Macao rischia di essere contagiata dalle proteste di Hong Kong?

L'ex colonia portoghese, Mecca del gioco d'azzardo, è per Pechino un esempio riuscito del principio "un Paese, due sistemi". Ma solo il futuro potrà dire quanto la città di Dio riuscirà a essere fedele alla Repubblica Popolare.

da Macao

Al terminal degli aliscafi per Macao, nel centro di Hong Kong, la coda per l’imbarco è praticamente inesistente. Di solito, in questa stagione, tra gli hongkonghesi che vi si recano per tentare la fortuna in uno dei 1.000 casinò e i turisti che vogliono visitare l’ex colonia portoghese – tappa compresa nei pacchetti di tutti i tour operator – l’attesa ai moli di attracco è biblica. Ora invece, in una Hong Kong desertificata dalle proteste, anche l’afflusso di visitatori verso la Città di Dio (il significato del nome Macau) è ridotto ai minimi termini.

LA NOMINA DEL NUOVO GOVERNATORE HO IAT-SENG

Non hanno aiutato nemmeno le ultime dichiarazioni del presidente cinese Xi Jinping che ha elogiato la prosperità, la stabilità e l’armonia di Macao. Proprio mentre il governo centrale nominava, mercoledì scorso, l’uomo d’affari Ho Iat-seng prossimo governatore della capitale asiatica del gioco d’azzardo, aggiungendo con toni roboanti che Macao ha dimostrato che il principio «un Paese, due sistemi» può funzionare.

Il neo governatore di Macao Ho Iat-seng.

MACAO, DOVE DUE MONDI SI INCONTRANO

Allo sbarco al Terminal maritimo del Porto exterior a Macao, l’effetto-deserto non sembra in realtà confermare gli entusiasmi del presidente Xi: i controlli dell’immigrazione si passano in una manciata di minuti contro i soliti 20. Macao, la meravigliosa, accoglie con la stessa incredibile atmosfera di sempre, luogo magico di incontro tra due mondi, nato «da una storia d’amore tra Oriente e Occidente», come ha scritto Tiziano Terzani. Ed è unica l’opportunità di girare per le viuzze dai nomi portoghesi e cinesi senza l’assalto furioso delle orde di turisti alle quali è normalmente sottoposta. L’autobus della linea 3 della Sociedade de Transportes Urbanos de Macau arriva nel centro storico rapidamente, mentre l’altoparlante annuncia il nome di ogni fermata nelle tre lingue ufficiali di Macao: cinese, inglese e portoghese.

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LE ASPETTATIVE DI XI JINPING PER LA “CITTÀ DI DIO” E HONG KONG

Nella sua dichiarazione, Xi Jinping ha espresso la speranza che il nuovo governatore «si alzi e guardi lontano» per capire come la città si inserisca nella strategia di sviluppo nazionale. Uomo d’affari ed ex presidente dell’Assemblea legislativa di Macao, Ho è stato eletto dai rappresentanti del Partito con una votazione bulgara lo scorso 25 agosto, 392 voti a favore su 400, nel corso di una cerimonia molto coreografica. Si insedierà ufficialmente il prossimo 20 dicembre, in occasione del 20esimo anniversario del ritorno dell’ex colonia portoghese alla Cina.

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Gli osservatori più attenti hanno notato che probabilmente Xi, così come il premier Li Keqiang che si è espresso analogamente, nel dire «Macao» pensava a Hong Kong, riflettendo le aspettative di Pechino non solo nei confronti della disciplinata e sonnolenta ex città lusitana, ma più ancora nei confronti della “figlia ribelle” scossa ormai da più di tre mesi dalle proteste antigovernative che hanno sfidato l’autorità del governo centrale.

Macao significa la Città di Dio (foto di Marco Lupis).

IL PRINCIPIO UN PAESE, DUE SISTEMI

Incontrando Ho a Pechino, Xi ha tenuto ad affermare che i principi che governano la formula un Paese, due sistemi – in base al quale entrambe le ex colonie europee sono governate dalla Repubblica popolare ma dovrebbero vedere garantita una certa libertà politica e una sorta di semi-indipendenza per altri 30 anni circa – sono stati pienamente attuati dalla consegna della città alla Cina nel 1999 fino a oggi.

Macao è una ex colonia portoghese (foto di Marco Lupis).

«Il governo di Macao ha saputo unire vari settori sociali nella comprensione e attuazione completa e accurata del principio di un Paese, due sistemi, salvaguardando risolutamente l’autorità della Costituzione e il rispetto delle regole fondamenti del Partito», ha detto Xi. «L’economia a Macao è in rapida crescita», ha insistito, «con il sostentamento delle persone costantemente migliorato e la società armoniosa e stabile». Il capo della nuova superpotenza globale ha concluso affermando: «Ciò dimostra che il principio era completamente fattibile, e può essere raggiunto e ben accolto dai cittadini, in tutte le realtà dove è stato applicato». La frecciata diretta alla ribelle Hong Kong è stata più che evidente.

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LE SPERANZE DI PECHINO PER HONG KONG

Ma da queste parti non tutti sembrano vedere il futuro con lo stesso ottimismo del presidente cinese. Il docente di giornalismo della Baptist University di Hong Kong, Bruce Lui Ping-kuen, un vecchio analista della realtà cinese, afferma che Pechino attraverso Macao sta cogliendo l’occasione per rilanciare le sue speranze per Hong Kong. «Le lodi rivolte a Macao, nella visione di Pechino, evidenziano le carenze di Hong Kong», sostiene convinto. «Del resto Macao è sempre stata un modello di successo agli occhi di Pechino, con la sua società stabile e l’economia profondamente integrata con la terraferma», conclude.

Il jardim de S. Francisco a Macao (foto di Marco Lupis).

LE PAROLE D’ORDINE SONO ARMONIA E STABILITÀ

Johnny Lau Yui-siu, un analista economico di Hong Kong, concorda con il professor Lui, e afferma che i recenti disordini a Hong Kong hanno avuto anche l’effetto di evidenziare l’importanza per Pechino di garantire appunto, come ha detto il presidente Xi, la stabilità e l’armonia a Macao. Da parte sua il legislatore democratico di Hong Kong, James To Kun-sun, sostiene che l’esortazione di Xi di «alzarsi e guardare lontano» in riferimento a Macao, rappresenta un messaggio alla contestatissima governatrice di Hong Kong, Carrie Lam. Come dire: «L’influenza di Macao nel mondo è limitata. Chi governa Hong Kong ha compiti molto più urgenti e importanti da affrontare».

Macao è una delle capitali mondiali del gioco d’azzardo (foto di Marco Lupis).

LA SERA TRA CAMPANE E CASINÒ

Intanto nella grande cattedrale cattolica di Macao, la Igresa da Sé, le luci e le candele si accedono per la funzione serale. I pochi fedeli si siedono nei banchi anteriori, mentre fuori i campanili delle tante chiese cattoliche riempiono l’aria afosa e umida di questo avamposto portoghese in Asia, degli scampanii tipici delle nostre città e dei nostri Paesi, in un contrasto che lascia senza fiato il visitatore. Nel tramonto, la grande piazza del Leal Senado si va riempendo di macaensi che vengono a godersi un po’ di refrigerio nella brezza della sera, mentre le case da gioco fanno girare i tavoli delle roulette senza sosta e la città continua la sua sonnolenta esistenza.

Un angolo della ex colonia portoghese in cui vige il sistema del Paese e due sistemi.

LA CITTÀ «SEMPRE LEALE»

Qualche secolo fa Macao si conquistò da parte dei portoghesi la qualifica di “sempre leale”, che le venne accordata da re Giovanni VI, per aver tenuto issata la bandiera di Lisbona anche quando la monarchia spagnola subentrò sul trono del Portogallo. Un’antica lapide nel cortile del Palazzo del Governatore, il Leal Senado appunto, ricorda il titolo accordatole nel 1654: «Città di Dio, non ce n’è alcuna più leale». Saprà Macao dimostrarsi all’altezza di tanta fiducia e lealtà, anche nei confronti dei nuovi “padroni” che stanno a Pechino? Il presidente Xi Jinping se lo augura, ma solo il futuro ci dirà se il contagio proveniente dalla vicina Hong Kong riuscirà a colpire anche questa ex colonia.

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Quel tragico mistero che farebbe esplodere Hong Kong

I manifestanti piangono tre vittime negli scontri. La polizia nega. Ma dei ragazzi e delle loro famiglie non si sa più nulla. Mentre i presidi delle scuole che frequentavano sostengono che sono morti in altre circostanze. E il giallo rischia di diventare una bomba a orologeria.

da Hong Kong

Alla fermata della metropolitana di Prince Edward, i manifestanti improvvisano una sorta di veglia funebre, con canti e slogan, per i loro compagni. A un certo punto qualcuno fa partire una musica struggente di cornamuse, quella che si suona ai funerali dei caduti. L’accesso alla stazione, chiuso da giorni, è letteralmente ricoperto di fiori bianchi, segno di lutto in Oriente.

I MANIFESTANTI PIANGONO LE LORO VITTIME

La gente si ferma, prega, sosta in raccoglimento e accende candele e lumini sotto le fotografie, le scritte, i post-it, in cinese e in inglese. Sopra c’è scritto: «Non potete ucciderci tutti» e il numero 831 che ricorre dappertutto e che ormai è diventato anche quello uno slogan da urlare in faccia alla polizia. Otto, come il mese di agosto, 31 come la data del blitz alla fermata della metro, un pestaggio di inaudita violenza da parte dei poliziotti antisommossa, che qui chiamano raptor.

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IL PESTAGGIO DEL 31 AGOSTO

Quella stazione custodirebbe, secondo il movimento dei manifestanti, un terribile segreto che il governo di Hong Kong cercherebbe in tutti i modi di nascondere. Secondo i giovani che animano da ormai 14 settimane la protesta anti-governativa, infatti, quel 31 agosto tre giovani sarebbero morti, dopo essere stati pestati brutalmente. Ma la polizia nega tutto, soprattutto nega con forza che ci siano stati dei morti nell’attacco: «Solo feriti, alcuni gravi, ma nessun morto», ha dichiarato il portavoce della HK Police. Ma tre ragazzi presenti nella metropolitana durante il pestaggio risultano tutt’oggi scomparsi e anche le loro famiglie sembrano svanite nel nulla…

Un poliziotto punta la pistola contro i manifestanti di Hong Kong.

LE IMMAGINI DELLA VIOLENZA

Cosa è veramente successo quella sera nella metropolitana? Forse c’è un tragico mistero dietro le relativamente pacifiche proteste di Hong Kong?
Del pestaggio in metropolitana circolano alcuni video, davvero impressionanti. Immagini forti, con la polizia che mena colpi a destra e a manca, spara proiettili di gomma ad altezza uomo e usa lo spray al peperoncino.

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Immagini forti, che colpiscono anche per la presenza di numerosissimi cittadini che con le manifestazioni non c’entravano nulla. A un certo punto si vede una giovane mamma che si inginocchia a terra urlando e piangendo. Stringe un bambino tra le braccia e cerca disperatamente di proteggerlo dalla furia degli agenti.

Polizia in assetto antisommossa (foto di Marco Lupis).

IL NUMERO BALLERINO DEI FERITI

Ufficialmente il bilancio sarà di 57 manifestanti arrestati e 10 feriti portati in ospedale. Ma ci sono due cose che non tornano: la prima è che, in modo assolutamente inusuale per le abitudini della polizia da queste parti, gli agenti, dopo una prima azione che è stata ripresa dai giornalisti presenti e che si può vedere nei video che circolano, ha ordinato l’evacuazione totale della stazione, cacciando tutti i giornalisti sulla strada e chiudendo gli accessi. Dopo, nessuno, se non gli agenti presenti e i capi della polizia, sa cosa sia veramente accaduto. È davvero morto qualcuno?

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La seconda circostanza sospetta sono i rapporti ufficiali sul numero dei feriti ricoverati in ospedale: inizialmente 10, poi scesi a sette. Che fine hanno fatto gli altri tre? Secondo il sito Hongkongfreepress fonti dei soccorritori hanno dichiarato che la polizia ha impedito l’accesso alle ambulanze e ai paramedici per oltre un’ora.

IL COMUNICATO DEI PRESIDI DELLE SCUOLE

Le autorità minimizzano, sostenendo che nella confusione, essendo oltretutto i manifestanti vestiti tutti uguali, tutti di nero, i paramedici e i medici si sarebbero “confusi” registrando due volte alcune persone. Ma non basta, perché si è saputo che anche le famiglie dei tre giovani mancanti all’appello sono scomparse da giorni e nessuno riesce a trovarle. Infine è sconcertante il comunicato stampa che avrebbero redatto i presidi delle tre scuole frequentate dai tre ragazzi: sarebbero sì morti, ma prima delle manifestazioni, tragicamente, e in circostanze non meglio precisate ma che, viene assicurato, non avrebbero nulla a che fare con le proteste e il pestaggio del 31 agosto alla metropolitana di Prince Edward.

Sui biglietti ricorre la frase “Non potete ucciderci tutti” e il numero 831 (foto di Marco Lupis).

FAKE NEWS E DISINFORMAZIONE?

Le voci che si rincorrono in città dicono tutto e il contrario di tutto, i manifestanti insistono sulla morte dei tre compagni, i giornali dubitano, la polizia continua a negare. Al club dei corrispondenti stranieri, il Foreign Correspondent’s Club, si è tenuta anche una sorta di conferenza stampa sul tema. Il titolo la dice lunga sulla confusione e l’incertezza che regna di questi tempi a Hong Kong: «Fake news e disinformazione come arma nelle proteste di Hong Kong». Intanto il mistero resta. «Una cosa è certa», dice un manifestante che chiede di restare anonimo, «se davvero ci sono stati dei morti non mi meraviglierei che le autorità stiano facendo di tutto per tenerli nascosti. Se venisse fuori, Hong Kong esploderebbe!».

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Diario di una giornata di scontri a Hong Kong

I manifestanti, molti dei quali in nero, si spostano velocemente da una parte all'altra della città. Dandosi appuntamento con una app. Da Mong Kok a Wan Chai fino al lussuoso quartiere di Causeway Bay. Il reportage.

da Hong Kong

Hong Kong, domenica 8 settembre. All’incrocio tra le centralissime Queen’s Road Central e Pedder Street, la folla dei manifestanti si aggira nervosa. Le strade sono strapiene di gente, un mare di magliette e foulard neri a coprire i volti.

ABITI NERI E OMBRELLI: TRA I MANIFESTANTI ANTI-PECHINO

La frangia più dura dei manifestanti mostra un abbigliamento più estremo, che ricorda i Black Block occidentali: maschere anti-gas, caschi, giubbotti rinforzati e spranghe di ferro. Ma la maggioranza sono ragazzetti e ragazzette comuni, esili, il volto coperto appena con una mascherina di tipo chirurgico. Però nera, non bianca. E poi gli ombrelli. Quelli ce li hanno quasi tutti, quasi sempre neri come le magliette e i pantaloni. Una specie di “coperta di Linus”, visto che risultano ben poco utili contro le violente cariche della polizia, i lacrimogeni, gli spray al peperoncino e i cannoni ad acqua addizionata di composti urticanti, colorata di azzurro per macchiarli e riconoscerli meglio dopo, per arrestarli più facilmente.

Manifestanti a Central Station (foto di Marco Lupis).

UNA PICCOLA RIVOLUZIONE EDUCATA E CERIMONIOSA

È domenica, perché qui a Hong Kong le manifestazioni si fanno principalmente di domenica. Al massimo di sabato. Perché scuole e uffici sono chiusi, e non sia mai che si perda un giorno di lavoro o di scuola per andare a manifestare, sarebbe davvero troppo maleducato. Questa sorta di piccola rivoluzione ha qualcosa di curiosamente educato per i nostri standard occidentali, qualcosa di molto orientale, quasi cerimonioso. Nel pieno degli scontri i poliziotti si rivolgono educatamente ai manifestanti che si spostano senza protestare, dopo essere stati spintonati, ma non troppo. Mentre i ragazzi raccolgono i rifiuti per ripulire le strade.

Agenti in assetto antisommossa in metropolitana (foto di Marco Lupis).

LA POLIZIA INCARNA LA PREPOTENZA DEL POTERE CINESE

Ciò non impedisce alla polizia di spaccare qualche testa, e ai dimostranti più violenti di rompere tutto quello che capita loro a tiro. Come è accaduto alla stazione Central della metropolitana le cui vetrate sono state distrutte a colpi di sampietrini. Venti minuti di botte da orbi, lancio di molti lacrimogeni, poi i poliziotti si sono ritirati e i manifestanti sono riusciti quasi tutti a scappare.

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Sono rimasti a terra in due, mentre gli agenti schiacciano i loro volti sull’asfalto per tenerli fermi e ammanettarli. Quando li hanno portati via uno aveva il volto insanguinato, l’altro stava zitto, i lunghi capelli neri, dritti, così cinesi, gli ricadevano sul volto infantile. Gli occhi di entrambi però erano indomiti, pieni di odio verso i poliziotti, che per loro incarnano tutta l’esecrabilità della prepotenza del potere cinese. Sono i simboli del potere schiacciante di Pechino che nel corso degli ultimi 20 anni, dopo il ritorno alla Cina dell’ex-colonia britannica, si è guadagnato un crescendo di risentimento ormai tramutatosi in odio.

Bastoncini di incenso e biglietti nel quartiere Mong Kok (foto di Marco Lupis).

LE PREGHIERE AL MURO DELLA DEMOCRAZIA

A Mong Kok, un quartiere molto popolare e commerciale, sulla penisola di Kowloon, la stazione della metropolitana di Prince Edwards è chiusa. All’esterno si trova una specie di “muro della democrazia” tappezzato di fiori, perché la stazione è stata teatro di scontri molto violenti ed e stata parzialmente bruciata. I manifestanti sostengono che nei tafferugli vi sono stati diversi morti tra le loro fila, ma la questione è controversa e non sono emerse finora prove certe che sia andata a finire davvero così tragicamente.

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Comunque i fiori bianchi, segno di lutto in Oriente, non sono lì solo per queste vittime discusse, ma in ricordo dei molti giovani che si sono tolti la vita per le rivolte.

Il muro della democrazia con fiori bianchi in segno di lutto alla fermata della metro Prince Edward (foto di Marco Lupis).

Una decina di giovani, infatti, si sono lanciati nel vuoto, chi da un ponte chi dalle finestre della propria casa, lasciando biglietti che esortavano i loro compagni a non mollare e in cui spiegavano che preferivano morire piuttosto che vivere in una Hong Kong sotto la dittatura della Cina. La gente si ferma: chi accende bastoncini di incenso e si inchina ripetutamente, nella tradizione buddista, chi prega con il rosario o nella sua fede, qualunque essa sia.

Presidio della stampa durante gli scontri di Hong Kong (foto di Marco Lupis).

IL PESTAGGIO DEI GIORNALISTI

Di colpo si sente una serie di spari a cui segue un fuggi-fuggi generale; tutti cominciano a correre verso il quartiere di Wan Chai, manifestanti e giornalisti, bardati anche questi ultimi con maschere anti-gas ed elmetti, ma riconoscibili facilmente per i gilet giallo fosforescente con la scritta «Press». Malgrado siano sempre facilmente distinguibili dai manifestanti, la locale associazione della stampa ha protestato in modo veemente contro il pestaggio di almeno tre colleghi da parte della polizia che ha indetto una conferenza stampa, ma non si è scusata: «Non si sono fatti riconoscere», ha insistito il portavoce, per questo «sono stati scambiati per manifestanti».

Polizia in assetto antisommossa (foto di Marco Lupis).

APP E HOT SPOT WIFI, LA COMUNICAZIONE DELLA PIAZZA

Qualcuno dà l’allarme e in fondo a Statue square si materializza una grande massa di poliziotti in assetto antisommossa con alle spalle molti veicoli di appoggio con sirene e lampeggianti. Manifestanti e poliziotti si infilano di corsa nella metropolitana, direzione Causeway Bay, nella zona Nord della città, per dare vita a nuovi scontri.

Manifestanti anti-Pechino (foto di Marco Lupis).

Da tempo ormai è questa la tecnica adottata da questo movimento senza leader, una guerriglia urbana che cerca di prendere di sorpresa la polizia con flash mob che si riuniscono e si sciolgono con rapidità in punti diversi della città. I manifestanti comunicano attraverso una app che usa gli hot spot wifi. Lasciano i loro Bluetooth aperti ai messaggi in arrivo, e in questo modo la voce si sparge a macchia d’olio da uno smartphone all’altro, evitando i blocchi della polizia come è accaduto in passato con Internet.

Cordone di polizia (foto di Marco Lupis).

LA RIVOLTA ALTO-BORGHESE

Passati i cancelli dell’uscita di Causeway Bay, un fumo denso fa lacrimare terribilmente gli occhi, e un sacco di gente cerca di rientrare in metropolitana, per trovare rifugio. In strada ancora scontri al grido di «Se bruciamo, tu bruci con noi!», «Liberate Hong Kong!», «Non potete ucciderci tutti!». Causeway Bay è un quartiere piuttosto elegante, diciamo pure lussuoso, pieno di negozi e frequentato dalla borghesia medio alta di Hong Kong.

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In strada, di fronte alla polizia, ci sono ragazze in minigonna e tacchi che insultano gli agenti. I commercianti fanno lo stesso, come giovani in camicia bianca e cravatta che si uniscono al coro di parolacce in cantonese e in inglese. Poi ricominciano i lanci di lacrimogeni. Per terra rimangono solo i “bossoli”, piccoli, come quelle candelette decorative che si accendono a Natale, con il rivestimento di alluminio.

Una scritta sui muri di Hong Kong (foto di Marco Lupis).

APPUNTAMENTO A UN’ALTRA DOMENICA DI SCONTRI

Quando scende la sera per le strade del ricco quartiere di Hong Kong pare essere tornata la calma. A parte il traffico in tilt perché la polizia ha bloccato le vie principali di Causeway Bay. Una Porsche Cayenne tirata a lucido sorpassa strombazzando un blindato, seguita da una Jaguar di ultimo tipo con la targa personalizzata: «Danielle».

Ogni weekend a Hong Kong si ripetono flash mob e scontri (foto di Marco Lupis).

Al volante una giovane signora elegante che lancia improperi all’indirizzo degli agenti. Ma non in favore dei manifestanti: è infuriata perché i poliziotti non la lasciano passare facendole perdere tempo. Si chiude così un’altra domenica di protesta nelle strade di Hong Kong.

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Il leader della protesta di Hong Kong: «Siamo Berlino nella nuova guerra fredda»

Il giovane attivista chiede all'Europa e alla Germania di condannare il livello barbarico di violenza della polizia.

La Berlino della nuova guerra fredda. Così Joshua Wong, leader delle proteste di Hong Kong ha definito la condizione dell’ex colonia britannica ora cinese: «Hong Kong è la nuova Berlino nella nuova Guerra fredda», ha detto Wong in conferenza stampa nella capitale tedesca.

RAGGIUNTO UN «LIVELLO BARBARICO DI VIOLENZA»


La polizia di Hong Kong negli ultimi tre mesi ha raggiunto un «livello barbarico di violenza» ha detto Wong. «Carrie Lam ha dato luce verde alla brutalità della polizia», ha proseguito il giovane attivista e noi chiediamo all’Europa e alla Germania di condannare questa violenza, ha proseguito il 22enne di Hong Kong.

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Hong Kong, arrestato l’attivista pro democrazia Wong

Il leader del partito Demosisto è finito in manette per aver violato l'obbligo di dimora. Intanto domenica i manifestanti si sono recati all'ambasciata Usa per chiedere aiuto a Trump. Non sono mancati momenti di tensione.

Continuano gli scontri a Hong Kong tra i manifestanti pro democrazia e le forze dell’ordine. I nuovi tafferugli sono avvenuti dopo il fallimento dei tentativi di sabato 7 settembre di interrompere il traffico aereo all’aeroporto internazionale della città. Già nella notte si erano verificate nuove violenze tra polizia e manifestanti durante la notte.

È invece notizia di domenica 8 settembre l’arresto dell’attivista pro democrazia Joshua Wong. Il leader del ‘movimento degli ombrelli’ del 2014 è stato arrestato all’aeroporto di Hong Kong. L’uomo stava tornando da un viaggio a Taiwan. L’accusa è di aver violato le regole della libertà su cauzione dopo l’arresto avvenuto ad agosto. In particolare Wong aveva l’obbligo di dimora dalle 23 alle 7 e non aveva il permesso di uscire di casa.

LA DENUNCIA DELL’ATTIVISTA

Joshua Wong ha denunciato il suo arresto attraverso una nota scritta affidata ai suoi legali. «Sono stato arrestato questa mattina dalla polizia per le violazioni delle condizioni del rilascio su cauzione e sono attualmente tenuto in custodia», si legge nel messaggio diffuso anche sui social media dal suo partito politico Demosisto.

MARCIA VERSO L’AMBASCIATA USA

Nel frattempo i manifestanti pro democrazia di Hong Kong hanno indetto un corteo, con partenza da un parco del centro cittadino, in direzione dell’ambasciata degli Stati Uniti d’America. Decine di migliaia di manifestanti si sono recati al consolato Usa. Lo hanno fatto sventolando bandiere a stelle e strisce e intonando slogan in cui veniva chiesto l’aiuto di Donald Trump per risolvere il contenzioso tra Cina e manifestanti. Non sono mancati momenti di tensione. Tutto è avvenuto quando la stazione della metropolitana è stata chiusa per impedire l’afflusso di altre persone. All’ingresso della metro è stato appiccato un incendio spento successivamente dai vigili del fuoco.

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