Doorway, ecco perché investire sulle start-up

Al via il terzo roadshow della piattaforma di equity investing on-line nata nel 2017. Intervista all'ad Antonella Grassigli.

Modena, Ravenna e poi Milano. Il terzo roadshow di Doorway è cominciato il 20 febbraio. Un piccolo giro d’Italia per far incontrare start-up, Pmi e nuovi potenziali investitori da avvicinare alla piattaforma di equity investing on-line nata nel 2017. Una operazione che secondo la co-founder e amministratore delegato Antonella Grassigli, non è solo un semplice investimento in denaro. «L’angel investing è condivisione di network e competenze da investitore a imprenditore investito», spiega a Lettera43.it, «una sorta di circolo virtuoso, di scambio di competenze, che è alla base della crescita del valore delle aziende. Un bring-back, un dare indietro alla società ciò che hai avuto nella tua carriera. In Italia siamo ancora un po’ indietro, in Paesi come l’America è all’ordine del giorno».

Questo è il vostro terzo roadshow. Come è strutturato?
Si tratta di un vero e proprio investor day. Parliamo di Doorway, della nostra modalità di selezione delle aziende e delle caratteristiche dei nostri investitori. Poi diamo la parola agli imprenditori e alle imprenditrici in funding e loro presentano le rispettive con un pitch. La platea può poi porre delle domande. Al termine della giornata facciamo le conclusioni per poi lasciare spazio ai momenti di networking.

Dove andate?
Siamo partiti il 20 febbraio da Modena, Ravenna il 26 e a Milano il 16 marzo, poi Bologna, Roma, Bolzano e altre due tappe aggiunte di recente a Padova e Torino. Tutto entro metà aprile.

Come mai avete scelto questo format?
Perché riteniamo che sia molto importante fare un’opera di educazione a questa nuova forma di investimento. Siamo una piattaforma on-line, è vero, ma è altrettanto importante che un potenziale investitore conosca e veda imprenditori e imprenditrici a cui intende dare fiducia.

Non è la vostra prima esperienza del genere.
No. Da quando la Consob ci ha autorizzati a novembre 2018, ci siamo mossi. Da dicembre di quell’anno abbiamo cercato le aziende che si presentassero in piattaforma. Il primo roadshow, con tre aziende, è stato da maggio a luglio del 2019, il secondo, con due, da settembre a dicembre.

Come sono andati i due precedenti?
Molto bene. Nel complesso hanno partecipato 400 persone e i primi due roadshow hanno raccolto 2 milioni di euro. Conferma dell’interesse da parte di soggetti che fino a ieri magari nemmeno conoscevano questa modalità di investimento. Quasi il 50% di chi è venuto e poi ha investito non aveva mai investito prima in start-up.

Com’è nata la partnership con Bper?
Il nostro partner era Unipol banca, che nel settembre dell’anno scorso si è fusa con Bper banca. Quindi Bper è subentrata nella partnership, ha creduto nel progetto, ha sposato questa nuova modalità di raccolta di capitale sia lato investitori sia lato azienda. E lo ha fatto in maniera non banale, ideando un conto corrente speciale per noi, per essere compliant con la normativa Consob.

Una banca non può sentirsi minacciata da questa forma di investimento e finanziamento?
Si tratta di una nuova modalità di investimento che non è in contrapposizione alla banca, ma spesso complementare. Le nostre aziende sono mediamente sotto-capitalizzate, avere uno strumento che le capitalizza è sinergico anche ai fini del mestiere che fa la banca.

Chi c’è dietro Doorway?
Siamo quattro co-founder con estrazioni professionali molto diverse. Io e Marco Michelini siamo entrambi dottori commercialisti, soci business angel da anni. Siamo basati nel territorio e il nostro background è di assistenza professionale alle imprese. Gli altri due co-founder sono invece due manager internazionali, Federica Lolli per il lato legale, Donato Montanari un ingegnere che ha girato il mondo fondando e vendendo start-up.

Come è nata l’idea?
Ci siamo trovati per un caso a Bologna, abbiamo cercato una modalità di sostegno delle Pmi che fosse efficace. Nel 2017 il regolamento Consob sull’equity crowdfunding ha consentito la raccolta di capitale on-line non solo per le start-up innovative ma anche per le Pmi. Abbiamo quindi pensato a una tecnologia che sfruttasse questo contesto normativo nuovo e favorevole.

Qual è la vostra mission?
Nella nostra filosofia, il momento di raccolta di capitali non è che il momento iniziale di un processo. Stiamo vicini all’azienda anche successivamente. Per dare rendiconto all’investitore ma anche per supportare la start-up nella sua crescita. L’innovazione va finanziata perché generi valore. Vogliamo fare sistema, non essere delle mosche bianche. Quello che ci caratterizza è cercare di coinvolgere quanti più attori credibili sulla nostra piattaforma. Abbiamo già più di 380 iscritti, tutti di profilo interessante. Oltre alle partnership con Italian Angels for Growth e Angels for Women.

E il vostro modello di business?
In questo momento prendiamo esclusivamente una commissione sul totale raccolto dalla start-up: l’8% di norma, il 6% se l’impresa ha tra le fondatrici o dirigenti una donna o si occupa di economia sostenibile. Non prendiamo fee dall’investitore, perché è importante convincerlo a investire. In futuro, se un investitore non dovesse investire per 12 mesi, possiamo ipotizzare di caricargli una fee o cancellarlo dalla piattaforma. Ma abbiamo anche altre idee di sviluppo che riguardano la consulenza post investimento. E noi stessi, per policy, investiamo nelle start-up che presentiamo.

Quali sono i target a cui vi rivolgete?
Non siamo tendenzialmente specializzati, non abbiamo uno o più settori privilegiati. Abbiamo però expertise su cui ci focalizziamo per via della specializzazione dei nostri advisor esterni. Siamo molto forti per questo sul medicale, sul Fashion e sul Fashion Tech.

Quante società avete in portafoglio?
Cinque appena chiuse, altre in funding. Quindi di fatto otto. Ma già lavoriamo per lo scouting di aprile.

Che cosa vi differenzia da altre piattaforme di Equitiy Investing?
Le differenze sono tante. La prima è l’essere una piattaforma chiusa: se tu sei un investitore non hai un libero accesso a tutti i dati che noi presentiamo, solo gli investitori accreditati possono vedere i dati economicamente sensibili. La seconda differenza è tecnica, perché noi creiamo un Spv che raccoglie degli investitori, così la società che raccoglie l’investimento non si trova nella sua cap table tanti soci investitori. Garantiamo una mediazione tra start-up e altri investitori. La terza differenza riguarda la selezione delle aziende, che facciamo sia internamente ma soprattutto con una validazione esterna.

Come funziona il processo di investimento on-line?
Una volta che l’investitore è accreditato sulla piattaforma, può caricare i documenti di identità e compilare il questionario on-line. Fatto questo, può fare un ordine di investimento che è tracciato e gli consente di ricevere una mail con tutti i dettagli da finalizzare con un bonifico bancario sul conto vincolato. Il ticket minimo è di 5 mila euro, anche se la media si è alzata a 15 mila.

Perché bisognerebbe investire in start-up e Pmi innovative?
Si tratta di un investimento ad alto rischio ma anche potenzialmente ad alto rendimento. Va fatto con le dovute cautele e sapendo con chi lo si fa. Il concetto è quello di crearsi un portafoglio diversificato, di una decina o ventina di start-up, per minimizzare i rischi e massimizzare la probabilità di rendimenti. Investire in Pmi, in imprenditore e imprenditrici, sull’economia reale, è un investimento concreto, vedi le persone su cui stai investendo. Poi ci sono i benefici fiscali da considerare, con una detrazione pari al 30% dell’investimento direttamente in dichiarazione dell’anno successivo.

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Negli investimenti la cosa più difficile è controllare e controllarsi

Comportamenti irrazionali talvolta rischiano di compromettere non solo i risparmi degli investitori, ma anche i loro obiettivi di vita. Garantire un «constant mix» può aiutare: ecco come funziona.

L’ultimo passo del processo di investimento analizzato su queste colonne nelle ultime settimane è di sicuro quello più difficile da rispettare per un investitore inesperto: controllare e controllarsi.
È semplice da spiegare ma complicato da seguire, perché a determinare le scelte, ormai lo sapete, non è la ragione ma l’istinto, la paura, l’euforia. Sapete anche che i comportamenti irrazionali talvolta rischiano di compromettere non solo i risparmi degli investitori, ma anche i loro obiettivi di vita.

Per evitare di cadere nei soliti errori, proviamo a ragionare su alcuni comportamenti da adottare per migliorare la gestione del portafoglio e dare vita a un’efficace politica di controllo (o monitoraggio).

In particolare, dovreste osservare tre semplici regole:

  1. Garantire un «constant mix» o peso costante.
  2. Approfittare del mix in caduta.
  3. Inserire il pilota automatico.

IL CONSTANT MIX, VIA PER MONITORARE GLI INVESTIMENTI

Questa settimana ci concentreremo sul «constant mix», una regola semplice ma utilissima e molto efficace per monitorare un investimento nel lungo periodo. In pratica, a intervalli di tempo definiti (almeno di 12 mesi) si può intervenire sul portafoglio per mantenere costante il peso dei differenti asset all’interno del portafoglio.

Il constant mix presenta due vantaggi:

  1. Mantiene inalterati i livelli di rischio;
  2. Consente di avere un approccio razionale: applicato con costanza, infatti, permette di alleggerire (vendere) asset rischiosi dopo fasi di elevata crescita e di investire (acquistare) negli stessi quando scendono pesantemente. Cosa non da poco, se consideriamo che tutte le ricerche dimostrano come l’emotività degli investitori li porti a scappare quando i mercati scendono, e a investire solo dopo avere osservato con lo specchietto retrovisore che da alcuni anni quell’asset è cresciuto. Per esempio, se investite il 50% dei vostri risparmi in azioni e l’altro 50% in obbligazioni, nel tempo questi due asset avranno un rendimento diverso (data la loro differente natura) che potrebbe portare a sbilanciare il portafoglio verso rischi che non volevate assumervi. Nel caso rappresentato nella prossima tabella, l’azionario passa da 50% a 90%, con un’incidenza sul nuovo portafoglio complessivo del 60% (90/150%) e non più del 50%. Pertanto è opportuno riequilibrare il portafoglio nel rispetto dei rischi che ci si era ripromessi di assumere, trasferendo il 15% dalle azioni (che diventano 75%) alle obbligazioni (che si riducono a 75%), in modo da riavere la composizione originaria 50%-50%.

La stessa regola vale anche in caso di performance negativa. Come si nota dalla tabella successiva, un calo importante dell’azionario (da 50% a 30%) e un aumento dell’obbligazionario (da 50% a 56%) alterano pesantemente la struttura di portafoglio: l’azionario in questo caso peserà solo per il 34% (30/86%) e non come da intenzione iniziale per il 50%.

In questa ipotesi è bene aumentare la quota azionaria da 30% a 43% attingendo dall’asset obbligazionario, che scenderà da 56% a 43%, in modo da ritornare alla composizione originaria 50%-50%.

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Investite nei mercati che incorporano l’economia reale

Un indice azionario efficiente incorpora sempre la crescita, ha tanti operatori così da impedire che pochi attori possano condizionarne l’andamento ed è in grado di assorbire subito i cambiamenti dell'economia.

Proseguendo nel percorso relativo al comportamento che un investitore alle prime armi deve tenere nei processi di investimento dei propri risparmi, affrontiamo questa settimana la seconda delle tre regole da seguire: investire con strumenti efficienti

Oltre a investire in modo globale, dovete assicurarvi che lo strumento su cui investite sia efficiente. Dovete puntare sulla crescita economica del pianeta, non su singoli titoli (per esempio Telecom, Enel eccetera) o mode del momento (come settori particolari tipo biotecnologie, farmaceutici, energetici e così via), e nemmeno su singoli Paesi (per esempio, esclusivamente su titoli o indici italiani).

Ma cosa s’intende per «efficiente»? Un indice, un mercato o uno strumento finanziario è efficiente quando è in grado di incorporare appieno l’economia reale che rappresenta. Tecnicamente, gli economisti parlano di capacità di incorporare tutte le informazioni che derivano dal mercato. Inoltre, un mercato è efficiente quando ci sono tanti operatori, così da impedire che pochi attori possano condizionarne l’andamento, e anche quando è molto liquido e reattivo, in grado cioè di incorporare immediatamente i cambiamenti che avvengono al suo interno.

IL MERCATO AZIONARIO ITALIANO NON È EFFICIENTE

Un mercato azionario efficiente, dunque, incorpora sempre la crescita economica, che però avviene esclusivamente nel lungo periodo. Come abbiamo visto due settimane fa, nel breve periodo i fattori emotivi e speculativi incidono sulle oscillazioni delle azioni. Per questo è fondamentale saper aspettare che i frutti maturino e non farsi prendere dalla logica di breve periodo: anche se i mercati crollano, bisogna vedere un’eventuale perdita momentanea del 30-40% come un’importante opportunità, più che una tragica fatalità.

Il mercato italiano non non è in grado di incorporare la crescita economica del Paese

Il mercato finanziario italiano, per esempio, non è efficiente. Al di là della nostra economia, che ormai è al palo da decenni, il mercato non presenta le caratteristiche dell’efficienza, e non è in grado di incorporare la crescita economica del Paese, perché condizionato da pochi attori che fanno il bello e il cattivo tempo.

Chi non ricorda le scorribande del finanziere Soros & compagni tra il 2011 e il 2013 sui nostri titoli di Stato, che rischiarono di mettere in ginocchio il Paese? O tutte quelle attività ultra-speculative fatte su singoli titoli azionari che nel tempo hanno affossato anche il mercato nel suo complesso? Questo spiega in parte anche perché dal 2011 a oggi mercati più efficienti come quello americano ed europeo abbiano più che raddoppiato il loro valore, mentre il mercato italiano è ancora in negativo rispetto ai massimi del 2008!

ATTENZIONE AI COSTI E AI GESTORI DEL VOSTRO RISPARMIO

Oltre all’efficienza in senso stretto, la selezione degli strumenti da inserire nel portafoglio deve considerare anche l’efficienza in termini di costi (commissioni e spese varie). Ipotizziamo un investimento di 1.000 euro e un rendimento annuo del 6% per 30 anni. Un prodotto con un costo dell’1% genera in questo arco di tempo, per effetto dell’interesse composto, un capitale finale di 4.248 euro, mentre lo stesso prodotto ma con un costo del 2,5% (quindi 1,5% in più) frutta un capitale finale di soli 2.687 euro. L’incidenza dei costi, dunque, in questo caso quasi dimezza il capitale finale.

È fondamentale avviare un’attività di selezione dei migliori strumenti globali del risparmio gestito

La sintesi di tutto quanto detto finora si chiama «risparmio gestito», ovvero quando il risparmio di un investitore viene gestito da un intermediario finanziario specializzato, sia questo una Sgr o una banca. L’intermediario esegue tutte le operazioni di acquisto e vendita di attività finanziarie per costruire un portafoglio caratterizzato da un livello di rischio e da una modalità di gestione (attiva o passiva). Agli operatori, ovviamente, viene riconosciuta una commissione su tali attività. Forse starete pensando: ma che fa Imperatore, ci ributta di nuovo tra le fauci di quegli squali delle banche?

A questo punto, infatti, è fondamentale avviare un’attività di selezione non più della banca, che abbiamo già scelto secondo i criteri che abbiamo già consigliato su queste colonne, ma dei migliori strumenti globali del risparmio gestito, capaci non solo di incorporare la crescita di aree economiche importanti, ma anche di ridurre al minimo i costi. È la combinazione di questi due fattori a incidere sui rendimenti di portafoglio.

LA DIFFERENZA TRA FONDI ATTIVI E FONDI PASSIVI

Gli strumenti da prendere in considerazione si potrebbero dividere in due grandi categorie: fondi attivi e fondi passivi. I fondi gestiti in maniera attiva cercano di «battere» il mercato selezionando solo alcuni titoli, convinti che questi saliranno più degli altri. Il gestore di un fondo attivo costruisce dunque il portafoglio con un costante lavoro di ricerca, analisi e selezione. Questa complessa attività ha un costo a volte anche elevato che ricade sul fondo, e dunque sull’investitore. I gestori attivi possono applicare differenti strategie d’investimento (stili di gestione) selezionando alcuni titoli piuttosto che altri, aumentando o diminuendo la posizione in un’area geografica piuttosto che in un’altra e così via.

L’esperienza ha dimostrato che pochissimi gestori riescono sistematicamente a battere il mercato

In sintesi, il gestore attivo è libero di operare a livello globale con l’unico obiettivo di guadagnare più del mercato. Questo, però, solo sulla carta. L’esperienza, invece, ha dimostrato che pochissimi gestori riescono sistematicamente a battere il mercato. Meno del 15% è in grado di farlo in maniera costante, e non solo per le enormi difficoltà tecniche di prevedere(e quindi indovinare) quale titolo andrà meglio di altri, ma anche perché sulle performance di questi fondi incidono molto le spese di gestione.

Un fondo passivo (per esempio gli Etf, Exchange Traded Fund) ha invece come obiettivo principale la replica del mercato. Si prefigge di comprare tutti i titoli presenti in un mercato attribuendogli anche lo stesso peso, in modo da avere un andamento identico al mercato stesso. Per questo i fondi passivi, una volta implementati, non hanno bisogno di analisi, strategie o altro e possono ridurre al minimo i costi di gestione.

SERVE DIVERSIFICARE I PROPRI INVESTIMENTI

Quindi, quali fondi scegliere tra attivi e passivi? Dipende. Se siamo in grado di selezionare tra i fondi attivi quei pochi che riescono costantemente a «performare» più del mercato, allora possiamo inserire in portafoglio una buona dose di fondi attivi, consapevoli che il loro andamento non dipenderà solo dal mercato, ma anche dalle scelte del gestore (ci sono molti gestori attivi che da anni ottengono performance eccezionali, come pure gestori attivi che non sono mai riusciti a battere il mercato).

Consiglio di utilizzare come strumenti di base i fondi passivi e come strumenti satellite i fondi attivi

Di solito i fondi attivi sono più efficienti nelle fasi in cui sul mercato c’è maggiore oscillazione (che tecnicamente si chiama «volatilità»), perché nelle situazioni di incertezza riescono a esprimere meglio la loro bravura nel selezionare i titoli vincenti. I fondi passivi, al contrario, sono imbattibili quando l’oscillazione è molto contenuta, anche se avendo costi molto ridotti (come gli Etf, appunto) nel lungo periodo riescono sempre a generare performance positive.

Per questo motivo, e anche per rendervi la vita un po’ più semplice, nel processo di investimento vi consiglio di utilizzare come strumenti di base i fondi passivi, che sono più affidabili e meno costosi, e come strumenti satellite i fondi attivi (ma selezionando quei pochi gestori capaci), che nei momenti di alta volatilità dei mercati potrebbero dare una mano al rendimento del portafoglio.

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Uscite dal vostro orticello e investite nell’economia globale

I risparmiatori allarghino i propri confini: le condizioni della crescita internazionale sono in costante miglioramento, e non si prevedono rallentamenti.

Riprendiamo il discorso avviato due settimane fa sul tema delle tre regole basiche che un investitore alle prime armi deve seguire per avere un giusto comportamento nei confronti dei processi di investimento dei propri risparmi.

Prima regola: investire nell’economia globale e non in settori, singoli titoli o mode del momento. La costante e continua crescita economico-sociale e tecnologica della civiltà umana è l’unica cosa di cui siamo certi da 5 mila anni a questa parte. Dovete puntare sulla crescita economica del pianeta.

Seconda regola: investire con strumenti efficienti; non singoli titoli, ma strumenti di risparmio gestito. Un indice, un mercato o uno strumento finanziario è efficiente quando è in grado di incorporare appieno l’economia reale che rappresenta. Tecnicamente, gli economisti parlano di capacità di incorporare tutte le informazioni che derivano dal mercato. Terza regola: investire per un tempo adeguato, in questo caso non inferiore ai 10 anni.

LA RICCHEZZA MONDIALE È IN COSTANTE AUMENTO

Oggi affrontiamo la prima regola che si basa su un assioma, spesso confutato da pregiudizi o ignoranza: investire nell’economia globale. È questo, infatti, il primo passo per un investimento efficiente. Provo a spiegarmi meglio. La costante e continua crescita economico-sociale e tecnologica della civiltà umana è l’unica cosa di cui siamo certi da cinquemila anni a questa parte.

Dal 1990 al 2015 la popolazione in condizioni di povertà estrema nei Paesi in via di sviluppo si è molto ridotta, passando dal 47% al 14%

Le condizioni economiche globali sono in costante miglioramento, e non si prevedono rallentamenti. E la crescita della ricchezza globale nei prossimi decenni sarà accompagnata dallo sviluppo di tecnologie che miglioreranno di gran lunga la qualità delle nostre vite. Dal 1990 al 2015 la popolazione in condizioni di povertà estrema nei Paesi in via di sviluppo si è molto ridotta, passando dal 47% al 14%.

Anche il numero di persone che ha accesso all’acqua potabile è quasi raddoppiato, da 2,3 a 4,2 miliardi, chiaro segno di un’economia in forte crescita e di un benessere mondiale sempre più diffuso. La dispersione scolastica si è ridotta a 57 milioni di bambini, confermando le migliorate condizioni di vita (spesso la dispersione è dovuta alla necessità per le famiglie povere di far lavorare i bambini fin da piccolissimi, sottraendoli così alla scuola).

In questi decenni pochissimi organi di informazione hanno posto l’accento sull’enorme crescita di ricchezza che si è registrata nel globo

Questi dati mostrano due cose:

  1. La percezione che abbiamo del mondo spesso è condizionata dal nostro microcosmo: quanti in Italia sarebbero disposti a scommettere che negli ultimi decenni a livello globale si è avuta una crescita economica importante?
  2. Le buone notizie non fanno mai notizia. In questi decenni pochissimi organi di informazione hanno posto l’accento sull’enorme crescita di ricchezza che si è registrata nel globo, trainata soprattutto dai Paesi in via di sviluppo. La spinta all’evoluzione e alla crescita economica nei secoli, però, non è dipesa sempre dalla stessa area geografica, ma si è spostata costantemente in funzione di moltissimi fattori, non ultimo quello demografico.

ITALIA ED EUROPA SONO SOLO PROVINCE PER UN INVESTITORE

Se oggi vi chiedessi qual è l’area del mondo a maggiore crescita e sviluppo tecnologico, sicuramente pensereste a India, Cina eccetera, cioè Paesi che vent’anni fa erano considerati poco affidabili sia economicamente sia in termini di stabilità politica e sociale, e che oggi invece rappresentano il motore economico del pianeta. Basti pensare che, secondo le previsioni, nel 2030 l’86% della forza lavoro sarà concentrata in queste aree.

Ecco allora che investire nell’economia globale diventa un modo per agganciarsi a questa crescita e produrre valore nei vostri investimenti. L’Italia o l’Europa sono solo province del riferimento geografico di un investitore. Per far rendere i vostri investimenti dovete chiedere al vostro consulente: «Mi fa vedere qualche prodotto che investe nel mercato globale?».

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Tre consigli finanziari per un investitore alle prime armi

Da tempo i risparmiatori mi fanno sistematicamente la stessa domanda: «Ho pochi euro, come e dove posso investirli?». Ecco i miei consigli per avere un comportamento consapevole davanti al mercato azionario.

Alzo bandiera bianca. Non mi è mi piaciuto rispondere in pochi minuti (o con poche battute) a una domanda che richiederebbe tempo (e spazio) ma se proprio mi tirate per la giacca e, nonostante un percorso editoriale e giornalistico che dura ormai da sei anni, a ogni evento-incontro mi riproponete lo stesso quesito, allora faccio uno sforzo e cerco di darvi una risposta coerente con quanto, anche su queste colonne, tento di far passare in termini di consapevolezza finanziaria.

«Ho pochi euro di risparmi, come e dove posso investirli?», ecco la legittima e, per certi aspetti gratificante, domanda che mi viene posta sistematicamente.

Premesso che tutti quelli che si e mi pongono il quesito hanno «solo pochi euro di risparmio», locuzione che conferma ironicamente l’italica paura del fisco (manco fossi un agente della guardia di Finanza), il risparmiatore italiano, non ancora un investitore, è ancora legato ad un modello di comportamento datato e superato. Allora ricapitoliamo.

L’ERRORE DI CONCENTRARSI SOLO SUGLI STRUMENTI E NON SUI COMPORTAMENTI

Negli ultimi 10 anni il mondo della finanza si è modificato radicalmente. Le certezze si sono trasformate in rischi enormi. Anche strumenti come i titoli di Stato (Bot, Btp, Cct), considerati da sempre sicuri e affidabili, si sono rivelati rischiosi e/o privi di rendimento. Come abbiamo visto, in questo nuovo mondo è indispensabile cambiare approccio agli investimenti adeguandosi continuamente e rendendosi conto che non esistono più investimenti privi di rischio (i cosiddetti ‘pasti gratis’). E allora, come fare per proteggere i vostri soldi? Quali strumenti usare?

Proteggere i risparmi, ormai, non dipende più è dal titolo cosiddetto sicuro, ma da un comportamento che sia corretto e consapevole

Fermi tutti! Ci risiamo con l’errore di concentrarci subito sugli strumenti. Il problema non è tanto di strumenti, quanto di comportamenti. Proteggere i vostri risparmi, ormai, non dipende più da questo o da quel prodotto, cioè dal titolo cosiddetto sicuro, ma da un comportamento che sia corretto e consapevole. Il prossimo istogramma mette a confronto i rendimenti delle differenti classi di investimento offerte dal mercato (le cosiddette asset class, quindi azioni, obbligazioni, immobili, oro eccetera) nei vent’anni che vanno dal 1994 al 2014.

Il rendimento medio dell’investitore fai da te in questo ventennio è stato disastroso: 2,5%, di gran lunga inferiore a tutte le altre asset class. Il mancato guadagno è dovuto al cosiddetto «gap comportamentale», cioè a quel comportamento emotivo secondo cui il risparmiatore entra ed esce continuamente dal mercato e dai vari asset.

LE TRE REGOLE PER INVESTIRE CON SUCCESSO

Ma cosa si intende per «comportamento corretto» quando si investe? Significa munirsi di una bussola in grado di fornirvi precise coordinate operative, per evitare errori generati da scelte emotive, improvvise e poco ragionate. Facciamo un esempio sul mercato delle azioni. Il pensiero comune di molti investitori è che il mercato azionario sia molto rischioso e poco affidabile, e pertanto acquistare azioni dev’essere fatto con spirito speculativo: compra, cerca di guadagnare in fretta e poi vendi subito. Niente di più falso.

I rischi del mercato azionario si evitano solo acquisendo buoine abitudini finanziarie

Il mercato azionario è un asset rischioso solo per chi non ne conosce la natura e le regole. Siccome le battute a disposizione sono poche, se devo essere sintetico, vi dico che avere un comportamento corretto ed evitare brutte sorprese, quindi, significa acquisire buone abitudini finanziarie rispettando tre semplici regole:

• Prima regola: investire nell’economia globale e non in settori, singoli titoli o mode del momento. La costante e continua crescita economico-sociale e tecnologica della civiltà umana è l’unica cosa di cui siamo certi da 5 mila anni a questa parte. Dovete puntare sulla crescita economica del pianeta.

• Seconda regola: investire con strumenti efficienti; non singoli titoli, ma strumenti di risparmio gestito. Un indice, un mercato o uno strumento finanziario è efficiente quando è in grado di incorporare appieno l’economia reale che rappresenta. Tecnicamente, gli economisti parlano di capacita’ di incorporare tutte le informazioni che derivano dal mercato

• Terza regola: investire per un tempo adeguato, in questo caso non inferiore ai 10 anni.

Seguitemi perché dalla prossima settimana affronteremo singolarmente le tre regole.

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