Io e il lavoro

Se penso alla parola lavoro, quindi, mi viene in mente la parola incertezza. Quando, da piccola, fantasticavo su me stessa a questa età, vedevo una persona realizzata, indipendente e autonoma. Forse se la bimba che ero allora vivesse il “mio oggi” sarebbe delusa.

Di IMMA BASSO

Esistono diverse definizioni della parola “lavoro”; stando a una delle interpretazioni più generica, il lavoro è “l’applicazione di una energia -umana, animale o meccanica- al conseguimento di un fine determinato”. Il fine più comune, per l’essere umano, è senza dubbio la remunerazione. Personalmente, se penso a questo termine  mi torna alla mente la scena di un film di De Crescenzo: un autista di taxi cerca di approfittare di un incontro fortunato con un importante ingegnere perché lo aiuti a inserire suo nipote nel mondo del lavoro. Se penso al lavoro come problema, l’unica soluzione reale e potenzialmente utile è solo e unicamente questa: chiedere, sperare e pregare che qualcuno intervenga in aiuto, spinto da chissà quale flusso positivo dovuto a una precisa posizione degli astri. È facile banalizzare tutto così. Non mi riferisco a chi cerca delle scorciatoie, come notoriamente accadeva e accade, per  ottenere una buona occupazione senza aver fatto nulla. Il mio pensiero, purtroppo, va a chi, con sacrifici enormi e impensabili, ha fatto di tutto per assicurarsi un futuro quantomeno dignitoso. Alcuni ragazzi impiegano tanto tempo e investono tante energie e speranze per cercare la propria strada, per capire quale sia davvero il  giusto percorso che li proietti verso la realizzazione dei propri sogni, il lavoro stabile. Oggi la  percentuale di coloro che raggiungono la tanto agognata meta  pare sia notevolmente abbassata. Sicuramente la condizione economica mondiale non aiuta nessuno; eppure sembra dormire sogni tranquilli solo “il figlio di…”. Non conta quanto si sia  studiato nè quanto impegno, passione e dedizione sia stata investita, alla fine si avrà solo la sensazione di aver sprecato tempo e denaro. Questa insoddisfazione  non è circoscritta più oramai a lavori prestigiosi,  ma anche a tutti: sembra impossibile ottenere lavoro anche solo come parrucchiera, commessa e, perché no, come barista. Chi riesce ad ottenere occupazioni del genere deve comunque ringraziare qualcuno che è intervenuto in  suo aiuto. Nè chi ha la fortuna di ottenere anche il più semplice dei lavori conduce, poi, una vita serena. La situazione sociale ed economica non sembra aiutare nessuno, soprattutto nel nostro Paese. Ed è proprio qui che si apre un altro problema. La maggior parte dei giovani lo sta lasciando per cercare fortuna altrove. A parer mio, questa è la soluzione giusta. Non trovo giusto, però, che debba essere costretto a farlo chi, invece, ha l’obbligo, morale e materiale di pensare alla propria famiglia. Se il lavoro è un diritto, dovrebbe esserlo anche poterlo svolgerlo nelle condizioni ottimali, sia dal punto di vista psicologico che affettivo. Tra l’altro, il più delle volte si tratta di  persone che non ambiscono a un’occupazione in chissà quale importante multinazionale, ma di chi vorrebbe lavorare nella pizzeria da raggiungere  a piedi o con i mezzi. Non abbiamo tutti le stesse ambizioni. Non  sogniamo tutti di diventare personaggi importanti della politica. Ci sono persone che nel proprio cassetto hanno un sogno umile e penso sia giusto tutelare anche loro. Se penso alla parola lavoro, poi, subito, penso alla parola sconforto. È davvero un momento difficile.                                                                                                                                                                                                                     La mia esperienza personale è stata condizionata da diversi fattori, non ultime l’indecisione e l’insicurezza. Ho sempre pensato che aiutare gli altri potesse essere uno scopo di vita, ma non avevo mai pensato che potesse essere un lavoro. Ho sempre pensato, inoltre, che chi lo facesse come lavoro, non avesse nulla di nobile nell’anima tantomeno negli atti intrapresi. Ho percorso diverse strade prima di capire l’importanza della mia passione: stare con i bambini. Casualmente ho conosciuto tre fratellini, purtroppo tutti affetti dal disturbo della sindrome di autismo, che hanno saputo donare tanta  fiducia in me stessa. Parlando con le specialiste che seguono la loro crescita, mi sono ritrovata catapultata in un mondo sconosciuto. È un mondo fatto di tanti colori e io mi sento fortunata a conoscere tutte le sfumature che regala. Ho frequentato allora  un corso e sostenuto degli esami, anche se che mi ero ripromessa che mai più avrei toccato un libro. è così che oggi  ho trovato la strada giusta per me. Sto continuando a studiare soprattutto per passione. Nella pratica se da un lato è una meraviglia indescrivibile lavorare con questi bimbi, dall’altra mi ritrovo a 30anni senza un lavoro stabile che mi permetta di pensare a un futuro abbastanza vicino con dei figli miei da poter educare e far crescere. Se penso alla parola lavoro, quindi, mi viene in mente la parola incertezza. Quando, da piccola, fantasticavo su me stessa a questa età, vedevo una persona realizzata, indipendente e autonoma. Forse se la bimba che ero allora vivesse il “mio oggi” sarebbe delusa. Sì, è così. Non vedo ancora la famosa luce in fondo al tunnel; non ho fiducia in un futuro migliore. Posso, però,  continuare ad impegnarmi e cercare di tutto per continuare a percorrere questa strada, perché è quella giusta: lo so, ci credo. Perciò, per ora, posso solo dire “ io speriamo che me la cavo”.

Consiglia