Le condizioni del governo per l’accordo con Mittal sull’Ilva

I commissari in audizione alla Camera rivelano i paletti dello Stato nella trattativa con l'azienda: transizione verso l'acciaio "green", mantenimento del livello occupazionale e nessuna immunità penale.

«Il governo è disponibile a entrare nel capitale e ad accogliere alcune istanze di Arcelor Mittal Italia» della Newco che provvederà alla ristrutturazione e al rilancio dell’ex Ilva, «a costo che Ami accetti la transizione verso la decarbonizzazione nel quadro di new deal voluto dall’Europa», ha detto il commissario straordinario dell’ex Ilva Alessandro De Novi in audizione alla Camera in commissione Ambiente e Territorio sottolineando che per commissari «è valido accordo del 2018».

MANTENIMENTO DEI LIVELLI OCCUPAZIONALI

«I punti principali dell’accordo» sui quali si sta lavorando per arrivare ad un’intesa «entro fine mese» prevedono: «l’anticipo dell’acquisto degli asset Ilva; mantenimento del prezzo stabilito» nell’accordo originario. «In cambio vi è la disponibilità dello Stato di entrare nella compagine di Ami a fronte di una disponibilità di Mittal a predisporre un nuovo piano industriale con nuove tecnologie green e mantenimento sostanziale del livello occupazionali», ha detto il commissario Da Novi.

NESSUNA ESIMENTE PENALE

«L’immunità o esimente penale non è materia dei nostri negoziati e non rientra nell’accordo che stiamo predisponendo con i legali», ha detto il commissario straordinario a margine dell’audizione alla quale hanno partecipato anche i commissari Antonio Lupo e Francesco Ardito. «In ogni caso l’immunità penale non era prevista nell’accordo del 2018 che è valido», ha aggiunto.

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L’Ilva “verde” alla base dell’accordo tra governo e ArcelorMittal

Palazzo Chigi trattiene gli indiani al tavolo dei negoziati tentandoli con possibili investimenti pubblici e fondi Ue del Green New Deal. L'azienda: «Per ora restiamo». Si tratta fino a fine febbraio.

Ci sono le basi per un accordo sull’ex Ilva di Taranto ma A.Mittal deve revocare il recesso. Lo mette in chiaro il Governo che punta «a fare del polo siderurgico di Taranto un leader europeo dell’acciaio verde, creando nel Mezzogiorno il primo esempio concreto di attuazione del Green New Deal. Motivo per il quale ci aspettiamo, peraltro, che l’Unione Europea guardi con favore a questo ambizioso e sfidante progetto».

L’obiettivo è raggiungere un accordo entro la fine di febbraio, come hanno annunciato anche i legali di ArcelorMittal e i commissari dell’ex Ilva, tramite i loro legali, al Tribunale di Milano, ottenendo così dal giudice Claudio Marangoni un nuovo rinvio, il terzo, della causa civile, ancora nella fase cautelare, avviata dopo che la multinazionale aveva manifestato, con tanto di atto di citazione, la volontà di lasciare la guida dell’acciaieria con base a Taranto. Il governo ha sottolineato «la concreta possibilità di un investimento pubblico nella società che gestisce l’impianto, in modo da garantire ancor più efficacemente il perseguimento della politica industriale del Governo, che mira a coniugare ambiente, innovazione, occupazione e crescita».

«Ieri sera e stamattina è stato formalizzato un passo avanti importante che ha permesso di evitare una decisione del tribunale. Si continua a lavorare e si lavora nella direzione che il governo ha sempre richiesto», ha detto in serata il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, spiegando che «i principi e gli obiettivi del negoziato» con Mittal sono «una transizione energetica dello stabilimento» assicurando il livello occupazionale e il risanamento ambientale.

Il premier ha anche sottolineato che «i sindacati hanno tutto il diritto di essere aggiornati sulla trattativa». A questo punto ci vorranno ancora tre settimane prima che il gruppo franco indiano e l’Ilva in amministrazione straordinaria arrivino a mettere nero su bianco e a formalizzare un’intesa sul piano industriale, già abbozzato lo scorso 20 dicembre con un protocollo siglato in Tribunale. Intesa che porti ad una modifica del contratto con cui oltre un anno fa la multinazionale si era impegnata ad acquisire il polo siderurgico.

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Ilva, per Morselli e i sindacati l’accordo preliminare è vicino

I sindacati dopo l'incontro con l'ad Morselli: «L'accordo preliminare è possibile e potrebbe arrivare entro domani».

Sembra vicina a una svolta la trattativa sul futuro dell’Ilva di Taranto. I sindacati, dopo aver incontrato l’amministratore delegato Lucia Morselli, hanno detto infatti che secondo la manager «un pre-accordo è possibile e non è escluso che possa arrivare tra oggi e domani. In seguito la trattativa proseguirà per i necessari approfondimenti». Il 7 febbraio è prevista al Tribunale di Milano la nuova udienza sul contenzioso che vede contrapposti i commissari straorinari dell’acciaieria e il colosso indo-francese ArcelorMittal.

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Ilva, com’è andato l’incontro tra Conte e Mittal a Londra

Il premier: «L'investimento pubblico ci sarà. Ma i numeri iniziali dell'azienda sugli esuberi sono inaccettabili». Il 7 febbraio c'è l'udienza al Tribunale di Milano.

Il premier italiano Giuseppe Conte ha incontrato a Londra Lakshmi Mittal, numero uno di ArcelorMittal, per discutere del dossier Ilva. Al termine del faccia a faccia, il presidente del Consiglio ha detto che l’incontro è stato «utile per ribadire le linee strategiche di fondo di questo negoziato» e per verificare che ci sono «obiettivi condivisi».

I legali stanno lavorando, si sta definendo il piano industriale e si stanno anche «creando anche le premesse per l’ingresso del pubblico, perché ci sarà anche un investimento pubblico», ha ricordato Conte.

Nel corso del colloquio non sono stati affrontati quelli che il premier ha definito «dettagli tecnici», ma per il governo rimane lo scoglio degli esuberi: «Gli ho ribadito che i loro numeri iniziali non sono accettabili, per noi è fondamentale preservare un livello occupazionale adeguato».

Ma il tempo stringe. Il 7 febbraio al Tribunale di Milano è in programma una nuova udienza sul contenzioso in atto fra i commissari straordinari dell’Ilva e il colosso indo-francese dell’acciaio. «In Tribunale bisogna andarci, ma sarebbe bene arrivarci con un accordo», ha auspicato il premier, «credo che questo incontro offrirà ai nostri negoziatori nuova linfa e nuova energia per lavorare fino a notte fonda».

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Sanremo di distrazione di massa

Dalle Sardine al Pil che scende, dalla psicosi coronavirus alla crisi Whirlpool, fino all'allarme antisemitismo saranno molti i temi oscurati dai riflettori dell'Ariston. "Me ne frego", per cinque giorni, sarà solo la canzone di Achille Lauro. Del resto, come dice Elettra Lamborghini, «Musica. E il resto scompare».

«Sanremo non significa niente e non a caso ho partecipato con Gianna che non significa niente». Era il 1978 e Rino Gaetano saliva per la prima volta sul palco dell’Ariston (arrivando terzo, dietro ai Matia Bazar e Anna Oxa).

Già allora, però, il cantautore aveva capito come il Festival della canzone italiana fosse una bolla. Un «niente», però, che finisce col cancellare tutto il resto.

Ogni argomento, anche il più delicato o drammatico, è oscurato dai riflettori dell’Ariston. D’altronde tutti (anche chi si vanta di non seguirlo) conoscono perfettamente la sigla di Sanremo, ricordano a menadito la rituale presentazione che si ripete come un mantra ad ogni canzone («dirige l’orchestra il maestro…. applausi…. canta…. applausi»), sono pienamente consapevoli dall’incubo scalinata che a ogni edizione inspiegabilmente ricompare.

SALVINI E LA SUA BESTIA GIÀ CAVALCANO LA KERMESSE

Il 2020 non sarà da meno. A dare il segnale di come anche quest’anno il Festival sarà al centro dell’interesse nazionalpopolare è stato Matteo Salvini, che ha ben pensato di sfruttare già le polemiche sui cachet degli ospiti e sulla presenza in gara di Junior Cally con due post tra i più cliccati sulla sua pagina Facebook negli ultimi giorni.

Dopo aver visto cantare donne e uomini che hanno fatto la storia musicale del nostro Paese, trovo vergognoso che a…

Posted by Matteo Salvini on Sunday, February 2, 2020

E chissà se durante la gara, Salvini continuerà a gridare all’emergenza sbarchi. «Mentre io al governo lavoravo per bloccare gli sbarchi, salvare vite e difendere il mio Paese, Pd e compagni hanno riaperto porti e portoni, per la gioia di scafisti e trafficanti», scriveva su Fb il 2 febbraio. «Sbarchi nel 2020 aumentati del 700%, pazzesco. Non mi spaventano minacce e processi, torneremo al governo per proteggere l’Italia e i nostri figli».

Mentre io al governo lavoravo per bloccare gli sbarchi, salvare vite e difendere il mio Paese, PD e compagni hanno…

Posted by Matteo Salvini on Sunday, February 2, 2020

UN DIVERSIVO MUSICALE PER OPEN ARMS E GREGORETTI

Il Festival, però, potrebbe essere anche un ottimo diversivo per il leader della Lega, dopo che sabato scorso è arrivata la notizia dell’inchiesta per sequestro di persona anche sulla Open Arms, a cui quest’estate è stato negato per più di due settimane lo sbarco ai 134 migranti. Un caso che si aggiunge a quello scoppiato con la Gregoretti (a bordo in quella circostanza c’erano 131 migranti): proprio all’indomani di Sanremo, il 12 febbraio, sapremo se il Senato manderà a processo Salvini o no.

IL DERBY TRA SANREMO E PSICOSI DA CORONAVIRUS

Ma la vera domanda è un’altra: Sanremo riuscirà a oscurare anche l’emergenza per il nuovo coronavirus? Presto, tra una canzone e l’altra di Sanremo, ci saremo dimenticati delle ricercatrici che lo hanno isolato in Italia. E forse abbandoneremo per qualche giorno la psicosi che ha portato a vedere tutti i cinesi come untori.

IL PIL SCENDE, L’ITALIA GORGHEGGIA

Non c’è dubbio, però, che appena le porte dell’Ariston si apriranno, altri temi cadranno inesorabilmente nel dimenticatoio. Solo pochi giorni fa l’Istat ha inchiodato il governo: il Pil italiano nel quarto trimestre del 2019 si è contratto dello 0,3% rispetto al periodo luglio-settembre (è stato il peggior trimestre dal 2013) mentre i dipendenti stabili sono calati di 75 mila unità. Meglio non pensarci. Troppi numeri. I soli che potranno interessare saranno quelli degli ascolti per capire se Amadeus farà meglio di Baglioni o no.

WHIRLPOOL E ILVA O DILETTA LEOTTA?

Figuriamoci, poi, se le storie di aziende sull’orlo di una crisi possano mai avere la meglio sulle performance di Georgina o di Diletta Leotta. E così prepariamoci a dimenticare i tanti tavoli aperti tra ministero del Lavoro e Sviluppo economico, a cominciare dallo stabilimento di Whirlpool a Napoli che, a dispetto delle promesse di Luigi Di Maio (allora al Mise), rischia di chiudere e lasciare a piedi 420 lavoratori. L’unico risultato finora ottenuto dal governo è la promessa che nessun impianto verrà ceduto prima di ottobre. Poi si vedrà.

LEGGI ANCHE: Da Amadeus a Renato Zero, alfabeto di un Sanremo scricchiolante

Un “poi si vedrà” che, invece, è già scaduto su ArcelorMittal. Qui la spada di Damocle si avvicina. Venerdì 7 febbraio si deciderà sul ricorso presentato dai commissari dell’ex Ilva, contro il recesso di Arcelor dal polo siderurgico di Taranto. Tutto dipenderà dall’eventuale compromesso politico che si raggiungerà. Le trattative saranno fittissime in questi giorni, ma niente paura: noi parleremo di Amadeus.

LA POLITICA SILENZIATA DALLE CANZONI

Con le Regionali in Emilia-Romagna alle spalle, ora anche le sorti delle Sardine – e la polemica per la foto con i Benetton – probabilmente ci interesseranno via via sempre meno. Non che vada meglio a M5s e Pd, anche loro costretti a cedere il passo dinanzi alla domanda, molto più succulenta, se Peppe Vessicchio tornerà mai a dirigere l’orchestra. Fa niente se entrambe le forze politiche si preparano a una renovatio profonda, con i pentastellati pronti a voltare pagina dopo Di Maio, e i dem addirittura a cambiare nome al partito. È anche vero, però, che in ottica governativa questa spirale del silenzio potrebbe essere un toccasana per mettere in ordine le idee su questioni capitali: dalla riforma della giustizia allo stop alle concessioni autostradali fino alla legge elettorale. Figuriamoci, poi, se qualcuno si ricorderà del prossimo referendum sul taglio dei parlamentari (29 marzo): l’unico voto interessante è quello sui cantanti in gara.

IL DRAMMA DEL FEMMINICIDIO

Ci sono, però, anche temi su cui l’attenzione non dovrebbe mai calare. Come il femminicidio. In una settimana sono state uccise sei donne e poco o nulla è stato detto. Nell’ultimo anno si sono registrati 876 episodi di violenze, nelle varie forme. Nel 2018 i procedimenti erano stati 789. Anche se a dire il vero, Sanremo ha già fatto parlare della violenza di genere. Dopo le tante polemiche, la presidente dell’associazione Italia delle Donne Gisella Valenza, come ha scritto La Stampa, ha querelato Amadeus, i vertici Rai e Junior Cally – al secolo Antonio Signore – per «istigazione alla violenza sulle donne e le forze dell’ordine, odio, oltraggio alla morale, in violazione della Costituzione».

IL “ME NE FREGO” PER 5 GIORNI SARÀ SOLO QUELLO DI ACHILLE LAURO

Per i cinque giorni della kermesse magari torneremo tutti critici musicali, scordandoci che il 15,6% di noi pensa che la Shoah non sia mai esistita e dell’antisemitismo crescente nel nostro Paese. E il Me ne frego sarà per un po’ solo il titolo della canzone di Achille Lauro. Ribadisce il concetto Elettra Lamborghini: Musica. E il resto scompare.

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Con il fallimento del rilancio Ilva perdiamo 3,5 miliardi di euro

«L'impatto economico sarebbe pari allo 0,2% del Pil italiano e allo 0,7% del Pil del Mezzogiorno», scrivono i commissari nella memoria depositata al tribunale di Milano.

Giocano in difesa i commissari dell’Ilva e snocciolano i dati su quanto costerebbe il fallimento del rilancio della fabbrica-città di Taranto. Le conseguenze economiche attivate dall’inadempimento di «ArcelorMittal», ossia «il fallimento del progetto di preservazione e rilancio dei Rami d’azienda», porterebbero «ad un impatto economico pari ad una riduzione del Pil di 3,5 miliardi di euro, pari allo 0,2% del Pil italiano e allo 0,7% del Pil del Mezzogiorno», hanno scritto i legali dei commissari dell’ex Ilva nella memoria depositata nella causa civile in corso a Milano sull’addio del gruppo franco indiano al polo siderurgico con base a Taranto.

«ARCELOR MITTAL CERCA DI IMPORRE ALTRI 5 MILA ESUBERI»

Per i commissari, con il provvedimento del Riesame che ha prorogato l’uso dell’Altoforno 2 «è venuto meno il presupposto di gran parte delle argomentazioni avversarie». I commissari dell’ex Ilva accusano ArcelorMittal di portare avanti le «consuete logiche» di «un certo tipo di capitalismo d’assalto secondo le quali se a valle dell’affare concordato si guadagna, allora ‘guadagno io’, mentre, se invece si perde, allora ‘perdiamo insieme», hanno scritto i legali dei commissari dell’ex Ilva nella memoria di 86 pagine in cui spiegano che il gruppo «cerca oggi di imporre surrettiziamente una riduzione del personale di circa 5.000 unità», di «dimezzare l’occupazione portandola da 10.700 dipendenti a soltanto 5.700»

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Nuove misure di Cig all’ArcelorMittal e continua la guerra in procura

Altri 250 lavoratori in cassa integrazione. E la produzione viene spostata dall'acciaieria 1 alla 2. I sindacati protestano, mentre i pm di Milano hanno depositato la memoria contro la multinazionale.

Nuove misure di cassa integrazione all’Ilva di Taranto. ArcelorMittal ha convocato il 20 gennaio i sindacati annunciando il fermo immediato dell’Acciaieria 1 di Taranto e una riduzione di personale da 477 a 227 unità, determinando la collocazione di 250 lavoratori in Cig. Lo rendono noto Fim, Fiom e Uilm. La previsione di fermata è di circa 2 mesi, fino al 31 marzo 2020. I sindacati spiegano che – secondo ArcelorMittal – i nuovi assetti produttivi sono dovuti a «uno scarso approvvigionamento di materie prime e all’attuale capacità produttiva legata alle commesse».

IL TRASFERIMENTO PRODUTTIVO ALL’ACCIAIERIA 2

I nuovi assetti produttivi – spiegano i sindacati – partiranno da giovedì 23 gennaio con l’Acciaieria 2 a pieno regime. Parte della produzione della stessa Acciaieria 1 verrebbe spostata all’Acciaieria 2, «che passerebbe» spiegano le Rsu, dall’attuale regime di due convertitori a tre in marcia. L’azienda ha ribadito la necessità di mantenere i presidi per la quasi totalità della manutenzione e del personale necessario di esercizio per garantire, in entrambi i casi, la salvaguardia impiantistica propedeutica alla ripartenza dell’impianto. Inoltre, aggiungono i sindacati, «una parte del personale di esercizio dell’Acciaieria 1, formato e informato, verrà impiegato in Acciaieria 2 a saturazione organico». Fim, Fiom e Uilm hanno ribadito la propria «contrarietà a tale decisione aziendale in quanto ritengono che il momentaneo trasferimento della produzione sull’Acciaieria 2, rispetto all’attuale assetto di marcia, può creare possibili ripercussioni dal punto di vista della sicurezza e dell’ambiente». I sindacati ritengono «inaccettabile tale scelta da parte di ArcelorMittal in quanto, ad oggi, non vi è un piano industriale condiviso con il Governo e le organizzazioni sindacali» e pertanto chiedono «l’immediata sospensione dell’iniziativa unilaterale della multinazionale».

I PM: «ARCELORMITTAL NON CONOSCE L’INTERESSE PUBBLICO»

Intanto la Procura di Milano ha depositato la sua memoria nel contenzioso in cui la multinazionale ha chiesto l’estromissione dei pm dal dossier. Secondo i pm ad Arcelor Mittal sfugge «il concetto di interesse pubblico» e quindi, nel chiedere l’estromissione dei pm dal contenzioso civile con l’ex Ilva «non riesce in concreto a rappresentarsi l’interesse perseguito da questo ufficio» né a comprendere la richiesta fatta «in sede cautelare». «Si ricorda infatti», scrivono i pm nella memoria depositata isempre il «come il recesso dai contratti di affitto (…) arrechi un irreparabile nocumento ad impianti industriali strategici a presidio della cui integrità sono facilmente invocabili anche norme sanzionatorie penali». La procura inoltre contesta la “frase” della memoria depositata a dicembre da ArcelorMittal nella causa civile in cui si sostiene «che la Procura possa versare in un giudizio civile (…) elementi istruttori acquisiti al di fuori di ogni contraddittorio (e di ogni competenza) nonché del controllo del giudice civile è evenienza, a nostra memoria, mai verificatasi in Italia e, per quanto si sappia, in alcuno Stato di diritto», come si legge nella memoria dei pm «è il portato di un artifizio retorico eccessivamente spinto, o denota scarsa memoria».

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Perché il Cantiere Taranto stenta a partire

Il decreto per rilanciare la città è bloccato al Mef per mancanza di risorse. In gioco non ci sono solo le tutele per i lavoratori ex Ilva, ma anche bonifiche e sgravi fiscali. Qualcosa sembra muoversi, ma sono tante le promesse rimaste sulla carta. Mentre i dati su disoccupazione, Pil e formazione preoccupano. Una fotografia.

Il cantiere Taranto è fermo. Con il testo del decreto, annunciato a dicembre, ancora bloccato al ministero dell’Economia

Il motivo è lo stesso che aveva portato al primo congelamento: la mancanza di risorse.

Così, in attesa di una soluzione, il dossier è slittato di qualche settimana. Da Palazzo Chigi garantiscono a Lettera43.it che «il decreto è in dirittura d’arrivo, si sta lavorando sugli altri aspetti che compongono il cantiere Taranto», oltre a quelli già individuati con una copertura certa.

IN ATTESA DEL TAVOLO SUL CONTRATTO ISTITUZIONALE DI SVILUPPO

Il sindaco della città, Rinaldo Melucci, nelle ultime ore ha fatto sentire la sua voce. «Taranto vuole conoscere al più presto il proprio destino», ha dichiarato dopo il rinvio del tavolo con il ministero dello Sviluppo economico sul Contratto istituzionale di sviluppo (Cis), previsto il 17 gennaio. Il Cis, siglato nel 2015, è in questo senso una sorta di apripista del cantiere Taranto. Palazzo Chigi ha specificato che «la gestione del tavolo del Contratto istituzionale di sviluppo è stata riportata sotto la presidenza del Consiglio. Domani (venerdì 17 gennaio, ndr) si terrà una riunione tecnica e a stretto giro sarà riconvocato il tavolo». 

Rinaldo Melucci, sindaco di Taranto (Ansa).

La spia della tensione è comunque virata sul rosso e i tarantini attendono che le promesse vengano mantenute. Anche perché resta la questione ex Ilva che fa da ombra a tutto il resto. Pure sullo stabilimento, il governo professa ottimismo: «Il Green deal dell’Ue e il Just Transition Mechanism rappresentano una opportunità per incentivare la riconversione dello stabilimento siderurgico di Taranto nel passaggio verso la decarbonizzazione».

QUEI FONDI DA STANZIARE

Una prima iniezione potrebbe arrivare dal Fondo per lo sviluppo e la coesione che ha una dotazione di 5 miliardi di euro, a partire dal 2021. I soldi possono essere stanziati fin da subito, garantendo una copertura ai progetti, anche in vista dei Giochi del Mediterraneo del 2026 assegnati proprio a Taranto. Ma per farlo è necessaria la volontà politica. La decisione sulla spesa spetta principalmente al ministro del Sud, Giuseppe Provenzano.

GLI INVESTIMENTI: DAL PORTO AL TECNOPOLO

«Dobbiamo mettere a punto il Cantiere Taranto, bisogna fare presto», dice a Lettera43.it la senatrice salentina del Movimento 5 stelle ed ex ministra per il Sud, Barbara Lezzi. «È importante proseguire con gli investimenti previsti. Penso alla questione porto, al restauro del centro storico, e alla necessità di procedere con il Tecnopolo. Sarebbe utile un incontro con imprese, artigiani e cittadini per dare una vocazione alla città. Così non si parlerebbe solo di ciminiere. Anche per i Giochi del Mediterraneo occorre progettare fin da ora la preparazione di un evento così importante», spiega Lezzi.

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L’ex ministra per il Sud Barbara Lezzi, del M5s (Ansa).

E proprio sul Tecnopolo la presidenza del Consiglio annuncia passi in avanti: «Sta per divenire realtà. Venerdì in Consiglio dei ministri si approverà lo statuto della fondazione Istituto ricerche Tecnopolo Mediterraneo per lo sviluppo sostenibile».

LA PRIMA BOZZA DEL DECRETO

La bozza del decreto è circolata per la prima volta il 17 dicembre. Nei 21 articoli ci sono varie misure: dalla tutela dei lavoratori ex Ilva fino al sostegno ai settori ricerca e innovazione, passando per l’impegno su salute e ambiente. Tra le norme figura infatti il potenziamento dei presidi sanitari e il programma di bonifica, ambientalizzazione e riqualificazione dell’intera area di Taranto. Passando alla fiscalità, il governo vuole finanziare gli interventi per la demolizione delle strutture abusive nella città vecchia ed estendere la zona franca urbana che prevede esoneri contributivi per le piccole imprese che operano nell’area. 

Operai ex Ilva (Ansa).

PREOCCUPANO DISOCCUPAZIONE E BASSO REDDITO

Gli indicatori economici e sociali confermano un quadro complesso e quindi la necessità di un piano per il rilancio. I dati Istat del 2018 riportano di un tasso di disoccupazione pari al 16,7%, il secondo più alto della Puglia (dopo la provincia di Lecce che però vede una diminuzione costante del tasso): un balzo in avanti preoccupante rispetto al 9,6% del 2009. L’unica consolazione è che in confronto al 18,8% del 2015 il trend si è un po’ invertito. Ma non basta. E lo conferma un altro elemento: le altre province pugliesi hanno abbassato, di molto, il tasso di disoccupazione, superando e staccando Taranto. 

LEGGI ANCHE: La Puglia è ora il laboratorio pro-Salvini di Renzi e Calenda

Non va meglio per quanto riguarda i bilanci delle famiglie. Sul reddito lordo pro capite la città di Taranto è in sofferenza: stando ai dati elaborati dal centro studi Twig, nel 2017 era in media di 18.685 euro. Il progetto “Benessere equo e sostenibile (Bes) delle province”, pubblicato nel 2019, ha individuato ulteriori problemi: «Considerando gli indicatori di disagio economico, i provvedimenti di sfratto interessano nella provincia di Taranto 2,6 famiglie ogni mille nuclei, risultando più frequenti rispetto alla media di Puglia (2,4 per mille) e d’Italia (2,0 per mille). I prestiti bancari alle famiglie mostrano localmente un più marcato rischio di entrare in sofferenza (1,9%) nel confronto con il dato regionale e nazionale», si legge nella ricerca. 

IL GAP NELLA FORMAZIONE

E anche sul tema della formazione emergono dei limiti, per quanto condivisi con le città limitrofe: «I ragazzi della provincia che hanno terminato corsi universitari costituiscono il 18% del totale, una quota simile rispetto alla media di Puglia ma più bassa di quella d’Italia, che si attesta intorno al 24,4%». Occorre quindi una visione complessiva del problema, che sappia guardare il futuro. «Se 10 anni fa avessimo dragato il porto di Taranto, oggi l’hub cinese del Pireo starebbe in Italia. Stiamo sprecando una rendita di posizione», ha sentenziato nel corso di un incontro il presidente Svimez, Adriano Giannola

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Green Deal: l’Ue apre ad aiuti per casi come l’Ilva

Una speranza per l’Ilva di Taranto potrebbe arrivare dall’Europa. Più precisamente dal Green Deal. Il nuovo Fondo europeo per la..

Una speranza per l’Ilva di Taranto potrebbe arrivare dall’Europa. Più precisamente dal Green Deal. Il nuovo Fondo europeo per la transizione verso un’economia verde partirà con un stanziamento di base di 7,5 miliardi e dal 2021 permetterà di finanziare con risorse pubbliche «la modernizzazione» di grandi impianti industriali e «la bonifica di siti contaminati» – e quindi potenzialmente anche Taranto – senza violare le regole Ue sugli aiuti di Stato. È quanto emerge dalla bozza delle proposte che la Commissione europea presenterà martedì prossimo di cui l’Ansa ha preso visione.

PER L’UE IN 7 ANNI SI POTRANNO MOBILITARE FINO A 50 MLD

La Commissione Ue propone che il nuovo fondo (Fte) sia accessibile «a tutti gli Stati membri» e rientri all’interno delle politiche di coesione. Il fondo potrà contare su 7,5 miliardi di euro di risorse fresche per il 2021-2027. A questo stanziamento si aggiungeranno i cofinanziamenti nazionali e le risorse che gli Stati dovranno trasferire dai fondi per lo sviluppo regionale (Fesr) e sociale (Fse+). Il meccanismo alla base della proposta prevede che per ogni euro ricevuto dal Fte, i Paesi trasferiscano «da un minimo di 1,5 a un massimo di 3 euro» provenienti dagli altri fondi Ue. Secondo Bruxelles, grazie a questo meccanismo in sette anni potranno essere mobilitati fondi pubblici «fra i 30 e i 50 miliardi». Lo strumento rientrerà in un più ampio Meccanismo per la transizione verde che ambisce ad attirare investimenti pubblici e privati per 100 miliardi. La Commissione chiede che siano i Paesi a «identificare i territori» bisognosi del sostegno del Fte, che in Italia coincideranno con le Province (categorizzate tecnicamente come NUTS 3), e a redigere piani di transizione territoriale ad hoc. Il Fte potrà finanziare anche «investimenti produttivi in aziende diverse dalle Pmi», quando «sono necessari per l’attuazione dei piani di transizione territoriali».

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L’altoforno 2 dell’Ilva non deve essere spento

Il Tribunale del Riesame ha accolto il ricorso degli amministratori straordinari dell'acciaieria. La mossa evita la cassa integrazione per oltre 2 mila lavoratori. E le trattative tra governo e ArcelorMittal possono ripartire.

Il Tribunale del Riesame ha accolto il ricorso degli amministratori straordinari dell’Ilva: l’altoforno 2 non deve essere spento. Le trattative tra il governo e ArcelorMittal possono quindi ripartire, alla luce di questo nuovo elemento che arriva dalla magistratura.

Il 10 dicembre il Tribunale di Taranto aveva respinto la richiesta di rimandare lo spegnimento dell’impianto, che non è a norma e che era stato sequestrato dopo la morte dell’operaio Alessandro Morricella.

Adesso i commissari avranno il tempo per eseguire i necessari lavori di ristrutturazione, evitando il rischio che l’attuale cassa integrazione ordinaria per 1.273 lavoratori si allarghi fino a coinvolgere 3.500 addetti, come annunciato da ArcelorMittal subito dopo il verdetto dei giudici.

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Si spegne l’Altoforno 2 dell’Ilva: 3.500 in cassa integrazione

Dopo la decisione dei giudici di Taranto, ArcelorMittal ha comunicato ai sindacati l'avvio della Cig straordinaria.

«L’azienda ha informato le organizzazioni sindacali che, in seguito al rigetto dell’istanza avanzata dai Commissari dell’Ilva in amministrazione straordinaria di proroga allo spegnimento dell’Altoforno 2, a breve invieranno alle stesse l’avvio della procedura di cassa integrazione straordinaria per 3.500 unità», ha annunciato la Fim Cisl Taranto-Brindisi, precisando che «nelle 3.500 unità sono compresi 1.273 che sarebbero stati collocati in Cigo».

I COMMISSARI STRAORDINARI VALUTANO IL RICORSO IN APPELLO

I commissari straordinari dell’Ilva in As stanno valutando il ricorso al Tribunale dell’appello contro la decisione del giudice Francesco Maccagnano, che ieri ha respinto l’istanza di proroga della facoltà d’uso che scadrà venerdì 13 dicembre. L’impianto fu sequestrato nel giugno del 2015 dopo l’incidente sul lavoro costato la cita all’operaio Alessandro Morricella, investito da una fiammata mista a ghisa incandescente mentre misurava la temperatura del foro di colata dell’Altoforno 2.

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No dei giudici alla proroga: l’Altoforno 2 dell’Ilva si ferma

Il tribunale di Taranto dice no alla richiesta dei commissari dell'impianto di rimandare lo spegnimento. Resta il ricorso al tribunale del Riesame.

Mentre governo e ArcelorMittal tentano di individuare un percorso condivisibile per arrivare a un nuovo accordo sul turnaround dell’ex Ilva, tutti gli stabilimenti dell’ultimo colosso siderurgico italiano, sono fermi per lo sciopero indetto dai sindacati. E una tegola arriva in serata: il tribunale di Taranto rigetta la richiesta di proroga per l’attività dell’Altoforno 2 avanzata dai commissari al tribunale di Taranto. Questo tradotto vuol dire il possibile inizio delle operazioni di fermata degli impianti dal 13 dicembre. Anche se c’è un ulteriore spiraglio: fare ricorso al Tribunale del riesame.

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Safilo taglia 700 posti su 2.600: nel nuovo piano via un lavoratore su quattro

La ristrutturazione legata alla fine delle licenze del lusso Lvmh, inclusa quella con Dior. Aperto un tavolo negoziale coi sindacati.

Un piano industriale ‘lacrime e sangue’ con 700 dei 2.600 dipendenti in Italia dichiarati in esubero. In pratica quasi un lavoratore su quattro. Safilo, il gruppo di occhialeria fondato nel 1934 da Guglielmo Tabacchi e dal 2009 controllato dal fondo olandese Hal, ha comunicato il suo nuovo piano quinquennale, che fa leva su una profonda trasformazione digitale e su un drammatico ridimensionamento delle attività italiane.

EFFETTO DELLO STOP A LICENZE DI LVMH

La fine “delle licenze del lusso Lvmh“, inclusa quella con Dior, rende “necessario” un “piano di riorganizzazione e ristrutturazione industriale” con “conseguente riallineamento delle proprie strutture” al “nuovo scenario produttivo che l’azienda si troverà presto a dover gestire”. Dopo il 2021 Safilo, che ha circa 6.700 dipendenti a livello globale, perderà infatti circa 200 milioni di ricavi legati alle licenze con il colosso del lusso francese, che produrrà direttamente i suoi occhiali attraverso The’lios, la joint-venture con Marcolin.

APERTO UN TAVOLO NEGOZIALE CON I SINDACATI

Safilo, che accumula ininterrottamente perdite dal 2015, ha subito «aperto un tavolo negoziale» con i sindacati «al fine di individuare tutti gli ammortizzatori sociali disponibili per limitare gli impatti» sui dipendenti. «Nonostante il tentativo di far emergere soluzioni alternative» il piano ha «un impatto su un numero significativo di persone» ha ammesso l’ad Angelo Trocchia, impegnandosi a cercare le soluzioni “migliori” e più «responsabili» per i lavoratori.

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Conte spinge per l’ingresso dello Stato nell’Ilva

Il premier: «Prevediamo anche la partecipazione di una società pubblica per rendere il piano industriale più sostenibile».

Il premier Giuseppe Conte crede nell’ingresso dello Stato per evitare il drastico ridimensionamento dell’Ilva di Taranto, dopo che ArcelorMittal ha presentato un piano industriale con la richiesta di 4.700 esuberi entro il 2023 per tenersi gli impianti italiani.

Conte, a margine di un convegno organizzato da Eni, ha detto che nella trattativa con la multinazionale franco-indiana «il governo prevede anche la partecipazione di una società pubblica», per rendere «il piano industriale più sostenibile».

Il premier ha ripercorso così le ultime tappe della vicenda: «Il signor MIttal è venuto a Palazzo Chigi, nel primo incontro c’è stata un’interruzione del dialogo perché le posizioni dell’azienda erano inaccettabili. Nel secondo incontro lui stesso ha dichiarato che c’è stato un ottimo dialogo con il governo per l’avvio di un negoziato». Ma i 4.700 esuberi «sono già stati respinti e stiamo facendo delle controproposte».

Alla vigilia dello sciopero proclamato dai sindacati per il 10 dicembre a Roma, anche il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli ha fatto cenno al possibile intervento pubblico, affermando che «lo Stato entra attraverso il ministero dell’Economia». Quanto agli esuberi, Patuanelli ha detto che «lavoriamo perché siano il minor numero possibile, ma anche per dare altre opportunità occupazionali attraverso Fincantieri e Snam». Tra le ipotesi al vaglio un fondo da 50 milioni e incentivi rafforzati, con sgravi che arriverebbero al 100% per tre anni, per chi assume lavoratori in esubero dell’acciaieria.

Intanto è arrivato il parere favorevole dei pm di Taranto alla richiesta di proroga presentata dai commissari sull’uso dell’altoforno 2, sequestrato e dissequestrato più volte nell’inchiesta sulla morte dell’operaio Alessandro Morricella.

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I pm di Taranto favorevoli alla proroga per l’altoforno 2 dell’Ilva

L'impianto è stato sequestrato e dissequestrato più volte dopo la morte dell'operaio Alessandro Morricella. La sentenza del giudice entro il 13 dicembre.

I pm di Taranto sono favorevoli alla richiesta di proroga presentata dai commissari straordinari dell’Ilva sull’uso dell’altoforno 2, sequestrato e dissequestrato più volte nell’inchiesta sulla morte dell’operaio Alessandro Morricella.

I commissari chiedono un anno di tempo per mettere a norma l’impianto, ottemperando alle prescrizioni che prevedono di automatizzare il campo di colata. La decisione spetta al giudice Francesco Maccagnano, dinanzi al quale si svolge il processo sulla morte di Morricella, che si esprimerà tra l’11 e il 12 dicembre.

LEGGI ANCHE: ArcelorMittal chiede 4.700 teste per non mollare l’Ilva

Venerdì 13, se non dovesse essere autorizzata la proroga, scatterebbe lo spegnimento dell’altoforno 2, perché scadono i tre mesi concessi dal Tribunale del Riesame. La procura ha dato parere favorevole dopo aver letto la relazione depositata dal custode giudiziario del polo siderurgico, Barbara Valenzano.

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L’ex Ilva e i sindacati contro la proposta di Arcelor Mittal sugli esuberi

Nella causa davanti ai giudici di Milano la vecchia proprietà afferma che il livello occupazionale era il caposaldo del contratto. Per ogni lavoratore prevista una penale da 150 mila euro.

I posti di lavoro non possono essere oggetto di una trattativa, perché sono il caposaldo del contratto. È questa la posizione, dell’ex Ilva nella causa in corso al tribunale di Milano che porta il nodo esuberi al centro dello scontro legale con la società franco indiana.

LA PENALE DA 150 MILA EURO PER OGNI LAVORATORE

Un negoziato sulle basi presentate il 4 dicembre nel piano di ArcelorMittal, che prevede 4700 esuberi, non può nemmeno iniziare, perché il caposaldo del contratto è l’aspetto occupazionale e il gruppo un anno fa si è impegnato a garantire, indipendentemente dalla situazione del mercato, 10 mila posti di lavoro fino al 2023 con una penale prevista di 150mila euro su ogni lavoratore messo alla porta sotto quella cifra. Circa 705 milioni di euro, quindi, per i quasi 5mila esuberi richiesti.

LA FIOM: NIENTE FIRMA, SCIOPERO IL 10 DICEMBRE

«Dopo lo sciopero del 10 dicembre vedremo se il governo deciderà di aprire un tavolo di trattativa sulla crisi congiunturale», ha detto il segretario generale della Fiom-Cgil, Francesca Re David, a margine di una iniziativa a Milano circa la vicenda dell‘Ilva. «Mittal sapeva benissimo – ha aggiunto – già un anno fa che c’erano i dazi e altre questioni da affrontare. Se c’é un problema congiunturale allora bisogna affrontarlo con strumenti congiunturali. Quindi noi siamo aperti a una discussione che migliori la situazione attuale e affronti le criticità, ma il sindacato non firmerà accordi che prevedono esuberi».

L’IMPEGNO A GARANTIRE 10MILA POSTI

Ma lo scontro non è solo politico, ma legale. Nella causa civile tra ArcelorMittal e l’ex Ilva, il 27 novembre era stato messo un punto fermo, davanti al giudice Claudio Marangoni. Il gruppo franco indiano, tramite il suo ad Lucia Morselli, aveva garantito «il normale funzionamento degli impianti e la continuità produttiva», impegno fondamentale per raggiungere un accordo sul contratto di affitto e acquisizione degli stabilimenti che la multinazionale aveva chiesto di sciogliere con un atto che, invece, i commissari dell’ex Ilva ritengono «illegittimo». E per questo hanno depositato un ricorso cautelare d’urgenza. Il giudice ha rinviato il procedimento al prossimo 20 dicembre per consentire, appunto, alla “trattativa” di «svolgersi sulla base delle intese e degli impegni assunti». Con la presentazione del nuovo piano di Mittal, però, il quadro è cambiato, perché per i commissari dell’ex Ilva le affermazioni del gruppo sugli esuberi sono ritenute assolutamente inaccettabili, senza giustificazioni e improponibili. Un anno fa circa, infatti, ArcelorMittal, vincendo la gara e firmando il contratto, si impegnò a garantire, indipendentemente dalla situazione del mercato, 10mila posti di lavoro e a pagare, in caso contrario, una penale di 150mila euro per ogni lavoratore lasciato a casa.

IN ATTESA DELLE DECISIONI DEL GOVERNO

In sostanza, per l’ex Ilva in amministrazione straordinaria si può sì trattare sulla revisione degli accordi presi, ma non certo sul caposaldo del contratto che è l’aspetto occupazionale. A questo punto, anche sul fronte della causa si aspettano le decisioni che prenderà il governo rispetto al nuovo piano del gruppo. Mittal, rappresentata, tra gli altri, dai legali Romano Vaccarella e Ferdinando Emanuele, avrà tempo fino al 16 dicembre per depositare, nell’eventualità di un naufragio delle intese, una propria memoria nel procedimento sul ricorso cautelare dei commissari, assistiti tra gli altri dagli avvocati Giorgio De Nova ed Enrico Castellani. Se si andasse avanti nel negoziato, invece, le parti di comune accordo potrebbero anche chiedere al giudice un rinvio dell’udienza almeno fino a gennaio.

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Il nuovo piano di ArcelorMittal per l’Ilva prevede 4.700 esuberi

Si passerebbe da oltre 10 mila occupati a poco più di 6 mila entro il 2023.

Rispetto alle richieste iniziali, il passo indietro è quasi impercettibile. Il nuovo piano industriale di ArcelorMittal per l’Ilva prevede infatti 4.700 esuberi, da portare a termine entro il 2023.

La forza lavoro passerebbe dunque, nel giro di quattro anni, dagli attuali 10.789 occupati a 6.098. La notizia arriva dai partecipanti al tavolo sulla crisi del polo siderurgico, in corso in queste ore al ministero dello Sviluppo economico

La multinazionale franco-indiana, il 6 novembre, aveva detto al premier Giuseppe Conte di volere 5 mila esuberi per tenersi gli stabilimenti italiani, provocando la levata di scudi di tutto il governo e dei sindacati. Adesso ne chiede 300 in meno.

Il ministro dello Sviluppo, Stefano Patuanelli, non si fa troppe illusioni: «La strada è stretta e in salita. L’obiettivo è garantire la continuità produttiva. È necessario un confronto costruttivo e onesto, che si sviluppi nel tempo parallelamente alle previsioni sul piano industriale e a tutto quello che stiamo cercando di fare. Non sarà semplice, ma c’è bisogno di tutti».

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Dalle banche all’Ilva, l’autunno caldo delle vertenze

Non solo gli 8 mila esuberi annunciati da Unicredit. Sindacati sul piede di guerra per i possibili tagli in Alitalia e le crisi che riguardano Auchan, Whirlpool e La Perla.

Gli 8 mila esuberi annunciati da Unicredit nell’arco del piano 2020-2023 in Europa occidentale, di cui circa 5.500-6 mila dipendenti in Italia, sono solo gli ultimi di una serie di tagli, nel settore bancario e non solo, che il mercato del lavoro è chiamato a fronteggiare in realtà più o meno grandi e dislocate da Nord a Sud del Paese.

DALL’EX ILVA AD ALITALIA, SI RISCHIANO ALTRE MIGLIAIA DI ESUBERI

A questi si aggiunge, restando alle vertenze riesplose negli ultimi mesi, il rischio di altre migliaia di esuberi, a partire dall’ex Ilva fino ad Alitalia, sulle quali pendono come una spada di Damocle cifre altrettanto consistenti: casi in cui si è parlato di una possibile richiesta, finora mai ufficializzata, di 5 mila tagli. Segno di una situazione occupazionale in sofferenza, nonostante i passi verso la ripresa certificati dai dati più recenti, che allarma i lavoratori ed i sindacati e travolge rami e settori più disparati: non solo banche, grandi industrie e multinazionali.

NEL MIRINO DEI TAGLI ANCHE SUPERMERCATI ED ELETTRODOMESTICI

Nell’occhio del ciclone ci sono tagli che vanno dai supermercati al comparto degli elettrodomestici alla moda. E per far fronte ai quali è necessario mettere in campo, e rafforzare – è l’imperativo ricorrente dei sindacati -, gli ammortizzatori sociali. Insieme a una politica industriale. «Il tema del lavoro e della crescita è in caduta libera nel nostro Paese. Abbiamo 160 crisi aziendali aperte, ma non ne abbiamo una che sia stata risolta da due anni a questa parte», ammonisce la segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan. È «la cartina di tornasole di un Paese fermo, bloccato, della mancanza di una strategia di politica industriale. Tutte le volte che ci sono ristrutturazioni si annunciano esuberi in tutti i settori. Ma la politica intanto parla e discute d’altro», attacca la leader della Cisl.

IN 400 RISCHIANO IL POSTO NELLO STABILIMENTO WHIRLPOOL

Vertenze che spesso non presentano differenze, se non nei numeri. Il piano industriale illustrato poco più di un mese fa da Conad per il salvataggio di Auchan prevede oltre 3 mila esuberi a cui vengono offerte «soluzioni occupazionali diverse», come i ricollocamenti presso la rete Conad o reti di terzi. Tra le ultime vertenze aperte quella dello stabilimento Whirlpool di Napoli, dove attualmente si producono lavatrici, e il futuro per i suoi oltre 400 dipendenti. O, solo per ricordare un altro caso recente, La Perla, lo storico marchio bolognese della lingerie, che nelle scorse settimane ha annunciato 126 esuberi.

TRE MANIFESTAZIONI INDETTE DAI SINDACATI

Una situazione allarmante, per i sindacati. Cgil, Cisl e Uil, proprio contro i licenziamenti, a sostegno dell’occupazione e delle vertenze aperte, per l’estensione degli ammortizzatori sociali e in generale per l’industria e il Mezzogiorno, saranno in piazza il 10 dicembre per la prima delle tre manifestazioni-assemblee nazionali che si svolgeranno a Roma, nell’ambito della settimana di mobilitazione indetta per sostenere la piattaforma unitaria, per la manovra in corso di approvazione sia in vista del prossimo Def. Le altre due iniziative in programma il 12 e il 17 dicembre, per chiedere il rinnovo dei contratti pubblici e privati e una riforma fiscale per una redistribuzione a vantaggio dei lavoratori dipendenti e dei pensionati, per i quali i sindacati reclamano anche una «effettiva» rivalutazione degli assegni.

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Francesco Caio consulente del governo con ArcelorMittal

L'ex numero uno di Poste scelto dai giallorossi per negoziare con i franco-indiani sul futuro dell'ex Ilva di Taranto. Il ministro dello Sviluppo economico Patuanelli: «Manager di valore che può trattare nell'interesse dello Stato». Da Saipem a Lehman Brothers, passando per il suo super stipendio contestato: la carriera.

Un dirigente di esperienza per negoziare con ArcelorMittal sul futuro dell’ex Ilva di Taranto. La scelta del governo è ricaduta su Francesco Caio, presidente del Consiglio di amministrazione di Saipem ed ex amministratore delegato di Poste italiane. A lui l’incarico di consultente dei giallorossi per trattare con franco-indiani.

«MANAGER ITALIANO DI COMPROVATO VALORE»

Il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, ha confermato a Radio 24: «È un manager italiano di comprovato valore. Ritengo abbia la capacità di trattare nel pieno interesse dello Stato» e questo «potrebbe essere utile al Paese» . In vista dell’incontro di mercoledì 4 dicembre al Mise Patuanelli ha poi spiegato che «ai sindacati illustreremo, insieme all’azienda, l’attuale situazione: stiamo cercando di capire se c’è una soluzione di continuità produttiva, che però non può restare ancorata alle modalità produttive di prima».

SCELTO ANCHE DA LETTA COME MISTER DIGITALE

Non è la prima volta che Caio lavora per il governo italiano. Nel 2013 fu scelto da Enrico Letta come responsabile dell’agenda digitale. Un’altra collaborazione è datata 2009. Caio ha lavorato per Omnitel, Olivetti, Indesit prima di trasferirsi all’estero con gli incarichi di Ceo di Cable & Wireless e di vice chairman di Nomura e Lehman Brothers. Nel 2014 il suo nome spuntò anche nella partita per Finmeccanica. Ma rimase un’ipotesi.

LA GUIDA DI POSTE E QUELLA CONTESTAZIONE SULLO STIPENDIO

In quell’anno andò a guidare invece Poste, e nel 2015 fu vittima di una dura contestazione dei suoi dipendenti, tra urla, proteste e insulti. Nel mirino c’era la politica industriale del manager. Quando alla domanda «quanto prende lei?» Caio rispose «guadagno 1 milione e 200 mila euro», si scatenò ulteriormente il parapiglia per quel salario da 100 mila euro al mese contro lo stipendio medio da 1.200 euro di un dipendente di Poste. Con i tarantini, dovesse capitare un confronto, forse è meglio parlare di altro.

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I commissari Ilva e ArcelorMittal verso un accordo sulla continuità della produzione

Gli avvocati di entrambe le parti sono fiduciosi dopo la prima udienza al Tribunale di Milano.

“Ci sono degli impegni assunti secondo quanto previsto”. Così l’avvocato Giorgio De Nova, legale dei commissari dell’ex Ilva, ha risposto a chi gli ha chiesto, dopo l’udienza di oggi a Milano, se ArcelorMittal abbia dato garanzie sulla continuità dell’attività produttiva. “C’è un clima positivo – ha aggiunto il legale – quando le udienze sono così corte…Comunque c’è sempre da lavorare”.

“Ci sono le basi per una trattativa che possa arrivare ad un accordo”. Così l’avvocato Enrico Castellani, legale dei commissari dell’ex Ilva, e l’avvocato Ferdinando Emanuele, legale di ArcelorMittal, hanno riassunto l’udienza di oggi pomeriggio a Milano che è stata rinviata al 20 dicembre. Entrambi gli avvocati hanno comunque precisato che il presidente Claudio Marangoni, giudice davanti al quale si svolge il procedimento civile, fornirà alla stampa un comunicato in merito all’udienza odierna.

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Mittal, ipotesi rinvio dell’udienza sul ricorso dei commissari

Spunta l’ipotesi di un rinvio di qualche settimana dell’udienza fissata per il 27 novembre sul ricorso cautelare presentato dai commissari..

Spunta l’ipotesi di un rinvio di qualche settimana dell’udienza fissata per il 27 novembre sul ricorso cautelare presentato dai commissari dell’ex Ilva per fermare l’addio di ArcelorMittal. Secondo quanto riferito dall’Ansa, se si troveranno le condizioni, e in particolare se il gruppo franco-indiano si impegnerà a riprendere l’attività che aveva iniziato a sospendere, i legali delle parti in via congiunta potrebbero chiedere una nuova data per dar tempo, nella trattativa a tre in cui si inserisce anche il governo, di arrivare a un accordo anche a seguito dell’incontro di venerdì 22 novembre.

OTTAVO GIORNO DI PROTESTA DELLE AZIENDE DELL’INDOTTO

Nel frattempo è all’ottavo giorno il presidio delle aziende dell’indotto alle portinerie dello stabilimento ArcelorMittal di Taranto, per sollecitare alla multinazionale il pagamento di fatture per 60 milioni di euro. Per cercare di scongiurare il blocco della fabbrica, minacciato in mancanza di garanzie sul ristoro dei crediti, il 25 novembre è previsto un incontro tra l’azienda e gli appaltatori dell’indotto, accompagnati dal presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, dal sindaco Rinaldo Melucci e dal presidente di Confindustria Taranto, Antonio Marinaro. Il 26 novembre è previsto un ulteriore incontro, alla presenza dell’ad di ArcelorMittal Italia, Lucia Morselli, per definire il piano di pagamenti e cercare così di chiudere la vicenda.

COINVOLTI 6 MILA DIPENDENTI E 150 IMPRESE

L’associazione degli industriali ha chiesto alla multinazionale, per conto delle imprese, la sottoscrizione di un documento che preveda impegni precisi sui pagamenti, con un’unica data di valuta, per almeno il 70% del fatturato. Nei giorni scorsi sono stati notificati, secondo quanto reso noto dalla stessa Confindustria, avvisi di pagamento solo alle ditte di autotrasporto e, con importi parziali, a sei aziende di servizi dell’indotto. Ma in totale sono 150 le imprese interessate dai mancati pagamenti ArcelorMittal e hanno alle dipendenze 6 mila addetti. Il 24 novembre, durante una riunione nella sede tarantina di Confindustria, dopo uno scambio di messaggi tra Emiliano, il premier Giuseppe Conte e il ministro Stefano Patuanelli, Morselli ha telefonato al governatore, fissando i due incontri che si spera siano chiarificatori. Anche se lo stesso Emiliano e il sindaco Melucci hanno manifestato «scetticismo» e hanno detto di «non avere più alcuna fiducia nella multinazionale».

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Giuseppe Conte ha detto che non ci sarà la crisi di governo

Ma, avverte, basta litigi. «Con il nuovo anno dovremo realizzare un cronoprogramma con le riforme che l’Italia attende da anni». E sull'ex Ilva dice: «Mittal è disponibile a tornare sui suoi passi».

Baste con le liti. Non ci sarà la crisi di governo, anzi occorrerà accelerarne l’azione con «una lista di priorità utili a rilanciare il Paese». A parlare è il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che, intervistato da Repubblica in apertura domenica mattina, ha richiamato gli alleati alla «concentrazione» sui nodi più importanti, tra i quali l’ex Ilva, su cui vede possibile una soluzione: «Mittal è disponibile a tornare sui suoi passi». «Con il nuovo anno dovremo realizzare un cronoprogramma con le riforme che l’Italia attende da anni», tra cui anche la revisione del sistema fiscale e in particolare l’Irpef, e «investire più efficacemente nell’istruzione, nella ricerca e nell’innovazione», ha annunciato.

«MAI PENSATO DI PRENDERE IL POSTO DI DI MAIO»

Il premier ha risposto inoltre a Nicola Zigaretti, che ha invitato il governo a trovare una sua anima: «Questo governo lavora per un Paese più verde, più digitalizzato, più equo e inclusivo» e «abbiamo un’anima forte, decisa, ad un tempo visionaria e pragmatica». Quanto allo ius culturae, Conte ha registrato la mancanza di convergenza per un accordo parlamentare e invita a prenderne atto e a concentrarsi sui temi su cui c’è piena condivisione. Il presidente del consiglio ha puntualizzato di non avere alcuna ambizione a prendere il posto di Di Maio come nuovo leader M5s: «Non mi sono mai candidato a questo ruolo. Non nutro alcuna aspirazione o velleità di questo tipo. Il Movimento», ha detto, «sta vivendo una fase di transizione. Sta per operare alcuni significativi cambiamenti, peraltro già annunciati. Auguro a Luigi Di Maio e al Movimento intero di realizzarli nel migliore dei modi». Infine, quanto alla soluzione sull’ex Ilva: «Le premesse ci sono. Un primo risultato l’abbiamo raggiunto: abbiamo bloccato il recesso di Arcelor-Mittal da Taranto» ed «evitato un disastro economico e sociale», «ho rispedito al mittente la loro richiesta di taglio». Non c’è più bisogno di un intervento pubblico? «Non lo escludo. Ma non in sostituzione. Se ci sarà, sarà una presenza di sostegno e, direi, di controllo».

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Cosa c’è dietro il riavvicinamento tra governo e ArcelorMittal

L'esecutivo teme i costi politici dello stallo. L'azienda le ripercussioni giudiziarie. All'indomani del vertice a Palazzo Chigi, la multinazionale si fa più conciliante. Mentre dietro le quinte fervono i negoziati.

La schiarita ancora non c’è, ma paiono diradarsi timidamente le nubi sui rapporti tra il governo e Arcelor Mittal, all’indomani dell’incontro tra il premier Giuseppe Conte e i vertici dell’azienda. All’orizzonte, l’ipotesi di un compromesso per superare il braccio di ferro sugli impianti della ex Ilva. Da una parte, ArcelorMittal costretta dall’offensiva giudiziaria a restare a Taranto. Dall’altra, il governo che apre all’ulteriore ricorso alla cassa integrazione, a un ridimensionamento della produzione nel lungo periodo, fino a un possibile ruolo del settore pubblico nella riconversione ambientale. Il tavolo di Palazzo Chigi, dunque, potrebbe aver sbloccato lo stallo che aveva fatto fibrillare la maggioranza dopo l’annuncio del colosso siderurgico di ‘staccare la spina’ all’ex Ilva a gennaio. Anche se gli ostacoli restano.

GUALTIERI OTTIMISTA: «SIAMO SU BINARI POSITIVI»

Il negoziato si annuncia lungo, al netto di possibili, ulteriori colpi di scena che obbligano alla prudenza. Il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano avverte che «non ci si deve fare illusioni, non credo che Mittal si innamorerà nuovamente dell’Ilva». Più ottimista il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri: «Si sono create condizioni e la situazione si è rimessa su binari positivi». Da fonti vicine ad ArcelorMittal trapela una «quadro di normalità» nei livelli produttivi e negli ordini, con l’intenzione di pagare il 60% delle fatture scadute per l’indotto-appalto «entro lunedì 2 dicembre». Le ditte dell’indotto, che rivendicano il saldo delle fatture, sono al sesto giorno consecutivo di presidio delle portinerie dello stabilimento siderurgico di Taranto. Ancora non ha ricevuto risposta la richiesta, ribadita da Conte, di garanzie dalla multinazionale a non staccare la spina agli impianti già a gennaio. I toni di ArcelorMittal, però, si sono fatti più concilianti.

Le discussioni continueranno con l’obiettivo di raggiungere al più presto un accordo per una produzione sostenibile di acciaio a Taranto

ArcelorMittal

L’incontro «per discutere possibili soluzioni per gli impianti ex Ilva è stato costruttivo», si legge in una nota della multinazionale siderurgica. «Le discussioni continueranno con l’obiettivo di raggiungere al più presto un accordo per una produzione sostenibile di acciaio a Taranto». Prevale la volontà di cercare un’intesa. ArcelorMittal teme i rischi derivanti dall’apertura di fronti giudiziari in Italia. Il governo quelli (politici) derivanti dall’attuale stallo. Per facilitare la trattativa, l’esecutivo sarebbe pronto a invitare i commissari dell’Ilva ad acconsentire a una «breve dilazione» – come spiegava il 23 novembre una nota di Palazzo Chigi – dell’udienza del 27 novembre al Tribunale di Milano da cui ci si aspetta una dichiarazione di illegittimità della decisione della multinazionale.

IN CERCA DI UN COMPROMESSO, TRA DECARBONIZZAZIONE ED ESUBERI

Si cerca insomma di guadagnare tempo, per entrare nel vivo di un negoziato che rivedrebbe il piano industriale. Meno altiforni, conversione verso sistemi produttivi innovativi e più sostenibili. Con l’ipotesi di un ingresso dello Stato in una ‘newco’ che si occuperebbe della decarbonizzazione. E quella di un decreto ad hoc per Taranto, probabilmente prima di Natale, con l’intervento di società a controllo pubblico che contribuirebbero a ridurre l’impatto degli esuberi. L’esecutivo sarebbe disposto a concedere una riduzione dei livelli produttivi (già scesi a 4,5 da 6 milioni di tonnellate) nel lungo termine. Ma una linea rossa resta: il ‘no’ all’ipotesi che i 5 mila esuberi dichiarati dall’azienda divengano licenziamenti tout court. La soluzione potrebbe essere il ricorso agli ammortizzatori sociali con cassa integrazione per non più di 2.500 dipendenti.

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L’ultimatum di Conte dietro l’incontro coi i vertici di ArcelorMittal

Lakshmi e Aditya Mittal al tavolo coi ministri Patuanelli e Gualtieri e il premier. Che avverte: «Rispettate gli impegni o sarà battaglia». Mentre l'inchiesta milanese svela il piano dell'azienda per fermare l'Ilva.

La sera del 22 novembre, a mercati chiusi, il premier Giuseppe Conte ha incontrato Lakshmi e Aditya Mittal, padre e figlio, i vertici del gruppo ArcelorMittal. Al suo fianco i ministri Roberto Gualtieri e Stefano Patuanelli. L’obiettivo: capire se si può trattare o no, per poi entrare nel vivo del negoziato. A riunione in corso, si è aggiunta anche l’ad di ArcelorMittal Italia, Lucia Morselli. Mittal s’è seduta al tavolo dopo aver inviato segnali di apertura. Il premier ha posto agli indiani un aut aut preciso: «O garantite la possibilità di rispettare gli impegni contrattuali o reagiremo adeguatamente alla battaglia giudiziaria che voi avete voluto». E ancora: «Non possiamo accettare un disimpegno dagli impegni contrattuali», ha detto Conte prima di mettersi al tavolo. Ciò vuol dire che il negoziato del governo si svilupperà se ci sarà da parte di ArcelorMittal la sospensione del procedimento per la revoca avviato in tribunale.

Il 27 novembre è in programma a Milano un’udienza per decidere del ricorso presentato dal governo contro quella revoca. Un documento delle parti potrebbe chiedere altro tempo e sospendere la via giudiziaria per lasciare spazio ai tavoli, anche con i sindacati. Ma il tavolo serale a Palazzo Chigi potrebbe essere solo il primo di una serie di incontri e contatti da portare avanti nel weekend, per dare il 25 novembre un segnale anche ai mercati. Appare poco chiaro fin dove si spinga la disponibilità di Mittal, tant’è che più fonti governative invitano alla prudenza. Il sospetto che la multinazionale voglia andar via non è ancora archiviato. Anzi. Se così sarà, l’esecutivo è pronto a mettere subito in campo il “piano B“, con la nomina di un commissario e una nazionalizzazione ponte mentre si cerca una nuova cordata, da affiancare alla “battaglia giudiziaria del secolo” per avere dall’azienda un risarcimento miliardario.

LE CONDIZIONI DEL GOVERNO SULL’ILVA

Se invece si tratterà, il punto di partenza per l’esecutivo è che Mittal ritiri la richiesta di 5 mila esuberi e assicuri la prosecuzione di una produzione a regime, con l’impegno ad andare avanti nelle bonifiche e nel risanamento ambientale. L’esecutivo è pronto a far fronte a una contrazione temporanea della produzione determinata dal mercato e a garantire ammortizzatori sociali per un massimo di 2.500 esuberi (ma secondo alcune fonti si potrebbe arrivare a 3 mila). In più ci sarebbe un decreto per lo scudo penale, uno sconto sugli affitti degli impianti e sulle bonifiche e, in prospettiva, un piano che punti alla decarbonizzazione. Il governo non può dare garanzie, come chiede l’azienda, sull’Altoforno 2, ma i commissari hanno già chiesto alla procura di Taranto più tempo per la messa in sicurezza. A fare da corollario ci sarebbe poi la possibilità di un intervento di Cdp (ma non nell’azionariato con Mittal), un più forte impegno di Intesa e risorse di aziende a partecipazione pubblica come Terna in progetti per Taranto.

LE TESTIMONIANZE DEI DIRIGENTI NELL’INCHIESTA MILANO

Un Consiglio dei ministri straordinario potrebbe essere convocato per il “cantiere Taranto”, il pacchetto di misure (alcune potrebbero entrare in manovra) del governo per la città e a sostegno dell’occupazione (si valuta un decreto ma potrebbe essere un disegno di legge). A indurre il governo a tenere fino all’ultimo la guardia alta con Mittal ci sono comunque le notizie che arrivano dal fronte giudiziario. Dalle testimonianze dei dirigenti nell’inchiesta milanese, emerge che è stato «cancellato l’approvvigionamento delle materie prime» e che «già a settembre Morselli dichiarava che la società aveva esaurito la finanza» per l’operazione.

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«Ecco il piano di ArcelorMittal per fermare l’Ilva»

Un dirigente dell'azienda ai pm di Milano: «Prevedeva di lasciare una scorta minima di materie prime solo per un altoforno per un mese».

I pm di Milano che si occupano del caso Ilva hanno depositato l‘atto di intervento nella causa civile fra il gruppo franco-indiano e i commissari dell’acciaieria.

L’atto contiene, tra le altre cose, le dichiarazioni rese ai magistrati da un dirigente di ArcelorMittal Italia, ascoltato come testimone il 19 novembre.

Il funzionario ha spiegato ai pubblici ministeri cosa prevedeva il piano dell’azienda per fermare gli impianti di Taranto, piano che dopo il ricorso d’urgenza presentato dai commissari la multinazionale è stata costretta a sospendere.

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Quel programma «prevedeva di lasciare una scorta minima di materie prime solo per un altoforno per un mese», ha detto il manager ascoltato dalla procura milanese. E oggi, nonostante la sospensione del piano di fermata, «l’azienda non ha tutto quel che serve per proseguire l’attività in quanto l’approvvigionamento delle materie prime è stato cancellato».

Il dirigente ha aggiunto che l’amministratore delegato di ArcelorMittal Italia, Lucia Morselli, «ha dichiarato ufficialmente» in un incontro «ai primi di novembre» con «i dirigenti e i quadri» che erano stati fermati gli ordini «cessando di vendere ai clienti».

Il manager ha inoltre voluto ricordare che «ogni fermata di un altoforno e il successivo raffreddamento, seppur operato seguendo le migliori pratiche, non è mai senza danni». Danni la cui entità «si può verificare solo quando si riparte».

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Caso ArcelorMittal, blitz dei carabinieri all’Ilva di Taranto

Ispezione dell'Arma nello stabilimento pugliese dopo l'esposto dei commissari. Analisi concentrate nell'area a caldo per verificare lo stato di materie prime e impianti.

Blitz dei carabinieri del Noe di Roma nello stabilimento siderurgico ArcelorMittal di Taranto. L’ispezione, delegata dalla procura, dei militari dell’Arma del Nucleo sulla sicurezza sul lavoro e del Comando provinciale è avvenuta nell’ambito delle indagini avviate dopo l’esposto dei commissari dell’Ilva in As. Le verifiche riguardano le operazioni di bonifica nello stabilimento, la situazione generale della fabbrica, le attività di manutenzione finora eseguite e la sicurezza sul lavoro. A queste indagini collaborerà anche l’Ispra.

ANALISI SU AREA A CALDO

L’attenzione dei carabinieri nell’ispezione si è concentrata su «un attento controllo dell’area a caldo». Lo si apprende da fonti giudiziarie. L’indagine mira ad accertare se c’è stato depauperamento delle materie prime, se sono state eseguite manutenzioni o se gli impianti rappresentano un pericolo per i lavoratori, poi una verifica complessiva di parchi minerali, nastri trasportatori, cokerie, agglomerato, altiforni e acciaierie in generale.

VERIFICA DELL’ESPOSTO DEI COMMISSARI

L’attività investigativa, in cui si ipotizzano i reati di “Distruzione di mezzi di produzione” e “Appropriazione indebita“, lunedì 18 novembre era sfociata in una ispezione della Guardia di finanza (con acquisizione e sequestro di documenti, supporti informatici e cellulari) negli uffici dello stabilimento. L’ispezione dei carabinieri, sotto il coordinamento del Comando provinciale, era già stata programmata dal procuratore Carlo Capristo, dal procuratore aggiunto Maurizio Carbone e dal sostituto procuratore Mariano Buccoliero, che si occupano dell’inchiesta. L’obiettivo, si apprende da fonti giudiziarie, è quello di «fare una fotografia dei luoghi per verificare le condizioni dello stabilimento secondo quello che è emerso dall’esposto dei commissari straordinari».

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I punti del possibile disgelo fra ArcelorMittal e governo sull’ex Ilva

Un vertice riservato avrebbe preparato il documento per far decollare il negoziato. Quattro temi chiave: ripristino dello scudo penale; funzionalità dell'Altoforno 2; occupazione con 1 miliardo di investimenti anche grazie a Intesa e forza lavoro assorbita da Cdp. Le indiscrezioni.

Come risolvere lo stallo sull’ex Ilva, provocando il disgelo tra il governo e i franco-indiani di ArcelorMittal? Forse un passo avanti c’è già stato, durante un vertice riservato avvenuto martedì 19 novembre al Tesoro. L’obiettivo? Sottoscrivere un cosiddetto memorandum of understanding in quattro punti da consegnare ai giudici di Milano nell’udienza convocata per mercoledì 27 per chiedere una proroga fino a Natale.

NEGOZIATO PRONTO A «DECOLLARE»

La rivelazione è stata fatta da Il Messaggero, secondo cui è «pronto il documento che farà decollare il negoziato» in vista della riunione di venerdì 22 a Palazzo Chigi con il premier Giuseppe Conte.

1. CERTEZZA DEL DIRITTO: RIPRISTINO DELLO SCUDO

Cosa prevedono i punti? Innanzitutto «la certezza del diritto mediante il ripristino dello scudo penale». Anche se il presidente della Camera, il grillino Roberto Fico, ha ribadito che «è un pretesto» per Mittal e che non c’è alcuna «motivazione» per reinserirlo.

2. FUNZIONALITÀ DELL’ALTOFORNO 2

Il secondo punto riguarda «la funzionalità dell’Altoforno 2, che deve poter tornare a produrre adeguatamente».

3. OCCUPAZIONE: RILANCIO E AMMORTIZZATORI

Il punto tre è dedicato al tema dell’occupazione, con «i 5 mila esuberi che l’azienda prevede» e con gli ammortizzatori: sono infatti previste misure «a supporto del rilancio del territorio mediante una combinazione pubblico-privato per creare condizioni di lavoro sostenibili».

In questo ambito che il governo avrebbe allertato Intesa SanPaolo, che è il principale creditore dell’amministrazione straordinaria


Le indiscrezioni de Il Messaggero

Secondo il quotidiano «l’ultimo punto è uno dei passaggi più delicati perché necessita di circa 1 miliardo di investimenti: ed è in questo ambito che il governo avrebbe allertato Intesa SanPaolo, che è il principale creditore dell’amministrazione straordinaria» e «i banchieri milanesi avrebbero dato disponibilità a esaminare un progetto concreto», quindi «Intesa potrebbe anche rafforzare l’impegno».

4. RICONVERSIONE: FORZA LAVORO ASSORBITA DA CDP

Il punto quattro, infine, «riguarda la tecnologia legata alla riconversione del piano ambientale: comporta una riduzione della forza lavoro che potrebbe essere assorbita dalla Cassa depositi e prestiti mediante misure compensative, cioè schierando Cdp Immobiliare attiva nell’housing sociale. Gli immobili di proprietà potrebbero ospitare gli sfollati del rione Tamburi».

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Ex Ilva, le aziende dell’indotto minacciano il blocco delle attività

Le società degli appalti riprenderanno lo stop ai lavori alle 12 del 21 novembre se non arriveranno i pagamenti.

Le aziende degli appalti dell’acciaieria ex Ilva di Taranto «in assenza del saldo dei crediti riprenderanno con il blocco delle attività interne allo stabilimento a partire dalle 12 di domani». Lo indica Confindustria Taranto sottolineando che non c’è stato «nessun pagamento effettuato da parte di ArcelorMittal Italia alle aziende dell’indotto neanche in minima percentuale, contrariamente a quanto dichiarato dall’azienda nella serata di ieri a Confindustria e sindacati».

«NESSUN CREDITO È STATO SODDISFATTO»

«Nessun credito è stato soddisfatto neanche come anticipo rispetto alla mole creditizia maturata da parte delle aziende fornitrici», spiega Confindustria Taranto. «Le imprese, che da lunedì scorso continuano a tenere il presidio spontaneo e auto di tutto davanti allo stabilimento hanno assicurato già da ieri sera, accogliendo la richiesta di Confindustria Taranto, gli interventi necessari per la messa in sicurezza degli impianti». Tuttavia, avverte l’associazione degli industriali, «in assenza del saldo dei crediti riprenderanno con il blocco» da domani.

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Ilva: blitz della Finanza negli uffici di ArcelorMittal

Perquisizioni e sequestri delle Fiamme Gialle nelle sedi di Milano e Taranto. Al setaccio i documenti del colosso indiano.

Perquisizioni e sequestri da parte della Guardia di Finanza sono in corso negli uffici di ArcelorMittal a Taranto e a Milano. Gli interventi sono stati disposti su ordine delle procura di Taranto e di Milano nell’ambito dell’inchiesta avviata dopo l’esposto presentato dai commissari dell’ex Ilva in amministrazione straordinaria. Tra i documenti contabili che la Gdf di Taranto sta acquisendo negli uffici dello stabilimento siderurgico ArcelorMittal, su delega della procura, ci sono quelli che riguardano l’acquisto delle materie prime e la vendita dei prodotti finiti, considerando le ingenti perdite segnalate dalla multinazionale rispetto alla gestione commissariale.

I PM CONTESTANO IL REATO DI DISTRAZIONE DI BENI DEL FALLIMENTO

Nell’inchiesta milanese, invece, oltre all’aggiotaggio informativo, i pm contestano il reato di distrazione di beni del fallimento. Tra le accuse, anche quella di omessa dichiarazione dei redditi. Gli inquirenti anche oggi stanno sentendo alcuni testimoni nell’indagine e sono previste anche acquisizioni di documenti da parte degli investigatori. Allo stato i fascicoli con ipotesi di reato sono a carico di ignoti.

SU COSA INDAGANO I PM DI MILANO

In sostanza, gli inquirenti puntano a verificare se dirigenti e manager del gruppo con le loro condotte abbiano sottratto e distratto beni e risorse dall’Ilva fallita, dopo che hanno iniziato a gestirla col contratto d’affitto, contratto da cui hanno chiesto di recedere dando anche l’avvio alla causa civile. La contestazione di aggiotaggio informativo, invece, si concentra su alcuni comunicati stampa diffusi da ArcelorMittal e che avrebbe avuto effetti sul mercato, effetti in questo caso sui mercati esteri dove la capogruppo dell’azienda franco indiana è quotata.

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I giudici frenano lo spegnimento dell’Ilva

L'altoforno 2 resta in funzione dopo la richiesta del tribunale di Milano. Mattarella incontra i sindacati e promette una soluzione. Ma il governo studia il piano B.

Continua la battaglia a tutto campo per fronteggiare l’addio di ArcelorMittal al polo siderurgico italiano. Ma, intanto, alla richiesta del giudice di Milano di non interrompere l’attività degli impianti, la società risponde con la sospensione delle procedure di spegnimento (anche se l’altoforno 2 al momento resta acceso) in attesa della prima udienza sul ricorso d’urgenza presentato dai commissari, fissata per il 27 novembre.

TENSIONE SIA TRA I LAVORATORI CHE NEL GOVERNO

La tensione era rimasta alta tra i lavoratori, indotto compreso, in presidio davanti ai cancelli dello stabilimento di Taranto, ma anche nel governo, che prepara un piano B e incassa la data di un nuovo incontro tra il premier Giuseppe Conte, i ministri dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, e dell’Economia, Roberto Gualtieri, e il gruppo franco-indiano. Il vertice è fissato per venerdì 22 novembre alle 18.30. La notizia giunta in serata stempera, almeno per il momento, gli animi mentre la preoccupazione dei sindacati, arrivata al Quirinale e, raccolta dal capo dello Stato, fa sentire il suo peso.

LA PREOCCUPAZIONE DEL QUIRINALE PER GLI SVILUPPI

Sergio Mattarella per lo più ascolta i problemi sul tappeto, ma afferma come l’ex Ilva sia un grande problema nazionale che va risolto con tutto l’impegno e la determinazione, non solo per le implicazioni importantissime sul piano occupazionale, osserva, ma anche per quanto riguarda il sistema industriale italiano. I sindacati appaiono sollevati dopo le notizia arrivate da Taranto e il leader della Cgil, Maurizio Landini, salito al Colle con i segretari di Cisl, Annamaria Furlan e Uil, Carmelo Barbagallo, afferma che si tratta di «un primo risultato importante ma adesso non c’è tempo da perdere». Furlan si augura che sia il primo passo per «salvare» la fabbrica.

IL TRIBUNALE DI MILANO FISSA LA PRIMA UDIENZA

«Abbiamo fatto un atto eccezionale, non è norma discutere di crisi aziendali con il presidente della Repubblica» – riconoscono le rappresentanze dei lavoratori – «ma il fatto che ci abbia immediatamente dato questo incontro credo significhi che anche il presidente condivida l’eccezionalità della situazione e la necessità di una soluzione in tempi rapidi». Sul versante giudiziario, dove si allargano le indagini anche sul fronte tributario e per false comunicazioni al mercato, arriva invece dal tribunale di Milano (una seconda inchiesta è aperta al tribunale di Taranto) la data della prima udienza sul ricorso d’urgenza dei commissari: il prossimo 27 novembre. E proprio nel fissare la data, il giudice aveva invitato ArcelorMittal «a non porre in essere ulteriori iniziative e condotte in ipotesi pregiudizievoli per la piena operatività e funzionalità degli impianti». In sostanza, a non fermarli. Invito accolto dalla multinazionale dell’acciaio che da parte sua «prende atto e saluta con favore l’odierna decisione del tribunale di non accogliere la richiesta di emettere un’ordinanza provvisoria senza prima aver sentito tutte le parti». Si apprende intanto che nel ricorso i commissari parlano dell’iniziativa «gravissima» e «unilaterale» con cui Am vuole sciogliere il contratto di affitto – e della «dolosa intenzione di forzare con violenza e minacce» un riassetto dell’obbligo contrattuale – che riguarda un impianto industriale di «interesse strategico» e che determinerebbe «danni sistemici incalcolabili». Danni in definitiva a carico dell’ «intera economia nazionale».

L’ESECUTIVO PENSA AL PIANO B

Intanto di fronte alla possibilità che ArcelorMittal non faccia passi indietro e non riveda la decisione di lasciare Taranto e gli altri siti del Paese, il governo pensa al piano B: in tal caso, per l’ex Ilva scatterà «l’amministrazione straordinaria, con un prestito ponte» da parte dello Stato in modo da riportare l’azienda sul mercato entro «uno-due anni», spiega il ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia. «Se necessario rifaremo senza alcun problema» l’amministrazione straordinaria che ha già «salvato l’Ilva dal crack dei Riva». Una «alternativa non c’è».

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