Uccise ex moglie: condannato a 20 anni pizzaiolo napoletano

Antonio Ascione, pizzaiolo napoletano di 45 anni accusato di aver ucciso con cinque coltellate la ex moglie Maria Archetta Mennella il 23 luglio 2017 a Musile di Piave (Venezia), è stato condannato a vent'anni di carcere con il rito abbreviato dal giudice Massimo Vicinanza, il Pm Raffaele Incardona aveva chiesto la condanna all'ergastolo. Ascione, assistito dall'avvocato Giorgio Pietramala, era accusato di omicidio volontario aggravato da premeditazione, futili motivi, vincolo di parentela e minorata difesa, oltre che di minacce. Il giudice non ha riconosciuto le aggravanti della premeditazione e dei futili motivi e ha stabilito una provvisionale di 50mila euro per ciascuno dei due figli della coppia, oltre a 30mila euro per la mamma della vittima e 20mila per ciascuno dei cinque tra fratelli e sorelle della vittima.
   

Duplice omicidio dei fratelli Vincenzo e Giuseppe Loielo Arriva la condanna definitiva all’ergastolo per i due killer

ERGASTOLI definitivi. Così ha sentenziato la Suprema corte di Cassazione che ieri, a tarda sera, ha respinto i ricorsi avanzati, per il tramite dei rispettivi legali di fiducia, di Bruno Emanuele, indicato quale boss dell’omonimo gruppo operante nelle Preserre vibonesi, e Vincenzo Bartone. Con la conferma delle condanne emesse dalla corte di Assise d’Appello, si chiude così anche il filone degli omicidi dell’inchiesta antimafia “Luce nei Boschi” scattata nel maggio del 2012 contro i clan dell’Ariola, Soriano e Sorianello, condotta dalla Squadra Mobile di Catanzaro e coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia. Per la giustizia dunque non vi sono più dubbi.

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DEI FRATELLI VINCENZO E GIUSEPPE LOIELO

 

Ad uccidere i fratelli Giuseppe e Vincenzo Loielo, nel territorio di Acquaro, furono i due imputati che tesero più di un agguato alle vittime nel corso di poche settimane riuscendo a portarlo a temine la sera del 22 aprile del 2002 mentre queste si trovavano a bordo della loro Fiat Panda 4x4. Delitto messo in atto per ottenere la supremazia nella vasta area delle Preserre da parte dell’ascendente gruppo guidato da Emanuele, nei confronti dei rivali che erano usciti vittoriosi dalla faida sanguinosa con gli ex alleati Maiolo.

Gli “ermellini”, che hanno escluso solo l’aggravante dei motivi abbietti e futili, hanno quindi ritenuto, in punto di diritto, corretto l’operato dei giudici del gravame di Catanzaro che, nelle loro motivazioni della sentenza d’Appello avevano messo in evidenza l'attendilibità del pentito Antonino Forastefano, i riscontri sui tabulati telefonici e il rinvenimento del cellulare di Bruno Emanuele sul luogo dell'agguato: «Il collaboratore ha spiegato che il telefono e la pistola caddero dal marsupio dell'imputato nelle concitate fasi successive al delitto. Quando, poco dopo, Emanuele si accorse di aver perso l'apparecchio e la pistola non ritenne necessario correre il rischio di tornare a recuperarli, certo che né l'una, né l'altro fossero identificabili. Tuttavia, l'analisi dei tabulati di traffico dimostra con ragionevole certezza che il cellulare è da ricondurre all'imputato».

Analisi dei tabulati che ha finito con l’inchiodare anche Bartone per i suoi spostamenti. I due imputati sono stati difesi dagli avvocati Enzo Galeota e Giuseppe Di Renzo, Salvatore Staiano e Franco Lojacono.

‘Ndrangheta in Lombardia, ergastoli per gli omicidi La richiesta per gli esponenti delle cosche al Nord

DEVONO essere confermati i nove ergastoli che vennero inflitti, assieme ad altri quattro già definitivi, anche in secondo grado nel processo con al centro tre omicidi, tra cui quello del boss Carmelo Novella, avvenuti tra il 2008 e il 2009 per faide interne ai clan della 'ndrangheta radicati in Lombardia.

Lo ha chiesto la Procura generale di Milano col sostituto pg Galileo Proietto, che stamani ha fatto un intervento di replica, nel processo d’appello 'bis' scaturito dall’annullamento con rinvio di quelle nove condanne per un nuovo giudizio, deciso dalla Cassazione nel febbraio del 2016.

Nel 2013, con una storica sentenza sulla presenza della mafia calabrese al nord, erano stati comminati 15 ergastoli a vario titolo per i tre omicidi e poi nel giugno 2014 in appello erano state confermate 13 condanne al carcere a vita, mentre per altri imputati erano state ridotte le pene.

Infine, la Suprema Corte due anni e mezzo fa annullò con rinvio l’ergastolo per sette imputati per l’omicidio del marzo 2009 di Rocco Stagno, il cui cadavere, mai ritrovato, sarebbe stato dato in pasto ai maiali. Vennero confermati 4 ergastoli (altri due, invece, annullati con rinvio) inflitti, a vario titolo, per la morte di Novella, freddato nel luglio 2008 in un bar perché voleva rendere autonoma la 'ndrangheta lombarda dalla "casa madre! calabrese, e per l’omicidio di Antonio Tedesco, ammazzato nell’aprile 2009 e poi sepolto all’interno di un maneggio.

Tra gli imputati dell’appello 'bis' figurano Rocco Cristello, Christian Silvagna e Domenico Tedesco. Nel suo intervento il pg ha fatto notare che la Cassazione ha chiesto solamente di colmare alcune lacune nelle motivazioni delle condanne e che non è in discussione, come sostengono invece le difese, la «attendibilità» del pentito Antonino Belnome che fece riemergere quei casi di 'lupara biancà. La sentenza è prevista per il 15 ottobre.

“Lupara bianca” durante faida, 7 arresti nel napoletano

Era il luogotenente di un boss, Antonino D'Andò, e fu vittima di una "lupara bianca" non per nascondere l'omicidio ma per mettere in evidenza che quella era la fine che meritavano coloro che, come lui, non si erano allineati ai nuovi assetti di vertice del clan. É quanto ha scoperto la Squadra Mobile di Napoli nell'ambito di indagini, coordinate dalla DDA. Di D'Andò, si sono perse le tracce il 22 febbraio del 2011: era legato al boss Carmine Amato, capo dell'omonimo clan 'scissionista'. Non vedeva di buon occhio l'ascesa al potere di Mariano Riccio, genero di Cesare Pagano, capo dell'altra componente degli "scissionisti". Un omicidio eccellente ricostruito grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Sette le persone ritenute coinvolte - tra mandanti ed esecutori materiali - a cui sono state notificate altrettante misure cautelari. D'Andò finì in una trappola: fu ucciso da un parente della famiglia Pagano durante un finto summit e, secondo quanto si è appreso, poi sciolto nell'acido

“Firme false” alle elezioni comunali di Catanzaro Tutti rinviati a giudizio, c’è anche Domenico Tallini

CATANZARO - Sono stati tutti rinviati a giudizio gli imputati nel processo denominato "Firme false" su presunte irregolarità commesse nella raccolta delle firme per la presentazione delle liste in occasione delle elezioni comunali tenute a Catanzaro nel 2011. Lo ha deciso il gup di Catanzaro Paola Ciriaco fissando per il 25 febbraio l’inizio del processo davanti al giudice monocratico.

Tra gli imputati figura il consigliere regionale ed ex consigliere comunale Domenico Tallini, di Forza Italia, e l’ex assessore comunale Massimo Lomonaco. A giudizio anche Barbara Veraldi, segretaria del movimento "Per Catanzaro", Onofrio Dominiaci, dipendente comunale dell’ufficio anagrafe, Maurizio Vento, l’ex vicepresidente del consiglio provinciale Michele Leone, Angelica Mauro, Tommaso Caruso, Immacolata Dolce, Giovanni Dolce, Elena Leone, Emanuele Carioti, Giulia Montesano e Filippo Lacanna.

Devono rispondere, a vario titolo di violazione della legge elettorale, falso ideologico e materiale in atto pubblico e favoreggiamento personale. Secondo l’accusa, nel corso delle elezioni amministrative, vi furono delle false attestazioni di autenticità delle firme per la presentazione della lista "Per Catanzaro". 

Sanità, il Tar Calabria boccia due decreti di Scura Sono da rivedere i budget per le strutture private

CATANZARO - Il Tar di Catanzaro ha annullato i decreti numero 72 e 87 del 2018 emanati dal commissario ad acta per la sanità calabrese, Massimo Scura, in materia di budget per le strutture sanitarie private. Lo rende noto Anisap Calabria, associazione rappresentativa dei proprietari di strutture ambulatoriali che, insieme all'altra associazione Federlab, aveva presentato ricorso contro i provvedimenti commissariali.

In particolare, il Tar ha annullato un primo decreto di Scura, che fissava la "definizione dei livelli massimi di finanziamento per le strutture private accreditate per l'acquisto di prestazioni sanitarie di assistenza specialistica ambulatoriale", e ha annullato anche un secondo decreto del commissario, collegato al primo, che fissava gli stessi tetti, ma per le strutture che erogano "prestazioni ospedaliere per acuti e post acuti".

Secondo il presidente dell'Anisap Calabria, e presidente nazionale di FederAnisap, Edoardo Macino, "con questi decreti il commissario aveva spostato 23 milioni di euro dalle strutture di specialistica ambulatoriale alle case di cura private accreditate, non garantendo i livelli essenziali di assistenza nella specialistica ambulatoriale. Un'operazione immediatamente contrastata dall'Anisap che - ricorda Macino - si è rivolta al Tar e alla giustizia civile e penale. Oggi la prima sentenza del Tar di Catanzaro che ha bollato i decreti di Scura come 'eccesso di potere' definendoli 'irragionevoli, carenti di motivazione, con una istruttoria difettosa'".

In una nota, Macino osserva che "purtroppo i danni che Scura ha provocato con questi suoi decreti, con la sua arroganza e con il suo eccesso di potere, non è facile ripararli. In questi mesi numerose strutture di specialistica ambulatoriale, costrette dalla necessità, hanno venduto, il valore sul mercato è diminuito, molti professionisti hanno perso il posto di lavoro, molti cittadini non hanno potuto godere del diritto all'assistenza, in quanto non sono stati garantiti i livelli essenziali di assistenza. Se questo signore avesse un minimo di dignità dovrebbe rassegnare immediatamente le dimissioni ed andarsene e se non dovesse farlo il Governo ha il dovere di allontanarlo da un incarico così delicato. L'Anisap e la Calabria - conclude il presidente di Anisap regionale - attendono le decisioni del Governo: questo è il momento delle decisioni, se il Governo non dovesse procedere al suo immediato allontanamento si assume una grave responsabilità che i cittadini non capirebbero".

Dinasty 2 do ut des, nuova tegola per l’ex giudice Pasquin La Cassazione rigetta l’istanza di revisione del processo

VIBO VALENTIA - Da un lato la conferma dell’espulsione dalla magistratura (LEGGI LA NOTIZIA), dall’altro il rigetto del ricorso finalizzato a chiedere una revisione del suo processo. Due sentenze emesse nel giro di poche settimane dalla Suprema corte di Cassazione a carico dell’ex presidente della sezione civile del Tribunale di Vibo, Patrizia Pasquin, condannata in via definitiva a due anni e otto mesi di reclusione per corruzione in atti giudiziari.

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Per quanto concerne la prima, i giudici del Palazzaccio erano chiamati ad esaminare il ricorso dell’ex magistrato a seguito della pronuncia del Csm. A parere della Suprema Corte tale verdetto non ha riscontrato «alcun elemento idoneo a fornire una qualche parvenza di giustificabilità nel comportamento dell’incolpata, tale da indurre ad una riflessione sulla eventualità di una graduazione della sanzione. Non merita, poi, obiezioni la pronuncia disciplinare del Csm che ha rilevato l’estrema gravità dei fatti, evidenziando che il reato di corruzione in atti giudiziari commesso da un magistrato costituisce una condotta che attinge al massimo livello di intollerabilità da parte dell’ordinamento, qualunque e di qualunque entità ne sia l’utile che se ne trae, ed è fonte di discredito per la magistratura».

(LEGGI LA NOTIZIA SULLA CONDANNA DELL'EX GIUDICE PASQUIN)

Per quanto concerne, poi, la seconda sentenza, l'istanza di revisione del processo si fondava sul presunto contrasto della sentenza di condanna nei confronti della ricorrente in relazione al reato di corruzione in atti giudiziari - per avere, nella sua qualità di Presidente di sezione del Tribunale di Vibo Valentia, messo a disposizione la propria funzione giudiziaria a beneficio di Antonio Ventura nell'ambito della procedura fallimentare che lo riguardava - emessa dalla Corte d'appello di Salerno in data 24 maggio 2013 e divenuta irrevocabile il 5 novembre 2014 (a seguito del rigetto del ricorso per Cassazione), con altre pronunce che hanno riguardato Domenico Marchese, avvocato della procedura concordataria, anch'egli imputato del medesimo delitto, assolto per non aver commesso il fatto (sentenza emessa in data 28 giugno 2007 dal Gip presso il Tribunale di Salerno), nonché Ventura, Pierina Penna e Rosaria Ventura, presunti corruttori, rispetto ai quali il medesimo reato è stato dichiarato prescritto (sentenza emessa in data 17 aprile 2015 dalla Corte di appello di Salerno).

Ma per la Cassazione, il ricorso «è manifestamente infondato, posto che, come correttamente messo in evidenza dalla Corte di appello, quest'ultimo è stato assolto per non avere commesso il fatto, difettando la prova della condotta ausiliatrice del difensore dei Ventura nella corruzione della Pasquin».