A che punto è la guerra in Ucraina e perché la pace è ancora lontana

Il conflitto con la Russia cominciato nel 2014 è ancora in corso. Il bilancio parla di 13 mila morti e 2 milioni di rifugiati. Tutti i tentativi di mettervi fine per ora si sono arenati. Anche perché il Paese dopo il fallito tentativo della rivoluzione arancione nel 2004 rimane un avamposto Usa. Il punto.

Alla fine di febbraio 2014 finiva nel sangue la rivoluzione di Euromaidan, cominciata il novembre dell’anno prima con le proteste contro il presidente Victor Yanukovich, colpevole di non aver firmato l’Accordo di associazione con l’Unione europea, e sfociata nel regime change filoccidentale, con la formazione a Kiev di un governo marcatamente anti-russo, guidato da Arseni Yatseniuk, mentre alla presidenza sarebbe arrivato qualche mese dopo Petro Poroshenko.

Sei anni dopo il quadro ucraino è radicalmente cambiato, non solo perché alla Bankova lo scorso anno è stato eletto Volodymyr Zelensky, che con un partito fondato in pochi mesi è riuscito anche a ottenere la maggioranza assoluta in parlamento.

TREDICIMILA MORTI E 2 MILIONI DI RIGUGIATI

L’Ucraina ha mutato i confini, dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia e la creazione delle repubbliche indipendenti di Lugansk e Donestk, sostenute da Mosca. Pur non essendo riconosciute dalla comunità internazionale, de facto non sono più sotto il controllo di Kiev e sono diventate un protettorato del Cremlino. La guerra nel Donbass, iniziata nell’aprile 2014, è ancora in corso, a corrente alternata, e ha causato oltre 13 mila morti e un paio di milioni di rifugiati, sia interni sia verso la Russia.

I FALLIMENTI DI PORRE FINE AL CONFLITTO

I tentativi di porre fine al conflitto si sono dimostrati un’illusione: cinque anni fa, all’inizio di febbraio 2015, sono stati firmati gli Accordi di Minsk, in cui è stato elaborato un piano in 13 punti (militari e politici), sottoscritto da Poroshenko, dai rappresentanti dei separatisti, da Vladimir Putin e dai due garanti Angela Merkel e François Hollande.

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In sostanza la road map per la pacificazione è stata però disattesa, gli accordi rimasti carta straccia. Lo scorso dicembre a Parigi il cosiddetto quartetto normanno, in cui hanno fatto capolino Zelensky ed Emmanuel Macron, si è accordato per un rilancio dei vecchi accordi: dopo alcuni segnali positivi, come il grande scambio di prigionieri effettuato alla fine dell’anno, tutto è rimasto come prima, se non peggio.

IL BRACCIO DI FERRO RUSSIA-USA

In teoria il prossimo aprile dovrebbe tenersi un summit per saggiare i progressi sul campo e dare il via libera alle elezioni locali nel Donbass, ma la realtà fa a pugni con l’ottimismo. Per tentare di dare nuovi impulsi, alla recente Conferenza sulla sicurezza di Monaco è spuntato un piano, lanciato dall’Euro-Atlantic Security Leadership Group (think tank non proprio definibile filoputiniano), che in pratica ricalca la linea originaria di Minsk, subito però rigettato sia da parte di Kiev che dai falchi di Washington, poco inclini al compromesso. La vicenda, pur avendo avuto scarso rilievo politico e mediatico, è significativa perché esemplifica ancora una volta come la crisi ucraina non sia solo una questione interna e tra Kiev e Mosca, ma anche un braccio di ferro tra il Cremlino e la Casa Bianca, con l’Europa a fare da spettatrice.

L’UCRAINA RESTA UN AVAMPOSTO A STELLE E STRISCE

La volontà di alcuni di cercare una soluzione condivisa si scontra con chi, da entrambi i lati dello schieramento, non vuole arretrare di un millimetro. Da un lato la posizione russa è chiara: Putin ha poco interesse di sciogliere in fretta il nodo ucraino. Nonostante il recente cambio di advisor per l’Ucraina (Dmitri Kozak al posto di Vladislav Surkov), la sostanza non è destinata a cambiare e la destabilizzazione di Kiev passa per il Donbass occupato. Sono cose già viste in Transnistria e Georgia, dove i conflitti congelati giovano alla strategia russa nel Grande gioco con gli Stati Uniti. Dall’altro lato le posizioni di Washington non sono cambiate da Barack Obama a Donald Trump: l’Ucraina, dopo il fallito tentativo della rivoluzione arancione nel 2004, è stata conquistata come a Risiko e rimane un avamposto a stelle e strisce.

LE ELEZIONI NEL SUD-EST POTREBBERO DARE IL VIA A UNA NUOVA FASE

In mezzo ci sta Zelensky che ha fatto agli elettori, come il suo predecessore, l’incauta promessa di mettere fine al conflitto. Benché i suoi rapporti con Putin siano migliori di quelli di Poroshenko, tra la Bankova e il Cremlino non è certo iniziato il disgelo e Kiev è ancora ben ancorata all’alleanza transatlantica, anche sull’onda delle pressioni, molto rumorose seppur quantitativamente minoritarie, dell’ala interna nazionalista e radicale. Ciò non toglie che una normalizzazione dei rapporti con la Russia gioverebbe all’Ucraina e alla situazione nel Donbass. Il compromesso passa attraverso il nodo politico delle regioni del Sud-Est ucraino, dove le elezioni locali, magari tenute in contemporanea a quelle previste in autunno nel resto del Paese, potrebbero significare l’avvio di una nuova fase per il processo di pacificazione. 

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Com’è andato il vertice di Parigi tra Putin e Zelensky sull’Ucraina

Incontro positivo nella giornata di lavoro in Francia. Kiev e Mosca trovano nuove intese su prigionieri e cessate il fuoco. Nuovo appuntamento a Berlino nel 2020.

Da incontro quasi simbolico a vertice fiume. A Parigi il summit del formato Normandia sul futuro dell’Ucraina ha frantumato ogni scaletta prevista e i quattro leader, in una girandola di bilaterali, negoziati e cene di lavoro, hanno fatto le ore piccole. Ma l’esito sembra essere stato positivo. Il presidente russo Vladimir Putin, in una battuta strappata dai giornalisti, si è detto «soddisfatto» del suo faccia a faccia con l’omologo ucraino Volodymyr Zelensky. Che a sua volta, attraverso il portavoce, ha definito i negoziati «un successo». Tanto che tra quattro mesi le parti si rivedranno in Germania, a Berlino.

LA GIRANGOLA DI VERTICI E BILATERALI

Certo, il diavolo sta nei dettagli e resta da capire la misura di tanto ottimismo. Zelensky, l’ultimo arrivato al ‘grande gioco’ dei vertici internazionali, è sembrato a tratti spaesato ed è stato aiutato dal padrone di casa, Emmanuel Macron, a trovare il suo posto alla tavola rotonda, piazzata in una saletta dell’Eliseo, in cui i quattro si sono seduti per il vertice vero e proprio. Prima il programma prevedeva i bilaterali Zelensky-Macron e Putin-Merkel, poi il cambio di coppia (Putin-Macron, Zelensky-Merkel). Quindi i negoziati a quattro, seguiti dal primo incontro privato tra Putin e Zelensky (durato a quanto pare 15 minuti).

PRIGIONIERI, CESSATE IL FUOCO ED ELEZIONI: I PUNTI DI ZELENSKY

I leader si sono poi rivisti alla cena di lavoro, proseguita ben oltre le iniziali previsioni. Ed è qui che sembrerebbe essere iniziato il lavoro vero, per limare le parole da includere nel comunicato congiunto prima della conferenza stampa (quattro le domande ammesse, una per Paese). Il presidente ucraino ha potuto contare su una folta schiera di consiglieri ad assisterlo nei vari punti in programma (tra cui il capo dei servizi di sicurezza, il capo dell’esercito, il numero uno della compagnia nazionale del gas, la Naftogaz, e il ministro dell’Energia). Zelensky aveva evidenziato tre argomenti chiave del vertice: un ulteriore scambio di prigionieri (poi confermato), un cessate il fuoco e le elezioni locali nel Donbass.

IL NODO DEGLI ACCORDI SUL GAS

L’Ucraina attende con ansia l’esito di questo vertice e non manca, in Patria, l’opposizione per quella che viene giudicata come una linea di ‘appeasement’ con Mosca. Ovvero mettere fine, senza se e senza ma, alla guerra nel Donbass. E dunque è cruciale capire se vi sono passi avanti chiari sull’attuazione degli accordi di Minsk – fondamentali anche per togliere le sanzioni alla Russia – oppure se si tratta solo di intenzioni. L’altro tema caldo è quello del rinnovo del contratto di fornitura del gas a Kiev, che scade il 31 dicembre 2019. Trovare un’intesa per rinnovarlo è interesse sia di Zelensky che di Putin (che pure a Parigi poteva contare sulla presenza dell’ad di Gazprom, Alexei Miller, e il ministro dell’Energia Alexander Novak, i ‘signori del gas’). Anche su questo fronte qualcosa è trapelato. E cioè che serviranno ulteriori negoziati in diversi formati – bilaterali e trilaterali con la Commissione Europea – per arrivare a un accordo.

I PUNTI SALIENTI DELL’INTESA

  • Un nuovo scambio di prigionieri sulla base del principio ‘tutti per tutti’, ovvero la restituzione di tutti i noti detenuti di entrambe le parti. La data stabilita, ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, è quella del 24 dicembre.
  • Le parti si impegnano a una piena e completa attuazione del cessate il fuoco, rafforzato dall’attuazione di tutte le necessarie misure di sostegno alla tregua, prima della fine del 2019.
  • Le parti sosterranno un accordo all’interno del Gruppo di contatto trilaterale su tre ulteriori aree di disimpegno dal fronte, con l’obiettivo di smobilitare forze e mezzi entro la fine di marzo 2020.
  • Le parti sosterranno un accordo all’interno del Gruppo di contatto trilaterale, entro 30 giorni, su nuovi punti di attraversamento lungo la linea del fronte, basati principalmente su criteri umanitari.
  • Le parti ritengono necessario integrare la “formula di Steinmeier” nella legislazione ucraina, in conformità con la versione concordata nell’ambito del Formato Normandia e del Gruppo di contatto trilaterale.
  • Un nuovo vertice del Formato Normandia verrà organizzato fra quattro mesi per verificare l’avanzamento degli accordi e continuare la discussione per trovare “punti di compromesso” sulle questioni ancora non risolte

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Le novità sulla strage del volo MH17: legami tra russi e ribelli del Donbass

Il team internazionale a guida olandese che investiga sull'abbattimento del volo della Malaysia Airlines ha pubblicato delle intercettazioni che mostrano i contatti tra funzionari di Mosca e ribelli separatisti.

Nuova svolta nell’intricato caso dell’abbattimento del volo Malaysia Airlines 17. In particolare sarebbero stati individuati stretti legami tra la Russia e i ribelli del Donbass testimoniati da nuove intercettazioni telefoniche tra funzionari russi e alcuni leader separatisti.

Le conversazioni sono state pubblicate dal Team investigativo internazionale a guida olandese (Jit) sulla tragedia del Boeing malese abbattuto nei cieli del Donbass in guerra nell’estate del 2014. Le telefonate risalgono alle settimane precedenti alla sciagura in cui morirono 298 persone. L’aereo fu abbattuto da un missile di fabbricazione russa.

Lo scorso giugno, gli investigatori hanno accusato quattro persone per la tragedia aerea: tre sono cittadini russi e – secondo gli inquirenti – sono o sono stati agenti dell’intelligence di Mosca. Uno degli incriminati è Igor Strelkov, al secolo Igor Girkin, ex comandante delle milizie separatiste del Donbass che sarebbe anche tra le persone coinvolte nelle conversazioni intercettate.

I RUSSI COINVOLTI NELLE INTERCETTAZIONI

Le telefonate riguardano anche il consigliere di Putin, Vladislav Surkov, il “premier” dell’autoproclamata Repubblica popolare di Donetsk, Aleksandr Borodai, e il leader crimeano scelto da Mosca, Vladislav Surkov. In almeno tre telefonate, i separatisti affermano di agire nell’interesse della Russia e su ordine dei suoi servizi segreti. «Sto eseguendo gli ordini e difendendo gli interessi di uno e di un solo Paese: la Federazione Russa», ha detto Borodai in una telefonata.

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