Alla locomotiva tedesca manca il motore lombardo

I distretti produttivi dei due Paesi coincidono con le regioni più colpite dal Covid-19. L'emergenza ha stravolto un interscambio da 128 miliardi. . Le previsioni della Camera di commercio italo-germanica.

Fino all primavera l’interscambio tra Italia e Germania aveva tenuto, poi no.

L’indotto delle tre regioni del Nord più colpite dal Covid 19 (Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna) ha bloccato le forniture soprattutto verso i tre Land tedeschi industriali (Baviera, Baden Württemberg e Nord Reno-Vesfalia) a loro volta i più colpiti in Germania, sebbene su scala minore della Lombardia, dalla pandemia.

La propagazione del coronavirus in queste sei grandi e ricche aree europee si sovrappone, come un calco, all’intenso interscambio commerciale che, fino al marzo scorso, ferveva tra le rispettive aziende. Il risultato è la paralisi della produzione industriale europea: un «tunnel» dal quale la Camera di commercio italo-germanica (Ahk Italien) spera di uscire «presto», «insieme e in sicurezza» con l’Italia. Una ripartenza necessaria per evitare il peggio, anche se, secondo le previsioni per il 2020, per tornare alla normalità occorreranno almeno 6 mesi.

COMPARTO AUTO BLOCCATO

Rimettersi lentamente in moto servirà a resistere. Il presidente di Ahk Italien Gerhard Dambach stima che un «paio di settimane di lockdown non cambieranno a questo punto la situazione». A patto che le aziende abbiano subito dagli Stati la liquidità indispensabile per pagare fornitori e lavoratori, «in modo da non essere costrette a chiudere». Un blocco più lungo non è invece sostenibile, anche per l’industria tedesca.

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Dambach è anche amministratore delegato di Bosch Italia, il ramo del colosso di Stoccarda che nel frattempo ha sviluppato un test rapido per il coronavirus e chiede di poter ripartire; lo stesso Bmw che, come le altre case dell’auto, dal quartier generale di Monaco ha fermato per un mese tutta la produzione, in seguito alle restrizioni ma anche per il crollo della domanda. I marchi tedeschi dell’automotive sono in pressing anche sul governo Merkel per un piano comune Ue che ridia fiato. Senza la componentistica dal Nord Italia il comparto non può lavorare. «È talmente specializzata che è insostituibile con altri fornitori», precisa Dambach.

«SUBITO LIQUIDITÀ COL MES»

Nonostante questa dipendenza, per i vertici di Ahk Italien i bond europei «non sarebbero una soluzione immediata». Ci sono invece già a disposizione centinaia di miliardi «dal Mes per Paesi che hanno più bisogno come l’Italia, un modo semplice per dare ora liquidità alle aziende. Non tra settimane, quando ormai sarebbe tardi». Le previsioni sono nere per la gran parte della business community italo-tedesca di aziende sondata da Ahk Italien in due indagini a inizio marzo e poi a inizio aprile, sulle post emergenza Covid: oltre la metà delle imprese interpellate teme perdite tra il 10% e il 50% sul fatturato 2020. A causa soprattutto – per il 75% di loro – del calo degli ordini di prodotti e servizi. E se, all’inizio della pandemia, solo il 26% segnalava un impatto negativo sull’azienda, un mese dopo, arrivati al picco ben il 73% lamenta ripercussioni pesanti sui business: il 64% delle imprese contattate ha sospeso almeno in parte le attività in seguito alle misure di contenimento.

Medici alle prese con il Coronavirus in Lombardia

PER L’83% OUTLOOK 2020 NEGATIVO

Quanto all’outlook semestrale del 2020, l’83% delle imprese prospetta uno sviluppo negativo a medio termine in Italia. Ma lo stesso 83% esclude licenziamenti a causa delle chiusure in corso: per avviare la ripresa – puntando sull’online e lo smart working – sarà subito necessaria la forza lavoro, e i tagli degli ultimi anni non permettono altre riduzioni di organico. L’automotive, conferma Dambach, si trova nella situazione «più complessa» da risolvere per «più fattori» di crisi, anche precedenti alla pandemia in Europa: da gennaio la frenata economica della Cina a causa del Covid-19 rende difficili la produzione e l’export delle grandi case automobilistiche tedesche. Già in sofferenza a causa dei dazi americani alla Cina e, in parte minore, all’Ue. E alle prese con la riconversione alla mobilità elettrica anche per la stretta alle emissioni CO2 dopo gli scandali del Dieselgate. Si spera che la Cina riattivi pian piano il ciclo, ma non si escludono altre «sorprese dal virus». Mentre la paralisi del Nord Italia è un grosso problema.

NORD ITALIA CUORE DELL’INTERSCAMBIO

Per la Germania la partnership commerciale con la Lombardia (un import-export pari nel 2019 a oltre 43 miliardi di euro) pesa più dell’interscambio con la Corea del Sud (quasi 30 miliardi). Il Veneto (poco meno di 21 miliardi) vale più del Canada (16 miliardi). L’Emilia-Romagna (oltre 14 miliardi) dove l’indotto dell’auto è molto forte, più dell’Australia (12 miliardi). Nonostante i sentori di recessione, nel 2019 il circuito industriale italiano-tedesco aveva sostanzialmente tenuto, consolidandosi: l’import-export era rimasto stabile a circa 128 miliardi di euro rispetto al 2018 (-0,5%), la Germania è d’altronde il nostro primo partner commerciale. Verso Baviera, Baden-Württemberg e Nord Reno-Vesfalia l’anno passato l’Italia ha concentrato un interscambio di quasi 70 miliardi di euro: coproduzioni nel comparto dell’automotive, dei macchinari, chimico-farmaceutico ed elettrotecnico che garantivano milioni di posti di lavoro. Stravolte in un mese dall’emergenza sanitaria del coronavirus.

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Dovremo convivere con il Covid-19. Sì, ma come?

Per ora la domanda non trova risposte. Eppure passata l'emergenza sanitaria, sarà il momento di ricostruire. E il nostro mondo cambierà radicalmente: dalla Sanità all'Istruzione e alla ricerca fino alla automazione della produzione. Senza dimenticare i media e i social. Perché non va dimenticato che la pandemia è cominciata con una infodemia.

Coesistere con il Covid-19. È la fase 2, indicata dal premier Giuseppe Conte. Preludio per la ricostruzione, che sarà la fase 3.

Temo però che al di là dell’indicazione, peraltro ovvia, quasi nessuno sappia come dare forma e sostanza concrete a questa fase 2. In quest’assenza di strategie, consigli e interventi su come uscire realisticamente dall’attuale emergenza, ci sta anche chi, come Matteo Renzi, la dice appena diversa, «convivere con la pandemia». Lui avanguardia dei politici tutti che fanno gara a chi le spara più grosse. Ma anche il rettore del Politecnico di Milano, Ferruccio Resta, in un’intervista al Sole 24 Ore, esprime auspici, piuttosto che una strategia e contenuti per il post pandemia.

LE PREVISIONI SUI RISCHI DEL WORLD ECONOMIC FORUM

Al momento pochi, peraltro, azzardano previsioni – per quanto dimostrabili solo a posteriori – su come e quando si tornerà alla normalità. Non fosse altro perché nessuno aveva previsto, nemmeno lontanamente, quel che è poi accaduto.

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Uno dei pochi accenni, ma è giusto un paragrafetto di 20 righe, sta sul Global Risk Report 2020 del World Economic Forum. Nel suo annuale rapporto previsionale non viene nemmeno adombrato un rischio di pandemia, ma solo rilevato che i sistemi sanitari sono sott’attacco in tutto il mondo. Perché la spesa corre troppo veloce, l’allungamento della vita mette sotto pressione i sistemi previdenziali e l’inquinamento mina come mai la salute pubblica. «Sono stati fatti progressi dall’esplosione di Ebola nel 2014-16», scrive il Wef, «ma i sistemi sanitari sono in tutto il mondo non preparati per affrontare significative epidemie come Sars, Zika e Mers».

UNO TSUNAMI CHE HA TRAVOLTO IL NOSTRO SISTEMA SANITARIO

Come stiamo vedendo questo timore si è materializzato in tutta la sua reale distruttività, con ospedali al collasso, personale medico e paramedico sprovvisto di attrezzature adeguate, politiche e interventi di contenimento contraddittori e improvvisati. Insomma un disastro annunciato, rispetto al quale però il sistema sanitario italiano, pur nella drammaticità dei giorni di crescita esponenziale del contagio e quindi di massima pressione su strutture e personale, ha dimostrato di essere uno dei più efficienti, o meglio resilienti, al mondo. Detto senza vanaglorie nazionaliste in questa occasione l’Italia sta mostrando il suo volto migliore.

UN’AGENDA PER L’ETÀ DI MEZZO

Ma ora, per quanto da tutti auspicata, la coesistenza con il Covid-19 non ha risposte. Può solo farsi domande. Mettere in fila le questioni più rilevanti, dovendo fare i conti con un mondo Covid, prossimo alla fine, e un mondo post-Covid, tutto da immaginare e costruire. A partire, appunto, dalle emergenze e criticità più forti che hanno investito i settori fondamentali della nostra società. Insomma un’agenda iniziale, come quella che propone Debora Lupton, sociologa della Salute e studiosa di Antropologia medica, mettendo in fila una cospicua serie di domande che devono orientare la ricerca sociale, scientifica e applicata.

I COMPORTAMENTI CHE HANNO MESSO A RISCHIO LA NOSTRA SALUTE

Quali sono le risposte delle autorità pubbliche (dal governo nazionale alle Regioni e ai Comuni) e delle organizzazioni sanitarie alla pandemia e in che modo le persone dei diversi gruppi sociali e località geospaziali stanno rispondendo alla crisi sono le prime due. Se non le più importanti, quelle preliminari all’avvio di riflessioni (operative) serie, anche nella prospettiva di altre e prossime emergenze di questo tipo. Si pensi solo ai conflitti, in certi casi penosi, che si sono aperti fra governo e ministri e presidenti di Regione e sindaci. Così come ai comportamenti di molte persone che hanno ignorato i diktat sanitari o di grandi gruppi organizzati che a dispetto di un lanciato allarme pandemico sono scesi in piazza in Spagna per celebrare l’8 marzo, a New Orleans per festeggiare comunque il carnevale, o sono andati – i tifosi di Atalanta e Valencia– in massa allo stadio per la sfida della Champions. E a quest’ultimo proposito si segnalerà che Bergamo e Valencia sono stati due focolai fra i più letali sia in Italia che in Spagna.

LA VISIONE MERCATISTA DELLA SANITÀ HA FALLITO

Lo stato dei rapporti fra istituzioni politiche e sanitarie, e fra queste e i cittadini, è dunque un tema centrale che andrà affrontato evitando rimpallo di colpe e stilando linee guida e un “codice di comportamenti”. La diffusione del Covid-19 ha infatti rappresentato una sfida senza pari per quattro settori cruciali della società. Per i quali il ritorno alla normalità comporterà cambiamenti radicali. Dei reset di sistema e non semplici aggiustamenti o parziali modifiche. In primis la salute pubblica, che si è scoperta estremamente fragile, non solo dove i sistemi sanitari nazionali sono quasi assenti (Iran e India), ma anche dove l’indubbia efficienza di sistema è fortemente privatizzata (in Lombardia come negli Usa).

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La visione mercatista spinta della sanità degli ultimi 30 anni non ha fatto tornare i conti, ma al contrario ha fatto correre la spesa pubblica con il risultato, sotto gli occhi di tutti, di personale medico e sanitario privo degli strumenti di protezione necessari per affrontare l’emergenza pandemica.

LA SFIDA ONLINE PER ISTRUZIONE E RICERCA

In secondo luogo l’istruzione, che dalla scuola dell’obbligo all’università sta fronteggiando una sfida epocale. Ovunque nel mondo sono state infatti interrotte le attività di insegnamento, hanno chiuso scuole e campus e si è passati a forme di insegnamento online. Realisticamente credo che anche quando ritornerà la normalità educativa e scolastica, una parte importante dell’insegnamento sarà impartito online. Anzi dovrà, perché la modalità virtuale o a distanza consentirà anche di sperimentare possibilità di incontro, confronto e discussione allineate alle nuove forme di relazione digitale.

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Dunque possibili e auspicabili in ambienti che sfrutteranno la realtà aumentata e consentiranno un’esperienza didattica immersiva. Ma in questo ambito, della ricerca anche accademica, si pone il problema della sua circolazione che attualmente è troppo ristretta e lenta nel trasferire conoscenze e scoperte scientifiche. Sia in ambiti multidisciplinari, sia operativi e di promozione di corretta informazione.

VERSO LA FABBRICA 4.0

In terzo luogo il lavoro: tema cruciale e complesso. Qui mi limiterò, anche per non ripetere le solite banalità sullo smart working, a segnalare che fabbrica 4.0 avrà in tempi brevi una potente accelerazione. Perché tutti, non solo gli industriali, stiamo realizzando quanto fabbriche e sistemi produttivi automatizzati potrebbero superare indenni e continuare a funzionare anche in presenza di emergenze pandemiche. Il distanziamento umano in un luogo popolato di robot sarebbe l’ultimo dei problemi.

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NUOVE REGOLE PER MEDIA E SOCIAL

I media, soprattutto i social, e le tecnologie digitali che contribuiscono alla diffusione delle informazioni, sono i campi dove è forse più urgente l’azione di nuova legislazione e regolazione. Visto che l’attuale fondamento normativo risale al decennio 90 del secolo scorso: ovvero preistoria rispetto all’eco-sistema digitale che ormai è quasi configurato. Coesistere con il Covid-19, ovvero ripartire prima possibile, presuppone la consapevolezza che la pandemia ha due alleati mortali: le fake news sanitarie che viaggiano alla velocità del web e le zuffe fra scienziati e politici che vanno abitualmente in onda nei talk tivù come Non è la D’Urso. Non va infatti dimenticato che la pandemia è iniziata come infodemia.

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La produzione industriale in Germania continua a calare

Secondo i dati dell'istituto di statistica tedesco Destatis nell'ultimo mese dell'anno la frenata è stata del 3,5% rispetto a novembre e addirittura del 6,8% rispetto allo stesso periodo del 2018.

La produzione industriale in Germania è crollata a dicembre 2019 del 3,5% rispetto a novembre e del 6,8% rispetto a dicembre 2018. Lo ha reso noto l’istituto di statistica tedesco Destatis, aggiungendo che nel settore delle costruzioni il calo è stato dell’8,7%.

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Germania, la crisi dell’acciaio che ferma anche l’Italia

Al siderurgico legata anche la crisi dell’auto. Per i dazi di Trump, la concorrenza dalla Cina e la conversione green dell’Ue. Il cuore della Ruhr è malato: migliaia di cassintegrati agli altiforni.

Anche i grandi soffrono. La crisi dell’acciaio mette a rischio migliaia di posti di lavoro, anche in Germania, soprattutto nei bacini siderurgici della Saarland e della Ruhr contesi nella Prima guerra mondiale per le risorse minerarie e per le industrie pesanti. Ma il cuore europeo delle acciaierie soffre di una «pressione immensa» allertano i vertici dei metalmeccanici (Ig Metall) del Nord Reno-Vestfalia. Le condizioni di mercato, per diversi fattori concomitanti, sono reputate «molto difficili» anche dai vertici del gruppo Nirosta che entro la fine del 2021 programma di abbattere 373 posti di lavoro, in primo luogo negli stabilimenti della Saarland. Nel 2012 Thyssenkrupp cedette il ramo Nirosta ai finlandesi di Outokumpu, che evidentemente non ritengono più redditizio produrre in Germania. Ma non è una questione di stranieri: anche Dillinger e il gruppo Saarstahl, aziende con secoli di storia nel Land, hanno annunciato 1500 esuberi in tre anni.

MENO 4% DI PRODUZIONE DI ACCIAIO

Monta aria di smantellamento tra gli altiforni tedeschi: un comparto di 80 mila addetti siderurgici, 22 mila dei quali nella Saarland, 45 mila in Nord Reno-Vestfalia, diverse altre migliaia in Land come l’Assia. Le acciaierie più grandi reggeranno, ma cambiando radicalmente impianti e lavorazioni. Al costo di miliardi di euro di riconversione e di migliaia di posti di lavoro persi. Nel 2019 in Germania si è prodotto il 4% dell’acciaio in meno dello stesso del 2018. E da settembre parte dei lavoratori della Saarstahl sono in cassa integrazione, come da marzo in Assia alla Buderus Edelstahl che ha cancellato 150 posti di lavoro. Il comparto non migliorerà nel 2020: per l’anno fiscale da settembre 2019 a settembre 2020, l’ammiraglia Thyssenkrupp ha preannunciato una perdita netta «significativamente più elevata», considerato che il bilancio di quest’anno si è chiuso con 304 milioni di euro di perdita netta, rispetto ai 62 milioni del 2018.

Germania crisi acciaio auto Italia
Il monumento alle miniere della Saarland. GETTY.

DALLA SIDERURGIA IL 6% DI EMISSIONI CO2

Così per il 3 dicembre è annunciata in Nord Reno-Westfalia una mobilitazione dei lavoratori di Thyssenkrupp. Contro il «circolo vizioso», dicono, che si trascina dietro anche la grave crisi dell’auto. La tagliola dei dazi di Donald Trump sull’acciaio dall’Ue (con la minaccia di dazi ancora più pesanti sulle auto, e ogni auto ha circa un quintale di acciaio) ha aggravato la contrazione. Già in atto a causa dell’import di acciaio a basso costo – soprattutto dalla Cina -, e del processo di automazione anche nell’industria pesante. Non ultimo, grava l’adeguamento agli obiettivi dell’Ue di emissioni zero e di decarbonizzazione entro il 2050 dell’Ue: alla lunga, l’onere più grande per la siderurgia che da sola in Germania causa il 6% delle emissioni Co2 (il 2,5% gli altiforni di Duisburg, nella Ruhr). Angela Merkel ci punta molto: ha appena approvato un piano per il clima di 100 miliardi entro il 2030, che se da un lato dà incentivi anche alle acciaierie per pulirsi, dall’altro ne uccide il comparto e gli indotti.

Per diventare a emissioni zero Thyssenkrupp stima una spesa di 10 miliardi di euro, anche nella ricerca

PRODURRE ACCIAIO GREEN COSTA MOLTO

Thyssenkrupp è il primo della branca a cavalcare la rivoluzione green lanciata dall’ultimo governo della cancelliera: entro il 2050 il gruppo intende dichiararsi clima neutrale. Ma per ridurre a zero l’impatto delle emissioni nocive per l’ambiente, nel siderurgico bisogna sostituire tutti gli altiforni a carbone con altiforni a idrogeno, facendoli lavorare con fonti di energia rinnovabili. Il colosso di Essen stima una spesa di 10 miliardi di euro, anche nella ricerca, per la trasformazione: senza aiuti statali impossibile anche per multinazionali del suo calibro. Tanto più che per Paesi come la Germania attingere dal solare per smantellare le centrali a carbone è più difficile e costoso. Produrre acciaio internamente resterà poi sempre oneroso anche per il costo del lavoro, più alto che negli stabilimenti in Cina sempre più grandi e numerosi. E come se non bastasse nel 2019 si è arrivati a un surplus di acciaio nel mondo, anche per il calo di produzione delle auto a causa delle minori richieste.

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Le scorie durante la produzione dell’acciaio Thyssen negli altiforni di Duisburg. GETTY.

ANCHE LE TUTE BLU DELL’AUTO IN SCIOPERO

La Saarland è pronta a diventare una «regione modello per la produzione di acciaio a emissioni zero». Ma il governo locale guidato dalla Cdu di Merkel chiede che una «protezione del settore a livello nazionale», anche attraverso un pressing nell’Ue per una riesame delle clausole di salvaguardia a freno delle importazioni di acciaio a basso costo. L’agitazione cresce anche nel settore dell’auto: a novembre a Stoccarda, nella capitale tedesca dell’auto, hanno dimostrato in 15 mila dai colossi Daimler, Audi, Bosch e dagli altri gruppi dell’indotto. Ig Metall stima piani di ristrutturazione per 160 aziende del ramo, solo nel Baden-Württemberg: il governo (Verdi e Cdu) del Land – ricco ma legato all’export di auto – ha convocato a settembre i rappresentanti di categoria e il governo. Anche per ridiscutere i parametri della cassa integrazione e per chiedere aiuto al ministero del Lavoro. E se si ferma l’indotto tedesco dell’auto e dell’acciaio, si blocca anche l’indotto italiano.

PIÙ TASSE  E MENO AUTO E ACCIAIO. ANCHE IN ITALIA

Tutte le case automobilistiche investono massicciamente in auto elettriche e a guida autonoma. Il contraltare, come nel siderurgico, è tagliare il costo del lavoro in stabilimenti dove gli operai sono sostituiti da robot. D’altronde i 100 miliardi della Grande coalizione vanno in premi all’acquisto di veicoli elettrici, in riduzioni nei biglietti dei mezzi pubblici meno inquinanti come i treni, e in investimenti per spingere l’energia da fonti rinnovabili, che in Germania sono soprattutto parchi eolici. Tutte spese finanziate dai rincari alle tariffe per le emissioni Co2 nei trasporti e nell’edilizia (per i quali saranno introdotte certificazioni) e dagli aumenti sul consumo di benzina e diesel. Mentre ai costruttori si impongono quote obbligatorie di auto elettriche e sul territorio si piantano stazioni di ricarica. Tempi più verdi, ma molto più grigi per l’industria pesante tedesca che produrrà magari dell’acciaio più pulito. Ma che di sicuro produrrà meno acciaio.

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Quanto pesa la possibile chiusura dall’ex Ilva sull’indotto

L'addio di Arcelor Mittal avrebbe ricadute pesantissime, tra grandi appalti e piccole imprese. Più di 4 mila i posti a rischio, sommati agli oltre 10 mila del polo pugliese. Mentre sul Pil si stima un impatto annuo negativo di 3,5 miliardi di euro. Lo scenario.

Chi pensa alle conseguenze di un possibile addio di Arcelor Mittal dovrebbe fare i conti almeno due volte. A rischio infatti non ci sono solo i 10.700 mila posti di lavoro dell’ex Ilva di cui 8.200 a Taranto, ma anche quelli dell’indotto (lo Svimez stima un bacino totale di oltre 15 mila persone), senza parlare del giro d’affari che l’ex Ilva muove nella nostra economia. Nella città pugliese e in tutta Italia.

A RISCHIO I POSTI DELL’INDOTTO, DIRETTO E INDIRETTO

Si comincia con gli addetti dell’indotto. Secondo i sindacati ce ne sono circa 4 mila che lavorano ogni giorno negli stessi stabilimenti dell’azienda. A loro andrebbe poi aggiunto un numero imprecisato di dipendenti di piccole e piccolissime imprese che nessuno si è mai preoccupato di censire. Si occupano per lo più delle lavorazioni classiche del settore metalmeccanico (dai tubi alle saldature, dalle torniture agli impianti elettrici) svolte in larga parte dal personale di pmi del territorio circostante.

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Che cosa accadrà a queste aziende e a questi lavoratori se Arcelor Mittal si ritirerà? L’esperienza anche recente non promette niente di buono. «Durante la gestione commissariale dell’Ilva», racconta a Lettera43.it il responsabile della Fim-Cisl per l’indotto, Vincenzo Castronuovo, «si erano accumulati ritardi nei pagamenti ai fornitori, specie i più piccoli, che si ripercuotevano sui loro dipendenti. Alcuni sono stati mesi senza stipendio. Dall’inizio di quest’anno, invece, appena un paio di mesi dopo l’accordo con Arcelor Mittal, la situazione si è normalizzata. Ma ora temiamo un nuovo passo indietro». 

Una veduta aerea dello stabilimento dell’Ilva di Taranto.

DAGLI APPALTI AI SERVIZI: I CONTRATTI A RISCHIO

L’impatto di tutto questo si aggira grosso modo sull’1,5% del Pil di Taranto. Molto meno del 3% stimato per gli Anni 90, d’accordo, ma pur sempre una percentuale pesante. Le conseguenze, inoltre, non si fermano alla città. La famosa copertura del complesso, per esempio, è stata affidata alla Cimolai, società di Pordenone con 3 mila dipendenti. Metalmeccanica a parte, un colosso come l’Ilva richiede tanti servizi, dalle pulizie alla mensa, che impegnano in gran parte personale esterno. La gara per la ristorazione, per esempio, è stata vinta dal gruppo milanese Pellegrini (oltre 8 mila dipendenti, non solo in Italia). Un amaro assaggio di quello che potrà accadere è stato il licenziamento, l’8 ottobre, di 130 dei 201 lavoratori della ditta di servizi Castiglia di Massafra che operava proprio nell’indotto.

LE RIPERCUSSIONI SULL’INDUSTRIA ITALIANA

C’è poi da considerare l’effetto sull’industria nazionale di una eventuale cessazione della produzione di acciaio a Taranto. L’odierna disponibilità di questo materiale a costi molto più bassi che in passato a livello mondiale (è uno dei problemi dell’ex Ilva, che anche per questo perde 2 milioni al giorno) suggerisce che altri produttori siano pronti a rifornire le nostre fabbriche a prezzi non superiori a quelli praticati oggi dallo stabilimento pugliese. Del resto già oggi, a causa della riduzione della produzione di Taranto, una buona parte dell’industria italiana soddisfa all’estero (Germania e Turchia, anzitutto) il suo fabbisogno.

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Ma non c’è solo il prezzo. La puntualità delle consegne è forse anche più importante. Far arrivare le lastre da impianti di produzione che si trovano a migliaia di chilometri di distanza non è la stessa cosa che averle a tre o quattro giorni di navigazione. I prezzi bassi di oggi, infine, potrebbero non conservarsi tali domani. In un mondo che vede crescere le tensioni e la minaccia dei dazi, anche la vulnerabilità dell’industria italiana è un tema da mettere sul piatto della bilancia.  

LA CHIUSURA DI TARANTO AVREBBE UN IMPATTO DI 3,5 MILIARDI

Uno scenario quantificato dallo Svimez secondo cui l’impatto annuo sul Pil della chiusura degli stabilimenti ex-Ilva sarebbe, considerando gli effetti diretti, indiretti e indotti, di 3,5 miliardi di euro, di cui 2,6 miliardi concentrata al Sud (in Puglia) e i restanti 0,9 miliardi nel Centro-Nord. La contrazione dell’economia sarebbe dello 0,2% a livello nazionale e dello 0,7% nel Mezzogiorno. A risentirne sarebbero le esportazioni (-2,2 miliardi) ma anche i consumi delle famiglie (-1,4 miliardi), considerando il significativo impatto del venir meno degli stipendi degli addetti dello stabilimento, dell’indotto diretto e degli effetti occupazionali del rallentamento dell’economia.

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Whirlpool ritira la procedura di cessione per lo stabilimento di Napoli

Il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, in un video su Facebook: «Primo passo per una soluzione definitiva». Ma i sindacati avvertono: «C'è tempo fino a marzo». Confermati manifestazione e sciopero generale dei metalmeccanici.

La Whirlpool intende ritirare la procedura di cessione per lo stabilimento di Napoli. La notizia è ufficiale e arriva dal ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, con un video su Facebook.

Whirlpool Napoli, ho una notizia importante da darvi. Collegatevi

Posted by Stefano Patuanelli on Wednesday, October 30, 2019

Per Patuanelli «è un primo passo, certamente il più importante» per uscire definitivamente dallo stallo. Perché ora «ci sono nuovamente le condizioni per sedersi a un tavolo con l’azienda e i lavoratori», con l’obiettivo di trovare una «soluzione industriale anche con l’impegno del governo».

La svolta, inattesa, si è concretizzata a poche ore dall’avvio della procedura di cessione e alla vigilia di una grande manifestazione dei sindacati, che si sono dati appuntamento a Napoli giovedì 31 ottobre.

Patuanelli ha ringraziato espressamente proprio i lavoratori della Whirlpool: «Abbiamo ottenuto questo risultato grazie al loro impegno costante e alla loro manifesta volontà di continuare a lavorare in quello stabilimento».

Dopo aver pubblicato il video su Facebook, il ministro ha spiegato che la revoca della procedura di cessione «fa si che ci sia una possibilità di ricominciare a produrre». La segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan, ha commentato: «È una notizia molto positiva. Ora c’è il tempo per un buon progetto e perché l’azienda rimanga a Napoli e continui la produzione».

La mobilitazione dei sindacati è comunque confermata: «La Fim apprende con soddisfazione la decisione della Whirlpool, ma avverte che c’è tempo fino a marzo per una soluzione. La manifestazione a Napoli e lo sciopero generale dei metalmeccanici sono confermati», ha detto infatti il segretario generale della federazione, Marco Bentivogli.

Anche perché Whirlpool, ha aggiunto, «conferma il progressivo calo di mercato e la volontà di cessione resta solo rinviata a inizio 2020. Non siamo alla soluzione, ma guadagnare tempo prezioso è utile e bisogna ringraziare i lavoratori di Napoli e di tutto il gruppo che non si sono mai rassegnati».

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