Essere leader di pensiero, come rinforzare credibilità e fiducia in un’azienda

Creare e mantenere la leadership nell’era della digitalizzazione è sempre più difficile e per i leader e i manager di successo non è più possibile appellarsi esclusivamente alla dimensione cibernetica per la propria reputazione. La thought leadership rappresenta un’ottima opportunità che, se accompagnata da una efficiente visione strategica, è in grado di favorire il successo di un’azienda.

Il mondo aziendale è sempre più vitale, disinibito e competitivo. Alla luce dei continui cambiamenti che caratterizzano il settore, creare e, soprattutto, mantenere la propria leadership sta diventando sempre più complesso.

I leader devono essere in grado di disegnare e ridisegnare relazioni di collaborazione creativa all’interno dei propri team, mantenendo viva l’attenzione degli interlocutori e la propria esclusività. Questi elementi, inseriti in un contesto sempre più veloce e digitalizzato, hanno reso necessario ripensare le figure di manager e leader, il loro ruolo e il loro approccio nei confronti del contesto di riferimento.

Nello specifico, i social network e internet sono diventati cruciali per il mantenimento di posizioni di rilievo all’interno della società. Questi, però, a volte risultano essere poco affidabili. Basti pensare alle conseguenze devastanti degli attacchi hacker o ai possibili down di internet. Non è un caso, infatti, che nei giorni scorsi, durante le manifestazioni di protesta che si sono svolte in Iraq, la connessione a Internet sia mancata a milioni di utenti nel Paese. Questo, un esempio tra tanti, rivela quanto affidarsi esclusivamente ai social e alla dimensione cibernetica non sia più sufficiente e poco sicuro.

L’ORIGINE DELLA THOUGHT LEADERSHIP

È necessario, dunque, ripensare la dirigenza in modo efficace e stimolante per preservare i caratteri esclusivi del leader e garantirne il suo durevole successo. In questo caso la thought leadership, parola d’ordine negli ultimi anni, rappresenta una strategia soddisfacente. Il termine, coniato per la prima volta nel 1994 da Joel Kurtzman, l’editore fondatore di Strategy+Business, una rivista di management pluripremiata per i decisori nelle aziende e nelle organizzazioni di tutto il mondo, può essere identificata come un tipo di content marketing che prevede la condivisione di media e contenuti editoriali per acquisire clienti in cui si attinge al talento, all’esperienza e alla passione all’interno della propria azienda per rispondere in modo coerente alle domande dei propri clienti e del proprio target di riferimento.

Un thought leader è un esperto del settore che condivide la sua esperienza con un pubblico più ampio allo scopo di educare, migliorare e aggiungere valore al settore nel suo complesso

Kelsey Raymond, la co-fondatrice e ceo di Influence & Co.

Kelsey Raymond, la co-fondatrice e ceo di Influence & Co., un’agenzia di content marketing, descrive un thought leader come «un esperto del settore che condivide la sua esperienza con un pubblico più ampio allo scopo di educare, migliorare e aggiungere valore al settore nel suo complesso». La thought leadership è oggi sempre più radicata e comprende una serie di attività volte a posizionare un individuo o una realtà aziendale nel ruolo di massimi esperti nel loro campo.

IL LEADER DEL PENSIERO DEVE ESSERE CREDIBILE E UN BUON COMUNICATORE

Un thought leader è una figura riconosciuta da colleghi, clienti ed esperti del settore come profondamente competente del business in cui si trova, delle esigenze dei clienti e del più ampio mercato in cui opera. Questo è, generalmente, un efficace comunicatore, risorsa coinvolgente per un pubblico specifico. Il soggetto identificato come thought leader è dunque detentore di una certa fama e un certo posizionamento che deriva dalla sua credibilità e dalla solidità dimostrata sul campo. Un programma di thought leadership, diretto da un leader di pensiero, se ben strutturato, può aiutare piccole aziende o startup a potenziare le proprie strutture a essere competitive sul mercato. Il pensiero organizzato e coerente permette di allineare i potenziali clienti con un preciso modo di pensare, agevolando la conversazione e rendendola più efficace al perseguimento dei propri obiettivi.

RACCONTARE LA PROPRIA STORIA PER ENTRARE IN CONNESSIONE

I leader di pensiero aiutano, dunque, a supportare gli altri attraverso la condivisione di esperienze e conoscenze. Questa condivisione permette all’individuo di essere percepito come una figura di autorità affidabile a cui le persone si rivolgono quando hanno bisogno di consigli o di una guida. Questo posizionamento permette, non solo di essere apprezzati al pubblico a cui già si rivolgeva, ma anche di essere notati da un nuovo pubblico e di raggiungere nuovi obiettivi incrementando la platea di interlocutori. Sono leader che si aprono e raccontano storie di vita vissuta. Riportano gli aspetti che hanno motivato le loro scelte inziali, come hanno mosso i primi passi nella loro attività e quali errori hanno commesso lungo la strada. Questo approccio li aiuta a entrare in connessione con il proprio pubblico e a risultare credibili, ispirando fiducia e solidità.

APRIRSI PER ISPIRARE I DIPENDENTI E INCORAGGIARE IDEE CREATIVE

La thought leadership, differentemente da altri approcci dirigenziali, garantisce la creazione di un ambiente in cui team e partner imparano continuamente e sono costantemente incoraggiati a sviluppare idee creative. Questo ispira l’apertura e stimola l’innovazione, creando così un vero vantaggio competitivo. La cultura dell’apprendimento rappresenta, infatti, un vero valore aggiunto che l’azienda può vantare e utilizzare in maniera strategica nei confronti dei propri competitor.

In conclusione, la thought leadership costituisce un’ottima opportunità e un’esperienza gratificante che può comportare benefici, a breve e a lungo termine, per creare e mantenere la propria reputazione, o quella di un’azienda, in un mondo interconnesso e sempre più precario. Per diventare un thought leader è necessario mettersi in gioco in maniera strategica, individuando le esperienze da condividere e identificando l’utilità che da questa condivisione può derivare. In particolare, nelle piccole aziende questa strategia può rappresentare l’ago della bilancia e costituire il valore aggiunto e il vantaggio competitivo dell’azienda rispetto ad altri grandi competitor.

Gianluca Comin è professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma

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Quattro frasi che un piccolo imprenditore non dovrebbe dire

Molti non hanno le competenze gestionali per mandare avanti un'impresa. Così si affidano a corsi motivazionali che molto spesso sono bluff. Giustificando la loro mancanza di risultati con una serie di scuse. Ecco quali.

Ricordate che laddove c’è un business di successo, c’è un offerta che incontra una domanda? Semplice e banale riflessione maturata osservando in questi anni il processo di lenta evoluzione delle competenze e capacità dei piccoli imprenditori del nostro Paese che rappresentano l’80% del tessuto produttivo dell’Italia. Lavoro da oltre 30 anni per i piccoli imprenditori e se dovessi individuare un parametro che evidenzi il livello del loro tardigrado sviluppo sicuramente la massiccia partecipazione ai corsi-seminari motivazionali dei fuffa-guru rappresenterebbe un indicatore molto significativo. Pagano migliaia di euro poche ore di auto-esaltazione e poi considerano un costo (non un investimento) l’implementazione di fondamentali strumenti di gestione aziendale.

I CORSI MOTIVAZIONALI SONO COME DROGHE

Quindi mi sono chiesto: perché i micro-piccoli imprenditori, con profondi gap in termini di competenze gestionali, accorrono poi in massa a quei momenti di esaltazione collettiva che insegnano ad aumentare l’autostima, a incanalare al meglio le proprie “risorse ed energie interiori per ottenere il successo nella vita professionale e privata”? Innanzitutto provate a guardare qualche evento del genere cercando gli appositi link sul web: si tratta di veri e propri show dove più bravo sarà il protagonista sul palco, più forte sarà la musica, più vivaci e splendenti saranno i colori e più si esce da un corso del genere carichi a mille, pieni di energie e di bellissime sensazioni. Non è una cosa strana però. È perfettamente normale e sarebbe un problema il caso contrario!

Si tratta sempre e comunque di spettacoli dopo i quali si va a dormire sentendosi Rambo e l’effetto dura qualche giorno

Il successo di questi corsi si basa sulla efficienza della macchina organizzativa, su una imponente campagna di marketing e soprattutto sulla capacità e bravura dei fuffa-coach che hanno ben capito il meccanismo chimico e psicologico, assolutamente naturale, su cui agire. In pratica si tratta sempre e comunque di spettacoli dopo i quali si va a dormire sentendosi Rambo e l’effetto dura qualche giorno. Ma dopo un po’ di tempo non ti resta nulla, hai solo ricevuto un temporaneo sollievo. Si tratta di una vera e propria droga. Quando finisce l’effetto elettrizzante, inizia la cosiddetta fase calante dopo la quale stai pure peggio di prima. Perché non ti ha lasciato nulla. Eppure in quel momento non ci pensavi, volevi solo star bene, volevi farti caricare.

TANTI PICCOLI IMPRENDITORI SI BLOCCANO NEL MOMENTO DEL CAMBIAMENTO

A questo punto è chiaro perché questi corsi sono perfettamente inutili e anzi dannosi: contribuiscono a distrarre ancor di più il piccolo imprenditore dalla corretta analisi delle sue esigenze. Quello che manca, ripeto, alla classe dei nostri piccoli imprenditori – che dovrebbero passare da un modello dinastico a un sistema manageriale – sono le competenze basiche di una gestione manageriale dell’impresa. Introduzione di sistemi di controllo di gestione, implementazione di indagini di customer satisfaction, gestione della identità visiva, gestione delle risorse umane e attivazione di un modello di marketing tailor-made. Senza questi modelli-strumenti, non bastano passeggiate sui carboni ardenti per scongiurare la crisi. Ma perché poi il piccolo imprenditore si blocca nel momento in cui deve decidere di azionare il cambiamento e riorganizzare la propria azienda? Perché hanno alcuni punti di vista, universali e sbagliati, rappresentati ormai da frasi divenute idiomatiche. Quali sono? Ecco quattro esempi.

1- «Non è colpa mia»

È il più facile e anche il più diffuso idiotismo nelle azienda a conduzione familiare. La stragrande maggioranza dei piccoli imprenditori si incarta già a questo primissimo livello, affidando la responsabilità a degli ostacoli esterni, attribuibili ad altri componenti familiari della compagine aziendale.

2- «E se poi il controllo di gestione evidenzia dei miei limiti?»

Questo concetto ha a che fare con una cosa che ci inculcano fin da bambini: il terrore di sbagliare e di sentirsi un “fallito” perché non sei riuscito nell’intento. E quindi meglio evitare di controllarsi.

3- «Lo faccio solo se i miei collaboratori mi seguono»

Non c’è alcuna speranza di avere successo con una strategia del genere, si fallisce ancora prima di cominciare, perché il proprio impegno deve essere rivolto al 100% al cambiamento. Bisogna essere disposti in prima persona a pagare il prezzo in termini di tempo, denaro ed energia da metterci.

4 – «Se la maggior parte non vuole farlo, un motivo ci sarà…»

Ma il motivo non è quello che tutti pensano. E cioè che è “la cosa giusta o la più intelligente da fare”. Al contrario, raramente “tutti” fanno la cosa più intelligente. Il motivo per cui “(non) lo fanno tutti” è che la scelta più facile è non uscire dalla propria zona di comfort. Ricordatevi che se la “massa” è pigra, il mercato è veloce.

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