Il governo di Hong Kong è pronto ad annunciare il coprifuoco nel weekend

Secondo fonti di stampa cinesi l'esecutivo guidato da Carrie Lam sarebbe pronto a vietare ogni tipo di manifestazione per il fine settimana.

Il governo di Hong Kong dovrebbe annunciare il coprifuoco per il weekend. Lo riportano i media cinesi, tra cui il Global Times su Twitter, citando fonti non meglio precisate.

VERTICE FIUME DI GOVERNO

Nella serata del 13 novembre un numero consistente di ministri sono stati visti arrivare alla Government House, la residenza della governatrice Carrie Lam. La riunione, ha scritto il South China Morning Post, sarebbe stata finalizzata a discutere la situazione dopo tre giorni di proteste e di duri scontri tra manifestanti pro-democrazia e polizia. Sembra tuttavia improbabile che il governo possa decidere l’eventuale posticipazione per motivi di ordine pubblico le elezioni locali distrettuali del 24 novembre.

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La propaganda cinese contro Hong Kong ora passa da PornHub

Bloccati su YouTube e social network, diversi utenti hanno iniziato a pubblicare sulla piattaforma per adulti video contro i manifestanti pro-democrazia.

La propaganda cinese ha trovato nuovo veicolo: PornHub. Twitter, Facebook e YouTube da mesi chiudono profili di giovani cinesi impegnati a diffondere online propaganda contro i manifestanti di Hong Kong. Per questo molti di loro hanno scelto di passare al sito per adulti più frequentato del mondo.

Pechino da mesi è impegnata in una vasta campagna di disinformazione contro gli attivisti pro-democrazia, che da giugno presidiano le strade dell’ex colonia per chiedere maggiore democrazia. Fin dalle prime manifestazioni i media di Stato cinesi hanno descritto tutti i manifestanti come violenti separatisti. Quasi subito le principali piattaforme hanno bloccato l’onda della Repubblica popolare, in particolare YouTube ha chiuso oltre 210 canali che diffondevano video che suggerivano un coordinamento internazionale delle proteste in ottica anti-cinese.

DECINE DI FILMATI SUI MANIFESTANTI

Il 12 novembre, ha scritto Quartz, Shu Chang, nota commentatrice con oltre 3 milioni di follower sul social cinese Weibo, ha raccontato che lei e altri utenti cinesi hanno iniziato a caricare filmati patriottici direttamente su PornHub. «YouTube non ci lasciava caricare questo genere di video, quindi non potevamo fare altro che passare su PornHub», ha spiegato Chang. Effettivamente navigando nel sito con chiavi di ricerca del tipo “Hong Kong rioters” si trovano decine di video che mostrano manifestanti in azione o scene di guerriglia.

IL PROFILO CHE SI DICHIARA VICINO ALLA GIOVENTÚ COMUNISTA

Uno dei profili più attivi è “CCYL_central“. Secondo la scheda presente nel sito, la pagina è stata creata tre mesi fa e stando al nome indicato farebbe capo alla “Lega della Gioventù Comunista Cinese“, anche se non è possibile stabilire un vero legame con l’organizzazione giovanile della Repubblica popolare. In totale, il profilo ha caricato 11 video tra i quali stralci di servizi della tivù di Stato cinese, la Cctv, frammenti di manifestazioni pro-Pechino per le vie di Hong Kong e video di propaganda dell’esercito. Fra gli altri dati disponibili anche quello del libro preferito, indicato come The Governance of China, opera del presidente cinese Xi Jinping.

L’ATTIVISMO DELL’AMERICANO NATHAN RICH

Nella piattaforma, ha notato Quartz, è presente anche un video dal titolo Rioters (Cockroach) in Hong Kong, già apparso su YouTube per mano di Nathan Rich, un americano che vive in Cina e da tempo diffonde video critici contro i manifestanti. Il filmato mostra uno degli episodi più gravi dell’11 novembre quando un cittadino pro-Pechino è stato dato alle fiamme da alcuni manifestanti. «I cittadini cinesi», dice Rich nel video, «rischiano la vita se mostrano di essere in disaccordo con i fascisti di Hong Kong», apostrofati poi anche come «terroristi».

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Perché la Cina ha paura del dissidente Joshua Wong

L'evoluzione da provocatore adolescenziale a lobbista internazionale e politico emergente fa della sua biografia un caso davvero unico. Per questo il dissidente di Hong Kong è tra i più temuti dal regime di Pechino.

Magro, quasi esile. A 23 anni ha sempre la stessa faccia da adolescente di quando ne aveva soltanto 15 e già era alla guida di un movimento politico senza precedenti. Lo sguardo però, quello si è indurito da allora.

Sarà stato il carcere, dove chi aveva paura di lui, il governo di Hong Kong, è riuscito a rinchiuderlo per un po’. Sarà perché ormai teme per la propria vita. I suoi occhi non hanno più quell’incoscienza di allora, quella degli inizi, dell’epoca della cosiddetta Rivolta degli ombrelli.

Joshua Wong, questo giovane uomo, dall’aspetto di eterno ragazzino, ha paura ormai. Perché a sua volta fa paura a un gigante mondiale che si chiama Cina.

IL BOICOTTAGGIO COSTANTE DI PECHINO

Wong, con quel suo aspetto sempre un po’ sparuto, vagamente etereo, ormai è considerato il nemico pubblico numero 1 del regime più potente del Pianeta, che è anche uno dei più repressivi. Tanto che una sua visita in Italia, annunciata per la fine del mese alla Feltrinelli di Milano, nei giorni scorsi aveva subito provocato una reazione durissima del portavoce del ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang, che si era lamentato formalmente con il nostro Paese affermando tra l’altro – senza mai nominarlo per nome – che «questa persona, invitata da parte italiana, è un attivista per l’indipendenza di Hong Kong, e noi ci opponiamo fermamente a ogni ingerenza straniera negli affari interni della Cina. Hong Kong è una questione interna cinese e fa parte della Cina!».

Non c’è dubbio, il timido Joshua fa paura: molta paura

Il 12 novembre al nostro ministero degli Esteri è arrivata la comunicazione ufficiale che il tribunale di Hong Kong ha negato a Wong – che tecnicamente si trova in «libertà su cauzione» accusato di «manifestazione non autorizzata» – il permesso di espatrio per venire in Europa. Qualche settimana fa aveva escluso la sua candidatura alle prossime elezioni distrettuali del 24 novembre.

La vetrina di una banca vandalizzata durante le proteste a Hong Kong (foto Epa/Jerome Favre).

Non c’è dubbio, il timido Joshua fa paura: molta paura. A settembre, invitato in Germania, una sua stretta di mano con il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, aveva scatenato l’ira dei cinesi, al punto che Pechino aveva subito convocato l’ambasciatore per protesta. La visita in Italia rischiava di causare più di qualche imbarazzo al governo italiano, specie a Luigi Di Maio, che a Shanghai, dove aveva incontrato di recente il presidente cinese Xi Jinping, si era esibito in una pilatesca dichiarazione, liquidando la questione di Hong Kong come problema «interno alla Cina, nel quale noi non vogliamo interferire».

LA CARRIERA DA DISSIDENTE COMINCIATA A 15 ANNI

Ma chi è Joshua Wong e perché riesce a fare tanta paura a Pechino? L’evoluzione da provocatore adolescenziale a lobbista internazionale e politico emergente fa della sua biografia un caso davvero unico. La lotta per il futuro di Hong Kong attraversa praticamente tutta la giovane vita di Joshua. Nato nell’ottobre del 1996, un anno prima che l’ex colonia britannica venisse restituita alla Cina attraverso un accordo che garantiva alla regione amministrativa speciale mezzo secolo di autonomia relativa, non ha potuto conoscere il dominio inglese e avrà cinquant’anni quando quel tempo finirà e Hong Kong entrerà in un’era imprevedibile.

La nostra guerra continuerà finché non avremo democrazia rappresentativa e garanzie sulle libertà fondamentali a Hong Kong

Joshua Wong

Nessuno sa se, nel 2047, Hong Kong manterrà le sue libertà uniche o sarà obbligata a un più stretto allineamento con le regole estremamente restrittive delle libertà fondamentali in vigore nella madrepatria cinese. Le dimostrazioni di quest’anno sono l’ultimo atto di un malessere dalle radici remote: il malessere di una generazione che ha conosciuto il sapore della democrazia e non vuole – e non sa – più farne a meno. «Finché Xi Jinping, governerà la Cina, noi non vediamo nessuna soluzione», ha detto di recente Wong, «la nostra guerra continuerà finché non avremo democrazia rappresentativa e garanzie sulle libertà fondamentali a Hong Kong. Se necessario, andrà avanti all’infinito».

Joshua Wong (ANSA/AP Photo/Michael Sohn, File).

Nel 2011 Wong ha 15 anni, studia in un liceo cristiano e fonda insieme ad altri il movimento Scholarism per opporsi alla riforma dell’istruzione detta «Educazione Morale Nazionale». Secondo Joshua si tratta di un progetto di «lavaggio del cervello» per rendere inoffensive le nuove generazioni di Hong Kong inculcando negli studenti i valori del Partito comunista cinese e il rifiuto di un sistema democratico. Così lui e altri adolescenti cominciano a raccogliere firme per strada, varano campagne di protesta, usano i social, dove un post di Joshua ottiene centinaia di migliaia di like. Incontra C.Y. Leung, allora a capo del LegCo, il Legislative Council o “miniparlamento” di Hong Kong, sempre controllato da Pechino. Il movimento ottiene un primo importante risultato: la riforma scolastica viene ritirata. Ma è poca cosa, Joshua e i ragazzi di Hong Kong vogliono di più.

IL CARCERE NEL 2018 E LA NOMINA PER IL NOBEL PER LA PACE

Nel giro di due anni sarà sempre lui a guidare la più imponente protesta nella storia della città: Il Movimento degli Ombrelli, che scuote le fondamenta di Hong Kong. Il 29 settembre 2014, dopo un discorso incendiario pronunciato da Joshua la sera prima, un centinaio di studenti occupa la centralissima piazza dove si trova palazzo del governo, e subito scendono in strada migliaia di persone. La polizia usa lacrimogeni, gli studenti rispondono riparandosi dietro gli ombrelli. Bloccheranno il centro di Hong Kong per mesi.

Man mano che la sua fama e influenza crescevano all’estero, secondo molti osservatori la sua leadership in patria diminuiva

Joshua Wong viene arrestato e imprigionato con l’accusa di assemblea illegale, accusato da Pechino di essere un agente degli Stati Uniti e nominato per il premio Nobel per la pace nel 2018. L’anno prima Il filmmaker Joe Piscatella gli aveva dedicato un bellissimo documentario – disponibile su Netflix Joshua: Teenager vs. Superpower, vincitore del World Cinema Audience Award al Sundance Festival. Da allora il destino e l’immagine di Wong hanno subito un curioso paradosso: man mano che la sua fama e influenza crescevano all’estero, secondo molti osservatori la sua leadership in patria diminuiva.

AD HONG KONG LA SPIRALE DI VIOLENZA AUMENTA

Gran parte del lavoro di Wong in questi ultimi mesi, del resto, si è rivolto verso un pubblico internazionale, nella speranza di ottenere dall’estero il sostegno necessario al movimento, per una svolta decisiva. Ma le notizie degli ultimi giorni, terribili, drammatiche, dicono che le speranze che ciò accada si affievoliscono ogni giorno di più mentre ormai la protesta si incancrenisce, alimentando una spirale di violenza che sembra senza via d’uscita.

Ormai Wong ha assunto il ruolo di una sorta di statista o portavoce internazionale del movimento

Antony Dapiran, scrittore di Hong Kong

Antony Dapiran, scrittore di Hong Kong che ha pubblicato per Penguin La Città della protesta, storia del dissenso a Hong Kong, dice: «Mentre durante le precedenti campagne Wong era stato visto da molti come un leader, questa volta non è stato visto in quel modo dai manifestanti sul campo. Ormai ha assunto il ruolo di una sorta di statista o portavoce internazionale del movimento». Un ruolo che evidentemente fa molta paura al gigante cinese, al punto da spingerlo fino alle dichiarazioni ufficiali contro di lui, alle proteste diplomatiche.

Un manifestante di Hong Kong dà fuoco a un cumulo di rifiuti.

Poco dopo essere stato rilasciato dal carcere e in procinto di partire per gli Stati Uniti e la Germania, rispondendo in fretta alle domande dei giornalisti, che insistevano perché concedesse più tempo, Wong ha risposto: «Non abbiamo più tempo. Siamo in emergenza, le banche e i negozi chiudono e le persone fanno provviste di cibo in casa. Ci sono file ai per ottenere denaro dai bancomat… Se La Cina non capisce che deve darci ascolto, che deve sedersi a un tavolo e dialogare con i cittadini di Hong Kong, finiremo tuti insieme nel baratro, noi e loro. Per questo lo slogan che urliamo nelle manifestazioni dice: “Se brucio io, bruci con me!”».

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Hong Kong paralizzata dalle proteste: sospesi i lavori del parlamento

Ancora manifestazioni in strada. Bagarre tra il fronte politico pro Pechino e quello schierato con gli attivisti pro democrazia.

Le proteste pro-democrazia a Hong Kong, giunte al terzo giorno
di fila, stanno semiparalizzando la città creando pesanti problemi ai trasporti. Il parlamento ha sospeso i lavori per la bagarre scoppiata tra i fronti pan-democratico e pro-Pechino. Molte scuole sono chiuse. L’Ue chiede «che tutte le parti esercitino moderazione».

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Nuove proteste a Hong Kong, migliaia di manifestanti in piazza

Torna la tensione dopo gli scontri dell'11 novembre. La polizia usa i lacrimogeni. Gli Usa: «Condanniamo le violenze».

Le proteste a Hong Kong continuano anche all’indomani dei violenti scontri tra manifestanti e polizia, con una nuova chiamata allo sciopero generale: migliaia di persone si sono ritrovate nelle strade di Central sfruttando la pausa pranzo, bloccando l’area tra Des Voeux Road Central e Pedder Street, a replicare una mossa già vista l’11 novembre. I servizi di trasporto sono tornati sotto pressione, funzionando male e a singhiozzo, mentre piccoli gruppi di giovani attivisti con mascherina sono tornati ad affacciarsi per le strade.

IL FINANCIAL DISTRICT A FIANCO DEI MANIFESTANTI

Nel pomeriggio, la polizia ha usato i lacrimogeni in Central al fine di disperdere i manifestanti pro-democrazia ai quali si erano anche uniti per solidarietà molti dei dipendenti degli uffici del financial district. Il raduno si è concentrato a Pedder Street dove sono stati intonati slogan come «Liberate Hong Kong», «Sciogliete la polizia di Hong Kong, subito!» e il tradizionale «Cinque richieste, non una in meno!». I manifestanti hanno tenuto cortei spontanei come quello di Kwun Tong su Wai Yip Street.

GLI STATI UNITI: «GRANDE PREOCCUPAZIONE, BASTA VIOLENZE»

Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno espresso «forte preoccupazione» sulla violenza crescente di Hong Kong e chiesto maggiore misura sia alle forze di sicurezza sia ai manifestanti. «Gli Usa seguono la situazione con forte preoccupazione», ha commentato in una nota la portavoce del Dipartimento di Stato, Morgan Ortagus, invitando le parti al dialogo. «Condanniamo la violenza di ogni parte, esprimiamo vicinanza alle vittime a prescindere dalle loro inclinazioni politiche e invitiamo tutte le parti – polizia e manifestanti – all’esercizio di maggiore moderazione».

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Hong Kong, la polizia spara e ferisce due manifestanti

Due giovani attivisti pro-democrazia sono rimasti feriti in mattinata dopo uno scontro con gli agenti. Uno dei due sarebbe stato colpito al petto da alcuni colpi d'arma da fuoco.

Violenti scontri nella mattinata dell’11 novembre a Hong Kong tra polizia e manifestanti, impegnati a bloccare la circolazione stradale: almeno due persone sarebbero state colpite da colpi di pistola sparati dagli agenti a Sai Wan Ho.

Quello più grave, un ragazzo 21enne, è stato colpito da un colpo di pistola ravvicinato sparato da un agente di polizia: il ragazzo, raggiunto al petto, è stato prima soccorso e portato via che era ancora cosciente e poi operato d’urgenza. Attualmente, è in terapia intensiva dove è sotto stretta osservazione, riferiscono i media locali.

Nel frattempo per le strade dell’ex colonia britannica resta alta la tensione. Gli agenti in assetto anti sommossa hanno lanciato cinque raffiche di lacrimogeni a Pedder Street, nel cuore della città con molti uffici, tentando di disperdere i manifestanti che in piccoli gruppi stanno cercando di bloccare i mezzi trasporto creando barricate sulle principali vie in diversi distretti.

Per la terza volta in 5 mesi, da quando a giugno sono iniziate le proteste contro la legge sulle estradizioni in Cina trasformatesi poi in anti-governative e pro-democrazia, la polizia ha usato armi da fuoco con feriti. Il primo ottobre, infatti, uno studente è stato colpito al petto dopo l’assalto dei manifestanti a un gruppetto di agenti rimasto isolato, mentre pochi giorni dopo è stata la volta di un 14enne colpito alla gamba: entrambi sono stati poi arrestati.

ALTA TENSIONE DOPO LA MORTE DI UN 22ENNE

La tensione è salita dopo la morte di venerdì 8 novembre di Chow “Alex” Tsz-lok, studente di 22 anni, prima vittima delle proteste: il ragazzo è deceduto a seguito dei traumi riportati cadendo da un parcheggio, nella notte tra il 3 e 4 novembre scorsi, secondo modalità ancora tutte da chiarire mentre cercava di sfuggire all’assalto della polizia con i lacrimogeni a Tseung Kwan. Nel fine settimana si sono tenute veglie e sit-in in memoria di Chow, con la chiamata a manifestazioni spontanee e allo sciopero generale. Poi, scontri con la polizia e atti vandalici che hanno preso di mira soprattutto le stazioni della metro.

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Parlamentari pro-democrazia arrestati a Hong Kong

Accusati di aver ostacolato i lavori parlamentari durante la discussione sulla legge sull'estradizione in Cina, sono stati rilasciati dopo qualche ora su cauzione. Se condannati, rischiano fino a un anno di carcere.

Sei parlamentari pro-democrazia sono stati arrestati ad Hong Kong con l’accusa di aver ostacolato i lavori parlamentari a maggio 2019, quando era discussione la contestata legge sull’estradizione in Cina che ha innescato cinque mesi di proteste e violenze tra polizia e manifestanti nell’ex colonia britannica. Nonostante siano stati rilasciati su cauzione dopo qualche ora, la mossa, all’indomani della morte di uno studente ferito nelle manifestazioni, rischia di far crescere ulteriormente la rabbia nell’attesa dell’11 novembre, giorno in cui i parlamentari dovranno presentarsi in tribunale. Se saranno condannati, rischiano fino ad un anno di carcere.

PREGHIERE, FIORI E CANDELE PER LO STUDENTE MORTO

Il 9 novembre la collera ha lasciato il posto al dolore per Chow Tsz-lok, lo studente di 22 anni morto per le gravi ferite riportate alla testa cadendo da un parcheggio una settimana prima, durante l’ennesima notte di scontri con la polizia. Migliaia di persone si sono riunite in preghiera e hanno lasciato candele, fiori bianchi e gru di carta, diventate uno dei simboli della proteste. «Hong Kong libera», «La gente di Hong Kong vuole vendetta», gridavano i partecipanti tra i quali qualche irriducibile col volto coperto. «La gente di Hong Kong può essere colpita ma mai sconfitta», ha detto uno di questi rivolgendosi alle persone riunite. La veglia, una delle poche autorizzate dalle forze dell’ordine nelle ultime settimane di manifestazioni, si è svolta in modo pacifico nonostante la notizia poche ore prima dell’arresto dei sei parlamentari, rilasciati poche ore dopo su cauzione. Un settimo, Lam Cheuk-ting, è stato invitato a presentarsi in una stazione di polizia ma si è rifiutato. «Se credete che io abbia violato qualche legge, venite a prendermi», ha dichiarato alla stampa accusando la polizia di aver agito ad arte per posporre o cancellare le elezioni per il rinnovo del consiglio distrettuale in programma il 24 novembre, considerato un banco di prova per il governo di Carrie Lam e un messaggio a Pechino. Accusa alla quale ha replicato il ministro di Hong Kong per gli affari costituzionali, Patrick Nip, spiegando come gli arresti siano stati eseguiti sulla base di indagini e non hanno nulla a che vedere col voto.

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Hong Kong, c’è la prima vittima negli scontri tra manifestanti e polizia

Uno studente di 22 anni è morto dopo essere caduto da un parcheggio qualche giorno fa. Al momento dell'incidente sul posto erano in corso scontri tra forze dell'ordine e attivisti pro-democrazia.

Chow Tsz-lok, studente di 22 anni della Hong Kong University of Science and Technology, è morto nella mattinata dell’8 novembre per le gravi ferite alla testa riportate il 5 cadendo da un parcheggio vicino al quale c’era una protesta pro-democrazia e dove la polizia era intervenuta per disperdere la folla coi lacrimogeni.

È il primo caso di morte confermata per gli scontri tra dimostranti e polizia. Il tragico esito, reso noto dalla Hospital Authority, ha scatenato flah mob e sit-in di solidarietà da parte degli studenti, facendo temere azioni ben più pesanti nel weekend.

La polizia della città ha espresso cordoglio e vicinanza alla famiglia di Chow Tsz-lok. In una conferenza stampa, una portavoce ha assicurato che «quanto prima» sarà avviata un’indagine per fare luce e ricostruire tutta la vicenda, assicurando che l’intero corpo di polizia «è triste per l’accaduto, come tutte le altre persone di Hong Kong».

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Hong Kong, altra giornata di proteste: quattro accoltellati da un attivista pro-Pechino

Nuove manifestazioni nell'ex colonia britannica. Scontri in un centro commerciale: fermato un uomo con l'accusa di aver ferito dei manifestanti.

Nuovi disordini a Hong Kong, con la polizia in tenuta antisommossa costretta a intervenire all’interno di un centro commerciale per disperdere i manifestanti, che protestano contro la brutalità degli agenti. La protesta è entrata nella 22/a settimana consecutiva: il 2 novembre oltre 200 persone erano state fermate, alcune delle quali repsonsabili dell’assalto alla sede dell’agenzia di stampa cinese Xinhua.

Almeno quattro persone sono rimaste ferite da un aggressore armato di coltello nel centro commerciale CityPlaza, nel distretto di Tai Koo, uno di quelli dove la polizia è intervenuta per disperdere i manifestanti. L’aggressore è stato arrestato dopo essere stato picchiato dalla folla. Lo riferiscono i media locali.

Secondo The Hong Kong Free Press, l’aggressore è un attivista pro-Pechino. Tra i feriti anche il consigliere locale Andrew Chiu Ka-yin, a cui è stato tagliato un orecchio, ha riferito il South China Morning Post. Gli altri tre feriti sono due donne ed un uomo, contro cui l’aggressore si sarebbe scagliato dopo una discussione.

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La cronaca delle proteste di Hong Kong del 2 novembre 2019

22esimo weekend di proteste contro la Cina. Attacco vandalico contro la sede dell'agenzia di stampa cinese Xinhua. Lacrimogeni sui manifestanti al Victoria Park.

Ancora un weekend di proteste a Hong Kong dove il 2 novembre migliaia di manifestanti col volto coperto hanno sfidato il divieto della polizia scendendo per le strade del centro per chiedere più autonomia da Pechino. Nel corso del corteo ci sono stati tensioni e disordini. La polizia ha lanciato lacrimogeni all’interno del Victoria Park, dove sono in programma vari eventi dei candidati pro-democrazia in vista delle elezioni distrettuali del 24 novembre, in risposta ai tentativi dei manifestanti di costruire barricate vicino a un’uscita su Causeway Road dopo aver divelto dei pali da un vicino campo di football. La mossa della polizia, riferisce il network Rthk, ha spinto molti manifestanti ad abbandonare il parco.

A VICTORIA PARK 128 CANDIDATI PRO DEMOCRAZIA

Quello di Victoria Park è stato il primo confronto tra i manifestanti e la polizia nel 22esimo weekend di fila di proteste pro-democrazia. Le forze dell’ordine avevano autorizzato due iniziative, una a Edinburgh Place e l’altra a Chater Garden, convocate dai promotori per sostenere l’Hong Kong human rights and democracy act all’esame del Congresso Usa e per preparare le tradizionali gru di carta. Nessuna manifestazione era invece stata autorizzata a Victoria Park, dove circa 128 candidati pro-democrazia in corsa alle elezioni locali distrettuali del 24 novembre avevano ventilato l’ipotesi di avere appuntamenti separati a partire dalle 15 (8 in Italia). Una mossa per aggirare le sanzioni delle manifestazioni non autorizzate, non essendo i cosiddetti ‘meeting elettorali’ soggetti alla regolamentazione della Public order ordinance, a patto che non superino i 50 partecipanti per volta.

VANDALISMO CONTRO LA XINHUA

Gli scontri tra attivisti e polizia si stanno moltiplicando sull’isola, soprattutto a Causeway Bay, l’area dello shopping dove si sono riversate migliaia di persone mascherate, tra molotov, lacrimogeni, cannoni ad acqua, spray al peperoncino e barricate. Atti di vandalismo si sono verificati contro attività commerciali riconducibili alla Cina. Per la prima volta è stato attaccato l’ufficio della Xinhua, l’agenzia di stampa ufficiale di Pechino dove sono state danneggiate porte e finestre. I manifestanti hanno scritto vari graffiti sui muri, distrutto vetri e porte dell’ufficio della Xinhua: le immagini diffuse dai media locali hanno mostrato un principio di incendio nella lobby dell’agenzia di stampa cinese che si trova nel distretto di Wan Chai, anche se non è chiaro se vi fosse qualcuno nei locali.

PRESE DI MIRA BANCHE CINESI

Nelle ultime settimane, le frange più irriducibili dei dimostranti hanno preso di mira banche e attività collegate alla Cina a rimarcare la rabbia verso Pechino, accusata di aver violato gli impegni sulla libertà garantita dall’accordo sul passaggio di Hong Kong da Londra alla sovranità cinese nel 1997. La polizia, secondo i media locali, ha proceduto a diversi arresti nel corso della giornata, in diverse parti della città. Le proteste sono maturate malgrado il fermo monito di venerdì della Cina secondo cui non sarebbe stata tollerata alcuna sfida al sistema di governo di Hong Kong, in base alle decisioni del quarto plenum del 19esimo Comitato centrale del Pcc, che ha dato anche il via libera alla ‘educazione patriottica’ nelle scuole della città.

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Siamo poveracci con portafogli (quasi) pieni

Pochi nel cosiddetto primo mondo si rendono conto di appartenere alla percentuale più fortunata del Pianeta. Questa errata percezione unita alla disuguaglianza crescente ci condanna al caos. E in un mondo globalizzato anche le proteste lo sono.

Il neo-liberismo nasce e muore in Cile. È una scritta comparsa sui muri di Santiago, che ricorda come dopo il putsch militare contro il presidente Salvador Allende, la dittatura di Pinochet fu il primo banco di prova delle teorie di Milton Friedman e dei suoi Chicago boys, un gruppo di giovani economisti cileni chiamati dal governo a liberalizzare l’economia del Paese. Laissez-faire, monetarismo, taglio delle tasse ai ricchi, privatizzazione di previdenza e sanità sono stati i loro capisaldi teorici.

LEGGI ANCHE: La crisi in Cile fa emergere le storture del neoliberismo

«Miracolo cileno» lo defini l’economista neo-liberista che ispirò poi altri Paesi e leader negli Usa (Ronald Reagan) e in Europa (Margaret Thatcher). Ora quel miracolo si trova nel pieno di una rivolta sociale scoppiata con incredibile velocità e forza. E la cui principale causa è spiegata in un tweet dell’altro giorno di Branko Milanovic che segnala come «il Cile batta la Russia per ricchezza detenuta dai miliardari sulla percentuale rispetto al Pil nazionale (Forbes 2014). Il Cile, sotto quest’aspetto, è attualmente il Paese più ineguale al mondo».

PERCHÉ LA RIDISTRIBUZIONE DELLA RICCHEZZA È NECESSARIA

Milanovic, autorevole economista serbo-statunitense nel saggio del 2017  Ingiustizia globale, migrazioni, diseguaglianze e il futuro della classe media segnalava come la crescente diseguaglianza e concentrazione delle ricchezze in poche mani rendesse indispensabile la ridistribuzione dei redditi da parte del capitale. Pena il precipitare nel più generale scatenamento di criminalità diffusa, proteste di piazza, permanenti tensioni e conflitti sociali. Sostanzialmente quel sta accadendo un po’ in tutto il mondo. E che segnala due grandi disattenzioni. Una evidente a tutti, ma alla quale non si riesce a porre concreto rimedio, l’altra invece non considerata, anche se la sua azione produce idee e convinzioni errate, dunque soluzioni illusorie

APPARTENIAMO AL 5% E NON CE NE RENDIAMO CONTO

La prima riguarda il permanere di un’abissale sperequazione, riassunta  dall’1% di ricchi contrapposto al 99% di poveri, che è stata la bandiera della protesta di Occupy Wall Street scoppiata però più 10 anni fa. La seconda si riferisce al fatto che quasi nessuno in Italia, come nel resto dell’Occidente sviluppato, è consapevole di appartenere, anche se non miliardario e nemmeno milionario, a una frazione minima della popolazione mondiale benestante. Ossia di essere non l’1% però ben dentro il 5%. Se volete verificarlo andate sul sito globalrichlist.com e digitate il vostro reddito. Scrivete per esempio 20 mila euro, che possiamo considerare un reddito medio-basso: dopo un rapidissimo conto scoprirete di fare parte del 2,26% di popolazione mondiale più ricca. Ora questo giochino è funzionale a una bella iniziativa di charity marketing la cui filosofia è riassunta nel messaggio che lancia e che ci dice: «Vedi che sei molto più ricco di quel che credevi….allora tira fuori i soldi, fai un offerta per una buona causa».

CI SENTIAMO POVERACCI, MA NON LO SIAMO

Certo bisogna tenere ben presente che a un impiegato o un operaio che sta a Como, Bologna, Livorno o Bari non interessa sapere cosa guadagna un suo pari grado in Bangladesh, in Vietnam o in Senegal. Anche perché i livelli di consumi non sono comparabili e ognuno di noi fa i conti con la situazione e il caro-vita del Paese in cui vive. Ma è altrettanto vero che il povero (relativo) italiano è relativamente molto più ricco di tre quarti di umanità. Però non ci pensa o non ne è consapevole, perché non guarda chi sta peggio, ma chi sta meglio. E questo sguardo non agli ultimi e penultimi, ma ai primi e addirittura primissimi, lo fa sentire un poveraccio, ancor più miserabile di quel che è in realtà.

LEGGI ANCHE: Abbiamo lasciato la realtà per farci sedurre dalla percezione

COSA DICONO I NUMERI DELLA RICCHEZZA ITALIANA

«Siamo indigenti perché non siamo poveri», scriveva Famiglia Cristina nel 2008, nel momento in cui stava partendo la Grande Depressione e dopo che l’anno prima il 74% degli italiani, secondo l’annuale Rapporto Censis aveva dichiarato «di sentirsi povero». Un sentimento che in questi anni in Italia e in tante altre zone d’Europa è cresciuto, ben più e anche a dispetto di quel che certificano le statistiche sui patrimoni, sui redditi, sui consumi. Certo sono 20 anni che il Paese cresce poco, però è cresciuto. I confronti internazionali dicono che la ricchezza nazionale è meno dinamica di quella nord-europea, tuttavia quella lorda delle famiglie dal 1990 al 2010 è cresciuta mediamente del 5% annuo. Nel 2015, secondo dati Istat Eu-Silc, il reddito delle famiglie era cresciuto dell’1,8% rispetto all’anno precedente. Negli ultimi 3 anni, 2016-18, è sempre I’Istat a dirci che «il potere d’acquisto degli italiani è in qualche misura migliore rispetto a un paio d’anni fa». 

ABBIAMO UNA IDEA OSSESSIVA DI CRESCITA

La grande questione, che non riconosciamo più, è che viviamo in una società dominata da un’idea ossessiva di crescita, di moltiplicazione esagerata dell’offerta quotidiana di nuovi prodotti, pratiche ed esperienze. Insomma di tutto e di più, sin che si può e ce ne sta. Perché l’adsl è superveloce e illimitata, non c’è prodotto che non sia easy&simple e il salotto nuovo Poltrone &Sofà te lo dà subito e lo paghi quando vuoi. Per essere brutalmente sintetici tutti noi abbiamo maturato attese eccessive. Ma i nostri desideri e voglia di gratificazioni si infrangono contro una realtà che ci ricorda, ogni giorno e in concreto, che la quotidianità è mediamente dura per tutti e poco o per niente straordinaria, come invece raccontano la pubblicità, i magazine di gossip e vipperia varia, le immagini di Instagram, le imprese delle star del web.

QUEL GIUSTO EQUILIBRIO TRA ASPETTATIVE E OPPORTUNITÀ

Le teorie classiche sostengono che una società funziona quando il sistema delle attese personali viene validato da un’adeguata offerta e da una possibilità di soddisfacimento. Ossia quando aspettative e opportunità, ma anche sogni e desideri, possono realizzarsi in misura diversa, però ritenuta equa, ragionevole, giusta. Cosa questa che comporta non solo il buon funzionamento dei poteri pubblici e delle politiche governative. Ma anche che persone, utenti, cittadini che abbiano una percezione adeguata della realtà, ovvero un realistico e ragionevole senso delle proporzioni e dei limiti.

L’ERRORE È RISPONDERE IN MODO SEMPLICE A INTERROGATIVI COMPLESSI

Purtroppo e per ripetere il concetto ci troviamo invece a fare i conti con una situazione che è squilibrata e fuori controllo su entrambi i lati. Con aggravante ulteriore che gli squilibri, i disallineamenti sono presenti un po’ ovunque e che le criticità più forti sono proprio in settori cruciali e strategici. Disagio economico e conflittualità esasperata, guerre commerciali e rivendicazioni nazionalistiche, disastro ambientale e climatico stanno agendo infatti in modo concomitante.

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È questa la novità assoluta segnalata dalle teorie acceleranti di Raymond Kurzweil e del saggio di Youvel N.Harari XXI secolo, che disegnano scenari potenzialmente disastrosi. Ancor più tragici se a tutti questi problemi complessi si risponde in modo semplice. Autoritario. Attaccandosi al passato, alla tradizione, anziché aprirsi al futuro. E in caso di idee diverse e avverse, reprimerle anche brutalmente. Come sta avvenendo, appunto in Cile, ma anche a Hong Kong, a Beirut, in un succedersi sempre più incalzante di proteste e violenze che dagli indipendentisti della Catalogna ai gilet gialli francesi ci dicono che nel mondo globale anche le proteste e le violenze di piazza lo sono. E che il passaggio epocale che stiamo vivendo, la transizione che ci si sta profondamente cambiando, sarà nient’affatto facile, veloce e tranquilla. Ma al contrario lunga, dura e turbolenta.

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Jovanotti, Heather Parisi e le proteste di Hong Kong

Era da un po’ che volevo scrivere quello che sto per scrivere. Poi ogni volta rimandavo, perché mi ripetevo: «Poi..

Era da un po’ che volevo scrivere quello che sto per scrivere. Poi ogni volta rimandavo, perché mi ripetevo: «Poi a chi legge dai l’impressione di voler fare il giornalista presuntuoso.quello che: “Il giornalismo è una cosa seria”»; «bisogna sapere di cosa si sta parlando prima di scrivere» etc.- etc.

In fondo oggi siamo immersi in pieno nella cosidetta “democrazia del web”; le enciclopedie non le scrivono più gli esperti ma il primo che passa su Wikipedia; i vaccini fanno male non perché lo dicono dei premi Nobel della medicina, ma perché lo hanno decretato gli attivisti no-vax; la terra non è tonda ma piatta e il mondo è governato da una razza aliena di “rettiliani” mutanti, che sembrano umani. E poi ci sono le scie chimiche… Vabbè.

Per questo ormai non si può negare a nessuno il brivido di sentirsi “reporter per caso”, grazie al web, un po’ come non si voleva negare a nessuno il 6 politico al liceo, ai miei tempi. Però a me sta a cuore Hong Kong, e chi mi segue credo lo abbia capito molto bene.

JOVANOTTI REPORTER IMPROVVISATO IN MEZZO ALLE PROTESTE

Sono smaccatamente sbilanciato dalla parte dei giovani che, da più di 21 settimane ormai, vanno in piazza nel disperato tentativo di farsi ascoltare dal monolite-Cina – chiuso nel suo autoritarismo e nella sua arroganza che impone ormai al mondo intero – e che si ostinano a chiedere democrazia e diritti nel silenzio quasi assordante della comunità internazionale. Quindi, quando ho visto in Rete un video dove il mitico Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti – che si trovava di passaggio a Hong Kong per una tappa in una crociera con il velista Giovanni Soldini – trovatosi – assolutamente casualmente- in mezzo alle proteste, si metteva a “intervistare” (le virgolette sono mie…) un paio di «poveri» manifestanti, dopo essersi presentato come rappresentante di una generica «stampa italiana», mostrando di non avere la minima idea di ciò che stava accadendo intorno a lui e sbagliando clamorosamente la traduzione di quello che il giovane ignaro cercava di spiegargli, mi sono sentito un po’ disturbato. Poi mi son ripetuto: «Dai, lascia perdere, in fondo tutto può servire a far conoscere la causa delle proteste di Hong Kong. Jovanotti è popolare, la gente lo segue». Vabbè.

HEATHER PARISI, INVIATA SUL CAMPO PER RADIO E TIVÙ

Poi è stata la volta di Heather Parisi. Pare che la bionda e ancora bella Heather da qualche anno viva proprio a Hong Kong, con un recente/nuovo marito/compagno che pare abbia affari da gestire da quelle parti. Documentandomi, ho scoperto che «le solite malelingue» – colleghi giornalisti, ovviamente, autentici, almeno quelli, non improvvisati sul web – hanno insinuato che la coppia si sia trasferita lì per sfuggire ad alcune questioni legali imbarazzanti legate appunto alle attività del marito, Umberto Anzolin, appartenente a una delle famiglie venete più importanti nell’ambito delle concerie.

Se tutti stanno a guardare e nessuno partecipa, non funziona. La democrazia vive solo del contributo di tutti

Heather Parisi durante una protesta di Hong Kong

Sulle proteste di Hong Kong la Parisi ha fatto decisamente meglio di Jovanotti: ha partecipato personalmente alla manifestazione oceanica di giugno, quella dove scesero per le strade due milioni persone, ha scritto diversi tweet dove diceva per esempio che «se tutti stanno a guardare e nessuno partecipa, non funziona. La democrazia vive solo del contributo di tutti». Insomma, cose sensate. A cui sono seguite anche cose decisamente più azzardate, come qualche collegamento/intervista da Hong Kong un po’ nelle vesti di inviata dall’ex colonia, per qualche radio o canale tivù. Vabbè.

DUE OTTIMI ARTISTI CHE PERÒ GIOCANO A FARE I GIORNALISTI

Devo precisare che io, personalmente, voglio bene a entrambi. Apprezzo quanto il primo si sia evoluto dai tempi in cui ripeteva istericamente Gimme five con un sorrisetto e un cappelletto in testa messo al contrario, fino a diventare cantautore impegnato e, in certo qual modo, anche colto, con al suo attivo collaborazioni internazionali importanti. La bionda Heather, dal canto suo, ha allietato la mia adolescenza fin da quanto, in televisione, ballava e cantava Cicale, cicale, esibendosi (sfoggiando abitini già assai succinti persino per l’epoca) in quelle sue notevoli spaccate proprio di fronte alla telecamera, che alla buonanima di mia madre facevano dire, scandalizzata che «si vedeva tutto» e invece a me piacevano molto.

Più tardi ho avuto anche il piacere di conoscere personalmente entrambi. Jova nel corso di diverse occasioni giornalistiche istituzionali e Heather quando, molti anni fa, andai nella sua casa romana per intervistarla per il programma Target su Canale 5. Mi ricordo che in quell’occasione le dissi, per far conversazione, che Parisi è un tipico cognome calabrese, e che tra i miei antenati/parenti contavo appunto qualcuno col quel cognome. La bionda Heather decise allora, sul momento, che dovevamo sicuramente essere cugini e avendola contattata in seguito per il settimanale Panorama, almeno altre due volte, era diventata una scherzosa abitudine chiamarsi vicendevolmente, appunto, “cugini”.

I VIP CHE SI OCCUPANO DI CAUSE SOCIALI E POLITICHE, MODA AMERICANA

Ma tornando al tema di questo commento, che era il tentativo di rispondere alla domanda retorica: «Ma cosa c’entrano Jovanotti ed Heather Parisi con le protese di Hong Kong?». Ho riflettuto anche sul fatto che, in fondo, all’estero e specie negli Usa, è un’abitudine consolidata per attori, artisti, personaggi dello spettacolo, esporsi apertamente a favore di questa o quella causa sociale o politica: abbiamo visto persino, di recente, Richard Gere a bordo di una nave di una Ong a largo di Lampedusa, per manifestare il suo sostegno alla causa dei salvataggi dei profughi in mare.

Il giornalismo è una cosa seria, non un atto di presunzione affermarlo

Però, cari Jova ed Heather, se proprio volete fare qualcosa per aiutare una causa nobile come la lotta dei manifestanti nell’ex colonia inglese, perché non pensate a qualcosa di meno improvvisato e più incisivo? Che so, magari una bella canzone, scritta e cantata da te, Lorenzo, su Hong Kong. Dopo esserti documentato per bene, però. O magari un duetto con Heather, sempre sul tema? Perché, diciamolo, il giornalismo è una cosa seria, non è una bestemmia o un atto di presunzione affermarlo. È vero.

PS: Cara cugina Heather, se leggi questo articolo, contattami. Appena rientro a Hong Kong, magari ci si va a bere insieme un tè al Mandarin, per una bella rimpatriata. Tra parenti.

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L’attivista Joshua Wong è stato escluso dal voto di strettuale a Hong Kong

La candidatura dell'ex leader del movimento degli ombrelli è stata respinta perchè non in linea con la Basic Law: a pesare la sua campagna per l'autodeterminazione dalla Cina.

Joshua Wong non potrà correre alle elezioni distrettuali di Hong Kong del 24 novembre: l’ex leader del movimento degli ombrelli del 2014 e tra gli attivisti più in vista delle proteste che da quasi cinque mesi stanno scuotendo la città, è stato squalificato perché la candidatura non rispetta i requisiti delle leggi elettorali. Il governo ha spiegato che difesa o promozione dell’autodeterminazione dell’ex colonia sono contrarie al requisito secondo cui un candidato deve sostenere la Basic Law (Costituzione locale) e esprimere lealtà alla Cina.

LAM ESCLUDE CHE LA CINE VOGLIA SOSTITUIRLA

Sul fronte interno intanto la governatrice Carrie Lam ha negato l’ipotesi secondo cui Pechino vorrebbe sostituirla a marzo alla guida di Hong Kong, in base a quanto riportato dal Financial Times: in conferenza stampa, la Lam ha parlato di «rumor» e ricordato la smentita del ministero degli Esteri cinese. «Il governo centrale è stato molto d’aiuto e resta fiducioso che io, il mio team e il governo di Hong Kong, in particolare la polizia, saremo in grado di gestire la situazione, porre fine alle violenze e riportare la normalità il prima possibile».

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Hong Kong, ritirata la legge sulle estradizioni in Cina

Secondo il Financial Times Pechino prepara il cambio di governo entro marzo. Ma il ministero degli esteri bolla l'ipotesi come «rumor politici».

Eppur si muove. Dopo mesi di proteste pro democrazia, il governo di Hong Kong ha in via formale ritirato il 23 ottobre la contestata e controversa proposta di legge sulle estradizioni in Cina, causa delle proteste partite a giugno e trasformatesi poi in manifestazioni anti-governative e pro-democrazia per la richiesta di riforme, tra cui il suffragio universale, ma di natura sempre più violenta. Anticipato lo scorso mese, il ritiro, a 6 mesi dalla prima lettura da parte del parlamento e a 8 mesi dall’annuncio del progetto, è avvenuto a pochi giorni dalla ripresa dei lavori dell’assemblea.

FT: «PECHINO PIANIFICA DI SOSTITUIRE LAM ENTRO MARZO»

Nel frattempo, secondo il quotidiano Financial Times la Cina sta mettendo a punto un piano per sostituire a marzo 2020 la governatrice Carrie Lam con una nomina ad interim. Il quotidiano della City indica la svolta allo studio dopo quasi 5 mesi di proteste. La Lam, divenuta ormai un bersaglio delle manifestazioni, ha ricevuto il sostegno di Pechino che ha supportato anche l’azione della polizia, defininendo i dimostranti «rivoltosi». Il piano, secondo fonti anonime sentite da Ft, dipenderebbe dalla situazione nella città e dal ritorno alla calma, in modo da evitare che il cambio possa apparire come una resa alle violenze. La Lam, che ha rifiutato concessioni di fronte alle proteste (tra le cinque richieste ci sono le sue dimissioni, oltre al suffragio universale), ha fatto ricorso alla legislazione d’emergenza usando la legge coloniale del 1922 per vietare le maschere nelle manifestazioni, alimentando un’altra ondata di devastazioni. Se il presidente Xi Jinping dovesse optare per la rimozione, il sostituto della Lam dovrebbe essere moninato entro marzo: tra i candidati, Norman Chan, ex capo della Hong Kong Monetary Authority, ed Henry Tang, che ha servito come segretario alle Finanze e segretario capo per l’amministrazione. L’ipotesi è stata bollata dal ministero degli Esteri cinese, e in particolare dalla portavoce Hua Chunying, come «rumor politici con motivi reconditi».

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Diario di una giornata di scontri a Hong Kong

I manifestanti, molti dei quali in nero, si spostano velocemente da una parte all'altra della città. Dandosi appuntamento con una app. Da Mong Kok a Wan Chai fino al lussuoso quartiere di Causeway Bay. Il reportage.

da Hong Kong

Hong Kong, domenica 8 settembre. All’incrocio tra le centralissime Queen’s Road Central e Pedder Street, la folla dei manifestanti si aggira nervosa. Le strade sono strapiene di gente, un mare di magliette e foulard neri a coprire i volti.

ABITI NERI E OMBRELLI: TRA I MANIFESTANTI ANTI-PECHINO

La frangia più dura dei manifestanti mostra un abbigliamento più estremo, che ricorda i Black Block occidentali: maschere anti-gas, caschi, giubbotti rinforzati e spranghe di ferro. Ma la maggioranza sono ragazzetti e ragazzette comuni, esili, il volto coperto appena con una mascherina di tipo chirurgico. Però nera, non bianca. E poi gli ombrelli. Quelli ce li hanno quasi tutti, quasi sempre neri come le magliette e i pantaloni. Una specie di “coperta di Linus”, visto che risultano ben poco utili contro le violente cariche della polizia, i lacrimogeni, gli spray al peperoncino e i cannoni ad acqua addizionata di composti urticanti, colorata di azzurro per macchiarli e riconoscerli meglio dopo, per arrestarli più facilmente.

Manifestanti a Central Station (foto di Marco Lupis).

UNA PICCOLA RIVOLUZIONE EDUCATA E CERIMONIOSA

È domenica, perché qui a Hong Kong le manifestazioni si fanno principalmente di domenica. Al massimo di sabato. Perché scuole e uffici sono chiusi, e non sia mai che si perda un giorno di lavoro o di scuola per andare a manifestare, sarebbe davvero troppo maleducato. Questa sorta di piccola rivoluzione ha qualcosa di curiosamente educato per i nostri standard occidentali, qualcosa di molto orientale, quasi cerimonioso. Nel pieno degli scontri i poliziotti si rivolgono educatamente ai manifestanti che si spostano senza protestare, dopo essere stati spintonati, ma non troppo. Mentre i ragazzi raccolgono i rifiuti per ripulire le strade.

Agenti in assetto antisommossa in metropolitana (foto di Marco Lupis).

LA POLIZIA INCARNA LA PREPOTENZA DEL POTERE CINESE

Ciò non impedisce alla polizia di spaccare qualche testa, e ai dimostranti più violenti di rompere tutto quello che capita loro a tiro. Come è accaduto alla stazione Central della metropolitana le cui vetrate sono state distrutte a colpi di sampietrini. Venti minuti di botte da orbi, lancio di molti lacrimogeni, poi i poliziotti si sono ritirati e i manifestanti sono riusciti quasi tutti a scappare.

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Sono rimasti a terra in due, mentre gli agenti schiacciano i loro volti sull’asfalto per tenerli fermi e ammanettarli. Quando li hanno portati via uno aveva il volto insanguinato, l’altro stava zitto, i lunghi capelli neri, dritti, così cinesi, gli ricadevano sul volto infantile. Gli occhi di entrambi però erano indomiti, pieni di odio verso i poliziotti, che per loro incarnano tutta l’esecrabilità della prepotenza del potere cinese. Sono i simboli del potere schiacciante di Pechino che nel corso degli ultimi 20 anni, dopo il ritorno alla Cina dell’ex-colonia britannica, si è guadagnato un crescendo di risentimento ormai tramutatosi in odio.

Bastoncini di incenso e biglietti nel quartiere Mong Kok (foto di Marco Lupis).

LE PREGHIERE AL MURO DELLA DEMOCRAZIA

A Mong Kok, un quartiere molto popolare e commerciale, sulla penisola di Kowloon, la stazione della metropolitana di Prince Edwards è chiusa. All’esterno si trova una specie di “muro della democrazia” tappezzato di fiori, perché la stazione è stata teatro di scontri molto violenti ed e stata parzialmente bruciata. I manifestanti sostengono che nei tafferugli vi sono stati diversi morti tra le loro fila, ma la questione è controversa e non sono emerse finora prove certe che sia andata a finire davvero così tragicamente.

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Comunque i fiori bianchi, segno di lutto in Oriente, non sono lì solo per queste vittime discusse, ma in ricordo dei molti giovani che si sono tolti la vita per le rivolte.

Il muro della democrazia con fiori bianchi in segno di lutto alla fermata della metro Prince Edward (foto di Marco Lupis).

Una decina di giovani, infatti, si sono lanciati nel vuoto, chi da un ponte chi dalle finestre della propria casa, lasciando biglietti che esortavano i loro compagni a non mollare e in cui spiegavano che preferivano morire piuttosto che vivere in una Hong Kong sotto la dittatura della Cina. La gente si ferma: chi accende bastoncini di incenso e si inchina ripetutamente, nella tradizione buddista, chi prega con il rosario o nella sua fede, qualunque essa sia.

Presidio della stampa durante gli scontri di Hong Kong (foto di Marco Lupis).

IL PESTAGGIO DEI GIORNALISTI

Di colpo si sente una serie di spari a cui segue un fuggi-fuggi generale; tutti cominciano a correre verso il quartiere di Wan Chai, manifestanti e giornalisti, bardati anche questi ultimi con maschere anti-gas ed elmetti, ma riconoscibili facilmente per i gilet giallo fosforescente con la scritta «Press». Malgrado siano sempre facilmente distinguibili dai manifestanti, la locale associazione della stampa ha protestato in modo veemente contro il pestaggio di almeno tre colleghi da parte della polizia che ha indetto una conferenza stampa, ma non si è scusata: «Non si sono fatti riconoscere», ha insistito il portavoce, per questo «sono stati scambiati per manifestanti».

Polizia in assetto antisommossa (foto di Marco Lupis).

APP E HOT SPOT WIFI, LA COMUNICAZIONE DELLA PIAZZA

Qualcuno dà l’allarme e in fondo a Statue square si materializza una grande massa di poliziotti in assetto antisommossa con alle spalle molti veicoli di appoggio con sirene e lampeggianti. Manifestanti e poliziotti si infilano di corsa nella metropolitana, direzione Causeway Bay, nella zona Nord della città, per dare vita a nuovi scontri.

Manifestanti anti-Pechino (foto di Marco Lupis).

Da tempo ormai è questa la tecnica adottata da questo movimento senza leader, una guerriglia urbana che cerca di prendere di sorpresa la polizia con flash mob che si riuniscono e si sciolgono con rapidità in punti diversi della città. I manifestanti comunicano attraverso una app che usa gli hot spot wifi. Lasciano i loro Bluetooth aperti ai messaggi in arrivo, e in questo modo la voce si sparge a macchia d’olio da uno smartphone all’altro, evitando i blocchi della polizia come è accaduto in passato con Internet.

Cordone di polizia (foto di Marco Lupis).

LA RIVOLTA ALTO-BORGHESE

Passati i cancelli dell’uscita di Causeway Bay, un fumo denso fa lacrimare terribilmente gli occhi, e un sacco di gente cerca di rientrare in metropolitana, per trovare rifugio. In strada ancora scontri al grido di «Se bruciamo, tu bruci con noi!», «Liberate Hong Kong!», «Non potete ucciderci tutti!». Causeway Bay è un quartiere piuttosto elegante, diciamo pure lussuoso, pieno di negozi e frequentato dalla borghesia medio alta di Hong Kong.

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In strada, di fronte alla polizia, ci sono ragazze in minigonna e tacchi che insultano gli agenti. I commercianti fanno lo stesso, come giovani in camicia bianca e cravatta che si uniscono al coro di parolacce in cantonese e in inglese. Poi ricominciano i lanci di lacrimogeni. Per terra rimangono solo i “bossoli”, piccoli, come quelle candelette decorative che si accendono a Natale, con il rivestimento di alluminio.

Una scritta sui muri di Hong Kong (foto di Marco Lupis).

APPUNTAMENTO A UN’ALTRA DOMENICA DI SCONTRI

Quando scende la sera per le strade del ricco quartiere di Hong Kong pare essere tornata la calma. A parte il traffico in tilt perché la polizia ha bloccato le vie principali di Causeway Bay. Una Porsche Cayenne tirata a lucido sorpassa strombazzando un blindato, seguita da una Jaguar di ultimo tipo con la targa personalizzata: «Danielle».

Ogni weekend a Hong Kong si ripetono flash mob e scontri (foto di Marco Lupis).

Al volante una giovane signora elegante che lancia improperi all’indirizzo degli agenti. Ma non in favore dei manifestanti: è infuriata perché i poliziotti non la lasciano passare facendole perdere tempo. Si chiude così un’altra domenica di protesta nelle strade di Hong Kong.

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Il leader della protesta di Hong Kong: «Siamo Berlino nella nuova guerra fredda»

Il giovane attivista chiede all'Europa e alla Germania di condannare il livello barbarico di violenza della polizia.

La Berlino della nuova guerra fredda. Così Joshua Wong, leader delle proteste di Hong Kong ha definito la condizione dell’ex colonia britannica ora cinese: «Hong Kong è la nuova Berlino nella nuova Guerra fredda», ha detto Wong in conferenza stampa nella capitale tedesca.

RAGGIUNTO UN «LIVELLO BARBARICO DI VIOLENZA»


La polizia di Hong Kong negli ultimi tre mesi ha raggiunto un «livello barbarico di violenza» ha detto Wong. «Carrie Lam ha dato luce verde alla brutalità della polizia», ha proseguito il giovane attivista e noi chiediamo all’Europa e alla Germania di condannare questa violenza, ha proseguito il 22enne di Hong Kong.

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Hong Kong, arrestato l’attivista pro democrazia Wong

Il leader del partito Demosisto è finito in manette per aver violato l'obbligo di dimora. Intanto domenica i manifestanti si sono recati all'ambasciata Usa per chiedere aiuto a Trump. Non sono mancati momenti di tensione.

Continuano gli scontri a Hong Kong tra i manifestanti pro democrazia e le forze dell’ordine. I nuovi tafferugli sono avvenuti dopo il fallimento dei tentativi di sabato 7 settembre di interrompere il traffico aereo all’aeroporto internazionale della città. Già nella notte si erano verificate nuove violenze tra polizia e manifestanti durante la notte.

È invece notizia di domenica 8 settembre l’arresto dell’attivista pro democrazia Joshua Wong. Il leader del ‘movimento degli ombrelli’ del 2014 è stato arrestato all’aeroporto di Hong Kong. L’uomo stava tornando da un viaggio a Taiwan. L’accusa è di aver violato le regole della libertà su cauzione dopo l’arresto avvenuto ad agosto. In particolare Wong aveva l’obbligo di dimora dalle 23 alle 7 e non aveva il permesso di uscire di casa.

LA DENUNCIA DELL’ATTIVISTA

Joshua Wong ha denunciato il suo arresto attraverso una nota scritta affidata ai suoi legali. «Sono stato arrestato questa mattina dalla polizia per le violazioni delle condizioni del rilascio su cauzione e sono attualmente tenuto in custodia», si legge nel messaggio diffuso anche sui social media dal suo partito politico Demosisto.

MARCIA VERSO L’AMBASCIATA USA

Nel frattempo i manifestanti pro democrazia di Hong Kong hanno indetto un corteo, con partenza da un parco del centro cittadino, in direzione dell’ambasciata degli Stati Uniti d’America. Decine di migliaia di manifestanti si sono recati al consolato Usa. Lo hanno fatto sventolando bandiere a stelle e strisce e intonando slogan in cui veniva chiesto l’aiuto di Donald Trump per risolvere il contenzioso tra Cina e manifestanti. Non sono mancati momenti di tensione. Tutto è avvenuto quando la stazione della metropolitana è stata chiusa per impedire l’afflusso di altre persone. All’ingresso della metro è stato appiccato un incendio spento successivamente dai vigili del fuoco.

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