Cosa succede se si rompe il patto tra Russia e Turchia

Gli ultimi sviluppi in Siria mettono a rischio l'alleanza ad hoc tra Mosca e Ankara. Gli interessi in gioco sono molti. Né Putin né Erdogan vogliono che la situazione precipiti. Ma non è detto che riescano a evitarlo.

Russia e Turchia non vogliono uno scontro militare diretto in Siria, ma né a Mosca né ad Ankara ci sono segnali della volontà di fare i passi indietro necessari per disinnescare le tensioni attuali e prevenirne di future. Il rischio di incidenti irreparabili sul fronte di Idlib resta alto, e nei prossimi mesi potrebbe aumentare ancora. Dal vertice di giovedì 5 marzo fra Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan con ogni probabilità uscirà un accordo solo temporaneo. 

UN VERTICE «NON RISOLUTIVO»

«I due presidenti troveranno un’intesa per salvare la faccia, ma non sarà risolutiva: reggerà tutt’al più qualche settimana», dice a Lettera43 l’esperto moscovita di relazioni russo-turche Kerim Has. «Si deciderà di ricostituire le zone demilitarizzate già individuate nella conferenza di Sochi del 2018, ma non ci sarà un reale ritiro turco, né l’offensiva dell’alleato di Mosca si arresterà: Erdogan ha precisi motivi per fomentare la crisi, Assad è troppo vicino alla vittoria per fermarsi». E sull’intenzione del Cremlino di continuare ad appoggiare la spallata del dittatore di Damasco contro i ribelli anti-regime sostenuti dalla Turchia ci sono pochi dubbi. «La nostra posizione non è cambiata», ha detto il portavoce di Putin, Dmitri Peskov.

Una guerra russo-turca sarebbe troppo distruttiva per entrambi i contendenti

Fyodor Lukyanov, Vedemosti

Dopo che le forze turche presenti nella Siria nord-occidentale hanno abbattuto almeno due caccia-bombardieri siriani e colpito un aeroporto militare, il ministero della difesa russo ha avvertito che i velivoli di Ankara in azione sulla regione potrebbero diventare un bersaglio: suona come una minaccia, e parecchio realistica – dato che proviene da chi ha il completo controllo dello spazio aereo. Intanto, due fregate munite di missili da crociera Kalibr hanno attraversato il Bosforo seguite da una nave trasporto truppe, e si stanno avvicinando alle coste siriane, dove è già presente un’altra fregata: «Un segnale potente per far capire alla Turchia che è andata troppo oltre», ha commentato su Twitter Dmitri Trenin, uno dei più ascoltati analisti della politica estera di Mosca. 

«Una guerra russo-turca è fuori questione: sarebbe troppo distruttiva per entrambi i contendenti», ha scritto sul quotidiano Vedemosti Fyodor Lukyanov, direttore della rivista Russia in Global Affairs e membro del Consiglio russo per gli affari internazionali, emanazione del Cremlino. La convinzione dell’impossibilità di uno scontro diretto, però, ha fatto sottostimare a Mosca la determinazione di Ankara a perseguire i propri scopi ad ogni costo, a Idlib. Erdogan non vuole e non può lasciare la maggior parte della enclave a Bashar al-Assad, perché significherebbe riconoscere il fallimento di tutta la sua politica estera recente. Inoltre, nota Kerim Has, «il presidente turco ha bisogno di questa avventura militare per sopravvivere politicamente: il sostegno per il suo partito è in declino a causa dell’inasprirsi della crisi economica».

ERDOGAN E QUELL’ERRORE DI VALUTAZIONE

Il sultano deve distrarre i sudditi dai problemi interni e anche per questo combatte contro Assad e vuol continuare a farlo. A sua volta, e per motivi analoghi, Erdogan ha sottostimato la volontà russa di sostenere Assad anche nel caso di guerra aperta – come ormai di fatto è – fra Turchia ed esercito di Damasco. Mosca non vuole e non può permettere che le truppe siriane cedano territori conquistati in mesi di battaglie, perché ciò ridimensionerebbe la sua autorevolezza militare e farebbe pensare che è disposta a rinunciare al principale obiettivo del suo intervento in Siria: la vittoria completa del regime e il monopolio della ricostruzione del Paese. 

UNA STRANA ALLEANZA AD ALTO RISCHIO

Nell’inedita alleanza ad hoc stretta per finalità specifiche tra Russia e Turchia quattro anni fa, finora si è sempre trovato il modo di comporre i dissidi laddove gli obbiettivi divergevano, in nome della massimizzazione dei dividendi quando invece erano convergenti. Più volte all’interno di questa strana coppia dell’arena politica internazionale si è giocato col fuoco – come adesso – e ci si è fatti male a vicenda. Ma ci si è anche fermati prima che potesse accader di peggio, e gli incidenti sono stati constatati e risolti in via almeno apparentemente amichevole. Il meccanismo sembra essersi rotto improvvisamente il 27 febbraio scorso, quando non meno di 33 soldati di Ankara impegnati nella campagna per la riconquista di Idlib sono stati uccisi dagli alleati siriani di Mosca. E lo scenario peggiore è improvvisamente diventato un po’ meno «fuori questione».

Le strade di Idlib.

Il rischio di un conflitto diretto è «inferiore al 50% ma comunque alto», secondo l’analista Has. «Si è raggiunto un livello di tensione che crea moltissimi pericoli sul terreno, non sempre controllabili dalle parti». In particolare, l’abbattimento di un aereo russo, anche per sbaglio, «sarebbe un casus belli che Putin non potrebbe ignorare». Nel novembre del 2015, un F-16 turco colpì un cacciabombardiere Su-24 di Mosca, ed Erdogan fu sostanzialmente “perdonato” dal capo del Cremlino interessato ad “arruolarlo” nella sua battaglia per far tornare la Russia una grande potenza a scapito dell’ “eccezionalismo Usa”. 

LA RUSSIA HA TANTO DA PERDERE…

Nell’alleanza con Erdogan, il Cremlino ha investito più che nelle Olimpiadi invernali di Sochi, paradigma della dispendiosità nell’immaginario dei russi: dalla costruzione del TurkStream (11,4 miliardi di dollari) fino alla fornitura a credito (2,5 miliardi) del sofisticatissimo sistema di difesa anti aerea S-400, passando per la costruzione – ancora in corso – della centrale nucleare di Akkuyu. Il ritorno economico e soprattutto geopolitico di tutti questi investimenti è adesso messo in dubbio dal deteriorarsi della situazione, e potrebbe risultare nullo se si arrivasse al conflitto con la Turchia. Un motivo in più per cercare di evitarlo. Tra gli altri motivi, alcuni sono macroscopici: una guerra comporterebbe la chiusura di Bosforo e Dardanelli alle navi russe, e il probabile coinvolgimento della Nato. Di ragioni per evitare il conflitto e ripristinare buone relazioni, Ankara poi ne ha ancora di più.

… E LA TURCHIA ANCORA DI PIÙ

Prima di tutto, perché combatterebbe una guerra che non può vincere: la supremazia militare di Mosca è indubbia. Ed è altrettanto indubbio il potenziale di ricatto economico del Cremlino: la Turchia dipende dalla Russia per il 37,8% del suo fabbisogno energetico. In termini di bilancia commerciale, importa un dollaro per ogni 15 centesimi di export verso la Russia. Ogni estate, poi, cinque milioni di russi vanno vacanza in Turchia: qualche anno fa, un breve periodo di boicottaggio mise in ginocchio uno dei settori portanti dell’economia turca. Il coltello dalla parte del manico, insomma, ce l’ha Putin, che in precedenti faccia a faccia con Erdogan è riuscito a mediare soluzioni per situazioni delicate, anche se non pericolose come quella attuale. Il problema è che si è sempre trattato di soluzioni ad hoc, limitate nello scopo e nella durata. E in questo caso ogni soluzione temporanea e limitata è messa a rischio da tutte le situazioni incontrollabili e tutti gli incidenti tipici di un teatro bellico così attivo.

Il Cremlino aveva un sogno: allontanare Erdogan dall’Occidente. Per questo l’ex agente del Kgb Putin ha “reclutato” il leader turco

Pavel Felgenhauer, Novaya Gazeta

«Il Cremlino aveva un sogno», ha scritto sul quotidiano liberale moscovita Novaya Gazeta l’analista militare Pavel Felgenhauer: «Allontanare Erdogan dall’Occidente, indebolire la Nato, trasformare la situazione geopolitica in una zona vitale, salvaguardare il Mar Nero. Per questo l’ex agente del Kgb Vladimir Putin ha “reclutato” il leader turco. Quel sogno è andato in fumo in un solo giorno il 27 febbraio scorso, insieme a tutti i miliardi spesi per realizzarlo». L’ immagine è iperbolica ma rende l’idea. In realtà, per adesso si può solo dire che uno degli schemi portanti della politica mediorientale di Putin, quello costruito con cura sul rapporto con Ankara, corre come minimo il rischio di sbriciolarsi.

I LIMITI DELL'”OPPORTUNISMO COSTRUTTIVO” DI MOSCA

Finora la Russia è riuscita a giocare con successo sulle differenze e le intersezioni fra i diversi interessi delle parti in causa nel conflitto siriano. Solo Putin è riuscito a trovare un linguaggio comune con quasi tutti gli attori coinvolti. Ma sta emergendo un limite forte dell’ “opportunismo costruttivo” – come viene definito dagli stessi diplomatici di Mosca – della politica estera russa: fondandosi solamente su soluzioni “situazionali”, non può realisticamente ambire alla stabilità. Quindi non consente strategie di lungo termine, e  comporta rischi molto alti. A rimetterci, sono soprattutto le popolazioni dei teatri di guerra. Che, senza visioni di lungo termine da parte di chi bombarda, sono destinate ad esser composte solo di vittime, o di rifugiati. 

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Le cose da sapere sull’escalation tra Turchia e Russia a Idlib

Missili di Ankara in risposta alla strage di soldati turchi nella roccaforte dei ribelli siriani. Aumentano i profughi in fuga: si rischia la tragedia umanitaria. L'appello della Nato a fermare la «crisi pericolosa».

L’allarme globale per l’epidemia del coronavirus Covid-19 sgombra il campo alla guerra tra Russia e Turchia, in Siria, il confronto più pesante tra potenze che si registri dalle rivolte del 2011 e che non si annuncia finire con una schermaglia. Il conflitto è esploso nella roccaforte dei ribelli di Idlib, a guerra ufficialmente chiusa con la vittoria del regime di Bashar al Assad, che proprio in questi giorni aveva riaperto l’aeroporto di Aleppo una sessantina di chilometri a Nord di Idilb, dove gli scontri a terra non si sono mai spenti e dove in queste settimane si erano intensificati i raid. Nella notte missili turchi hanno colpito le postazioni dell’esercito siriano nelle province settentrionali di Aleppo, Hama e Latakia, in risposta ai raid dei caccia russi e siriani della sera prima che avevano ucciso anche 29 soldati turchi, sul campo nella provincia di Idlib in aiuto ai ribelli

Siria guerra escalation Turchia Russia
Ribelli siriani di Idlib armati dalla Turchia. GETTY.

I RIBELLI E I JIHADISTI CHE CONTROLLANO IDLIB

L’escalation in Medio Oriente oscurata dalla psicosi per il virus è il culmine di un crescendo di scontri anche a terra tra le forze siriane, armate e sostenute dai russi, e quel che resta ormai dei ribelli islamici. Cioè la coalizione di jihadisti di Hayat tahrir al sham (Hts), che include anche il ramo siriano di al Qaeda chiamato in origine al Nusra e vari gruppi salafiti: con la riconquista di territori di Assad, il cartello di estremisti ha ripiegato a Nord asserragliandosi nella ridotta di Idlib, da più di un anno sotto scacco dei jihadisti che hanno imposto agli abitanti la dittatura della sharia. Ufficialmente la Turchia ha dichiarato Hayat tahrir al sham un’organizzazione terroristica, come gli Usa, affermando di armare solo i ribelli moderati islamisti e schierare truppe in loro sostegno per liberare il territorio proprio dagli estremisti islamici. 

I SOSPETTI SUI LEGAMI DEI TURCHI COI JIHADISTI

Ma nei territori delle Hts le forze turche hanno potuto installare avamposti, tenuto conto che anche gli ex di al Nusra e i gruppi salafiti loro alleati combattono contro russi ed esercito siriano. Un’altra commistione è che l’Esercito libero siriano (Fsa) dei ribelli, armato e addestrato in Turchia, ha sempre avuto frange di combattenti migrate tra i jihadisti. Anche in al Nusra che contro l’Isis era coalizzata con la Fsa e che ha più volte ha preso il sopravvento sugli islamisti moderati, arrivando a dettare loro la linea. Come sull’Isis in Iraq, in Siria la Turchia resta ambigua su al Qaeda. Al contrario la posizione della Russia e del regime alleato di Assad è chiarissima: tutti gli insorti sono estremisti islamici da sradicare. Il compromesso sui ribelli nel Nord trovato da Vladimir Putin con Assad e l’omologo turco Recep Tayyip Erdogan ai negoziati di Astana è saltato.

Siria guerra escalation Turchia Russia
Siria, i raid sulla provincia di Idlib. GETTY.

PUTIN  BOMBARDA GLI OSPEDALI

A gennaio l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) contava una cinquantina di strutture sanitarie chiuse a Idlib, a causa delle bombe dell’aviazione russa e siriana, cadute anche sugli ospedali, che hanno innescato un esodo di centinaia di migliaia di profughi, tra loro oltre 6.500 bambini al giorno. A febbraio la situazione si è aggravata, fino al climax tra il 27 e il 28: nella rappresaglia all’offensiva russo-siriana su Idlib, l’esercito turco, ha comunicato da Ankara il ministero della Difesa, avrebbe «neutralizzato 329 soldati del regime», tra gli uccisi (16) e i feriti, «e colpito più di 200 obiettivi nemici», tra i quali  «5 elicotteri, 23 tank, 10 mezzi armati e numerosi depositi e armi delle forze governative». I toni sono esasperati: il portavoce di Erdogan ha dichiarato Assad «capo dello Stato terrorista» e «criminale di guerra».

NATO ESORTA A DE-ESCALATION

Il Cremlino ha fatto sfilare due fregate lanciamissili «dagli stretti del Bosforo e del Dardanelli», mandate di rinforzo alla «task force della marina russa di stanza permanente nel Mediterraneo» Ufficialmente, Mosca nega che i caccia russi – da sempre di sostegno nei raid all’aviazione sguarnita di Assad – fossero impegnati nell’area della strage dei militari turchi, ribadendo tuttavia che questi si trovavano «tra le formazioni dei terroristi». Riunita nel Consiglio Nord Atlantico, la Nato ha dato «piena solidarietà alla Turchia» e chiede una «de-escalation della situazione pericolosa». Dall’1 dicembre 2019 le Nazioni Unite contano quasi 1 milione di sfollati (948 mila) dalla regione di Idlib, 569 mila dei quali bambini e quasi 200 mila donne: insieme, oltre 80% delle persone in fuga. Mentre il mondo è distratto dal Covid-19, Turchia e Russia si prendono la Siria.


Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Caos Siria, strage di soldati turchi. Ankara apre le frontiere ai profughi diretti in Europa


Almeno 33 soldati turchi sono stati uccisi nella notte in un raid dell’aviazione siriana nella provincia di Idlib. Immediata la reazione di Ankara: 16 vittime tra i militari siriani in un attacco ad un convoglio. Convocata riunione d’urgenza della Nato. Intanto la Turchia ha aperto i propri confini ai profughi diretti in Europa.
Continua a leggere

Alla mia piccola Sama è un film potente come le bombe su Aleppo

Il documentario della regista Waad al-Kateab racconta la scelta di restare in Siria e di fare una figlia. Nonostante la repressione del regime, gli attacchi agli ospedali, la distruzione e la disperazione. Una testimonianza dura, straziante e che suscita emozioni sincere. La recensione.

Alla mia piccola Sama, documentario nominato agli Oscar e vincitore ai British Academy Film Awards (Bafta), è la lettera d’amore realizzata dalla regista Waad al-Kateab nei confronti della figlia e della città di Aleppo, raccontata in italiano dalla voce di Jasmine Trinca.

ASSEDIO NEL 2016 ANCHE CONTRO GLI OSPEDALI

Il progetto mostra la scelta della giovane protagonista di rimanere in Siria durante la repressione del regime e gli attacchi che colpirono persino gli ospedali durante l’assedio avvenuto nel 2016.

UN AMICO MEDICO CON CUI NASCE L’AMORE

Sul grande schermo si assiste così alla scelta di restare ad Aleppo di Waad e del suo amico medico Hamza, con cui nasce successivamente l’amore. La coppia, nonostante la tragedia che li circonda, si sposa e ha una figlia, Sama, dovendo però prendere delle decisioni difficili e apprezzando le piccole cose come una nevicata inaspettata o i momenti di leggerezza vissuti con gli amici.

La regista con il marito medico e la figlia.

IMMAGINI STRAZIANTI DI MORTE

Il film colpisce per la capacità di aver trovato un ottimo equilibrio tra le emozioni sincere suscitate dalla bellezza di chi lotta per la vita e la durezza e le immagini strazianti dei corpi, del sangue, delle case che vanno in mille pezzi e di madri e ragazzini straziati dalla perdita di figli, fratelli, parenti e amici a causa dei bombardamenti e delle sparatorie.

MOMENTI DI DEBOLEZZA E FRUSTRAZIONE

La progressiva distruzione di Aleppo che non risparmia nessuno, nemmeno gli ospedali, viene raccontata in modo onesto tramite lo sguardo e la voce di Waada che non esita a rivelare i momenti di debolezza e i ripensamenti, fino a seguire la disperazione causata dalla consapevolezza che sia necessario abbandonare Aleppo, situazione che fa emergere la frustrazione e ulteriori timori dopo tutti i sacrifici compiuti per rimanere a dare aiuto e speranza alla propria comunità. Alla mia piccola Sama diventa così una testimonianza necessaria ed emotivamente coinvolgente, grazie all’ottimo lavoro compiuto da Edward Watts al montaggio.

Immagini della distruzione ad Aleppo.

ALLA MIA PICCOLA SAMA IN PILLOLE

LA SCENA MEMORABILE

Un parto cesareo di emergenza lascia tutti i presenti con il fiato sospeso.

LA FRASE CULT

«Sama, potrai mai perdonarmi?».

TI PIACERÀ SE

Ami i film che affrontano la realtà.

DEVI EVITARLO SE

Sei particolarmente sensibile alle scene di violenza e morte.

CON CHI VEDERLO

Assieme a chi vuole capire meglio una drammatica pagina della storia contemporanea.

Regia: Waad Al-Khateab, Edward Watts; genere: documentario (Regno Unito, 2019).

1. CINQUE ANNI DI GIRATO: 500 ORE RIDOTTE IN 95 MINUTI

Waad al-Kateab ha raccontato che molti spettatori, dopo aver visto il documentario, sono convinti di conoscere bene lei e la sua famiglia, ma di non provare la sensazione di aver condiviso troppo della sua vita privata. La regista ha infatti sottolineato di aver girato in cinque anni circa 500 ore di materiale, ridotto in soli 95 minuti. Waad ha però espresso la sua soddisfazione per la reazione delle persone messe di fronte al racconto di quanto le è accaduto perché Alla mia piccola Sama permette di avvicinarsi ai motivi per cui molte famiglie avevano deciso di rimanere ad Aleppo e gettare le basi per il proprio futuro nonostante una situazione molto precaria e drammatica.

Un momento delle riprese di Waad al-Kateab.

2. L’ASILO NEL REGNO UNITO: DIFFICOLTÀ CON LA SECONDA FIGLIA

La regista e suo marito Hamza, dopo aver lasciato la Siria, hanno trascorso del tempo in Turchia, dove è nata la seconda figlia Taima. Grazie al suo lavoro per Channel 4 nel maggio del 2018 è arrivata a Londra, dove ha chiesto asilo. Anche in quel caso Waada ha dovuto fare una scelta difficile: la piccola Taima non aveva dei documenti validi e, senza l’aiuto dell’ambasciata siriana, non ha potuto andare con i genitori e la sorella. Dopo aver ottenuto l’asilo nel Regno Unito la famiglia è riuscita a ricongiungersi con la bambina a distanza di cinque mesi dall’ultima volta che avevano potuto abbracciarla.

Waad al-Kateab felice per le piccole cose, come una nevicata siriana.

3. UN AIUTO ALL’ONU: MATERIALE PER LE INDAGINI SUI CRIMINI SIRIANI

Il materiale girato dalla regista nei cinque anni prima di lasciare Aleppo è stato consegnato ai responsabili delle Nazioni unite che indagano su potenziali crimini di guerra. Le immagini dei bombardamenti e degli attacchi con vittime civili potrebbero quindi contribuire a dimostrare la responsabilità dei vertici siriani e russi nella morte di persone innocenti e nelle violazioni dei diritti umani.

alla mia piccola sama foto
La piccola Sama con il padre e una squadra di medici.

4. DEFINIZIONE RESPINTA DALLA REGISTA: GUERRA SÌ, MA NON «CIVILE»

Waad al-Kateab e suo marito Hamza hanno voluto chiarire in più occasioni che non considerano la situazione della Siria come una «guerra civile» per vari motivi che comprendono il fatto che gli scontri sono nati contro un regime autoritario senza alcuna differenza etnica, razziale e sociale. Successivamente sono intervenute nella complessa situazione anche forze iraniane, turche, americane e internazionali che hanno agito sul territorio siriano. La regista ha quindi invitato i giornalisti e le persone che intervengono per parlare del film di definire quanto accaduto come «un conflitto, una lotta, una guerra» senza aggiungere il termine «civile».

La protagonista per le strade della città siriana.

5. MESSAGGIO SUL RED CARPET: UNA FAMOSA POESIA ARABA

Sul red carpet degli Oscar la regista Waad al-Kateab ha portato avanti il suo messaggio indossando un elegante abito che riportava in rosa la frase di una famosa poesia araba: “Abbiamo osato sognare e non rimpiangiamo di aver chiesto la nostra dignità”.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Iman, la neonata morta di freddo in un campo profughi in Siria


Iman Mahmoud Laila aveva solo un anno e mezzo. È morta di freddo in un campo profughi nel nord-ovest della Siria. Il padre ha camminato per diverse ore prima di raggiungere l’ospedale di Afrin, ma ormai per la piccola era troppo tardi. Anche Abdul, nato da poche settimane, non è sopravvissuto alle gelide temperature. E un’intera famiglia è morta intossicata dal fumo di una stufa accesa per riscaldarsi dentro la loro tenda. Sono le tragiche storie della catastrofe umanitaria in Siria.
Continua a leggere

Breve bilancio di 10 anni di guerra civile in Siria

Oltre 400 mila vittime, di cui molti civili, e 13 milioni di sfollati. Un massacro che sembra destinato a peggiorare mentre l'Europa resta paralizzata nella sua pavidità.

La Siria sta entrando nel decimo anno di una guerra civile brutalmente scatenata dalle forze militari del regime di Bashar al Assad per stroncare un’opposizione che chiedeva, a mani nude, solo riforme (siamo nel 2011). Scontro che si è inesorabilmente trasformato in una vera e propria guerra civile avvelenatasi nel tempo con l’inserimento nel conflitto di un consistente afflusso di milizie esterne, in larga misura estremiste, protese a far crollare Damasco. Si ricorderanno al riguardo le incertezze dell’amministrazione Obama (la mancata “punizione” per uso del gas) e la contemporanea politica di contrasto a Bashar al Assad condotta dalla Turchia anche attraverso il sostegno alle milizie estremiste. Poi l’intervento militare russo a rinforzo di quello iraniano, che ha ridato ossigeno al regime e l’inversione di rotta a suo favore.

E ciò grazie anche alla priorità assegnata alla lotta al terrorismo, in primis dell’Isis, portata avanti sia dal fronte del regime col sostegno di Mosca e di Teheran, sia dal fronte avverso capitanato dagli Usa e dalla Sdf (coalizione curdo-araba). Poi il disinvolto avvicinamento della Turchia alla Russia e all’Iran pur nella costante avversione a Damasco, che ha propiziato l’inaugurazione delle zone di de-escalation, una sorta di spartizione del Paese in aree di influenza sottostante al recupero del controllo del territorio da parte di Bashar al Assad. Poi la trista vicenda del dichiarato disimpegno statunitense nella Siria a Est dell’Eufrate (sulla pelle dei curdi ma non sulle aree ricche di risorse energetiche e non sulle postazioni riconducibili a Teheran affidate alle cure degli attacchi dell’alleato israeliano).

Ciò in omaggio alle «istanze di sicurezza» fatte militarmente valere da lungo il confine turco-siriano, destinato fatalmente a fare i conti con la legittima rivendicazione sovrana di Bashar al Assad. Rivendicazione che riguarda anche l’area di Idlib nel Nord-Ovest del Paese, l’ultimo baluardo degli oppositori siriani e degli estremisti, che Ankara vuole contrastare in ogni modo per il timore del massiccio esodo che si produrrebbe (e già avviene) verso la Turchia che già “ospita” oltre 3 milioni di rifugiati siriani. Timore che aveva portato da ultimo (settembre 2019) ad un accordo di de-escalation turco-russo mai pienamente rispettato e ora entrato definitivamente in crisi con l’offensiva di Damasco sostenuta dall’aviazione russa.

NÉ SIRIA NÉ TURCHIA SONO DISPOSTE A CEDERE

Si è trattato di una lunga marcia di riconquista che ha provocato oltre 300 mila vittime civili e l’esodo di poco meno di 600 mila fuggiaschi. Resisterebbero ancora diverse decine di migliaia di oppositori, estremisti tra i più radicalizzati, che rischiano seriamente di essere il bersaglio del massacro, già iniziato, paventato dalle Nazioni Unite assieme agli abitanti dell’area. Russi e turchi, in mezzo le forze armate di Damasco, si rimpallano da settimane le responsabilità della deriva conflittuale in cui sta precipitando quest’area e delle vittime riscontrate tra i rispettivi contingenti. E ora si è arrivati alla stretta finale con la riconquista da parte del regime di Bashar al Assad del controllo dell’autostrada M5, un’arteria di alto valore strategico che collega Aleppo a (un tempo il polmone economico della Siria) a Damasco e poi a Sud fino alla frontiera con la Giordania.

Un convoglio militare turchio viaggia verso Idlib.

Conquista che non può non incoraggiare adesso il regime siriano a completare l’opera “liberando” la restante zona di Idlib dagli estremisti, un popolo di diverse decine di migliaia di combattenti. Il problema è che neppure la Turchia è disposta a cedere dopo aver tanto investito nell’area in uomini e attrezzature – tra l’altro mettendo a punto ben 11 postazioni militari – a protezione degli oppositori a Bashar e dei suoi confini e in un momento in cui la popolazione turca sta dando segnali di insofferenza per la presenza dei già citati 3 milioni di rifugiati siriani. Si dirà che in questo modo Erdogan rischia di entrare in rotta di collisione con l’alleata Russia di Putin. In realtà vi è già entrata anche se dall’una e dall’altra parte si cercano versioni di comodo per non ammetterlo mentre si stanno valutando possibilità e modalità di superamento dell’attuale situazione sul campo senza peraltro trovarle.

INTANTO LE VITTIME SALGONO A OLTRE 400 MILA, 13 MILIONI GLI SFOLLATI

A Mosca interessa conservare buoni rapporti con Ankara per solidi interessi economici (risorse energetiche) politici (indebolire il vincolo con la Nato) e di confine. Ma non è detto che sia disposta ad apparire oltre che ad essere perdente con ciò che ne deriverebbe sul suo ruolo di sponsor primario di Damasco oltre che di ineludibile punto di riferimento nelle dinamiche dell’intero Medio Oriente. Tanto più alla luce di quando sta avvenendo in Libia dove pure si sta manifestando un concreto rischio di collisione.

Per ora ciò che più rileva è la preoccupazione per la devastante situazione umanitaria

Le ipotesi che si fanno sono diverse: tra chi sostiene che Erdogan abbia dalla sua parte i tempi medio-lunghi e chi pensa che alla fine sarà costretto a trovare un modo per salvare la faccia pur perdendo. Per ora ciò che più rileva è la preoccupazione per la devastante situazione umanitaria, «una catastrofe senza precedenti» secondo quanto affermato dalle Nazioni Unite per questa Siria straziata da un decennio di guerra, di morte e di distruzione – oltre 400 mila vittime in totale e 13 milioni di sfollati) – di cui si deve sottolineare con forza la fondamentale responsabilità del regime di Bashar al Assad e dei suoi sponsor. Responsabilità che ora vede in primo piano la pericolosa spregiudicatezza ottomana di Erdogan di fronte alla quale l’Europa sembra paralizzata dalla pavidità.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Guerra Siria, scontri tra forze siriane e turche a Idlib

Raid di Damasco contro le truppe di Ankara. Almeno sei morti tra i soldati. E Ergodan avvisa la Russia: non si opponga alla nostra rappresaglia militare.

Violento scambio di artiglieria nella provincia siriana di Idlib: almeno sei soldati dell’esercito turco sono caduti sotto le cannonate delle forze del regime di Damasco. Nella quasi immediata risposta turca sono morti almeno 30-35 soldati siriani, secondo quanto comunicato alla stampa dallo stesso presidente turco, Recep Tayyip Erdogan.

ANKARA MINACCIA MOSCA: NON SI OPPONGA

Erdogan, ha ammonito la Russia a non opporsi alla rappresaglia militare turca. «Voglio dire alle autorità russe che il nostro bersaglio non siete voi, ma il regime. Non opponetevi», ha detto il presidente. «La Turchia ha risposto e continua a rispondere a questo attacco con forza. Non possiamo restare in silenzio mentre i nostri soldati vengono uccisi. Continueremo a chiederne conto», ha detto Erdogan, parlando alla stampa prima di imbarcarsi per Kiev, dove il 3 febbraio partecipa all’Alto consiglio strategico tra Turchia e Ucraina. La risposta delle forze armate è stata compiuta dall’artiglieria e da caccia F-16, prendendo di mira circa 40 postazioni del regime di Bashar al Assad indicate dai servizi segreti. “Quelli che mettono alla prova la determinazione della Turchia con questo genere di attacchi capiranno di aver commesso un grave errore. Il nostro Paese è determinato a proseguire le operazioni per garantire la sicurezza del nostro popolo e dei nostri fratelli siriani a Idlib», ha aggiunto il leader di Ankara, facendo riferimento alle decine di migliaia di sfollati che da settimane premono sulla frontiera turca a seguito dei raid di Damasco e Mosca sulla roccaforte ribelle.

LA RUSSIA: «LA TURCHIA NON CI AVEVA AVVISATO»

I militari turchi sono finiti sotto il fuoco delle truppe siriane perché non hanno avvertito la Russia dei loro movimenti nella regione di Idlib, è stata la secca replica del ministero della Difesa russo, ripreso dalla Tass. «Le unità turche», ha affermato il ministero, «sono state spostate all’interno della zona di de-escalation di Idlib nella notte tra il 2 e il 3 febbraio senza avvertire la parte russa e sono finite sotto il fuoco aperto dai governativi contro i terroristi a ovest di Serakab». Il portavoce di Putin, Dmitri Peskov ha spiegato che la Russia resta «preoccupata» dagli attacchi dei miliziani nella regione siriana di Idlib, aggiungendo che «le forze armate russe e quelle turche sono in contatto permanente».

SUPERATI I 690 MILA SFOLLATI

Muhammad Hallaj, direttore del Coordinamento per la risposta alle operazioni in Siria, organizzazione vicina alla Turchia, ha datto sapere che sono 151 mila i civili sfollati da Idlib nell’ultima settimana e diretti verso la frontiera turca a seguito dei raid del regime siriano e della Russia contro la roccaforte ribelle nel nord-ovest della Siria. Da inizio novembre, quando è ripresa l’offensiva governativa, gli sfollati sono in tutto 692 mila, secondo la stessa fonte. Nei giorni scorsi Ankara aveva intensificato le sue denunce di violazioni della tregua nella zona di de-escalation, concordata da Erdogan, con l’omologo russo, Vladimir Putin.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Apocalisse Siria, case sbriciolate, veicoli in fiamme e cadaveri ovunque per le strade di Idlib


Ad Idlib le truppe di Assad e l’aviazione russa hanno scatenato l’inferno. Almeno 20 civili hanno perso la vita nei bombardamenti su diverse città della provincia nord-occidentale della Siria. Colpito in un raid aereo anche l’ospedale di Ariha. L’offensiva dell’esercito governativo è inarrestabile nonostante gli appelli delle Nazioni Unite a fermare i combattimenti.
Continua a leggere

Siria, fuga dall’inferno, decine di migliaia di civili via da Idlib: grave crisi umanitaria


Nel nord-ovest della Siria la situazione umanitaria è sempre più drammatica. Maarat al-Numan è ormai una città fantasma ed è imminente l’entrata dell’esercito governativo. Anche ad Ariha e Saraqib gli abitanti stanno scappando in massa. Intanto i civili continuano a morire: dal 12 gennaio hanno perso la vita 87 civili, tra cui 33 bambini e 11 donne. Unione Europea e Stati Uniti condannano gli attacchi indiscriminati e chiedono di fermare la violenza.
Continua a leggere

In Siria è ripreso l’esodo da Idlib: 39 mila civili in fuga

Nuova ondata di profughi verso la frontiera turca nel Nord-Ovest del Paese dopo i nuovi raid del regime di Assad e dell'aviazione russa.

Altri 39 mila civili sono fuggiti nelle ultime 24 ore verso la frontiera turca da Idlib a seguito di nuovi raid del regime di Bashar al Assad e della Russia sull’ultima roccaforte ribelle nel nord-ovest della Siria. Lo riferisce il direttore della squadra di Coordinamento per la risposta alle operazioni in Siria, Muhammad Hallaj, citato da Anadolu.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Siria, strage al mercato di Idlib: 21 civili massacrati, ci sono anche donne e bambini


I corpi dilaniati dei venditori di un mercato a Idlib. Un ragazzino con la faccia completamente annerita. Lo sguardo incredulo, attraversato dalle lacrime, di un bambino nell'auto che lo trasporta in ospedale. Sono le dolorose immagini dell’ennesimo massacro accaduto in Siria, dove la tregua non è durata neppure 4 giorni. Raid aerei russi e governativi hanno colpito diverse città della provincia nord-occidentale: 21 morti tra i civili, quasi un centinaio di feriti. Non si ferma l’esodo: 350mila in fuga dalle ostilità.
Continua a leggere

Chi è Erdogan, il “Sultano” di Ankara che ha invaso la Siria e guarda alla Libia


Venditore di focacce da bambino, ex calciatore, politico islamico nella Turchia laica. Erdogan è un leader polemico, criticato per i suoi modi autoritari. Sindaco di Istanbul, tre volte primo ministro e infine presidente della repubblica con pieni poteri. Sopravvissuto al colpo di Stato del 2016, da 30 anni è protagonista della scena politica. Ecco chi il “Sultano” di Ankara che ha invaso il nord-est della Siria ed esteso la sfera di influenza turca in Libia.
Continua a leggere

Le mosse della Russia alla luce della crisi tra Usa e Iran

Putin è volato a sorpresa in Siria per incontrare Assad. Un vertice di sicurezza prima dell'incontro ad Ankara con Erdogan. Così Mosca tenta di puntellare il Medio Oriente dopo la morte di Soleimani.

Nel pieno della crisi che ha investito il Medio Oriente dopo l’eliminazione da parte degli Usa del generale Qassem Soleimani, il presidente russo Vladimir Putin, a sorpresa, si produce in una sortita in Siria, dove ha incontrato il rais Bashar al-Assad. Un fuori programma che si è saldato con la visita prevista per l’8 gennaio a Istanbul – in agenda invece da tempo per tenere a battesimo il gasdotto TurkStream insieme al collega turco Recep Tayyip Erdogan – e che andrà ad aumentare il profilo di mediatore costruito sapientemente dallo zar nel corso dell’ultimo anno.

SUL TAVOLO LIBIA, SIRIA E QUESTIONE ENERGETICA

Il tema del gas, infatti, a questo punto resterà sullo sfondo e per forza di cose la geopolitica prenderà il sopravvento (benché lo scatto in avanti d’Israele, Cipro e Grecia per realizzare il condotto Eastmed, inviso alla Turchia e di certo non gradito da Mosca, va ad aggiungersi al delicato gioco di alleanze in corso nel Mediterraneo orientale). Putin ed Erdogan faranno così il punto della situazione e il Cremlino ha fatto sapere che a Istanbul «si discuterà dell’ulteriore sviluppo della cooperazione russo-turca e di temi internazionali rilevanti, inclusa la situazione in Siria e in Libia».

ANKARA E MOSCA SUI DUE FRONTI LIBICI

La Libia d’altra parte sembra essere il nodo più spinoso sul tavolo, dato che Mosca – pur sostenendo di aver sempre mantenuto rapporti equidistanti fra le parti – ha sostenuto Haftar, c’è chi dice con uomini e mezzi, mentre Ankara si appresta a inviare truppe per spalleggiare il governo di Tripoli. Insomma, se in Siria Putin ed Erdogan hanno trovato un accordo, in Libia rischiano di trovarsi su fronti contrapposti. La crisi siriana, poi, è tutt’altro che faccenda conclusa.

I RISCHI DEL CAOS IRANIANO SULLA SIRIA

L’Iran, terzo puntello della triplice alleanza per tenere in sella Assad (e suo alleato più convinto), ora si ritrova sotto tiro e una sua reazione scomposta potrebbe far saltare i difficili equilibri sperimentati sul campo. Putin, che in Siria visiterà non solo Damasco ma anche “altri siti” non meglio precisati, ha voluto sottolineare come nella capitale siriana «si possano notare, ad occhio nudo, segni di vita pacifica in ripresa». Traduzione: non si metta a rischio l’exit-strategy stilata sin qui per rimettere in piedi la Siria.

UN TOUR PER SONDARE GLI ANIMI

Ecco allora che la sortita dello zar appare come un tour a tappe forzate per sondare gli animi da vicino. Dopo Assad ed Erdogan, infatti, Putin vedrà anche Angela Merkel a Mosca l’11 gennaio appositamente invitata per parlare di «Siria, Libia e Ucraina». Altra mossa per mettere il colbacco sulla crisi mediorientale e mostrarsi come leader responsabile che tenta di risolvere i problemi invece di crearli.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Nella Siria in guerra oltre le bombe, la miseria: tre bimbi morti travolti da rifiuti


I corpi senza vita di tre bambini sono stati estratti ieri sotto una montagna di spazzatura. I minori sono morti schiacciati dai rifiuti mentre cercavano qualche oggetto da rivendere per sfamarsi. È accaduto in Siria, nella provincia nord-occidentale di Idlib, da mesi obiettivo dei raid aerei russi e governativi. Ed è orrore a Raqqa, l'ex feudo dell'Isis: 21 pastori sono stati uccisi a sangue freddo. Intanto, secondo l'Onu, gli sfollati a causa delle violenze nel nord-ovest della Siria sono arrivati a 300mila.
Continua a leggere

La Russia ha preso possesso di altre due basi Usa in Siria

Le forze di Mosca sono entrate in due ex avamposti americani nell'area: nella città di Metras e vicino a Kobane. E a Qamishli inizia la costruzione di un'altra base.

Gli elicotteri militari russi sono arrivati in una ex base statunitense vicino alla città siriana di Metras. Lo riportano i filmati trasmessi dal canale televisivo Zvezda del ministero della Difesa russo.

Il filmato mostra i militari russi che sbarcano da elicotteri Mil Mi-8 dopo che diversi mezzi, tra cui anche un Mi-35, sono atterrati. I soldati hanno poi issato la bandiera russa. La polizia militare ha poi fatto sapere di aver preso «sotto la sua protezione» un’altra ex base Usa, nei pressi di Kobane.

«La nostra unità ha preso l’aerodromo e la base sotto la sua protezione», ha dichiarato la polizia militare per quanto riguarda la struttura di Kobane, «e sta pattugliando il perimetro dell’area, sorvegliando le posizioni di tiro». «I genieri stanno verificando la presenza di esplosivi o mine nella struttura: non sappiamo quali trappole e sorprese gli ex proprietari potrebbero essersi lasciati alle spalle», ha affermato un ispettore militare, citato da Interfax.

INIZIATA LA COSTRUZIONE DI UN’ALTRA BASE A QAMISHLI

L’aerodromo era stato precedentemente occupato dalle forze governative siriane. Gli elicotteri dell’esercito russo sono stati poi schierati nella struttura per impedire alle forze statunitensi di danneggiare la pista. Il 14 novembre Mosca aveva annunciato di aver iniziato a costruire una base per elicotteri nell’aeroporto civile nella città di Qamishli, precedentemente usato dalle forze americane.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Tutte le ombre sull’incontro tra Trump e Erdogan

Il voto del Congresso sul genocidio armeno. Le nuove sanzioni per le operazioni in Siria. La richiesta di estradizione di Gulen. Il business delle armi e il riavvicinamento tra Turchia e Russia. I nodi e le incognite della visita del Sultano alla Casa Bianca.

Visita confermata. Il 13 novembre Recep Tayyp Erdogan è pronto a incontrare Donald Trump alla Casa Bianca. Una telefonata tra i due presidenti ha fatto sciogliere le riserve ad Ankara dopo le tensioni scatenate dalla recente mozione del Congresso Usa sul genocidio armeno e dalle nuove sanzioni imposte da Trump. Tutti nodi che evidentemente restano sul tavolo del bilaterale.

Il presidente Usa Donald Trump.

LE TENSIONI PER IL GENOCIDIO ARMENO E LE NUOVE SANZIONI USA

Andiamo per ordine. Ankara, come era prevedibile, non ha gradito il voto del Congresso americano che a larghissima maggioranza ha riconosciuto il genocidio armeno in Turchia, il massacro di almeno 1,5 milioni di armeni sotto l’impero ottomano tra il 1915 e il 1916. Il governo turco si è limitato a definire l’eccidio come «un fatto tragico», ma non ammette la parola «genocidio». «Nella nostra fede il genocidio è assolutamente vietato», ha sottolineato Erdogan. «Consideriamo questa accusa come il più grande insulto al nostro popolo». A complicare la situazione, però, è stata anche una seconda risoluzione dei deputati statunitensi su nuove sanzioni alla Turchia per l’operazione militare nel Nord della Siria. A cui va aggiunta la recente incriminazione da parte degli States di Halkbank, la seconda banca statale turca accusata di aver aver aiutato l’Iran a violare le sanzioni economiche.

Fetullah Gulen.

LA RICHIESTA DI ESTRADIZIONE DI GULEN

Altro tema caldo tra Ankara e Washington è la richiesta di estradizione di Fethullah Gulen. Il magnate ed ex imam residente in Pennsylvania è considerato dalla Turchia la mente del fallito golpe del 2016. Ankara ha proposto uno scambio di quelli che definisce «terroristi»: Gulen al posto della sorella di Abu Bakr al Baghdadi, l’ex Califfo del sedicente Stato islamico, catturata dai turchi (arresto al quale è seguito anche quello della moglie dell’ex leader di Daesh). «Gulen è importante per la Turchia quanto al Baghdadi lo era per gli Stati Uniti», ha ribadito Erdogan. Finora da Washington è arrivato un secco no, che però potrebbe ammorbidirsi alla luce degli interessi economici e militari americani. 

IL NODO SIRIANO E LA VISITA DELL’EX COMANDANTE DEL PKK

I rapporti tra Usa e Siria rappresentano un altro motivo di tensione. Erdogan, infatti, aveva chiesto di cancellare un’altra visita programmata alla Casa Bianca: quella del capo delle Syrian Democratic Forces Ferdi Abdi Sahin, ex comandante del Pkk che sia la Turchia che gli Usa hanno riconosciuto come organizzazione terroristica. La Casa Bianca non ha smentito l’incontro, scatenando la reazione del governo turco: gli Usa «sanno che razza di terrorista sia, di quali razza di atrocità si sia reso responsabile in passato», hanno dichiarato alcune fonti vicine al presidente Erdogan citate da Middle East Eye. «Sanno che caos si scatenerebbe se il Congresso trattasse da eroe uno che difende l’Isis». 

siria-turchia-erdogan-putin
Erdogan e Putin.

IL BRACCIO DI FERRO CON MOSCA

Infine a preoccupare Washington è anche il riavvicinamento tra Turchia e Russia. Mosca si è detta pronta a vendere il proprio sistema di difesa anti missilistico S-400 e la prima reazione statunitense è stata l’interruzione della fornitura di F35, non senza conseguenze economiche e strategiche dal momento che la Turchia rappresenta il secondo esercito in termini numerici della Nato. A pochi giorni dall’incontro tra Trump e Erdogan, inoltre, il ministro della Difesa turco, Hulusi Akar, ha confermato una esercitazione congiunta in Russia proprio sul sistema missilistico S-400, spiegando che per la Turchia è necessario difendersi da una doppia minaccia terroristica: l’Isis e i curdi. L’ennesima ombra sull’incontro tra il tycoon e il Sultano.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Siria, la Turchia convoca l’ambasciatore francese per il sostegno ai curdi

Il parlamento di Parigi ha votato una risoluzione che conferma l'appoggio alle "Forze democratiche siriane". Intanto Ankara rivendica l'uccisione di 18 soldati dell'esercito di Bashar al Assad.

Il ministero degli Esteri turco ha convocato il 31 ottobre l’ambasciatore francese ad Ankara per protestare contro il sostegno alle milizie curde in Siria e la condanna dell’operazione militare turca, espressi in una risoluzione approvata dal Parlamento di Parigi. Il ministero degli Esteri turco ha fatto sapere che la Turchia condanna «fermamente» la risoluzione approvata dal Parlamento francese che critica la sua operazione militare contro le milizie curde nel Nord-Est della Siria. Il testo non vincolante approvato dall’Assemblea nazionale di Parigi riafferma «il sostegno alle Forze democratiche siriane» (Sdf) a guida curda, che la Turchia considera invece «terroriste».

CATTURATI 18 SOLDATI DI DAMASCO

Intanto il ministero della Difesa di Ankara ha fatto sapere che la Turchia, ha catturato 18 soldati dell’esercito di Damasco nel corso della sua operazione militare contro le milizie curde nel Nord della Siria e sta ora trattando con la Russia sul loro possibile rilascio. Il ministro Hulusi Akar non ha precisato quando né in che circostanze siano stati catturati i soldati siriani. Due dei militari del regime di Bashar al Assad, ha aggiunto Akar, sono feriti. I soldati vengono ora trattenuti a Ras al Ayn, nella zona di sicurezza turca creata nel nord della Siria dopo l’offensiva. Nei giorni scorsi l’Osservatorio siriano per i diritti umani aveva riferito di “violenti scontri” tra le truppe turche e quelle siriane.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La situazione nel Nord della Siria dopo la fine della tregua con la Turchia

Tempo scaduto per il cessate il fuoco concesso da Ankara per permettere ai curdi di ritirarsi. Primi scontri tra le forze turche e l'esercito di Assad.

Il 29 ottobre la tregua di 150 ore concordata da Turchia e Russia per completare il ritiro delle milizie curde nel nord della Siria ad almeno 30 km di distanza dalla frontiera turca è ufficialmente scaduta. In base all’intesa, entro le 18 locali (le 16 in Italia) i combattenti dello Ypg dovranno lasciare tutte le località di confine.

Secondo il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu, fino alla sera del 28 ottobre il ritiro non si era «ancora completato». Se non avvenisse in tempo, Ankara ha minacciato di riprendere la sua offensiva. Alla scadenza del cessate il fuoco è poi previsto l’inizio di pattugliamenti congiunti tra le forze di Turchia e Russia fino a 10 km entro il territorio siriano, a est e ovest della zona di sicurezza tra Tal Abyad e Ras al Ayn, già passata sotto il controllo turco con l’operazione militare Fonte di Pace. Una delegazione militare di Mosca è giunta nelle scorse ore in Turchia per preparare il coordinamento di questi pattugliamenti.

ONG DENUNCIANO SCONTRI TRA FORZE TURCHE E SIRIANE

In giornata l’Osservatorio siriano per i diritti umani ha registrato che «violenti scontri» sono avvenuti tra le forze turche, con le milizie locali loro alleate, e le truppe del regime di Damasco a sud di Ras al Ayn, la città di confine passata sotto il controllo di Ankara. Secondo la Ong con sede a Londra si tratta del primo «confronto diretto tra le due parti» dall’avvio dell’operazione turca.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Trump e la politica estera in Medio Oriente dopo il disimpegno Usa in Siria

Il presidente ha sempre criticato l'interventismo dei Bush e dei Clinton. Una linea vicina a quella del primo Obama. L'analisi.

La crisi siriana ha evidenziato in maniera chiara la strategia di Donald Trump nello scacchiere mediorientale. E la presunta uccisione del leader dell’Isis Abu Bakr al Baghdadi con ogni probabilità non farà che rinforzare la sua narrazione. Nonostante le critiche, il presidente americano ha deciso di mantenere una linea di disimpegno: una linea nettamente ribadita lo scorso mercoledì quando in una conferenza stampa alla Casa Bianca Trump non ha risparmiato bordate alla politica estera interventista condotta dai suoi predecessori. Questa visione non è stata un fulmine a ciel sereno.

DA SEMPRE CONTRO LE STRATEGIE INTERVENTISTE DI BUSH E CLINTON

Si tratta, a ben vedere, di una prospettiva che il tycoon porta coerentemente avanti dai tempi della campagna elettorale del 2016. All’epoca, Trump vinse anche grazie alla promessa di porre un freno alle cosiddette “guerre senza fine” in cui Washington era rimasta impelagata nel corso degli ultimi due decenni. Non a caso, l’allora candidato repubblicano criticò a più riprese le strategie mediorientali proattive e bellicose promosse dai Bush e dai Clinton

Donal Trump è stato criticato per il suo disimpegno in Siria.

LA CONTINUITÀ DI TRUMP CON IL PRIMO OBAMA

In quest’ottica, Trump non ha fatto che rinverdire l’originario messaggio elettorale di Barack Obama nel 2008, quando l’allora senatore dell’Illinois aveva condotto la propria campagna elettorale garantendo un celere ritiro delle truppe americane dal pantano iracheno. Esattamente come Trump oggi, anche Obama ha infatti sempre considerato il Medio Oriente uno scenario insidioso e da evitare. E nonostante non sia sempre riuscito a mantenere fede a questo proposito il presidente democratico ha costantemente cercato di frenare le ambizioni interventiste dell’establishment di Washington.

LEGGI ANCHE:Cosa c’è dietro il piano della Germania per i curdi in Siria

Il caso siriano fu emblematico. Non solo nell’estate del 2013 Obama rifiutò un intervento militare contro Bashar al Assad, attirandosi per questo le critiche del suo stesso segretario di Stato John Kerry, ma nei mesi successivi ribadì a più riprese di non voler inviare soldati americani sul territorio siriano. Solo nell’autunno del 2015 si decise a mandare gradualmente dei militari: una scelta tuttavia presa obtorto collo, tanto che dovette sottolineare come quelle truppe non sarebbero rimaste coinvolte in combattimenti sul campo.

LA PARTITA IN VISTA DELLE PRESIDENZIALI 2020

Insomma, nel 2016, Trump ha di fatto ripreso questa linea di disimpegno e grazie a essa è riuscito a conquistare quote elettorali sempre più restie ad accettare l’interventismo americano in giro per il mondo. D’altronde, il problema delle “guerre senza fine” sta tornando alla ribalta anche nella campagna elettorale in vista delle Presidenziali del 2020. Nonostante gran parte degli attuali candidati alla nomination democratica abbiano duramente criticato il disimpegno trumpiano dalla Siria, va sottolineato come molti di questi (Bernie Sanders, Elizabeth Warren, Pete Buttigieg) abbiano invocato nei mesi scorsi un veloce (ancorché poco dettagliato) ritiro dei soldati statunitensi dal Medio Oriente (a partire dallo scacchiere afghano). La questione potrebbe del resto rivelarsi particolarmente dirimente nella contesa per la conquista del fondamentale voto operaio: un voto che i democratici stanno cercando di sottrarre a Trump e che risulta negli ultimi tempi caratterizzato da profonde istanze di natura isolazionista.

Donald Trump e Vladimir Putin al G20 di Osaka.

LA CARTA RUSSA IN MEDIO ORIENTE

Ciò detto, non è soltanto un ragionamento di carattere elettorale quello che muove Trump in Siria. L’inquilino della Casa Bianca ritiene infatti che il Medio Oriente non sia un’area strategica per gli Stati Uniti. Uno degli obiettivi per cui il presidente americano non ha mai nascosto di lavorare a una distensione nei rapporti con la Russia è costituito dall’intenzione di assecondare i progetti egemonici di Vladimir Putin in Medio Oriente. Solo in questo modo, secondo Trump, sarebbe possibile mantenere la stabilità nell’area, garantendo al contempo a Washington un risparmio delle proprie risorse.

I DUBBI E LE INSICUREZZE DEL PARTITO REPUBBLICANO

Va da sé che una parte dell’establishment americano non veda questa linea di buon occhio. Svariati esponenti dello stesso Partito repubblicano – a partire dal senatore del South Carolina, Lindsey Graham – ritengono che il disimpegno non faccia che rafforzare Mosca a danno degli Stati Uniti. Una critica che, ai suoi tempi, veniva rivolta anche a Obama. Il problema è tuttavia che i falchi di Washington non paiono avere una strategia troppo chiara, soprattutto sul dossier siriano: non è ancora definita la linea che vorrebbero portare avanti in alternativa ai desiderata del presidente. Per mantenere un’influenza geopolitica rilevante, gli Stati Uniti dovrebbero aumentare considerevolmente la propria presenza militare in Siria: una prospettiva che, oltre all’impopolare sforzo bellico, implica anche un progetto di ingegneria istituzionale che rischierebbe di naufragare in un disastro in stile iracheno.

Donald Trump e John Bolton.

Tra l’altro, non è un mistero che Trump nutra da sempre profondissimo scetticismo verso i cambi di regime e i piani di nation building: uno scetticismo che lo ha, per esempio, portato in rotta di collisione con il suo ormai ex consigliere per la Sicurezza nazionale, John Bolton, silurato lo scorso settembre.

TRUMP ALLA RICERCA DI UN COMPROMESSO CON IL GOP

Il presidente ha comunque cercato di trovare un compromesso con le ali più interventiste del Partito repubblicano e, almeno per quanto riguarda la Siria, ha alla fine acconsentito a lasciare sul territorio un numero esiguo di soldati statunitensi. Anche perché l’obiettivo della Casa Bianca in questo frangente non è di natura puramente isolazionista: l’idea è infatti quella di mantenere un coinvolgimento politico e diplomatico nell’area. Un discorso simile vale anche per l’Afghanistan, da cui Trump vorrebbe andarsene definitivamente entro novembre del 2020. Il ritiro sta subendo fortissimi rallentamenti, visti i timori del Pentagono che paventa un rafforzamento del terrorismo.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

I curdi annunciano il ritiro totale dalla safe zone in Siria

Le Sdf hanno informato quelle americane di aver lasciato sgombra la zona cuscinetto reclamata dalla Turchia.

Le forze curdo-siriane si sono ritirate dalla zona di sicurezza nel Nord Est del Paese come richiesto dall’accordo turco-americano. Lo riferiscono media siriani e panarabi che citano fonti militari curde e statunitensi. Le forze curde hanno informato quelle americane di aver ritirato le loro truppe dalla zona frontaliera, affermano le fonti citate dalle tv panarabe Al Jazeera e Al Arabiya.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it