Cosa succede a La Stampa tra scioperi e riorganizzazione

Molinari ha presentato il piano di digitalizzazione voluto da Elkann. Accompagnato però da tagli a compensi e fogliazione, prospettiva di cassa integrazione e sette trasferimenti da Roma a Torino. Così i giornalisti sono andati allo scontro. Pronti a sfiduciare il direttore. In redazione serpeggiano delusione e sconcerto.

È a Torino, dove apparentemente le acque non erano proprio agitatissime (qualche mugugno in redazione per licenziamenti tra i poligrafici, voci ricorrenti ma mai confermate di una uscita del direttore Maurizio Molinari), che sono iniziate le grandi manovre destinate a ridisegnare in tempi brevi l’editoria italiana.

PROTESTA PESANTE CHE HA SORPRESO ELKANN

La Stampa non è andata in edicola sabato 15 e domenica 16 febbraio 2020 per uno sciopero deciso dai suoi giornalisti, che hanno anche ritirato le proprie firme sia dal giornale di carta sia dal web a tempo indeterminato. Risposta pesante, che non ha mancato di sorprendere John Elkann, tornato da poco editore dello storico giornale della famiglia Agnelli.

DOPO QUATTRO ANNI, ALL’IMPROVVISO IL PIANO

Piccola cronologia a monte. Venerdì 14 il Molinari ha presentato ai capiredattori e al comitato di redazione un piano di riorganizzazione del giornale. Lì per lì, tutti a chiedersi come mai il piano si fosse materializzato soltanto ora, visto che il direttore, che c’è da quattro anni, prima non aveva preso alcuna iniziativa in tal senso.

GLI SPUNTI PER SCANAVINO DALL’EDITORIA INTERNAZIONALE

L’interpretazione, quasi ovvia, è che la decisione sia proprio il frutto del cambio di proprietà, anche alla luce del fatto che da qualche tempo il plenipotenziario di Elkann, Maurizio Scanavino, ha visitato una serie di importanti realtà editoriali internazionali per ricavarne idee e suggestioni buone da applicare in casa.

DUE TURNI E DIVISIONE TRA HARD NEWS E SOFT NEWS

Prendendo spunto da varie esperienze nordeuropee il progetto di Molinari è stato accolto positivamente. In sintesi, la redazione viene divisa in hard news e soft news, cioè primo piano e secondo piano, e dedicata prevalentemente al sito con turni dalle 7 alle 15.15 e dalle 14.45 alle 23, più un turno di notte per pochissimi redattori. Un ammodernamento presentato con qualche modifica all’organico, che ha visto mettere da parte una serie di figure stanche lasciando spazio ai più motivati.

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Da destra John Elkann, il direttore de La Stampa Maurizio Molinari e il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia. (Ansa)

UN ERRORE DI TEMPISMO HA PORTARTO ALLO SCONTRO

Tutto bene dunque? Non proprio, perché (e qui forse l’editore ha mostrato, se non ingenuità, un difetto di tempismo) il piano è stato accompagnato da una serie di altre decisioni che hanno portato al successivo scontro tra le parti.

NIENTE INVESTIMENTI NÉ ASSUNZIONI, ANZI

La prima è che la digitalizzazione non parte sul modello Washington Post con investimenti e assunzioni, ma a costo zero, con tagli ai compensi per straordinari e domeniche, la minaccia di una futura cassa integrazione finalizzata a prepensionamenti e, come se non bastasse, con un parallelo taglio della fogliazione nazionale di carta da 40 a 32 pagine e degli inserti settimanali cartacei Tuttosoldi, TuttosaluteTuttigusti. Esercizi di stile, che diventano canali web verticali.

SETTE TRASFERIMENTI DELLA DISCORDIA DA ROMA A TORINO

Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso e ha portato alla decisione di scioperare (a La Stampa, dove la parola sciopero non veniva pronunciata da anni, negli ultimi mesi ne sono stati indetti tre) è stata la decisione di spostare dal 2 marzo da Roma a Torino sette redattori, di cui sei donne.

UNA STRATEGIA PER INCENTIVARE L’USCITA

Come sa chi è avvezzo a strategie sindacali, il trasferimento della sede di lavoro risponde alla speranze dell’editore che i giornalisti non accettino e decidano sua sponte di andarsene. Molti i precedenti in merito. L’ultimo, quello della chiusura della sede romana de il Giornale, con relativo spostamento di 18 redattori a Roma, non ha dato però l’esito immaginato visto che quasi tutti, pur di non perdere il lavoro, hanno accettato lo spostamento.

SPERANZE DEI GIORNALISTI GIÀ DELUSE

A Torino, mentre il giornale continua a uscire senza le firme, l’atteggiamento prevalente oscilla tra la delusione e lo sconcerto. Convinti di essere stati considerati dalla gestione De Benedetti il fratello minore de la Repubblica, erano sicuri che il ritorno del loro storico editore segnasse un riequilibrio paritario dei ruoli. Ma se il buongiorno si vede dal mattino, probabilmente i giornalisti de La Stampa si sono sbagliati.

E SI SUSSURRA ANCHE DI UNA SFIDUCIA AL DIRETTORE

Così, tra bellicosi propositi di alzare il livello dello scontro fino, si sussurra, alla possibile sfiducia del direttore, e attese su un futuro che è ancora tutto da disegnare (l’operazione del passaggio da Gedi a Exor deve essere formalizzata ad aprile) a Torino si aspettano con una certa apprensione le prossime mosse. In primis gli interventi su la Repubblica, che potrebbero ridimensionare le ambizioni nazionali del quotidiano torinese.

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Tensione alle stelle tra Mainetti e il Foglio

L'editore, che era all'oscuro, disconosce la battaglia tra la direzione del giornale e il Dipartimento per l'Editoria. Negli anni contestati i proprietari erano altri. Nel 2018 fu la redazione a criticare un suo intervento in difesa del primo governo Conte.

L’editore del Foglio Valter Mainetti prende le distanze dalla battaglia sui contributi pubblici tra la testata e il governo che rischia di portare alla chiusura del giornale fondato da Giuliano Ferrara. Un articolo molto informato di Primaonline racconta come l’immobiliarista editore, in scontro aperto con la redazione, consideri gli accertamenti della Guardia di Finanza come un problema non lo riguarda, perché sono relativi a 6 milioni di contributi versati al giornale nel 2009 e 2010, anni in cui lui non ne era ancora diventato proprietario.

MAINETTI IN BUONI RAPPORTI CON IL DIPARTIMENTO PER L’EDITORIA

Una presa di distanze dovuta anche, secondo le indiscrezioni, al fatto che la direzione del Foglio non l’abbia avvisato prima di sferrare alla vigilia di Natale il suo attacco al governo, e in particolare al Dipartimento per l’Editoria con il quale Mainetti sarebbe in buoni rapporti.

Valter Mainetti.

Un «cavatevela da soli» che suona anche come una vendetta servita fredda per un contro editoriale pubblicato dal Foglio e titolato “La voce del padrone” in cui la redazione si dissociava da un intervento di Mainetti sul quotidiano diretti da Claudio Cerasa a favore del Conte I. Una ferita apertasi nel giornale tra proprietario e direzione nel giugno 2018 che da allora non si è mai rimarginata.

IL PASSAGGIO DI MANO DAL 2016

La società di Mainetti, spiega Primaonline, «ha acquisito il completo controllo della società proprietaria del Foglio solo nel 2016, mentre all’epoca delle contestazioni della Guardia di Finanza le quote appartenevano ancora a Veronica Lario (38%), all’imprenditore Sergio Zancheddu (25%), a Denis Verdini (15%), a Giuliano Ferrara (10 %) e allo stampatore Luca Colasanto (10%)». 

TOTALE AUTONOMIA DEL GIORNALE RISPETTO ALLA PROPRIETÀ

Da quando l’immobiliarista è diventato proprietario, continua il giornale online, «il rapporto con ‘Il Foglio Quotidiano società cooperativa’ (…) editore e destinataria dei contributi statali, è regolato da un dettagliato contratto di affitto per la pubblicazione della testata (…) che prevede a fronte di un ‘canone’ anche la totale autonomia, tanto nella gestione economica che nella linea politica».

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Putin firma la legge contro i giornalisti “agenti stranieri”

Le autorità potranno bollare reporter indipendenti e blogger con una definizione molto simile a quella di "spia".

Il presidente russo Vladimir Putin ha firmato ieri sera una controversa legge che permette alle autorità russe di bollare come «agenti stranieri» anche gli individui, compresi i blogger e i giornalisti. La legge prevede che un individuo o un ente giuridico russo che diffondano notizie prodotte da testate inserite nella lista nera degli agenti stranieri o partecipino alla loro creazione possano essere riconosciuti a loro volta come «agenti stranieri». La legge entra in vigore immediatamente.

LA RISPOSTA AGLI USA

Il provvedimento era stato approvato in via definitiva dalla Duma il 21 novembre e dal Senato il 25. Per Amnesty International e Reporter senza frontiere si tratta di «un ulteriore passo verso la limitazione dei media liberi e indipendenti» in Russia. Il marchio di «agente straniero», che tanto ricorda quello di «spia», è usato dal Cremlino per contrassegnare le organizzazioni che ricevono fondi dall’estero e sono impegnate in non meglio precisate «attività politiche». Dal novembre del 2017, dopo che la tv finanziata dal Cremlino Russia Today era stata a sua volta definita «agente straniero» negli Usa, questa definizione in Russia è applicabile anche ai media. Le organizzazioni identificate come «agente straniero» devono presentarsi come tali nei materiali che producono.

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