I misteri di De Pedis, boss della Banda della Magliana

Il 2 febbraio 1990 nel centro di Roma veniva freddato Renatino. Un criminale anomalo, lo definisce Otello Lupacchini. Che aveva rapporti con il "mondo di sopra": imprenditori, politici e Vaticano. E il cui nome è legato a doppio filo con i casi irrisolti della storia d'Italia: dal rapimento Orlandi al crack del banco Ambrosiano, fino al sequestro Moro.

Ha solo 36 anni quando a Roma, vicino a Campo de’ Fiori, Enrico De Pedis, il famigerato boss della Banda della Magliana, viene raggiunto da due killer a bordo di una moto.

Un solo colpo di pistola, alle spalle. De Pedis muore sul colpo. È il 2 febbraio 1990. Esattamente 30 anni fa. 

Il nome di De Pedis e della Banda spiccano in tante pagine ancora oscure della storia italiana. Dal sequestro Moro al crack del Banco Ambrosiano fino al rapimento di Emanuela Orlandi.

«UN PERSONAGGIO CRIMINALE ANOMALO»

«È stato certamente un personaggio criminale anomalo, moderno oserei dire», spiega a Lettera43 Otello Lupacchini, il magistrato che istruì il processo alla Banda. «Riusciva con grande facilità a vivere tra mondi diversi: quello del crimine e quello altolocato, fatto allora di rapporti con la politica, servizi segreti e personaggi-chiave della guerra fredda». Ma il retroterra da cui emergono i “testaccini” è propriamente mafioso: «De Pedis aveva rapporti con personaggi eminenti della nuova mafia che assumeva il potere».

Una immagine del boss della banda della Magliana, Enrico De Pedis, noto come ”Renatino”. (Ansa).

Il gruppo, secondo Lupacchini, si afferma proprio per consentire lo spaccio di droga sulla Capitale al boss Stefano Bontade, tramite il braccio operativo della mafia a Roma, Pippo Calò. «Parlare di soggetti inconsapevoli come pure è stato fatto», nota Lupacchini, «è solo un modo per generalizzare. Il solo fatto che per un gran numero di personaggi sia stata riconosciuta l’associazione mafiosa, mentre per altri no, rivela che all’interno della Banda ci fossero vari “gradi” di consapevolezza».

GLI INVESTIMENTI MIRATI E I RAPPORTI CON LA POLITICA

Renatino impara da Cosa nostra anche a non bruciare i proventi delle attività criminali in cocaina e dissolutezze, come fanno altri membri della Banda. Li investe in imprese legali, elevandosi sopra gli altri come imprenditore: al fratello Marco regala un ristorante a Trastevere, che diventerà anche luogo di incontri e trattative per la Banda, e acquista per sé supermercati, appartamenti e società. Renatino, che è sposato, si innamora di Sabrina Minardi, viveuse della mala ed ex moglie del giocatore della Lazio Bruno Giordano. Sarà lei per 10 anni la donna del boss. «Renato portava sempre delle grosse borse di soldi a casa. Sa, le borse di Vuitton, quelle con la cerniera sopra», raccontò una volta ai magistrati. «Mi dava tanta di quella cocaina, per contare i soldi dovevo fare tutti i mazzetti». Forse proprio grazie al suo modo di muoversi, De Pedis riesce ad accreditarsi anche nel mondo politico, giudiziario e imprenditoriale. Il terreno è fertile. «Siamo in piena guerra fredda, nel periodo peraltro più agonico. Per alcuni personaggi divenne quasi lecito rivolgersi al crimine nella battaglia anticomunista», fa notare Lupacchini. 

LA BANDA DELLA MAGLIANA E LA STRATEGIA DELLA TENSIONE

Di fatto, la Banda si pone come soggetto intermedio e dialogante tanto con le frange armate di sinistra, tanto con quelle di destra. Il nome di De Pedis, non a caso, fa capolino sia nel caso Moro e nei rapporti con le Brigate Rosse, sia nei depistaggi della Strage di Bologna. Forti, d’altronde, sono i legami con i Nuclei Armati Rivoluzionari e, su tutti, con Massimo Carminati. Sarà proprio l’intuito per gli affari del “Cecato” a essere apprezzato da De Pedis, che gli affiderà il racket dei videopoker e la responsabilità della cassa della Banda. In quegli anni la Banda non è solo omicidi (tanti), rapine e sequestri. Finisce a giocare un ruolo-chiave nella strategia della tensione.

Alcuni esponenti della Banda della magliana.

E da questo sottobosco attinge anche la politica. Difficile oggi dire quali fossero i rapporti concreti. Ma, come riconosce Lupacchini, «è un fatto che alcuni membri della Magliana fossero attivi nella segreteria di Erminio Pennacchini», autorevole esponente della Dc e in passato sottosegretario alla Giustizia con delega ai Servizi segreti. Da lì ad Andreotti il passo sarebbe stato per alcuni breve. Non a caso in un altro omicidio avvolto nel mistero, quello di Mino Pecorelli, tornano tutti i protagonisti fin qui citati.

IL CASO ORLANDI

Ma c’è una vicenda che è legata al nome di De Pedis più di ogni altra. È quello di Emanuela Orlandi, la ragazza di soli 15 anni cittadina del Vaticano scomparsa nel nulla il 22 giugno 1983. Da allora diverse tesi sono state avanzate. C’è chi ha parlato di una pista internazionale (rapimento al fine di chiedere la liberazione di Ali Agca, l’attentatore di Giovanni Paolo II); chi del movente sessuale (Emanuela sarebbe stata rapita e trasportata in ville segrete dove si consumavano festini e orge); chi del ricatto economico (la Orlandi sarebbe stata rapita per ordine di monsignor Paul Marcinkus, il potente presidente dello Ior). Comunque la si veda è difficile non immaginare un legame con De Pedis e con la Banda. 

La Polizia scientifica nel cortile della Basilica di Sant’Apollinare a Roma, 14 maggio 2012 (Ansa).

LA TOMBA IN SANT’APOLLINARE E I LEGAMI CON IL VATICANO

È il 2012 quando una telefonata anonima arrivata al programma Chi l’ha visto rivela un particolare inquietante: «Riguardo al fatto di Emanuela Orlandi, per trovare la soluzione del caso, andate a vedere chi è sepolto nella cripta della basilica di Sant’Apollinare, e del favore che Renatino fece al cardinal Poletti, all’epoca». Dopo quella telefonata fu confermato che la salma del capo della Banda della Magliana era stata spostata dal cimitero del Verano alla cripta della basilica di Sant’Apollinare su autorizzazione del cardinale Ugo Poletti, allora vicario del papa, e di monsignor Piero Vergari, rettore della basilica, conosciuto da De Pedis in carcere quando lo stesso era cappellano. «Si dice che versasse cospicui oboli, ma forse non basta per spiegare tutta la verità», dice sibillino Lupacchini. Dello stesso avviso anche Tommaso Nelli, giornalista e studio del caso Orlandi, secondo cui «è indubbio che la verità sia da ricercare all’interno delle mura vaticane». Ma sulla sorte della ragazza Nelli non ha dubbi: «Non credo sia più viva. Anzi è molto probabile sia morta già quella sera. Nel corso degli anni non c’è stata una sola prova che dimostrasse una detenzione di Emanuela. E una drammatica fine della ragazza spiegherebbe anche l’atteggiamento ambiguo del Vaticano».

Il manifesto per la scomparsa di Emanuela Orlandi.

Emanuela Orlandi, dunque, come tassello di un ricatto ben più vasto, che coinvolgerebbe criminalità, Chiesa e Stato. «C’è stata una commistione di interessi e ricatti e alla fine una ragazza di 15 anni ne è rimasta vittima», sottolinea anche il fratello di Emanuela, Pietro Orlandi, che in questi anni non ha mai smesso di cercare la verità. D’altronde anche il luogo del seppellimento è emblematico: «Sant’Apollinare è attaccata alla scuola di musica frequentata dalla 15enne, e a un passo dallo studio di Oscar Luigi Scalfaro». A distanza di quasi 40 anni restano tanti misteri, troppi. «Perché», si chiede per esempio Nelli, «dopo l’autorizzazione del Vicariato per ispezionare la tomba di De Pedis, i magistrati capitolini aspettarono due anni?». L’ennesima domanda senza risposta. Anche dopo la morte di Renatino.

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