Con Conte forse riusciremo a morire democristiani

Il premier è un regalo della Prima Repubblica. Cerca di accreditarsi come figlio della tradizione Dc ma è un furbissimo cattolico. La sinistra lo tenga a mente invece di perdere tempo con Di Maio e Virginia Raggi.

Bisogna dare atto a Giuseppe Conte, premier per caso, di essere l’unica novità politica degli ultimi anni. Non sono un suo tifoso, faccio solo una constatazione. Se pensiamo che Matteo Salvini sta in politica da bambino, Giorgia Meloni più o meno da una ventina d’anni, che Matteo Renzi è sulla scena da poco ma ha stancato come se fosse un vegliardo, che Nicola Zingaretti è lì praticamente da sempre, ci si accorge che Conte, in poco meno di due anni, ha scalato il vertice della politica con una facilità estrema.

CONTE È UN REGALO DELLA PRIMA REPUBBLICA

I suoi avversari, che sono tanti, dicono che dipende dalla sua straordinaria disinvoltura. È singolare questa accusa, che ovviamente è vera, in bocca a chi, per esempio, dà retta a un Salvini che rovescia, ogni due per tre, tutte, dicasi tutte, le sue posizioni recenti. È meglio cambiare idee avendone che cambiare idee nel vuoto pneumatico del cervello. Conte, invece, a me pare un “regalo” della Prima Repubblica, mai veramente morta malgrado l’avvento di tutte quelle che successivamente abbiamo chiamato Seconda, Terza, eccetera. Ha della Prima Repubblica l’idea che la politica è un recinto in cui ci si possa muovere liberamente avendone occupato il centro. Così Conte sembra a suo agio a capo di un movimento che Beppe Grillo sta facendo diventare stanziale dopo averlo preso nomade. Conte ha idea, e lo dice apertamente, che spetterà a lui decidere le alleanze ma sembra già aver costituito il proprio arco costituzionale da cui ha espulso la Lega.

IL PREMIER CERCA DI ACCREDITARSI COME FIGLIO DELLA TRADIZIONE DC

Io continuo a pensare che uno che rompe con la Lega con due importanti e severi discorsi parlamentari è assai meno trasformista di chi cambia idea solo perché una affascinante giornalista del Foglio glielo chiede. Questione di gusti. Conte ora cerca di accreditarsi come figlio di una tradizione democristiana e addirittura di quella di Fiorentino Sullo, grande Dc e grande riformatore. La leggenda democristiana accompagna tuttora la storia del Paese così come la leggenda dei comunisti cattivi ne accompagna furori di destra. Tuttavia sta diventando simbolico del fallimento delle Seconde e Terze Repubbliche il fatto che se si vuol fare un complimento a un personaggio, o se si vuole segnalare la sua ascesa, gli si dica “democristiano”. Conte non è democristiano. È forse un furbissimo cattolico ma non ha la statura del vero democristiano che aveva del proprio popolo un’idea più solida di quella che Conte ha del suo, fatto di facinorosi a 5 stelle.

SOLO UN M5S DI CENTRO DARÀ UN FUTURO ALLA SINISTRA

Tuttavia, se non si è azzoppato da solo con il Russiagate, Giuseppe Conte darà filo da torcere a Renzi, Carlo Calenda e a tutti coloro che vorranno occupare il centro della scena politica. Ha una immagine più fresca, appare tranquillo, veste decentemente, sta sulle palle a Vittorio Feltri: e che gli manca?

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Il Pd dovrebbe fare un pensierino su di lui invece di perdere tempo con un morto che cammina come Luigi Di Maio accompagnato da quell’altra zombie di Virginia Raggi. Da lì non viene fuori niente. Mi dispiace contraddire il mio caro Massimo D’Alema ma quel mondo a 5 stelle se potrà dare un futuro alla sinistra lo farà facendosi “centro” non fingendo di essere sinistra. Questa roba della “sinistra” è invece la nostra croce, appartiene a noi sopravvissuti e ai nostri eredi e solo chi avrà il coraggio di guardare lontano senza le paure del passato scoprirà che il mondo di domani avrà bisogno di una sinistra, con i valori della sinistra, senza i vaffa dei seguaci di Beppe Grillo.

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Fra D’Alema e il Movimento 5 stelle è scoppiato il vero amore?

Secondo il Foglio l'ex premier sarebbe il suggeritore segreto di Conte e guarderebbe con simpatia al M5s per federarlo alla sinistra. Rischia però di essere sedotto e abbandonato.

Salvatore Merlo sul Foglio di oggi 11 ottobre scrive che Massimo D’Alema è il suggeritore “segreto” del premier Giuseppe Conte e che gli piace farlo sapere in giro. Tutto sarebbe nato da un colloquio fra il fondatore di “ ItalianiEuropei e l’avvocato Guido Alpa, uomo di grande cultura giuridica e di grande capacità di convinzione verso i politici, in cui il “maestro” storico di Conte avrebbe rivelato a D’Alema che il premier era storicamente un elettore del Pd. La “rivelazione” avrebbe fatto scattare la curiosità, l’interesse e l’amore di D’Alema verso l’avvocato appulo e quindi avrebbe dato vita a una relazione che oggi sorregge il governo.

D’ALEMA GUARDA DA TEMPO AL MOVIMENTO DI GRILLO

Non escludo che sia tutto vero, sia che D’Alema “suggerisca” a Conte sia che gli piaccia farlo sapere. In effetti di tutti i difetti diabolici che sono stati elencati ogni volta che si è parlato e scritto su D’Alema ci si è dimenticati di quello forse più vero: la sua incredibile vanità. Non è politicamente un difetto, è più semplicemente l’ostinazione a tener viva l’idea di una propria capacità di influenza sul mondo della politica anche, e soprattutto, se c’è in giro un cretino che ti vuole rottamare. In ogni caso, senza togliere lo scoop all’ottimo Merlo, la notizia è un po’ vecchia perché è stata preceduta prima che dai fatti dalla ideologia, diciamo così.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

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Nella cultura politica di D’Alema non esistono due cose: l’idea che la sconfitta sia definitiva e l’idea che l’avversario sia irraggiungibile, soprattutto se figlio di un movimento di popolo. Anche quando il popolo stava decidendo di allontanarsi da D’Alema, il vecchio premier lo ha guardato con amore, scartando, ovviamente, quella parte di popolo che urlava festante alle chiacchieere superalcoliche del ragazzaccio del Nord ma interessandosi a quei ragazzi con il vestito della domenica che Beppe Grillo aveva tirato fuori dalla disoccupazione e messo alla guida del Paese.

L’OPERAZIONE DI AVVICINAMENTO DEL LIDER MAXIMO AL M5S

L’idea che D’ Alema ha della sinistra è molto larga e da quando è morto il comunismo (quello reale non quello sentimentale, che vive e lotta insieme a noi), gli capita spesso di guardare ai movimenti di popolo come l’alba di una rinascita. Se il suo vecchio maestro Alfredo Reichlin lo avrebbe messo in guardia dal guardare al popolo senza chiedersi dove diavolo stesse andando, l’allievo D’Alema si accontenta che il popolo si sia fosse messo in movimento.

Dopo il fallimento di LeU, D’Alema ha cercato tignosamente di convincere i suoi a voler bene ai ragazzi a cinque stelle

Se si muove, noi non siamo ancora finiti: questo è la sua certezza. E non potendo contare sulla rinascita di un movimento a propria somiglianza, dopo il fallimento di LeU, ha cercato tignosamente di convincere i suoi a voler bene ai ragazzi a cinque stelle. In fondo una coppia di maestri come Grillo e D’Alema non sarebbe male dietro la follia confusionaria di deputati che nacquero con il “vaffa” incorporato. Grillo dà loro l‘anima, Massimo la scienza della politica. Se il il federatore di questa operazione a lungo raggio, che in prospettiva può sostituire il vecchio movimento operaio, è un allievo di scuole cattoliche sfuggite all’attenzione della stampa, è molto meglio.

L’EX PREMIER SPESSO È STATO SEDOTTO E ABBANDONATO

C’è un “ma” in tutto questo retroscena. Ed è che a D’Alema non riesce quasi mai di tenere in piedi una relazione, anche umana, lunga. Se lo scenario a cui guarda è plausibile, se l’ipotesi a cui lavora ha buone possibilità di successo, quello che gli manca è la capacità di fare veramente scuola. Perché al politico che tutti descrivono, anche Merlo, come il più cattivo del mondo, capita sempre di essere abbandonato sul più bello. Lui parte in quarta per conquistare e poi viene sedotto e abbandonato. Come si fa a non voler bene a un uomo così fervido e sfortunato?

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Cosa sapere della spy story che coinvolge Conte, Trump e i servizi italiani

Incontri tra alti funzionari Usa e 007. Professori maltesi spariti nel nulla. Atenei nel mirino. Il Russiagate e il rapporto Mueller. I personaggi, i fatti, le ipotesi e le dichiarazioni intorno all'affaire.

«Non risulta alcuna informativa al Quirinale sul caso in argomento, anche perché il Quirinale non riceve abitualmente notizia di singole operazioni di collaborazione in corso tra Paesi alleati». Il Capo dello Stato non ci sta a essere tirato in mezzo nella spy story che sta mettendo in imbarazzo il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. E fa pervenire al Messaggero la secca smentita circa l’esistenza del presunto messaggio con cui Palazzo Chigi avrebbe avvertito il Colle delle richieste fatte pervenire dall’amministrazione Trump al governo italiano.

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GLI INCONTRI TRA BARR E I SERVIZI ITALIANI

Conte è infatti accusato di aver autorizzato incontri tra gli 007 italiani e il procuratore generale Usa William Barr arrivato in Italia per scoprire le prove di un altrettanto presunto complotto ai danni del presidente Usa. Ma cosa è avvenuto? E quale è la portata di questo potenziale scandalo? Per provare a capire non basta riordinare i fatti, ma anche i singoli personaggi al centro di un giallo che in più occasioni scivola nella farsa.

Il professore Joseph Mifsud.

CHE FINE HA FATTO JOSEPH MIFSUD?

Come nei migliori romanzi, tutto ruota attorno alla figura di un convitato di pietra, un personaggio oggi irreperibile: il professor Joseph Mifsud, docente maltese che, nel marzo 2016, avrebbe incontrato a Roma George Papadopoulos, consigliere della campagna elettorale di Donald Trump. Secondo le ricostruzioni della stampa, i due sarebbero vecchi conoscenti, un’amicizia che risalirebbe ai tempi di una comune collaborazione a Londra. Ma torniamo al 2016, a quando cioè Mifsud avrebbe avvisato l’amico di poter far da tramite con russi in possesso di migliaia di e-mail compromettenti della sfidante democratica Hillary Clinton da usare per mettere in moto una macchina del fango elettorale.

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Robert Mueller.

Un anno dopo, alla fine del mese di ottobre 2017, il procuratore speciale Robert Mueller, che indagava sul Russiagate, rende pubblico il nome di Mifsud e del professore si perde ogni traccia. Per gli statunitensi gli 007 italiani avrebbero un ruolo nella faccenda.

IL RUOLO DELLA LINK UNIVERSITY

C’è un particolare che merita attenzione: l’incontro del 2016 tra Joseph Mifsud e George Papadopoulos potrebbe essere avvenuto all’interno della Link University, ateneo presso il quale per la stampa il docente maltese presiedeva il corso di Relazioni internazionali. Non solo. Come ha scritto Luciano Capone su Il Foglio Mifsud è socio al 35% della Link International, società controllata da Link Campus (e per questo Scotti ha minacciato di querela per calunnia il giornalista). L’ateneo, che presenta diversi collegamenti con il Movimento 5 stelle (da lì provengono l’ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta, l’attuale sottosegretaria agli Esteri Emanuela Del Re ed è stato frequentato da Angelo Tofalo, sottosegretario alla Difesa) comparirebbe anche nel Rapporto Mueller. Sempre alla Link University, a fine ottobre 2017 Mifsud viene avvicinato dal giornalista de La Repubblica Paolo G. Brera che gli chiede conto delle indagini che lo hanno coinvolto e che stanno facendo tanto rumore negli Usa. «Quello che ha raccontato Papadopoulos non è vero», risponde seccamente Mifsud. Ma poi aggiunge: «Tutto ciò che ho fatto è favorire rapporti tra fonti non ufficiali e tra fonti ufficiali e non, per risolvere una crisi».

LA REPLICA DI SCOTTI

Per chi indaga oltreoceano, insomma, l’ateneo lo avrebbe nascosto dagli americani con il supporto dei nostri Servizi. Intervistato da Repubblica, Vincenzo Scotti, ex ministro democristiano, oggi 86enne, presidente e fondatore della Link University ha però respinto ogni presunto coinvolgimento dell’ateneo: «Mifsud qui da noi», ha dichiarato Scotti, «ha tenuto dei seminari. Non c’è un solo lavoro a sua firma nella nostra produzione accademica». Non solo: «Parlava troppo per essere una spia», continua Scotti secondo cui il docente è finito in questa storia «per superficialità e credo una certa dose di millanteria».

LA VERSIONE DI PAPADOPOULOS…

Sparito il professore, il solo che potrebbe saperne qualcosa è George Papadopoulos. Intervistato dal quotidiano La Verità, ha dichiarato che a metterlo in contatto con il docente maltese fu proprio Vincenzo Scotti, smentendo dunque qualsiasi rapporto pregresso fatto risalire ai tempi in cui entrambi vivevano a Londra. Eppure si fa sempre più largo l’ipotesi che i due si siano conosciuti lavorando per il London Centre of International Law Practice (Lcilp). Anche supportata dal fatto che, appena il nome del Lcilp (di cui Mifsud è stato direttore) ha iniziato a circolare, il sito internet della organizzazione (che ha sede al numero 8 di Lincoln’s Inn Fields, nel quartiere di Holborn), misteriosamente è sparito.

George Papadopoulos e la moglie Simona Mangiante.

…E DELLA MOGLIE ITALIANA

Nel frattempo, Repubblica intervista la moglie di Papadopoulos, la modella Simona Mangiante, casertana, ex avvocatessa, per sette anni fino al 2016 assistente legale nella Commissione Juri all’Europarlamento, che sul London Center dice: «Quel posto era un fake, una copertura». Mangiante descrive la sede del Lcilp come un’unica stanza con «un tavolo ovale al centro»: se suo marito e il professore hanno lavorato entrambi in quei pochi metri quadri, di sicuro si sono anche conosciuti. In più, Mangiante aggiunge un particolare: fu lei la prima a incontrare Joseph Mifsud. Le fu presentato, nel 2011, dal deputato europeo del Pd Gianni Pittella. Dal canto suo il dem all‘Adnkronos ha smentito ogni suo coinvolgimento nell’affaire. «Del presunto Russiagate, tranne quello che leggo sui giornali, non so nulla. Io non c’entro niente», ha assicurato confermando di aver conosciuto Mifsud e di avergli presentato Simona Mangiante. «Sono due anni che dicono sempre le stesse cose per quanto mi riguarda. Ovvero, che io conoscevo Mifsud e che nel corso di una conferenza tenuta a Bruxelles gli ho presentato la signora Mangiante, che allora lavorava al parlamento europeo. Dopodiché ho confermato che ho conosciuto Mifsud, il che non mi pare che sia un fatto rilevante, perché conosceva migliaia di persone».

PAPADOPOULOS TIRA IN BALLO RENZI

Ma, torniamo alle dichiarazioni che l’ex membro della campagna elettorale di Donald Trump ha rilasciato a La Verità, perché in quell’occasione Papadopoulos ha tirato in ballo Matteo Renzi che, a suo dire, sarebbe stato usato da Barack Obama per realizzare un complotto ai danni dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Insomma, il precedente governo di centrosinistra avrebbe fornito riparo a Mifsud che avrebbe a sua volta teso una trappola a chi lavorava per Trump.

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L’EX PREMIER ANNUNCIA QUERELE

Durissima la replica del senatore di Rignano: «Il signor George Papadopoulos ha rilasciato dichiarazioni false e gravemente lesive della mia reputazione sul giornale La Verità. Chi sbaglia, paga. Chi diffama, pure. Ci vediamo in tribunale». Renzi è poi passato al contrattacco: «Penso che se si vuole fare chiarezza, come Conte ha detto», ha subito attaccato il leader di Italia viva a Mezz’ora in più, su RaiTre, «è giusto che il presidente del Consiglio vada al Copasir e spieghi tutto. La domanda è: perché il ministro della Giustizia americano è venuto segretamente a incontrare il capo del Dis?». L’ex premier si riferisce all’esatto istante in cui la spy story statunitense sembra tramutarsi in un Italian Job. Quando, cioè ci sarebbero stati almeno due incontri autorizzati dal presidente del Consiglio, che ha la delega ai Servizi segreti, tra il procuratore generale William Barr, accompagnato dal procuratore John Durham, e i vertici della nostra intelligence.

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Donald Trump e Giuseppe Conte.

IL RUOLO DI «GIUSEPPI» E LA PAROLA AL COPASIR

Guai per «Giuseppi», come il presidente Usa definì Conte nel famoso tweet con cui, in modo irrituale, irrompeva nella politica italiana augurandosi che restasse premier. Dalle ricostruzioni sembra infatti che il presidente del Consiglio abbia messo a disposizione i nostri 007. Con tutto ciò che comporta a livello di rapporti internazionali, di rapporti europei sulla nostra affidabilità e – in particolar modo – di sicurezza nazionale. Quello che sta montando, dunque, è uno scandalo potenzialmente esplosivo. Su tutto ciò indagherà il Copasir, il comitato di controllo sui Servizi (che nel frattempo ha trovato un presidente, il leghista Raffaele Volpi), cui spetta il compito di accertare la legittimità dei contatti autorizzati da Palazzo Chigi.

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I sondaggi politici del 10 ottobre 2019

Il Carroccio ha il 32,7% dei consensi, seguito dal Pd (19,2%I e M5s (18,7%). Leader con maggior fiducia è il capo del leghisti, a seguire il premier Conte.

Se si votasse in questo momento la Lega sarebbe il primo partito con il 32,7%, seguono il Pd al 19,2% e il M5s al 18,7%. Il partito di Giorgia Meloni, Fratelli D’Italia si attesta al 7,8%, seguita da Forza Italia con il 7,0%. Italia Viva di Matteo Renzi è al 4,5%, Più Europa al 2,0%, La Sinistra 1,7%. Sono i dati che emergono da un sondaggio Emg Acqua effettuato per la trasmissione Agorà su Rai3.

MATTEO SALVINI IL LEADER DI PARTITO CHE HA MAGGIOR FIDUCIA

Sempre secondo il sondaggio è Matteo Salvini il leader che riscuote maggiore fiducia in Italia con il 40% dei consensi. Segue Giuseppe Conte al 36%, Giorgia Meloni al 29% e Luigi Di Maio al 25%. Nicola Zingaretti al quinto posto, 23%. Silvio Berlusconi al 17%. Matteo Renzi col 15%, come Carlo Calenda, infine Giovanni Toti al 12%.

IL M5S «È PEGGIORATO» PER LA MAGGIORANZA DEGLI ELETTORI

Il Movimento 5 stelle compie 10 anni e sempre secondo un sondaggio Emg Acqua, per il 54% degli intervistati totali è “peggiorato” rispetto alle origini. Il M5s invece è “migliorato” per il 15%. Tra i soli elettori del Movimento, invece, il 41% degli intervistati pensa sia “migliorato”, il 47% “peggiorato”. Il 51% degli intervistati ha “poca” fiducia nel governo o “per nulla”. Per il 26% degli intervistati la fiducia è “molta” o “abbastanza”.

Nota Metodologica: Autore: Emg Acqua Committente/Acquirente: RAI PER AGORA’ Criteri seguiti per la formazione del campione: Campione rappresentativo della popolazione italiana maggiorenne per sesso, età, regione, classe d’ampiezza demografica dei comuni Metodo di raccolta delle informazioni: Rilevazione telematica su panel Numero delle persone interpellate, universo di riferimento, intervallo fiduciario: Universo: popolazione italiana maggiorenne; campione: 1.624 casi; intervallo fiduciario delle stime: 2,3%; totale contatti: 2.000 (tasso di risposta: 81%); rifiuti/sostituzioni: 376 (tasso di rifiuti: 19%). Periodo in cui è stato realizzato il sondaggio: 09 ottobre 2019. Per info completa: www.sondaggipoliticoelettorali.it

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Quella tra Renzi e Conte è una guerra senza senso

Se fossero intelligenti dovrebbero garantire al governo qualche mese di vita operosa così da consegnare Salvini definitivamente ai peggiori pub di Varese e solo allora vedere chi di loro due è più forte.

È un Paese con grande senso dell’umorismo, o pieno di cinismo, quello che assiste alle annuali manifestazioni della destra sulla famiglia, celebrate da sfascia-famiglie titolati/e. Tutti legati a quella, alcuni addirittura con il crocefisso in mano e la patta dei pantaloni sempre aperta. Divertente, davvero divertente.

La destra, infatti, attraversa il suo momento di comicità. Matteo Salvini, visto in tivù, sembra ogni giorno più suonato. Dopo la trovata anti-Zuppi (evviva il nostro cardinale preferito!) sui tortellini al pollo, non riesce a inventarsi un’altra stupidata. Silvio Berlusconi è esattamente come nelle parodie di Maurizio Crozza. Giorgia Meloni è sempre più incazzata perché la sua “Bestia”, intendo il suo inner circle che la consiglia, le ha fatto notare che nel campo in cui lei milita si sta aprendo un varco gigantesco dopo il fallimento di Berlusconi, Fini e Salvini. Tuttavia la somma non fa il totale. Perchè se è vero che i sondaggi sono sempre pro-destra, l’andamento delle cose non va in quella direzione.

L’ELETTORATO COMINCIA A GUARDARE A UN LEADER CENTRISTA

Mi dispiace per i miei amici intellettuali di destra. È come se una forte domanda politica di destra si fosse improvvisamente ammosciata dopo le follie salviniane estive e molti elettori, fra cui l’ancor piccola pattuglia che ha già deciso di astenersi, comincino a guardarsi attorno per vedere se c’è qualche altra proposta nuova. Giuseppe Conte e Matteo Renzi in quella direzione guardano ma con un occhio sempre attento a ciò che può regalare l’ineffabile Luigi Di Maio. Prima o poi accadrà anche in questo Paese che una forza centrista o ultra moderata si prenderà il vessillo della vittoria.

Dalla destra non verrà alcun personaggio, le destre moderne non si moderano, si camuffano come Viktor Orban

L’area politica e la domanda politica ci sono. In questi anni sono mancate le figure di riferimento: Mariotto Segni, Pier Ferdinando Casini, persino Gianfranco Fini sono apparsi troppo pallidi e gli ultimi due troppo interessati agli amori più che alla politica. Dalla destra non verrà alcun personaggio, le destre moderne non si moderano, si camuffano come Viktor Orban, ma vengono sempre al naturale. Non è sbagliato immaginare, quindi, che una nuova proposta possa venire da chi ha militato o persino guidato il campo avverso.

RENZI E CONTE PRIMA DI FARSI LA GUERRA DOVREBBERO DISINNESCARE SALVINI

Qui le possibilità di due personaggi opposti e ormai frontalmente contrapposti, appunto Conte e Renzi. Il loro guaio è che hanno biografie voto-repellenti. Renzi è l’uomo più antipatico d’Italia, vetta che ha raggiunto solo per merito proprio e della propria family, tranne la cortese consorte. Conte appare come un voltagabbana, garbato, cerimonioso, ma molto voltagabbana. I due sono assai determinati. Renzi in modo più vistoso, Conte in modo ferocemente felpato. Tutti e due hanno l’attitudine alla cazzata imprevista. Pensate Conte che si è infilato come un dilettante in questa storia Usa-007 italiani.

Matteo Renzi ospite di Mezz’ora in più su RaiTre.

L’ideale per il Paese sarebbe se decidessero di farsi la guerra domani e non oggi. Voglio dire che se fossero intelligenti dovrebbero entrambi garantire al governo qualche mese di vita operosa così da consegnare Salvini definitivamente ai peggiori pub di Varese e solo allora vedere chi di loro due è più forte. Forse chiedo troppo. Il terzo incomodo potrebbe essere Nicola Zingaretti al quale non assegnerei per ora alcuna speranza di sfondamento elettorale.

Se Renzi la scaglia contro il Pd e il governo, Conte e Zingaretti gli devono fare male

È uomo da quarto posto in serie A e col tempo potrebbe puntare allo scudetto, ma ci vogliono una strategia e giocatori/trici di ben altro valore. La storia della Leopolda è tutta qui, almeno così la vede un antipatizzante come me. Se Renzi la scaglia contro il Pd e il governo, Conte e Zingaretti gli devono fare male. Se servirà ad accumulare forze per un partito di destra-sinistra, noi di sinistra non ci rammaricheremo. Senza Renzi abbiamo vissuto gli anni migliori della nostra vita, figuriamoci i prossimi.

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Fiducia nel governo in calo, il partito di Renzi al 4%

Il Pd in calo al 20% e il M5s poco sopra 20,6%. La Lega si conferma prima con il 30% delle intenzioni di voto, ma il boom è per Fratelli di Italia che ottiene l'8,5% dei consensi.

Il governo guidato da Giuseppe Conte non era mai sceso così in basso nei sondaggi e nell’apprezzamento degli italiani. Secondo la rilevazione svolta ad ottobre da Demos per il quotidiano Repubblica, infatti, l’esecutivo è apprezzato dal 40% dei concittadini, siamo a meno quattro punti da settembre e soprattutto al punto più basso da quando l’avvocato si è ritrovato primo ministro nel giugno del 2018. Eppure Conte è ancora il leader più apprezzato dagli italiani con il 53%, seguito a sorpresa da Giorgia Meloni (43%) e Matteo Salvini (42%). Più in basso i leader dei due partiti di maggioranza, Nicola Zingaretti (34%) e Luigi Di Maio (33%).

IL PD AL 20% E IL M5s al 20,6, LEGA AL 30%, BOOM DI FDI ALL’8,5%

E forse sta proprio nella debolezza dei due partiti, la chiave dell calo di fiducia nel governo. Il Partito democratico (Pd) in particolare è sceso sotto il 20% dell preferenze di voto, azzerando la crescita ottenuta alle Europee. In parte sconta la fuoriuscita di Matteo Renzi, che però con il suo Italia Viva non va oltre il 3,9% delle intenzioni di voto. Il M5s risale ma si attesta comunque al 20,6%. E mentre la Lega continua a veleggiare attorno al 30%, confermandosi primo partito, alle sue spalle si registra un boom di consensi per la destra estrema di Fratelli di Italia che ottiene l’8,5% e supera Forza Italia ferma al palo del 6%.

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Conte ci ha trascinati nel Russiagate (e non poteva farlo)

La decisione di aiutare Trump sul caso Mifsud è clamorosa. Anche perché frutto non di una scelta collegiale, ma di un'assunzione di potere personale da parte del premier. Che concentra su di sé la Delega di controllo sui servizi.

Finalmente si svela il piccolo mistero dell’entusiasta tweet agostano di Donald Trump in favore dell’amico “Giuseppi” Conte. Per settimane ci si è interrogati sulle ragioni di questo endorsement, perché nulla nella politica estera italiana giustificava tanto entusiasmo (men che meno le incaute aperture alla Cina del governo presieduto da Conte).

In realtà, il presidente americano era ed è entusiasta del pieno assenso che Conte ha con tutta evidenza dato ad agosto –in piena crisi di governo– alla richiesta del ministro della Giustizia Usa William Barr di fare indagare i servizi segreti italiani sul Russiagate. Richiesta scabrosa e assenso ancor più scabroso. In particolare, Barr ha chiesto a Conte di fare indagare i nostri servizi sulla sorte di Joseph Mifsud, legato agli ambienti della Link University che – secondo George Papadopulos, già consulente di Trump- farebbe parte di un “complotto”, pare dei governi occidentali, per colpire Trump col Russiagate. Sempre secondo Papadopulos, Mifsud avrebbe sostenuto di essere in contatto con ambienti moscoviti che disponevano di «materiale compromettente su Hillary Clinton».

UNA DECISIONE MONOCRATICA DI CONTE

Mifsud, questo è il centro dell’enigma sul quale fare indagare i nostri servizi, si è letteralmente volatilizzato nel 2017, ma secondo un’inchiesta pubblicata da Il Foglio a firma di Luciano Capone, si sarebbe nascosto quantomeno sino al 2018 in un appartamento di proprietà della stessa Link Campus. “Giuseppi”, nonostante il caos politico agostano, ha dato tutta la sua collaborazione alle richieste di Barr tanto che risulta ora che sia il Dis, che l’Aisi e l’Aise hanno indagato sulla strana sorte di Mifsud. Insomma, il governo italiano per decisione monocratica di Conte è entrato a piedi uniti nella bolgia del Russiagate e ha compiuto la scabrosa scelta di ordinare ai propri servizi di aiutare l’Amministrazione Trump sul tema.

La riforma dei servizi del 2007 prevede che l’Autorità delegata per la sicurezza non può essere gestita da chi ricopre altri incarichi di governo

Questa è la notizia, ed è clamorosa. Lo è in sé stessa e lo è ancora di più perché è palesemente frutto non di una scelta collegiale, ma di una assunzione di potere personale da parte dello stesso Conte, che concentra su di sé anche la Delega di controllo sui servizi. Una concentrazione di potere illegittima, peraltro, perché la legge di riforma dei servizi dell’agosto 2007 prevede specificamente che l’Autorità delegata per la sicurezza non può assolutamente essere gestita da chi ricopre altri incarichi di governo. Si vedrà ora quale seguito avranno le indagini sulla sorte di Mifsud e quali e quanti miasmi verranno fuori anche in Italia dalla sentina del Russiagate nella fase nella quale sciaguratamente i democratici americani hanno deciso di seguire la strada dell’impeachement di Trump. Impeachement di pura bandiera, che non si concretizzerà mai perché è semplicemente impossibile che ottenga i due terzi del voto del Senato, con la piena complicità dunque dei senatori repubblicani. Resta il fatto che il governo italiano -anzi, il premier italiano- ha deciso di coinvolgere i nostri servizi e le nostre istituzioni in quella bolgia. Scelta sconcertante.

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Salvini non mangerà il panettone al cenone della Lega

La sua spinta propulsiva sta terminando. E se Conte e Gualtieri riescono a fare le cose per bene, per il Capitano si prospetta un futuro politico buio. Anche nel suo partito.

La destra, ancora diretta da Matteo Salvini, appare in affanno. Privati dell’aura del potere, soprattutto della irresistibile ascesa verso il potere assoluto, gli uomini e le donne della destra sono tornati al naturale, cioè pasticcioni, confusi, agitatori. Sono nella stessa situazione in cui si trovò il Pd poco prima e soprattutto poco dopo la sconfitta elettorale o, se preferite, dopo tutte le sconfitte elettorali, comprese quelle subite nel confronto con Silvio Berlusconi. Molte chiacchiere e molte tabacchiere di legno.

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LA FASE PROPULSIVA DEL SALVINISMO È TERMINATA

Si avverte che una parte di opinione pubblica non aspetta con ansia l’ultima dichiarazione di Salvini e tende a non prenderlo sul serio. Ovviamente questo atteggiamento non riguarda i fan, che sono ancora numerosissimi e resteranno numerosi per lungo tempo, ma si può dire che anche per il salvinismo è finita la fase propulsiva. La lettura dei quotidiani di destra è illuminante: si va dal tortellino di pollo alla costruzione dell’immagine di Roberto Gualtieri come nuovo Vincenzo Visco (che ho sempre ammirato), cioè tartassatore di quella borghesia che i leghisti hanno umiliato in questi anni.

DESTRA E SINISTRA NON HANNO COMPRESO LA SOCIETÀ ITALIANA

La ragione di questa crisi non sta solo nella insipienza di Salvini, nei buchi neri della sua vita politica, nella singolare e comica vicenda che lo ha portato a far cadere il governo che dominava. È ovvio che Salvini c’entra. Ma anche i suoi sapevano che era un pischello, un ragazzaccio fortunato che aveva approfittato della doppia crisi del “forzismo” per l’appassimento di Berlusconi e della sconfitta di Gianfranco Fini (in verità auto-sconfitta).
Quello che la destra, così come la sinistra, non aveva e non ha capito è la società italiana. E fino a che in questo Paese ci saranno commentatori di prima fila come Ernesto Galli Della Loggia che cita l’esempio dei tortellini di pollo per sostenere che la Chiesa di Francesco si sta annullando nell’indistinto mondo, c’è poco da sperare nel matrimonio fra politica e intellettuali.

La sinistra ha perso il suo popolo quando ha dimenticato l’insegnamento di Bobbio: non bisogna confondere il carattere sbagliato della risposta (il comunismo) con la l’attualità della domanda (giustizia e uguaglianza)

La sinistra ha a lungo creduto che la sua mission fosse solo governare, tanto il popolo naturaliter avrebbe seguito i suoi capi. Solo che il popolo si è rotto le scatole dei suoi capi. Soprattutto nelle generazioni di mezzo e in quelle affacciatesi alla terza età piene di ex comunisti rimasti socialmente al palo che osservavano i loro coetanei a cui davano del tu – Massimo, Walter, Piero e così via – ancora al vertice della politica. La sinistra ha perso il suo popolo quando ha dimenticato l’insegnamento di Norberto Bobbio che, dopo l’89, disse che non bisognava confondere il carattere sbagliato della risposta (il comunismo, appunto) con la fondatezza e l’attualità della domanda (giustizia e uguaglianza).

SOLO UN RIDICOLO SOGNO MUSSOLINIANO

La destra invece ha lasciato per strada il senso dello Stato che, nelle sue diverse interpretazioni, era il pilastro del moderatismo italiano e si è messa a inseguire e addirittura promuove l’urlo di folle indistinte in un ridicolo sogno mussoliniano. Inutile dire che ogni antifascista che si rispetti sa quanto siano diversi la tragedia dell’ascesa del fascismo e i contenuti del regime con questo amalgama malriuscito e impazzito, fatto di urla e di ubriachezza da spiaggia. È ovvio che non è la sinistra che deve dire alla destra come deve diventare. Fu questo uno dei sogni un po’ coglioni della vecchia sinistra che cercava di avere una propria destra normale ed europea. La destra è quello che la storia, i processi politici, i movimenti sociali, i suoi leader propongono. E oggi propongono solo casino. Soprattutto non c’è un progetto sociale né è credibile che si riformi un partito anti-tasse perché nella destra c’è il più vecchio partito italiano, la Lega che, al di là delle sue future disavventure giudiziarie, ha alle spalle tutti i fallimenti dei governi a cui ha partecipato.

LA SCOMMESSA DI CONTE E GUALTIERI

Il fatto che la destra sia ridotta in questo stato non vuol dire che i giochi sono fatti. Se Giuseppe Conte non azzecca sul piano sociale alcune mosse e se non passa un’idea di società insofferente dei promotori di guerra civile ricomincia il balletto degli agitatori. Tuttavia si deve sempre partire dalla realtà. E se Gualtieri e qualche altro ministro fanne le cose per bene, il povero Salvini non mangerà il panettone al cenone di Natale della Lega.

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Conte rimanda gli interventi sul ticket sanità

Il premier allontana le voci di cui si era discusso nelle ultime ore: «Sono previsti in un arco di tempo più ampio».

Giuseppe Conte ha allontanato l’ipotesi di un intervento sul ticket sanità, di cui si era vociferato nelle ultime ore. «Gli interventi sul super ticket e sul ticket sanitario» – ha spiegato il premier  a Cagliari – «sono programmati non domani mattina, ma in un arco di tempo più ampio. Ricordo che il nostro progetto non scade a dicembre, ma è da attuare nel corso della legislatura, e anche i tempi degli interventi sono da dosare nel corso dei prossimi mesi e anche degli anni».

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Conte passa la prima prova da leader cattolico e convince la Cei

POTERE TEMPORALE. I dubbi espressi dal premier sul fine vita hanno rassicurato i vescovi. Che pazientano sui capitoli ius culturae e immigrazione anche perché non intendono aprire un nuovo fronte con il governo.

Quando forse non se l’aspettavano più, i vescovi hanno trovato, un po’ casualmente, un leader politico cattolico a tutto tondo. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte sembra infatti interpretare alla perfezione il ruolo: lui stesso, d’altro canto, si è auto-definito un «cattolico democratico», appartenente a quella tradizione culturale pur non avendo mai fatto politica. Ma a parte i forti legami col Vaticano e la fede in san padre Pio di Pietrelcina, Conte sembra rispondere a quel principio di moderazione, nei modi e nei contenuti, che risulta particolarmente caro all’episcopato italiano.

Il premier alla guida della maggioranza Pd-5s del resto, ha esordito sul tema del ‘fine vita’ allineandosi in modo naturale alle posizioni fortemente critiche espresse dai vertici della Cei rispetto alla sentenza della Corte Costituzionale che ha di fatto depenalizzato il cosiddetto suicidio assistito. Conte ha esplicitato dubbi sostanziali sull’ipotesi che esista «un diritto alla morte», cioè sulla possibilità che un paziente in condizioni sanitarie estreme, possa ricorrere all’ausilio di personale medico per porre fine alla propria esistenza. Al contrario si è detto certo del fatto che esista un diritto alla vita.

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IL RITORNO DEI PRINCIPI NON NEGOZIABILI

È un po’ il ritorno dei principi non negoziabili in versione soft, senza diktat di partito ma attraverso una moral suasion che potrebbe incontrare il favore di deputati e senatori cattolici presenti in entrambe le componenti della maggioranza di governo, e probabilmente trovare anche il voto di un certo numero di rappresentanti dell’opposizione. Sarebbe il ritorno alla trasversalità cattolica in parlamento, da sempre auspicata dai vescovi.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e Papa Francesco.

LA TRINCEA DELLA CHIESA ITALIANA

Tuttavia non va dimenticato che la sentenza della Consulta pone precise condizioni in merito alla non punibilità di chi aiuta il malato a morire «in attesa di un indispensabile intervento del legislatore». In breve devano essere rispettate le norme su consenso informato, sulle cure palliative e la sedazione profonda, senza contare la necessaria disponibilità di una struttura sanitaria pubblica, e il parere del comitato etico territorialmente competente (quindi a livello regionale). Insomma la decisione del paziente, pur di fronte a sofferenze insostenibili, da solo non basta. Il presidente del Consiglio si è detto in ogni caso favorevole a introdurre nella normativa di cui dovrà discutere il parlamento, il principio dell’obiezione di coscienza per i medici, che poi è il punto centrale delle richieste avanzata dai vescovi, la trincea lungo la quale si è schierata la Chiesa italiana.   

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IL NODO DELLO IUS CULTURAE

La stessa solerzia non è stata però messa in campo né dal premier, né per la verità da vari esponenti di Pd e cinque stelle e nemmeno dai vertici ecclesiastici, in relazione allo ius culturae, cioè il riconoscimento della cittadinanza per i figli degli immigrati che vivono stabilmente in Italia e  frequentano continuativamente le scuole nel nostro Paese. La materia è delicata perché riguarda un tema, quello migratorio, sul quale si esercitano pressioni politiche, mediatiche e sociali di ogni tipo.

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Tornano nell’agenda politica il tema della cittadinanza e dello ius culturae.

Va però sottolineato che non rientra nel drammatico capitolo sbarchi quanto nell’assai più articolato e urgente ambito dell’integrazione dei nuovi arrivati e, in particolare, dei più giovani, di chi già, in qualche modo, è italiano. La maggioranza– compreso li movimento fondato da Matteo Renzi – ha già frenato però sulla necessità di approvare in tempi rapidi lo ius culturae, e da parte della conferenza episcopale non sono fino a ora giunte obiezioni sostanziali, nonostante il provvedimento rientrasse fra quelli in passato richiesti a gran voce, come segno di civiltà, da molte organizzazioni cattoliche in un passato non lontano. 

L’ATTENDISMO SU MIGRANTI E IUS CULTURAE

Sia nel caso del fine vita sia in quello della cittadinanza ai figli degli immigrati – questioni che appartengono entrambe al campo dei diritti civili – sembra che nel governo come in parlamento, prevalga per ora una tendenza dilatoria, si preferisce cioè non prendere decisioni nette o, se proprio inevitabili, relegarle all’ambito della “libertà di coscienza” (come con il fine vita), come si trattasse di questioni non politiche. La Cei, ritrovatasi un alleato di primissimo piano come il capo del governo su un tema eticamente sensibile quale il suicidio assistito, si guarda bene dal rompere l’idillio appena nato, anche perché la soluzione del Conte bis era stata sostenuta con forza dai sacri palazzi. Resta inevaso il capitolo migranti che, in questo caso specifico, tocca il futuro dei minori e delle loro famiglie. Per la Chiesa si tratta di temi che non potranno essere rimandati per sempre e tuttavia per ora i vescovi sembrano orientati a non aprire fronti di attrito col governo, accontentandosi, su questo versante, dei primi segni di accordo sul tema migratorio fra l’Italia e i governi europei e del generale abbassamento dei toni nell’affrontare il problema dopo l’uscita di scena di Matteo Salvini come ministro dell’Interno.  

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