Niente sanzioni e rispetto delle regole: lo stato d’emergenza in Giappone

Il primo ministro Abe ha annunciato le nuove misure contro la diffusione del Covid-19. La stretta conferisce maggiori poteri alle prefetture ma comunque limitati. Il governo nipponico, a differenza di quelli occidentali e della Cina, fa leva sulla persuasione e l'effetto del comportamento di gruppo.

Il primo ministro giapponese Shinzo Abe ha dichiarato lo stato di emergenza in Giappone dopo che i casi di coronavirus a Tokyo hanno superato il migliaio durante il weekend. Al 7 aprile, il Giappone conta quasi 4 mila casi confermati e 92 decessi, escluse le persone che erano imbaracate sulla Diamond Princess. Un’ulteriore conferma, se mai ce ne fosse ancora bisogno, della bufala riguardante l’Avigan spacciata su Youtube.

Lo stato di emergenza entra in vigore mercoledì 8 aprile e durerà per un mese. Le aree coinvolte sono, oltre alla città di Tokyo, una metropoli con 13 milioni di abitanti e una superficie pari a quasi il doppio di Roma, anche le prefetture (regioni) di Kanagawa, Chiba, Saitama, Hyogo, Fukuoka e la città di Osaka.

Abe ha annunciato le misure dopo che, in un incontro con il ministro incaricato di coordinare le misure sul coronavirus, Yasutoshi Nishimura e il presidente del comitato consultivo Shigeru Omi, si era era giunti alla conclusione che sussistevano le due condizioni necessarie per la dichiarazione dello stato di emergenza e cioè la seria minaccia per la salute pubblica e il grave danno per l’economia. Martedì inoltre, saranno annunciati i dettagli del piano per il sostegno dell’economia per un importo totale di circa 510 miliardi di euro.

Nel maxischermo il primo ministro giapponese Shinzo Abe (Getty Images).

RACCOMANDAZIONI SENZA SANZIONI

Con lo stato di emergenza in Giappone vengono aumentati i poteri delle prefetture di limitare gli spostamenti non essenziali e di ordinare la chiusura degli esercizi commerciali. Ma, a differenza delle misure adottate in Italia, sono solo raccomandazioni e non sono previste multe per i trasgressori. Quindi niente blocchi stradali e niente moduli di autocertificazione per i cittadini del Paese del Sol Levante. Tra i pochi effettivi poteri conferiti ai governatori ci sono quelli di requisire spazi pubblici e privati per la realizzazione di ospedali da campo nonché per l’approvvigionamento di attrezzature mediche e derrate alimentari.

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GIAPPONESI ALLERGICI A OGNI FORMA DI AUTORITARISMO

Il motivo dell’assenza di sanzioni risale al periodo prebellico quando l’ascesa del militarismo e dell’autoritarismo portarono poi alla disastrosa entrata nella Seconda Guerra mondiale. Ancor oggi, a circa un secolo di distanza, vi è ancora molta diffidenza per ogni azione del governo che tenda a limitare in qualche modo le libertà. Ma la cautela con cui Abe si è mosso prima di promulgare lo stato di emergenza, rispetto a Europa, Cina e Stati Uniti, va anche vista anche in chiave economica. Una prolungata interruzione o sospensione delle attività avrebbe un costo in termini economici astronomico. In questo senso, il primo ministro giapponese sta cercando il giusto mezzo tra proteggere i giapponesi dall’epidemia ed evitare il collasso dell’economia. Per capire quanto sia importante Tokyo per il sistema economico nipponico, basta guardare alcune statistiche. Secondo dati Bloomberg, la Capitale produce circa il 30% del Pil giapponese e se fosse uno Stato indipendente, sarebbe l’11esima economia mondiale.

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IL SENSO DEL DOVERE NIPPONICO

Riuscirà il governo giapponese ad ottenere i risultati desiderati? Molto probabilmente sì. I giapponesi sono culturalmente molto più ligi e rispettosi delle regole di quanto lo siamo noi italiani. Al fine di ottenere il rispetto delle ordinanze il governo infatti sta facendo leva su due importanti leve: la persuasione e l’effetto del comportamento di gruppo. Se tutti rispettano le regole, allora non c’è motivo per il singolo di trasgredire.

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Come vivono i giapponesi la minaccia del coronavirus

Niente allarmismi per la youtuber Coco Japan in Italia da 8 anni e ora bloccata a Osaka: «Seguiamo le regole». E l'Avigan? «Qui non se ne parla». Nao Masunaga, studentessa a Milano, invece non è potuta tornare aTokyo dove non potrebbe permettersi la quarantena. E accusa il suo popolo di eccessiva «vanità».

Forse la tranquillità zen con cui il Giappone ha affrontato finora la pandemia da coronavirus potrebbe svanire. Per ora è stato l’unico tra i grandi Paesi a non avere stravolto la propria quotidianità con lockdown draconiani. Ma ora Tokyo si prepara a una possibile chiusura, ventilata dalla sua governatrice, Yuriko Koike.

Giovedì si sono registrati 47 nuovi casi, rispetto ai 41 di mercoledì. Numeri ancora esigui, certo, in una metropoli da 30 milioni di abitanti ma che fpreoccupano. Dopo l’annuncio della governatrice tra l’altro i supermercati della capitale sono stati presi d’assalto.

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Eppure finora l’assenza di misure restrittive (il numero totale di casi nel Paese è di poco più di 1300 casi e 45 vittime) aveva stupito l’Occidente. Si era addirittura pensato che Tokyo avesse tenuto nascosti i veri numeri dell’epidemia nel disperato tentativo di confermare i Giochi Olimpici alla fine rinviati. I complottisti hanno trovato così pane per i loro denti: hanno trovato la cura e la custodiscono gelosamente senza dirci nulla? Qualcuno ha persino ipotizzato che l’imperatore stia docciando i suoi fedeli sudditi con un farmaco, l’Avigan che, in realtà, oltre a non garantire benefici, comporterebbe serissimi effetti collaterali. Un’idea balzana, priva di fondamenti scientifici. È bastato un video rimbalzato di cellulare in cellulare per convincere le regioni del Nord Italia a chiedere che fosse testato anche qui. Ma cosa sta accadendo, davvero, in Giappone?

LA BLOGGER E LA STUDENTESSA: I DUE VOLTI DEL GIAPPONE

Lettera43.it ha sentito due giapponesi, la blogger e youtuber Coco Japan e la studentessa Nao Masunaga, portatrici di esperienze agli antipodi. La prima, residente a Genova da otto anni, racconta quotidianamente sui suoi social le “stramberie” giapponesi agli italiani e le stranezze del Bel Paese ai suoi connazionali. È rimasta intrappolata nella sua terra natale allo scoppio dell’epidemia in Italia e non si sente affatto toccata dal dramma del coronavirus, come il resto del suo popolo. La seconda, studiando a Milano, è stata invece travolta dalle conseguenze burocratiche dell’epidemia, ha visto l’emergenza colpire lo Stato che la ospita e adesso è allarmata.

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INDOSSARE UNA MASCHERINA DURANTE L’INVERNO È LA NORMALITÀ

Non è facile comprendere perché italiani e giapponesi stiano affrontando in maniera così diversa l’emergenza, nonostante siano Paesi con un’altissima percentuale di persone anziane e, quindi, a rischio. Ci soccorre un’immagine che abbiamo tutti in mente, quella dell’asiatico con la mascherina ben premuta sul viso. Per anni, noi occidentali abbiamo pensato che fosse per difendersi dallo smog. Non è affatto vero.

«Per noi indossare la mascherina in inverno è naturale come indossare la giacca», racconta a Lettera43.it Nao Masunaga. «I giapponesi hanno molta paura dell’influenza perché prenderla significa rischiare di attaccarla in famiglia o al prossimo e questo per noi è arrecare disturbo a chi ci sta attorno», le fa eco Coco Japan.

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L’AVIGAN? «QUI IN GIAPPONE NON SI PARLA PIÙ DI QUEL FARMACO»

«La governatrice di Tokyo ha finalmente esortato i cittadini a restare a casa nei week end, ma è tutto lasciato al self control dei giapponesi», commenta con scetticismo Nao Masunaga, leggendo le ultime notizie su un sito nipponico. Lei sta vivendo in prima persona le restrizioni del governo italiano e, forse per questo, inizia a essere preoccupata: «È una decisione ambigua. Si può ancora girare liberamente. I miei amici la sera escono, vanno al cinema con i fidanzati. Sono anche andati ad assistere alla tradizionale fioritura dei ciliegi. Non va bene». «Temo», conclude, «che questa vanità peggiorerà la situazione in Giappone». Di tutt’altro avviso Coco Japan, che in Giappone era tornata per festeggiare l’inizio dell’anno nuovo in famiglia, a Osaka.

«Qui si può uscire, certo, ma il governo ha invitato a prestare attenzione e tanto ci basta. Nei negozi hanno installato dispenser di gel disinfettante che i clienti usano all’entrata e all’uscita. Tutti rimangono distanziati e indossano la mascherina. Se non dai al virus la possibilità di circolare, non c’è bisogno di restare confinati a casa». È una tranquillità disarmante, la sua. Il vostro segreto è forse l’Avigan? «Qui nemmeno si parla più di quel farmaco».

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PIC NIC PER LA FIORITURA DEI CILIEGI E MANIFESTAZIONI SPORTIVE

Anche la blogger, come la studentessa, racconta che la tradizionale festa primaverile dei pruni in fiore (sakura, per i giapponesi) si è svolta come al solito: «Nei giorni scorsi coppiette e famiglie sono andate a vedere la fioritura dei ciliegi», spiega Coco Japan. «È l’hanami, che da noi vuol dire pic nic. Il governo ha sconsigliato di pranzare sotto gli alberi, ma non ha impedito di assistere all’evento». In realtà, è sufficiente cercare #hanami su Twitter per vedere che gli assembramenti non sono mancati. Anzi. La stessa youtuber ligure d’adozione ammette che la settimana prima «si è tenuta una grande manifestazione sportiva di arti marziali». Particolare, questo, che lascerebbe supporre che i Giochi Olimpici non siano stati rinviati per l’epidemia nel Paese ma per il rischio che nessuno Stato estero vi avrebbe partecipato. Del resto, Coco Japan tranquillamente chiosa: «È una malattia dalla mortalità assai bassa e in Giappone si dice che non si rischia stando fuori ma al chiuso».

La fioritura dei ciliegi in Giappone (Getty Images).

IL RISPETTO NIPPONICO DELLE REGOLE

Per la blogger, la calma zen con cui il suo Paese sta affrontando la pandemia non è affatto «vanità», come invece l’ha definita la studentessa che sta vivendo il dramma del coronavirus dalla Lombardia, ma di «autodisciplina». Non c’è bisogno che lo Stato imponga il coprifuoco, perché se dà delle direttive, tutti le eseguono. «Siamo addestrati fin da piccoli a rispettare regole che possono sembrare dure. Per esempio, nelle scuole ai bambini viene detto che possono andare al bagno solo alla fine dell’ora e nessuno osa interrompere l’insegnante per recarsi ai servizi. In Italia è un via vai continuo». Allo stesso modo «gli italiani se sono in strada parlano, parlano tantissimo e urlano», dice ridendo. «Da noi se si cammina non ci si ferma a parlare e se ci viene detto di rispettare le distanze di sicurezza e di fare jogging in solitaria, non creiamo gruppetti».

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«Per questo», racconta ancora Coco Japan, «mi sono stupita tantissimo di fronte alle immagini delle persone che il 7 e l’8 marzo sono scappate dalla Lombardia. Le hanno trasmesse anche qui. Da noi non sarebbe mai successo perché se il governo impone di restare a casa i giapponesi restano a casa».

Un autocontrollo degno dei discendenti dei samurai, se si vuole cadere nei cliché, che però è ben documentato dal fatto che il Paese prosegua come se nulla stesse accadendo. «Io sono libera di uscire, di andare al cinema e a cena fuori. Qui è primavera e si sta bene all’aria aperta. Se non fosse per la mancanza di mascherine e alcol nei negozi o per quello che mi raccontano alcuni miei amici che lavorano negli eventi o negli alberghi e che sono stati danneggiati dalle disdette, non ci accorgeremmo nemmeno che il mondo sta vivendo una emergenza mai vista prima».

INTRAPPOLATI IN ITALIA: IL DRAMMA DEGLI STUDENTI

Di tutt’altro avviso Nao Masunaga, in Italia dall’ottobre 2017 e ora rimasta nel limbo di un cortocircuito burocratico causato dal coronavirus: «Una grande fondazione giapponese che elargisce borse di studio», racconta, «ha deciso di chiudere i rubinetti quando ha visto che la situazione in Italia stava sfuggendo di mano per costringere gli studenti a rientrare». C’è però un problema che non è stato considerato, ovvero che in Giappone gli unici in quarantena sono i cittadini che vengono dall’estero: «Chi, come me, vive con i nonni li metterebbe a rischio. Dovrebbe passare i 14 giorni di isolamento in un albergo, che però sono costosissimi. E i capsule hotel che sono più economici non vanno bene perché hanno i bagni in comune. Non ci è concesso l’uso dei mezzi pubblici, i soli spostamenti andrebbero fatti con auto a noleggio, ma lo Stato non passa niente, è tutto a carico nostro. Per questo abbiamo fatto una raccolta firme e la fondazione sembra avere deciso che continuerà a pagare la borsa di studio». Insomma, i soli problemi, per ora, sono quelli di una burocrazia cieca e ottusa. Forse anche quella ulteriore prova che in Giappone tutto è come al solito.

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Olimpiadi, il premier giapponese Abe chiede il rinvio per il coronavirus

Il capo dell'esecutivo ha esortato le principali associazioni sportive, culturali e associative del Paese a posticipare di almeno due settimane l'organizzazione di eventi che prevedono il raduno di grandi masse per contenere il rischio di un'ulteriore espansione del Covid-19.

Che il coronavirus potesse essere un problema per le Olimpiadi a Tokyo, già si sapeva. Nonostante il Comitato internazionale olimpico abbia detto che la manifestazione «si farà», concetto espresso anche dal presidente del Coni Giovanni Malagò, ci potrebbe essere uno slittamento rispetto al calendario già concordato. Il premier giapponese Shinzo Abe, ha chiesto alle principali associazioni sportive, culturali e associative del Paese a posticipare di almeno due settimane l’organizzazione di eventi che prevedono il raduno di grandi masse per contenere il rischio di un’ulteriore espansione del coronavirus. Quindi, anche le Olimpiadi di Tokyo, in programma dal 24 luglio 2020.

ABE: «ESISTE UN FORTE RISCHIO DI TRASMISSIONE»

«Le prossime due settimane sono estremamente importanti per fermare l’infezione – ha detto Abe in Parlamento – e il governo considera che esiste un forte rischio trasmissione negli eventi che coinvolgono grandi masse, come quelli sportivi e culturali».

IL CASO “DIAMOND PRINCESS”

Quando mancano meno di 150 giorni all’avvio delle Olimpiadi di Tokyo, durante una riunione della task force sulla gestione del virus, Abe ha provato a rispondere alle critiche della comunità internazionale che ha accusato il governo sulla gestione dell’emergenza a bordo della nave Diamond Princess.

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A Hiroshima il papa ha scritto la sua Pacem in Terris

Nel discorso pronunciato al Memoriale per la pace di Hirsoshima Francesco è si è concentrato sul rischio rappresentato dagli arsenali nucleari, ricalcando i passi di Giovanni XXIII e Paolo VI.

Utilizzare l’energia atomica «per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine, non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune». Lo ha affermato papa Francesco durante il suo viaggio pastorale in Thailandia e Giappone durante il quale sta scrivendo un capitolo importante del suo magistero, una sorta di Pacem in Terris per il nostro tempo.

D’altro canto, nel discorso pronunciato al Memoriale per la pace di Hirsoshima, città colpita nell’agosto del 1945 da una delle due bombe atomiche che caddero sul Giappone (l’altra devastò Nagasaki), Francesco ha fatto più volte riferimento all’enciclica di Giovanni XXIII pubblicata nel 1963 che conteneva la visione nuova della Chiesa di fronte ai grandi cambiamenti della seconda metà del secolo scorso: dall’urgenza del disarmo nell’epoca della corsa agli armamenti, alla scossa tellurica prodotta dal processo di decolonizzazione attraverso i continenti, dalle rivendicazioni del movimento dei lavoratori, al nuovo protagonismo civile delle donne, all’affermazione dei diritti umani e civili.

Infine, nel rifiuto totale della guerra da parte del papa, è riecheggiato il magistero di Paolo VI – al cui insegnamento speso guarda Bergoglio – e del celebre discorso pronunciato alle Nazioni Unite il 4 ottobre del 1965 in cui disse li suo «mai più la guerra!».

LA SFIDA DEL FUTURO PER LA CHIESA È LA CONQUISTA DELL’ASIA

Bergoglio, da buon gesuita, sta riprendendo in questi giorni, e più largamente in questi anni di pontificato, la strada dell’oriente che la Compagnia di Gesù ha percorso praticamente fin dalla sua nascita nel XVI secolo seguendo le orme di Francesco Saverio e Matteo Ricci. Dalla Cina al Giappone, infatti, i seguaci di Ignazio di Loyola hanno provato a portare il Vangelo oltre i confini del mondo cristiano aprendo all’evangelizzazione le porte dell’Asia, continente immenso, immensamente popolato e oggi non più misterioso come qualche secolo fa.

La Chiesa non è più organicamente legata all’Occidente, magari lungo l’asse atlantico, guarda ai popoli e alle nazioni di tutti i continenti

Non per caso Francesco ha già visitato Corea del Sud, Myanmar, Bangladesh, Filippine, Sri Lanka, e in questi giorni ha toccato Thailandia e Giappone. La sfida della Chiesa per i prossimi decenni del resto, è quella di riuscire a ‘entrare’ in Asia non più, come pure avvenne spesso nei secoli in passati, a bordo delle navi delle grandi compagnie commerciali europee o sotto scorta dei contingenti miliari delle potenze un tempo coloniali, ma con la forza del messaggio cristiano, un messaggio che, di conseguenza, non può imporsi con la forza di un’ideologia – non può insomma essere inteso come dottrina spirituale ufficiale dell’occidente – ma che deve incontrarsi e amalgamarsi con le tradizioni culturali e religiose incontrate lungo il cammino.

Papa Francesco con l’imperatore del Giappone Naruhito (foto LaPresse).

Se questo è l’obiettivo, il papa da tempo ha messo in atto una strategia globale che va in tale direzione: la Chiesa non è più organicamente legata all’Occidente, magari lungo l’asse atlantico, guarda ai popoli e alle nazioni di tutti i continenti – come dimostrano le tante nomine fatte dal pontefice di cardinali di località e Paesi del Sud del mondo e di tutti i continenti – propone muovi modelli di sviluppo per curare le ingiustizie sociali, affronta i grandi temi globali del disarmo nucleare, della tutela del Creato, delle migrazioni. D’altro canto non va dimenticato che la storia dei gesuiti in Giappone è stata anche segnata da incomprensioni, persecuzioni e martirio racconta Silence, un recente film del grande regista americano Martin Scorsese.

LA SVOLTA GREEN E L’ATTACCO ALLA PROLIFERAZIONE DEGLI ARMAMENTI

Sul piano diplomatico la Santa Sede ha sviluppato un intenso dialogo con Pechino riuscendo, dopo lunghi negoziati, a sottoscrivere un accordo, certo ancora fragile, per la nomina condivisa dei vescovi; accordo che ha spaventato e allarmato la Casa Bianca in pieno conflitto economico con la Cina e che pure in oriente non tutti hanno visto di buon occhio. D’altro canto la battaglia apertasi a Hong Kong fra i giovani e le autorità cinesi ha messo in qualche imbarazzo la Santa Sede, chiusa fino ad ora in uno stretto riserbo sulla crisi nell’ex colonia britannica

Il possesso di ordigni nucleari per Francesco è «immorale»

Ora, con la visita in Giappone, Francesco ha compiuto una tappa fondamentale del suo pellegrinaggio verso oriente e a Hiroshima e Nagasaki è tornato su un tema cruciale che passa dal secolo scorso a quello successivo: quello del rischio rappresentato dagli arsenali nucleari. Se Giovanni XXIII nella Pacem in Terris chiedeva la «messa al bando» degli armamenti nucleari e Giovanni Paolo II nel 1981 a Nagasaki impegnava la Chiesa a battersi per «l’abolizione delle armi nucleari», Francesco ci sta dicendo che finita ormai da un trentennio la Guerra fredda – si celebra in questi giorni il trentesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino – la minaccia nucleare pesa ancora su di noi, tanto che «l’intimidazione bellica nucleare» viene utilizzata dagli Stati come risorsa legittima «per la risoluzione dei conflitti», mentre lo stesso possesso di ordigni nucleari per Francesco è «immorale».

Papa Francesco durante l’incontro con un monaco buddista durante l’incontro per commemorare le vittime di Fukushima (foto LaPresse).

Il papa, inoltre, ha allargato il discorso alla proliferazione delle armi convenzionali sempre più raffinate, al persistere di conflitti tragici, al loro legame con la povertà, con la scarsa attenzione alla cura della «casa comune», cioè della Terra, col diffondersi di odio e discriminazioni. Ancora, incontrando a Tokyo i sopravvissuti del disastro di Fukushima (dove nel 2011 vi fu un gravissimo incidente nella centrale nucleare in seguito a un terremoto), ha espresso «preoccupazione» per l’uso civile dell’energia nucleare, mentre con l’imperatore del Giappone Naruhito ha toccato il tema delle guerre del futuro che potrebbero essere combattute per il controllo delle risorse idriche. Una cosa sembra ormai certa: il papa declina il suo magistero sociale in chiave “green” disegnando un pontificato che collega sempre di più i temi dell’ambiente, della crisi ecologica del Pianeta, all’annuncio cristiano.

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Pokémon, origine e storia di un successo planetario

Il 15 novembre hanno debuttato gli ultimi due videogiochi Pokemon Spada e Scudo. Ma come è nato il fenomeno dei mostriciattoli da catturare? Tutto è cominciato da una semplice battaglia tra insetti.

Ventiquattro anni dopo, il mondo sta per essere invaso ancora una volta da una valanga di coloratissimi, improponibili mostriciattoli che sciamano dall’arcipelago nipponico. Sono i Pokémon, fusione di due parole, Pocket e Monster, mostri tascabili. Milioni di appassionati hanno atteso il debutto, il 15 novembre, degli ultimi due capitoli su Nintendo Switch di Pokémon Spada e Pokémon Scudo. Per dare un’idea nella notte, a Milano, nel quartiere City Life, i fan più sfegatati hanno sfidato il freddo novembrino sotto un Pikachu alto 11 metri pur di mettere le loro mani sui videogiochi allo scoccare della mezzanotte.  

Ma quali sono le ragioni di una simile mania? E com’è nato questo fenomeno mondiale che non ha risparmiato angolo del globo pur affondando le proprie radici nella tradizione e nella cultura nipponica?

POKÉMON, GENESI DI UN MITO

I Pokémon vengono alla luce nel 1995 ma in realtà erano presenti da sempre nella cultura giapponese. Ancorati all’antico culto animista che ha poi pervaso, nei secoli, scintoismo e buddismo, i giapponesi sono ancora oggi intimamente convinti che qualunque oggetto possegga un’anima. Anche i sassi. E non è un caso, dunque, che ci siano Pokémon a forma di sasso, come Geodude, recentemente scelto come ambasciatore del turismo del Paese, con tanto di immancabile sigla dal sapore infantile.

Popolo indubbiamente curioso, quello giapponese, che da sempre guarda con altri occhi la natura che lo circonda, lasciandosi attrarre soprattutto dalle creature più piccole.

LA PASSIONE PER GRILLI, CICALE E COLEOTTERI

Se i Pokémon esistono da sempre non lo si deve solo all’animismo, ma anche alla passione dei giapponesi per gli insetti. Noi occidentali non li abbiamo mai particolarmente amati. Esistono invece antiche stampe nipponiche che ritraggono con dovizia di particolari locuste e scorpioni. Per non parlare, poi, dei poemi e degli haiku sui canti delle cicale e dei grilli. I più antichi risalgono al X secolo.

Un allevamento di insetti in Cina.

Il noto pittore e poeta Kobayashi Issa per esempio scrisse: «Quando io morirò, sii tu il guardiano della mia tomba, piccolo grillo». Non è un caso che, prima della Seconda Guerra mondiale, quando cioè il Sol Levante viveva ancora separato dal resto del mondo, lo straniero più noto all’epoca nel Paese fosse l’entomologo francese Jean-Henri Fabre (1823-1915), soprannominato da Victor Hugo «l’Omero degli insetti», autore di un libro che nell’arcipelago è considerato oggetto di culto: Ricordi entomologici.

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LE BATTAGLIE TRA INSETTI

Per i coleotteri, poi, i giapponesi hanno sempre avuto una sorta di predilezione. Ancora oggi, durante l’estate, nei paesini rurali i negozi vendono larve di kabutomushi che i bambini allevano per tutte le vacanze come animali da compagnia. Sono detti scarabei rinoceronte per il lungo corno curvo sulla fronte: i maschi lo usano come leva per sollevare il corpo dell’avversario negli scontri per la difesa del territorio. Questa animosità innata nel kabutomushi ha dato origine a un hobby nipponico che è a sua volta prodromico al fenomeno dei Pokémon: le battaglie tra insetti.

Pupazzi dei Pokemon a Taipei.

Anche in Cina e in Corea non è raro, magari in bar malfamati, trovare assembramenti di adulti ubriachi intenti a scommettere sull’insetto che uscirà vivo dall’incontro. E nel vasto Oriente non sempre queste competizioni sono viste di buon occhio per motivi di ordine pubblico.

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MANTIDI E CERVI VOLANTI SCAMBIATI COME FIGURINE

In Giappone invece queste furibonde battaglie hanno conservato un pizzico dell’innocenza di un tempo e, mentre gli adulti perdono migliaia di yen al pachinko, i pochi bambini che hanno ancora la fortuna di vivere in ambienti rurali trascorrono le estati catturando esemplari che poi fanno combattere tra loro o che semplicemente mostrano agli amici, dando vita a veri e propri mercatini nei cortili delle scuole. I più ambiti sono naturalmente quelli dotati di mandibole, corna e artigli, come la mantide, il coleottero lucanide, il cervo volante, il Titanus giganteus, il Cyclommatus, il Golia, il Megasoma elefante o il Dynastes hercules. Guardando bene questi coleotteri, dai gusci spessi e dalle zanne affilate, si intuisce che un altro fenomeno tutto nipponico è probabilmente nato proprio dalla loro passione per gli insetti: quello dei robot che nei telefilm degli Anni 80, soprannominati Tokusatsu, distruggevano intere metropoli.

Pikachu è il personaggio diventato simbolo dell’intera saga.

COME SI È ARRIVATI A PIKACHU

Che i Pokémon siano nati dalle battaglie per gli insetti lo ha ammesso il loro creatore, Satoshi Tajiri. Quando, appena 30enne, nel 1995 varcò i cancelli della sede di Kyoto di Nintendo, la software house di videogiochi, propose appunto una simulazione virtuale di questo hobby. Infatti, chi ha avuto modo di esplorare il codice di gioco originario sostiene che il primo Pokémon introdotto non sia stato Pikachu, che con l’esplodere della moda è diventato emblema dell’intera serie, ma colossi come Nidoking e Kangaskhan che, per fattezze e caratteristiche, rimandano appunto ai coleotteri più ambiti.

Un enorme Pikachu alla sfilata per il Giorno del ringraziamento a New York.

Sarebbe stata Nintendo a chiedere allo sviluppatore di introdurre mostriciattoli più kawaii (aggettivo intraducibile che indica tutto ciò che è amabile e suscita trasporto materno), come appunto Pikachu (che all’inizio si chiamava Gorochu), Meowth e Jigglypuff.

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Ma il concetto alla base rimase invariato: si impersonava un ragazzino che aveva come compito quello di catturare esemplari sempre più rari da fare combattere e da scambiare con gli amici. In una epoca in cui non esisteva la tecnologia bluetooth e non c’erano apparecchiature Wi-Fi, Nintendo fece miliardi di yen vendendo cavetti che mettevano in connessione due Game Boy e consentivano di trasportare i Pokémon da una consolle all’altra (oggi ne fa ancora con la Banca Pokémon, cloud in cui stoccare – a pagamento – le proprie creaturine).

A caccia di mostri con Pokemon Go.

ANIMALI DALLA UOVA D’ORO: FUMETTI, FILM E VIDEOGIOCHI

Se, le prime avvisaglie arrivarono, quasi in sordina, nei Game Boy de bambini delle elementari, in breve tempo scoppiò il fenomeno. I maestri non riuscivano più a separare i bambini dalle consolle e presto iniziarono loro stessi a giocarci, così come ci giocavano anche i genitori. Il primo aprile del 1997 andò in onda il primo episodio dell’anime (cartone animato) dedicato ai Pokémon che contribuì a diffondere l‘isteria collettiva dando alle buffe creaturine rotondità, animazioni e colori che su una consolle a 8-bit del 1989 dallo schermo verde e grigio non potevano certo avere.

Ai primi tre videogiochi, Pokémon Rosso, Pokémon Blu e Pokémon Verde venne affiancato un quarto titolo, sostanzialmente identico, ma che aveva Pikachu protagonista, per sfruttare la popolarità che il personaggio aveva guadagnato grazie alla serie animata: Pokémon Giallo. Fu un altro incredibile successo.

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Oggi i quattro videogame hanno superato le 100 milioni di copie vendute in tutto il mondo. Da lì a poco uscì anche Mewtwo colpisce ancora (tornerà realizzato in GC), il primo dei 23 lungometraggi per il cinema che, proprio nel 2019, hanno subito una decisa evoluzione con Detective Pikachu, pellicola in cui i mostriciattoli sono disegnati per la prima volta in computer grafica e interagiscono con attori in carne e ossa (protagonista è Justice Smith, figlio di Will Smith) in modo non dissimile dalla tecnica usata nel 1988 per realizzare Chi ha incastrato Roger Rabbit. L’arrivo su smartphone di Pokémon Go ha dato nuovo slancio al fenomeno permettendo la cattura dei mostriciattoli nel mondo reale. E ora il debutto dei due ultimi titoli, Pokémon Spada e Pokémon Scudo, destinati secondo gli analisti a infrangere ogni record precedente.

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