Le ultime notizie sul decreto fiscale collegato alla manovra 2020

Lotteria per incentivare i pagamenti elettronici, tetto di mille euro per quelli in contanti. E poi: applicazione automatica della digital tax nel 2020 e contributi per la rottamazione dei veicoli di trasporto merci.

Non solo la lotteria degli scontrini. Nel decreto fiscale collegato alla manovra 2020 su cui in queste ore sta lavorando il governo – entro la mezzanotte del 15 ottobre occorre mandare a Bruxelles il Documento programmatico di bilancio, cioè l’ossatura della legge di bilancio – spunta anche un premio speciale per chi fa acquisti con carta di credito.

UNA LOTTERIA PER INCENTIVARE LA MONETA ELETRONICA

L’ultima bozza del decreto fiscale – la cui approvazione potrebbe slittare al prossimo Consiglio dei ministri, probabilmente il 21 ottobre – contiene infatti un incentivo all’uso della moneta elettronica che passa per una specifica lotteria aperta a negozianti e consumatori, qualora il pagamento avvenga con carte di credito o debito. Per i premi si prevede uno stanziamento di 70 milioni di euro.

IL TETTO AI CONTANTI ABBASSATO A MILLE EURO

Ma la bozza del provvedimento contiene tante altre novità. Tornerebbe, per esempio, il limite a mille euro per i pagamenti in contanti, introdotto dal governo Monti e poi rialzato a 3 mila euro dal governo Renzi. Nel 2020 il tetto verrebbe abbassato a 2 mila euro, per poi arrivare a mille euro nel 2021. Italia Viva chiede però il contestuale azzeramento delle commissioni bancarie sulle carte di credito per tutti e per tutte le somme.

INVESTIMENTI SULLA SICUREZZA DELLE FERROVIE

Nelle pieghe del decreto ci sono anche 300 milioni di euro per finanziare investimenti sulla rete ferroviaria italiana allo scopo di migliorarne la sicurezza, 700 milioni per il fondo di garanzia dedicato alle piccole e medie imprese.

LA WEB TAX CAMBIA NOME

Trova spazio anche la web tax, ribattezzata digital tax. Si tratta della norma elaborata con la legge di bilancio 2019, che però entrerebbe in vigore automaticamente nel 2020 senza un decreto attuativo ad hoc. Si tratta di un’imposta del 3% sui ricavi dei grandi gruppi, in attesa di future disposizioni legate ad accordi internazionali. Il gettito atteso rimane identico a quello stimato nel 2018: circa 600 milioni di euro su base annua.

CONTRIBUTI AGLI AUTOTRASPORTATORI

Altre due misure importanti consistono in un finanziamento di 15,7 milioni di euro nel 2019 per rinnovare il parco veicoli di trasporto merci su strada. Le risorse andrebbero alle imprese attive sul territorio italiano e iscritte al Registro Elettronico Nazionale, con contributi compresi fra un minimo di 2 mila euro e un massimo di 20 mila euro per ciascun mezzo nuovo acquistato in seguito a rottamazione di veicoli fino a euro 4 di massa pari o superiore a 3,5 tonnellate.

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Nel governo è conto alla rovescia per trovare un accordo sulla manovra

Vertice a Palazzo Chigi tra Conte e Gualtieri in vista del Cdm decisivo. Entro mezzanotte Bruxelles attende il Documento programmatico di bilancio. Ma sulle pensioni è ancora muro contro muro tra M5s e Pd.

Giornata decisiva, quella del 15 ottobre, per la la manovra. Entro la mezzanotte va inviato a Bruxelles il Dpb, il documento che – pur senza indicare nel dettaglio gli interventi che finiranno nella legge di Bilancio – richiede almeno tabelle circostanziate sui conti pubblici e le poste principali della Finanziaria. L’accordo interno alla maggioranza, tuttavia, sembra essere tutt’altro che fatto e il Consiglio dei ministri previsto in serata si preannuncia bollente, con i nodi da sciogliere che vertono ancora attorno a Quota 100 e al taglio del cuneo fiscale.

PRE-VERTICE TRA CONTE E GUALTIERI A PALAZZO CHIGI

La discussione ha preso il via già in mattinata, in un pre-vertice tra il premier Giuseppe Conte e il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. Alla riunione sono attesi i tecnici che seguono il dossier e i sottosegretari che per i partiti di maggioranza si occupano di manovra e decreto fiscale. Non dovrebbero esserci invece i capi delegazione: Luigi Di Maio è impegnato nell’informativa sulla Siria, Roberto Speranza è in Aula alla Camera per l’informativa, Dario Franceschini è a Milano e tornerà in serata.

DI MAIO FA MURO CONTRO LE PROPOSTE DI MODIFICA A QUOTA 100

Tra le ipotesi circolate nelle ultime ore c’è stata anche quella di rivedere Quota 100 per recuperare risorse da dirottare ai lavoratori. Ipotesi caldeggiata da alcuni dem e respinta con forza da Di Maio: «Questa deve poter essere una manovra che unisce, non che divide. Una manovra che punta alla crescita e alla creazione di nuovi posti di lavoro. In questa cornice, è evidente che l’esecutivo non potrebbe mai sostenere un aumento delle tasse e men che meno un altro colpo ai pensionati con l’abrogazione di Quota 100».

SPUNTA L’IPOTESI QUOTA 103

Il consigliere economico di Palazzo Chigi Alberto Brambilla ha sottolineato che «Quota 100 scade il 31 dicembre 2021. Se nel frattempo non si prendono provvedimenti, dal primo gennaio 2022 non si potrà più andare in pensione a 62 anni di età, avendo 38 anni di contributi, ma bisognerà aspettare fino a 67 anni e due mesi». Brambilla ha proposto «di predisporre un canale anticipato di uscita dal lavoro strutturale, che sia accessibile in particolare ai giovani per i quali la riforma Fornero è troppo rigida». E dopo Quota 100 «si potrebbe lasciare il lavoro a 64 anni avendo almeno 39 anni di contributi. Oppure, se si sono raggiunti 42 anni e mezzo di contributi (un anno in meno per le donne), indipendentemente dall’età».

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La manovra è un braccio di ferro M5s-Pd su tasse e Quota 100

Slitta il Cdm che avrebbe dovuto limare le divergenze tra i due azionisti della maggioranza. Cuneo fiscale e imposte sulle sim tra i nodi da sciogliere.

Si complica la strada del governo verso il varo delle modifiche alla manovra, con ancora diversi nodi da sciogliere che tengono a debita distanza Partito democratico e Movimento 5 stelle. Il Consiglio dei ministri inizialmente programmato per la serata del 14 ottobre è slittato di 24 ore e i presagi di un accordo interno alla maggioranza si fanno via via più cupi.

IL M5S NON CEDE SULLE TASSE PER LE SIM

Resta, infatti, la trincea del M5s contro l’aumento delle tasse e per il taglio del cuneo alle imprese. Al centro del confronto in maggioranza, hanno riferito fonti qualificate, le imposte sulle schede ricaricabili sim, la cancellazione retroattiva della detraibilità del 19% sull’Irpef e la volontà di rivedere Quota 100. Tutte proposte, è stato sottolineato, che sarebbero state avanzate dal Pd e su cui il M5s invece non avrebbe alcuna intenzione di indietreggiare.

DAL PD ARRIVA LA SMENTITA: NESSUNO STOP CHIESTO PER QUOTA 100

In ambienti vicini ai dem è stato confermato come il braccio di ferro sul taglio del cuneo fiscale ai lavoratori e su Quota 100 siano proprio le cause principali dello slittamento del Cdm. Ma, hanno voluto precisare dal Nazareno, tra le fila del Pd nessuno ha chiesto lo stop di Quota 100: «Il Pd ha semplicemente detto che alcune finestre di rinvio possono servire per evitare l’aumento dell’Iva». Mentre Dario Franceschini, su Twitter, ha provato a fare chiarezza: «Per noi irrinunciabile l’aumento degli stipendi grazie alla riduzione delle tasse. Poi niente aumento Iva, eliminazione superticket, asili nido gratuiti, fondo famiglie, piano casa, lotta all’evasione, più investimenti dei Comuni, green economy. Le idee Pd sono nella legge di Bilancio».

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Le novità della manovra decise nel vertice notturno tra Pd e M5s

Tre miliardi di taglio delle tasse sul lavoro nel 2020 e l'ingresso nella legge di bilancio di un fondo per la famiglia. Ma i due partiti di maggioranza e gli alleati continuano a scontrarsi sulle coperture.

Tre miliardi di taglio delle tasse sul lavoro nel 2020 e l’ingresso in manovra di un fondo per la famiglia che apra la strada poi all’assegno unico per i figli: queste le novità arrivate dal vertice notturno del 14 ottobre sulla Legge di bilancio, che dovrebbe approdare in Consiglio dei ministri la sera di lunedì o la mattina del 15 ottobre.

e miliardi di taglio delle tasse sul lavoro nel 2020 e l’ingresso in manovra di un fondo per la famiglia. Sono le novità che spuntano sul tavolo del vertice notturno sulla legge di bilancio a Palazzo Chigi. Ipotesi che mirano a rendere il testo “più ambizioso”, ma anche a ridurre gli attriti tra i partiti. E’ una vigilia di liti, infatti, quella che precede l’arrivo in Consiglio dei ministri della manovra con il documento programmatico di bilancio da inviare all’Ue e il decreto fiscale. Sottotraccia duellano M5s e Pd proprio sul taglio del cuneo. Sconto tra Italia viva e M5s sulla proposta di Renzi di abolire quota 100, cosa che il leader Cinque Stelle Luigi Di Maio ritiene inaccettabile.

A Palazzo Chigi, intorno alle 22, il premier Giuseppe Conte e il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri accolgono i capi delegazione dei quattro partiti di maggioranza, Di Maio, Dario Franceschini, Roberto Speranza, Teresa Bellanova. C’è il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro. E i viceministri all’Economia Laura Castelli (M5s) e Antonio Misiani (Pd), la sottosegretaria Maria Cecilia Guerra (Leu), il deputato Luigi Marattin (Iv).

MANCANO LE COPERTURE

Sono passate le 23 quando la riunione entra nel vivo e attorno all’una di notte, in un clima definito «sereno», il confronto risulta «ancora in alto mare». Sono numerosi i nodi da sciogliere: fino all’ultimo mancano coperture, anche perché ciascuna voce richiede una decisione politica. Si ipotizza di ricavare, ad esempio, circa 400 milioni dai giochi e una cifra più bassa dalla revisione al rialzo delle accise sui tabacchi. Ma poiché quest’ultimo intervento potrebbe far aumentare il prezzo delle sigarette, la scelta viene lasciata ai partiti. E i partiti litigano.

LO SCONTRO SULLE FINESTRE DI QUOTA 100

Iv e M5s si scontrano su quota 100: Renzi chiede di abolirla, dando risorse alle famiglie, Di Maio risponde di no. Sul tavolo del vertice di maggioranza arriva l’ipotesi intermedia di intervenire sulle finestre di uscita previste con quota 100 nel 2020: farle slittare libererebbe risorse. Anche in questo caso il no del M5s sembra netto. Ma proprio il ritocco alle finestre di quota 100 potrebbe essere tra le misure decise in extremis per consentire di aumentare la dote per il taglio del cuneo fiscale. Nel Def si era stimato per il 2020 un taglio di 2,7 miliardi: potrebbero salire a 3 miliardi. Su come tagliare, duellano Pd e M5s.

TAGLIO TASSE IN BUSTA PAGA DAL 2020 E ALLE IMPRESE DAL 2021

La richiesta del Movimento sarebbe quella di ridurre le tasse in parte ai lavoratori e in parte alle imprese (avviando insieme il salario minimo orario di 9 euro). Ma il Pd, che fin dall’accordo di governo ha chiesto il taglio del cuneo ai lavoratori, non ci sta. La mediazione potrebbe essere destinare per il 2020 (magari da metà anno) tutto al taglio delle buste paga, poi dal 2021 agire sulle imprese. Sotto i riflettori c’è poi l’assegno unico per i figli. Nella lunga notte della manovra appare assai probabile che entri in legge di bilancio un fondo per la famiglia, che apra la strada all’assegno vero e proprio. In questo fondo confluirebbero le risorse per i servizi alle famiglie, da quelle per lo stop alle rette degli asili nido ad altri bonus. Sarebbe questa la base per creare in un secondo momento l‘assegno unico per i figli.

SUL PIATTO ANCHE CARCERE AGLI EVASORI E TASSA AL CONTANTE

Da discutere fino all’ultimo sono anche due interventi che il Movimento vorrebbe nel decreto fiscale: l’innalzamento delle soglie minime per il carcere agli evasori (il Pd vorrebbe parlarne in una legge collegata alla manovra, lasciando nel decreto fiscale solo la confisca dei beni degli evasori) e le compensazioni dei crediti Inps e Inail. È invece accantonata l’idea di abbassare la soglia per il contante, da 3000 a 1000 euro. A seconda delle risorse, si capirà anche se si riuscirà a cancellare, per tutto il 2020 o magari da metà anno, i superticket nella sanità.

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L’abolizione del superticket sanitario può essere un autogol

Il principio chi più ha più paga è giusto. Ma occorre ricordare che l'Italia ha un'evasione fiscale altissima e prendere come riferimento i redditi ufficiali è sempre una beffa: si rischia di far aumentare le spese a chi paga le tasse sempre.

A volte gli uomini della più pura sinistra italiana ricordano la loro lontana parentela con gli adepti peninsulari della Prima Internazionale, più ispirati dall’anarco-socialista Bakunin che dal rigoroso Carl Marx. Su di loro Friedrich Engels offriva dopo un viaggio in Italia nel 1865 questa nota descrizione, subito condivisa dall’amico Marx: «Tutte le pretese sezioni dell’Internazionale italiana sono dirette da avvocati senza cause, da medici senza malati e senza scienza, studenti di biliardo, da venditori di commercio e piazzisti vari, e principalmente da giornalisti della piccola stampa di una reputazione più o meno equivoca». Insomma, a dir poco un mondo di notevole confusione. Che la sinistra italiana riuscì a imbrigliare e ordinare, un poco almeno, nel corso delle due generazioni successive.

IL PRINCIPIO È GIUSTO, MA LA PRATICA PUÒ RISERVARE BRUTTE SORPRESE

Ma qualcosa di quegli slanci fatti più di improvvisazioni ideali che di realtà è rimasto. Dall’ala estrema della sinistra del nuovo governo italiano viene ora una proposta da un lato sensata e giusta, ma dall’altro del tutto illogica e difficile da sostenere in termini di equità sociale, principio in base al quale è stata lanciata. Verrà perseguita e perfezionata, e presentata come una grande conquista della sinistra. E lo sarebbe, se non ci fosse il rovescio della medaglia. Si tratta dell’abolizione del superticket sanitario, i 10 euro introdotti nel 2011 per ogni analisi o visita esclusa quella del medico di famiglia della Asl, e della rimodulazione, questo il termine tecnico, dei ticket pari a 36,15 euro che da tempo il 20% circa degli italiani con un reddito superiore ai 36 mila e 152 euro paga per varie prestazioni sanitarie, oltre a una quota del costo di molti medicinali.

«Chi ha di più deve pagare di più chi ha di meno deve pagare di meno», ha detto il ministro della Sanità Roberto Speranza, leader o esponente di spicco dell’area Liberi e Uguali, la costola staccatasi dal Pd con una scissione da sinistra nel 2017 e poi protagonista di un percorso tormentato fatto di tentativi e divergenze. Comunque, sul principio non si può che essere d’accordo, un po’ di soldi si raccolgono là dove ci sono. Solo che i principi poi vanno visti nella pratica.

LA REVISIONE DEI TICKET LA VOLEVA ANCHE LA MINISTRA GRILLO

Non si sa che forma prenderà questa rimodulazione, ma se si prendono i modelli già attuati in Emilia-Romagna e in Toscana (la sanità è in Italia gestita soprattutto dalle Regioni), si avranno ticket per i redditi da 37 mila a 100 mila attorno ai 37-54 euro. E questo per poter abolire o diminuire gli altri e recuperare quanto perduto con l’abolizione del superticket da 10 euro. Non sono cifre forti, appaiono gestibili, ma in tema fiscale i politici farebbero assai meglio a essere precisi, conoscere bene i numeri e a non dare l’impressione di voler fare i Robin Hood con un occhio attento agli sperati vantaggi elettorali, per le malconce urne di LeU quanto mai auspicabili. Di revisione dei ticket si parlava da tempo ed è chiaramente una istanza tipica della sinistra. L’ex ministra Giulia Grillo, esponente M5s e predecessore di Speranza, voleva ugualmente abolire il superticket.

L’EVASIONE FISCALE INQUINA I DATI DEI REDDITI UFFICIALI

Il principio chi più ha più paga è difficilmente attaccabile. Ma detto questo occorre guardare anche all’altra faccia della medaglia. E l’altra faccia è che questo già ampiamente avviene. Nel Paese di gran lunga con l’evasione fiscale più alta fra i maggiori dell’area Ue, prendere come riferimento i redditi ufficiali è sempre una beffa per chi non evade (magari perché non può, certo) e sostiene le finanze nazionali: mai dimenticare che i redditi ufficiali e dichiarati superiori ai 35 mila euro «rappresentano solo il 12% degli italiani ma pagano quasi il 60% dell’Irpef», come ricorda l’ex sottosegretario Alberto Brambilla, presidente di Itinerari previdenziali. In Italia fra le due posizioni, quella secondo cui i dati Irpef rispecchiano accettabilmente la realtà e quella secondo cui ogni piccolo reddito vero c’è un “piccolo reddito” falso, è la seconda a essere assai più vicina alla realtà.

LA POLITICA NON SI LIMITI AGLI SLOGAN

I ticket rappresentano attorno al 2% della spesa sanitaria globale che è di circa 150 miliardi di euro l’anno finanziati per il 75% dal pubblico soprattutto attraverso varie voci della fiscalità generale, compresa quella gestita dalle Regioni (addizionale Irpef regionale). Le prime due soglie del reddito Irpef fino a un dichiarato di 15 mila euro lordi comprendono oltre il 46% dei contribuenti italiani, osserva ancora Brambilla, pagano meno del 2,7% di tutta l’Irpef, cioè 4,32 miliardi, e ricevono prestazioni sanitarie, calcolate sulla media, pari a circa 47 miliardi.

È sacrosanto che chi ha di più deve pagare di più e chi ha di meno deve pagare di meno

Aggiungendo anche i contribuenti che dichiarano da 15 a 20 mila lordi, si vede che i primi tre livelli arrivano al 60% dei contribuenti, versano 15,8 miliardi di Irpef su un totale di oltre 164 miliardi e ricevono 51,2 miliardi per cure sanitarie. È sacrosanto che chi ha di più deve pagare di più e chi ha di meno deve pagare di meno. Ma affermare queste verità ignorando, oltre al resto, chi contribuisce davvero già adesso e da sempre alla spesa sanitaria e chi invece ne è un beneficiato netto, e di gran lunga netto, non può portare grandi frutti. Non li porta alla trasparenza e onestà della gestione pubblica e non li porta, alla fine, nemmeno nell’urna elettorale.

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L’appello della ministra Lamorgese all’Ue sulla gestione dei migranti

La titolare del Viminale, intervistata dal Corriere, ha ribadito la necessità che l'Europa riscopra un approccio solidale. E sull'accordo di Malta dice: «È un inizio».

La crisi siriana può essere affrontata soltanto con una risposta forte dell’Unione Europea che favorisca la stabilizzazione politica di quei territori. Lo ha detto in un’intervista al Corriere della Sera la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese. L’intensificazione dei flussi migratori «richiede un approccio europeo solidale», ha spiegato, «non possono essere lasciati soli gli Stati più esposti». Nei vertici europei di Malta e Lussemburgo sui migranti «ho registrato un rinnovato clima di solidarietà», ha aggiunto. Finora «l’ impegno del nostro Paese su questo fronte è stato eccezionale». La bozza di accordo di Malta «è un inizio in direzione di un sistema di gestione più equo e bilanciato».

DALLA TUNISIA ALLA LIBIA: I FRONTI CALDI

Rispetto agli sbarchi autonomi, il ministro dell’Interno ha ricordato che non è un fenomeno nuovo: «Nel 2018 le persone arrivate con piccole imbarcazioni sono state 5.999, mentre fino ad oggi sono state 6.409. A settembre si è registrato un aumento, ma stiamo risentendo del particolare momento politico che sta attraversando la Tunisia». Per risolvere il problema dei rimpatri «è necessario sottoscrivere nuovi accordi di riammissione e potenziare quelli esistenti. Tutto ciò senza escludere, anzi favorendo, i corridoi umanitari verso l’Europa per le persone più vulnerabili». Bisogna anche proseguire «nell’azione di sostegno alla stabilizzazione della Libia» e sul piano nazionale, serve uno sforzo ulteriore per “reali politiche di integrazione”.

LE ALTRE PRIORITÀ DEL VIMINALE

Luciana Lamorgese ha poi detto di voler «avviare un confronto con le Ong impegnate in operazioni di soccorso in mare». Tra le altre priorità della ministra è stato anche ricordato il contrasto senza tregua «alla criminalità organizzata». Rispetto alla mancanza di risorse lamentata delle Forze dell’Ordine anche alla luce dei fatti di Trieste, la titolare del Viminale, con i colleghi di governo, ha avviato «una serie di iniziative volte a sostenere, anche finanziariamente, le richieste degli operatori di sicurezza e abbiamo esercitato la delega per il comparto Difesa e Sicurezza, individuando ulteriori risorse necessarie a completare il riordino dei ruoli e delle carriere del personale delle forze di polizia e delle forze armate».

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Misiani sulla lotta all’evasione: «Valutiamo l’inasprimento del carcere»

Il viceministro Misiani dice che il governo centrerà l'obiettivo: recuperare sette miliardi. Anche valutando un aumento delle pene.

Il viceministro all’economia Antonio Misiani è certo: «Centreremo l’obiettivo» di recuperare circa 7 miliardi dall’evasione fiscale, a Radio Anch’io, su Rai radio Uno. È un obiettivo «giudicato ambizioso, ma sacrosanto in un Paese che detiene il record europeo di evasione fiscale». A chi gli ricordava che nel decreti fiscale non si arriva a 7 miliardi, Misiani ha risposto: «Il quadro va letto nel suo insieme, nella legge di bilancio ci saranno altre misure». Sul carcere agli evasori fiscali «c’è una valutazione in corso. Il carcere per gli evasori è già previsto. C’è una proposta in discussione di inasprimento, per le fattispecie più gravi. Vedremo», ha detto il viceministro.

CONTRO EVASORI MISURE NEL DL FISCALE E IN MANOVRA

«La lotta all’evasione si conduce con più strumenti – ha spiegato – C’è una serie di misure nel dl fiscale, altre saranno nel bilancio. Quando si va ad aggredire una massa enorme di risorse sottratte al fisco ci troviamo di fronte a una galassia multiforme e bisogna mettere in campo una strategia composta da più misure. Noi puntiamo molto sulla digitalizzazione, come la web tax».

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La legge elettorale tra modello greco e riforme costituzionali

Maggioranza a lavoro per le riforme costituzionali necessarie dopo il taglio dei parlamentari. E si ragiona anche sui sistemi di voto: sul tavolo quello spagnolo e greco.

La maggioranza va avanti con le tre riforme costituzionali che devono correggere il taglio dei parlamentari. Gli sherpa di M5s, Pd, Leu e Iv hanno approntato infatti le bozze dei testi che saranno depositati il 21 ottobre in Senato, dove un fronte bipartisan ha lanciato una raccolta di firme per il referendum sul taglio degli scranni.

LE TRE RIFORME IN LAVORAZIONE

In giornata è partita una “competition” tra Fdi e Lega sulla raccolta di firme a sostegno del presidenzialismo, mentre nel dibattito sulla legge elettorale si è ampliato il numero dei modelli su cui si discute, con il ritorno in auge del sistema greco. Le tre riforme che la maggioranza si era impegnata a varare per attenuare gli effetti del taglio del numero degli eletti sono ormai definite, con le prime bozze che circolano: scendono da tre a due i delegati che ciascuna Regione manda a Roma per l’elezione del Capo dello Stato; Senato e Camera avranno lo stesso elettorato attivo (18 anni) e passivo (25 anni); il Senato sarà eletto su base “regionale o pluri-regionale”.

IL FRONTE CONTRO IL TAGLIO DEI PARLAMENTARI

A mettere in discussione lo stesso taglio dei parlamentari ci hanno pensato un gruppo bipartisan di senatori (Fi, Pd e Iv) che hanno aderito all’iniziativa della Fondazione Luigi Einaudi, per chiedere il referendum. Si tratta di raccogliere le firme di 64 senatori che consentirebbe di tenere la consultazione popolare. L’ex M5s Gregorio De Falco ha sfidato il Movimento a promuovere esso stesso il referendum in nome della democrazia diretta. Ci sono tre mesi di tempo per tentare. Nel centrodestra una delegazione di Fdi, con Ignazio La Russa e Francesco Lollobrigida, ha depositato in Cassazione una proposta di legge su cui poi raccogliere le firme necessarie (50.000) per farne una di iniziativa popolare. Anche la Lega con Matteo Salvini ha fatto altrettanto, suscitando l’ironia di La Russa: «Ci fa piacere che anche altri ora siano d’accordo con noi».

DALLA SPAGNA ALLA GRECIA: I MODELLI IN DISCUSSIONE

Per quanto riguarda la legge elettorale al dibattito, ancora informale, tra i gruppi si è aggiunto in giornata il modello greco. Il Pd, come ha spiegato Stefano Ceccanti, oltre al proporzionale non esclude il doppio turno nazionale tra coalizioni con possibilità di aggregazione anche tra il primo e il secondo turno. L’obiezione di Leu però è semplice: «Se cambiamo la legge elettorale per attenuare l’impatto sulla rappresentanza del taglio dei parlamentari, allora l’impianto proporzionale è il più consequenziale». Tra i sistemi proporzionali c’è dunque quello ordinario con una soglia del 4-5%, rischiosa per i partiti piccoli; poi c’è lo spagnolo, anch’esso proporzionale, ma su circoscrizioni provinciali, in cui dunque nelle grandi città i partiti piccoli eleggono dei deputati anche se non raggiungono il 4-5%. A questi modelli si è aggiunto l’ellenicum, di cui si parlò nel 2016-17: un proporzionale con un premio di governabilità (non di maggioranza) al partito che prende più voti. In questo modo la soglia potrebbe essere anche più bassa e si garantirebbe rappresentanza senza penalizzare troppo la governabilità. Enrico Borghi, vicecapogruppo del Pd, invita alla calma: «la legge elettorale si farà a fine legislatura, nel 2023».

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Il governo ha approvato i decreti clima e scuola: cosa prevedono

Ok ai bonus per le rottamazioni di auto e moto. Si bloccano le assunzioni di professori e ricercatori precari. Tutte le misure.

Via libera del Consiglio dei ministri al decreto clima, con i bonus per le rottamazioni di auto e moto, e al decreto scuola, che interviene sul reclutamento del personale scolastico e dei ricercatori precari.

PER IL CLIMA UNA DOTE DI 450 MILIONI DI EURO

Il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, ha spiegato che i fondi stanziati per il clima ammontano a «circa 450 milioni di euro». Provengono tutti dalle cosiddette aste verdi, ovvero dal sistema di scambio delle emissioni di gas serra in vigore nell’Unione europea.

NIENTE VIRIFICHE BIOMETRICHE PER I PRESIDI

Per quando riguarda invece la scuola, le deputate del M5s Virginia Villani e Vittoria Casa hanno spiegato che il decreto, oltre a contenere «importanti misure per valorizzare il merito dei nostri docenti e definire le modalità del reclutamento», abolisce «le verifiche biometriche per i dirigenti scolastici, una misura che abbiamo sempre osteggiato». Per i presidi «sarà presto bandito un concorso su base regionale, al quale si aggiungerà un bando per assumere 55 ispettori scolastici a partire dal 2021».

(notizia in aggiornamento)

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Le ultime notizie sulla manovra del 10 ottobre 2019

Il governo giallorosso studia un piano casa pluriennale da 1 miliardo di euro: "Rinascita urbana". L'idea è di coinvolgere nel finanziamento Regioni, Cassa depositi e prestiti e fondi privati.

Ultime indiscrezioni sulla manovra 2020. Il governo M5s-Pd sta valutando di inserire nella legge di bilancio un piano casa da 1 miliardo di euro, dal nome altisonante: “Rinascita urbana”. La ministra delle Infrastrutture, Paola De Micheli, ha detto che si tratterà di un «programma pluriennale» per la riqualificazione e la rigenerazione urbana, l’incremento dell’edilizia residenziale pubblica e dell’edilizia sociale. L’idea è di coinvolgere nel finanziamento del piano le Regioni, Cassa depositi e prestiti e fondi privati. La manovra 2020, inoltre, sempre secondo fonti di governo conterrà la proroga dell’ecobonus e della cedolare secca sugli affitti, e dovrebbe essere confermato anche il sisma bonus.

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