Olimpiadi, il premier giapponese Abe chiede il rinvio per il coronavirus

Il capo dell'esecutivo ha esortato le principali associazioni sportive, culturali e associative del Paese a posticipare di almeno due settimane l'organizzazione di eventi che prevedono il raduno di grandi masse per contenere il rischio di un'ulteriore espansione del Covid-19.

Che il coronavirus potesse essere un problema per le Olimpiadi a Tokyo, già si sapeva. Nonostante il Comitato internazionale olimpico abbia detto che la manifestazione «si farà», concetto espresso anche dal presidente del Coni Giovanni Malagò, ci potrebbe essere uno slittamento rispetto al calendario già concordato. Il premier giapponese Shinzo Abe, ha chiesto alle principali associazioni sportive, culturali e associative del Paese a posticipare di almeno due settimane l’organizzazione di eventi che prevedono il raduno di grandi masse per contenere il rischio di un’ulteriore espansione del coronavirus. Quindi, anche le Olimpiadi di Tokyo, in programma dal 24 luglio 2020.

ABE: «ESISTE UN FORTE RISCHIO DI TRASMISSIONE»

«Le prossime due settimane sono estremamente importanti per fermare l’infezione – ha detto Abe in Parlamento – e il governo considera che esiste un forte rischio trasmissione negli eventi che coinvolgono grandi masse, come quelli sportivi e culturali».

IL CASO “DIAMOND PRINCESS”

Quando mancano meno di 150 giorni all’avvio delle Olimpiadi di Tokyo, durante una riunione della task force sulla gestione del virus, Abe ha provato a rispondere alle critiche della comunità internazionale che ha accusato il governo sulla gestione dell’emergenza a bordo della nave Diamond Princess.

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A Hiroshima il papa ha scritto la sua Pacem in Terris

Nel discorso pronunciato al Memoriale per la pace di Hirsoshima Francesco è si è concentrato sul rischio rappresentato dagli arsenali nucleari, ricalcando i passi di Giovanni XXIII e Paolo VI.

Utilizzare l’energia atomica «per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine, non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune». Lo ha affermato papa Francesco durante il suo viaggio pastorale in Thailandia e Giappone durante il quale sta scrivendo un capitolo importante del suo magistero, una sorta di Pacem in Terris per il nostro tempo.

D’altro canto, nel discorso pronunciato al Memoriale per la pace di Hirsoshima, città colpita nell’agosto del 1945 da una delle due bombe atomiche che caddero sul Giappone (l’altra devastò Nagasaki), Francesco ha fatto più volte riferimento all’enciclica di Giovanni XXIII pubblicata nel 1963 che conteneva la visione nuova della Chiesa di fronte ai grandi cambiamenti della seconda metà del secolo scorso: dall’urgenza del disarmo nell’epoca della corsa agli armamenti, alla scossa tellurica prodotta dal processo di decolonizzazione attraverso i continenti, dalle rivendicazioni del movimento dei lavoratori, al nuovo protagonismo civile delle donne, all’affermazione dei diritti umani e civili.

Infine, nel rifiuto totale della guerra da parte del papa, è riecheggiato il magistero di Paolo VI – al cui insegnamento speso guarda Bergoglio – e del celebre discorso pronunciato alle Nazioni Unite il 4 ottobre del 1965 in cui disse li suo «mai più la guerra!».

LA SFIDA DEL FUTURO PER LA CHIESA È LA CONQUISTA DELL’ASIA

Bergoglio, da buon gesuita, sta riprendendo in questi giorni, e più largamente in questi anni di pontificato, la strada dell’oriente che la Compagnia di Gesù ha percorso praticamente fin dalla sua nascita nel XVI secolo seguendo le orme di Francesco Saverio e Matteo Ricci. Dalla Cina al Giappone, infatti, i seguaci di Ignazio di Loyola hanno provato a portare il Vangelo oltre i confini del mondo cristiano aprendo all’evangelizzazione le porte dell’Asia, continente immenso, immensamente popolato e oggi non più misterioso come qualche secolo fa.

La Chiesa non è più organicamente legata all’Occidente, magari lungo l’asse atlantico, guarda ai popoli e alle nazioni di tutti i continenti

Non per caso Francesco ha già visitato Corea del Sud, Myanmar, Bangladesh, Filippine, Sri Lanka, e in questi giorni ha toccato Thailandia e Giappone. La sfida della Chiesa per i prossimi decenni del resto, è quella di riuscire a ‘entrare’ in Asia non più, come pure avvenne spesso nei secoli in passati, a bordo delle navi delle grandi compagnie commerciali europee o sotto scorta dei contingenti miliari delle potenze un tempo coloniali, ma con la forza del messaggio cristiano, un messaggio che, di conseguenza, non può imporsi con la forza di un’ideologia – non può insomma essere inteso come dottrina spirituale ufficiale dell’occidente – ma che deve incontrarsi e amalgamarsi con le tradizioni culturali e religiose incontrate lungo il cammino.

Papa Francesco con l’imperatore del Giappone Naruhito (foto LaPresse).

Se questo è l’obiettivo, il papa da tempo ha messo in atto una strategia globale che va in tale direzione: la Chiesa non è più organicamente legata all’Occidente, magari lungo l’asse atlantico, guarda ai popoli e alle nazioni di tutti i continenti – come dimostrano le tante nomine fatte dal pontefice di cardinali di località e Paesi del Sud del mondo e di tutti i continenti – propone muovi modelli di sviluppo per curare le ingiustizie sociali, affronta i grandi temi globali del disarmo nucleare, della tutela del Creato, delle migrazioni. D’altro canto non va dimenticato che la storia dei gesuiti in Giappone è stata anche segnata da incomprensioni, persecuzioni e martirio racconta Silence, un recente film del grande regista americano Martin Scorsese.

LA SVOLTA GREEN E L’ATTACCO ALLA PROLIFERAZIONE DEGLI ARMAMENTI

Sul piano diplomatico la Santa Sede ha sviluppato un intenso dialogo con Pechino riuscendo, dopo lunghi negoziati, a sottoscrivere un accordo, certo ancora fragile, per la nomina condivisa dei vescovi; accordo che ha spaventato e allarmato la Casa Bianca in pieno conflitto economico con la Cina e che pure in oriente non tutti hanno visto di buon occhio. D’altro canto la battaglia apertasi a Hong Kong fra i giovani e le autorità cinesi ha messo in qualche imbarazzo la Santa Sede, chiusa fino ad ora in uno stretto riserbo sulla crisi nell’ex colonia britannica

Il possesso di ordigni nucleari per Francesco è «immorale»

Ora, con la visita in Giappone, Francesco ha compiuto una tappa fondamentale del suo pellegrinaggio verso oriente e a Hiroshima e Nagasaki è tornato su un tema cruciale che passa dal secolo scorso a quello successivo: quello del rischio rappresentato dagli arsenali nucleari. Se Giovanni XXIII nella Pacem in Terris chiedeva la «messa al bando» degli armamenti nucleari e Giovanni Paolo II nel 1981 a Nagasaki impegnava la Chiesa a battersi per «l’abolizione delle armi nucleari», Francesco ci sta dicendo che finita ormai da un trentennio la Guerra fredda – si celebra in questi giorni il trentesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino – la minaccia nucleare pesa ancora su di noi, tanto che «l’intimidazione bellica nucleare» viene utilizzata dagli Stati come risorsa legittima «per la risoluzione dei conflitti», mentre lo stesso possesso di ordigni nucleari per Francesco è «immorale».

Papa Francesco durante l’incontro con un monaco buddista durante l’incontro per commemorare le vittime di Fukushima (foto LaPresse).

Il papa, inoltre, ha allargato il discorso alla proliferazione delle armi convenzionali sempre più raffinate, al persistere di conflitti tragici, al loro legame con la povertà, con la scarsa attenzione alla cura della «casa comune», cioè della Terra, col diffondersi di odio e discriminazioni. Ancora, incontrando a Tokyo i sopravvissuti del disastro di Fukushima (dove nel 2011 vi fu un gravissimo incidente nella centrale nucleare in seguito a un terremoto), ha espresso «preoccupazione» per l’uso civile dell’energia nucleare, mentre con l’imperatore del Giappone Naruhito ha toccato il tema delle guerre del futuro che potrebbero essere combattute per il controllo delle risorse idriche. Una cosa sembra ormai certa: il papa declina il suo magistero sociale in chiave “green” disegnando un pontificato che collega sempre di più i temi dell’ambiente, della crisi ecologica del Pianeta, all’annuncio cristiano.

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Pokémon, origine e storia di un successo planetario

Il 15 novembre hanno debuttato gli ultimi due videogiochi Pokemon Spada e Scudo. Ma come è nato il fenomeno dei mostriciattoli da catturare? Tutto è cominciato da una semplice battaglia tra insetti.

Ventiquattro anni dopo, il mondo sta per essere invaso ancora una volta da una valanga di coloratissimi, improponibili mostriciattoli che sciamano dall’arcipelago nipponico. Sono i Pokémon, fusione di due parole, Pocket e Monster, mostri tascabili. Milioni di appassionati hanno atteso il debutto, il 15 novembre, degli ultimi due capitoli su Nintendo Switch di Pokémon Spada e Pokémon Scudo. Per dare un’idea nella notte, a Milano, nel quartiere City Life, i fan più sfegatati hanno sfidato il freddo novembrino sotto un Pikachu alto 11 metri pur di mettere le loro mani sui videogiochi allo scoccare della mezzanotte.  

Ma quali sono le ragioni di una simile mania? E com’è nato questo fenomeno mondiale che non ha risparmiato angolo del globo pur affondando le proprie radici nella tradizione e nella cultura nipponica?

POKÉMON, GENESI DI UN MITO

I Pokémon vengono alla luce nel 1995 ma in realtà erano presenti da sempre nella cultura giapponese. Ancorati all’antico culto animista che ha poi pervaso, nei secoli, scintoismo e buddismo, i giapponesi sono ancora oggi intimamente convinti che qualunque oggetto possegga un’anima. Anche i sassi. E non è un caso, dunque, che ci siano Pokémon a forma di sasso, come Geodude, recentemente scelto come ambasciatore del turismo del Paese, con tanto di immancabile sigla dal sapore infantile.

Popolo indubbiamente curioso, quello giapponese, che da sempre guarda con altri occhi la natura che lo circonda, lasciandosi attrarre soprattutto dalle creature più piccole.

LA PASSIONE PER GRILLI, CICALE E COLEOTTERI

Se i Pokémon esistono da sempre non lo si deve solo all’animismo, ma anche alla passione dei giapponesi per gli insetti. Noi occidentali non li abbiamo mai particolarmente amati. Esistono invece antiche stampe nipponiche che ritraggono con dovizia di particolari locuste e scorpioni. Per non parlare, poi, dei poemi e degli haiku sui canti delle cicale e dei grilli. I più antichi risalgono al X secolo.

Un allevamento di insetti in Cina.

Il noto pittore e poeta Kobayashi Issa per esempio scrisse: «Quando io morirò, sii tu il guardiano della mia tomba, piccolo grillo». Non è un caso che, prima della Seconda Guerra mondiale, quando cioè il Sol Levante viveva ancora separato dal resto del mondo, lo straniero più noto all’epoca nel Paese fosse l’entomologo francese Jean-Henri Fabre (1823-1915), soprannominato da Victor Hugo «l’Omero degli insetti», autore di un libro che nell’arcipelago è considerato oggetto di culto: Ricordi entomologici.

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LE BATTAGLIE TRA INSETTI

Per i coleotteri, poi, i giapponesi hanno sempre avuto una sorta di predilezione. Ancora oggi, durante l’estate, nei paesini rurali i negozi vendono larve di kabutomushi che i bambini allevano per tutte le vacanze come animali da compagnia. Sono detti scarabei rinoceronte per il lungo corno curvo sulla fronte: i maschi lo usano come leva per sollevare il corpo dell’avversario negli scontri per la difesa del territorio. Questa animosità innata nel kabutomushi ha dato origine a un hobby nipponico che è a sua volta prodromico al fenomeno dei Pokémon: le battaglie tra insetti.

Pupazzi dei Pokemon a Taipei.

Anche in Cina e in Corea non è raro, magari in bar malfamati, trovare assembramenti di adulti ubriachi intenti a scommettere sull’insetto che uscirà vivo dall’incontro. E nel vasto Oriente non sempre queste competizioni sono viste di buon occhio per motivi di ordine pubblico.

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MANTIDI E CERVI VOLANTI SCAMBIATI COME FIGURINE

In Giappone invece queste furibonde battaglie hanno conservato un pizzico dell’innocenza di un tempo e, mentre gli adulti perdono migliaia di yen al pachinko, i pochi bambini che hanno ancora la fortuna di vivere in ambienti rurali trascorrono le estati catturando esemplari che poi fanno combattere tra loro o che semplicemente mostrano agli amici, dando vita a veri e propri mercatini nei cortili delle scuole. I più ambiti sono naturalmente quelli dotati di mandibole, corna e artigli, come la mantide, il coleottero lucanide, il cervo volante, il Titanus giganteus, il Cyclommatus, il Golia, il Megasoma elefante o il Dynastes hercules. Guardando bene questi coleotteri, dai gusci spessi e dalle zanne affilate, si intuisce che un altro fenomeno tutto nipponico è probabilmente nato proprio dalla loro passione per gli insetti: quello dei robot che nei telefilm degli Anni 80, soprannominati Tokusatsu, distruggevano intere metropoli.

Pikachu è il personaggio diventato simbolo dell’intera saga.

COME SI È ARRIVATI A PIKACHU

Che i Pokémon siano nati dalle battaglie per gli insetti lo ha ammesso il loro creatore, Satoshi Tajiri. Quando, appena 30enne, nel 1995 varcò i cancelli della sede di Kyoto di Nintendo, la software house di videogiochi, propose appunto una simulazione virtuale di questo hobby. Infatti, chi ha avuto modo di esplorare il codice di gioco originario sostiene che il primo Pokémon introdotto non sia stato Pikachu, che con l’esplodere della moda è diventato emblema dell’intera serie, ma colossi come Nidoking e Kangaskhan che, per fattezze e caratteristiche, rimandano appunto ai coleotteri più ambiti.

Un enorme Pikachu alla sfilata per il Giorno del ringraziamento a New York.

Sarebbe stata Nintendo a chiedere allo sviluppatore di introdurre mostriciattoli più kawaii (aggettivo intraducibile che indica tutto ciò che è amabile e suscita trasporto materno), come appunto Pikachu (che all’inizio si chiamava Gorochu), Meowth e Jigglypuff.

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Ma il concetto alla base rimase invariato: si impersonava un ragazzino che aveva come compito quello di catturare esemplari sempre più rari da fare combattere e da scambiare con gli amici. In una epoca in cui non esisteva la tecnologia bluetooth e non c’erano apparecchiature Wi-Fi, Nintendo fece miliardi di yen vendendo cavetti che mettevano in connessione due Game Boy e consentivano di trasportare i Pokémon da una consolle all’altra (oggi ne fa ancora con la Banca Pokémon, cloud in cui stoccare – a pagamento – le proprie creaturine).

A caccia di mostri con Pokemon Go.

ANIMALI DALLA UOVA D’ORO: FUMETTI, FILM E VIDEOGIOCHI

Se, le prime avvisaglie arrivarono, quasi in sordina, nei Game Boy de bambini delle elementari, in breve tempo scoppiò il fenomeno. I maestri non riuscivano più a separare i bambini dalle consolle e presto iniziarono loro stessi a giocarci, così come ci giocavano anche i genitori. Il primo aprile del 1997 andò in onda il primo episodio dell’anime (cartone animato) dedicato ai Pokémon che contribuì a diffondere l‘isteria collettiva dando alle buffe creaturine rotondità, animazioni e colori che su una consolle a 8-bit del 1989 dallo schermo verde e grigio non potevano certo avere.

Ai primi tre videogiochi, Pokémon Rosso, Pokémon Blu e Pokémon Verde venne affiancato un quarto titolo, sostanzialmente identico, ma che aveva Pikachu protagonista, per sfruttare la popolarità che il personaggio aveva guadagnato grazie alla serie animata: Pokémon Giallo. Fu un altro incredibile successo.

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Oggi i quattro videogame hanno superato le 100 milioni di copie vendute in tutto il mondo. Da lì a poco uscì anche Mewtwo colpisce ancora (tornerà realizzato in GC), il primo dei 23 lungometraggi per il cinema che, proprio nel 2019, hanno subito una decisa evoluzione con Detective Pikachu, pellicola in cui i mostriciattoli sono disegnati per la prima volta in computer grafica e interagiscono con attori in carne e ossa (protagonista è Justice Smith, figlio di Will Smith) in modo non dissimile dalla tecnica usata nel 1988 per realizzare Chi ha incastrato Roger Rabbit. L’arrivo su smartphone di Pokémon Go ha dato nuovo slancio al fenomeno permettendo la cattura dei mostriciattoli nel mondo reale. E ora il debutto dei due ultimi titoli, Pokémon Spada e Pokémon Scudo, destinati secondo gli analisti a infrangere ogni record precedente.

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