Angri:Giro di farmaci rubati, 19 Indagati

Pina Ferro

 

Sono 19 gli indagati per il furto di farmaci presso la farmacia Sparano di via Cervinia ad Angri. Altre due posizioni, per le quali è stato respinto il patteggiamento la settima scorsa, potrebbero accorparsi al filone principale. Sotto inchiesta oltre ad Antonietta Celentano e Maria Donnarumma, ci sono  Salvatore Auletta, Celeste Orlando, Giancarlo Cascone, Valentina Celentano, Alba Pia Rosato, Patrizia Alfano, Marina Smaldone, Sofia Savarese, Emilia Grimaldi, Michelina Trezza, Antonietta Attianese Rosa Federico, Maria Nobile Novi, Rosa Ambrosio, Maria Luisa D’Antonio, Gian Vincenzo Di Prisco, Giovanni Del Pezzo, Antonio Orlando e Anna Elena Mainardi. Il blitz a luglio con divieto di dimora, obbligo di firma alla polizia giudiziaria e interdizione per 5 persone. Viene contestata l’associazione per delinquere, finalizzata al furto e alla vendita fittizia di farmaci.   L’indagine è partita dopo la denuncia presentata a novembre del 2019 dalla titolare della farmacia Sparano – rappresentata dai legali Adriano Cafiero e Sabato Moschiano – alla quale i commercialisti avevano esposto l’andamento negativo del bilancio aziendale, nonostante le vendite procedessero in maniera spedita. Un campanello d’allarme che aveva fatto sorgere nella titolare il dubbio di poter essere insieme alla sua attività, vittima di sottrazioni di prodotti e di denaro. Aspetti, che le attività di indagine effettuate dai militari dell’arma avevano confermato, evidenziando ammanchi ai danni della farmacia di via Cervinia, che dal 2015 al 2018 hanno sfiorato la soglia dei 400mila euro. Fondamentali per le indagini erano state le immagini dei dispositivi di videosorveglianza attivati all’interno della farmacia e all’esterno, e le intercettazioni telefoniche. La dipendente storica dell’attività si occupava dell’intera organizzazione col supporto del marito e di altri due complici. Attraverso contatti telefonici e abusando della sua posizione, l’impiegata infedele avrebbe ricevuto richieste di medicinali e altri prodotti che venivano successivamente venduti in modo fittizio a una complice. Quest’ultima, fingendosi cliente, ritirava i beni presentando una prescrizione medica falsa, utilizzando più volte la stessa o una preparata ad hoc dal medico di base. Ai complici venivano consegnati medicinali diversi da quelli richiesti o pagati, non scansionati dal lettore ottico e per i quali non veniva emesso lo scontrino fiscale. Poi veniva sottratto denaro dalla cassa, per simulare il resto. In altri casi è emerso, invece, che era la stessa impiegata (la Orlando) a sottrarre i farmaci a fine turno per riporli in sacchi per i rifiuti, che fingeva di gettare. Invece i prodotti sarebbero stati ritirati dal marito dall’ingresso sul retro e venduti agli indagati, al prezzo concordato. Venti giorni di tempo per i 19 indagati per rendere dichiarazioni al pm Fasano prima che venga per tutti chiesto il processo.

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Traffico di stupefacenti: 16 anni a Raffaele Iavarone

di Pina Ferro

 

Gestiva il traffico di stupefacenti a Salerno, inflitti 16 anni, 10 mesi e 40 giorni a Raffaele Iavarone. L’uomo fu arrestato dagli uomini della Squadra mobile di Salerno nel mese di luglio 2020, nell’ambito dell’operazione “Patriot”. Insieme a lui finirono in manette altre 25 persone.

Raffaele Iavarone, insieme ad altri 19 indagati è stato processato con il rito dell’abbreviato (Gup D’Agostino, Pm Colamonici)  che prevede uno sconto di pena di un terzo.

Il Gup ha poi inflitto la pena di: 12 anni, 4 mesi e 40 giorni a Giuseppe Russo; 3 anni, 6 mesi e 20 giorni a Hicham Oisfi, alias Emilio; 1 anno e 4 mesi a Giuseppe Aquino; 2 anni e 8 mesi a Guglielmo Sirica di Sarno; 1 anno e 8 mesi a Domenico Pasquale Sirica di Sarno; 1 anno e 4 mesi a Emilio Squillante di Sarno; 6 anni e 8 mesi a Claudio Tufano di Pontecagnano Faiano; 8 anni, 2 mesi e 20 giorni a Nicola Attianese di Pontecagnano; 7 anni e 2 mesi a Antonio Cosentino di Baronissi; 8 anni e 40 giorni a Mario Noschese;  7 anni, 6 mesi e 20 giorni a Luca Vitale; 4 anni, 2 mesi ee 20 giorni a Gianluca Vicinanza; 1 anno, 6 mesi e 20 giorni a Antonio Pierro; 1 anno, 6 mesi e 20 giorni a Gerardo Iannone;  4 anni, 4 mesi e 40 giorni ad Aniello Romano di Baronissi; 1 anno, 6 mesi e 20 giorni a Giuseppe Pierino; 1 anno e 4 mesi a Ciro Romano; 2 anni, 2 mesi e 20 giorni a Vincenzo Rocco; 10 mesi e 20 giorni a Marianna Minelli. Nel collegio difensivo tra gli altri gli avvocati Giovanni Fava, Bianca De Concilio, Pierluigi Spadafora e Antonietta Cennamo.

“Iavarone, – scrivevano gli investigatori nell’ordinanza – ha mantenuto sempre un tenore di vita basso al fine di non attirare su di se l’attenzione delle forze dell’ordine, provvedendo anche al riciclaggio del denaro attraverso il trasferimento dello stesso su conti intestati a terze persone insospettabili e non a lui riconducibili. Solo raramente, ha partecipato in prima persona a scambi di droga ed accordi per l’approvvigionamento o la riscossione dei soldi per le forniture eseguite”. Le forniture di cocaina  erano assicurate  da Hicham Oisfi alias Emilio e Giuseppe Aquino, residenti a Scafati e Boscoreale, che stabilmente  rifornivano il gruppo di Iavarone anche con ingenti quantitativi

L’hashish veniva acquistato nella cittadina di Sarno dal gruppo facente capo a Guglielmo Sirica, con la collaborazione di Emilio Squillante e Domenico Pasquale Sirica.

Il sodalizio criminale aveva creato una stabile rete di rapporti con numerosi spacciatori collegati a diverse piazze di spaccio di stupefacenti in diverse zone cittadine di Salerno: cosiddetto “centro storico”, Sant’Eustacchio, Canalone, cosiddetto “Villaggio dei Puffi”, Pastena, Torrione, Mercatello, Mariconda.

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Gianluca Izzo torna libero, revocata ‘ordinanza dal Riesame

Revocata l’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari a carico di Gianluca Izzo, amministratore di fatto della cooperativa San Matteo. La revoca è stata effettuata dai giudici del Tribunale del Riesame al quale si erano rivolti gli avvocati di Izzo, Danilo Laurino e Vincenzo FaIella. Gianluca Izzo arrestato dopo il voto amministrativo già nel pomeriggio di ieri è stato rimesso in libertà. Stessa sorte era toccata a Giovanni Coscia scarcerato dopo l’interrogatorio di garanzia da parte del Giudice per le indagini preliminari del tribunale di Salerno che aveva firmato l’ordinanza. Ora bisognerà attendere 45 giorni per conoscere le motivazioni che hanno portato i giudici del Riesame ad accogliere l’istanza dei difensori di Rizzo.

Nel corso dell’udienza di ieri mattina, agli atti sono state depositate anche le dichiarazioni di Fiorenzo Vittorio Zoccola inerenti la figura di Gianluca Izzo. Zoccola ai magistrati ha raccontato che Izzo era colui che si occupava della cooperativa San Matteo. Nessuna rivelazione scottante, almeno sembra da quanto trapelato, sulla figura di Gianluca Izzo.

La vicenda è quella dell’audio circolato a Salerno nel giorno del voto del 3 e 4 ottobre scorsi per il rinnovo del Consiglio comunale. In quel vocale, pubblicato e denunciato sui social dall’opposizione, si sentiva la voce di un uomo che, con accento campano, si rivolgeva a dei “ragazzi” ai quali ricorda che “domenica e lunedì si vota”, senza pronunciare mai “Salerno”. “Per noi  è una cosa importante, ci stiamo giocando quasi tutto. Io non vi sto dicendo che voi siete obbligati a votarci. Naturalmente mi aspetto che andate a votarci, che voi ci siete per noi come noi ci siamo sempre stati per voi” . Dice l’audio finito nel mirino della procura dopo che era stato pubblicato sui profili Facebook da Tofalo e dal consigliere comunale di minoranza Roberto Celano.

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Dai ieri, Massimo Cariello è di nuovo un uomo libero

di Pina Ferro

Massimo Cariello, ex sindaco di Eboli non è più ai domiciliari. A distanza di un anno dall’arresto Cariello dalla tarda mattinata di ieri è un uomo libero. I giudici hanno accolto l’istanza presentata dai difensori Cecchino Cacciatore e Costantino Cardiello. I legali nella richiesta di scarcerazione avevano evidenziato tre aspetti: il tempo di detenzione ai domiciliari, lo stato di salute e fisico determinato dalla lunga permanenza in casa e infine, forse il più importante il fatto che non vi era più alcun pericolo di reiterazione del reato in quanto ora ad Eboli, all’indomani del voto, si è insediata la neo eletta amministrazione comunale. Ora Massimo Cariello potrà affrontare il processo di Appello da uomo libero. In primo grado, l’ex primo cittadino, era stato condannato, con giudizio immediato, a 6 anni e 4 mesi di reclusione con interdizione perpetua dai pubblici uffici. Al termine della propria requisitoria, il pubblico ministero Francesco aveva chiesto, invece, una condanna a 9 anni. Cariello fu arrestato, poche ore prima della prima giunta dopo la sua rielezione a sindaco, nell’ambito di un’inchiesta su presunte irregolarità in concorsi pubblici, che avevano portato all’assunzione di persone vicine all’allora sindaco, e a una delibera per l’aumento di edificabilità di un terreno di proprietà di un imprenditore caseario. Cariello, nel corso della tornata elettorale del 20 e 21 settembre 2020, aveva stravinto: 16.286 voti al primo turno, pari all’80,81% delle preferenze dei 21.295 cittadini di Eboli che si erano presentati a votare (pari al 70,14% degli aventi diritto).

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DROGA AL PORTO, 4 SCARCERAZIONI

Droga nel Porto di Salerno: 4 scarcerazioni e un presunto responsabile (lo scafatese Federico) dal carcere va ai domiciliari. E’ quanto deciso dal Tribunale del Riesame di Salerno a quattro giorni dall’udienza sull’istanza presentata dai legali dei 18 indagati coinvolti nel blitz di fine settembre per il traffico di cocaina nello scalo commerciale di Salerno. Tornano in libertà Salvatore Somma,  Alfonso Masullo,  Biagio Rilevo e Massimo Leoni. Mentre per Federico, in cella dal fine settembre, sono stati disposti gli arresti domiciliari. Lo ha deciso ieri mattina il Tribunale della Libertà di Salerno, presidente Gaetano Sgroia, accogliendo cinque istanze e rigettandone altre 13. Secondo quanto emerso dalle indagini delle fiamme gialle coordinate dalla procura salernitana   al vertice dell’organizzazione ci sarebbe stato un capo sudamericano, cognato di Andrea Mauro, che intratteneva rapporti con i fornitori e provvedeva a impartire disposizioni agli affiliati. A lui era affidata la gestione operativa attraverso il raccordo dei vari faccendieri dediti alla ricerca di contatti all’interno del porto  di Salerno o comunque in grado di pianificare le modalità per consentire l’uscita della droga dagli spazi doganali. Durante la indagini è stato accertato che l’associazione si è occupata del recupero e l’importazione di droga in diverse occasioni.  La banda, è stato ricostruito dagli inquirenti, aveva messo in piedi un tentativo di importazione di quasi due chili di cocaina dal Sud America da recuperare sul territorio spagnolo. Quell’accordo saltò a causa di un autotrasportatore che non se la sentì di fare da corriere, un altro invece andò in porto con consegna della droga a Torre Annunziata Sud dietro compenso di 5mila euro per il trasporto di quasi due chili di cocaina dalla Spagna.  Nel corso delle complesse investigazioni era ricostruita la cessione di 2 chili di cocaina, su impulso di due intermediari da soggetti del gruppo criminale ad uno  di origini salentine (Di Napoli), dietro pagamento del corrispettivo di 69mila euro. Nel collegio difensivo gli avvocati Annalisa Califano,  Francesco Rizzo, Sabato Romano, Giuseppe Russo e Pierluigi Spadafora.

 

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DANNI A UNA NEONATA, ALLA SBARRA MEDICO E OSTETRICA

Lesioni personali e permanenti ai danni di una neonata: rinviati a giudizio due medici dell’ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona di Salerno. Si tratta di S. G. e P. G., rispettivamente medico-ginecologo e ostetrica del reparto di ostetricia e ginecologia del nosocomio di via San Leonardo. E quanto deciso dal giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Salerno accogliendo la richiesta del pubblico ministero. Scrive la Procura. “Per negligenza, imprudenza ed imperizia e comunque per colpa consistita nel mancato rispetto le raccomandazione previste dalle linee guida o dalle buone pratiche clinico assistenziali, intervenendo con incongrua manovra e cagionando gravi e perenni lesioni “paralisi ostetrica del plesso brachiale destro” a discapito della piccola Tiffany G”. I genitori della neonata, assistiti
dall’avvocato Francesco Palumbo del foro di Salerno, si erano rivolti alla magistratura chiedendo che venisse fatta piena luce sull’accaduto e che venissero valutate eventuali responsabilità sanitarie da parte del personale che aveva assistito la mamma e la piccola in quei drammatici momenti. Grazie alla documentazione prodotta dalla difesa che assiste la famiglia, arricchita dalla consulenza tecnica di parte del membro del Team dello studio legale – specialista medico-legale Marco Gaito – si è deciso per il rinvio a giudizio dei Medici che non sarebbero intervenuti dinanzi alla chiara criticità della bambina. Quel che accadde ora, potrà essere stabilito durante il processo con l’inizio del dibattimento a carico dei medici previsto per fine Gennaio dinanzi al giudice monocratico del Tribunale di Salerno, Bosone

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Spaccio, un giro da 4mila euro al giorno: inflitti 5 anni ad Antonio Noschese.

di Pina Ferro

Avevano posto in piedi un giro di droga che fruttava un fatturato giornaliero di circa 4000 euro: arrivano tre condanne. La prima sezione penale del tribunale di Salerno (presidente Montefusco) ha inflitto 5 anni di carcere ad Antonio Noschese, 4 anni e sei mesi a Francesco Nuvoli e un anno a Raffaella Attanasio. Sono stati assolti Ugo Ventre, Landi Maria, Rosaria e Kaddi El Mostafa. Gli imputati erano finiti nell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia (Sostituto Procuratore Marco Colamonici), sfociata poi nel blitz che aveva decapitato un sodalizio criminale che ruotava attorno alla figura di Ciro Persico, meglio noto come il “boss del centro storico”. La sentenza emessa lo scorro 20 ottobre dal presidente della prima sezione collegiale, è a carico degli imputati che avevano scelto di essere processati con il rito ordinario. Nel collegio difensivo, gli avvocati Angela Casale, Bianca De Concilio, Pierluigi Spadafora, Dario Barbirotti, Anna Sassano e Nicoletta Milione.

La posizione degli altri soggetti indagati era già stata definita nei mesi scorsi con il rito dell’abbreviato. Ciro Persico era stato condannato a 19 anni di reclusione.

Erano 38 le persone che finirono in manette nel corso del blitz posto in essere dai carabinieri della compagnia di Salerno. Un mercato gestito in prima persona da Ciro Persico che, proprio nel centro storico, in via Masuccio Salernitano, aveva anche il suo deposito. Lui stesso, con la vendita a dettaglio, da solo riusciva a incassare 1.300 o 1.500 euro alla settimana. Un “sistema”, quello adottato dal gruppo criminale, che andava bene così come ideato, con una precisa ripartizione di competenze. Tant’è che lo stesso Persico, nello stringere rapporti con altri capi della provincia, consiglia loro di adottare il “metodo Iavarone” con la vendita di hashish: procedere a vendite grosse quando sul mercato c’è carenza di merce. Pronti a soddisfare qualsiasi esigenza, dal crac al cotto, dalla cocaina all’eroina e finanche al fumo, erano due i canali di approvvigionamento all’ingrosso della sostanza.

Il nome dell’operazione ruota proprio intorno al Persico poiché, nel corso di una intercettazione telefonica, uno dei sodali asseriva come il suo principale obiettivo non fosse l’affermazione economica, bensì il prestigio, l’ascendente, e, quindi, il riconoscimento unanime di capo indiscusso dell’organizzazione, come confermato dai suoi gregari, i quali, in una circostanza, per formalizzare l’ingresso di alcuni di essi nel suo gruppo, vollero donargli un fucile a canne mozze.

L’indagine era scattata nel 2017 ed è stata  resa complessa dal contesto urbanistico dell’area d’intervento (in particolare, del centro storico della città e nella zona orientale nell’area denominata Villaggio dei Puffi).

L’organizzazione ruotava attorno alla figura di Ciro Persico. Questi, originariamente legato al Clan d’Agostino con ruolo di rilievo, è non a caso definito il “boss del centro storico” di Salerno, poiché, in seguito all’arresto dei vertici del clan, ha continuato a mantenere il controllo dello spaccio nel cuore della città, rappresentando l’autorevole figura di riferimento necessaria al gruppo criminale investigato per imporre nuovamente un cartello nelle piazze di spaccio del capoluogo e non solo.

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Nocera Inferiore. Politica e clan, 8 anni al boss, pene lievi per altri. Due anni e 8 mesi all’ex vice sindaco Cesarano e consigliere comunale Carlo Bianco

Politica e clan a Nocera Inferiore, raffica di assoluzioni e pene leggere rispetto a quanto chiesto dalla Procura Antimafia di Salerno. Per molti cade anche l’aggravante mafiosa. Il processo è “Tutta un’altra storia” e fa parte di un blitz del 2017 messo a segno dagli uomini del Ros del comando provinciale di Salerno. Due anni e 8 mesi a testa per Carlo Bianco e Antonino Cesarano, ex vice sindaco di Nocera Inferiore, tre anni e 2 mesi per Ciro Eboli (candidato); sette mesi di reclusione per Francesco Gambardella e Gerardo Villani; nove mesi per Nicola Maisto, otto anni di reclusione per Antonio Pignataro (ultimo killer in vita di Simonetta Lamberti) a fronte dei 20 chiesti dalla Procura Antimafia di Salerno. Un anno e 10 mesi per Luigi Sarno. Assolti perché il fatto non sussistite Pasquale e Rosario Avallone, Guerino Prudente. Non hanno commesso il fatto invece Pio Sarno, Rocco e Mirko Sileo. Dopo le motivazioni della sentenza emessa ieri dai giudici del Tribunale di Nocera Inferiore si andrà in Appello e si cercherà di evitare la conferma della pena in quanto per alcuni potrebbe scattare il carcere. Nel collegio difensivo tra gli altri c’erano Annalisa Califano, Massimo Forte, Gregorio Sorrento, Bonaventura Carrara e Andrea Vagito. Guglielmo Valenti della Dda aveva presentato istanza di 16 anni di reclusione per Antonio Pignataro, boss ex Nco e ultimo killer in vita di Simonetta Lamberti, 7 anni per l’ex consigliere comunale Carlo Bianco e l’ex assessore e vice sindaco Antonio Cesarano; 10 anni per Ciro Eboli, 8 anni per Domenico Orsini, Rosario Vallone e Pasquale Avallone; 10 anni per Guerino Prudente e via via gli altri. Assoluzione chiesta per Carmine Afeltra e il non luogo a procedere per Luigi Chiavazzo perché deceduto. Al centro dell’inchiesta il cambio di destinazione urbanistica di un suolo situato nei pressi della chiesa di San Giuseppe, in via Montalbino, nel quale doveva essere realizzato un edificio da destinare a mensa Caritas e casa famiglia. L’opera fu oggetto di una delibera della Giunta comunale approvata nel maggio del 2017. Secondo l’accusa, il boss Pignataro si sarebbe interessato direttamente alla questione, curando direttamente i rapporti con aspiranti politici in corsa per le amministrative a Nocera Inferiore. Da qui l’accusa di scambio elettorale politico mafioso, contestata dalla Dda ad Antonio Pignataro e ai politici coinvolti. In prima battuta cadde l’aggravante mafioso ma poi il pm Enzo Senatore formulò nuove contestazioni agli imputati. Ieri la sentenza con pene miti rispetto alla pensante richiesta, 80 anni, formulata dall’antimafia di Salerno.

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Campagna, trascorre 33 mesi ai domiciliari Assolto dalla Corte di Appello

di Pina Ferro

Assolto dopo 33 mesi di detenzione e misure patrimoniali a suo carico. E’ finalmente finito l’incubo per Vito D’Ambrosio, accusati di essere il finanziatore dell’associazione dedita al narcotraffico con a capo Antonino Busillo. La sentennza di assoluzione è arrivata nella giornata di giovedì daai giudici della Corte di Appello di Napoli. Il secondo grado di giudizio si stava celebbranddo a Napoli dopo che la Cassazione avevva annullato con rinvio ad altra Corte di Appello la sentenza emessa dai giudizi di Appello presso il tribunale di Salerno. Era il magggio del 2017 quando a carico di Vito D’Ambrosio venne eseguita un’ordinanza di custodia cautale emessa dal giudice per le indagini preliminarri Perrotta su richiesta della Procura. L’ordinanza sgominò un’associazione dedita alllo spaccio di droga con base a Campagna. Nel registro degli indagati finirono 27 persone, ritenute responsabili, a vario titolo, di associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti, coltivazione, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, danneggiamento aggravato e detenzione e porto illegale di armi e munizioni. A capo dell’organizzazione criminale, secondo le ipotesi investigative, la famiglia Busillo di Campagna. Vito D’Ambrosio sceglie di essere processato con il rito dell’abbreviato. Il Gup Indinnimeo lo condanna a sette anni per partecipazione in associazione. La sentenza viene confermata in Appello. Nel febbraio del 2020 i giudici della Suprema Corte rigettano tutti i ricorsi degli altri coimputati, annullano la sentenza nei confronti di Vito D’Ambrosio accogliendo tutti i rilievi difensivi chiedendo alla corte d’appello di Napoli un nuovo giudizio. D’Ambrosio, dopo l’annullamento della Cassazione viene rimesso in libertà. Corta Appello Napoli il giorno 14 ottobre (I Sezione Penale) assolve definitivamente D’Ambrosio, ddifeso da Costantino Cardiello e Agostino De Caro, dal reato di partecipazione. Nel corso degli anni D’Ambrosio ha trascorso 33 mesi di arresti domiciliari, ha subito una misura di prevenzione personale, ancora in atto proprio per la contestata partecipazione, la misura della sorveglianza speciale che ora ha perso il suo presupposto. Ha subito, inoltre, misura di prevenzione patrimoniale perchè si diceva che era dedito all’usura e reimpiegava i soldi dell’usura nel traffico di droga. L’assoluzione dall’accusa di partecipazione segue le due assoluzioni nei processi di usura.

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Morto zi Ninuccio, uno degli ultimi uomini d’onore. Marandino ’ spirato nell’ospedale Cardarelli. Stava male da mesi: più volte la famiglia ha fatto richiesta dei domiciliari proprio per le pessime condizioni

di Pina Ferro

E’ morto a pochi mesi di distanza dal suo mentore. Alle tre di ieri mattina è spirato l’84enne Giovanni, Ninuccio Marandino, ultimo boss della Nco, Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo. Appartenneva alla categoria dei vecchi uomini d’onore. Residente a Ponte Barizzo – Capaccio, Marandino, ritenuto essere stato il cassiere del professore di Ottaviano, lo scorso febbraio, era tornato in carcere per l’esecuzione di un’ordinanza del Giudice per le indagini preliminari presso il tribunale di Salerno, emessa su richiesta della Procura salernitana nell’ambito di un’indagine su presunti casi di usura. Marandino si è spento nell’ospedale “Cardarelli” di Napoli, dove era stato portato per un peggioramento delle sue condizioni di salute. A Capaccio vivono la compagna Ada Di Agostino ed i figli Pasquale, Emanuell e Maria Rosaria. Con lui cala il sipario, per sempre, su tanti segreti della famigerata consorteria criminale della camorra napoletana guidata da Raffaele Cutolo, di cui Marandino fu il cassiere fidato. Nella latitanza del superboss ad Albanella, fu proprio Ninuccio a “coprirlo”. Nell’estate del 1986, in un agguato, fu assassinato il figlio e primogenito di Ninuccio, Vincenzo Marandino, avuto dalla prima moglie. Giovanni Marandino, 85 anni, stava male da mesi: più volte la famiglia ha fatto richiesta dei domiciliari proprio per le pessime condizioni che, giorno dopo giorno, diventavano sempre più gravi. Le perizie però richieste dal giudice di sorveglianza hanno sempre riportato che le condizioni dell’ex boss fossero adatte al regime carcerario. Dimagrito di oltre 20 chili, faceva così la spola tra la casa circondariale partenopea e il “Cardarelli”: nel frattempo, è caduto e si rotto un femore (operato dopo 20 giorni), ma nonostante questo non c’è stata clemenza e non gli è stato consentito di essere curato a casa propria. Negati anche i funerali, inizialmente previsti per sabato mattina nella chiesa di Ponte Barizzo. Giovanni Marandino appartiene alla schiera dei cosiddetti “uomini d’onore” vecchio stampo della criminalità organizzata: come il leader e fondatore della Nuova Camorra Organizzata, zi Ninuccio non si è mai pentito, seppur ristretto, in passato, anche al 41 bis in regime di carcere duro. Pur avendo perso un figlio in un brutale agguato, non ha mai parlato né collaborato con la giustizia, portando via con sé segreti e misteri di una carriera criminale in continua ascesa ed evoluzione durata 60 anni.

“Cronaca di una morte annunciata in solitudine nel carcere”

Giovanni Marandino era detenuto nel carcere di Poggioreale dal mese di febbraio di quest’anno, accusato di usura. Sul decesso di zi Ninuccio è intervenuto Samuele Ciambriello Garante Campano dei detenuti: “Marandino era una persona anziana con un passato con precedenti penali ma questo giustifica il fatto che da febbraio di quest’anno sia stato fatto morire nell’assoluta solitudine senza il conforto dei familiari presso L’ospedale Cardarelli di Napoli? La tutela della salute, della vita e dell’età avanzata sono prioritarie rispetto alle misure cautelari? Io credo che è questa la domanda da porci, non solo per umanità, che negli ultimi tempi pare sia diventata merce rara, ma anche per misurare l’efficienza e l’efficacia di un sistema penale e detentivo che rimuove ogni problema trincerandosi dietro a vincoli burocratici e un gioco a rimpiattino sulle diverse competenze (Magistratura, sanità penitenziaria, periti di parte…). Da mesi, più volte interpellato dai familiari, ho seguito il caso di Giovanni in carcere e sono andato domenica scorsa a trovarlo in Ospedale al Cardarelli. Davanti a me un vecchio in fin di vita non in grado di intendere e volere. Tra l’altro in cella a Poggioreale era recentemente caduto, spezzandosi il femore, ed subendo un’operazione; non poteva nemmeno usufruire dell’ora d’aria e, considerate le sue patologie, gli era stato assegnato un piantone. Una persona anziana arrivata in carcere in autoambulanza ne esce nella bara!!!! Questo è accanimento giudiziario e altro.”

Il 9 settembre scorso era arrivato il mai fine pena per ‘a Scamarda

Solo un mese fa, Giovanni Marandino aveva appreso della condanna definitiva per l’autore dell’omicidio del figlio Vincenzo, ucciso nel 1986. Lo scorso 9 settembre gli Ermellini hanno confermato l’ergastolo per Umberto Adinolfi , il killer che il 30 luglio del 1986, a Capaccio Paestum, insieme ad un complice uccise Antonio Sabia e Vincenzo Marandino. ondannato all’ergastolo in primo grado il 20 settembre del 2017, dopo varie fasi processuali durate 31 anni, la conferma del ‘fine pena mai’ arrivò anche dalla Corte di Assise d’Appello di Salerno il 18 novembre 2019. Non è servito ad evitare il carcere a vita nemmeno il ricorso in Cassazione, con sentenza del 17 febbraio 2021, le cui motivazioni sono state pubblicate solo ieri. Gli ermellini, infatti, hanno ritenuto infondate tutte le eccezioni sollevate dai legali difensori di Adinolfi, detto ‘a scamarda, esponente di spicco della malavita nell’Agro Nocerino-Sarnese. Una sentenza che, dopo 35 anni, chiude definitivamente il sipario sull’efferato duplice assassinio di camorra. Nel 2009, la doppia condanna all’ergastolo fu annullata dai giudici della Suprema Corte per mero difetto di procedibilità, in quanto l’imputato, arrestato nel 2005 in Spagna dove era fuggito, non era stato ancora estradato. Gli atti furono così rimessi al pm ed il processo cominciò daccapo, conclusosi dunque con la medesima sentenza del primo procedimento, anche a seguito della confessione resa da Adinolfi a 31 anni dal duplice omicidio, ammettendo il delitto spiegando come vennero trucidati Enzo Marandino e il suo autista Sabia, che all’epoca avevano rispettivamente 29 e 26 anni. Adinolfi spiegò che, quell’estate di 31 anni fa, si trovava a Capaccio Paestum in visita da uno zio, quando ricevette l’improvvisa visita di Raffaele Mercurio, conosciuto anni addietro in Perù, che però non lo mise a conoscenza del suo piano omicida. Erano in auto entrambi a bordo di un’Autobianchi 112 quando, giunti a Ponte Barizzo per una commissione, Mercurio con l’ausilio di un binocolo individuò Sabia, il quale, essendo l’autista di Marandino, lo accompagnava ovunque. Fu in quel momento che decise che era giunta l’ora di vendicarsi per alcuni torti subiti dal figlio del boss nel carcere di Poggioreale. Improvvisamente, scese dall’auto e sparò contro i due, fino a quando l’arma non s’inceppò: fu allora che esortò Adinolfi a scendere ed a terminare il massacro. Per Marandino non ci fu scampo e morì sul colpo, mentre Sabia riuscì per un attimo a fuggire nei campi, ma fu raggiunto e ucciso da Mercurio, che aveva recuperato una seconda pistola, nascosta in auto. Dopo il duplice omicidio si diede alla latitanza, ma fu scovato ed arrestato in Spagna nel 2005. Dopo l’estradizione, si ritrovò alla sbarra più volte per difendersi delle accuse di essere un killer dei Cutoliani, venendo condannato già all’ergastolo per l’omicidio dell’ imprenditore, Giuseppe Vaccaro.

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Inondavano di Droga i quartieri di Salerno: in 43 chiedono l’abbreviato

di Pina Ferro

Fornivano la droga a diversi quartieri di Salerno: in 42 chiedono il rito abbreviato.

Solamente i legali di: Antonio Abate 42 anni, alias Tony, residente a Salerno, gestore della piazza di spaccio di Pastena /Mercatello; Massimo Sica 48 anni residente a Salerno e di Giuseppe Bifulco 23 anni, residente a Salerno hanno chiesto che i propri assistiti vengano processati con il rito ordinario. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Salerno Giandomenico D’Agostino, il prossimo 5 novembre deciderà sulle tre richieste di rinvio a giudizio e se ammettere i 42 riti abbreviati.

I 45 indagati, organizzati in gruppi, erano capaci di riversare in maniera massiccia e “in modo costante e sistematico” la droga in diversi quartieri di Salerno e comuni limitrofi.

Nell’aula bunker, dove si stanno celebrando le udienze,  sarannno presenti: Luca Franceschelli, 33 anni, residente a salerno ritenuto il promotore dell’organizzazione, si occupava di individuare i canali di rifornimento disponeva dell’assegnazione e controllo delle piazze di spaccio seguiva la contabilità dei crediti da incassare;  Agostino Abate, 27 anni, gestore della piazza di Matierno; Francesco Cafaro 32 anni, residente a Pellezzano; Rocco Cafaro 33 anni, residente a Salerno gestore della piazza di Pellezzano; Carmine Caputo 26 anni, residente a Salerno, gestore della piazza di Fratte; Emilio Ciaglia 43 anni, residente a Salerno, gestore della piazza di spaccio di Pastena /Mercatello; Roberto Consiglio 40 anni, residente a Salerno; Donato Bernardo Criscuoli 27 anni, alias “O Puorc” residente a Salerno, gestore della piazza di Ogliara; Giuseppe D’Auria 28 anni, residente a Pagani; Luca Delfino 40 anni, residente a Salerno gestore della piazza di Pastena /Mercatello; Moreno Di Martino 28 anni, residente a Salerno gestore della piazza di Sapri; Antonio Esposito 29 anni, residente a Salerno; Sabato Fasano 59 anni, residente a Salerno; Gerardo Fiorillo 27 anni, alias “Notte”, residente a Pellezzano gestore della piazza di Acquamela di Baronissi; Giuseppe Galdoporpora 21 anni, residente a Salerno, detentore e custode della sostanza; Claudio Gibuti 27 anni, residente a Salerno gestore della piazza di Matierno; Giovanna Liguori, 50 anni, alias “Zia”, residente a Battipaglia; Francesco Mercadante 44 anni, residente a Salerno; Luigi Mercadante 37 anni, residente a Salerno alias “Giggetto”, gestore della piazza della Zona industriale di Salerno; Marco Milo 31 anni, residente a Salerno; Gaetano Molinaro 21 anni, alias “Nino”, residente a Salerno gestore della piazza di Fratte; Cristiano Noschese 33 anni, residente a Salerno; Giuseppe Ottati 49 anni; Teodora Pace 21 anni, residente a Salerno, detentrice e custode della sostanza; Santo Pecoraro 38 anni, alias Carmine e alias “ma serio”, residente a Salerno gestore della piazza di spaccio di Parco Pinocchio; Silvia Pappalardo, 44 anni, residente a Salerno; Alfonso Passamano, 29 anni, residente a Nocera Inferiore; Giuseppe Pennasilico 36 anni, residente a Salerno; Fabio Salzano 27 anni, residente a Salerno; Fabio Saviello 31 anni, alias “Cumbarò”, residente a Salerno, gestore della piazza di Pastorano; Raffaele Scotto Di Porto 26 anni, residente a Salerno detentore e custode della sostanza;  Luciano Solferino Tiano 29 anni, residente a Nocera Inferiore; Walter Stabile 25 anni, residente a Baronissi gestore della piazza di Baronissi; Francesco Spero 20 anni, alias “Pisiell”, residente a Salerno gestore della piazza di Mariconda; Marco Tranzillo 28 anni, residente a Salerno gestore della piazza di spaccio di hashish e marijuana di Pastena/ quartiere Q2; Vincenzo Ventura 22 anni, residente a Salerno e domiciliato a San Mango Piemonte;  Raffaele Cocci 40 anni, residente a Caivano; Raffaele Crispino 37 anni, residente a Caivano; Angelo Leone, 21 anni, residente a Salerno; Alfonso Marano 50 anni, residente a Nocera Superiore; Ciro Ragosta 31 anni, residente a Salerno; Pasquale Raucci 51 anni, residente a Caivano.

Il blitz scatto lo scorso 9 febbraio da parte degli uomini della Squadra Mobile di Salerno. Acoordinare l’indagine fu la Direzione distrettuale antimafia. Le indagini denominate Chef Crack – Ko, hanno permesso di far luce sull’attività dei gruppi criminali e sulle attività illecite connesse all’acquisto, trasporto, detenzione, lavorazione, confezionamento, vendita e cessione di cocaina, hashish, marijuana e crack. Linguaggi criptici per identificare il tipo di droga e la quantità e incontri con i “clienti” anche in fila al supermercato o alla banca durante il lockdown. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, il giro d’affari del gruppo criminale individuato sfiorava i 100mila euro al mese . L’approvvigionamento avveniva nel Napoletano. Gli agenti, anche grazie a intercettazioni telefoniche e alla visione dei filmati di telecamere installate in punti strategici, hanno documentato i diversi passaggi della filiera del traffico di droga, partendo dai pusher, passando per i fornitori e finendo all’identificazione di quelli che sono ritenuti i capi che hanno creato nel territorio salernitano “uno dei più forti e stabili canali di approvvigionamento di sostanze stupefacenti di diverso tipo”.

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Blitz Oro nero, in 57 dinanzi al Gup. Nel Vallo di Diano di alcuni esponenti del clan dei Casalesi che utilizzavano il petrolio come cavallo di troia per “colonizzare” il comprensorio

 

di Pina Ferro

Associazione mafiosa, associazione a delinquere finalizzata alla commissione di frodi in materia di accise ed Iva sugli oli minerali, intestazione fittizia di beni e società, riciclaggio, autoriciclaggio e impiego di denaro di provenienza illecita. Queste le accuse a carico delle 57 persone che il prossimo 16 novembre compariranno dinanzi al Giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Potenza chiamato a decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio presentata dalla Pubblica accusa.
L’operazione che portò all’esecuzione di 30 misure cautelari personali nelle province di Salerno, Napoli, Avellino, Caserta, Cosenza e Taranto ed al sequestro di immobili, aziende, depositi, flotte di auto- articolati per un valore complessivo di circa 50 milioni di euro scattò nello scorso mese di aprile. A coordinare le indagini fu la Direzione Distrettuale Antimafia di Potenza.
Dalle indagini è emersa la presenza nel Vallo di Diano di alcuni esponenti del clan camorristico dei Casalesi che utilizzavano il petrolio come cavallo di troia per “colonizzare” il comprensorio grazie anche alla complicità di un imprenditore del posto e di un carabiniere corrotto. Il carburante per uso agricolo, che beneficia di particolari agevolazioni fiscali, veniva venduto a soggetti che poi lo immettevano nel normale mercato per autotrazione, utilizzando spesso le cosiddette ‘pompe bianche’. Un traffico illecito che ha portato anche guadagni annui all’organizzazione criminale di 30 milioni di euro.
I tarantini fornivano ai “soci” attivi nel salernitano un elenco di nominativi di imprenditori agricoli che erano all’oscuro di tutto le cui identità fiscali e i libretti Uma venivano clonate in modo che le imprese legate ai Casalesi potessero fatturare fittiziamente la vendita del carburante agli imprenditori agricolo9 che avevano subito il furto dell’identità fiscale, mentre in realtà il prodotto veniva venduto in nero a operatori economici che lo immettevano fraudolentemente nel mercato per autotrazione con guadagni di circa il 50 per cento sul costo effettivo di ogni litro di benzina e nafta venduti.
A comparire dinanzi al Gup unitamente ai legali di fiducia saranno: Cristina Brindisi, 52 anni di Polla; Pietro Buscicchio, 44 anni di Taranto; Michele Cicala, 41 anni, di Taranto; Elena Quaranta 53 anni di Polla; Carmine De Angelis, 41 anni di Sala Consilina; Antonio De Martino 55 anni di Mondragone; Antonio De Rosa 29 anni di Altavilla Silentina; Tommaso Di Rosa 75 anni di Santa Maria Capua Vetere; Gennaro Di Tuoro 59 anni di Volla; Bruno Mario Diana, 87 anni di Casapesenna; Flavio Diana, 47 anni, di Casapesenna; Giuseppe Diana, 25 anni, di San Cipriano D’Aversa; Vincenzo Diana, 33 anni di San Cipriano D’Aversa; Salvatore Di Puorto, 35 anni, di San Cipriano d’Aversa; Francesco Friozzi, 41 anni, di |Pastorano – Caserta; Friozzi Giovanni 39 anni di Pastorano – Caserta;  Antonio Gallo, 43 anni, di San Marco Evangelista; Antonio Garofalo, 59 anni, Lioni; Maria Teresa Iannone, 76 anni di Polla;Fabio Iannotti 44 anni di Praia a Mare;Antonio Iannotti 52 anni, di Praia a Mare; Antonio La Marca 23 anni di Napoli; Teresa Lanzara 44 anni di Castel San Giorgio; Fulvio Leonardo 50 anni, di Pietramelara – Caserta; Salvatore Antonio Leonardo, 88 anni di Pietramelara; Oreste Mainenti, 46 anni di Polla; Antimo Menale, 82 anni di Trentola Ducenta – Caserta; Gennnaro Morretta 57 anni di Olevano sul Tusciano; Mattia Morretta 34 anni di Olevano sul Tusciano; Michele Mosca, 46 anni di Napoli; Mariateresa Moschese, 45 anni di Santa Maria Capua Vetere; Luigi Papale, 65 anni di Santa Maria Capua Vetere;
Marcello Paparello, 50 anni di Eboli; Carmine Parisi, 55 anni di Polla;Domenico Parisi 55 anni, di Polla;Rosario Parisi 29 anni di Polla; Fioravante Celso 68 anni, di Ogliastro Cilento; Raffaele Diana, 55 anni di San Pietro al Tanagro, Massimo Petrullo, 47 anni, Polla, Antonio Latronico , 67 anni, Sala Consilina, Marcello Paparello , 40 anni, Eboli, Antonio De Rosa , 29 anni, Altavilla Silentina, Luigi Luisi , 54 anni, Sicignano degli Alburni, Maddalena Luisi, 57 anni, Sicignano degli Alburni, Antonio Siano , 40 anni, Polla, Alfonso Siano , 45 anni, Polla, Raffaele Annunziata, 65 anni, Polla, Giacinto Costantino , 55 anni, Polla; Gino De Luca , 58 anni, Polla, Antonio De Luca , 51 anni, Polla, Yuri Garone , 35 anni, Atena Lucana, Luigi Impembo , 51 anni, Roccadaspide, Felice Balsamo, 67 anni, Sala Consilina, Giovanna Sabia , 24 anni, Polla, Luigi D’Elia , 69 anni, Morigerati, Simone Ranaldo 29 anni di Benevento; Mario Trotta 61 anni di Postiglione; Nicola Venosa 37 anni di Diamante.
Nel collegio difensivo sono presenti, tra gli altri, gli avvocati Leopoldo Catena, Alfonso Amato e Giovanni Falci.
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Mercato San Severino, duplice omicidio di Corticelle 12 anni e 4 mesi per Ansalone

di Pina Ferro

Si chiude con 12 anni e 4 mesi di reclusione il processo a carico di Vincenzo Ansalone di Baronissi accusato del duplice omicidio preterintenzionale di Vincenzo Salvati e Aniello Califano avvenuto nella frazione Corticelle di Mercato San Severino ad ottobre dello scorso anno per un debito di droga. Il pm aveva chiesto una condanna a 19 anni di reclusione ma il gup De Nicola del tribunale di Nocera Inferiore, derubricando la ricettazione e rigettando la richiesta di provvisionale, ha parzialmente accolto le istanze presentate dal difensore Michele Sarno decidendo per quasi sette anni in meno rispetto alla richiesta del pubblico ministero Angelo Rubano. Il duplice omicidio avvenne per un debito di droga pari a 30mila euro a causa del quale Salvati e Ansalone avevano avuto un diverbio, degenerato in uno scontro fisico, cui era seguita, da parte di Ansalone, l’esplosione di alcuni colpi di pistola all’indirizzo delle palazzine di Corticelle in cui abitava il debitore. Più tardi lo stesso Ansalone sparò con una pistola a tamburo diretti alle gambe del 54enne che morì quasi subito. Il 37enne aveva, poi, aveva inseguito Califano, che cercava di scappare, esplodendo al suo indirizzo due colpi e dicendogli “chiattone che fai scappi… tu non le vuoi due?”. Califano poi morì in ospedale a Salerno 18 giorni dopo. “Era volontà di Ansalone quella di gambizzare le due vittime e non di ucciderle, sicché doveva escludersi la qualificazione dei due omicidi come volontari”, scrisse la Cassazione confermando la decisione del gip prima e Riesame poi. Lo stupefacente che avrebbe consegnato a Salvati consisteva in molteplici dosi di crack e cocaina, che andavano dai 50 ai 100 grammi. Ansalone poi spiegò di essere stufo di attendere di essere pagato, sospettando anche che Salvati andasse a rifornirsi da altri pusher. Dopo le motivazioni della sentenza ci sarà ricorso in Appello.

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Droga e cellulari in cella, chiesti due secoli di reclusione

Droga e telefonini in carcere a Fuorni, mano dura dell’Antimafia che chiede oltre duecento anni di reclusione per 20 imputati che hanno scelto il rito abbreviato nel  processo “Prison Break”. Venti anni per Michele Cuomo, stessa pena per Domenico Rese e Mario Tortora, per Luigi Albergatore insieme a Vito D’Acunzo e Michele Nocera. Il pm Marco Colamonici poi ha avanzato nove anni e quattro mesi per Luigi Vicidomini, otto anni e sei mesi per Mario Comitini, 8 anni e 4 mesi per Mirko Limodio, quattro anni e otto mesi per Matteo Grande, dieci anni per Camillo Fedele, dodici anni per Giacomo Lamberti, nove anni e quattro mesi per Filippo Boffardi, dieci anni e otto mesi per Giuseppe Petti, cinque anni e otto mesi per Demetrio Sartori, otto anni e dieci mesi per Pietro Villani, otto anni per Anna Maria Barbetta, otto anni per Giuseppina Caggegi, due anni per Giuseppe D’Auria e quattro anni e sei mesi per  (agente della penitenziaria).  Decide il gup del Tribunale di Salerno Giandomenico D’Agostino.  Gli altri hanno deciso di essere processati a Nocera Inferiore con il rito ordinario. Secondo la Procura Antimafia c’erano due gruppi criminali in grado di gestire lo spaccio di stupefacenti in carcere e nel territorio di Nocera Inferiore: il primo gestito da Michele Cuomo; l’altro guidata da Luigi Albergatore. Il blitz è quello degli uomini della squadra mobile di Salerno, che erano riuscito a individuare capi e gregari attraverso intercettazioni e attività di indagine tradizionale eseguita con pedinamenti e osservazioni sul campo. Secondo le ricostruzioni, in particolare, il gruppo dei nocerini (guidato da Cuomo) aveva monopolizzato una piazza dedita alla rivendita di crack, hashish e marijuana dentro le mura del carcere di Fuorni, con la complicità di alcune guardie, in particolare Piero D’Auria, addetto del corpo di polizia penitenziaria. Poi c’erano i luogotenenti attivi sulla piazza nocerina con base nel rione Vescovado, con il trasporto e la custodia dello stupefacente e l’introduzione di telefoni cellulari fin dentro le celle. La banda capeggiata da Cuomo  contava per le accuse su una struttura gestita da Tortora, Rese e Fedele, con attività criminali di diversa natura, tra intimidazioni estorsioni e affari di droga, come per un carico di 5 chili di marijuana ricevute, per le indagini, dal paganese Giuseppe D’Auria. I clan gestivano i rifornimenti di vari tipi i droga, cocaina cruda, cioè da sniffare in polvere e in cristalli, tipo crack, con imponenti quantitativi di marijuana di diversa qualità, tipo “medical” e “Rolls royce”, smerciata in transazioni e partite a quattro zeri, con il carcere di Fuorni controllato così dal gruppo dei nocerini, divenuto luogo di traffici e commercio, con un cartello costituito all’interno delle celle grazie a un patto tra Demetrio Sartori, napoletano, e lo stesso Michele Cuomo. Nel collegio difensivo ci sono tra gli altri Rino Carrara, Michele Sarno, Gregorio Sorrento, Giovanni Annunziata, Giuseppe Della Monica e Matteo Feccia

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Droga e riciclaggio, chiesti oltre 170 anni di carcere

di Pina Ferro

“Associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti”, con l’aggravante della transnazionalità del reato, “detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti”, “intestazione fittizia di beni”, “riciclaggio ed auto riciclaggio”, “truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche”: il pubblico ministero Marco Colamonici ha chiesto la condanna complessiva ad oltre 170 anni di carcere per 16 delle persone coinvolte nel blitz che smantellò (ottobre 2020) un’organizzazione dedita al riciclaggio e traffico di sostante stupefacenti. Le richieste di pena riguardano i 16 soggetti che hanno scelto di essere processati con il rito dell’abbreviato. All termine della requisitoria il pubblico ministero Marco Colamonici ha chiesto al Gup (giudice per le udienze preliminari) la condanna a: 20 anni per Fiorenzo Parrotti; 18 anni per Ermal Luku; 15 anni ciascuno per Rosario Lumia e Ervin Maloku; 12 anni ciascuno per Antonio Ponzone, Sabato Di Lascio, Mario Salvatore e Francesco Riccio; 10 anni ciascuno per Vincenzo Stellato, Artur Tabaku, Besmir Huqi, Klodian Luku; 6 anni per Alessandro Genovese; 4 anni e 5 mesi per Alfredo Portofranco e Maria Saturno; 2 anni e 6 mesi più 8mila euro di multa per Amedeo Romano. Era il 30 ottobre del 2020 quando furono notificati, le ordinanze nei confronti di 25 indagati (23 in carcere e 2 ai arresti domiciliari). Contestualmente  i carabinieri del comando provinciale di Salerno, eseguirono, su disposizione della Direzione Distrettuale Antimafia, il sequestro preventivo finalizzato alla confisca di due attività commerciali salernitane, di cui la pizzeria “àPuntella” e della somma complessiva di 165.000 mila euro, che secondo gli inquirenti sarebbe prodotto dell’illecita attività degli indagati. I provvedimenti scaturiscono da una articolata attività d’indagine avviata nel mese di ottobre 2017 con il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia di Salerno L’indagine ha permesso di ricostruire l’esistenza di un’associazione a delinquere, con ruoli e competenze ben definite, dotata di una notevole organizzazione gestionale, oltre che di rilevanti risorse finanziarie e svariati canali di rifornimento di stupefacente, principalmente di cocaina, senza però tralasciare anche hashish, amnèsia e marijuana. Secondo la pubblica accusa, il salernitano Fiorenzo Parotti, promotore, organizzatore e finanziatore del sodalizio, aveva nel tempo assunto una posizione di assoluta primazia nell’ambito del traffico degli stupefacenti a Salerno, sia in termini di introiti che di bacino di utenza, grazie ad una stabile collaborazione con la criminalità napoletana ed attraverso una ramificata rete di distribuzione, costituita da veri e propri sottogruppi, in ambito provinciale da Acerno e Olevano sul Tusciano. L’approvvigionamento avveniva per il tramite di diversi, qualificati canali, tracciati sia in territorio continentale (Albania e Olanda), sia oltreoceano (Panama e Brasile), con l’obiettivo di reperire lo stupefacente direttamente dai paesi di produzione, acquistandolo in ingenti quantità ad un prezzo più vantaggioso, grazie al progressivo incremento del volume di affari dell’organizzazione. Il nome dell’operazione “El Fakir” fu tratto proprio dalle indagini su quest’ultimo canale di rifornimento. Durante le indagini è stato seguito Rosario Lumia, broker internazionale di origine napoletana in contatto con diversi cartelli della droga, e da cui emerse, secondo i militari, il progetto di inviare una spedizione di cocaina nascosta all’interno di container provenienti da Panama; inizialmente era stato proposto addirittura il porto di Salerno quale destinazione finale, salvo poi virare su Algeciras in Spagna, non avendo le società intermediarie incaricate del trasporto rapporti commerciali diretti con l’Italia. Il referente panamense dell’operazione era German Eliecer chanis Aguilar, alias “El Fakir” (il fachiro), allora latitante e ritenuto dalle autorità internazionali “altamente pericoloso”, nonché leader del gruppo paramilitare “frente 57” delle Farc, operante in molteplici attività criminali al confine tra Panama e Colombia. La spedizione non si concretizzo perchè El Fakir fu arrestato in Messico il 13 gennaio 2018, a seguito di in una “red notice” (elenco di latitanti destinatari di provvedimenti di cattura internazionali) emessa dall’Interpol, su richiesta delle autorità panamensi ed in coordinamento con quelle messicane. Per via della riconosciuta pericolosità di “El Fakir”, il suo rientro a Panama è avvenuto sotto la supervisione di un consistente dispositivo di sicurezza schierato presso l’Aeroporto Internazionale di Tocumen. Egli, infatti, oltre ad essere un narcotrafficante, era ricercato anche per omicidio e per reati vari commessi con esponenti legati alla criminalità organizzata. In seguito a tale imprevisto, Lumia aveva individuato un’ulteriore rotta, questa volta dal Brasile, accordandosi per nascondere lo stupefacente in container di caffè destinati ad un’azienda operante nel settore della torrefazione con sede in Campania. Anche in questo caso il progetto non si è concluso solo per via del suo arresto, avvenuto a Napoli a maggio dello stesso anno. Le attività del sodalizio hanno subito comunque solo semplici rallentamenti, grazie al fatto che il canale di approvvigionamento con Olanda e Albania non aveva mai smesso di rifornire le piazze. La mentalità imprenditoriale dei sodali, in particolare del Parotti, non si sarebbe fermata alla gestione degli illeciti proventi provenienti dai fiumi di droga trafficati e spacciati. Le indagini, anche bancarie, hanno appurato come i proventi siano stati reinvestiti in attività economiche e commerciali, dopo la ripulitura del denaro attraverso il passaggio su conti correnti di persone compiacenti, nell’evidente scopo – vanificato dai meticolosi accertamenti – di occultarne e renderne impossibile l’identificazione. Inoltre, la creazione di una nuova società mediante l’utilizzo di intestatari fittizi ha permesso agli indagati di realizzare il ristorante – pizzeria a Salerno “àPuntella”, accedendo al finanziamento pubblico “Progetto Invitalia – Resto al Sud”, ricavandone tra i diversi vantaggi patrimoniali anche una parte a fondo perduto quantificata in 70.000 mila euro. Da qui le connesse ipotesi di riciclaggio, auto riciclaggio, intestazione fittizia di beni e truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche. Nel corso dell’attività d’indagine, sono state già arrestate 8 persone in flagranza di reato, sequestrati 25 kg di stupefacente, orologi di pregio per un valore di 75 mila euro ed oltre 160 mila euro in denaro contante. La stima del fatturato complessivo dell’impresa criminale è di oltre 20 milioni di euro annui esentasse, cui vanno aggiunti quelli delle fiorenti attività commerciali costituite per ripulire il danaro. L’imponente operazione portata a termine ha messo in luce lo spessore criminale del Parotti e dei suoi gregari, in un settore, quello della droga, che non risente di crisi alcuna ed ha dimostrato le consolidate competenze manageriali dell’illecito sodalizio, capace di estendere le sue maglie dai Balcani ai Paesi Bassi, sino ai famigerati cartelli sudamericani.

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Nocera Inferiore, Pizzo, bombe e riciclaggio: In dieci finiscono in manette

Dieci arresti (di cui 7 in carcere e tre ai domiciliari su richiesta della procura Antimafia salernitana) e 4 indagati a piede libero per due operazioni diverse aventi come collante Michele Cuomo, il ras di Nocera Inferiore finito in carcere dopo il blitz di Firenze per la camorra d’esportazione. Sugli uomini dei clan si abbatte la mannaia delle forze dell’ordine e della magistratura inquirente con due ordinanze firmate dai gip salernitani Alfonso Scermino e Carla Di Filippo che hanno accolto le richieste del pm Guglielmo Valenti.  Estorsione a suon di bombe al riciclaggio per finire a  violenze fisiche e vessazioni psicologiche ai danni di una negoziante con interessamento del clan Mazzarella di Napoli: sono gli episodi di due differenti inchieste per le quali i  carabinieri della sezione Operativa del Reparto Territoriale di Nocera Inferiore hanno eseguito le rispettive ordinanze. La prima è iniziata a gennaio 2020, l’altra 8 mesi più tardi. Gli accertamenti, seppur distinti, hanno interessato soggetti che hanno attinenza al contesto della criminalità organizzata di Nocera e, in particolare, con il clan di  Michele Cuomo (ai domiciliari per questo reato). I reati contestati aggravati dal metodo mafioso, sono  di estorsione, danneggiamento, detenzione e porto abusivo di materiale esplodente, riciclaggio, violenza o minaccia per costringere a commettere un reato e lesioni personali. La prima indagine è scaturita dall’esplosione di una bomba carta avvenuta la notte 21 gennaio 2020 che ha danneggiato gravemente il Teca Bar di in via Matteotti a Nocera Inferiore. L’attentato dinamitardo, secondo l’accusa, rientra in un disegno estorsivo finalizzato ad impedire alla stessa società di aprire un ulteriore punto vendita in Corso Vittorio Emanuele. L’intimidazione, attuata con la regia di Cuomo, aveva lo scopo di preservare dalla concorrenza un altro esercizio commerciale, anch’esso ubicato in Corso Vittorio Emanuele, luogo di ritrovo abituale dei componenti del gruppo Cuomo e il cui titolare è risultato in contatto con il vertice del sodalizio. L’atteggiamento degli indagati (in 3 ai domiciliari il quarto è deceduto per complicanze da Covid), alla fine, è servita per giungere all’obiettivo: i soci, alla luce delle minacce subite, hanno rinunciato a realizzare il secondo punto vendita. Per questa inchiesta sono finiti ai domiciliari: Michele Cuomo, Domenico Rese e Francesco Gambardella. Per tutti l’interrogatorio è stato fissato per la mattinata di lunedì.
La seconda indagine, invece, è legata ad un’operazione di riciclaggio di liquidità per un ammontare a 25mila euro che, a causa dell’improvvisa e inattesa impossibilità di riappropriarsi del valore, è sfociata in dinamiche estorsive caratterizzate da atti di violenza fisica e vessazioni psicologiche. La vicenda è emersa nell’agosto 2020 quando la titolare di una rivendita di abbigliamento da cerimonia di Cava de’ Tirreni, tramite una sua conoscente, è stata coinvolta da un gruppo di persone tra i quali Leontino Cioffi (personaggio in rapporti con il gruppo Cuomo) a convogliare mediante bonifico su un conto corrente estero riconducibile a Cioffi, dietro promessa di un compenso pari al 15% della somma, liquidità cedutale attraverso pagamenti a mezzo Pos con carte di credito Superflash. L’entità delle transazioni, però, ha spinto l’istituto bancario a bloccare l’accredito. Il congelamento della somma aveva determinato una crescente fibrillazione del gruppo e sono iniziate vessazioni e minacce all’incolumità della donna e all’integrità della sua attività commerciale. Avrebbero prospettato gravi ripercussioni fisiche (in un caso effettivamente manifestatesi con percosse e lesioni personali), sia la distruzione del negozio. Il tutto rafforzato dall’interessamento all’operazione da parte del clan Mazzarella di Napoli con Simone Iacopino, detenuto, che agiva dal carcere tramite Giovanni Ascione da Portici collegati proprio ai Mazzarella. In carcere Domenico Alfano (Castel San Giorgio), Giovanni Ascione (Portici), Leontino Cioffi (Nocera Inferiore), Simeone Iacomino (San Giorgio a Cremano), Anna Rita Iuliano (Nocera Inferiore), Emanuele Perrella (Nocera Inferiore), Roberto Ruggiero (Parete, Caserta). Indagati a piede libero invece, Carmine Angrisani (Nocera Inferiore), Anna Petrosino (Nocera Inferiore), Giuseppina Pintozzi (Salerno), Franca Battipaglia (Cava de’ Tirreni). Lunedì al via gli interrogatori di garanzia.
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