Nomine e legge elettorale: il doppio canale per trattare con Renzi

Pd e M5s provano a mediare con Italia viva mettendo sul tavolo la selezione dei posti chiave nelle partecipate e un accordo sulla soglia di sbarramento. Con una certezza: l'opzione "responsabili" non piace a nessuno.

Matteo Renzi sembra pronto a tutto pur di far valere le proprie ragioni. Giuseppe Conte non ha alcuna intenzione di farsi logorare. Ma c’è un doppio canale che, se esplorato con successo, potrebbe portare ad una ricucitura: è quello delle nomine e della legge elettorale. È su questo terreno, sotterraneamente, che gli alleati di Iv proveranno a lanciare la loro mediazione. Con una convinzione che soggiace al Pd, al M5s e forse anche al premier Giuseppe Conte: la sostituzione di Iv con i Responsabili conviene poco sia a Iv che alla maggioranza stessa. Sulla legge elettorale la maggioranza stringerà. L’obiettivo è arrivare almeno ad un primo ok parlamentare prima del referendum sul taglio dei parlamentari del 29 marzo. È, di fatto, la risposta di M5s e Pd alla proposta del “Sindaco d’Italia” lanciata da Renzi. L’asse tra Movimento e Dem sul proporzionale è saldo. E per sminare la trincea di Iv, emerge in queste ore l’idea dell’abbassamento della soglia di sbarramento dal 5% al 4%. «Tanto bisogna vedere se ci arriva, al 4%», ironizza una fonte del M5s senza smentire l’ipotesi. Il mese cruciale sarà marzo. Lo stesso in cui la maggioranza sarà chiamata a stringere sulle nomine. Sono 400 in totale, molte delle quali determinanti. Enel, Eni, Terna, Poste, Leonardo, tanto per fare qualche nome. La maggioranza dovrebbe comunicare al Mef le proprie indicazioni diversi giorni prima delle varie assemblee che si terranno nelle partecipate. Non a caso oggi Stefano Buffagni – spesso emissario del M5s su questi dossier – lascia una prima traccia. «Ho visto che Renzi è preoccupato per le nomine, bene. Ma prima di parlare di nomi apriamo un dibattito sull’orizzonte delle aziende di Stato», spiega il viceministro al Mise lanciando qualche idea su Terna, Eni, Enel. Tutte partecipate nel campo dell’energia, settore tradizionalmente caro all’universo pentastellato. Serve parlarsi. E Conte e Renzi lo faranno. L’incontro tra il premier e l’ex premier e le comunicazioni con cui Conte poi tasterà (senza fiducia) la sua maggioranza in parlamento daranno le risposte forse definitive. Passaggi che vedono il Quirinale mero osservatore: il presidente Sergio Mattarella non vuole farsi coinvolgere in dinamiche parlamentari. Un fatto, tuttavia, è ormai certo: le Camere non saranno sciolte prima del 29 marzo, cioè prima del referendum sul taglio dei parlamentari. Tradotto, si potrà votare solo all’inizio di settembre viste le tempistiche costituzionali (e della rimodulazione dei collegi) post-referendum. E su questo punto che Renzi mette in campo la sua strategia anti-Responsabili. Ma al Senato, fuori taccuino, serpeggia una certezza: la risoluzione che seguirà alle comunicazioni di Conte potrebbe vedere qualche new entry. L’obiettivo del premier, però, è non perdere Iv. O almeno una parte di essa.

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Renzi a Porta a Porta sfida Conte e il governo

Il leader di Italia viva potrebbe mettere sul tavolo proposte inaccettabili per Palazzo Chigi e spingere il premier alla crisi. Tra le ipotesi quella dell'elezione diretta del presidente del consiglio.

«Se dovessi dare un consiglio, ascolterei Vespa. Secondo me mercoledì sera è una cosa che può avere un senso per il prosieguo della legislatura», ha detto Matteo Renzi parlando con i cronisti nel Transatlantico al Senato, riferendosi alla sua presenza prevista a Porta a porta di Bruno Vespa. «Dirò alcune cose», ha aggiunto.

Secondo il Corriere della Sera, «dallo studio di Bruno Vespa potrebbe servire una mozione di sfiducia al premier Giuseppe Conte proponendo una nuova e rinnovata compattezza del governo, basata su posizioni inaccettabili da Palazzo Chigi. Una su tutte la cancellazione del ddl sulla prescrizione, ma non solo».

“Noi non cambiamo idea. Pensiamo che sia sbagliata la posizione sulla giustizia assunta dal ministro e pensiamo che quella assunta da Bonafede sulla prescrizione non tuteli i cittadini. Vogliamo andare avanti con la maggioranza”. Lo ha detto Matteo Renzi conversando con i cronisti al termine della cena con i parlamentari di Italia Viva al ristorante Teo a Trastevere. “Sono giorni – aggiunge -che ci dicono che perdiamo persone oggi invece ne abbiamo prese due. Conte nel mirino? Non esiste. Non voglio far cadere il governo voglio far correre il governo”. E per quanto riguarda la sua decisione di correre da solo alle regionali osserva: “In Puglia c’è Emiliano che su Ttap e Ilva ha detto tutto il contrario di noi. Ma che c’entra con Conte? Non abbiamo fatto una gara di parlamentari. Molti hanno scritto che noi li avremmo persi e invece ne abbiamo presi altri. E questo vuol dire che IV c’è Se poi c’è qualcuno che vuole fare a meno dei parlamentari di IV faccia pure. Non credo che abbia i numeri, ma faccia pure….”, conclude.

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La battaglia tra Renzi e il governo sulla giustizia non è ancora finita

Continua il braccio di ferro tra il governo e Italia viva. Trovata in extremis l'intesa sul decreto intercettazioni. Ma la partita sulla prescrizione è ancora tutta da giocare.

La battaglia tra il governo e Italia viva è ancora nel vivo e il clima nella maggioranza resta tesa. Il nodo resta quello della giustizia, sospeso tra il decreto sulle intercettazioni e la riforma della prescrizione. In mezzo continuano le frecciate a distanza tra Matteo Renzi e il premier Giuseppe Conte.

SUPERATO L’OSTACOLO INTERCETTAZIONI

L’ultima schermaglia in ordine di tempo è stata quella sul dl intercettazioni. Alla fine, in serata, la maggioranza ha trovato l’intesa grazie a in un subemendamento all’emendamento del relatore firmato dai quattro capigruppo in Commissione, compreso Giuseppe Cucca di Italia Viva. Ma nel pomeriggio non sono mancati attriti. Tutto è iniziato con il ritiro dell’emendamento di Pietro Grasso sull’utilizzo di trojan nelle intercettazioni per essere poi sostituito con una proposta del grillino Giarrusso. La mossa ha fatto subito agitare i renziani: «Ci va bene il testo di Bonafede uscito dal Cdm o un testo che rispetti la sentenza della Cassazione, non capiamo perché ci si intestardisca su altro», aveva fatto sapere una fonte di Iv, poi le ultime mediazioni fino all’intesa finale, che verrà testata il 19 febbraio in Commissione Giustizia del Senato con l’ultimo voto prima del passaggio in Aula.

TUTTA DA GIOCARE LA PARTITA SULLA PRESCRIZIONE

Partita decisamente diversa per la prescrizione, vera faglia tra il premier e Renzi. Sul lodo Conte bis Italia viva ha posto un veto e difficilmente arretrerà, mettendo così la maggioranza sotto pressione: «Se c’è un governo senza di noi, noi rispettiamo il parlamento. Però se non hanno i numeri e se siamo decisivi per la maggioranza, allora dico: ‘Ascoltate anche noi”», ha detto Matteo Renzi parlando coi cronisti nel Transatlantico del Senato, «Il punto è che c’è una norma sulla prescrizione che io non condivido, la porto in discussione in aula e su questo vado avanti fino in fondo». «Sulla giustizia», ha aggiunto con una stoccata a Conte, «io non ho detto: ‘Conte ti minaccio’, ma la reazione del presidente del Consiglio è stata muscolare. Ha detto alcune cose e io ho pensato probabilmente hanno i numeri. Se così fosse, bene».

E CONTE INSISTE A EVITARE LO SCONTRO

Dal canto suo il premier ha preferito continuare a rimanere in secondo piano: «Personalmente», ha detto Conte arrivando in giornata a Palazzo Chgi, «ho sempre preferito impiegare tempo e risorse per lavorare e non per alimentare polemiche. E così continuerò a fare, nella convinzione che gli italiani ci guardano e ci giudicano per quello che facciamo e per l’impegno che siamo capaci di profondere nel perseguire il bene comune. Non mi interessa e non ci deve interessare conquistare i titoli dei giornali, ci deve interessare conquistare e meritare la fiducia dei cittadini», ha concluso.

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Decreti sicurezza: si tratta per cambiarli ma non eliminarli

Dopo tre ore di riunione a Palazzo Chigi nessuna proposta sulla carta, ma si va verso una modifica. Saranno separate immigrazione e sicurezza.

Dopo quasi tre ore di riunione a Palazzo Chigi del tavolo sicurezza ed immigrazione – con diversi accenti da parte degli esponenti della maggioranza presenti – si è registrata una condivisione di massima sull’esigenza di riscrivere i decreti Salvini, in base alle criticità che hanno provocato, in primis il grande aumento degli stranieri irregolari per la cancellazione della protezione umanitaria. Non c’è ancora un testo, ma il tavolo si riunirà nuovamente per lavorare alle misure da inserire. Alla riunione, presieduta dal premier Giuseppe Conte, hanno partecipato – tra gli altri – i ministri dell’Interno Luciana Lamorgese e della Difesa Lorenzo Guerini, il capo politico, nonchè viceministro dell’Interno, Vito Crimi, insieme all’altro viceministro Matteo Mauri (Pd). Sul tavolo non si è materializzato un testo, ma si sono raccolte le opinioni e le proposte dei vari esponenti. Ora ci saranno altre riunioni e si lavorerà per metterle nero su bianco. Il segretario del Nicola Zingaretti si è detto ottimista: «Si ricomporrà la distanza con il M5s? Io credo assolutamente di sì».

IL PIANO LAMORGESE

La ministra ‘tecnica’ Lamorgese ha da tempo messo al lavoro l’ufficio legislativo del Viminale per predisporre una bozza di provvedimento che può essere minimale, intervenendo solo sui punti dei decreti finiti nel mirino del Quirinale, oppure più larga disegnando una riforma più complessiva del dossier immigrazione. Serve comunque un accordo politico tra le forze della maggioranza che hanno sensibilità molto diverse sul tema, come si visto anche oggi a Palazzo Chigi. Si va infatti da Leu che auspica – e l’ha detto chiaramente anche oggi al tavolo di Palazzo Chigi – un colpo di cancellino netto ai dl Salvini, ai Cinquestelle, che invece vogliono sono per un approccio più cauto. Anche il Pd chiede un segnale netto di discontinuità.

I PUNTI DI CONVERGENZA

I punti su cui si può registrare un consenso all’interno della maggioranza sono la cancellazione della maxi-multa da un milione di euro alle navi che violano il divieto di ingresso nelle acque italiane (si torna alle multe da 10 mila a 50 mila euro); via anche la confisca della nave ‘rea’ di non aver rispettato il divieto; ampliamento della tipologia dei permessi speciali per frenare la netta crescita del numero di regolari determinata dalla cancellazione della protezione umanitaria operata dal primo decreto Salvini; ok anche al ripristino della discrezionalità del magistrato chiamato a decidere la tenuità o meno dei reati di oltraggio, violenza e minaccia a pubblico ufficiale. Sul resto ci sono posizioni più massimaliste ed altre più caute.

CONTE CERCA LA MEDIAZIONE

Conte e Lamorgese hanno cercato una mediazione. Da parte degli esponenti di Iv e Leu c’è stata anche la richiesta di rivedere gli accordi con la Libia. Sul punto però, Conte ha rimandato ad un’altra sede. Mauri, uscendo dalla riunione, ha spiegato che sono stati «fatti passi avanti e abbiamo condiviso alcuni obiettivi, valutando come questi decreti abbiano prodotto obiettivamente più irregolarità. Abbiamo deciso di dividere la parte più legata alla sicurezza e quella legata all’immigrazione ed abbiamo riflettuto, con qualche accento diverso, ma assolutamente riconducibile all’unità, su quali possono essere gli interventi da fare». «Aspettiamo», ha detto Nicola Fratoianni (Leu), «che dal governo arrivino proposte di merito, testi su cui valutare i passi avanti che sono stati fatti stasera».

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Lo scontro Conte-Renzi si riduce a una sceneggiata

«Italia viva maleducata», «se vuole ci cacci pure»: tra gli alleati volano stracci. Ma alla fine il senatore di Rignano voterà la fiducia. E il premier lascia le porte aperte. Perché nessuno vuole davvero la crisi.

Giuseppe Conte nega di lavorare a un suo «governo ter». Matteo Renzi smentisce di voler essere lui a rompere. Ma tra i due prosegue una partita che rischia di far saltare l’esecutivo. Il giorno dopo lo strappo dei renziani in Consiglio dei ministri, nessuno apre formalmente la crisi. «Porte aperte a Iv», dice il premier, che ai renziani chiede un chiarimento. E Italia viva annuncia che la prossima settimana voterà la fiducia al governo sul decreto Milleproroghe alla Camera. Ma Renzi non depone le armi sulla prescrizione, mantiene la minaccia di una mozione di sfiducia al ministro Bonafede, e porta avanti la sua guerriglia in Senato. È quello il campo di battaglia. Il Pd dice che l’unica alternativa a questa maggioranza è il voto. Ma a Palazzo Madama è pronta a muoversi una pattuglia di senatori in soccorso del governo, magari proprio per un “Conte ter”. La prima prova sarà il decreto sulle intercettazioni, in Aula martedì e sul quale il governo dovrebbe mettere la fiducia. «Se la voteremo? Dipende…», rispondono fonti renziane. Il presidente del Consiglio riunisce i ministri membri del Comitato per gli affari europei, poi vola a Gioia Tauro per presentare il piano per il Sud e in serata presiede il tavolo di governo per la riforma fiscale (presente Iv). Il messaggio è chiaro: «Ho un programma da realizzare e ho chiesto la fiducia per quello. Se mi fido di Renzi? Non do spazio a personalismi. Ma Renzi che dice del Sud, niente?», dice il premier in Calabria tra gli applausi della platea. Gli fa sponda il segretario del Pd Nicola Zingaretti, che sottolinea i «risultati concreti» che si ottengono quando si spegne propaganda e polemiche. Ma i contatti con Iv risultano al lumicino e il premier viene descritto irritato con Renzi, determinato a sterilizzarne le sortite. Il suo obiettivo, secondo i renziani, è «cacciarli» dalla maggioranza e dar vita a un suo governo “ter”. Di più. «Zingaretti», sostiene un dirigente di Iv, «gli propone di andare al voto appena possibile e fare il leader della coalizione con una lista modello Dini». Ma la finestra del voto, causa referendum per il taglio dei parlamentari, è chiusa fino a settembre, tanto che c’è chi ipotizza in caso di crisi un governo istituzionale guidato da una figura come il ministro Luciana Lamorgese. Perciò per i renziani il disegno di Conte sarebbe un “ter”: a provarlo citano un audio del portavoce del premier, Rocco Casalino, che cita proprio quello scenario, anche se da Chigi parlano di una battuta. Gli alleati-avversari accusano Renzi di puntare a ottenere una legge elettorale più favorevole e più nomine, quando a fine marzo si rinnoveranno i vertice delle grandi partecipate pubbliche: «Non a caso», nota un Dem, «minaccia di sfiduciare Bonafede proprio a fine marzo». Il tavolo nomine è già aperto, anche se Roberto Gualtieri dice solo che ai vertici «non ci saranno politici». Iv dovrebbe restare a bocca asciutta su Agcom e Autorità per la privacy, dove Fi dovrebbe ottenere un posto in quota opposizione. «Ma più in generale i dirigenti vicini ai renziani», dicono fonti 5s, «sono in bilico». Tra gli esempi si fa il nome di Francesco Starace che all’Enel potrebbe essere sostituito e già si citano Carlo Tamburi (Enel), Stefano Donnaruma, Luigi Ferraris (Terna). «Se vuole Conte ci cacci, siamo alleati non sudditi», torna ad attaccare Renzi, che nei prossimi giorni sarà all’estero. Il suo obiettivo sarebbe quello di sostituire Conte con un altro premier e magari una maggioranza «con un pezzo di M5s, quasi tutto il Pd e una parte di centrodestra». I nomi? Si citano Gualtieri o Mario Draghi, Pier Carlo Padoan, Marta Cartabia, Paola Severino. Il Pd fa sapere che non sosterrà un’operazione del genere: «Nessun mio governo», dice Gualtieri, «Conte arriverà a fine legislatura».

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Come cambia il milleproroghe con i nuovi emendamenti

Le commissioni Bilancio e Affari costituzionali della Camera hanno dato il via libera alla misura che dovrebbe approdare in aula il 18 febbraio. Queste le principali novità.

Il decreto Milleproroghe, trasformato alla Camera in una legge di Bilancio bis, è stato approvato dalle Commissioni Bilancio e Affari costituzionali, che hanno inserito nel testo una girandola di emendamenti, per la maggior parte micro-settoriale, ma con alcune importanti novità, tra cui l’anticipo della fine del mercato tutelato dell’energia per le imprese a fine 2020. Confermata invece la norma che pone le premesse alla revoca della concessione ad Aspi. Il decreto andrà in Aula a partire da lunedì 17. Queste le principali novità:

MORATORIA TRIVELLE SI ALLUNGA DI 6 MESI

La moratoria sulle trivelle prevista dal decreto semplificazioni si allunga di sei mesi. Un emendamento del M5s ha portato da 18 a 24 mesi la sospensione dei permessi per la ricerca e la prospezione di idrocarburi, in attesa dell’approvazione da parte di Mise e ministero dell’Ambiente del Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee. I 24 mesi si contano dalla conversione in legge del decreto semplificazioni avvenuta a febbraio del 2019.

DAL 2021 STOP AL MERCATO TUTELATO DELL’ENERGIA

Stop al mercato tutelato per l’energia per le imprese a partire dal 2021, mentre per le microimprese e gli utenti domestici il superamento scatterà dal 2022.

CONFERMATA L’RC AUTO FAMIGLIARE

Nessun rinvio per l’Rc auto familiare. Gli emendamenti al decreto Milleproroghe che proponevano uno slittamento dell’entrata in vigore del nuovo sistema non non sono stati approvati. L’estensione dell’assicurazione familiare a veicoli diversi e anche in caso di rinnovo della polizza entrerà quindi in vigore come previsto il 16 febbraio, con una sola modifica contenuta nell’emendamento del dem Claudio Mancini.

PIÙ TEMPO PER LA STABILIZZAZIONE DEI PRECARI DELLA P.A.

Riaperti «i termini stabilizzazione per migliaia precari P.a che avranno tempo fino a fine dicembre 2020 per maturare tre anni di servizio, anche non continuativi, negli ultimi otto che gli permetteranno di accedere all’assunzione a tempo indeterminato». Una misura prevista in un emendamento approvato in commissione secondo quanto riferisce, Marco Di Maio, capogruppo di Iv in Commissione Affari costituzionali alla Camera e primo firmatario della proposta.

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Renzi istiga Conte a estrometterlo dalla maggioranza

Il leader di Italia viva: «Se vuole cacciarci, faccia pure». Il gioco del cerino aumenta il rischio di una crisi di governo.

Matteo Renzi istiga il premier Giuseppe Conte a estromettere Italia viva dalla maggioranza che sostiene il governo: «Se il premier vuole cacciarci, faccia pure: è un suo diritto! E Conte è il massimo esperto nel cambiare maggioranze. Se invece vogliono noi, devono prendersi anche le nostre idee. Alleati, non sudditi. Trovo il tono di Conte sbagliato, ma ai falli da dietro del premier rispondiamo senza commettere falli di reazione».

ULTIMO (speriamo!) POST SULLA PRESCRIZIONE.1. Pd e Cinque Stelle hanno la stessa posizione sulla giustizia. Pur di fare…

Posted by Matteo Renzi on Friday, February 14, 2020

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Il premier tira dritto e lavora a una maggioranza senza Renzi

Conte è sempre più irritato dal comportamento di Italia viva e Palazzo Chigi starebbe lavorando per trovare nuovi responsabili che puntellino l'esecutivo. Il percorso resta tutto da definire ma alcuni senatori potrebbero puntellare l'esecutivo giallo-rosso.

La linea rossa è stata superata, l’idea di una maggioranza senza Matteo Renzi ormai è un’opzione praticabile. Nel giorno del grande strappo di Italia viva si è ragionato soprattutto di questo, a Palazzo Chigi. Dopo lunghe ore di silenzio il premier Giuseppe Conte ha puntellato ogni virgola dello showdown con cui, di fatto, ha messo una pietra tombale alla collaborazione con Italia viva. Inviperito dagli attacchi personali e da un gesto, l’assenza in Cdm, che gli ha ricordato l’ultimo Matteo Salvini dell’era giallo-verde.

UNO STRAPPO ARRIVATO FINO AL COLLE

Conte ha deciso di andare avanti sulla strada tracciata di un governo riformatore che risponda alle esigenze del Paese. Un governo che, nella testa del presidente del Consiglio, potrebbe anche andare avanti senza i renziani. La strada non è facile e diventa, inesorabilmente, anche il tema della telefonata che, nel pomeriggio, Conte ha fatto al presidente Sergio Mattarella. Dal Colle, del resto, si guarda con crescente preoccupazione allo scontro interno al governo. Un governo, si sottolinea, che così non lavora per il Paese. In caso di crisi il presidente della Repubblica non scioglierebbe subito le Camere. C’è prima il referendum sul taglio dei parlamentari e la successiva ridefinizione dei collegi (con eventuale legge elettorale). Al voto si andrebbe tra luglio e settembre e il Paese sarebbe guidato da un governo traghettatore.

CAMBIO DI MAGGIORANZA NON IMMINENTE

La strada di una maggioranza senza Iv, in ogni caso, non verrà presa subito. Ci vuole tempo e prudenza, soprattutto sul nodo della prescrizione, su cui Forza Italia difficilmente abbasserà la guardia. Il premier necessita, innanzitutto, di un forte solidità di intenti tra Pd, M5s e Leu. E, in questo senso, le dichiarazioni prima dei big dem e poi dei grillini lo confortano. Ma c’è un problema di numeri, con la maggioranza che, al Senato, senza renziani fa 158. E c’è, soprattutto, il problema di certificare l’esistenza di questi numeri nel momento in cui Conte dovesse andare al Quirinale per comunicare il cambio di maggioranza. Al momento nessuno, nel drappello di potenziali responsabili, è venuto allo scoperto. Ma la fronda esiste e sebbene i diretti interessati neghino, i nomi girano da tempo.

I NOMI DEI POSSIBILI RESPONSABILI

Circolano, ad esempio, quelli di Lorenzo Cesa, Massimo Mallegni, Paolo Romani o Antonio Saccone. Nomi che potrebbero venir fuori nel momento in cui Conte tornerà alle Camere per chiedere un nuovo voto di fiducia. Magari dispiegando le priorità di quell’Agenda 2023 su cui il governo lavora proprio in questi giorni. Del resto, l’idea di tornare in Aula per «smascherare» quello che diverse fonti della maggioranza definiscono il «bluff» di Iv è ormai sul tavolo di Palazzo Chigi. Dove, c’è la convinzione che non tutti, in Iv, seguano la linea di Renzi. Non a caso, prima Graziano Del Rio, poi Andrea Orlando e infine Zingaretti hanno mandato un messaggio ben chiaro ai renziani: dopo questo esecutivo ci sono nuove elezioni, non c’è neanche un governo del presidente. Tradotto: sondaggi alla mano e con il taglio dei parlamentari in vigore in pochi, in Iv, tornerebbero in Parlamento.

UNA CRISI NATA PER LE NOMINE DI PRIMAVERA

Ma non è di voto che si parla nella maggioranza in queste ore. Dove, più di una fonte, ha indicato un’altro fattore anti-crisi: l’infornata di nomine di primavera. Nomine sul quale, anche i pontieri azzurri hanno concentrato l’attenzione. Nomine dalle quale Renzi sarebbe escluso. Anzi c’è chi dice che la sua offensiva sia partita proprio quando a Iv è stato evidente la sua marginalità sulla partita delle nomine.

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A che punto è lo scontro sulla prescrizione tra governo e Italia viva

Il voto in commissione sul "lodo Annibali" per rinviare la riforma Bonafede slitta al 12 febbraio. Ma la tensione nella maggioranza resta alta. Conte irritato dall'atteggiamento di Renzi. E il Pd attacca: così si fa opposizione al posto della Lega.

Lo strappo per ora non c’è: tutto rinviato. Sulla prescrizione il premier Giuseppe Conte e il ministro Alfonso Bonafede frenano e rinunciano a inserire nel decreto Milleproroghe un emendamento su cui porre la fiducia: arriverà un disegno di legge del governo o una proposta parlamentare. Si evita per ora uno scontro con Iv dall’esito del tutto incerto per il governo. Ma non finisce qui. Anche perché nella maggioranza c’è chi parla già di un Renzi pronto per l’opposizione.

VOTO SUL LODO ANNIBALI RIMANDATO DI 24 ORE

Conte viene descritto molto seccato per le minacce renziane. Irritati si mostrano i Dem che volevano chiudere la partita subito. Sabato 15 febbraio la piazza M5s potrebbe alzare i toni, non solo sulla prescrizione. La tensione con Matteo Renzi, che ha cantato vittoria, è altissima. Anche perché Iv ha fatto fibrillare il governo annunciando il voto in commissione con l’opposizione, contro il resto della maggioranza, il “lodo Annibali” per rinviare un anno la riforma Bonafede sulla prescrizione: dopo una giornata di tensioni e un voto sul filo, la votazione è slittata di 24 ore.

RESA DEI CONTI AL CDM DEL 13 FEBBRAIO

In giornata sono circolate voci di un passo indietro di Iv ma in serata il coordinatore di Iv Ettore Rosato ha respinto ogni ipotesi di un ritiro del lodo. Il premier, che alla Camera nel pomeriggio ha avuto un lungo colloquio con il presidente della Camera Roberto Fico sul governo e i suoi equilibri, andrà avanti con il sostegno di M5s, Pd e Leu per cambiare la prescrizione. La discussione è aperta perché si stanno ancora mettendo a punto, hanno spiegato dalla maggioranza, diversi aspetti del cosiddetto “lodo Conte bis”, che renderebbe definitivo lo stop alla prescrizione solo dopo il secondo grado di giudizio. Giovedì 13 se ne parlerà in Consiglio dei ministri, insieme alla riforma del processo penale (su cui anche Iv dovrebbe votare a favore) per ridurre i tempi dei processi anche con sanzioni ai giudici che sforano, riformare il Csm escludendone i parlamentari e fermare le “porte girevoli” tra politica e magistratura.

LE VIE PER L’APPROVAZIONE DEL NUOVO LODO CONTE

Il “lodo” sulla prescrizione potrebbe essere inserito in un disegno di legge ad hoc del governo (ma Iv in Cdm voterebbe contro). In alternativa si potrebbe delegare tutto al parlamento, con un emendamento alla proposta di legge Costa che sarà in Aula alla Camera il 24 febbraio. O più probabilmente con una nuova proposta di legge di M5s, Pd e Leu. Qualunque strada si scelga, ha avvertito già Renzi, il “lodo Conte” dovrà passare dal Senato e lì verrà bocciato perché «Iv voterà contro e nessun sostegno può mai arrivare al governo da Fi sul tema giustizia».

LA MEDIZIONE DI CONTE E BONAFEDE

L’emendamento al decreto Milleproroghe in realtà è stato archiviato anche perché avrebbe rischiato l’inammissibilità tecnica. Ma tra i Dem c’è chi non ha nascosto l’irritazione per la scelta – «che è stata presa da Conte e Bonafede» – di deporre le armi di fronte alle minacce renziane. Il Pd, non credendo che Renzi sia in grado di staccare la spina al governo, avrebbe voluto chiudere subito la partita. In nome della responsabilità e dell’impegno di Bonafede a modificare la sua legge sulla prescrizione «entro l’estate», ha però accettato la frenata. Ma il segretario dem Nicola Zingaretti ha distillato parole di fuoco contro Renzi: «Salvini, Meloni e Berlusconi ormai stanno zitti perché l’opposizione per loro la sta facendo qualcun altro ed è insopportabile». La minaccia di sfiduciare Bonafede, avanzata lunedì, per il segretario Pd era «teatrino»: «Iv oggi è la principale causa di fibrillazione del campo anti-Salvini e fa un favore al leader della Lega. Un fallimento strategico».

VOCI DI POSSIBILI DEFEZIONI IN ITALIA VIVA

Renzi, è il ragionamento di un dirigente Pd, ha fatto scordare la sconfitta di Salvini in Emilia-Romagna: «L’unico suo risultato è tenere ancora in vita la riforma Bonafede». Più di un Dem è pronto a scommettere che Iv presto perderà qualche parlamentare non disposto alla rottura con il governo. La voce gira con tanta insistenza che l’ex premier lo ha chiesto ai suoi: «Se qualcuno vuole andare lo dica». Intanto la tensione emerge nella commissione che deve approvare il decreto Milleproroghe entro venerdì.

RESA DEI CONTI RINVIATA ALL’11 FEBBRAIO

Solo nella serata dell’11 febbraio, dopo una serie di rinvii che secondo i renziani servono agli altri partiti di maggioranza per blindare i numeri, sono stati votati gli emendamenti presentati per rinviare la riforma Bonafede. La Lega ha firmato l’emendamento della renziana Annibali per il rinvio di un anno (“L’emendamento Renzi-Salvini”, lo ribattezza il Pd). Il governo ha però dato parere contrario con Iv che ha quindi votato con le opposizioni. Un emendamento di Riccardo Magi (+Eu) per sospendere fino al 2023 la legge Bonafede è stato poi bocciato per soli due voti. Poi verso le 21 il rinvio del voto sul testo Annibali. «Ora», hanno commentato da Iv, «hanno paura. Al Senato perderanno».

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L’ultima follia Pd: morire per Bonafede e il giustizialimo M5s

Il no all'abolizione della prescrizione, oltre a una battaglia di civilità, significherebbe la revisione di una linea compiacente verso la peggiore magistratura che ha fatto della Seconda Repubblica un incubo democratico. Invece il partito di Zingaretti si è fatto infinocchiare e ora rischia di rilanciare Salvini e Meloni.

Matteo Renzi minaccia di sfiduciare Alfonso Bonafede un attimo dopo aver dato la fiducia al governo Conte che a sua volta dichiara che la sfiducia al proprio ministro della Giustizia equivale alla sfiducia all’intero esecutivo. Sullo stesso tono le dichiarazioni dei dirigenti del Partito democratico. Grande è la confusione ma la situazione non è eccellente.

Siamo di fronte a una sequenza di errori che regalano alla destra un nuovo vantaggio elettorale insperato. Il Pd ha commesso l’errore capitale di non capire che la prescrizione abolita da Bonafede su incitamento di tutto il mondo giustizialista, e in particolare da Pier Camillo Davigo e Marco Travaglio, è una palla al piede per il governo e per Nicola Zingaretti.

Nessun elettore civile riconoscerà come sensato un compromesso che permetta a una aberrazione giuridica come l’abolizione della prescrizione di modificare i diritti di cittadini ancora non condannati al terzo grado di giudizio. È paradossale che nel momento in cui i cinque stelle sono ridotti alla metà del proprio elettorato gli si consenta un vantaggio simile in una battaglia che non esito a definire di civiltà.

L’ENNESIMA CONFERMA DELL’AUTOLESIONISMO DEL PD

Renzi, l’eroe di cartapesta di queste ore, avrebbe potuto fare quello che non ha fatto Zingaretti. Avrebbe potuto cioè minacciare l’uscita dalla maggioranza quando il provvedimento è stato approvato dal parlamento. Invece è rimasto lì con la sua ministra. Ora vuole opportunisticamente votare la fiducia a Giuseppe Conte e fare la sceneggiata della sfiducia al peggior ministro della Giustizia dei nostri tempi. Gli elettori non capiranno né lui né Zingaretti. Al segretario dem addebiteranno l’eccesso di mediazione per tenere in vita il governo. Su Renzi voleranno i soliti, fondati, sospetti.

Gli errori dei socialisti e dei liberali prima della marcia su Roma erano poca cosa di fronte alla stupidità di coloro che dovrebbero fare argine a Salvini e Meloni.

I due partiti che nascono da quella idea sciagurata di fare il Pd si trovano così infinocchiati da uno dei partiti che la storia sta sconfiggendo, il Movimento 5 stelle, a vantaggio del partito della guerra civile. Noi non siamo di fronte al pericolo che crolli la democrazia e arrivi il fascismo. Questa volta i carabinieri non rispondono a un re fellone. Tuttavia gli errori dei socialisti e dei liberali prima della marcia su Roma erano poca cosa di fronte alla stupidità di coloro che dovrebbero fare argine contro Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

ZINGARETTI DICA PERCHÉ NON DIFENDE UNA CONCEZIONE DEMOCRATICA DELLA GIUSTIZIA

Questo è il momento di garantire vita a un governo che ha infilato alcune cose buone nella sua agenda, ma è anche il momento di grandi battaglie di civiltà, anche giuridica. Non può vincere Davigo, deve vincere una concezione democratica della giustizia. Dobbiamo dare certezza del diritto ai cittadini e non esporli agli umori di pm che vogliono rovesciare la società come un guanto.

Da sinistra, Nicola Zingaretti e Alfonso Bonafede (foto Roberto Monaldo / LaPresse). Photo Roberto Monaldo / LaPresse 16-05-2019 Rome (Italy) Presentation of the new judicial citadel project In the pic Nicola Zingaretti, Alfonso Bonafede

Il no a Bonafede avrebbe anche significato la revisione de facto di una linea compiacente verso il giustizialismo e la peggiore magistratura che hanno fatto di questa Seconda Repubblica un incubo democratico. Ora siamo alla resa dei conti. Evitiamo pagliacciate. Zingaretti dica perché ritiene che la Bonafede e Bonafede valgano il sacrificio di un valore non negoziabile come il diritto dei cittadini a non essere massacrati da magistrati avventurosi. E Renzi voti no non a Bonafede ma al governo se ha quelle cose di cui si parlava quando a parole si poteva essere maschilisti.

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Tensione alle stelle tra Pd e M5s dopo il voto in Emilia Romagna

Il segretario del Partito democratico Zingaretti dopo il successo di Bonaccini: «Per il governo parte la fase 2». Il reggente del Movimento Crimi: «I rapporti di forza nell'esecutivo non cambiano».

«Si sta tornando a un sistema bipolare tra due grandi campi che si contendono la leadership e lo fanno su scelte politiche alternative, quindi credo che questo travaglio del M5s avrà e sta avendo una discussione. Spero che sempre di più di questo elemento si prenda atto, come in Calabria e in Emilia Romagna, si scelga tra i due principali contendenti. Il Movimento si troverà di fronte a questo dilemma, ma lo dico da alleato e non da avversario», ha affermato Nicola Zingaretti a caldo commentando l’esito delle regionali. Un messaggio che ha messo in guardia il Movimento e il suo nuovo reggente, Vito Crimi. «Ho ascoltato le parole di Conte e Zingaretti: l’idea oggi è di lavorare su progetti e sull’idea di Paese. Abbiamo un’agenda che nasce da prima di queste regionali, che peraltro ha riguardato due regioni, non tante. I rapporti di forza non cambiano, il parlamento è questo e dura cinque anni», ha detto Crimi.

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L’Emilia Romagna è salva: nel governo ora è resa dei conti M5s-Pd

Il premier Conte tira un sospiro di sollievo per la mancata vittoria della Lega. Ma dentro l'esecutivo il Partito democratico cercherà di mettere sotto il Movimento. Con rischi di nuove fibrillazioni nella maggioranza.

Riavviare l’azione del governo su basi più solide. Sterilizzare le intemerate di Matteo Renzi e governare le fibrillazioni M5s. È la scommessa che attende Giuseppe Conte. Chiudono le urne delle regionali in Emilia Romagna e Calabria, si apre una difficile verifica di governo. Al tavolo del cronoprogramma, che il Pd chiede di convocare al più presto per affrontare i nodi finora rinviati, gli alleati devono definire come andare avanti. E farlo, è l’obiettivo di Conte, in maniera il più possibile compatta.

CONTE CERCA DI RILANCIARE IL GOVERNO

Il premier, che trascorre la giornata in famiglia a Roma e con la famiglia segue lo spoglio, vuole superare l’impasse generata dalle regionali dando all’azione del governo – a prescindere dal risultato di un voto che ha sempre definito “locale”, ma che ha grandi ripercussioni sui diversi pesi nell’esecutivo – un orizzonte di legislatura, che porti al 2023 passando per l’elezione del presidente della Repubblica prevista nel 2022. Per farlo, spiega Conte, serve “sangue freddo”: per questo chiamerà subito a confrontarsi governo e leader di maggioranza.

IL PD ORA CERCA IL SUO PREMIO

Nicola Zingaretti, che ha già anticipato l’avvio di un percorso congressuale, annuncia che il Pd sarà “esigente”, soprattutto dopo la vittoria in Emilia Romagna e la scomparsa del M5s. Renzi, che indicherà le strategie future il prossimo fine settimana nella prima assemblea nazionale di Iv, già ha chiarito che continuerà a essere il “pungolo” di Conte e del governo. Il M5s attraversa la sua fase più complicata: dopo le dimissioni di Luigi Di Maio da capo politico, martedì si dovrebbe scegliere il nuovo capo delegazione al governo – in “ballottaggio” ci sarebbero Alfonso Bonafede e Stefano Patuanelli – in una riunione dei membri del governo cui seguirà un’assemblea congiunta dei parlamentari del Movimento.

LE FIBRILLAZIONI NELL’ESECUTIVO NON SONO FINITE

Fare sintesi e superare le fibrillazioni, per trovare davvero un rilancio, non è affatto scontato. Su un dato sono quasi tutti d’accordo in maggioranza: comunque vada nei prossimi giorni, è difficile che ci sia da parte di qualcuno una spinta alle elezioni invocate da Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Tra i Dem c’è chi – a dire il vero da mesi – non le esclude come antidoto alla palude. Ma deputati e senatori (tutti, tranne forse quelli di Lega e Fdi) non hanno nessuna voglia di tornare al voto, sapendo che la prossima volta si eleggeranno non più 945 parlamentari ma 600.

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Conte presenta il manifesto di Assisi (e le sue mire da leader cattolico)

«Quando neppure sapevamo che esisteva Davos qui già si tutelava l'ambiente», ha detto il premier alla presentazione del manifesto per un'economia sostenibile.

Invece che Davos, Assisi. Il premier Giuseppe Conte ha disertato il forum mondiale dell’economia in Svizzera per celebrare la presentazione del manifesto di Assisi in nome dell’economia verde, un appuntamento dietro al quale si iniziano a intessere le relazioni di quel polo cattolico che a Conte guarda. «Quando neppure sapevamo che esisteva Davos qui già si tutelava l’ambiente», ha detto Conte a margine della presentazione del ‘Manifesto di Assisi‘ contro la crisi climatica.

NO AL NEOPROTEZIONISMO

«Gli squilibri della globalizzazione hanno alimentato il terreno fertile di cui si nutrono oggi le tendenze neo-protezionistiche, le quali rischiano di procurare all’economia mondiale un nuovo arresto, che potrebbe rivelarsi esiziale, dopo la lunga crisi economica e finanziaria – la più lunga dal secondo dopoguerra – esplosa nel 2008 e di cui ancora patiamo gli effetti», ha detto Conte aggiungendo: «la crisi economica è stata però anche l’occasione per riconsiderare il nostro modello di sviluppo».

IL POTENZIALE DEL SISTEMA ITALIA VERDE

«Il sistema dell’Italia ‘verde’ manifesta un enorme potenziale di crescita, anche in termini di nuovi lavori e occupazione. È compito del governo realizzare un ambiente quanto più possibile favorevole alla sua crescita», ha detto Conte ricordando che «all’interno della legge di bilancio per il 2020 abbiamo introdotto misure importanti che vanno in questa direzione, nonostante un quadro di finanza pubblica estremamente complesso».

IL COORDINAMENTO DELLA CABINA DI REGIA “BENESSERE ITALIA”

«La Cabina di Regia ‘Benessere Italia’, istituita a Palazzo Chigi, sarà determinante per armonizzare e coordinare tutte le politiche perseguite dai singoli Ministeri, orientandoli nella direzione del benessere equo e sostenibile, nel segno di un’economia realmente ‘a misura d’uomo’, pilastro del Manifesto che oggi presentiamo», ha detto Conte ad Assisi durante la presentazione del documento per un’economia a misura d’uomo contro la crisi climatica. «Ma soprattutto – ha aggiunto -, dovremo continuare a riporre fiducia nell’Italia: nei giovani, nelle famiglie, nella scuola, nelle aziende, nel sentimento profondo di solidarietà e coesione, il migliore ingrediente per il rilancio economico e sociale»

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Il taglio al cuneo fiscale vale 2,9 miliardi

L'aumento in busta paga può arrivare per chi guadagni fino a 28 mila euro fino a un massimo di 600 euro in sei mesi a partire da luglio.

Un taglio del cuneo fiscale nel 2020 per i redditi fino a 40 mila euro, con un alleggerimento in busta paga che può arrivare per chi guadagni fino a 28 mila euro fino a un massimo di 600 euro in sei mesi a partire da luglio. E’ quanto prevede il decreto legge che dovrebbe arrivare in consiglio dei ministri la sera. La bozza è composta da cinque articoli che disciplinano «in via sperimentale» la misura per i lavoratori dipendenti. Il costo stimato, dal primo luglio al 31 dicembre 2020, è di circa 2,9 miliardi.

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Il governo in fibrillazione per il voto in Emilia Romagna

I giallorossi assicurano che il Conte bis reggerà anche in caso di vittoria del centrodestra. Ma Delrio ammette: «Se perdessimo qualcosa deve cambiare».

Il conto alla rovescia verso le elezioni regionali dell’Emilia-Romagna prosegue spedito. Mentre i candidati rincorrono ogni voto, la politica italiana comincia a provare a immaginarsi quelle che potrebbero essere le conseguenze. Mentre il 21 gennaio i due principali candidati si sfideranno in due confronti diretti, non sfugge a nessuno, infatti, che – sia che Stefano Bonaccini riesca a difendere il feudo Emilia-Romagna, sia che Lucia Borgonzoni riesca nell’impresa di strappare al centrosinistra la propria regione simbolo – il panorama politico, da lunedì in poi, sarà mutato. Graziano Delrio, che oltre a essere il capogruppo alla Camera è anche uno dei big del Pd emiliano-romagnolo, lo dice senza troppi giri di parole: «Bonaccini vincerà, tutti gli indicatori ci dicono che domenica festeggeremo, ma se dovessimo perdere, ci sarebbero ovviamente tantissime ripercussioni su tutti i fronti. Non cadrà il governo ma non potremmo di certo far finta di nulla. Vinceremo, ma se perdessimo sarebbe una botta che farebbe molto male e un fatto da affrontare con un’analisi molto dolorosa per tutti».

E anche Zingaretti assicura che se anche il Pd dovesse perdere l’Emilia-Romagna, il governo non cadrà. Ma sono numerosi i ministri del centrosinistra che in questi giorni fanno tappa in Emilia-Romagna per sostenere la conferma di Stefano Bonaccini. Di tutt’altro parere il centrodestra: Giorgia Meloni sostiene che in caso di vittoria il Capo dello Stato dovrebbe sciogliere le Camere, mentre il leader della Lega Matteo Salvini da giorni gira senza sosta per città e paesi dell’Emilia-Romagna per dire che la vittoria di Lucia Borgonzoni sarebbe un avviso di sfratto per il governo Conte. Il suo tour proseguirà anche nei prossimi giorni: giovedì sarà a Bibbiano, dove, probabilmente, incrocerà la manifestazione delle sardine che dopo aver riempito ieri la piazza di Bologna, seguiranno Salvini nell’ultima tappa prima delle elezioni.

Venerdì, mentre il segretario leghista sarà a Ravenna, le sardine andranno a pochi chilometri, al Papeete, beach club di Milano Marittima, diventato quest’anno celebre anche nel dibattito politico. Domani intanto, dopo le polemiche per quello saltato a Sky Tg24, è la giornata dei confronti. Bonaccini e Borgonzoni si sfideranno in due duelli: uno in televisione, all’emittente bolognese È-tv, l’altro nella redazione del Resto del Carlino. Saranno i primi faccia a faccia dopo quello organizzato a Cartabianca, quando la campagna elettorale, però, stava muovendo i suoi primi passi. I temi non mancheranno: sono giorni, infatti, che la polemica si accende praticamente su ogni questione e rimbalza sui social coinvolgendo anche i sindaci: come quella di Riccione, Renata Tosi, accusata di aver postato una notizia di sei anni fa, su un’indagine riguardante Bonaccini, e conclusasi in un niente di fatto poche settimane dopo.

O come l’arresto di un avvocato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e che sui suoi social faceva propaganda per Bonaccini. Il conto alla rovescia riguarda anche la Calabria, altra regione chiamata alle urne domenica. Qui a contendersi la presidenza sono Jole Santelli di Forza Italia, l’imprenditore Pippo Callipo sostenuto dal centrosinistra e Francesco Aiello del Movimento 5 Stelle. Matteo Salvini e gli altri leader non le hanno dedicato la stessa attenzione dell’Emilia-Romagna: il leader della Lega sarà a Catanzaro mercoledì per chiudere la campagna, prima di tornare in Emilia-Romagna per il rush finale.

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L’incoerenza del Pd sui decreti Sicurezza di Salvini

«Abisso democratico». «Barbarie giuridica». «Creano emergenza permanente». Ma allora perché adesso che sono al governo, i dem non li cancellano? Civati: «Abbiamo passato un anno a denunciare i soprusi. Ora siamo al grottesco: le risposte finora sono state ridicole».

Sono passati ormai quasi cinque mesi dalla nascita del governo Conte bis.

Non è stato certamente un periodo sereno all’interno della maggioranza ma, specie per il Pd, un punto programmatico pareva chiaro: garantire discontinuità rispetto al passato a partire dalla cancellazione dei decreti Sicurezza di Matteo Salvini.

Esattamente un mese prima del giuramento ufficiale dell’esecutivo davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella d’altronde, era stato il segretario dem Nicola Zingaretti a tuonare contro il dl Sicurezza-bis appena approvato: «Il decreto Salvini è passato, l’Italia è più insicura. La situazione nelle città e nei quartieri rimarrà la stessa, anzi peggiorerà. Il crimine ringrazia, le persone sono sempre sole e le paure aumentano. Salvini ci campa» (5 agosto 2019).

LEGGI ANCHE: Le sfide del 2020 su cui il governo si gioca la sopravvivenza

A fargli eco il giorno dopo (6 agosto 2019) la deputata Pd Rosa Maria di Giorgi: «Il decreto sicurezza bis rappresenta un ulteriore passo verso l’abisso democratico in cui il governo gialloverde sta trascinando il nostro Paese».

GLI ATTACCHI PD E 5 STELLE

E, ovviamente, lo stesso trattamento era stato riservato anche al primo dei due decreti Salvini. «Con questo provvedimento state creando degli invisibili senza volto», aveva sottolineato già il 28 novembre 2018 il capogruppo del Pd Graziano Delrio. Per Monica Cirinnà si trattava, addirittura, di «un atto di barbarie giuridica che colpisce le fondamenta umanitarie presenti nella Costituzione e in tutto il nostro ordinamento» (24 settembre 2018), al punto che Maurizio Martina propose anche la raccolta di firme «per la sua abrogazione» (17 settembre 2018). E non sono mancate nei mesi scorsi voci critiche anche nei 5 stelle. Una su tutte, quella del senatore Matteo Mantero che aveva parlato, a inizio 2019, di un «decreto incostituzionale e stupido, a solo scopo propagandistico, che auspicabilmente sarà smontato dalla Consulta: creare illegalità dove non c’era, ridurre l’integrazione peggiorando le condizioni di vita di italiani e stranieri».

#ABOLITEQUEIDECRETI, LA CAMPAGNA DI POSSIBILE

La domanda che nasce spontanea a questo punto è perché nulla sia stato fatto se, come ha detto il dem Emanuele Fiano, «il decreto sicurezza è l’emblema di una sintesi culturale che noi non potremo mai accettare» (24 settembre 2018). Ed è per questa ragione che Possibile ha lanciato la campagna #abolitequeidecreti ricordando la marea di dichiarazioni critiche nei confronti dei decreti Sicurezza da parte di chi, oggi, potrebbe cancellare quei provvedimenti.

Giuseppe Civati (Ansa).

«Se non si vuole che ci sia Salvini al governo, bisogna cominciare a cancellare quello che ha fatto», spiega Pippo Civati. «Ci vorrebbe un minimo di logica e coerenza: abbiamo passato un anno a dirne giustamente di tutti i colori, a rivelare l’incostituzionalità, a denunciare i soprusi. Ora sta diventando tutto grottesco: le risposte finora sono state ridicole».

LE IPOTESI DELLA MAGGIORANZA: TRA ABOLIZIONE E MODIFICHE

E se Civati non ha dubbi su cosa bisognerebbe fare («I due decreti sono entrambi sbagliati da capo a piedi, strumentali ed eccessivi: vanno cancellati di sana pianta»), nella maggioranza si ragiona sulla strada da seguire, tra abolizione tout-court e modifiche limitate a pochi punti.

LEGGI ANCHE: A che punto è la discussione della giunta sul caso Gregoretti

L’ultima a parlarne è stata la nuova inquilina del Viminale al posto proprio del segretario leghista, Luciana Lamorgese, che, ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo, ha sottolineato la necessità di «ampliare la categoria dei permessi umanitari per evitare quello che stava succedendo a dicembre e sul quale siamo dovuti intervenire». E cosa stava succedendo lo ha spiegato la stessa ministra: «Tutti quelli che non avevano il permesso umanitario in base al decreto poi venivano buttati fuori per strada e quindi ce li trovavamo nelle piazze nelle strade e nelle stazioni».

LA PROFEZIA DI ZINGARETTI

Zingaretti, d’altronde, l’aveva pronosticato: «Il decreto genererà caos, emarginazione e uno stato di emergenza permanente» (3 dicembre 2018), esattamente come detto pochi giorni prima anche dal deputato Walter Verini: «Moltissimi saranno in giro per le strade senza nome e senza speranza. Salvini è il ministro della paura e dell’insicurezza».

DA GIUGNO 2018, 26 MILA NUOVI IRREGOLARI

Alla teoria, però, dopo cinque mesi non c’è stata alcuna pratica. I numeri, d’altronde, parlano per tutti: come spiega a Lettera43.it Matteo Villa, ricercatore ed esperto di immigrazione dell’Ispi (Istituto Studi Politica Internazionale): «Con l’abolizione dei permessi umanitari abbiamo stimato da giugno 2018 a oggi la presenza di circa 26 mila nuovi irregolari, che porta il numero totale dei clandestini in Italia a oltre 90 mila». In altre parole, l’unica emergenza clandestini in Italia è quella causata dallo stesso Salvini con i decreti Sicurezza. 

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Di quanto aumenterebbero gli stipendi con il taglio del cuneo fiscale

I benefici allo studio del governo vanno da un massimo di 1.200 euro l'anno per i redditi più bassi fino ai 192 euro annui che arriveranno nella busta paga di chi guadagna 39 mila euro e zero per chi arriva a 40 mila.

La proposta di taglio del cuneo fiscale illustrata dal governo ai sindacati prevede benefici che vanno da un massimo di 1.200 euro l’anno per i redditi più bassi (tra circa 8.200 e 28 mila euro di reddito), per poi scendere gradualmente fino ai 192 euro annui che arriveranno nella busta paga di chi guadagna 39 mila euro e zero per chi arriva a 40 mila. È quanto emerge da un documento presentato dal governo al tavolo. Chi ha redditi fino a 33 mila euro potrà contare su un beneficio appena sopra i 1.000 euro. Chi ne guadagna 37 mila avrà circa 576 euro l’anno in più.

Il taglio del cuneo fiscale sarà erogato «ogni mese», partirà dal primo luglio e consentirà di aumentare fino a «100 euro lo stipendio netto, estendendo la platea a più di 4 milioni di lavoratori», rispetto a chi già riceve il bonus Irpef varato dal governo Renzi. Lo ha sottolineato il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri

«Una giornata importante perché dopo tanti anni c’è un provvedimento che aumenta il salario netto di una parte dei lavoratori dipendenti. Questo è un primo risultato, che interessa 15-16 milioni di persone che vedrà aumentare il netto in busta paga, nessuno diventa ricco, ma la strada è quella giusta». Così il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, al termine dell’incontro a Palazzo Chigi sul taglio del cuneo fiscale. Landini ha inoltre sottolineato «l’impegno per avviare un confronto che deve portare ad una vera riforma fiscale».

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Le mire (e gli uomini) di Spadafora su Sport e Salute

Dopo aver sistemato i suoi fedelissimi Loukarelis a capo dell'Unar e De Maio alla direzione dell'Agenzia Nazionale Giovani, il ministro sponsorizza Rozera, ora direttore generale Unicef Italia, come successore di Sabelli.

Dopo aver sistemato il suo fedelissimo braccio destro Trianda Loukarelis a capo dell’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali) e il suo giovane delfino, il cantautore Mimì De Maio, alla direzione dell’Agenzia Nazionale Giovani, il ministro dello Sport Vincenzo Spadafora (già da molti rinominato O’ministro come fu per Cirino Pomicino, viste le sue continue presenze nel territorio che gli ha dato i natali, dove torna – ogni volta con una casacca diversa – per fidelizzare l’elettorato) ha adesso in programma di giocarsi una ben più importante partita su Sport e Salute, l’azienda controllata dal Mise che si occupa dello sviluppo dello sport in Italia.

SPADAFORA AL POSTO DI SABELLI SPONSORIZZA ROZERA

Infatti dopo l’addio, non senza polemiche, del presidente Rocco Sabelli, pare che Spadafora stia proponendo al numero 1 del Coni Giovanni Malagò la figura di Paolo Rozera come nuovo direttore generale, una carica che attualmente egli ricopre in Unicef.

Sì, perché il fattore comune di tutti questi giochi di poltrone cari al ministro dello Sport, è che nel curriculum degli interessati pare debba essere necessaria la sola esperienza lavorativa nella Ong di cui è stato presidente dal 2008 al 2011.

LAURA BALDASSARRE VERSO L’UNICEF

Tutti gli interessati sono cresciuti con Spadafora e altrove non hanno mai lavorato (nel caso di Rozera fa eccezione la sua esperienza di arbitro di basket di qualche anno fa). Il tutto con il beneplacito dell’attuale presidente dell’Unicef Francesco Samengo, che è già pronto a sostituire Rozera con chi vorrà indicargli O’ministro; magari con Laura Baldassarre, anche lei storica seguace spadaforiana, che dopo un giro all’Authority per l’Infanzia e un altro al Comune di Roma, è tornata in sede in attesa di un adeguato ricollocamento interno.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere

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La Cgil promette la piazza se il governo non ascolta le richieste su fisco e pensioni

Maurizio Landini avvisa l'esecutivo alla vigilia del vertice con le parti sociali. Sul tavolo il taglio delle tasse in busta paga e il superamento della legge Fornero.

La Cgil si prepara a scendere in piazza se il governo non ascolterà le richieste su fisco e pensioni: «Le nostre lotte hanno prodotto i primi risultati ma dobbiamo essere pronti a riempire le piazze», ha detto il segretario generale della Cgil Maurizio Landini in un video messaggio a lavoratori e pensionati alla vigilia degli incontri con l’esecutivo, «se le nostre richieste non saranno accolte».

LA BATTAGLIA PER IL TAGLIO DELLE TASSE SUL LAVORO

«Domani», ha continuato il leader sindacale, «avremo un incontro con il governo per cominciare a ridurre la tassazione sul lavoro dipendente, cioè aumentare il netto in busta paga dei lavoratori. È un inizio perché poi bisogna riformare in tempi rapidi tutto il sistema fiscale affinché anche i pensionati e tutti i lavoratori dipendenti paghino meno tasse, la lotta all’evasione fiscale diventi davvero una lotta senza quartiere, il principio della progressività – e cioè che chi più prende e più possiede più deve contribuire – diventi la regola fondamentale».

LA BATTAGLIA SULLA LEGGE FORNERO

Sulla previdenza Landini ha poi ribadito la richiesta di una pensione di garanzia per i giovani, di un riconoscimento per il lavoro di cura delle donne e di un percorso diverso per i lavori gravosi. «Il 27 gennaio partirà finalmente il confronto per cambiare la Legge Fornero, una legge sbagliata. Sarebbe da irresponsabili non cambiare una norma così iniqua e che ha creato tanti problemi. I giovani devono avere la certezza di una pensione nel futuro, le donne devono vedere riconosciute le loro differenze di genere e non pagare due volte per questo, i lavori più pesanti per loro natura devono portare le persone ad andare in pensione prima».

A LAVORO PER LA RIVALUZIONE DELLE PENSIONI

«Contemporaneamente c’è bisogno di avere una legge sulla non autosufficienza ed è venuto il momento di una rivalutazione delle pensioni. Questi», ha concluso il segretario generale, «sono i temi centrali che vogliamo affrontare e che sono la condizione per fare ripartire gli investimenti e ricostruire una solidarietà e una giustizia sociale nel nostro Paese. Se questi risultati arriveranno bene, se dovessimo trovare problemi preparatevi, perché come ci siamo mobilitati lo scorso anno, dobbiamo essere pronti a riempire le piazze anche quest’anno».

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La relazione sulla Libia di Conte e Guerini in parlamento

Il ministro della Difesa: «Pronti a rimodulare il nostro impegno militare». Il premier in audizione al Copasir.

I recenti avvenimenti in Libia «ci impongono una riflessione su una possibile rimodulazione del nostro sforzo militare. Si potrebbe ipotizzare un intervento internazionale per dare solidità alla cornice di sicurezza, nel rispetto di un’eventuale richiesta di supporto avanzata alla comunità internazionale», ha detto il ministro della Difesa Lorenzo Guerini alle commissioni Difesa di Senato e Camera.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte è giunto a Palazzo San Macuto dove è in corso la sua audizione davanti al Copasir in relazione alla situazione in Libia.

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La polemica sulla ministra Azzolina e la tesi di laurea copiata

La neo titolare dell'Istruzione avrebbe usato brani di testi specialistici senza citare le fonti. La Lega all'attacco: «Si dimetta subito».

La Lega va all’attacco della neoministra dell’Istruzione Lucia Azzolina che, secondo il quotidiano La Repubblica, avrebbe realizzato la tesi riprendendo testi specialistici. «Confrontando diversi passi dell’estratto del lavoro disponibile online», riporta il quotidiano, «corrispondente alle prime tre pagine, con i rispettivi originali, si scopre che più o meno la metà di quel che c’è scritto in quell’estratto è il risultato di un plagio. E la ministra dell’Istruzione non solo non virgoletta quel che non è farina del suo sacco, e già il fatto sarebbe di per sé molto grave, ma nei luoghi corrispondenti ai passi interessati, per giunta, non cita nessuna delle fonti cui ha attinto a man bassa». 

SALVINI: «SI VERGOGNI E VADA A CASA»

«Fare peggio del ministro Fioramonti sembrava impossibile. E invece Azzolina ci stupisce: non solo si schiera contro i precari ma ora scopriamo che copia pure le tesi di laurea. Un ministro così non ha diritto di dare (e fare) lezioni. Roba da matti. Si vergogni e vada a casa», ha commentato il segretario della Lega Matteo Salvini.

«Appena hanno capito che si chiamava AzzolinA e non Azzolini è uscito fuori questo! Ora facciamo come la Germania, dove Guttenberg, nel 2011, si dimise. Avete vilipeso il vostro Paese dipingendolo come un focolaio di corruzione? Ora seguite i vostri modelli», scrive su Twitter il senatore della Lega Alberto Bagnai.

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La proposta di Paola Pisano su username e password statali

La ministra della Pubblica amministrazione propone l'identità digitale unica. Per accedere ai servizi pubblici ma anche a quelli privati. Sui social scoppia la polemica. E lei prova a fare chiarezza con un tweet.

Un’unica e sola user e password per accedere a tutti i servizi digitali. Della pubblica amministrazione ma non solo, anche al proprio conto in banca, per acquistare un biglietto del cinema, per prenotare un’auto. La proposta lanciata dalla ministra della Pa Paola Pisano al programma Eta Beta di Radio1 ha fatto discutere parecchio, muovendo non poche perplessità.

MADIA CRITICA

L’iniziativa ha però trovato le critiche di Marianna Madia, ex titolare dello stesso ministero occupato dalla Pisano: «Sono molto perplessa per le posizioni espresse oggi dalla ministra Pisano relative all’identità digitale», ha affermato la deputata del Partito democratico. «Credo occorra un confronto urgente sulle scelte complessive del governo in materia di digitale e dati. Si tratta di un tema strategico per i diritti dei cittadini, la democrazia e la competitività del Paese. Alcune scelte meritano un approfondimento e un confronto ampio e non possono essere rilasciate ad improvvisazioni estemporanee».

SENSI E ATTIVISSIMO PREOCCUPATI

Quella della Madia non è stata l’unica voce critica. In tanti, sui social, hanno espresso dubbi e timori in termini di privacy e sicurezza. «Una sola password e pure di Stato?», ha commentato il debunker Paolo Attivissimo, «significherebbe collegare le attività private (che non devono interessare a uno Stato) a quelle che riguardano lo Stato (tasse, certificati, atti pubblici)». Ancora più netto e duro Filippo Sensi: «A me questa cosa mette i brividi e mi fermo per carità di patria».

IL CHIARIMENTO DELLA MINISTRA

La polemica è montata rapidamente sui social, tanto che la titolare della Pa è dovuta tornare sull’argomento con un tweet: «Vediamo di sgombrare il campo da ogni equivoco: l’identità digitale sarà rilasciata dallo Stato e servirà a identificare il cittadino in modo univoco verso lo Stato stesso. In futuro, per aziende e cittadini che lo vorranno, potrebbe essere un ulteriore sistema di autenticazione».

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Le sfide del 2020 su cui il governo si gioca la sopravvivenza

Il nodo prescrizione. Il voto sulla Gregoretti. Le Regionali. Ma anche la questione banche, i decreti Sicurezza (che una parte del Pd vuole cancellare) e il Reddito di cittadinanza, nel mirino di Renzi. I dossier che metteranno a dura prova la tenuta della maggioranza.

C’è Giuseppe Conte che guarda a «una maratona» fino al 2023 e c’è Nicola Zingaretti che con più cautela parla di agenda per il 2020, invocando «crescita e giustizia fiscale». In mezzo ci sono Luigi Di Maio e Matteo Renzi che giurano lealtà, ma devono districarsi tra reciproche diffidenze e problemi di varia natura. Ed è proprio il rapporto tra Movimento 5 Stelle e Italia Viva ad aumentare i pericoli di una crisi, con Palazzo Chigi spettatore interessato delle scintille tra gli alleati-nemici. Il nuovo anno del governo non si annuncia affatto tranquillo. E più che un progetto annuale, se non addirittura triennale come vaticinato dal presidente del Consiglio, la realtà racconta di una navigazione sempre più a vista. 

Pensare a una scadenza a lungo tempo è complicato

Fonti di maggioranza

L’ottimismo professato da Conte non trova grandi riscontri nei fatti. «Pensare a una scadenza a lungo tempo è complicato», ammette un parlamentare della maggioranza. Fin dai prossimi primi giorni ci saranno degli ostacoli da saltare, aggirare. O, come è avvenuto nelle ultime settimane, da spostare qualche mese più in avanti, cercando di rinviare e temporeggiare. Dal voto su Matteo Salvini per il caso Gregoretti alle elezioni regionali, l’inizio del 2020 sarà ricco di insidie, con le varie forze di maggioranza che devono accorciare distanze siderali. Ma il principale problema resta la tenuta del Movimento 5 Stelle: non trascorre giorno senza le voci di possibili transfughi, in qualsiasi direzione. E principalmente verso la Lega.

I MALUMORI DI ITALIA VIVA SULLA PRESCRIZIONE

A parole nessuno vuole creare l’incidente sulla Giustizia, in particolare sulla cancellazione della prescrizione prevista dalla riforma del ministro Bonafede. Ma la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni, così il Partito democratico ha piantato un paletto: senza un accordo di maggioranza, sarà portata in Aula una proposta di legge alternativa che non elimina la prescrizione, ma la regolamenta con una sospensione massima di tre anni e sei mesi. Come se non bastasse Italia Viva ha ribadito che è pronta anche a votare il testo di Forza Italia, presentato dal deputato Enrico Costa. Questa proposta punta a neutralizzare la norma voluta dal Guardasigilli. Una mossa che spalanca le porte a un’eventuale, ulteriore, spaccatura tra i cinque stelle. Una retromarcia sulla prescrizione, infatti, potrebbe essere la scusa buona per i malpancisti del Senato a lasciare il Movimento. Senza dimenticare il dossier sulla revoca della concessione ad Autostrade, che potrebbe provocare la stessa dinamica tra i dissidenti M5s. 

IL REFERENDUM CHE PUÒ AVVICINARE LE ELEZIONI

Pochi giorni e gli italiani sapranno se ci sarà un referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari. Il 12 gennaio scade il termine per le firme sulla richiesta del referendum: al Senato il quorum è stato raggiunto, ma qualcuno potrebbe decidere di ritirare la firma, facendo saltare la consultazione (che si terrebbe in primavera). Il passaggio è molto delicato: intorno a questa decisione c’è un interesse di Palazzo, ossia la possibilità di far terminare anticipatamente la legislatura per tornare subito al voto ed eleggere, per l’ultima volta, 945 parlamentari invece di 600 come previsto dalla riforma approvata. A questo si aggiunge un’altra atavica questione: la legge elettorale, su cui la maggioranza fatica a trovare un’intesa. Ma c’è una certezza: nelle prossime settimane la Corte costituzionale si esprimerà sull’ammissibilità del referendum proposto dalla Lega; l’obiettivo è quello di introdurre un maggioritario puro, cancellando la quota proporzionale prevista dal Rosatellum.

IL VOTO SU SALVINI ALIMENTA LE TENSIONI

Il 20 gennaio ci sarà il voto su Salvini e la vicenda giudiziaria relativa alla nave Gregoretti: i magistrati chiedono di poter processare il leader della Lega. La vicenda accresce gli imbarazzi dei cinque stelle, che sul caso della Diciotti avevano respinto la richiesta della magistratura. Ma quella era l’epoca del Salvini alleato di Di Maio, ora la fase politica è diversa. E anche l’orientamento sembra cambiato. I leghisti scrutano perciò le intenzioni di Italia Viva, che non si è sbilanciata sulla decisione. L’aria che tira nei corridoi parlamentari è che il dialogo tra i “due Mattei”, Renzi e Salvini, potrebbe manifestarsi proprio il 20 gennaio. Facendo esplodere ulteriori tensioni. 

LE REGIONALI COME PUNTO DI SVOLTA

Le Regionali in Emilia-Romagna e Calabria, in calendario il 26 gennaio, hanno una valenza nazionale. Al di là delle smentite di rito, l’eventuale sconfitta di Stefano Bonaccini provocherebbe uno smottamento nel Pd, rischiando seriamente di trascinare con sé l’intero governo. Facile prevedere pure le accuse rivolte al Movimento che ha voluto presentare un proprio candidato. Nelle ultime settimane, il barometro segnala un moderato ottimismo: il centrosinistra è dato in vantaggio nei sondaggi sull’alleanza di centrodestra, guidata dalla leghista Lucia Borgonzoni. Ma c’è un altro tornante fondamentale nel voto per l’Emilia-Romagna. Un risultato molto deludente di Simone Benini, candidato del M5s, aprirebbe l’ennesimo fronte polemico interno nei confronti di Di Maio. Con la messa in discussione della sua leadership e l’aumento del malcontento tra i parlamentari pentastellati. Sull’esito del voto in Calabria, invece, l’attenzione è al momento minore.

EX ILVA, MA NON SOLO: LE VERTENZE CHE SCOTTANO

La «maratona» di tre anni annunciata da Conte parte quindi con un primo chilometro durissimo. Tutto in salita. Oltre al rapporto tra i partiti, sul tavolo ci sono questioni che tirano in ballo il destino di decine di migliaia di lavoratori. In questo caso spetterà al ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, dirimere le problematiche più delicate. Il futuro dell’ex Ilva e di Alitalia è incerto: lo stabilimento di Taranto è al centro di una complicata trattativa con ArcelorMittal, mentre la compagnia aerea ha ricevuto l’ennesimo prestito-ponte. Ma all’orizzonte non si delinea una soluzione definitiva. Tra le vertenze ci sono anche quelle della Whirpool, dell’ex Embraco e della Bosch di Bari. Sempre nel capoluogo pugliese c’è un’altra criticità: la Popolare di Bari. Il salvataggio in extremis dell’istituto non ha risolto la questione. Anzi.

DALLE BANCHE A QUOTA 100: GLI ALTRI FRONTI DELICATI

La questione banche è pronta ad acuire le divisioni. I lavori della commissione di inchiesta dovranno comunque partire nel 2020: non è immaginabile un ulteriore slittamento. E le scintille tra Movimento 5 Stelle e Italia Viva sono facilmente prevedibili. Un altro terreno di scontro è rappresentato dai decreti Sicurezza: una parte del Pd chiede la totale cancellazione dei provvedimenti voluti da Salvini nel corso della precedente esperienza di governo. Conte ha detto di voler conservare l’impianto normativo, prevedendo solo ritocchi. Zingaretti sarà costretto a battere i pugni sul tavolo e comunque dovrà accettare una mediazione, rischiando di alimentare le polemiche interne. Sempre tra i dem c’è la volontà di rilanciare la battaglia sullo Ius Culturae, sfidando il niet di Di Maio. Tra i tanti dossier aperti e quelli da aprire, si inserisce l’attivismo di Renzi, che ha bisogno di ritagliarsi uno spazio per aumentare i consensi della sua creatura politica. Italia Viva al momento non sfonda nei sondaggi. Così l’ex presidente del Consiglio, attraverso i suoi fedelissimi, ha già annunciato una campagna contro Reddito di cittadinanza e Quota 100, cavalli di battaglia del M5s. Una provocazione che non è passata inosservata. Insomma, all’ordine del giorno delle criticità del Conte 2 c’è un ricco capitolo di “varie ed eventuali”.

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Le mosse del Mit su Autostrade per il 2020

Il ministero dei Trasporti prova a tenere a limitare Aspi con l'introduzione di un osservatorio sulle verifiche di sicurezza. E spinge per congelare i pedaggi sul 95% della rete.

L’anno difficile delle strade liguri ha coinciso un un anno complesso soprattutto per Autostrade per l’Italia, tanto da tenere il ministero del Trasporti, e in generale la fazione grillina del governo, sul piede di guerra. Gli ultimi episodi di fine anno, come l’incendio nel cantiere del viadotto Polcevera a Genova o il crollo del soffitto di una galleria sulla A26, hanno spinto il Mit a correre ai ripari.

DAL 2020 NUOVO OSSERVATORIO SUL MONITORIAGGIO DI ASPI

La ministra Paola De Micheli al termine della riunione informativa sul distacco di parte del soffitto della galleria Berté ha deciso che a partire dal prossimo anno verrà istituito presso il Mit un Osservatorio permanente di monitoraggio delle verifiche di sicurezza relative a tutte le strade e autostrade gestite in concessione, anche con il coinvolgimento di Ansfisa, l’agenzia per la sicurezza stradale e ferroviaria. Durante il vertice che si è tenuto al ministero con i vertici di Aspi si è discusso di una accelerazione dei tempi relativi alla manutenzione di autostrade e gallerie gestite da Aspi, dell’istituzione di un osservatorio Mit-Aspi sui controlli realizzati dalla società concessionaria e di un aiuto economico al Porto di Genova. Alla riunione hanno partecipato oltre al ministro in conference call, il capo di gabinetto del Mit, il direttore generale per la Vigilanza sulle concessionarie autostradali del Mit, e l’Amministratore delegato di Aspi.

IL MINISTERO CHIEDE DI COGLEARE GLI AUMENTI PER IL 2020

Il Mit ha reso noto anche che verranno differiti dal decreto Milleproroghe gli incrementi tariffari previsti dal prossimo 1 gennaio 2020 per il «95% della rete autostradale» e che gli aumenti tariffari ci saranno solo per le società CAV 1,20%, Autovia Padana 4,88%, Bre.Be.Mi. 3,79% e Pedemontana Lombarda 0,80%. Inoltre «si conferma l’ulteriore congelamento degli incrementi tariffari relativi agli anni precedenti» per le società Concessionarie quali Strada dei Parchi, Autostrade per l’Italia e Milano Serravalle. Il Ministero ha fatto inoltre presente che «relativamente alla Concessionaria Strada dei Parchi, l’incremento tariffario è ulteriormente sospeso fino al 31 ottobre 2021» per cui sulle autostrade A24 e A25 «continueranno ad applicarsi le tariffe di pedaggio vigenti alla data del 31 dicembre 2017».

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Fioramonti lascia il M5s e passa al gruppo misto

L'ex ministro dell'Istruzione ha annunciato l'intenzione di uscire dei pentastellati. «C'è diffuso sentimento di delusione».

L’ex ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti ha lasciato il gruppo parlamentare del Movimento Cinque Stelle e si è iscritto, «a titolo puramente individuale», al gruppo Misto. Lo ha annunciato lo stesso Fioramonti su Facebook.

Questi giorni sono stati difficili. Il mio nome sballottolato sui giornali per ogni sorta di retroscena, speculazione e…

Posted by Lorenzo Fioramonti on Monday, December 30, 2019

«Il Movimento 5 Stelle mi ha deluso molto. So che esiste un senso di delusione profondo, più diffuso di quanto si voglia far credere», ha scritto ancora l’ex titolare del Miur annunciando di aver comunicato al Presidente della Camera la «decisione di lasciare il gruppo parlamentare ed approdare al misto». «È come se quei valori di trasparenza, democrazia interna e vocazione ambientalista che ne hanno animato la nascita si fossero persi nella pura amministrazione, sempre più verticistica, dello status quo», ha aggiunto.

«ATTACCHI FEROCI CONTRO LA MIA PERSONA»

«Gli attacchi più feroci sono arrivati dal Movimento 5 Stelle, non criticando la mia scelta, ma colpendo la mia persona. Anche se tutti, ma proprio tutti, sapevano da mesi come la pensavo», ha aggiunto l’ex titolare del Miur spiegando che l’addio al gruppo è legato anche a «tutti gli attacchi che ho ricevuto». «In questo percorso, ho incontrato tante persone che mi hanno sostenuto. Dentro e fuori dal Movimento», ha continuato. «E non c’è niente di male se con alcune di queste persone si è cercato di collaborare per riportare in auge temi cruciali come l’ambiente, lo sviluppo sostenibile, la formazione e la ricerca. Sono questi i veri temi del presente e del futuro. E invece tutti parlano di altro. Si è parlato di gruppi, correnti, partiti. Tutte parole al vento per riempire giornali e pagine web».

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Il governo smentisce la revisione di reddito di cittadinanza e Quota 100

Dopo le polemiche fra Italia viva e M5s, Palazzo Chigi chiude a eventuali modifiche delle due misure-simbolo del governo gialloverde.

Il governo ha ufficialmente smentito di essere al lavoro su eventuali modifiche da apportare al reddito di cittadinanza e alle pensioni con Quota 100. «Dopo l’approvazione della manovra, non è all’ordine del giorno alcuna revisione», ha fatto sapere Palazzo Chigi.

Il riferimento è alla ricostruzione giornalistica offerta dal quotidiano La Stampa in edicola il 30 dicembre, ma la nota del governo suona anche come una risposta alla polemica aperta dalla ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova. L’esponente di Italia viva, infatti, aveva chiesto all’esecutivo di cancellare il reddito e di ridiscutere quota 100. L’ex ministra M5s Barbara Lezzi aveva replicato: «Se il reddito le fa schifo allora si dimetta e faccia cadere il governo».

Secondo La Stampa, tuttavia, il premier Giuseppe Conte sarebbe disponibile a ridiscutere entrambe le misure. In particolare, per quanto riguarda il reddito, Conte vorrebbe intervenire sui navigator, sul ruolo dell’Anpal e sui rapporti con gli enti locali, mentre il Pd vorrebbe una stretta sui criteri d’accesso al sussidio. Per quanto riguarda invece Quota 100, per il quotidiano torinese non sarebbe da escludere una riforma strutturale del sistema pensionistico in grado di superare sia tale meccanismo, sia la legge Fornero. Ma la secca smentita di Palazzo Chigi fa capire che non ci sono margini per procedere in questo senso.

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Prescrizione ma non solo: il gennaio a ostacoli di Conte

Il nodo giustizia fa tremare il governo. Alle prese anche con le delicate questioni Autostrade e Ilva. Italia viva sul piede di guerra. Mentre nel M5s è tutti contro tutti. E sul reddito di cittadinanza volano stracci.

Un gennaio a ostacoli, che avrà nella giustizia – e nella prescrizione in particolare – la prima, spinosissima tappa. Ad attendere il premier Giuseppe Conte sarà un mese infuocato. M5S, Pd e Iv viaggiano su binari lontanissimi e il rischio è che lo stallo sulla riforma Bonafede inquini sul nascere il confronto nel governo dal quale il presidente del Consiglio vuol far ripartire la sua agenda. La maggioranza resta fragile, il botta e risposta tra Barbara Lezzi (M5s) e Teresa Bellanova (Iv) sul reddito di cittadinanza lo dimostra. Conte arriverà al vertice sulla giustizia previsto il 7 gennaio probabilmente dopo aver completato l’insediamento di nuovi ministri alla Scuola e all’Università e Ricerca Lucia Azzolina e Gaetano Manfredi. La scelta dello spacchettamento, a livello numerico, avvantaggia il Pd e, allo stesso tempo, frena la possibile richiesta di un mini-rimpasto da parte dei Dem dopo le Regionali.

IL TUTTI CONTRO TUTTI NEL MOVIMENTO 5 STELLE

Il Movimento, dal canto suo, si consola con la promozione del suo sottosegretario, la deputata Azzolina. La sua indicazione trova il gradimento dei vertici e forse scontenta l’ala ortodossa (tra i papabili c’era anche il presidente della commissione Cultura Luigi Gallo) ma non dovrebbe creare ulteriori crepe in un Movimento dove, da giorni, è in atto un tutti contro tutti. Oggi è il “dissidente” Gianluigi Paragone a parlare. «Proveranno a espellermi, certo. Forse ce la faranno pure, ma poi metterò in evidenza che il collegio dei probiviri è composto da persone che sono incompatibili, come la ministra Dadone che non può essere ministro e probiviro insieme», attacca il senatore. Difficile, tuttavia, che Luigi Di Maio aumenti la tensione optando per espellere subito dissidenti e ritardatari sui rimborsi. Più facile che, almeno alla Camera, siano i dissidenti ad andar via.

I TIMORI DEL PREMIER

L’ipotesi del gruppo “contiano”, guidato da Lorenzo Fioramonti, resta concreta e potrebbe raccogliere almeno una decina di scontenti M5S ma, arrivare a quota 20 deputati – necessaria per avere l’ok della Camera – non è semplice. E già fioccano smentite. Su due battaglie i pentastellati si mostrano uniti. La revoca delle concessioni ad Autostrade e la riforma della prescrizione. Sul primo punto la linea di Conte sembra convergere con quella Di Maio: nessuno sconto ad Autostrade, ha spiegato il premier nell’attesa che finisca l’istruttoria. Ma lo scontro con Iv è alle porte. Il Pd, invece, è in una posizione attendista, forse anche perché, almeno dal punto di vista cronologico, il dossier Autostrade s’incrocia con quello della prescrizione, dove i Dem sono invece in trincea. L’obiettivo, per Conte, è fare in modo che il vertice del 7 non si trasformi in un’ennesima fumata nera.

SI CERCA L’ACCELERATA SULL’ILVA

«Bonafede faccia un passo di lato», è l’invito del ministro Francesco Boccia che dà al Guardisigilli due mesi di tempo per trovare un punto di caduta. «Oppure andremo avanti con la nostra proposta di legge», avvertono i dem. Sempre nella prima metà di gennaio, Conte proverà a dare un’accelerata al dossier Ilva varando contestualmente il decreto “Cantiere Taranto” che, nella strategia del governo, è parte della soluzione di rilancio dello stabilimento.

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L’iter per la nomina dei ministri Azzolina e Manfredi

Prima un decreto per lo spacchettamento del dicastero; quindi la nomina da parte del presidente della Repubblica e il successivo giuramento.

Prima il decreto in Consiglio dei ministri per lo spacchettamento tra ministero dell’Istruzione e ministero dell’Università e della Ricerca di competenze finora accorpate in un solo dicastero; quindi la nomina da parte del presidente della Repubblica e il successivo giuramento. È il timing che attende Lucia Azzolina e Gaetano Manfredi, i ministri indicati dal premier Giuseppe Conte per il post-Fioramonti: la prima messa a capo del ministero della Scuola, il secondo titolare dell’Università e della Ricerca. Per l’ufficialità, tuttavia, a quanto spiegano fonti di governo, bisogna attendere almeno i primi di gennaio. Anche perché l’iter richiede più tappe.

L’ITER CHE PORTA ALL’INSEDIAMENTO DEI DUE MINISTRI

Innanzitutto è necessario un decreto legge (ipotesi altamente più probabile di un Decreto del presidente del Consiglio dei ministri – Dpcm) che spacchetti le competenze assegnate all’attuale Ministero dell’Istruzione, dell’università e della Ricerca, che è un dicastero con portafoglio. Quindi il Consiglio dei ministri deve dare il via libera all’operazione, in modo che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, su indicazione del premier Giuseppe Conte, possa procedere alla nomina. Solo allora i ministri nominati potranno salire al Quirinale per il giuramento e insediarsi nei loro nuovi uffici. A quel punto i ministri del governo Conte Bis passeranno da 21 a 22.

UN ESECUTIVO COMPOSTO DA 63 PERSONE

Come precisato dallo stesso presidente del Consiglio non è prevista la nomina di nuovi sottosegretari. Che in totale, compresi i viceministri, erano 42. Con le nomine del 28 dicembre diventano 41 per il passaggio di Azzolina dalla sottosegreteria alla guida del nuovo dicastero della Scuola. In totale i componenti dell’Esecutivo sono quindi 63. Il governo Conte Uno con la maggioranza gialloverde era arrivato a 64, uno in più. I cinque premier precedenti hanno totalizzato rispettivamente: Paolo Gentiloni 60 elementi, Matteo Renzi 63, Enrico Letta 63, Mario Monti 47. Quest’ultimo, il “governo dei professori”, risulta il più magro di tutti. Il record assoluto di affollamento spetta invece al secondo governo di Romano Prodi che, insediatosi nel 2006, in due anni di durata arrivò alla cosiddetta «carica dei 102», il totale tra ministri e sottosegretari. L’Andreotti VII nel ’91 si era fermato a 101.

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Chi sono i due nuovi ministri Lucia Azzolina e Gaetano Manfredi

Conte scinde Scuola e Università. Alla prima approda l'ex sottosegretaria in orbita cinque stelle. Alla Ricerca il rettore dell'Università di Napoli. I profili.

Dopo i due vicepremier, tocca ai due ministri. Con una mossa a sorpresa il premier Giuseppe Conte ha sciolto le riserve annunciando non uno, ma ben due nomi per sostituire il dimissionario tra le polemiche Lorenzo Fioramonti. A quello di Lucia Azzolini, da giorni considerata tra le papabili per la poltrona del Miur, il presidente del Consiglio ha affiancato quello del professor Gaetano Manfredi. Già, perché Conte ha annunciato che Scuola e Università non andranno più a braccetto, ma avranno ciascuna un ministero di riferimento.

AZZOLINA, DA SOTTOSEGRETARIO A MINISTRO

Lucia Azzolina approda dunque al ministero dell’Istruzione dopo esserne già stata sottosegretaria. Trentasette anni, originaria di Siracusa, la neoministra si è laureata dapprima in Filosofia e poi in Giurisprudenza nel 2013. Nel gennaio 2014, come riporta l’Agi, è passata di ruolo all’I.I.S “Quintino Sella” di Biella. Nel maggio 2019 si è classifica tra gli idonei del concorso per dirigente scolastico, nelle cui graduatorie è rimasta iscritta in attesa di un eventuale reclutamento degli idonei, in subordine ai vincitori del concorso. I primi passi in politica li ha percorsi nel 2018, con la candidatura alle parlamentarie del Movimento 5 stelle per Novara-Biella-Vercelli-Verbania e parte della provincia di Alessandria: in quell’occasione ha ottenuto il maggior numero di voti tra le donne candidate. Il 19 marzo 2018 è stata proclamata deputato nella XVIII legislatura. È stata una delle artefici del decreto Scuola: come sottosegretaria ha infatti rappresentato il governo in Aula e in Commissione alla Camera durante la sua approvazione. E per questo, denunciò all’epoca, fu oggetto su Facebook di attacchi, insulti e minacce.

MANFREDI, UN ACCADEMICO ESORDIENTE IN POLITICA

Il nuovo ministro dell’Università e ricerca Gaetano Manfredi, 56 anni, ingegnere, è dal 2014 rettore dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. In precedenza ha insegnato per molti anni nello stesso ateneo ed è stato a capo della Crui, la Conferenza dei rettori delle università italiane. Per lui l’annuncio di Conte rappresenta un bel regalo di compleanno: è arrivato infatti a poco più di una settimana dal suo 56esimo compleanno. Nato il 4 gennaio 1964 a Ottaviano, in provincia di Napoli, Manfredi si è laureato in Ingegneria nel 1988 nell’Università Federico II. La Tecnica delle costruzioni, ingegneria civile e rischio sismico sono le sue specializzazioni. Dal 2000 ha una cattedra in Tecnica delle costruzioni nell’università Federico II, della quale è diventato rettore nel 2014.

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La conferenza stampa di fine anno del premier Conte

Il presidente del Consiglio traccia il bilancio del suo secondo esecutivo: «Abbiamo corso i 100 metri per mettere il Paese in sicurezza, ora ci attende una maratona di tre anni».

Tradizionale appuntamento di fine anno con la stampa per il premier Giuseppe Conte. A Roma il presidente del Consiglio ha preso parte all’evento organizzato dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti. Conte ha tracciato un primo bilancio del suo secondo esecutivo, ribadendo l’orizzonte temporale che la maggioranza ha davanti a sé e parlando a tal proposito di una «maratona di tre anni». Ha poi annunciato che, per sostituire il dimissionario ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti, ha intenzione di trasformare in un doppio ministero il Miur, affidando a Lucia Azzolina il dicastero dell’Istruzione e a Gaetano Manfredi quello dell’Università e della ricerca. «Sono convinto», ha detto il premier, «che la cosa migliore per potenziare il settore sia separare la scuola dall’università».

«Non solo è stata disinnescata l’Iva», ha spiegato Conte in avvio di conferenza, «ma abbiamo anche iniziato a realizzare alcuni degli impegni sui quali abbiamo chiesto la fiducia del parlamento e dei cittadini. Ora abbiamo davanti a noi una maratona di tre anni, non significa che andremo a passo lento, marceremo spediti, ma questo spazio temporale ci consentirà di programmare senza l’affanno di questi mesi le nostre iniziative di governo. Vogliamo un piano ambizioso e riformatore per realizzare quelle misure che il Paese attende da anni per migliorare la qualità della vita dei cittadini».

«ABBIAMO MESSO IL PAESE IN SICUREZZA»

«In questi primi giorni del nuovo governo siamo stati costretti a correre i 100 metri, anzi una corsa a ostacoli, per mettere il Paese in sicurezza e reperire i 23 miliardi per disinnescare l’Iva», ha quindi spiegato Conte in apertura del suo intervento. «Sono orgoglioso di avere raggiunto gli obiettivi prefissati».

«A GENNAIO RILANCIO DELL’AZIONE DI GOVERNO»

E ancora: «Gennaio sarà l’occasione per fermarsi a riflettere e confrontarsi per cercare di rilanciare l’azione di governo. Già scegliere l’ordine temporale delle misure da adottare sarà una scelta politica, nell’interesse dei cittadini e del Paese». Conte ha sottolineato che «abbiamo già presenti alcune priorità» tra cui «vogliamo snellire la macchina burocratica».

«DA SALVINI MODO DI INTERPRETARE LA LEADERSHIP INSIDIOSO»

Duri, invece, i toni utilizzati, più o meno indirettamente nei confronti dell’ex vicepremier Matteo Salvini. «Ritengo che» la Lega «sia una forza pienamente legittimata a partecipare al gioco democratico. Quello che mi ha meravigliato è il modo con cui Salvini interpreta la sua leadership, con slabbrature e strappi istituzionali». Questa modalità di interpretare il suo ruolo», ha aggiunto, «la ritengo insidiosa, la Lega in sé no». Per Conte, «i nostri porti non sono mai stati chiusi, la differenza era trovare soluzioni automatiche o meno, la differenza era tenerli in mare più giorni o meno giorni». I decreti sicurezza, invece, «vanno depurati da condizioni che io stesso ritengo inaccettabili. Senza quelle norme il decreto chiarisce le competenze e un concetto di sovranità marittima che non era ben chiaro».

«DUE GRADI DI GIUDIZIO PER LA GIUSTIZIA TRIBUTARIA»

Sul fronte giustizia, il premier ha spiegato che «dovremo lavorare per velocizzare i processi: questo sarà un pilastro del nostro disegno riformatore. Siamo molto ambiziosi, dobbiamo mettere mano alla giustizia tributaria. Il mio obiettivo è quello di ridurre un grado di giudizio, per la giustizia tributaria devono essere sufficienti solo due gradi». «

«NON HO VELLEITÀ DI AVERE GRUPPI DI RIFERIMENTO»

Respinte, poi, ancora una volta, tutte le ipotesi di formazioni politiche facenti riferimento al capo del governo. «Non ho velleità di avere un gruppo riferimento», ha ribadito Conte. «Dar vita a nuovi gruppi in parlamento, anche a sostegno della maggioranza e del premier rischia di destabilizzare l’iniziativa di governo e non di stabilizzarla. In questo momento una frammentazione delle forze politiche che sostengono la maggioranza non fa bene all’azione di governo».

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