, non a torto, della “politica” è richiamato dal movimento armato anti-sistema, soprattutto tra i giovani. Jihad islamica è anche il grimaldello dell’Iran per ridurre il margine di manovra sui palestinesi dell’Egitto (con gli Stati Uniti, mediatore delle crisi di Gaza con tutti i gruppi estremisti), diventato una sponda di Israele e degli arcinemici sauditi. Se il tentativo di organizzare le Legislative, e poi le Presidenziali, nei territori occupati e nella Striscia naufragherà, a gioirne saranno tanto gli israeliani quanto gli iraniani. L’unità della Palestina è un tabù per lo Stato ebraico e un freno per la Repubblica islamica. Ma Jihad islamica è un danno anche per Israele: alla fine dei conti, di questo passo a vincere davvero la guerra dei razzi sarà solo l’Iran.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Caro Israele, gli omicidi mirati non sono da Stato democratico

È davvero arduo accettare il principio di una sorta di licenza di uccidere qualcuno, in casa propria o al di fuori dei propri confini, rivendicato da Tel Aviv, che ha sempre fatto una bandiera della sua democraticità.

Il cessate il fuoco concordato tra la Jihad islamica e Tel Aviv con la mediazione dell’Egitto e dell’inviato delle Nazioni Unite deve essere accolto positivamente anche se nessuno può davvero sperare che da quest’intesa possa innescarsi un processo di strutturale de-escalation e quindi di stabilizzazione.

Del resto, si attende ancora la conferma dell’intesa proprio da parte israeliana che peraltro penso non mancherà seppure con qualche distinguo che, c’è da augurarsi, non riguardi la parte relativa all’impegno che sarebbe stato preso da Tel Aviv di non ricorrere più agli omicidi mirati.

Questi, che altri chiamano azioni di killeraggio, non sono a mio avviso accettabili; non lo sono rispetto all’esigenza proclamata della prevenzione di atti di terrorismo, soprattuto se se pianificati da mesi come nel caso in esame. Non lo sono neppure se autorizzati all’unanimità dal governo in ragione della «bomba ad orologeria» che sarebbe stata pianifica dalla Jihadh islamica né se collocati nel perimetro scivoloso della cosiddetta «guerra asimmetrica» che la Jihad islamica sta conducendo.

ISRAELE SI SENTE LIBERO DI UCCIDERE E SI VANTA DELLA SUA DEMOCRAZIA

È davvero arduo infatti accettare il principio di una sorta di licenza di uccidere qualcuno, in casa propria o al di fuori dei propri confini, rivendicato da uno Stato che si definisce – e viene riconosciuto come tale – democratico. E soprattutto da uno Stato come Israele che fa una bandiera della sua democraticità anche per marcare la differenza esistente, proprio su questo terreno, con i Paesi vicini. Intendiamoci, da questo giudizio non discende neppure la più tenue legittimazione dei lanci delle decine, decine e decine di missili effettuati per ritorsione da parte da parte delle Brigate al-Quds, il braccio armato della Jihad Islamica.

Bibi Netanyahu, nella logica protesa a rendere problematica l’opera di formazione del governo da parte del rivale Benny Gantz, aveva nominato a sorpresa, a ministro della Difesa il cofondatore de La Nuova Destra Natali Bennett

Una ritorsione del tutto prevedibile da parte di un’organizzazione terroristica che si serve anche dei morti, oltre 30, caduti sotto il fuoco israeliano a fronte delle decine di feriti provocati dai suoi missili in terra israeliana. Prevedibile e certamente messa in conto anche da parte israeliana che evidentemente riteneva di poterne pagare un prezzo sopportabile. Da Bibi Netanyahu in primis che, nella logica protesa a rendere problematica l’opera di formazione del governo da parte del rivale Benny Gantz – al quale resta solo una settimana per raggiungere il traguardo – aveva nominato a sorpresa, poche ore prima, a ministro della Difesa il cofondatore de La Nuova DestraNatali Bennett, affrettatosi ad annunciare misure speciali di sicurezza.

Il cratere formato da un missile.

Poi ha deciso l’intervento missilistico nel convincimento che avrebbe ottenuto il placet del presidente e l’allineamento al suo fianco dello stesso Benny Gantz che non ha esitato ad affermare che il suo partito porrà sempre la sicurezza dei cittadini prima di qualunque cosa. Non sfugge infatti che con queste operazioni – che Netanyahu ha inteso saldare con un dichiarato, complementare intervento da terra, aria e mare – ha voluto dare un significativo segnale politico al Paese; segnale irrobustito dal messaggio che il bersaglio di Tel Aviv era solo la Jihadh e non Hamas che ha in quest’ultimo un concorrente temibile e che sembra mostrare sensibilità ai contatti propiziati anche dal Cairo per ottenere concessioni da Israele e, complessivamente, un abbassamento della conflittualità.

LA TREGUA RIMANE FRAGILISSIMA

Nello stesso tempo Netanyahu ha inteso inviare un inequivoco segnale anche a Teheran, sponsor della Jiadh islamica sia nella striscia di Gaza sia in Siria con l’altro attentato nel quale si è peraltro mancato il bersaglio principale, in un momento in cui l’Iran incontra difficoltà a sostenere i suoi proxies nella regione ma con i quali non intende allentare la presa. E proprio da Teheran che per bocca di Abbas Mousavi, il portavoce del ministero degli Esteri, è venuta la reazione più forte, non solo con la condanna degli attacchi missilistici, bollati come veri e propri crimini di guerra, ma anche con il vigoroso appello alla necessità che Tel Aviv sia perseguita e punita nei tribunali internazionali e con una dura critica «al silenzio e all’inazione» delle organizzazioni e della comunità internazionale contro l’aggressione e gli atti terroristici del regime sionista. Il tutto assortito dell’elogio dell’eroica resistenza del popolo palestinese contro gli «usurpatori».

Il raid israeliano un crimine contro il nostro popolo a Gaza

Abu Mazen, presidente della Palestina

Scontata a questo riguardo la reazione del presidente palestinese Abu Mazen che da Ramallah, in Cisgiordania, ha definito il raid israeliano «un crimine contro il nostro popolo a Gaza», così come la denuncia turca dell’aggressione israeliana. E per contro il sostegno bipartisan espresso nei riguardi Tel Aviv da parte americana (segnatamente da Mike Pence e da Joe Biden) mentre la Ue si è limitata a invitare le parti al contenimento mentre, curiosamente, si pubblicizzava la decisione di imporre la pertinente etichetta sui prodotti provenienti dai territori occupati; decisione avversata da Tel Aviv e naturalmente salutata con favore da parte palestinese (e non solo) come un passo importante nella direzione giusta.

Truppe israeliane.

La tregua raggiunta nelle ultime 24 ore è fragile e non solo perchè il suo annuncio è stato accompagnato da una serie di violazioni da una parte e dall’altra ma anche perché la Jihadh islamica è etero-diretta e non è detto che Teheran voglia favorire un percorso suscettibile di favorire la politica di contrasto israeliano ai proxies iraniani nel quadrante regionale che va da Gaza, per l’appunto, al Libano e alla Siria. Così come non è scontato che Netanyahu non abbia nei suoi calcoli altre azioni di forza. Penso che in ogni caso il bilancio dell’operazione – che è costata 34 morti, e solo da parte palestinese, mentre da parte israeliana si lamentano solo 63 feriti – non rappresenti un incoraggiamento alla pace.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

L’Iran e i suoi missili dietro l’attacco da Gaza su Israele

È la Brigata al Qods dei Pasdaran dell'Iran a definire la strategia e a rifornire di razzi la Jihad islamica palestinese. Un attacco che rischia di riportare la guerra nella Striscia.

Jihad islamica, agli ordini diretti dell’Iran, sta sommergendo il Sud di Israele di razzi diretti da Gaza contro la popolazione civile.

Questa aggressione a freddo a Israele si inserisce non sulle tensioni israelo-palestinesi (è in atto da mesi a Gaza una tregua funzionante tra Hamas e Gerusalemme) ma nella politica di attacco che l’Iran sta dispiegando da tre anni in qua (dopo gli sciagurati accordi sul nucleare voluti da Barack Obama) installando in Siria, in Libano e a Gaza non meno di 3 mila ogive missilistiche e razzi destinati alla «Entità Sionista».

Una politica di usura aggressiva da tutti i territori confinanti con Israele a Nord, a Est e a Sud, che risponde alla strategia degli ayatollah di preparare e avvicinarsi all’obiettivo strategico principale della rivoluzione iraniana, ribadito anche dalla cosiddetta “ala riformista” di Teheran: «Cancellare Israele dalla faccia della terra».

CENTINAIA DI RAZZI DA GAZA VERSO ISRAELE

La gravità di questi attacchi proditori è tale che lo stesso coordinatore speciale dell’Onu per il processo di pace in Medio oriente, Nickolay Mladenov, lo ha nettamente condannato: «Il lancio indiscriminato di razzi e colpi di mortaio contro centri abitati è assolutamente inaccettabile e deve cessare immediatamente. Non ci può essere giustificazione per gli attacchi contro i civili».

Una bimba israeliana di 7 anni è in gravissime condizioni a causa di un infarto evidentemente provocato dal terrore

Più di 400 razzi sono stati lanciati tra martedì 12 e mercoledì 13 novembre da Gaza verso i centri abitati delle cittadine israeliane di Ashkelon e Sderot, il 90% sono stati intercettati dal sistema anti missile israeliano Iron Dome e non si registrano al momento vittime, ma una bimba israeliana di 7 anni è in gravissime condizioni a causa di un infarto evidentemente provocato dal terrore, mentre si trovava in un rifugio.

HAMAS È ESTRANEA ALL’AGGRESSIONE

Il lancio di razzi era iniziato venerdì 8 novembre e la reazione di Israele è stata immediata: con missili guidati ha ucciso lunedì 11 nella sua abitazione a Gaza il capo della Jihad islamica della zona Nord di Gaza Au al Atta e martedì un altro dirigente, Moawad al Ferraj. È fondamentale notare che Hamas, che governa e controlla la Striscia, è estranea a questa demenziale aggressione contro Israele (nulla, dal punto di vista militare, ma devastante per gli israeliani delle zone colpite dal punto di vista umano) che è invece opera della Jihad islamica, un gruppo che è alle dirette dipendenze della Brigata al Qods dei Pasdaran iraniani comandata dal generale Ghassem Suleimaini. Gli stessi Pasdaran riforniscono tramite il Sinai questi razzi, tutti di fabbricazione iraniana, alla Jihad islamica. Israele ha risposto a questa ennesima – e del tutto gratuita – aggressione con bombardamenti di sedi della Jihad islamica nella Striscia che a mercoledì 13 novembre hanno fatto 23 morti tra i suoi militanti.

LA PAURA DI UNA NUOVA GUERRA NELLA STRISCIA

Naturalmente, la preoccupazione maggiore è che questa aggressione irano-palestinese a Israele inneschi una nuova guerra a Gaza, ma Hamas, a oggi, ha dato segno di non avere intenzione di fare saltare la tregua siglata con Israele con la mediazione egiziana e anche se non fa nulla per impedire alla Jihad islamica di continuare la sua provocazione, anche se la “copre” politicamente, si è ben guardata dal fare atti di aggressione diretta contro Israele.

Un dimostrante palestinese.

Il governo israeliano ha per ora preso atto della prudente posizione di Hamas e non ha colpito nessun suo obiettivo a Gaza. Ma la situazione è sul filo del rasoio. Naturalmente, tutte le forze politiche israeliane hanno dato il pieno appoggio alla risposta decisa dal governo – incluse le uccisioni mirate dei dirigenti della Jihad islamica – ma è evidente il riflesso di queste tensioni nella difficile fase della formazione di un governo a Gerusalemme affidata al generale Benny Gantz, dopo il fallimento del tentativo di Bibi Netanyhau.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Gaza e Israele hanno trovato l’intesa per un nuovo cessate il fuoco

Stop a raid e lanci di razzi dopo la mediazione di Onu ed Egitto. Nella notte nuovo bombardamento di Tel Aviv contro un miliziano della Jihad islamica. E il bilancio delle vittime sale a 34 morti. La situazione.

Pare essere tornata la calma lungo la Striscia. Grazie a una mediazione dell’Egitto è stato infatti raggiunto un accordo per il cessate il fuoco tra Israele e Gaza.

L’intesa è stata confermata anche dalla Jihad islamica. Un suo portavoce, Mussab al-Breim, ha confermato che l’accordo è entrato in vigore nella mattinata del 14 novembre. «L’occupazione (Israele, ndr) ha accettato le condizioni dettate dalla resistenza», ha affermato.

Luce verde alla tregua anche dall’esercito israeliano che ha confermato la fine all’operazione “Cintura nera“, nome in codice con cui le forze armate hanno definito lo scontro di questi giorni. L’esercito ha poi sottolineato di aver raggiunto i suoi obiettivi sferrando «un duro colpo» alla Jihad islamica e alle sue capacità belliche. Ora, ha aggiunto il portavoce militare, citato dai media, il focus sarà rivolto al nord alle minacce degli alleati dell’Iran.

DECISIVA LA MEDIAZIONE DI EGITTO E ONU

L’inviato delle Nazioni Unite nell’area, Nickolay Mladenov ha spiegato che «L’Egitto e l’Onu hanno lavorato duramente per prevenire che la più importante escalation dentro e fuori Gaza arrivasse ad una guerra». Secondo Mladenov «le prossime ore e giorni saranno critiche». «Tutti», ha aggiunto su Twitter, «devono mostrare massimo controllo e fare la loro parte per impedire un bagno di sangue. Il Medio Oriente non ha bisogno di nuove guerre».

TOLTE RESTRIZIONI IN ISRAELE

Tutte le aree di Israele, ad eccezione delle aree attorno alla Striscia, possono tornare alla vita normale e sono ritirate le restrizioni sulle scuole, sugli assembramenti e sulle zone di lavoro. Lo ha annunciato il Fronte del Comando interno di Israele dopo il cessate il fuoco raggiunto tra le parti.

ULTIMI RAID NELLA NOTTE: UCCISE SEI PERSONE

Nella notte un nuovo raid aereo israeliano ha ucciso sei componenti di una famiglia nel centro della Striscia. La radio al-Aqsa di Hamas ha riferito che le vittime includono genitori e figli. Testimoni nella città di Deir al-Balah affermano di aver sentito due esplosioni, seguite dal suono delle sirene delle ambulanze. Secondo la radio militare israeliana, Ramsi Abu Malhus, il capo della famiglia rimasto ucciso a Deir el-Balah, era il comandante dei lanciatori di razzi della Jihad islamica nel settore centrale della Striscia di Gaza. «Negli ultimi giorni, come in passato, aveva partecipato attivamente ai lanci di razzi verso Israele«, ha aggiunto l’emittente.

34 MORTI DALL’INIZIO DEI RAID

Sale così a 34 il numero di palestinesi uccisi nell’escalation della violenza tra Israele e Gaza iniziata con l’uccisione di un comandante della Jihad islamica palestinese con un raid aereo martedì 12 novembre. Tra i morti ci sono 16 miliziani e almeno una donna e tre minori. Secondo il ministero della sanità di Gaza citato dall’agenzia Wafa, il numero dei feriti è di 113.

SIRIENE D’ALLARME LUNGO LA STRISCIA

Nel corso della mattinata le sirene di allarme sono risuonate in Israele, in una località vicina a Gaza. Si sono udite almeno due esplosioni, ha precisato la radio militare. Malgrado le notizie relative ad un accordo di cessate il fuoco, la radio militare ha avvertito che chi abita nella zona deve restare ancora in prossimità di rifugi e di stanze protette.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Cosa succede tra Gaza e Israele dopo l’esecuzione di Abu al-Ata

Tensione alle stelle tra Tel Aviv e i membri della Jihad Islamica dopo la morte del comandante delle brigate al-Quds. Oltre 200 razzi verso i territori, mentre l'esercito rinforza il confine lungo la Striscia. E Hamas resta in attesa.

Alta tensione in Medio Oriente. L’uccisione nella mattinata del 12 novembre da parte di Israele del comandante militare della Jihad Islamica a Gaza, Baha Abu al-Ata, responsabile di lanci ripetuti di razzi le passate settimane verso lo Stato ebraico, ha immediatamente riacceso il conflitto con la Striscia.

Subito dopo, e per tutta la giornata, oltre 200 razzi sono piovuti su Israele, con le sirene di allarme risuonate anche a Tel Aviv e nel centro del Paese, aeroporto compreso. In serata il bilancio a Gaza era di 10 morti nella Striscia – inclusi Baha Abu al-Ata e sua moglie Asma – e 45 feriti nei raid israeliani contro i miliziani. Raid poi ripresi in serata.

In Israele, dove circa il 90% dei missili è stato intercettato dal sistema di difesa Iron Dome, si contano decine di feriti per le cadute mentre la gente correva nei rifugi. Lo scontro in atto, la Jihad è appoggiata dall’Iran, è il più grave da mesi e gli esiti non sono prevedibili.

LA MINACCIA DI NUOVI ATTENTATI

Da segnalare infatti che la scorsa notte, quasi in contemporanea con i fatti di Gaza, un altro comandante della Jihad Islamica, Akram Ajuri, è stato oggetto a Damasco di un attacco che la stampa siriana ha attribuito agli israeliani. «Israele», ha detto il premier Benyamin Netanyahu al termine di una riunione del Consiglio di difesa, «non vuole un’escalation ma farà tutto il necessario per difendersi. Occorre avere pazienza e freddezza». Poi ha denunciato che «Baha Abu al-Ata era il principale organizzatore di terrorismo a Gaza. Stava per organizzare nuovi attentati. Era una bomba in procinto di esplodere».

LA RABBIA PALESTINESE PRONTA A ESPLODERE

Da parte sua la Jihad, subito dopo l’uccisione di Al-Ata, ha annunciato che la sua reazione «farà tremare l’entità sionista». «Israele», ha accusato Ziad Nahale, uno dei leader della fazione, «ha oltrepassato tutte le linee rosse. Reagiremo con forza». Mentre da Ramallah, in Cisgiordania, il presidente palestinese Abu Mazen ha bollato l’azione di questa mattina come «un crimine israeliano contro il nostro popolo a Gaza».

NUOVI RINFORZI ISRAELIANI LUNGO IL CONFINE

Israele – che ha inviato al confine con la Striscia rinforzi di mezzi blindati, di unità di fanteria e anche ufficiali della riserva – al momento sembra voler tenere fuori dallo scontro Hamas, che pure governa l’enclave palestinese. Per questo ha fatto sapere ai suoi comandanti che se non si unirà al fuoco della Jihad, non colpirà i suoi obiettivi. Ma il leader Ismail Haniyeh ha garantito che «la politica israeliana delle esecuzioni mirate non avrà successo». Le prossime ore saranno dunque decisive per capire se il conflitto si allargherà, mentre l’Egitto sta mediando con l’obiettivo di riportare la calma.

VITA SOSPESA PER GLI ABITANTI DI GAZA

A Gaza intanto la popolazione si è chiusa nelle abitazioni e le strade sono piombate nel buio a causa delle ripetute interruzioni di elettricità. Di fronte ai panifici si sono viste code di persone accorse a fare scorte nella preoccupazione che un’escalation militare con Israele sia questione di ore. Mentre in Israele il Comando militare ha dato disposizioni alla gente di seguire le istruzioni impartite e di stare vicino ai rifugi. Le zone intorno alla Striscia, con in testa Sderot, sono martellate dai razzi e in molte cittadine non lontano dal confine e vicino a Tel Aviv domani le scuole rimarranno chiuse. L’Ue ha affermato che «il lancio di missili sulle popolazioni civili è totalmente inaccettabile e deve immediatamente cessare» e che «una rapida e completa de-escalation è necessaria per salvaguardare la vita e la sicurezza dei civili palestinesi e israeliani».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La Corte Ue impone l’etichetta sui prodotti dei territori occupati da Israele

I giudici di Lussemburgo hanno stabilito in una sentenza che gli alimenti originari da insediamenti israeliani in Cisgiordania devono recare l'indicazione «di tale provenienza».

L‘etichetta che indichi se i prodotti vengono dai Territori palestinesi occupati da Israele e dalle colonie che Tel Aviv ha creato in Cisgiordania. La corte di Giustizia Ue del Lussemburgo ha stabilito infatti in una sentenza che gli alimenti originari dei territori occupati dallo Stato di Israele «devono recare l’indicazione del loro territorio di origine accompagnata, nel caso in cui provengano da un insediamento israeliano all’interno di detto territorio, dall’indicazione di tale provenienza».

RISCHIO È TRARRE IN INGANNO I CONSUMATORI

La Corte ha scritto che «il Paese di origine o il luogo di provenienza di un alimento deve essere indicato qualora l’omissione di una simile indicazione possa indurre in errore i consumatori, facendo pensare loro che tale alimento abbia un paese di origine o un luogo di provenienza diverso dal suo paese di origine o dal suo luogo di provenienza reale». L’indicazione, in sostanza, «non deve essere ingannevole».

«I TERRITORI HANNO DIVERSO STATUS»

I giudici, secondo una nota diffusa dalla stessa corte, hanno precisato che «il fatto di apporre su alcuni alimenti l’indicazione secondo cui lo Stato di Israele è il loro ‘paese d’origine’, mentre tali alimenti sono in realtà originari di territori che dispongono ciascuno di uno statuto internazionale proprio e distinto da quello di tale Stato, che sono occupati
da quest’ultimo e soggetti a una sua giurisdizione limitata, in quanto potenza occupante ai sensi del diritto internazionale umanitario, rientrerebbe nella fattispecie delle indicazioni ingannevoli. O, secondo le parole della Corte, trarrebbe «in inganno» i consumatori europei.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Israele, la corsa a ostacoli di Gantz per formare un governo

Dopo il fallimento di Netanyahu, il cerino passa all'ex generale che tenta la strada di un esecutivo di minoranza. Ma l'accordo con gli arabi è complicato. In caso non riuscisse nell'impresa si tornerebbe per la terza volta al voto. Lo scenario.

Israele si prepara al terzo voto anticipato in meno di un anno. La prospettiva non è rassicurante, ma è la più probabile dopo la manifesta impossibilità di Benjamin Bibi Netanyahu di creare un nuovo governo. Dal premier uscente – e premier dal 2009 – la palla è passata al generale Benny Gantz.

La sua nuova lista Blu e bianco, schizzata a primo partito in pochi mesi, rappresenterebbe un rinnovamento per Israele. Il guaio risaputo è che neanche la coalizione liberal-nazionalista formata – con frammenti del Labor, del Likud e delle sigle centriste in estinzione – dall’ex comandante dei raid su Gaza ha da sola una maggioranza. Solo un seggio (34) la stacca dal Likud (33) di Netanyahu nella Knesset. Per un governo di minoranza, al generale dagli occhi di ghiaccio serve l’appoggio esterno della Joint List degli arabo-israeliani (13 seggi) e della lista Yisrael Beiteinu di Avigdor Lieberman. Oltre che del Labor e dell’Unione democratica (5), di Verdi ed ex socialisti. Ma la sinistra araba punta dritta al voto.

Il leader della Joint List araba Ayman Odeh, artefice del successo alle ultime Legislative in Israele. GETTY.

ARABI IN TESTA ALL’OPPOSIZIONE

Un governo Gantz tenuto in piedi a corrente alternata dagli opposti schieramenti sarebbe fragilissimo. Tanto più che l’ultranazionalista Lieberman, ex falco dei governi Netanyahu e suo killer, non ne vuol sapere di avere lo stesso peso politico della lista unita araba. E viceversa: i tre eletti di Balat, uno dei quattro partiti del cartello tra arabo-israeliani foriero del successo delle ultime elezioni, sono contrari all’appoggio esterno. E anche al brillante loro leader Ayman Odeh conviene andare ancora voto: la disponibilità a discutere il sostegno con Gantz c’è, ma la priorità per la Joint List è capitalizzare il consenso tra gli arabi che compongono il 21% della popolazione israeliana. Il loro ritorno alle urne – grazie a una lista unita – è stata la sorpresa delle Legislative del 17 settembre 2019. Al 13% (in prospettiva anche di più), con un esecutivo di unità nazionale tra Blu e Bianco e il Likud, la lista araba spiccherebbe come primo partito di opposizione – che in Israele ha l’accesso ai dossier dell’intelligence interna. Vale la pena compromettersi con l’elettorato palestinese per la mano tesa a Gantz?

UN BIBI DI TROPPO PER LA GRANDE COALIZIONE

Incontri di Blu e Bianco sono in corso anche con Odeh, ma la strada è molto complicata. Anche per un governo di unità nazionale: le premesse, nei programmi dei due principali partiti, sono molte. Ma Gantz ha posto come condizione, anche in campagna elettorale, l’uscita di scena di Netanyahu da capo del partito e come premier nella rotazione. I malpancisti del Likud, dopo alcuni fuoriusciti verso Bianco e Blu, non sono abbastanza per estromettere il primo ministro più longevo di Israele: Bibi dispone di uno zoccolo duro e anche lui, a questo punto, potrebbe far fallire le consultazioni aperte dal capo di Stato Reuven Rivlin. Il mandato esplorativo gli era stato dato per primo, perché forte di un sostegno parlamentare più esteso grazie agli alleati ultraortodossi (16 seggi di Shas e Giudaismo unito nella Torah) e della lista di ultradestra Yamina (7 seggi). Ma Netanyahu ha dovuto prendere atto del fallimento del suo disegno di formare un nuovo esecutivo, a causa soprattutto della flessione del Likud. E di Potere ebraico rimasto fuori dalla Knesset.

Israele crisi governo Gantz Netanyahu elezioni
Benjamin Netanyahu, primo ministro di Israele dal 2009. GETTY.

DELL’INCRIMINAZIONE

A Bibi serviva un governo a settembre come scudo alle incriminazioni per corruzione e abuso di potere che potrebbero arrivare a breve (dopo le udienze preliminari di ottobre) da parte del procuratore generale Avichai Mandelblit, tutt’altro che amico. L’intera campagna elettorale si è giocata sulle pendenze penali che inseguono ormai da anni Netanyahu: arabo-israeliani, Bianco e Blu, e anche Lieberman si sono ricompattati contro il «governo dell’immunità». A questo punto il leader del Likud con un sostegno ancora discreto nel partito può solo sperare in un verdetto morbido del magistrato e – nel frattempo – nel fallimento annunciato di Gantz nelle consultazioni, che potrebbe far sgonfiare il consenso rapidamente accumulato da Blu e Bianco. Il generale che si professa ora sionista di sinistra, e che si è alleato con i centristi di Yair Lapid, sarebbe preferito (46%) dagli israeliani a Netanyahu (40%) come premier, almeno stando agli ultimi sondaggi diffusi a fine ottobre dalle tivù israeliane. Ma i partiti restano inchiodati alle percentuali delle Legislative di aprile e di settembre 2019.

LE DEADLINE PER IL VOTO NEL 2020

L’incriminazione di Netanyahu entro dicembre sbloccherebbe la grave paralisi politico-istituzionale: in Israele diventerebbe possibile un governo di unità nazionale libero da Bibi. Ma il tempo stringe: il leader di Blu e Bianco ha 28 giorni per formare un esecutivo. Alla deadline del 21 novembre, senza una quadra la Knesset avrà l’autorità per proporre entro 21 giorni un suo candidato: la nuova scadenza potrebbe cadere il 22 dicembre. Ma già all’inizio del mese è atteso il verdetto del procuratore generale su Netanyahu. Sulla proposta parlamentare del candidato, il presidente della Repubblica potrà dare altri 14 giorni per tentare di formare un esecutivo sul nome presentato, se ritiene vi siano i presupposti. Al fallimento anche della Knesset di formare un governo, l’assemblea verrà sciolta. Nuove Legislative anticipate, in un caso o nell’altro, potranno allora cadere o alla metà o alla fine di marzo 2020. Con o senza Netanyahu, sarà l’incertezza più lunga vissuta dalla democrazia israeliana. 

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Le tensioni tra Israele e Giordania e gli arresti incrociati

Amman ha ritirato l'ambasciatore da Tel Aviv per protestare contro la detenzione di due cittadini. Fermato anche un israeliano nei pressi della Valle del Giordano.

A pochi giorni dai 25 anni del Trattato di pace, Israele e Giordania sono in piena crisi diplomatica. Amman ha annunciato il richiamo in patria per consultazioni dell’ambasciatore Ghassan al-Majali in protesta contro la detenzione «numana e illegale» nello Stato ebraico di due cittadini giordani, Heba Labadi e Abdulrahman Miri. Il ministro degli Esteri hashemita, Ayman Safadi, ha detto che questo è «un primo passo» e che la Giordania ritiene «Israele pienamente responsabile delle vite dei nostri cittadini».

LE CONDIZIONI DI SALUTE DEI DUE DETENUTI

Labadi – 32 anni e di discendenza palestinese – è agli arresti amministrativi in Israele (detenzione senza formali accuse) dallo scorso 20 agosto quando fu fermata al valico di frontiera di Allenby. Lo scorso ottobre lo Shin Bet (sicurezza interna di Israele) ha detto che la ragazza è trattenuta «nel sospetto del suo coinvolgimento in gravi violazioni della sicurezza» ma senza ulteriori precisazioni. Labadi è in sciopero della fame nel carcere di Haifa da 36 giorni e – secondo il ‘Club dei prigionieri’, organizzazione palestinese che si occupa dei detenuti – la sua salute si è deteriorata al punto da essere stata ricoverata varie volte in ospedale. Anche per l’altro detenuto, Abdulrahman Miri, fermato lo scorso settembre sempre al valico di Allenby, la Giordania ha denunciato condizioni di salute precarie.

FERMATO UN CITTADINO ISRAELIANO NELLA VALLE DEL GIORDANO

Il ministro Ayman Safadi ha annunciato anche che è stato arrestato un cittadino israeliano «entrato clandestinamente nel territorio» del regno nella Valle del Giordano. Lo riporta l’agenzia ufficiale Petra. Il portavoce del ministero Sufian al-Qudah ha sostenuto che le autorità stanno indagando per poi inviare l’uomo «alle autorità competenti per le necessarie misure legali».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Libano, contro Hariri le proteste dell’unità nazionale

Divisi da 15 anni di guerra civile e da 30 di malgoverno, giovani e donne del Paese dei Cedri protestano in massa contro i settarismi e gli sperperi dei clan al governo. Un milione per le manifestazioni più grandi dall’indipendenza.

Un quarto della popolazione libanese manifesta per le proteste più grandi che si ricordino dall’indipendenza nel 1943. Da una settimana oltre 1 milione di cittadini invade le piazze e le strade di tutte le città della piccola repubblica mediorientale, presidiate dalla polizia e dall’esercito: Beirut, Tripoli, Tiro, Sidone, anche la Valle della Bekaa e i centri minori sono tornati caldi. Due dimostranti sono morti, decine i feriti: si è arrivati a degli scontri con le forze dell’ordine per liberare le strade da cortei per la grande maggioranza pacifici. La memoria corre ai 15 anni di guerra civile tra il 1975 e il 1990, alle macerie lungo la green line e ai nuovi bombardamenti israeliani su Beirut del 2006. Non potrebbe essere altrimenti: è il Libano che torna polveriera. Ma stavolta accade qualcosa di unico. La gente per strada rifiuta le divisioni tra maroniti, sciiti, sunniti, drusi e tra le altre 14 confessioni ufficiali che hanno fatto la storia cruenta del Libano e continuano a regolarne la politica. Le dimostrazioni sono tra libanesi «uniti contro tutti i partiti, per liberare dai ladri il Paese». Rifiutano etichette, distinzioni religiose e sociali dello Stato confessionale. In uno strano clima tra l’euforia per il risveglio collettivo e il presagio della tempesta.

Libano proteste governo 2019
Uno dei simboli delle proteste è la bandiera nazionale del Libano, prova di unità dei dimostranti. GETTY.

LA MOLLA DI WHATSAPP

La molla è stata la tassa su Whatsapp tentata dal governo Hariri per ripianare la voragine del debito pubblico al 153% e del deficit di bilancio all’8% del Pil. I 20 centesimi di prelievo al giorno alla prima chiamata sulla app di messaggistica, che i libanesi usano per aggirare le tariffe telefoniche tra le più care della regione, sono stati subito bloccati dal governo. Il premier Saad Hariri ha anche promesso di non aumentare altre tasse (si parlava di un aumento graduale dell’Iva all’11% e del prezzo della benzina) e 160 milioni di dollari in nuovi finanziamenti per i mutui e l’housing sociale.

In Libano governa un’oligarchia di ex capimilizie della guerra e dei loro eredi

Anche schierando l’esercito si spera di far rientrare le proteste come già, gli anni passati, quelle sulla crisi dei rifiuti. Ma i libanesi stavolta sembrano fare ancora più sul serio: contestano l’austerity a questo punto indispensabile ma anche le politiche del debito di anni di sprechi. Il passo indietro su Whatsapp, dicono, è «arrivato troppo tardi». Senza un «ricambio di tutta la classe dirigente» con una «nuova legge elettorale» e «nuove elezioni», non cambierà niente.

DA 30 ANNI POLITICHE DIVISIVE

Le giovani coppie raccontano che dalla guerra non si è «mai vissuto bene». Non si protesta contro il regime perché in Libano non c’è un regime da abbattere. Ma un’oligarchia di ex capimilizie della guerra e dei loro eredi diventati leader di partito che lucrano sull’immobilismo della politica. A 30 anni dalla fine delle ostilità non c’è una rete organizzata di trasporti pubblici, urbana ed extraurbana. La capitale non ha un parco condiviso, anche a causa della speculazione edilizia, gli scogli delle Corniche sono invasi dal cemento e dai rifiuti. Come il mare dagli scarichi inquinanti: in tutto il Libano si può balneare ormai solo in costosi resort privati. La raccolta dell’immondizia non è strutturata ed è affidata a società che rispondono a interessi privati, collegate alle fazioni dei partiti che si spartiscono i quartieri di Beirut e le aree del Paese. L’elettricità, l’acqua e Internet saltano tutti i giorni. Come in Giordania, da anni esplodono sistematicamente proteste per contro il malgoverno e per la carenza servizi. Ma mai così erano corali e contagiose tra la popolazione.

Libano proteste governo 2019
Molti giovani, e molte donne, alle manifestazioni in Libano contro il governo. GETTY.

LA RESILIENZA DAL 2011

I cortei si erano smorzati anche nel 2011. Durante le Primavere arabe il Libano non era esploso, al contrario dei regimi nella regione araba e mediorientale, e da allora è con la Giordania la casa di milioni di profughi. Anche il grande sforzo per l’accoglienza ha aggravato lo stato economico del Paese che Cedri, riuscito finora a galleggiare sull’instabilità interna, le pressioni alla frontiera con Israele e la guerra in Siria davanti alla Valle della Bekaa.

Il simbolo delle proteste è la bandiera nazionale del Libano, prova di unità

Il Libano ha retto per le attività finanziarie e per i business, vivaci perché non è povero sebbene brilli per ineguaglianza sociale (secondo l’ultimo rapporto Onu, l’1% possiede il 25% del totale del reddito nazionale), e per il peso militare e politico guadagnato da Hezbollah. Le milizie create dall’Iran – e diventate il partito collante dei governi di unità nazionale – sono riconosciute anche da Israele come la maggiore minaccia alla sua esistenza. Un arsenale stimato di oltre 100 mila missili. E uomini a terra che, respinta l’invasione del 2006, dal 2011 si sono fatti le ossa in Siria con l’esercito di Bashar al Assad.

GIOVANI E DONNE UNITI

Hezbollah punta il dito su sobillatori stranieri per le proteste. L’esercito ha bloccato auto mandate dai miliziani sciiti contro la folla. Eppure il Partito di Dio che ha finito per allearsi con i cristiano-maroniti beneficerebbe più di tutti della caduta di Hariri e di nuove elezioni: il Sud del Libano e i quartieri sciiti di Beirut vivono dell’assistenzialismo di Hezbollah, protetti dalle loro forze. Uno scenario da evitare, che metterebbe a repentaglio la precaria democrazia libanese, consegnandola all’asse autoritario sciita che dall’Iran ha allargato la sfera di influenza all’Iraq e alla Siria. Un altro pericolo è che, se sfoceranno in rivolte, i disordini si propaghino in Giordania, Egitto, Iraq destabilizzando ancora il Medio Oriente. Ma non si può impedire ai libanesi di chiedere la fine degli ultimi governi forzosi, partoriti dopo mesi di consultazioni, senza maggioranze nette e con la solita spartizione tra capi sciiti, sunniti e maroniti. Il simbolo delle proteste è la bandiera nazionale, prova di unità: «Tutti insieme per la dignità e il futuro dei nostri figli» gridano a Beirut tanti giovani. E tante donne.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Alle nuove elezioni in Israele Netanyahu teme il capolinea

Il premier ha ancora meno alleati per formare un esecutivo. Lieberman pronto al colpo di grazia. Shaked e Bennett in odore di tradimento. Così si va verso l'ingovernabilità.

Il 17 settembre 2019 Benjamin “Bibi” Netanyahu torna alle elezioni senza cartucce in canna. Nessuno ha voglia di votare ancora, non c’è sorpresa nemmeno per la novità di un voto così ravvicinato, per la prima volta il secondo in un anno in Israele. Tutti – inclusi i candidati – sanno che non è cambiato nulla rispetto al 9 aprile scorso, se non in peggio.

LEGGI ANCHE: Netanyahu promette di annettere la Valle del Giordano

La campagna è stata sottotono, si teme un’alta astensione, è per forza di cose che si devono rifare le Legislative. Da quelle dell’ultima primavera Netanyahu è diventato il premier più longevo di Israele (battendo i 14 anni di mandato di Ben Gurion). Ma come prolungamento dell’incarico del Netanyahu IV. Non con un nuovo esecutivo che l’ex ministro alla Difesa Avigdor Lieberman, sua eterna spina nel fianco ormai, gli ha negato. L’alleanza del blocco a destra, messo insieme per le elezioni, è franata alla prima, prevedibile querelle sulla leva obbligatoria per tutti tra gli ultraortodossi (esentati e contrari) e gli ultrasionisti laici (favorevoli) di Lieberman. 

Israele elezioni settembre 2019 Netanyahu
L’ex ministro della Difesa Avigdor Lieberman, leader di Yisrael Beiteinu, decisivo alle elezioni in Israele. GETTY.

ANCORA TESTA A TESTA CON GANZ

Netanyahu era tra i due, e si è dovuto arrendere. A Lieberman si deve la crisi di governo che, nel 2018, proprio a causa delle sue dimissioni portò al primo voto anticipato del 2019. Ed è probabile che il medesimo poi non aspettasse altro, per vendetta oltre che per convinzioni personali, che di far naufragare il Netanyahu V. Ieri come oggi: il problema è lo stesso. Tanto più che Lieberman alla nuova tornata ha firmato un accordo per la cessione dei voti in eccesso (insufficienti per ottenere un seggio in più), come permette il sistema elettorale israeliano, del suo piccolo partito Yisrael Beiteinu, non al Likud di Netanyahu, ma agli avversari della coalizione centrista Blu-bianco Benny Gantz e Yair Lapid. Come ad aprile, secondo i sondaggi i due schieramenti si contendono la vittoria con un testa a testa: circa il 26% dei voti e 35 seggi ciascuno (dei 120 della Knesset), forse qualche decina di migliaia di preferenze in più ancora racimolate dal Likud. Peccato che in Israele non governi chi prende più voti, ma chi forma una maggioranza.

Il premier Netanyahu trascorre gli ultimi giorni della corsa elettorale a ingraziarsi l’elettorato russo-israeliano

IL FATTORE LIEBERMAN. E RUSSO

Nel 2009 fu la leader di Kadima Tzipi Livni a vincere, sulla carta, le Legislative. Ma senza abbastanza alleati – come Netanyahu 10 anni dopo – fu poi il Likud di “Bibi” a imbracciare il timone di una lunga stagione di governo. Per la stessa ragione l’exploit della nuova lista di Gantz e Lapid del 2019 è a questo punto irrilevante ai fini di un nuovo esecutivo. Per formarlo o affossarlo serve piuttosto Yisrael Beiteinu, e in Israele sono in tanti ormai a pensare che Lieberman si appresti a sferrare il colpo di grazia a “Bibi”. Tra le variabili del nuovo voto anticipato, la sua è la più pericolosa: non a caso il premier trascorre gli ultimi giorni della corsa elettorale a ingraziarsi l’elettorato russo-israeliano. Tra il milione e mezzo di ebrei arrivati dalla Russia in Israele (il russo è la terza lingua dopo l’ebraico e l’arabo) ha il suo bacino elettorale il colono Lieberman, originario della Moldavia. Ogni voto per Netanyahu è vitale, specie quelli dell’ex amico: ed eccolo spendersi a promettere pensioni agli immigrati dall’Urss, visitare l’Ucraina e, si dice, presto Mosca.

Israele elezioni settembre 2019 Netanyahu
Un manifesto elettorale con il leader del Likud, Benjamin Netanyahu, e il presidente russo Vladimir Putin. GETTY.

TRUMP SGONFIA L’IRAN. E “BIBI”.

Il premier israeliano ha bisogno di stringere la mano a Vladimir Putin, per compensare la frenata di Donald Trump sull’Iran. Più che riconoscere Gerusalemme e il Golan territori esclusivi israeliani, e rompere l’accordo sul nucleare con Teheran, il tycoon alla Casa Bianca non poteva. Ma ha sbagliato i tempi, anche per il suo presunto nuovo piano di pace con la Palestina: fino a dopo il voto, Netanyahu non si è potuto impegnare a prendere posizioni su una questione così scivolosa. Meglio continuare, senza suscitare entusiasmi, a predicare l’annessione della Cisgiordania per far felici coloni sionisti e ortodossi. Ma con all’orizzonte le Presidenziali negli Usa del 2020, Trump non può più rimandare un qualche risultato in politica estera: lo spiraglio aperto a G7 di Biarritz, in Francia, per un incontro con il presidente iraniano Hassan Rohani, e nuove trattative, è stato un altro colpo alla corsa arrancante di “Bibi”. E carburante per l’estremismo di Lieberman, per muovere la guerra all’Iran come il falco americano John Bolton.

LE MANOVRE DI SHAKED E BENNETT

Un’altra guerra nella Striscia è al contrario quanto di più cerca di evitare Netanyahu. I raid su Gaza, e contro la Siria e il Libano, in risposta ai razzi lanciati da Hezbollah, sono frizioni: innalzare la tensione mostrando i muscoli fa comodo a molti, ma di più a nessuno. Il no a una nuova operazione militare contro Hamas fu un altro dei motivi di scontro tra Netanyahu e Lieberman. Il primo non è dato conoscerlo, ma risalirebbe alla convivenza nel Likud, negli Anni 90, quando Netanyahu aveva scelto Lieberman come direttore generale del partito e, poi, del primo gabinetto. Già allora i rapporti si sarebbero incrinati, come poi quelli, dal 2006, tra Netanyahu e l’allora capo del suo ufficio, la zarina dell’ultradestra Ayelet Shaked e il braccio destra Naftali Bennett, poi leader di Casa ebraica. È nota anche l’ambizione dei due a sfilare la leadership al premier, che sente aria complotto con Lieberman. Se anche alle urne le manovre di Shaked e Bennett per un’alleanza di ultradestra dovessero rivelarsi un flop, “Bibi” potrebbe trovarsi comunque solo. Al capolinea.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Scambio di missili e raid tra Gaza e Israele

Lancio di razzi dalla Striscia verso Ashdod con immediata risposta dell'aviazione di Tel Aviv che ha colpito obiettivi di Hamas. Netanyahu, nella zona per un comizio, costretto a entrare in un rifugio.

Due razzi sono stati lanciati nella serata del 10 settembre da Gaza verso le zone israeliane a ridosso della Striscia dove poco prima sono risuonate le sirene di allarme. Lo ha detto il portavoce militare spiegando che entrambi sono stati intercettati dal sistema di difesa antimissili Iron Dome. Un appuntamento elettorale del premier Benyamin Netanyahu in corso in quel momento ad Ashdod, non lontano da Gaza, è stato subito interrotto al risuonare delle sirene ed il primo ministro allontanato.

SITI PALESTINESI IN FESTA PER NETANYAHU NEI RIFUGI

Diversi siti palestinesi hanno pubblicato con evidenza e frasi di compiacimento le immagini del premier israeliano riprese durante l’interruzione di un comizio del Likud ad Ashdod in seguito al lancio dei razzi. «L’uomo più potente del Medio Oriente costretto a fuggire», ha affermato uno dei siti islamici che elogia le milizie di Gaza. In genere le visite di Netanyahu vicino ai confini di Israele sono protette dalla censura e sono rese pubbliche solo al loro termine. Ma l’intervento di Ashdod è stato trasmesso in diretta dalla pagina Facebook del Likud. Non è dunque escluso, ha affermato la stampa israeliana, che quel comizio sia stato notato anche a Gaza mentre si stava svolgendo.

COLPITI 15 OBIETTIVI DI HAMAS

Dopo il lancio da Gaza verso Ashdod e Ashkelon (nel sud del paese) l’aviazione israeliana, ha riferito un portavoce militare, ha colpito «15 obiettivi della organizzazione terroristica Hamas», fra cui un «tunnel offensivo».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Netanyahu: «Se vinco le elezioni annetterò la Valle del Giordano»

Il premier uscente ha detto che in caso di rielezione estenderà il controllo di Israele lungo il confini orientali e sulla Cisgiordania.

«Se sarò eletto nuovo premier di Israele la mia intenzione e quella del nuovo governo è quella di estendere la sovranità israeliana alla Valle del Giordano e alla sponda nord del Mar Morto». Lo ha detto il premier Benyamin Netanyahu chiedendo su questo «un mandato» agli elettori ad una settimana dal voto. «Quello», ha aggiunto, «diventerà il confine orientale di Israele». «Questo passo», ha aggiunto, «le condizioni sono già mature».

SOVRANITÁ ANCHE SULLA CISGIORDANIA

«Chiedo», ha continuato Netanyahu, «il mandato a estendere la sovranità israeliana a tutti gli insediamenti ebraici in Cisgiordania». Il premier uscente ha spiegato che se sarà confermato alla guida del Paese l’estensione avverrà «in coordinamento con gli Usa» e dopo che il presidente Trump «avrà presentato il suo piano di pace». Il piano dell’amministrazione Trump noto come l’ “Accordo del secolo”, ha anticipato Netanyahu, «sarà presentato alcuni giorni dopo le elezioni israeliane» del 17 settembre. «È dietro l’angolo. Si tratta di una grande sfida, ma anche di una grande opportunità, di una occasione storica ed unica per estendere la sovranità israeliana agli insediamenti ebraici in GiudeaSamaria», ossia in Cisgiordania. «La questione», ha proseguito, «è chi debba condurre le trattative con Trump. Starà agli elettori stabilire se vogliano me, oppure la coppia GantzLapid», che guida il partito centrista Blu-Bianco.

OLP: «COSÌ SI SEPPELLISCE OGNI SPERANZA DI PACE»

«Se al premier Benyamin Netanyahu sarà consentito di attuare i suoi piani di annessione, seppellirà ogni speranza di pace tra israeliani e palestinesi», è stato il commento su Twitter del segretario dell’Olp, Saeb Erekat, secondo cui gli israeliani e la comunità internazionale «devono fermare questa follia».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it