Sui migranti è nuovo scontro tra Di Maio e Salvini

Botta e risposta tra il leader della Lega e quello del M5s. «Con voi al governo sbarchi moltiplicati». La replica: «Fa solo propaganda. Con lui eravamo all'anno zero».

A lanciare il sasso ci ha pensato Matteo Salvini. A raccoglierlo e rispedirlo al mittente è stato invece Luigi Di Maio. Tutto è iniziato con un tweet beffardo dell’ex ministro dell’Interno. Un cinguettio in cui attaccava l’esecutivo giallorosso. «La grande differenza tra il governo con la Lega e il governo senza Lega è semplice: con la Lega gli sbarchi diminuivano e i grandi centri per migranti come Mineo, Cona e Bagnoli venivano chiusi», ha scritto sui social il leader del Carroccio. Che poi ha aggiunto: «Col governo del tradimento, invece, gli sbarchi si sono subito moltiplicati, le strutture di accoglienza sono tornate nel caos e il governo manda clandestini in giro per l’Italia».

Una stoccata non andata giù a Luigi Di Maio che l’ex alleato di governo lo conosce bene. Tanto nella politica quanto nelle metodologie comunicative. Da qui la replica del pentastellato che ha chiarito come l’attuale esecutivo stia «affrontando il tema dei migranti con il decreto sui rimpatri perché eravamo all’anno zero». Per poi partire al contrattacco: «Sul dislocamento dei migranti seguiamo semplicemente il suo metodo da ministro degli Interni. Nei 14 mesi di Governo ha ridistribuito i migranti che arrivavano in tutti i centri sul territorio nazionale. È bene che in questi casi si taccia invece che fare propaganda».

IL RILANCIO DI MATTEO SALVINI

Replica questa a cui non è tardata ad arrivare la controreplica del leader del Carroccio. «Con la Lega al governo gli sbarchi erano diminuiti del 70%, con il governo del Tradimento e delle Poltrone gli arrivi sono triplicati. Questi sono i fatti», ha detto Salvini commentando le affermazioni di Di Maio.

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Chi è favorevole e chi è contro lo ius culturae tra i parlamentari

Giovedì 3 ottobre è pronto a essere discusso in Commissione affari costituzionali il provvedimento per concedere il titolo di cittadino ai bambini nati e cresciuti in Italia. Ma c'è chi frena anche all'interno della maggioranza.

A un mese trascorso dal suo insediamento, la maggioranza giallorossa inizia la rincorsa ai lavori di governo. Tentando di prendere velocità, però, inciampa sulla rediviva questione dello ius culturae, che il Pd inserisce nuovamente nella lista delle cose da fare dell’esecutivo. La legge che allarga la cittadinanza a minori nati in Italia o arrivati entro i 12 anni, e che abbiano frequentato per almeno cinque anni un ciclo di studio approda il 3 ottobre in commissione Affari costituzionali alla Camera. E, nell’attesa, il mondo politico e non si divide sul tema.

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CHI SI SCHIERA A FAVORE DELLO IUS CULTURAE

Tra chi sostiene la proposta avanzata dal presidente della commissione Affari costituzionali Giuseppe Brescia (M5S), c’è il ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti (M5S), che a Un giorno da Pecora, su Rai Radio1 ha detto: «lo ius Culturae è una buona idea, sono favorevole. Penso che occorra agire in modo intelligente sull’inclusione, ma in fondo non c’è niente che differenzi i miei figli dai bambini stranieri nati e cresciuti in Italia». E aggiunge: «Forse non è tra le priorità, ma è un bene che il dibattito cominci». Sulla stessa linea anche la collega di partito Lucia Azzolina, sottosegretaria all’Istruzione: «Solo se saremo in grado di spiegare che non vogliamo regalare la cittadinanza a nessuno, ma intendiamo lavorare per integrare i bambini che hanno studiato in Italia riusciremo a raggiungere un traguardo di civiltà».

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Si schiera a favore di una maggior elasticità sulla concessione della cittadinanza anche il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei: «Lo Ius Culturae è da promuovere perché l’integrazione senza riconoscimento normativo sarebbe un contenitore vuoto». Appoggia la proposta di legge anche la ventenne di origine tunisina Insaf Dimassi, tra le voci che animano il movimento Italiani senza cittadinanza. Sul suo profilo Facebook la giovane scrive: «Salvini ha paura della cultura? Lo possiamo capire. Oggi lo Ius Culture torna al centro del dibattito politico, ma solo come merce di scambio tra Pd e 5 Stelle. Se questo governo vuole porsi in discontinuità con il precedente approvi senza condizioni la proposta, perché non possono esistere cittadini di serie B».

Un Partito che nasce per essere delle libertà e poi non sostiene i diritti è anacronistico

Renata Polverini, Forza Italia

Ad articolare il dibattito ci ha pensato anche l’ala liberal di Forza Italia. Renata Polverini, come nella scorsa legislatura, aveva già presentato un suo ddl, ed oggi ha fatto sapere di avere l’appoggio di molti suoi colleghi (come Andrea Causin, Franco Dal Mas, Osvaldo Napoli). «C’è un centrodestra», ha spiegato Polverini, «in cui non mi identifico: il centrodestra di Gasparri, che dichiara guerra ai bambini; non lo capisco, come non capisco le dichiarazioni contro i ragazzi scesi in piazza per l’ambiente. Un Partito che nasce per essere delle libertà e poi non sostiene i diritti è anacronistico».

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Nel silenzio generale e contro il parere degli italiani, Pd e M5S stanno tentando di far passare la legge Boldrini per…

Posted by Giorgia Meloni on Monday, September 30, 2019

LE VOCI CONTRARIE ALLA PROPOSTA

Tra chi si oppone strenuamente all’adozione del provvedimento non poteva mancare il leader leghista Matteo Salvini: «La cittadinanza facile non ci piace, comunque la chiamino. Non è un biglietto al luna park e mi sembra l’ultimo dei problemi di un governo confuso che oggi sembra allo sbando». Chiede di frenare sulla semplificazione del riconoscimento della cittadinanza anche la deputata del Pd Alessia Morani, che sul suo profilo facebook commenta: «Lo Ius Culturae è una legge di civiltà ma riprendere ora il dibattito è un errore. Prima serve dimostrare che c’è un modo diverso da quello di Salvini di governare i flussi migratori. Il paese è diviso e non basterà approvare una legge per eliminare le tossine del razzismo inoculate da Salvini».

Anche il neo ministro degli Esteri Luigi Di Maio, discostandosi dall’opinione di molti membri dei 5 Stelle, si oppone alla scelta di tornare a parlare della questione proprio adesso: «Credo che oggi non sia una priorità per il nostro Paese. Prima ci sono il taglio dei parlamentari, la riforma della Giustizia, della Sanità». E dai banchi dell’opposizione, si dice indignata Giorgia Meloni, che sui social lancia una raccolta firme per bloccare la proposta: «Il governo rossogiallo è occupato a mandare avanti la legge per concedere la cittadinanza automatica agli immigrati. Fratelli d’Italia è già mobilitata. Giovedì 3 ottobre saremo davanti al Parlamento per raccogliere le firme necessarie a fermare questo scempio».

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Se aumentano i flussi possibile stop alle ripartizioni di migranti

È uno dei punti del documento siglato a Malta sui ricollocamenti dei richiedenti asilo. Il meccanismo sarà valido almeno per sei mesi e può essere rinnovato.

Se non proprio una svolta, è stata definita un passo avanti importante. Ma l’intesa siglata a Malta sui migranti, “benedetta” anche dal premier Giuseppe Conte, prevede delle postille particolari. Che contemplano per esempio la possibilità di stop della redistribuzione dei profughi nel caso in cui questi dovessero essere troppi. È quello che si legge nel documento dell’accordo: Se nei «sei mesi» di validità del protocollo «il numero dei ricollocati dovesse aumentare in modo sostanziale, gli Stati che partecipano si riuniranno per consultazioni. Durante le quali il meccanismo potrà essere sospeso». Il piano di ripartizione può essere rinnovato, ma nel frattempo occorrerà «andare avanti sulla riforma del sistema comune d’asilo, sulla base di un’iniziativa della Commissione».

STRETTA SULLE REGOLE PER LE NAVI DELLE ONG

Nella bozza di intesa di legge anche che occorre «assicurare che questo meccanismo temporaneo» per la ripartizione dei richiedenti asilo «non apra nuove strade irregolari verso le coste europee ed eviti la creazione di nuovi fattori di attrazione». A questo fine, tra le misure previste ci sono una serie di regole per le navi delle Organizzazioni non governative (Ong): «Devono essere registrate secondo la legge nazionale dello Stato di bandiera. Dove possibile, le imbarcazioni per il salvataggio saranno registrate come tali. L’amministrazione dello Stato di bandiera assicurerà che tali imbarcazioni siano qualificate in modo adeguato ed equipaggiate per condurre tali operazioni».

Le imbarcazioni di salvataggio non devono facilitare la partenza di barche che trasportano migranti dalle coste africane


Il documento firmato a Malta

Inoltre «le imbarcazioni impegnate nelle operazioni di salvataggio devono seguire le istruzioni del Centro di coordinamento per il salvataggio, non devono spegnere i transponder di bordo; non devono inviare segnali luminosi o qualsiasi altra forma di comunicazione per facilitare la partenza di barche che trasportano migranti dalle coste africane; non devono ostacolare le operazioni di ricerca e salvataggio della Guardia costiera, inclusa la Guardia costiera libica».

CHI ACCOGLIE SARÀ RESPONSABILE

È stato anche concordato che «il ricollocamento veloce dei richiedenti asilo salvati in mare non dovrà superare le quattro settimane e seguirà un sistema fast track per il ricollocamento sulla base di impegni dichiarati prima dello sbarco, e dove possibile rimpatri subito dopo lo sbarco». E lo Stato che accoglie «si assumerà la responsabilità per la persona ricollocata».

Nel caso di uno sproporzionato aumento della pressione migratoria in uno degli Stati, un posto di sicurezza alternativo sarà proposto su base volontaria


Uno dei punti dell’intesa

La proposta della rotazione dei porti di sbarco è stata recepita così: «Ogni Stato membro può sempre offrire un posto alternativo di sicurezza su base volontaria. Nel caso di uno sproporzionato aumento della pressione migratoria in uno degli Stati partecipanti, calcolato in relazione ai limiti delle capacità di accoglienza, o ad un alto numero di richieste per la protezione internazionale, un posto di sicurezza alternativo sarà proposto su base volontaria».

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Bosnia Erzegovina, viaggio nel campo profughi di Bihać

L'associazione milanese Ipsia ha ideato l'iniziativa Social Cafè. Per coinvolgere 2 mila migranti sempre più ai margini in città. Il reportage.

«Che cosa fate di solito per rilassarvi? Se io potessi essere al vostro posto, mi sdraierei su un bel letto pulito. E leggerei i libri che voglio, ascolterei le canzoni che mi piacciono». Fahrad fa una domanda dopo l’altra, mentre con gesti meccanici passa le tazze piene di bollente agli uomini in fila davanti a sé. Sono tutti maschi soli che vengono da Pakistan, Afghanistan, Bangladesh. E che, come lui, sono ospiti del campo profughi Bira, un gigante di cemento alla periferia di Bihać, a Nord Ovest della Bosnia Erzegovina. Fahrad racconta del suo passato in Pakistan, dei suoi 22 anni, del sogno di diventare giornalista, mentre il vapore del čaj nero gonfia il chiosco del Social Cafè, quell’isola di normalità progettata dall’associazione milanese Ipsia, in collaborazione con Caritas e Acli milanesi. E che, dallo scorso 21 dicembre, avversa l’uniformità di uno dei più aridi campi profughi della rotta balcanica con la bevanda più antica del mondo. «Distribuiamo tè tutti i giorni, per tre ore. Sembra una banalità, invece è un momento atteso. Restituisce ai migranti una parentesi di vita semplice, che è la cosa che a loro manca di più» racconta Greta Mangiagalli, cooperante della Ong milanese. «La formula di un Social Cafè per richiedenti asilo è stata testata la prima volta nel 2016, in Serbia, nel centro profughi di Bogovadja. Da quell’esperienza, la scelta di tentare l’esperimento anche qui, al Bira. L’aspetto fondamentale non è tanto l’offerta di tè. Non si tratta di pura distribuzione, ma di un rito per aiutare le persone a sentirsi nuovamente persone, e non solo numeri».

A uno dei tavoli allestiti per il tè, alcuni ragazzi disegnano, riprendendo i colori delle proprie bandiere.

La rotta balcanica inizia a formarsi tra il 2014 e il 2015, quando la crisi migratoria raggiunge il suo picco. I profughi (provenienti soprattutto da Afghanistan, Bangladesh, Pakistan, Siria, Iraq e Iran) la considerano un’alternativa più veloce, più economica e meno pericolosa rispetto a quella del Mediterraneo centrale. La Balkan Route si trasforma così nel cammino più battuto. Solo nel 2015, viene percorsa da oltre 160 mila persone. I ritmi rimangono questi, almeno finché non viene ufficialmente chiusa nel marzo del 2016, quando l’Unione europea stringe un accordo con la Turchia per fermare il flusso. Al governo di Erdogan vengono dati 3 miliardi di euro per stringere le maglie e trattenere i profughi nei propri confini, senza farli approdare sulle coste greche. E i risultati si fanno subito vedere: nel gennaio del 2017 solo 1.500 persone si mettono in viaggio. Un anno prima, nello stesso periodo, erano in 70 mila. Ma i problemi non spariscono, anzi. Con la chiusura dei confini si crea un imbuto umano nei paesi dell’ex Jugoslavia. Chi si era messo in viaggio quando le frontiere erano ancora libere resta bloccato ed è a partire da quella fase (anno 2017) che la Bosnia, pur non essendo meta ambita, diventa un cortile di stallo. Chi non intende tornare indietro, aspetta lì il momento propizio per entrare nei paesi dell’Unione (soprattutto Italia, Germania, Francia, Spagna, Belgio) attraverso vie illegali. A partire dal 2018, secondo i report forniti dalle Nazioni unite, sono giunte in Bosnia 25.506 persone (dati disponibili fino a luglio 2019). Oltre un terzo di loro viene dal Pakistan (34%). Il 12% viene dall’Iran, seguito da Afghanistan (11%), Siria (10%), Iraq (9%) e Bangladesh (4%). Nel Paese, oggi, ci sono dai 5 ai 7mila profughi: di questi, circa 1.500 si trovano al Bira (i numeri cambiano però ogni giorno, a seconda di quanta gente arriva e di quanta ne parte per tentare di attraversare il confine croato).

Un ragazzo in posa davanti al chiosco del Social Cafè, dove ogni giorno sono servite oltre 600 tazze di tè.

NEI BAR DI BIHAĆ, DOVE I MIGRANTI NON POSSONO ENTRARE

Gli oltre 120 litri di tè fumante serviti ogni giorno hanno assunto ancora più significato da quando molti negozianti, in città, hanno deciso di osteggiare l’ingresso dei migranti nei locali. L’insofferenza degli abitanti di Bihać ha preso il posto di un iniziale moto solidale, sopravvissuto finché la crisi non ha assunto un carattere permanente e finché i furti commessi da alcuni profughi non hanno macchiato l’immagine di tutti loro. Nella maggior parte dei casi, l’avversione è fatta di occhiate e di commenti, ma non mancano manifestazioni più esplicite. Come il cartello appeso all’entrata di un negozio di alimentari, che recita «Migrants are strictly forbidden entry», vietato l’ingresso ai migranti. O come le caffetterie in centro, dove i camerieri non devono prendere ordinazioni dai profughi. Pena il licenziamento. «Mi è capitato di sedermi al tavolo con alcuni ragazzi afgani e di sentirmi dire che sarei stata servita soltanto io, unica occidentale. Ho chiesto spiegazioni, il cameriere era in imbarazzo, diceva che c’era in gioco il suo posto di lavoro», racconta la volontaria di una Ong. «I migranti accanto a me hanno assistito alla scena a testa bassa, mi chiedevano di smettere di cercare una soluzione, perché sono abituati a trattamenti del genere».

Vietato l’ingresso ai migranti. L’avviso è appeso alla porta di un negozio di alimentari, poco lontano dal centro di Bihać,

IL RITUALE DEL TÈ AL BIRA

In un contesto in cui anche sedersi al bar è diventato un lusso, il tè preparato al Bira diventa un infuso di normalità. Quando intorno alle 10 del mattino il personale incaricato apre la porta del chiosco e i grandi tormentoni afgani e pakistani riecheggiano dalla cassa bluetooth sbattendo contro le pareti dello stabilimento, è segno che il rito ha inizio. Uomini di tutte le età escono dagli anfratti di cemento. A decine si raccolgono attorno al Social Café, per aiutare a sistemare tavoli e panchine di legno. Senza più parlare dispongono tutto per quella parentesi di vita qualunque, tanto concentrati che a guardarli da fuori pare diano inizio a una danza coordinata, a un rituale che fa da collante tra le centinaia di storie e ambizioni che hanno portato sulle spalle, dai loro Paesi fino all’Europa. Dall’inizio della crisi migratoria, sono molte le persone che si sono interessate all’universo dei campi profughi lungo la rotta balcanica. Giornalisti, ricercatori, studiosi. Una moltitudine di specialisti dell’osservazione che ha tenuto viva l’attenzione su un movimento migratorio epocale. Ma che, al contempo, dà agli ospiti di questi mondi in pausa la sensazione di essere animali da laboratorio e non più uomini comuni. «Sono stanco di parlare con i giornalisti. Vengono qui con le telecamere per qualche giorno, ascoltano, scrivono, ma poi non cambia nulla», racconta Hafiz, seduto al tavolino allestito per il tè. «Non ce la faccio più a descrivere il dramma che viviamo, tanto è inutile. A volte penso che mi è rimasto solo il corpo, mentre la testa è stata annullata. Il mio pensiero, la mia parola non contano, quando la polizia mi ferma per strada e se non sto zitto entro cinque secondi vengo picchiato. Conosco uomini nella mia situazione che hanno tentato il suicidio, ma sono stati salvati. Mi chiedo: perché almeno non lasciano che ci uccidiamo se queste sono le condizioni in cui dobbiamo vivere?».

Un ragazzo parla con la sua famiglia grazie al suo smartphone, strumento di salvezza per gran parte di loro.

QUEL FILO DIGITALE CHE LEGA I MIGRANTI AI LORO CARI

Durante il rituale del tè, qualcuno, come Hafiz, ne approfitta per sfogarsi, altri si danno ai giochi da tavolo o scrivono pensieri dedicati alle madri, preferendo rimanere in silenzio. Molti, invece, si lasciano assorbire dalle conversazioni su Messenger con genitori, figli, mogli. E tutti quegli affetti lasciati diversi confini più in là. Attraverso il display dei loro smartphone, centinaia di uomini si tengono allacciati alle vite dei loro cari. Ogni matrimonio, ogni nascita, ogni lutto che scandisce la loro storia familiare si fa digitale, finisce per prendere la misura dei loro schermi. A volte gli avventori del Social Cafè ammazzano l’attesa del turno tentando di saltare la fila. Qualcuno chiede la precedenza dichiarando di avere fretta perché in partenza per il game, per la traversata del confine croato. Qualcun altro lamenta mal di testa, acciacchi vari ed eventuali, pur di essere servito prima. «È un bene che abbiano ancora l’astuzia di mentire», dice una volontaria Ipsia. «Significa che sono vivi, che non si sono ancora trasformati in automi».

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Salvini vuole un referendum se cambia il decreto sicurezza

Il leader della Lega insiste con la propaganda sull'immigrazione: «L'Italia torna a essere un campo profughi. Smontano la mia legge? Sia il popolo a opporsi alla scelte del palazzo».

La nuova arma preferita da Matteo Salvini sembra essere diventata quella del referendum. Dopo averne proposto uno per il superamento della legge elettorale, il Rosatellum, ne ha lanciato un altro possibile sull’argomento che gli è tanto caro a livello di propaganda, e cioè l’immigrazione: «Il problema è che l’Italia torna a essere un campo profughi. Lo vedremo nelle prossime settimane. Le Ong hanno festeggiato. Se smonteranno il decreto sicurezza sarà un’altra occasione di referendum, perché sia il popolo a opporsi alle scelte del palazzo. Sull’immigrazione la vedo grigia nei prossimi mesi, la vedo male», ha detto il leader della Lega da Pontida.

«A MATTARELLA BISOGNA PORTARE RISPETTO…»

L’ex ministro dell’Interno ha commentato anche le parole del deputato leghista Vito Comencini contro il presidente della Repubblica Sergio Mattarella («Mi fa schifo»): «Possono essere sbagliati i toni, bisogna sempre portare rispetto. Sicuramente sono state fatte scelte che non corrispondono alla volontà popolare. Io però non uso l’insulto e propongo agli italiani un cambiamento».

Io voglio che ogni italiano sappia per chi vota, senza che ci siano partitini che tengono in ostaggio il Paese

Poi Salvini è tornato sul sistema di voto, spiegando che gli alleati del centrodestra «sono d’accordo con un referendum sulla legge elettorale. Ne avevo parlato con entrambi. Io voglio che ogni italiano sappia per chi vota, senza che ci siano partitini che tengono in ostaggio il Paese».

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