Cosa prevede il decreto Rilancio approvato dal Cdm

Aiuti per famiglie e imprese. Oltre 25 miliardi per i lavoratori. Taglio di 4 miliardi di tasse. Dagli autonomi alla sanità: le novità del testo approvato dopo tanti rinvii.

Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al decreto Rilancio. Il premier Giuseppe Conte ha commentato: «Vi posso assicurare che ogni ora di lavoro pesava perché sapevamo di dover intervenire quanto prima. Abbiamo impiegato un po’ di tempo ma posso assicurarvi che non abbiamo impiegato un minuto di più di quello strettamente necessario per un testo cosi complesso». Il testo prevede tra le altre cose un taglio delle tasse per il valore di 4 miliardi di euro. premier, in conferenza stampa, ha spiegato: «Introduciamo misure di rilancio e sostegno alle imprese per una pronta ripartenza. Aiutiamo le famiglie che hanno figli, abbiamo un reddito di emergenza. Per i lavoratori le risorse sono cospicue, sono pari a 25,6 miliardi di euro».

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Conte: «Più donne nelle task force per battere il coronavirus»

Giorni di polemiche e il flashmob #DateciVoce. Alla fine il premier si è accorto che esistono anche esperte che possono contribuire all'uscita dalla crisi. Una fatica ogni volta.

Ci è voluto un flashmob per ricordare al premier Giuseppe Conte che esistono anche professioniste donne che possono supportare il governo nella gestione della crisi da Covid-19. Scatti in cui bisognava rigorosamente indossare una mascherina con scritto, anche a mano, lo slogan «Dateci voce», hanno invaso Twitter, Facebook e Instagram e fatto il miracolo. Perché il 4 maggio il presidente del Consiglio si è finalmente accorto che forse nei comitati di esperti c’erano solo esperti appunto. Esperte non pervenute. Oddio, non che sia una novità. È forse lo specchio di come vanno le cose in Italia in molti settori. Certo ci si aspetterebbe che dall’alto venissero esempi e modelli da replicare senza che le donne debbano alzare la voce per farsi sentire, come è successo questa volta dopo giorni di polemiche sui giornali e in tv.

L’INVITO DEL PREMIER AI COINVOLGERE LE DONNE IN TUTTE LE TASK FORCE

E sembra che così sarà: «Ho molto apprezzato le parole del gruppo di senatrici che oggi dalle pagine di un quotidiano hanno rivendicato un maggior protagonismo delle donne nelle commissioni tecniche nate per supportare il Governo nella gestione della crisi. Oggi stesso chiamerò Vittorio Colao per comunicargli l’intenzione di integrare il comitato di esperti che dirige attraverso il coinvolgimento di donne le cui professionalità – sono certo – saranno di decisivo aiuto al Paese», ha detto Conte in una nota. Invito che viene estero anche al capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, per il Comitato tecnico-scientifico, e a tutti i ministri affinché «tengano conto dell’equilibrio di genere nella formazione delle rispettive task force e gruppi di lavoro».

IL COMITATO #DATECIVOCE CHIEDE UNA LEGGE PER LA RAPPRESENTANZA AL 50%

Una decisione accolta con entusiasmo dal comitato #Datecivoce che in una nota ha commentato: «Ora chiediamo alla politica e al Presidente Conte di fare un passo storico: approvare una legge affinché in ogni commissione, organo, tavolo tecnico di nomina istituzionale e pubblica ci sia reale parità. La Golfo-Mosca 120/2011 sulle quote antidiscriminatorie di genere è un punto di riferimento irrinunciabile, ma la rappresentanza va portata al 50% ed estesa ad ogni luogo dove lo Stato e le istituzioni decidono. Avere percentuali eque di uomini e donne vuol dire non solo cambiare la visione politica del Paese ma anche ridare fiducia a chi crede che solo nel rispetto reciproco, nel rispetto della Costituzione e nella ricchezza della differenza possa nascere un Paese migliore».

VALERIA VALENTE: «RISCRIVERE PARADIGMI E MODELLI DI SVILUPPO»

Soddisfatta anche la senatrice del Pd Valeria Valente, presidente della Commissione Femminicidio e prima firmataria della mozione delle 16 senatrici di maggioranza, sottoscritta anche da Emma Bonino, a Conte: «È arrivato il momento di riscrivere paradigmi e modelli di sviluppo è più che mai necessario che a questo cambiamento prenda piena parte il punto di vista femminile e femminista. Per superare la pandemia e tornare a crescere, e per farlo nel modo migliore, l’Italia ha bisogno che le donne non perdano il lavoro, che venga ridotto il gap di genere e che vengano superate le disuguaglianze tra uomini e donne, in tutti i settori, ma anche che si attuino nuovi modelli di sviluppo più sostenibili e virtuosi dal punto di vista economico, sociale e ambientale».

EMMA BONINO: «SERVE MERITOCRAZIA»

Più dirette Emma Bonino e Costanza Hermanin, rispettivamente leader e vicesegretaria di +Europa: «È una questione di meritocrazia: se in Italia ce ne fosse, una normale distribuzione statistica produrrebbe automaticamente una rappresentanza bilanciata negli organi collegiali. Se il Paese è tanto lontano dal concepire la parità da pensare task force tutte al maschile, significa che gli strumenti che abbiamo sono insufficienti. E non è solo questione di numeri, ma anche di scelte. Con più del 60% del personale sanitario di sesso femminile, includendo le donne si sarebbero forse fatte scelte più avvedute in tanti settori, non ultimi sulla scuola e il lavoro part time».

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Chi sono i congiunti che sarà possibile incontrare dal 4 maggio

Le faq del sito del governo fanno finalmente chiarezza sul termine. Rimane comunque il divieto di assembramento e fortemente raccomandato limitare gli incontri con persone non conviventi.

Non è passata nemmeno una settimana da quanto il premier Giuseppe Conte ci ha ricordato dell’esistenza della parola «congiunti». Illustrando le novità delle Fase 2 in conferenza stampa diceva: «Sono possibili spostamenti mirati a far visita ai congiunti». E fu subito panico. A chi si riferisce? Qualcuno sui social si chiedeva se fossero i morti, altri invece si lamentavano che il termine facesse riferimento solo ai parenti di sangue. Poi le prime spiegazioni: si tratta di parenti, affini e il coniuge, ma anche «conviventi», «fidanzati stabili» e affetti stabili». Il 2 maggio finalmente la spiegazione ufficiale direttamente dal sito del governo: le persone che possiamo visitare durante la Fase 2 dell’emergenza coronavirus sono «i coniugi, i partner conviventi, i partner delle unioni civili, le persone che sono legate da uno stabile legame affettivo, nonché i parenti fino al sesto grado (come, per esempio, i figli dei cugini tra loro) e gli affini fino al quarto grado (come, per esempio, i cugini del coniuge)».

LE LINEE GUIDA RACCOMANDANO DI LIMITARE INCONTRI CON PERSONE NON CONVIVENTI

E se dimostrare legami di parentela è abbastanza facile, rimane comunque il dubbio su come sia possibile dimostrare la stabilità di un legame affettivo, ammesso che le forze dell’ordine si prendano la briga di approfondire il tema durante i controlli. Le Faq raccomandano comunque di limitare «fortemente al massimo gli incontri con persone non conviventi, poiché questo aumenta il rischio di contagio». E ricordano che «in occasione di questi incontri devono essere rispettati: il divieto di assembramento, il distanziamento interpersonale di almeno un metro e l’obbligo di usare le mascherine per la protezione delle vie respiratorie».

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Matteo Renzi contro Giuseppe Conte in Senato

La minaccia del leader di Italia Viva al premier: «Se sceglierà la strada del populismo non avrà al suo fianco Italia viva». Il presidente del Consiglio minimizza: «Ha chiesto di fare politica? È quello che stiamo facendo, quindi non c'è nessun ultimatum».

«Se sceglierà la strada del populismo non avrà al suo fianco Italia viva. Non abbiamo negato i pieni poteri a Salvini per darli ad altri», ha tuonato Matteo Renzi nel suo intervento in aula al Senato dopo l’informativa del premier Giuseppe Conte. Una minaccia, un ultimatum, al presidente del Consiglio e alla maggioranza (di cui il suo partito fa parte), che hanno messo in ombra le parole dell’opposizione, compreso quelle di Matteo Salvini. Per accorgersene basta guardare le homepage dei maggiori quotidiani online o le tendenze Twitter in Italia.

CONTE: «NESSUN ULTIMATUM: LA MAGGIORANZA ESISTE»

Eppure Conte, per lo meno apparentemente, non è preoccupato: «Quale ultimatum? Renzi ha chiesto di fare politica? È quello che stiamo facendo, quindi non c’è nessun ultimatum», ha detto il premier interpellato dai cronisti a Palazzo Madama subito dopo l’informativa in Aula. «Quindi la maggioranza esiste ancora?», gli chiedono. «Sì», risponde lui prima di uscire dall’edificio.

LE ACCUSE DI RENZI A CONTE

Non si direbbe però dalla lunga serie di accuse che Renzi gli ha però mosso in aula: «Nella fase 2 della politica non basta giocare su paura e preoccupazione». O: «Il nostro Paese ha avuto momenti in cui la politica ha abdicato rispetto alle sue responsabilità, nel 1992-93 ha abdicato alla magistratura, nel primo decennio del 2000 quando ha abdicato ai tecnici, ora non possiamo abdicare ai virologi, non possiamo chiedere loro come combattere la disoccupazione, tocca alla politica». E ancora: «Sia più prudente quando parla agli italiani: lei ha detto 11 volte “noi consentiamo”. Un presidente del Consiglio non consente, perché le libertà costituzionali vengono prima di lei. Lei non le consente, le riconosce». Insomma, se la maggioranza esiste, non sembra così serena. Tanto che nel suo intervento al Senato, Ignazio La Russa ha ironizzato: «Caro Presidente Conte, dopo l’intervento di Renzi le comunico che non ha più una maggioranza. Il leader di Italia Viva le ha detto, come io ti ho creato, io ti distruggo».

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Marta Cartabia smentisce l’attacco a Giuseppe Conte

La presidente della Consulta si è detta sorpresa e dispiaciuta per la strumentalizzazione politica delle sue parole sulla Costituzione nella lotta dell'opposizione, e non solo, contro il premier nella gestione dell'emergenza coronavirus.

La Costituzione come «bussola necessaria per navigare nell’alto mare aperto dell’emergenza e del dopo-emergenza», così si esprimeva il 28 aprile la presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia in un testo scritto e in un podcast. Il giorno successivo Repubblica riprendeva l’intervento dipingendolo come un attacco da parte della Consulta al presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Attacco che è subito diventato una bandiera per l’opposizione, e non solo (citofonare Matteo Renzi che l’ha citata anche nel suo intervento al Senato), nella quotidiana guerra contro «la dittatura del premier». Peccato che la cosa non abbia fatto piacere alla stessa Marta Cartabia che, 24 ore dopo, ha dovuto spiegare, in un incontro con la stampa estera, che «è davvero inappropriato attribuire al presidente della Corte costituzionale l’intendimento di scendere nell’agone politico. Se c’è un principio che un presidente tiene a preservare è proprio quello di essere super partes».

SORPRESA E DISPIACIUTA PER LA STRUMENTALIZZAZIONE POLITICA

Cartabia si è detta sorpresa e dispiaciuta che il suo richiamo al ripartire dalla Costituzione «abbia potuto essere speso in riferimento a singole contese di tipo politico in corso». Anche perché «sarebbe gravissimo che un presidente della Consulta volesse entrare nella discussione per dire ‘questo atto del governo non va bene’», ha spiegato lei.

FIERA DI ESSERE INDIPENDENTE

«Non so come si possa immaginare un atteggiamento del genere, anche per la mia storia. Vengo da un percorso accademico e a settembre quando scadrà il mio mandato tornerò alla ricerca e a insegnare. C’è una fierezza nell’essere indipendenti, prima che un dovere è una prerogativa che un giudice si deve gustare sino in fondo», ha infine concluso.

LA CONSULTA AVEVA GIÀ CHIARITO CHE SI TRATTAVA DI UNA LETTURA FUORVIANTE

Una precisazione che, comunque, era già stata fatta dalla stessa Consulta poche ore dopo la pubblicazione di Repubblica: «È fuorviante e non vera una lettura della relazione riferita a vicende politiche di questi giorni, si tratta di un testo preparato da giorni, molti contenuti del quale fanno parte del pensiero accademico della presidente Cartabia illustrato in numerosi suoi scritti e anche in alcune interviste». Smentita che probabilmente era sfuggita ad alcuni leader politici.

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Il governo pensa a un bonus per incentivare la mobilità alternativa

Si tratterebbe di una sovvenzione del valore di 200 euro per l'acquisto di biciclette, hoverboard e monopattini. Oppure per l'ulitizzo di servizi come il car sharing.

Il governo sta valutando la possibilità di introdurre un bonus pari a 200 euro per incentivare forme alternative di mobilità. La ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti, Paola De Micheli, ha detto in parlamento che il bonus potrebbe essere destinato ai residenti delle città metropolitane e delle aree urbane con più di 60 mila abitanti, per contribuire all’acquisto di biciclette (anche a pedalata assistita) e di veicoli a propulsione prevalentemente elettrica, quali segway, hoverboard e monopattini, oppure per l’utilizzo di servizi come il car sharing.

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Conte in Lombardia esclude il ritorno alla normalità

Il premier per la prima volta a Milano dall'inizio dell'epidemia. Nella regione-traino dell'industria italiana, fortino della Lega che grida al riaprite tutto, il capo del governo ribadisce il suo approccio alla fase 2: «Non ci sono le condizioni» per tornare al business as usual.

L’annuncio della fase 2 nell’epidemia di coronavirus che ha colpito l’Italia non ha avuto lo stesso effetto, per il governo, del lancio della fase 1 e del relativo lockdown, percepito come inevitabile dall’opinione pubblica. Un’ondata di polemiche ha segnato il day after del Dpcm contenente le misure che entreranno in vigore il 4 maggio, investendo il premier Giuseppe Conte e mettendo quasi a rischio l’applicazione di un piano omogeneo in tutto il Paese. E forse non è un caso che, con poco preavviso, il presidente del Consiglio abbia scelto nella serata del 27 aprile di andare nel cuore della crisi: la Lombardia governata da Attilio Fontana, con cui i rapporti sono stati perlomeno altalenanti.

IL PREMIER A MILANO, BERGAMO E BRESCIA

Nella Regione-traino dell’industria italiana, fortino della Lega che grida al riaprite tutto, Conte ha ribadito la sua ratio della fase 2: «Non ci sono le condizioni per tornare alla normalità». Il premier non lasciava Roma per visite ufficiali dal 27 febbraio. Lo ha fatto in uno dei giorni più difficili dell’emergenza, per la tenuta del suo consenso. E ha visitato Milano, Bergamo e Brescia. Poi, probabilmente, toccherà a Codogno e Lodi.

FIBRILLAZIONI NELLA MAGGIORANZA

Il premier vuole mettere la faccia sul dramma lombardo garantendo la presenza del governo e ribadendo un messaggio che confligge, implicitamente, con quello di Fontana e del governatore veneto Luca Zaia. Il quale ha appena messo in campo un’ordinanza ben più “aperturista” del Dpcm del governo, permettendo, ad esempio, lo spostamento nelle seconde case o nelle barche. In questa sua controffensiva il premier può contare sul sostegno di Pd e M5s. Molto meno su quello di Italia viva, che con Matteo Renzi aumenta il raggio d’azione del suo pressing su Palazzo Chigi. Il rischio cortocircuito, a maggio, non è escluso. E anche nel Pd c’è una certa fibrillazione, accompagnata dalla volontà di passare in prima linea.

IL PD CHIEDE POLITICHE INDUSTRIALI INEDITE, IL M5S PUNTA SUL REM

«C’è la necessità di dare un’anima politica a questa nuova fase», sottolinea del resto il Nazareno al termine della segreteria riunita da Nicola Zingaretti. Tradotto: c’è la necessità di politiche economiche che offrano soluzioni inedite e riconoscibili. Soluzioni che, in chiave Dem, potrebbero essere segnate da una forte presenza pubblica nella politica industriale. Dall’altra parte, nel M5s segnato dalle divisioni sul Mes, si cerca di ritrovare il bandolo della matassa su un tema-bandiera: il reddito di emergenza. La linea dei vertici del Movimento è più che mai in sintonia con quella di Conte. Ma Alessandro Di Battista sembra quasi avvertire i suoi in un linguaggio tipicamente pentastellato: «La crisi del sistema liberista non farà altro che acuirne l’aggressività».

IL CONTRASTO CON I VESCOVI SULLE MESSE

In questo contesto Conte è chiamato a una corsa a ostacoli. Già sul Dcpm non si escludono modifiche e chiarimenti interpretativi, per esempio sulla platea dei congiunti che sarà possibile visitare. Ma anche sul nodo delle messe, visto che la proroga dello stop ha provocato la dura reazione dei vescovi italiani. Polemica cavalcata prontamente dal centrodestra e sulla quale il Pd si è affrettato a offrire una soluzione giuridica: un emendamento che chiarisca un percorso normativo per la celebrazione delle cerimonie.

NO AI «FACILI CONSENSI»

Ma dalla Lombardia Conte ha voluto ribadire un altro concetto che segnerà la sua fase 2: «Il governo non cerca facili consensi, cerca di fare le cose giuste». E, in questo senso, «non dobbiamo buttare a mare tutti i sacrifici fatti fin qui». Anche per questo, è il monito del premier alle Regioni, «la ratio è un piano nazionale, se ognuno va per la sua strada è impossibile avere un piano». Parole che arrivano nel giorno in cui anche Vittorio Colao, capo della task force per la fase 2, precisa che «bisogna ripartire ma in sicurezza» e che occorre «raggiungere un’uniformità del contagio» sul territorio. Dal 4 maggio, aggiunge Colao, le aperture «coinvolgeranno 4,5 milioni di lavoratori». Il 28 aprile, a Genova, per il completamento del nuovo ponte sul Polcevera, Conte cercherà di mostrare l’altro volto della ripresa. Nel segno della semplificazione e del via libera ai cantieri.

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Duro scontro Cei-governo sul divieto della celebrazione delle messe

I vescovi attaccano il Dpcm: «Si viola libertà di culto». Palazzo Chigi fa un parziale dietrofront: «prende atto» e promette «nuovi protocolli».

Il duro scontro che si è consumato tra l’episcopato italiano e il governo Conte sulle messe, con forti prese di posizione della Cei e di Avvenire contro il permanere del blocco delle celebrazioni, ha portato nella serata del 26 aprile Palazzo Chigi a precisare che nei prossimi giorni ci saranno «protocolli per messe». Anche alle luce delle posizioni contrarie all’interno dell’esecutivo (la ministra Bonetti ha chiesto di rivedere la decisione) la presidenza Consiglio ha reso noto di aver «preso atto» della comunicazione della Cei fatta dopo la conferenza stampa del premier.

Di fatto la decisione annunciata da Conte, sulla base delle indicazioni del Comitato tecnico scientifico («la partecipazione dei fedeli… comporta criticità ineliminabili»), prolunga anche dopo il 4 maggio la chiusura alle messe con la partecipazione dei fedeli, su cui invece la Chiesa italiana aveva chiesto una riapertura rispettando le condizioni di sicurezza anti-contagio. Una deroga concessa dall’esecutivo riguarda solo la celebrazione dei funerali, cui potranno partecipare comunque un numero limitato di persone, solo i parenti stretti. Il mantenimento del ‘no’ alle liturgie con la comunità dei fedeli non è andato giù alla Cei, che ha subito diffuso una durissima nota su «il disaccordo dei vescovi», in cui evoca addirittura la violazione della «libertà di culto».

E il quotidiano Avvenire parla di «errore molto grave», che sarà «molto difficile fa capire» perché «è una scelta miope e ingiusta. E i sacrifici si capiscono e si accettano, le ingiustizie no«. «I vescovi italiani», ha detto la Cei, «non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto. Dovrebbe essere chiaro a tutti che l’impegno al servizio verso i poveri, così significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale», afferma la Conferenza episcopale italiana nel comunicato. Palazzo Chigi ha mandato a stretto giro una nota di risposta: «La presidenza del Consiglio prende atto della comunicazione della Cei e conferma quanto già anticipato in conferenza stampa dal presidente Conte. Già nei prossimi giorni si studierà un protocollo che consenta quanto prima la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche in condizioni di massima sicurezza».

L’IRA DEI VESCOVI: «MINATA LA LIBERTÀ DI CULTO»

Che la questione messe fosse al centro di un dibattito interno al governo e con il Cts lo dimostra quando detto il 23 aprile dal ministro dell’Interno Luciana Lamorgese proprio ad Avvenire: «Sono allo studio del governo nuove misure per consentire il più ampio esercizio della libertà di culto». Parole che arrivavano dopo «un’interlocuzione continua e disponibile tra la segreteria generale della Cei, il ministero e la stessa presidenza del Consiglio», recriminano i vescovi. «Un’interlocuzione nella quale la Chiesa ha accettato, con sofferenza e senso di responsabilità, le limitazioni governative assunte per far fronte all’emergenza sanitaria. Un’interlocuzione nel corso della quale più volte si è sottolineato in maniera esplicita che – nel momento in cui vengano ridotte le limitazioni assunte per far fronte alla pandemia – la Chiesa esige di poter riprendere la sua azione pastorale», prosegue. «Ora, dopo queste settimane di negoziato che hanno visto la Cei presentare Orientamenti e Protocolli con cui affrontare una fase transitoria nel pieno rispetto di tutte le norme sanitarie, il Decreto della presidenza del Consiglio dei ministri varato questa sera esclude arbitrariamente la possibilità di celebrare la messa con il popolo», aggiunge il comunicato.

Non posso tacere di fronte alla decisione incomprensibile di non concedere la possibilità di celebrare funzioni religiose

Elena Bonetti, ministra per le Pari opportunità e la famiglia Elena Bonetti

«Alla presidenza del Consiglio e al Comitato tecnico-scientifico si richiama il dovere di distinguere tra la loro responsabilità – dare indicazioni precise di carattere sanitario – e quella della Chiesa, chiamata a organizzare la vita della comunità cristiana, nel rispetto delle misure disposte, ma nella pienezza della propria autonomia», conclude l’episcopato italiano. Dalla decisione dell’esecutivo, su cui ha evidentemente pesato la posizione del Comitato tecnico scientifico, prende le distanze anche la ministra per le Pari opportunità e la famiglia Elena Bonetti. «Non posso tacere di fronte alla decisione incomprensibile di non concedere la possibilità di celebrare funzioni religiose», ha sottolienato. «Non ho mai condiviso questa decisione e non credo ci assolva riferirci alla rigidità del parere del comitato tecnico scientifico», ha aggiunto la ministra. Sta alla politica «tutelare il benessere integrale del Paese, e la libertà religiosa è tra le nostre libertà fondamentali. Questa scelta priva i cittadini della libertà di vivere in comunità la dimensione del culto», conclude Bonetti.

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Il decreto sulla Fase 2 è demenziale, il Paese si rivolterà

Non sappiamo come muoverci, quanti tamponi verranno fatti, quanti nuovi ventilatori si produrranno, come si conterrà il contagio. Intanto si puniscono bar e ristoranti o chi sta preparando la stagione esistiva. Il governo dimostra di non conoscere l'Italia: non la controlla né la guida.

Questo decreto, illustrato la sera del 26 aprile a reti unificate dall’avv0cato Giuseppe Conte, conferma che il governo non conosce il Paese né lo controlla e lo guida. Sarebbe stato meglio dire che la quarantena si prolungava per tot di giorni. Invece si è scelta una minuziosa casistica che si infila nella vita delle persone, delle famiglie, del loro rapporto con la religione, che punisce chi ha bar e ristoranti o sta preparando la stagione esistiva.

Non sappiamo come muoverci e per andare dove. Probabilmente il governo sa di non avere mascherine. Avrebbe potuto chiedere a un paio di aziende italiane di produrle e pagargliele profumatamente, invece si è affidato a intermediari come la signora Pivetti o quello che ha preso in giro Nicola Zingaretti. Non sappiamo quanti nuovi ventilatori vengono prodotti al giorno. Quanti tamponi si intende fare per circoscrivere l’eventuale portatore di contagio. Si va avanti con la stessa attrezzatura di prima mentre negli altri Paesi si sono dotati di più strumenti.

Le nuove regole sono demenziali, scritte da chi non ha mai avuto una famiglia o la disprezza. Che vuol dire che io posso raggiungere i miei familiari nel comune in cui risiedo senza fare assembramenti? Se io, cittadino qualsiasi, ho la mamma, il papà un fratello e una sorella e contorno di cognati e nipoti che faccio, li vedo o no? (Per chiarezza sono orfano). E se li vedo a casa mia, chi decide che è un assembramento? Il vicino di casa-spia? Devo aspettarmi che suoni il campanello e un giovane carabiniere, magari quello che interruppe la messa o che tira per il braccio il povero podista, entra in casa e decide chi può stare con la nonna e chi deve andare via? Cari Conte e Boccia ma dove vivete?

L’EPIDEMIA SI CONTRASTA CON LA MEDICINA TERRITORIALE

Il Paese, che è stato finora responsabile, non ce la fa più. Abbiamo una gioventù entusiasmante che non ha violato regole, è rimasta in casa, ha fatto lezioni col computer, che rispetta le regole e che esercita un autocontrollo sui più discoli di loro e a questi ragazzi che gli diciamo: fine pena mai? Io non voglio salire in cattedra, so poco – e comunque so quello che sanno i ministri – ma la questione è semplice. O non siamo usciti dalla Fase 1 e allora lo dite, o se stiamo uscendo fate cose più coraggiose.

Bisogna rivoluzionare di fatto il sistema sanitario

Da quel che leggo sui Paesi normali la epidemia si contrasta con la medicina territoriale, con migliaia  di medici di famiglia (assumeteli!) che diagnosticano e danno i rimedi necessari. Poi coi tamponi si circoscrivono le piccole e grandi zone rosse. Poi c’è l’ospedale, non più sovraffollato. Bisogna di corsa riconvertire aziende affinché producano mezzi sanitari – diciamo grazie alla Ferrari ma forse altre ditte senza lavoro possono prendere il suo posto –, bisogna rivoluzionare di fatto il sistema sanitario.

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Nominate per chiamata, comune per comune, un certo numero di medici di famiglia con un carico decente di pazienti. Chi ha migliaia di pazienti non è un buon medico di famiglia. Oggi viene prima il territorio e smettete di costruire cardiochirurgie in ogni città e di chiudere ospedali di prossimità. Ci vogliono 60 giorni per fare questo. Sennò preparatevi a governare una protesta globale fatta di voglia di libertà e di reazione alla miseria. E voi non siete in grado di reggere questo urto. E Sergio Mattarella lo sa.

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Quali sono le novità della Fase 2 nel Dpcm del governo

L'Italia riparte, ma al rallentatore. Riprende le attività il settore manifatturiero, rimangono ancora chiusi i negozi di vendita al dettaglio e legati alla cura del corpo. Divieto di spostamento tra le regioni, ma si potranno visitare i parenti. Aumenterà la frequenza dei trasporti, ma con un numero massimo di passeggeri consentito. Le indiscrezioni sul Dpcm.

Fase 2, ma non troppo. Il 4 maggio l’Italia ripartirà, ma con molta cautela. E’ quello che emerge dalle prime indiscrezioni sulle prossime mosse del governo, che verranno illustrate dal premier Giuseppe Conte alle 20.20 circa del 26 aprile.

Ci sarà la possibilità di visitare i parenti, ma evitando le riunioni di famiglia, invece rimane incerta la possibilità di consentire o meno di raggiungere le seconde case. Dovrebbe essere permessa anche l’attività motoria ma solo individuale (a meno che non si tratti di minori o di persone diversamente abili) e la ripresa degli allenamenti per gli sport professionistici.

Niente possibilità di celebrare le messe, ma c’è la deroga per i funerali ai quali, tuttavia, dal 4 maggio potrebbero essere ammessi solo un numero ridotto di persone. Riapre il comparto manifatturiero e quello edile (pubblico e privato) e il commercio all’ingrosso funzionale ai due settori. Il governo va verso un via libera anche al cibo da asporto. Dal 27 aprile potranno ripartire in tutto il Paese le imprese e i distretti del settore manifatturiero la cui attività sia rivolta prevalentemente all’export e le aziende del comparto costruzioni, solo per i cantieri su dissesto, scuola, carceri e edilizia residenziale pubblica. Lo potranno fare solo se in condizioni di rispettare i protocolli sulla sicurezza nei luoghi di lavoro.

FORTI LIMITAZIONI PER CHI VUOLE SPOSTARSI TRA LE REGIONI

Tra le libertà che gli italiani non riotterranno c’è lo spostamento tra le Regioni, che potrà avvenire solo se per comprovate esigenze lavorative, situazioni di necessità e motivi di salute. Nessuna riapertura per i negozi che rientrano nelle categorie già stoppate nella Fase 1. Sul commercio al dettaglio, si apprende ancora, il governo ragionerà nei prossimi giorni. Una possibile data di riapertura per quest’ultimo, che tuttavia resta un’ipotesi priva di alcuna conferma ufficiale, è quella del 18 maggio. Prorogato, anche, il lockdwon per parrucchieri e centri estetici.

NUMERO MASSIMO DI PASSEGGERI NEI MEZZI PUBBLICI

Novità anche dai trasporti: ci sarà una maggior frequenza dei mezzi pubblici nelle ore di punta. Dagli autobus alle metropolitane, inoltre, è previsto un numero massimo di passeggeri, in modo da rispettare la distanza di un metro, e la presenza di marker sui posti a sedere per segnalare quelli che non possono essere usati. Le mascherine saranno obbligatorie per tutti i passeggeri e dovranno coprire naso e bocca e potranno essere anche di stoffa.

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Fase 2, si tenta l’apertura graduale dal 27 aprile

Pressing Regioni-aziende sul governo, i sindacati frenano. Scuole ancora chiuse, nuove regole trasporti.

Edilizia, manifattura e attività commerciali dedicate: anche gli scienziati danno il disco verde alla ripartenza di questi settori, quelli a più basso rischio tra quelli ancora chiusi. E aprono il varco alla possibilità che il governo decida per un’apertura anticipata al 27 aprile di un ventaglio più ampio di imprese, rispetto a quelle finora ipotizzate. Il premier Giuseppe Conte deciderà entro il weekend dell 25 e il 26 aprile, in una nuova girandola di contatti con gli enti locali e gli esperti del comitato tecnico scientifico e della task force di Vittorio Colao.

I sindacati, che lavorano con il governo per aggiornare i protocolli di sicurezza sul lavoro, frenano. Ma al contrario le Regioni, a partire dal dem a capo dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini e Confindustria, premono per riaccendere il motore. Conte si riserva una scelta nelle prossime ore, fermo restando l’inizio della Fase 2 il 4 maggio. «Noi siamo pronti e Colao è d’accordo con noi», insiste il presidente del Veneto Luca Zaia. Si vanno definendo intanto nuovi dettagli su come sarà la Fase 2, a partire dal cruciale snodo dei trasporti. Resteranno in una prima fase le limitazioni per i viaggi fuori dalle regioni ma, spiegano gli scienziati, potrà muoversi chi vive al confine.

Una bozza di documento del ministero individua nuove regole per bus, metro, treni, aerei, con misurazione della temperatura nelle stazioni. Per evitare ore di punta ci saranno tariffe differenziate nelle diverse fasce e poi biglietti elettronici, percorsi a senso unico in entrata e uscita, posti distanziati e sistemi conta persone. Non solo: si userà la mascherina, spiega l’Inail, sui bus, come nei luoghi di lavoro. La Camera anticipa le scelte del governo e impone a deputati, premier e ministri di indossarla nelle aule parlamentari. È difficile che l’obbligo sia imposto anche a chi cammina per strada, ma la fase della “convivenza” con il virus sarà segnata dall’uso di guanti, mascherine, disinfettanti per le mani: l’approvvigionamento sarà un punto di tenuta cruciale della ripartenza.

LE SCUOLE RIMANGONO CHIUSE

Il dato da tenere d’occhio sarà sempre l’indice di contagio R0, che è sceso tra lo 0,5% e lo 0,7%, e permette di progettare la riapertura: «Oggi più guariti che nuovi malati, è un segno positivo ma serve ancora molta prudenza e gradualità», dice il ministro Roberto Speranza. Non si può di sicuro, avverte il presidente del Css Franco Locatelli, riaprire le scuole, perché il rischio è riportare l’indice ben sopra l’1. Anche per l’estate «scordiamoci i campi estivi e gli oratori», aggiunge Locatelli: per i parchi, spiega, si stanno studiando controlli e accessi contingentati. Ma insorge la ministra per la Famiglia Elena Bonetti, esponente del partito renziano, che più spinge per riaprire: «I genitori devono tornare a lavoro, i campi estivi li organizziamo in modo che possano funzionare», ribatte.

La conferenza Stato-Regioni chiede al governo la sospensione dei canoni demaniali per il 2020, incluse le spiagge

Grande attenzione c’è sul settore turistico: gli scienziati lavorano alle regole della “estate italiana”, all’insegna di vacanze a poca distanza da casa. La conferenza Stato-Regioni chiede al governo la sospensione dei canoni demaniali per il 2020, incluse le spiagge. Per le riaperture sono «ore decisive», spiega Bonaccini, che auspica regole nazionali e registra «passi avanti» nel confronto con il governo. Mentre c’è chi, come il ligure Giovanni Toti, invoca «autonomia» nell’adattare le regole al territorio. La richiesta dei governatori del Nord comunque è chiara: poter dare ai cittadini da lunedì 27 aprile i primi segnali, facendo ripartire altre aziende.

Passeggeri con le mascherine protettive sui mezzi pubblici genovesi,

Quanto alle parti sociali, va avanti dal pomeriggio, con previsione di riunione notturna, il confronto con i ministri Stefano Patuanelli e Nunzia Catalfo per aggiornare i protocolli di sicurezza già stilati a marzo e che regoleranno la riapertura delle aziende. I sindacati chiedono che le indicazioni siano contenute in un dpcm o in un disegno di legge, con un meccanismo di sanzioni per chi trasgredisce. L’esito del confronto con le parti sociali influirà anche sulla decisione attesa sulla possibile riapertura dal 27 aprile di edilizia e manifattura, almeno in alcuni comparti. Prima di ogni decisione, Conte tornerà a confrontarsi con gli scienziati ma anche con la cabina di regia con gli enti locali, che potrebbe essere convocata nella giornata.

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Nella bozza del Def ci sono 55 miliardi di deficit per il decreto aprile

Il governo prevede un crollo del Pil dell'8% alla fine del 2020. Convocato per il 24 aprile il Consiglio dei ministri che deve varare le nuove misure anticrisi.

Ricchezza nazionale in caduta libera, con perdite per 126 miliardi e chiusura a fine 2020 nel migliore dei casi a -8%, debito che schizza al 155,7% del Pil – ma rimane sostenibile – e un indebitamento a due cifre, attorno al 10,4%, compreso il nuovo deficit fino a 55 miliardi di euro che servirà per finanziare il decreto aprile contro le conseguenze economiche del coronavirus.

Si compone di cifre mai viste prima la bozza del Documento di Economia e Finanza (Def) che il governo ha messo a punto non senza intoppi in vista del Consiglio dei ministri del 24 aprile, sia per la complessità dell’elaborazione delle stime in un contesto più che mai incerto, sia per le difficoltà nel ricomporre le spinte della maggioranza.

Il virus avrà effetti a lungo sull’economia, che si esauriranno nel primo trimestre del prossimo anno: nel frattempo bisognerà continuare con il distanziamento sociale e i protocolli di sicurezza per evitare il riaccendersi di nuovi focolai.

Il nuovo scenario presuppone dunque un rimbalzo nel secondo semestre dell’anno, con l’epidemia sotto controllo e la ripartenza graduale di tutte le attività. E mette in conto per il 2021 un recupero della crescita al 4,7% e l’eliminazione definitiva delle clausole di salvaguardia sull’Iva, complice la sospensione delle regole del Patto di stabilità nell’emergenza che si presume non sarà riattivato già dal prossimo anno.

Superata l’emergenza il quadro sarà rivisto: intanto il governo lavora a misure per attenuare i danni economici del virus e mette in conto semplificazioni e riforma delle tasse tra le riforme strutturali che contribuiranno a mantenere la credibilità sui mercati e a riportare (in 10 anni) il debito sulla media europea.

Le riunioni si susseguono ininterrottamente da giorni e nelle ultime ore rispuntano tensioni tra i partiti davanti alle scelte da fare per distribuire i circa 3 punti aggiuntivi di scostamento dagli obiettivi di deficit, che il Parlamento voterà all’inizio della prossima settimana. Per chiudere il Def è necessario prima trovare un’intesa di massima sugli interventi del decreto aprile tra sanità, ammortizzatori, aiuti alle imprese e alle famiglie.

Sui titoli tutti d’accordo ma sulle singole misure emergono le differenze: il M5S spinge per ottenere il massimo sul fronte del reddito di emergenza, nuova ‘costola’ del reddito di cittadinanza da destinare alle fasce più deboli della popolazione. Ma c’è il rischio di sovrapposizione con altri strumenti, dagli indennizzi per chi ha lavoro atipico o saltuario fino al nuovo sussidio in arrivo per colf e badanti, avvisano gli alleati. Il nuovo Rem, nelle intenzioni 5S sarà comunque un assegno temporaneo “vicino ai 500 euro” come ribadisce il viceministro all’Economia Laura Castelli negando tensioni con il ministro Roberto Gualtieri.

Ma la riunione notturna, racconta più di un partecipante, è stata parecchio agitata anche per la richiesta del ministro della Famiglia, Elena Bonetti, di inserire nell’elenco anche l’assegno per i figli, indipendentemente dal reddito familiare. Misura più adatta “alla legge di Bilancio”, fa notare qualcuno, ma sulla quale Italia viva annuncia battaglia: se non ci fossero risorse, secondo qualcuno, non è escluso che la ministra di Iv possa arrivare a minacciare le dimissioni. La sintesi sarà lasciata a una riunione del premier Giuseppe Conte e di Gualtieri con i capidelegazione prima del Consiglio dei ministri, rimandato più volte negli ultimi due giorni.

Un punto di caduta si trova intanto su un altro dei cavalli di battaglia dei renziani, il rinvio di sugar e plastic tax (costo circa 200 milioni) che quindi dovrebbero scattare non da luglio ma dal prossimo anno. Boccata di ossigeno per le imprese che dovrebbero anche vedersi sbloccare rapidamente vecchi crediti della P.a. ancora non pagati per 12 miliardi.

Altri 10 miliardi arriveranno invece sotto forma di ristori diretti per 8 miliardi per le attività più piccole, con meno di 10 dipendenti, e con altri 2 miliardi di aiuti per gli affitti e le bollette. A sanità e protezione civile dovrebbero andare altri 4-5 miliardi mentre il pacchetto più consistente sarà quello dei sostegni a lavoro e reddito: ci sarà il rifinanziamento di Cig e cassa in deroga per altre 9 settimane con 13 miliardi, 7 miliardi andranno all’aumento da 600 a 800 euro dell’indennità per gli autonomi, che sarà erogata per altri due mesi (aprile e maggio), mezzo miliardo servirà per la proroga dei congedi speciali e del bonus babysitter per le famiglie con i figli ancora a casa da scuola mentre circa 1,3 miliardi andranno al rafforzamento della Naspi e al sussidio per colf e badanti. Infine 1 miliardo servirà per il reddito di emergenza.

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Fase 2 e trasporti: cosa contiene la bozza del governo

Leve tariffarie anti assembramenti, misurazione costante della temperatura dei passeggeri, sensi unici in stazioni e aeroporti: ecco alcune delle misure in discussione presso il ministero dei Trasporti.

Cominciano ad affiorare le prime misure anti contagio che regoleranno la Fase 2. In particolare, sono emerse le bozze in discussione al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti per definire le modalità che permetteranno agli italiani di tornare a viaggiare in sicurezza su mezzi pubblici e non. Per tutti i passeggeri degli aerei è previsto l’obbligo di tenere guanti e mascherina per tutta la durata del volo aereo; nel caso dei treni e bus, invece, la possibilità di eliminare il controllo dei biglietti e la vendita a bordo.

Il governo ha preso in considerazione la possibilità di utilizzare una ‘leva tariffaria‘ ovvero il diverso prezzo dei biglietti per evitare ogni tipo di assembramento nel trasporto pubblico. L’obiettivo è non creare le condizioni di contagi e dunque, con una «eventuale applicazione di leve tariffarie per distribuire la domanda», ovvero con tariffe diverse a seconda dell’orario. Grande attenzione al distanziamento sociale, dunque, anche con percorsi separati per ingresso e uscita dai mezzi pubblici e anche dalle stazioni, con la creazione di percorsi ‘a senso unico’, dispenser con igienizzanti, ma anche l’eliminazione il più possibile dei biglietti cartacei sostituiti da quelli elettronici.

Nelle grandi stazioni in particolare è raccomandato ai gate di misurare la temperatura ai viaggiatori. Sui treni si prevede il potenziamento del personale di pulizia, ingressi e discese separati e sui convogli a lunga percorrenza, la sospensione di tutti i servizi di ristorazione a bordo, dal welcome drink, a bar a servizi sul posto. Saranno necessari annunci e cartelli che spieghino come si devono comportare i viaggiatori «con la prescrizione che il mancato rispetto potrà contemplare l’interruzione del servizio, per motivi di sicurezza sanitaria». Fra le misure sono inclusi anche sanificazione frequente, mascherine, guanti e tutte le protezioni per il personale viaggiante e per tutti i lavoratori che sono a contatto con il pubblico.

COSTENTE MISURAZIONE DELLA TEMPERATURA DEI PASSEGGERI

La misurazione della temperatura con il termoscanner sia per i passeggeri in partenza sia in arrivo – negli aeroporti l’ipotesi è di farlo al terminal partenze e alla discesa del velivolo -, obbligo del rispetto del distanziamento anche sull’aereo, dove i viaggiatori dovranno tenere mascherina e guanti, sanificazione (in base al traffico) di tutti gli spazi negli aeroporti cercando di separare nettamente arrivi e partenze.Ci saranno dei marker, cioè dei segni, sui mezzi pubblici per indicare i posti dove non ci si potrà più sedere in modo da garantire il distanziamento.

Per quanto riguarda i taxi e auto noleggio con conducente, il massimo consentito sono due passeggeri, o uno solo se questo non ha la mascherina

Nel caso delle metropolitane, la bozza prevede flussi di entrata ed uscita separati e il mantenimento delle giuste distanze sia in banchina che sulle scale mobili. Anche per questo chiede di «predisporre idonei sistemi» per segnalare «il livello di saturazione stabiliti» e sistemi di telecamere intelligenti per monitorare i flussi. Per quanto riguarda i taxi e auto noleggio con conducente, il massimo consentito sono due passeggeri, o uno solo se questo non ha la mascherina. È previsto infatti il divieto di sedersi accanto a chi guida.

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La riunione tra governo e task force per definire la Fase 2

Oltre 2 milioni di italiani torneranno al lavoro. Il nodo trasporti.

La mattina del 22 aprile Vittorio Colao ha illustrato al premier Giuseppe Conte il memorandum che è frutto del lavoro della task force per la Fase 2. A quanto si apprende, il documento di cinque pagine è stato ultimato la sera del 21 aprile in una riunione plenaria della commissione e ha al centro le modalità di riavvio delle attività produttive. Secondo le prime indiscrezioni sul vertice, riportate da Repubblica, il prossimo step mobiliterà tra i 2,7 e i 2,8 milioni di italiani. Cruciale il tema dei trasporti pubblici, utilizzati dal 15% dei lavoratori impegnati nel manifatturiero e nelle costruzioni.

PRESENTI ANCHE BORRELLI, ARCURI E BRUSAFERRO

Alla riunione hanno partecipato anche diversi ministri, tra cui Francesco Boccia, Roberto Speranza, Dario Franceschini, Stefano Patuanelli, Teresa Bellanova, Nunzia Catalfo, Paola De Micheli, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro. Da Palazzo Chigi con Conte s’è collegato anche il commissario Domenico Arcuri, mentre dalla Protezione civile, insieme a Boccia, ha seguito la riunione Angelo Borrelli. Presenti anche alcuni rappresentanti del comitato tecnico scientifico tra cui Silvio Brusaferro.

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L’unità nazionale non è per tutti

La sinistra deve avere il coraggio di alleanze impopolari. Il dialogo con la destra è necessario, persino con la Lega. Ma lasciamo perdere chi, come Dibba, vuole sfasciare i pilastri su cui l'Italia è fondata.

Molti di coloro che invocano un clima unitario come quello del dopoguerra non hanno vissuto quegli anni. La sintesi storica ci ha restituito l’immagine di un paese in cui si formavano e si affermavano grandi partiti e grandi leadership e in cui malgrado i contrasti acutissimi – addirittura sulla collocazione interazionale – prevalse la volontà di portare l’Italia fuori dal disastro provocato dal fascismo. Non ci furono rose e fiori, quindi chi oggi invoca l’unità nazionale come una sorta di passaggio pieno di fair play fra forze politiche contrapposte non sa di che parla. Ci sono contrasti acutissimi. Fra poche settimane vedremo questi contrasti nutrirsi di conflitti sociali in cui i due schieramenti sceglieranno i propri interlocutori sociali e i propri eserciti. L‘Italia tornerà abbastanza vicino al clima da guerra civile che si respirava prima del coronavirus.

TRE PILASTRI NON NEGOZIABILI

Quello che possiamo prendere dal dopoguerra è la speranza che si affermino forze nazionali, anche reciprocamente avverse, ma che abbiano in testa tre cose: l’Italia ha uno Stato unitario e combatte ogni secessione dal Nord o dal Sud, l’Italia è un paese che fa parte dell’area europea e occidentale, con buoni rapporti con Cina e Russia ma sta da questa altra parte, infine l’Italia è un paese che immagina il proprio futuro e sa indirizzare il suo sistema produttivo verso la competizione-collaborazione internazionale. Il resto sono solo chiacchiere. Nel quadro delle tre cose che ho detto possiamo assistere a scontri anche durissimi purché vada fuori dalla partita chi lavora per secessioni, chi spacca l’unità dello stato, chi vuol collocare il paese in altre alleanze, chi immagina una economia di piccole cose. Qui si vedrà se esisterà una nuova sinistra. A mio parere il Pd si è comportato bene. Ora deve fare il salto verso il grande partito. Deve intestarsi la battaglia neo-risorgimentale per l’unità nazionale, deve essere europeista sapendo di dover combattere su un terreno impopolare, deve chiamare a raccolta tutte le intelligenze e tutte le forze produttive ad uno sforzo di creazione di occasioni di futuro.

IL CORAGGIO DI ALLEANZE IMPOPOLARI

Detta brutalmente: lasciamo perdere sia Alessandro Di Battista sia Vittorio Feltri. Fanno la loro battaglia, è legittimo che dicano, scrivano, si agitino, ma combattono contro l’Italia. Detto altrettanto brutalmente: il dialogo con la destra è necessario, persino con la Lega sapendo che in quel partito è teoricamente possibile sostituire la nullità che oggi la dirige con dirigenti che hanno passato l’esame del coronavirus. Più difficile è immaginare un rapporto di lungo periodo con i 5 Stelle, privi di progetto e affamati di potere. La sinistra deve avere il coraggio di alleanze impopolari, di scelte difficili, di battaglie a viso aperto e soprattutto deve stare in mezzo al popolo che (lo scopriremo fra settimane) sarà furente. L’unità nazionale a cui pensiamo prevede la partecipazione alla battaglia sociale. Nessuno fece sconti a De Gasperi né De Gasperi li fece ai suoi oppositori. Tutti seppero fermarsi prima di ri-sfasciare l’Italia. È questa la linea guida per il futuro che ci dice con chi dialogare e con chi no.

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Conte: «Fase 2 dal 4 maggio, ma con differenze tra Regioni»

Il premier annuncia un piano entro il 26 aprile: «Avrà un'impronta nazionale, ma terrà conto delle peculiarità territoriali. Ripartire ora? Sarebbe irresponsabile».

Un piano per le riaperture entro il 26 aprile. A fissare la scadenza è il premier Giuseppe Conte, che in un lungo post su Facebook fornisce alcuni dettagli sulla Fase 2, quella della ripartenza graduale dopo il lockdown del Paese per l’emergenza coronavirus. «Prima della fine di questa settimana confido di comunicarvi questo piano e di illustrarvi i dettagli di questo articolato programma. Una previsione ragionevole è che lo applicheremo a partire dal prossimo 4 maggio», scrive il premier.

In queste ore continua senza sosta il lavoro del Governo, coadiuvato dall’équipe di esperti, al fine di coordinare la…

Posted by Giuseppe Conte on Monday, April 20, 2020

In attesa del piano, però, tutto resta così com’è: «Molti cittadini sono stanchi e vorrebbero un significativo allentamento delle misure o, addirittura, la loro totale abolizione. Vi sono poi le esigenze delle imprese e delle attività commerciali di ripartire al più presto. Mi piacerebbe poter dire: riapriamo tutto. Subito. Ripartiamo domattina. Ma sarebbe irresponsabile. Farebbe risalire la curva del contagio in modo incontrollato e vanificherebbe tutti gli sforzi che abbiamo fatto sin qui. Tutti insieme».

L’INVITO A STEMPERARE LE TENSIONI TRA REGIONI

Quanto all’articolazione territoriale del piano, spiega Conte, ci sarà «un’impronta nazionale», perché deve riorganizzare il lavoro, ripensare le modalità di trasporto e dare nuove regole per le attività commerciali. «Dobbiamo agire sulla base di un programma nazionale, che tenga però conto delle peculiarità territoriali», perché il trasporto «in Basilicata non è lo stesso che in Lombardia. Come pure la recettività degli ospedali cambia da Regione a Regione e deve essere costantemente commisurata al numero dei contagiati». Il piano, dunque, sarà differenziato per Regioni, ma «nell’esclusivo interesse di tutto il Paese. Nell’interesse dei cittadini del Nord, del Centro, del Sud e delle Isole. Non permetterò mai che si creino divisioni», aggiunge il premier, con riferimento alle recenti tensioni tra le Regioni del Nord – Lombardia in primis – e quelle del Sud. «Dobbiamo marciare uniti e mantenere alto lo spirito di comunità. È questa la nostra forza».

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Non lasciamo che l’odio separatista spacchi l’Italia

È in atto il tentativo di mettere la Lombardia contro il Sud. I protagonisti sono Fontana e compagnia, che vogliono nascondere il loro fallimento e riportare le lancette ai tempi della secessione. Ai governatori del Meridione dico: non lasciamo che questo accada.

È in atto il tentativo, che io considero gravissimo, di mettere la Lombardia contro il Sud. I protagonisti di questa odiosa operazione sono i due leader falliti della Regione, il loro suggeritore esperto mondiale di moijto e un gruppo di giornalisti e commentatori guidati da Vittorio Feltri. Stanno cercando di centrare due obiettivi: distogliere l’attenzione dalle responsabilità della classe dirigente lombarda nella gestione dilettantesca della battaglia al Covid-19 e tentare l’affondo per riportare le lancette ai tempi della secessione.

NON SI ESCE DA QUESTA CRISI CON UN CLIMA DA RESA DEI CONTI

I temi sono importanti e si racchiudono in due concetti: c’è una vendetta dei poveri contro i ricchi, cioè l’invidia verso la Lombardia di Regioni incapaci di badare a se stesse produce un sentimento anti-nordista, e c’è l’irriconoscenza verso quello che la Lombardia ha fatto e fa per il resto del Paese, soprattutto per il Sud. A parte la manifesta incapacità di Fontana e del suo socio, in questa tragica vicenda è venuta a galla l’erroneità della scelta di fare della Lombardia il primo polo ospedaliero (con molto privato finanziato dal pubblico) italiano sgominando la medicina sul territorio. La ripartenza deve correggere questa impostazione. Non si esce comunque da questa crisi lombarda con un clima da resa dei conti, tanto meno affidandosi ai magistrati. Se ci sono state reati al Pio Albergo Trivulzio si intervenga, ma risolvere giudiziariamente scelte programmatiche sanitarie è un errore gravissimo e inaccettabile.

LA LOMBARDIA NON VA DA NESSUNA PARTE SENZA L’ITALIA

La Lombardia, vorrei ricordare ai nostri neo-separatisti, non va da nessuna parte senza l’Italia. E i governatori del Sud che sguazzano nell’alimentare un clima anti-lombardo stanno uccidendo una nazione. Detta in modo semplice: noi, gente del Sud, dobbiamo amare la Lombardia per quello che rappresenta e ci ha dato. La Lombardia non deve essere coinvolta nella tardiva protesta meridionale contro gli insulti dei nordisti, di ieri o di oggi (vedo che Feltri intigna). La Lombardia è stata la nuova patria di tanti di noi, dei nostri parenti che hanno persino dimenticato i dialetti originari e parlano questo slang barese-milanese portato alla ribalta da molti film.

Abbiamo avuto bisogno di loro e, ora che loro hanno bisogno di noi, non rispondiamo con frasi incendiarie e con separatismo idiota

Queste sono solo considerazioni. Servono atti pubblici per impedire la spaccatura dell’Italia. Visibilmente il governo non ha né la voglia né l’autorità per riunificare il Paese ed è ai miei occhi la sua maggiore colpa. Allora i presidenti meridionali – parlo soprattutto di voi Jole, Michele, Vincenzo – devono prendere una iniziativa di amicizia verso la Lombardia accettando di sincronizzare con essa le riaperture, cessando una polemica meridionalista che nulla c’entra col meridionalismo storico, parlando al cuore dei milanesi e dei lombardi. Abbiamo avuto bisogno di loro e, ora che loro hanno bisogno di noi, non rispondiamo con frasi incendiarie e con separatismo idiota. Lo slogan è: Noi amiamo Milano.

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Via libera del governo al rinvio delle elezioni amministrative

Nel testo del decreto è attesa la definizione delle finestre entro le quali ciascuna Regione chiamata al voto potrà indire le elezioni. L'ipotesi sul tavolo all'inizio della riunione era quella di una finestra che andasse dalla metà di luglio al mese di novembre.

Via libera del Consiglio dei ministri allo slittamento delle elezioni amministrative. Nel testo del decreto è attesa la definizione delle finestre entro le quali ciascuna Regione chiamata al voto potrà indire le elezioni. L’ipotesi approdata sul tavolo all’inizio della riunione era quella di una finestra larga che andasse dalla metà di luglio al mese di novembre.

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Il governo traballa nei giorni cruciali della trattativa in Ue

Su nomine e patto atlantico si allarga il solco tra Pd e M5s, in una settimana decisiva sul fronte europeo. Dietro le quinte riprendono le manovre che potrebbero portare a un cambio di maggioranza. L'ipotesi Forza Italia.

Ancora non è iniziata la Fase 2, che nel dibattito parlamentare si guarda già alla Fase 3, quella della definitiva ripartenza che qualcuno vorrebbe far gestire a un nuovo governo. Nel weekend Giuseppe Conte ha provato a spegnere sul nascere le suggestioni degli ultimi giorni, chiarendo che non c’è spazio per governi tecnici o di unità nazionale: serve un «governo politico che ci metta la faccia» e quello in carica lo sta facendo «con coraggio». Dalle colonne del Giornale, il premier ha lanciato un messaggio di «apertura al dialogo con tutti» che è suonato alle orecchie di qualcuno dentro Forza Italia come un viatico per futuri ingressi in maggioranza. Anche perché ad agitare le acque tra M5s e Pd c’è Alessandro Di Battista, alla guida di una “fronda” che prova a far saltare l’accordo sulle nomine e si prepara alle barricate contro il Mes, rilanciando un asse con la Cina.

LE STOCCATE DI CONTE A GERMANIA E OLANDA

Sul Mes Conte è tornato a dirsi scettico in un’intervista a Sueddeutsche Zeitung, con cui ha rilanciato la battaglia sul fronte Ue in vista del Consiglio europeo del 23 aprile. Il premier ha riproposto, come sta facendo nei contatti di questi giorni con i leader europei, la richiesta di Eurobond, nell’ambito di un piano che deve essere – ha detto Luigi Di Maio – da 1.500 miliardi. Senza un’intesa sui titoli comuni, il governo potrebbe non dare il via libera al piano Ue. «In gioco c’è l’Europa», ha detto Conte. Che poi ha mandato un messaggio ad Angela Merkel e al fronte rigorista attaccando il surplus commerciale della Germania che frena l’Ue, così come il dumping fiscale dell’Olanda. Quanto al Mes, che divide la maggioranza, il premier ha ricordato i danni provocati in Grecia e ribadito che verificherà se è davvero senza condizioni.

LA QUARANTENA POLITICA È FINITA

Intanto, il solco tra Pd e M5s si allarga: i dem hanno chiesto ai pentastellati di prendere le distanze da Di Battista che ha evocato un’Ue senza Italia e invocato un asse con la Cina, fuori dal patto atlantico. Il governo si regge sull’europeismo – è la posizione dei dem – se salta questo, salta tutto. «Cieca fiducia in Conte, avremo tutti gli strumenti per affrontare la crisi», ha chiarito il ministro M5s Stefano Patuanelli, frenando l’ala più barricadera. L’appello del presidente Sergio Mattarella alla collaborazione tra le forze politiche per affrontare l’emergenza non ha mai davvero attecchito. Ma ora sembrano riprendere manovre per cambi di governo. Persiste una suggestione di esecutivo tecnico, magari con un nome come Mario Draghi alla guida.

L’IPOTESI DI UN CONTE TER

Non solo però è difficile che l’ex presidente della Bce si faccia tirare per la giacchetta, ma appare anche arduo che si formi una maggioranza larga in parlamento per un governo tecnico (ricorre anche il nome di Vittorio Colao, di cui Conte ha escluso un ingresso nel governo). L’altro sbocco, se si aprisse una crisi, potrebbero essere le elezioni, ma quello scenario per il Colle non è all’ordine del giorno, anche perché l’instabilità non aiuterebbe né sui mercati né nella lunga partita in Ue. Il terzo scenario è quello di cui si discute in queste ore negli ambienti parlamentari: un cambio di maggioranza, magari con l’ingresso di Forza Italia e l’uscita di un pezzo del M5s. Matteo Renzi si è detto concentrato sulla ripartenza ma fonti di Italia Viva non escludono che a fine maggio si apra il varco a un nuovo governo, magari con premier tecnico o Pd. O un Conte ter.

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Fate spazio alle donne: solo loro possono curare l’Italia

Serve l'avvento di una nuova classe dirigente. Perché con quella attuale il nostro Paese è spacciato.

La sera del 16 aprile il ministro Francesco Boccia, come il famoso colonnello Buttiglione ideato dal mitico Mario Marenco che non si arrendeva neppure di fronte all’evidenza, ha cercato da Formigli di confutare la tesi che il governo ha perso il controllo di attività che stanno in capo all’esecutivo. Il professor Cassese, vero monumento negli studi sullo Stato, aveva poco prima ricordato come il governo si fosse fatto sottrarre poteri, in materia di lotta alla pandemia, di rilevanza costituzionale.

ASSEDIO AL GOVERNO CENTRALE

Le stesse notizie del 16 e 17 aprile dicono che le Regioni leghiste stanno attuando, dopo un zig zag incredibile, una vera rivolta contro il governo centrale per riaprire tutto prima del 4 maggio. Per rendere forte questa posizione nordista, cultura che è stata all’origine della diffusione del coronavirus in tante realtà lombarde, ormai si è inventata la parola d’ordine un po’ cretina che “non comandano i tecnici, deve comandare la politica”. Frase senza senso perché è del tutto evidente che è così, ma come hanno dimostrato i casi Regno Unito, Usa, persino Svezia la politica ha dovuto smettere di fare di testa sua quando gli scienziati, e l’evidenza della realtà, hanno mostrato l’ecatombe di cittadini e soprattutto di anziani.

IL FALLIMENTO DELLE TEORIE ANTI-STATO

È indubbio che questa vicenda del coronavirus entrerà nei libri di storia, ma nel caso italiano ci entrerà portando come “dono” il fallimento delle teorie anti-stato, la inattendibilità che della ideologia che il privato, anche nella sanità, risolve tutto, la revisione di una antropologia cripto razzista per cui il Sud è la palla al piedi di un Nord proiettato verso il futuro. E in questa operazione di pulizia il famoso libro di storia si porterà appresso non la antica teoria del “doppio stato” ma quella dello stato da liquefare, fragile simbolo di camarille regionali e partitiche, tutte nordiste, che hanno disposto della vita degli italiani sulla base di interessi spesso indecenti. Di questi mesi ricorderemo gli eroi, un popolo che ha fatto sacrifici, soprattutto la sua gioventù, ceti e persone che stanno vedendo avvicinarsi la povertà e ancora resistono alla tentazione della rivolta, ma ricorderemo soprattutto la conferma che la Seconda repubblica e questa Terza hanno portato alla ribalta la peggior classe dirigente occidentale difesa dal più servile sistema di comunicazione occidentale.

SERVONO DONNE DI FERRO

Ci sono eccezioni fra i politici e fra i giornalisti. Inutile indicarli. Per quanto riguarda i primi basta tenere a mente il lavoro silenzioso di alcuni ministri Pd e, per quanto riguarda il mondo dell’informazione, le denunce documentate e non i comizi nel talk di tanti colleghi e colleghe. Per il resto è tutto da buttare. La famosa società civile ci ha dato questa classe dirigente e ci ha dato questa gestione avventurosa della crisi. È allora inevitabile ripartire dai “cento uomini di ferro” che Guido Dorso invocava per far rinascere il Sud. Con la correzione che questi cento uomini dovrebbero essere prevalentemente donne. Guardate la premier della Nuova Zelanda, leggete su Internazionale le cose che ha fatto l’afro-americana sindaca di San Francisco e capirete che con questi uomini al potere, molto rammolliti, si impone l’avvento di una classe dirigente di donne.

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La Fase 2 può attendere: Conte pronto a estendere il lockdown

Colloquio nel pomeriggio coi sindacati. Si va verso una proroga delle restrizioni fino al 3 maggio. Per il premier, si rischia di vanificare gli sforzi fatti finora.

Non siamo nelle condizioni, al momento, di riaprire le attività produttive perché rischieremmo di far risalire la curva dei contagi e di vanificare i risultati che abbiamo ottenuto con le misure messe in atto dal governo. È quanto ha spiegato, a quanto si apprende, il premier Giuseppe Conte nel corso della videoconferenza con Regioni, Anci e Upi sul prolungamento del lockdwon. Secondo i sindacati, il governo è pronto a prorogare le restrizioni fino al 3 maggio.

IL CONFRONTO TRA CONTE E I SINDACATI

Nel loro confronto con Conte, Cgil, Cisl e Uil «hanno ribadito al presidente del Consiglio la necessità di mantenere al centro delle decisioni dell’esecutivo la salute e la sicurezza di tutti i lavoratori, dei pensionati, alcuni dei quali vittime di fatti gravissimi avvenuti in alcune case di riposo e sui quali chiediamo alla magistratura di indagare, e di tutti i cittadini, obiettivo che deve diventare un requisito permanente dentro e fuori i luoghi di lavoro». Il governo, hanno spiegato, «ha ribadito la necessità di proseguire sulle misure restrittive in quanto siamo in presenza di segnali incoraggianti e di un’inversione di tendenza nei contagi. Ha perciò comunicato la necessità di continuare, con qualche aggiustamento delle scelte sin qui compiute in riferimento alle sole attività essenziali e indispensabili, sulla strada intrapresa di contrasto al Covid-19. Questo significa che le misure restrittive devono proseguire».

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Coronavirus, Boccia: «Prima la messa in sicurezza della Lombardia, poi la fase due»

Il ministro Francesco Boccia è stato chiaro: la regione «è la massima priorità del Paese» insieme ad alcune province particolarmente colpite dall'emergenza Covid-19. Nella conferenza a Palazzo Marino, a Milano, ha sottolineato che «Tutto quello che lo Stato poteva fare l'ha fatto».

«Prima dobbiamo mettere in sicurezza la Lombardia e tutti gli ospedali lombardi. Dopo penseremo alla fase due». Il ministro per gli Affari Regionali Francesco Boccia è stato chiaro: la regione «è la massima priorità del Paese» insieme ad alcune province particolarmente colpite dall’emergenza coronavirus. Ma non solo. Durante la conferenza stampa a Palazzo Marino, a Milano, con il Capo della Protezione Civile Angelo Borrelli e il sindaco Giuseppe Sala, Boccia ha invitato allo «stop alle polemiche» e a rimettersi «al lavoro sulle misure».

BOCCIA: «TUTTO QUELLO CHE LO STATO POTEVA FARE L’HA FATTO»

«In questi giorni in Lombardia sono già arrivati 162 medici volontari e altri ne arriveranno nei prossimi giorni», ha detto il Ministro, «presto completeremo il contingente italiano di 300 medici e 500 infermieri per dare una mano alle regioni più colpite. Il governo è sempre accanto a Regioni e Comuni che sono le braccia dello Stato sul territorio», ha sottolineato Boccia, «tutto quello che lo Stato poteva fare l’ha fatto. E la Lombardia è sempre stata al centro di ogni mossa. Questo è il momento di rafforzare gli aiuti e mettere in sicurezza il Paese, poi dopo ci sarà il tempo di esprimere giudizi». In conclusione, il Ministro ha aggiunto che «tra sabato e domenica torneremo qui (a Milano, ndr) con il capo della Protezione civile per accompagnare un centinaio di infermieri» che poi dalla Lombardia andranno in altre Regioni.

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Conte e Fontana polemizzano su Alzano zona rossa

Secondo il premier la Regione avrebbe potuto istituirla. Il governatore: «La colpa eventualmente è di entrambi». Lo scontro.

Nel giorno in cui arrivano i primi malati nei nuovi ospedali Covid realizzati a tempo di record nei padiglioni della Fiera di Milano e di Bergamo, si infiamma nuovamente la polemica fra governo e Regione Lombardia. Questa volta a gettare benzina sul fuoco è stato il premier Conte convinto che «se la Lombardia avesse voluto, avrebbe potuto fare di Alzano e Nembro Zona Rossa» visto che «le Regioni non sono mai state esautorate del potere di adottare ordinanze contingibili e urgenti». Immediata la replica del governatore Attilio Fontana: «Io non ritengo che ci siano delle colpe in questa situazione e ammesso che ci sia una colpa, la colpa eventualmente è di entrambi». Detto in altro modo: la Regione aveva chiesto già il 3 marzo la zona rossa nella Bergamasca e il governo con il decreto dell’8 marzo ha fatto diventare zona rossa tutta la Lombardia, quindi «forse su Alzano si sarebbe potuto fare qualcosa di più rigoroso, ma dopo che era stata istituita una zona rossa noi non avevamo neanche da un punto di vista giuridico la possibilità di intervenire».

CONTE: «NON VOGLIO SCARICARE LA RESPONSABILITÀ»

Un botta e risposta nel quale il premier è tornato in serata, dopo il Cdm, per precisare di non aver voluto fare polemica o ricercare le responsabilità di altri: «Ho bisogno della collaborazione di tutti, governatori e sindaci. Mi è stato chiesto se il governatore della Lombardia poteva assumere ordinanze più restrittive e abbiamo risposto che non abbiamo impedito di farlo, altri governatori lo hanno fatto. Ma non voglio imputare o scaricare responsabilità. Abbiamo sbagliato o fatto bene? Noi riteniamo di aver agito in scienza e coscienza e ce ne assumiamo tutta la responsabilità. Ci sarà poi il tempo per giudicare e io non mi sottrarrò», ha detto.

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Coronavirus, cosa prevede il decreto del 6 aprile 2020

Rinvio delle scadenze fiscali, 750 miliardi alle imprese, rafforzamento del golden power. Queste le misure approvate. Che il premier Conte definisce: «Potenza di fuoco».

«È una potenza di fuoco», così il premier Giuseppe Conte definisce il bazooka da 750 miliardi pensato per le imprese nel decreto del 6 aprile 2020: 200 miliardi di garanzie sui prestiti e 200 miliardi per l’export si sommano ai 350 già previsti, con l’arrivo di una copertura fino al 100% per prestiti fino a 800mila euro. «Non ricordo un intervento così poderoso nella storia della nostra Repubblica per il finanziamento alle imprese, una cifra enorme», ha commentato il presidente del Consiglio durante la conferenza stampa subito dopo la fine del cdm.

In diretta da Palazzo Chigi

Posted by Giuseppe Conte on Monday, April 6, 2020

Ma non solo queste le misure che il governo ha approvato per fronteggiare l’emergenza coronavirus: previsto infatti anche il rinvio delle scadenze fiscali per le aziende danneggiate dalla crisi e il rafforzamento del golden power, lo scudo per tutelare le aziende italiane da scalate ostili. A questo si aggiunge il rinvio all’autunno di elezioni regionali e comunali e la chiusura dei tribunali fino al 3 maggio.

GOLDEN POWER PER TUTELARE LE IMPRESE

L’obiettivo del potenziamento del golden power è controllare operazioni societarie e scalate ostili non solo nei settori tradizionali, ma anche in quello assicurativo, creditizio, finanziario, acqua, salute, sicurezza: «È uno strumento che ci consentirà di intervenire nel caso ci siano acquisizioni di partecipazioni appena superiori al 10% all’interno dell’Ue», ha spiegato Conte.

PRESTITI PIÙ VELOCI GARANTITI DALLO STATO

Affinché i prestiti avvengano in modo spedito, lo Stato offrirà una garanzia: «Potenzieremo il fondo centrale di garanzia per le pmi e aggiungiamo il finanziamento dello Stato attraverso Sace, che resta nel perimetro di Cassa depositi e prestiti, per le piccole e medie e grandi aziende», ha detto il premier.

MISURE DI PROTEZIONE SOCIALE AD APRILE

E non è finita qui. Secondo quanto annunciato dal presidente del Consiglio, il governo starebbe lavorando per un intervento molto più corposo da realizzare già ad aprile: «Si tratta di un approccio sistemico per tutte le categorie in sofferenza. Questa è un’emergenza non solo sanitaria, ma economia e sociale ad un tempo. Il dl aprile conterrà strumenti di protezione sociale, sostegno alle famiglie e ai lavoratori, soprattutto quelli più in difficoltà», ha aggiunto.

«IRRESPONSABILE USCIRE A PASQUA»

«Quando tutto sarà finito ci sarà una nuova primavera, presto raccoglieremo i frutti di questi sacrifici», ha continuato il premier. Una nuova primavera che non inizierà a Pasqua: «Sarebbe irresponsabile andare in giro e allentare la fiducia e la responsabilità». Una festività che per Conte significa «passaggio dalla schiavitù e anche riscatto: speriamo che possa portarci questa libertà. Io vivo la con fede, come redenzione. Speriamo che in una versione più laica sia un passaggio verso un definitivo riscatto». Tutto questo in attesa che la curva epidemica sia sotto controllo o discendente, evento che consentirebbe di programmare una fase successiva.

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Imprese e scuola al centro del Consiglio dei ministri del 6 aprile

Sul tavolo del Cdm, il decreto per la liquidità alle aziende, che conterrà anche le norme per il rinvio delle scadenze fiscali e lo scudo della golden power. Mentre per la maturità si fanno strada due ipotesi.

Garanzia al 100% per i prestiti fino a 25 mila euro, senza alcuna valutazione del merito; sei anni per la restituzione dei soldi; semplificazioni burocratiche per un’erogazione rapida del credito: sono alcuni di contenuti del decreto per la liquidità alle imprese che approda il 6 aprile in Consiglio dei ministri. Conterrà anche le norme per il rinvio delle scadenze fiscali e lo scudo della golden power per evitare scorrerie sulle aziende strategiche italiane.

SCUOLA, DUE IPOTESI PER LA MATURITÀ

In Cdm è atteso anche l’ok al decreto che prepara la fine di quest’anno scolastico e l’inizio del nuovo. Ci sono due ipotesi per la maturità e altrettante per gli esami di terza media, a seconda che si torni in classe il 18 maggio o non più fino a settembre. E un piano per una ripresa delle scuole con un maggiore distanziamento in classe se in autunno dovessero esserci ancora pericoli legati al coronavirus. Sul tavolo anche il rinvio delle elezioni amministrative e l’estensione al 3 maggio della chiusura dei tribunali.

L’INCONTRO TRA CONTE E I PARTITI DI MAGGIORANZA

Prima del Cdm, il premier Giuseppe Conte ha riunito a Palazzo Chigi i capi delegazione dei partiti di maggioranza con il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro.

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La task force sulle riaperture già divide il governo

Mentre Conte tenta di ricucire il dialogo con l'opposizione, il M5s guarda con sospetto all'ipotesi caldeggiata dal Pd. E sullo sfondo restano i nodi legati al dl liquidità e al decreto scuola.

Il dl liquidità, il decreto scuola, l’estensione del golden power annunciata da Riccardo Fraccaro. Le prossime ore porteranno queste tre novità nell’azione anti-virus del premier Giuseppe Conte. La strada, però, resta in salita. E se da un lato il governo sembra imboccare la via di un pur non facile dialogo con le opposizioni, lo spettro di nuove tensioni, anche nella maggioranza, si affaccia sull’ipotesi di una task force sulle riaperture. Con, sullo sfondo, quell’Eurogruppo di martedì dove è tutt’altro scongiurata la possibilità che sul tavolo finisca l’utilizzo del Mes. E il M5s già fibrilla.

LA RIUNIONE RISCHIA DI SLITTARE OLTRE IL WEEKKEND

Nel governo è partita la corsa contro il tempo per arrivare al Cdm già domenica sera. Ma il dl liquidità non è pronto ed è possibile quindi che la riunione slitti a lunedì. È su questo decreto che persistono ancora spigolature tecniche e politiche. Innanzitutto sull’entità della garanzia statale per i prestiti bancari alle aziende. Iv chiede una garanzia al 100%, trovando sulla stessa linea anche il M5s. Ma il titolare del Mef Roberto Gualtieri frena e in serata spiega: «La garanzia sarà al 100% per i prestiti fino a 800 mila e aumenteremo al 90% per i prestiti fino al 25% del fatturato». La differenza è sensibile. Una garanzia al 90% non esonera le banche dalle procedure di verifica delle solvibilità tipiche dell’erogazione dei prestiti, rischiando di ritardare l’erogazione della liquidità. Altro tema aperto è come garantire i prestiti.

LA TASK FORCE NON PIACE AL M5S

Il M5s spinge perché le garanzie arrivino attraverso Cassa depositi e prestiti. Ma nel Mef si è fatta spazio l’idea di usare Sace, controllata Cdp che, a quel punto, verrebbe trasferita direttamente sotto l’egida di via XX settembre. Idea che, al Movimento, proprio non piace. Così come i Cinque stelle guardano con un certo scetticismo all’istituzione di quella task force sulle aperture caldeggiata da giorni dal Pd. «Dovrà essere fatta da gente che sa costa sta accadendo, professionisti, imprenditori. Non serve l’accademia», avverte Vito Crimi. «Serve in tempi rapidi una cabina di regia con scienziati, amministratori, categorie. Bisogna coinvolgere tutti», rilancia il capogruppo dem Andrea Marcucci. Conte, spiegano fonti di governo, ha dato piena disponibilità ad una condivisione delle scelte sulla ripresa. Ma, più che di cabina di regia in senso istituzionale, a Palazzo Chigi preferiscono parlare di “raccordo” con i principali attori coinvolti.

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Speranza: «La battaglia contro il coronavirus è ancora nel suo pieno»

Il ministro della Salute ha detto che non è il momento di abbassare la guardia e che, al momento, «il distanziamento sociale è l'unica arma per ridurre il contagio». Ci sono anche dei segnali positivi: l'indice "R con zero" ha iniziato la discesa.

I dati dell’epidemia di coronavirus, in Italia, sono stazionari ma non è ancora evidente un trend in discesa. Ancora non si capisce se abbiamo raggiunto il picco o meno ma le parole del ministro della Salute Roberto Speranza sono chiare: «La battaglia è ancora nel suo pieno». Durante l’intervista con il direttore di RaiNews Antonio Di Bella, il Ministro ha parlato a 360 gradi dell’emergenza nel nostro Paese. «Il distanziamento sociale è l’unica arma per ridurre il contagio», ha spiegato Speranza «e dobbiamo insistere su questa strada, l’unica al momento che certezze».

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SPERANZA: « INDICE “R CON ZERO” IN DISCESA DAL 10 MARZO»

Il Ministro ha poi evidenziato l’impegno della ricerca per un vaccino e possibilità di terapie, però, «al momento non ci sono certezze di esiti e non credo che i tempi saranno immediati». Intanto, però, arrivano i primi segnali positivi. Con le misure adottate «l’indice di contagio ha iniziato la discesa», spiega il Ministro. «L’indice “R con zero” nel mese di febbraio e nei primi di marzo ha sfiorato i 3, quindi ogni persona contagiata ne contagiava altre tre, producendo una moltiplicazione molto significativa. Con l’applicazione delle misure che abbiamo disposto in maniera rigorosa a partire dal 10 di marzo ha iniziato la sua discesa. Ma la battaglia è ancora nel suo pieno».

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SPERANZA: «PRIMA VINCIAMO LA BATTAGLIA SANITARIA, POI VIA CON LA RIPARTENZA»

«La prima mattonella per ricostruire l’edificio dell’Italia», dice Speranza, «è vincere la battaglia sanitaria in corso altrimenti non ci potrà essere una ripartenza di natura economica sul terreno dello sviluppo».

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Cosa ha scritto Giuseppe Conte a Ursula von der Leyen

Il premier italiano ha risposto alla lettera con cui la presidente della Commissione Ue chiedeva scusa all'Italia per la mancanza di una reazione europea nelle prime fasi dell'emergenza coronavirus.

«Cara Ursula, ho apprezzato il sentimento di vicinanza e condivisione che ha ispirato le parole con cui ieri, dalle pagine di questo giornale (La Repubblica, ndr) ti sei rivolta alla nostra comunità nazionale e, in particolare, al nostro personale sanitario, che, con grande sacrificio e responsabilità, è severamente impegnato nel fronteggiare questa emergenza». Si apre così la lettera, pubblicata da Repubblica, che Giuseppe Conte ha indirizzato alla presidente della Commissione Ue von der Leyen che il 2 aprile, sempre tramite lo stesso quotidiano, chiedeva scusa all’Italia per la mancanza di una reazione europea nelle prime fasi dell’emergenza coronavirus.

«NON C’È TEMPO DA PERDERE»

E dopo gli irrinunciabili convenevoli, il premier torna su un tema a lui caro: «L’Italia sa che la ricetta per reggere questa sfida epocale non può essere affidata ai soli manuali di economia», scrive riecheggiando quanto già detto durante l’intervista trasmessa sul canale Ard la sera del 31 marzo. Secondo Conte deve essere la solidarietà l’inchiostro con cui scrivere questa pagina di storia: «La storia di Paesi che stanno contraendo debiti per difendersi da un male di cui non hanno colpa, pur di proteggere le proprie comunità, salvaguardando le vite dei suoi membri, soprattutto dei più fragili, e pur di preservare il proprio tessuto economico-sociale». Una solidarietà europea che, come la stessa presidente della Commissione Ue ha ricordato, nei primi giorni di questa crisi non si è avvertita: «E ora non c’è altro tempo da perdere».

OK AL PIANO SURE

Il presidente del Consiglio italiano poi promuove la proposta della Commissione europea di sostenere, attraverso il piano Sure da 100 miliardi di euro, i costi che i governi nazionali affronteranno per finanziare il reddito di quanti si trovano temporaneamente senza lavoro in questa fase difficile: «È una iniziativa positiva, poiché consentirebbe di emettere obbligazioni europee per un importo massimo di 100 miliardi di euro, a fronte di garanzie statali intorno ai 25 miliardi di euro».

«BISOGNA PRENDERE ESEMPIO DAGLI STATI UNITI»

Ma non è abbastanza perché, come scrive Conte, le risorse necessarie per sostenere i sistemi sanitari, garantire liquidità in tempi brevi a centinaia di migliaia di piccole e medie imprese, per mettere in sicurezza l’occupazione e i redditi dei lavoratori autonomi, sono molte di più. «E questo non vale certo solo per l’Italia. Per questo occorre andare oltre», scrive lui portando come esempio gli Stati Uniti. «Stanno mettendo in campo uno sforzo fiscale senza precedenti e non possiamo permetterci, come italiani e come europei, di perdere non soltanto la sfida della ricostruzione delle nostre economie, ma anche quella della competizione globale».

LA SOLUZIONE NEGLI EUROBOND

La soluzione per avviare la ricostruzione sarebbe l’European Recovery and Reinvestment Plan: «Si tratta di un progetto coraggioso e ambizioso che richiede un supporto finanziario condiviso e, pertanto, ha bisogno di strumenti innovativi come gli European Recovery Bond: dei titoli di Stato europei che siano utili a finanziare gli sforzi straordinari che l’Unione dovrà mettere in campo per ricostruire il suo tessuto sociale ed economico», spiega ribadendo come questi titoli non siano in alcun modo volti a condividere il debito che ognuno dei Paesi ha ereditato dal passato, e nemmeno a far sì che i cittadini di alcuni membri dell’Unione si trovino a pagare anche un solo euro per il debito futuro di altri.

«SI INSISTE NEL RICORSO DI STRUMENTI INADEGUATI»

Peccato che le anticipazioni dei lavori tecnici che Conte ha potuto visionare non sembrino «all’altezza del compito che la storia ci ha assegnato». Secondo il presidente del Consiglio italiano si continua a insistere nel ricorso a strumenti che appaiono totalmente inadeguati rispetto agli scopi che dobbiamo perseguire, considerato che siamo di fronte a uno shock epocale a carattere simmetrico, che non dipende dai comportamenti di singoli Stati. «È il momento di mostrare più ambizione, più unità e più coraggio». Senza tutto questo il 2020 potrebbe essere l’anno del fallimento del sogno europeo.

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Coronavirus, Azzolina: «Adotteremo un nuovo piano per la scuola»

Dopo che il premier Giuseppe Conte ha annunciato la proroga della chiusura delle attività fino al 13 aprile, la Ministra ha spiegato che ci sarà «un pacchetto di nuove misure» con l'obiettivo non solo di far proseguire «questo anno scolastico» ma anche di guardare «al prossimo».

Il ministero dell’Istruzione vuole «mettere in campo nuovi strumenti per sostenere docenti e studenti», dopo che il premier Giuseppe Conte ha annunciato la proroga della chiusura delle attività fino al 13 aprile per l’emergenza coronavirus.

Ieri il Presidente del Consiglio Conte ha annunciato la proroga della chiusura delle attività. La battaglia contro il…

Posted by Lucia Azzolina on Thursday, April 2, 2020

Sulla sua pagina Facebook, la ministra Lucia Azzolina ha scritto che «adotteremo un piano complessivo che possa guidare la Scuola nella prosecuzione di questo anno scolastico e guardando al prossimo. Di concerto con tutte le forze politiche che compongono la maggioranza», continua la ministra, «stiamo definendo un pacchetto di misure. A breve faremo chiarezza perché la scuola ha bisogno di certezze».

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Terremoto a Palazzo Chigi per le gaffe della ministra Lamorgese

Il primo scivolone della titolare del Viminale a Di Martedì quando si è augurata che gli italiani possano andare in vacanza ignorando che l'economia del Paese va a rotoli. Il secondo è arrivato con la circolare sulle passeggiate dei bambini accompagnati dai genitori che ha scatenato la reazione dei governatori del Nord. E costretto Conte a una affannosa precisazione.

Un uno-due che in altri tempi avrebbe costretto chiunque alle dimissioni. Magari con il rischio di essere accettate.

Ma in tempi di emergenza da coronavirus tutto è lecito, e nessuno rischia niente. Per ora.

Hanno fatto scalpore – e creato violenti malumori a Palazzo Chigi nello staff di Giuseppe Conte – i due scivoloni consecutivi della ministra degli Interni Luciana Lamorgese, tra ieri e l’altro ieri.

LO SCIVOLONE A DI MARTEDÌ SULLE VACANZE ESTIVE

Il primo l’ex prefetto l’ha realizzato parlando con Giovanni Floris durante il programma Di Martedì su La7: «Spero che per l’estate potremo andare in vacanza», ha detto la ministra, rispondendo alla domanda sul quando si potrà tornare alla normalità. Ma come, il Paese sta sprofondando in una recessione di proporzioni drammatiche, e lei se ne esce auspicando le vacanze quando questa estate tutti dovranno lavorare – quelli che avranno la fortuna di poterlo fare se nel frattempo non saranno diventati imprenditori falliti e lavoratori disoccupati – per cercare di rimettere in piedi al più presto la baracca?! Non contenta, giusto per mettere altra carne al fuoco delle polemiche, ha anche aggiunto: «Questa emergenza lascerà qualcosa in ciascuno di noi, dobbiamo cambiare stile di vita».

LA BUFERA SCATENATA DALLA CIRCOLARE SULLE PASSEGGIATE

Il secondo scivolone è poi arrivato con la discussa circolare sulla possibile uscita di casa dei bambini accompagnati da un genitore, che ha scatenato la reazione dei governatori delle Regioni e di molti sindaci, preoccupati che potesse rappresentare una breccia nel muro faticosamente eretto per far stare a casa la gente. Il telefono del prefetto Matteo Piantedosi, capo di gabinetto di Lamorgese (l’ha ereditato da Matteo Salvini), e da taluni ritenuto colpevole della gaffe, è diventato incandescente, ed è volata anche qualche parola grossa. Una reazione che ha costretto il Viminale a una affannosa precisazione e il presidente Conte, nella sua conferenza stampa di ieri sera per annunciare lennesimo Dpcm, quello che annuncia la proroga della chiusura totale fino al 13 aprile, a ribadire che nessuno intendeva dire che i bambini possono andare a fare una passeggiata. E poi si dice i tecnici al governo…

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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