Il Di Maio anti-armi va incontro a un disastro libico

Il nostro ministro degli Esteri tuonava contro la soluzione militare. Ma l'avanzata di al Serraj e la ritirata di Haftar hanno portato a una recrudescenza verticale dello scontro. Ora l'Italia rischia di perdere presenza, accordo e stima da parte di Tripoli. Una linea dilettantistica dell'ex capo del M5s.

Luigi Di Maio si avvia a dover prendere atto di un clamoroso, plateale e inglorioso fallimento della sua politica nella crisi libica. Fallimento che sarà pesantemente pagato dall’Italia. Una settimana fa, per l’ennesima volta, il nostro ministro degli Esteri ha tuonato: «L’Italia non permetterà che in Libia vincano le armi!». Posizione verbalistica, astratta, degna di un dilettante in politica estera quale è l’ex capo del Movimento 5 stelle.

FALLIMENTO TOTALE DELLA SOLUZIONE POLITICA

Infatti dopo il fallimento totale della soluzione politica lanciata dalla Conferenza di Berlino tanto cara a Di Maio, sono proprio e solo le armi a vincere e a imporsi nel preparare una soluzione della crisi libica a seguito di una lenta, ma inarrestabile avanzata delle forze libico-turche fedeli ad al Serraj a cui corrisponde una altrettanto lenta, ma irreparabile ritirata delle armate di Khalifa Haftar. Da 20 giorni assistiamo così a una recrudescenza verticale degli scontri militari – incurante delle roboanti parole di Di Maio – perché le forze fedeli al governo legittimo di al Serraj (Gna) con l’aiuto massiccio e determinante dei droni Bayraktar TB2, dei blindati e del comando militare turco che si è dislocato a Tripoli, stanno sviluppando una poderosa offensiva militare contro le forze di Khalifa Haftar (Lna), offensiva assolutamente vincente.

ASSALTO ALLO STRATEGICO AEROPORTO DI WATIJA

Dopo avere riconquistato il pieno controllo militare, con la riconquista di Sebratha, della intera fascia costiera che congiunge Tripoli alla Tunisia e aver messo sotto assedio la strategica città di Tarhuna, da due giorni le forze libico-turche sono all’assalto dello strategico aeroporto di Watija, 140 chilometri a sud di Tripoli. Conquistato da Haftar nel lontano 2014, questo grande aeroporto militare, il secondo per importanza della Libia dopo quello di Mitiga, ha avuto un ruolo fondamentale nello sfortunato e fallito tentativo di Haftar di conquistare Tripoli perché è servito da base operativa per bombardare Tripoli agli aerei degli Emirati Arabi Uniti, suoi fondamentali alleati, e soprattutto come base di lancio e di controllo dei droni russi “Orlan”, determinanti ormai sul terreno.

MILIZIE TURCOMANNE INVIATE DA ERDOGAN

Martedì 28 aprile, dunque, una consistente forza militare composta da milizie turcomanne inviate da Tayyp Erdogan e dalle tribù berbere libiche, forte di non meno di 500 veicoli militari, inclusi panzer e blindati, al comando del generale Osama al Juwaili si è mossa all’attacco della cittadina di Asbi’ah, vicino a Ghariyan, e all’attacco della base aerea di al Watiya. Attacco ancora in corso mercoledì 29, ma, a quanto si comprende, premiato da pieno successo tanto che la Libia Al-Ahrar Tv ha affermato che «il comandante della forza di protezione di Al-Watiya della milizia terroristica di Haftar, Osama Meseik, assieme ai suoi assistenti Muhannad Grerah e Ayman Al-Tumi sono stati uccisi ucciso in un attacco dalle forze governative di Tripoli alla base aerea».

ALTRA SCONFITTA SUBITA DA HAFTAR

Dunque Haftar è in rotta su tutti i fronti e la sua Lna perde uno dopo l’altro tutti i centri strategici su cui faceva perno nel tentativo di conquistare Tripoli. Fallito il tentativo di prendere Tripoli stringendola in una morsa da Est e da Ovest, ora Haftar vede cadere uno dopo l’altro anche i suoi capisaldi strategici a Sud. Se la offensiva delle forze militari di al Serraj continuerà con questo ritmo, Haftar non solo vedrà definitivamente sconfitto (come sempre gli è accaduto nella sua non gloriosa carriera militare) nel tentativo di conquistare Tripoli, ma dovrà addirittura provvedere a ritirarsi in Cirenaica per non perderne il controllo militare.

TONI TRIONFALISTICI DA ANKARA

Alla luce di queste continue sconfitte militari del suo protegé libico, si deve leggere la continua presa di distanza della Russia da Haftar, così come i toni trionfalistici quotidianamente espressi da un Erdogan che vede assolutamente premiato il suo forte impegno bellico al fianco di al Serraj. Chiarissime le sue dichiarazioni più recenti: «Se i terroristi e il regime di Haftar non saranno messi sotto controllo allora sapremo come intervenire con la nostra forza. Siamo pronti a compiere nuovi passi in base agli sviluppi che avverranno in questa cornice. È giunto il momento per Haftar di iniziare a ritirarsi. Non sarà mantenuto in piedi dai Paesi che continuano a sostenerlo di continuo. Aspettiamo buone notizie per la Libia».

L’ITALIA RISCHIA DI RESTARE FUORI DAI GIOCHI

Il fatto grave per l’Italia è che a causa della linea dilettantistica seguita da Di Maio, rischia di perdere – se non l’ha già persa – ogni possibilità di presenza, accordo e stima da parte di un governo di Tripoli sempre più vincente e all’attacco sul terreno militare. Tanto che una fonte di Tripoli vicina ad al Serraj non nasconde a Globalist la delusione e l’irritazione del primo ministro verso quello che definisce «la diplomazia delle chiacchiere portata avanti dall’Italia nella fase decisiva del conflitto. Più volte il presidente Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri Di Maio ci hanno ribadito il loro sostegno, ma alle parole non sono seguiti i fatti. Non solo: sappiamo che Roma ha mantenuto aperti canali di comunicazione con il golpista Haftar. E questo non va affatto bene…». Essere bacchettati sulle dita – senza peraltro reagire – persino da al Serraj non è certo il massimo per il prestigio mediterraneo del nostro Paese.

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In Libia la parola resta alle armi, coronavirus o meno

La pandemia non ferma i combattimenti. Le forze inviate dalla Turchia in sostegno ad al Serraj infliggono una dura sconfitta a Haftar. E il leader di Tripoli chiude a ogni negoziato. Con buona pace della soluzione politica auspicata da Di Maio e da Bruxelles.

In questi giorni i libici continuano a massacrarsi col solito loro fragoroso impegno, del tutto indifferenti alle preoccupazioni planetarie per il coronavirus.

Il 13 aprile infatti le forze agli ordini del presidente di Tripoli Fayez al Serraj (Gna) hanno sferrato una massiccia offensiva a ovest della Capitale riconquistando con aspri combattimenti tutte le posizioni prese nei mesi scorsi dall’esercito di Khalifa Haftar (Lna).

I miliziani turcomanni e siriani, agli ordini di ufficiali turchi inviati da Tayyp Erdogan in aiuto del governo di al Serraj, hanno così conquistato le località strategiche di Sabratha, Surman, el Agelat, Ragdelin, Zelten, Aljmaile e al Assah.

DISTRUTTO IL QUARTIER GENERALE DI HAFTAR A SEBRATHA

È stata una battaglia impegnativa e massiccia, che ha coinvolto centinaia se non migliaia di combattenti, col risultato di distruggere il quartier generale di Haftar a Sebratha e infliggere una pesante sconfitta, come ha ammesso il suo comandante delle operazioni sul fronte occidentale, il generale Omar Abdel Jalil: «Abbiamo subito pesanti perdite e tra i nostri militari uccisi c’è anche il colonnello Mohammed al Marghani, colpito da un drone mentre si stava ritirando».  Le milizie fedeli ad al Serraj hanno inoltre conquistato un discreto bottino di guerra: due blindati degli Emirati Arabi Uniti, rampe di lancio per missili Grad,  10 carri armati e veicoli armati oltre a grandi quantità di munizioni, razzi, missili anticarro e proiettili di mortaio.

LA PRIMA VITTORIA DELLE FORZE INVIATE DALLA TURCHIA

Indubbiamente si tratta della prima, consistente vittoria conseguita dalle forze inviate dalla Turchia che combattono per al Serraj, perché di fatto hanno vanificato l’intera strategia di Haftar che puntava a stringere Tripoli in una morsa di strangolamento, attaccando contemporaneamente la Capitale nemica da ovest e da sud est. Morsa che ora semplicemente non esiste più, il che obbliga Haftar ad attaccare solo da un fronte, quello di sud est, che per di più si trova a sua volta preso in una morsa perché sotto la pressione militare delle milizie di Misurata che attaccano da oriente. Dunque, a cinque mesi dalla stipula dell’alleanza del novembre 2019 tra il governo di al Serraj e Tayyp Erdogan, si vedono ora sul terreno i risultati dello sforzo bellico turco in Libia, mentre Haftar, che alla vigilia di quella alleanza era sul punto di conquistare Tripoli, si trova ora in una grave impasse, alla quale risponde intensificando i bombardamenti su Tripoli, ma senza consistenti risultati. Di fatto, dopo un anno dall’inizio, il 4 aprile 2019, della sua roboante campagna per la conquista di Tripoli, Haftar continua a essere impantanato e ora deve temere una altra offensiva ad Est delle forze  inviate in Libia dalla Turchia.

SERRAJ CHIUDE A OGNI NEGOZIATO

Alla luce di una situazione sensibilmente mutata sul terreno militare, si devono quindi leggere le dichiarazioni del 14 aprile a Repubblica di al Serraj: «Non mi siederò al negoziato con Haftar dopo i disastri e crimini che ha commesso nei confronti di tutti i libici. Abbiamo sempre cercato di risolvere le nostre dispute attraverso un processo politico, ma ogni accordo è stato subito rinnegato da Haftar che ha approfittato della pandemia da coronavirus per violare la tregua e bombardare Tripoli. Ci aspettavamo che i pericoli della pandemia lo avrebbero trasformato in un uomo di parola, per una volta. Ma lui ha visto nella pandemia solo un’opportunità per attaccarci. E visto il fallimento, ora bersaglia con bombardamenti indiscriminati Tripoli, le zone residenziali, gli impianti e le istituzioni civili e addirittura l’ospedale pubblico Al Khadra nel centro di Tripoli».

LEGGI ANCHE: Gli effetti del coronavirus nelle zone di guerra in Libia, Siria e Yemen

Dunque, nessuno spazio per la “soluzione politica” tanto retoricamente quanto vanamente auspicata da Luigi Di Maio e dall’Europa. In Libia, come sempre, la parola è sempre e solo alle armi. Coronavirus o non coronavirus.

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Il blocco del greggio in Libia è già costato un miliardo di dollari

La compagnia petrolifera nazionale libica ha lanciato l'allarme sulla produzione di petrolio dopo lo stop di Khalifa Haftar a ridosso della conferenza di Berlino.

Hanno raggiunto quasi il miliardo di dollari le perdite economiche causate dal blocco di terminal petroliferi ed oleodotti imposti in Libia da forze fedeli al generale Khalifa Haftar dal 18 gennaio scorso. È quanto risulta da un bollettino pubblicato su Facebook dalla Compagnia petrolifera nazionale libica (Noc) che ha annunciato «una riduzione della produzione di greggio a 187.337 barili al giorno» e «perdite risultanti dalla chiusure illegittime di 931.775.672 dollari americani».

L’APPELLO DEL NOC PER RIAPRIRE I POZZI

La «produzione media giornaliera prima della dichiarazione di forza maggiore il 18 gennaio» era di 1,22 milioni di barili al giorno, ha ricordato il bollettino riferendosi implicitamente al blocco di cinque porti della Mezzaluna petrolifera sul golfo della Sirte e di due oleodotti nel sud-ovest. «La Noc reitera i propri appelli a mettere fine alla chiusura irresponsabile e illegale degli impianti petroliferi e chiede la loro riapertura al fine di una ripresa immediata delle operazioni di produzione per il bene della Libia e del suo popolo», si legge ancora nel bolettino.

CHIUSURA DECISA A RIDOSSO DELLA CONFERENZA DI BERLINO

Haftar, proprio il giorno prima della conferenza di Berlino sulla Libia del 19 gennaio, aveva fatto bloccare il carico di greggio da cinque porti sotto il suo controllo, tra cui i due maggiori del Paese, Sidra e Ras Lanuf. Attraverso la chiusura di valvole in due oleodotti il giorno dopo, il generale ha fatto bloccare dopo anche il giacimento di Hamada e ridurre la produzione sia in quello di Sharara, il più grande di Libia, sia a El Feel, operato anche da Eni.

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Il destino della Libia appeso a doppiogiochismi e ipocrisia

Quasi ogni Paese che sta partecipando direttamente o indirettamente all'intervento per la pacificazione gioca una partita personale. Così il futuro di Tripoli resta incerto, così come gli equilibri geopolitici della zona mediterranea.

La tutela e la promozione dei propri interessi nazionali costituiscono il principale motore della politica estera di ogni Paese. Questa regola aurea non deve essere mai dimenticata neppure quando si fa riferimento al “superiore” interesse della pace. Possiamo anche dire che nel perseguimento dei propri interessi si possa dare spazio anche alla dissimulazione quale modalità utile e talvolta necessaria allo scopo. Diverso è il caso in cui ci si affidi invece all’ipocrisia e ancor peggio al doppio gioco accusando altri di ipocrisia e di doppiogiochismo.

Questa annotazione mi è stata suggerita dall’affermazione fatta da un partecipante a un talk show televisivo per la quale, a proposito della guerra in corso in Libia, accusava la Comunità internazionale di incapacità di reazione, evitando, di fatto, di coinvolgere in tale accusa i Paesi che vi stanno partecipando direttamente e/o indirettamente e sorvolando sull’intervento militare del 2011 col quale ne è stata sciolta dell’acido la fragile coesione nazionale assicurata da Gheddafi. Invece è da qui che occorre muovere, richiamando con forza le responsabilità dei Paesi che hanno concorso alla defenestrazione e uccisione di Gheddafi, ricordando l’intesa di Skirat (Marocco) del 2015, la benedizione che vi hanno dato le Nazioni Unite e dalle quali è emerso il riconoscimento internazionale (cioè di tutti i loro membri) del governo della Libia presieduto da Fayed al Serraj (Tripoli).

Ricordiamo anche il fallimento dei vertici (Serraj e Haftar) di Parigi, di Palermo e di Abu Dhabi e Dubai tra il 2018 e il febbraio del 2019. E rammentiamo soprattutto la decisione del generale Haftar di scatenare la «guerra di liberazione di Tripoli dai terroristi» (cioè dallo stesso Serraj), con ciò gettando alle ortiche la prima riunione intra-libica che era stata preparata con grande pazienza e dispendio di energie dal Rappresentante speciale delle Nazioni Unite allo scopo di promuovere un’intesa tra tutte le parti libiche.

TANTE SCENEGGIATE E DOPPIOGIOCHISMI IN LIBIA

E che dire della sceneggiata di Haftar al vertice di Mosca dove se ne va senza sottoscrivere l’intesa sul cessate il fuoco e poi della plateale e non certo pacifista decisione di far bloccare una parte importante degli oleodotti della Libia mentre si affacciano a Berlino gli invitati alla Conferenza internazionale promossa dalla Germania sotto l’egida delle Nazioni Unite? E che dire del fatto che nel momento stesso in cui si stava asciugando l’inchiostro con cui era stato vergato il documento in 55 punti della road map di Berlino la conflittualità in Libia e sulla Libia è ripresa come se nulla fosse accaduto nel frattempo?

La Turchia ha saputo sfruttare il sostanziale abbandono in cui è stato lasciato Serraj per offrirgli sostegno militare e indurlo a sottoscrivere un accordo marittimo

Eppure a Berlino erano presenti tutti, dico tutti gli sponsor delle due parti in conflitto: l’una, capitanata dall’Egitto e dagli Emirati con la celata complicità saudita e quella, peraltro negata, da parte di Mosca, decisi a contrastare in ogni modo la Fratellanza musulmana in quella che da anni ormai è la benzina del conflitto intra-sunnita che, pur duro perché di matrice politico-settaria, poco ha a che vedere con il conflitto, sempre intra-sunnita, con il vero terrorismo jihadista (Daesh e Al Qaeda); l’altra, rappresentata sostanzialmente dalla sola Turchia che nella sua spregiudicatezza ha saputo sfruttare il sostanziale abbandono in cui è stato lasciato Serraj per offrirgli sostegno militare e indurlo a sottoscrivere un accordo marittimo (leggasi sfruttamento risorse energetiche) di difficile accettabilità da parte degli Paesi che si affacciano sul Mediterraneo.

Da sinisrtra, Fayez al Serraj e Giuseppe Conte (foto Valerio Portelli/LaPresse)

Su questo sfondo ci si potrebbe chiedere la ragione per la quale tutti questi attori abbiano sottoscritto la road map per metterla quasi contemporaneamente in discussione ma questa circostanza non deve scandalizzare più di tanto perché nelle partite complesse, dove conflittualità verbale e militare si incrociano, l’ipocrisia regna sovrana. Soprattutto quando, come nel caso libico, la manovalanza bellica – e parliamo di migliaia di uomini – è costituita da mercenari della più diversa specie, dalle forze russe della Wagner ai jihadisti siriani, ai militari del Darfur. Non diverso è il caso dei materiali bellici, dai droni ai carri, a quant’altro, almeno in termini di costi se chi mette mano al portafogli se lo può permettere con una certa disinvoltura, come è certamente per gli sponsor di Haftar più che di Erdogan che peraltro ha dalla sua una sfrenata ambizione ottomana abbinata alla consapevolezza della capacità di ricatto (migranti) nei riguardi dell’Europa.

LA DOPPIEZZA DI MACRON

Nel perdurante clima di ipocrisia generalizzata si può legittimamente sostenere che la road map di Berlino resterà ai margini di una partita in cui la soluzione armata è ancora contemplata. Anche da Erdogan, che tuttavia la sta contemplando con la bandiera del difensore del «riconoscimento internazionale» di un Serraj che ha giustificato la sua richiesta di aiuto ad Ankara con l’argomento del rifiuto ad intervenire militarmente opposto ad analoga richiesta agli altri Paesi europei, Italia in testa. Per di più Erdogan sembra fare affidamento sulla posizione di Mosca che appare più incline ad evitare di alimentare un contrasto con l’avversario/amico in un momento in cui i rapporti fra i due Stati stanno attraversando la criticità dell’area di Idlib in Siria. Resta l’incognita degli Emirati e dell’Egitto.

Preoccupa il crescente ruolo che in questa magmatica situazione possono svolgere le milizie tribali

In questo contesto stupisce davvero leggere le accuse rivolte a Erdogan dal presidente francese Emanuel Macron che, prima di tutti, dovrebbe rimproverarsi della doppiezza della sua posizione nei riguardi di Haftar. Non stupisce invece l’apparente disinteresse del governo Sarraj per il problema migratorio che invece continua a essere in cima ai pensieri del governo italiano che, si dice, stia trattando riservatamente con Tripoli sul memorandum bilaterale stipulato in proposito ai tempi di Marco Minniti mentre stenta a guadagnare proseliti sulla risposta che sta maturando in sede europea in materia di strategia di inserimento nella road map berlinese.

Emmanuel Macron.

Preoccupa in ogni caso l’annuncio dell’Unhcr (Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) di voler sospendere le sue operazioni presso la Struttura di raccolta e partenza di Tripoli per il timore che possa diventare un obiettivo militare. E preoccupa il crescente ruolo che in questa magmatica situazione possono svolgere le milizie tribali. Sostanzialmente non pervenuta, per ora, la voce dell’amministrazione statunitense comprensibilmente impegnata in questioni interne e internazionali ritenute più emergenti.

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Libia, secondo Haftar la Turchia continua a vedere armi a Tripoli

Le forze della cirenaica hanno puntato il dito contro Ankara e la presunta fornitura al governo di Serraj. Giallo su una fregata

«Abbiamo ricevuto rapporti sicuri che confermano che il 29 gennaio nel porto di Tripoli sono state consegnate armi perforanti e armi e munizioni antiaeree e ciò è avvenuto grazie alla protezione di due navi da guerra turche». L’allarme è stato lanciato dal portavoce dell’esercito nazionale libico, di cui Khalifa Haftar è comandante generale, Ahmed Al Mismari, in conferenza stampa.

IL GIALLO DELLA FREGATA TURCA A LARGO DELLE COSTE LIBICHE

«La questione ora», ha proseguito il portavoce, «è vedere come la comunità internazionale si pone di fronte a questa pubblica invasione turca e come comunità internazionale e Nazioni Unite si posizioneranno di fronte a questa chiara violazione della tregua». Al Mismari ha anche affermato che la base aerea di Mitiga è ormai «una base aerea completamente turca». Il 29 si è consumato il ‘giallo’ della fregata turca Tcg Gaziantep, che incrociava al largo della Libia: secondo Ankara per soccorrere dei migranti in mare, mentre per i media vicini al generale Haftar trasportava uomini e mezzi a Tripoli per schierarli al fianco delle forze del premier libico Fayez al Sarraj.

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Libia, nuovi raid contro l’aeroporto di Tripoli

Dei razzi Grad avrebbero colpito lo scalo di Mitiga poco lontano dalla capitale. Accuse alle forze di Haftar. Bloccati arrivi e partenze fino a nuovo ordine.

L’aeroporto internazionale Mitiga, l’unico in funzione a Tripoli, è stato colpito da «sei razzi Grad in una flagrante minaccia alla navigazione aerea e una nuova violazione del cessate il fuoco». Lo ha scritto la pagina Facebook di “Vulcano di collera“, l’operazione di difesa della capitale libica dall’attacco delle forze del generale Khalifa Haftar. A colpire lo scalo sono state le «milizie del criminale di guerra e ribelle Haftar», ha precisato il post citando il portavoce colonnello Mohamed Gnounou senza fornire altri dettagli.

SCALO CHIUSO FINO A NUOVO ORDINE

Nel corso della mattinata la pagina Facebook dell’aeroporto ha annunciato la «sospensione di tutti i voli all’aeroporto internazionale di Mitiga fino a nuovo ordine». «La caduta dei proiettili», si legge nel comunicato, «ha avuto luogo al momento dell’atterraggio, poi avvenuto in sicurezza a Misurata, di un aereo delle Libyan Airlines proveniente dall’aeroporto di Cartagine» in Tunisia, precisa lo scalo. Come noto le forze del generale Haftar hanno più volte bersagliato l’aeroporto, situato a meno di dieci km dal centro, sostenendo che serve per far giungere a Tripoli aiuti militari e combattenti a sostegno del governo del premier Fayez al-Sarraj.

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Quali sono le prospettive per la missione Ue in Libia dopo il vertice di Berlino

Incontro a Bruxelles tra i ministri degli Esteri per discutere degli esisti della conferenza tedesca. L'Italia spinge per l'intervento internazionale. Ma resta il nodo sulla chi deve guidarlo, se l'Onu o l'Europa. E Serraj intanto chiude a nuovi summit con Haftar.

Passato con cauto ottimismo il vertice di Berlino sulla Libia resta da capire come verranno implementate le misure. Soprattutto resta da capire se e come verrà disegnata un’eventuale missione internazionale per cercare di sedare le tensioni tra l’Est e Ovest del Paese. «L’Unione europea si sta attrezzando per attuare i risultati della conferenza di Berlino. Siamo pronti a mobilitare le nostre risorse dove sono maggiormente necessarie», ha spiegato il presidente del Consiglio europeo Charles Michel. «A breve termine», ha spiegato «il nostro contributo consisterà nel riflettere sul modo più efficace di monitorare il rispetto del cessate il fuoco e il rispetto dell’embargo sulle armi». I ministri degli Esteri dell’Ue hanno fatto una prima valutazione a Bruxelles, compresa la possibilità di includere anche una «missione dell’Unione europea».

DI MAIO SPINGE PER LA MISSIONE UE

Tra i Paesi che più spingono all’intervento collettivo c’è l’Italia. «L’Italia», ha scritto in un post su Facebook il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, «è pronta a recitare un ruolo di primo piano per il monitoraggio della pace in Libia. Vi garantisco che lavoreremo in maniera serrata per raggiungere l’obiettivo comune: la fine delle ostilità». «Lasciatemi dire», ha continuato, «che il risultato che abbiamo raggiunto alla conferenza di Berlino sulla Libia è stato molto importante perché tutti i Paesi presenti al tavolo hanno sicuramente una grande influenza sulle parti libiche».

«RIATTIVARE SOPHIA PER FERMARE IL TRAFFICO D’ARMI»

«Tra i punti di accordo trovati, è stato ribadito quello che l’Italia chiedeva da tempo con insistenza: il rispetto dell’embargo delle armi con relative sanzioni per chi viola le regole». E proprio su questo punto il titolare della Farnesina ha insistito. Se si parla di far rivivere la missione Sophia, è stata la sua posizione, «essere smontata e rimontata in maniera diversa, deve essere una missione per non far entrare le armi e per rispettare il cessate il fuoco, per far in modo che si avvii un percorso politico. E nulla altro». L’Alto rappresentate Ue Josep Borell, ha detto ancora Di Maio, «si è impegnato a costruire una proposta» per una missione europea in Libia «e lo faremo, ma è giusto che ci sia cautela nell’approcciarsi a una missione di monitoraggio e peacekeeping». A fare da sponda c’ha pensato anche Paolo Gentiloni: . «Penso», ha detto in rifoerimento al dispositivo Sophia, «che in questo momento avere in mare una missione Ue possa avere solo risvolti positivi, e non vedo quali possano essere quelli negativi».

LA TURCHIA DICE NO A UNA MISSIONE UE, MEGLIO LA BANDIERA ONU

L’idea di una missione a trazione europea non piace però ad Ankara. «Visto che è coinvolta l’Onu, non è corretto che l’Ue intervenga come coordinatore del processo» di pace in Libia, ha detto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, commentando l’esito della conferenza con i giornalisti al seguito sul volo di ritorno dalla Germania. «Se il cessate il fuoco che abbiamo chiesto con Putin verrà rispettato», ha continuato «si aprirà anche un processo politico». «La presenza della Turchia in Libia ha aumentato le speranze di pace. I passi che abbiamo compiuto hanno portato un equilibrio al processo. Continueremo a supportare un processo politico sia sul terreno sia al tavolo delle trattative. La Turchia è la chiave per la pace», ha aggiunto il leader di Ankara.

LA RUSSIA GUARDA IN POSITIVO

L’ottimismo resta alto anche a Mosca. Nella conferenza sulla Libia «è stato compiuto un passo molto importante verso una possibile soluzione» del conflitto, ha detto il portavoce di Putin, Dmitri Peskov, aggiungendo che i lavori in tal senso proseguiranno sotto l’egida dell’Onu «sulla base di questo primo passo». Lo stesso Peskov ha chiuso a un possibile incontro tra Putin e il generale Khalifa Haftar, comandante del sedicente Esercito nazionale libico, nel corso della settimana.

I PAESI SCETTICI TRA AUSTRA E SVEZIA

In Europa, però, non tutti sposano la linea di Di Maio. Per il ministro degli Esteri austriaco, Alexander Schallenberg, «non siamo ancora arrivati al momento» per una missione di pace Ue in Libia, «ora è il momento di garantire il cessate il fuoco e il quadro politico adeguato». L’accordo raggiunto nella capitale tedesca «è da accogliere come una svolta e una prima notizia positiva, ora bisogna garantire un processo politico sostenibile» al Paese nordafricano con l’aiuto di «Ue e Nazioni Unite insieme», ha aggiunto. Dello stesso avviso anche la ministra degli Esteri svedese Ann Linde che ha spiegato come sia «troppo presto» per parlare della partecipazione della Svezia ad una missione in Libia «ma se ci sarà una proposta in questo senso, la valuteremo e la discuteremo in parlamento».

DUBBI PER UN EVENTUALE NUOVO VERTICE SERRAJ-HAFTAR

In giornata diversi media arabi hanno riportato la notizia che il premier libico Fayez al-Sarraj «ha annunciato il proprio rifiuto di partecipare di nuovo a colloqui con il comandante dell’Esercito nazionale libico Khalifa Haftar», pur dicendo di rispettare le conclusioni della conferenza e il cessate il fuoco. Una seconda conferma è arrivata anche in un tweet di al-Hadath, la tv dedicata alle crisi regionali arabe della catena al-Arabiya in linea con informazioni rilanciate dagli account twitter di altri media internazionali e che conferma la posizione del governo di Tripoli: «Al-Sarraj: rispetto le conclusione del vertice di Berlino e il cessate il fuoco ma non mi siederò di nuovo con Haftar».

A SUD DI TRIPOLI RIPRENDONO GLI SCONTRI

Nonostante il cessate il fuoco alcuni media hanno registrato una «ripresa dei combattimenti» nella parte «sud di Tripoli». Gli scontri sono avvenuti «nei pressi del cimitero» di al-Hadba. Un tentativo di avanzata sulla zona da parte delle milizie del generale Khalifa Haftar era stato denunciato il 19 gennaio come nuova violazione dalle forze filo-governative.

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Come sta andando il vertice di Berlino sulla Libia

Al via nella capitale tedesca l'attesa conferenza per fermare la guerra. Presenti sia Serraj e Haftar. In arrivo anche Di Maio e Conte. Sul tavolo l'ipotesi di una missione Onu.

È iniziata a Berlino l’attesa conferenza di pace per la Libia. «Se il generale non pone fine alle ostilità serve una forza internazionale», ha affermato il premier libico Sarraj. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio è arrivato in nottata e prima dell’inizio dei lavori avrà due bilaterali, con l’omologo turco e con quello egiziano: «L’Europa parli con una sola voce, stop alla vendita di armi, l’ unica via è il dialogo», ha spiegato. In tarda mattinata, l’arrivo del premier Conte, che vedrà anche il segretario generale delle Nazioni Unite Guterres. Per la linea italiana, a fare da «controllore» della soluzione diplomatica deve essere l’intera comunità internazionale nella sua veste più alta, quella Onu appunto.

L’APPELLO DI SERRAJ A UNA FORZA INTERNZIONALE

In vista del vertice il capo del governo libico di unità nazionale (GNA), Fayez al-Sarraj, ha chiesto, in una intervista al quotidiano tedesco Die Welt, lo spiegamento di una «forza di protezione internazionale» in Libia nel caso in cui il maresciallo Haftar riprenda le ostilità. «Se Khalifa Haftar non pone fine alla sua offensiva, la comunità internazionale dovrà intervenire con una forza internazionale per proteggere la popolazione civile libica». «Vorremmo una forza di protezione», ha spiegato il premier, «non perché dobbiamo essere protetti come governo ma per proteggere la popolazione civile libica, che è stata bombardata per nove mesi», ha aggiunto.

UNA MISSIONE SOTTO LA GUIDA DELL’ONU

Secondo il capo del governo di Tripoli la missione, armata, dovrebbe essere posta «sotto l’egida delle Nazioni Unite» e si dovrebbe decidere se ne debbano far parte l’Unione Europea, l’Unione Africana o la Lega Araba. Lo stesso ministro degli Esteri europeo Josep Borrell aveva invitato nelle scorse ore i Paesi europei a «spezzare le loro divisioni» e ad impegnarsi maggiormente nella ricerca di una soluzione per porre fine al conflitto. «Se sarà concordato un cessate il fuoco», ha detto, «l’Ue deve essere pronta ad aiutare ad attuare e monitorare questa tregua, possibilmente con soldati, nell’ambito di una missione dall’UE».

IL LAVORO DIPLOMATICO DI ERDOGAN

Parlando con i giornalisti all’aeroporto di Istanbul prima di partire per la capitale tedesca, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha spiegato che la conferenza di Berlino «è una tappa importante» per cementare il cessate il fuoco in Libia. «Consideriamo la conferenza di Berlino una tappa importante per cementare il cessate il fuoco e trovare una soluzione politica». Erdogan ha anche invitato a fare in modo che «gli sforzi non siano scarificati ai mercanti di sangue e caos».

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Libia, Haftar ha lasciato Mosca senza firmare la tregua con al Sarraj

Il comandante dell'Esercito nazionale libico non ha comunicato se e quando riprenderà i colloqui per la firma di una tregua. Secondo fonti qualificate, il maresciallo sta studiando i termini dell'accordo per proporre delle modifiche.

Le trattative per il cessate il fuoco in Libia sono in stadby. Dopo la fumata nera del 13 gennaio 2020, oggi il maresciallo Khalifa Haftar ha lasciato Mosca senza firmare l’accordo di cessate il fuoco con il governo di accordo nazionale guidato da Fayez al-Sarraj. Ma il rifiuto del comandante dell’Esercito nazionale libico non è definitivo. Secondo quanto riferiscono fonti qualificate italiane, Haftar ha preso questa decisione per poter studiare e approfondire meglio i termini dell’accordo e poi proporre delle modifiche. Nel lasciare Mosca, però, il maresciallo non ha comunicato se e quando riprenderà i colloqui per la firma di una tregua. In sostanza, Haftar si è preso una pausa dalle trattative per discutere con i Paesi che lo supportano quali possano essere i termini accettabili per firmare. E proprio per questo motivo il maresciallo, dopo aver lasciato Mosca, si è diretto in un Paese del Medio Oriente dove ha in programma una serie di incontri.

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Libia, l’incontro tra Conte ed Erdogan ad Ankara

Il 19 gennaio 2020 ci sarà un vertice a Berlino a cui parteciperanno entrambi insieme a Vladimir Putin e agli attori libici.

Il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte ha incontrato ad Ankara, il capo di Stato turco Recep Tayyip Erdogan per discutere della situazione in Libia. Uno dei punti centrali del meeting è stato proprio l’incontro di Mosca tra i due leader libici Fayez al-Sarraj e Khalifa Haftar che dovrebbero firmare una tregua. «Mi auguro che si arrivi al più presto al cessate il fuoco permanente», ha detto Erdogan. Una posizione condivisa anche dal premier Conte che però ha mostrato una maggiore preoccupazione: «Il cessate il fuoco può risultare una misura molto precaria se non inserito in uno sforzo della comunità internazionale per garantire stabilità alla Libia».

IL VERTICE DI BERLINO DEL 19 GENNAIO

Proprio per questo, il primo ministro italiano e il capo di Stato turco hanno annunciato che il 19 gennaio 2020 ci sarà un vertice a Berlino a cui parteciperanno entrambi insieme al presidente della Federazione russa Vladimir Putin. Ma non solo. Conte ha aggiunto che in Germania «ci saranno anche gli attori libici: non è possibile parlare di Libia se non ci sarà un approccio inclusivo. Qui si tratta di un processo politico». E, a proposito di “processo politico”, il presidente del Consiglio ha sottolineato che l’Italia sostiene per la Libia il «percorso già disegnato sotto egida Onu».

L’APPELLO DI CONTE AI CITTADINI LIBICI

Al termine del meeting con Erdogan, il presidente del Consiglio Conte ha fatto un appello a tutti i cittadini che vivono il Libia: «Ogni giorno con ogni comportamento che assumono decidono del loro futuro, se ne vogliono uno di prosperità e benessere e vogliono aprirsi alla piena vita democratica troveranno sempre nell’Italia un alleato, perché non mira a interferenze che possano condizionare uno scenario futuro di piena autonomia e stabilità».

ERDOGAN: «L’ITALIA È UN PARTNER STRATEGICO E ALLEATO»

Durante l’incontro con Conte, Erdogan non ha parlato solo di Libia. Il capo di Stato turco, infatti, si è anche augurato «che questa visita intensifichi i nostri rapporti. Quest’anno terremo un vertice intergovernativo, non ne facciamo uno dal 2012. L’Italia è partner strategico e alleato».

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Il 2020 sarà un anno pieno di incognite per il Medio Oriente

Iran, Libia, Iraq, Yemen, Egitto: molti Paesi sono in fibrillazione e vedono il ritorno del protagonismo della piazza. Ma la situazione, anche se è gravida di criticità, può aprire orizzonti di positività.

Se è vero che «il buon giorno si vede dal mattino», come recita il detto, il 2020 si prospetta gravido di incognite, non necessariamente gravide di criticità e anzi suscettibili di aprire orizzonti di positività. Non è cominciato bene per l’Iran questo 2020: ha perso un uomo che era un simbolo ma anche uno strumento di penetrazione politico-militare in Medio Oriente sotto le bandiere della rivoluzione islamica iraniana, dal Libano alla Siria all’Iraq a Gaza allo Yemen e ovunque vi fossero comunità sciite in terre a maggioranza sunnita.

Mi riferisco ovviamente a Soleimani, ucciso dal fuoco di droni acceso dal presidente degli Stati Uniti – un omicidio mirato come vengono chiamati asetticamente questi atti di guerra asimmetrici e di dubbia legittimabilità – per una serie di ragioni : di politica interna (l’attacco all’ambasciata Usa a Baghdad, l’uccisione di un combattente americano, l’impeachment) e di politica regionale (il rischio di apparire incapace di reagire a una serie di operazioni aggressive imputabili a Teheran e a suoi proxies come l’abbattimento di un drone americano, i missili sui siti petroliferi sauditi, etc.) e l’opportunità offerta del suo arrivo a Baghdad nelle vesti di un agitatore armato in casa altrui.

Mi riferisco alla clamorosa bugia degli 80 morti provocati dalla rappresaglia ordinata per dare una prima risposta all’omicidio di Soleimani messa a nudo dai servizi di diversi Paesi, in testa gli Usa naturalmente ma anche l’Iraq; bugia che non ha certo giovato all’immagine di determinazione, tempestività e forza che il regime degli Ayatollah intendeva valorizzare nel contesto regionale e oltre. Mi riferisco alle bugie usate per negare qualsivoglia responsabilità nell’abbattimento dell’aereo ucraino – con pesante bilancio di 176 vittime innocenti – e al rifiuto di consegnare la scatola nera che lo stesso regime ha dovuto in qualche modo ammettere seppure col condimento di un rinnovato attacco agli Usa.

A FEBBRAIO TEHERAN VA ALLE ELEZIONI POLITICHE

Penso che queste circostanze, al netto delle responsabilità dell’Amministrazione Trump, e non sono poche, abbiano sporcato l’immagine di un regime cui l’Europa guarda forse con un garbo non del tutto giustificato dai pur rilevanti suoi interessi economici e di sicurezza e dal rispetto della grandiosa storia di questo Paese. Immagine certo appannata sul piano internazionale. Il tutto in un contesto di grandi difficoltà interne, frutto in larga misura dal nodo scorsoio delle sanzioni Usa, che hanno provocato anche forti reazioni popolari represse nel sangue; contesti che in questi giorni si sono arricchite di sonore manifestazioni contro lo stesso Khomeini. Mentre il regime sembra incerto sul da farsi e privilegi, al momento, la logica del contenimento nella sgradevole attesa degli effetti delle nuove sanzioni di Trump. A febbraio sono previste le elezioni: saranno il primo termometro della situazione.

IN IRAQ AUMENTANO LE PROTEST ANTI USA E ANTI IRAN

L’altra incognita riguarda l’Iraq, dove un governo dimissionario fa la voce grossa con gli Usa ma fino a un certo punto visto che nel Paese e soprattutto nell’area sciita cresce la volontà di scrollarsi da dosso le influenze straniere, compresa quella iraniana oltre a quella americana, naturalmente. Le ultime mosse di Teheran non hanno favorito la sua pressione anti-americana su Baghdad e si attendono le determinazioni del presidente Barham Salih che ha rifiutato la nomina di Asaad al-Idani perché troppo ossequiente nei riguardi dei desiderata iraniani. Anche qui il Paese manifesta una diffusa aspettativa di recupero di una “identità irachena” al di là e al di sopra delle distinzioni settarie.

Un governo più rappresentativo delle principali componenti di questo Stato (sciiti, sunniti e curdi) potrebbe rimettere sui binari più costruttivi il futuro di questo Paese

Anche qui con un impressionante bilancio di vittime fra i protestatari mentre Washington non intende farsi mettere alla porta in un momento in cui il governo vigente deve cedere il passo e la minaccia del terrorismo è tutt’altro che superata. Un governo più rappresentativo delle principali componenti di questo Stato (sciiti, sunniti e curdi) potrebbe rimettere sui binari più costruttivi il futuro di questo Paese di nevralgica importanza per gli equilibri della regione e non solo per la sua ricchezza energetica. Ma sarà realistico ipotizzarlo?

LIBIA IN SUBBUGLIO E IL LAVORO PER UNA PACICAZIONE DIFFICILE

Il 2020 è iniziato in Libia con la minaccia di Haftar di sfondare nella capitale e liberarla della presenza dei terroristi, con ciò intendendo la Fratellanza musulmana, fermata dall’annuncio/ordine dl cessate il fuoco venuto da Putin ed Erdogan. Era prevedibile che questi due leader, attestati su posizioni contrapposte – Putin con Haftar (Tobruk) e Erdogan con Serraj (Tripoli) -, arrivassero a una tale intesa, evitando il rischio di un confronto militare che in realtà nessuno dei due voleva correre. Prevedibile pure che Haftar accettasse il cessate il fuoco all’ultimo giorno utile (il 12 gennaio) nell’evidente intento di marcare tutto il terreno conquistabile per poterlo capitalizzare, anche politicamente. Altrettanto prevedibile che lo stesso Haftar abbia minacciato una dura rappresaglia in caso di violazione della tregua (le poche sono apparentemente a lui addebitabili) e che Serraj abbia chiesto l’impossibile e cioè il ritiro del suo avversario che ovviamente non ne ha tenuto minimamente conto.

Intendiamoci, la tregua è la premessa per un’ipotesi di stabilizzazione-soluzione politica che è ancora lontana. È una sorta di parentesi che occorre riempire, auspicabilmente con la politica. Una politica che archivi l’esclusione proclamata da Haftar nei riguardi di una parte libica in ossequio ai suoi sponsor tra i quali stanno l’Egitto, che ha fatto della lotta contro l’Islam politico della Fratellanza musulmana la sua crociata, gli Emirati Arabi, l’Arabia saudita, la Francia, etc. e solo in parte la Russia. Una politica che escluda anche l’invadenza politica ed economica di una Turchia “ottomana”, che tra l’altro non sarebbe ben accolta neppure dai libici. Tutto ciò sullo sfondo di una sistemazione delle tessere sociali di un Paese che, prive del collante gheddafiano, sciolto nell’acido della sua uccisione nel 2011, si sono pericolosamente dissociate in assenza di un nuovo fattore collante. Mosca e Ankara, ancorché forti, non sono i risolutori veri e non tanto perché non siano affidabili quanto perché vi sono altri attori che debbono entrare nella partita. All’interno e all’esterno.

L’ITALIA DEVE RECUPERE IL SUO RUOLO IN MEDIO ORIENTE

Su questo sfondo conforta solo in parte il recupero di ruolo che l’attuale governo italiano sta tentando e che a mio giudizio non dev’essere contrastato dal tradizionale ricorso a un’autoflagellazione che rischia solo di appesantire la posta in gioco, che è politica, economica e di sicurezza. La Germania, con il vertice dell’Unione europea, è nostra importante compagna di viaggio e con l’ombrello delle Nazioni Unite sta lavorando ad una Conferenza internazionale che paradossalmente trova la sua forza proprio nella sua scelta di campo a favore della “soluzione politica”. Ma si corre ancora sul filo del rasoio.

In Medio oriente è tornato il protagonismo della piazza, pesantemente contrastato dal potere locale, ma che merita attenzione perché rappresenta una luce che l’Occidente dovrebbe sostenere

Il 2020 è iniziato anche nel segno di un nuovo protagonismo della “piazza” come si usa dire, in diversi Paesi del Medio Oriente, dall’Iraq al Libano all’Algeria e, carsicamente, anche in Egitto. Sono piazze diverse ma anche almeno tre punti in comune: la scelta della non violenza, la lotta alla corruzione e al mal governo, il recupero di un’identità nazionale liberata dal settarismo. Si tratta di un protagonismo embrionale, forse, e pesantemente contrastato dal potere locale, che merita attenzione perché rappresenta una luce che l’Occidente dovrebbe sostenere sgombrando il campo da ambigui e controproducenti paternalismi. Il 2020 si apre inoltre nell’incerta dinamica yemenita, nell’attesa delle prossime elezioni in Israele, nell’incipiente crisi governativa in Tunisia. Sarà comunque lo si voglia vedere un anno impegnativo.

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Libia, Haftar e Sarraj a Mosca per firmare la tregua

Il capo del governo libico di unità nazionale, Fayez al-Sarraj, e il suo rivale, il maresciallo Khalifa Haftar, uomo forte..

Il capo del governo libico di unità nazionale, Fayez al-Sarraj, e il suo rivale, il maresciallo Khalifa Haftar, uomo forte dell’est della Libia, sono attesi oggi a Mosca per firmare una tregua, sui termini del cessate il fuoco tra le loro truppe, entrato in vigore il 12 gennaio 2020. Dopo oltre nove mesi di micidiali combattimenti alle porte della capitale libica Tripoli, la firma di questo accordo (è l’obiettivo di Russia e Turchia) deve diventare un ulteriore passo per abbassare i toni del conflitto, scongiurandone un’ulteriore internazionalizzazione.

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NON È DETTO CHE HAFTAR E SARRAJ SI INCONTRINO DIRETTAMENTE

Ma non è detto che Haftar e Sarraj si incontreranno direttamente. Secondo quanto dichiarato dal capo del gruppo di contatto russo in Libia, Lev Dengov, i leader libici «avranno incontri separati con i funzionari russi e gli emissari della delegazione turca che sta collaborando con la Russia su questo tema. I rappresentanti degli Emirati Arabi Uniti e dell’Egitto saranno probabilmente presenti come osservatori ai colloqui».

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GLI ACCOMPAGNATORI DI HAFTAR E SARRAJ

I due leader libici non arriveranno in Russia da soli. Haftar, che ad aprile 2019 ha tentato senza successo di impadronirsi di Tripoli, sarà accompagnato dal suo alleato Aguila Salah, presidente del parlamento libico con base in Oriente. Assieme a Sarraj ci sarà invece Khaled al-Mechri, presidente del Consiglio di Stato. A Mosca sono attesi anche i ministri degli Esteri e della Difesa turchi, Mevlut Cavusoglu e Hulusi Akar.

MACRON A PUTIN: «CESSATE IL FUOCO SIA CREDIBILE, DUREVOLE E VERIFICABILE»

Dalla Francia arriva il primo commento sull’incontro tra Haftar e Sarraj a Mosca. Durante una chiamata con Vladimir Putin, il presidente Emmanuel Macron ha detto di volere che il cessate il fuoco in Libia sia «credibile, durevole e verificabile».

LA SITUAZIONE IN LIBIA

Il cessate il fuoco in Libia, richiesto da Russia e Turchia, è entrato in vigore alla mezzanotte del 12 gennaio 2020, con il plauso di Unione europea, Stati Uniti, Nazioni Unite e Lega Araba. La Libia, ricca di petrolio, è nel caos dall’autunno del 2011 quando fu rovesciato il regime di Muammar Gheddafi con una rivolta popolare, sostenuta da un intervento militare guidato da Francia, Regno Unito e Stati Uniti.

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La cronistoria della crisi in Libia dal 2011 a oggi

Dalle rivolte contro il regime alla caduta di Gheddafi, fino alle lotte tribali, i tentativi falliti di transizione democratica e gli interessi di potenze straniere. I nove anni di guerra dell'ex Jamahiriya.

Gli ultimi nove anni di crisi libica testimoniano che il Paese nordafricano, nonostante il lungo regno di Muammar Gheddafi, di fatto non sia mai esistito.

Una debolezza storica, che attira ora le mire espansionistiche turche e russe, intenzionate a spartirsi il territorio e a mettere fuori dalla porta europei e italiani.

Ecco una cronistoria della crisi dell’ex Jamahiriya.

16 FEBBRAIO 2011 – LA PRIMAVERA ARABA INFIAMMA LA LIBIA

I primi scontri in Libia scoppiano a febbraio 2011, a seguito delle proteste scatenate dall’arresto dell’avvocato Fathi Terbil, noto oppositore di Gheddafi, che stava curando gli interessi dei parenti di alcuni attivisti politici morti 15 anni prima nelle galere libiche. A Bengasi si riversano in piazza migliaia di persone e la repressione della polizia non si fa attendere: muoiono quattro persone e 14 restano ferite. Ventiquattro ore dopo si incendiano tutte le principali città libiche. Negli scontri del 19 febbraio muoiono oltre 80 civili.

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La Comunità internazionale biasima il pugno di ferro con cui Gheddafi gestisce la situazione. Imbarazzato il governo italiano, storico partner del Paese con noti e ingenti interessi economici in Libia. 

Muammar Gheddafi in visita a Roma nel 2010.

21 FEBBRAIO 2011 – SCOPPIA LA GUERRA CIVILE

Il 20 febbraio, quando i morti sono ormai più di 120 e i feriti superano il migliaio di unità, l’allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, si limita a dichiarare: «Siamo preoccupati per quello che potrebbe succederci se arrivassero tanti clandestini. La situazione è in evoluzione e quindi non mi permetto di disturbare nessuno».

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Il 21 febbraio Gheddafi dispone l’uso dell’esercito: i tank bombardano i manifestanti, che ormai vengono definiti «ribelli» e hanno preso la città di Bengasi. La propaganda del regime sostiene che dietro le proteste ci sia Osama bin Laden. «Combatterò fino alla morte come un martire», dichiara il raìs alla televisione libica.

26 FEBBRAIO 2011 – L’ITALIA SOSPENDE IL TRATTATO DI AMICIZIA

Il 26 febbraio il nostro Paese sospende unilateralmente il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra i due Paesi siglato a Bengasi il 30 agosto 2008. Ventiquattro ore dopo il Consiglio di sicurezza dell’Onu impone all’unanimità il divieto di viaggio e il congelamento dei beni di Muammar Gheddafi e dei membri del suo clan mentre il regime viene deferito al Tribunale Corte Penale Internazionale dell’Aja.

Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi.

10 MARZO 2011 – L’UE RICONOSCE IL CNT COME NUOVO INTERLOCUTORE

Si muove infine anche l’Europa. Nel vertice straordinario dei capi di Stato e di Governo di Bruxelles si decide che Gheddafi deve abbandonare subito il potere e il Consiglio Nazionale di Transizione (Cnt) è il nuovo interlocutore politico.

19 MARZO 2011 – LA FRANCIA ENTRA IN GUERRA

Parigi dà il via all’operazione Odissey Dawn. La coalizione, guidata da Parigi e Londra, coinvolge anche gli Usa, la Spagna e il Canada. Roma, per non restare esclusa dalla spartizione che seguirà e non vedere danneggiati i propri interessi, volta le spalle al Colonnello e partecipa al conflitto.

OTTOBRE 2011 – LA FINE DI GHEDDAFI

La situazione per il raìs, che in un primo tempo era sembrato avere la meglio grazie all’arrivo in Libia di migliaia di mercenari al suo servizio, precipita durante l’estate. I ribelli irrompono nella sua fortezza di Tripoli e il Colonnello anziché combattere fino alla fine «come un martire» si dà alla fuga. Viene ucciso il 20 ottobre dello stesso anno, quando cade Sirte, la sua città natale.

GENNAIO 2012 – PROTESTE CONTRO IL CNT

Non c’è però pace per la Libia. Dopo pochi mesi i cittadini tornano in piazza per protestare contro il Consiglio nazionale di transizione. A luglio si elegge il Congresso nazionale generale e ad agosto avviene l’avvicendamento alla guida del Paese dei due collegi. Ma nemmeno questo apparente ritorno alla normalità ferma la rivoluzione.

Scontri in Libia.

11 SETTEMBRE 2012 – VIENE UCCISO L’AMBASCIATORE USA IN LIBIA

Chris Stevens, ambasciatore americano in Libia, viene ucciso da un comando di miliziani islamici nei pressi del consolato Usa di Bengasi, insieme a un agente dei servizi segreti e due marines. L’allora presidente statunitense Barack Obama decide di richiamare tutto il personale diplomatico e invia altre truppe nel tentativo di pacificare un Paese sempre più dilaniato.

ESTATE 2013 – CROLLA LA PRODUZIONE DI PETROLIO

Mentre in parlamento i Fratelli musulmani riescono a intercettare i candidati indipendenti, ponendo fine alla laicità del governo imposta per oltre 40 anni dall’ex dittatore, le guerre tra tribù e gli attentati costringono il Paese a chiudere gli impianti principali. La produzione quotidiana di petrolio crolla dagli 1,5 milioni di barili di giugno 2013 ad appena 180 mila.

FEBBRAIO 2014 – FALLISCE IL GOLPE DI HAFTAR

Contro una Libia sempre più islamica si schiera Khalifa Haftar, generale in pensione (nel 2014 ha già 71 anni) che nel 1969 partecipò al golpe che portò al potere Muammar Gheddafi. Proprio per questo non gode del favore del governo di transizione che teme voglia diventare il nuovo raìs libico. Il militare, che gode invece dell’appoggio dell’Egitto, in febbraio attua un colpo di Stato e prova a destituire il parlamento di Tripoli, ma l’esercito filogovernativo ha la meglio.

AGOSTO 2014 – L’AVANZATA DI ALBA DELLA LIBIA

Nemmeno le nuove elezioni del giugno 2014, con la vittoria di uno schieramento più moderato, consentono al Paese di avviare l’agognata transizione democratica. In estate le milizie islamiste riescono a unirsi sotto la guida dei temuti combattenti di Misurata e fondano il gruppo al Fajr Libya (Alba della Libia), conquistando Tripoli. Si crea così un governo ombra, parallelo a quello ufficiale ma costretto all’esilio nella città di Tobruk che crea ulteriori difficoltà nei rapporti con i Paesi esteri. Sono infatti due i ministri del Petrolio. Gli Emirati arabi sostengono entrambe le fazioni (durante il dialogo con Tobruk hanno infatti finanziato tutte le guerre di Haftar) nel tentativo di far salire al potere l’ex ambasciatore di Tripoli ad Abu Dhabi, Aref Ali Nayed, rendendo ancora più difficile il ruolo delle Nazioni Unite.

OTTOBRE 2014 – NASCE IL CALIFFATO DI DERNA

Dopo il ritiro delle Nazioni Unite e mentre le due milizie combattono per Bengasi, viene fondato a Derna, in Cirenaica, il Califfato islamico di Abu Bakr al Baghdadi. La città diventa covo di jihadisti che esercitano il potere con il terrore ed esecuzioni brutali. Ventuno egiziani cristiani vengono decapitati scatenando la dura repressione militare del Cairo. Intanto l’Isis conquista Sirte e sferra una serie di colpi alle ultime rappresentanze occidentali nel Paese. Il 27 gennaio viene assaltato l’hotel Corinthia di Tripoli, dove alloggia anche il premier islamista Omar al Hasi, scampato all’attentato che però causa la morte di cinque stranieri (tra cui un americano). Il 4 febbraio viene attaccato un giacimento a Mabrouk gestito dalla francese Total.

FEBBRAIO 2015 – CHIUDE L’AMBASCIATA ITALIANA A TRIPOLI

«Siamo pronti a combattere nel quadro della legalità internazionale». Questa frase, pronunciata dall’allora ministro degli Esteri Paolo Gentiloni è sufficiente a mettere l’Italia nel mirino dell’Isis che dichiara di essere pronta a fermare le nuove «crociate blasfeme» che partiranno da Roma. Il premier Matteo Renzi decide di chiudere l’ambasciata a Tripoli, l’ultima rimasta nel Paese. «Abbiamo detto all’Europa e alla comunità internazionale che dobbiamo farla finita di dormire», è il suo appello, «che in Libia sta accadendo qualcosa di molto grave e che non è giusto lasciare a noi tutti i problemi visto che siamo quelli più vicini».

17 DICEMBRE 2015 – L’ACCORDO DI SKHIRAT

L’accordo di Skhirat, in Marocco, stretto tra gli esecutivi di Tripoli e Tobruk, permette la nascita del governo guidato da Fayez al-Serraj e riconosciuto dall’Onu.

GENNAIO 2016 – IL GOVERNO PROVVISORIO IN TUNISIA

Le Nazioni Unite, finora rimaste sullo sfondo, provano la carta del governo provvisorio, ma la situazione in Libia è tale che deve insediarsi all’estero, in Tunisia e non viene riconosciuto né dal governo più laico di Tobruk né da quello islamista di Tripoli. Verrà fatto sbarcare in nave solo nel mese di marzo che segna il ritorno del personale delle Nazioni Unite nel Paese. 

2016-2018 – LA CACCIATA DELL’ISIS

Inizia la controffensiva nei confronti dell’Isis che durerà più di due anni. Nel luglio 2018 l’esercito di Khalifa Haftar espugna Derna, roccaforte del Califfato.

Emmanuel Macron tra Haftar e al Serraj.

APRILE 2019 – LO SCONTRO FINALE PER TRIPOLI

Archiviata la minaccia dello Stato islamico, nell’aprile 2019 riparte la battaglia per Tripoli. E mentre in strada si combatte, in altre cancellerie si guarda già alla pacificazione. Gli Emirati Arabi non sono i soli a portare avanti la politica dei due forni. 

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2017-2019 – I MALDESTRI TENTATIVI FRANCESI DI ESCLUDERE L’ITALIA

Anche la Francia di Emmanuel Macron è protagonista di una politica assai ambigua: ufficialmente appoggia Serraj, ma ufficiosamente sembra invece puntare su Haftar, nella speranza di ribaltare a proprio favore i rapporti tra Tripoli e Roma in tema di rifornimenti energetici. Il 29 maggio 2018 l’inquilino dell’Eliseo accelera e convoca un vertice con i rappresentanti libici al fine di indire nuove elezioni il 10 dicembre.

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Non è la prima volta: il 24 luglio 2017 Macron aveva chiamato a Parigi Serraj e Haftar con la speranza di arrivare a una pacificazione benedetta dai francesi senza l’ingombrante presenza mediatrice di Roma. Particolarmente duro il ministro dell’Interno italiano, che in quel periodo è Matteo Salvini: «Penso che dietro i fatti libici ci sia qualcuno. Qualcuno che ha fatto una guerra che non si doveva fare, che convoca elezioni senza sentire gli alleati e le fazioni locali, qualcuno che è andato a fare forzature».

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Il presidente turco Recep Tayyp Erdogan.

DICEMBRE 2019 – GENNAIO 2020 – L’INTERVENTISMO DELLA TURCHIA

Le Forze armate turche a fine dicembre si sono dette pronte a un possibile impegno in Libia a sostegno del governo di Tripoli contro le forze del generale Khalifa Haftar, come richiesto dal presidente Recep Tayyip Erdogan. L’ingresso delle truppe turche, col voto del parlamento di Ankara favorevole all’invio di soldati in aiuto a Fayez Al-Sarraj, è destinato a spostare gli equilibri del conflitto libico. Una mossa che ha spiazzato l’Italia e l’Unione europea, che da tempo cercano una soluzione diplomatica, ma anche gli Stati Uniti, con Donald Trump che ha chiamato Erdogan per esprimergli la sua contrarietà all’intervento. E che ha spinto il generale Khalifa Haftar a lanciare la sua invettiva contro il presidente turco.

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Haftar e Sarraj hanno accettato il cessate il fuoco in Libia

A partire dalla mezzanotte del 12 gennaio, il conflitto si ferma. Ma entrambi promettono una dura reazione contro chi dovesse rompere la tregua.

Il cessate il fuoco in Libia è in vigore dalla mezzanotte del 12 gennaio. Il capo del Consiglio presidenziale del governo di accordo nazionale libico (Gna), Fayez al Serraj, ha infatti accettato la tregua proposta da Turchia e Russia dopo che alla stessa avevano aderito anche le forze del generale dell’Est, Khalifa Haftar. In un comunicato pubblicato nella notte sulla pagina media del Gna, il premier libico Sarraj, oltre a confermare l’adesione al cessate il fuoco a partire dalla mezzanotte e a promettere di difendersi in caso di sua violazione, invita le parti a una trattativa sotto l’egida dell’Onu su come pervenire a una tregua duratura e a lavorare con tutti i libici per una conferenza nazionale in vista della Conferenza di Berlino per giungere alla pace.

IL MESSAGGIO DI HAFTAR

Poche ore prima, Ahmed Al Mismari, portavoce dell’ Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar, aveva annunciato in un video il cessate il fuoco a partire dalla mezzanotte. Una dura rappresaglia, ha affermato, verrà attuata contro chi non lo rispetterà. «Le forze di Haftar hanno accettato il cessate il fuoco: è il primo passo per perseguire una soluzione politica. Ancora tanta strada da percorrere, ma la direzione è quella giusta», aveva scritto su Twitter il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che proprio nella giornata di sabato 11 gennaio era impegnato a Roma ad accogliere Sarraj, mentre a Mosca, nelle stesse ore, si incontravano la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente russo Vladimir Putin.

CONTE OSPITA SARRAJ

L’Italia ha avuto il suo bel da fare per rimediare al pasticcio diplomatico della visita a Roma di Haftar. Alla fine il premier libico Fayez al Sarraj ha deciso di accettare l’invito di Conte. «Ho rappresentato con forza ad Haftar» la posizione dell’Italia, ha dovuto chiarire Conte, «che lavora per la pace» e gli ho espresso «tutta la mia costernazione per l’attacco all’accademia militare di Tripoli». Anche Putin ha mandato un messaggio al generale che sostiene, dopo aver incontrato la cancelliera tedesca Angela Merkel. «Conto molto che a mezzanotte, come abbiamo esortato con Erdogan, le parti in contrasto cesseranno il fuoco e smetteranno le ostilità: poi vorremmo tenere con loro ulteriori consultazioni». Messaggio che alla fine è stato recepito.

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A che punto è il cessate il fuoco in Libia proposta da Russia e Turchia

Il governo di accordo nazionale ha accolto la mossa di Putin e Erdogan per fermare i combattimenti a partire dal 12 gennaio. Ma intanto Haftar prosegue i raid.

Il Consiglio presidenziale del governo di accordo nazionale libico (Gna) «accoglie con favore qualsiasi appello alla ripresa del processo politico e ad allontanare lo spettro della guerra, in conformità con l’Accordo politico libico e il sostegno alla Conferenza di Berlino patrocinata dalle Nazioni Unite». Lo si legge in una nota del Gna pubblicata dopo l’incontro dell’8 gennaio ad Istanbul tra il presidente russo Putin e quello turco Erdogan nel quale i due hanno proposto tra le altre cose «un cessate il fuoco in Libia a partire dalla mezzanotte di domenica 12 gennaio».

NUOVO RAID SULL’AEROPORTO DI MITIGA

In attesa di un via libera anche da parte della Cirenaica, gli scontri sul terreno sono continuati. Secondo il giornale The Libya Observer l’aeroporto di Tripoli Mitiga, l’unico funzionante nella capitale libica, è stato oggetto nella notte di nuovi raid aerei da parte dell’aviazione facente capo al generale Khalifa Haftar, in riferimento al supporto dell’aviazione degli Emirati Arabi Uniti. L’8 Ahmed Al Mismari, portavoce del sedicente esercito nazionale libico (Lna) guidato da Haftar, aveva annunciato l’estensione del divieto di sorvolo anche «sulla base e sull’aeroporto Mitiga a Tripoli», richiamando «le compagnie aeree ad attenersi severamente a questo provvedimento e a non mettere in pericolo i loro aeromobili».

SMENTITE OPERAZIONI DI TERRA A MISURATA

Vengono invece smentite informazioni circa incursioni terrestri delle milizie di Haftar vicino allo scalo e anche ai confini della municipalità di Misurata, un altro fronte in cui il generale è all’attacco, più a est. «Smentisco qualsiasi notizia che le truppe di Haftar siano arrivate all’aeroporto o al confine di Misurata», ha detto un consigliere comunale di Tripoli, Ahmed Wali precisando che «sono arrivati a sparare missili da 18 km di distanza».

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Iran e Libia, perché l’Italia rischia la crisi energetica

Nel 2019 l’Iraq è stato il primo fornitore di petrolio dell’Italia (circa 12 milioni di tonnellate pari al 20% dei..

Nel 2019 l’Iraq è stato il primo fornitore di petrolio dell’Italia (circa 12 milioni di tonnellate pari al 20% dei nostri consumi). Al contrario degli americani che con il fracking, il petrolio dal gas scisto delle rocce, stanno estraendo olio nero negli Usa, gli italiani dipendono quasi totalmente dalle importazioni straniere di greggio. La fragilità dell’Italia negli attacchi tra l’Iran e gli Stati Uniti, e nella contemporanea escalation della guerra in Libia, è prima di tutto nelle conseguenze economiche che una crisi petrolifera come quelle degli Anni 70 avrebbe sul Paese a un passo dalla recessione. Dallo strike degli Usa contro il generale iraniano Qassem Soleimani, le Borse sono in calo e il prezzo del greggio è volato sopra 70 dollari al barile. La pioggia di razzi iraniani in Iraq dell’8 gennaio, in rappresaglia, ha provocato una nuova impennata.

DIPENDENTI USA VIA DAI GIACIMENTI IN IRAQ

Dopo le basi militari, i siti petroliferi degli americani in Iraq – dove c’è anche l’Eni a Zubair, vicino a Bassora – e negli altri Stati del Golfo sono i primi target degli attacchi di Teheran. Un assaggio in questo senso è stato il raid messo a segno nel settembre scorso dagli iraniani agli impianti petroliferi più grandi al mondo, in Arabia Saudita. La regia dell’attacco con droni dall’Iran o dallo Yemen, che bloccò il 6% della produzione petrolifera globale mostrando la vulnerabilità di Raid, fu con ogni probabilità del generale Soleimani, da più di 20 anni a capo delle forze d’élite all’estero (al Quds) dei pasdaran. Dopo il suo omicidio mirato del 3 gennaio, le major americane hanno imbarcato i connazionali impiegati nei campi estrattivi del Sud dell’Iraq e del Kurdistan iracheno su voli verso gli Emirati e il Qatar, ha confermato il ministero del Petrolio di Baghdad.

Iran Libia crisi petrolio Putin Erdogan
Il presidente russo Vladimir Putin e l’omologo turco President Recep Tayyip Erdogan discutono di Libia, Iran… e petrolio. GETTY.

LA MINACCIA DEL BLOCCO DELLO STRETTO DI HORMUZ

I mercati sono in fibrillazione anche per la minaccia iraniana, mai così concreta, di bloccare alle petroliere lo Stretto di Hormuz, controllato dai pasdaran, nel Golfo persico. Dalla più importante arteria di transito globale del greggio passa un terzo dell’export totale del petrolio via mare (il 29% verso l’Italia), da tutti i Paesi del Golfo esclusi lo Yemen e l’Oman; e anche tutto il gas naturale liquefatto del Qatar. La possibilità di una crisi energetica per l’Italia è aggravata dalla guerra in Libia diventata aperta tra potenze straniere. Forze rivali libiche e rinforzi arrivati dalla Turchia da una parte e da russi, emiratini ed egiziani dall’altra si dirigono verso la battaglia finale di Tripoli. In Libia gli introiti dell’export del greggio, redistribuite dalla Compagnia nazionale del petrolio (Noc) e dalla Banca centrale libica a tutte le fazioni in campo, sono il carburante del conflitto.

L’uscita o un’estromissione del Cane a quattro zampe dalla Libia è assai improbabile. Anche nel caso di una spartizione tra Russia e Turchia.

LO STOP DEL GREGGIO DA IRAN E VENEZUELA

Come in Iraq, i vertici delle compagnie rassicurano che le estrazioni proseguono ai livelli invariati del 2019 «attraverso il personale locale». In Libia, a dicembre la produzione nazionale di greggio era arrivata al massimo (1,25 milioni di barili al giorno) da sette anni. Cioè dalla precedente escalation tra il 2013 e il 2014 che sfociò nella battaglia all’aeroporto di Tripoli. Le turbolenze concomitanti in Nord Africa e in Medio Oriente cadono durante un import-export del greggio già rallentato da mesi per le sanzioni massime di Trump all’Iran e dall’embargo totale al Venezuela, maggiore riserva mondiale di petrolio. Se dal 2018 Eni e le altre compagnie occidentali sono uscite dai contratti di esplorazione e di sfruttamento appena avviati con Teheran, dopo l’accordo sul nucleare, in Libia l’uscita o un’estromissione del Cane a sei zampe è assai improbabile. Anche nel caso di una spartizione tra Russia e Turchia.

Iran Libia crisi petrolio
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu e l’omologo greco Kyriakos Mitsotakis discutono del gasdotto EastMed. GETTY.

L’ACCORDO TURCO-LIBICO PER SPARTIRSI IL MEDITERRANEO

Eni è la prima e storica compagnia straniera a essere entrata ell’ex colonia italiana, negli Anni 50. Un partner strategico consolidato, sopravvissuto nell’Est all’avanzata del generale filorusso Khalifa Haftar e ben impiantato nella Tripoli islamista, sostenuta da anni dalla Turchia e dal Qatar. Con il Noc gestisce il complesso di raffineria di petrolio e gas a Mellitah, terminal del greenstream che porta il gas libico verso l’Italia, i contratti con le società petrolifere durano decenni, e parte del gas di Eni serve le centrali elettriche dei libici. In compenso gli italiani rischiano molto nella corsa alle riserve di gas nel Mediterraneo orientale. Con un colpo di spugna, a novembre il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha stretto un accordo bilaterale e arbitrario con la Libia sulla giurisdizione delle acque che spacca in due il mare nostrum, violando il diritto marittimo internazionale.

La disputa sul gas si concentra soprattutto sulle riserve attorno all’isola di Cipro contesa dalla Turchia

TURCHIA CONTRO ITALIANI E FRANCESI A CIPRO

In cambio di armi e rinforzi a terra a Tripoli e Misurata, Erdogan intende accaparrarsi i giacimenti al largo della Grecia e di Cipro, nelle acque dell’Egitto dove l’Eni ha scoperto e sfrutta il grande campo offshore di Zohr, e più a Est in quelle del Leviathan a Sud di Israele. La disputa (anche di altre major straniere) si concentra soprattutto sulle riserve attorno al piccolo Stato dell’Ue conteso dalla Turchia: a ottobre Ankara aveva alzato il livello dello scontro, inviando una nave da trivellazione proprio in un blocco esplorativo affidato da Nicosia a Eni e alla francese Total. Un’entrata a gamba tesa anche nel progetto EastMed – la pipeline concorrente alla russo-turca TurkStream – che passando per Creta dovrebbe portare il gas in Europa. Non a caso, con l’Egitto l’Ue, Italia in testa, ha dichiarato illegittimo l’accordo marittimo turco-libico. Ma mentre l’Ue parla, Erdogan agisce.

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Le mosse diplomatiche di Ue e Italia sulla crisi libica

L'Alto rappresentante Borrell e i ministri degli Esteri di Italia, Francia, Regno Unito e Germania sono rimasti bloccata a Bruxelles senza sbocchi. E il vertice di pace a Berlino resta un miraggio.

Naufragata la missione diplomatica dell’Unione europea che avrebbe voluto tentare di convincere le due fazioni libiche a deporre le armi, l’Alto rappresentante Josep Borrell e i quattro ministri degli Esteri di Italia, Francia, Regno Unito e Germania hanno dovuto ripiegare su una riunione a Bruxelles. Per ragioni di sicurezza dopo gli ultimi attacchi, è stata la motivazione ufficiale, anche se a pesare sulla decisione con ogni probabilità è stata anche la contrarietà all’iniziativa lasciata trapelare nei giorni scorsi dal governo di Tripoli di Fayez al-Sarraj, forte ora del sostegno militare garantito dalla Turchia.

L’INCOGNITA TURCA A BENGASI

Nell’incontro, fatto traslocare in fretta e furia nella capitale europea, non si è potuto dunque fare altro che ribadire una serie di appelli di principio già espressi nei giorni scorsi dagli stessi attori che hanno partecipato alla riunione: la necessità del dialogo, l’invito a interrompere le interferenze esterne, la de-escalation. Mentre sul campo la realtà procede a passi spediti in tutt’altra direzione, con il generale Khalifa Haftar che sfrutta ogni secondo utile per cercare di guadagnare terreno con le sue truppe, con i soldati turchi che hanno già iniziato a dispiegarsi nel Paese per aiutare Sarraj, con la possibile presenza di mercenari e mezzi russi a fianco delle forze di Bengasi.

IL TOUR DE FORCE DIPLOMATICO DI DI MAIO

L’Europa pensa che sia ancora possibile riuscire a fermare con le parole questo marchingegno sempre più veloce e complicato. In Libia «bisogna parlare con tutti e convincerli a un cessate il fuoco», ha insistito il ministro Luigi Di Maio prima di volare alla volta della Turchia per mettere subito in pratica il proposito, incontrando il ministro degli Esteri di Ankara Mevlut Cavusoglu. Il titolare della Farnesina si sposterà poi nel giro di qualche giorno prima in Egitto, Paese vicino invece ad Haftar, e quindi in Algeria e in Tunisia. Una maratona diplomatica che dimostra la volontà italiana di garantirsi un ruolo di mediazione mantenendosi su una posizione equidistante dalle fazioni in lotta. «Ma l’Ue deve parlare con una voce sola», ha ammonito Di Maio a Bruxelles, dicendosi sicuro che le iniziative europee «vedranno un cambio di passo» nei prossimi giorni.

IL MIRAGGIO DEL VERTICE DI BERLINO

Un invito che affonda il coltello in quella che storicamente è una delle debolezze dell’Ue nella sua proiezione sulla politica estera e che fa il paio con l’appello del commissario europeo italiano Paolo Gentiloni, secondo il quale l’Unione europea deve ora «evitare di trovarsi di fronte a fatti compiuti» e farsi superare da una situazione geopolitica che va «più veloce della nostra ambizione». Per ora l’unica iniziativa concreta a livello europeo sembra essere la conferenza sulla Libia di cui si parla da mesi e che a Berlino dovrebbe far sedere intorno a un tavolo tutti gli attori regionali coinvolti in qualche modo nel conflitto. Anche l’Algeria, che era finora stata tenuta fuori, è stata invitata da Angela Merkel a partecipare all’incontro, per il quale tuttavia non è stata fissata ancora nemmeno una data e che continua a slittare.

IL PESO DELLA CRISI IRANIANA SULLA LIBIA

Intanto, mentre tutti osservano gli sviluppi sul terreno, i valzer dei colloqui e delle telefonate incrociate proseguono. Tra i protagonisti c’è naturalmente anche la Russia, con Putin che vedrà prima Erdogan e poi nel fine settimana la cancelliera tedesca. Anche se l’attenzione e la preoccupazione del mondo, probabilmente anche quella dell’Unione europea, in questo momento sembra essere maggiormente concentrata sulla crisi dell’Iran. E tra i corridoi delle istituzioni europee circolano voci, non confermate, sulla possibilità di un vertice a livello di capi di Stato e di governo sulla complessa situazione mediorientale.

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Cosa sappiamo sul raid aereo contro un accademia militare in Libia

Violento bombardamento delle forze di Khalifa Haftar nei pressi di Tripoli contro un centro di addestramento. Almeno una trentina i morti.

La battaglia per Tripoli di Khalifa Haftar, divenuta una «guerra santa» per difendere la Libia da una preannunciata invasione turca, ha avuto un sanguinoso inasprimento: un raid aereo delle forze del generale contro l’Accademia militare di Tripoli ha causato almeno una trentina di morti e quasi 20 feriti fra i miliziani-cadetti, con un bilancio di vittime che però potrebbe essere anche doppio stando a quanto rivendicato dalla propaganda dell’uomo forte della Cirenaica.

PER HAFTAR I MORTI SONO OLTRE 70

«Ventotto martiri e 18 feriti fra gli studenti dell’Accademia militare di Tripoli in seguito a un raid dell’aviazione straniera che sostiene il criminale di guerra ribelle Haftar», ha riferito la pagina Facebook dell’operazione “Vulcano di collera” delle forze filo-governative che difendono la Tripoli dove è insediato il premier Fayez al-Sarraj. La cifra di 28 morti per il raid «dell’aviazione di Haftar» è stata accreditata da una fonte ufficiale del ministero della Sanità libico. La “divisione informazione di guerra” delle forze del generale ha però sostenuto che «l’aviazione ha preso di mira un raggruppamento di cento miliziani presso l’Accademia militare che si preparavano a partecipare ai combattimenti in corso e almeno 70 fra loro sono stati uccisi».

RAPPRESAGLIA CONTRO UN PRESUNTO RAID TURCO

L’incursione viene presentata come una rappresaglia per un «bombardamento turco» compiuto all’alba contro la «brigata salafita 210». Immagini diffuse da “Vulcano di collera” mostrano un piazzale con una decina di corpi a terra, pozze di sangue e quattro automezzi bianchi oltre a feriti che vengono curati in una struttura sanitaria. Il raid, assieme a un altro che avrebbe colpito di nuovo l’aeroporto internazionale Mitiga, è stato condotto mentre l’Italia e le altre potenze europee lavorano a una missione diplomatica che eviti un’escalation militare in Libia.

LA JIHAD DI HAFTAR CONTRO ERDOGAN

Il raid è stato sferrato poche ore dopo che Haftar, il quale da aprile cerca di conquistare Tripoli, ha lanciato una drammatica chiamata alle armi: un appello a tutti i libici contro un eventuale intervento militare di Ankara, dove il parlamento ha autorizzato il presidente Recep Tayyip Erdogan a inviare soldati per rafforzare il governo di Tripoli sostenuto dall’Onu. «Noi accettiamo la sfida e dichiariamo il jihad e una chiamata alle armi», ha attaccato Haftar in un discorso trasmesso in tv, invitando «uomini e donne, soldati e civili, a difendere la nostra terra e il nostro onore». L’uomo forte di Bengasi ha quindi insultato Erdogan dandogli dello «stupido sultano» e ha accusato Ankara di essere intenzionata a «riprendere il controllo della Libia», che è stata una provincia dell’Impero Ottomano fino alla conquista coloniale italiana nel 1911.

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Haftar invoca il jihad contro l’intervento turco in Libia

Il generale si scaglia contro Erdogan: «Stupido sultano turco». E invita il popolo a combattere contro l'invio di truppe a sostegno di Sarraj.

L’ingresso delle truppe turche, col voto del parlamento di Ankara favorevole all’invio di soldati in sostegno di Fayez Al-Sarraj, è destinato a spostare gli equilibri del conflitto libico. Una mossa che ha spiazzato l’Italia e l’Unione europea, che da tempo cercano una soluzione diplomatica, ma anche gli Stati Uniti, con Donald Trump che ha chiamato Erdogan per esprimergli la sua contrarietà all’intervento. E che ha spinto il generale Khalifa Haftar a lanciare la sua invettiva contro il presidente turco: «Questo stupido sultano turco ha scatenato la guerra in tutta la regione dichiarando che la Libia è una propria eredità», ha detto nel discorso con cui il 3 gennaio ha lanciato un appello ai libici ad armarsi contro la Turchia. A riportare le parole di Haftar è il sito Libya Akhbar.

«GUERRA AL COLONIALISTA»

Haftar ha sostenuto che la battaglia in corso per la conquista di Tripoli, riporta inoltre il sito fuori virgolette, «si amplia per divenire una guerra feroce a un colonialista brutale che vede la Libia come un’eredità storica e sogna di far rivivere un impero costruito dai suoi avi sulla povertà e l’ignoranza». Il generale ha esortato i libici a mettere da parte i propri contrasti, a rafforzare la fiducia nell’esercito e a difendere la loro terra e il loro onore. «Il nemico ha dichiarato guerra e ha deciso di invadere il Paese», ha affermato ancora Haftar secondo quanto riporta il sito, «sostenendo che l’amico popolo turco, con il quale la Libia ha legami fraterni grazie all’islam, si rivolterà inevitabilmente contro questo insensato avventuriero che spinge il proprio esercito a morire e aizza la discordia fra i musulmani».

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La Libia non è un porto sicuro e Sarraj vuole armi

L'allarme dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite: «Tra gennaio e novembre, oltre 8.600 migranti sono stati intercettati in mare dalla Guardia costiera e riportati indietro dove sono vittime di violenze e abusi». Intanto il premier ricorda la sua richiesta: «Da Roma nessuna risposta ufficiale»

Nel giorno in cui le Nazioni Unite ricordano che la Libia non è un porto sicuro, il primo ministro Fayez Sarraj sottolinea di averci chiesto armi per la guerra di Tripoli.

QUEGLI 8.600 RIPORTATI IN LIBIA

Il 23 dicembre in una nota l ‘Alto Commissariato dell’Onu per i diritti Umani (Ohchr) ha lanciato l’allarme: «Tra gennaio e novembre, oltre 8.600 migranti sono stati intercettati in mare dalla Guardia costiera libica e riportati in Libia, che ovviamente non può essere considerato in nessun modo come un porto sicuro per lo sbarco». «Migranti e rifugiati in Libia «continuano a essere regolarmente sottoposti a violazioni e abusi tra cui uccisioni extragiudiziali e arbitrarie, detenzione arbitraria, sparizioni forzate, torture, violenza sessuale e di genere, rapimento per riscatto, estorsione e lavoro forzato da parte di funzionari statali, trafficanti e trafficanti », denuncia l’Onu.

SARRAJ CHIAMA L’ITALIA NON RISPONDE

Intanto il premier libico Fayez Sarraj intervistato dal Corriere della Sera ha dichiarato: «Noi avevamo chiesto le armi a tanti Paesi, inclusa l‘Italia, che pure ha diritto di scegliere la politica che più le aggrada e con cui i rapporti restano comunque ottimi. Da Roma, in verità, non sono mai giunte risposte ufficiali». «Con Di Maio – spiega Sarraj – abbiamo avuto un ricco scambio d’opinioni. Quanto invece alla sua tappa a Bengasi dal nostro aggressore (il generale Haftar, ndr) e Tobruk non ho visto alcuna sostanza, oltre a generiche dichiarazioni di amicizia che lasciano il tempo che trovano. Così, la comunità internazionale risulta divisa. Da una parte i Paesi disposti ad armare i nostri avversari-aggressori. A loro – prosegue – si contrappongono altri Paesi, tra cui l’Italia, che credono tutt’ora alla formula per cui l’unica soluzione resta il dialogo politico». «Ma si tenga a mente – sottolinea – che qui siamo sotto attacco militare, con sofferenze indicibili per la popolazione vittima di bombardamenti, morti, feriti, con centinaia di migliaia di sfollati».

L’UE CI RICORDA L’EMBARGO

Il portavoce dell’attuale Alto rappresentante dell’Ue, Joseph Borrell a proposito ha ricordato che sulla Libia c’è un embargo: «Alla luce dell’attuale escalation in Libia, soprattutto attorno a Tripoli, l’Unione europea reitera il suo appello a tutte le parti libiche perché cessino tutte le azioni militari e ricomincino il dialogo politico». «Tutti i membri della comunità internazionale dovrebbero osservare e rispettare l’embargo sulle armi dell’Onu»

TRA PUTIN, ERDOGAN, GLI USA E LA GERMANIA

Alla domanda se alla fine saranno Putin ed Erdogan a dettare le regole del gioco, risponde: «È uno scenario difficile, reso ancora più complesso dagli interventi stranieri. Non credo però che l’intera questione possa venire risolta solo dai colloqui tra Putin ed Erdogan. È un processo caratterizzato da continui contatti bilaterali e multilaterali, in cui non mancano le voci degli Stati Uniti, della Germania impegnata con l’Onu a preparare la conferenza di Berlino e degli altri partner europei. Il nostro aggressore ha già fallito. Al momento del suo improvviso attacco il 4 aprile diceva che avrebbe preso Tripoli entro 48 ore. Nove mesi dopo la guerra continua»

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