Trump e gli altri: i politici Usa diffidenti verso i propri 007

Clinton era gelosa del suo Blackberry e lavorava via account privato. Come Powell. Mentre The Donald ha deciso di non consegnare l’iPhone personale alla Nsa.

La bufera sulle pressioni di Donald Trump a Kiev per far indagare sugli affari in Ucraina dell’avversario democratico Joe Biden, prima della corsa di entrambi alle Presidenziali del 2020, è la spia della vita da intercettati dei leader americani. Inevitabile, dicono gli ex funzionari dell’intelligence, che le comunicazioni di un presidente degli Stati Uniti e dei suoi più stretti collaboratori siano monitorate h24 su apparecchi controllati, anche solo per proteggerle dallo spionaggio degli stranieri: dietro alle soffiate sulle frasi sospette, non c’è il «tradimento» lamentato da Trump. Piuttosto è il tycoon a infastidirsi, se messo a nudo con l’apparato: stando a quanto rivelato al New York Times da numerose fonti della Casa Bianca, in barba alle raccomandazioni Trump avrebbe voluto a tutti i costi conservare un iPhone personale non schermato dalla National security agency (Nsa), probabilmente il telefono più intercettato al mondo. Ma Oltreoceano è in buona compagnia: il precedente immediato è Hillary Clinton, che da segretario di Stato si scoprì aver avuto solo la mail privata.

CLINTON E POWELL EVITAVANO ACCOUNT STATALI

Il braccio destro di Barack Obama non ha mai avuto un account state.gov. E prima di Clinton, secondo il report sul Mailgate del 2016 dell’Ispettorato generale del Dipartimento di Stato americano, anche il segretario di Stato Colin Powell impiegava l’account personale per lavoro. A detta della leader democratica, il successore John Kerry sarebbe stato il «primo segretario di Stato per ragioni storiche (l’informatizzazione delle comunicazioni e l’adeguamento della rete del Dipartimento, ndr) a impiegare la mail state.gov in modo prioritario». In effetti, l’inchiesta governativa ha appurato la lacunosità delle registrazioni e del sistema informatico statali. Così, per essere più sicura dice Clinton, nel 2009 preferì costruirsi un server in proprio, assoldando una firma hi-tech. Attraverso il quale certamente inviò, in piena trasparenza, decine di migliaia di mail a indirizzi governativi tracciabili di collaboratori e dipendenti del Dipartimento.

Trump Ucraina Usa intelligence
Le conversazioni sospette di Trump sull’Ucrainastudio . GETTY.

TRUMP EVITA LE MAIL, COME CARTER

Ma poté, sempre Clinton, cancellare di colpo circa 31 mila email «personali», ha raccontato, sparse tra le sue conversazioni di lavoro, che sono poi risultate in parte su argomenti «riservati» e «top secret» per lo Stato. Per tutta la campagna Trump la sbeffeggiò per il Mailgate, ma curiosamente prima di entrare alla Casa Bianca sua figlia Ivanka e il genero (poi top advisor) Jared Kushner crearono un dominio di famiglia, usato da Kushner nei primi mesi. Ivanka è invece tra i collaboratori che continuano a comunicare con la mail personale. Da parte sua Trump ha sempre spedito il meno possibile mail, anche da imprenditore, nell’ossessione di essere intercettato. Da quel che trapela, da presidente avrebbe smesso del tutto preferendo «corrieri». Un’abitudine in comune con il predecessore Jimmy Carter, che ha confessato di non inviare mai mail «probabilmente monitorate» ai leader stranieri. Meglio anche per lui «scrivere lettere e andare alle Poste».

Trump avrebbe atteso 5 mesi anziché uno prima di fare controllare gli iPhone schermati dagli agenti della sicurezza

GELOSI DI BLACKBERRY E IPHONE PERSONALI

Quanto ai cellulari Clinton ne era gelosissima come Trump, non volle mai rinunciare al Blackberry personale. Più volte messa in guardia sulla vulnerabilità agli hacker, rifiutò di adeguarsi ai protocolli di sicurezza del Dipartimento di Stato. Le fu anche fatto presente di essere molto a rischio durante un viaggio in Asia, ma poi continuò a usare l’apparecchio fuori dall’ufficio. Trump ha smentito le indiscrezioni del Nyt, sostenendo di parlare solo sui fissi della Casa Bianca o sugli iPhone schermati della Nsa, che nel 2017 hanno sostituito i suoi vecchi smartphone Android ancora più penetrabili. Ma anche Politico ha riportato delle resistenze a farsi ripulire ogni 30 giorni i due iPhone protetti: uno per le chiamate, l’altro per twittare. Trump avrebbe atteso cinque mesi prima di farli controllare dagli agenti della sicurezza, nonostante già l’attività continua sui social network sia uno strappo alla regola per i presidenti degli Usa.

Donald Trump nello Studio ovale durante una telefonata ufficiale con Vladimir Putin. GETTY.

L’IPHONE PER IL GOSSIP DI TRUMP

Telecamere e microfoni, dove penetrano malware per seguire i movimenti, sono di norma bloccati. L’iPhone in sua dotazione, confessò Obama, era un «giocattolo per bambini» con una manciata di tasti: l’ex presidente non poteva chiamare né scrivere testi, le mail erano tra un gruppo ristretto e i social network disinstallati, vista la scarsa sicurezza. Trump al contrario, a detta di amici e advisor dell’inner circle, farebbe un uso intenso del cellulare, a ogni ora del giorno e della notte, attraverso numeri continuamente cambiati dalla security. Sulla base di racconti anonimi tra «correnti ed ex funzionari della Casa Bianca», il Nyt ha riportato del misterioso «iPhone personale» di Trump per il gossip, «non diverso dalle centinaia di migliaia di iPhone nel mondo». L’ultimo presidente non avrebbe voluto consegnarlo alla Nsa, anche per mantenervi la rubrica dei contatti. E dallo Studio ovale preferirebbe eludere i fissi per aggirare centralino e staff della Casa Bianca.

Le conversazioni sugli iPhone, anche schermati dalla Nsa, sono facilmente intercettabili, attraverso i cavi e le celle delle reti mobili.

LA DIFFIDENZA PER L’INTELLIGENCE 

La refrattarietà di Trump per l’apparato governativo entrerà negli annali dei presidenti Usa. Raramente legge il documento giornaliero dell’intelligence con i report collezionati in forma sintetica, preferendo un briefing orale con gli analisti e i funzionari. Ai quali non risparmierebbe domande sprezzanti tipo «perché siamo anche in Somalia?» o «proprio non posso proprio andar via dall’Afghanistan?». Al Pentagono si confida che la diffidenza verso le spie lo trattenga dallo sbottonarsi ai cellulari: anche se alterati dalla Nsa, le conversazioni sugli iPhone restano facilmente intercettabili, attraverso i cavi e le celle delle reti mobili. Ascoltare i leader stranieri, anche da remoto, è un’attività di routine dei servizi. L’intelligence americana sospetta che le reti di Trump siano state di recente spiate anche dagli 007 israeliani. Oltre che, regolarmente, dai servizi cinesi e russi. Ma Trump, e non sono lui negli States, sembra avere più paura dei propri.

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