Primo Maggio: il lavoro, strumento per tornare alla normalità

Il Ponte di Genova ricostruito rappresenta, probabilmente, il più affascinante simbolo di questo Primo Maggio, nella consapevolezza che, con la crisi sanitaria ed economica che stiamo vivendo, la ripresa non sarà semplice 

Di Annamaria Ascolese

La pandemia di Covid19 ha riscritto ogni previsione sul nostro futuro. Soltanto due mesi fa, infatti, ognuno di noi conduceva la propria vita, senza avere idea che, da un giorno all’altro, nulla sarebbe stato come prima e che il ritorno alla “normalità” avrebbe rappresentato il nuovo obiettivo comune da raggiungere. In molti hanno paragonato l’attuale emergenza sanitaria ad una guerra e sono davvero numerosi i paralleli che fanno tornare alla memoria quella condizione di fragilità, paura ed incertezza che ha caratterizzato l’ultimo conflitto mondiale e la fase subito successiva. Il 25 Aprile del 1945 l’Italia usciva dalla tragedia della Seconda Guerra Mondiale con ferite profonde e dolori immensi, eppure, da quel contesto emergeva la dignità di un popolo che aveva finalmente ritrovato dentro di sé la forza di estirpare una malattia che aveva ridotto le libertà individuali e aveva reso gli uomini partecipi , attraverso il consenso di piazza, alla follia di una guerra distruttiva e inumana: la gioia e la forza propulsiva di quei giorni restano intatti a distanza di 75 anni. Si percepiva nell’aria la voglia di rinascere, di ricominciare, di riprendere in mano la propria vita, ma soprattutto di restituire al Paese quelle Istituzioni  democratiche dilaniate dalla dittatura fascista.  La Costituzione Repubblicane del 1948 è il frutto più maturo del lavoro di  quegli uomini, che avevano liberato l’Italia: una Carta fondata su principi fondamentali, naturali e universali quali il diritto alla vita, alla salute, il rispetto della persona, la libertà personale e collettiva, il diritto al lavoro. Non è un caso, infatti, che il primo articolo della nostra Costituzione reciti “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”. È il lavoro che conferisce dignità alla persona, che la rende responsabile nei propri confronti e in quelli della comunità, che garantisce la propria realizzazione personale, che crea relazioni umane e sociali. Ed è proprio attraverso il lavoro che l’Italia ha trovato la forza di risorgere dalle ceneri della guerra, sia pur con momenti di contraddizioni, lotte, tentativi di sopraffazione, separazioni: non sempre, purtroppo, il Paese ha dimostrato di essere rispettoso dei più deboli, della salute dei cittadini, fino ad apparire eccessivamente tollerante rispetto ad atteggiamenti criminali che hanno lucrato distruggendo territori fecondi, soprattutto nell’Italia meridionale. Oggi l’Italia vive un nuovo momento drammatico, senz’altro il peggiore della sua storia dopo la Seconda Guerra Mondiale, nel quale la pandemia di Covid 19 ha colpito maggiormente proprio quella generazione che era bambina quel 25 Aprile 1945 e che, attraverso il proprio impegno e il lavoro, ha contribuito a ricostruire il Paese. È necessario piangere queste morti, ricordarle nelle fabbriche che riapriranno, nelle scuole, negli ospedali dove medici e infermieri hanno messo in pericolo la propria vita per tentare cure impossibili o solo sperimentali, nelle case e nelle Chiese, quando riapriranno, perché è un lutto per tutti noi e non solo per i familiari. Quest’anno, il Primo Maggio rappresenta più che mai la festa del lavoro e dei lavoratori, come celebrazione di tutti i nostri diritti, attraverso il lavoro. Ed è forse poco più di casualità che proprio in queste ore, i lavori del nuovo ponte di Genova, sorto dalle rovine del tragico crollo del 14 Agosto 2018, costato la vita a decine di persone, iniziano a delinearne il profilo, per riconsegnare quella “normalità” strappata da un momento all’altro, ad un intero Paese, oltre che ad una città, a causa dell’incuria e della negligenza. Ebbene, questa immagine rappresenta, probabilmente, il più affascinante simbolo di questo Primo Maggio, nella consapevolezza che, con la crisi sanitaria ed economica che stiamo vivendo, la ripresa non sarà semplice e ciascuno, per la propria area di competenza, dovrà fare la propria parte, dalle Istituzioni e dalle banche, fino ad ogni singolo cittadino, in un lavoro di squadra che, senz’altro, ci aiuterà a raggiungere quell’obiettivo chiamato “normalità”.  

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