Libero: «Il partito di Conte è pronto»

Secondo il giornale di Pietro Senaldi, il premier sta per attuare il suo «piano segreto». La nuova organizzazione sarà composta da ex M5s, grillini scontenti e una parte del mondo cattolico, scrive Luigi Bisignani.

E se Giuseppe Conte stesse pensando di fondare un suo partito? Luigi Bisignani, firma del quotidiano Libero, ne è convinto. Tanto che nell’articolo pubblicato il 4 aprile sul giornale di Pietro Senaldi, spiega passo per passo la genesi della nuova organizzazione politica. L’idea, spiega il giornalista, non è arrivata durante l’emergenza coronavirus ma a febbraio, quando «l’avvocato del popolo aveva raggruppato fedelissimi disponibili a sostenerlo».

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GRILLINI SCONTENTI E MONDO CATTOLICO TRA I FEDELISSIMI

Tra questi, i fuoriusciti del Movimento 5 stelle «e altri parlamentari grillini stanchi delle scelte autoritarie del M5s». Ma non solo. Secondo l’articolo di Libero, il premier Conte vorrebbe tirare dentro al suo partito anche una parte del mondo cattolico, «per le sue passate frequentazioni».

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TEMPI MATURI PER ATTUARE IL «PIANO SEGRETO»

Con l’emergenza Covid-19, inevitabilmente, i riflettori sono finiti sul governo e, in particolare, sul presidente del Consiglio. È cresciuta l’esposizione mediatica, sono aumentate le apparizioni in tivù e, allo stesso tempo, anche i follower sui social network. Secondo Libero, quindi, questo potrebbe essere il momento buono per Conte per attuare il «piano segreto».

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Trame e sospetti dietro al take-fake Ansa su Draghi

Il falso lancio di agenzia sull'istituzione di una task force per la ricostruzione post-coronavirus ha scatenato il ping pong di responsabilità tra Palazzo Chigi e il Mef. Continua così la guerra tra lo staff di Conte e quello di Gualtieri.

Chi ha scritto il falso take Ansa che ieri è circolato nei palazzi del potere facendo sobbalzare sulle loro poltrone tutti i potentoni romani, e che è stato poi ufficialmente smentito dall’agenzia di stampa con tanto di denuncia alla Polizia Postale?

Nella guerra in corso tra Palazzo Chigi e via XX Settembre, di cui oggi qualche quotidiano si è finalmente accorto dopo che qui era da più di una settimana che la si segnalava, si è aggiunto anche un rimpallo di responsabilità su questa strana vicenda.

IL TAM TAM DELLA BUFALA SUI SOCIAL

Ieri, infatti, è cominciata a girare su social e WhatsApp una notizia Ansa titolata «++ Coronavirus, colloqui Colle-Chigi per task force ricostruzione a guida Draghi ++ (ANSA) – ROMA, 02 APR», nella quale si sosteneva che sarebbero state in corso «interlocuzioni tra il Quirinale e Palazzo Chigi per una task force per la ricostruzione, che sarà operativa per gestire la fase 2 dell’emergenza da coronavirus» e che tale task force sarebbe stata guidata «dall’ex presidente della Bce, Mario Draghi».

IL RIMPALLO DI RESPONSABILITÀ TRA PALAZZO CHIGI E MEF

Notizia falsa, ma in fondo verosimile. Ma la cosa che più ha attratto è il seguito, assai meno verosimile e che ha fatto sentire a più d’uno puzza di bruciato. Il take proseguiva infatti affermando che «tra i nomi dei componenti già al vaglio» per la task force guidata da SuperMario ci sono «quello del giurista Sabino Cassese, dell’ex presidente del Consiglio e giudice della Corte Costituzionale Giuliano Amato, e dell’attuale Capo di Gabinetto del Mef, Luigi Carbone». Ecco, è proprio quest’ultimo nome, noto per le sue corse in monopattino per i lunghi corridoi del Tesoro (notizia che avete letto solo qui), ad aver fatto scattare i campanelli d’allarme: come era possibile che fosse messo sullo stesso piano di Draghi, Amato e Cassese? Così è partito il ping-pong delle responsabilità. Al ministero dell’Economia dicono «sono stati quelli di palazzo Chigi», i cortigiani di Conte sostengono il contrario. E la guerra continua.

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Cosa ha scritto Giuseppe Conte a Ursula von der Leyen

Il premier italiano ha risposto alla lettera con cui la presidente della Commissione Ue chiedeva scusa all'Italia per la mancanza di una reazione europea nelle prime fasi dell'emergenza coronavirus.

«Cara Ursula, ho apprezzato il sentimento di vicinanza e condivisione che ha ispirato le parole con cui ieri, dalle pagine di questo giornale (La Repubblica, ndr) ti sei rivolta alla nostra comunità nazionale e, in particolare, al nostro personale sanitario, che, con grande sacrificio e responsabilità, è severamente impegnato nel fronteggiare questa emergenza». Si apre così la lettera, pubblicata da Repubblica, che Giuseppe Conte ha indirizzato alla presidente della Commissione Ue von der Leyen che il 2 aprile, sempre tramite lo stesso quotidiano, chiedeva scusa all’Italia per la mancanza di una reazione europea nelle prime fasi dell’emergenza coronavirus.

«NON C’È TEMPO DA PERDERE»

E dopo gli irrinunciabili convenevoli, il premier torna su un tema a lui caro: «L’Italia sa che la ricetta per reggere questa sfida epocale non può essere affidata ai soli manuali di economia», scrive riecheggiando quanto già detto durante l’intervista trasmessa sul canale Ard la sera del 31 marzo. Secondo Conte deve essere la solidarietà l’inchiostro con cui scrivere questa pagina di storia: «La storia di Paesi che stanno contraendo debiti per difendersi da un male di cui non hanno colpa, pur di proteggere le proprie comunità, salvaguardando le vite dei suoi membri, soprattutto dei più fragili, e pur di preservare il proprio tessuto economico-sociale». Una solidarietà europea che, come la stessa presidente della Commissione Ue ha ricordato, nei primi giorni di questa crisi non si è avvertita: «E ora non c’è altro tempo da perdere».

OK AL PIANO SURE

Il presidente del Consiglio italiano poi promuove la proposta della Commissione europea di sostenere, attraverso il piano Sure da 100 miliardi di euro, i costi che i governi nazionali affronteranno per finanziare il reddito di quanti si trovano temporaneamente senza lavoro in questa fase difficile: «È una iniziativa positiva, poiché consentirebbe di emettere obbligazioni europee per un importo massimo di 100 miliardi di euro, a fronte di garanzie statali intorno ai 25 miliardi di euro».

«BISOGNA PRENDERE ESEMPIO DAGLI STATI UNITI»

Ma non è abbastanza perché, come scrive Conte, le risorse necessarie per sostenere i sistemi sanitari, garantire liquidità in tempi brevi a centinaia di migliaia di piccole e medie imprese, per mettere in sicurezza l’occupazione e i redditi dei lavoratori autonomi, sono molte di più. «E questo non vale certo solo per l’Italia. Per questo occorre andare oltre», scrive lui portando come esempio gli Stati Uniti. «Stanno mettendo in campo uno sforzo fiscale senza precedenti e non possiamo permetterci, come italiani e come europei, di perdere non soltanto la sfida della ricostruzione delle nostre economie, ma anche quella della competizione globale».

LA SOLUZIONE NEGLI EUROBOND

La soluzione per avviare la ricostruzione sarebbe l’European Recovery and Reinvestment Plan: «Si tratta di un progetto coraggioso e ambizioso che richiede un supporto finanziario condiviso e, pertanto, ha bisogno di strumenti innovativi come gli European Recovery Bond: dei titoli di Stato europei che siano utili a finanziare gli sforzi straordinari che l’Unione dovrà mettere in campo per ricostruire il suo tessuto sociale ed economico», spiega ribadendo come questi titoli non siano in alcun modo volti a condividere il debito che ognuno dei Paesi ha ereditato dal passato, e nemmeno a far sì che i cittadini di alcuni membri dell’Unione si trovino a pagare anche un solo euro per il debito futuro di altri.

«SI INSISTE NEL RICORSO DI STRUMENTI INADEGUATI»

Peccato che le anticipazioni dei lavori tecnici che Conte ha potuto visionare non sembrino «all’altezza del compito che la storia ci ha assegnato». Secondo il presidente del Consiglio italiano si continua a insistere nel ricorso a strumenti che appaiono totalmente inadeguati rispetto agli scopi che dobbiamo perseguire, considerato che siamo di fronte a uno shock epocale a carattere simmetrico, che non dipende dai comportamenti di singoli Stati. «È il momento di mostrare più ambizione, più unità e più coraggio». Senza tutto questo il 2020 potrebbe essere l’anno del fallimento del sogno europeo.

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Terremoto a Palazzo Chigi per le gaffe della ministra Lamorgese

Il primo scivolone della titolare del Viminale a Di Martedì quando si è augurata che gli italiani possano andare in vacanza ignorando che l'economia del Paese va a rotoli. Il secondo è arrivato con la circolare sulle passeggiate dei bambini accompagnati dai genitori che ha scatenato la reazione dei governatori del Nord. E costretto Conte a una affannosa precisazione.

Un uno-due che in altri tempi avrebbe costretto chiunque alle dimissioni. Magari con il rischio di essere accettate.

Ma in tempi di emergenza da coronavirus tutto è lecito, e nessuno rischia niente. Per ora.

Hanno fatto scalpore – e creato violenti malumori a Palazzo Chigi nello staff di Giuseppe Conte – i due scivoloni consecutivi della ministra degli Interni Luciana Lamorgese, tra ieri e l’altro ieri.

LO SCIVOLONE A DI MARTEDÌ SULLE VACANZE ESTIVE

Il primo l’ex prefetto l’ha realizzato parlando con Giovanni Floris durante il programma Di Martedì su La7: «Spero che per l’estate potremo andare in vacanza», ha detto la ministra, rispondendo alla domanda sul quando si potrà tornare alla normalità. Ma come, il Paese sta sprofondando in una recessione di proporzioni drammatiche, e lei se ne esce auspicando le vacanze quando questa estate tutti dovranno lavorare – quelli che avranno la fortuna di poterlo fare se nel frattempo non saranno diventati imprenditori falliti e lavoratori disoccupati – per cercare di rimettere in piedi al più presto la baracca?! Non contenta, giusto per mettere altra carne al fuoco delle polemiche, ha anche aggiunto: «Questa emergenza lascerà qualcosa in ciascuno di noi, dobbiamo cambiare stile di vita».

LA BUFERA SCATENATA DALLA CIRCOLARE SULLE PASSEGGIATE

Il secondo scivolone è poi arrivato con la discussa circolare sulla possibile uscita di casa dei bambini accompagnati da un genitore, che ha scatenato la reazione dei governatori delle Regioni e di molti sindaci, preoccupati che potesse rappresentare una breccia nel muro faticosamente eretto per far stare a casa la gente. Il telefono del prefetto Matteo Piantedosi, capo di gabinetto di Lamorgese (l’ha ereditato da Matteo Salvini), e da taluni ritenuto colpevole della gaffe, è diventato incandescente, ed è volata anche qualche parola grossa. Una reazione che ha costretto il Viminale a una affannosa precisazione e il presidente Conte, nella sua conferenza stampa di ieri sera per annunciare lennesimo Dpcm, quello che annuncia la proroga della chiusura totale fino al 13 aprile, a ribadire che nessuno intendeva dire che i bambini possono andare a fare una passeggiata. E poi si dice i tecnici al governo…

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Conte: «Se l’Ue non è coesa, non sarà competitiva»

Il premier italiano alla tivù tedesca: «Non stiamo scrivendo una pagina di un manuale di economia, stiamo scrivendo una pagina di un libro di storia». E su Angela Merkel: «Abbiamo espresso due visioni diverse».

Giuseppe Conte protagonista anche sulla tivù tedesca. In Germania, però, il nostro premier non interrompe le trasmissioni per presentare e spiegare un nuovo decreto. È invece protagonista di un’intervista trasmessa sul canale Ard la sera del 31 marzo. «Io e Angela Merkel abbiamo espresso due visioni diverse durante la nostra discussione», ha spiegato il primo ministro italiano secondo quanto anticipato. «Ne approfitto e lo dico a tutti cittadini tedeschi: noi non stiamo scrivendo una pagina di un manuale di economia, stiamo scrivendo una pagina di un libro di storia», ha continuato riferendosi alla lotta al coronavirus.

«SE NON SIAMO COESI NON SAREMO COMPETITIVI»

Conte ha poi sottolineato che dell’emergenza non è responsabile nessun singolo Paese: «Non si tratta di tensioni finanziarie», ha detto per poi lanciare una provocazione all’Unione Europea: «L’Ue come risponde? L’Ue compete con la Cina, con gli Usa che hanno stanziato duemila miliardi per reagire, in Ue cosa vogliamo fare? Ogni Stato membro vuole andare per conto suo?». Secondo il primo ministro italiano, infatti, se la reazione non sarà coesa, vigorosa, coordinata, l’Europa diventerà sempre meno competitiva nello spazio globale di mercato. E sui Coronabond: «Vorrei ricordare che questo meccanismo, le obbligazioni in euro, non significa che i cittadini tedeschi dovranno pagare anche solo un euro di debito italiano. Significa solo che agiremo insieme per ottenere migliori condizioni economiche, di cui tutti beneficiano»

M5S: «LA SOLUZIONE È L’EMISSIONE DI EUROBOND»

Una teoria sposata dal Movimento 5 Stelle che in una nota congiunta dei suo portavoce in Commissione Politiche Ue dice: «In vista del vertice del 7 aprile auspichiamo che risulti vincente la proposta del governo e del premier Conte di costruzione di un’Europa più solidale e giusta. È il momento della svolta. Servono nuovi strumenti per sopperire a questa crisi sanitaria ed economica ed insistiamo nel dire che la soluzione non passa per il Mes ma per l’emissione di eurobond».

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Conte sferza l’Ue: «Inadeguato chi si oppone alle nostre richieste»

Il premier in un'intervista a El Paìs: «Basta coi vecchi schemi, servono strumenti di condivisione del debito». Poi avverte: «L'Unione si dimostri all'altezza o darà linfa ai nazionalisti».

Giuseppe Conte torna a sferzare l’Unione europea. Lo fa dalle pagine di El Paìs, autorevole quotidiano di quella Spagna che con l’Italia condivide tanto i numeri tragici sull’emergenza coronavirus quanto la necessità di appellarsi alla solidarietà europea per uscire da questa crisi. Chi si oppone in Ue alle richieste italiane, dice Conte, «ragiona con una mentalità vecchia, con un’ottica inadeguata a questa crisi, che è simmetrica ed eccezionale». E a chi gli chiede se l’Italia insisterà con gli eurobond Conte risponde: «L’ho chiamato Piano di Ripresa europea e Re-investimento; non penso a un solo strumento ma è il momento di introdurre strumenti di debito comune europeo. Il problema non è quando si uscirà dalla recessione ma uscirne il prima possibile. Il tempo è fattore chiave».

CONTE: «FORTE RISCHIO DI UN’AVANZATA NAZIONALISTA»

Il premier aggiunge: «L’Italia non chiede di condividere tutto il suo debito pubblico accumulato finora, che resterà a carico di ciascun Paese. L’Italia aveva avuto un comportamento ottimale fino a questo momento, anche sul fronte del debito. Il deficit del 2019 doveva chiudersi al 2,2% e abbiamo ottenuto 1,6%. Nessuno chiede all’Ue di farsi carico dei debiti sovrani ma solo di essere capace di assestare un colpo unitario per uscire da questo tsunami». In caso contrario, le conseguenze politiche potrebbero essere dirompenti. Il rischio che l’emergenza coronavirus dia linfa all’anti-europeismo in Paesi come in Italia «è evidente. Gli istinti nazionalisti, in Italia ma anche in altri Paesi, saranno molto forti se l’Ue non sarà all’altezza». Conte ribadisce che lavora per un’Europa più sociale e avverte: «Il numero di disoccupati che si avrà dopo questo tsunami sarà molto alto. Dobbiamo poter avvivare a capo di una ricostruzione prima che ciò avvenga».

SULLE RESTRIZIONI: «NON POTRANNO DURARE TROPPO»

Quanto alle riaperture, così come è stato per le restrizioni, si ragionerà «in termini di proporzionalità». E a chi gli chiede se la serrata delle attività produttive potrà durare molto Conte replica: «No, è una misura durissima dal punto di vista economico, è l’ultima misura che abbiamo preso e non può prolungarsi troppo. Per scuole e università, invece, si possono introdurre modifiche affinché gli studenti non perdano l’anno o l’esame».

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Tensione alle stelle tra Conte e Gualtieri. Preoccupazione al Quirinale

Il livello di scontro tra presidenza del Consiglio e Mef è altissimo, tanto che è dovuto intervenire in modo informale il Colle attraverso il segretario generale Ugo Zampetti. Due i motivi di frizione: il sostegno di 600 euro agli autonomi (troppo alto per il Tesoro) e la minaccia di strappare con l'Ue.

Perché stamattina la prima riunione della cabina di regia fra governo e opposizioni sui provvedimenti economici per affrontare l’emergenza coronavirus si è svolta nella sede del ministero per i Rapporti con il parlamento e non a Palazzo Chigi?

Perché ha visto coinvolti, con i capigruppo e i responsabili economici dei partiti di opposizione, solo il ministro per i rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, i viceministri dell’Economia Laura Castelli e Antonio Misiani con le sottosegretarie Cecilia Guerra e Simona Malpezzi?

Certo, c’era in video collegamento il ministro Roberto Gualtieri, ma insomma, ci si aspettava qualcosa di più. Il fatto è che negli ultimi giorni il livello di scontro tra presidenza del Consiglio e ministero dell’Economia è stato altissimo, tanto che è dovuto intervenire il Quirinale, seppure in modo discreto e informale attraverso il segretario generale Ugo Zampetti.

AUTONOMI ED EUROPA: I MOTIVI DI SCONTRO

I momenti più alti della querelle sono stati due. Il primo sui 600 euro da dare ai lavoratori autonomi, norma ricompresa nel primo decreto economico: per Gualtieri, spalleggiato dalla burocrazia del Tesoro, erano troppi (ai fini degli effetti sul bilancio, ovviamente), per Conte erano pochi. «Chiedi al Ragioniere generale, se non ci credi che così andiamo a put…», ha sbottato il ministro a un certo punto, rivolto al premier. Secondo momento, ancora più grave: la possibile rottura con l’Europa. Per Gualtieri, una vita passata a Bruxelles, la minaccia è come una bestemmia in Chiesa. Ma Conte manco gli parla più.

CONTE ACCUSATO DI AVER USATO IL METODO “ALPA”

Dunque, ora ciascuno va per la sua strada. Ma così non può andare avanti. Chi vince? Dopo giorni di resistenza, alla fine il Tesoro finirà per capitolare. Ma questo non significa la vittoria di Conte. Che viene accusato da tutti, 5 stelle in testa ma anche da molti esponenti di punta del Pd, di aver sbagliato le scelte degli uomini, usando quello che nella Roma dei palazzi viene definito il “metodo Alpa” (dal nome dell’avvocato con cui Conte prima lavorava), e cioè scelgo sempre l’amico fidato. In questo senso, prima di tutto gli si imputa di aver optato per Domenico Arcuri anziché per Guido Bertolaso, da tutti – per primo il numero uno della Protezione Civile Angelo Borrelli – ritenuto più idoneo a fare il commissario all’emergenza.

LEGGI ANCHE: I piani dei partiti per disarcionare Conte

LA SCELTA CONTESTATA DI VECCHIONE AL DIS

La seconda scelta che gli viene contestata è Gennaro Vecchione al Dis, da tutti ritenuto poco idoneo al ruolo e oggi oltretutto in aperto contrasto con il Copasir, presieduto dal leghista Raffaele Volpi. Tanto che nella sua ultima riunione, mercoledì 25 marzo a palazzo San Macuto, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica ha dovuto polemicamente sollecitare il governo a trovare soluzioni per evitare che soggetti esteri possano approfittarsi del coronavirus per mettere le mani sulle realtà industriali e finanziarie italiane o per metterle in difficoltà ed ereditare così le loro quote di mercato, dopo aver inutilmente chiesto ai Servizi di fare qualcosa. Così che Conte è stato costretto a rispondere in parlamento promettendo per proteggere i più preziosi asset strategici si userà il «prossimo provvedimento normativo che stiamo predisponendo per aprile».

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Conte al Senato promette più collaborazione con le opposizioni

Il premier: «Con il decreto aprile altri 25 miliardi» per sostenere imprese, famiglie e lavoratori. Gli aiuti di Cina, Cuba e Russia «non condizionano» la collocazione geopolitica dell'Italia.

Dopo l’intervento andato in scena alla Camera, il premier Giuseppe Conte si è presentato in Senato per un’informativa sulle azioni messe in campo dal governo per contrastare la diffusione del coronavirus. Ha parlato per circa un’ora, promettendo una maggior collaborazione tra maggioranza e opposizioni in vista della scrittura del prossimo decreto economico, il decreto aprile.

IL RICHIAMO AD AZIONI CONCRETE

«Bisogna agire concretamente», ha detto Conte, affinché il sacrificio del personale sanitario in lotta contro l’epidemia «non si perda». Poi ha ripercorso le tappe dell’emergenza e i vari provvedimenti presi dall’esecutivo: «Tutti potranno giudicare il nostro operato. Ma ora è il momento dell’azione e della responsabilità».

SÌ AL DIALOGO CON LA MINORANZA

Il premier ha ribadito l’importanza del dialogo con le opposizioni e ha chiesto al ministro dei Rapporti con il parlamento, Federico D’Incà, di costruire «un più inteso percorso con la minoranza» per la stesura del decreto aprile. Ma anche per il futuro «rilancio del Paese». Dai banchi dell’opposizione, tuttavia, non è arrivato nessun applauso.

GLI AIUTI DALL’ESTERO E LA COLLOCAZIONE GEOPOLITICA DELL’ITALIA

Conte ha spiegato che il decreto aprile varrà altri 25 miliardi di euro, per sostenere famiglie, imprese e lavoratori. Ha rimarcato la necessità del varo in sede europea dei coronabond e ha chiarito che «la collocazione geopolitica dell’Italia non può essere condizionata dagli aiuti» ricevuti da Cina, Cuba e Federazione russa.

RENZI ELOGIA IL DISCORSO DEL PREMIER

Al termine del discorso del premier, il leader di Italia viva Matteo Renzi ha speso parole di elogio: «Bisogna dargli atto che ha interrotto le dirette su Facebok di Casalino. Ha un compito difficile sulle spalle. Noi possiamo dirgli che siamo a disposizione per lavorare assieme». Tuttavia ha rivendicato il suo diritto di critica: «Sono stato accusato di fuoco amico. Va bene l’unità, ma non si può smettere di fare politica. Prima del coronavirus c’era tensione con Conte, stavamo pensando a soluzioni alernative. Ora c’è da stare tutti insieme, tutti vanno sostenuti e aiutati».

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Conte in parlamento difende il governo sul coronavirus: «La storia ci giudicherà»

Informativa urgente del premier alle Camere: «Abbiamo agito con determinazione e speditezza. Ora è il tempo dell'azione». E cita Manzoni: «Del senno del poi sono piene le fosse».

Dopo le accuse di aver un po’ troppo snobbato il parlamento, un decreto dopo l’altro, Giuseppe Conte si è infine presentato alle Camere. Alle 18 di mercoledì 25 marzo, a oltre un mese dallo scoppio dell’emergenza coronavirus, il presidente del Consiglio ha riferito in Aula con un’informativa urgente le misure assunte dal governo nel contenimento del contagio, provando a fornire quei chiarimenti che gli venivano chiesti da più parti. E bacchettando l’Europa: «L’Unione agisca subito, le risposte tardive non sono utili». Un intervento che alla fine è stato applaudito solo dalla maggioranza, altro che spirito di unità nazionale di fonte alla crisi sanitaria.

«NON CI DIMENTICHEREMO DELLO SFORZO DEI SANITARI»

Conte, con una frase a effetto, ha detto: «Saremo all’altezza? La storia ci giudicherà, verrà il tempo dei bilanci, tutti avranno la possibilità di sindacare». Ha parlato poi dello «sforzo straordinario» di medici, infermieri e di chi è in prima linea: «Mi ha scritto Michela, un’infermiera che lavora al reparto Covid dell’ospedale di Senigallia. Con grande dignità mi ha chiesto che i rischi che si stanno assumendo lei e suoi colleghi non siano dimenticati. A nome del governo, ma credo anche del parlamento, dico che noi non ci dimenticheremo di voi».

«IL GOVERNO HA AGITO CON DETERMINAZIONE E SPEDITEZZA»

Il premier ha rivendicato le modalità degli interventi dell’esecutivo: «Ci sarà tempo per tutto, ma questo è il tempo dell’azione. Il governo ha agito con la massima determinazione, con assoluta speditezza».

CITATO MANZONI: «DEL SENNO DEL POI SONO PIENE LE FOSSE»

Conte non si è fatto mancare una citazione letteraria: «In questi giorni molti hanno riletto ed evocato, anche pubblicamente, le pagine sulla peste scritte da Manzoni nei Promessi sposi: proprio in quest’opera viene ricordato un antico proverbio, ancora oggi fortemente in auge, per cui “del senno del poi son piene le fosse”. Ci sarà un tempo per tutto. Ma oggi è il tempo dell’azione, il tempo della responsabilità».

CHIESTA ALL’EUROZONA UN «SALTO DI QUALITÀ»

Il presidente ha spiegato che «l’Italia sta lavorando alla creazione di strumenti di debito comune dell’Eurozona», chiarendo che lo stop al patto di stabilità «è stato essenziale per ulteriori stanziamenti di risorse. Tuttavia l’impatto finanziario della pandemia sarà tale da chiedere alla governance dell’Eurozona un salto di qualità all’altezza della sfida. L’unione monetaria potrà uscire vincitrice solo se le sue istituzioni saranno rafforzate nel segno della solidarietà e dell’unità».

APPELLO AI PAESI SUL RISCHIO DI UN CONTAGIO DI RITORNO

Il nostron premier ha rivolto un appello agli altri Stati che stanno affrontando la nostra stessa sfida: «Nessuno può accettare, men che meno l’Italia che sta facendo sacrifici enormi per contrastare il virus, che altri Paesi non raccolgano questa soglia di attenzione di precauzione massima. Immaginate la iattura di un contagio di ritorno, ove la soglia di altri Paesi nella linea di precauzione non fosse rigorosa».

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Conte lavora a un nuovo decreto da 25 miliardi

Rifinanziamento della cassa integrazione in deroga, un intervento per sostenere i Comuni, il possibile rinnovo dei congedi speciali, gli indennizzi per gli autonomi. Queste alcune delle misure previste. Ma il premier deve trovare i fondi in Ue.

Si fa ancora più salato il conto del coronavirus. Dopo aver esteso la serrata a tutti i servizi non essenziali, il decreto che il governo sta preparando per gli inizi di aprile dovrebbe avere un valore almeno pari al Cura Italia, varato a marzo: già in partenza ci si muove su una ventina di miliardi ma c’è chi ipotizza che servirà di più.

POTREBBERO ESSERCI LE PRIME MISURE PER LA RIPARTENZA

Il “decreto aprile” – che dovrebbe essere varato al massimo entro metà mese – ha l’obiettivo di sostenere imprese e famiglie come fatto a marzo e potrebbe già contenere le prime misure per la ripartenza come una spinta ai cantieri già finanziati e ristori per le aziende danneggiate. Sul quadro economico in cui ci si muoverà, dirà qualcosa di più il Def atteso entro il 10 aprile: il governo ha già chiesto al Parlamento di autorizzare 25 miliardi in deficit e presto potrebbe arrivare una nuova richiesta di sforamento, ma bisogna muoversi con cautela anche perché incidere ancora sul debito potrebbe innescare ripercussioni sui mercati.

LA GUERRA DI CONTE CONTRO LE RESISTENZE DEL NORD EUROPA

Ecco perché il premier Giuseppe Conte, con il ministro Roberto Gualtieri, ha intensificato in queste ore i contatti a livello europeo. Il patto di stabilità è sospeso, il deficit ora non è un problema. La presidente della Commissione Ue Ursula Von Der Leyen ha già messo sul tavolo 11 miliardi: sono fondi strutturali non utilizzati dall’Italia in passato che potranno essere usati senza vincoli. Ma è appena un inizio, di fronte a una frenata economica che si annuncia di entità mai vista dal dopoguerra. Perché il debito non diventi troppo pesante, poter usare la leva dei fondi Ue, a partire dalla richiesta di attivare i Coronabond o un fondo di garanzia “adeguato”, è la priorità. Nel giorno in cui la Germania ha stimato un calo del proprio Pil di almeno un 5% e Confindustria ha lanciato l’allarme per una perdita di 100 miliardi al mese, il premier italiano lavora per infrangere le resistenze dei leader del Nord Europa per ottenere almeno, se non i Coronabond, l’accesso all’utilizzo dei fondi del Mes senza condizionalità o un altro fondo di vasta portata per aiutare la sanità e i cittadini degli Stati membri. È cruciale per l’intervento che il governo sta immaginando.

RIFINANZIAMENTO DELLA CASSA INTEGRAZIONE E INDENNIZZI PER GLI AUTONOMI

Un intervento che dovrebbe prevedere un rifinanziamento della cassa integrazione in deroga, per coprire le nuove aziende che hanno dovuto chiudere, un intervento per sostenere i Comuni, il possibile rinnovo dei congedi speciali, gli indennizzi per gli autonomi. L’entità delle misure dipenderà dalla durata dello stop di fabbriche e scuole. E si vedrà nei prossimi giorni anche quanti soldi ci sono in cassa, grazie a chi non ha approfittato dello stop delle tasse e a marzo ha pagato: non sono pochi, ha detto fiducioso il ministro Gualtieri. Il governo lavora anche a un ampliamento della Golden power: l’idea è proteggere da eventuali speculazioni tutte le aziende quotate in borsa, grandi e piccole. Ma si sta studiando l’intervento, atteso nei prossimi giorni, tenendo conto anche delle diverse sensibilità della maggioranza.

CONTE INCONTRA LE OPPOSIZIONI

Intanto il 23 marzo Conte ha parlato con le opposizioni convocate a Palazzo Chigi dopo l’escalation di polemiche dei giorni precedenti. Il 26 il premier è atteso in parlamento per riferire sulla gestione dell’emergenza coronavirus. Entro inizio maggio le Camere devono convertire in legge il decreto Cura Italia, che accorperà tutte le misure economiche finora adottate. Quel testo sarà aperto ad alcune modifiche, ad esempio sul tema degli autonomi.

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Conte invoca lo scudo del Mes contro la crisi da coronavirus

«Aprire una linea di credito dell'Esm per tutti gli Stati membri, in modo da aiutarli a combattere le conseguenze dell'epidemia di Covid». Gentiloni: «Logica condivisibile». Scettico Crimi.

«Il Fondo salva-stati è stato creato con un diverso tipo di crisi in mente, dunque adesso deve essere adattato alle nuove circostanze»: non ha dubbi Giuseppe Conte che in un’intervista al Financial Times chiede l’attivazione del Mes e della sua potenza di fuoco da 500 miliardi di euro per rispondere all’emergenza coronavirus. Secondo il premier italiano, «la strada da seguire è quella di aprire una linea di credito dell’Esm per tutti gli Stati membri, in modo da aiutarli a combattere le conseguenze dell’epidemia di Covid, sulla base della condizione della piena responsabilità da parte di ciascun Paese sul modo in cui vengono spese le risorse».

GENTILONI: «LA LOGICA DI CONTE È CONDIVISIBILE»

Intervistato da Radio Anch’io, il commissario agli affari economici Paolo Gentiloni si è schierato dalla parte di Conte: «La sua logica è assolutamente condivisibile. Le modalità con cui si può fare un’operazione di questo genere sono legate alla discussione su questi eurobond, cioè su strumenti che si costruiscono sul mercato e sono a disposizione per tutti i Paesi», ha detto. D’altronde la crisi «riguarda tutti», e che visto «che abbiamo strumenti coordinati dobbiamo provare ad usarli». L’ex capo del governo italiano ha poi spiegato che gli eurobond, o Coronabond, «devono essere lanciati da strutture finanziarie perché sono titoli finanziari europei. La struttura più adatta per lanciarli è il Mes». Ma a livello di dibattito «non ci siamo ancora, è inutile dire cose che non sono ancora nelle decisioni prese, la discussione deve andare avanti. Temo che con l’evoluzione della pandemia aumenterà anche la consapevolezza di tutti che bisogna reagire anche con strumenti finanziari». Secondo Gentiloni, infatti, la dimensione della risposta comune ancora non è adeguata: «Si fa fatica a capire che non è una crisi soltanto di uno o di pochi».

CRIMI: «NON CREDO NEL FONDO SALVA-STATI»

Più scettico invece Vito Crimi. «Il ricorso al Mes senza condizionalità? Purtroppo non ci credo», ha detto il capo politico del Movimento 5 Stelle a Radio 1.

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Conte non è un genio, ma per ora è il meglio che abbiamo

Un certo giornalismo cerchiobottista critica il premier sulla base di argomenti artificiosa e ignora l’assoluta novità dell’epidemia che vede governi di tutto il mondo arrancare. È ben vero che il governo ha commesso alcuni errori ma, da un certo momento in poi, sia la cura civile, “stare tutti a casa”, sia quella economica sono state all’altezza della situazione.

Tutti noi sappiamo, e lo sanno anche quelli di destra, che cosa sarebbe successo se avessimo avuto Matteo Salvini ministro dell’Interno. Non avendo “neri” da perseguitare, migranti da buttare a mare, avrebbe assediato l’Italia con messaggi l’uno il contrario dell’altro. Del resto lo ha fatto anche da non ministro: aprire tutto, no chiudere tutto.  

Non voglio avviare una polemica politica anche se annoto che non bisogna farsi illusioni sul clima che sembra emergere qua e là di tolleranza e pacificazione. Basta guardare ai titoli di Libero che oggi 18 marzo, ad esempio, per portarsi avanti col lavoro, già indica il Nord come vittima dell’Italia e del Sud, vero promemoria per futura rivolta.

Faccio questo ragionamento perché assai spesso negli ormai inutili talk della tivù appaiono personaggi, in generale colleghi, che si esercitano nella legittima critica al governo Conte. Insisto nel dire, legittima. Ma una critica può essere legittima ma pretestuosa. Molti di questi critici, soprattutto fra i cerchiobottisti, specie umano-professionale scaturente dai lombi di Paolo Mieli, avevano in amore il premier Giuseppe Conte quando sembrava ed era collaborante di Salvini mentre ora non gli perdonano il tradimento con la sinistra.

UN’EPIDEMIA INASPETTATA E QUELLE CRITICHE ARTIFICIOSE AL PREMIER

Ho già scritto e ripeto che nel giornalismo italiano, fra colleghi liberali che sono stati in gioventù ultra-estremisti, prevalgono quelli che non disprezzano il loro comunismo di ieri (come fa Maria Giovanna Maglie) ma il non aver spezzato il Pci che li ha invece svezzati regalandogli, involontariamente, una bella carriera di scrittura e di altre cose amene, molte delle quali del tutto dannose per il Paese nel suo insieme. Imitatori falliti del grande Eugenio Scalfari.

Sia la cura civile, “stare tutti a casa”, sia quella economica sono state all’altezza della situazione

La critica a Conte spesso avviene sulla base di argomenti artificiosi. Il primo è l’ignorare l’assoluta novità dell’epidemia che vede governi di tutto il mondo (dicesi: tutto il mondo, compresi i due idioti di Londra e di Washington) arrancare e oggi immettersi lungo la strada italiana. È ben vero che il governo Conte ha commesso alcuni errori di incertezza iniziali e alcuni gravi errori di comunicazione, è tuttavia altrettanto vero che, da un certo momento in poi, sia la cura civile, “stare tutti a casa”, sia quella economica sono state all’altezza della situazione.

CON SALVINI SAREMMO IN GRAVE DIFFICOLTÀ

È normale immaginare che un famoso giornalista possa desiderare che dopo Conte ci sia Salvini. Girano tanti pazzi! Ma non è normale truffare e oggi quando si racconta una difficoltà – come tenere davvero a casa tutti gli italiani? Come riattrezzare ospedali che soprattutto la destra ha smontato? Come rimettere in corsia medici che recentemente la destra ha messo in pensione? Come unificare un Paese con un Nord sofferente e un Sud di eccellenze vedi i ricercatori del Cotugno? – bisogna saper raccontare difficoltà non fare comizi. Poi presentatevi tutti al voto. Una bella lista con Vittorio Feltri, Mario Giordano, Nicola Porro, Paolo Del Debbio, qualcuno del Corsera o corrispondente estero di Repubblica la vedo bene. Le bad company aiutano lo sviluppo.

Matteo Salvini.

Ora però siate seri. Conte non è un genio, ma è il meglio che c’è ed anche sorprendente come regga l’urto di una difficoltà inaudita. Togliete il lutto per i moijto di Salvini, con quell’uomo lì saremmo morti tutti, ubriachi e infelici. E soprattutto non disarmate la popolazione. Anche in guerra sarebbe legittimo contestare, criticare lo stato maggiore, indicare linee contrarie. Il vantaggio di oggi è che le cazzate che si dicono, restano impresse e si vedono e si vedranno negli anni. Vi piace Salvini ? Accattataville! Ma poi non venite nei salottini a raccontare barzellette su di lui. Siate seri.

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Le frizioni nella maggioranza sul decreto Cura Italia

Il pacchetto di aiuti nei fatti è una manovra. E ha fatto riemergere vecchie tensioni e spaccature interne. Il Pd è allergico all'autonomia di Gualtieri e nel M5s Di Maio cerca di depotenziare Patuanelli. Mentre Renzi ha preso atto dell'impossibilità di ogni piano anti-Conte. Ma è pronto a tornare alla carica con il suo piano choc.

La pax nel governo è già finita. Non appena sul tavolo sono arrivate misure economiche anti coronavirus, sono riapparse le vecchie tensioni, portando tutti sull’orlo di una crisi di nervi.

Il decreto, ribattezzato ‘Cura Italia’, ha quindi fatto risalire la temperatura tra i partiti di maggioranza. Un provvedimento così importante (25 miliardi) dal peso di una Legge di Bilancio, ha scatenato gli appetiti di tutti: Pd, M5s, Italia viva e Liberi e uguali hanno cercato di piazzare le rispettive bandierine, riportando indietro le lancette della politica alla fase pre-coronavirus.

L’unica differenza è che nessuno si è sognato di agitare lo spettro di una crisi di governo. Il momento è troppo delicato per fughe in avanti di questo tipo.

IL DECRETO È UNA MANOVRA COMPRESSA IN POCHE ORE

«La Finanziaria richiede un iter di mesi, con le polemiche e le solite tensioni che ben conosciamo», spiega a Lettera43.it una fonte di maggioranza. «Immaginate cosa possa aver causato un decreto che è di fatto una manovra, compressa in poche ore, in una situazione di emergenza sanitaria». L’effetto è stato un tutti contro tutti, in continuità con le abitudini di questa maggioranza. Con la presenza sulla scena di un evergreen della politica e dell’economia italiana: il destino di Alitalia; salvata dall’ennesimo intervento pubblico e indirizzata verso la nazionalizzazione.

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Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri.

CONTE SEMPRE PIÙ INTOCCABILE

Rispetto ai mesi scorsi c’è una novità: il crescente malumore per gli spazi di autonomia che si stanno ritagliando il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri. Tuttavia, adesso il numero uno di Palazzo Chigi è visto quasi come un intoccabile: gli indici di gradimento dei sondaggi volano in alto e non è il caso di metterlo in discussione. Almeno per ora. Secondo l’ultima rilevazione Ipsos il premier è salito al 52% di gradimento, mentre il 62% degli italiani promuove l’operato del governo. A mettere in dubbio Conte ha provato il leader di Iv, Matteo Renzi, bacchettando il governo con la stampa estera sulla gestione del coronavirus nella prima fase. Ma non ha attecchito. 

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LA FUGA IN AVANTI DI GUALTIERI

Il discorso è diverso per Gualtieri: secondo gli alleati, già da qualche tempo, ha il “vizietto” di presentare dei pacchetti quasi preconfezionati che suscitano una certa irritazione. E talvolta si rivelano un boomerang perché allungano i tempi di confronto, osserva una fonte parlamentare, in una serie di dispetti e veti incrociati. Così si spiega il lungo confronto, seppure a distanza per ragioni di sicurezza sanitaria, tra i ministri impegnati a a infilare misure a loro gradite all’interno del provvedimento.

Il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli (Ansa).

ALITALIA E LE SPACCATURE ALL’INTERNO DEL M5S

Il Cura Italia è anche un Salva Alitalia. La compagnia di bandiera beneficerà di un nuovo sostegno statale, con la motivazione della pandemia che ha provocato la cancellazione di voli e quasi l’azzeramento de traffico aereo. Ma il via libera è stato foriero di tensione: il Pd ha spinto per la sostanziale nazionalizzazione, trovando la contrarietà di parte dei 5 stelle, che avrebbero voluto destinare quei fondi ad altri capitoli. Una posizione sorprendente anche perché la partita è nelle mani del ministro dello Sviluppo, Stefano Patuanelli. Il tracollo della compagnia lo avrebbe messo in difficoltà e proprio il ministro aveva parlato a novembre di una possibile nazionalizzazione di Alitalia. La spiegazione di questa strategia si può rintracciare nelle spaccature interne al Movimento: Luigi Di Maio, che di fatto continua a muoversi da vero leader del M5s, vede nel collega di governo (e suo successore al Mise) un antagonista alla guida dei grillini. Lasciargli una situazione scottante non avrebbe provocato grossi dispiaceri, specie su un tema così controverso.

LEU CHIEDE MAGGIOR PRESSING SULL’EUROPA

Anche da LeU, uno degli alleati più accomodanti, è arrivato un attacco: la richiesta di fare pressioni sull’Europa. «Dalla Ue dichiarazioni ma pochi fatti. O l’Europa cambia e si dimostra entità istituzionale e politica in grado di proteggere i propri cittadini e i Paesi che la compongono oppure finirà per apparire inutile agli occhi degli europei», hanno attaccato i capigruppo alla Camera e al Senato, Federico Fornaro e Loredana De Petris. Una presa di posizione che ha fatto seguito alla proposta del senatore di Leu, Francesco Laforgia, di seguire la Spagna sull’emergenza coronavirus con la sostanziale requisizione delle strutture sanitarie private da mettere a disposizione del pubblico.

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Matteo Renzi.

IL PRESSING (PER ORA SPUNTATO) DI RENZI

Renzi ha dovuto prendere atto che l’emergenza rende impraticabile qualsiasi operazione anti-Conte. Ma può sempre pungolare il governo sul merito dei provvedimenti. Nell’ultimo decreto Italia viva ha cercato di rivendicare le misure per la famiglia, con la ministra Elena Bonetti, ma soprattutto l’impegno per gli autonomi su cui, ha scandito il coordinatore di Iv, Ettore Rosato, «bisogna fare uno sforzo aggiuntivo nel prossimo provvedimento». La mira è già spostata in avanti, al decreto che sarà vaglio del Consiglio dei ministri tra qualche settimana. Quando i renziani torneranno alla carica con il piano choc da 120 miliardi di euro, rilanciando un loro cavallo di battaglia. Da sempre inviso agli alleati.

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Il governo ha inasprito ulteriormente le restrizioni anti coronavirus in tutta Italia

Chiusi tutti i negozi a eccezione di supermercati e farmacie. Stop a bar e ristoranti, ma restano le consegne a domicilio. Garantiti i trasporti. Da incentivare lavoro agile e ferie. Arcuri di Invitalia nominato super commissario con ampi poteri. Le nuove misure valide fino al 25 marzo.

E alla fine è arrivato anche il terzo comunicato serale del governo per contenere la diffusione del coronavirus. Dopo quello notturno tra sabato e domenica anticipato dalla fuga di notizie che isolava tutta la Lombardia e dopo quello che estendeva la zona rossa a tutta l’Italia, con il decreto “io resto a casa“. Ora cosa cambia?

GARANTITI I TRASPORTI, OK ALLE CONSEGNE A DOMICILIO

Queste le misure, valide fino al 25 marzo, annunciate dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte: chiusura di tutte le attività commerciali, di vendita al dettaglio, a eccezione di supermercati e farmacie. Chiusi bar e ristoranti, lasciando la possibilità di fare consegne a domicilio. Restano garantiti i trasporti. Aperti uffici postali e banche, così come le edicole, gli stampatori e i tabaccai.

DA INCENTIVARE LAVORO AGILE E FERIE

E per le attività produttive? Più possibile lavoro agile, vanno incentivate le ferie. Chiudono i servizi di mensa che non garantiscono la distanza di un metro di sicurezza. Restano chiusi i reparti aziendali non indispensabili per la produzione: le industrie e le fabbriche potranno continuare a svolgere le proprie attività produttive a condizione che assumano misure di sicurezza adeguate a evitare il contagio. Si incentiva la regolazione di turni di lavoro, ferie anticipate, chiusura dei reparti non indispensabili.

ARCURI DI INVITALIA NOMINATO COMMISSARIO

Nominato anche un commissario con ampi poteri di deroga: Domenico Arcuri, amministratore delegato di Invitalia.

GLI EFFETTI IN UN PAIO DI SETTIMANE

Il premier ha detto che l’Italia sta «dando prova di essere un grande Paese e una grande comunità, il mondo ci guarda mentre diventiamo giorno dopo giorno un modello per gli altri». Per poi aggiungere: «Ho fatto un patto con la mia coscienza, mettendo al primo posto la salute dei cittadini». Secondo Conte l’effetto di queste misure si vedrà in «un paio di settimane» almeno.

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Perché Rocco Casalino è intoccabile

Nonostante le accuse di Pd e Italia viva e la crescente diffidenza nel M5s, il portavoce del presidente del Consiglio non è in discussione. Merito di Conte che di fatto lo ha blindato. E del suo controllo a distanza sulla comunicazione pentastellata al Senato e alla Camera.

Nessuno tocchi Rocco Casalino. Anche dopo il pasticcio della fuga di notizie circa i contenuti della bozza del decreto sull’estensione della zona rossa che ha scatenato il panico e la fuga verso il Sud Italia, la linea di Palazzo Chigi non cambia: il portavoce del presidente del Consiglio non è in discussione. 

Anche perché sul caso specifico, persino i detrattori del grillino sono meno duri del solito, sollevandolo da ogni responsabilità o avanzando l’ipotesi di un concorso di colpa con le Regioni.

CASALINO GODE DELLA FIDUCIA INCONDIZIONATA DI CONTE

Certo, nella maggioranza e nello stesso Movimento 5 stelle si sono ingrossate le fila di chi, per usare un eufemismo, non ama il suo modo di lavorare. Ma l’ipotesi di sostituirlo o di ridimensionarne il ruolo non è all’ordine del giorno: il rapporto con Giuseppe Conte è solido.

LEGGI ANCHE: Cacciate Casalino o il governo non sarà credibile

Sulla comunicazione, e non solo, il presidente del Consiglio si fida ciecamente di Casalino. Sfidando critiche, polemiche e ignorando, puntualmente, le richieste di dimissioni.

GLI ATTACCHI DI ITALIA VIVA E PD

L’ex gieffino, diventato potente consigliere di Conte, è finito sotto pressione in più di qualche occasione dall’inizio della legislatura. Ma nelle ultime settimane, di fronte all’emergenza coronavirus, gli attacchi si sono moltiplicati. Un esempio? La decisione del governo di chiudere le scuole prima annunciata poi smentita dalla ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina e infine ufficializzata dopo qualche ora in conferenza stampa. Conte ha derubricato la vicenda come «un’improvvida fuga di notizie», ma Partito democratico e Italia viva hanno individuato in Casalino il responsabile del «capolavoro di dilettantismo», come la ha definito un parlamentare in quelle ore concitate.

LA PREOCCUPAZIONE DEL M5S

«Il comportamento di Casalino è quello che è», spiega a Lettera43.it un esponente della maggioranza. «È molto attento alla sua persona e poco incline all’ascolto. Spesso va ben oltre il ruolo di consigliere della comunicazione». Non un dettaglio visto che, soprattutto nella gestione dell’emergenza coronavirus, «la comunicazione è fondamentale almeno quanto le decisioni politiche». Anche nel Movimento 5 stelle si vive con insofferenza il protagonismo dell’uomo forte della comunicazione del governo. «Ormai coltiva le sue ambizioni personali», si osserva in ambienti pentastellati, «le sorti del Movimento gli interessano ben poco». Una critica che Casalino condivide con Conte: non è infatti un mistero che alcuni 5 stelle guardino con diffidenza anche la crescente autonomia che si è conquistato il premier.

Giuseppe Conte e Rocco Casalino (Ansa).

IL CONTROLLO SULLA COMUNICAZIONE DI CAMERA E SENATO

La progressiva presa di distanza di Casalino dai vertici del M5s è evidenziata dalla mancata frequentazione degli uffici dei gruppi parlamentari. «Effettivamente non si vede mai da queste parti», confermano fonti interne. Eppure dietro l’allontanamento c’è un aspetto da considerare: a capo della comunicazione M5s alla Camera c’è Fabio Urgese, un suo fedelissimo, e al Senato è in sella Ilaria Loquenzi, con cui Casalino ha collaborato fin dalla scorsa legislatura. I posti chiave sono quindi occupati da figure tutt’altro che ostili: Casalino ha così la possibilità di esercitare una forma di controllo a distanza.

PER ANZALDI (IV) LO STAFF DEVE ESSERE RINFORZATO

Che nemmeno il caos sul decreto abbia scalfito il potere di Casalino è dimostrato dal fatto che pure il renziano Michele Anzaldi, da sempre critico con il portavoce di Conte (che in passato ha adombrato una possibile querela contro di lui), è meno severo del solito. «Le colpe sono condivise in questo caso», dice il parlamentare a Lettera43.it. «È stato come portare un piano segreto in una palestra affollata». E sulle possibili correzioni di rotta in termini di comunicazione, Anzaldi osserva: «La squadra era insufficiente già da prima, ora in una situazione delicata è fondamentale integrare l’organico dello staff. L’Italia è finita al centro del mondo. Ecco, non vorrei difendere Casalino, ma a un certo punto dovrà riposare pure lui qualche ora…». Il punto, anche in questo caso, è che spetta a Conte decidere il rafforzamento della sua squadra. Decisione che difficilmente il suo portavoce ha intenzione di avallare senza batter ciglio.

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Ci basta il coronavirus, un governo con Renzi e Salvini è troppo

Se davvero si vuole dare vita a un esecutivo d'emergenza, allora si scelgano persone per bene, dal profilo tecnico e al di sopra delle parti. La sola ipotesi di dare in mano il Paese ai due senatori è più terrificante dell'emergenza contagi.

Nessuno nasce imparato, diceva un vecchio motto materno. Forse è per questo che di fronte all’apparire, improvviso e spaventoso, del coronavirus tanti, soprattutto chi occupa ruoli pubblici, hanno fatto errori e sbagliato comunicazione

Ad alcune settimane dall’apparire del figlioccio del pipistrello, la quantità di errori si può riassumere in due categorie. La prima è stata sicuramente il dare l’idea di essere di fronte a un mostro imbattibile, proprio mentre un Paese serio come la Cina aveva, a suo modo, messo in campo tutte le risorse per sconfiggere l’epidemia.

Il secondo errore è stato quello di barcamenarsi fra allarmismo e il suo contrario. Errore che non hanno compiuto solo alcune persone, in particolare la dottoressa del Sacco di Milano, l’équipe dello Spallanzani e la mitica Ilaria Capua.

IL GOVERNO PRESO DALLA FRENESIA DA GRANDE FRATELLO

Il governo ha avuto giornate buone quando è stato governo, quando, invece, si è fatto prendere dalla frenesia da Grande fratello ha fatto pena.

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Alcuni ministri, ad esempio Roberto Speranza, hanno tuttavia mantenuto un profilo giusto e sullo stesso Giuseppe Conte se ha sbagliato negli ultimi giorni (così come Attilio Fontana. il governatore della Lombardia), ha anche cercato di dire e fare cose rassicuranti. Non siamo meno peggio dei Paesi che ci circondano e che rifiutano i nostri aerei e le nostre navi senza dire nulla di chiaro su se stessi. A noi è toccata la fine del cane che annega, quello che tutti bastonano.

LA SOBRIETÀ ROTTA DALLA PROPOSTA DEL “GOVERNO DI TUTTI”

Per qualche giorno, a parte lo solita dose di sciocchezze di Matteo Salvini, il mondo della politica è apparso sobrio. Fino all’annuncio della proposta del governo di tutti. Proposta, come ha chiarito il governatore Fontana, che Matteo Renzi avrebbe fatto in odio a Conte. Questo Renzi dovrebbe usare il numero chiuso per i suoi odi perché ormai l’elenco è infinito. Il tema susciterebbe poco interesse, data l’inesistente consistenza elettorale del Renzi medesimo, se non avvelenasse il dibattito politico.

SERVIREBBE UNA SQUADRA AL DI SOPRA DELLE PARTI

Vorrei insistere quindi su un punto. Il governo di emergenza per far fuori un governo in carica è una ipotesi vile e che non passerà. Il Pd e i 5 stelle non lo accetterebbero mai. Neppure Sergio Mattarella può far cadere un governo per far giocare Renzi. Il tema può essere proposto solo in altro modo. E cioè se cresce la convinzione, e soprattutto se cresce al Quirinale e nel cuore pulsante del Paese, che non ce la facciamo se non incarichiamo un uomo al di sopra delle parti accompagnato da uomini e donne al di sopra delle parti (purché non rompano i coglioni sulle pensioni) di guidare l’uscita dell’Italia da questo cono d’ombra in cui è situata con una brutta fama internazionale e una sfiducia interna molto estesa. Un governo fortissimo, di pochi mesi, fatto da persone per bene. Per fortuna l’Italia ne ha tante. E per evitare che appaia un governo che “commissaria” la politica si possono scegliere per farne parte politici con un forte profilo tecnico o d’esperienza. Quindi nessun capo partito o legittimo aspirante a dirigere il governo successivo. Se non è questo il governo d’emergenza, desistete. L’idea di far fare un governo ai due Mattei è spaventosa. Meglio il coronavirus. È più leale.

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Coronavirus: Conte, Casalino e quel sospetto di enfasi eccessiva

La sovraesposizione mediatica del premier orchestrata dal suo spin doctor pare abbia irritato il Quirinale. Si mormora infatti che l'obiettivo fosse distrarre l'opinione pubblica dalle condizioni di salute pessime del governo. Una strategia che sarebbe stata scoperta. Ecco perché il nervosismo dei due è palpabile.

Il coronavirus mette alla prova il collaudato sodalizio tra il premier Giuseppe Conte e il suo portavoce e spin doctor Rocco Casalino

I due non riescono più a mascherare il nervosismo che li pervade. Temono che la situazione sia sfuggita (o stia per sfuggire) loro di mano. Soprattutto quando alle sensibili antenne dei due sono arrivate le voci che da giorni rimbalzano sui sanpietrini di Roma. E che sono salite fino al Colle più alto di Roma, irritando non poco, a quanto si giura, l’inquilino numero uno del Quirinale e persino quello numero due (il segretario generale Ugo Zampetti), di solito ben disposto verso il presidente del Consiglio.

CORONAVIRUS, ARMA DI DISTRAZIONE?

La voce, se fosse vera, sarebbe grave. Vale a dire che l’enfasi adottata dal premier nella propria strategia di comunicazione sulla diffusione del coronavirus sia stata decisa a tavolino da Casalino. In altre parole, il portavoce e spin doctor di Palazzo Chigi avrebbe convinto l’avvocato del popolo ad accentuare al massimo la comunicazione sul virus. Con l’obiettivo fin troppo evidente di dirottare l’attenzione dalle condizioni di salute (comatose) della maggioranza giallorossa. Il coronavirus, infatti, ha spuntato le unghie all’offensiva portata avanti da Matteo Renzi contro il presidente del Consiglio. Ed a quanto riportato dalle voci che circolano nella Capitale, Conte avrebbe spinto un po’ sull’acceleratore dell’allarme proprio per congelare l’imminente crisi della sua maggioranza. 

LA SOVRAESPOSIZIONE MEDIATICA DEL PREMIER HA GENERATO IL PANICO

Già prima della scoperta del paziente 1 (quello “0” non si sa che fine abbia fatto), il premier ha concentrato sulla sua persona ogni comunicazione sulla diffusione dell’epidemia. Atteggiamento aumentato in modo esponenziale dopo le prime vittime. Si è fatto immortalare con pochette e con pullover in ogni minuto di queste concitate giornate. È apparso in tutti i talk show televisivi, da Fabio Fazio a quella suburra del trash che è Non è la D’Urso. Fino al punto da far entrare i fotografi per riprenderlo mentre guida il Consiglio dei ministri notturno lo scorso fine settimana nella sede della Protezione civile

LEGGI ANCHE: Ora le comari della politica facciano un passo indietro

Il problema è che proprio questa sovraesposizione mediatica ha innescato quel panico che il premier assicura non doverci essere. E visto che si sta stringendo una sorta di cordone sanitario (e anche economico) intorno all’Italia, il duo Conte-Casalino non sa più come fronteggiare la situazione. Soprattutto ora che il loro gioco (sempre che quel che rimbalza da un corridoio all’altro dei palazzi romani sia vero) è stato scoperto. Per il momento si tratta di voci. Intercettate, però, dalle antenne dello stesso Casalino. Da qui, il nervosismo in aumento.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Emergenza coronavirus: le comari della politica facciano un passo indietro

Le accuse di Conte all'ospedale di Codogno, la reazione scomposta del governatore Fontana, le uscite di Salvini fanno cadere le braccia. E dire che l'Italia davanti alle tragedie e alle crisi si è sempre dimostrata compatta. Non tutti in questi momenti sanno stare in prima linea. Chi non ce la fa, si accomodi in panchina.

Non si fa in tempo a congratularsi per il buon atteggiamento delle istituzioni che capita un giorno, come ieri, in cui gli errori, le meschinerie, l’infantilismo ti fanno pensare che con questa classe dirigente l’Italia non ce la farà mai.

Non penso alla dichiarazione di quel figuro che ha detto che la sinistra è contenta che i morti di coronavirus siano tutti al Nord. Indecente. Mi sorprendo sempre più come possa accadere che tanta gente di destra, mondo che io rispetto e con quale amo dialogare, possa prendere in considerazione la leadership di un uomo così cinico e pericoloso.

Penso invece allo spettacolo orrendo che ha visto il premier Giuseppe Conte criticare in modo esasperato e grave un ospedale lombardo in cui si combatte contro l’infezione. Penso alla reazione da vaiassa del governatore lombardo Attilio Fontana. Penso anche a tutti quelli che credono di stare nel Paese di Pulcinella cioè a quei sindaci e governatori che vogliono farsi le leggi a modo loro.

LA TENTAZIONE DI UN GOVERNO DEL PRESIDENTE

Questo mentre il virus incalza, gli scienziati sono meno allarmati ma chiedono misure serie, il mondo fa a noi quello che la Lega avrebbe voluto fare al mondo dei poveri, cioè chiudere le frontiere. Altri giorni così e ci sarà il tempo solo di chiedere al capo dello Stato di mandare tutti a casa e di prendersi la tremenda responsabilità di un governo che sia sua emanazione, composto e guidato da figure eccellenti, che duri sei mesi e poi porti il Paese al voto.

SIAMO STATI UN PAESE DI EROI

Chi ha buona memoria ricorda i tanti momenti difficili ma anche i tanti momenti in cui l’Italia ha dimostrato di essere un Paese che sa affrontare le stagioni difficili. Napoli e Bari reagirono con dignità al colera. I terremoti spesso hanno lasciato macerie che tuttora vediamo ma hanno visto anche l’intervento di uomini e donne di governo, di militari e di volontari che hanno inorgoglito il Paese. Persino il terribile “botto” dell’Aquila vide una reazione immediata forte del governo Berlusconi poi sprecata dall’insopprimibile voglia del de cuius di andare a festeggiare una ragazzina napoletana e trovarsi quindi in uno scandalo che fu solo l’anticipazione della storia di Mubarak. Dobbiamo infine citare la reazione degli italiani contro il terrorismo? Siamo stati eroi, un Paese, tutto intero, di eroi. Ed erano tempi in cui la popolarità della classe dirigente non era alle stelle.

Chi ha buona memoria ricorda tanti momenti difficili ma anche i tanti momenti in cui l’Italia ha dimostrato di essere un Paese che sa affrontare le stagioni difficili

Poi abbiamo avuto la fortuna di incrociare il nostro destino nazionale con personaggi come Renato Nicolini che trasse Roma dalle paure e, salvando Roma, salvò l’Italia. Oggi di questo clima e di questi personaggi abbiamo bisogno. Niente a che fare con Matteo Salvini e la rete di propaganda di alcuni canali televisivi e di alcuni quotidiani di destra. Ma anche niente in comune con un premier che non sa porsi al di sopra della litigiosità e di governatori di regioni ultra-europee come la Lombardia che reagiscono con isteria.

AI VIROLOGI ANDREBBE DATO UN PREMIO DI ITALIANITÀ

No, non ci siamo. Il guaio è che non ci siamo mentre emerge un paura più cauta da parte dell’opinione pubblica che è spaventata dal virus ma che comincia a temere un po’ di meno perché tanto moriamo noi vecchi ed è accudita da quei quattro o cinque virologi e scienziati vari a cui darei, alla fine di questa storia, un premio di italianità, soprattutto, fatemelo dire, a Ilaria Capua, vittima delle calunnie di un partito di governo e di un paio di giornali che non hanno ancora chiesto scusa.

Non si può più sbagliare: chi non ce la fa perché l’impegno è superiore alle proprie capacità anche psichiche, lasci perdere, non tutti debbono-possono stare in prima linea

La situazione che si va prospettando è molto semplice. La giornata di lunedì aveva dato l’impressione di un Paese che aveva trovato la strada. Quella successiva di un Paese smarrito e senza guida. Non si può più sbagliare: chi non ce la fa perché l’impegno è superiore alle proprie capacità anche psichiche, lasci perdere, non tutti debbono-possono stare in prima linea, ma se stai in prima linea devi guidare l’impresa altrimenti è giusto che si prepari il plotone di esecuzione (politico). 

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Coronavirus, Regione Lombardia e Lega contro il governo Conte

Primi strappi tra governatori del Nord e l'esecutivo.Il premier chiede coordinamento, minacciando di togliere le prerogative sulla Sanità. Fontana: «Irricevibile e offensivo». E Molinari del Carroccio lo accusa di parlare «quasi da fascista». Salvini all'attacco.

La “quarantena” delle polemiche politiche pare essere finita. Dopo i primi giorni di lavoro coordinato, si registra il primo strappo tra le Regioni colpite dal coronavirus, Lombardia in testa, e il governo.

CONTE: SERVE AL COORDINAMENTO

Basta «iniziative autonome non giustificate», basta andare «in ordine sparso», perché si rischia di far danno. È stato l’appello del premier Giuseppe Conte. Se mancasse il coordinamento tra i servizi sanitari regionali, il governo potrebbe intervenire con «misure che contraggono le prerogative dei governatori». Conte ha poi spiegato che all’origine di uno dei focolai c’è stata la gestione «di un ospedale» non in linea con i protocolli. E, ovviamente si tratta di un ospedale di una Regione del Nord. Poi chiede anche ai presidenti delle Regioni fuori dall’area del contagio di non agire da soli, senza indicazioni da Roma. «Noi veniamo in maniera ignobile attaccati da un presidente del Consiglio che non sapendo di cosa parla dice che noi non seguiamo i protocolli, quando Regione Lombardia i protocolli non solo contribuisce a livello nazionale a realizzarli, ma li segue in maniera puntuale», ha risposto a stretto giro l’assessore al Welfare Giulio Gallera intervistato ad Agorà.

IL CARROCCIO ALL’ATTACCO DEL PREMIER

Ma le sue parole scatenano un putiferio e rompono il fair play che c’era stato finora anche con i governatori leghisti, riportando in primo piano lo scontro in atto con Matteo Salvini. «Conte usa parole quasi fasciste, evoca i pieni poteri, si dimetta», ha attaccato Riccardo Molinari, capogruppo leghista alla Camera. «Insultare la Lega e Salvini è davvero demenziale. C’è qualcuno che gode perché i morti sono in Lombardia», ha detto Salvini su Facebook. «C’è qualcuno a sinistra, pochi per fortuna a godere dei morti… Ma voi davvero non state bene». «Ora è il momento di stare uniti e sperare o, per chi crede, pregare», ha aggiunto.

IL TAVOLO DI COORDINAMENTO PRESSO LA PROTEZIONE CIVILE

Il presidente del Consiglio intanto ha istituito un tavolo di coordinamento quotidiano tra governo e Regioni nella sede della Protezione civile. L’obiettivo è anche prevenire episodi come quello della quarantena imposta in Basilicata agli studenti che tornano dal Nord. O della sua telefonata, a conferenza stampa in corso, al presidente delle Marche Luca Ceriscioli che stava per annunciare la chiusura delle scuole: il premier gli ha chiesto di non farlo e il governatore, immediatamente, si è adeguato.

LA RISPOSTA DELLE REGIONI

Anche con i governatori del Nord, che fronteggiano il contagio, Conte sceglie la linea del filo diretto, mentre Salvini cannoneggia il governo. La situazione si è fatta incandescente nella tarda serata di lunedì quando il premier ha detto che per governare l’emergenza il governo è pronto non solo, come annunciato dal ministro Francesco Boccia, a impugnare decisioni fuori asse delle Regioni, ma anche a intervenire al loro posto in materia di Sanità. «Un’idea irricevibile e per certi versi offensiva», ha commentato il lombardo Attilio Fontana, che ha rivendicato quanto fatto dalle Regioni aggiungendo che a questo punto inizierà a ricordare di aver avvertito il governo un mese fa dei rischi di contagio. «Qualche risposta è mancata dal governo», ha attaccato pure il ligure Giovanni Toti. Si è rotto così lo spirito di unità nazionale che aveva segnato finora la gestione dell’emergenza. Conte ha annunciato anche un «tavolo con tutti i partiti» a Palazzo Chigi a cui ha intenzione di invitare anche Salvini. «Ma la smetta di speculare», ha ha sottolineato spazientito. Il leader della Lega era sembrato abbassare i toni, dicendosi pronto a collaborare con proposte e rispondere a una chiamata del premier. Ma in realtà non depone le armi, sposta solo un po’ più in là, a emergenza placata, la richiesta di dimissioni di chi nel governo si è mostrato «incapace» perché «ha aspettato il morto per agire».

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Renzi chiede un incontro a Conte per mettere fine al «teatrino»

Il leader di Iv chiede un incontro al premier Conte. Per mettere fine al «teatrino». Poi però non si presenta al voto di fiducia al decreto intercettazioni in Senato. Che passa con i sì anche di Italia viva.

Dopo la bombetta lanciata a Porta a Porta, Matteo Renzi ha chiesto un incontro al premier Giuseppe Conte. «Ci siamo scritti in questi giorni e credo che la cosa più pulita, più seria sia quella di vederci di persona la settimana prossima», ha detto il leader di Italia viva. «Gli porteremo il nostro decreto per lo sblocco dei cantieri e lui farà le valutazioni che crede e noi faremo le nostre».

«Le telenovelas funzionano quando poi c’è un elemento di chiarezza», ha aggiunto. «La settimana prossima conto di poter mettere la parola fine a questo teatrino». E, ancora: «Noi non abbiamo il desiderio di rompere, ma cerchiamo di trovare dei compromessi, finché sarà possibile. Un chiarimento si imporrà. Mi ero dato un arco di tempo fino a Pasqua. Forse sono stato troppo morbido». Renzi ha sottolineato come la sua compagine sia stata «argine del buonsenso». «Continueremo a farlo», ha aggiunto, «sia che stiamo nella maggioranza sia che stiamo nell’opposizione».

All’osservazione di Piero Grasso che faceva notare come votare la fiducia al governo sul decreto intercettazioni equivalesse a confermare la fiducia anche al Guardasigilli Alfonso Bonafede, Renzi ha risposto che no, «il decreto intercettazioni non è di fiducia a un singolo ministro. Grasso non è ancora fra le fonti normative». E poi l’affondo: «Se Grasso ha interesse a vedere una mozione di sfiducia a un ministro non ha che da attendere», ha detto il senatore di Rignano ribadendo la volontà di sfiduciare Bonafede se non ci sarà un passo indietro sulla prescrizione.

Detto questo al voto di fiducia sul decreto legge intercettazioni al Senato non si è presentato (risultava in congedo). Assente anche la new entry di Italia viva Tommaso Cerno. L’Aula ha confermato la fiducia al governo con 156 voti favorevoli, tra cui quelli dei renziani, 118 contrari e nessuna astensione.

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I dubbi crescenti di Conte sull’incontro con le Sardine

Telefonata notturna tra il premier, che pensa già a una futura lista col Pd, e Santori. Con la promessa di un appuntamento che i "pesciolini" volevano fissare in un centro sociale occupato. Ma Palazzo Chigi ha frenato. Anche per le dure prese di posizione del movimento su decreti sicurezza, De Luca, Egitto e le polemiche coi grillini.

Ci provano i pesciolini. Dopo la vittoria di Stefano Bonaccini e la sconfitta della Lega in Emilia-Romagna la fase due delle Sardine ha come obiettivo il consolidamento, primo indispensabile passo per la sopravvivenza in mare aperto. Una missione che vogliono completare, da un lato, attraverso la creazione di una “struttura” interna che ha già provocato le prime scissioni. Dall’altro, attraverso l’accreditamento “istituzionale”.

MISSIONE: RECUPERARE CREDIBILITÀ

Così, dopo la photo-(in)opportunity con i Benetton, Mattia Santori & friends hanno provato a recuperare credibilità incontrando prima il ministro Giuseppe Provenzano, poi Francesco Boccia e adesso puntano al bersaglio grosso, cioè Palazzo Chigi.

AL PREMIER PIACE L’ATTENZIONE AL “SUO” SUD

La lettera precedentemente inviata dalle Sardine a Giuseppe Conte, infatti, non è rimasta inascoltata. Il premier l’ha letta attentamente e, specialmente dopo l’attenzione riservata al “suo” Sud, ha deciso di darne seguito. Come? Innanzitutto telefonando a Santori in una tarda domenica notte, in modo da stabilire un contatto diretto. E poi ragionando con lui sull’immediato futuro e sulla possibilità di un incontro.

LOCATION: SPIN TIME NO, CASA DELLE DONNE?

Certo, il primo ministro è rimasto un po’ stupito quando come luogo dell’incontro gli è stato proposto Spin Time, centro sociale della Capitale nel vortice delle polemiche per un’occupazione abusiva che dura dal 2012, quello a cui l’elemosiniere del papa riattaccò la luce illegalmente. Sempre complicata, ma almeno possibile, l’idea di vedersi alla Casa internazionale delle donne. Ma certo, dalle parti di Palazzo Chigi sono convinti che le Sardine non si rendano affatto conto della situazione e degli equilibri dell’attuale fase politica.

TRA PROGETTI DI “LISTA CONTE” E PENTIMENTO CRESCENTE

Conte ha così deciso di prendere tempo, rinviando un incontro che si sarebbe già potuto organizzare. D’altra parte, le Sardine potrebbero essere un tassello importante se dovesse in futuro davvero nascere una “lista Conte” alleata con il Partito democratico. Ma il premier valuta anche un presente ballerino. Le prese di posizione delle Sardine sui decreti sicurezza, contro la candidatura di Vincenzo De Luca, contro l’Egitto per la questione Zaki e, soprattutto, la polemica ai ferri cortissimi tra i pesciolini e i grillini rischiano infatti di mettere in (ulteriore) imbarazzo il premier. Che, dice chi gli sta vicino, di quella chiamata notturna un po’ si sta pentendo.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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La battaglia tra Renzi e il governo sulla giustizia non è ancora finita

Continua il braccio di ferro tra il governo e Italia viva. Trovata in extremis l'intesa sul decreto intercettazioni. Ma la partita sulla prescrizione è ancora tutta da giocare.

La battaglia tra il governo e Italia viva è ancora nel vivo e il clima nella maggioranza resta tesa. Il nodo resta quello della giustizia, sospeso tra il decreto sulle intercettazioni e la riforma della prescrizione. In mezzo continuano le frecciate a distanza tra Matteo Renzi e il premier Giuseppe Conte.

SUPERATO L’OSTACOLO INTERCETTAZIONI

L’ultima schermaglia in ordine di tempo è stata quella sul dl intercettazioni. Alla fine, in serata, la maggioranza ha trovato l’intesa grazie a in un subemendamento all’emendamento del relatore firmato dai quattro capigruppo in Commissione, compreso Giuseppe Cucca di Italia Viva. Ma nel pomeriggio non sono mancati attriti. Tutto è iniziato con il ritiro dell’emendamento di Pietro Grasso sull’utilizzo di trojan nelle intercettazioni per essere poi sostituito con una proposta del grillino Giarrusso. La mossa ha fatto subito agitare i renziani: «Ci va bene il testo di Bonafede uscito dal Cdm o un testo che rispetti la sentenza della Cassazione, non capiamo perché ci si intestardisca su altro», aveva fatto sapere una fonte di Iv, poi le ultime mediazioni fino all’intesa finale, che verrà testata il 19 febbraio in Commissione Giustizia del Senato con l’ultimo voto prima del passaggio in Aula.

TUTTA DA GIOCARE LA PARTITA SULLA PRESCRIZIONE

Partita decisamente diversa per la prescrizione, vera faglia tra il premier e Renzi. Sul lodo Conte bis Italia viva ha posto un veto e difficilmente arretrerà, mettendo così la maggioranza sotto pressione: «Se c’è un governo senza di noi, noi rispettiamo il parlamento. Però se non hanno i numeri e se siamo decisivi per la maggioranza, allora dico: ‘Ascoltate anche noi”», ha detto Matteo Renzi parlando coi cronisti nel Transatlantico del Senato, «Il punto è che c’è una norma sulla prescrizione che io non condivido, la porto in discussione in aula e su questo vado avanti fino in fondo». «Sulla giustizia», ha aggiunto con una stoccata a Conte, «io non ho detto: ‘Conte ti minaccio’, ma la reazione del presidente del Consiglio è stata muscolare. Ha detto alcune cose e io ho pensato probabilmente hanno i numeri. Se così fosse, bene».

E CONTE INSISTE A EVITARE LO SCONTRO

Dal canto suo il premier ha preferito continuare a rimanere in secondo piano: «Personalmente», ha detto Conte arrivando in giornata a Palazzo Chgi, «ho sempre preferito impiegare tempo e risorse per lavorare e non per alimentare polemiche. E così continuerò a fare, nella convinzione che gli italiani ci guardano e ci giudicano per quello che facciamo e per l’impegno che siamo capaci di profondere nel perseguire il bene comune. Non mi interessa e non ci deve interessare conquistare i titoli dei giornali, ci deve interessare conquistare e meritare la fiducia dei cittadini», ha concluso.

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Renzi istiga Conte a estrometterlo dalla maggioranza

Il leader di Italia viva: «Se vuole cacciarci, faccia pure». Il gioco del cerino aumenta il rischio di una crisi di governo.

Matteo Renzi istiga il premier Giuseppe Conte a estromettere Italia viva dalla maggioranza che sostiene il governo: «Se il premier vuole cacciarci, faccia pure: è un suo diritto! E Conte è il massimo esperto nel cambiare maggioranze. Se invece vogliono noi, devono prendersi anche le nostre idee. Alleati, non sudditi. Trovo il tono di Conte sbagliato, ma ai falli da dietro del premier rispondiamo senza commettere falli di reazione».

ULTIMO (speriamo!) POST SULLA PRESCRIZIONE.1. Pd e Cinque Stelle hanno la stessa posizione sulla giustizia. Pur di fare…

Posted by Matteo Renzi on Friday, February 14, 2020

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Ilva, com’è andato l’incontro tra Conte e Mittal a Londra

Il premier: «L'investimento pubblico ci sarà. Ma i numeri iniziali dell'azienda sugli esuberi sono inaccettabili». Il 7 febbraio c'è l'udienza al Tribunale di Milano.

Il premier italiano Giuseppe Conte ha incontrato a Londra Lakshmi Mittal, numero uno di ArcelorMittal, per discutere del dossier Ilva. Al termine del faccia a faccia, il presidente del Consiglio ha detto che l’incontro è stato «utile per ribadire le linee strategiche di fondo di questo negoziato» e per verificare che ci sono «obiettivi condivisi».

I legali stanno lavorando, si sta definendo il piano industriale e si stanno anche «creando anche le premesse per l’ingresso del pubblico, perché ci sarà anche un investimento pubblico», ha ricordato Conte.

Nel corso del colloquio non sono stati affrontati quelli che il premier ha definito «dettagli tecnici», ma per il governo rimane lo scoglio degli esuberi: «Gli ho ribadito che i loro numeri iniziali non sono accettabili, per noi è fondamentale preservare un livello occupazionale adeguato».

Ma il tempo stringe. Il 7 febbraio al Tribunale di Milano è in programma una nuova udienza sul contenzioso in atto fra i commissari straordinari dell’Ilva e il colosso indo-francese dell’acciaio. «In Tribunale bisogna andarci, ma sarebbe bene arrivarci con un accordo», ha auspicato il premier, «credo che questo incontro offrirà ai nostri negoziatori nuova linfa e nuova energia per lavorare fino a notte fonda».

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Furbate governative: meno Pil, più coronavirus

Solo in Italia è stato il presidente del Consiglio ad annunciare in conferenza stampa i primi due contagi. Viene il dubbio che stia cavalcando l'allarme per far dimenticare il preoccupante dato negativo sulla crescita. E i più convinti di questo sono proprio i ministri 5 stelle.

Il coronavirus? Fa bene…al governo. Giuseppe Conte è il primo e unico primo ministro al mondo ad averlo cavalcato. Solo in Italia il capo del governo ha annunciato in conferenza stampa la scoperta di due cinesi contagiati.

In tutti gli altri Paesi comunicazioni di questo tipo sono venute, al massimo, dal ministro della Salute. Giuseppi, invece, ha voluto i riflettori tutti sulla sua pochette. E poi, tutti in coro a dire: niente allarmismo.

Vista la scelta del governo di esasperare al massimo la comunicazione sulla diffusione del virus non ci si deve meravigliare se una gelateria di Fontana di Trevi mette in vetrina il cartello «fuori i cinesi». È il minimo che possa avvenire. Senza parlare del fatto che il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della Sanità ha spiegato che per il 99% il virus resta concentrato in Cina. Nella stessa occasione ha anche illustrato che si è diffuso in altri quattro Paesi. E tra questi non ha citato l’Italia.

NEL QUARTO TRIMESTRE 2019 IL PIL È ARRETRATO DELLO 0,3%

È evidente, quindi, che l’annuncio a notte fonda di Conte dalla sala stampa di Palazzo Chigi possa ingenerare un dubbio più che lecito: non è che sia stato proprio Conte (imboccato dall’onnipotente Rocco Casalino) a voler dirottare l’attenzione pubblica sul coronavirus, argomento forte che mette ogni altra cosa in secondo piano, per far dimenticare altre notizie di giornata? Anzi, una: il brutto dato Istat sul Pil del quarto trimestre del 2019. Tra ottobre e dicembre, infatti, l’economia italiana è arretrata dello 0,3%, e per di più in un periodo dell’anno che solitamente, invece, fa registrare un aumento del Pil, non foss’altro per il pagamento delle tredicesime. 

LO SCONCERTO DEI MINISTRI 5 STELLE

Di solito, l’Istat comunica informalmente (e in anticipo) a Palazzo Chigi i dati che si accinge a diffondere. Insomma, è assai probabile che Conte e Casalino fossero preventivamente a conoscenza del dato negativo sulla crescita, e che per questo abbiano voluto forzato la mano sul virus cinese, anche a rischio di generare allarmismo nella popolazione, per far dimenticare il Pil. Diversi ministri se ne dicono certi. E sconcertati. E sapete chi sono i più convinti? I cinque stelle.

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Conte presenta il manifesto di Assisi (e le sue mire da leader cattolico)

«Quando neppure sapevamo che esisteva Davos qui già si tutelava l'ambiente», ha detto il premier alla presentazione del manifesto per un'economia sostenibile.

Invece che Davos, Assisi. Il premier Giuseppe Conte ha disertato il forum mondiale dell’economia in Svizzera per celebrare la presentazione del manifesto di Assisi in nome dell’economia verde, un appuntamento dietro al quale si iniziano a intessere le relazioni di quel polo cattolico che a Conte guarda. «Quando neppure sapevamo che esisteva Davos qui già si tutelava l’ambiente», ha detto Conte a margine della presentazione del ‘Manifesto di Assisi‘ contro la crisi climatica.

NO AL NEOPROTEZIONISMO

«Gli squilibri della globalizzazione hanno alimentato il terreno fertile di cui si nutrono oggi le tendenze neo-protezionistiche, le quali rischiano di procurare all’economia mondiale un nuovo arresto, che potrebbe rivelarsi esiziale, dopo la lunga crisi economica e finanziaria – la più lunga dal secondo dopoguerra – esplosa nel 2008 e di cui ancora patiamo gli effetti», ha detto Conte aggiungendo: «la crisi economica è stata però anche l’occasione per riconsiderare il nostro modello di sviluppo».

IL POTENZIALE DEL SISTEMA ITALIA VERDE

«Il sistema dell’Italia ‘verde’ manifesta un enorme potenziale di crescita, anche in termini di nuovi lavori e occupazione. È compito del governo realizzare un ambiente quanto più possibile favorevole alla sua crescita», ha detto Conte ricordando che «all’interno della legge di bilancio per il 2020 abbiamo introdotto misure importanti che vanno in questa direzione, nonostante un quadro di finanza pubblica estremamente complesso».

IL COORDINAMENTO DELLA CABINA DI REGIA “BENESSERE ITALIA”

«La Cabina di Regia ‘Benessere Italia’, istituita a Palazzo Chigi, sarà determinante per armonizzare e coordinare tutte le politiche perseguite dai singoli Ministeri, orientandoli nella direzione del benessere equo e sostenibile, nel segno di un’economia realmente ‘a misura d’uomo’, pilastro del Manifesto che oggi presentiamo», ha detto Conte ad Assisi durante la presentazione del documento per un’economia a misura d’uomo contro la crisi climatica. «Ma soprattutto – ha aggiunto -, dovremo continuare a riporre fiducia nell’Italia: nei giovani, nelle famiglie, nella scuola, nelle aziende, nel sentimento profondo di solidarietà e coesione, il migliore ingrediente per il rilancio economico e sociale»

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Le Sardine divise tra la piazza di Bologna e il richiamo di Conte

Il movimento si prepara alla grande manifestazione nel cuore del capoluogo emiliano. Ma intanto corteggia il premier con proposte su decreti sicurezza e democrazia digitale. Pronta anche la sfida con la Lega per la piazza di Bibbiano.

Per iniziare 30 mila persone in piazza domenica 19 gennaio a Bologna, quindi un nuovo incontro nazionale l’8 marzo dove decidere cosa fare ‘da grandi’. È un calendario fittissimo quello delle ‘sardine‘, il movimento spontaneo nato due mesi fa proprio nel capoluogo emiliano-romagnolo e cresciuto in parallelo alla campagna elettorale per le regionali. «Su questa Regione è riposta la speranza di tanti territori italiani», ha ribadito il portavoce Mattia Santori, che lanciato un messaggio direttamente al premier Conte: «Credo che siamo sempre più vicini al momento in cui sarebbe bello potersi finalmente incontrare» per discutere di temi »come i decreti sicurezza e la democrazia digitale su cui vorremmo iniziare un’interlocuzione».

DA CONTE CON UNA PROPOSTA DI “DASPO DIGITALE”

L’idea di Sartori e compagni è quella di portare un pacchetto di richieste direttamente al capo del governo per «raccontargli cosa è successo e cosa sta succedendo». Una mossa che fa seguito alle intenzioni dello stesso premier che aveva dichiarato di voler conoscere i portavoce del movimento qualche settimana fa. Sul tavolo dell’esecutivo le Sardine vorrebbero portare proposte come il daspo digitale per gli odiatori da social e un’identificazione certa per tutti i profili web e tornare ancora una volta sui decreti voluti dall’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini e mai aboliti o ritoccati dal governo giallorosso.

VERSO IL MAXI-RADUNO DI PIAZZA VIII AGOSTO

Intanto però le energie si concentrano sul raduno in piazza VIII Agosto. Un’incontro studiato come una festa di “divertimento intelligente”. E così sul palco bolognese si alterneranno big della musica indipendente come Subsonica, Afterhours, Modena City Ramblers e Marracash, a personalità dello spettacolo e della cultura come Moni Ovadia, Alessandro Bergonzoni e Sandro Ruotolo. «Sarà una giornata epocale», è stata la previsione di Santori: «Ci aspettiamo un flusso di 30mila persone». L’obiettivo, ha proseguito, «è fare politica attraverso l’arte, la cultura e le relazioni umane». Tutti gli artisti, hanno spiegato le Sardine, parteciperanno a titolo gratuito: «Abbiamo raccolto in pochi giorni 70mila euro, che serviranno a coprire le spese, grazie a 3.028 donazioni, è tutto rendicontato».

LA SFIDA CON LA LEGA PER LA PIAZZA DI BIBBIANO

L’evento è in programma a una settimana dal voto del 26 gennaio. L’obiettivo non dichiarato esplicitamente è quello di provare a spingere Stefano Bonaccini, mentre che l’avversario sia Matteo Salvini non è assolutamente in dubbio. Tanto che le ‘sardine’ stanno giocando anche un inedito derby a distanza con il leader leghista sull’insidioso campo di Bibbiano, la cittadina della Val d’Enza finita nella bufera per l’inchiesta sugli affidi illeciti e dove lo stesso Salvini ha confermato sarà giovedì 23 per un evento elettorale. «Non volevamo andarci, ma ci hanno chiamato i cittadini, chiedendo di fare qualcosa contro questa ennesima strumentalizzazione», ha rivelato Santori. Il movimento ha anche confermato di aver ‘scippato’ la piazza al Carroccio: «Siamo più scaltri dei leghisti, questi polli hanno annunciato la manifestazione senza averla prenotata». Allo stesso tempo, però, Santori ha confermato che «siamo pronti a rinunciare, se la Lega farà lo stesso: loro sono sciacalli, noi un anticorpo».

VERSO UN CONGRESSO PER (NON) DIVENTARE PARTITO

A prescindere dal voto emiliano, il movimento pare comunque orientato al futuro: l’8 marzo è in programma un nuovo evento nazionale, «per darci una struttura e decidere cosa diventeremo». Sarà, ha detto ancora Santori, «un weekend di convivenza in cui si parlerà di organizzazione, di una nuova casa digitale e delle prossime campagne elettorali regionali». E soprattutto sarà l’occasione per decidere cosa fare da grandi: «No, non diventeremo un partito», ha tagliato corto il leader, ammettendo, però, «che al nostro interno ci sono visioni diverse e noi le stiamo respirando e osservando tutte». Visioni che però potrebbero finire sul tavolo di Palazzo Chigi.

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In Libia l’Italia si è condannata all’irrilevanza

Il nostro Paese si è accorto con otto mesi di ritardo che il conflitto si stava giocando al Cairo, Abu Dhabi e Riad. Lasciando un vuoto riempito da Mosca e Turchia. Ora Di Maio e Guerini propongono un modello Libano. Che però nell'’ex Jamahiriya è inapplicabile.

Regge malamente la tregua in Libia, ma regge. Per ora. Ma manca una proposta, una idea per andare oltre, per definire una pace.

Troppo lo squilibrio tra i due campi. Khalifa Haftar controlla tre quarti del Paese. Fayez al-Serraj solo tre quarti di Tripoli e l’intera Misurata.

In termini politici non è possibile congelare questo disequilibrio, anche se Recep Tayyp Erdogan e Vladimir Putin ci lavorano.

L’ITALIA SCONTA UN DISASTRO LUNGO OTTO MESI

Quanto all’Italia, scontiamo il disastro di otto lunghi mesi nei quali Giuseppe Conte, Enzo Moavero Milanesi e Luigi di Maio non si sono semplicemente accorti che il conflitto libico era diventato tutt’altra cosa. Sino all’aprile 2019 la Libia era attraversata da una complessa rete di conflitti tribali e clinici, polarizzati su Tripoli e Bengasi.

LEGGI ANCHE: La cronistoria della guerra in Libia

Il risultato era un conflitto a bassa, bassissima intensità e un mare di parole e proclami. Ma con la decisione di Haftar di conquistare Tripoli si è subito visto – ma i governi italiani e l’Europa non hanno saputo vedere – che si era fatto un passo avanti, decisivo. Il conflitto ha assunto una dinamica diversa, è diventato una guerra tra due blocchi del mondo musulmano le cui dinamiche non venivano più decise sul suolo libico ma ad Ankara, Il Cairo, Riad e Abu Dhabi (e Mosca).

Il conflitto è diventato una guerra tra due blocchi del mondo musulmano le cui dinamiche non vengono più decise sul suolo libico ma ad Ankara, Il Cairo, Riad e Abu Dhabi (e Mosca)

La totale incompetenza e inesperienza di Conte e di Maio si sono sposate con l’ignavia della Ue nel tardare a prendere atto del cambiamento e a intervenire. Il vertiginoso tour delle capitali e delle telefonate di queste ore di Di Maio e Conte avrebbe dovuto essere fatto otto mesi fa, un ritardo abnorme, determinante dentro un conflitto. Ma non è stato fatto e l’Italia ne paga ora le conseguenze in termini di prestigio. Poi, si aggiungono le gaffe e gli svarioni.

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Fayez al-Serraj e Khalifa Haftar.

PERCHÉ IL MODELLO LIBANO È INAPPLICABILE

Infine, le proposte avventuriste: il “modello Libano” a cui mirano Di Maio e Lorenzo Guerini è pericolosissimo per le truppe di interposizione in Libia. In Libano, infatti, c’era e c’è una linea naturale: il confine nazionale tra Libano e Israele. In Libia, a Tripoli, quel confine naturale non solo è inesistente, ma segna, come si è detto, un equilibrio instabile tra i due fronti che uno dei due contendenti tenderà ineluttabilmente a modificare a proprio vantaggio. È più che realistico che i combattimenti riprendano, probabilmente con l’apporto determinante dei militari turchi che si stanno posizionando a favore di al Serraj. È più che probabile che la mediazione tra Putin ed Erdogan si sposti in avanti, in una fase più avanzata del conflitto. È solo certo che in tutto questa dinamica, nel futuro della Libia, l’Italia è la Ue faranno solo la parte delle comparse.

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Libia, l’incontro tra Conte ed Erdogan ad Ankara

Il 19 gennaio 2020 ci sarà un vertice a Berlino a cui parteciperanno entrambi insieme a Vladimir Putin e agli attori libici.

Il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte ha incontrato ad Ankara, il capo di Stato turco Recep Tayyip Erdogan per discutere della situazione in Libia. Uno dei punti centrali del meeting è stato proprio l’incontro di Mosca tra i due leader libici Fayez al-Sarraj e Khalifa Haftar che dovrebbero firmare una tregua. «Mi auguro che si arrivi al più presto al cessate il fuoco permanente», ha detto Erdogan. Una posizione condivisa anche dal premier Conte che però ha mostrato una maggiore preoccupazione: «Il cessate il fuoco può risultare una misura molto precaria se non inserito in uno sforzo della comunità internazionale per garantire stabilità alla Libia».

IL VERTICE DI BERLINO DEL 19 GENNAIO

Proprio per questo, il primo ministro italiano e il capo di Stato turco hanno annunciato che il 19 gennaio 2020 ci sarà un vertice a Berlino a cui parteciperanno entrambi insieme al presidente della Federazione russa Vladimir Putin. Ma non solo. Conte ha aggiunto che in Germania «ci saranno anche gli attori libici: non è possibile parlare di Libia se non ci sarà un approccio inclusivo. Qui si tratta di un processo politico». E, a proposito di “processo politico”, il presidente del Consiglio ha sottolineato che l’Italia sostiene per la Libia il «percorso già disegnato sotto egida Onu».

L’APPELLO DI CONTE AI CITTADINI LIBICI

Al termine del meeting con Erdogan, il presidente del Consiglio Conte ha fatto un appello a tutti i cittadini che vivono il Libia: «Ogni giorno con ogni comportamento che assumono decidono del loro futuro, se ne vogliono uno di prosperità e benessere e vogliono aprirsi alla piena vita democratica troveranno sempre nell’Italia un alleato, perché non mira a interferenze che possano condizionare uno scenario futuro di piena autonomia e stabilità».

ERDOGAN: «L’ITALIA È UN PARTNER STRATEGICO E ALLEATO»

Durante l’incontro con Conte, Erdogan non ha parlato solo di Libia. Il capo di Stato turco, infatti, si è anche augurato «che questa visita intensifichi i nostri rapporti. Quest’anno terremo un vertice intergovernativo, non ne facciamo uno dal 2012. L’Italia è partner strategico e alleato».

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Conte e il vertice con Sarraj per recuperare la faccia

Dopo la gaffe diplomatica di aver ricevuto Haftar, il premier prova a rimediare: «Non abbiamo agende segrete, l'unica opzione è politica». Il leader riconosciuto dall'Onu: «Sì al cessate il fuoco ma la parte che attacca si ritiri».

Dopo il flop diplomatico dell’Italia che aveva ricevuto a Roma il generale della Cirenaica Khalifa Haftar prima del premier libico Fayez al Sarraj, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha rimediato incontrando per quasi tre ore a Palazzo Chigi proprio il leader del governo riconosciuto dalle Nazioni unite.

«NON ABBIAMO AGENDE NASCOSTE»

Conte ha provato così a rimediare alla gaffe: «L’Italia ha sempre linearmente, coerentemente lavorato per una soluzione politica, per contrastare l’opzione militare, ritenendo l’opzione politica l’unica prospettiva che possa garantire al popolo libico benessere e prosperità. Non abbiamo altri obiettivi, non abbiamo agende nascoste».

«COSTERNAZIONE» PER L’ATTACCO DEL 4 GENNAIO A TRIPOLI

Basterà? Conte ha anche aggiunto: «Ho rappresentato con forza questa posizione anche al generale Haftar, al quale ho espresso tutta la mia costernazione per l’attacco del 4 gennaio 2020 a Tripoli all’accademia militare. Posso garantire che l’Italia continuerà a lavorare in modo convinto e determinato a sostegno del popolo libico, per offrire tutte le garanzie per un futuro di pace, stabilità e benessere».

«LIBIA POLVERIERA, STOP AD ARMI E INTERFERENZE»

Il capo del governo italiano si è detto quindi «estremamente preoccupato per l’escalation in Libia», visto che «gli ultimi sviluppi stanno rendendo un Paese una polveriera con forti ripercussioni, temiamo, sull’intera regione». Per Conte dunque bisogna «assolutamente fermare il conflitto interno e le interferenze esterne».

«L’UNIONE EUROPEA È LA MASSIMA GARANZIA»

Inoltre l’Italia si è detta pronta ad adoperarsi «sempre più per un coinvolgimento ancor maggiore dell’Unione europea perché siamo convinti che questo intervento offra la massima garanzia di non rimettere le sorti future del popolo libico alla volontà di singoli attori. L’Ue è la massima garanzia che si possa offrire oggi all’autonomia e all’indipendenza del popolo libico».

SARRAJ: «HAFTAR NON SEMBRA DISPONIBILE AL RITIRO»

Sarraj dal canto suo ha risposto così: «Accogliamo con piacere l’iniziativa di Russia e Turchia per un cessate il fuoco e sempre disponibili ad accogliere qualsiasi tipo di iniziativa possa andare in questa direzione. La condizione è il ritiro della parte che attacca, che non sembra disponibile a ciò» perché ha un altro modus operandi. Poi parole di riconciliazione con il nostro Paese: «Ho avuto modo di apprezzare il ruolo dell’Italia in questo dossier».

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