Riad mostra i presunti droni iraniani usati contro le raffinerie

L'Arabia Saudita accusa: «Ecco i 18 aerei senza pilota e i sette missili Cruise fabbricati da Teheran e usati nei raid». E Trump annuncia nuove sanzioni.

L’Arabia Saudita punta il dito contro l’Iran per gli attacchi alle raffinerie del 14 settembre 2019. I militari hanno mostrato in una conferenza stampa a Riad missili Cruise e droni che sarebbero stati utilizzati nel corso dei raid rivendicati dai ribelli yemeniti houthi, affermando che siano di fabbricazione iraniana.

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«I 18 DRONI E I 7 MISSILI CRUISE NON VENGONO DALLO YEMEN»

Il colonnello saudita Turki al Maliki ha mostrato dati, immagini e reperti che indicherebbero che i 18 droni e i 7 missili Cruise mostrati alla stampa non vengano dallo Yemen ma da Nord. E che l’attacco, quindi, sia stato «sponsorizzato» da Teheran. L’alto ufficiale ha poi alzato il tiro: «Siamo testimoni di un chiaro aumento dell’aggressività iraniana. Questo non è un attacco contro Aramco o l’Arabia Saudita ma contro la comunità internazionale, l’intera economia mondiale e il commercio globale».

NON SI SA DA DOVE SIA PARTITO L’ATTACCO. E TRUMP ANNUNCIA SANZIONI

L’esercito ha anche parlato di due tattiche differenti negli assalti alle raffinerie: contro quella di Abqaiq, la più grande del mondo, sarebbero stati usati droni mentre quella di Khurais sarebbe stata colpita da 4 missili, più altri tre recuperati nel deserto. L’esercito saudita, ha detto ancora il colonnello al Maliki, non è per ora in grado di stabilire con precisione da dove sia partito l’attacco, che ha una dinamica molto simile ad episodi simili avvenuti il 14 maggio 2019 contro le cittadine di Afif e Dawadmi. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, intanto, ha annunciato nuove sanzioni contro l’Iran.

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L’attacco ai siti petroliferi sauditi e le tensioni Usa-Iran

Sul tappeto restano ancora molti interrogativi. E, soprattutto, pesa la contraddittorietà di Washington e Teheran.

Sarebbe un errore lasciare cadere nell’ombra la vicenda dell’attacco ai siti petroliferi dell’Arabia saudita per sprofondare di nuovo nel labirinto della politica nazionale. Restano infatti sul tappeto non pochi interrogativi che attendono risposte e, soprattutto, si sta avvicinando a grandi passi l’Assemblea generale dell’Onu che potrebbe segnare uno spartiacque nel dibattito sull’accordo nucleare iraniano che tanto peso esercita nella dinamica mediorientale.

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L’IRAN E LE CONTRADDIZIONI DI TRUMP

Ma andiamo con ordine, richiamando alcuni passaggi obbligatori soprattutto nella loro contraddittorietà. A cominciare dal presidente Donald Trump che, da un lato, ha detto e ripetuto di non voler fare la guerra all’Iran, ribadendo di essere pronto a incontrare la controparte iraniana senza pre-condizioni; dall’altro, di essere pronto a farla, questa guerra, se le circostanze lo imporranno. Insomma, Trump vuole riportare l’Iran al tavolo della trattativa per rivedere alcune fondamentali lacune che a suo giudizio rendono fragile l’accordo nucleare: dallo stop definitivo alle velleità iraniane al programma missilistico fino alla politica destabilizzante di Teheran a livello regionale.

Donald Trump e l’ex consigliere per la Sicurezza John Bolton.

TRABALLANO LA CREDIBILITÀ E LA LEADERSHIP DEGLI USA

Senza pre-condizioni, come già detto. Ma il tycoon non intende apparire come una tigre di carta in un momento in cui l’incapacità di “leggere l’attacco” ai siti petroliferi e di contrastarlo in tempo utile hanno inflitto una pesante penale di credibilità degli Usa quale potenza garante della sicurezza del Golfo e dell’Arabia saudita in particolare.

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Trump non vuole fare la guerra e in tale ottica ha tra l’altro licenziato il consigliere per la Sicurezza John Bolton, il super-falco della sua Amministrazione, grande patrocinatore dell’opportunità di impartire una lezione “esemplare” a Teheran e ai suoi pasdaran. Ma continua a tenere al suo fianco Mike Pompeo, il ministro degli Esteri, che pure è un falco, seppure di un gradino più basso, al quale non poteva non affidare il delicato compito di consultarsi con la Casa reale saudita per valutare i seguiti da riservare alla spinosa questione della risposta agli attacchi ai siti petroliferi.

ROUHANI TRA L’INCUDINE E IL MARTELLO

Dall’altro canto, neppure l’Iran di Hassan Rohani vuole la guerra, ma nello stesso tempo non può neppure accettare di continuare a subire lo strangolamento delle sanzioni americane che stanno mettendo a dura prova la stabilità interna del Paese, sulla quale stanno speculando i duri e puri difensori e propagatori della rivoluzione iraniana, nella regione e oltre. Del resto, le prese di posizione più belligeranti sono venute proprio da questa ala del potere iraniano che nel bel mezzo di questa nuova crisi ha ben pensato di sequestrare nello stretto di Hormuz una nave degli Emirati con l’accusa di «contrabbando» di risorse energetiche. Con l’evidente copertura da parte dell’ayatollah Khamenei che non perde occasione per rigettare qualsivoglia opzione di dialogo con gli Usa.

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Il presidente iraniano Hassan Rohani.

Rouhani continua a dichiarare che non vuole la guerra ma arriva a considerare l’attacco ai siti petroliferi sauditi che gli Houthi si sono intestati con particolare clamore mediatico come «congrua risposta» a quella che viene definita «l’aggressione» della coalizione militare a guida saudita in Yemen, peraltro avvenuta su richiesta del presidente legittimamente eletto per contrastare il tentato e in parte riuscito colpo di Stato degli Houthi stessi.

LA PROPOSTA DI MEDIAZIONE DI MACRON

Non la vuole, ma ribadisce che non ci può essere dialogo con Washington se non previo annullamento delle sanzioni e in tale contesto sembra scomparsa dal radar la proposta di mediazione avanzata dal presidente francese Emmanuel Macron che pure resta sul tavolo quale punto di possibile contatto multi-bilaterale in occasione della già citata Assemblea generale delle Nazioni Unite. Vi ha fatto indiretto riferimento la cancelliera tedesca Angela Merkel che, con un equilibrismo degno di maggior causa, ha sottolineato l’esigenza di tornare all’accordo sul nucleare del 2015, sottolineando allo stesso tempo le zone d’ombra che gravano sull’accordo e citando espressamente il programma missilistico e la politica regionale iraniana.

Emmanuel Macron, Angela Merkel e Donald Trump.

UE, CINA E RUSSIA SI TRINCERANO DIETRO LA MANCANZA DI PROVE

Complice il cambio della guardia, l’Unione europea si è trincerata dietro la persistente mancanza della prova provata del coinvolgimento dell’Iran nell’attacco ai siti petroliferi sauditi e la forte raccomandazione a misurare toni e azioni suscettibili di sfuggire di mano e di innescare un’ulteriore, rischiosa escalation. La Cina ha fatto altrettanto, ben consapevole dell’importanza del fornitore saudita (come di quello iraniano). Sulla stessa linea Mosca che con la sua offerta ai sauditi dei propri sistemi di difesa ha puntato indirettamente il dito sulla perdita di credibilità della protezione americana. Tutti concordi nel sottolineare la mancanza della prova provata anche se pare sostanzialmente acquisito che l’attacco non è partito dallo Yemen ma dal Nord così come è un fatto che lo stesso Rohani abbia più volte minacciato di chiudere lo stretto di Hormuz inducendo una seria riflessione sul possibile ruolo di uno Yemen in grado di condizionare il traffico da e per Bab el Mandel (Mar Rosso) percorso da oltre il 30% delle risorse energetiche mondiali. Ruolo che comprensibilmente pone l’Arabia saudita nell’incomoda percezione di una sorta di accerchiamento. Questa prova “decisiva” in effetti non c’è ancora e c’è chi dubita addirittura sulla portata dell’attacco.

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Una foto satellitare dell’impianto saudita attaccato.

OCCHI PUNTATI SULL’ASSEMBLEA ONU

I prossimi giorni ci diranno la verità? Non lo sappiamo e non sappiamo se mai si riuscirà a porre il sigillo della verità sull’accaduto. Resta la constatazione che i tempi del ripristino della normalità di estrazione e lavorazione dei siti colpiti dall’attacco saranno relativamente brevi anche se col contrappunto dell’Arabia saudita resa in qualche modo meno sicura nel suo ruolo di fondamentale co-garante del mercato energetico. E forse più desiderosa di prima di rivedere i termini della sua politica regionale, a cominciare dallo Yemen. Resta anche un Iran in difficoltà sociali ed economiche e in bilico tra i contrastanti interessi dei suoi poteri interni. Così come il comprensibile imbarazzo sul da farsi da parte di Washington. Resta pure l’aspettativa che la chiave di volta per una de-escalation stia proprio nel lavorio diplomatico in corso in vista dell’Assemblea Onu che ha uno straordinario bisogno di recuperare profilo e credibilità. Lo vedremo

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Usa-Iran ai ferri corti, a rischio la presenza di Rohani all’Onu

Secondo fonti di Teheran, gli Stati Uniti non hanno ancora concesso il visto alla delegazione della Repubblica Islamica. Pronta a disertare il vertice nelle prossime ore.

Cresce giorno dopo giorno la tensione tra Iran e Usa, dopo che fonti investigative statunitensi hanno puntato il dito contro la Repubblica Islamica per l’attacco alle installazioni petrolifere in Arabia Saudita. L’Iran ha inviato agli Stati Uniti una nota formale attraverso la diplomazia svizzera per avvertire che qualsiasi eventuale azione ostile troverà «un’immediata risposta» da parte di Teheran. La nota, inviata il 16 settembre, ribadisce l’estraneità della Repubblica islamica agli attacchi contro gli impianti petroliferi di Saudi Aramco e «nega e condanna» le accuse di Washington al riguardo. L’ambasciata svizzera cura gli interessi Usa in Iran dalla rottura delle relazioni diplomatiche bilaterali a seguito della crisi degli ostaggi americani iniziata nel 1979.

Il 16 settembre, il presidente statunitense Donald Trump aveva dichiarato che un raid contro le installazioni iraniane sarebbe stata una risposta proporzionata agli attacchi in Arabia Saudita, sulle cui responsabilità tuttavia anche l’Onu continua a dire che non ci sono certezze. In questo contesto, rischia anche di saltare la partecipazione del presidente iraniano Hassan Rohani all’Assemblea generale dell’Onu, in programma a New York. Secondo l’agenzia iraniana Irna, gli Usa non hanno ancora rilasciato il visto a Rohani, al ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif e al resto della delegazione della Repubblica Islamica, e il governo di Teheran sarebbe pronto ad annullare la sua presenza al vertice se i documenti non arriveranno nelle prossime ore.

Nei giorni scorsi, il ministero degli Esteri di Teheran aveva ipotizzato ostacoli solo alla presenza di Zarif

Un eventuale annullamento della partecipazione di Rohani al summit delle Nazioni Unite risulterebbe clamoroso, anche tenendo conto delle aperture più volte manifestate da Trump a un possibile faccia a faccia con il suo omologo iraniano proprio in quella sede. Nei giorni scorsi, il ministero degli Esteri di Teheran aveva ipotizzato ostacoli solo alla presenza di Zarif, colpito questa estate dalle sanzioni Usa. Durante la sua ultima visita a New York a luglio per il forum Economico e Sociale (Ecosoc), gli spostamenti del capo della diplomazia iraniana erano già stati limitati dalle autorità Usa alle sedi Onu e alle residenze diplomatiche del suo Paese.

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Trump e Rohani hanno negato l’incontro all’Onu

Un portavoce di Teheran: «Non parleranno a New York». The Donald ha smentito un faccia a faccia «senza alcuna condizione». Ma l'aveva annunciato il suo segretario di Sato Pompeo.

Nessun incontro, almeno per ora. Il presidente iraniano Hassan Rohani non ha «in programma» un faccia a faccia con il suo omologo americano Donald Trump a margine dell’Assemblea generale dell’Onu l’ultima settimana di settembre a New York. Lo ha detto il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, spiegando di non ritenere «che questo tipo di incontro avrà luogo a New York».

«LE DICHIARAZIONI DI TRUMP DURANO MENO DI 24 ORE»

Mousavi, citato dall’Irna, ha spiegato: «Come ha detto il presidente Rohani, l’Iran non vuole colloqui solo per fare una foto, ma eventuali negoziati dovrebbero avere un’agenda in grado di portare risultati tangibili». Il portavoce ha quindi fatto riferimento alle «contraddizioni nelle dichiarazioni di Trump» circa la sua intenzione di incontrare Rohani «senza condizioni», affermando che «questa confusione tra i governanti Usa sull’Iran è stata ricorrente durante la sua presidenza» e che quindi «nessuno può contare sulle dichiarazioni di Trump perché durano meno di 24 ore».

SANZIONI E RESTRIZIONI DI MOVIMENTO IMPOSTE DAGLI USA

Mousavi ha aggiunto che il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif ha intenzione di accompagnare il presidente iraniano a New York se ci dovessero essere le condizioni necessarie, in riferimento alle sanzioni e alle restrizioni di movimento imposte da Washington al capo della diplomazia di Teheran.

TRUMP CONTRO LE «FAKE NEWS», MA NE AVEVA PARLATO POMPEO…

In precedenza Trump aveva smentito su Twitter di essere pronto a vedere Rohani senza condizioni: «Le fake news stanno dicendo che desidero incontrare l’Iran “senza alcuna condizione”. Questa è una dichiarazione non corretta (come sempre!)», ha scritto il presidente americano. Peccato però che l’abbia dichiarato pochi giorni prima il suo segretario di Stato, Mike Pompeo.

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Cosa sappiamo sui cittadini britannici arrestati in Iran

Due donne con doppia cittadinanza, britannica e australiana e il marito di una delle due sono finite in manette. Per il Times i fermi potrebbero essere collegati all'escalation tra Londra e Teheran.

Due donne con doppia cittadinanza australiana e britannica e un cittadino australiano si trovano in stato di arresto in Iran: lo rivela il governo australiano, secondo quanto riportato dai media internazionali. I loro nomi non sono stati resi noti. Il Times di Londra ha scritto che si tratta di una blogger anglo-australiana che stava svolgendo un viaggio in Asia con il suo compagno australiano e una accademica dell’Università di Cambridge che stava insegnando in una università australiana, anche lei con doppia cittadinanza.

PERSONE DETENUTE NEL CARCERE DI EVIN

Il Times ha collegato gli arresti ad una escalation di tensione in atto tra Londra e Teheran, sottolineando che si tratterebbe dei primi casi di arresto di persone con doppia cittadinanza una delle quali non sia quella iraniana. Le due donne sarebbero state arrestate separatamente, in diverse circostanze. Secondo il Times, sono detenute nel carcere di Evin, a Teheran, lo stesso dove è rinchiusa dal 2016, con accuse di spionaggio, la project manager anglo-iraniana 41enne Nazanin Zaghari-Ratcliffe.

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