Conte blinda Quota 100: «È un pilastro della manovra»

Botta e risposta tra Renzi e il presidente del Consiglio. Che puntualizza: «Abbiamo fatto un tavolo e tutte le forze politiche hanno accettato. Confido la manovra mantenga la sua coerenza».

Renzi va all’attacco e il premier Conte si chiude in difesa: su Quota 100 è botta e risposta tra il secondo azionista del governo e il leader dell’esecutivo. Dal Consiglio europeo di Bruxelles il primo ministro ha blindato la misura che prevede i pensionamenti anticipati introdotta dal governo gialloverde Lega e M5s e che ItaliaViva reputa ingiusta: «Quota cento c’è, è un pilastro della manovra», ha dichiarato Conte in conferenza stampa.

«CONFIDO LA MANOVRA MANTENGA LA SUA COERENZA»

«C’è un iter parlamentare e dobbiamo rispettare le opinioni ma confido da presidente del Consiglio che questa manovra mantenga la sua coerenza intrinseca». «Abbiamo fatto un tavolo – ha proseguito Conte – tutte le forze politiche hanno accettato. Poi per carità capisco che una misura piaccia di meno, un’altra di più, rispetto tutte le opinioni».

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Come procede la guerra in Siria dopo il cessate il fuoco della Turchia

La tregua siglata da Ankara e Usa sembra tenere. Ma si registrano ancora sporadici scontri a fuoco. E Amnesty denuncia: «Truppe turche responsabili di crimini di guerra».

Al momento il cessate il fuoco di cinque giorni promesso da Ankara nel Nord della Siria sembra essere ancora debole. Fonti sul terreno hanno confermato che scontri sporadici e bombardamenti di artiglieria sono in corso lungo il confine nel Nord-Est della Siria nell’area di Ras al Ayn, nonostante l’accordo tra Usa e Turchia. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, invece, finora ci sarebbe una situazione di «prudente e relativa calma» nel resto della frontiera al centro dell’offensiva di Ankara nei giorni scorsi.

POSSIBILE RITORNO DEI MEDICI A RAS AL AYN

Un convoglio medico e di aiuti civili si prepara a entrare a Ras al Ayn, la città di confine nel nord-est della Siria sotto assedio turco, a seguito dell’accordo per una tregua. Lo riferisce l’Osservatorio siriano per i diritti umani (Ondus). La località strategica, per giorni sotto «intensi raid aerei», sempre secondo l’Ondus, era stata lasciata da ong e squadre di soccorso.

LA DENUNCIA DI AMNESY: «CRIMINI DI GUERRA TURCHI»

Intanto da Amnesty International arriva una nuova dura accusa nei confronti delle truppe turche. Secondo la Ong l’esercito di Ankara e le milizie siriane sue alleate hanno compiuto «crimini di guerra» durante l’operazione militare contro i curdi. Amnesty ha accusato le autorità turche di «serie violazioni e crimini di guerra, omicidi sommari e attacchi illegali» denunciando un «vergognoso disprezzo per la vita dei civili» nel corso dell’offensiva lanciata il 9 ottobre scorso. Tra i casi segnalati che anche la brutale esecuzione sommaria dell’attivista curda Hevrin Khalaf e della sua guardia del corpo da parte di milizie siriane addestrate e armate dalla Turchia.

DENUNCIA A PARTIRE DAI TESTIMONI SUL CAMPO

La denuncia è stata elaborata sulla base dei racconti di 17 testimoni diretti, tra cui personale medico, giornalisti e sfollati, e di registrazioni video. «Le informazioni raccolte forniscono prove schiaccianti di attacchi indiscriminati in aree residenziali, compresi attacchi a una casa, un panificio e una scuola, condotti dalla Turchia e dai gruppi armati siriani suoi alleati», ha spiegato l’ong. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, le vittime civili sul fronte curdo sono state almeno 72.

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Anche per Putin il Rojava è un covo dei terroristi curdi

Il presidente russo approva in pieno l'invasione turca della Siria ordinata da Erdogan, al quale si chiede unicamente «proporzionalità» nelle azioni militari.

Valdimir Putin ha dato pienamente ragione alla decisione di Tayyp Erdogan di avviare linvasione turca della regione curda della Siria e si propone come unico –potente – mediatore. Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov, dopo una telefonata tra Putin ed Erdogan, ha comunicato alla stampa la posizione della Russia sul conflitto in corso in termini inequivocabili: «La Turchia ha tutto il diritto di garantire la sicurezza dei suoi confini, ma ci aspettiamo che l’offensiva militare lanciata in Siria venga condotta in maniera proporzionale alle sue necessità. La situazione non dovrebbe compromettere il processo politico in corso nel Paese».

Colpo grosso quindi per il presidente turco che vede riconosciuta dalla Russia la piena legittimità dell’invasione turca del territorio siriano per «garantire la sicurezza dei suoi confini». Riconoscimento che deriva a sua volta dalla piena coscienza che ha Putin del fatto che la sicurezza della Turchia è violata dal fatto acclarato che il Pyd-Ypg, il partito dei curdi siriani, è politicamente e materialmente la stessa, identica organizzazione del Pkk dei curdo-turchi (peraltro considerato formalmente “terrorista” dall’Unione Europea).

I MEDIA IGNORANO LE AZIONI TERRORISTICHE DEI CURDI SIRIANI

Dunque anche Putin ritiene che il Rojava – la regione curda della Siria- sia un fondamentale retroterra operativo e logistico per le sue dissennate azioni terroristiche curde in Turchia. Incredibilmente questo fatto è ignorato dai politici e dai media del resto del mondo che da giorni si rifugiano in una emotiva condanna a difesa di un mondo curdo del quale ignorano la terribile storia (furono in larga parte i curdi gli autori materiali di gran parte del massacro degli Armeni nel 1914-15, nel 1996 si combattè una feroce guerra civile tra i curdi iracheni, ecc…).

I curdi anzitutto non sono una nazione, ma una etnia divisa in varie fazioni storicamente e attualmente rivali

Lucio Caracciolo, direttore di Limes

Solo e unicamente Lucio Caracciolo, direttore di Limes, ha riconosciuto coraggiosamente questa realtà: «I curdi anzitutto non sono una nazione, ma una etnia divisa in varie fazioni storicamente e attualmente rivali. Ad esempio, i curdi iracheni non mostrano particolare solidarietà per i ‘connazionali’ siriani, avendo stabilito concreti rapporti con la Turchia. Noi stessi occidentali non abbiamo le idee molto chiare. Consideriamo i curdi del Pkk terroristi e allo stesso tempo quelli dell’Ypg, loro alleati siriani, combattenti per la libertà. Forse bisognerebbe sciogliere questa contraddizione».

L’ALLEANZA CON ASSAD MOSTRA DI CHE PASTA È FATTO IL YPG

La seconda parte della dichiarazione del portavoce di Putin fa poi comprendere quanto accadrà i prossimi giorni: il Cremlino non chiede nessun cessate il fuoco ma si appresta a fare da mediatore – forte della sua grande presenza militare in Siria- tra Ankara, Damasco e gli stessi curdi. Nulla più. Nessun diktat, nessuna condanna. Anzi. Un vero e proprio via libera russo alle operazioni militare di Erdogan al quale si chiede unicamente «proporzionalità».

Un blindato militare turco in azione.

Nelle prossime ore l’unica incognita è se vi saranno o meno scontri militari diretti tra le truppe turche e quelle siriane che sono accorse a sostegno dei loro “alleati” curdi (già questa alleanza col macellaio di Damasco fa capire di che pasta sono fatti – e non da oggi – i curdi siriani). Non è facile fare previsioni su questo terreno ma la determinazione di Erdogan fa pendere l’ago della bilancia per uno scontro diretto tra turchi e siriani. Poi, tutto dipenderà dalla trattativa condotta da Putin, a capo dell’unica potenza mondiale che conti in Siria.

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Cosa sta succedendo a Kobane durante l’offensiva turca

Le truppe di Erdogan puntano alla città simbolo della resistenza curda. In un clima spettrale molti abitanti fuggono ma c'è chi resiste. Come Guma, giornalista. «Non me ne vado», dice. «Abbiamo paura del futuro, non della guerra, siamo già abituati a tutto questo».

Ogni mezz’ora Jama, il coordinatore provvisorio dei combattimenti nel Rojava, appunta nomi di morti e feriti su un quaderno stropicciato per fare un elenco che a fine giornata viene trasferito su un file e mandato alla stampa. Sono i numeri di un massacro che di ora in ora diventa sempre più evidente.

BOMBE SUGLI SFOLLATI

L’esercito turco sta avanzando verso il Nord della Siria con milizie di terra e raid aerei che colpiscono soprattutto civili. Non lontano da Tell Temer un camion pieno di sfollati è stato centrato in pieno da una bomba. A bordo c’erano soprattutto bambini. Settantatre persone sono rimaste ferite e 11 sono morte, tra loro anche il giornalista curdo Seed Ehmed, corrispondente di Hawar News.

LEGGI ANCHE:Le voci dei civili e dei combattenti curdi in Siria

«Stavano cercando di allontanarsi dai combattimenti», racconta a Lettera43 Sozdar, una giovane attivista della Red Crescent, «perché credevano che il pericolo fossero gli ex jihadisti dell’Isis che i turchi stanno mandando avanti verso la trincea. Invece i soldati di Erdogan hanno usato gli aerei militari per oltrepassare la linea del fronte e colpire quanti più civili possibile».

Un uomo ferito nell’offensiva turca (foto di Khabat Abbas).

JIHADISTI E FOREIGN FIGHTER CONTRO I CURDI

A combattere contro i curdi ci sono molti ex membri di Al Nusra e foreign fighter che stanno aizzando anche i prigionieri Isis nei campi del Rojava. «Sono andata ad Ain Issa, 53 km a nord di Raqqa», dice la giornalista curda Khabat Abbas, «perché i soldati curdi si sono scontrati con alcune donne, mogli di ex soldati dell’Isis, che hanno iniziato a sparare: avevano armi, non so dove le abbiano prese, e quindi c’è stato uno scontro durissimo», ha aggiunto Khabat che ogni giorno insegue i combattimenti per testimoniare quanto sta accadendo.

LEGGI ANCHE: Con la guerra turca ai curdi la Siria torna nel 2011

L’ACCERCHIAMENTO DI KOBANE

Gli scontri si stanno spostando sempre più lontano dal confine turco verso l’interno della Siria. Conquistata Tal Abyad, a pochi km dalla frontiera, dove c’è stato un vero massacro, i soldati turchi sono avanzati sulla strada che taglia in due il confine da Est a Ovest e ora stanno provando ad accerchiare Manbij e Kobane. Anche se la città simbolo della resistenza curda appare sempre più fuori portata per Ankara, visto che i soldati di Damasco scortati dai russi sono pronti a occupare anche lì il posto lasciato vacante dagli americani. Lo stesso vale per Manbij, da anni al centro di una disputa tra eserciti turco, americano e russo, occupata dalle truppe governative di Damasco dopo che i curdi, abbandonati dagli americani, hanno chiesto aiuto.

Il cimitero di Kobane, nella Siria del Nord (foto di repertorio).

«Le forze curde hanno trovato un accordo con l’esercito siriano», spiega ancora Khabat Abbas. «I soldati saranno schierati lungo il confine, di fronte alle truppe turche e cercheranno di proteggere Kobane. Un mio amico mi ha detto che i soldati del regime siriano volevano già entrare in città ma sulla strada sono stati bloccati dagli americani che hanno chiesto di aspettare che sgomberassero le loro basi militari». Le forze speciali americane si sono poi velocemente ritirate dalla loro postazione a Sud di Kobane e la città, quindi, per ora è indifesa.

La desolazione delle città della Siria Nord-orientali in attesa dell’offensiva turca (foto Khabat Abbas).

SENZA TRAFFICO E PERSONE IN FUGA: LA SITUAZIONE A KOBANE

Recep Tayyp Erdogan ha detto di essere pronto a lanciare la sua offensiva contro Kobane e la città in queste ore è diventata spettrale, come se aspettasse di essere nuovamente ferita e massacrata dall’ennesima battaglia. «La città è quasi vuota», racconta il giornalista locale Guma Mohammad. «Non c’è traffico nelle strade e la poca gente che circola si dirige verso i villaggi del Sud. Ma una piccola percentuale di loro resiste e vuole restare ancora qui, a casa», aggiunge. «Ma sappiamo tutti che è questione di ore prima che i turchi arrivino a distruggere tutto. E se arrivano, per noi è finita».

L’esercito turco sta procedendo verso Kobane e il cuore del Rojava (foto Khabat Abbas).

In città è calato il silenzio, si sentono solo gli aerei che sfrecciano. «È come un momento di concentrazione, di riflessione, la calma che precede il disastro», continua Guma, «ma non me ne andrò. Rimarrò fino alla fine. Abbiamo paura del futuro sconosciuto, non abbiamo paura della guerra, siamo già abituati a tutto questo. Al momento il terrore è di entrare in un conflitto che alla fine perderemo».

Feriti nei combattimenti nel Nord Est della Siria (foto Khabat Abbas).

IL RICORDO DEGLI ORRORI DI AFRIN

Alle prime luci dell’alba fuori Kobane e fuori Manbij compaiono furgoni e carri pieni di valigie e sacchi che i profughi cercando di portar via. «La gente è terrorizzata», conferma Jaro, combattente curda, «perché ha ancora nella mente gli orrori di Afrin (il 20 gennaio 2018 la città è stata messa sotto assedio dalle Forze armate turche per annientare i combattenti curdi, ndr). Ciò spinge le persone a fuggire e ad allontanarsi dalle aree di confine con la Turchia. Ora ci sono migliaia di persone all’aperto e nei villaggi. Le condizioni sono difficili».

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Erdogan a muso duro contro Trump: escluso il cessate il fuoco in Siria

Il presidente turco ha detto inoltre di «non essere preoccupato» per le sanzioni americane decise dopo il lancio dell'offensiva.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha detto a quello americano Donald Trump che Ankara «non dichiarerà mai un cessate il fuoco nel nordest della Siria». La notizia è stata diffusa dall’emittente turca Ntv. Erdogan ha detto inoltre di «non essere preoccupato» per le sanzioni americane decise dopo il lancio dell’offensiva. Parlando con giornalisti in aereo mentre rientrava da Baku, il presidente turco ha aggiunto che l’ingresso delle truppe siriane a Manbij «non è un fatto negativo», a patto che «i militanti» della zona siano estromessi.

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Crisi in Siria, Di Maio: «Stop all’export di armi in Turchia e istruttoria sui contratti in essere»

Riferendo in Aula, il ministro degli Esteri alza i toni e non esclude l'embargo anche per gli ordini già concordati. Giorgetti: «L'Ue si vergogni. Speriamo in Putin».

Durante l’informativa urgente alla Camera sulla crisi siriana – presenti un centinaio di deputati – il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha alzato i toni contro Ankara: «La Turchia è il solo responsabile dell’escalation» in Siria e «deve sospendere immediatamente le operazioni militari». Non solo. Il capo politico M5s ha ricordato che oltre alla sospensione delle esportazioni future di armi alla Turchia, che avverrà per decreto, l’Italia avvierà anche «un’istruttoria dei contratti in essere»: «Nelle prossime ore, come ministro degli Esteri, formalizzerò tutti gli atti necessari affinché l’Italia blocchi le esportazioni di armamenti verso Ankara», ha ribadito Di Maio. «Vi comunico inoltre di aver dato immediate disposizioni per l’apertura di un’istruttoria dei contratti in essere. E in questo senso ribadisco la mia ferma intenzione di esercitare pienamente tutti i poteri che ci conferisce la legge».

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GIORGETTI: «SPERIAMO IN PUTIN»

«Alla situazione in Turchia e in Siria gli Usa non pensano più. Magari la situazione la risolve quel ‘cattivone’ di Putin, se ha la forza di interporsi a questo massacro… Speriamo che ci pensi lui», ha dichiarato il leghista Giancarlo Giorgetti. «In questa Aula si sarebbe in passato invocato l’intervento dell’Onu: oggi non lo fa più nessuno. Esiste ancora?».

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L’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio ha poi aggiunto: «La Turchia fa parte della Nato. In Turchia abbiamo una batteria di missili: ora che facciamo, la riportiamo a casa visto che Ankara aggredisce un Paese terzo? La Ue si deve vergognare del fatto che per dichiarare un embargo militare ci vogliano mesi e del fatto che sentiamo solo le voci di Merkel e Macron ma non quella dell’Unione». Concludendo: «Solo la Lega per tanti anni si è opposta al negoziato per l’adesione della Turchia alla Ue, perché ha valori diversi».

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Le voci dei civili e dei combattenti curdi in Siria

Dalla città di Qamishlo si fugge con qualsiasi mezzo disponibile. Mentre i soldati Ypg annunciano resistenza a oltranza: «Finché avremo armi combatteremo. Ma chiediamo al mondo che ci aiuti. Degli Usa non ci fidiamo più». Le testimonianze.

La città di Qamishlo, nel Nord Est della Siria, è deserta. Buchi nei muri, pozze di sangue e macchine bruciate. Il confine con la Turchia si vede in lontananza, in un’atmosfera grigia per il fumo dei combattimenti. Gli ultimi abitanti sono scappati nella notte, dopo che i colpi di mortaio dell’esercito turco hanno ucciso una bambino di 11 anni e ferito gravemente la sorellina di otto a cui è stata amputata una gamba. «Appena sveglia, in ospedale, ha chiesto del suo orsacchiotto», racconta a Lettera43.it la giornalista curda Khabat Abbas.

Una bambina ferita nell’offensiva turca in Siria (foto di Khabat Abbas)

IN FUGA VERSO IL KURDISTAN IRACHENO

Pochi km più in là, nei centri di Amude e Derik ci sono decine di famiglie che stanno raccogliendo le poche cose che hanno per scappare verso le zone del Kurdistan iracheno. Chi ha una macchina o una motocicletta carica tutto quel che può e parte, chi invece non sa come fuggire si siede sul marciapiede alla fermata dell’autobus sperando che qualcuno passi per dare un passaggio. Verso dove, a questo punto, non è importante. Conta la salvezza, fuori dal mirino dei soldati di Erdogan.

Erdogan vuole cancellarci dalla faccia della terra. Non c’era nessuna ragione per questo attacco, noi non siamo una minaccia per la Turchia


Jaro, combattente curda

«Ho paura», racconta Sara, mentre prende in braccio la figlia in lacrime e si incammina verso la strada principale di Amude. «Mi ero trasferita qui da poco, prima stavo a Kobane dove c’è stata la guerra contro Isis. Adesso questo. Non ne posso più, sono impaurita perché non voglio che mia figlia muoia ma sono anche molto arrabbiata. Per quale crimine stiamo venendo puniti?». La domanda se la fanno tutti i civili in queste ore e la risposta la danno i militari curdi. «Erdogan vuole cancellarci dalla faccia della terra», dice convinta Jaro, una delle combattenti curde. «Non c’era nessuna ragione per questo attacco, noi non siamo una minaccia per la Turchia, questa è solo politica»

Cittadini curdi fuggono dall’area di guerra (foto di Khabat Abbas).

«ERDOGAN STA COMPIENDO UN GENOCIDIO»

L’opinione dei soldati è condivisa dagli operatori umanitari. Per Sherwan Bery, co-presidente della Red Crescent of Kurdistan quello che si sta compiendo in queste ore è un tentativo di genocidio. «La situazione è veramente molto critica», spiega il dottore Bery, «e sta peggiorando di ora in ora, perché gli scontri si intensificheranno. Da qui è abbastanza ovvio cosa sta accadendo: l’obiettivo di Erdogan è fare una sorta di sostituzione etnica».

Donne curde nella zona dei combattimenti (foto di Khabat Abbas)

Il piano del presidente turco per altri è molto più sottile di come viene presentato. Il progetto, infatti, sarebbe di trasformare quella fascia di territorio, il Rojava, in una base per milizie siriane filo-turche, probabilmente pure di ex jihadisti che approfitteranno del caos per scappare dalle prigioni curde. Anche a Idlib, la città che Assad cerca di riconquistare con l’aiuto dei russi, si trovano circa 40 mila combattenti Isis. Vladimir Putin sta facendo pressione su Erdogan affinché li faccia trasferire proprio lì, in quell’area cuscinetto per cui sta sta combattendo. «È solo geopolitica. È una guerra mondiale a pezzi», si ripete. Una guerra che sta facendo a pezzi la Siria.

«DEGLI STATI UNITI NON CI FIDIAMO PIÙ»

«La battaglia si sta concentrando tra Tall Abyad e Serekaniye», spiega Khabat Abbas, «e in quella zona le truppe Ypg hanno respinto tre attacchi. Purtroppo ci sono molti morti tra i curdi». Il bilancio diffuso dal ministero della Difesa di Ankara parla di 277 soldati curdi (definiti «terroristi») «neutralizzati» e di un militare turco ucciso. La giornalista sta facendo il giro delle zone sotto assedio, sta documentando la distruzione, i morti, i feriti ed è andata all’ospedale di Serekaniye che però è stato colpito dall’aviazione e ora non è più agibile.

Gli Usa ci hanno colpito alle spalle e ci hanno imbrogliato. Dicevano di lavorare con noi per proteggerci e intanto cospiravano con il Sultano


Combattente Ypg

In macchina con il suo collega sta inseguendo i combattimenti per raccontare la guerra. «I turchi stanno cercando di chiuderci a tenaglia ma noi resisteremo, come abbiamo fatto già in precedenza», dice uno dei combattenti Ypg. «Faremo guerriglia e fin tanto che avremo armi combatteremo. Ma chiediamo al mondo che ci aiuti. Degli Stati Uniti non ci fidiamo più», aggiunge, «ci hanno colpito alle spalle e ci hanno imbrogliato. Dicevano di lavorare con noi per proteggerci e intanto cospiravano con il Sultano (Erdogan, ndr)».

Ognuno cerca di fuggire con qualsiasi mezzo. Per molti la destinazione è il Kurdistan iracheno (foto di Khabat Abbas)

L’ACCORDO TRA WASHINGTON E ANKARA PER LA ZONA CUSCINETTO

Lo scorso 7 agosto, dopo un lungo negoziato, Washington e Ankara erano arrivati a un accordo per la realizzazione di un’area cuscinetto nel Nord della Siria larga una trentina di km e lunga 480 sotto il controllo di Erdogan. Una zona tampone dove ricollocare la maggior parte degli oltre 3 milioni e mezzo di profughi siriani che si trovano in Turchia. In quel periodo, i soldati Usa hanno fatto sgomberare alcune postazioni militari curde dall’area dove erano in programma pattugliamenti misti americani/turchi e che ora è diventata il campo di battaglia. Nelle ultime ore le forze turche hanno conquistato già 11 centri lungo il confine siriano, a Est dell’Eufrate e ora stanno accerchiando Ras al Ayn.

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Offensiva turca in Siria, uccisa un’attivista per i diritti delle donne

Tra le prime vittime di questa nuova fase del conflitto c'è la 35enne Hevrin Khalaf. E intanto Erdogan respinge al mittente le minacce Ue sull'embargo delle armi. Allarme dei curdi: «Giù fuggiti 800 miliziani dell'Isis».

I combattimenti lungo la linea che divide Turchia e Siria continuano. Ankara sta continuando le operazioni di terra nonostante e pressioni della comunità internazionale e le tensioni con gli Stati Uniti dopo un bombardamento verso truppe americane nel settore di Kobane. Solo il 13 ottobre, ha fatto sapere l’Osservatorio siriano per i diritti umani, almeno 14 civili sono rimasti uccisi. Fra le vittime cinque persone che si trovavano su un’auto sulla quale hanno sparato le milizie filo-turche.

UCCISA L’ATTIVISTA HEVRIN KHALAF

Secondo quanto riferisce il Guardian tra le nove vittime trucidate a sangue freddo dai miliziani filo-turchi nel nord-est della Siria il 12 ottobre c’è anche una attivista per i diritti delle donne. Si tratta di Hevrin Khalaf, 35 anni, segretaria generale del Partito Futuro siriano, uccisa insieme al suo autista, a colpi di arma da fuoco su un’autostrada dopo essere stati prelevati dalle loro auto da milizie sostenute dalla Turchia. Le uccisioni di tutti e 9 i civili sono state filmate e il video diffuso in rete.

ERDOGAN: «L’EMBARGO SULLE ARMI NON CI FERMERÀ»

Il proseguo dell’offensiva e le prime atrocità hanno spinto i Paesi europei a ragionare sulla possibilità di interrompere la vendita di armi ad Ankara. Una mossa che per il momento non ha impensierito Erdogan: l’embargo sulla vendita non fermerà l’intervento della Turchia nel nord est della Siria, ha detto il presidente turco dopo l’annuncio di Germania e Francia sullo stop agli armamenti. «Dopo che abbiamo lanciato la nostra operazione, hanno minacciato di imporci sanzioni economiche e l’embargo sulla vendita di armi. Ma quelli che pensano di poter fermare la Turchia con queste minacce si sbagliano di grosso», ha avvertito in un discorso trasmesso dalla tv di Stato turca.

I CURDI: GIÀ FUGGITI 800 MILIZIANI DELL’ISIS

Intanto i timori di un possibile ritorno dello Stato islamico dopo l’inizio dell’offensiva si sono fatti più forti. I curdi siriani hanno infatti fatto sapere che quasi 800 affiliati dell’Isis sono scappati da uno dei campi nel nord est della Siria dove sono in corso i bombardamenti turchi. Le autorità locali hanno annunciato la fuga dei jihadisti stranieri dal campo di Ayn Issa, circa 35 km a sud del confine turco, dove ci sono 12mila persone tra cui mogli e vedove di combattenti dell’Isis con i loro figli. L’amministrazione semiautonoma della regione curda ha detto che i detenuti hanno attaccato le guardie e travolto le recinzioni. «Il campo di Ayn Issa è ormai senza controllo», hanno riferito i curdi.

L’ONU: «POSSIBILE ONDATA DI 400 PROFUGHI»

In tutto questo è arrivato un nuovo allarme dell’Onu secondo la quale l’attacco turco ha costretto 130mila persone a fuggire dalle proprie case, ma il numero potrebbe triplicare molto presto. «Ci stiamo addentrando in uno scenario in cui potrebbero esserci fino a 400mila sfollati all’interno della Siria e attraverso le aree colpite», ha detto Jens Laerke, portavoce dell’ufficio Onu per il coordinamento umanitario (Ocha).

USA PRONTI A RITIRARE IL RESTO DEL CONTINGENTE

Come detto lo scontro tra Usa e Turchia ha superato il livello di guardia dopo il bombardamento da parte delle forze turche contro postazioni americane. Il 13 il segretario alla difesa americano, Mark Esper ha datto sapere che Washington si sta preparando a evacuare circa 1.000 soldati da tutto il nord della Siria nei tempi più rapidi possibili. «Nelle ultime 24 ore abbiamo appreso che la Turchia probabilmente intende estendere la sua offensiva più a sud di quanto inizialmente pianificato e verso l’ovest della Siria», ha spiegato Esper. «Abbiamo anche appreso nelle ultime 24 ore che le milizie curde stanno provando a strappare un accordo con i siriani e con i russi per una controffensiva contro i turchi nel nord. Se rimanessimo nel Paese», ha aggiunto, «rimarremmo intrappolati tra due forze armate che avanzano, una situazione insostenibile». Esper ha quindi raccontato di aver parlato con Trump la scorsa notte e con tutti i membri del consiglio per la sicurezza nazionale, un incontro alla fine del quale il presidente ha dato l’ordine del ritiro.

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La tensione tra Usa e Turchia dopo le prime fasi dell’offensiva in Siria

Duro scambio a distanza tra Washington e Ankara dopo il bombardamento turco delle posizioni americane. E Trump tuona: «Pronti alle sanzioni».

I turchi sapevano della presenza americana nel nord est della Siria quando hanno sparato colpi di artiglieria. E l’attacco potrebbe essere stato voluto. Lo hanno riferito al Washington Post alcuni funzionari americani, sollevando l’ipotesi che la Turchia abbia volontariamente bombardato vicino all’avamposto americano con il probabile obiettivo di allontanare le truppe statunitensi dal confine. Brett McGurk, l’ex inviato speciale di Barack Obama e Donald Trump nella campagna contro l’Isis, ha ribadito che secondo lui l’attacco turco «non è stato un errore».

LA TURCHIA CONOSCEVA LA POSIZIONE DELLE BASI

«La Turchia», ha aggiunto McGurk, «ci vuole lontano dalla regione del confine. Sulla base dei fatti disponibili, i colpi sparati erano un avvertimento a una postazione nota, non colpi sparati inavvertitamente». Quanto accaduto con i colpi turchi vicino alla postazione americana è ben più serio di quanto finora trapelato, riporta ancora il Post. Gli Stati Uniti hanno comunicato nel dettaglio alla Turchia dove si trovano le truppe americane.

ANCHE TRUMP ALZA LA VOCE CON ANKARA

Il raid contro le forze Usa e gli sviluppi delle ultime ore sul terreno hanno convinto Trump ha cambiare la sua inerzia contro Ankara: «Ho detto chiaramente alla Turchia che se non manterranno gli impegni, inclusa la tutela delle minoranze religiose, imporremo sanzioni molti dure», ha affermato il presidente americano, sottolineando però che le truppe Usa non possono restare in Siria per altri 15 anni «controllando il confine con la Turchia quando non riusciamo a controllare il nostro». Trump precisa che la sua amministrazione difende i cristiani e le minoranze religiose in Iraq e in tutto il mondo.

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Siria, nuovi raid turchi nel Nord del Paese

Quarto giorno consecutivo di scontri. Per il governo di Ankara 415 terroristi, tutti appartenenti al Ypg, sono stati neutralizzati. E i combattimenti proseguono lungo il confine.

Continua, per il quarto giorno consecutivo, il tentativo d’avanzata della Turchia nel Nord della Siria. L’esercito di Ankara sta utilizzando bombardamenti aerei e artiglieria pesante per assestare un duro colpo, secondo quanto sostiene il ministero della Difesa turco, alle forze ribelli e terroriste ancora presenti nel Paese.

LEGGI ANCHE: Siria, perché il caos dell’invasione turca riapre la guerra permanente

Secondo quanto riportato da fonti del governo turco in quattro giorni di combattimenti già «415 terroristi sono stati neutralizzati» nel corso dell’Operazione fonte di pace. Si tratterebbe di miliziani delle Ypg, le Unità di protezione del popolo curdo che Ankara considera al pari dell’Isis. Con il termine «neutralizzati» la Turchia ha sottolineato che si parla sia di miliziani uccisi che catturati.

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