Cosa c’è dietro la giravolta “moderata” di Salvini contro Meloni

Fratelli d'Italia cresce nei sondaggi. Così la Lega prova a reinventarsi "destra non radicale". Per costruire un'alleanza centrista che accrediti il Carroccio anche a livello internazionale. Cercando il dialogo persino con Renzi. Ma l'orizzonte di voto è rimandato almeno al 2021.

Un selfie non è bastato a siglare la tregua. La foto pubblicata da Matteo Salvini e Giorgia Meloni non ha infatti smorzato le polemiche tra i duellanti del centrodestra, Lega e Fratelli d’Italia.

SCINTILLE FRUTTO DELLA COMPETIZIONE CHE CRESCE

Anzi, come spesso accade, i selfie trasudanti armonia sono un termometro delle tensioni in aumento e servono alla propaganda per provare a celarle. Le scintille sono il frutto della competizione, seppure negata in pubblico dall’ex ministro dell’Interno, tra i due partiti.

FDI SALE, LA LEGA CALA: INSOFFERENZA IN VIA BELLERIO

La crescita nei sondaggi di Fdi e il trend di frenata (e qualche volta di calo) della Lega aumentano l’insofferenza dei vertici di via Bellerio, che per questo motivo hanno iniziato a studiare scenari diversi per il futuro con un orizzonte di voto alle Politiche almeno per il 2021. L’obiettivo? Un centrodestra cucito a misura di Salvini, con una costellazione di forze centriste e moderate a fare da pretoriani, anche per accreditare il (fu) Carroccio presso le cancellerie europee.

Alla faccia di chi vuol farci litigare

Posted by Giorgia Meloni on Monday, February 10, 2020

NUOVA STRATEGIA GIÀ DALLE REGIONALI 2020

E non escludendo a priori neppure il dialogo con Italia viva di Matteo Renzi per mettere all’angolo della destra il partito guidato da Meloni. Una strategia destinata a partire fin dalle Regionali: dopo la sconfitta in Emilia-Romagna, le elezioni della primavera 2020 hanno acquisito ancora maggiore importanza per Salvini. Soprattutto nelle regioni del Sud: in Campania e in Puglia la Lega non vuole limitarsi a un ruolo ancillare.

LA LINEA DI GIORGETTI: BASTA CON TENTAZIONI DI ITALEXIT

È già stata messa a punto la macchina della propaganda leghista tutta orientata al riposizionamento “moderato” del partito, sotto la regia attenta di Giancarlo Giorgetti. L’incontro con la stampa estera ha rappresentato alla perfezione l’obiettivo di rinnovare l’immagine davanti alle diplomazie mondiali: una forza affidabile, non più anti-sistema. Giorgetti ha così piantato un paletto: basta tentazioni di Italexit. La Lega è per restare nell’Unione europea. «Se dico che non usciamo, non usciamo. Punto», ha sentenziato l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, in un’intervista al Corriere, con buona pace dei parlamentari no euro Claudio Borghi e Alberto Bagnai.

Giancarlo Giorgetti e Matteo Salvini.

Non ambisco a rappresentare la destra radicale

Matteo Salvini

Una frase che sembra fare il paio con il «non ambisco a rappresentare la destra radicale», pronunciata da Salvini e che ha fatto sobbalzare dalla sedia i vertici di Fdi, che hanno replicato con una buona dose di irritazione.

TRA MATTEO E GIORGIA NON SOLO DIVISIONI PERSONALI

La Lega è al lavoro, in silenzio, per svincolarsi dagli eredi di Alleanza nazionale: una presenza troppo ingombrante, perché Giorgia Meloni non è certo un alleato tenero; sa occupare la scena mediatica, talvolta rubandola proprio a Salvini. Ma non è solo una questione personale: ci sono dei dossier su cui l’intesa sarebbe difficile anche solo da immaginare. Basti pensare all’autonomia, tema finito sotto traccia ma che resta fondamentale per i governatori leghisti del Nord, Attilio Fontana (Lombardia) e Luca Zaia (Veneto).

Matteo Salvini e Giorgia Meloni. (Ansa)

ALLA RICERCA DELLA STAMPELLA DI FORZA ITALIA

Al confronto i tavoli con il Movimento 5 stelle e l’allora ministra per il Sud, Barbara Lezzi, sarebbero ricordati come una passeggiata di salute. Perciò è meglio progettare un centrodestra con la Lega a fare da traino, appoggiata sulle stampelle dei moderati di Forza Italia o di quel che diventerà nei prossimi mesi visto lo sfarinamento in atto tra gli azzurri.

FIGURA CHIAVE TOTI, PIÙ CHE CARFAGNA

Anche per questa ragione Salvini continua a tenere in grande considerazione il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, fondatore del piccolo partito Cambiamo. L’auspicio è che sia lui, più che Mara Carfagna, a raccogliere l’eredità di quell’area. Del resto Toti è stato sin dal principio il più leghista dei forzisti, molto prima dell’addio al partito di Silvio Berlusconi.

Giovanni Toti e Mara Carfagna.

E RENZI SI STA DIMOSTRANDO IL MIGLIOR ALLEATO…

Tra i corridoi dei Palazzi si muove altro, con risvolti tutti da verificare. La Lega continua a studiare con interesse le mosse dell’altro Matteo, quel Renzi che si sta rivelando il miglior alleato del centrodestra nell’azione di logoramento del governo Conte 2. Nessuno ufficialmente è talmente spregiudicato da fare aperture all’ex presidente del Consiglio, nella consapevolezza che in questa fase sarebbe puro autolesionismo. Perciò viene stroncata sul nascere qualsiasi ipotesi di governo con Lega e Italia viva in questa legislatura, fosse anche un esecutivo istituzionale.

salvini renzi accordo retroscena
Matteo Salvini e Matteo Renzi.

CONVERGENZE SU PRESCRIZIONE ED ECONOMIA

Il rapporto di simpatia personale tra Salvini e Renzi è comunque un fatto assodato. In pubblico si beccano in un gioco delle parti funzionali a entrambi per legittimarsi come avversari. Ma già nelle votazioni in parlamento sulla prescrizione si sono verificate convergenze. E in materia di fisco ed economia la distanza tra i “due Mattei” non è affatto siderale.

MA SE SI VOTASSE SUBITO TUTTA LA STRATEGIA CROLLEREBBE

La strategia leghista è in ogni caso legata al fattore temporale. Un centrodestra a guida Salvini e libero da Meloni è ipotizzabile solo con un orizzonte di voto alle Politiche quantomeno nel 2021, per cercare di sgonfiare il consenso di Fratelli d’Italia. Tuttavia, in caso di un definitivo sfaldamento del Conte 2 e un eventuale ritorno al voto, non ci sarebbe scelta: la Lega dovrebbe fare i conti con la realtà dei voti e accettare l’alleanza con Fratelli d’Italia, quel partito che dallo stesso Salvini è stato relegato a rappresentare la «destra radicale».

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Matteo Salvini tenta di smarcarsi da Giorgia Meloni

Il centrodestra ha cominciato a scricchiolare. Nonostante le rassicurazioni a corredo del selfie sorridente di Matteo Salvini e Giorgia Meloni..

Il centrodestra ha cominciato a scricchiolare.

Nonostante le rassicurazioni a corredo del selfie sorridente di Matteo Salvini e Giorgia Meloni dalla foiba di Basovizza in occasione del Giorno del Ricordo.

Alla faccia di chi vuol farci litigare

Posted by Giorgia Meloni on Monday, February 10, 2020

MELONI AFFILA LE UNGHIE: I PATTI SI RISPETTANO

La leader di Fratelli d’Italia affila le unghie e riferendosi alle candidature per le prossime Regionali in Puglia e Campania ha messo in chiaro che i patti, tra alleati, si rispettano. Cercando di arginare il pressing leghista. «Se Salvini pretende di indicare i candidati di Fratelli d’Italia e di Forza Italia mette a rischio l’unità del centrodestra», aveva attaccato il capogruppo FdI alla Camera, Francesco Lollobrigida. «Il centrodestra si deve rinnovare e bisogna guardare al futuro», ha puntualizzato Nicola Molteni, chiedendo «candidati nuovi, freschi e vincenti».

SALVINI: LA LEGA NON È DESTRA RADICALE

In risposta, Matteo Salvini si è in qualche modo smarcato da Meloni, in crescita nei sondaggi. «Non essendo destra radicale non abbiamo competitor», ha detto il segretario della Lega davanti alla stampa estera. «Noi siamo un partito che parla a tutti. Più crescono i movimenti alla nostra destra, ma non solo, meglio è. Non basta il nostro 30%. Non deve crescere solo Giorgia Meloni, ma Berlusconi, Toti. Se qualcuno cresce e noi restiamo al 30% meglio per tutti». Nel pomeriggio la risposta del partito di Meloni. «È una forzatura sostenere che Fratelli d’Italia rappresenti solo la destra radicale», hanno fatto sapere da FdI. «In Europa FdI ha la co-presidenza dei conservatori e ha rapporti con i repubblicani americani. Due realtà politiche molto diverse da quell’estrema destra che per molti ambienti europei è invece rappresentata dal partito della Le Pen e da AfD in Germania, che fanno parte dello stesso gruppo della Lega».

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Il “pizzino” di Maurizio Belpietro a Giorgia Meloni

Su Panorama le ha scritto, in sisntesi, di non rompere le scatole a Salvini, di non farsi illusioni su quel 10% elettorale e di lasciar perdere le lusinghe delle tivù soprattutto di guardarsi dagli elogi della sinistra che si appresta a fare di lei una specie di Gianfranco Fini in gonnella.

Giorgia Meloni ha ricevuto oggi un severo ammonimento, sulle pagine di Panorama, dal direttore-editore del settimanale, Maurizio Belpietro.

Uno dei più estremisti giornalisti di destra le ha scritto, in sintesi, di non rompere le scatole a Matteo Salvini, di non farsi illusioni su quel 10% elettorale che la leader di Fratelli d’Italia si è guadagnato dopo anni di lavoro, di lasciar perdere le lusinghe delle televisioni e soprattutto di guardarsi dagli elogi della sinistra che si appresta a fare di lei una specie di Gianfranco Fini in gonnella, cioè una donna di destra che perde l’anima e quindi i voti.

Come Fini sbagliò a contendere la leadership a Silvio Berlusconi, così Meloni farebbe un errore a insidiare il capo della Lega. Se non fossimo di fronte a un articolo inutilmente lungo, diremmo che alla Meloni è arrivato un pizzino.

SALVINI, UN FENOMENO MEDIATICO COSTRUITO DALLA DESTRA

L’intervento ammonitore di Maurizio Belpietro conferma una tendenza che è visibile da anni. La debolezza della politica non solo ha consentito l’arrivo di politici improbabili, ma soprattutto a creato l’illusione in alcuni colleghi giornalisti di essere diventati i veri padroni del campo. Si ripete a destra ciò che è accaduto a sinistra quando, fra editoriali di Eugenio Scalfari e pensose articolesse dei boys di Paolo Mieli, la sinistra ha perso la testa e se stessa finendo in un vicolo cieco venendo subitaneamente rimproverata dagli stessi suoi mandanti per averla persa. Veri dèmoni.

Tanti giornalisti senza vergogna, appena il Cavaliere ha cominciato a perdere, lo hanno abbandonato e spesso ridicolizzato

A destra era già accaduto con Berlusconi. Capo vero, uomo di fascino, ricchissimo si era trovato circondato non solo di belle figliole che poi l’hanno condotto alla rovina, ma soprattutto da giornalisti compiacenti che hanno distrutto moralmente ogni avversario che si presentava sulla scena e spacciato per verità cazzate immani come la storia di Ruby nipote di Mubarak.

Maurizio Belpietro (foto di Claudio Furlan/LaPresse).

Questi giornalisti senza vergogna, appena il Cavaliere ha cominciato a perdere, lo hanno abbandonato e spesso ridicolizzato, tranne Alessandro Sallusti per fedeltà e per dovere editoriale. Guidati da uno svogliato Vittorio Feltri questo gruppo di colleghi della carta stampata e della tivù ha deciso di dare carte a destra approfittando della ascesa di un leader psicologicamente fragile, politicamente inconsistente ma aggressivissimo come Matteo Salvini.

IL LEADER DELLA LEGA SI È RIVELATO UN BLUFF

L’operazione tendente a rendere il leader della Lega un leader popolare è stata astuta perché tutto questo mondo ha dapprima con grandi allarmi creato il problema («aiuto, arrivano gli immigrati e i rom!») poi ha nominato sul campo un soldato sbruffone come “capitano” dei crociati anti-negri. Non tutte le operazioni riescono. Questo Salvini si è rivelato un guappo di cartone e ha inanellato una sciocchezza dopo un‘altra e si è rivelato il classico atleta delle gag che arrivato all’ultimo metro prima del traguardo si fa infinocchiare da un quisque de populo.

Il Fatto ha creato Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, la stampa di destra ha inventato Salvini

Insomma una persona seria – e i giornalisti di destra sono persone serie – dovrebbe cacciarlo a calci nel sedere. Solo che questi colleghi, come quelli giustizialisti guidati da Marco Travaglio, hanno creduto di scoprire il segreto del successo editoriale e del primato politica attestandosi alle spalle leader improbabile inventato da loro. Il Fatto ha creato Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, la stampa di destra ha inventato Salvini. Da qui copie, invettive, anime portate sull’orlo della guerra civile, notorietà e tanti quattrini e potere politico.

MELONI SCOMODA PERCHÉ LIBERA E DAVVERO DI DESTRA

Accade però che un bravo signore che abita dalle parti di Bologna sgonfi il palloncino Salvini e che il personaggio cominci ad apparire anche alla sua gente come un pupazzetto destinato a essere abbandonato fra qualche mese. Accade anche che a destra, un personaggio veramente di destra (per capirci quella destra che a uno come me fa venire l’orticaria) si faccia strada e senza padroni mostri una maggiore consapevolezza e soprattutto si metta a studiare da governante. Qui salta il giochino dei giornalisti di destra. Ma come? Abbiamo investito chili di stampa, di carta, di riprese televisive sul ragazzo del pub e ora arriva lei, limpidamente di destra, e vuole comandare senza il nostro permesso.

Giorgia Meloni e, sullo sfondo, Matteo Salvini.

Ecco quindi l’editoriale di Belpietro che ricorda alla Meloni di essere sempre la regina di Coattonia, termine che, se mai usato, da tempo nessuno più usa, almeno a sinistra, e di non farsi illusioni. Come Travaglio è il padrone assoluto dei cinque stelle e morirà con loro, così Belpietro e compagnia bella sono proprietari del cartellino di Salvini. E moriranno con lui. Ma prima vogliono evitare che la Meloni, che non controllano, si faccia strada. Sono in ballo potere e quattrini e Giorgia non può fare l’indipendente mettendo sul lastrico Belpietro, Porro, Giordano, e tutti gli altri facinorosi. Poi vi chiedete perché a me Meloni sta simpatica.

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Il grande inganno dell’l’Internazionale sovranista

Uniti solo dalla xenofobia e dall'antagonismo contro la sinistra, i leader della destra europei, persi nel loro nazionalismo, non possono avere progetti comuni. Il raduno di Roma servirà molto di più ad acuire ed esplicitare lo scontro per la leadership tutto italiano tra Meloni e Salvini.

L’incontro internazionale in corso a Roma delle destre mondiali è un fatto positivo. Ancora nulla si sa di quello che propongono. Conosciamo gli ispiratori dell’iniziativa, e soprattutto i leader e le leader politici che partecipano, ma la positività dell’evento sta nel fatto che finalmente ciò che è destra torna chiamarsi destra. Il fatto che amino definirsi “sovranisti” è del tutto irrilevante. Sono della scuola di chi ritiene questa definizione un camuffamento di antiche teorie di destra ed essendo un sostenitore dell’inevitabilità dello scontro destra/sinistra non posso che plaudire alla celebrazione di questo incontro.

Da quel che scrivono i giornali finora salviniani, i relatori italiani saranno un professore ex socialista, Marco Gervasoni (autore con Simona Colarizi di ottimi libri sul socialismo), e una giornalista ex comunista, Maria Giovanna Maglie. È un vero peccato che non siano stati convocati fior di pensatori conservatori di cui non faccio i nomi per non coinvolgerli in un rassemblement che probabilmente non gradiscono.

Hanno scelto, quindi, di far rappresentare gli italiani da due personaggi assai attivi nella comunicazione quotidiana mostrando ancora una volta come il tema del sovranismo sia l’apparenza piuttosto che la profondità del pensiero.

SI ACCENTE LA COMPETIZIONE TRA MELONI E SALVINI

Non c’è dubbio che questa Internazionale “annerita” veda la competizione tutta italiana fra Giorgia Meloni e Matteo Salvini. I due ormai sono in gara esplicita anche perché gli elettori hanno dato una spinta alla leader di Fratelli d’Italia e le hanno consegnato il titolo di competitrice del capo leghista. A favore della Meloni ci sono due fattori.

Meloni, nota sostenitrice di Ruby come nipote di Mubarak, è riuscita a darsi una immagine talmente antica da sembrare nuova

Il primo è la maggiore freschezza. Rispetto a Salvini, che appare sempre più una minestra riscaldata, una specie di Re Mida alla rovescia per il suo mondo, la Meloni, in politica da tempo immemore e nota sostenitrice di Ruby come nipote di Mubarak, è riuscita a darsi una immagine talmente antica da sembrare nuova. Meloni infatti gioca al limite della nostalgia per il fascismo. Non ha la nettezza nella chiusura del passato che ebbe Gianfranco Fini, ma accompagna proclami di amore per la democrazia (che sono assolutamente veri) a “sentiment” che galvanizzano l’elettore di destra che da decenni cerca casa.

I SOVRANISTI SONO UNITI SOLO DALL’ODIO VERSO LA SINISTRA E LA XENOFOBIA

Il vero inganno del raduno sovranista sta nel fatto che generalmente le Internazionali, pur rispettando le fisionomie nazionali, hanno punti in comune. Non si capisce che cosa unisca l’Ungheria guidata da Viktor Orban alla Francia che Marion MaréchalLe Pen vorrebbe guidare. Li unisce in verità la xenofobia ma questi leader di destra faticano a proclamarsi tali in senso assoluto, preferiscono lasciare questi temi alla polemica politica quotidiana. Il loro sovranismo dovrebbe prevedere un primato della nazione rispetto a una economia globalizzata, ma non c’è un solo atto, dichiarazione, proposta di legge che faccia intendere che la destra abbia un contenzioso con chi comanda sul mondo. I nemici sono i poveri.

La presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni incontra il primo ministro ungherese e leader del partito Fidesz Viktor Orban.

Il vero tratto comune è la contrapposizione alla sinistra che viene colta nel difficile passaggio dalla tragedia blairiana all’attuale indefinita collocazione in uno schema riformista annaffiato da sentimenti di sinistra. Quel che appare certo è che questa Internazionale sovranista non ha parentele con il grande mondo conservatore che ha ispirato autorevoli presidente statunitensi o capi di governo britannici o leader italiani e francesi. Non c’è Alcide De Gasperi, non c’è Charles De Gaulle, c’è la Lepen e ci sono Salvini e Meloni, per l’appunto.

Fra le tante stupidaggini di questi tempi vanno catalogate non solo la fine di destra e sinistra ma anche l’idea che il popolo sia di destra

Tuttavia sottovalutare questi tentativi di dare un’anima ai “reazionari” mondiale non vanno sottovalutati perché attorno a essi si raduna un popolo. “Un” popolo, non “il” popolo, perché fra le tante stupidaggini di questi tempi vanno catalogate non solo la fine di destra e sinistra ma anche l’idea che il popolo sia di destra. Il popolo di destra è di destra. Poi c’è un altro popolo che talvolta è maggioranza che ha la forza inclusiva che il popolo di destra non ha. La destra vive il paradosso Salvini: estremizzare il proprio popolo, portarlo al limite della guerra civile e poi scoprire che un passo più in là arrivano i carabinieri.

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C’è vita a destra oltre Salvini e Meloni

Da Giorgetti a Crosetto fino a Carfagna e Zaia: per il dopo-Salvini esistono leader competenti che sanno governare e fare politica. Ma questi potenziali candidati dovranno combattere contro l’esercito dei facinorosi dei giornali di destra che alimenta l'incendio sociale e ideologico.

Noi di sinistra ci dovremmo fare i fatti nostri. Nel senso che dovremmo restare indifferenti alle prime avvisaglie di scontro nel centrodestra sulla leadership. Certo un po’ di magone viene all’idea che prima o poi Matteo Salvini verrà retrocesso (come un Luigi Di Maio qualsiasi) perché questo Salvini è stato una mano di Dio per noi.

Senza di lui non avremmo riacchiappato il vecchio elettorato, le sardine sarebbero rimaste nelle scatolette, staremmo a discutere di Matteo Renzi e Carlo Calenda. C’è stato un tempo – tutto il periodo berlusconiano – in cui la sinistra, che inseguì pure Gianfranco Fini, sognava il leader di destra di rango europeo immaginandolo ben vestito, antifascista, ragionevole, di mezza-Casta, lontano dal popolo urlante.

Invece ci siamo beccati il Cavaliere e, se non fosse per l’età e per i suoi “vizietti”, quel diavolo sarebbe ancora a comandare. Invece ha lasciato l’eredità del centrodestra a un giovane pasticcione che non si accorge mai quando sta per fare, o dire, la cazzata e non ha attorno a lui uno/a che lo metta in guardia. Ma possibile – dico io – che non vi avanzi un Rocco Casalino anche per lui?

DA GIORGETTI A CROSETTO FINO A ZAIA, TANTI LEADER A DESTRA

Il sogno di inverno della sinistra, che spera nella volata di Giorgia Meloni ma poi teme che la giovane politica di destra si infili in una china lepenista, è senza dubbio Giancarlo Giorgetti. Giorgetti, se ci pensate, assomiglia tanto al mitologico leader di destra che può piacere a tutti. Parla poco, sa di cosa parla, ha un buon aspetto, è bene educato ma qualche vaffanculo riesce a dirlo, è leghista cioè di quella famosa costola della sinistra che purtroppo ormai non ci vuole più bene. Un altro che non dispiacerebbe è Guido Crosetto, il gigante buono che sa tutto, parla di economia come un professore della Bocconi, conosce i segreti del parlamento, capisce di strategie militari.

Luca Zaia si muove bene, conosce lo Stato, sa come muoversi, sa come mettere le mani su un dossier piuttosto che su un boccale di birra

Molti di noi hanno sognato anche la irresistibile ascesa di Mara Carfagna, donna elegante, competente, di destra, battagliera sui diritti civili, con l’unico difetto di assomigliare (non fisicamente, si capisce) al principe Carlo essendo come lui in attesa dell’abdicazione della sua regina che nel suo caso è Silvio Berlusconi. L’elenco potrebbe ancora infittirsi. Perché tacere, ad esempio, di Luca Zaia, governatore veneto che veste Zara, si muove bene, riesce in certi momenti a dire anche cose peggiori di Salvini ma ha più appeal di lui non fosse altro perché conosce lo Stato, sa come muoversi, sa come mettere le mani su un dossier piuttosto che su un boccale di birra.

C’È CHI VUOLE TENERE VIVO L’INCENDIO SOCIALE E IDEOLOGICO

Il problema di questi e altri candidati e candidate è che dovranno fare i conti non con gli elettori, o con i parlamentari affezionati a Salvini, ma dovranno combattere all’arma bianca contro l’esercito dei facinorosi che sui giornali di destra e sulle tivù di destra cerca ogni giorno di vigilare che l’incendio sociale e ideologico non si spenga.

Da sinistra, Vittorio Feltri e Maurizio Belpietro (foto Mauro Scrobogna/LaPresse).

Non penso solo a Vittorio Feltri, Nicola Porro, Maurizio Belpietro, Mario Giordano, Alessandro Sallusti, Franco Bechis ma anche a quegli altri che si nascondono, ad esempio l’esperta ultra-garantista, l’ex manager, l’ex scolorito ministro che pensavano di essere a un passo dalla presa (o ripresa) del potere al seguito di “Salvinuccio nostro” e che invece dovranno tornare alla casella di partenza.

Insomma in questi anni ci siamo presi uno spavento mica male, prima con Beppe Grillo poi con Salvini e non è detta che sia finita

Il successore di Salvini si dovrà chiedere anche come arrivare al cuore di Francesco Borgonovo, di Renato Farina, addirittura di Pietro Senaldi, per tacer della Maria Giovanna Maglie. Impresa quasi disperata. Insomma in questi anni ci siamo presi uno spavento mica male, prima con Beppe Grillo poi con Salvini e non è detta che sia finita e che non vengano anche tempi peggiori. Intanto sorridiamo, per qualche ora ancora, con Stefano Bonaccini. Solo che nessuno di noi avrebbe immaginato che ci fossero tanti nani e ballerine in giro per la Padania.

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Cosa sappiamo sul caso di stalking che ha colpito Giorgia Meloni e la figlia

La leader di Fratelli d'Italia ha testimoniato davanti ai pm raccontando la persecuzione subita negli ultimi mesi: «La notte non dormo più, da lui messaggi e video intimidatori».

«La notte non dormo, questa vicenda mi ha segnato. Ho paura per mia figlia, ha appena 3 anni». Ha raccontato il suo dramma di madre vittima di stalking, Giorgia Meloni, sentita il 29 gennaio nel processo a carico del suo “persecutore”, Raffaele Nugnes, arrestato nel luglio scorso dopo che aveva preso di mira l’esponente di Fratelli di Italia con una serie di messaggi pubblicati via Facebook e che riguardavano Ginevra, la figlia della Meloni.

L’OSSESSIONE PER LA BIMBA DI GIORGIA MELONI

Affermazioni farneticanti, al punto che nella prossima udienza il tribunale disporrà una perizia psichiatrica per l’imputato. «Lui sosteneva», ha detto Meloni rispondendo alle domande del pm, «che gliel’ho strappata, che la bambina era sua, che prima o poi sarebbe venuto a riprendersela a Roma». Meloni ha ricostruito la vicenda culminata con l’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari per «condotte reiterate, moleste e minacciose» ed eseguita dagli uomini della Digos l’estate scorsa nei confronti di Nugnes che vive a Trentola Duecenta, in provincia di Caserta. Per questa vicenda l’uomo era stato raggiunto anche da un foglio di via obbligatorio con divieto di ritorno per due anni nella provincia di Roma dopo che era stato fermato per due volte alla stazione Termini dagli agenti della Polfer.

MELONI: «IO COSTRETTA A CAMBIARE LE MIE ABITUDINI»

«Io vivo spesso fuori casa e il mio stato d’ansia è enormemente cresciuto», ha aggiunto Meloni, «perché ho dovuto prendere particolari cautele. Non bastava più la baby sitter per controllare mia figlia, non può essere mai lasciata sola». Nel procedimento l’esponente di Fdi si è costituita parte civile. «Ho appreso dei messaggi minatori solo quando, più o meno in contemporanea, sono stata allertata dalla Digos e da mia sorella alla quale era arrivato un video intimidatorio riconducibile all’imputato». Meloni ha ribadito di non avere mai »visto o conosciuto» l’imputato che era presente in aula. «Il mio modo di vivere è ovviamente cambiato. Ho avuto paura anche dopo un messaggio pubblicato dall’imputato in cui scriveva: ‘hai tempo tre giorni per venire dove sai, se non vieni sai cosa succede, vengo a Garbatella…’», ha detto. Dopo la sua drammatica testimonianza in aula, Meloni ha ricevuto messaggi di solidarietà del ministro della Salute, Roberto Speranza, della deputata di Italia Viva Maria Chiara Gadda e da parte di Stefano Fassina.

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Pd in ripresa, frena Giorgia Meloni: i sondaggi politici del 14 gennaio

I dem crescono di un punto e mezzo e arrivano al 18,4%. FdI scende al 10,4%. Lega ancora stabile al 32,9%. Le rilevazioni Swg per La7.

Il Pd, in queste ore riunito nel Conclave nell’abbazia di Contigliano, è in ripresa. Secondo il sondaggio settimanale Swg per La7, infatti, i dem salgono di un punto e mezzo: dal 17 al 18,4%.

La Lega di Matteo Salvini è sostanzialmente ferma al 32,9%, mentre subisce una battuta d’arresto Giorgia Meloni: Fratelli d’Italia scende dal 10,5% al 10,4%.

Forza Italia guadagna invece tre decimali passando al 5,8% dal 5,5%. Cambiamo del governatore della Liguria Giovanni Toti è fermo all’1%.

M5S IN CALO. ITALIA VIVA SOTTO IL 5%

Il sondaggio Swg registra anche il calo del M5s che passa dal 15,7 al 15,2%. Italia viva guadagna un decimale: dal 4,7 al 4,8%. Sempre sotto, sebbene di poco, della soglia di sbarramento ipotizzata dal Germanicum, la proposta di legge elettorale ora in commissione Affari costituzionali a Montecitorio.
Liberi e Uguali, partner di minoranza del governo, scende dal 3,7 al 3,1%. Non prende quota nemmeno Azione di Carlo Calenda passata al 2,9 dal 3,3%.

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Meloni si rassegni, la destra giornalistica non la ama

Feltri, Giordano e gli altri big hanno adottato Salvini. Neppure con il Cav furono così servili. Mentre la leader di Fratelli d'Italia li spaventa.

Vittorio Feltri e gli altri big della destra giornalistica hanno adottato Matteo Salvini. Lo trattano come il pupo di casa, lo difendono con accanimento, ne vantano qualità inesistenti, raccontano di minacce simili al famoso attentato che Maurizio Belpietro disse di aver subito. Neppure con Silvio Berlusconi furono così servili. Anzi, dire “servili” non è giusto, né beneducato, diciamo che neppure con Berlusconi furono così coinvolti. Il Cavaliere era il capo, il padrone, quello che li faceva felici con stipendi da favola e che raccontava storie bellissime come quella sulla nipote di Mubarak.

Feltri & Co si bevvero tutto quel liquido caramelloso perché Berlusconi combatteva la sinistra e anche ora questo gruppo di colleghi, nei giornali di carta e su Rete 4 (tranne Barbara), pur di annichilire la sinistra, è pronto a tutto. Con Salvini, però, è diverso. «È de loro», come dicono a Roma. Racconta palle inverosimili, fa cose scorrettissime che mandano in sollucchero tipini fini come Mario Giordano, dà l’idea che se va al potere a quelli di sinistra gli spacca quella parte del corpo lì dietro.

Obiezione: ma come può accadere che un gruppo di agguerritissimi colleghi che ne ha fatte più di Carlo in Francia si innamori di questo ragazzaccio che ha un’evidente voglia di non fare una mazza per tutta la vita? E ancora: ma come, avete a disposizione Giorgia Meloni, di destra autentica, e inseguite questo burlone che non si sa mai che cosa può dire e con chi può mettersi?

Il mondo di cui parliamo osannò i giudici di Mani Pulite. Divenne garantista solo quando andò al potere Berlusconi. L’orizzonte è tuttavia rimasto quella roba che chiamiamo l’antipolitica. Nel senso che si sentono tutti come Eugenio Scalfari, hanno l’ambizione di dettare le regole a politici che devono solo obbedire. Uno solo di loro, Vittorio Feltri, può ambire ad essere lo Scalfaretto di destra perché dovunque va trascina con sé lettori. Gli altri seguono l’onda. A Berlusconi dovevi obbedire, anche a Umberto Bossi dovevi obbedire, con Salvini fai quello che ti pare. Ecco il successo del puer birroso.

Giorgia Meloni, fatevelo dire da uno che sarebbe terrorizzato a vederla premier, a loro fa paura. La giovane donna è combattiva, ragiona con la sua testa, ha alle spalle uno come Guido Crosetto (tanta roba, in ogni senso), è «de destra» per davvero. Questo gruppo di giornalisti, oggi di destra, è stato democristiano, socialista, persino comunista, e in fondo non sopporta quelli di destra veri.

Meloni si vede chiaramente che ha una storia, che ha un passato il cui elogio reprime, e soprattutto che comunica emotivamente con il suo elettorato. A mano a mano che il Salvini si affloscerà (lui si ammoscia sempre), la Meloni andrà avanti. I giornali di destra già ne parlano, ma senza entusiasmo, senza suonare la fanfara. Arrivasse davvero una che non si fa mettere i piedi in testa, non dico da Feltri ma da Giordano, da Pietro Senaldi, da Giovanna Maglie e compagnia bella?

Poi Meloni è donna e con le donne si discute meno bene che con un chiacchierone da bar. Ovviamente il giorno in cui Meloni si avvicinerà a Salvini o lo supererà saranno tutti “meloniani”, con il timore però che una di destra vera può non trovare alleati che la portino alla premiership. Da qui il salvinismo coriaceo che oggi si è fatto più tosto dopo il ritorno in campo di Alessandro Sallusti, che per qualche mese era stato costretto a fare il berlusconiano moderato invece ora può urlare a più non posso. Dateci sotto ragazzi! È il vostro momento. Difendete il vostro bambolotto di pezza. Ma sappiate che dura poco e farete la solita figuraccia. Ricordate il proverbio napoletano: «A chi troppo s’acàla, ‘o culo se vede». «Culo» sapete cos’è, vi devo spiegare «s’acàla»? Non c’è bisogno.

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Lega sotto il 30%, lontani i tempi del 35% di luglio

In calo Salvini. Ma le intenzioni di voto si spostano verso la Meloni: Fratelli d'Italia dall'8,6% di ottobre all'11,3%. Il M5s scivola al 18,1%. Pd al 18,7%. Italia viva al 3,5%. Forza Italia recupera al 6,5%. I sondaggi Demos.

Praticamente un travaso di voti. Da Matteo Salvini a Giorgia Meloni. Sempre più a destra. Secondo il sondaggio Demos per la Repubblica domenica 8 dicembre 2019 la Lega è scesa sotto il 30%, esattamente al 29,5%, in leggero calo rispetto al 30,2% di ottobre, ma ormai lontana dal 35,3 di luglio. In contemporanea però ha fatto boom Fratelli d’Italia, passando dall’8,6% di ottobre all’11,3%, molto avanti rispetto al 6,5% di settembre.

CONTINUA LA CRISI DEI CINQUE STELLE

Il Movimento 5 stelle si è confermato in crisi, scivolando al 18,1%, mentre due mesi prima era al 20,6%. Piccola flessione per il Partito democratico, al 18,7%: in ottobre era al 19,1%. E un leggerissimo progresso di Forza Italia: il partito di Silvio Berlusconi è salito al 6,5% rispetto al 6,1% di ottobre.

IN CALO RENZI, SALGONO LEU E +EUROPA

In calo Italia viva di Matteo Renzi, che è passata dal 3,9% di ottobre all’attuale 3,5%. Infine avanzata per Liberi e uguali, balzati dal 2,4% di ottobre all’attuale 3,2% e piccolo progresso anche per +Europa, dal 2,1% di ottobre al 2,4% di oggi.

La rilevazione è stata condotta nei giorni 2-6 dicembre 2019 da Demetra con metodo mixed mode (CatiCamiCawi). Il campione intervistato (N=1276, rifiuti/sostituzioni/inviti 8070) è rappresentativo per i caratteri socio-demografici e la distribuzione territoriale della popolazione italiana di età superiore ai 18 anni (margine d’errore 2,7%).

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Perché le bugie di Salvini e Meloni porteranno l’Italia alla rovina

La guerra al Mes ripete un copione già visto che ci isolerà in Europa e causerà divisioni interne. Davanti a questa minaccia, la sinistra dovrebbe avere l'umiltà di unirsi per costruire un muro di resistenza civile.

Matteo Salvini dichiara di saper nulla del Salva Stati di cui ieri si è discusso in parlamento.

Le notizie su quell’accordo inter-Stati, come è stato ben detto durante la trasmissione Tagadà, erano invece sui maggiori giornali quando Salvini era ministro degli Interni con Giuseppe Conte.

Forse in quei giorni aveva già bevuto troppi moijto per sfogliare il Corriere della Sera, che va letto da sobri.

IL POTENZIALE ELETTORATO CREDE ALLE SCIOCCHEZZE DELLA DESTRA

Il guaio è che una gran parte dell’elettorato potenziale crede alle  sciocchezze di Salvini e di Giorgia Meloni dimenticando come i due abbiano nel proprio passato, o comunque in quello dei loro partiti, uno degli episodi più vergognosi e menzogneri della Storia d’Italia. Furono loro che stabilirono (cioè costrinsero il parlamento a votare) che la ragazza di Silvio Berlusconi era la nipote di Mubarak. Anche la battagliera Meloni, fustigatrice di presunte bugie di altri e dimentica delle proprie.

UN COPIONE GIÀ VISTO

Quello che viene fuori in questi giorni dalla destra è una sorta di ripetizione del copione che l’ha portata sulla cresta dell’onda. Si intimoriscono i risparmiatori, si favoleggia contro l’Europa (poi, come fa Salvini, si tratta sottobanco per entrare nel Partito popolare europeo) e quando si sarà fatta strada negli italiani di esser alla rovina si ritornerà sui migranti. La paura della miseria, l’odio verso la casta europea precedono sempre la xenofobia.

LEGGI ANCHE: La svolta moderata di Salvini è una barzelletta

È il copione della destra degli Anni 20 e 30. Ma non faccio paragoni con Mussolini e Hitler. Salvini e Meloni sono su un livello molto più modesto e saranno d’ora in poi impegnati in una battaglia fratricida per la leadership

PER IL PAESE SI AVVICINA UN’ALBA TERRIBILE

Perché è importante sottolineare che Salvini e Meloni sono due politici che dicono cose non vere, che agitano temi in cui non credono, e che addirittura attaccano posizioni da loro difese precedentemente? Per una ragione assai semplice. Perché, con buona pace di Alessandro Campi, politologo raffinatissimo e critico intelligente della sinistra, con questi due imbroglioni l’alba che si avvicina sarà terribile e porterà al governo, ancora una volta, la peggiore classe dirigente del Paese. Forse è bene che noi italiani si beva l’amaro calice fino in fondo. Forse è necessario immaginare scelte politiche, come quella delle Sardine, che sappiano smontare la catena di odio che viene fuori dagli interventi di Meloni e Salvini. Questa Italia che potrebbe uscire dalle prossime elezioni non sarà più un Paese europeo. Forse non sarà più un Paese. Non sarà un Paese europeo perché chi mai potrà fidarsi di questa classe dirigente di incendiari senza progetto? Non sarà un Paese perché la tentazione del potere assoluto tornerà a farsi viva e troverà una riposta adeguata che dividerà gli italiani.

È NECESSARIO COSTRUIRE UN MURO DI RESISTENZA CIVILE

Non capirò mai perché di fronte a questi due incompetenti che rischiano di prendersi l’Italia non si trovi l’umiltà di unirsi a sinistra. Dai giovani, dai movimenti delle donne questa richiesta viene. È un delitto non capirlo: chi vorrà sottrarsi a questo compito di creare un muro di resistenza civile contro la coppia dei facinorosi porterà grandi responsabilità. Loro non ci porteranno al fascismo. Non non ne sono capaci e noi li fermeremo prima. Ma percorreranno fino in fondo la strada dell’isolamento dell’Italia dall’Europa e della divisione degli italiani. Insisto: i pensosi intellettuali di destra sono soddisfatti? Avete un problema.

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Gli aggiornamenti sul dibattito del Mes del 1 dicembre

Salvini attacca ancora il premier: «Se passa danno grave per l'Italia». Ma Martina chiede a Di Maio di non dare altra benzina al leader del Carroccio per appiccare nuovi incendi.

Continua a tenere banco, tanto nella maggioranza quanto nell’opposizione, la questione sul Mes. Ecco che anche domenica 1 dicembre i leader dei principali partiti sono tornati a parlare sul Meccanismo europeo di stabilità. Come sempre il più agguerrito è stato Matteo Salvini. Ma non sono mancate nemmeno le dichiarazioni di Giorgia Meloni e Maurizio Martina.

COSA HA DETTO SALVINI SUL MES

«Domani sarò a Roma da italiano, curioso di sentire se il presidente del Consiglio ha capito quello che faceva e ha tradito. Oppure molto semplicemente non ha capito quello che stava facendo, perché tutto è possibile», ha detto Salvini a margine dell’incontro elettorale a favore di Lucia Borgonzoni in riferimento all’informativa sul Mes del premier Conte di lunedì 2 dicembre alle Camere. «E poi martedì sarò a Bruxelles perché non voglio che l’Italia sia rappresentata da qualcuno che cede nella battaglia ancora prima di cominciarla», ha aggiunto. Il leader del Carroccio ha anche detto che l’approvazione del Meccanismo europeo di stabilità «sarebbe un danno enorme per l’Italia e gli italiani».

MELONI AUSPICA LA CADUTA DEL GOVERNO

Anche Giorgia Meloni si è omologata al pensiero salviniano. Questa volta cambiando destinatario e passando da Conte a Di Maio. «Credo che dovrebbe cadere il governo sul Mes. Nel senso che se Di Maio ha un briciolo di dignità questo è il momento in cui lo deve dimostrare. Basta proclami, Luigi Di Maio. I numeri in Parlamento ce li hai tu», ha detto a margine dell’evento organizzato dal gruppo al Senato di FdI al teatro EuropAuditorium di Bologna. «Se non vuoi che il Mes venga sottoscritto devi dire che ritiri il sostegno del Movimento 5 stelle dal Governo nel caso passi. Basta fare i pagliacci e fare finta di dire una cosa per poi farne un’altra», ha aggiunto.

MARTINA GETTA ACQUA SUL FUOCO

«Io mi auguro che Di Maio non voglia dare altra benzina a Salvini per appiccare fuochi pericolosi per l’Italia. Salvini è un esperto di questa logica folle, Di Maio eviti di dargli una mano perché in gioco c’è la forza del nostro
Paese non il destino di una persona sola», ha invece detto Maurizio
Martina
ai microfoni di Sky Tg24.

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I sondaggi politici elettorali del 25 novembre 2019

Fratelli d'Italia per la prima volta supera il 10%. Brusca frenata della Lega che perde lo 0,9%. Stabili i partiti di governo.

Fratelli d’Italia continua la sua ascesa nel gradimento degli italiani e per la prima volta nella sua storia in un sondaggio nazionale raggiunge una percentuale a doppia cifra. Il partito di Giorgia Meloni, secondo la rilevazione di Swg per il TgLa7 del 25 novembre, passa dal 9,5% del 18 novembre al 10,1%. La Lega subisce una brusca frenata e perde in una settimana lo 0,9%, scendendo dal 34% al 33,1%. Variazioni meno significative per gli altri partiti, con il Pd che passa dal 18,3% al 18,1%, il M5s dal 16,2% al 16,5% e Forza Italia in calo dal 6,4% al 6%. Italia viva riprende a salire, passando dal 5% al 5,5%.

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Cos’è il Mes e perché Salvini e Meloni attaccano il governo

Infiamma la polemica sul meccanismo europeo di Stabilità, con Lega e Fratelli d'Italia che accusano il premier Conte di "tradimento". Ma cos'è e come funziona il fondo Salva Stati e quali sono gli aspetti più criticati della riforma? Il punto.

Se ne parla da giorni, si parla solo di quello, è il tema più cavalcato dalle opposizioni e sta creando spaccature anche all’interno della maggioranza.

È il Mes, il Meccanismo europeo di stabilità, istituto sovranazionale che ha fatto irruzione nel dibattito politico mettendo il presidente del Consiglio Giuseppe Conte sotto assedio da parte di Lega e Fratelli d’Italia.

L’accusa? Aver firmato di nascosto un accordo per trasformare «il Fondo Salva Stati in fondo ammazza Stati», ha tuonato il segretario della Lega. «Noi come Lega abbiamo sempre detto a Conte e a Tria che NON avevano il mandato per toccare il Mes», ha rincarato la dose il 20 novembre. «Se qualcuno ha agito, lo ha fatto tradendo il mandato del popolo italiano, e l’alto tradimento costa caro. Non è la prima volta che l’ex avvocato del popolo mente, ma la verità verrà fuori».

CONTE BUGIARDO! #STOPMES

Noi come Lega abbiamo sempre detto a Conte e a Tria che NON avevano il mandato per toccare il MES.Se qualcuno ha agito, lo ha fatto tradendo il mandato del popolo italiano, e l'alto tradimento costa caro. Non è la prima volta che l'ex avvocato del popolo mente, ma la verità verrà fuori.

Posted by Matteo Salvini on Wednesday, November 20, 2019

Ma che cos’è il Mes e perché sta facendo tribolare l’esecutivo?

LA PRIMA RISPOSTA ALLA CRISI GRECA

Chiariamo subito un aspetto. Il Mes non è una novità di questi giorni. Tirato in ballo prima dai leghisti Alberto Bagnai e Claudio Borghi poi da Salvini, il trattato istitutivo fu siglato all’interno dell’Eurozona il 2 febbraio 2012 e l’istituzione vera e propria fu inaugurata alla fine dello stesso anno. Era il periodo in cui l’Europa doveva far fronte alla crisi della Grecia e andava deciso se continuare a provare a salvarla (a Bruxelles era già stato definito un pacchetto di aiuti da 110 miliardi di euro), oppure fosse meglio abbandonare Atene al proprio destino, facendola scivolare fuori dal club europeo.

LEGGI ANCHE: Perché per uscire dalla spirale dei rendimenti negativi serve un’unione bancaria

La crisi greca rivelò ai vertici comunitari che l’Ue era esposta a bordate speculative fatali in momenti di recessione globale. Da qui la necessità di approntare una controffensiva che potesse operare in autonomia e celermente, senza attendere i tempi della politica. La risposta comunitaria fu la creazione di un’organizzazione intergovernativa da 160 dipendenti regolata dal diritto pubblico internazionale, con sede in Lussemburgo

COME FUNZIONA IL MECCANISMO EUROPEO DI STABILITÀ

Studiato per proseguire in modo più efficace l’opera del Fondo europeo di stabilità finanziaria (Fesf) istituito nel 2010, il Mes emette strumenti di debito per finanziare prestiti nei Paesi dell’Eurozona. Gli azionisti dell’organizzazione sono 17 Paesi membri dell’Unione che concorrono pro-quota (in base al proprio peso economico) al versamento di circa 80 degli oltre 700 miliardi di euro totali del fondo. L’Italia, per esempio, con i suoi 14 miliardi messi sul piatto, è il terzo sostenitore dopo Germania e Francia. Venendo alle funzioni, il Mes è autorizzato a concedere prestiti nell’ambito di un programma di aggiustamento macroeconomico, ma può anche acquistare titoli di debito sui mercati finanziari primari e secondari, aprire linee di credito e finanziare la ricapitalizzazione di istituzioni con prestiti ai governi dei suoi Stati membri.

IL MEMORANDUM FIRMATO DAGLI STATI UE

Considerato anche il Fesf, dal 2010 a oggi questo meccanismo è stato attivato cinque volte (per 295 miliardi) per salvare dal fallimento altrettante nazioni: oltre alla Grecia, è servito per rimettere i conti in ordine di Cipro, Spagna, Portogallo e Irlanda. Non si tratta di aiuti integralmente a fondo perduto (anzi, vanno restituiti, seppure a condizioni di favore): è stato infatti previsto che, per potervi accedere, gli Stati sottoscrivano preliminarmente un Memorandum of understanding finalizzato a predisporre pacchetti di riforme strutturali stabiliti dalla famigerata Troika (Commissione Ue, Banca centrale europea e Fondo Monetario Internazionale).

IL NOCCIOLO DELLA RIFORMA

L’intenzione dei Paesi del Nord Europa è ora quella di procedere con una riforma che da un lato aumenti l’indipendenza dell’organismo e, dall’altro, restringa le condizioni d’accesso. Secondo le bozze dell’accordo, infatti, i Paesi in difficoltà che vorranno usufruirne non potranno essere in procedura d’infrazione e dovranno avere da almeno un biennio un deficit sotto il 3% e un debito pubblico sotto al 60%. Il nuovo meccanismo di supporto sarà operativo, stando alla roadmap dell’Eurogruppo, entro dicembre 2023 ma potrebbe essere introdotto prima sulla base di una valutazione dei progressi compiuti nell’ambito della riduzione dei rischi che sarà effettuata nel 2020.

LE CRITICHE ITALIANE ALLA RIFORMA

Le critiche di chi si oppone alla riforma sono diverse, ma semplificando si potrebbero ricondurre a due ordini. Da un lato viene fatto notare che l’Italia, dovesse mai avere bisogno degli aiuti, con le nuove regole verrebbe automaticamente esclusa e, per potervi accedere, dovrebbe accettare, spalle al muro, una pesante ristrutturazione del debito. Questo non significherebbe solo essere costretti ad attenersi a un cronoprogramma scritto dalla Troika che per i gli italiani rischierebbe di essere lacrime e sangue, ma anche di trovarsi maggiormente esposti agli attacchi speculativi. Ristrutturare il debito è infatti ammissione dell’impossibilità di fare fronte a tutti gli impegni presi con i propri creditori. Insomma, una dichiarazione di insolvenza in piena regola, che deflagrerebbe tra gli investitori, mettendoli in fuga. In merito il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ha avvertito: «I piccoli e incerti benefici di una ristrutturazione del debito devono essere ponderati rispetto all’enorme rischio che il mero annuncio di una sua introduzione possa innescare una spirale perversa di aspettative di default».

IL TIMORE DI UNA SUPER TROIKA A TRAZIONE TEDESCA

La seconda critica ricorrente riguarda invece la governance del Mes che, per alcuni, diverrebbe persino legibus solutus, vale a dire che potrebbe operare al di sopra della legge. Se a questo aggiungiamo che già oggi il Managing Director del Fondo salva-Stati è il tedesco Klaus Regling e che la Germania è il maggior contributore, potrebbe concretizzarsi – dicono i detrattori – il pericolo di un istituto contemporaneamente sovranazionale e sovralegislativo teleguidato da Berlino.

#STOPMES ALLA CARICA

A opporsi con maggior vigore alla riforma la destra che, oltre a condividere le critiche appena esposte, evidenzia la beffa che l’Italia oggi sia il terzo finanziatore di un Fondo che le sarà precluso (non è del tutto vero: come si è visto, il nostro Paese ha messo 14 miliardi su oltre 700, perché il Mes si autofinanzia stando sul mercato). Come si è detto, è stato Salvini a tirare in ballo la questione (seguito a ruota da Giorgia Meloni e dal popolo del #StopMes), spolverando però qualcosa che era già al vaglio dei parlamentari da almeno cinque mesi. Come testimoniano infatti i resoconti stenografici della Camera, Conte riferì al parlamento dello stato dei lavori lo scorso 19 giugno elencando uno a uno i punti critici. All’epoca Salvini era ministro dell’Interno, eppure non fece alcuna polemica sul Mes. Il 18 giugno aveva twittato invocando la sterilizzazione di una donna rom e nelle ore seguenti avviava una querelle social con l’attrice porno Valentina Nappi, che lo aveva attaccato. Insomma, il leader della Lega in quei giorni pensava a tutt’altro. Ma non il collega Claudio Borghi che aveva presentato con altri deputati del Carroccio un’interrogazione all’allora ministro dell’Economia Giovanni Tria sull’iter della riforma. Tacevano, invece, pure i 5 stelle e il Pd, che pure all’epoca stava all’opposizione.

DICEMBRE, MESE CRUCIALE

Ma c’è un motivo se ora Salvini ha deciso di cavalcare in prima persona una questione già aperta. Nell’accordo raggiunto dall’Eurogruppo lo scorso 13 giugno era stato stabilito che, su richiesta tra gli altri di Italia e Germania, le procedure per le ratifiche nazionali venissero avviate solo quando tutta la documentazione sarebbe stata concordata e finalizzata con previsione quindi di aprire la discussione in parlamento nel prossimo dicembre. Sempre a dicembre e più precisamente il 10, è notizia delle ultime ore, il premier Conte riferirà alle Camere sul Mes. Vedremo se in quella data le forze politiche staranno più attente alle sue parole di quanto non accadde durante la seduta del 19 giugno scorso.

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L’antipolitica è finita, ora si combatta la destra anti italiana

Salvini e Meloni, vecchi rottami di governo, si sconfiggono solo con una vera svolta a sinistra radicale e riformista. Lasciamo loro il sovranismo, noi prendiamoci la Patria.

Il lento e inesorabile declino del Movimento 5 stelle testimonia che la lunga stagione dell’antipolitica e del populismo, né di destra né di sinistra, è finita.

Forse per qualche anno ancora ci sarà una pattuglia di deputati grillini, è probabile che una parte di cittadini incazzatissimi resti con i suoi capi attuali o con quelli che manderanno via Luigi Di Maio, ma la ricreazione è finita.

Arrivati al governo, cioè nel cuore della politica, i pentastellati si sono spenti e le loro idee, trasformate in proposte dell’esecutivo, si sono rivelate inquietanti dalla Tav all’Italsider.

L’ANTIPOLITICA HA CREATO UNA DESTRA ESTREMISTA

La fine dell’antipolitica restituisce la scena allo scontro fra destra e sinistra, come era prevedibile. Sono entrambe cambiate. La destra è quella che è mutata di più perdendo definitivamente ogni traccia di moderatismo e rivelandosi la componente più avventurosa ed estremista della scena italiana. È anche quella componente che ha radunato la classe dirigente più chiassosa, più indifferente di fronte ai dati della realtà, più propensa alla bugia soprattutto se clamorosa.

La stagione di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, oggi alleati domani concorrenti, prepara il Paese per il definitivo salto nel buio

Dimentichiamo tutte le destre italiane che abbiamo combattuto noi di sinistra. La stagione di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, oggi alleati domani concorrenti, prepara il Paese per il definitivo salto nel buio. Meloni, che è più intelligente di Salvini, lo sa e per questo dichiara di avere crisi d’ansia quando pensa a un governo fatto da loro.

MELONI E SALVINI SONO DUE ROTTAMI DELL’ANCIEN RÉGIME

Questa destra rifiuta la sua storia e usa il fascismo come un take away, prende quando e quel che serve. Stiamo parlando di una destra anti-italiana che è diventata sovranista, di una destra antimeridionale che ha i suoi dirigenti al Sud, stiamo parando di una destra che predica moralità ma è fin dal suo vertice impelagata in contese giudiziarie senza precedenti, stiamo parlando di una destra che ha governato male l’Italia per decenni e in particolare ha ucciso Venezia.

Da sinistra, Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi (foto Roberto Monaldo / LaPresse).

Gli stessi leader, Salvini e Meloni, sono vecchi rottami di governo. Eppure una grandissima parte di italiani che fu indifferente al conflitto di interesse e alla questione morale sollevata contro Silvio Berlusconi, oggi si schiera a protezione di Salvini e Meloni dimenticando i danni che la tragica coppia ha già provocato. È, per l’appunto, il prevalere della logica destra-sinistra, che fa scegliere l’avversario del tuo avversario anche se un pò fa schifo anche a te.

QUESTA DESTRA RAPPRESENTA L’AREA RICCA E PANCIUTA DEL PAESE

Molte tesi sociologiche attorno al successo della destra sono culturalmente fragili. Per esempio non è vero che la destra è popolo ed è il popolo sconfitto dalla crisi. La destra è soprattutto quell’area ricca e panciuta della borghesia italiana che vuole lucrare sulla crisi utilizzando la plebe come propria massa di manovra. Tutte le destre sono così. Queste destre hanno bisogno di una vera prova di governo. La sinistra che intende rinviare questo appuntamento attraverso giochetti parlamentari danneggia se stessa e il Paese, soprattutto quando il giochetto fallisce, come il governo Conte 2.

Io sono convinto che Salvini premier dura pochissimo. Non ce la fa, ha la cazzata incorporata

Contrastateli, cercate persino di batterli, conteneteli ma se una maggioranza di italiani li vuole, se li prenda. Io sono convinto che Salvini premier dura pochissimo. Non ce la fa, ha la cazzata incorporata. L’esistenza della destra, e di questa destra, non può spingere la sinistra al richiamo della nostalgia sotto la voce “antifascismo”. È troppo ed è troppo poco. Né, a differenza di quel che si pensava alcuni mesi fa, incoraggia grandi schieramenti con tutti dentro.

LA SINISTRA DEVE CAMBIARE RADICALMENTE

La sinistra ha perso gravemente per ragioni che ormai è inutile indagare perché sono chiare: a) si è ubriacata di blairismo e di clintonismo, b) ha dimenticato che si può convivere col capitalismo ma facendo a cazzotti con esso, c) che occorre una visione, cioè quella roba per cui una sinistra si fa nazionale in quanto incarna una vocazione del Paese, ad esempio un nuovo industrialismo tecnologico e sostenibile, e) che deve tornare fra le persone, costruendo e aiutando l’associazionismo, f) che deve mutare tutta, dicasi tutta, la propria classe dirigente.

La manifestazione pacifica di Piazza Maggiore a Bologna contro la Lega di Salvini.

Credo che anche voi quando vedete i “:” e subito dopo le virgolette aperte prima del nome di un ministro di sinistra, abbiate la certezza che state per leggere la dichiarazione più stupida della giornata. Questa sinistra deve essere radicale e riformista, non ha paura del proprio passato, non lo vuole far tornare in vita ma non saranno Salvini secessionista e Meloni con quei bubboni alle spalle a rimproverare le tragedie della sinistra.

NESSUNA IDEA PER RISOLVERE I DRAMMI DI TARANTO E VENEZIA

Questa sinistra non ha bisogno di Matteo Renzi con cui non deve neppure più litigare. Renzi provi a fare quello che sogna senza più i voti di quelli che prima votavano il Pci. Renzi si faccia un suo bel partito di centro e decida se mettersi accanto alla sinistra che aborrisce o a Savini che non gli sta antipatico. L’unica possibilità che la sinistra ha è di rifondarsi dopo aver buttato giù quello che c’è e poi, armata da un trattino gigantesco, affiancarsi a una forza di centro e così tentare l’impresa.

Tuttora non vedo quartieri popolari affollati di gente di sinistra

Tutto ciò non deve avvenire in laboratorio. Tuttora non vedo quartieri popolari affollati di gente di sinistra, vedo che il dramma di Taranto non commuove perché l’anima ambientalista recalcitra di fronte al sogno della fabbrica sostenibile, non vedo nulla che non sia una raccolta di denari che dica come concretamente aiutare Venezia. Senza questo nuovo spirito fra gli italiani, senza questa italianità vera non si va avanti. Loro si tengono il sovranismo, noi prendiamoci la Patria.

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Vox, la destra spagnola “contesa” da Salvini e Meloni

Il partito di Abascal per storia e valori è più vicino a Fratelli d'Italia che alla Lega. Ad allontanare gli iberici dal Carroccio pesano soprattutto le radici indipendentiste dei leghisti e il loro sostegno alla Catalogna.

Giorgia Meloni non ha nemmeno aspettato lo spoglio delle elezioni spagnole e, basandosi sugli exit poll, ha sottolineato la «grande affermazione di Vox» 14 minuti dopo la chiusura dei seggi.

I complimenti di Matteo Salvini sono arrivati un po’ più tardi, alle 21.36, corredati dalla foto con il leader del partito Santiago Abascal.

Dai temi cardine alla retorica, sia la Lega sia Fratelli d’Italia hanno molto in comune con Vox, la formazione di estrema destra che in meno di un anno è passata da 0 a 52 deputati in parlamento, diventando con il suo 15% la terza forza politica del Paese. E tutto l’interesse a trovare una sponda al di là dei Pirenei.

LA DESTRA IN SPAGNA SI È ALLINEATA AI SOVRANISTI SUI MIGRANTI

Come evidenzia il think tank Carr (Centre for Analysis of the Radical Right), la Spagna è stata per anni immune all’affermazione di partiti di destra radicale, secondo molti perché le istanze dell’elettorato più reazionario erano già incarnate dal Partido Popular (Pp). Dal 2014, però, un manipolo di dissidenti del Pp ha scelto di abbandonare la «derechita cobarde» (piccola destra codarda, ndr): secondo loro i popolari erano troppo moderati e succubi della sinistra, troppo timidi nel difendere i valori storici della destra spagnola.

In maniera simile a quella della Lega e di Fratelli d’Italia, la narrazione di Vox tende a dipingere come «anti-spagnolo» chi non persegue idee nazionaliste

La crescita repentina di Vox ricalca quella di tanti partiti di destra in Europa e nel mondo, compresi quelli italiani. Molto simile è il repertorio di temi e narrazioni, con qualche variazione. Si parte dalla questione migratoria, un tema che in Spagna come in Italia risulta parecchio divisivo, e vi si associa un attacco costante alle non meglio specificate «oligarchie di Bruxelles», suggerendo così una relazione fra le politiche dell’Unione europea e i fenomeni migratori e in contrapposizione agli interessi dei cittadini. Un’operazione pienamente riuscita nell’Ungheria di Viktor Orbán e che sta dando i suoi frutti in Francia, Italia e Germania.

Sulla sinistra, il leader di Vox Santiago Abascal saluta i suoi sostenitori durante la nottata elettorale.

L’insistenza ossessiva sulle «radici cristiane dell’Europa» non è certo una novità e nemmeno il lemma España lo primero, che ricorda da vicino sia l’America First di Trump che il nostrano Prima gli italiani. In maniera simile a quella della Lega e di Fratelli d’Italia, la narrazione di Vox tende a dipingere come «anti-spagnolo» chi non persegue idee nazionaliste e, per contrapposizione, a identificare il partito come autentico rappresentante della volontà popolare, soffocata dai media mainstream e dalle élite culturali del Paese. Quelli che per Salvini sono «i giornaloni e i professoroni», nella retorica di Abascal diventano la «dictadura progresista» che allunga le mani su stampa e televisione. Alle aspirazioni sovraniste si aggiungono temi culturali specifici della Spagna, come la difesa della caccia o della corrida, considerati patrimoni tradizionali messi in pericolo dalle ingerenze straniere.

FRATELLI D’ITALIA, IL PARTITO PIÙ VICINO ALLE POLITICHE DI VOX

Oltre alle convergenze generali, ci sono quelle particolari. I tre deputati di Vox eletti al Parlamento europeo appartengono al gruppo Conservatori e Riformisti (Erc), lo stesso di Fratelli d’Italia. Come il partito della Meloni, quello di Abascal fa della «difesa della famiglia tradizionale» un punto cardine del suo progetto politico. In Spagna, dove il movimento femminista ha molto più seguito rispetto all’Italia, questo si traduce non solo nei rifiuti di aborto, eutanasia e matrimoni omosessuali, ma anche con la contestazione della Legge sulla violenza di genere del 2004, che per Vox concede troppo spazio a denunce false e vittimizzazioni.

Con toni ancora più accesi dei nazionalisti italiani, Vox lancia spesso l’allarme per una presunta «invasione islamica»

Il nazionalismo di Vox va di pari passo con un approccio molto discusso alla storia patria. Ferme restando le ovvie differenze fra Italia e Spagna e fra i rispettivi regimi autoritari del Novecento, appare chiaro il trait d’union con la destra del nostro Paese. Fratelli d’Italia non difende apertamente il lascito del fascismo, (come invece fanno movimenti quali CasaPound e Forza Nuova), ma ritiene il 25 aprile una «festa divisiva» e ha candidato alle ultime Europee un pronipote di Benito Mussolini. Per molti questi sono esempi di una strategia volta ad accattivarsi le simpatie dei nostalgici del Ventennio.

Il flirt con i «nietos de Franco», i nipoti di Franco, come sono chiamati in Spagna i sostenitori del dittatore spagnolo, risulta ancora più evidente nel caso di Vox: uno dei suoi cavalli di battaglia è l’abrogazione della Legge di memoria storica, una normativa volta a condannare il regime franchista e a riconoscere forme di compensazione alle vittime. L’opposizione alla riesumazione della salma di Francisco Franco, un tema caldo della campagna elettorale, è solo l’ultima delle prese di posizione in questo senso: normale allora che il discorso di Santiago Abascal dopo le elezioni venga accolto dagli Arriba España e che a qualche manifestazione di partito faccia capolino una bandiera franchista, proibita dalla costituzione spagnola.

Pur rifiutando l’etichetta di partito xenofobo, Vox non manca di suggerire la classica associazione fra immigrazione e criminalità

Con toni ancora più accesi dei nazionalisti italiani, Vox lancia spesso l’allarme per una presunta «invasione islamica» del territorio nazionale. In Spagna questo messaggio si appropria dell’epica della Reconquista, il periodo storico culminato nel 1492 in cui gli Arabi vennero cacciati dalla penisola iberica. Pur rifiutando l’etichetta di partito xenofobo, come del resto fanno le formazioni politiche italiane, Vox non manca di suggerire la classica associazione fra immigrazione e criminalità, in alcuni casi fornendo dati parziali o scorretti.

ABASCAL E SALVINI: UNA RELAZIONE COMPLICATA

Se l’asse con Fratelli d’Italia è lineare, quello con la Lega presenta invece un profilo più problematico. Fra Salvini e Abascal c’è piena sintonia rispetto al tema dell’immigrazione: rimpatri forzati, difesa delle frontiere e precedenza ai connazionali sono parole d’ordine per entrambi i partiti. Anche le boutade si assomigliano: quando il leader della Lega paventava il blocco navale per fermare le partenze dall’Africa, quello di Vox proponeva la realizzazione di un «muro impenentrabile» nelle enclavi spagnole di Ceuta e Melilla. Quasi speculare è pure la campagna per la sicurezza: Abascal, come Salvini, ritiene la difesa sempre legittima e afferma orgoglioso di portare una pistola con sé.

Il partito di Abascal è fortemente centralista, propone la soppressione degli statuti autonomici e auspica il ritorno allo Stato di tutte le competenze. Una visione che stride con quella della Lega

Al di là delle politiche condivise, ad accomunare Salvini e Abascal sono strategie comunicative e artifici retorici molto simili. Al pari del suo omologo, il leader di Vox non ha paura di sfidare il politicamente corretto e anzi ne fa un suo punto di forza, come quando sostiene la necessità di rimpatriare perfino i minori non accompagnati che sono entrati illegalmente nel territorio spagnolo. E come quella della Lega, la comunicazione di Vox punta in una duplice direzione: conquistare passo dopo passo l’elettorato moderato, senza alienarsi le simpatie di quello più oltranzista. Per farlo Abascal propone spesso frasi che si prestano a molteplici interpretazioni. Dire «non siamo né fascisti né antifascisti», lascia aperte molte porte, così come citare il comunismo per “neutralizzare” l’accusa di fascismo, un espediente molto caro pure al leader italiano. Entrambi vogliono trasmettere l’idea dell’uomo forte che guida la nazione, una concezione che as sume una sfumature “militare” grazie all’ostentato (e sempre ben divulgato) cameratismo con gli agenti delle forze dell’ordine.

Fra Vox e Lega esiste però un problema di fondo, che si ripresenta ciclicamente. Il partito di Abascal è fortemente centralista, propone la soppressione degli statuti autonomici (soprattutto in riferimento a Catalogna e Paesi Baschi) e auspica il ritorno allo Stato di tutte le competenze. Una visione che stride con quella della Lega, nata come un partito secessionista e ancora federalista nello spirito. In Spagna non è passato inosservato il «pensiero al popolo catalano» che Salvini ha espresso nella recente manifestazione delle destre unite di Roma. La presunta simpatia dei leghisti per l’indipendentismo (in realtà retaggio molto vago e sconnesso dei tempi della Lega Nord) viene usata come arma dai detrattori di destra di Vox, come accaduto anche nel dibattito pre-elettorale. Su questo tema, vitale per Vox e fonte di parte del suo consenso, Abascal ha risposto a muso duro, chiedendo a Salvini di «non comportarsi come un burocrate e di non intromettersi nella sovranità spagnola». Un ringhio che nasconde un ghigno: Vox è entrato a pieno titolo nel club della destra europea e terrà fede al suo nome facendosi sentire ancora più forte.

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L’opposizione sta portando consiglio a Matteo Salvini?

Prima la svolta europeista (fuori tempo massimo), poi l'apertura a Draghi come futuro presidente della Repubblica. Il segretario della Lega, per convenienza, sembra aver cambiato registro. Sempre che non si tratti solo di un bluff per rassicurare i mercati e gli elettori.

Stare un poco all’opposizione ha qualche vantaggio per un politico perché aiuta a riflettereMatteo Salvini sta riflettendo? Alcuni segnali recenti lo indicano, ma tuttavia sono al momento insufficienti per chi ritiene che la Lega salviniana abbia causato seri danni al Paese con le sue stentoree e spesso futili polemiche anti-Ue e anti-euro. 

LA CONVERSIONE EUROPEISTA NELL’INTERVISTA AL FOGLIO

Il primo segnale è arrivato a metà ottobre con un’intervista a Il Foglio dove Salvini sottoscriveva in modo esplicito sia il carattere irreversibile dell’euro sia l’interesse dell’Italia a restare nella Ue non «per passione ideale» ma perché «nel mondo di oggi l’Italia, fuori dall’Europa, è destinata a non contare nulla, a essere una provincia del mondo». Era facile rilevare, e Lettera43.it lo ha fatto, come parlando così Salvini si allineasse ma con 70 anni circa di ritardo a quanto i cosiddetti padri dell’Europa, da Robert Schuman a Jean Monnet ad Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer, più molti altri di quella generazione e delle successive, avevano sempre pensato e capito ben prima di lui. Per loro il progetto europeo poteva anche essere un sogno, ma era soprattutto e in modo urgente una necessità.

AFFAMATA E INERME: ECCO L’EUROPA DOPO LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Bisognerebbe masticare un po’ di storia ogni tanto, e avere un’idea di che cos’era l’Europa dopo la Seconda Guerra mondiale: poco più di un nulla, affamata, inerme e smarrita, compresa alla fine anche la rovinata finanziariamente Gran Bretagna. A questo si era ridotto in 30 anni, dal 1914 al 1945, il piccolo continente che aveva dominato il mondo. Nell’universo del 1945-50, con la preminenza di una superpotenza a tutto tondo come gli Stati Uniti e di una potenza militare come l’Unione Sovietica, gli Stati nazionali europei a parte le loro miserevoli circostanze avevano una precisa caratteristica valida per tutti, quanto a dimensioni: erano obsoleti.

LA “RESISTENZA” DI BORGHI & CO

Salvini ci ha messo il suo tempo per arrivarci, ma chissà, forse – speriamo – ci sta arrivando.  Subito dopo il riconoscimento implicito da parte del segretario della Lega delle buone ragioni storiche del progetto europeo, il fidatissimo Gian Marco Centinaio, ex ministro dell’Agricoltura e a un certo punto fra i papabili come candidato italiano alla Commissione Ue, lo confermava: su euro e Ue «la parentesi è del tutto chiusa». Claudio Borghi e  pochi altri protestavano e ricordavano che l’opposizione alla perfida Ue e la sfiducia, a dir poco, nell’euro erano nell’anima e nelle carte leghiste, e immarcescibili; e invitavano a non dare peso a «manovre giornalistiche»  di basso rango.  

Salvini potrebbe aprire per finta a Draghi per non spaventare i mercati in caso di voto anticipato, per esempio dopo una sperata smagliante vittoria in Emilia-Romagna

L’APERTURA NEI CONFRONTI DI DRAGHI

Parlare di manovre giornalistiche diventa però impossibile dopo che il Capitano in persona, Matteo Salvini, ha sdoganato in tivù (Fuori dal coro di Mario Giordano del 6 novembre) con il suo why not, perché no, l’ipotesi di Mario Draghi presidente della Repubblica, alla scadenza fra due anni del mandato di Sergio Mattarella

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Mario Draghi, ex presidente della Bce.

Potrebbe anche essere una mossa solo tattica, “aprire” per finta a Draghi per non spaventare i mercati nel caso di voto anticipato, per esempio dopo una sperata smagliante vittoria in Emilia-Romagna il prossimo 26 gennaio. Ma intanto Draghi, la “bestia nera” che ci ha affamato con il suo stramaledetto euro “moneta sbagliata”, Draghi nemico del popolo e simbolo delle élite anti-democratiche del denaro, Draghi il peggio dei peggio insomma, ora sembra un buon candidato a simbolo e garante dell’unità nazionale. E, date le opinioni e il curriculum, certamente della piena appartenenza dell’Italia a euro e  Unione europea. 

UN DURO COLPO PER GIORGIA MELONI

Spiazzata, l’alleata Giorgia Meloni non ha potuto solo ribadire quanto già detto da Salvini, sull’ipotesi però di Draghi non al Quirinale ma a Palazzo Chigi, e cioè che per diventare capo politico occorre farsi eleggere dal popolo. Per Meloni chi va al Quirinale «deve avere alle spalle una storia di difesa dell’economia reale e dei nostri interessi nazionali» e Draghi, proveniente dice lei «dal mondo della grande finanza internazionale», non ce l’ha. Meloni, a differenza della Lega, discende da una precisa filiera nazionalista e mussoliniana per lei mai obsoleta, e non potrà mai digerire il crescente passaggio di sovranità a Bruxelles e a Strasburgo, in una dimensione europea che a suo avviso non esiste, è una truffa. Meloni vive in un mondo di sacri confini. Draghi non avrà mai i voti di Fratelli d’Italia, ha ribadito.

Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

ADDIO ALLE BATTAGLIE ELETTORALI

Il colpo per Giorgia Meloni è stato doloroso perché più che di una parentesi, come l’ha definita Centinaio benevolmente, il duro no all’euro, le infinite dichiarazioni di morte imminente della Ue nella campagna per il voto europeo del maggio scorso e gli attacchi allo stesso Draghi presidente Bce sono stati una precisa linea non strettamente leghista ma certamente molto salviniana, e codificata nei documenti congressuali. Su questo fronte anti-europeo Salvini ha costruito il 40% almeno della sua campagna elettorale del 2017-2018 e di quella campagna elettorale bis che sono stati i suoi 14 mesi di governo; il restante 60% è stato giocato sull’immigrazione.

L’ANTI-EUROPEISMO NON CONVINCE LA BASE STORICA DELLA LEGA

L’anti-europeismo spinto e soprattutto le polemiche anti-euro, campione Claudio Borghi portato da Salvini a un ruolo importante alla Camera dei deputati, non hanno però mai convinto, tanto per cominciare, la base storica leghista, quella imprenditoriale del Nord in particolare. Sono aziende e aziendine che spesso hanno un mercato europeo importante e non vogliono intoppi su quel fronte. L’euro poi anche in Italia è più popolare che impopolare. E il voto europeo ha mostrato i limiti del sovranismo, sempre forza di tutto rispetto ma che non ha sfondato.  È comprensibile che Salvini, e soprattutto persone più attente a questi aspetti e di cui lui si fida, abbiano cominciato a trarne le conseguenze. Se la linea verrà confermata ben oltre qualche rapida dichiarazione che potrebbe anche essere insincera e strumentale, si tratta di un passaggio molto significativo. E Meloni non può farci molto perché non romperà su questo l’asse con Salvini che potrebbe portarla al governo. 

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Claudio Borghi.

IL TRUCE CAPITANO SI STA RAFFINANDO?

Il “truce” Salvini, come viene spesso definito, si sta affinando un po’?  L’ipotesi di Draghi al Quirinale, un ruolo che forse l’ex presidente Bce non  rifiuterebbe a differenza di Palazzo Chigi, avrebbe numerose e grosse implicazioni per lo più positive, soprattutto se Salvini tornasse al governo. Draghi sarebbe una grossa copertura sul fronte Ue e dei mercati e sarebbe, ancor più importante, il chiaro segnale che le due anime dell’Italia, quella più sovranista e quella più europea, si parlano, collaborano e scendono a ragionevoli compromessi, sulla linea del «cambiamo l’Europa, ma teniamocela ben stretta». Sarebbe una mossa giusta sul terreno migliore della politica, che è quello pragmatico del possibile. Avrebbe tuttavia delle chiare implicazioni per qualsiasi governo, poiché difficilmente Draghi accetterebbe senza l’impegno politico ad affrontare finalmente il debito pubblico, cominciando a farlo scendere non solo sul Pil, ma in cifra assoluta. Un’impresa da far tremare i polsi ma che paradossalmente, stando così come oggi i rapporti di forza, solo un esecutivo a sfondo sovranista, o neo sovranista, potrebbe affrontare.

L’ANNUNCIATO DIETROFRONT SOVRANISTA

Comunque, in attesa di conferme sul nuovo corso europeo di Salvini e soprattutto della conferma che non si tratta di bugie per cercare di tranquillizzare i mercati e più della metà degli elettori, si può aggiungere un’annotazione: c’era da aspettarselo. Era prevedibile e previsto (si veda su Lettera43.it del 24 febbraio I sovranisti italiani faranno presto dietrofront  su ue, debito ed euro). Chi non vince la partita, se lungimirante, in genere scende a patti. Se dovrà ammettere che Salvini è lungimirante, mezza Italia lo farà certamente volentieri. 

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Salvini, ma soprattutto Meloni, si stanno bevendo il governo Conte

La maggioranza è spaccata e non c’è un solo provvedimento del governo che parli agli italiani. Così le destre si rafforzano. Il Pd prenda coraggio, rompa con M5s e Italia viva e proponga una coalizione di salvezza nazionale guidata da Draghi.

Le cronache politiche raccontano che il Pd è molto arrabbiato per lo stato delle cose e vorrebbe rompere con M5s e Italia viva.

Poi leggi l’intervista a Dario Franceschini sul Corriere della Sera e ti trovi improvvisamente catapultato in una crisi politica che assomiglia a quelle che piacevano tanto ai democristiani.

Franceschini propone che fra gli alleati ci sa lealtà, un comune mission politica, vanta successi inesistenti del governo, elogia Giuseppe Conte, sostiene che si supererà gennaio fino ad arrivare alla fine legislatura e, forse con una punta di macabro umorismo, dice che vincendo le prossime elezioni questo mostro Pd-M5s-Italia Viva possa andare ancora più lontano. Solo del prossimo inquilino del Quirinale non vuole parlare perché, come si dice, de te fabula narratur.

IL GOVERNO GIALLOROSSO NON PARLA AGLI ITALIANI

È bene che il Pd si incazzi di meno e faccia più fatti, a mente fredda. L’impopolarità del governo è il termometro che decide se tenerlo in vita o no. L’impopolarità è nata dal fatto che l’operazione “cambio di maggioranza” non è piaciuta ed è enfatizzata dalla circostanza che non c’è un solo provvedimento del governo che parli agli italiani. Avevo sperato che si potesse dire che Roberto Gualtieri aveva abbattuto il cuneo fiscale mettendo soldi nelle tasche dei lavoratori. Oggi spero che si possa dire che Taranto (ragazzi: Taranto , cioè una delle maggiori città italiane), possa essere salvata in un connubio possibile fra lavoro e sicurezza. Invece la Mittal scappa, quella indefinibile ex ministra Barbara Lezzi dice cose da manicomio, il grillismo diffuso è felice di trasformare la città operaia in un grande giardinetto per poveri e anziani.

SERVE UNA COALIZIONE DI SALVEZZA NAZIONALE GUIDATA DA DRAGHI

Se le cose stanno così e andranno così, ed io sono sicuro che andranno persino peggio, il Pd deve smettere di incazzarsi perché deve dire al Paese: «Ci abbiamo provato, con Luigi Di Maio e Matteo Renzi non si costruisce nulla, Matteo Salvini sapete dove vi stava portando, io (nel senso di io-Pd) propongo alle persone di buona volontà di fare una coalizione di salvezza nazionale chiedendo a Mario Draghi di guidarla. Vogliamo rottamare tutto quello che c’è e che viene tutto da lontano, Pd compreso». Questo sarebbe un discorso che agli italiani potrebbe piacere.

Da sinistra, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il presidente uscente della Bce, Mario Draghi, e il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri.

Siamo in un Paese che ha dimenticato la Prima repubblica e si è rotto le scatole della Seconda e ormai anche di grillismo e fra un po’ presenterà il conto a Salvini preferendogli Giorgia Meloni. Che fa il Pd? Chiede un vertice di governo, vuole una cabina di regia, pensa a un caminetto? Suvvia! Io sono un ammiratore ex post della Dc a cui dobbiamo tante belle cose ma anche tanti guai attuali, ma la cultura democristiana era ben più profonda della caricatura con cui la propone il caro Franceschini. Vuole fare un patto con Di Maio e Renzi? E perché mai loro dovrebbero farlo. Uno è alla canna del gas, l’altro vuole la rovina comune per lucrare sulle macerie del Pd. È arrivato il momento di rubare l’idea a Beppe Grillo: un bel vaffa (ovviamente anche a lui).

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Zingaretti rifletti: con Renzi e Di Maio nemmeno un caffè

Non si può governare con questi alleati. Il segretario Pd cerchi di portare a casa la salvezza di Taranto e il taglio del cuneo fiscale poi decida: o dentro o fuori. La destra di Salvini e Meloni è battibile. Ma perché ciò accada serve una nuova Bolognina.

Ma si può governare con Matteo Renzi e con il Movimento 5 stelle? Il Pd di Nicola Zingaretti dovrebbe riflettere su questa domanda. I 5 stelle sono in una crisi elettorale pazzesca. Non si sa neppure chi comandi davvero da quelle parti. Il rifugio identitario è l’unica arma di difesa che hanno e la esercitano con straordinario cinismo come nel caso di Taranto.

RENZI COME RIFONDAZIONE AI TEMPI DI PRODI

Renzi ha racimolato quello che valeva nel Pd, cioè poco più del 5% che probabilmente diminuirà nel giorno del voto politico vero. Ha bisogno per questo di fare tanta “ammuinanon avendo un progetto da proporre all’Italia né una classe dirigente. È paradossale infatti che i migliori dei suoi siano rimasti nel Pd. E ho detto tutto. Quindi Renzi è l’alleato di governo un po’ come Rifondazione comunista dei tempi in cui uno dei leader era il mio amico Gennaro Migliore con Romano Prodi.

LA RESISTENZA DI ZINGARETTI AL DUO MELONI-SALVINI

Zingaretti è messo in mezzo, ha tante buone intenzioni ma i sondaggi dicono che sta elettoralmente resistendo e può avere un crollo da un momento all’altro. La resistenza del segretario si accentuerà a mano a mano che si avvicinerà il voto politico perché di fronte al dilagare del duo Salvini-Meloni ci sarà una parte di italiani che, turandosi il naso, voterà Pd. Troppo poco per un partito che nacque con tanti trombettieri.

LEGGI ANCHE: Vedo il dramma dell’ex Ilva di Taranto e odio questi politicanti

SONO FINITI I TEMPI DELLA RESPONSABILITÀ NAZIONALE

Da qui la necessità che Zingaretti non si limiti ad alzare la voce, a fare quelli che Teresa Bella(Razzi)nova chiama i penultimatum (ammirevole questa ministra che di fronte al caso Taranto ha lasciato il ministero e si è recata dagli operai. Non l’ha fatto? Strano, no?). Zingaretti deve fare un gesto preciso: stabilire quelle pochissime questioni, fra cui la salvezza di Taranto e il cuneo fiscale, che sono al centro degli interessi del Pd. Porre al governo un termine per la risposta e poi decidere: o dentro o fuori.

ORA PIÙ CHE MAI AL PD SERVE UNA NUOVA BOLOGNINA

Non si sta al governo per responsabilità nazionale. I tempi di Giorgio Napolitano sono finiti. Si sta al governo per fare poche cose utili e per guadagnare posizioni contro l’avversario elettorale. Sennò si sta all’opposizione, si va al voto, si rischia di perdere ma nella chiarezza. Ma è proprio vero che si rischia di perdere? Ragionevolmente sì. Tuttavia la destra ha molti punti deboli che solo l’insipienza dell’altra parte copre. La destra ha un leader che non ce la fa sul medio periodo, avrà una rivalità accentuata fra questo personaggio e la tostissima Giorgia Meloni, ha una ostilità europea che nasce non dal suo sovranismo ma dalla mancanza di serietà delle sue posizioni (oggi qui, domani là, come in una canzonetta), ha probabilmente un elettorato a cui non basterà, nelle sue fasce più esterne, l’alimento xenofobo e razzista. Una coalizione di “nuovi” che rivoluzionasse il sistema politico potrebbe fare l’impresa. Ma perché ciò accada ci vuole la Bolognina di Zingaretti (scusatemi se mi ripeto). Con Renzi e 5 stelle, ormai, neppure un caffè.

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C’è vita a destra oltre Bechis e Nirenstein

Malgrado il clima sfavorevole è necessario cercare un dialogo con chi è più lontano dalla sinistra. Ed è possibile con interlocutori come Giuli secondo cui l'odio etnico non deve trovare posto nelle politiche di chi aspira a governare il Paese.

Da tempo sostengo che è necessario, malgrado il clima sfavorevole, o forse proprio per questo, cercare un dialogo con chi è più lontano dalla sinistra. Un dialogo per capirsi, non per fare alleanze politiche (del resto sarei inadatto a fare queste proposte). 

Un dialogo per cercare di sgombrare il campo da detriti inutili e soprattutto da odi che possono far male a tutte e due le parti contrapposte. Ho fatto spesso anche appelli ai “fratelli in camicia nera”, seguendo una rigida tradizione comunista, e ho trovato poco ascolto, anzi nessun ascolto. Tuttavia conosco quel mondo, come conosco il mio, e so che lì ci sono sensibilità che guardano al futuro in una logica di pace.

LA TELEFONATA DI MELONI A SEGRE È MEGLIO DELLE POSIZIONI DI BECHIS E NIRENSTEIN

Non discuto alcune sgradevoli prese di posizione sul caso della commissione Segre. Per criticabile che sia la telefonata di Giorgia Meloni a Liliana Segre, è sempre meglio delle prese di posizione di Franco Bechis e di Fiamma Nirenstein sopraffatti dall’odio verso la sinistra. Però sul Tempo di domenica, diretto dall’eclettico Bechis, è apparso un articolo che merita di essere segnalato perché apre un varco nella discussione fra di loro e forse anche fra di loro, o alcuni di loro, e noi. 

Alessandro Giuli (Facebook).

PERCHÉ LE PAROLE DI GIULI FANNO RIFLETTERE

L’ha scritto Alessandro Giuli, giovane intellettuale che avrete visto in tivù, biondo e ormai bianco di barba e capelli, una lunga stagione al Foglio e ora naufrago in vari quotidiani di destra. Alessandro è un uomo di destra che dichiara di non venire da tradizioni liberali e che ha voluto dire la sua  sulle conseguenze del voto contrario alla mozione Segre della destra. Il suo articolo ha, secondo me, tre passaggi fondamentali su cui riflettere. Nel primo si dice che la destra deve «prosciugare ogni palude di contiguità intorno al proprio albero genealogico». Nel secondo sostiene che «si deve stabilire e sancire che non c’è alcun posto in casa propria per rivendicazioni politiche o sociali su base etnocentrica e, peggio ancora, per atteggiamenti indulgenti per chi bordeggi parole d’ordine razzialmente discriminatorie travestite da bellurie libertarie». Infine Giuli dice al suo mondo che «bisogna illuminare con chiarezza ciò che non si vorrebbe essere stati e si pretende di non essere mai più».

Il problema non è come far scendere nella politica poche battute ragionevoli annegate in un mare di coglionerie. Il fatto nuovo è che ci sia gente che ragiona senza abbandonare il proprio campo

L’ODIO ETNICO NON DEVE TROVARE POSTO IN UNA DESTRA CHE UOLE GOVERNARE

Alessandro Giuli è un intellettuale di destra vero, nel senso che nessuna di queste frasi estrapolate da un lungo articolo può prestarsi a una manipolazione che lo metta contro il suo mondo. Ma Giuli qui pone questioni di eccezionale importanza criticando anche il facilismo (direi l’“occhettismo”) con cui Gianfranco Fini sciolse il suo partito. Che dicono queste parole a un lettore di destra? Dicono che c’è e ci deve essere una continuità fra «ciò che non si vorrebbe essere stati e ciò che non si sarà mai più», ma soprattutto che ogni politica fondata sull’odio etnico non deve trovare posto nelle politiche di una destra che aspira a governare il Paese.

L’ITALIA È IL PAESE DELLE STORIE SEPARATE

Finora, a parte alcune cose scritte da Marcello Veneziani, sempre accompagnate da insulti contro la sinistra, quasi a voler cosi garantirsi il diritto di critica nel proprio mondo, non abbiamo mai letto parole più efficaci. Sia chiaro il punto della discussione. Non stiamo immaginando una destra che voglia assomigliare alla sinistra (mentre purtroppo accade sempre più spesso il contrario), né possiamo sognare storie “condivise”. Le storie sono separate. L’Italia è il Paese delle storie separate.

LEGGI ANCHE: Dopo il 1992 a sinistra non c’è nulla da salvare

In questi anni ci siamo occupati di come si racconta la storia d’Italia dal Dopoguerra a Silvio Berlusconi intasata da un cumulo di falsificazioni avallate da intellettuali dei grandi giornali, mentre in periferia continua l’opera di scasso sudista contro il Risorgimento. E, in generale, c’è la divisione fra i cultori della democrazia post-resistenziale e chi non ha accettato quel patto che sancì la fine della guerra e si è sentito, e si sente, straniero in patria. Però queste divisioni non devono portare alla disperazione se nelle due parti fondamentali emergono voci che cercano di delimitare il campo del dissidio. 

SI PUÒ RAGIONARE SENZA ABBANDONARE IL PROPRIO CAMPO

Alessandro Giuli, con limpide parole, ha detto al proprio mondo cose precise e ha chiesto prese di posizione dolorose. Noi ex comunisti l’abbiamo fatto da tempo anche se la vulgata giornalistica e politica (non solo a destra ma anche nel Pd, basti pensare a Matteo Renzi) ha negato queste novità politico-culturali. Il problema, però, non è come far scendere nella politica-politica poche battute ragionevoli annegate in un mare di coglionerie odiose. Il fatto nuovo è che ci sia gente che ragiona e che lo fa ad alta voce senza abbandonare il proprio campo.

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Luca Ricolfi: «Nel centrodestra Giorgia Meloni non è la più estremista»

Commentando a Roma InConTra i risultati delle Regionali umbre, il sociologo mette in guardia dalle facili etichette. La proposta fiscale della leader di FdI, per esempio, è «anti-sovranista». Il rinnovato europeismo di Salvini non convince. E la forza liberale incarnata da Berlusconi non ha più uno spazio politico.

Dov’è la destra, dov’è la sinistra? Non dove sembrano essere e non solo per Giorgio Gaber, ma anche per Luca Ricolfi. Commentando il voto in Umbria ospite di Enrico Cisnetto a Roma InConTra il sociologo torinese smonta innanzitutto la rappresentazione classica del centro-destra, o destra-centro che dir si voglia, che prevede Forza Italia al centro, più a destra la Lega e poi, in fondo a destra, Fratelli d’Italia.

MELONI? MENO ESTREMISTA DI QUELLO CHE SEMBRA

Per il docente di Analisi dei dati presso l’Università di Torino, lo schema non è così automatico. «Non sono convinto Giorgia Meloni sia la più estremista di tutti. Le attribuisco una certa dose di pragmatismo. Per esempio, la sua proposta fiscale che prevedeva un’aliquota unica al 15% per i redditi incrementali non è stata presa in considerazione da nessuno. Eppure non solo era la migliore, ma anche la più moderata e persino anti-sovranista». «Un’ottima proposta», ribadisce un Ricolfi che non ti aspetti, «che magari è frutto di un’idea di Guido Crosetto, che io stimo, e che comunque rispecchia una linea di politica economica che non ci fa litigare con l’Europa». 

Luca Ricolfi ospite a Roma InContra di Enrico Cisnetto.

SALVINI E LA POCO CONVINCENTE CONVERSIONE EUROPEISTA

La Lega, che in Umbria ha perso 17 mila voti rispetto alle Europee di cinque mesi fa, canta vittoria. «In effetti in Umbria il successo della destra è dovuto principalmente all’exploit di Fratelli d’Italia», spiega Ricolfi. «Ma la Lega può ovviamente fare ancora il pieno di voti in futuro». Matteo Salvini, è il ragionamento, «non mi preoccupa quando esprime soddisfazione per il successo dell’Afd (l’ultra-destra tedesca che domenica ha fatto il pieno dei voti in Turingia, ndr), quella è solo comunicazione».

LEGGI ANCHE: Salvini si applichi, il suo europeismo non convince ancora

Dunque la metamorfosi europeista e moderata del segretario del Carroccio così come emersa dall’intervista a Il Foglio è autentica? Qui Ricolfi si fa più prudente: «Non so se stia cambiando. La strategia economica in chiave anti-Europa e anti-euro per ora rimane sullo sfondo, ed è la cosa che mi turba davvero di Salvini». 

IL CAV DEVE FARE I CONTI CON IL POCO APPEAL DI UNA FORZA LIBERALE

E poi c’è Silvio Berlusconi, «che sembrava un pugile suonato, ma che potrebbe tornare a giocare un ruolo», sottolinea il sociologo. Ma attenzione alle collocazioni, perché «purtroppo non c’è spazio al centro per una forza liberale ed europeista», dice insistendo sul «purtroppo». Questo perché, a dispetto dei falsi miti, «l’elettorato italiano non è così mobile, il 40% vota a destra, il 40% a sinistra e solo il 20% è oscillante». Non c’è (falso) mito che resista ai colpi di Ricolfi. L’ospite di Roma InConTra però non smentisce solo gli altri, ma anche se stesso: «Non pensavo che la destra potesse rappresentare così largamente l’elettorato, mi sbagliavo, così come i sondaggisti che ci raccontavano di uno scontro all’ultimo sangue tra i candidati in Umbria, che alla fine non c’è proprio stato».

Il sociologo Luca Ricolfi è autore del libro “Società signorile di massa” (La Nave di Teseo).

SIAMO UN PAESE POVERO ABITATO DA RICCHI

Insomma, professione debunker. Come anche nel suo ultimo libro, Società signorile di massa (La Nave di Teseo), in cui Ricolfi racconta un’Italia povera abitata da gente ricca. Un Paese in cui una minoranza di non produttori si appropria della ricchezza altrui, a cominciare da quella dei nonni, e sfrutta il sistema para-schiavistico esistente in alcuni settori (badanti, rider, cooperative) e, alla fine, «vive di rendita». Ed ecco un livello dei consumi «signorili» inspiegabile considerato il reddito, fatto di weekend lunghi, case al mare, seconde macchine in garage, apericene, nuovi cellulari, palestra, gioco d’azzardo e schermi piatti.

ALLA POLITICA FA COMODO UNA NARRAZIONE DRAMMATICA

«Alla politica, con l’aiuto degli intellettuali faziosi, fa però comodo descrivere un Paese in difficoltà», continua Ricolfi, «anche se non è vero». Questo perché «se si drammatizza lo scenario, lo si ingigantisce e si evita di circoscrivere il problema e intervenire». Accade per esempio con la narrazione dei giovani rappresentati troppo spesso come una generazione perduta e senza futuro. «In realtà», chiarisce Ricolfi, «non è vero che siamo pieni di giovani iper-qualificati che svolgono mansioni più basse di quelle che potrebbero fare. Semplicemente i titoli di studio sono vuoti di contenuto, non corrispondono alle competenze effettivamente acquisite, così le aziende li piazzano dove devono stare e non dove vorrebbero». 
Sì, ma la sinistra? Nemmeno a parlarne. È dal 2000 che il sociologo ripete che «la sinistra non è più di sinistra». 

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Il voto in Umbria e il raddoppio di Fratelli d’Italia su Forza Italia

Meloni sfonda la soglia del 10% certificando il sorpasso sul partito di Berlusconi (5,5%): «Ci votano molti moderati». Ora indicherà il vice di Tesei. Mentre nel centrodestra si riaccende lo scontro.

Il voto in Umbria ha certificato quella che era già una costante nei sondaggi: il sorpasso definitivo di Fratelli d’Italia su Forza Italia. Nel voto regionale si è realizzato con un doppiaggio senza precedenti, con il partito di Giorgia Meloni al 10,4% (per la prima volta a doppia cifra) e quello di Silvio Berlusconi al 5,5%. Nelle precedenti consultazioni nel Giardino d’Italia erano rispettivamente a 6,2% e 8,5%. La soglia del 10% era l’obiettivo che si era data la Meloni per arrivare a indicare il vice di Donatella Tesei, la candidata del centro destra e nuova presidente dell’Umbria. Uno scenario che ora si dovrebbe realizzare con la debacle di Fi.

SI RIACCENDE LO SCONTRO NEL CENTRODESTRA

Lo tsunami leghista (prima con il 36,9%) riaccende la battaglia interna alla coalizione del centrodestra, con una FI che rischia di subire una vera e propria diaspora, in direzione Fdi da un lato e Italia Viva dall’altro. E proprio Meloni è tornata a chiedere delle primarie interne per la leadership del centrodestra. «La Lega è al 40%, mi sembra che gli italiani hanno già deciso», ha chiuso velocemente Matteo Salvini. «Il centrodestra è una squadra, se qualcuno non cresce, crescerà la prossima volta. L’importante è che cresca la squadra», ha detto poi il leader della Lega ospite di 24 Mattino su Radio 24 rispondendo a una domanda sulle differenze di consensi. Quello che è certo è che l’elettorato tradizionalmente azzurro si sta spostando verso la destra dura e pura, sempre più capace di attirare quello che un tempo era l’elettorato moderato.

MELONI: «CI VOTANO MOLTI MODERATI»

«Penso che molta parte dell’elettorato che si considererebbe moderato sta sostenendo Fratelli D’ Italia», ha detto la leader di Fdi a Rtl 102.5 parlando del risulto del suo partito. «Il punto è che il segreto del successo di FdI e probabilmente anche della Lega sia proprio la concretezza, mentre altri ti parlano di cose surreali come dello Ius Soli, del grande problema del ritorno del fascismo, a gente che non arriva a fine mese, perché non so se qualcuno se ne è accorto in Italia non esiste più la classe media». 

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