Le paure delle donne in gravidanza amplificate dal coronavirus

Mariti fuori dalle sale parto ed esclusi dal momento delle ecografie. Rischio di contagio in ospedale. Isolamento a casa senza l'aiuto dei familiari. Incognita sulle visite. Come si vive col pancione durante l'epidemia nel racconto di tre future mamme.

In un periodo emergenziale come quello che stiamo vivendo, stress e paure sono diventati nostri coinquilini forzati. Il livello di ansia di ognuno di noi è personale, ma condividiamo le stesse preoccupazioni: temiamo il contagio per noi e per le persone che amiamo, leggiamo continuamente i numeri delle vittime del Covid-19, non possiamo uscire di casa, non possiamo vedere i nostri familiari e amici. Un quadro emotivamente non semplice e che si complica per le donne in gravidanza.

NIENTE IN QUESTE SETTIMANE È SCONTATO

Il momento del parto fa paura: paura del dolore e di qualsiasi eventuale complicanza. Paura di non essere in grado di fare le mamme. Ma poi a prevalere è la felicità: avere i familiari accanto e il non vedere l’ora di abbracciare il proprio piccolo dopo quell’enorme fatica. In queste settimane per le future mamme nemmeno questo è scontato.

NON CI SONO EVIDENZE DI TRASMISSIONE MADRE-FETO

Il presidente della Sin, la Società italiana di neonatologia, Fabio Mosca ha spiegato che «non è ancora chiaro quale sia la frequenza di un’eventuale trasmissione perinatale dell’infezione da coronavirus». Insomma «l’impatto sulla salute potrebbe dipendere più dalla gravità dell’infezione materna e da concomitanti patologie ostetriche piuttosto che dall’infezione da Sars-Cov-2 in sé. Un’eventuale infezione neonatale potrebbe essere il risultato di una trasmissione acquisita per via respiratoria dalla madre nel post partum piuttosto che per via transplacentare o tramite l’allattamento materno». Quindi, non ci sono prove, a oggi, di trasmissione madre-feto.

DALL’ISOLAMENTO FORZATO IN GIÙ, TANTE ANSIE

Ma le donne in gravidanza sono comunque considerate una popolazione a rischio per le infezioni respiratorie virali, come il coronavirus e l’influenza stagionale. E i timori che riguardano le neo mamme, dall’isolamento forzato al timore di non poter avere i mariti o i compagni a fianco al momento del parto, vanno oltre il contagio in sé. Abbiamo chiesto a tre di loro di raccontarcele.

1. YLENIA: «ORMONI, DIABETE E IL VIRUS FUORI, CHE CAOS»

«La gravidanza è un periodo con la sensibilità alle stelle: si piange pure guardando le pubblicità, per via degli ormoni. Pensate a quanto si può essere fragili in questo momento così complicato», mi racconta Ylenia, di Forlì, al settimo mese. Dovrebbe partorire il 13 maggio. «A fine febbraio mi hanno diagnosticato il diabete gestazionale. Essendo quindi in gravidanza con anche una patologia mi sono subito chiusa in casa. Quel weekend mi è venuta una grande angoscia. Che guardando la tivù in continuazione aumentava». Mentre mi spiega, il suo primogenito dorme: «Pensavo anche a cose stupide come “una donna incinta dovrebbe solo pensare a stare serena e a fare shopping per il bambino”». Ylenia non nega che il periodo sia emotivamente difficile: «Mi sono ritrovata in casa per settimane, con mio marito al lavoro, un bimbo piccolo con me, il pancione e una dieta ferrea per via del diabete gestazionale».

Pensare che forse mio marito non potrà essere accanto a me in sala parto, durante il travaglio, mi mette in crisi nera

Le notizie drammatiche delle ultime settimane non aiutano a restare serena: «Mio marito mi ha disinstallato Google news dal cellulare perché lo controllavo sempre. Da allora consulto soltanto il sito del ministero della Salute e abbiamo diminuito i telegiornali. Mi godo i cartoni con mio figlio». Ylenia racconta che la gravidanza è il momento in cui «hai più bisogno di tutti». Sia psicologicamente sia fisicamente: «Ora nessuno può venire ad aiutarmi in casa. Pulisco da sola con questo pancione enorme e mio figlio che mi richiede un sacco di energie». Ma non è quello che la preoccupa di più: «Mi dispiace pensare che mio figlio non potrà venire a trovare me e sua sorella in ospedale dopo il parto. E temo che non potrà entrare mio marito durante il travaglio: questo mi mette in crisi nera. Per il primo figlio ci ho messo 24 ore, di cui 11 di travaglio attivo, e lui era sempre accanto a me». Però poi Ylenia razionalizza. Anche se tra due mesi tutte queste difficoltà non dovessero essere passate, ci sono stati periodi più duri: «Quando sono sconfortata penso a quando la mia bisnonna era incinta, da sola, con il marito in guerra. Io ho la mia famiglia e il frigo pieno».

2. CLAUDIA: «SAPPIAMO DI AVERE LE DIFESE IMMUNITARIE BASSE»

Claudia, di Lecco, aspetta il suo primo figlio. È chiusa in casa da settimane, mi dice, «perché abbiamo avuto un contagio proprio nel nostro condominio». Quindi è in quarantena da quando questa persona è stata ricoverata, da oltre tre settimane: «A fare la spesa va mio marito. Io sono sempre stata in casa a parte gli ultimi due giorni: avevo bisogno di una boccata d’aria e ho portato fuori il cane». I timori della gravidanza ci sono: «È vero che sappiamo che la trasmissione madre-feto è al momento esclusa, ma va ricordato che noi donne incinte abbiamo le difese immunitarie basse. E di dati sull’inizio delle gravidanze – io sono al quarto mese – non ne abbiamo. Speriamo che vada tutto bene, ma la paura c’è». Claudia sta uscendo ora da giorni di influenza, per fortuna quella stagionale, «anche se mi ero preoccupata potesse essere Covid-19 per via della febbre alta».

L’ospedale di Lecco è purtroppo molto colpito dai contagi: non ci vado mai senza guanti e mascherina

Le visite all’ospedale di Lecco nel suo caso sono garantite. «L’unica pecca è che ho dovuto fare il controllo sulla diagnostica prenatale, test per verificare che il bambino non abbia le malattie genetiche più diffuse, e solitamente consigliano di far entrare anche i papà. Invece non hanno fatto entrare mio marito. C’è rimasto un po’ male, sai, è il nostro primo figlio». Durante la gravidanza sono solo tre le ecografie: «Nella prima si vede un puntino, in questa si iniziavano a intravedere invece le manine. Se ad aprile durante quella per scoprire il sesso non potrà entrare, ho deciso che non vorrò saperlo nemmeno io, sarà una sorpresa». Anche nel presentarsi in ospedale le angosce ci sono: «Quello di Lecco è purtroppo molto colpito dai contagi. Non vado mai senza guanti e mascherina».

3. SIMONA: «DOVREMO RINUNCIARE ALL’AIUTO DELLE NONNE»

Simona è vicinissima al parto: quando ci sentiamo al telefono mancano solo tre giorni al cesareo, la bambina è podalica, cioè disposta verso l’esterno con la parte inferiore (piedi o natiche) del corpo. «Dovrò stare tre giorni in ospedale insieme con mio marito e mia figlia. Temiamo di essere contagiati lì. Non ho paura di trasmetterglielo io, ma che ci possano essere contatti dopo il parto. E se lo prendiamo io e mio marito, con chi sta la piccola?», si chiede ricordando che la sua gravidanza è la prima, e questo aumenta i dubbi e le preoccupazioni: «Già ci sono tante paure, l’agitazione, il timore di non essere capaci…». A ciò si aggiunge il pensiero del contagio, ma non solo: «Sappiamo per salvaguardare i nostri familiari dovremo rinunciare agli aiuti delle nonne e cavarcela noi tre insieme». Simona vive a Brugherio, in Brianza, dove è in quarantena col marito – che lavora in smart working – da fine febbraio. Le uniche uscite sono quelle per andare in ospedale. «All’ottavo mese i controlli non sono pochi: sono dovuta andare quattro o cinque volte. Nonostante guanti e mascherina la paura del contagio in ospedale c’è. Noi li indossiamo da fine febbraio, quando le persone ci guardavano ancora strane, mentre i medici ci facevano i complimenti e ci dicevano “qui le persone non hanno capito”». Al pre-ricovero di Simona, poco prima del parto, suo marito non ha avuto accesso. «Non hanno gradito persino che mi aspettasse in sala d’attesa».

Le visite post parto? Preferiamo non far venire nessuno a trovarci. Saremo noi tre, va bene così

E a tre giorni dal cesareo (al San Raffaele di Milano), non sa ancora se potrà averlo accanto a sé in sala parto. Non solo per via del contagio. «La dottoressa, dispiaciutissima, mi ha detto che in ospedale tute e mascherine scarseggiano anche per il personale sanitario. Se devono centellinarle, le tolgono giustamente ai neo papà». Simona non si preoccupa tanto del parto – «un cesareo dura al massimo un paio di ore», mi dice – ma le preme di più che il marito possa stare con lei e la bimba nei giorni di degenza successivi alla nascita. «Questo me lo hanno garantito». Per quanto riguarda le visite post parto «fino a due settimane fa poteva entrare una persona al giorno nella fascia 17-19, facendo uscire il padre. Le persone però in sala d’attesa erano troppe, ne hanno abusato. La dottoressa mi aveva detto che la situazione sarebbe cambiata», mi spiega. «Lo scoprirò una volta ricoverata. Comunque io e mio marito preferiamo non far venire nessuno a trovarci. Saremo noi tre, va bene così».

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Aborti “non essenziali” per il coronavirus? Ohio e Texas non facciano politica sul corpo delle donne

Le interruzioni di gravidanza sono state insertite tra gli interventi rinviabili durante l'emergenza. E così si è aperto un nuovo fronte di polemiche negli Usa. Perché la libertà di scelta non può essere calpestata. Né strumentalizzata. Nemmeno in piena pandemia.

Immaginiamo di essere in isolamento nella nostra abitazione con lo stress che la pandemia da coronavirus sta creando. Immaginiamo di scoprire di essere incinta, di non voler continuare la gravidanza per qualsiasi sacrosanta ragione e di informarci su come gli aborti avvengano in ospedale con le nuove disposizioni anti-contagio. Immaginiamo poi di scoprire che interrompere la gravidanza non è consentito. Nessuna possibilità di scelta sui nostri corpi né sul nostro futuro. Renderci conto che qualcuno può decidere per noi, lo Stato, è terribile e soffocante.

E IL DIRITTO ALL’AUTODETERMINAZIONE CHE FINE FA?

Questo può accadere in Stati americani come Texas e Ohio, che hanno incluso l’aborto tra gli interventi medici non essenziali che devono essere rinviati nell’emergenza Covid-19, aprendo un nuovo e acceso fronte di polemiche negli Usa. «Non essenziali», ossia «non indispensabili, non fondamentali». Andate a dire a una donna che il suo diritto all’autodeterminazione non lo è. Sarà lei per nove mesi a tenere un figlio in pancia, ad avere nausee e ormoni impazziti, dolori e preoccupazioni. Sarà lei a doverlo crescere, educare e mantenere economicamente assieme al suo partner, se un partner ce l’ha. E poter scegliere se volere ed essere in grado di gestire tutto questo sì, è essenziale. Una scelta non rinviabile che coinvolge la coppia e la famiglia.

LE RACCOMANDAZIONI DEI MEDICI ERANO ALTRE

Il procuratore del Texas, Ken Paxton, ha chiarito che il rinvio delle operazioni mediche annunciato dal governatore Greg Abbott comprende «qualsiasi tipo di aborto che non sia necessario a salvare la vita o la salute della madre». Chi trasgredisce rischia multe sino a mille dollari o 180 giorni di carcere. La mossa di Paxton segue un’azione simile da parte delle autorità sanitari dell’Ohio. Ed è stata immediata la reazione dei gruppi che difendono il diritto all’aborto. Gli attivisti accusano i leader dei due Stati di strumentalizzare la crisi da Covid-19 per imporre la loro agenda politica e ricordano che l’American College of Obstetricians and Gynecologists, una rispettata società di medici professionisti, aveva raccomandato che l’interruzione di gravidanza non fosse inclusa nella lista delle procedure mediche potenzialmente da posticipare. Nonostante l’accesso all’assistenza sanitaria di routine sarà difficile in tutti gli Stati Uniti a causa del coronavirus, le cure per l’aborto non dovrebbero essere ritardate, specialmente in Stati come il Texas e l’Ohio che già limitano severamente l’accesso all’interruzione di gravidanza. Durante questa crisi le donne rimarranno incinte e l’aborto è assistenza sanitaria essenziale. Sempre. Anche nel bel mezzo di una pandemia.

LE PREOCCUPAZIONI DELLE FUTURE MADRI CRESCONO

Pandemia che può anche aggiungere un carico alle preoccupazioni che le persone hanno già sull’attesa di un figlio. Alcune donne potrebbero temere che il Covid-19 possa danneggiare la gravidanza comportando rischi o preoccuparsi di non avere più un lavoro a causa della crisi economica imminente, pensare di non poter accedere a buone cure prenatali. Timori comprensibili, che potrebbero diventare più pressanti man mano che la pandemia continua, poiché le persone possono perdere l’accesso alla contraccezione a causa di interruzioni delle cure sanitarie e dei servizi sociali.

SOLUZIONI ALTERNATIVE? LA PILLOLA ABORTIVA

I dipartimenti sanitari statali devono cercare a tutti i costi di difendere la salute pubblica ed è logico tentare di risparmiare dispositivi di protezione per gli operatori sanitari che lottano in prima linea contro il coronavirus. Ma bloccare gli aborti non è la soluzione: le autorità, come sta pensando di fare il Regno Unito, potrebbero aiutare le donne incinte ad accedere a misure tempestive usando pillole antiabortive (al posto dell’aborto chirurgico) quindi facilitando l’iter. Sconforta sapere che mentre i medici di tutto il mondo lavorano senza sosta i funzionari dell’Ohio e del Texas hanno cose migliori da fare: politica sul corpo delle donne, anche questa volta.

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Alimentazione in gravidanza: cosa mangiare e cosa evitare a tavola quando si aspetta un bambino


"Non esiste una dieta specifica per le donne in gravidanza, ma ci sono alcuni alimenti indispensabili per il corretto sviluppo del nascituro". Il professor Luca Piretta, gastroenterologo e nutrizionista spiega cosa non dovrebbe mai mancare e cosa invece è vietato nel regime alimentare di una donna incinta.
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